La battaglia di Crécy

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Una immagine della battaglia di Crécy.

È il 1346, e fra il regno di Francia e quello d’Inghilterra è in corso quella che a partire dall’Ottocento verrà chiamata la “guerra dei Cent’anni”. Il conflitto aveva preso il via nel 1337, allorquando il re d’Inghilterra Edoardo III Plantageneto (1312 –1377), già duca di Guienna e dunque feudalmente obbligato verso il re francese, aveva formalizzato la sua opposizione all’ascesa al trono di Francia di Filippo VI di Valois (1293 – 1350): Filippo era stato in effetti solo uno dei candidati alla soluzione della crisi dinastica apertasi nel 1328 alla morte di Carlo IV; lo stesso Edoardo, stanti i legami familiari della madre, Isabella di Francia, avrebbe potuto a buon diritto aspirare alla corona francese.

Beninteso, anche altri fatti avevano partecipato all’avvelenamento del clima fra i due regni, già nei primi anni Trenta: intromettendosi nella turbolenta questione scozzese, Filippo VI aveva infatti offerto riparo e sostegno all’erede legittimo del regno di Scozia, quel giovanissimo David Bruce contro il quale Edoardo III aveva invece sostenuto Edoardo di Balliol. Per di più, per rintuzzare le posizioni della corte plantageneta in merito alla corona francese Filippo aveva ordinato nel 1337 la confisca della Guienna, in risposta alla quale Edoardo aveva sconfessato il proprio omaggio feudale e rivendicato per sé il trono di Francia; due anni più tardi, non prima di essersi assicurato l’appoggio di una parte delle Fiandre e del Sacro Romano Impero, il re d’Inghilterra aveva allestito una prima spedizione armata, che tuttavia si era risolta in un’incursione su suolo francese incapace di risultati significativi. Negli anni immediatamente successivi, il conflitto era proseguito fra occasionali battaglie – in primo luogo quella navale di Sluys, che aveva visto gli inglesi conseguire il controllo della Manica – inconcludenti campagne e lunghe tregue.

Nell’estate 1346 il conflitto subisce un’accelerazione: l’11 luglio Edoardo III salpa dall’isola di Wight alla testa di un esercito di quindicimila uomini, facendo vela verso la Normandia. Da La Hogue muove una scorreria di ampio respiro, ma se da un lato l’armata inglese – efficacemente divisa in più colonne disposte in parallelo fra loro, a disegnare un fronte di diversi chilometri – accumula un grande bottino grazie al saccheggio di Valogne, Carentan, Saint-Lô, Caen, dall’altro lato il mancato coordinamento con la flotta costringe Edoardo a optare per una marcia serrata verso le Fiandre. Giunti sulla Senna, gli inglesi devono fare i conti con la demolizione dei ponti messa in atto dai francesi: non possono che risalire il corso del fiume fin quasi a Parigi, per poi riuscire ad attraversarlo a Poissy il 16 agosto e nuovamente puntare a nord.

Miniatura quattrocentesca della battaglia di Crécy tratta dalle Cronache di Jean Froissart.

Miniatura quattrocentesca della battaglia di Crécy tratta dalle Cronache di Jean Froissart.

La strategia attendista di Filippo VI cede allora il passo alle pressioni della nobiltà al comando dell’esercito francese, che insiste per intervenire: da Amiens un’armata di circa cinquantamila uomini si lancia all’inseguimento del nemico, che affretta il passo e il 24 agosto attraversa la Somme al guado di Blanchetacque. Benché a tre giorni di marcia dalle Fiandre, ormai incalzati dai francesi gli inglesi optano per acquartierarsi nei pressi del villaggio di Crécy-en-Ponthieu, disponendosi lungo un pendio in attesa dell’arrivo dell’esercito francese, che sopraggiunge il 26 agosto.

La battaglia si profila all’orizzonte. Da un lato c’è l’esercito di Edoardo III d’Inghilterra, che la campagna estiva ha ridotto a circa undicimila uomini fra fanti, arcieri e cavalieri. Dall’altro lato c’è l’esercito di Filippo VI: quasi cinque volte più numeroso, guidato da alcune fra le più grandi personalità laiche della Francia e dell’Occidente tutto, forte di un’istituzione militare considerata pressoché invincibile: la cavalleria pesante francese.

Se è vero che la cavalleria, in senso lato, affonda le proprie radici ben prima del Medioevo, è vero anche che è solo a partire dalla fine dell’XI secolo che essa inizia ad assumere quelle peculiarità impresse tutt’oggi nell’immaginario collettivo.

Si pensi alla tecnica guerriera: la cavalleria antica e altomedievale sfruttava il galoppo del cavallo in combinazione ad armi da lancio quali giavellotti ed archi, oppure – più frequentemente – si limitava a impiegare il cavallo per portarsi sul campo di battaglia. Quand’anche non smontava da esso il cavaliere – ma sarebbe forse più opportuno parlare di soldato a cavallo – si trovava ad ingaggiare la mischia in modo di fatto non troppo dissimile dal fante, impiegando mazze, lance relativamente corte o armi da taglio. È solo sullo scorcio dell’XI secolo che la cavalleria compie un salto di qualità, mettendo a punto una tecnica esclusiva in grado di sbaragliare il nemico: la carica con la lancia lunga. Si tratta di una tecnica articolata – figurativamente documentata, ad esempio, nel celebre arazzo di Bayeux, che ha per protagonista la cavalleria normanna trionfante ad Hastings nel 1066 – che per risultare efficace, combinando forza d’urto e precisione del colpo, richiede un allenamento e ancor più un equipaggiamento via via più onerosi, dunque al di fuori della portata delle classi sociali più modeste. Non basta: la carica funziona quando eseguita da più cavalieri ben coordinati fra loro; l’allenamento di gruppo prima, e la battaglia poi, inducono perciò all’affiatamento gli esponenti di quella che nel XII secolo è diventata una conclamata eccellenza militare, capace di distinguersi e di fare la differenza sul campo di battaglia.

La tomba del Principe Nero nella Cattedrale di Canterbury.

La tomba del Principe Nero, figlio di Edoardo III, nella Cattedrale di Canterbury.

Evidentemente, l’evoluzione della figura del cavaliere non può essere ridotta al solo aspetto funzionale. È ancora fra XI e XII secolo che, a partire dalla Francia d’oïl e dall’area anglo-normanna, il concetto di cavalleria si direbbe via via travalicare l’ambito puramente professionale per ammantarsi, in senso ascendente, di una certa valenza sociale. Cavalleria e aristocrazia, che ancora nelle fonti altomedievali appaiono come inequivocabilmente distinte, iniziano con il tempo a compenetrarsi, promuovendo sul lungo periodo lo sviluppo di un complesso sistema di pratiche e di valori condivisi all’origine della cosiddetta etica cavalleresca. Complice l’ampia letteratura in tema del basso medioevo – riflesso e al contempo motore dell’evoluzione della cavalleria – nel corso del XIII secolo la figura del cavaliere sviluppa, a tratti fino all’esasperazione, quei connotati morali non a caso definiti oggi cavallereschi: il coraggio, il senso dell’onore, lo spirito di sacrificio, la solidarietà di corpo. Non si tratta di propensioni astratte: è in questo alveo, ad esempio, che matura la pratica del riscatto riservata ai cavalieri sconfitti, pratica certo non priva di un lampante riscontro economico e tuttavia indice anche di uno sviluppato senso di comune retroterra culturale. Beninteso, non mancano al contempo testimonianze di una certa degenerazione, sia in termini sociali che in termini militari: si pensi all’ostentazione del proprio status che porta il cavaliere a disprezzare chi gli è socialmente inferiore, nonché al personalismo guerriero che vede il cavaliere desideroso a ogni costo di distinguersi in battaglia.

Possibile che, a partire da un simile sistema di valori, nel Trecento la cavalleria sia occasionalmente giunta alla sottovalutazione dell’importanza in battaglia della disciplina di gruppo? Si può in effetti essere tentati di rispondere di sì, tanto più alla luce dell’esito della battaglia di Crécy, che vede l’esercito inglese trionfare su quello francese a dispetto della propria esiguità numerica: un risultato reso possibile dall’adozione di una lucida, efficacissima tattica di posizionamento e impiego delle proprie forze, tattica peraltro già sperimentata in occasione delle guerre scozzesi e in grado di mettere a nudo la scarsa coordinazione del nemico.

Mappa della battaglia di Crécy , The Department of History, United States Military Academy.

Mappa della battaglia di Crécy , The Department of History, United States Military Academy.

La collina lungo la quale si dispone l’armata di Edoardo III è infatti protetta sul fianco destro dal corso del fiume Maye e, ancora oltre, dalla foresta di Crécy: a meno di non volere stralciare la convenzione cavalleresca che trova biasimevole aggirare il nemico da sinistra, i francesi non possono dunque attaccare che frontalmente, perdipiù in salita. Inoltre, gli inglesi disseminano anzitempo il campo di battaglia di trincee e palizzate, così da rallentare – fino a spezzarla – la carica della cavalleria francese. L’armata di Edoardo è infine divisa in tre corpi – anche detti battaglie – composti da fanti e cavalieri smontati da cavallo; gli arcieri vengono collocati non solo ai lati di tali corpi, ma anche – adottata una formazione a cuneo – in posizione d’avanguardia.

L’armata di Filippo si direbbe giungere impreparata allo scontro. Quando appura la posizione degli inglesi essa sta marciando in un ordine che non ha nulla a che vedere con lo schieramento da assumere in battaglia, il che rende oltremodo caotico l’avvicinamento al nemico: retroguardia e avanguardia finiscono per non comunicare, con il risultato che quest’ultima si porta dietro la divisione mediana e continua ad avanzare fino a entrare in contatto visivo con le battaglie inglesi; la confusione prende allora il sopravvento, e la coordinazione fra i comandanti e i cavalieri francesi viene definitivamente meno. L’avvicinamento al fronte nemico dei balestrieri di Filippo – alcune migliaia di mercenari genovesi che, stante il caos in cui versa la colonna francese, si trovano sprovvisti dei propri pavesi – si risolve in un disastro: gli archi lunghi di cui dispongono gli arcieri inglesi hanno infatti una gittata superiore a quella delle balestre genovesi, e hanno dunque buon gioco a mettere in rotta queste prime schiere nemiche. La ritirata in disordine dei balestrieri finisce perdipiù per impedire qualsivoglia manovra all’avanguardia della cavalleria francese, che a sua volta diviene bersaglio delle frecce inglesi contribuendo a paralizzare l’offensiva del proprio esercito, la cui disposizione sul campo di battaglia ha ormai rinunciato a qualsivoglia criterio tattico. Nell’arco di quattro o cinque ore, una dopo l’altra le schiere dei cavalieri di Francia vedono i loro ranghi decimati e la loro carica spezzata, e a poco servono le estemporanee sortite con le quali alcune personalità riescono a portarsi fra le fila nemiche. I cavalieri di Filippo che cadono feriti sul campo di battaglia sono finiti con il coltello dai fanti di Edoardo, e questo del tutto a prescindere dall’opportunità dell’abituale riscatto.

Edoardo III conta i morti dopo la battaglia di Crécy,  Jean Froissart, Chroniques (Vol. I).

Edoardo III conta i morti dopo la battaglia di Crécy, Jean Froissart, Chroniques (Vol. I).

Il bilancio di Crécy è tanto buono per l’Inghilterra quanto drammatico per la Francia: le perdite francesi sono ingenti, il prestigioso comando dell’esercito è pressoché azzerato, l’invincibile cavalleria di Filippo VI è a pezzi. Più ancora che il dato numerico, l’esito della battaglia porta alla luce tutti i limiti – alcuni intrinseci, altri sviluppati con il tempo – della cavalleria pesante: una dolorosa lezione che la Francia, nel corso dei centosette anni che mancano alla conclusione in sordina della cosiddetta “guerra dei Cent’anni”, si sentirà ripetere ancora.

La cavalleria medievale non finisce nel 1346 a Crécy, ma è certo anche qui che si consuma lo scarto fra immaginario cavalleresco e nuova, severa realtà bellica.

Jacopo Mordenti

Tratto dal n° 79 di Storica National Geographic

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