Il pellegrinaggio medievale

Alla radice del pellegrinaggio. Un libro di Franco Cardini e Luigi Russo, Homo viator. Il pellegrinaggio medievale (Edizioni La Vela, 2019), riflette su un fenomeno comune a molte culture e a diverse epoche della storia. A partire dalle parole: “peregrinus” esprime l’estraneità e al tempo stesso lo spaesamento. Il pellegrino è straniero nella terra nella quale giunge, ma potrebbe esserlo anche nella sua terra d’origine. E la sua vera patria potrebbe essere appunto la sua mèta.

Pellegrini in cammino verso Roma, scolpiti in un rilievo del Duomo di Fidenza (fine XII secolo)
G. Della Robbia, Pellegrini del fregio della Lavanda dei piedi di Cristo pellegrino, 1525-1527, terracotta invetriata – Pistoia, Ospedale del Ceppo

Probabilmente in tutti gli idiomi del mondo c’è un termine in un modo o nell’altro equivalente al nostro “pellegrinaggio”. A livello storico-antropologico, una storia dei pellegrinaggi (e quindi tanto dei percorsi quanto dei santuari) che si occupasse dell’intera storia dell’umanità – da Stonehenge in poi, verrebbe da dire: e magari anche da prima – sarebbe necessaria e auspicabile.
Come dimenticare Delfi? E i veri “casi” di ver sacrum, da uno dei quali può esser dipesa la fondazione della stessa Roma? E le tradizioni celtiche e germaniche, come quella della “sacra foresta” di Uppsala? E la aliyah ebraica? E lo Haj musulmano? E i grandi pellegrinaggi induisti, buddhisti, shintoisti? E la questione dei “centri sacri” nelle tradizioni sciamaniche, dalla Siberia ai nativi americani? E le grandi migrazioni sia terrestri intercontinentali sia interoceaniche – il Kon-Tiki – a loro volta avvicinabili alla dimensione del pellegrinaggio sempreché, al contrario, non sia esso in qualche modo un succedaneo di quelle? E le “Vie dei Canti” australiane, sulle quali ci ha fatto sognare Bruce Chatwin?

Portale del Duomo di Fidenza, La famiglia dei pellegrini

Ma è per noi necessario adesso tornare, come direbbe Dante, “dal cerchio” a quello che per noi è “il centro”: la nostra tradizione cristiana, che del resto moltissimo deve a quella ebraica e a quella ellenistica, ma qualcosa (magari un po’ più di un poco) anche a quelle dei popoli e delle tradizioni che nel corso dei secoli a quella cristiana si sono avvicinate e con essa sono entrate in rapporto, con tutte le problematiche assimilatrici, acculturatrici e conflittuali che ciò ha comportato e continua a comportare.
Il mondo cristiano ha espresso nella concezione dell’homo viator, del viaggiatore, il simbolo della ricerca spirituale che – per il fatto di essere intima e spirituale – nondimeno si esprime talvolta nei termini di un reale ed effettivo spostamento da un luogo all’altro.

Il termine “pellegrino” poi, deriva dal verbo latino peragere che è quanto mai ricco di significati: da quello di “muoversi con inquietudine, senza tregua” a quello di “condurre a termine” (e quindi “perfezionare”, ma anche “morire”).

Il peregrinus non è dunque semplicemente l’advena o l’hospes, lo “straniero” o lo “sconosciuto”.
La parola peregrinus esprime l’estraneità e al tempo stesso l’estraniamento e lo spaesamento. Il pellegrino è tale in quanto straniero nella terra nella quale giunge; ma al tempo stesso l’espressione che lo qualifica è ambigua al punto tale da poter significare il contrario: in realtà egli potrebbe essere straniero nella sua terra d’origine, e la sua vera patria essere appunto la sua mèta. Il cristiano è cittadino del cielo, la sua vita è un pellegrinaggio perché egli parte dall’esilio e desidera tornare in patria. Si può certo vagare senza mèta.
Soprattutto si viaggia per arrivare da qualche parte, per conseguire un fine. La mèta è fondamentale. I Magi del Vangelo di Matteo (Mt 2, 1-12) seguono instancabili e fiduciosi la stella: hanno gli occhi fissi sull’astro di fuoco e si può dire che il resto non li riguardi. Il segno celeste è visibile solo di notte.
Come i beduini del deserto, i Magi riposano durante l’ardente e afoso giorno: per quanto non sia detto per nulla che il loro viaggio sia sempre e comunque segnato dalle condizioni dell’afa estiva. Ma essi non si guardano attorno: corrono dritti alla mèta, Betlemme.
Eppure il loro viaggio, che resta esemplare e paradigmatico, è per molti versi un’eccezione.

In realtà, il viaggio, quindi la strada – dritta via consolare o pista appena segnata, autostrada vertiginosa o sentiero sassoso che sia – , sono importanti non meno della mèta: anzi, in un certo senso essi stessi sono mèta, ne fanno intrinsecamente parte.

Mappa della Via Francigena: da Canterbury a Roma, il cammino prosegue poi fino a Santa Maria di Leuca, dove i pellegrini si imbarcano per Gerusalemme (foto: www.camministorici.it)

Come gli adepti della postmoderna filosofia del viaggiare, i pellegrini sanno bene che il punto d’arrivo riveste per loro tanto più significato quanto più esso è stato atteso, meditato, desiderato durante il viaggio.
I panorami visti, le difficoltà affrontate, il freddo, il caldo, il sudore, la sete, la fame, la paura, il desiderio del riposo, la stanchezza, l’attesa, lo stupore, l’ammirazione, la commozione, il pianto, la preghiera: questo è il viaggio; questo è, soprattutto, il pellegrinaggio.
La Modernità ci costringe a percorrere la strada in fretta e furia, ci lega all’auto, al treno, all’aereo, a mezzi di comunicazione sempre più veloci. Eppure, proprio in questi tumultuosi tempi sta rinascendo – da Santiago a Roma; e, con magari difficoltà maggiori, perfino verso Gerusalemme – la dimensione del viaggio a piedi o al massimo in bici, e perfino a cavallo.

La strada va sofferta, centellinata, vissuta: perché il viaggio e soprattutto il pellegrinaggio sono ascesi, fatica e conquista.

Arrivare al Santo Sepolcro di Gerusalemme, in piazza San Pietro a Roma o al portale della Gloria di Santiago di Compostela discesi dal pullman o addirittura dall’aereo può comunque essere commovente ed esaltante: ma arrivarci passo dietro passo, coperti dalla polvere del viaggio ma con l’anima liberata dalla polvere dei rimorsi e rinnovata dall’acqua delle lacrime di penitenza e del silenzio interiore del viaggiare è tutt’altra cosa!
Quando si pensa al pellegrinaggio cristiano l’immaginazione contemporanea ci trasporta inevitabilmente in pieno Medioevo, con tutte le attuali deformazioni prospettiche legate alla Media Ætas.

S. Eldrado, dopo il pellegrinaggio a Santiago, valicando le Alpi lascia bastone e bisaccia da pellegrino per entrare nell’Abbazia di Novalesa, lungo la Via Francigena del Moncenisio, in Val di Susa, XI secolo (foto: Lorenzo Rossetti, Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license)

In realtà però, dalla Riforma protestante al Settecento illuminista la dimensione del pellegrinaggio ha subìto una forte, progressiva eclisse: e solo col Romanticismo è tornata in auge, cioè proprio quando la realtà del viaggio – fino ad allora pensato come dura e faticosa necessità per alcuni, costoso privilegio (il cosiddetto Grand Tour) per pochi aristocratici colti e avventurosi – si è andata affermando fino a dar luogo a un genere letterario che, da Loti a Melville a Conrad alla Blixen a Chatwin, ha recuperato alcuni salienti aspetti dell’antico genere odeporico, ma si è sempre più andato caricando di valori esistenziali, filosofici e antropologici.
Mettete a confronto, separati, i racconti di due persone che abbiano entrambe percorso – sul serio e per intero – il Cammino di Santiago, dal passo di Roncisvalle fino a Compostela (oltre 700 chilometri): non troverete due racconti uguali, spesso addirittura stenterete a riconoscere un identico percorso in descrizioni tanto differenti.

Ciò spiega peraltro la ricchezza e varietà dei testi presentati in questo libro, espressione di personalità storiche e bagagli culturali diversissimi che rendono la storia del pellegrinaggio difficile da fare proprio per l’impossibilità di una reductio ad unum di storie tanto eterogenee tra loro (si pensi alla distanza esistente tra Egeria, monaca spagnola del iv secolo, e Lionardo di Niccolò Frescobaldi, pellegrino fiorentino che avrebbe visitato la Terrasanta circa mille anni dopo la prima).

La strada cambia poi secondo chi la percorre: maschio o femmina, giovane o vecchio, sano o ammalato, miope o presbite, loquace o taciturno, introspettivo o espansivo. Cambia inoltre a seconda che si viaggi di giorno o di notte, partendo all’alba o viaggiando fino all’ultimo filo di luce, e ancora a seconda della stagione o del clima più o meno rigido.
Infine, chi guarda al viaggio-pellegrinaggio con occhi e senso storico, tenga ben a mente che non esiste una sola via, un’unica strada che porta alla mèta.

Pellegrini in una miniatura medievale

Come si va in pellegrinaggio per infinite ragioni, molti sono gli itinerari che si possono seguire. Nel mondo medievale, ad esempio, gli itinerari si sviluppavano secondo veri e propri “fasci viari” e ogni itinerario aveva le sue deviazioni, i suoi diverticoli, le sue mète minori e alternative ma che pure hanno rappresentato un momento importante nell’evoluzione storica della pratica peregrinante.

Non si va in pellegrinaggio. Si è pellegrini: lo si è sempre e comunque. La vita è un pellegrinaggio. I viaggi e i pellegrinaggi che facciamo nell’arco della nostra vita altro non sono se non metafore di essa. Mettersi in viaggio significa mettersi in gioco. Si è pellegrini anche se chiusi in una stanza, se immobilizzati in poche spanne di spazio. Viaggio è, in estrema sintesi, libertà.

Franco Cardini, Luigi Russo

Franco Cardini, Luigi Russo
Homo viator. Il pellegrinaggio medievale
Collana Peregrinantes in mundo
La Vela 2019 (16,00 euro – ISBN 978-88-99661-58-8).

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