La carneficina di Liegnitz

I mongoli esibiscono la testa di Enrico il Pio nell'assedio di Leignitz

I mongoli esibiscono la testa di Enrico il Pio nell’assedio di Leignitz

Il 9 aprile del 1241 Enrico II il Pio, arciduca di Slesia, guidò una coalizione di polacchi, tedeschi e cavalieri teutonici e templari nel tentativo di fermare l’avanzata dei mongoli in Europa.

Uno scontro sfortunato per il sovrano tedesco e per i suoi uomini, travolti dall’inesorabile avanzata dell’orda venuta dall’Asia profonda, con teste spiccate dal corpo e sacchi piene di orecchie destre dei nemici sconfitti.

Liegnitz fu, comunque, il punto più avanzato raggiunto dai mongoli in terra europea, poi iniziò il riflusso verso Est.

L’invasione mongola I mongoli avevano pianificato l’invasione dell’Europa già nel 1235. Nell’inverno 1237 un’orda di 150mila cavalieri aveva attraversato i fiumi gelati della Russia ed era piombata sulle città di Vladimir (conquistata dopo una settimana d’assedio durante la quale “le pietre caddero come acqua dal cielo”) e Riazan (“dove nessun occhio rimase aperto per piangere i morti”), annientandole.

Il 6 dicembre del 1240 il principato russo e la città di Kiev erano nelle loro mani. Nessun abitante della città era stato risparmiato. Il frate di Magione, Giovanni da Pian del Carpine, passò davanti a Kiev sei anni più tardi e nella sua cronaca registra di aver visto “ancora i teschi e le ossa dei morti per le strade”. Poi cadde Lublino e venne saccheggiata Cracovia. Nulla sembrava poter fermare l’orda asiatica.

Nel gennaio del 1241 le truppe mongole si concentrarono sulla Vistola e si divisero in tre colonne: una, quella di maggior consistenza, puntò verso l’Ungheria, dove sconfisse re Bela IV a Mohi; l’altra, una forza diversiva, ma pur sempre agguerrita e micidiale, attraversò la Polonia settentrionale e si diresse a sud-ovest, tagliando la pianura polacca, in direzione dell’attuale Austria.
Una terza colonna, molto più piccola, attraversò e devastò la Moldavia e la Transilvania. Il cronista polacco Jan Dlugosz apre gli annali del 1241 con un monito: “Il Signore, il più pietoso e il più eccellente, arrabbiato per i molteplici peccati dei polacchi, inflisse loro non la pestilenza, non la carestia, non l’ostilità dei loro vicini cattolici come negli anni precedenti, ma la ferocia e la furia dei barbari pagani”.

Gengis Khan e Ong Khan, illustrazione proveniente da un manoscritto di Jami al-tawarikh, XV secolo

Gengis Khan e Ong Khan, illustrazione proveniente da un manoscritto di Jami al-tawarikh, XV secolo

Nei pressi di Liegnitz si trovarono di fronte 30mila tedeschi, polacchi e cavalieri teutonici e templari agli ordini dello sfortunato Enrico il Pio.
Fu una carneficina che aprì ai mongoli le porte di Vienna e dell’Italia. Solo un miracolo avrebbe potuto salvare l’Europa. E il miracolo avvenne, prendendo le forme di un messaggero mongolo che portava al generale Subedei (o Subutai) la notizia della morte del gran khan Ogadai, terzogenito di Gengis khan. I mongoli si diressero prima in Ungheria, poi verso i Carpazi e come il riflusso della marea scomparvero ad est, in attesa di eleggere un nuovo khan e senza più riapparire in Europa.

La spinta conquistatrice dell’Orda d’oro si stava esaurendo.

Enrico II il Pio, in un quadro di Jan Matejko (1838-1893)

Enrico II il Pio, in un quadro di Jan Matejko (1838-1893)

La preparazione della battaglia Il duca Enrico il Pio lasciò la città di Liegnitz e si diresse verso Wahlstadt per schierare l’esercito su cinque linee. Davanti si stendeva la pianura e il corso del fiume Nysa. In prima fila c’erano i soldati tedeschi, della Moravia e alcuni reparti di minatori che si erano aggregati alle truppe. Le due file successive erano costituite da polacchi e cavalieri teutonici e templari. L’ultima fila era composta dalla guardia personale del duca e da un contingente di minatori.

Enrico il Pio poteva contare su almeno 28.000 uomini. I mongoli erano tra 20 e 30.000, schierati su quattro file e avvantaggiati dalla pianura che si stendeva verso il nemico. Il duca Enrico, infatti, aveva scelto come campo di battaglia proprio quello che favoriva il modo di combattere della cavalleria mongola.

Lo scontro viene così descritto dai cronisti: “I due schieramenti si incontrarono nella piana di Wahlstadt. Le prime cariche dei cavalieri cristiani con le loro pesanti armature sembrarono far breccia tra i mongoli, che fuggirono. Gli uomini del duca Enrico si misero all’inseguimento, in un crescente disordine, finendo in un’imboscata perfettamente preparata dai mongoli. Le forze del duca Enrico furono annientate quasi fino all’ultimo uomo”.

Cavallerie mongolo e occidentale a confronto

Cavallerie mongolo e occidentale a confronto

La tattica dei mongoli La strategia dei mongoli era precisa: se una città resisteva, una volta conquistata i cittadini venivano passati per le armi. Così avvenne ad Harat, a Nishapur, a Bukhara e altrove. L’esercito mongolo, invece, era inarrestabile per un complesso di elementi estranei agli eserciti medievali europei: velocità di spostamento (fino a 500 chilometri in 3 giorni con ogni condizione meteo), elevata manovrabilità, l’armamento (soprattutto archi e frecce), la disciplina in battaglia e un ottimo corpo di ufficiali.

Il guerriero mongolo era nato per la guerra e la caccia, era in grado di viaggiare per decine di chilometri senza mai fermarsi, saltando da un cavallo all’altro mentre galoppava (ogni guerriero ne possedeva almeno 4), si accampava sulla nuda terra, mangiava razioni ridotte e all’alba riprendeva il cammino. L’arma preferita era l’arco a doppia curvatura, con una forza di oltre 70 chili di spinta, con frecce scagliate fino a 300 metri.

Il cavaliere mongolo preferiva colpire a distanza e, raramente, arrivava al corpo a corpo. Da qui anche il ridotto numero di feriti e caduti. Il cavaliere mongolo, soprattutto, obbediva agli ordini e nelle caotiche battaglie medievali valeva già la vittoria. Gli ordini venivano impartiti tramite un sistema di segnalazioni con bandierine colorate. La tattica preferita era quella della finta fuga sotto la pressione del nemico, sfilacciarne il corpo principale, voltare improvvisamente il fronte e caricare. Così avvenne a Liegnitz.

La battaglia di Leignitz in una miniatura d'epoca

La battaglia di Leignitz in una miniatura d’epoca

La battaglia La prima linea di cavalieri di Enrico il Pio diede inizio allo scontro, caricando le file mongole e travolgendole, apparentemente. In realtà era un trucco, perché il centro mongolo arretrava sotto la spinta nemica, ma le ali rimanevano ancorate al proprio posto. E mentre il centro ripiegava, le ali si chiudevano attorno ai cavalieri europei. Gli arcieri mongoli ne fecero strage “come delicate spighe di grano rotte da chicchi di grandine”.

Il duca di Slesia, allora, fece avanzare le altre due file di cavalieri, coperti ai fianchi dai balestrieri, i quali riuscirono a rintuzzare gli attacchi degli arcieri asiatici. Il comandante mongolo fece avanzare due file di cavalieri, potendo contare ancora sulla prima linea che aveva spazzato via la prima carica dei cavalieri di Enrico. Lo scontro era molto acceso, ma praticamente in stallo.

Enrico il Pio decise di far intervenire la cavalleria pesante teutonica, ritenendo che fosse giunto il momento di spezzare il fronte nemico. I mongoli iniziarono a cedere terreno, prima combattendo, poi ripiegando in buon ordine. Tedeschi e polacchi si gettarono all’inseguimento. Ad un certo punto un porta insegne mongolo fece un segnale e lungo i fianchi dell’armata di Enrico si sprigionarono le fiamme. Alcuni mongoli si erano nascosti nei canneti lungo il fiume e avevano appiccato il fuoco, rendendo l’aria subito irrespirabile per i cristiani, che rimasero avvolti in una fitta coltre di fumo. A quel punto la cavalleria mongola fece dietrofront e attaccò il nemico, tra urla di guerra e un fitto lancio di frecce, sia frontalmente sia ai fianchi. Fu una strage. Cadde anche il margravio di Moravia e il comandante regionale dei cavalieri teutonici.

Dopo aver liquidato le ultime sacche di difesa degli europei, i mongoli investirono con tutta la loro forza lo sparuto gruppo di cavalieri che costituiva la guardia personale di Enrico il Pio. Il quale decise di non fuggire, ma la difesa opposta era ormai troppo debole. In un attimo la guardia del duca venne accerchiata. Enrico tentò un ultimo, disperato attacco, cercando di aprirsi un varco verso la città, ma rimase con soli quattro uomini. Mentre alzava la spada per calarla su un nemico, un altro mongolo lo infilzava con una lancia sotto l’ascella, nel punto non protetto dall’armatura. Il cavallo del duca, inoltre, venne ucciso.

L'impero mongolo nel 1300

L’impero mongolo nel 1300

Una volta a terra Enrico venne finito da alcune frecce. Dei cavalieri mongoli presero il corpo, lo spogliarono dell’armatura e lo decapitarono (il cadavere fu ritrovato e riconosciuto solo perché la vedova rivelò che suo marito aveva sei dita nel piede destro). Uscendo dalla città, prima della battaglia, l’arciduca aveva avuto un triste presagio: una pietra si era staccata da una chiesa e lo aveva sfiorato. La testa dello sfortunato duca di Slesia venne conficcata in una picca e portata fin sotto le mura di Liegnitz.

Gli abitanti non si persero d’animo a quella vista, bruciarono la città bassa e si rifugiarono nella roccaforte, in attesa dell’esercito di soccorso del polacco Venceslao. I mongoli, d’altronde, non avevano tempo di assediare la città (anche se avevano appreso perfettamente, dai cinesi, la poliorcetica e non v’era rocca o castello che resistesse loro) e si limitarono a riempire nove enormi sacchi con l’orecchio destro dei caduti e dirigersi verso l’Ungheria, dove era di stanza il grosso dell’esercito.

Da lì avrebbero seminato il terrore fino a Zagabria e Spalato, per poi refluire verso est alla notizia della morte del gran khan.

Fu Ivan IV il Terribile, a metà del XVI secolo, a porre fine alle scorrerie mongole nei territori della Russia europea, confinando i formidabili guerrieri asiatici alla sola Crimea.

Umberto Maiorca

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