La leggenda di Ragnarr Lodbrok

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L’attore australiano Travis Fimmel è Ragnarr Lodbrok nella serie televisiva Vikings

Un nome: Ragnarr. Evocato di continuo, intorno a fuochi robusti, in infinite notti di ghiaccio e di vento, dagli scaldi, i bardi vagabondi del grande nord. E un epiteto, ripetuto e trascritto in modo diverso, a seconda dei luoghi e dei tempi: Loðbrók, Lodbrog, Lothbrok, Lodbrok. Un soprannome curioso: “Brache di pelo” o “Calzoni villosi”. Per via dei famosi pantaloni ispidi e rinforzati, grazie ai quali, in una vita di astuzie e duelli, aveva vinto i morsi e i veleni di draghi e rettili spaventosi.

Le due parole, Ragnarr Lodbrok, sono conficcate con la forza di un’ascia norrena tra i versi solidi e intricati del Krákumál, uno dei capolavori della poesia scaldica, composto intorno al XII secolo nella corte vichinga di un conte (jarl) delle Orcadi, a nord della Scozia. Conosciuto in varie zone delle isole britanniche anche come il Canto di morte di Ragnarr Lodbrok.

Il romanzo moderno, scrisse Jorge Luis Borges, nasce proprio nelle saghe d’Islanda. Così la storia di Ragnarr, pirata, esploratore, guerriero e marinaio, può partire dalla fine: il naufragio delle sue navi e della sua vita.

Da poco la tempesta ha distrutto le imbarcazioni vichinghe sulle scogliere della Britannia. L’eroe giace prigioniero nella buia fossa dei serpenti in cui l’ha gettato il re Aelle di Northumbria, crudele sovrano di uno dei sette regni inglesi minacciati dai vichinghi.

Ragnarr è nudo di fronte alla morte, spogliato anche della magica tunica di Aslaug che doveva proteggerlo. Ma non ha paura. Anzi, canta spavaldo in faccia al suo aguzzino: “Le ore della vita sono passate. Cado, ma morirò ridendo”.
Quel verso, “Læjandi skalk deyja”, “Io morirò ridendo”, perpetuò la sua leggenda. E i rapsodi scandinavi, lo elessero a padre di decine di altri feroci e invincibili guerrieri ansiosi di nobilitare le proprie origini.

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I regni inglesi prima della loro unificazione – Cartina Drshirley

LA VENDETTA DI IVARR Chi fu veramente Ragnarr Lodbrok? Nessuna fonte documentale ne attesta, con certezza, l’esistenza. La sua leggenda riemerge più volte, in varie epoche e in luoghi lontani e diversi, tra le vendette, i saccheggi e le audaci spedizioni, dalle nebbie dei fiordi alla tolda delle grandi e veloci nave vichinghe, lungo la Senna e le colline di Francia, nelle corti danesi oppure sulle strade fangose della Britannia altomedievale.

Di certo, è documentata la storia dei suoi figli, protagonisti indiscussi dell’epopea vichinga. Fu Ivarr “Senz’Ossa”, il capoclan che nell’autunno 866 guidò la grande armata danese alla conquista dell’Anglia orientale, a vendicare la morte di suo padre.

Il più famoso degli eredi di Ragnarr soffriva, fin dalla nascita, di una rara malattia genetica: una osteogenesi imperfetta, che rendeva le sue gambe molli come la cartilagine. Gli scaldi ripetevano versi dolenti sulla sua triste condizione: “Mancava di ossa”. Ivarr non era in grado nemmeno di camminare. Ma combatteva, comunque. E è passato alla storia come un grande guerriero.
Le saghe vichinghe si dilungano su “Inn beinlausi”, il capoclan dotato di una forza sovrumana che guida il suo popolo in armi, trasportato su uno scudo, dall’alto del quale può decidere le tattiche giuste da usare in battaglia. Re Aelle di Northumbria, l’assassino di Ragnarr, fu fatto prigioniero durante il saccheggio della città di York.

La vendetta di Ivarr trovò soddisfazione attraverso la spaventosa cerimonia dell’“Aquila di Sangue”: un’ascia venne conficcata nel corpo del re. Nel torace aperto, le costole furono staccate dalla spina dorsale, fino a far fuoriuscire i polmoni, lasciati poi penzolanti, come a formare come due ali d’aquila.
Il sale sparso sulle ferite servì solo ad aumentare il dolore e prolungare l’agonia. Il canto dei bardi esaltò il valore di quella punizione esemplare.

La vendetta, infinito motore di ogni faida, era il primo dovere morale del guerriero vichingo. Andava inflitta solo ai propri pari. E ogni volta era vissuta come una rinascita del proprio onore. Quasi come l’inizio di una nuova vita.

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Ivarr Senz’Ossa nella serie tv Vikings è l’attore danese Alex Hogh Andersen (a destra nella foto, accanto a Travis Fimmel che interpreta il ruolo di Ragnarr Lodbrok)

Ma per molti storici scandinavi l’atroce supplizio del re di Northumbria non fu mai eseguito. E la feroce rappresentazione di morte riportata nelle saghe sarebbe stata solo frutto di un racconto distorto nato da un errore nella traduzione dell’antico norreno.

In questo senso, il verso “Ivarr fece incidere un’aquila sulla schiena di Aelle”, si riduceva soltanto a una immagine figurata. L’ignoto poeta scaldico indicava ai grandi uccelli che planavano sui campi di battaglia in cerca di cibo che il re di Northumbria ormai era soltanto una carogna pronta per essere divorata.

La morte di Aelle lavava per sempre l’oltraggio. Ragnarr stesso, prima di morire, pensando ai suoi figli, aveva avvisato il re inglese con oblique e inquietanti parole: “Strepiterebbero i porcellini se sapessero quello che il verro patisce…”.
Parlava di se stesso. E quasi vedeva, al di là del mare, la furia che avrebbe colpito i suoi eredi. Le saghe ricordano la collera muta di Halfdan. Quando arrivò la notizia della fine di Lodbrok nel pozzo dei serpenti, il fratello di Ivarr stava giocando a scacchi: “Afferrò il pezzo da muovere con tanta forza che il sangue gli uscì dalle unghie…”.

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La colonizzazione vichinga di Inghilterra, Scozia e Irlanda – disegno di L. Jori, sito: www.luckyjor.org

I FIGLI DEL MITO La storia, a distanza di secoli, ha alzato la nebbia sulle tante leggende. Sappiamo con certezza che gli eredi di Ragnarr Lodbrok furono riconosciuti capi vichinghi. Ivarr Ragnarsonn, “Senz’Ossa”, capo della Grande Armata Danese, conquistò York e mise a ferro e a fuoco l’Anglia orientale. Subito dopo lo sbarco in Britannia, catturò Edmund, il sovrano dell’East Anglia alleato di Aelle. Quando il re rifiutò di diventare vassallo di un pagano, lo fece legare ad un albero e ne fece un bersaglio umano per decine di frecce vichinghe.

Abbone di Fleury, monaco francese vissuto nel X secolo, nella sua Vita di Sant’Edmund descrisse il martirio e lo paragonò a quello subito da San Sebastiano: “Gli scagliarono contro dardi, per il loro divertimento, fino a quando fu riempito da tutti i loro colpi, come le setole di un porcospino”.

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Manoscritto della prima metà del XV° secolo, di autore incerto, che raffigura Ragnarr con i figli Ivarr e Ubba

Poi, in segno di sfregio, quel cadavere afflosciato e sanguinante venne anche decapitato.

Björn “Fianco di ferro”, chiamato così perché combatteva nudo, senza protezioni, diventò re di Svezia e fu il capostipite del casato di Munso. Halfdan Ragnarsson, regnò invece su Londra (871-872) e anche sulla Northumbria, a partire dall’anno 875.

Un altro fratello, Ubba, fu ucciso nella battaglia di Cynwit nel Somerset (878). Sigurd, detto “Serpente nell’occhio”, perché nacque con l’uroboro, il rettile che si morde la coda, disegnato sulla pupilla del suo occhio sinistro, morì invece nell’891. Ma fece in tempo a lasciare suo figlio Harthacnut sul trono danese (916 -934).

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Mappa di Parigi nel IX secolo

LE FIGURE STORICHE
La vicenda di Ragnarr Lodbrok scorre tortuosa, come un fiume dai molti torrenti. Forse, alle origini di tutte le storie sul suo conto, c’è Raginarius, lo jarl danese, al quale il sovrano dei Franchi Carlo il Calvo fu costretto a donare delle terre già nell’anno 840. Con ogni probabilità quel capo vichingo era lo stesso guerriero che nell’845 partecipò al primo saccheggio di Parigi dove una settantina di rampolli dell’aristocrazia francese furono giustiziati sotto gli occhi del re franco nonostante per loro fosse già stato pagato un grande riscatto.

Per André Duchesne (1584-1640) uno dei padri della storia francese ed anche per altri autori, Ragnarr Lodbrok rimase sempre nel nord est della Francia. Morì in modo meno nobile, di dissenteria. E diede origine alla antica dinastia dei conti di Champagne, identificata con la figura mitologica di Ursus, il nome latinizzato con il quale veniva descritto un uomo “dal lungo pelo”, il “Calzoni villosi” della leggenda vichinga.

Altri racconti identificano il capo dell’armata scandinava con un discendente diretto di Goffredo, sovrano di Danimarca, re Horik I (morto nell’854) che intorno all’anno 836 scrisse a Ludovico il Pio per dichiarare la sua estraneità ai ripetuti saccheggi compiuti dai vichinghi in Frisia, negli attuali Paesi Bassi.

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Statua di Ragnarr Lodbrok nel castello danese di Frederiksborg

Il nome di Ragnarr fu avvicinato anche a quello di Reginfrid, un sovrano danese che però morì nell’814, almeno trenta anni prima delle razzie compiute dai vichinghi nel giorno di Pasqua (29 marzo 845) all’interno delle mura gallo-romane della Ile de la Cité.

Un altro Ragnarr Lodbrok fu di certo il figlio del re di Svezia Sigurd Hring che nella seconda metà del secolo VIII diventò sovrano di Svezia e Danimarca.

Fino alla seconda metà del IX secolo l’appellativo Ragnarsson, “figlio di Ragnarr” nobilitò i natali di altri razziatori e conquistatori vichinghi.

L’assonanza del nome trasportò il mito anche in Irlanda. A Waterford, la più antica città dell’isola, c’è ancora la Reginald’s Tower, l’unico monumento irlandese che prende il nome da un invasore. Eretto in nome di Ragnall, il guerriero che razziò il sud est e poi fondò la città stessa, agli inizi del X secolo. Troppo giovane per diventare anch’egli il mitico Ragnarr Lodbrok. Ma di certo voglioso di somigliargli.

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Le incursioni dei Nordmanni, gli Uomini del Nord

DEMONI PAGANI Delle avventurose vicende di Ragnarr “Brache di pelo” parlano diverse fonti medievali scandinave. Ma i pochi frammenti giunti fino a noi, non bastano a darci una immagine definita di quel “signore della guerra”, astuto e coraggioso oltre ogni limite che fu tra i maggiori protagonisti dell’alba di una epopea: quella dei Vichinghi, contadini trasformati in marinai, commercianti diventati pirati, artigiani e uomini d’affari, guerrieri e esploratori. Predoni e padroni di mari gelidi e pericolosi, nati da una terra, la freddissima Scandza (Scandinavia) che Giordane, un cronista bizantino del VI secolo, definì “vagina nationum”: grembo di quei popoli norreni che in meno di trecento anni si abbatterono come “onde rosse” sulle coste europee, risalendo i grandi fiumi e colonizzando vasti territori, dalle isole Shetland alle Orcadi, dalle Far Oer alla Scozia, fino all’Islanda, all’Irlanda e all’odierna Inghilterra. Per poi raggiungere, cinque secoli prima di Cristoforo Colombo, Terranova e il continente americano. Saccheggiarono monasteri e città. Fondarono stati. Razziarono, a più riprese, le coste del Nordafrica e quelle del Mediterraneo.

Più ad est, si spinsero verso la terra che oggi chiamiamo Russia. Lungo i grandi fiumi costruirono nuovi città e svilupparono il commercio di schiavi, pellicce, miele e altri prodotti di lusso con L’Impero Bizantino. A Costantinopoli, crocevia delle stirpi del mondo allora conosciuto e grande capitale dell’Impero Romano d’Oriente, i Variaghi, loro cugini, furono le fedelissime guardie dei Cesari di Bisanzio.

Ma a lungo, per gli abitanti dell’Occidente cristiano, i Vichinghi non furono nient’altro che “pagani”, figli di una patria aspra e misteriosa: una specie di ponte ghiacciato gettato su terre inospitali, tra il Baltico e l’Atlantico, segnato da coste nascoste e frastagliate, da fiordi profondi e da monti sui quali anche sopravvivere diventava un’impresa.

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Mappa della Danimarca vichinga

“VICHINGO” Gli antichi scandinavi chiamavano se stessi semplicemente uomini: “mannen”. Il termine “vichingo” apparve per la prima volta in un poema biblico del secolo VIII, titolato Exodus, scritto nell’antica lingua inglese. In quei versi, i “wicingas” erano i giovani dediti alla vita del mare.

Per alcuni glottologi, il termine potrebbe essere collegato a Viken, una regione norvegese del fiordo di Oslo. In questo caso, vichingo indica “una persona nata a Viken”. Ma “vik” in norreno vuol dire anche “baia” o “insenatura” . E víkingr è quindi l’uomo dei fiordi, per eccellenza. Nelle tante pietre runiche trovate in Scandinavia, “viking” ricorre di frequente. Nelle saghe islandesi indica sempre una spedizione oltre mare.

Ma c’è un’altra spiegazione, che sa di terra e di guerre lontane: in anglosassone “wic” vuol dire sia “accampamento” che “gente accampata”. Da cui il nome di città come Norwich, ad esempio o della stessa York, la Jorvik conquistata da Ivarr e dai suoi fratelli: un castrum romano che nei secoli fece fortuna come porto commerciale con il nome di Eoforwich. Senza considerare che nella lingua dei Franchi, vik era il luogo degli scambi: un mercato protetto da palizzate. Il posto prediletto, insieme ai campi di battaglia, di quel popolo di pirati e commercianti.

Quel che è certo è che la parola “vichingo” tornò di moda soltanto nella seconda metà del Settecento e fece fortuna in piena epoca romantica.

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La ricostruzione di un villaggio vichingo in Islanda

I popoli contemporanei quando si riferivano ai Vichinghi usavano altri nomi. I Franchi li chiamarono “nordmanni”. Il termine divento presto familiare per la paura che trasmetteva. E nelle chiese, a tutte le ore, iniziò a risuonare una invocazione: “Libera nos, Domine, a furore Normannorum”.

Gente nuova, di un altro nord, indefinito e oscuro, dalla quale difendersi: “Lochlannach”, per gli antichi irlandesi. Per gli slavi i “Rus” erano gli “uomini con i remi”, dal finnico “ruotsi”. Lo storico sassone Adamo di Brema per loro coniò una parola nuova: Ascomanni, “uomini del frassino”, per via dell’albero a cui erano così legati, anche se le loro agili e velocissime navi erano costruite soprattutto con il legno di querce secolari.

Gli arabi, scandalizzati dai loro costumi, li definirono “madjus”, demoni incestuosi e incendiari. Ma fu un’altra parola, “Danesi”, al di là della provenienza geografica esatta dei razziatori scandinavi, a individuarli in mille racconti.

Uomini in guerra perenne, anche tra di loro, per i quali, l’unica cosa che contava veramente era la Sippe, la stirpe. La comunità di sangue e d’onore di fronte alla quale la morte non contava nulla. Il guerriero, l’individuo passava. La Sippe, “signora dell’uomo”, invece era eterna. I legami di sangue e d’onore avevano una origine divina.

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Saxo Grammaticus in una illustrazione di Louis Moe (1857-1945) Prima pagina delle Gesta Danorum (Frammento di Angers)

LA VERSIONE DI SAXO Il nome di Ragnarr Lodbrok appare, a volte solo accennato, in più luoghi e in tempi differenti. Ad esempio nella cosiddetta Cronaca Anglosassone, una collezione di annali vergata da mani diverse in inglese antico (IX secolo) che riepiloga la storia delle isole britanniche, dalle campagne di Giulio Cesare (60 a.C) fino alle invasioni normanne.
Oppure nel Carme di Ragnarr, un poema scritto tra il IX e il X secolo da Bragi Boddason Il Vecchio, il più importante tra gli scaldi norvegesi, che nei suoi versi si ispirò alla descrizione di un magnifico scudo istoriato con scene della mitologia scandinava. A suo dire, quell’opera d’arte gli era stato donata da Ragnarr in persona. Il poeta celebrò l’eroe in segno di ringraziamento. Ma forse, come altri, approfittò della luce di un personaggio capace di illuminare tutta una comunità.

Ragnarr e i suoi familiari sono i protagonisti di due mitologici racconti d’armi e d’amore, intessuti di faide, vendette, saccheggi, viaggi avventurosi e fondazioni di regni nelle terre del grande nord. Sono la Saga di Ragnarr Loðbrók (Ragnars saga Loðbrókar) e Il racconto dei figli di Ragnarr (Ragnarssona þáttr). I testi, in lingua norrena, furono composti forse in Islanda tra il XIII e il XIV secolo e sono la fonte più nota sulle vicende del re vichingo.

Ma fu un chierico danese, Sàssone (1150-1220) , chiamato il Grammatico per la qualità del suo insegnamento e l’eleganza del suo latino, ad aprire nuove porte sulla vita misteriosa di Ragnarr. Lo fece nel nono libro dei Gesta Danorum, un’opera enciclopedica in sedici volumi che descrive la storia della Danimarca e l’Alto Medioevo dal punto di vista dei popoli scandinavi. Nel terzo e nel quarto libro, Saxo Grammaticus, detto anche Il Lungo per il suo aspetto imponente, rievocò anche la saga del principe Amleth di Danimarca da cui Shakespeare trasse di certo ispirazione per il suo “Amleto”.

Nella versione di Saxo, la prima sposa dell’eroe non è Aslaug, figlia di Sigfrido e Brunilde ma Lagertha, affascinante amazzone vichinga. E tra le due mogli ne spunta anche una terza: Thora Borgarhjörtr, figlia ed erede del re sueone Herrauðr, grazie alla quale Ragnarr riuscì ad unire gli scettri di Svezia e Danimarca.

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Lagertha in una litografia di Morris Meredith Williams (1913)

LAGERTHA, LA PRIMA MOGLIE Tutto partì da una ennesima guerra. Nel nono libro delle Gesta Danorum si parla di Frø, bellicoso sovrano di Svezia, che invase la Norvegia e uccise il re Siward, nonno di Ragnarr. Poi, per umiliare la memoria del vecchio sovrano, ordinò che le donne della famiglia reale andassero a vivere in un bordello.
L’onta andava lavata con il sangue: Ragnarr sbarcò in Norvegia con il suo esercito e ingaggiò subito battaglia. Insieme a lui combatterono, con grande coraggio e in abbigliamento maschile, anche delle donne.
Una, fra tutte, colpì Lodbrok: si chiamava Lagertha e abitava poco lontano, nella valle Gaular, il paradiso della pesca ai salmoni. Un nome gentile che Saxo Grammaticus latinizzò dal norvegese: Hlaðgerðr (Hlathgerth) voleva dire “Cinta dai merletti”.

Ma Lagertha era una “ragazza scudo”, una delle “shield maidens”, cantate nella saga dei Volsunghi del XII secolo: una donna votata alla guerra e al mestiere delle armi. Una delle tante amazzoni vichinghe descritte con tutta la misoginia del caso da Saxo: “Cercavano i conflitti al posto dei baci, assaggiavano il sangue invece delle labbra, volevano lo scontro delle braccia piuttosto che essere abbracciate…”.

Ragnarr ne fu comunque affascinato. E chiese di sposarla. Lei all’inizio non apparve lusingata dalla proposta. Ma invitò comunque l’eroe ad un appuntamento a casa sua, in mezzo a un bosco. Senza avvertirlo però che un orso e un cane feroce montavano la guardia alla sua abitazione. Ragnarr fu attaccato dagli animali, ma uccise l’orso con la lancia e strozzò il molosso a mani nude. Così Lagertha accettò il matrimonio. E diede a Ragnarr il suo primo figlio, Fridleif e due gemelle delle quali non ci è giunto il nome. Ma appena tre anni dopo, Lodbrok fu costretto a tornare in Danimarca per sedare una guerra civile nella quale rischiava di perdere il trono.

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La Lagertha della serie tv Vikings, l’attrice canadese Katheryn Winnick, è una campionessa di karate e taekwondo

La ragione di stato e l’abitudine vichinga alla poligamia consigliarono Ragnarr di abbandonare Lagertha per sposare Thora Borgarhjört, figlia del re Herraud: il matrimonio servì ad unire i regni di Svezia e Danimarca.

Anche Lagertha si risposò con uno jarl norvegese. Ma non dimenticò Ragnarr. E quando, anni dopo, il re di Svezia e Danimarca si trovò a fronteggiare un’altra guerra civile che metteva in pericolo il suo trono e anche la sua vita, accorse in aiuto dell’ex marito con ben 120 navi. Nella battaglia decisiva salvò dalla morte anche Siward, un altro figlio di Ragnarr.

Le saghe, per secoli, incensarono Lagherta: “Volò verso le retroguardie del nemico e lo prese di sorpresa, trasformando così il panico dei suoi amici in una vittoria…”. Gli scaldi la rappresentarono come la dea Thorgerd, dotata di poteri magici. Del resto la valle Gaular, dove Lagertha abitava, era il centro più importante del culto della divinità vichinga. Il favoloso racconto ricorda quello di un altro personaggio della mitologia norrena: la valchiria Kára, capace di volare in battaglia con la grazia di un cigno, lanciando incantesimi per sostenere l’uomo amato.

Dopo la battaglia, Lagertha tornò a casa dal suo secondo marito. Ma durante una lite, lo uccise con una punta di lancia che aveva nascosto sotto la veste. Saxo non trattenne il suo sdegno: “Questa donna presuntuosa pensava che fosse più piacevole governare senza il marito che dividere il trono con lui”.

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Thora e Ragnarr in una illustrazione di Jenny Nyström (1895)

IL LINDWORM DI THORA Fu a causa della seconda moglie, che Ragnarr passò alla storia come “Calzoni villosi”. Thora “borgarhjörtr”, letteralmente “cervo della cittadella”, era la bellissima figlia del re sueone Herrauðr, protagonista di molte leggende medievali.

Il mito ha molteplici versioni. In una di queste, si narra di un grande uovo che il re aveva acquistato nel Bjarmland, una regione russa al confine con la Finlandia. Al ritorno dal viaggio, Herrauðr ne fece donò a Thora. Ma dall’uovo schiuso nacque un lindworm, una specie di serpente con la testa di drago, senza ali ma dalla pelle squamosa e con due braccia simili ad artigli nella parte superiore del corpo.

Questi mostri nella mitologia nordeuropea simboleggiavano la guerra, le pestilenze e altre varie sciagure. Il più famoso di loro, Fafnir, drago dall’alito velenoso, guardiano di un tesoro, fu ucciso da Sigfrido con la spada Gramr.

Il lindworm di Thora crebbe in fretta e prese la ragazza in ostaggio: minacciava chiunque si avvicinasse al palazzo, eccetto i servitori del re che ogni giorno dovevano portargli come pasto almeno un bue. Herrauðr, disperato, promise la mano della figlia a chi fosse riuscito ad uccidere il grande serpente. Ma nessuno si arrischiava nell’impresa.

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Figure di lindworms su una pietra runica

Ragnarr raccolse la sfida. Si vestì con abiti ispidi, sporcati dai faggi pelosi e dalla pece, che rivoltò nella sabbia e fece indurire al sole. Poi li indossò e si immerse nell’acqua gelida finché uno strato di ghiaccio trasformò il suo abbigliamento in una vera e propria corazza. Così bardato, affrontò il lindworm. Il mostro sputò inutilmente il suo veleno. Ragnarr affondò la lancia tra le squame. E lo fece in modo così violento che la punta dell’arma si spezzò e rimase conficcata nel corpo inanimato del serpente.

Thora, dalla sua finestra, vide la scena ma non capì subito chi fosse il suo salvatore. Ragnarr si dileguò. Ma la giovane chiese al padre di cercare ovunque lo sconosciuto che l’aveva liberata. L’eroe mostrò allora la sua lancia spezzata. E ebbe Thora in moglie. Dalla loro unione nacquero due figli: Eirekr “väderhatt”, cioè “cappello di vento”, e Agnarr.

Le saghe assicurano che Ragnarr Lodbrok visse anni felici insieme alla sua donna sul trono di Svezia e Danimarca. Ma Thora si ammalò e morì. E anche i giovani figli, poco tempo dopo, furono uccisi in battaglia.

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Ragnarr incontra Kráka. Illustrazione di August Malmström

ASLAUG, LA FIGLIA DI SIGFRIDO I vichinghi praticavano la poligamia. Valeva soprattutto per i re, gli jarl e i grandi guerrieri. Ma in genere anche per tutti gli uomini benestanti. Basta ricordare che Aroldo Bellachioma (872-930) primo re della Norvegia, prima di sposare Ragnhild, principessa dello Jutland, dovette divorziare da ben altre nove donne.

Oltre alla moglie legittima era normale avere delle concubine, quasi sempre delle schiave, sistemate spesso in case vicine alla abitazione principale, dove dominava comunque la sposa ufficiale, che controllava i conti e mandava avanti la fattoria quando l’uomo di casa era impegnato nelle razzie.

Ragnarr Lodbrok, insieme a tante terre conquistò anche molte donne. Le saghe avvertono però che dopo la morte di Thora era distrutto dal dolore. Tanto che annunciò che non si sarebbe più sposato.

A fargli cambiare idea fu una donna di straordinario fascino, cantata dagli scaldi con molti nomi diversi: Aslaug in norreno, Aslog in svedese, ma anche Kràka, Kraba o Randalin.

Abitava a Spangerhed, nel punto più meridionale della Norvegia, oggi uno dei siti archeologici più importanti della Scandinavia, famoso anche per la sua bella chiesa in stile romanico.

Ragnarr, tanto per cambiare, era in viaggio quando si accorse che sulla sua nave non c’era più il pane. Allora ordinò ad alcuni dei suoi uomini di scendere a terra e trovare una fattoria dove poterlo cuocere. Ma i marinai bruciarono il pane appena impastato. E spiegarono al loro infuriato sovrano che erano stati distratti dalla bellezza senza pari di Kràka, una giovinetta che viveva in quei luoghi. Lodbrok si incuriosì e volle conoscerla. Ma chiese: “La voglio né vestita né nuda, né sazia né affamata, né sola né accompagnata”. Era come ripetere a se stesso che nessuna donna poteva essere così. E che lui pensava sempre all’amata regina morta.

Kràka disse agli ambasciatori che sarebbe venuta a bordo della nave proprio come voleva il loro re, ma che lo avrebbe fatto soltanto il mattino seguente. All’alba la donna risolse quella specie di indovinello: si presentò vestita solo di una rete da pesca, mordendo un porro e accompagnata da un cane. L’intelligenza della ragazza era pari alla sua bellezza. Per Ragnarr fu un colpo di fulmine: chiese subito a Kràka di sposarlo anche se lei era soltanto una contadina, e per far vedere che faceva sul serio, le regalò una preziosa camicia appartenuta alla regina morta. Ma Kràka prese tempo. Avrebbe dato la sua risposta solo al ritorno del viaggio dell’eroe.

In Svezia, il vicerè offrì in moglie a Ragnarr sua figlia, la principessa Ingeborg. Lodbrok pensò di accettare: l’unione con una nobile avrebbe rafforzato la sua posizione tra i clan.

Ma Kráka, quando lo rincontrò, lo stupì ancora: sapeva già tutto. Ad informarla erano stati tre uccelli. Così, confessò a Ragnarr il suo grande segreto. Aveva poteri divinatori. E non era una povera contadina, ma la più nobile delle donne vichinghe: Aslaug, figlia di Sigfrido, lo sterminatore di draghi, e della valchiria Brunilde, eroina della canzone dei Nibelunghi.

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Áke e Grima scoprono Aslaug, dipinto di Mårten Eskil Winge (1862)

Fu suo nonno Heimer che viaggiava per il mondo come un povero suonatore d’arpa ad occuparsi di lei. Ogni sera, per proteggerla, la nascondeva dentro la custodia dello strumento. A Spangerhed passarono la notte nella casa di Ake e Grima, una coppia di contadini. Ake adocchiò la custodia dell’arpa pensando che contenesse un tesoro. Sua moglie Grima lo convinse a uccidere Heimer nel sonno.

Il tesoro nascosto era una bambina: la bellissima Aslaug, che li fissava terrorizzata. Decisero di tenerla con loro. La vestirono con poveri stracci. Ogni giorno, per imbruttirla, la annerivano con la pece. Anche per questo, la chiamarono Kràka, “corvo”. Lo stesso nome dell’uccello caro ad Odino, il messaggero degli dei, l’animale totemico disegnato anche sugli stendardi che accompagnavano Lodbrok in battaglia.

Un altro segno del destino: sarà Aslaug, la donna che un giorno aveva il nome di corvo a generare la dinastia di Ragnarr Lodbrok, smaniosa di sangue e di morte.

Nei versi della Edda in prosa di Snorri, cantore della mitologia norrena, nella Saga dei Völsungar e nella Saga dei figli di Ragnarr la terza moglie appare quasi avvolta nell’alone dei suoi mitologici natali. Capace di vedere oltre, di capire prima cosa accadrà.

Come quando avvertì suo marito che avrebbero dovuto aspettare tre notti prima di consumare il loro matrimonio: “…un danno non dovrà subire/irreparabile il mio bambino/ma se tanto impaziente tu sarai/nel generarlo, nascerà senz’ossa”.

Così il mondo vichingo conobbe Ivarr, il loro primogenito: “Inn beinlausi”, il guerriero furioso che molti anni dopo vendicherà suo padre nell’Anglia Orientale.

Ragnarr non ascoltò sua moglie nemmeno quando lei lo supplicò di non partire con sole due grandi navi verso le isole britanniche. Gli donò la sua tunica magica per preservarlo dai mali. Lo accompagnò con lo sguardo, cercando di trattenere le onde del destino. Ma sapeva, prima degli altri, che non lo avrebbe più rivisto.

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Mårten Eskil Winge, Kraka (1862)

LIBRI E FILM Un’epopea di quasi trecento anni. E almeno altri trecento di silenzio. Dei vichinghi la letteratura europea tornò ad occuparsi solo nel 1640 con la tragicommedia Landgartha di Henry Burnell, messa in scena a Dublino nel 1640. Fu la prima opera teatrale di un drammaturgo irlandese ad essere prodotta in un teatro d’Irlanda. L’anno dopo diventò anche un libro che parlando di un passato mitico, scandagliava i rapporti complessi che legavano l’isola con la Scozia e l’Inghilterra.

Il poeta inglese Thomas Percy , ispiratore di sir Walter Scott, nel 1765 tradusse per la prima volta dal norreno all’inglese il Krákumál, il canto di morte di Ragnarr nella cupa fossa dei serpenti.

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Il manifesto del film The Vikings del 1958

Quasi cinquanta anni dopo, nel 1810, quando la Germania era sotto il “tallone di ferro” di Napoleone Bonaparte, il poeta Friedrich de la Motte Fouqué pubblicò la terza parte della sua trilogia L’eroe del Nord e la titolò Aslaug. Nel racconto della leggenda dei Nibelunghi e di Sigfrido, l’uccisore del drago Fáfnir, spuntava ancora il danese Lodbrok.

Ragnarr è un pirata e un esploratore anche in Sea-Kings, I re del mare, un romanzo di Edwin Atherstone (1788-1872). Per poi diventare il corteggiatore romantico di Kràka nel poema The Fostering of Aslaug di William Morris (1870).

Il mondo culturale dei razziatori danesi con Lodbrok sullo sfondo emerge con forza anche in The Sword of Ganelon, romanzo storico di Richard Parker (1957).

Nel film The Vikings (1958) un grande successo di Richard Fleischer, il volto di Ragnarr è quello dell’attore Ernest Borgnine. Il regista si ispirò a un romanzo, The Viking, pubblicato qualche anno prima (1951) dallo scrittore americano Edison Marshall. Nella versione originale la voce narrante è quella del grande Orson Welles e i disegni animati che aprono e chiudono la pellicola sono ispirati all’Arazzo di Bayeux.
Kirk Douglas, pur essendo più vecchio di Borgnine, interpreta il ruolo di uno dei figli dell’eroe. L’altro è uno scatenato Tony Curtis. Janet Leigh, per esigenze di copione, diventa la principessa Morgana, affascinante intrusa hollywoodiana nelle tradizionali storie vichinghe. Come se non bastasse, Fleischer cambia anche il destino di Ragnarr, non più avvelenato dai serpenti ma sbranato in una fossa che accoglie lupi affamati.

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Tre protagonisti di Vikings. A sinistra Rollo, interpretato dall’attore britannico Clive James Standen

Tom Shippey, uno dei maggiori studiosi dell’opera di Tolkien, collaborò con lo pseudonimo di John Holm alla stesura della parte iniziale della trilogia ucronica Il martello e la croce (The Hammer and the Cross) ambientata nel IX secolo e pubblicata dallo scrittore americano di fantascienza Harry Harrison tra il 1993 e il 1996. La morte di Lodbrok, nudo tra i rettili, dà il via a una storia romanzata e ricca di colpi di scena. Gli stessi che popolano i tanti videogiochi con i vichinghi sullo sfondo.

Ma le avventurose vicende del pirata e esploratore danese fanno ormai parte dell’immaginario collettivo soprattutto grazie al magnetico Travis Fimmel, l’attore australiano protagonista della serie televisiva Vikings, ideata e scritta da Michael Hirst.
Un affresco sull’epopea dei “signori della guerra” del grande nord nel quale i personaggi storici parlano con quelli immaginari.
Quasi un sogno: tra faide, assedi, battaglie e cavalcate, scorrono le immagini di marinai e contadini, re e valchirie, viandanti e assassini, guerrieri e indovini. La realtà e la finzione si mescolano.

Come nella leggenda, senza tempo, di Ragnarr Lodbrok.

Federico Fioravanti

FONTI ANTICHE:
Gesta Danorum, libro IX, di Saxo Grammaticus (XII secolo).
Krákumál, il canto della morte di Ragnarr, anonimo scozzese del XIII secolo.
Ragnarsdrapa, frammenti di poema scaldico del XIII secolo, attribuiti a Bragi Boddason.
Saga di Ragnarr, continuazione della Saga dei Völsungar, anonimo del XIII secolo (traduttore M.Meli) – Iperborea, 2003.
Saga dei figli Ragnarr, anonimo del XIII secolo.

DA LEGGERE:
AA.VV. Antiche saghe nordiche – Mondadori, 1997.
Giorgio Dolfini Snorri Sturloson, Edda – Adelphi, 1975.
Rudolf Portner L’Epopea dei Vichinghi – Garzanti, 1981.
Gianna Chiesa Isnardi I miti nordici – Longanesi, 1991.
Frédéric Durand I Vichinghi – Xenia, 1995.
Johannes Bronsted I Vichinghi – Einaudi, 2001.
Donald F. Logan Storia dei Vichinghi. Viaggi, guerre e cultura dei marinai dei ghiacci – Odoya, 2009.
Jesse Byock La stirpe di Odino. La civiltà vichinga in Islanda – Mondadori, 2012.
Katherine Holman La conquista del nord. I Vichinghi nell’arcipelago britannico – Odoya, 2014.
Bernard Marillier Vichinghi. Storia, civiltà, spiritualità degli Uomini del Nord – Edizioni L’Età dell’Acquario, 2017.
Régis Boyer La vita quotidiana dei Vichinghi (800-1050) – Rizzoli, 2017.

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