La battaglia di Sant’Egidio

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Braccio Fortebraccio ritratto da Salvatore Fiume (1949)

Il Papa da un lato che guarda alla città, Firenze dall’altro che preserva i suoi denari, i Visconti che incombono o le compagnie di ventura che imperversano nel contado. Per i perugini, nell’estate del 1416, la scelta è molto difficile. È il destino, o meglio la caparbietà di un uomo d’arme, a scegliere per loro. È Braccio Fortebraccio.

Braccio (Andrea) Fortebraccio (Perugia 1368 – l’Aquila 1424) è un aristocratico, un soldato, un condottiero al pari di Biordo Michelotti, entrambi «devono la loro vocazione militare al fatto che, cacciati dalla città dopo la disfatta della loro fazione, hanno trovato un mezzo per sopravvivere e comunque mantenere il loro rango». Al servizio di pontefici e re, Braccio medita vendetta e il ritorno in città, da vincitore, dopo anni di esilio.

Nei primi anni del XIV secolo il Comune di Perugia è «in preda a difficoltà finanziarie insormontabili» e le «forze al servizio di Perugia sono sempre più spesso pagate dai suoi alleati, Milano o Firenze». Sempre più difficile è anche mantenere il vasto contado sotto il proprio controllo anche se «tranne che nel 1414, quando il governo comunale si inchina davanti alla superiorità militare di Braccio da Montone, le minacce esterne non bastano a rovesciare un regime», confermando la superiorità della città sul contado.

La situazione politica La condizione della città fino alla conquista di Braccio vede l’alternarsi al potere di Biordo Michelotti, capo indiscusso a seguito del tumulto dei Raspanti il 3 agosto del 1393. A marzo del 1398 viene assassinato dal cognato Francesco de’ Guidalotti «senza però che la sua scomparsa porti, contrariamente ai calcoli dei suoi avversari, al ritorno dei nobili al potere né alla riconciliazione col Papa». I priori si accordano con il duca di Milano e nel gennaio del 1400 gli conferiscono pieni poteri. Nel 1402 i discendenti di Giangaleazzo Visconti riconsegnano la città a Bonifacio IX. Dal 1408 al 1414, anno della sua morte, infine, Perugia è sotto il controllo di Ladislao re di Napoli. Fino alla battaglia di Sant’Egidio, quindi, la città viene amministrata dalle magistrature comunali, le quali «costantemente minacciate dalle truppe di Braccio da Montone, dedicano tutte le loro energie a racimolare denaro per pagare mercenari capaci di contenere gli assalti del famoso condottiero».

Uno scorcio di Perugia nel XV secolo da un affresco del Bonfigli

Uno scorcio di Perugia nel XV secolo da un affresco di Benedetto Bonfigli (1454)

La battaglia Nell’aprile del 1416 Braccio non è più al soldo del Pontefice, ha appena venduto la libertà di Bologna per 82.000 ducati d’oro, e ricompare in Umbria all’improvviso, alla testa di truppe sempre più numerose grazie ai soldi bolognesi, con il fido Tartaglia al suo fianco.

Braccio si presenta davanti alla città da Porta Sole, verso Monteluce e un primo scontro si accende a Fontenuovo. L’assalto viene respinto e «il giorno dopo subisce la medesima sorte un altro duplice assalto condotto sia da Fontenuovo che da Santa Giuliana.
L’ostinazione del popolo nella difesa della propria città è sublime e anche le donne non disertano il loro posto nell’aiutare i combattenti» gettando pietre, vasi e brocche dalle finestre. Il carattere ardente dei perugini, d’altronde, era ben conosciuto, tanto che «i magistrati per risparmiare il sangue dei cittadini avevano severamente vietato loro di uscire dalle mura per combattere, e, per avvalorare il divieto avevano fatto murare quasi tutte le porte, ma i perugini erano i più bellicosi uomini d’Italia e quando i soldati di Braccio venivano a provocarli saltavano giù dalle mura o si facevano calare con una fune al basso» pur di dare battaglia. Ogni volta che i bracceschi si avvicinano piovono «dall’alto delle mura e delle torri flutti d’olio bollente e macigni contro gli assalitori».

Braccio decide, quindi, di porre l’assedio alla città, potendo contare sull’autorità riconosciuta sopra «centoventi castelli e ottanta villaggi». Il condottiero, quindi, «dai ritentati approcci della invelinita città tornava pesto e sanguinoso», ma poi sposta il suo quartier generale tra Brufa e Mirualdolo una volta avuta notizia che Carlo Malatesta, chiamato dalle magistrature comunali in qualità di “Difenditore dei Perugini per la Santa Chiesa”, lo minaccia con le sue truppe (2.700 cavalli), alle quali si sono aggiunte quelle di Ceccolino Michelotti (per altri 1.500 cavalli) e di Paolo Orsini (con migliaia di fanti e cavalieri, ma non giungerà in tempo per la battaglia e verrà sconfitto e ucciso a Colfiorito), dalla parte di Assisi.

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Dal Pincetto, punto panoramico nel centro storico di Perugia, la visuale spazia sulla piana di Sant’Egidio, teatro della battaglia. In lontananza, sul fianco del monte Subasio, si vede Assisi.

I due eserciti si trovano di fronte a Sant’Egidio (più precisamente a Capanne di Ripa) il 7 luglio per il Pellini, il 12 per Muratori e Sismondi, ma la «condizione di Braccio era più pericolosa perché i perugini potevano fare una sortita ed assalirlo alle spalle e poteva giungere in aiuto dé suoi nemici Paolo Orsini e raddoppiarne il numero». Braccio è accampato «in quell’angusta pianura che giace tra il Tevere e Sant’Egidio, sulla strada d’Assisi». Insegne, lance ed elmi scintillanti brillano nel sole estivo.

Ecco come descrive la battaglia lo storico Sismondi: «I due eserciti, della medesima nazione e della stessa indole, si pareggiavano per impetuoso valore e per astio scambievole, Braccio divise il suo esercito in piccole bande, assolutamente staccate le une dalle altre, le quali movevano all’assalto ciascuna da sé, e poscia ritraevansi per ricomporre le loro ordinanze, indi, tornar di nuovo alla pugna; il Malatesta, secondo l’antica tattica, non fece che tre schiere della sua gente, cioè le due ali ed il centro. Da una parte la battaglia rinnovavasi senza interrompimento, dall’altra una parziale vittoria non decideva della giornata. Inoltre Braccio avea fatto apparecchiare moltissimi vasi pieni d’acqua per abbeverare i suoi cavalli e rinfrescare i soldati dopo ogni scaramuccia, senza che per ciò fare fossero costretti a rompere le ordinanze; la quale previdenza fu cagione della sua vittoria. La pugna durò sette ore, sotto l’ardente sole di luglio; e l’arsura accrescevasi per la densa polvere che ingombrava l’aria. I soldati del Malatesta, che vedevano scorrere il Tevere là vicino a cinquecento passi, non poterono all’ultimo resistere alla tentazione di accorrervi e dissetarsi, e ruppero i loro ordini.

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Uno dei nipoti di Carlo Malatesta, Sigismondo, ritratto da Piero della Francesca (1451 ca.)

Braccio approfittò di quest’istante per piombare impetuosamente sopra di loro. Il Tartaglia da una banda e i fuoriusciti perugini dall’altra scompigliarono i soldati del Malatesta, e ne buttarono moltissimi nel fiume; quindi la rotta fu intiera; il solo Agnolo della Pergola riuscì ad aprirsi lo scampo con quattrocento cavalli all’incirca, e Carlo Malatesta rimase prigioniere con due suoi nipoti e circa tremila cavalieri. Ceccolino dei Michelotti, ch’ebbe la sventura di cadere nelle mani di Braccio, dal quale era acerbamente odiato, siccome capo in Perugia d’un partito da lungo tempo a Braccio nemico, fu, per quanto comunemente si crede, ucciso in carcere». Carlo Malatesta e i suoi nipoti trascorsero cinque mesi in prigionia e poi furono riscattati per 80.000 fiorini.

Lo scontro di Sant’Egidio non fu una grande battaglia, pur di fronte al numero di soldati che vi parteciparono, se si guarda al numero dei morti: appena 300 di parte perugina e 180 per i bracceschi, dopo sette ore di scontro. La battaglia, che rimane uno scontro medievale di masse di cavalieri e fanti, mise in luce la capacità di controllo sui propri soldati durante il combattimento da parte di Braccio.

Per dirigere meglio il proprio esercito, infatti, Braccio era solito dividere in squadroni e pattuglie i suoi uomini, in modo da poter lanciare più attacchi o dirigere le truppe dove si accendeva maggiormente la mischia. Una divisione che portava al maggior controllo delle forze in campo e ad una rotazione delle stesse, le quali potevano usufruire di momenti di riposo e per dissetarsi.

Una tecnica mutuata, probabilmente, dal modo di combattere dei legionari in prima fila, i quali al comando si ritraevano e lasciavano il posto al commilitone alle spalle. A Sant’Egidio la tattica si rivelò vincente. Braccio, inoltre, «aveva svolto un lavoro meticoloso di spionaggio e conosceva a menadito sia le forze perugine, sia il campo di battaglia, e si preparò di conseguenza».

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Il pannello centrale della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello (1438 ca.), conservato alla Galleria degli Uffizi. Per lungo tempo si è ritenuto che raffigurasse la battaglia di Sant’Egidio

I soldati del Malatesta, invece, procedevano in formazione serrata, disposti in un grande semicerchio, tenendo le colline alle proprie spalle, per attirare i bracceschi e poi chiuderli a tenaglia. Il Malatesta era talmente sicuro della riuscita del suo piano che si ritirò nelle retrovie, nella sua tenda, in attesa che i suoi luogotenenti concludessero la battaglia. Braccio tenne le truppe nemiche costantemente sotto pressione con continui attacchi su tutto il fronte e quando vide i primi segni di cedimento (molti soldati avevano abbandonato il proprio posto per andare a bere al Tevere) lanciò l’attacco conclusivo con le riserve.

«A fianco di Braccio è un valoroso capitano, Malatesta I Baglioni, il quale deve vendicare la morte del padre Pandolfo e tanti anni di esilio. Al di sopra della canea si leva la voce di Braccio: “Animate i vostri soldati, o Baglione! Ricordate vostro padre trascinato morto per le vie di Perugia! Vendicatelo”».

Nella battaglia si distinsero anche il giovanissimo figlio di Braccio, Oddo, e l’allievo Niccolò Piccinino.

La battaglia di Sant’Egidio fu, comunque, un episodio molto conosciuto e commentato all’epoca, tanto che per anni si è creduto che anche Paolo Uccello avesse voluto ritrarlo in un suo famoso dipinto: quello che adesso è conosciuto come la Battaglia di San Romano (uno scontro tra senesi e fiorentini), un trittico, ora diviso tra la Galleria degli Uffizi, la National Gallery di Londra e il Louvre di Parigi.

Altra differenza tra i due schieramenti sono quelle che vedevano Braccio preferire l’utilizzo della cavalleria pesante, mentre Carlo Malatesta puntava su schiere compatte di fanti, ma senza disporli in quadrato (come i picchieri svizzeri pochi decenni dopo) e senza l’appoggio di picche e pali per fermare i cavalli.

STEMMA DI BRACCIO SALA NOTARI

Lo stemma di Braccio Fortebraccio, con il montone nero in campo dorato che ricorda le origini del casato (proveniente dal borgo di Montone a nord di Perugia), è affrescato all’interno del palazzo dei Priori di Perugia, nella splendida Sala dei Notari

Braccio «se ancora non era arrivato a concepire un piano di battaglia, nell’accezione moderna, certamente si preoccupava di un’accurata preparazione, che teneva conto degli elementi a favore e a sfavore». Luigi Bonazzi è uno storico certamente non tenero con Braccio, ma riconosce al condottiero quel titolo che gli compete «per la restaurata arte militare. Che le battaglie moderne assomiglino più alle antiche che a quelle del medio evo, in cui il nerbo della guerra consisteva tutto nella cavalleria gravemente armata, lo ha già osservato il medesimo autore. Ora, se badiamo alle minute descrizioni che delle battaglie braccesche ci ha lasciato il Campano, si trova che quella immensa cura delle vettovaglie e delle spie, quella rapidità delle marce, quel sostituire truppe fresche alle stanche, quel trattenere la battaglia fino all’arrivo d’altre truppe, quell’uso frequentissimo di cavalli leggeri sono tutte cose che sentono assai più del tempo antico e moderno che del medio evo».

La breve signoria Braccio entrò in città da vincitore e sfilò per il corso cittadino senza armi né scorta per dimostrare che non aveva paura e «nel prendere la signoria della sua patria egli promise di rispettarne le antiche leggi e in parte anche la libertà». La pace fu conclusa il 16 luglio 1416 nel convento degli olivetani di Montemorcino. Il condottiero «non fu un cattivo signore di Perugia e si diede da fare sotto il profilo amministrativo; ma certamente rimaneva un soldato di mestiere e perciò continuò a combattere». Dopo la conquista della città anche la compagnia di Braccio cambiò fisionomia, costituita da soli umbri divenne sempre più una forza armata regionale. Con la sua compagnia Braccio guerreggiò per altri otto anni in giro per l’Italia centrale per difendersi da papa Martino V o combattendo nel regno di Napoli. Fino al giugno del 1424, quando morì sotto le mura di L’Aquila.

Umberto Maiorca

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