Il Purgatorio, invenzione del Medioevo

La Navicella del Purgatorio - miniatura dal Purgatorio della Divina Commedia Egerton, f.65v - Bologna, 1340

La Navicella del Purgatorio – miniatura dal Purgatorio della Divina Commedia Egerton, f.65v – Bologna, 1340

Prima i morti andavano all’Inferno o in Paradiso. Poi nel Medioevo è stato aperto il Purgatorio e hanno finito per andare tutti lì.

“Che gran cosa il Purgatorio!” esclamava entusiasta santa Caterina da Genova alla fine del Quattrocento, salutando la nuova sezione dell’aldilà che – secondo la tradizione – avrebbe visitato personalmente ancora in vita.
Un entusiasmo condiviso, secoli dopo, dal ben più laico François-René de Chateaubriand (plenipotenziario di Napoleone) secondo il quale “Il Purgatorio supera in poesia il Cielo e l’Inferno, in quanto rappresenta un avvenire del quale entrambi sono privi”.

In effetti, nella sua dimensione di “eternità provvisoria”, il Purgatorio rappresenta un ossimoro teologico e al tempo stesso l’essenza stessa del Cristianesimo come religione della speranza, oltre che la dimostrazione plastica della tendenza a portare anche nell’oltretomba logiche squisitamente terrene.
Non a caso il concetto di “terzo luogo” è totalmente assente nelle Sacre Scritture e si è formato progressivamente nel Medioevo, fino a trovare la sua definitiva consacrazione nella Divina Commedia.

La nascita del Purgatorio di Jacques le Goff pubblicato da Einaudi nel 1982

La nascita del Purgatorio di Jacques le Goff pubblicato da Einaudi nel 1982

“E’ chiaro che la nascita di una tale credenza è collegata a profonde modificazioni della società in cui si produce” spiega Jacques Le Goff nel suo celebre studio La nascita del Purgatorio, che nel 1981 ha ricostruito lo sviluppo del fenomeno nel corso dei secoli.

Uno sviluppo che porta da un modello dualistico cielo-terra e Inferno-Paradiso, ad una “terza via” che ha radici molto antiche ma che non troverà una sua definizione prima del XII secolo. E’ tra il 1150 e il 1250 che si afferma infatti l’idea di un aldilà intermedio, nel quale alcuni defunti subiscono una prova che può essere abbreviata dai suffragi dei viventi.

“Esso si basa sulla credenza di un doppio giudizio – spiega ancora Le Goff – il primo al momento della morte e il secondo alla fine dei tempi. Presuppone dunque la proiezione di un’idea di giustizia e di un sistema penale molto sofisticati”.

Se quello del Purgatorio è un concetto totalmente assente nelle religioni antiche è vero anche che per molte di esse il suo ruolo viene ricoperto dalla metempsicosi: è attraverso la reincarnazione infatti, che le anime “abbastanza meritevoli” si purificano per diventare degne di entrare in Paradiso.

Per quanto riguarda la religione ebraica, il principale riferimento teologico all’esistenza di una qualche forma di Purgatorio è contenuto del Secondo libro dei Maccabei, in cui si dice che Giuda Maccabeo “fece compiere un sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero liberati dal loro peccato”. In compenso l’idea di una qualche forma di redenzione post mortem e di un passaggio intermedio tra Inferno e Paradiso viene smentita dallo stesso Gesù, con la parabola del povero Lazzaro e del cattivo ricco: qui il povero si trova nel “seno di Abramo” mentre il ricco finisce nell’Ade tra i tormenti. Nel testo viene precisato che nulla può fare Lazzaro per allievare le sofferenze del ricco e – a differenza di quanto affermato nei Maccabei – viene chiaramente esclusa qualsiasi forma di suffragio da parte dei viventi a favore del defunto.

Il primo testo in cui si ritrova quello che può essere invece considerato, in qualche modo, un antecedente del Purgatorio, è l’Apocalisse di Paolo, scritta nel IV secolo, dove si parla – per la prima volta – di due inferni: uno inferiore, riservato ai dannati, e uno superiore dove si trovano le anime “che attendono la misericordia di Dio”. “Qui vi si trova – spiega Le Goff – una descrizione delle pene dell’Inferno che si ritroverà in gran parte del Purgatorio, quando quest’ultimo sarà stato definito come un inferno temporaneo”.

L’aldilà tripartito, invece, nasce nella letteratura rabbinica ma in era cristiana, quando viene definita una precisa geografia: dopo la morte, le anime finiscono – a seconda dei propri meriti – nei Giardini dell’Eden, nella Geenna o nello Sheol.

La Geenna, che viene citata nel Vangelo anche da Gesù, è il luogo dell’eterno castigo, ed è al di sotto della terra, con cui comunica attraverso un piccolo pertugio dove passa il fuoco che la riscalda (nella realtà, la Geenna era una sorta di discarica dove bruciavano i rifiuti).
L’Eden è invece il paradiso terrestre, dove è stato creato Adamo, ora dimora dei giusti e si trova sulla terra, perché solo Dio è nei cieli. Lo Scheol è invece l’oltretomba, un luogo intermedio che rimane comunque sotterraneo e oscuro: è l’insieme delle fosse e delle tombe, il mondo dei morti.

Se san Paolo non ha niente a che fare con la “sua” Apocalisse, nei propri scritti l’Apostolo delle genti parla di un “fuoco purificatore” che aspetta tutti dopo la morte.
Il primo vero e proprio concetto di Purgatorio lo troviamo però già nel III secolo, all’interno della Passione di Perpetua e Felicita, che racconta il martirio della santa avvenuto nel 203 ed è basato in gran parte sui ricordi della stessa Perpetua, scritti – o dettati – durante la sua permanenza in carcere.

“Le anime del Purgatorio si consolano con le offerte”, miniatura tratta dal ‘Libro d’Ore di Cathèrine de Clèves’ (1440 circa), Morgan Library & Museum, New York.

“Le anime del Purgatorio si consolano con le offerte”, miniatura tratta dal ‘Libro d’Ore di Cathèrine de Clèves’ (1440 circa), Morgan Library & Museum, New York.

Nel testo, troviamo un passaggio particolarmente impressionante: “Mentre eravamo tutti in preghiera – racconta Perpetua – mi sfuggì il nome di Dinocrate e seppi subito che ero degna di chiedere qualcosa per lui e che dovevo farlo. Iniziai una lunga preghiera rivolgendo i miei lamenti al Signore. Già la notte seguente ecco che mi apparve: vedo Dinocrate che esce da un luogo di tenebre dove si trovava con molti altri, tutto ardente e assetato, sporco e coperto di stracci e recante sul viso la piaga che aveva quando morì. Dinocrate era mio fratello, morto all’età di sette anni con il viso divorato da un cancro maligno, e la sua morte aveva suscitato orrore in tutti quanti. Nel luogo in cui si trovava vi era una vasca piena d’acqua con un parapetto troppo alto per la statura di un bambino. E Dinocrate si alzava sulla punta dei piedi, come se volesse bere. Io soffrivo nel vedere che nella vasca vi era dell’acqua, ma che lui non poteva bere. Mi svegliai e seppi che mio fratello stava attraversando una prova. Pregai per lui tutti i giorni”.
Dopo qualche giorno Perpetua ha un’altra visione: “Vidi il luogo che avevo già visto e Dinocrate, pulito nel corpo, ben vestito, ristorato, e là dove vi era la piaga vidi una cicatrice e il parapetto della vasca che avevo veduta si era abbassato fino all’altezza dell’ombelico del bambino. E sopra il parapetto vi era una coppa d’oro piena d’acqua. Dinocrate vi si accostò e cominciò a bere, poi dissetato cominciò a giocare gioiosamente con l’acqua, come fanno i bambini”.

Lo sviluppo progressivo del concetto del Purgatorio va anche nella direzione di un’idea “costruttiva” della punizione divina: Clemente Alessandrino e Origene sono convinti che punire ed educare siano sinonimi, e che ogni castigo di Dio serva alla salvezza dell’Uomo.
Clemente distingue quindi due categorie di peccatori: quelli per cui – nella vita futura – il castigo è educativo e quello per i quali è punitivo. Nell’altra vita ci sono dunque due fuochi: uno che “divora e consuma” e uno che “santifica”.
D’altra parte, la peculiare concezione di Origene – e che fa di lui un eretico – è che non esista un peccatore tanto cattivo, incallito e irriducibile da non potersi purificare completamente e andare in Paradiso. Ne consegue che persino l’Inferno diventa una sorta di Purgatorio.
“Poiché non può accettare l’idea della metempsicosi – spiega Le Goff – Origene crede in una nozione di progresso continuo, di un perfezionamento ininterrotto dell’anima dopo la morte: l’apocatasi”. Ed appaiono tre categorie: “I giusti che vanno direttamente in Paradiso, i peccatori lievi che soggiornano solo per un certo periodo nel fuoco di combustione e i peccatori mortali che ci rimangono molto a lungo”.

Resurrezione delle anime dai fuochi del Purgatorio, Beato Angelico, Graduale di S.Domenico

Resurrezione delle anime dai fuochi del Purgatorio, Beato Angelico, Graduale di S.Domenico

Sant’Ambrogio, da parte sua, ritiene che tutti dopo la morte debbano passare attraverso il fuoco, che avrà un effetto diverso a seconda della loro purezza: può essere ristoro, piombo e purificazione. Al tempo stesso il patrono di Milano afferma chiaramente la possibile efficacia delle preghiere dei vivi per il sollievo dei defunti e il valore dei suffragi. Lui stesso dice di pregare per l’imperatore Teodosio, perché “grazie alle mie preghiere e alle mie lamentazioni, sarà accolto lassù, sulla montagna santa del Signore”.

Qui si rivela anche, da parte della Chiesa, l’uso strategico del Purgatorio per fini politici: “Quale mezzo migliore al fine di rendere docili ai suoi dettami i sovrani, che evocare i castighi che li attendono nell’aldilà in caso di disobbedienza e il peso dei suffragi ecclesiastici per la loro liberazione e salvezza?”.

Il vero padre del Purgatorio è tuttavia Agostino che – parlando di sua madre Monica nelle Confessioni – afferma innanzitutto l’efficacia dei suffragi per i morti. Quanto alla partizione dei peccatori, per il Padre della Chiesa ce ne sono quattro tipi: gli empi, che vanno direttamente all’Inferno, i martiri e i santi che andranno in Paradiso immediatamente, e poi ci sono quelli che non sono del tutto buoni né del tutto cattivi. Per questi ultimi si può sperare al massimo in un “inferno più tollerabile”, mentre gli altri potranno salvarsi attraverso un “fuoco purgatorio”.

Oltre due secoli dopo, Beda il Venerabile, nella sua Historia Ecclesiastica, inserisce un racconto quantomai suggestivo: Drythelm è un laico pio, padre di famiglia, che abita nella regione di Cunningham, vicino alla frontiera con la Scozia. Caduto malato, una sera muore ma all’alba torna in vita mettendo in fuga coloro che vegliavano il suo cadavere. Ritiratosi in un monastero, racconterà molte volte la propria avventura: una figura luminosa vestita di bianco, lo aveva condotto in una valle molto larga e profonda, circondata a sinistra di fiamme spaventose e a destra di terribili rovesci di grandine e di neve. I due versanti erano pieni di anime umane che il vento faceva passare, senza tregua, da un alto all’altro.
Drythelm pensò che si trattasse dell’Inferno, ma l’accompagnatore lo smentì. Passato in luoghi sempre più oscuri, finì per trovarsi da solo di fronte a un gran pozzo da cui si levavano palle di fuoco, in cui salivano e scendevano, come scintille, le anime umane.
Lo spettacolo era accompagnato da pianti disumani, risa sghignazzanti e da un odore fetido. Quando Drythelm, circondato da diavoli che minacciano di afferrarlo con delle pinze di fuoco si crede perduto, appare improvvisamente una luce che aumenta sempre di più, fino a disperdere i diavoli: è il suo accompagnatore che lo porta stavolta in luoghi luminosi.
Così giungono ad un muro lunghissimo e altissimo, poi in un’ampia e verde prateria, piena di fiori, luminosa e profumata dove gruppi di candidi uomini tengono gioiose riunioni. Drythelm pensa di essere arrivato in Paradiso ma l’accompagnatore lo smentisce ancora.
Infine, si trova di fronte ad un’immensa e splendida luce. E al termine del viaggio l’accompagnatore spiega: “L’orrenda valle piena di fiamme ardenti è il luogo dove vengono esaminate e punite le anime di coloro che hanno tardato a confessare e correggere i propri peccati; poiché però almeno in punto di morte hanno fatto penitenza, nel giorno del giudizio perverranno al regno dei cieli. Il pozzo fetido che vomita fiamme, poi, è la bocca della Geenna, dove chi è precipitato non potrà essere liberato per l’eternità. Il luogo fiorito dove hai visto divertirsi quella splendente gioventù è quello in cui sono accolte le anime di coloro che escono dal corpo nel fervore delle buone opere ma non hanno ancora raggiunto la perfezione sufficiente a meritare di essere subito accolti nel regno dei cieli”.

Anche se ci troviamo, di fatto, in presenza di un Purgatorio (anzi due), quello di Beda rimane – come quello di Agostino – un oltretomba binario, diviso in due paradisi e due inferni: quelli definitivi e quelli provvisori.

Sollievo per le anime del Purgatorio, affresco della cappella di Notre Dame de Benva

Sollievo per le anime del Purgatorio, affresco della cappella di Notre Dame de Benva

Insomma, alla fine del feudalesimo il Purgatorio ci arriva come concetto ma non come luogo definito. I teologi continuano a parlare di “fuoco purgatorio” mentre solo nel 1100 si va configurando la dottrina che parla del Purgatorio come “terzo luogo”.
Se un falso ne attribuisce la definizione a Bernardo di Clairvaux, una lettera di Nicola di Saint-Alban a Piero di Celle, scritta intorno al 1180, dichiara proprio Bernardo il suo “primo ospite”. Secondo Nicola, infatti, il celebre monaco ha compiuto un breve passaggio in Purgatorio prima di entrare in Paradiso perché ostile alla nozione dell’Immacolata Concezione.

Di fatto, è sotto il pontificato di Innocenzo III – papa dal 1198 al 1216 – che viene completata la “costruzione” del Purgatorio. E non è certo un caso se Innocenzo è il papa di Francesco d’Assisi, il primo santo borghese, illustre quanto riluttante rappresentante del “terzo stato” che si fa largo tra aristocrazia e proletariato a cavallo tra il XII e XIII secolo.

L’affermazione del Purgatorio rientra infatti all’interno di un mutamento sociale che passa da uno schema binario a ternario: così come non si può più dividere il mondo tra ricchi e poveri, tra servi e padroni, non si può più dividere nemmeno tra buoni e cattivi, santi e peccatori.
Il Purgatorio diventa quindi un oltretomba squisitamente borghese. E secondo Le Goff permettendo la salvezza dell’usuraio, contribuisce alla nascita del capitalismo: “Una delle funzioni del Purgatorio è stata in effetti quella di sottrarre all’Inferno categorie di peccatori che non avevano in precedenza alcuna possibilità di sfuggirvi”.

I sette vizi capitali incatenati davanti a Minosse, affreschi della chiesa di San Giorgio, Mandello del Lario

I sette vizi capitali incatenati davanti a Minosse, affreschi della chiesa di San Giorgio, Mandello del Lario

D’altra parte, se la borghesia è fatta in gran parte di mercanti, notai e avvocati, anche il Purgatorio finisce per seguire logiche e schemi mercantili e giurisprudenziali: “La giustizia divina viene ispirata a nozioni e pratiche della giustizia terrena. Il Purgatorio è trascinato nel turbine raziocinante di una scolastica in delirio, che secerne i problemi più oziosi e cavilla sulle distinzioni più sofisticate, compiacendosi delle soluzioni più arzigogolate, per cui un peccato veniale può diventare mortale e un accumulo di peccati veniali non equivale a un peccato mortale”. “Insomma con il Purgatorio – commenta Le Goff – si apre la contabilità dell’aldilà”.

Anche la religiosità cambia di pari passo con la società: sono ormai lontani i tempi di quel “disprezzo del mondo” alimentato dalla spiritualità monastica e ormai costretto ad arretrare di fronte al crescente attaccamento ai valori terreni legato agli slanci creativi dell’epoca.

Non si tratta più quindi di scegliere tra il cielo e la terra: si deve poter essere degni del cielo anche godendo appieno della terra. “Il XII secolo è il Secolo gaio in cui la civiltà occidentale esplode con una vitalità, un’energia, una volontà di rinnovamento stupefacenti”. Ma è anche il tempo in cui si afferma l’individualismo e anche la religione non è più una forma di appartenenza collettiva, ma diventa un percorso personale. Non a caso è in questa stessa epoca che nasce la confessione dei peccati come è intesa oggi: se agli inizi del Cristianesimo dopo il battesimo veniva richiesta la purezza assoluta (non a caso in molti – come Costantino – si facevano battezzare solo in punto di morte), nel XII secolo si afferma l’idea di potersi “purificare” dai peccati all’infinito attraverso la confessione e la penitenza.

Il Purgatorio diventa così un annesso della terra e prolunga il tempo della vita nell’ambito di una personalizzazione della vita spirituale, che focalizza l’interesse sulla morte individuale più che sul giudizio universale.

Dante e il suo poema, affresco di Domenico di Michelino nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze (1465)

Dante e il suo poema, affresco di Domenico di Michelino nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze (1465)

Ma all’affermazione del Purgatorio va di pari passo il suo rifiuto: tanto gli eretici, come i catari e i valdesi, quanto la chiesa separata degli ortodossi, lo negano. E proprio lo scontro dialettico obbliga i latini a definirlo meglio.
Gli ortodossi sostengono ancora oggi l’esistenza di una purificazione post mortem e quindi il valore della preghiera per i defunti, ma negano l’esistenza di un “luogo” mentre i valdesi dichiarano che “non vi è altra punizione purgatoria che in questa vita presente”.

Nel XIII secolo il Purgatorio trionfa nella teologia e sul piano dogmatico, diventando una verità di fede e si trova ovunque: nella predicazione, nei testamenti, nella letteratura in lingua volgare, per arrivare al culmine con il Giubileo del 1300, con il quale il Papa accorda ai pellegrini che giungono a Roma l’indulgenza plenaria e la remissione completa dei peccati, fino ad allora concessa solo ai crociati, ed estende il beneficio di tale indulgenza anche alle anime del Purgatorio.
Nel Natale del 1300 Bonifacio VIII accorda poi l’indulgenza plenaria anche a tutti i pellegrini morti durante il viaggio verso Roma e a quelli che avrebbero voluto andare ma non hanno potuto.

Insomma, è il papa a decidere chi va in Purgatorio e chi in Paradiso: il potere della Chiesa sull’aldilà giunge così ai suoi vertici massimi, portando al famigerato commercio delle indulgenze.

Solo l’immagine rimane refrattaria a tale trionfo: il Purgatorio è un luogo difficile da rappresentare.
A farlo ci pensa però Dante Alighieri con la Divina Commedia, riunendo in un’unica sinfonia la maggior parte dei temi sparsi fino ad allora.
Di tante figurazioni geografiche che l’immaginario dell’aldilà gli offriva, Dante sceglie la sola in cui si esprime la vera logica del Purgatorio: quella in cui si sale.

I gironi del Purgatorio- disegno di Settemuse

I gironi del Purgatorio – disegno di Settemuse

Il Purgatorio non è quindi sotterraneo, ma una montagna, divisa in sette cerchi sovrapposti, la cui circonferenza diminuisce man mano che ci si avvicina alla vetta. Le anime vi purgano i sette peccati capitali: orgoglio, invidia, collera, pigrizia, gola e lussuria. In cima alla montagna si entra infine nel Paradiso Terrestre.

La salita al Purgatorio diventa metafora stessa della vita cristiana, nella sua progressiva ed eterna liberazione dalle proprie debolezze per elevarsi verso il divino. Ad ogni passo l’anima progredisce e diventa più pura, in un’ascensione sia fisica che spirituale.
Il Purgatorio diventa così una vera e propria marcia verso la luce.

“Questa montagna è tale
che sempre al cominciar di sotto è grave
e quant’uom più va su e men fa male”.

Arnaldo Casali

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