La battaglia di Hastings

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La battaglia di Hastings e i suoi antefatti sono descritti nell’Arazzo di Bayeux

Il 14 ottobre del 1066 l’esercito normanno al comando del duca Guglielmo (poi detto il Conquistatore), composto da arcieri, fanti pesanti e cavalieri, si scontra, sulle colline di Hastings, con le schiere di re Aroldo Godwinson, costituite dalle truppe scelte degli housecarles (truppe addestrate al combattimento in maniera continua) e da sudditi che prestavano servizio annuale (fyrd, poco esperti e molto disubbidienti) e qualche centinaio di contadini male armati.

Dopo ore di battaglia e dopo aver corso il rischio di morire e di perdere lo scontro, Guglielmo è padrone del campo. Aroldo è morto, trafitto da una freccia all’occhio. I sassoni sono in fuga e i normanni sono padroni dell’Inghilterra e in pochi anni ne cambieranno usi, costumi e il volto di isola alle propaggini dell’Europa: «è proprio nella grande capacità dei normanni di adattarsi a differenti ambiti culturali e religiosi che va trovata la chiave dei fatti che portarono alla conquista dell’Inghilterra».

L’antefatto Edoardo il confessore muore il 5 gennaio del 1066, senza figli, e subito nascono dispute per la sua successione. Da un lato c’è Aroldo Godwinson, conte del Wessex, fratello della vedova del re, investito del titolo da Edoardo stesso sul letto di morte e ben visto dalla nobiltà sassone. Dall’altra c’era Guglielmo, duca di Normandia, che si faceva forte di una promessa fatta alcuni anni prima durante un soggiorno in Francia, prima ancora di diventare re, sempre da Edoardo («è degno di nota il fatto che per proteggersi dai sassoni, Edoardo si fosse circondato di normanni»). Terzo incomodo era Tostig, fratello di Aroldo, conte di Northumbria, e alleato con il re norvegese Harald Hardrada, anch’egli desideroso di salire al trono d’Inghilterra. Dovendo battersi contro il fratello, Tostig si allea con i norvegesi per conquistare l’isola, mentre Guglielmo prima di tentare la conquista dell’Inghilterra gioca la carta diplomatica e incassa l’approvazione papale che «ebbe come conseguenza che un numero molto maggiore di nobili della Francia settentrionale aderì» alla sua causa. Un sostegno considerevole se si considera che «quando Guglielmo, duca di Normandia, organizza la spedizione che lo porterà ad assumere la corono d’Inghilterra dopo la battaglia di Hastings, deve ricorrere più allo spirito di conquista dei propri cavalieri che alle norme feudali; e questo per non trovarsi con un esercito che avrebbe combattuto solo per 40 giorni e comunque non fuori dai confini del Ducato».

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Aroldo raffigurato nell’Arazzo di Bayeux

Il breve regno di Aroldo Aroldo viene eletto dal consiglio della nobiltà e dei capi religiosi (witan) nuovo re d’Inghilterra e deve subito fronteggiare, a luglio del 1066, il fratello Tostig e l’attacco all’isola di Wight. Per tutta l’estate si susseguono scontri di piccola entità, fino al 25 settembre, quando Aroldo sorprende e sconfigge il fratello e il re norvegese Harald Hardrada (entrambi trovano la morte sul campo di battaglia, il norvegese trafitto da una freccia alla gola) a Stamford Bridge, circa 15 chilometri a nord di York. Uno scontro durissimo nel quale perdono la vita almeno 1.000 housecarles e un numero imprecisato di fyrd. Per i norvegesi è anche peggio, tanto che il figlio di Harald giurò che non avrebbe attaccato mai più l’Inghilterra. Il re vichingo venne preso alla sprovvista dall’attacco di Aroldo e «inviò un contingente al di là del ponte, sulla riva occidentale, per avere il tempo di schierare i suoi uomini su quella orientale dietro un muro di scudi; ma gli inglesi liberarono il ponte e irruppero sulla riva opposta, lanciando un attacco che vide Harald chiudere nel modo più glorioso una vita esemplare da condottiero».

Aroldo è ancora sul campo di battaglia quando viene a conoscenza delle intenzioni di Guglielmo e gli si fa incontro con una veloce contromarcia (dopo aver coperto 320 chilometri in 5 giorni per affrontare i vichinghi, ne fece 90 in due giorni per tornare a Londra, riprendere fiato e per dirigersi contro i normanni) con tutti gli uomini disponibili, perdendone diversi per la via in quanto avevano espletato il servizio annuale, di solito 60 giorni, scaduto il quale gli uomini del fyrd potevano tornarsene a casa. Il nerbo dell’esercito sassone è costituito dagli housecarles, «esperti soldati di fanteria pesante che indossavano cotte di maglia e combattevano servendosi di asce dal manico lungo adottate dai vichinghi». Gli housecarles portavano «un elmo conico con un nasale e probabilmente un guardanuca di maglia di ferro; a protezione del corpo era portato un usbergo di maglia indossato sopra una veste imbottita. Le gambe e i piedi erano protette da stoffa imbottita legata con lacci. Lo scudo era grande e a forma di mandorla, fatto di legno coperto di cuoio indurito, spesso rinforzato da strisce di metallo, con un umbone metallico al centro, in corrispondenza dell’impugnatura interna». Appesa alla cinta portavano una spada corta, ma l’arma preferita era la battleaxe, l’ascia a due mani di origine danese «lunga oltre un metro, con la sua grande lama ricurva: un’arma spaventosa, che inflisse gravi perdite a fanti e cavalieri normanni». A supporto di queste truppe scelte serviva la milizia (fyrd, «la nazione in armi, la mobilitazione generale degli uomini liberi per la difesa, per esempio, del shire, delle coste, del borough»), cioè tutti i maschi in età militare che dovevano servire per un certo numero di giornate il re in armi. Erano pochi gli uomini del fyrd che potevano permettersi maglie di ferro, spade e scudi. Vesti imbottite e mazze erano, spesso, le uniche protezioni e armi d’offesa. Per due secoli, però, avevano difeso l’Inghilterra dalle scorrerie dei vichinghi, ma non servivano con continuità e non avevano l’addestramento degli housecarles. Seguivano truppe ausiliarie formate da contadini per le operazioni di scavo, approvvigionamento e anche di combattimento con forconi e bastoni.

Le forze in campo Aroldo poteva contare su 2.000 housecarles e 5.500 miliziani. Guglielmo aveva ai suoi ordini 2.000 cavalieri e 5.000 fanti e arcieri e balestrieri, arma che fece la sua prima comparsa sui campi di battaglia proprio ad Hastings. Altre fonti arrivano a considerare almeno in 30.000 uomini la forza d’invasione, ma appare poco credibile viste le scarse conoscenze sia in campo marittimo dei normanni e sia di logistica per l’epoca. Tanto che per la preparazione della navi da trasporto per uomini e cavalli si affidò ai maestri d’ascia bizantini. Guglielmo, alla fine, salpò verso l’Inghilterra con circa 450 navi. L’esercito normanno era costituito da vassalli di Guglielmo, mercenari e avventurieri del nord della Francia e delle Fiandre e dell’Italia meridionale. I cavalieri normanni indossavano «usberghi di maglia ad anelli simili a quelli degli housecarles, ma anche più lunghi, uniti in un unico pezzo dalla testa sino alle gambe. Le loro armi principali erano la spada e la lancia» mentre alcuni «usavano anche mazze ferrate». La fanteria combatteva con giavellotti, spade e scudi più grandi di quelli dei cavalieri, mentre gli arcieri erano spesso contadini «muniti di arco corto, efficace sino a 80-100 metri di distanza». Gli eserciti normanno e sassone, almeno sul campo di Hastings, erano equivalenti per numero e forza d’impatto nel corpo a corpo, ma gli “uomini del nord” potevano contare proprio sull’arco, arma che alla fine si rivelò la più letale, decidendo l’esito dello scontro.

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Il vettovagliamento delle navi (Arazzo di Bayeux)

Guglielmo salpa dal porto di Saint Valéry-sur-Somme e sbarca sulla costa meridionale tra i castelli di Hastings e di Pevensey, per poi marciare su Londra, il 28 settembre. «La tappezzeria di Bayeux ci mostra nel 1066 l’esercito di Guglielmo il Conquistatore prepararsi alla spedizione d’Inghilterra imbarcando botti di vino, ciò che non escludeva affatto la necessità di vettovagliarsi in territorio nemico: poco dopo lo sbarco, infatti, informa la stessa fonte, la cavalleria “si affrettò verso Hastings per razziare cibo”»1 e per cercare di attirare in campo aperto Aroldo, il quale stava facendo riprendere fiato alle sue stanche truppe a Londra. Se il re sassone non fosse corso contro i normanni intenti a saccheggiare i suoi domini personali e li avesse attirati verso l’interno, lontani dalla via di fuga del mare, «le possibilità di una vittoria sassone sarebbero state ben maggiori». I due comandanti, invece, corsero incontro al proprio destino. E mentre i normanni razziavano il territorio si trovarono addosso gli uomini di Aroldo. Il re sassone sapeva di essere in inferiorità numerica e non osò attaccare, nonostante l’effetto sorpresa, decidendo di attestarsi sul crinale di una collina e facendo assumere ai suoi una formazione in linea, concava, a ranghi serrati, con gli uomini armati di asce e spade dietro gli scudi.

La posizione scelta da Aroldo era perfetta per una difesa ad oltranza. Dalla collina di Senlac si dominava tutta la valle, dove scorreva un fiumiciattolo, fiancheggiato ai lati da un terreno paludoso e accidentato e da boschi, cosa che rendeva «praticamente impossibili manovre di aggiramento» costringendo Guglielmo ad attaccare frontalmente.

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Lo schema tattico della battaglia

La battaglia Quella sassone era una formazione serrata contro la quale si infransero diversi assalti normanni. La tattica militare normanna prevedeva una carica frontale da parte della cavalleria pesante, resa ancor più devastante dal perfezionamento delle staffe e dall’introduzione di una sella che bloccava il cavaliere in posizione frontale e «che permettevano al cavaliere di restare in sella quando colpiva un nemico con la pesante lancia» e rendere il colpo ancor più duro e devastante. Per poter mettere in atto questa tattica, però, Guglielmo avrebbe dovuto attirare i sassoni in campo aperto. Aroldo si guardava bene dallo scendere dalla collina, ben sapendo che l’unica possibilità di vittoria era data dal rimanere trincerati dietro la siepe di scudi e respingere gli assalti fino allo sfaldamento dell’esercito avversario. Sia Aroldo sia Guglielmo sapevano che «il pendio rendeva estremamente difficile caricare contro i sassoni con speranze di successo».

Gli uomini di Guglielmo attraversarono il terreno paludoso e si schierarono davanti a Senlac Hill «ordinati in tre divisioni: i bretoni, i franco-fiamminghi e i normanni veri e propri, che costituivano la metà dell’esercito … La distanza era meno di 150 metri in linea d’aria e il dislivello era poco più di 10 metri. I bretoni erano a sinistra, i normanni al centro e i franco-fiamminghi erano a destra, più o meno paralleli all’ala sinistra dello schieramento di Aroldo», rispettivamente sotto il comando di Alan Fergant di Bretagna, il conte Eustache de Boulogne e il siniscalco William fitz Osbern. I normanni erano schierati con gli arcieri in prima linea, i fanti alle loro spalle e con i cavalieri in terza linea, visto che la conformazione del terreno non permetteva una carica immediata.

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La città di Hastings

La battaglia ebbe inizio poco dopo le nove del mattino, con i normanni che si portarono a circa centocinquanta metri dal fronte sassone e iniziarono a scagliare frecce e giavellotti contro i nemici, per poi dare l’assalto alla pavesata di scudi retta dagli housecarles che «restando fianco a fianco, in modo che i bordi si sovrapponessero fra scudo e scudo» formavano «un muro impenetrabile». Il fitto lancio di dardi non provocò l’effetto voluto «perché a causa del ripido pendio, le frecce e i dardi delle balestre finirono oltre gli inglesi o ricaddero sui loro scudi». Guglielmo decise di mandare avanti la fanteria, risalendo al ripida collina. Le truppe normanne, come riporta il cronista Guglielmo di Poitiers, furono accolte da un lancio di giavellotti, lance, sassi e tronchi, prima di poter venire a contatto con il nemico. Il rumore delle armi e del metallo colpito, schiacciato e spezzato risuonavano le voci dei combattenti: «Olicrosse (Holy Cross, Santa Croce), Godamite (God Almight, Dio Onnipotente), Ut, ut, ut, (Out, out, out, Fuori, fuori, fuori)». E una volta arrivati quasi in cima alla collina i fanti armati di spada e ascia poco poterono contro i sassoni fermi dietro gli scudi. Assalto dopo assalto venivano rigettati indietro. A quel punto la fanteria, rigettata indietro, finì contro la cavalleria normanna in attesa sul fianco sinistro, scompaginandone la formazione e creando disordine. Anche Guglielmo finì disarcionato e subito si sparse la voce della sua morte. I ranghi normanni iniziarono a sfaldarsi. Salvo ricomporsi immediatamente all’apparire del duca, che aveva compreso il pericolo, a cavallo e senza elmo per farsi riconoscere dai suoi: «Guardatemi! Sono vivo e sarò vincitore, con l’aiuto di Dio!». Aroldo non approfittò di questo momento favorevole e trattenne i suoi uomini dietro il muro di scudi, mentre alle sue spalle continuavano ad affluire gli uomini del fyrd che non avevano trovato spazio sulla collina, andando a coprire i vuoti dei caduti. Nelle fila normanne, intanto, il vescovo di Bayeux, Oddone, «aveva fatto in modo che i fuggitivi più veloci non si allontanassero troppo dallo scacchiere dello scontro e tornassero a schierarsi per combattere di nuovo». Le due ali degli eserciti avversari si erano, comunque, volatilizzate. Aroldo tentò di coprire i buchi con quegli uomini che erano rimasti nelle retrovie, ai piedi della collina. Guglielmo rinforzò il fianco con quanti soldati riuscì a recuperare fermandone la fuga.

Dopo quattro ore di scontro ferocissimo, nel corso del quale lo stesso Guglielmo si era visto uccidere tre cavalli nella mischia e aveva riportato un’ammaccatura sullo scudo a seguito di un colpo d’ascia, la situazione non era cambiata: i normanni attaccavano e i sassoni si difendevano. Guglielmo di Poitiers ricorda che «si ebbe poi un insolito tipo di combattimento con una parte che attaccava a intermittenza con tutta una serie di manovre, mentre l’altra sosteneva l’assalto restando inchiodata sul posto».

Nel fragore e nella confusione della mischia, tra scudi spezzati, elmi infranti e spada che scintillavano nell’aria incrociandosi, mentre i normanni si ritiravano dopo l’ennesimo e infruttuoso assalto, un gruppo di miliziani sassoni abbandonò le proprie fila per inseguirli. Appena arrivati in pianura si ritrovarono isolati e vennero distrutti da una carica di cavalleria. Guglielmo comprese che quello era l’unico modo di vincere la battaglia, così ricorse ad un inganno. Mandò all’attacco la fanteria e la cavalleria, ma con l’ordine di fingersi impauriti e arretrare subito dopo il primo contatto con il nemico: «questa volta furono molti di più i miliziani inglesi che cedettero alla tentazione. Forse pensarono che una carica tempestiva all’inseguimento dei normanni in ritirata avrebbe portato alla definitiva vittoria sul nemico». Il re Aroldo non riuscì a trattenere i suoi uomini. I miliziani scesero di corsa dall’altura e si lanciarono contro i fanti in ritirata. Appena furono in pianura, però, comparvero i cavalieri normanni, che avevano fatto dietrofront, e con una sola carica spazzarono via i fyrd sassoni. Per molti storici, però, si tratterebbe «di una manovra troppo complicata per un esercito medievale» e sarebbe solo un evento nella continua evoluzione del combattimento. In ogni caso si rivelò vincente per la parte normanna. Per due volte Guglielmo utilizzo questo stratagemma. Nella pianura giacevano, morti, anche Gyrth e Leofwine, i due fratelli di Aroldo, accanto allo stendardo con lo stemma del Dragone del Wessex.

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La morte di Aroldo (Arazzo di Bayeux)

Aroldo e gli agguerriti housecarl, però, presidiavano ancora la cima di Senlac Hill e sloggiarli da lì sopra era impresa difficile. Guglielmo schierò nuovamente arcieri e balestrieri e fece tempestare di dardi lo schieramento avversario, dopo aver ordinato di «sollevare gli archi in modo che le frecce cadessero dall’alto scavalcando la muraglia di scudi». I sassoni erano chiusi dietro e sotto gli scudi, come una testuggine romana, ma una freccia si infilò nella fessura tra due scudi e si conficcò nell’occhio di Aroldo, ferendolo mortalmente (episodio illustrato nell’arazzo di Bayeux). Le truppe sassoni si disgregarono aprendo ampi varchi nelle loro fila. I bretoni iniziarono «a risalire sul lato occidentale del pendio e cominciarono ad aggirare l’ala destra dei sassoni»2. Eustache de Boulogne attaccò con un contingente di cavalieri dal lato orientale, stringendo i sassoni in una morsa sempre più stretta. Tanto che i miliziani rimasti si disgregarono e tentarono di fuggire gettandosi di corsa lungo la collina. Gli housecarl, invece, mantennero la posizione fino ad essere sopraffatti dai normanni. Un gruppo di combattenti era rimasto a guardia di Aroldo morente e resistette attorno allo stendardo con l’effige del “Fighting man” fin quando «vi penetrarono i cavalieri guidati da Eustache e da Guy de Ponthieu e fecero a pezzi lo sfortunato re sassone». La guardia del re era legata a lui «da un impegno personale e combatteva sotto il so vessillo dorato e ornato di pietre preziose, in cui era raffigurato un uomo nell’atto di combattere». Altre fonti riferiscono che Aroldo «sia stato ucciso da un cavaliere normanno mentre era agonizzante, un gesto per il quale l’autore fu degradato e punito da Guglielmo». L’arazzo di Bayeux mostra crudamente il campo di battaglia cosparso di cadaveri di soldati e di corpi mutilati dalle tremende asce sassoni o dai pesanti spadoni normanni. L’ultima resistenza sassone fu opposta da un gruppo di housecarl ad un chilometro dal luogo della battaglia. Trincerati dietro un fosso rinforzato con tronchi d’albero, i sassoni resistettero fino alle cinque del pomeriggio agli assalti normanni. Poi fu un massacro. Anche il prode Eustache de Boulogne, fidato di Guglielmo, morì in quell’ultimo scontro.

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La spoliazione dei morti, sul fondo del particolare dell’Arazzo di Bayeux

Poi iniziarono le operazioni di spoliazione dei morti, come si vede bene «nel margine inferiore della tappezzeria di Bayeux; essa raffigura, infatti, alcuni uomini intenti a spogliare i morti delle loro armature e a raccogliere in mucchio spade e scudi custoditi da uno di loro armato di lancia, indizio quest’ultimo, che si trattava forse di una spogliazione sistematicamente organizzata». Il cadavere di Aroldo fu riconosciuto dalla donna del re sassone e consegnato alla madre «affinché gli desse sepoltura». Le fonti della battaglia di Hastings sono, però, quasi tutte di provenienza normanna ed è molto verosimile che riportino una versione cavalleresca dell’episodio, lodando il comportamento cavalleresco del duca. Confrontando altre fonti e con quanto si vede nell’arazzo di Bayeux, appare molto probabile che il corpo di Aroldo venisse smembrato e gettato in mare, o inumato sulla riva, su ordine di Guglielmo, il quale riteneva il re sassone un pagano e non degno di una sepoltura cristiana. Secondo un racconto di fonte sassone, invece, Aroldo fu sepolto nell’abbazia di Waltham, da lui fondata e sostenuta con prebende e concessioni.

Del destino dei corpi dei caduti, invece, poco si sa. Secondo la cronaca di Guglielmo di Poitiers, il Conquistatore si sarebbe comportato «in modo magnanimo verso i nemici “benché quelle vittime fossero degli uomini empi”; a sentire Guido di Amiens, al contrario, essi furono abbandonati “ai vermi, ai lupi, agli uccelli e ai cani”». Il fatto che sul luogo dello scontro non siano state trovate tracce di sepolture, anche comuni, fa propendere per quest’ultima ipotesi, cioè per un comportamento riscontrato in tanti altri campi di battaglia.

Alla fine dello scontro i normanni contarono almeno 3.000 uomini caduti. I sassoni ebbero perdite più elevate, ma non quantificate, anche se pochi tornarono alle proprie case. Guglielmo «preferì attendere rinforzi dal continente e assumere gradualmente il controllo del territorio circostante la capitale, al fine di isolarla e costringerla alla resa, invece di sottoporla ad un difficile assedio. Agì pertanto prima ad est nella zona di Canterbury, poi ad ovest fino a Winchester, impadronendosi del Wessex; quindi superò il Tamigi e risalì a nord fino a Cambridge, per entrare a Londra solo in dicembre, dopo aver raccolto la sottomissione di gran parte dei notabili del regno» e venire incoronato a Westminster a Natale.

Una volta conquistata l’intera isola «al posto di un paese sciatto e indisciplinato sorse un regno unito e compatto sotto un’autorità centrale, sicura e ereditaria». L’Inghilterra di Guglielmo e dei suoi successori «invece di diventare uno stato scandinavo di confine, l’Inghilterra divenne una forza di primo piano nello sviluppo dell’Europa occidentale, mentre il potere e l’influenza dei vichinghi finirono in secondo piano».

Umberto Maiorca

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