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Martino, la cappella e il cavaliere

Martino divide il suo mantello con un povero, Duomo di LuccaSan Martino (316-397) aveva solo 18 anni e faceva il soldato quando fu protagonista dell’episodio di carità per il quale è conosciuto in tutto il mondo: a Amiens una gelida notte d’inverno incontrò un mendicante lacero e infreddolito. Non aveva niente da dargli. Allora imbracciò la spada, tagliò il suo caldo mantello di cavaliere dell’impero e ne donò la metà a quell’uomo povero, incontrato per caso. (Nella foto, bassorilievo del Duomo di Lucca).

La stessa notte, sognò Gesù Cristo, coperto dal quel mantello, che parlava agli angeli: “”Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito”. La leggenda dice che quando si risvegliò il mantello fosse tutto intero, vicino a lui. Turbato e felice, Martino volle subito farsi battezzare. E il tempo cambiò: un tiepido sole scaldò l’aria. Nella cultura popolare nacque così l’Estate di San Martino, “che dura tre giorni e un pochinino” e che nei paesi anglosassoni viene chiamata Indian Summer (“estate indiana”).

In latino il mantello si chiamava “cappa”. E quello più corto dei militari veniva quindi indicato come “cappella”. Martino è il patrono di Francia.
Il mantello del miracolo, la cappella del santo, fu custodito nei secoli come una reliquia nell’oratorio privato dei re Merovingi e dei sovrani Carolingi. E diede il nome anche ai Capetingi, il casato più antico in Europa: Ugo Capeto, fondatore della dinastia, si sarebbe chiamato così perché custodiva la reliquia in una stanza del suo palazzo, un piccolo luogo di preghiera, che per via del sacro indumento fu detta da allora “chapelle”.

I Franchi portavano il mantello in guerra, lo esibivano davanti alle truppe, confidando nella protezione del santo patrono. Sulla “cappa” di San Martino si prestarono i giuramenti più solenni. Carlomagno volle il mantello tutto per sé: lo conservò nell’oratorio palatino di Aquisgrana, che da allora si chiamò Aix-la-chapelle (in tedesco Aachen).
Così la parola “cappella” che designava l’oratorio del re, diventò il nome di tutti gli oratori del mondo. I custodi della reliquia vennero chiamati “cappellani”, sacerdoti a cui competeva anche il canto liturgico non accompagnato dagli strumenti musicali e quindi poi definito “a cappella”.

Martino è uno dei santi più amati nel mondo. Venerato dalla Chiesa cattolica ma anche da quella ortodossa e da quella copta. Protettore dei militari e dei pellegrini. Il culto si diffuse rapidamente anche in Italia: san Benedetto consacrò a Martino l’antico tempio di Apollo sulla vetta di Cassino, e volle poi finire i suoi giorni nell’oratorio a lui dedicato. A Roma, fu il primo santo non martire a essere venerato grazie a papa Simmaco (498-514) che gli dedicò una basilica sull’Esquilino, l’attuale San Martino ai Monti.

Quando morì a Candes, che da allora si chiamò Candes-Saint-Martin era la mezzanotte dell’8 novembre del 397. Gli abitanti di Poitiers e quelli di Tours si disputarono la salma. Vinsero questi ultimi che di notte trafugarono il cadavere del loro vescovo e lo portarono in città con le barche, lungo i fiumi Vienne e Loire. La ricorrenza da allora si celebra l’11 novembre, nell’anniversario della sepoltura.

Già nel primo Medioevo, Martino era il santo più popolare d’Europa. Il suo straordinario successo in Gallia si spiega anche la trasposizione di molte usanze pagane. I giorni della sua festa coincidono con gli stessi del Samhain, il capodanno dei Celti. La parola forse viene da “samhuinn” e potrebbe voler dire “summer’s End”, fine dell’estate. Poi, nei paesi anglosassoni, Samhain diventò All Hallow’Eve, ove “Eve” sta per “vigilia”. E così arrivò Halloween.

La festa di San Martino dalla Francia si diffuse rapidamente in Germania, in Scandinavia e nel resto d’Europa. E proprio come avveniva per il Samhain, quello divenne il giorno dei banchetti, di una abbondanza che andava celebrata. Ancora oggi, un proverbio abruzzese, quando in una casa non manca proprio niente, recita: “Ce sta lu sante Martino”.

La ricorrenza di San Martino, come il Samhain, celebrava la fine dei lavori nei campi e l’inizio della raccolta. Così l’11 novembre divenne il giorno di un nuovo inizio: cominciava la scuola, si inauguravano le aule di tribunale e addirittura iniziavano i lavori del parlamento. Un giorno insomma di tutti i cambiamenti importanti, in cui scadevano i contratti agricoli e quelli degli affitti. E in cui spesso si cambiava casa: “far San Martino”, in molte zone dell’Italia indica ancora un trasloco. Una data utile anche per ammazzare il maiale, l’animale allevato con amore in vista di una morte certa. Tanto che un proverbio spagnolo certifica la fatalità: “A todos nos llega el San Martìn”, che significa “Per tutti arriva il San Martino”. Come dire che tutti, prima o poi, dobbiamo morire.

In Francia “L’apostolo delle Gallie”, protettore dei pellegrini e dei militari, è ancora invocato come primo patrono della nazione. Un santo soldato, conquistatore di anime che richiama un altro mito: quello di un dio cavaliere che montava un cavallo nero e indossava una mantellina dello stesso colore e che veniva venerato in un’altra terra celtica, la Pannonia, patria di san Martino. Era una divinità degli inferi, capace però di trionfare sulla morte.

Nella trasposizione popolare Martino, santo esorcista delle Gallie, cavaliere, giusto, ascetico e generoso, su un bianco destriero combatte il diavolo e i mali del mondo. Come l’antico eroe germanico Wigalois, celebrato da un romanzo arturiano tedesco da Wirnt von Gravenberg poco dopo il 1210. E come un altro maestoso e stupefacente “dio-cavaliere” medievale, scolpito su una roccia alta cento metri a Madara, nel nord est della Bulgaria.

L’infernale creatura del dio cavaliere dei Celti sopravvisse in Gran Bretagna, nell’ ”hodden horse” la maschera inquietante di un uomo nascosto sotto un mantello nero dal quale emerge la testa dipinta di un cavallo o di un teschio con la mascella semovente. Nel periodo natalizio era tenuto per le briglie da un “domatore” e avanzava tra le strade dei villaggi, circondato da suonatori, questuanti e bambini che cercavano di montare in sella. Ma l’animale con il mantello batteva i piedi e scuoteva la testa. E tutti gettavano dolci e monete in quella sinistra bocca spalancata.

Il mantello cambia colore e diventa bianco con Mari Lwyd, la versione gallese del “cavallo nascosto”. Si festeggia ancora oggi a Llantrisant e Pontyclun: c’è un uomo celato sotto la maschera e dei questuanti impegnanti in una gara di versi insolenti. E poi tutto finisce tra dolci, birre e allegria.

Perché quando il Bene trionfa c’è sempre un cavaliere. E un mantello che ci ripara dal Male.

Federico Fioravanti

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