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Il suono del Giubileo

Basilica-di-San-PietroL’anno santo sin dall’inizio fu chiamato “giubileo” o “anno giubilare”. La parola deriva dal Vecchio Testamento e dal termine ebraico “jobel”.

“Jobel” significa ariete, corno d’ariete. Il vocabolo indicava anche il suono del corno di capro che serviva ad annunciare il cinquantesimo anno, un termine particolare che la legge di Mosè aveva fissato per il popolo ebraico.

Una data importante. E un anno particolare. Il Levitico parla di “sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. ” (Levitico 25, 8).
E qualche versetto dopo dice: “Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé. Né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo, esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo” (Levitico 25, 10-13).

Nella Genesi, il numero 7 descrive il tempo della creazione del mondo: “E il settimo giorno Dio si riposò”. Da questo richiamo originario nasce il sabato, settimo giorno della settimana ebraica. Per analogia, considerando che la settimana, il mese e l’anno sono rappresentazioni dei “tempi ciclici” che corrispondono ai diversi dell’esistenza del creato, anche il settimo anno assume le connotazioni del settimo giorno: è l’anno del riposo.

La legge mosaica prescriveva che la terra, di cui Dio era l’unico padrone, non fosse coltivata e ritornasse all’antico proprietario. E che anche gli schiavi riavessero la libertà perduta.
Il suono del corno d’ariete annunciava quindi l’inizio dell’anno della riconciliazione, in cui “ognuno deve ritornare nei suoi possedimenti” e in cui le colpe vengono “rimesse”.
Liberazione e remissione. Al termine ebraico “jobel” si legavano il greco “aphesis” e il latino “remissio”. Come ricordava intorno all’anno 600, Isidoro di Siviglia (560 circa -636), maestro enciclopedico del Medioevo, che raccolse e tramandò in modo instancabile tutto il sapere dell’epoca, “per giubileo si intende l’anno della remissione”.

Un orecchio latino poteva collegare all’antica parola ebraica un proprio vocabolo gioioso: “iubilare” o “iubilum”. Come le acclamazioni di giubilo che nel mondo contadino si indirizzavano alla bontà di Dio. E come i canti della messa, che avevano il “jubilus” dell’alleluja.
In un famoso canto di Natale medievale tedesco-latino, si ripeteva una melodia che forse arrivava dai monasteri dell’Europa carolingia: “In dolci jubilo, singet und sit vrot”. La prima trascrizione delle antiche parole è contenuta nel quattrocentesco Codex 1305, conservato nella Biblioteca dell’Università di Lipsia.
Secondo la leggenda, fu il mistico tedesco Enrico Suso (1295-1366), che firmava i suoi scritti con il nome di Amandus, ad avere una visione di angeli musicanti che danzavano e cantavano questa canzone intorno al presepio. Sulle note di “In dolci jubilo” nacque quindi la tradizione tedesca dei bimbi che danzano e cantano, vestiti da angeli, nei giorni che precedono il Natale.

Nell’anno giubilare 1300 indetto da papa Bonifacio VIII, fu quindi promessa la “remissione completa dei peccati” a tutti i romani che avessero visitato per trenta giorni “con animo contrito e pentito” le basiliche degli apostoli Pietro e Paolo e a tutti i pellegrini che avessero fatto lo stesso per almeno quindici giorni.
Una indulgenza primaria. Nella bolla d’istituzione dell’anno santo, Bonifacio stabilì anche in modo solenne che ogni cento anni dovesse celebrarsi un nuovo giubileo. Ma non passò molto tempo che papa Clemente VI (1342-1352) accorciò l’intervallo a 50 anni. Un cronista dei tempi spiegò con efficacia uno dei principali motivi della decisione: “Perché la vita dell’uomo scivola via e diminuisce e le malattie sommergono il mondo”. Un nuovo giubileo si celebrò quindi nel 1350, proprio nell’epoca in cui l’Europa soffriva per le conseguenze della peste.

Ma anche 50 anni erano troppi per la vita di un uomo del Medioevo. Soprattutto perché la durata della vita media in quegli anni devastati dalle epidemie, era arrivata ad essere di poco superiore ai trenta anni. Così, papa Urbano VI (1378-1379) ridusse il termine a 33 anni: l’età di Cristo, il cui sacrificio consentiva ai cattolici la remissione dei peccati. Il periodo di 25 anni, valido ancora oggi, fu introdotto nel 1475 da papa Sisto IV.

La data del primo giubileo fu memorabile nella storia d’Italia. Tutta la penisola si vestì a festa. Furono costruite logge, chiese e basiliche.
Soprattutto, quel 1300 fu un anno di pace. Una grande massa di persone si mise in cammino, da ogni angolo d’Europa, lungo le antiche vie dei pellegrinaggi. Negli Annales Austriae è scritto: “A Roma giunse una tal moltitudine di persone da tutto il mondo che nessuna età dell’uomo ne ricorda una simile”.

Giovanni Villani, il mercante fiorentino del Trecento che compilò la Nuova Cronica, immenso resoconto che partiva dalla torre di Babele e arrivava fino ai suoi tempi, disse che a Roma arrivarono almeno duecentomila pellegrini: “E fu la più mirabil cosa che mai si vedesse”. Anche perché, all’epoca, la città dei papi contava appena ventimila abitanti. Da esperto contabile, Villani non mancò di annotare che “i romani per le loro derrate furono tutti ricchi; e de la offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe a la Chiesa”.

Il frate domenicano Franciscus Pipini, da Parma osservò: “Ogni giorno a tutte le ore sembrava che un intero esercito percorresse la via Clodia e i campi d’intorno. I baroni e le nobili dame che venivano dalla Francia e da altre terre lontane venivano in comitive di quaranta, cinquanta e più cavalli”. Il religioso spiegò anche che a Roma tutti furono accolti “sanza romori e zuffe”.

Non era d’accordo con lui il poeta abruzzese Buccio di Ranallo che descrisse i romani come maestri di doppiezza: prima “angeli” per adescare i clienti e poi “cani” quando li avevano accalappiati. A prezzi altissimi, promettevano letti e invece facevano trovare dure panche, in stanze sporche, rumorose e affollate di pellegrini.

Una Cronaca senese registrò che “Era tanta la moltitudine della gente che passava per Siena che non era possibile crederlo. E andavano el marito e la moglie e figliuoli. E lassavano le case serrate e tutti di brigata, per perfetta divozione andavano al detto perdono”.

Una folla enorme si riversò tra le sparse e antiche rovine della immortale città allora ridotta a poche migliaia di abitanti.

Sopra Ponte Sant’Angelo fu introdotto anche il senso unico. Ce lo racconta Dante Alighieri, testimone oculare dell’avvenimento, quando nella Divina Commedia (XVIII canto dell’Inferno) descrive il camminare di due colonne di pellegrini: una diretta alla basilica di S. Pietro di allora, l’altra, che tornava indietro verso Monte Giordano, la piccola altura dalla quale dominava il passaggio sul Tevere la casa fortificata degli Orsini, che oggi si chiama Palazzo Taverna: “Come i Roman per l’essercito molto, / l’anno del giubileo, su per lo ponte / hanno a passar la gente modo colto, / che da l’un lato tutti hanno la fronte / verso ’l castello e vanno a Santo Pietro; / da l’altra vanno verso il monte…”.

Federico Fioravanti

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