La morte di Federico Barbarossa

Federico Barbarossa, miniatura da un manoscritto del 1188, Biblioteca Vaticana

Federico Barbarossa, miniatura da un manoscritto del 1188, Biblioteca Vaticana

Tutto nella vita di Federico Barbarossa fu grandioso. Meno che la morte: durante la terza crociata (1189-1192), annegò in un fiume le cui acque, come scrisse il cronista arabo Ibn al-Athir “a malapena arrivavano ai suoi fianchi”.

Era il 10 giugno del 1190. L’imperatore guidava un esercito di 12.000 uomini e 3.000 cavalieri. Insieme a lui marciavano il suo secondo figlio Federico duca di Svevia e molti vassalli.

Barbarossa, considerata l’imponenza della spedizione, aveva deciso di raggiungere la Terrasanta lungo la lenta strada di terra che attraversava l’Ungheria, i Balcani e le regioni dell’Asia Minore. Le sue armate si sarebbero poi ricongiunte con quelle degli altri capi crociati, i re di Francia e d’Inghilterra, che alla testa di eserciti più snelli avevano deciso di viaggiare via mare.

La “crociata dei re” nacque sull’onda di avvenimenti tragici. Dopo la battaglia di Hattin (1187) il Regno di Gerusalemme era crollato. La città era caduta nelle mani dell’emiro Salh-ed-Din, passato alla storia con il nome di Saladino. Il nuovo papa, Gregorio VIII, disse che la caduta della città santa altro non era che “castigo di Dio per i peccati dei cristiani in Europa”.

L’imperatore tedesco, consapevole del suo ruolo storico di “avvocato della Chiesa”, prese la croce nel 1188 durante la curia di Magonza. Aveva 68 anni. Durante tutto il tempo della cerimonia il trono imperiale rimase vuoto, a significare che in quel momento la solenne assemblea era presieduta da Cristo stesso. L’esercito partì da Ratisbona nei giorni della Pasqua del 1189.

I crociati arrivarono sulle sponde del Saleph, nei primi giorni del mese di giugno. Il corso d’acqua, della antica Cilicia, conosciuto anche come Göksu, scorre a sud dell’odierna Turchia, quasi al confine con la Siria. Nelle sue gelide acque, già nell’Antichità, aveva rischiato la morte Alessandro Magno.

La divisione politica dell'Europa centrale nel XII secolo

La mappa politica dell’Europa centrale nel XII secolo

Ansbert, cronista della spedizione crociata, scrisse che l’imperatore voleva “acumina montium devitare”. Guadare quel fiume per aggirare strade più ostili e guadagnare tempo prezioso.
Ma tutte le altre fonti propendono per un’altra ipotesi: l’anziano imperatore, abituato a climi più rigidi, cercava solo refrigerio contro il gran caldo. Appesantito dall’armatura, Federico morì trascinato dalla corrente, forse per una congestione causata dalla forte escursione termica. Tutti i soccorsi furono vani.

Il racconto di Ansbert rende palpitante, ancora oggi, il dramma di quelle ore: “Mentre il resto dei pellegrini, ricchi e poveri, attraversava delle rocce difficilmente accessibili anche per i camosci e per gli uccelli, l’imperatore, che voleva rinfrescarsi ed evitare anche i pericoli della montagna, tentò di attraversare a nuoto le rapide del fiume Göksu. Questo Principe, che era fuggito a tanti pericoli, entrò in acqua nonostante il parere di tutti e, rapito dalla corrente, annegò miseramente. Rimettiamoci al segreto giudizio di quel Dio a cui nessuno oserebbe dire: Perché Tu hai fatto questo? Perché hai fatto morire così presto un così grande uomo?
Diversi signori che erano con lui si gettarono nel fiume per soccorrere l’imperatore, ma non riuscirono ad altro che a riportarlo morto sulla riva.
Questa perdita portò il disordine nell’esercito: alcuni morirono dal dolore e molti disperati, convinti che Dio non proteggeva la loro causa, rinunciarono al cristianesimo e abbracciarono la religione dei pagani. Il lutto ed il dolore occupò il cuore di tutti ed i Crociati potevano esclamare con il profeta: La corona è caduta dalla nostra testa: guai a noi, che abbiamo peccato”.

Federico I Barbarossa tra i suoi figli Enrico e Federico

Federico I Barbarossa tra i suoi figli Enrico e Federico

L’esercito crociato, di colpo, precipitò nel caos. In preda al panico e senza comandante, molti soldati disertarono. Solo 5000 armati arrivarono ad Acri. Federico VI di Svevia volle proseguire alla volta della Terrasanta per dare solenne sepoltura a suo padre in Gerusalemme. Ma i molti tentativi di conservare il cadavere nell’aceto fallirono a causa del caldo asfissiante di quei giorni. Così, i resti dell’imperatore furono sepolti nella chiesa di San Pietro in Antiochia di Siria e le ossa vennero conservate nella cattedrale di Tiro. Il cuore rimase a Tarso, la città di San Paolo.

Crociato e penitente, Barbarossa assurse presto alla dimensione del mito.

Il cronista bizantino Niceta Coniate scrisse che Federico era morto felice non per aver goduto della dignità di imperatore del Sacro Romano Impero, ma perché era stato capace di lasciare tutti i suoi onori per affrontare i pericoli di una spedizione in Palestina.

Il cronista arabo Ibn al-Athir in un libro che volle titolare “La perfezione nella Storia” (“al-Kamil fi ta’rikh”) ringraziò Allah: “Federico era annegato in un luogo dove l’acqua giunge fino alla cintola, il che prova che Dio volle liberarci”. E aggiunse: “Se Dio, per effetto della sua bontà verso di noi, non avesse distrutto l’imperatore tedesco quando passava i monti del Tauro, oggi si potrebbe dire della Siria e dell’Egitto: qui una volta regnavano i musulmani”.

Federico Fioravanti

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