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La battaglia di Campaldino

Quella di Campaldino è forse una delle battaglie più conosciute del Medioevo italiano.

La piana di Campaldino nel Casentino, una delle quattro vallate della provincia di Arezzo. Il Casentino ha una forma quasi ovale di circa 60×30 Km, con grandi foreste nelle zone di montagna alternate a colline e piane sul fondovalle. Sul colle di fronte alla piana di Campaldino, il profilo della città di Poppi e la mole del castello dei conti Guidi

La sua fama, oltre che per alcune novità tattiche, è dovuta in gran parte alla partecipazione di Dante che combatté in prima fila tra i feditori fiorentini.
Inoltre possediamo due descrizioni fatte da cronisti (entrambi fiorentini): Giovanni Villani e Dino Compagni, quest’ultimo testimone oculare in quanto partecipò alla battaglia.

Sulla battaglia di Campaldino è stato detto e scritto molto.
Cominciamo con un po’ di cronistoria. Da quando nel 1289 la battaglia fu combattuta, Campaldino è stata al centro di molte e diverse attenzioni. Nel periodo successivo alla battaglia, Firenze volle celebrare il santo di quel giorno, Barnaba, apostolo prima quasi ignoto, edificando in città una chiesa a lui dedicata. Così facendo, l’episodio bellico venne inscritto in un ambito più vasto, quello religioso. Vi fu poi il tentativo, fallito, di imporre a Scarperia il nome del santo dell’11 giugno. E comunque il giorno di San Barnaba rimase, nell’immaginario dei fiorentini, come il ricordo di una clamorosa vittoria che però, di fatto, non portò a svolte epocali nello scacchiere politico toscano. La lotta contro Arezzo rimase infatti a lungo congelata.

Tra i fiorentini, come abbiamo detto, militava anche l’Alighieri che, esule in Casentino, cantò lo sfortunato insepolto Buonconte da Montefeltro, dandogli eterna fama nel V canto del Purgatorio. E così l’episodio storico si innestò anche nel mito: la sparizione del cadavere del condottiero ghibellino porta il poeta esule a fantasticare sulla sua sorte.

Johann Heinrich Füssli, Buonconte da Montefeltro (1774, Tate Gallery, Londra)

La successiva, riconosciuta grandezza di Dante, rese l’episodio militare svoltosi in Casentino tra quelle battaglie degne di nomea. Il monumento che fu eretto sulla piana nel 1921, venne infatti innalzato in occasione dei seicento anni dalla morte del poeta. E di certo che il pittore Füssli si sia dato la pena di acquarellare l’anima di Buonconte contesa tra angeli e demoni, è più attribuibile all’amore per Dante, piuttosto che a un interesse per il condottiero ghibellino.

Gli spettri della piana Una novella, opera di Emma Perodi, contribuì certamente a rendere l’episodio storico anche fantastico. L’ombra del Sire di Narbona, inserita tra le Novelle della Nonna, infatti atterrì più di un bimbo casentinese e la piana di Campaldino, evitata per lunghi anni, dopo quel 1289, si popolò così anche di spettri entrando nella favolistica. Insomma sul nome di Campaldino si erano oramai sovrapposte tante e variegate chiavi di lettura.

Bisognerà aspettare però il 1989, il settecentenario della battaglia, perché si mettesse un po’ di ordine tra tutto quello che in sette secoli si era andato accumulando di storico e fantasioso. Il convegno che fu organizzato, e con esso una mostra dislocata in più sedi, in Casentino, produsse numerosi contributi che fecero il punto su diversi aspetti dell’episodio militare: dalla religiosità alla prassi guerresca, dalle armi ai personaggi coinvolti, dalla cronachistica fino agli aspetti più tecnici legati alla realizzazione dei diorami e dei plastici che animarono il percorso espositivo. La mostra terminò e di Campaldino non si sentì più parlare per oltre un decennio.

Poi, nel giro di questi ultimi anni, numerosissime sono state invece le iniziative che hanno rianimato la battaglia. Il Comune di Poppi ha infatti riallestito il plastico con una nuova esposizione permanente. Sono state disseppellite, analizzate e traslate in Duomo le ossa un tempo deposte nella chiesa di Certomondo e appartenenti al vescovo Ubertini. Sono uscite numerose pubblicazioni, biografie, opuscoli, fumetti e romanzi. Sono infine state organizzate alcune mostre di pittura sul tema dello scontro. E ogni anno, un’iniziativa diversa, di piccolo o grande respiro, anima il museo attivo nel Castello di Poppi.

Un conflitto permanente Dopo l’effimero governo ghibellino, ottenuto a seguito della vittoria presso Montaperti, con l’aiuto di Manfredi, l’astro svevo si era eclissato, prima a Benevento (1266), poi a Tagliacozzo (1268) e definitivamente a Napoli, con la decapitazione di Corradino. I Ghibellini sono in difficoltà e vengono espulsi dalle città toscane, tornate tutte guelfe.

Come avevano fatto i Ghibellini, sono ora i Guelfi ad accanirsi sui vinti espropriando e distruggendo i loro beni. La città di Firenze è un cumulo di macerie. All’arrivo dei Ghibellini furono distrutti e rasi al suolo 103 palazzi, 580 case, 85 torri; in parte demoliti 2 palazzi, 16 case e 4 torri; caddero abbattuti 10 capannoni per la stenditura dei panni e 21 mulini. Nel contado i danni furono addirittura più ingenti. Altrettanto fecero poi i Guelfi nei confronti dei Ghibellini riducendo la città in rovina.

Nel corso degli anni ’70 la lotta si trascina stancamente. I Ghibellini sono ridotti all’esilio e trovano rifugio in alcuni capisaldi come Pisa ma oramai la Toscana è in mano ai Guelfi e a Carlo d’Angiò.

In Romagna, invece, i Ghibellini ottengono maggior successo. Con a capo Guido da Montefeltro, la Romagna diventa quasi tutta ghibellina ed è proprio lì che portano rinforzo gli esuli toscani: il conte Guido Novello, Guglielmo dei Pazzi del Valdarno e gran parte dei fuorusciti.

Una veduta della città di Arezzo in un dipinto di Bartolomeo della Gatta (1448-1502, Museo statale di Arte Medievale e Moderna, Arezzo)

Il pretesto per lo scontro Ad Arezzo il Popolo aveva assunto il potere, esautorando i Magnati e mettendo un Capitano a capo del governo. L’esperienza popolare però fu assai breve. Nel 1287, infatti, i Magnati, sia guelfi che ghibellini, si allearono. Secondo le cronache avrebbero accecato il Capitano del Popolo: “presono e misono in una cisterna, e quivi si morì”.

In realtà questo episodio è stato amplificato dalla propaganda guelfa del Villani giacché il Capitano del Popolo, originario del borgo di Lombrici, era ancora attivo venti anni dopo questi fatti e rogava documenti a dispetto della presunta “cecità”.

Ma i Ghibellini, sospettosi che i Guelfi di Arezzo congiurassero contro di loro – come lascia intuire il cronista – con l’appoggio segreto di Firenze, cacciarono i loro nemici con l’aiuto di Buonconte e di Guglielmo Pazzo. Con questo pretesto – l’aiuto da prestare ai Guelfi aretini – i Guelfi di Firenze, desiderosi di riavere spazio nella cosa pubblica, trovarono il modo per dichiarare guerra alla città di Arezzo, una guerra che invece i mercanti, i Popolari, non volevano intraprendere.

La guerra fu dichiarata a una parte di Arezzo, quella ghibellina, rappresentata da grandi casate nobiliari, che controllavano le vie di comunicazione del Valdarno, del Casentino e della Chiana.

Assedi e rapine Non bisogna cedere alla fantasia, immaginando il Medioevo costellato di battaglie. Per lo più la guerra era costituita da assedi e rapine. Mobilitare un esercito era un’operazione costosa e la battaglia in campo aperto era sempre molto rischiosa. Non bastava infatti solo un grande esercito per vincere: servivano tattica, ingegno e anche la buona sorte.

Così dal 1287 fino al 1289 tra Arezzo e Firenze la guerra si combattè attraverso una serie continua di incendi e saccheggi portati magari da pochi sparuti gruppi di cavalieri.

Si possono ricordare le incursioni che i Ghibellini fecero contro Firenze. Risalirono il Valdarno e proseguirono fino a S. Donato in Collina, a pochi chilometri da Firenze. Anche i Guelfi non stavano fermi e, attraversato il Valdarno, diedero guasto alle terre dove sorgevano i castelli delle nobili famiglie dei Pazzi e degli Ubertini e conquistarono Laterina. Nel 1288 Guglielmo Pazzo e Buonconte risalirono il Casentino, dove signoreggiava il loro alleato Guido Novello, e piombarono su Pontassieve, mettendola a ferro e fuoco.

In quell’anno, per la prima volta, i due eserciti si fronteggiarono in Valdarno, luogo deputato per gli scontri tra le due città. Da un lato la Lega Guelfa, una coalizione che raccoglieva le principali città toscane e altri alleati, come Bologna. Dall’altro gli Aretini e i loro alleati Ghibellini, rappresentati in gran parte da nobili che dominavano nel contado e dai fuorusciti fiorentini che, cacciati dai Guelfi, avevano trovato rifugio ad Arezzo. Ma non vi fu battaglia. Entrambe le parti considerarono troppo rischioso attaccare e così, girate le insegne, preferirono tornare rispettivamente a Firenze e ad Arezzo.

Diorama della battaglia di Campaldino esposta nella Casa di Dante (Firenze)

Una guerra obbligata Il pericolo che poteva venire dall’impegnare così tanta popolazione in una battaglia campale, era talmente forte che i fiorentini tentarono di servirsi anche della diplomazia, per evitare lo scontro.

Pare quindi che un membro della famiglia dei Vecchietti fosse inviato a Bibbiena in missione segreta per contrattare con Ubertini la resa di Arezzo e la vendita di molti suoi castelli, proponendo come garante il ricco Vieri dei Cerchi. La missione sarebbe forse andata a buon fine, ma il progetto venne alla luce e il vescovo rischiò il linciaggio. Fu il nipote, Guglielmo Pazzo, a salvarlo da una fine quasi certa. Oramai al vecchio Guglielmino restava solo una strada: la guerra.

La guerra, nel Medioevo, era stata in parte regolata dalle paci di Dio imposte dalla Chiesa. Nel XIII secolo però il vigore iniziale di questo fenomeno era un lontano ricordo. L’estate era solitamente riservata alle operazioni militari. Nella stupenda allegoria dei mesi della Pieve di S. Maria di Arezzo, per il mese di maggio fa bella mostra di sé un cavaliere bardato. Era quello il momento in cui i prati tornavano a verdeggiare e i cavalli avevano sostentamento sufficiente per affrontare una campagna militare lunga a volte anche più di un mese. Venivano presi di mira i castelli strategici, posti a difesa di ponti, valichi e strade di passaggio. Oppure potevano essere cinte d’assedio vere e proprie città.

Fu questa la sorte riservata ad Arezzo nell’estate del 1288, quando la Lega Guelfa intraprese una marcia nel Valdarno, distruggendo almeno 40 castelli e circondando la città. I fiorentini e i senesi costruirono torri mobili, steccati, scavarono gallerie e bersagliarono Arezzo con lanci di catapulte. Ma l’assedio non venne portato con i mezzi adatti per snidare il nemico. Una tempesta si abbatté sui Guelfi che persero molte macchine d’assedio. Perciò fu deciso di abbandonare l’impresa: l’esercito guelfo fece ritorno a casa.

Mentre i Fiorentini ripresero la via del Valdarno, i Senesi seguirono quella della Val di Chiana, una strada rischiosa giacché era circondata da paludi. Fu l’occasione propizia per i Ghibellini per metter in opera un agguato.

Presso Pieve al Toppo, là dove si trovava l’unico guado agibile, Buonconte e Guglielmo Pazzo sbaragliarono le truppe senesi. Fu ucciso anche Ranuccio di Peppo Farnese, comandante del contingente senese e quel Lano Maconi ricordato da Dante tra gli scialacquatori, colui che non ebbe le gambe sufficientemente “accorte”.

L’episodio ebbe una vasta eco in tutta la Toscana: i Ghibellini festeggiarono la vittoria colta in modo inaspettato, i Guelfi temettero per l’andamento della campagna militare che ormai si trascinava da due anni.

Le forze in campo La liberazione di Carlo II d’Angiò, re di Napoli, fu motivo di giubilo, specie in Firenze. Il futuro re di Sicilia infatti, soggiornando a Firenze, lasciò, su richiesta del Comune, un comandante di origini francese, Amerigo di Narbona, accompagnato da un maestro d’arme e da un contingente di un centinaio di cavalieri.

Inoltre Carlo II permise al comune fiorentino di sventolare la bandiera degli Angiò durante la campagna. Forte di questi aiuti, di questi prestigiosi capitani, la Lega Guelfa si riunì per decidere come porre fine al problema aretino.

Diverse erano le opinioni sulla via da seguire: chi proponeva la consueta via del Valdarno, agile e in pianura, ma scontata; chi la tortuosa e rischiosa via attraverso il passo della Consuma. Alla fine prevalse questa seconda opzione, che forse fu uno dei motivi che portarono al successo di Firenze.

Infatti i Guelfi, partiti da Badia a Ripoli il 2 giugno, dove avevano portato le insegne di guerra, lasciarono intendere che avrebbero seguito la via del Valdarno. Ma poi, inaspettatamente, superarono il fiume e si inerpicarono su per le foreste in direzione della Consuma, cogliendo di sorpresa il nemico. Si trattava di un esercito di 12.000 uomini in cui erano confluite tutte le città guelfe di Toscana, Firenze, Siena, Lucca e Pistoia, Colle, Prato, S. Gimignano e poi i rinforzi da Bologna, da Maghinardo Pagani da Susinana, condottiero romagnolo detto “il Demonio”, e ancora i fuorusciti guelfi di Arezzo che volevano rientrare in città.

Il vescovo Ubertini e i suoi Ghibellini radunarono tutti i loro alleati in un rapido sforzo, riuscendo ad ordinare un esercito di circa 8.000 uomini, con truppe provenienti oltre che da Arezzo dalle valli circostanti, dal Valdarno, dal Casentino, e poi da Orvieto e da Amelia, dal Montefeltro e anche da Firenze, con diversi membri delle famiglie di fuorusciti, espulse da quasi trent’anni.

Discendendo attraverso i monti i primi, e risalendo la valle dell’Arno i secondi, i due eserciti rivali si trovarono l’uno contro l’altro nella piana ai piedi di Poppi, in un luogo detto Campaldino.

Le tre fasi della battaglia (rosa: Guelfi, giallo: Ghibellini)

L’afa e la paura L’11 di giugno 1289, un afoso sabato, dedicato a s. Barnaba, i circa 20.000 uomini convenuti sulla piana casentinese ascoltarono la messa. In molti si confessarono. Tutti sperimentarono l’ansia dello scontro imminente e la paura della morte.

Tutti, vecchi e giovani (si era infatti arruolabili da 14 a 70 anni), avevano la consapevolezza del rischio di lasciare la vita in quella valle lambita dall’Arno, baciata dal sole che sorgeva appena là, sopra il monte della Verna dove san Francesco aveva ricevuto le stigmate, appena pochi decenni prima.

I Guelfi dovevano avere l’occhio sinistro chiuso, colpiti in pieno viso dal sole. I Ghibellini invece, che combattevano con il sole alle spalle, avevano il vantaggio di avere un’ottima visuale. Ma, di contro, vedevano benissimo il numero ben più consistente dei nemici.

I Ghibellini, per lo più membri di nobili famiglie di antico casato, si schierarono in modo consueto. Erano legati alla tradizione cavalleresca e poco avvezzi alle trasformazioni sociali che invece andavano travolgendo Firenze, più aperta ai commerci e agli influssi esterni.

Così i Ghibellini, davanti a tutti schierarono dodici valenti cavalieri che si facevano chiamare i paladini: dodici come gli Apostoli e come i cavalieri della Tavola Rotonda. Poi una potente schiera di cavalleria, seguita subito da un’altra. Grazie alla carica di questi due corpi di cavalieri, Buonconte e Guglielmo Pazzo, comandanti della cavalleria, volevano sfondare le linee nemiche. A seguire c’era infatti tutta la fanteria accompagnata da due deboli ali di arcieri e di balestrieri. Il conte Guido era stato lasciato di riserva presso la chiesa di Certomondo. Egli sarebbe dovuto intervenire, con i suoi 150 cavalieri, in caso di pericolo.

Il vescovo Ubertini aveva accanto il vicario imperiale, Percivalle Fieschi, e il vessillifero, Guiderello da Orvieto. Il vescovo doveva essere armato di un martello o di una mazza, ma non di una spada. Infatti, in ossequio a quanto Gesù aveva detto a S. Pietro nel Giardino degli Ulivi (“Rimetti la spada nel fodero!”) gli uomini di Chiesa potevano utilizzare solo armi da botta.

Giunto sulla piana, Guglielmino avrebbe chiesto: “A che città appartengono quelle mura”? Gli avrebbero risposto: “Sono gli scudi dei nemici”.

Le ali di Pavesari In effetti i Guelfi avevano disposto ai lati dell’esercito due enormi ali di pavesari: soldati cioè protetti da un pavese, uno scudo alto un metro e mezzo circa, dietro a cui si asserragliavano milizie armate di tutto punto. Al centro invece la disposizione era quella consueta.

La prima linea era formata da una schiera di feditori (dal latino federe, ferire) cavalieri pronti alla carica, scelti scelti tra i cittadini di più elevata estrazione sociale. Avevano il compito di procurar battaglia.

Tra di loro, sulla piana di Campaldino, c’era ancora Dante Alighieri, all’epoca un ignoto poeta di 24 anni, che ancora forse neppure pensava a scrivere la sua Commedia.

C’era anche Vieri de’ Cerchi, ricco mercante che, pur malato di gotta, volle combattere in prima fila. E per dare l’esempio ai timorosi fiorentini che non volevano prendere i primi posti, nominò accanto a sé figli e nipoti. L’essere i primi a caricare, disse Vieri, garantiva infatti almeno ai giovani, di non rimanere bloccati dall’orrore dei corpi mutilati a battaglia iniziata.

Seguiva poi la schiera grossa di cavalleria. Al centro sventolavano i vessilli di Firenze e di Carlo d’Angiò: lì combattevano il giovane Amerigo di Narbona e i mercenari francesi accanto al balio Guglielmo di Durfort. Nei reparti senesi era presente anche Cecco Angiolieri, uno scanzonato poeta, spesso assente dalle fila dell’esercito.

Venivano poi i fanti e tutte le salmerie, costituite da migliaia di muli che avevano accompagnato l’esercito nella lunga marcia da Firenze, e che ora venivano sistemati come un muro per frenare la prevista carica nemica.

Anche i Guelfi decisero di lasciare delle truppe di riserva. Erano costituite dai contingenti mandati da Lucca e Pistoia. Al loro comando c’era il cavaliere Corso Donati, di corpo bellissimo ma pieno di maliziosi pensieri, come poi scrisse il cronista Giovanni Villani.

La fuga del conte Guido Al grido di “San Donato Cavaliere!” i cavalieri ghibellini caricarono a spron battuto, seguiti dai fanti. I Guelfi risposero con il loro grido di guerra “Narbona Cavaliere!”, preparandosi a ricevere la carica di 600 nemici.

L’urto fu violentissimo. Una volta rotte le lunghe lance i cavalieri furono impegnati in un durissimo corpo a corpo con spade, asce e mazze. La giornata era afosa e la polvere sollevata dai cavalli era tantissima, come scrisse il Compagni. Amerigo di Narbona fu ferito al volto. Il suo balio, Guglielmo di Durfort, venne colpito a morte. In un primo momento sembrò che la carica dei Ghibellini avesse avuto successo. Ma in realtà le salmerie avevano retto bene e la spinta di Buonconte e di Guglielmo Pazzo si andava via via esaurendo.

A questo punto la tattica dei Guelfi fu chiara a tutti: le due ali di pavesari iniziarono a serrarsi come una tenaglia su tutti i Ghibellini, che rimasero chiusi in una morsa. Corso Donati, che sarebbe dovuto intervenire solo in caso di pericolo, pena la morte, volle fare di testa sua e si gettò nella mischia con i suoi, facendo sbandare ulteriormente l’esercito su un fianco. L’unico che forse avrebbe potuto liberare da quella tenaglia i Ghibellini, era il conte Guido, ma, vista la mala parata, preferì ritirarsi, senza dare colpo di spada.

La battaglia era perduta.

Atti poco cavallereschi Quando la bandiera con l’aquila imperiale venne catturata, tra le fila ghibelline si diffuse il panico. Alcuni si buttarono, ad altissimo rischio, sotto i ventri dei cavalli e, armati di coltellacci, sbudellarono gli animali per diminuire il numero di cavalieri.

Simili atti così “poco cavallereschi” erano stati già adottati in precedenti occasioni. Come a Benevento, nel 1266, quando i cavalieri angioini segarono i tendini dei cavalli nemici per diminuire l’impeto della cavalleria.

Ma a Campaldino quella mossa disperata non bastò per risollevare le sorti della battaglia. Nella morsa rimasero intrappolati tutti i comandanti ghibellini: Buonconte da Montefeltro, Guglielmo dei Pazzi e suo zio, l’anziano vescovo Ubertini, con il quale il nipote aveva voluto scambiare le sue insegne nel tentativo di salvargli la vita. Invano. Anche questo era diventato un gesto usuale nelle battaglie. Così aveva fatto Manfredi a Benevento e altrettanto Carlo d’Angiò a Tagliacozzo.

Una tempesta di cadaveri Molti dei fuorusciti fiorentini persero la vita nella piana davanti a Poppi: Fifanti, Abati, Lamberti e anche i figli e i nipoti di Farinata degli Uberti. Morirono oltre 1.700 ghibellini. Più di 2.000 furono catturati e portati a languire nelle prigioni di Firenze. Le armi del vescovo, riconosciuto dalla tonsura, furono portate in trionfo a Firenze ed appese a testa in giù, come quelle di un nemico sleale: rimasero esposte così fino a che Cosimo III non le fece togliere agli inizi del Settecento.

Alla fine della battaglia, mentre i Guelfi braccavano i fuggiaschi per farli prigionieri in modo da ottenere un cospicuo riscatto, un terribile temporale si abbattè sui vincitori e sui vinti. È il nubrifagio descritto da Dante nel V canto del Purgatorio. Poi, finalmente venne suonata la fine della battaglia.

L’odissea dei prigionieri Le cronache del tempo si soffermano sui prigioni, cioè le centinaia di persone che vennero catturate a battaglia conclusa e stipate nelle galere del comune di Firenze o in semplici abitazioni o cantine, risistemate per l’occasione. “Ne giunsero legati più di 740”, scrisse il Villani. L’alto numero dei prigionieri rese necessario il riadattamento di molte case di fiorentini a mo’ di prigione. Per questo fu ad esempio rimborsato di 56 lire tal Bardino d’Altopace, della parrocchia di S. Jacopo, per i danni subiti dalla sua casetta d’Oltrarno.
Dodici lire spettarono poi al sensale Manetto per l’affitto di una bottega e di una corte dove trovarono alloggio i custodi di alcuni degli aretini catturati.

Quando si legge di Campaldino però si sente parlare sempre dei prigionieri aretini, o ghibellini, fatti dai fiorentini. Ma anche i Ghibellini dovettero tornare a casa trascinandosi qualcuno dei nemici, se, leggendo tra le Provvisioni, si incontrano più volte scambi con fiorentini detenuti in Arezzo. Sette aretini furono rilasciati in cambio di due lucchesi e due pistoiesi, e non è inutile domandarsi perché questi ultimi “valessero” quasi il doppio degli aretini.
Conosciamo il caso del rilascio di 8 guelfi presi a Campaldino, questa volta scambiati con egual numero di ghibellini: per 7 di loro richiese grazia il comune di Siena, essendo costoro di Lucignano e Mariano; per l’ottavo intercedette l’Abate di Capolona.

Bisogna immaginare che alla fine della battaglia, nella confusione, nel polverone prima, e nell’acquazzone poi, le modalità di cattura fossero dettate anche dal buon senso e dall’impulso. Così accadde che Finuccio di Rinaldo del contado aretino, scambiato a Campaldino per ghibellino, ma sempre zelante guelfo, languiva nelle prigioni fiorentine ancora nel luglio del 1290. Gli era andata comunque meglio di Maiano, suo fratello, che, preso dai ghibellini, fu fatto prigioniero e detenuto ad Arezzo dove fu anche accecato, secondo una pena riservata per lo più ai traditori.

Un documento ci informa poi su un’ulteriore prassi guerresca. Un prigioniero infatti venne liberato in quanto catturato per errore, poiché “nescivit dicere nomen ordinatum debere dici per Florentia in prelio”: non seppe cioè ripetere la parola d’ordine. Dunque prima della battaglia si era stabilita una parola segreta per riconoscersi nel marasma finale: un metodo semplice ma certamente efficace.

Le richieste di scarcerazione si protrassero per anni e possiamo solo immaginare lo stato in cui i prigionieri versavano al momento del rilascio, magari dopo tre o quattro anni trascorsi in carceri umide e sovraffollate.

Particolare della battaglia di Campaldino negli affreschi del Palazzo Comunale di San Gimignano (1292)

Il prezzo dei cavalli Combatterono per tutto il tempo della battaglia in prima linea sia Dante che Vieri de’ Cerchi. E anche Filippo Adimari detto Argenti, che l’Alighieri pone tra i violenti e che deve il suo soprannome all’abitudine di commissionare i finimenti del proprio cavallo in argento.

Nel corso del primo urto è probabile che molti tra i combattenti perdessero il proprio cavallo. E, in molti casi, doveva trattarsi di bestie particolarmente belle e potenti. Siamo informati del rimborso erogato dal Comune per il cavallo morto al Cerchi e all’Argenti. Ma anche Giano della Bella e Baschiera della Tosa persero la propria cavalcatura. E qui, rispetto ad un ronzino, che valeva dai 4 ai 10 fiorini, si parla di cifre da capogiro: a Gianni Adimari vennero pagati 70 fiorini d’oro di indennizzo, e la stessa cifra fu erogata a Neri dei Bardi. Costui, ricorda il documento, asserisce di aver perduto il cavallo durante l’assedio portato con insuccesso dai Guelfi contro Arezzo.

La città, priva ancora di buona parte delle mura, si difendeva con steccati e fossi, costruiti per proteggere i nuovi sobborghi. E proprio presso questo steccato, “erectum ab arretinis”, ove dovette infiammare l’assedio, il cavallo di Neri esalò l’ultimo respiro. Bestie possenti, muscolose, addestrate e perciò, preziose. Non una semplice cavalcatura, ma una vera e propria macchina da guerra, per chi sapeva manovrarla e per chi, ovviamente, poteva permettersela.

Quel che vide Dante Nell’incipit del canto XXII dell’Inferno, Dante Alighieri rievoca le scorrerie e le feste cavalleresche cui assistette in terra aretina:

Io vidi già cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;
corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;
quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane.

Versi che raccontano le operazioni militari, così come apparivano agli occhi di chi, non molti anni prima, vi aveva preso parte. La terminologia è importante, ed è da casi come questi che possiamo ricostruire ciò che i comandanti si dicevano nelle concitate fasi di un consiglio di guerra.

Dante immortalato di fronte al palazzo dei Conti Guidi a Poppi (part. di una foto di Gianni Ronconi)

Stormo alle nostre orecchie suona in un modo completamente scevro di significati bellici, legato come è al volo degli uccelli. Ma ai tempi di Dante, ancora forte doveva essere il legame della parola con le origini germaniche del termine sturm, battaglia, assalto, che anche foneticamente sembra rievocare il tumulto dell’assedio.

Per indicare una parata militare veniamo a conoscenza del termine mostra che nell’espressione utilizzata nei versi di Dante, come sottolinea il commentatore Chimenz, indica il disporsi per essere passati in rivista, o meglio, l’eseguire evoluzioni durante le riviste.

E se fedir torneamenti e correr giostra è abbastanza comprensibile, resterebbe oscuro il termine gualdana, anch’esso di origine germanica. La parola indica una scorreria di uomini armati in territorio nemico. La radice del termine wald è quanto mai significativa. Oltre al legame con il bosco, wald, va sottolineato quanto fare la guerra sia cosa da uomini, e cosa da uomini forti, validi e valorosi, dei baldi giovani, di prestanza fisica e morale.

Va poi notato l’uso che Dante fa del verbo vedere, che nella Commedia è utilizzato con valore esponenziale, riferito perciò ad una diretta esperienza vissuta dal poeta. Come ha scritto Silvio Abbadessa, è in qualche modo la firma stessa del poeta.

Federico Canaccini

Bibliografia:
Niccolò Capponi – Kelly DeVries, La battaglia di Campaldino 1289. Dante, Firenze e la contesa tra i Comuni, LEG Edizioni, 2019
Federico Canaccini (a cura di), La lunga storia di una stirpe comitale. I conti Guidi tra Romagna e Toscana, Atti del Convegni di studi (Modigliana-Poppi, 28-31 agosto 2003), Olschki, Firenze 2009
Marco Bicchierai, Ai confini della repubblica di Firenze: Poppi dalla signoria dei conti Guidi al vicariato del Casentino, Olschki, Firenze 2005
Emma Perodi, Le novelle della Nonna, Fruska, Bibbiena, 2019 (4° ristampa; ed. or. 1897)

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