La favola dello Ius primae noctis

Particolare della Fontana della giovinezza, affrescata nel Castello di Manta (Cuneo) da Giacomo Jaquerio e allievi (1375-1453)

È il sogno proibito del laido padrone, il modello più ambito di ogni ricco racchio predatore seriale: da don Rodrigo a Weinstein passando per il Caimano e il proprietario della filanda.

“Una straordinaria fantasia – secondo Alessandro Barbero – a cui hanno creduto così tanto che c’era quasi il rischio che qualcuno volesse metterlo in pratica davvero”.

È lo Ius primae noctis, ovvero l’imposta indecente: il più celebre e il più fasullo simbolo del feudalesimo e uno dei luoghi comuni più noti del Medioevo che, al pari di “colleghi” come il terrapiattismo, la caccia alle streghe, la cintura di castità e il terrore dell’anno mille, è totalmente falso, frutto di quell’immagine creata dal Rinascimento dell’Età di Mezzo come epoca buia per antonomasia, dominata da superstizioni e barbarie.

Il “diritto della prima notte”, secondo la leggenda, concedeva al feudatario il privilegio di deflorare le proprie serve della gleba, riservandogli la possibilità di passare con la sposa novella la prima notte di nozze al posto del legittimo consorte.

Ebbene no: tutto falso. Il diritto alla prima notte non è mai stato concesso a nessun sovrano, né tanto meno ad alcun signorotto, nemmeno nell’epoca o nella regione più barbara del mondo.

Questo non toglie certo che stupri di serve o contadine fossero all’ordine del giorno nel Medioevo, come – d’altra parte – lo sono stati in ogni epoca e lo sono ancora oggi, in tutti i contesti in cui sopravvivono situazioni di sudditanza, sociale o psicologica che sia.

Se c’è però qualcosa che ha sempre arginato il fenomeno, in realtà, è proprio il matrimonio; che, lungi dall’essere la cornice in cui l’abuso viene formalizzato, rappresentava – e rappresenta tutt’ora nelle società arretrate – l’unica garanzia di protezione per una ragazza.
Ancora oggi in India, ad esempio, la donna sposata è intoccabile, mentre la ragazza nubile è di fatto a disposizione dello stupratore che, peraltro, una volta consumato l’atto è costretta a sposare, se vuole evitare lo scandalo e mantenere l’onore.

Le droit du Seigneur ( Vasilij Dmitrievič Polenov, 1874)

D’altra parte se lo Ius primae noctis fosse davvero esistito, don Rodrigo – nei Promessi sposi – avrebbe cercato di forzare il matrimonio tra Renzo e Lucia per poter finalmente abusare di lei, anziché adoperarsi tanto per impedirlo.
La leggenda, quindi, potrebbe essere stata alimentata forse anche dalla frustrazione dei tanti Rodrigo che, nel corso dei secoli, con il matrimonio delle loro suddite vedevano sfumare un sogno erotico e un certo delirio di onnipotenza, favoleggiando – e forse in qualche caso rivendicando – un antico diritto in realtà mai goduto da alcuno.

La verità è che se gli storici sono concordi nel sostenere che lo Ius primae noctis non sia mai esistito, non lo sono altrettanto nel ricostruire l’origine della leggenda.

La teoria più accreditata vede il mitico privilegio affondare le radici nelle tasse sul matrimonio che venivano effettivamente pagate dai servi della gleba ai propri signori.
Secondo Régine Pernoud l’uso di reclamare un’indennità pecuniaria del servo che, sposandosi, lasciava il proprio feudo per trasferirsi in un altro, si afferma nel corso del decimo secolo. Nel Cinquecento, però, alcuni giuristi, studiando questa tassa riservata a persone di condizione non libera, hanno ipotizzato che tale forma evoluta di pagamento costituisse l’esito della progressiva civilizzazione di un’usanza ben più barbara e tremenda; usanza che, tuttavia, non è mai stata documentata.

Nello stesso periodo il filosofo scozzese Hector Boece riporta il decreto di re Evenio III secondo cui “il signore delle terre può disporre della verginità di tutte le ragazze che le abitano”. Secondo la tradizione era stata santa Margherita di Scozia a far rimpiazzare lo Ius prime noctis con una tassa sul matrimonio. Peccato, però, che Evenio sia un re leggendario, e il suo decreto un mito.

La Mugnaia del carnevale di Ivrea: secondo la leggenda, avrebbe approfittato dello Ius primae noctis per uccidere il barone che opprimeva la città

Alcuni antropologi sostengono poi che il diritto della prima notte possa essere considerato la degenerazione di un rituale arcaico effettivamente esistente in molte società, dove la verginità femminile era considerata un tabù talmente forte da poter essere rimosso solo da uno sciamano, un re o un personaggio particolarmente potente; qualsiasi altro uomo, infatti, sarebbe rimasto ucciso dall’energia scaturita dalla donna durante il primo rapporto. Rituali prematrimoniali di deflorazioni di vergini esistono in effetti nell’antica Mesopotamia e nella Libia del VI secolo a.C., ma anche nel Tibet medievale.
“La gente di queste parti – scrive Marco Polo nel Milione – non è avvezza a sposare le ragazze fino a quando queste sono ancora vergini, ma al contrario desiderano che abbiano avuto affari con molti di sesso opposto”.

A differenza del diritto della prima notte europeo, però, queste forme di deflorazione non sono privilegi di un tiranno imposti ai servi, ma – al contrario – rituali collettivi che vedono donne e mariti perfettamente consenzienti.

Il presunto Ius primae noctis resta quindi senza precedenti e senza attestazioni: nonostante questo continua a nutrire per secoli non solo la leggenda ma persino festività cittadine ricollegate a mitiche ribellioni contro signori locali che avevano tentato di imporre l’infame diritto. Tra questi si può ricordare il Carnevale di Ivrea, dove si celebra la bella mugnaia Violetta, che avrebbe approfittato proprio dello Ius primae noctis per uccidere il barone che opprimeva la città; ma anche a Sant’Agata di Puglia, Rocca Scalena in Abruzzo, Montalto Ligure, Cuneo e Nizza Monferrato si raccontano storie simili.

Se siamo però così certi che questo privilegio non è mai esistito, è perché la società medievale è fondata sul diritto, e in particolare sul diritto romano, e non ci manca assolutamente il materiale che possa testimoniare le leggi che la regolavano. Abbiamo un’enormità di documenti riguardanti i doveri e le tasse che i contadini dovevano al loro signore: conosciamo i termini dei contratti stipulati e anche le varie rivolte intraprese contro i loro padroni, quando non ritenevano più giusto pagare per questo o quel diritto signorile. Tuttavia, non troviamo traccia alcuna di questo speciale diritto.

I giovani novellatori del Decameron in un dipinto di John William Waterhouse (1916)

D’altra parte lo Ius primae noctis non solo è assente dai documenti, ma anche dalla letteratura medievale, nella quale non mancano certo le novelle che parlano di sesso, basti pensare al Decameron che ha dato addirittura il nome ad un intero genere letterario e cinematografico: quello “boccaccesco”.
Nelle novelle a sfondo erotico si parla di tutto: del prete che ci prova con la parrocchiana, delle suore che ci provano con il servo del monastero, di amori contrastati e innamorati trucidati da un padre possessivo o da un marito geloso, o ancora dell’avventuriero di passaggio che viene ospitato dal contadino al quale insidia la figlia, e così via. Ma non c’è traccia di padroni che si avvalgono – o tentano di avvalersi – di un tale genere di diritto.

Di fatto se ne comincia a parlare solo alla fine del Quattrocento, proprio nelle cronache che raccontano le fondazioni delle città ad opera di gruppi di contadini che spesso abbandonavano il villaggio per fuggire dalle angherie dei loro signori.

Rebaccini di Cuneo, compilando la storia della sua città a più di trecento anni dalla fondazione, ricorda come erano duri e tristi i vecchi tempi prima dell’abbandono del villaggio ed elenca tutta una sfilza di gravi colpe di quei signori, come il non permettere di fare testamento, l’applicazione di svariate tasse, i dazi per l’attraversamento dei ponti, per macinare il grano, le taglie. E non solo: “…sottomettendo la ragion alla libidine e sensualità, defloravano le figlie de sudditi e parimenti le spose, persuadendo a sudditi che fosse loro antica ragione e privilegio lor concesso…”.

La sua prima apparizione ufficiale, dunque, lo Ius primae noctis la fa alla fine del Medioevo come leggendaria rivendicazione di un ancor più leggendario e antico privilegio. Che, tuttavia, appare un diritto all’abuso piuttosto generico, e non specificamente legato alla prima notte di nozze.

Siamo già in presenza, comunque, della delegittimazione del Medioevo da parte di uomini che si sentono già in pieno Rinascimento. Da quel momento, non a caso, lo Ius primae noctis torna sempre per contrapporre i tempi antichi selvaggi e tenebrosi al presente civile e radioso.

Anche nella trama del best seller I pilastri della Terra, di Ken Follett (1989) lo Ius primae noctis ha un ruolo

La cosa più curiosa è che il privilegio, così come lo conosciamo oggi, in realtà con il feudalesimo non c’entra proprio niente, visto che viene attribuito dai conquistatori delle Americhe agli indigeni: l’ammiraglio Cortes nella relazione pubblicata da Lopez de Gomora all’interno della Storia Generale delle Indie Occidentali e delle Nuove Terre Scoperte accusa i nativi dell’isola di Cuba di concedere il diritto da parte del capo tribù locale, di giacere la prima notte di nozze con la donna che si sposa; e ne parla così scandalizzato da considerare, con ogni evidenza, che un atto del genere in patria non sia nemmeno pensabile.

Eppure le ripetute smentite degli storici, come nel caso delle altre radicatissime bufale sul Medioevo, non hanno impedito che dello Ius primae noctis si continui a parlare tanto nella narrativa quanto nel teatro e nel cinema: dalla commedia Le droit du seigneru or Lécueil du sage di Voltaire, scritta nel 1762, a Il matrimonio di Figaro di Beaumarchais del 1778 – da cui Mozart ha tratto la sua opera – alla commedia boccacesca Jus primae noctis con Lando Buzzanca firmato Pasquale Festa Campanile e Neri Parenti nel 1972 fino al kolossal premio Oscar Braveheart di Mel Gibson e al romanzo La cattedrale del mare dello spagnolo Ildefonso Falcones, passando per 1984 di George Orwell e Un americano alla corte di re Artù di Mark Twain del 1889.

Più che una tassa sessuale da pagare al proprio signore, allora, lo Ius primae noctis è diventata piuttosto la tassa in bufale da pagare alla propria ignoranza. E al grande successo.

Arnaldo Casali

Consigli di lettura
A. Barbero, Medioevo da non credere. Lo ius primae noctis, Festival della Mente, Sarzana, 31 agosto 2013.
A. Boureau, The Lord’s First Night: The Myth of the Droit de Cuissage, tradotto da Lydia G. Cochrane, University of Chicago Press, 1998.
R. Pernoud, Luce del Medioevo, Milano, Piero Gribaudi Editore, 2007.
G. Sergi, L’idea di Medioevo, Roma, Donzelli, 2005.
R.I. Moore, La prima rivoluzione europea: 970-1215, Roma-Bari, Laterza, 2001.
U. Eco, Scritti sul pensiero medievale, Milano, Bompiani, 2012.
I. Montanelli, L’Italia del Medioevo, Milano, Rizzoli, 2015.

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