La Chiesa magnifica e corrotta di Clemente VII

La Congiura dei Pazzi e la riforma luterana, il Sacco di Roma e gli affreschi della Cappella Sistina, la scomparsa della Veronica e le guardie svizzere, Machiavelli, Erasmo da Rotterdam, Tommaso Moro, Savonarola, Cellini, Michelangelo e Maramaldo, Pasquino e i frati cappuccini, lo scisma anglicano e Pietro Aretino, il Concilio di Trento, i monti di pietà, la crociata contro i turchi e la scoperta dell’America.

Papa Clemente VII ritratto da Sebastiano del Piombo. ca. 1531, Paul Getty Museum, Los Angeles, CA, USA

Si è occupato di tutto, Giulio dei Medici in arte Clemente VII: papa multitasking con un piede nel Medioevo e l’altro nel Rinascimento, è stato il Forrest Gump del Cinquecento, vivendo da protagonista tutti gli eventi più importanti che hanno segnato la sua epoca: ha commissionato il Giudizio Universale a Michelangelo e fondato le prime diocesi del Messico, ha fatto il doppio gioco nelle guerre tra il re di Francia e l’imperatore e cercato di convincere Enrico VIII a riprendersi Caterina d’Aragona mentre Roma veniva devastata dai lanzichenecchi, ha lasciato che il cattolicesimo andasse in frantumi e lavorato tutta la vita per riportare Firenze sotto il dominio dei Medici.

Ha incarnato meglio di chiunque altro una Chiesa bella e malvagia, magnifica e corrotta, abiètta e sublime, potente e miserabile, trionfante e decadente, ricca di arte e povera di fede, amica della bellezza e nemica della misericordia, vicina ai potenti del mondo ma lontana da Cristo, tanto accorta nel mantenere equilibri politici quanto distratta riguardo alla dottrina e la spiritualità. Una Chiesa che nell’arco di trent’anni ha guadagnato le più grandi meraviglie dell’arte e dell’architettura ma ha perso i fedeli di mezza Europa.

Già, perché l’unica cosa di cui Clemente VII si è occupato poco e male è di religione. D’altra parte non si può mica fare tutto nella vita, e in fondo la Chiesa – a Giulio – era la cosa che interessava di meno. E nemmeno ne capiva più di tanto: quando lo avevano fatto cardinale aveva dovuto imparare addirittura a dire messa, e la cosa era stata tutt’altro che semplice – aveva confessato – ché non era abituato nemmeno ad andarci a messa, lui. E c’era da capirlo, con tutto quello che aveva da fare: sempre a correre tra Roma e Firenze per trattare, ritrattare, pianificare strategie, matrimoni, rivolte e repressioni, e ancora alleanze, tradimenti, accordi e disaccordi, guerre e pacificazioni.

Dite che per un papa è grave non capire niente di cose di Chiesa? In effetti lo diceva anche Martin Lutero, che lo derideva per la sua ignoranza in teologia. Un’ignoranza che gli aveva impedito di comprendere fino in fondo la portata della riforma dell’agostiniano tedesco. Paradossalmente, dei protestanti se ne era preoccupato di più il laico ma cattolicissimo imperatore, che aveva invocato ripetutamente un Concilio per sanare quello scisma. Un concilio da tenere a Trento – città italiana ma sotto il dominio tedesco, punto di incontro ideale tra papato ed impero – che avrebbe dovuto ascoltare le istanze di Lutero e riportarlo sotto l’obbedienza cattolica.

Ma il papa non lo voleva fare, il Concilio. Temeva che finisse come a Costanza; anche quella volta il Concilio era stato convocato per sanare uno scisma, e il risultato quale era stato? Erano stati deposti tutti i papi contendenti e ne era stato eletto uno nuovo.
No, no, Clemente non aveva nessuna intenzione di correre il rischio di essere deposto anche lui, in nome dell’unità della Chiesa. Ne aveva già troppi di nemici, che non vedevano l’ora di farlo fuori, e che continuavano ad accampare qualsiasi pretesto per tirarlo giù dal trono; a cominciare dalla sua nascita – ehm – non troppo regolare.

Già perché i genitori non erano sposati, e il padre non l’aveva riconosciuto, anche perché non aveva fatto in tempo nemmeno a conoscerlo! Giuliano dei Medici era morto un mese prima che il figlio nascesse – il 26 aprile 1478 – ucciso a tradimento in chiesa durante una celebrazione solenne, nell’episodio più fosco e tragico della storia di Firenze.

Busto di Giuliano de’ Medici, 1475-1478, raffigurato con l’armatura indossata nella Giostra di Piazza Santa Croce (attrib. Andrea del Verrocchio o bottega, 1475-1478 ca., National Gallery of Art, Washington D.C., USA)

La congiura dei Pazzi Giuliano dei Medici era il fratello minore di Lorenzo il Magnifico e nel 1469, ad appena quindici anni di età, si era trovato a capo della Signoria. Aveva svolto delicate missioni diplomatiche per conto del fratello e partecipato – romantico cavaliere – ad una celebre giostra in piazza Santa Croce per aggiudicarsi il ritratto della bella Simonetta Vespucci.

Non si era mai sposato, Giuliano, ma era innamorato della figlia di un corazziere: Fioretta Gorini, che era incinta di otto mesi quando quella tragica mattina Francesco de’ Pazzi e Bernardo Baroncelli erano venuti a Palazzo Medici a prendere Giuliano per scortarlo alla messa in Santa Maria in Fiore, visto che il nostro non si sentiva bene a causa di un’infezione alla gamba. Lo avevano abbracciato con affetto – in realtà per controllare che non indossasse la cotta di maglia e fosse disarmato – e poi, nel momento più sacro della funzione, lo avevano pugnalato alla schiena e gli avevano fracassato la testa, abbandonandolo in un lago di sangue.

Lorenzo, però, era riuscito a salvarsi dal massacro e aveva vendicato il fratello scatenando le ire del popolo sui congiurati, che erano stati linciati e impiccati tutti, compreso l’arcivescovo di Pisa. Il mandante, invece, se ne era rimasto tranquillo in Vaticano: Sisto IV della Rovere aveva scomunicato i Medici e dichiarato guerra a Firenze. Una guerra combattuta per due anni e da cui era uscito umiliato e sconfitto.

Intanto il 26 maggio 1478 era nato Giulio, che il magnifico zio aveva affidato alle cure del celebre architetto Antonio da Sangallo.

Il giovane Giuliano de’ Medici raffigurato da Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi (Firenze)

Il trauma di non aver mai conosciuto un padre ucciso durante la messa per ordine del Papa, aveva fatto crescere Giulio col rancore per la Chiesa e sete di riscatto. Nel nome del padre tutta la sua vita era stata orientata dal bisogno di vendicare il torto subito, e la scalata in Vaticano, agguantare il trono di Sisto e restituire alla sua famiglia l’antico splendore era forse l’unico modo per onorarne davvero la memoria.

Cresciuto da Lorenzo insieme a suo figlio Giovanni, Giulio ne aveva seguito lo stesso percorso di studi, e lo aveva accompagnato anche a Roma quando – nel 1492 – era stato creato cardinale.

Un anno cruciale, quello: la data convenzionale che identifica la fine dell’Età medievale e anche l’anno che vedeva Cristoforo Colombo approdare nel nuovo continente. A Roma diventava papa Alessandro VI Borgia, e a Firenze moriva Lorenzo il Magnifico, segnando la fine di un’epoca e l’inizio del declino dei Medici.

Piero il fatuo, figlio primogenito di Lorenzo, in pochi mesi aveva fatto solo danni: non era riuscito a mandare in porto l’alleanza con il papa e si era inimicato cittadini e artisti di Firenze (era arrivato a umiliare Michelangelo commissionandogli un pupazzo di neve), quando poi si era inchinato di fronte al passaggio del re di Francia Carlo VIII baciandogli le scarpe, la città si era ribellata e Girolamo Savonarola lo aveva cacciato instaurando una repubblica popolare e teocratica.

Anche Giulio, come tutti i membri della sua famiglia, era stato costretto a lasciare Firenze e si era rifugiato prima a Bologna, poi a Pitigliano e infine a Città di Castello, in Umbria. Infine si era trasferito a Roma, al seguito del cugino e qui si era innamorato di una cortigiana che gli aveva dato un figlio, bastardo come lui: Alessandro, spacciato per un nipote e destinato a diventare duca di Firenze.

I Medici in Vaticano Con il cardinale Giulio era partito, in incognito, per un lungo e avventuroso viaggio attraverso l’Europa che li aveva portati a Venezia, in Baviera e infine a Ulm, dove erano stati arrestati e spediti all’imperatore Massimiliano che li aveva liberati e mandati nelle Fiandre, dove erano stati ospiti dell’arciduca; poi si erano diretti verso l’Inghilterra ma a Rouen erano stati di nuovo arrestati e liberati solo grazie all’intervento di Piero dei Medici, che li aveva richiamati a Firenze.

Dopo la morte di Piero la responsabilità della casata era passata a Giovanni, che aveva impegnato Giulio in azioni diplomatiche e militari volte a far tornare i Medici al potere. Quegli anni avevano visto Giulio sul campo di battaglia, poi prigioniero, fuggiasco, travestito da pellegrino per incontri segreti, corrispondenze altrettanto occulte con lettere portate da un contadino che se le nascondeva fin dentro “le più segrete parti della sua persona” e le recapitava nascondendole nella buca del cimitero.

Giulio de’ Medici nelle vesti di cardinale (a sinistra); al centro papa Leone X e a destra il cardinale Luigi de’ Rossi (Raffeallo Sanzio, 1518-19, Galleria degli Uffizi, Firenze)

Nel 1513 era morto papa Giulio II e al conclave iniziato il 21 febbraio era stato eletto proprio il cugino Giovanni dei Medici, che aveva scelto il nome di Leone X, e lo aveva subito nominato arcivescovo di Firenze e cardinale. Giulio, che si trovava più a suo agio con la spada che con il pastorale, aveva dovuto prendere ripetizioni di liturgia: “Dovendo servir messa al papa – scrive in una lettera al nipote Lorenzo – come poco pratico m’è bisognato studiare”.

L’essere figlio illegittimo, in realtà, avrebbe potuto invalidare entrambe le nomine, ma Leone aveva stabilito – istruendo un vero e proprio processo con tanto di testimonianze – che Giuliano aveva sposato in segreto la madre di Giulio – il quale, di conseguenza, diventava un Medici a tutti gli effetti per decreto pontificio. Dopodiché lo aveva riempito di rendite e benefici assicurandogli un’enorme ricchezza e altrettanto prestigio. Basti pensare che oltre a Firenze gli aveva assegnato l’amministrazione di altre otto diocesi in tutta Europa e tre abbazie tra Italia e Francia. Ed era diventato anche cardinale protettore dell’Inghilterra con il preciso obiettivo di rafforzare il rapporto della Santa Sede con Enrico VIII per scongiurare il pericolo che l’Italia potesse fare le spese di un’eventuale alleanza tra Spagna e Francia.

Nel frattempo anche Francesco I aveva offerto a Giulio il ruolo di cardinale protettore del suo regno. Tenere il piede sulle due staffe della Manica, però, era diventato presto imbarazzante. “Francesco dice di non si potere interamente fidare di noi, mentre che terremo la protectione di Inghilterra” scrive in una lettera del 29 marzo 1517.

Vescovo e Signore di Firenze A Firenze, come vescovo, aveva tentato di ricomporre le fratture tra i Medici e i discepoli di Savonarola, ma alla fine era stato costretto a vietare a chiunque di predicare senza licenza proibendo severamente anche la diffusione di profezie.

Per difendersi dalle mire espansionistiche di Milano lavorava – per conto di Leone X – ad una sempre più stretta alleanza militare con la Svizzera, che dal 1506 aveva un suo contingente di soldati mercenari in servizio in Vaticano, ma soprattutto al rapporto di simbiosi tra Firenze e Roma.

Essendo questi due membri in un solo corpo – scriveva al cugino Lorenzo – rompere l’asse sarebbe stato “peccato in spirito santo”.

Giulio si faceva sempre mediatore nella guerra e nei trattati tra il papa e il re di Francia, accompagnando l’uno e l’altro ai colloqui di pace. “Uomo di gran maneggio e di grandissima autorità” (come lo definì il veneziano Marco Minio in una lettera) continuava la sua scalata ai vertici della Chiesa fino a diventare a tutti gli effetti il braccio destro del papa. Aveva cercato di convogliare le energie dei sovrani europei nella crociata contro i turchi e si era interessato molto più alla successione imperiale che allo scisma luterano.

D’altra parte la sua ignoranza in materia teologica gli impediva di capire la pericolosità delle dottrine di Lutero, e Giulio l’aveva trattata come una mera questione politica: la Sassonia, in definitiva, andava ricondotta all’obbedienza romana e in cambio il papa avrebbe appoggiato il suo elettore come candidato alla successione imperiale.

A Roma aveva a servizio tra gli altri Pietro Aretino, celebre per i suoi poemi licenziosi e per le Pasquinate, ispirate ai biglietti satirici lasciati sul collo della celebre statua di Piazza Navona, che gli costeranno un giorno l’esilio.

Intanto a Firenze Lorenzo era morto e la caotica situazione politica era stata presa in mano dallo stesso Giulio, che si era trovato così – al tempo stesso – vescovo e signore di Firenze. In questa veste aveva chiamato Machiavelli, che tra il 1519 e il 1520 aveva scritto la storia della città e il Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze.

L’impero asburgico di Carlo V (mappa di Barjimoa)

Carlo V, il sovrano di un impero dove non tramontava mai il sole In Germania, nel frattempo, a dispetto delle brighe di Giulio era stato eletto Carlo V, destinato a diventare il sovrano più potente d’Europa, il capo di un impero – come si diceva – dove non tramontava mai il sole.

Carlo era nato a Gand – nell’attuale Belgio – dal matrimonio combinato più passionale della storia: quello tra Filippo d’Asburgo, erede dell’imperatore Massimiliano, e Giovanna la pazza, i cui genitori erano Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia.

Le nozze tra la figlia dei sovrani di Spagna e il rampollo della famiglia imperiale puntavano all’unione dinastica delle famiglie più potenti d’Europa; tra i due giovanissimi eredi – però – a sorpresa era scoppiato subito un amore tormentato e passionale, segnato da affetto profondo e gelosia feroce, morbosità e dipendenza reciproca. Non c’era stato nulla di forzato, dunque, nel concepimento di Carlo, che si era ritrovato tra le mani un dominio che andava dai Paesi Bassi alla Spagna, dal nord Italia imperiale al sud aragonese, dall’Austria e la Germania alle colonie in America.

Il Vaticano non poteva che guardare con preoccupazione e ostilità a tanto potere che finiva per stringere Toscana e Stato Pontificio in una morsa potenzialmente fatale. È vero anche che, in una simile situazione, Carlo era meglio tenerselo buono, tanto più che il re di Francia si teneva stretto il dominio della Lombardia impedendo l’avanzata del papato sui ducati padani.

Intanto Giulio continuava a fare da pendolare tra Roma e Firenze, impegnato da una parte a mantenere la Repubblica toscana nelle mani della sua famiglia, e dall’altra ad assistere il cugino nel governo della Chiesa, che doveva fronteggiare l’avanzata dei luterani. Tutto questo mentre papa Leone se ne andava a caccia con una scorta di 1500 soldati.

Ritratto di Adriano VI, papa dal 31 agosto 1522 al 14 settembre 1523 (Jan van Scorel, ca. 1523, Centraal Museum di Utrecht)

L’ultimo papa straniero Il 1 dicembre 1521 Leone X moriva dopo un’improvvisa malattia. Suo erede ed esecutore testamentario, Giulio appariva anche come il naturale successore: era entrato in Conclave decisamente papa e ne era uscito – come recita il proverbio – cardinale. Francesco I era arrivato addirittura a minacciare uno scisma nel caso di una sua elezione, e alla fine era stato lo stesso Giulio a far convogliare i voti sull’olandese Adriano di Utrech, che sarà l’ultimo papa a mantenere il proprio nome di battesimo e anche l’ultimo papa straniero per 450 anni.

Nel corso del breve pontificato di Adriano VI il cardinale dei Medici era riuscito a conquistarne la fiducia diventando il suo più stretto collaboratore e il grande artefice della sempre più solida alleanza con Carlo V, che iniziò per tempo a lavorare sul Conclave del 1523, ancora una volta lungo e combattuto.
Grazie ad una meticolosa tessitura di alleanze e ad impegni sottoscritti prima dell’elezione, Giulio era riuscito a portare dalla sua i cardinali più giovani, i Colonna, gli inglesi, e il 23 novembre era stato finalmente eletto papa a 45 anni di età. Un primato, perché dopo di lui nessuno sarà più eletto così giovane.

Papa Clemente Ha scelto il nome Clemente perché clemenza ha assicurato ai suoi vecchi nemici, inaugurando una stagione di pace; almeno all’interno del collegio cardinalizio, perché al di fuori i venti di guerra spirano sempre più forti e le sorprese non mancheranno.

Clemente VII ritratto da Sebastiano del Piombo (1526 ca., Museo di Capodimonte)

A differenza di suo cugino che rivendicava la volontà di “godersi” il pontificato che Dio gli aveva regalato, Clemente si impegna anche in una moralizzazione del clero, la cui corruzione è stata la causa principale del successo della riforma luterana. Al nunzio apostolico in Germania dà ampi poteri per correggere e riformare i costumi della Chiesa tedesca mentre in Italia costituisce un’apposita commissione di cardinali, imponendo la stretta osservazione dell’abito ecclesiastico, con l’obiettivo di dare alla Curia di Roma un aspetto più severo che la metta al riparo dalle accuse di mondanità e corruzione. Non solo, ma inizia a tagliare privilegi e benefici anche ai vescovi ai quali, per proteggerne la vita religiosa, rifiuta di concedere più di due diocesi. Cerca un risanamento delle casse del Vaticano evitando i tradizionali abusi e promuove persino una visita pastorale della diocesi e la costituzione di un Monte di pietà, ovvero una banca etica ante litteram.

Considerato una creatura dell’imperatore, Clemente ha in realtà ripreso subito una politica di doppiogioco o – secondo il suo punto di vista – di neutralità, offrendo al re di Francia il suo contributo nella lotta contro i turchi e rifiutandosi al contempo di schierarsi al fianco di Carlo V nella guerra del Sacro Romano impero contro la Francia.

Si è poi schierato apertamente contro la proposta dell’imperatore di convocare un Concilio per affrontare la questione luterana e la riforma della chiesa tedesca. E se Lutero irride la sua ignoranza in materia di teologia, Clemente gli contrappone il più grande intellettuale cristiano al mondo: Erasmo da Rotterdam.

Erasmo condivide molte posizioni luterane, come ad esempio la critica alle indulgenze e la necessità di un ritorno allo spirito originario del cristianesimo, ed è stimatissimo da Martin Lutero. A dividerli è invece la dottrina sul libero arbitrio, negato energicamente dal padre del protestantesimo e difeso da Erasmo con il celebre De libero arbitrio pubblicato nel 1524, sette anni dopo l’affissione delle 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg.

Intanto l’asse diplomatico di Clemente si sposta sempre di più verso la Francia, suscitando le ire di Carlo che – pure – non se la prende tanto con il papa “per la cui elezione – rinfaccia – ho speso tanti soldi” quanto piuttosto con i suoi consiglieri. Tuttavia, quando l’esercito francese viene sconfitto a Pavia, il papa cambia prontamente bandiera riavvicinandosi – ancora una volta – a Carlo V.

Se da cardinale era conosciuto come un abile uomo politico, da papa Clemente VII diventa noto proprio per i suoi continui tentennamenti e i repentini cambi di casacca.

Tra una trattativa e l’altra trova comunque anche il tempo per convocare il Giubileo del 1525 (che si rivela, però, un fiasco totale, anche a causa della peste) e per approvare l’Ordine dei frati minori Cappuccini, il terzo a nascere nel francescanesimo dopo quello originario dei conventuali, e quello dei “ribelli” Osservanti.

Il sacco di Roma Nel giugno del 1526 Clemente scrive una lettera durissima a Carlo V per spiegare i motivi della sua adesione alla lega anti imperiale, in cui elenca accuse e torti subiti. Appena dopo averla spedita, però, si pente e ne scrive un’altra, molto più moderata. Purtroppo a destinazione arriva solo la prima lettera. E Carlo la prende malissimo: a settembre scrive alle cancellerie di tutta Europa accusando il papa di non comportarsi come padre della cristianità e chiede ai cardinali di convocare il Concilio. Poi avvia la sua spedizione in Italia mentre il papa invoca inutilmente l’intervento degli alleati.

Gli acerrimi nemici Colonna ne approfittano per sferrare un attacco contro il papa e cercare di deporlo. Clemente se la vede molto brutta e ricomincia a trattare con Carlo. L’accordo di pace sembra andare a buon fine, ma quando pare che stiano per arrivare aiuti dalla Francia, Clemente si ringalluzzisce, e mette in atto l’ennesimo voltafaccia mandando a monte l’accordo di pace, poi ci ripensa e il 29 marzo firma l’armistizio, ma è ormai troppo tardi: le truppe dei lanzichenecchi sono in marcia su Roma, e niente può più fermarli: né il denaro offerto dal papa e dai fiorentini né gli ordini dello stesso Carlo V.

Lanzichenecchi in parata, Daniel Hopfer, ca. 1530

L’imperatore è lontano, ed è cattolico. I lanzichenecchi sono protestanti: sono mercenari di origine contadina, celebri per la loro crudeltà. Sono fuggiti dalla povertà e sono esausti, affamati, l’unica forma di pagamento che gli viene riconosciuta è il saccheggio e provano un odio feroce verso la Chiesa Cattolica. A comandarli è il tirolese Georg von Frundsberg e la sua ferma intenzione – confida al segretario – è occupare la città e impiccare con le sue mani Clemente VII.

Partiti da Trento il 15 novembre 1526 iniziano una inarrestabile discesa verso Roma. Marciano per giorni in mezzo al fango e al freddo, senza stipendio e con scorte di cibo insufficienti. Già a marzo si registrano i primi episodi di ammutinamento. Proprio mentre cerca di calmarli e ristabilire la disciplina von Frundsberg viene colpito da un ictus che lo costringe a tornare a casa lasciando il suo esercito in preda a una sostanziale anarchia.

Quando vengono raggiunte dal viceré di Napoli Lannoy che annuncia l’accordo tra Clemente e Carlo V, le truppe rifiutano di fermarsi. Il 5 maggio 1527 in 35mila arrivano a Roma, trovando una difesa di appena 5mila soldati. Il giorno dopo inizia l’assedio delle mura, che vede protagonisti anche il mercenario napoletano Fabrizio Maramaldo. Entrati in città, i lanzichenecchi si abbandonano al saccheggio e alla violenza partendo da Borgo Vecchio e dall’ospedale di Santo Spirito, con una brutalità inaudita e anche gratuita. Vengono profanate tutte le chiese, rubati i tesori e distrutti gli arredi sacri. Le monache vengono violentate, così come tutte le donne strappate alle loro case. Sono devastati i palazzi dei prelati e dei nobili, con l’eccezione di quelli fedeli all’imperatore. Le strade sono disseminate di cadaveri e percorse da bande di soldati ubriachi che si trascinano dietro donne e bottini.

Nel corso del saccheggio scompare anche la Veronica: il telo in cui era impresso il volto di Gesù, che era stata la reliquia più venerata a Roma nel Medioevo.

Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra – scrive Francesco Guicciardini nella sua Storia d’Italia – aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de’ soldati (che furono le cose più vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dí seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari, oro, argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore.

Alla fine il bilancio è di 20mila persone uccise, mentre 10mila si danno alla fuga e 30mila muoiono di peste.

Le Guardie svizzere difendono Clemente VII dai lanzichenecchi entrati in San Pietro. Il papa si salverà attraverso il corridoio segreto che collegava la Città del Vaticano con Castel Sant’Angelo (dipinto di Francisco J. Amérigo, 1884. Museo del Prado, Madrid)

Le truppe fanno irruzione anche nella basilica di San Pietro dove il papa si è ritirato in preghiera. Da qui – attraverso il passetto – viene portato nella fortezza di Castel Sant’Angelo mentre 189 Guardie svizzere si fanno trucidare per difendere la sua fuga. Se ne salveranno solo 42; con quel gesto di estremo sacrificio, le Guardie svizzere si guadagneranno il ruolo di difensori personali del papa.

La resa è umiliante: Clemente è costretto a chiedere a Benvenuto Cellini di fondere insieme i gioielli del tesoro papale e a chiedere prestiti a banchieri genovesi e tedeschi per pagare il riscatto. Il papa è prigioniero mentre a Firenze scoppiano rivolte e ad Avignone i cardinali decidono il futuro della Chiesa.

Il 25 settembre si scatena un nuovo sacco della città, ancora più violento. Solo il 26 novembre si arriva all’accordo di pace, per pagare il quale il papa mette in vendita persino i posti da cardinale. Ancora una volta Carlo chiede la convocazione di un Concilio, promettendo al papa che non sarà deposto. Ma Clemente nicchia, e la notte tra il 6 e 7 dicembre fugge a Orvieto travestito da ortolano. Qui appare “con una barba lunga e candida, sempre malinconico”. Si dice che la barba si fosse imbiancata completamente in tre giorni, come conseguenza dello shock.

Il mancato Concilio di Trento Negli anni successivi continua il suo tira e molla con Carlo: Clemente stipula accordi con l’imperatore e poi anche con i suoi nemici, torna da lui e se ne allontana di nuovo a seconda di come si muove lo scacchiere internazionale.

Ritratto di Alessandro de’ Medici di Agnolo Bronzino 1565-1569 ca. (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Intanto nomina cardinale suo nipote Ippolito dei Medici, designandolo come suo erede tanto sul trono di Pietro quanto su quello di Firenze. Il figlio Alessandro, invece, lo dà in sposo a Margherita, figlia di Carlo V, che incorona solennemente imperatore a Bologna nel febbraio del 1530.

Subito dopo l’imperatore ricomincia a fare pressioni per la convocazione del Concilio ma Clemente esita e prende tempo. Nel 1532 sembra che lo scisma possa ancora essere ricomposto e i principi luterani mandano a Roma una serie di richieste per tornare nella Chiesa Cattolica: comunione sotto le due specie, abolizione del celibato dei preti, convocazione – ancora una volta – del Concilio.

E ancora una volta Clemente fa finta di niente, lasciando che si allarghi il fossato che divide cattolici e protestanti. Il papa è ancora convinto che la soluzione allo scisma non sia religiosa ma politica: non è lui ma l’imperatore a dover ricondurre all’obbedienza i principi protestanti. Se ci riuscirà promette che convocherà questo benedetto Concilio. Si farà – dice – si farà il Concilio, ma il ritorno dei luterani sotto Roma sarà il punto di partenza, non quello di arrivo, sarà il presupposto non l’obiettivo.

Ma Carlo perde la pazienza e lo mette spalle al muro: o convoca una volta per tutte il Concilio, oppure dichiara apertamente di non volerlo.

Un paio di tedeschi ubriachi metteranno il concilio e il mondo intero sottosopra sbotta Clemente Ma lasciateli fare! Io me ne vado sui monti, e poi scelgano pure nel Concilio un nuovo papa, anzi una dozzina di papi, poiché ogni nazione vorrà il suo.

Poi annuncia ufficialmente la convocazione del Concilio di Trento. Al quale però si oppone – guarda caso – il re di Francia Francesco I, al cui figlio Enrico d’Orléans, Clemente promette in sposa la nipote Caterina.
Intanto un altro scisma destinato a spaccare ulteriormente la Chiesa si sta consumando in Inghilterra. E anche qui Clemente non fa che perdere e prendere tempo, tirarla per le lunghe mentre la Storia corre e gli passa avanti.

Il ritratto di Enrico VIII, copia dell’opera perduta di Hans Holbein il Giovane, 1536 ca.

Enrico VIII e lo scisma anglicano Il re d’Inghilterra Enrico VIII da anni cerca un pretesto per separarsi dalla moglie Caterina d’Aragona che non riesce a dargli un figlio maschio, e si è invaghito di Anna Bolena che tratta già come sua regina e vuole sposare a tutti i costi.

Salito al trono d’Inghilterra a soli diciassette anni, Enrico è cattolicissimo, tanto da seguire fino al cinque messe al giorno, salvo che nei periodi di caccia, s’intende: Ubi maior minor cessat.

Agli attacchi alla Chiesa di Martin Lutero lo stesso sovrano inglese – con l’aiuto di Tommaso Moro – ha risposto con il libro La difesa dei sette sacramenti guadagnandosi il titolo di “Defensor Fidei” attribuitogli da papa Leone.

Enrico è un fervente cattolico, sì, ma anche una personalità fragile, facilmente influenzabile da chi gli sta vicino. E quando si è fatto sedurre dalla carismatica e affascinante damigella di Caterina sono iniziati i problemi con Roma. Tanto più che Anna Bolena simpatizza apertamente con Lutero.

Per ottenere l’annullamento del matrimonio Enrico ha trovato un pretesto che gli appare quanto mai credibile: Caterina è la vedova del fratello, e sposare la moglie del proprio fratello è severamente proibito dalla Bibbia, tanto che per celebrare le nozze la coppia aveva dovuto chiedere una speciale dispensa, che era stata concessa da papa Giulio II. Ma può il papa andare contro la Bibbia? Certo che no, e infatti Dio ha punito la coppia privandola di un figlio maschio, quindi evidentemente la dispensa non era valida e di conseguenza non è valido nemmeno il matrimonio.

Semplice no? II matrimonio si annulla e Anna sarà la nuova affascinante regina, pronta a sfornare un erede maschio per il trono inglese. No, in realtà tanto semplice non è, visto che Caterina d’Aragona è la sorella di Giovanna la pazza, ovvero la zia di Carlo V.

Su pressione dell’imperatore, quindi, Clemente ha bloccato il processo di annullamento del matrimonio in corso in Inghilterra, e lo ha spostato a Roma. Insomma se il sacramento che ha unito Enrico VIII e Caterina d’Aragona è valido o meno non potrà deciderlo un qualsiasi tribunale ecclesiastico, ma il papa in persona. Che, ovviamente, si sta prendendo tutto il tempo per pensarci.

La Chiesa non ha mai fretta, si sa. Se poi il papa è Clemente VII, l’unica fretta è quella di riportare i Medici al potere a Firenze: tutto il resto può aspettare, compresi Concilio di Trento, Martin Lutero ed Enrico VIII.

Il re d’Inghilterra, però, è impaziente: il 6 dicembre 1530 manda al papa una lettera in cui lo accusa di essersi sottomesso a Carlo V e Clemente gli risponde il 25 gennaio 1532 ordinandogli di lasciare Anna Bolena e tornare con la sua legittima consorte, in attesa della chiusura del processo di annullamento.

Così, da una parte Carlo V invoca il Concilio, ma i re di Francia e di Inghilterra rispondono picche e il papa fa spallucce. Dall’altra i re di Francia e di Inghilterra spingono per l’annullamento del matrimonio di Enrico VIII trovando l’opposizione di Carlo V e il papa che fa spallucce.

Il 15 maggio 1532 viene firmata in Parlamento la sottomissione della Chiesa d’Inghilterra alla Corona e il 28 maggio 1533 il nuovo arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer annulla il matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona e dichiara valido quello con Anna Bolena, scavalcando clamorosamente il pontefice. Clemente reagisce annullando nuovamente il matrimonio e “prenotando” una scomunica per il re. Per capirci: lo scomunica ufficialmente, ma rimanda ripetutamente l’entrata in vigore del provvedimento, nella speranza che il sovrano ci ripensi. Intanto cerca di tenersi buono il re di Francia celebrando personalmente il matrimonio della nipote, avviando incontri segreti, nominando nuovi cardinali francesi e prendendo le distanze dagli Asburgo.

Alla morte di Clemente VII, su Pasquino (frammento statuario del III sec. a.C. tradizionalmente utilizzato dal popolo romano per appendere cartelli satirici) apparve l’immagine del medico pontificio Matteo Curti con questa didascalia: “Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi” (Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo)

Il 14 marzo 1534 Clemente chiude finalmente il lungo processo della Sacra Rota dichiarando definitivamente valido il matrimonio di Enrico con Caterina d’Aragona e ordina per l’ultima volta al Re d’Inghilterra di lasciare la nuova moglie. Ma è decisamente troppo tardi: lo scisma anglicano è ormai una realtà, dall’unione tra Enrico e Anna è già nata Elisabetta e con l’Atto di Supremazia Enrico VIII è diventato formalmente “il capo supremo sulla Terra della Chiesa d’Inghilterra”. È nata la Chiesa anglicana.

La morte Come se Clemente non avesse già abbastanza problemi, i due eredi Ippolito e Alessandro si sono messi a litigare, perché al cardinale Ippolito di fare il cardinale non gliene ne importa proprio nulla e vuole Firenze, che però Clemente ha ora promesso ad Alessandro.

Intanto, nel mese di giugno, arriva anche la malattia che il 25 settembre 1534 lo porta alla morte, a 56 anni di età.

Sembra, in realtà, che non sia stata la malattia ad uccidere Clemente e probabilmente nemmeno l’arsenico nella candela che aveva portato in processione. Il vero assassino, infatti, è un fungo mortale: un’amanita falloide che Giulio ha trangugiato con una certa imprudenza o che gli è stato forse servito a tradimento da un cameriere infedele. Quel che certo è che il medico pontificio Matteo Curti, cospiratore o incompetente chi lo sa, non riesce a salvarlo.

Qualche giorno dopo, sotto la statua di Pasquino, compare una dedica che spiega bene quanto il popolo romano avesse amato il papa fiorentino. Sotto il ritratto dello stesso Curti si legge infatti: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo”.

Arnaldo Casali

Da leggere:
Adriano Prosperi, Enciclopedia dei Papi, Treccani, 2000
Adriano Prosperi, Tra Evangelismo e Controriforma: G.M. Giberti (1495-1543), Roma 1969
Ludwig von Pastor, Storia dei papi dalla fine del Medio Evo, IV, 1-2, Roma 1912
Niccolò Machiavelli, Legazioni e commissarie, a cura di S. Bertelli, Milano 1970
I ricordi di Michelangelo, a cura di L. Bardeschi Ciulich-P. Barocchi, Firenze 1970
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A. Frediani, Il sacco di Roma, Firenze 1997.
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Giuseppe Gagliano, Pace e guerra giusta nella riflessione di Erasmo da Rotterdam, Napoli, La Scuola di Pitagora, 2016
Antonio Altomonte, Il Magnifico. Vita di Lorenzo de’ Medici, Castelvecchi, Roma 2013
Tobias Daniels, La congiura dei Pazzi: i documenti del conflitto fra Lorenzo de’ Medici e Sisto IV. Le bolle di scomunica, la “Florentina Synodus”, e la “Dissentio” insorta tra la Santità del Papa e i Fiorentini, Edizione critica e commento, Edifir, Firenze 2013
G. Dickens, The English Reformation (Londres) (2ème éd. 1989)
Francesco Guicciardini, Storia d’Italia, a cura di Ugo Dotti, Collana Biblioteca, Torino, Aragno, 2015
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La chiesa fiorentina, Curia arcivescovile, Firenze 1970.
Maurizio Gattoni, Clemente VII e la geo-politica dello Stato Pontificio (1523-1534), Città del Vaticano, Collectanea Archivi Vaticani, (49), 2002

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