La battaglia di Poitiers

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La battaglia di Poitiers in un dipinto di Charles de Steuben. A cavallo Carlo Martello, rivolto verso Abd er-Rahman (a destra)

Il 10 ottobre del 732, nella pianura nei dintorni di Tours, tra Poitiers e Moussais, si affrontano i franchi di Carlo (da quel giorno Martello) e i mori (i numidi dei tempi di Annibale) di Abd er-Rahman. Con la vittoria dei franchi l’espansionismo musulmano si fermerà ai Pirenei, cambiando definitivamente il destino dell’Europa.

Dall’Oriente alla Spagna La sconfitta rimediata dalle armate musulmane tra il 717 e il 718 durante il tentativo di assedio di Costantinopoli, spinse a cercare un’altra via alla diffusione della fede: dal nord Africa alla Spagna. Cartagine era già caduta nel 697. Le popolazioni berbere avevano accettato l’islam negli anni successivi. La Spagna era a poche miglia dall’altra parte dello stretto. L’emiro Musa ibn Nusair nel 711 inviò Tarik ibn Ziyad (da lui prenderà nome lo stretto di Gibilterra, Gebel al Tarik, monte di Tarik) con 7.000 uomini a compiere una scorreria a vasto raggio, ma le divisioni interne tra i vari potentati visigoti portarono, nel giro di pochi anni, quasi tutta la penisola iberica sotto il possesso musulmano. La pressione musulmana aveva varcato anche i Pirenei, con il mobile esercito berbero a razziare più volte la Gallia meridionale e mettendo a rischio le regioni centrali.

La battaglia di Poitiers fu il risultato di un’azione politica da un lato e del desiderio di razzia di un territorio molto ricco dall’altro. A livello politico sia il governatore e generale Abd er Rahman sia Carlo Martello non avevano accettato l’accordo tra Oddone di Aquitania (insofferente al potere franco) e Othman ben ali Neza, signore di una parte dei Pirenei settentrionali, a sua volta desideroso di sganciarsi dal potere omayyade. Così il generale musulmano decise di marciare contro il rinnegato Neza, lo annientò e poi proseguì verso le fertili valli della Gallia meridionale. Sconfisse sul campo Oddone nei pressi di Bordeaux e puntò su Tours, inseguendo le leggendarie ricchezze dell’abbazia di San Martino. Le truppe more giunsero fino «alla Loira, saccheggiando anche la chiesa di Sant’Ilario»1. A quel punto intervenne Carlo Martello, maggiordomo di palazzo del re merovingio, dopo aver incassato la sottomissione di Oddone.

Tomba di Carlo Martello a Saint-Denis

La tomba di Carlo Martello (690 ca. – Quierzy, 11 novembre 741) a Saint-Denis. Carlo esercitò il potere regale dal 737 al 741 pur non avendone il titolo (era un ministro del regno). Il soprannome Martello (diminutivo di Marte), secondo un’ipotesi, gli venne attribuito da alcuni cronisti della dinastia carolingia per la sua particolare capacità bellica

I due eserciti L’esercito di Carlo Martello ammontava ad almeno 30.000 uomini, «un insieme di soldati di professione da lui comandati nelle campagne in Gallia e Germania, e un’assortita moltitudine di miliziani poco equipaggiati e scarsamente addestrati». I franchi combattevano a piedi e a cavallo, indossavano armature di cuoio e ferro ed erano armati di spade e asce, da battaglia e da lancio. L’esercito franco era costituito «in gran parte, di milizia territoriale, mista ai guerrieri delle scara, le forze d’élite della corona merovingia: armati pesantemente, con scudo, elmo, cotta di maglia, possedevano addestramento e flessibilità di impiego, così da essere l’anello di congiunzione tra il cavaliere del tardo-romano impero e quello medievale».

Abd er-Rahman poteva contare su 80.000 uomini, in gran parte mori che combattevano a cavallo con scimitarre e lance, senza armatura e senza archi. Si battevano con una sola tattica: la carica frontale di cavalleria. Ed era anche «il loro punto debole … non sapevano far altro che attaccare; erano addestrati solo a questo e non avevano neanche il concetto di difesa». I musulmani si presentarono allo scontro, inoltre, rallentati e appesantiti dal frutto delle razzie compiute nella regione. Una preda che nessuno voleva abbandonare, visto che la spedizione era stata organizzata «per fare bottino, più che per assoggettare» il ricco Poitou e le valli della Loira e della Senna.

L’esercito musulmano procedeva lentamente con il suo carico di ricchezze, quando all’orizzonte apparvero Carlo Martello e le sue truppe. L’effetto sorpresa c’era stato, ma i franchi non ne approfittarono. Preferirono tenersi a distanza per una settimana, studiando il nemico e saggiandone la consistenza e forza con piccoli attacchi delle avanguardie. Il comandante musulmano, fu colto di sorpresa dalla comparsa dei nemici, ma non pensò neanche di abbandonare il bottino e dare battaglia. Anzi, approfittando della pausa offerta dai franchi, spedì una parte delle sue truppe verso sud, come scorta al bottino, lungo la strada verso i Pirenei e la Spagna, ma «la ritirata, rallentata dal bottino, … divenne impraticabile nei pressi di Poitiers».

Abdul_al_Rahman_I

ʿAbd er-Raḥmān I al-Dākhil, ovvero “l’Immigrante” (in arabo: عبد الرحمن الداخل‎; Damasco, marzo 731 – Cordova, 788), fu il primo emiro indipendente di al-Andalus

La battaglia Carlo aveva avuto modo di conoscere il modo di combattere dei musulmani e le truppe di cui disponeva, con relativo armamento, avrebbero potuto ben contrastare il nemico. Il comandante franco dispose i suoi uomini «in un quadrato difensivo composto principalmente dai suoi franchi, ma integrato da elementi presi dalle numerose tribù assoggettate», gepidi, alamanni, sassoni, bavari e germani, in modo da costituire un muro di scudi e lance contro cui «la cavalleria musulmana si accanì senza risultato» mentre «i giavellotti e le asce da lancio di questi colpivano duramente gli uomini e i cavalli che si avvicinavano». La fanteria franca, inoltre, era «schierata su un campo di battaglia ristretto, limitato da appigli tattici alle ali per evitare aggiramenti» costituiti dai fiumi Clain e Vienne e da un bosco dove si nascose la cavalleria di Oddone.

L’esercito franco era, quindi, disposto «in una grande massa, su terreno ben difendibile e con i fianchi protetti da alcuni ostacoli naturali», ma il comandante musulmano non pensò a tattiche alternative, i cavalieri si disposero in «un’unica massa e si lanciarono in una carica furibonda Nell’impossibilità di girare intorno ai fianchi dello schieramento nemico e attaccare dal retro e i cavalieri arabi dovettero compiere ripetuti assalti frontali». I musulmani confidavano anche sull’effetto destabilizzante che avrebbe prodotto la comparsa sul campo di battaglia dei cammelli da trasporto, il cui pungente odore era insopportabile ai cavalli dei franchi, ma lo schieramento nemico non si mosse. Così la disposizione delle truppe musulmane a mezzaluna perdeva di efficacia.

Gli uomini di Abd er-Rahman continuavano ad attaccare, a subire perdite e non guadagnare un metro di terreno perché «i franchi, abili nel maneggio dell’ascia e della spada» li respingevano «riparando in breve tempo i piccoli varchi aperti nel loro schieramento». Isidoro Pacense, nella Cronaca mozarabica, descrive una formazione difensiva solida, con «gli uomini del nord immobili come un muro; sembravano saldati insieme in un baluardo di ghiaccio impossibile da sciogliere, mentre trucidavano gli arabi con le spade. Gli Austrasiani, dagli enormi arti e le mani di ferro, colpivano coraggiosamente nel cuore della battaglia». I franchi, chiamati per la prima volta «europei» in una cronaca coeva, tennero il fronte contro le cariche di cavalleria leggera musulmana e «la francisca, un’ascia che poteva anche essere lanciata, dovette lavorare molto quel giorno per disarcionare i cavalieri o finirli a terra, mentre la siepe di lance e il muro di scudi cristiani risultavano invalicabili». Per i cavalieri berberi e mori, infatti, non c’era molta scelta: finire infilzati sulle lance, schiacciati dai cavalli imbizzarriti o uccisi a colpi d’ascia una volta caduti a terra e in balia dei soldati franchi che uscivano dai ranghi per finire gli avversari appena l’ondata di cavalleria prendeva la via della ritirata. I musulmani iniziano a d arretrare, i cavalli sono sfiniti per le continue cariche e infruttuose cariche.

SCHEMA TATTICO ARS BELLICA

Lo schema tattico della battaglia (immagine ©ArsBellica, www.arsbellica.it)

Ad un certo punto della battaglia, però, Abd er-Rahman riuscì a penetrare lo schieramento franco con un drappello di cavalieri. Nello stesso momento Oddone d’Aquitania, «al segnale convenuto dell’accensione di un fuoco», aveva portato un contingente di cavalleria alle spalle dei mori e aveva attaccato il campo. Una cronaca islamica, riportata da Edward Creasy (Fifteen decisive battle of the world, p. 166): «molti musulmani temettero per la sicurezza delle spoglie che avevano ammassato nelle tende, e tra i loro ranghi cominciò a circolare la falsa voce che il nemico stava saccheggiando l’accampamento; perciò, numerosi squadroni di cavalleria si precipitarono a difenderlo». Fu l’inizio del tracollo del fronte musulmano. Carlo Martello dà ordine ai suoi di avanzare, compatti, sempre difesi dal muro di scudi. I fanti saraceni, senza protezione, non possono nulla contro la stazza degli uomini del nord e le armi pesanti. Il corpo a corpo si trasforma in una carneficina. La ritirata improvvisa dei musulmani lasciò isolato Abd er-Rahman «che venne infilzato da un fante austrasiano» e morì sul campo. Nella letteratura epica posteriore si racconta che fu abbattuto da un colpo di scure di Carlo Martello.

Con il calare del sole lo scontro diminuisce d’intensità e alla fine i mori si ritirano verso Poitiers. Carlo Martello, con poca cavalleria e temendo di finire in trappola, non inseguì il nemico e «si accontentò di occupare il campo di battaglia» con la sua fanteria. Il mattino successivo dal campo musulmano non si ode alcun rumore. Gli esploratori franchi lo trovano vuoto. Il nemico si è ritirato nella notte, appena scoperto che il generale Abd er-Rahman era morto nella battaglia.

Le perdite musulmane non sono mai state quantificate, ma si ritiene che furono ingenti visto che gli storici arabi ricordano lo scontro come “il lastricato dei martiri della fede”, mentre nel campo franco si stima che persero la vita almeno 1.500 soldati. Le cronache medievali riportano la cifra di 1.007 caduti per i franchi e l’inverosimile cifra di 375.000 per gli arabi. Abd er-Rahman cadde combattendo e «i cronisti arabi affermano che fu vittima della sua stessa audacia, per essersi spinto troppo oltre e aver ceduto all’avidità di portarsi dietro un grande bottino, che ne aveva rallentato i movimenti e che lo aveva posto in condizione di inferiorità di fronte al nemico».

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Espansione islamica tra i secoli VII e VIII

Le conseguenze Poitiers fu, certamente, il punto d’Europa più a nord toccato dai musulmani nel corso dei tentativi di espansione o di invasione o razzia e «da allora gli arabi, peraltro divisi e alla prese con le rivolte dei berberi, non furono più in grado di minacciare concretamente lo scacchiere a nord dei Pirenei». Carlo Martello ottenne vittorie più decisive «con la collaborazione della fortissima cavalleria longobarda, ad Arles, ad Avignone e, soprattutto, sul fiume Berre, non lontano da Narbona, liberando dall’occupazione islamica quasi tutto il Mezzogiorno di Francia (Aquitania, Provenza, Settimania): un ciclo operativo che vide il proprio epilogo nella riconquista di Narbona, nel 759, a opera di Pipino il Breve». L’affermazione di Carlo Martello a Poitiers, «i cronisti cristiani, che dopo la vittoria sugli arabi videro in lui il difensore della fede, lo chiamarono “Martello”, per equipararlo a Giuda Maccabeo, condottiero dell’Antico Testamento, anch’egli contraddistinto da quel soprannome», permise di estendere il suo potere alla Gallia meridionale e ottenere la fedeltà di Oddone. Lo scontro portò anche ad accelerare il percorso della costituzione della cavalleria pesante come evoluzione dei rapporti tra re e nobiltà e la concessione delle terre. Armare un cavaliere servivano ricchezze e l’economia dell’epoca era legata alla terra. Per potenziare la cavalleria i re franchi iniziarono a distribuire le terre a loro soggette, anche quelle della Chiesa, a nuovi soggetti, mentre i nobili di vecchia data premevano per rendere ereditari i propri possedimenti. «Dopo questa vittoria la cavalleria cominciò a prevalere anche tra i franchi, soprattutto grazie alla diffusione della staffa, a partire dall’VIII secolo», proveniente dalle steppe dell’Asia centrale, la staffa si diffuse rapidamente in Europa e permetteva al cavaliere di rimanere saldo in sella e aumentare la forza e violenza del colpo di lancia o di spada, rendendo la carica di cavalleria pesante inarrestabile in campo aperto. È anche il contatto con gli arabi nel sud della Francia, e con la loro cavalleria, «a far emergere per i franchi, diventati ormai il regno egemone dell’Occidente cristiano, la necessità di modernizzare le proprie strutture militari».

Se Carlo Martello avesse perso a Poitiers «oggi forse nelle scuole di Oxford si spiegherebbe il Corano, e dall’alto delle sue cattedre si dimostrerebbe a un popolo circonciso, e la verità della rivelazione di Maometto» mentre con «l’affermazione del potere franco nell’Europa occidentale, confermata dalla battaglia di Tours, modellò la società e i destini del continente».

Umberto Maiorca

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