La contessa Matilde vestita di mitologie

Diciamolo subito: Matilde è sempre stata sotto il segno del mito. A cominciare dal mito fondatore, quello di Donizone, che difficilmente avrebbe potuto esprimersi in modo diverso ma avrebbe potuto scegliere diverse modalità espressive, fino alla odierna fiorente industria turistica. Ma il mito è multiplo per sua natura.

Il monumento funebre Onore e gloria d’Italia dedicato a Matilde di Canossa da Gianlorenzo Bernini (1633-34, Basilica di San Pietro, Città del Vaticano)

Nel secolo XVII Matilde fu l’emblema perfetto della Controriforma trionfante e fiammeggiante, “donna illustre e guerriera di Dio”, l’eroina perfetta, la perfetta radice del trionfo della Chiesa Romana (1633, Castel Sant’Angelo; 1644, San Pietro: il Bernini); il Seicento è alla radice di molte cose…

Fanno parte delle mitologie le molte stupidaggini che si possono leggere nel web (es. Wikipedia: “Contessa, duchessa e marchesa […] in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e la Toscana”; Italia donna. Il portale delle donne: “una donna bella e decisa […] amata e venerata da tutti”; SuperEva, Delitti e Misteri: “Le lotte per il potere ignorano ancora le donne, che non sono mai state considerate un pericolo, ma la storia, fino a quel momento, evidentemente non ha fatto ancora i conti con Matilde di Canossa”), che sempre più si rivela un potenziale immenso sciocchezzaio neo–flaubertiano… eppure con esso gli storici si dovranno abituare a confrontarsi se non vogliono essere relegati a una marginalità eburnea ed immacolata quanto si vuole ma totalmente insignificante, abdicando così al loro ruolo sociale di artigiani del metodo e dei procedimenti critici.

A questo riguardo è d’uopo aggiungere una cosa, a mio avviso del tutto non secondaria: anche la ricerca umanistica è eminentemente sperimentale: se non si sottopongono a verifiche spassionate e regolari, nonostante le evidenze delle ricerche più recenti o il semplice buon senso, i modelli consolidati e evidentemente bisognosi di verifica e si continua ad affidarsi solo a questi ultimi, si finisce per fare soltanto erudizione nel senso peggiore della parola e così si viene meno al métier dello storico e dell’intellettuale; la trahison des clercs, per citare un titolo di una novantina d’anni fa (Julien Benda, 1927), è, è sempre stata, e sempre sarà imperdonabile: espressione quando non radice di molti mali anche estremi, luogo in cui la conoscenza e l’etica si fondono indissolubilmente e muoiono insieme.

Matilde l’europea Ovviamente non è il caso di ripercorrere tutti i momenti topici di questa figura storico–mitologica; mi limiterò a segnalare quelli a mio avviso più evidenti.

Non si può prescindere dalle tematiche messe a fuoco nel 1997 nel convegno e dedicato a Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito (Bologna, Pàtron, 1999), per esempio le istanze prosopografiche, o piuttosto genealogiche, del Cinque e Seicento, comprese quelle del marchese Dal Pozzo (1678): tutte piuttosto comuni in tutta l’Europa, se si pensa alle contemporanee genealogie dei papi o al fatto che l’aristocrazia del regno di Spagna risultò allora discendere per intero dai Visigoti…

Come scrisse il Leibnitz al Muratori il 30 gennaio 1714 “il y a tant de fables et d’absurdités qu’on ne s’y peut fier que dans les choses fort modernes”, e, come scrisse il Muratori al Leibnitz il 6 novembre 1715, il tema “è pieno di favole”.

Non è che oggi (il web insegna) le cose siano diverse nella sostanza… Ma bisognerà aggiungere che un mito non è davvero tale se non è capace di aggiornarsi: magari per piccoli elementi, quasi impercettibili ma che rendono il segno dei tempi.

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Facciamo un salto in avanti. Ad esempio: l’insistenza sul carattere “europeo” di Matilde di Canossa. Ma ci si è mai chiesti che senso ha questa espressione per i secoli XI e XII? e non solo perché novecento anni fa non si aveva idea di che cosa fosse «Europa» e di qualunque cosa si trattasse era comunque a geometria variabile (per esempio le aree del Nord vengono inserite in Europa solo negli anni ’30 del XII secolo e solo da Guglielmo di Malmesbury, che appartenendo all’ambiente anglonormanno forniva così di radici «europee» i signori dell’Inghilterra).

Matilde «europea» perché apparteneva alla famiglia di Lorena e frequentava l’Impero e i grandi del suo tempo, ad esempio l’abate di Cluny Ponzio che (ora lo sappiamo) era spagnolo?

Ma allora tutti i grandi del suo tempo erano europei, visto che appartenevano alla medesima ristrettissima fascia di signori fra loro legati da relazioni familiari, politiche ed economiche; tanto per non allontanarci troppo dal caso di Ponzio, era imparentato per vie più o meno indirette con i conti di Tolosa, i franco–normanni, l’imperatore; con gli Aleramici e la casa di Navarra erano imparentati i Normanni di Sicilia, ma Margherita di Navarra, moglie di Guglielmo I, era imparentata con i conti di Mortagne e del Perche, franco–normanni; con l’imperatore Enrico V e poi con gli Anjou si imparentarono gli anglo–normanni di Enrico I Beauclerc…

L’insistenza sulla dimensione «europea» di Matilde non parlerà più del nostro tempo che del suo? Dico del tempo dell’Unione Europea e della moneta unica? Ma questo può aprire la strada ad un’altra domanda: chi ci dice che l’insieme stesso del mito di Matilde, così come lo conosciamo, non appartenga piuttosto agli ultimi duecento anni?

Dall’alto in basso: il Castello di Bianello (Quattro Castella, Reggio Emilia), una delle residenze di Matilde di Canossa; la stanza di Matilde nel castello; particolare del dipinto ottocentesco “La donna con il melograno” di Giuseppe Ugolini, conservato nella stanza di Matilde

Torniamo indietro, al Risorgimento: Francesco V d’Este, il castello di Bianello come centro delle sue esercitazioni militari, il famoso quadro commissionato a Giuseppe Ugolini che rappresentava Matilde, significativamente destinato al Palazzo Ducale: ed eravamo nel 1854, per così dire a metà strada tra i moti e la I guerra d’indipendenza del 1848 e la guerra del 1859 e l’immediata scomparsa del Ducato e del passato (plebiscito dell’11 e 12 marzo 1860, ratificato e pubblicato il 15 marzo 1860); realizzato fra il 1854 e il 1859, il dipinto fu venduto dall’ormai ex duca e finì a Bianello, che era stato acquistato da un privato, dove venne appiccicato al muro, su un support di tela, nel 1873.

Siamo già nel Regno d’Italia. Ed ecco i decenni antiprefettizi, delle Guarentigie, cattolici. Tanto per citare in ordine sparso, il raduno a Canossa dei Circoli Universitari Cattolici di Parma, Modena, Bologna e dei Fasci Democratici Cristiani nel 1902; il contributo di mons. Leone Tondelli L’eroismo di Matilde, che “sottolineava la fermezza e la costanza della Contessa nel difendere gli ideali e la persona di San Gregorio” (1915); l’associazione femminile cattolica reggiana delle Matildine, 1918, che ebbe un proprio stemma distintivo (dipinto su drappo candido nel 1934): “tre spighe di frumento […] il trinomio che era anche il programma delle giovani cattoliche: Eucarestia, Apostolato, Eroismo“; “Matelda. Rivista per Signorine” (1911–1938) che si batteva contro il divorzio e contro la città della modernità e ovviamente del vizio, Parigi, e che inaugurò le sue pubblicazioni dichiarando:

Matelda è colei che raggiunge la perfezione fisica con la perfezione morale che altro non è se non l’ideale femminile»

(Il che è tanto più significativo e attesta il provincialismo, la marginalità e anche l’arretratezza culturale e politica di queste sedi se si pensa al contemporaneo, frenetico, attivismo delle organizzazioni femminili tra le due sponde dell’Atlantico, sfociato in un’udienza concessa da Benedetto XV a Rosa Genoni e Anita Dobelli Zampetti e culminato nel 1923 in un congresso tenuto proprio a Roma.)

Fermiamoci di nuovo un momento. Chi ci dice, cioè, che anche nel suo caso, come forse in generale per tutto il Medioevo così come lo conosciamo noi, non sia stato il passato prossimo e a volte molto prossimo a fondare il passato remoto?

Perché non si può non dire della celebrazione del primo millenario (tarda estate 1950), preparato fattivamente da mons. Socche, vescovo di Reggio Emilia (autore di un volumetto apparso nel gennaio di quell’anno in cui, in nome dell’impegno contro il “cataclisma sociale”, istituiva un parallelo fra gli “ardui cimenti che avevano impegnato Matilde e Gregorio VII contro l’oppressione imperiale e la sua propria lotta intrepida di vescovo contro il materialismo ateo e violento del tempo”), e inaugurato dall’onorevole Gonella, ministro democristiano della Pubblica Istruzione, e punto d’inizio delle attuali celebrazioni. Che, peraltro, nel 1977, in piena età di “compromesso storico” (oltreché di terrorismo interno), e in perfetta temperie di Peppone e don Camillo, secondo l’esperienza originale della coabitazione e collaborazione politica in Emilia–Romagna, sfociarono in un grande e fondamentale convegno di studi fortemente voluto dal senatore Carri, sotto l’egida del Pci, “nuovo Principe” secondo l’insegnamento critico gramsciano.

Pontida antibolscevica Il passato è sempre stato usato con moltissima disinvoltura, basti pensare al fatto che durante il fascismo Pontida era inteso come giuramento antibolscevico (proprio così) e che la battaglia di Legnano, con il suo corredo mitico di Alberto da Giussano, si era prestata molteplicemente in chiave giobertiana (l’arringa alle truppe pontificie di Massimo d’Azeglio nel 1848) o laica e nazionalista con l’elisione di qualunque accenno al ruolo papale.

Per non parlare della Reconquista spagnola e dell’idea stessa di Crociata. E anche Matilde era diventata l’eroina del neoguelfismo così come, dall’altro lato, la nemica esemplare della Nazione tedesca e delle sue sorti progressive e magnifiche. Ma allora stiamo parlando di Matilde di Canossa o piuttosto dell’eroina della Controriforma trasformata in eroina della Guerra Fredda?

Di Matilde di Canossa o, come ha acutamente segnalato Paolo Golinelli nel 2008 non senza arguzia, di una delle eroine delle donne in armi degli USA (sorvolando con allegra disinvoltura sulle caratteristiche socioeconomiche del reclutamento nelle forze armate statunitensi…) arruolate nella guerra contro l’Asse del Male in una galleria che spazia dalle Amazzoni a Golda Meir?

Di Matilde di Canossa, o dell’eroina da gender studies? E chi ci dice che il mito costituito attraverso questo tipo di passaggi non abbia potuto radicarsi per la persistenza nel lunghissimo periodo di usi e costumi agrari in contiguità leggendaria (e inverificabile) proprio con Matilde?

Un mito dentro l’altro Torniamo alla fondazione del mito o piuttosto racconto mitologico. La affronteremo là dove forse non se lo aspetta, dove il mito ha la forma consapevole della barzelletta. Eppure forse dà accesso a molte più cose di quanto si possa pensare a prima vista. Del mito fa parte un altro mito. Questo si, antico e quasi contemporaneo alla contessa (fermiamoci un istante per una domanda ingenua: “contessa” di che cosa? perché è chiamata contessa di qua dall’Appennino e marchesa di là dal crinale?). Un mito che finisce per incrociarsi con un altro, quello fondativo.

Cosma di Praga, le nozze con Guelfo V di Baviera “il Pingue”. Siamo nel 1089, Matilde ha 43 anni. Guelfo IV di Baviera, padre del giovane sposo, era stato elettore di Rodolfo di Svevia, l’anti–re che aveva deluso i suoi morendo in battaglia nel 1080. E’ un’alleanza esplicitamente antienriciana che riporta Matilde nella dimensione sua propria di principe dell’impero, quella che le compete nonostante la condanna per fellonia di qualche anno prima. Questo il contesto. Ma veniamo al racconto.

Cosma di Praga (1045-1125) [immagine dal Lipský rukopis, uno dei manoscritti delle Cronache di Cosma]

Matrimonio non consumato Cosma, decano del duomo di Praga, perfezionatosi a Liegi tra il 1074 e il 1082 sotto la guida, fra gli altri, del famoso Franco scholasticus, e morto il 21 ottobre 1125, fa una iperbolica rappresentazione di Matilde: signora potentissima, dopo la morte del padre “prese le redini di tutto il regno di Lombardia e di quello di Borgogna insieme, avendo il potere di scegliere, intronizzare o eliminare 170 vescovi”; domina l’ordine senatorio e lo stesso Gregorio VII, ha un’attitudine virile, tanto che è lei a prendere l’inziativa, lei stessa tempesta di lettere Guelfo con la proposta di matrimonio:

acciocché senza erede la altezza regale non venisse a mancare insieme alla prole

gli promette

tot città, tot castelli, tot palazzi incliti, quantità infinite d’oro e d’argento

Il ragazzo alla fine si fa convincere.

Il clímax cresce gradatamente fino a culminare nelle nozze. Festeggiamenti all’altezza di tanta principessa, poi la prima notte.

Disastro. “Il duca Guelfo senza Venere, e Matilde vergine”. Diavolo… Guelfo ha 17 o 18 anni, dev’essere farcito di testosterone, come è possibile che l’impresa non gli riesca? Si arrabbia, si ribella: vuoi che tutti mi ridano in faccia?

Di certo per ordine tuo o per opera delle tue serve c’è qualche maleficio o nelle tue vesti o nel tuo letto. Credi a me, se io fossi di natura fredda non sarei mai venuto alla tua volontà!

Ma alla seconda notte le cose non cambiano. La terza notte Matilde congeda i servi, ora sono soli nel cubiculo; prende la tavola della mensa e la mette sui sostegni, si spoglia nuda nata (sicut ab utero matris); non ci sono vesti, non c’è materasso, non ci sono coltri, non c’è nulla, non può esserci maleficio!

Ma lui le resta di fronte

come un asinello di mal’animo, o un macellaio che affilando la lunga spada sta nel macello sopra una pingue vacca scuoiata che vuole sventrare. Dopo che a lungo la donna sedette sulla tavola facendo come l’oca quando si fa il nido e rivolta la coda di qua e di là, ma invano, alla fine la femmina nuda si levò indignata e afferrò con la mano sinistra l’escrescenza dell’impotente e sputandosi sul palmo della destra gli diede un ceffone e lo sbatté fuori.

Bisogna ammetterlo: Cosma di Praga non lascia nulla all’immaginazione. Scrive il copione, anzi il trattamento, di una farsa e dirige la coreografia. Non è necessario avere esperienza diretta di vita di campagna e del mestiere di macellaio: basta pensare ai gesti, basterà pensare a qualche cartone animato di Walt Disney per quanto riguarda l’oca e alla correggia di cuoio per affilare i coltelli (o anche i rasoi dei barbieri), e tutto sarà chiarissimo.

Guelfo affila una spada, cioè si adopera in solitudine per eccitarsi, Matilde si dimena, cioè si esibisce in una specie di lap dance per scuoterlo a fare il suo dovere maritale, il clímax culmina con la donna offesa o delusa, comunque inviperita, che afferra il giovine per la parte che inutilmente sporge, e si sputa nella mano perché il ceffone sia più intenso…

Matilde non si comporta davvero come una lady, ma non se ne potrebbe fargliene una colpa visto che questo comportamento risale al XIX secolo inglese — basterebbe rileggere i memoriali del secolo di Luigi XIV per ricordarselo… o le satire di Jonathan Swift (Oh! Celia, Celia, Celia shits! — per non dire dei casi di Strephon e Chloe, che soffrono allegramente di meteorismo). E comunque non va dimenticato che nel secolo XI il sesso era trattato con pochi infingimenti anche là dove noi troveremmo la cosa estremamente non appropriata, per esempio la vita di un santo: Pier Damiani non racconta che gli eremiti di Sitria avevano accusato san Romualdo di rapporti sodomitici con un suo giovane discepolo e commenta: aveva cent’anni, se anche avesse voluto gliel’avrebbero impedito il sangue freddo e il corpo inaridito?

E nella letteratura di discussione e polemica il sesso era un tema chiamato in causa con una discreta frequenza… E qui sta il problema. E ancora una volta il problema è nostro. Soltanto nostro. Nessuno ha mai notato il carattere volutamente farsesco e fiabesco (favoloso) del testo, tutti presi come si è stati dalla valutazione storicista.

Sposalizio di Guelfo V con Matilde di Canossa (miniatura, seconda metà del secolo XIV [Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana]

Potere senza privacy Nel 1978 Ernst Werner, eccellente studioso della DDR rigorosamente marxista, parlò di “legame innaturale” — innaturale perché? per la differenza d’età, forse, che giustificherebbe le défaillances del ragazzo? Ma se vogliamo restare sul piano dello storicismo–positivismo dobbiamo ricordare non soltanto i livelli di testosterone di ogni diciottenne, come già detto, ma anche il fatto la privacy non era ammessa nelle nozze regali (e non lo fu per molti secoli ancora) e dunque nessuno doveva verosimilmente farsi troppi complessi per il fatto di doversi accoppiare in pubblico; di più, la privacy era affidata, anche nei palazzi più grandi, ai tendaggi e ai tappeti più che ai muri, che certo riparavano dagli occhi ma non dalle orecchie.

Ed era comunque uno stato eccezionale, forse un privilegio solo degli anacoreti solitari, e anzi un dubbio privilegio, perché poteva essere intesa come una punizione e una penitenza. Sicché è difficile pensare che il ragazzo abbia avuto dei problemi per la promiscuità della situazione, o perché sua moglie era troppo matura per lui — anche perché prima sarà stato addestrato… Per questo Cosma fa inalberare il giovane: perché tutto è pubblico. Allora, cosa c’è di innaturale? Verrebbe da dire: cosa ne penserebbero le cougar women dei tempi nostri? Ed è pensabile che nell’austera, dignitosa e, per usare un efumismo, supercontrollata DDR questo non avvenisse?

E comunque Cosma (diversamente da quanto si può leggere, ancora una volta, in web) non fa neppure un accenno alla differenza d’età.

Giovanni Villani (Firenze, 1280-1348) – qui nella statua commemorativa della città di Firenze, Loggia del Mercato Nuovo – autore della Nuova Cronica [si può consultare l‘Archivio del Volto Santo di Lucca per l’edizione integrale digitale dell’opera]

L’onda lunga di Villani Come non lo fece Giovanni Villani: già, la sua opera (o forse solo quel passaggio della sua opera) ebbe un’eco lunga, almeno fino al Trecento fiorentino:

Guelfo non poteva conoscere la moglie carnalmente, né altra femmina per naturale frigidità o altro impedimento in perpetuo impedito; ma in pertanto volendo ricoprire la sua vergogna alla moglie diceva, che ciò li avveniva per malìe che fatte li erano per alcuni, che invidiavano i suoi felici advenimenti.

Ed ecco il tema dell’impotenza. Come si noterà, i temi crescono su se stessi e si avvitano su loro stessi: quel che Cosma forse insinuava, il Villani lo rese certezza. Più prudentemente Vito Fumagalli scrisse:

un grasso adolescente, segnato probabilmente dall’impotenza, certo dalla sterilità.

Il Pingue morì nel 1120, sulla cinquantina, senza essersi risposato e senza aver avuto eredi; magari non era nemmeno molto interessato alle donne — non sarebbe un caso isolato nel XII secolo.
Facendo galleggiare quella certezza su un mare di variopinte invenzioni, la prima delle quali è: La madre della contessa Mattelda è detto che fu figliuola d’uno che regnò in Costantinopoli imperadore, e l’ultima: sepulta è nella chiesa di Pisa

Per quanto Villani fosse

solito indicare con precisione la provenienza delle informazioni […] il problema delle fonti dei primi libri della Nuova Cronica non può dirsi completamente risolto.

In questo caso potrebbe dipendere da qualche compilazione precedente, e sarebbe di grande interesse riuscire a capire come proprio questa fonte possa essere giunta fino alla Firenze dei secoli XII–XIV.

Tanto più se si pensa al fatto che fino a lui di Matilde si erano in pratica perse le tracce: nessuna in Boccaccio, pochissime e generiche nel Petrarca — mentre è da lui che riprende le notizie Il Pecorone di ser Giovanni Fiorentino.

I deliri di Cosma Ma ritorniamo al testo di Cosma, evidentemente più fondativo di quanto si potesse pensare, e cerchiamo di capire qualcosa in più. Cosma è uomo organico al cosiddetto Reichskirchensystem.
Propone i suoi delirii senili e le sue facezie senili al prevosto di Melnik,e proprio perché dichiara di scrivere facezie (nugae) deve alternare e comporre generi diversi di narrazione per compiacere il lettore. Ovviamente non sarà tenero con i nemici degli imperatori.

Ma nelle sue contraddizioni e omissioni e latitanze si rivela come una fonte ricchissima, anzi il fatto che dichiari ducem Suevie il duca di Baviera protagonista di tanto magra figura attesta, per noi forse paradossalmente, il livello delle sue informazioni perché era noto che

i più importanti possedimenti della famiglia di Guelfo erano situati nella Svevia meridionale, incluso il castello di Ravensburg, principale sede della dinastia.
Qui si concentrò il potere di Guelfo IV negli anni in cui era stato privato del ducato di Baviera

(vale a dire nel 1077– 1096 quando la Baviera era stata amministrata direttamente dal re).

In filigrana Cosma rivela informazioni anche su Matilde: dopo la morte del padre, racconta, Matilde restò sola a governare, facendo vita da nubile.

Una litografia di Goffredo il Gobbo. Primo marito di Matilde di Canossa, non viene mai citato nei testi di Cosma da Praga e di Donizone

Sappiamo che le cose non erano andate così: ma Cosma opera una censura, oblitera tutto il lato lorenese della faccenda, fosse per lui non sapremmo dell’esistenza di Beatrice, di Goffredo il Barbuto, del primo marito di Matilde, Goffredo il Gobbo figlio del Barbuto. E in questo lo scopriamo sorprendentemente parallelo allo storico ufficiale della dinastia, Donizone, che dei due Goffredi non fa nessuna menzione. Verremo anche a lui. (Eppure forse Cosma suggerisce qualcosa, ma soltanto a chi sa già, quando la dichiara signora di Lombardia e di Borgogna… perché Borgogna?)

Comunque Matilde è (e resta suo malgrado) vergine, e la sua è una regalis celsitudo. Anche se il trattamento di Cosma innalza tutto all’iperbole e all’improvviso l’iperbole si sgonfia di botto, resta solo il ridicolo. E il ridicolo, come si sa, condannava (e dovrebbe condannare…) senza scampo.

Fine di un matrimonio Tanto per delimitare di nuovo il contesto ricordiamo che Matilde e Guelfo vissero e agirono insieme fino al 1095. Il matrimonio finì perché il padre di Guelfo V si riconciliò con Enrico IV e perché le aspettative di Guelfo V erano andate deluse. Matilde non cedette mai il controllo della sua signoria.

Matilde aveva un problema, proprio quello di cui parla Cosma di Praga: la successione o meglio la discendenza. Aveva avuto una figlia dal Gobbo, ma era morta subito. Ne riparlerò. Sapeva che il suo principato, il principato di suo padre e di suo nonno, e che poteva risalire solo fino a un bisnonno, o al più fino a un trisavolo di oscure origini, Sigefredo, sarebbe finito con lei.

Aveva urgente bisogno di un erede. Nulla di fatto con Guelfo, evidentemente c’erano problemi fisici, e non si trattava necessariamente di una palese impotenza del marito per la quale forse non si sarebbero aspettati ben sei anni…

Forse le violenze subíte nel primo matrimonio e magari le difficoltà del parto le avevano precluso la capacità di generare. La sua intraprendenza politica aveva ripreso fiato, anzi era entrata in una fase del tutto nuova, di grande, grandissima attenzione alle città della pianura e anche della Toscana. Non le serviva un marito, le serviva un figlio!

E un figlio lo ebbe, un Guido della numerosa famiglia dei Guerra — un figlio adottivo. Che si dissolse (se mai c’era stato davvero: la questione è stata riaperta di recente; e così potremmo finire per ritrovarci con un altro frammento di mito) quando comparve l’ultimo figlio adottivo, lui si, degno del rango di una principessa imperiale qual era e restava Matilde!

Fu Enrico V, l’imperatore. Qui entra in ballo, quasi fosse il primo filamento di DNA del mito, la seconda fonte quasi–contemporanea: il famosissimo Donizone.

Il De principibus canusinis (più comunemente noto come Vita Mathildis o Acta Comitissae Mathildis) fu redatto tra il 1111 e il 1116 dal monaco benedettino Donizone, abate del monastero di Sant’Apollonio di Canossa

La storia di Donizone Era un monaco di Sant’Apollonio di Canossa, scrisse una storia ufficiale di Matilde e della sua dinastia, il De principibus Canusinis: una storia in versi, un poema storiografico di grande cultura e grandissima intelligenza politica che fortunatamente da un quarto di secolo è stato recuperato come fonte fondamentale. Recentemente è stata messa in discussione una committenza diretta di Matilde; ma in ogni caso Donizone ci racconta una storia illuminante.

Nel 1110 Enrico V era sceso verso Roma, un eminente vassallo di Matilde, Arduino da Palude, gli aveva prestato il servizio feudale, i vescovi di Reggio Emilia Bonseniore e di Parma Bernardo degli Uberti — la nuova generazione di consiglieri di Matilde — erano con lui al seguito del re.

Nel febbraio 1111 Arduino combatte per il re e per i suoi vescovi contro i romani e contribuisce di fatto alla cattura di papa Pasquale II, in aprile il cosiddetto pravilegio con cui Pasquale II finiva per ammettere la liceità delle investiture, e l’incoronazione imperiale; Enrico V riprende la via verso la Germania. Il 6 maggio, “gioioso, ma molto stanco“, era a Bianello, l’alto castello da cui si ha l’intera visione dell’ampia pianura e nelle belle giornate si intravede il monte Baldo, sul lago di Garda. Parlò faccia a faccia con Matilde, dice Donizone che le attribuisce la padronanza del tedesco, del francese (d’oïl, probabilmente), del latino:

A lui ella promise di non cercare nessun re simile a lui; a lei egli diede il reggimento del regno ligure nelle veci del re, e la chiamò con chiare parole con il nome di madre.

Per troppo tempo intorno a questi tre versi ci si è esercitati in acrobazie spericolate per salvare la figura della diletta figlia di San Pietro, dato che non li si poteva elidere; in realtà sono chiarissimi. Matilde riconosce ufficialmente Enrico V come suo re, ufficialmente è riammessa tra le fedeltà del regno; ne viene riconosciuta l’autorevolezza egemonica al punto che sarebbe divenuta viceregina; Liguria e Lombardia erano sinonimi almeno sin dall’età di Augusto, la vicaria regni si era già verificata nella storia e in quei decenni Benzone d’Alba l’aveva evocata per la sua admirabilis balena (non nel senso di “grassona” ma di “prodigio della natura”), Adelaide di Torino.

Ma c’era ben di più: Enrico V chiamava Matilde madre, dunque se ne dichiarava figlio: allora, se ne era ufficialmente il figlio, avrebbe avuto diritto a rivendicare l’allodio, la proprietà privata della famiglia.
Matilde vedeva riconosciuta la sua dignità regale, anzi il suo diritto a pretendere una dignità regale (la regalis celsitudo, come si esprime Cosma di Praga), era madre di un imperatore e l’imperatore sarebbe stato il suo erede, del privato come del pubblico.

Il tema dell’eredità Aveva 65 anni, avrebbe potuto governare in pace e tranquillità — tanto, lo sapeva già da lungo tempo che non avrebbe avuto eredi biologici. (E da qui prende avvio un altro mito, quello operativo evocato nella documentazione imperiale e papale, i beni matildini…).

Già, perché Donizone, come Cosma, non fa cenno dei matrimoni della sua Signora… Donizone rende vergine la sua Signora, lo fa consapevomente spargendo la sua opera dei simboli della verginità oltreché della solarità regale, e così facendo non soltanto la eleva alla più alta dignità terrena secondo un modello simbolico che risaliva almeno all’età di Ottaviano Augusto e giungerà almeno fino a Elisabetta I Tudor, ma garantisce il suo pieno diritto a disporre dell’eredità.

Almeno l’imperatore sarebbe stato un erede di rango adeguato! E così trasforma in elemento ideologico–politico ciò che Cosma aveva presentato come ridicola sfortuna di moglie. Secondo Donizone non è neppure una scelta, quella di Matilde, è una vocazione.

Proviamo a tirare le somme; perché, come al solito, niente di meglio che andare alle fonti. Non notando il carattere farsesco di Cosma (così come fino a una ventina d’anni fa nessuno aveva mai rilevato la sottolineatura della vergintà operata da Donizone) nessuno ne ha mai segnalato il carattere di paradosso. E nessuno ne ha nemmeno mai dedotto, con almeno un accento di pietà umana, che Cosma indicava la sterilità di Matilde, insomma la sterilità successiva alla perdita della piccola Beatrice e conseguente probabilmente alle attenzioni (diciamo così) del Gobbo, cui non a caso la giovane erede del principato canossano si era sottratta con la complicità fattiva, se non con l’intervento diretto, di Beatrice, che pure del Gobbo era matrigna acquisita oltreché parente.

Attenzione: noi ora diamo tutto questo per scontato, ma dimentichiamo che fino a una trentina d’anni fa nessuno si era accorto della maternità di Matilde, del suo fallimento e del fallimento del suo matrimonio. Due sposi promessi già da otto anni, cugini, e sposati di gran fretta prima che il Barbuto morisse, per mettere tutti di fronte al fait accompli (dicembre 1069); non conosciamo l’età del Gobbo ma quella di Matilde si, 23 anni: un’attesa lunga…

Deve passare quasi un anno prima della fecondazione e della gravidanza, dopo 18 mesi nasce e muore quasi subito la bambina (fine primavera–inizio estate 1071), il cui nome è scelto ancora una volta nell’onomastica lorenese; il ritorno in Italia (o fuga) non subito dopo il parto e il lutto, ma a distanza di qualche mese (Matilde era a Mantova il 19 gennaio 1072): tentativo — fallito — di recuperare i rapporti con il marito, o la necessità di recuperare la salute dopo il parto e mettersi in forze per il viaggio ? E poi il rifiuto ostinato della riconciliazione… tutte queste conoscenze le dobbiamo a Paolo Golinelli.

E possiamo farci qualche altra domanda. La separazione dal Gobbo: davvero dobbiamo considerarla come un fatto privato? La rottura o sospensione di un matrimonio dell’altissima aristocrazia che aveva dovuto inquietare l’autorità regia tanto quanto il matrimonio fra i genitori dei due contraenti aveva inquietato il padre dell’attuale re, davvero poteva passare inosservata?

Davvero il Gobbo non avrebbe potuto fare nulla per riprendersi la moglie sul lungo cammino fra Lorena e Lombardia? E perché non lo fece? Davvero si lasciò sorprendere e restò paralizzato dalla sorpresa, incapace di reagire? Beh, difficile a credersi: per lo meno, inverosimile…

E anche: quante donne non avevano e hanno subíto violenza e guasti irreparabili ad opera di uomini o di adolescenti né brutali né incapaci ma soltanto egoisti e indifferenti, posseduti soltanto dalla «nuda terrificante voglia maschile», per usare le parole di Cassandra (o meglio, di Christa Wolf, aspre, meccaniche: “Die nackte gräßliche männliche Lust“)?
E allora valutiamo un altro aspetto del testo di Cosma: che poveraccio quel Guelfo, giovane e pieno di forze ma incapace di prendere una donna con i pochi gesti meccanici necessari…

E ci sarà evidente che il bersaglio principale di Cosma è proprio Guelfo. Si potrebbe dire: il dileggio maschilista di un uomo nei confronti di un altro uomo, un gioco tipico dei maschi e chiuso fra maschi… Questo è il cuore, non soltanto personale ma politico del problema. E per questo Cosma è centrale e non deve apparire pretestuoso utilizzarlo come la leva di Archimede…

Sarebbe sbagliato e perfino ingiusto negare a Matilde la consapevolezza del lignaggio: quello che a lei derivava da Beatrice, e che lei non fu in grado di trasmettere. La perdita del lignaggio, quale condizione poteva essere più dura di questa per una signora di altissimo rango come lei? Perché essere donna nel caso suo e delle sue simili e nella sua epoca, non era una diminutio ma una qualità che potenziava: se non abbiamo capito questo, non abbiamo capito niente.

Ritratto di Matilde di Canossa, scuola romana della metà del XVI secolo. Di probaile derivazione da un’opera dell’inizio del secolo XVI o da un prototipo perduto dell’alto Medioevo

Matilde non è in grado di riprodurre il suo sangue, la sua signoria è sterile, la sua famiglia finisce con lei, la sua storia è la conclusione ingloriosa della storia della sua rampantissima e altissima famiglia.
Se poteva coltivare qualche dubbio e qualche illusione, i sei anni di matrimonio con Guelfo di Baviera dovevano essere stati impietosi: Matilde non poteva più avere figli biologici.
Dunque non poteva fare altro che combattere solo per sé e per onorare la storia della sua famiglia, il suo futuro era sganciato dal suo passato, non avrebbe più avuto nessun rapporto con esso.

È a partire da questa base, che ovviamente non potevano avere né nel XVII né nel XIX secolo, e neppure nei primi due terzi del secolo XX, che dobbiamo muoverci. Altro che eroina e guerriera: una donna progressivamente senza via d’uscita. Ma attenzione ai facili psicologismi! Cosa ne sappiamo davvero, noi, di cosa sentissero 1000 anni fa o mezzo millennio fa?

Barbara H. Rosenwein, che ha dedicato la sua attività di ricerca alle manifestazioni emozionali e ne ha fatto il cuore delle sue indagini, pur esibendo un ragionevole ottimismo di fondo non si stanca di invitare alla cautela: e siamo sempre sul piano, ben constatabile, delle manifestazioni di emozioni e sentimenti.

Siamo certi di riuscire a comprendere fino in fondo, per fare solo un esempio celebre, i tristi sonetti di Isabella di Morra, anche quando suonano espliciti (es. Poscia ch’al bel desir troncate hai l’ale / che nel mio cor surgea, crudel Fortuna, / sì che d’ogni tuo ben vivo digiuna etc.)?

E quando non abbiamo a disposizione neppure un segno esteriore e razionalmente trattabile? Cosa ne sappiamo noi, e di noi chi non appartiene a dinastie industriali o finanziarie o universitarie e magari proviene dalle famiglie mononucleari della seconda metà del sec. XX, del senso profondo della dinastia, la continuità, la rottura, il dovere–della–continuità?

Oltretutto ricordiamocene sempre, noi siamo plebei. Inoltre, anche volendo procedere in maniera temeraria, nemmeno tentando di fare appello al lato femminile che ho come qualunque maschio riesco ad accostarmi sia pur lontanamente a una donna sicuramente ferita e resa sterile, e forse stupefatta per la sua impotenza a procreare, e magari esacerbata dalla convinzione profonda che era una penitenza, una punizione, una condanna che Dio le aveva riservato senza che lei lo meritasse…

Una croce incomprensibile come incomprensibili possono essere i disegni di Dio, alla quale doveva soltanto rassegnarsi. Si, ma quanto avrà impiegato a rassegnarsi? Quanto le sarà costata quella rassegnazione? A questo l’avranno esortata i suoi fidi ecclesiastici (come ad esempio aveva fatto Pier Damiani nei confronti dell’imperatrice Agnese)?

Matilde morì il 24 luglio 1115 a Bondeno di Roncore (oggi Bondanazzo di Reggiolo) e venne sepolta in San Benedetto in Polirone (San Benedetto Po). Nel 1632, per volere di papa Urbano VIII, la sua salma venne traslata a Roma in Castel Sant’Angelo. E lì rimase fino al 1645, quando trovò definitiva collocazione nella Basilica di San Pietro in Vaticano

Per confortarla in questo, oltreché con le incomparabili preghiere della sua abbazia accompagnatrici di una morte sommamente esemplare cui Matilde, per ragioni personali e anche sociali (diciamo così) si stava preparando da tempo, sarà intervenuto il cluniacense? Che comunque l’anno successivo sarà plenipotenziario dell’imperatore…

Ma davvero sarà andata così ? O siamo noi che ci abbandoniamo al romanzesco e, di nuovo, al facile psicologismo spicciolo? insomma, ad un nuovo/rinnovato mito?

Togliamola dal mito, Matilde di Canossa. Non merita di essere punita anche in questo. Non è colpa sua se è stata via via convocata in lande “che hanno bisogno d’eroi”, per parafrasare il geniale Bertoldt Brecht… Ricollochiamo nella storia il Bernini, Francesco V d’Este e il dipinto di Ugolini, l’età della separatezza dopo il 1870 e della ricucitura dopo il 1929, il secondo dopoguerra e il 1948, gli anni ’70 e il cosiddetto New World Order dei nostri anni recenti…

Lasciamola riposare in pace, non ha nessuna necessità di continuare ad essere fraintesa e usata. Un po’ di rispetto, perbacco!

Glauco Maria Cantarella

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Da leggere:
B. Collina, Donna illustre e guerriera di Dio. Matilde nella letteratura fra Tre e Cinquecento, in Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito, a cura di P. Golinelli, Bologna, Pàtron, 1999, pp. 112–113. 2
J. Benda, La trahison des clercs, Paris, Grasset, 1927. 4 O.
Rombaldi, Giulio dal Pozzo autore del volume «Meraviglie Heroiche di Matilda la Gran Contessa d’Italia», Verona 1678, ivi, p. 107. 5 Matilde di Canossa, donna d’Europa: La Gazzetta di Mantova, 29 agosto 2008.
S. Masini, Matilde di Canossa, donna emiliana ed europea, in Noi donne, 27 dicembre 2007.
G.M. Cantarella L’Europa, una creazione medievale, in Enciclopedia del Medioevo (Le Garzantine), cur. G.M. Cantarella, L. Russo, S. Sagulo, Milano (Garzanti) 2007, pp. 617–619.
P. Golinelli, Toujours Matilde: la perenne attualità di un mito, in Matilde di Canossa, il Papato, l’Impero. Storia, arte, cultura alle origini del romanico, a cura di R. Salvarani– L. Castefranchi, Milano, Silvana Editoriale, 2008.
P. Golinelli, Nonostante le fonti: Matilde di Canossa donna, in Scritti di Storia Medievale.
P. Golinelli, Matilde e i Canossa nel cuore del Medioevo, Milano, Camunia, 1986.
B. Collina, Donna illustre e guerriera di Dio. Matilde nella letteratura fra Tre e Cinquecento, in Matilde di Canossa nelle culture europee del secondo millennio. Dalla storia al mito, p. 116.
E. Riversi, La memoria di Canossa. Saggi di contestualizzazione della Vita Mathildis di Donizone, Pisa (Edizioni ETS) 2013.
E. Riversi, Matilde di Canossa. Tensioni e contraddizioni nella vita di una nobildonna medievale, Bologna, Odoya, 2014.

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