La battaglia di Benevento

Manfredi incoronato (miniatura della Nuova Cronica di Giovanni Villani)

Manfredi incoronato (miniatura della Nuova Cronica di Giovanni Villani)

Manfredi, il re “bastardo” figlio di Federico II, non immaginava che Carlo d’Angiò, alle prese con problemi finanziari e alleati turbolenti, riuscisse a tenere insieme l’esercito raccolto lungo la strada e, soprattutto confidava nella fedeltà dei suoi baroni, nella rete di castelli a difesa del suo regno, nelle frecce degli arcieri saraceni e nella guardia personale con le nuove armature, più leggere e resistenti di quelle dei cavalieri francesi.

Il re di Sicilia, non aveva fatto i conti, però, con il tradimento, gli intrighi, l’inganno dei parenti e la forza dell’esercito franco-angioino.

E di fronte alla carneficina di Benevento e all’infrangersi del sogno di Federico, suo padre, scelse di morire in mezzo alla mischia, senza insegne regali, da semplice e coraggioso cavaliere.

 

I contendenti Carlo d’Angiò, non era la pedina che si credeva nelle mani di papa Clemente IV, ma per arrivare al trono di Napoli era pronto a tutto.

Carlo d'Angiò ritratto da Arnolfo di Cambio (Roma, Musei Capitolini)

Carlo d’Angiò ritratto da Arnolfo di Cambio (Roma, Musei Capitolini)

Accettò ben volentieri la nomina a senatore e comperò, dal Pontefice, l’onore della “crociata” contro Manfredi, al prezzo di benefici ed esenzioni a favore della Chiesa, oltre alla promessa di non ambire a riunificare la Penisola sotto il suo scettro (piano sia di Federico II sia di Manfredi). Una crociata con il benestare del Papa, il quale assolveva «ladri, briganti, stregoni, incendiari, sacerdoti concubinari, purché partecipino all’impresa dando denari e uomini a Carlo». Il pretendente al trono parte da Marsiglia, tra aprile e maggio del 1265, e giunge a Roma, insediandosi in Laterano (papa Clemente IV risiede a Perugia) e inizia l’opera diplomatica per isolare Manfredi e portare dalla sua parte la nobiltà romana. Manfredi temporeggia. Prova a infastidire l’Angiò con una scorreria ad est di Roma. Il francese, con le poche truppe a sua disposizione marcia fino a Tivoli. Lo scontro non avvenne perché Manfredi preferì ritirarsi.

Carlo prosegue nella sua politica di dispensare favori e promesse e il suo partito si allarga, tra sostenitori e neutrali. Nel frattempo il vescovo Guido di Mello, presule di Auxerre, conduce l’armata francese in Italia, attraverso il Col di Tenda nel novembre del 1265. I francesi, forti di 20.000 fanti, 6.000 cavalieri e 600 balestrieri montati, trovano la strada spianata lungo la loro discesa fino a Roma, dove il 6 gennaio del 1266, Carlo è incoronato re.

 

Il castello Boncompagni Viscogliosi e la cascata grande del fiume Liri a Isola del Liri (Frosinone). Il Liri scorre tra Abruzzo, Lazio e Campania e alla confluenza col Gari prende il nome di Garigliano. Fin dal Medioevo è documentato anche con il nome Verde e così è menzionato da Dante a proposito di Manfredi di Sicilia, i cui resti mortali per ordine papale furono dissotterrati a Benevento e traslati fuori dei confini del Regno di Sicilia

Il castello Boncompagni Viscogliosi, edificato su una fortificazione medievale, e la cascata grande del fiume Liri a Isola del Liri (Frosinone). Il Liri scorre tra Abruzzo, Lazio e Campania e alla confluenza col Gari prende il nome di Garigliano. Fin dal Medioevo è documentato anche con il nome Verde e così è menzionato da Dante a proposito di Manfredi di Sicilia, i cui resti mortali per ordine papale furono dissotterrati a Benevento e traslati fuori dei confini del Regno di Sicilia

L’invasione del sud Di fronte a questa situazione disastrosa, Manfredi corre ai ripari, seppur tardivi: rinforza la linea difensiva dei castelli lungo il fiume Liri, concentrando le forze tra Rocca d’Arce e San Germano, affidando le difese a Riccardo, conte di Caserta, e Giordano d’Anglano, chiede rinforzi in Germania, assolda mercenari, chiama a raccolta i ghibellini italiani (in pochi risposero, come ricorderà lo stesso Manfredi poco prima della battaglia), riunisce i contingenti di saraceni e promuove la leva feudale (con scarsi risultati e gravi ritardi di esecuzione). Il re di Sicilia, al comando di 5.000 cavalieri e 10.000 saraceni, si dispone lungo la seconda linea di difesa lungo il Volturno, nei pressi di Capua, in attesa del nipote Corrado d’Antiochia, comandante del contingente che operava nelle Marche. Truppe che, tagliate fuori dalla rapida marcia dell’Angiò, non giungeranno mai. Si tratta di misure che Manfredi prende con grave ritardo rispetto alla situazione venutasi a creare.

Il 20 gennaio, infatti, Carlo d’Angiò muove guerra, sapendo di non poter attendere oltre, correndo il rischio di veder sfaldarsi il fronte anti Manfredi, tessuto insieme con il Papa a colpi di intrighi e promesse di conquista. Le insegne francesi, quelle del Pontefice e dei guelfi italiani, marciano insieme lungo la via Latina, tra due ali festanti di folla. L’esercito angioino passa per Anagni, Frosinone e Ceprano, dove varca il confine del regno del sud su un ponte sguarnito di ogni difesa.

Cassino (nella foto vista dall'alto della celebre abbazia di Montecassino) tra i secoli IX e XIX era conosciuta come San Germano. Assunse questo nome dalla donazione delle reliquie di San Germano di Capua, custodite nella Chiesa del Salvatore e meta di pellegrinaggi

Cassino (nella foto vista dall’alto della celebre abbazia di Montecassino) tra i secoli IX e XIX era conosciuta come San Germano. Assunse questo nome dalla donazione delle reliquie di San Germano di Capua, custodite nella Chiesa del Salvatore e meta di pellegrinaggi

I francesi non incontrano alcun ostacolo anche nell’entrare a Rocca d’Arce. Poco più complessa si rivela la conquista di San Germano, difesa dall’Anglano con 6.000 uomini. Davanti alle mura dell’odierna Cassino, infatti, i francesi si arrestano per alcuni giorni e, mentre i capi riflettono su come assaltare la città, una squadra di cavalieri ghibellini ne esce per abbeverare i cavalli. Ne nasce subito uno scontro e la conseguente ritirata degli uomini dell’Anglano. Un gruppo di cavalieri angioini, però, si getta all’inseguimento e riesce a penetrare a San Germano prima che venga chiusa la postierla dalla quale erano usciti i cavalieri di Manfredi. I pochi angioini riescono a travolgere la debole difesa degli assediati e ad issare sulle mura il giglio di Francia, provocando la resa immediata della città. Nel giro di pochi giorni si arrendono, quasi senza combattere, 32 castelli e rocche. L’intero sistema difensivo del nord del regno è caduto.

Carlo prosegue l’avanzata lungo il Volturno, piegando poi verso il Sannio, con l’intenzione di passare per Alife e Telese e cogliere alle spalle Manfredi, sempre di stanza a Capua. Lo svevo, però, avvertito delle mosse del nemico, si dirige alla volta di Benevento, deciso a sbarrare il passo all’avversario. Ormai lo scontro tra i due è ineluttabile, anzi necessario: Manfredi non può più cedere terreno e non si fida più dei suoi baroni; l’Angiò non può più tenere insieme l’esercito senza l’immediata conquista del trono e delle ricchezze del regno.

Le truppe angioine si presentano davanti a Benevento il 25 febbraio, dopo aver attraversato i passi montani del Sannio coperti di neve. Manfredi si è disposto poco più a nord, dietro il fiume Calore, nei pressi di Santa Maria della Grandella. Ancora una volta il re di Sicilia si trova in una posizione favorevole, ma non ne approfitta. Non attende che sia l’esercito avversario ad attraversare l’unico e stretto ponte sul Calore, ma ordina ai suoi di passare oltre e disporsi dalla battaglia. Le operazioni richiedono diverse ore, l’esercito di Manfredi si sfilaccia e la cavalleria sveva si trova nella svantaggiata posizione di dover caricare il nemico in salita, perdendo così velocità e potenza d’urto.

 

La battaglia di Benevento i una miniatura del secolo XIV

La battaglia di Benevento in una miniatura del secolo XIV

La battaglia «Il sovrano schierò d’avanguardia i suoi arcieri saraceni, poi dispose tre linee successive di cavalleria, la prima costituita da 1.200 tedeschi e affidata a Giordano d’Anglano, la seconda da un migliaio di mercenari lombardi e toscani, oltre a qualche centinaio di saraceni, al comando di Galvano Lancia, conte di Salerno, e di Bartolomeo Semplice, e la terza da oltre un migliaio di leve feudali siciliane, sotto il suo diretto comando». Il rivale angioino schierò «una prima linea di fanteria, nella quale i balestrieri avevano la preponderanza numerica, per controbilanciare l’azione degli arcieri saraceni; di seguito, il principe schierò la propria cavalleria, anch’essa su tre linee». La prima linea era affidata ad Ugo di Mirepoix e Filippo di Monfort con 900 cavalieri, la seconda era sotto gli ordine direttamente di Carlo e composta dal fiorentino Guido Guerra con 1.400 lance italiane e francesi; Giles Le Brun e Roberto di Fiandra comandavano la terza linea composta da 700 combattenti fiamminghi, con il compito di aggirare le truppe avversarie.

La battaglia ebbe inizio prima che Manfredi potesse schierare per intero le proprie truppe. Lo scontro si accese dopo un nutrito lancio di frecce da parte delle truppe saracene, le quali non attesero né gli ordini del re né l’arrivo della cavalleria tedesca («non è noto se di propria iniziativa, o per ordine di Manfredi, o in seguito, come sembra probabile, all’errata interpretazione di un ordine ricevuto» riporta l’enciclopedia Treccani nella pagina web sulla battaglia). Dopo un primo momento di smarrimento e dopo gravi perdite, però, la prima linea di cavalieri provenzali si ricompose e caricò i saraceni, i quali senza copertura e l’appoggio dei cavalieri pesanti teutonici, vennero spazzati via.

La battaglia di Benevento, miniatura della Nuova Cronica di Giovanni Villani

La battaglia di Benevento miniata nella Nuova Cronica di Giovanni Villani

La violenta contro carica di Giordano d’Anglano parve non solo ristabilire l’equilibrio, ma far pendere la bilancia dalla parte sveva. Le armature tedesche sembravano impenetrabili, tutti i colpi rimbalzavano o scivolavano di lato. Carlo fece intervenire anche la seconda linea angioina, aumentando la pressione sulle forze di Manfredi e facendole indietreggiare. I francesi, inoltre, scoprirono, nel corso del combattimento, che le armature dei tedeschi avevano un punto debole: l’attaccatura della protezione del braccio sotto l’ascella. E lì colpirono le spade angioine. I comandanti angioini, inoltre, diedero un ordine che contrastava con qualsiasi norma cavalleresca: intimarono ad arcieri, balestrieri e fanti di colpire i destrieri dei cavalieri nemici, causando perdite e confusione tra le file sveve.

Il comandante svevo Lancia, infine, aveva appena terminato l’attraversamento del Calore e stava riorganizzando le sue truppe, quando dovette fronteggiare l’assalto della terza linea francese, giunta in battaglia dopo una larga manovra di aggiramento. I pochi ghibellini italiani si diedero alla fuga e anche i cognati di Manfredi e la nobiltà lasciarono il campo di battaglia.
Il sogno di un regno d’Italia unito dalle Alpi alla Sicilia era svanito e ogni possibilità di rivincita era infranta. Manfredi si tolse l’armatura e l’elmo con i simboli dell’aquila argentata, scambiò la sovrarmatura con Tebaldo Annibaldi e si gettò nella mischia, trovandovi la morte.

L'epigrafe in memoria di Manfredi di Svevia con i versi di Dante Alighieri, al Ponte Vanvitelli di Benevento

L’epigrafe in memoria di Manfredi di Svevia con i versi di Dante Alighieri, al Ponte Vanvitelli di Benevento

Solo 600 cavalieri, su 3.600, riuscirono a fuggire, ma «in quella battaglia ebbe gran mortalità d’una parte e d’altra, ma troppo più della gente di Manfredi» scrisse il cronista Villani ricordando l’episodio.

Carlo d’Angiò, supportato da papa Clemente IV, vietò la sepoltura dei caduti fino a quando non fosse stato rinvenuto il corpo del re di Sicilia. E il cadavere di Manfredi venne trovato tre giorni dopo da un popolano in mezzo ai cadaveri di fanti e cavalieri; issatolo sul dorso di un asino andava in giro gridando: «Chi accatta Manfredi?». Il villano venne fustigato da un nobile francese e il corpo di Manfredi portato davanti a Carlo. Fu riconosciuto dai cognati e dal fedele Giordano d’Anglano (giustiziato l’anno successivo in Provenza dopo un tentativo di fuga dalla prigionia), il quale chiese di darne onorata sepoltura. Carlo d’Angiò rispose che non poteva, in quanto Manfredi era scomunicato e non poteva essere sepolto in terra consacrata. Il corpo del re di Sicilia venne tumulato ai piedi del ponte di Benevento e coperto di sassi dai soldati angioini. In seguito Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza, lo fece esumare e seppellire lungo il corso del Liri, fuori dai confini del regno del sud. Ipotesi alla quale crede anche Dante Alighieri quando incontra il re di Sicilia nel terzo canto del Purgatorio.

Umberto Maiorca

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