La “continua battaglia” di Iacopone

Beato Jacopone da Todi, affresco di Paolo Uccello, già nel duomo di Prato

Beato Jacopone da Todi, affresco di Paolo Uccello, già nel duomo di Prato

Iacopo de’ Benedetti, di solito conosciuto con l’accrescitivo-dispregiativo “Iacopone”, che egli stesso usa all’inizio e alla fine della celebre lauda scritta in carcere, nacque a Todi da una famiglia in vista, in data imprecisata: fra il 1230 e il 1236.

Della sua vita “nel mondo” sappiamo poco. Dopo aver compiuto gli studi di Diritto (probabilmente all’università di Bologna), esercitò per qualche tempo la professione di procuratore legale. Nel 1267 sposò una donna di cui è noto solo il nome, da un documento del secolo XVII: Vanna di Bernardino di Guidone dei conti di Coldimezzo. Null’altro di preciso (e, per la verità, nemmeno d’impreciso: semplicemente nulla) si conosce sulla personalità di questa donna o sulla vita coniugale di Iacopone da Todi.

Un solo fatto è ben conosciuto, anche troppo: non molto tempo dopo le nozze, la moglie morì in circostanze tragiche. Su queste circostanze la fantasia degli agiografi, soprattutto nei secoli passati, ha lavorato molto e non disinteressatamente.

Nel corso di una festa, sembra, forse in una delle case dei Coldimezzo, il crollo di un pavimento travolse gli invitati, e tra loro la giovane moglie di Iacopo de’ Benedetti, che vi restò uccisa. Questo è da considerarsi vero, ma il dato che segue – e che è il più divulgato – potrebbe anche essere apocrifo, date le evidentissime valenze simbolico-agiografiche: si dice che Iacopone (non presente forse, comunque non coinvolto nel crollo), accorso a soccorrere la moglie moribonda, trovò che portava il cilicio sotto le vesti. L’improvvisa scoperta, che forse gettava una luce nuova su una donna che fino a quel momento aveva dato l’impressione di condurre una vita normale sotto ogni aspetto, e comunque l’evento traumatico di quella morte, mutarono radicalmente la vita di Iacopo de’ Benedetti.

Era l’anno 1268. Distaccatosi all’improvviso e in modo totale da tutto ciò che aveva costituito la sua vita fino ad allora, cominciò a condurre vita di penitente o “bizzocone”, come si diceva allora e come dice egli stesso sempre nella lauda scritta in carcere. Condusse vita penitente per una decina d’anni.

Si è diffusa la tradizione, forse esagerata, di certi suoi gesti bizzarri, di voluta e ostentata pazzia; di una ricerca di disprezzo e di scherno che presenta tratti quasi patologici.

Quegli anni erano l’età d’oro della prima fioritura delle laude (che si erano diffuse proprio a partire dall’Umbria, dopo il moto dei Flagellanti iniziato nel 1260); sembra che Iacopone cominciasse a scrivere laude già in questa fase.

Nel 1278 chiese di entrare nell’ordine francescano. La sua richiesta di ammissione suscitò inizialmente difficoltà, perché aveva fama di persona strana e incomposta, e i frati “lo provarono per diverse vie, dubitando che non fosse qualche fanatico” (così dice una Vita quattrocentesca). Ma Iacopone superò le prove, e alla fine fu accettato. Sempre determinato a non ricercare nessuna forma di onore personale, non volle essere ordinato sacerdote e restò frate laico.

Negli anni seguenti placò i suoi furori penitenziali con una disciplina regolare e un’ascesi ferventissima sempre, ma più ordinata; si dedicò anche allo studio della teologia, in particolare di quella di san Bonaventura, di cui si avverte chiaramente l’influsso in molte laude. Continuò infatti a scriverne, in certi casi con finalità edificanti, pedagogiche (formazione dei novizi) e anche politiche; in altri casi – si direbbe – solo per sé, come sfogo del cuore.

Ma proprio in questi anni si manifesta in modo più chiaro la sua indole ardente e aliena da compromessi. Già da decenni si era determinata in seno all’ordine francescano una grave scissione sul problema della povertà: ai Conventuali, che accettavano di buon grado le mitigazioni concesse dai papi alle Regola francescana (sostenendo che non il singolo frate, ma la comunità religiosa, il convento, aveva il diritto di possedere dei beni), si opponevano gli Spirituali, sostenitori invece della povertà assoluta e dell’originaria radicalità della Regola non bollata. Non ci sorprende che Iacopone, per il suo temperamento risoluto e intransigente, si trovasse schierato con questi ultimi. Anzi, solidale con gli Spirituali estremisti delle Marche, si mostrò sempre irriducibile oppositore di tutta la linea politica della curia romana.

Una pagina della Laude di Iacopone conservata alla Biblioteca Nazionale di Roma

Una pagina della Laude di Iacopone conservata alla Biblioteca Nazionale di Roma

Nel 1294, l’elezione papale di Celestino V (Pietro del Morrone, un eremita quasi ottantenne, in fama di santità e inesperto del mondo) sorprese tutto il mondo cristiano e suscitò grandi speranze fra gli Spirituali. Iacopone però, assai più lucido e razionale di quanto la sua divulgata leggenda farebbe credere, pur stimando Pietro del Morrone nutriva forti dubbi sulle sue doti di papa; così mantenne una posizione molto cauta – se non proprio scettica -, evidente nell’epistola in versi che scrisse al neoeletto pontefice.

Questa lettera, sempre in forma di lauda (Che farai, Pier da Morrone? Se’ venuto al paragone), ci sembra più di condoglianze che di congratulazioni. Iacopone non approva che l’eremita della Maiella abbia accettato il pontificato, e con ciò in un certo senso tradito la sua scelta, e non lo nasconde:

… Grann’eo n’abi en te cordoglio, co t’escìo da bocca “Voglio”;…

tuttavia, con severo ardimento, lo ammonisce a mostrarsi adesso all’altezza della sua fama e coerente con gli ideali che hanno ispirato la sua esistenza.

Il nuovo papa riconobbe ufficialmente gli Spirituali delle Marche con cui Iacopone simpatizzava, accordò loro una certa autonomia rispetto all’ordine francescano ed essi assunsero il nome di Pauperes Heremitae Domini Celestini.

Dopo pochi mesi di pontificato, però, Celestino V dagli intrighi della curia romana fu spinto o costretto a dimettersi; il suo successore Bonifacio VIII si affrettò a sciogliere i Pauperes Heremitae e colpì in vario modo, a più riprese, tutti i sostenitori di Celestino.

Statua di Iacopone da Todi

Statua di Iacopone da Todi

Iacopone conosceva bene Bonifacio VIII, già cardinale Benedetto Caetani, e vedeva in lui quasi la personificazione di tutto ciò che aborriva. Attaccò il nuovo papa con la violenta requisitoria di un’altra lauda, O papa Bonifazio, molt’ài iocato al monno (il testo che possediamo fu rimaneggiato in seguito, dopo la morte del papa, con interpolazioni che alludono all’episodio di Anagni), e fu poi tra i sottoscrittori del manifesto di Longhezza: una specie di “lettera aperta” con cui i cardinali Iacopo e Pietro Colonna impugnavano la legittimità stessa dell’elezione papale di Bonifacio VIII dicendola frutto di simonia, lo dichiaravano decaduto e si appellavano a un concilio contro di lui. Tra le varie firme in calce al documento ci sono anche quelle di tre francescani e pareva che uno dei tre fosse Iacobus de Tuderte. Anche se ricerche storiche degli ultimi tempi hanno messo in discussione questo dato, l’opposizione del Nostro a Bonifacio è indiscutibile.

La risposta del papa fu di estrema durezza, com’era prevedibile: con la bolla Lapis abscissus scomunicò i Colonna, e strinse d’assedio la loro roccaforte di Palestrina. Fu una vera e propria guerra, anzi una crociata, che ebbe a capo il cardinale Matteo d’Acquasparta. Iacopone si trovava nella rocca di Palestrina, ovviamente, tra i nemici del papa; e il 27 novembre 1297 la scomunica fu estesa a tutti quelli che stavano nella rocca assediata.

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Il monumento funebre al Beato Jacopone, a Todi

Palestrina resistette per un anno e mezzo; poi cadde, a quanto si dice (è anche la convinzione di Dante, espressa nel canto XXVII dell’Inferno, episodio di Guido da Montefeltro), a causa di un basso stratagemma. La vendetta di Bonifacio fu spietata, almeno nei confronti di coloro che non erano riusciti a mettersi in salvo fuggendo in Francia come Iacopo e Pietro Colonna.
Espulso dall’ordine francescano, dichiarato excommunicatus vitandus e condannato al carcere perpetuo, Iacopone fu imprigionato nei sotterranei di un convento di Francescani, ovviamente non Spirituali: è probabile, anche se non certo, che si trattasse del convento di San Fortunato a Todi.

Abituato da trent’anni a sofferenze e privazioni di ogni sorta, sulle prime accettò la prigionia con una specie di acre e soddisfatta baldanza, che si riflette nella lauda scritta in carcere nei primi tempi (Che farai, fra Iacopone? Se’ venuto al paragone): l’affrontò più come una prova che come un castigo, sembrandogli quasi di essere tornato ai primi tempi della sua vita di penitente.

Ma con il passare dei mesi, in un’assoluta solitudine, pur continuando ad accettare di buon grado i disagi materiali, cominciò a crollare nello spirito. In preda al timore di morire in stato di scomunica e di essere dannato, diresse al papa due epistole in versi, a distanza di tempo l’una dall’altra: mentre suona ancora dura e fiera la prima (O papa Bonifazio, eo porto el tuo prefazio), è molto più umile e dimessa la seconda (Lo pastor per mio peccato). In esse comunque chiedeva solo di venire assolto dalla scomunica, dispostissimo per il resto a subire il carcere e tutte le pene temporali; ma non ottenne alcun risultato. Era l’anno 1300, era in corso il primo grande Giubileo; “en tanta perdonazione”, per volere di Bonifacio VIII, i Colonna e quelli che si erano messi dalla loro parte furono esclusi da ogni indulgenza.

Solo dopo la morte di Bonifacio VIII, sul finire del 1303, il suo successore Benedetto XI revocò la scomunica e fece liberare dal carcere il vecchio Spirituale; egli si ritirò (o lo fecero ritirare, non sappiamo) presso il monastero di clarisse di San Lorenzo in Collazzone, fra Todi e Perugia, ospite di una piccola comunità di frati minori addetti alla cura spirituale del monastero stesso. Qui morì tre anni più tardi, la notte di Natale del 1306.

Tomba di Jacopone nella chiesa di San Fortunato a Todi

La tomba di Jacopone nella chiesa di San Fortunato, a Todi

Dopo una lunga vita che si potrebbe chiamare, con le parole di una sua lauda, “continua battaglia”, gli anni del suo tramonto erano stati quasi sereni, comunque remoti da ogni conflitto: un tempo di stanchezza e di rinuncia, ma forse anche di raggiunta pace.

Iacopone ha ricevuto un certo culto locale; qualche fonte lo chiama “beato”. Di fatto però non risultava proponibile alla venerazione dei fedeli, in parte per le ombre e gli squilibri della sua esistenza e la singolarità del suo temperamento, ma soprattutto per la sua ribellione contro il papa e perché era rimasto sei anni in stato di scomunica.

La sua tomba si trova a Todi nella cripta di San Fortunato, il severo tempio che egli conobbe in costruzione e la cui facciata è rimasta incompiuta attraverso i secoli.

Chi visita la tomba può osservare che la lapide – risalente al secolo XVI, risistemata verso il 1930 – porta una data di morte sbagliata: la morte di Iacopone avviene nel 1306, quell’iscrizione dice 1296. L’errore è certamente intenzionale. Non sembra arrischiato, pensando al clima di pensiero che caratterizzava la Chiesa negli anni della Controriforma e un po’ anche all’inizio del Novecento, supporre che chi ha avuto l’idea di sbagliare quella data lo abbia fatto pensando di giovare in tal modo a Iacopone; o comunque di “ripulire” la sua memoria, o magari di evitare qualche imbarazzo a chi custodiva la sua sepoltura in un luogo così santo; facendolo morire dieci anni prima di quando effettivamente morì, si sottrae alla sua esistenza proprio il tempo più imbarazzante e scomodo, quello della ribellione e della guerra al papa, della scomunica e della prigionia: si fa come se quegli anni non fossero mai stati.

Lilia Sebastiani
(estratto dal libro Il terzo cielo di Lilia Sebastiani)

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