I terremoti nel Medioevo

La statua di San Benedetto tra le rovine del terremoto del 30 ottobre 2016 a Norcia (Perugia)

La statua di San Benedetto tra le rovine del terremoto del 30 ottobre 2016 a Norcia (Perugia)

Un terremoto ogni undici anni. Di cui ben 46 “molto distruttivi”. Il Cnr ha calcolato che soltanto in Italia, dall’inizio del secolo XI fino alla fine del XV, ci furono 335 eventi sismici di una intensità compresa tra il quinto e l’undicesimo grado della scala Mercalli.

Nel 476, l’anno con il quale, in modo convenzionale, stabiliamo l’inizio del Medioevo, a Roma la caduta del grande impero d’occidente fu accompagnata da 40 giorni di scosse che stremarono la popolazione e distrussero una grande quantità di edifici e monumenti.

Eventi terribili che apparivano misteriosi, allora come oggi. Un manoscritto del XV secolo, il Corpus Codicum Astrologicorum Graecorum ammoniva: “Sognare il terremoto significa turbolenza universale”.
Il “terrae motu” era un incubo ricorrente nella vita quotidiana delle persone.

Ecco un elenco dei principali terremoti dal IV secolo agli inizi del XVI.

346 Due terremoti distinti: uno nell’area balcanica, l’altro nell’Italia centromeridionale. Tutti e due lo stesso anno. I cronisti dell’epoca, nei loro racconti, li unificarono. Ma nel Novecento i geofisici sono riusciti a ricostruire gli avvenimenti con sufficiente chiarezza.
La terra tremò in modo violentissimo nel nono anno del regno di Costanzo durante lo svolgimento di una olimpiade. Alla morte e alle distruzioni si aggiunse, subito dopo, una eclissi totale di sole (6 giugno 346). Alcune iscrizioni su lapidi risalenti alla metà del IV secolo, confermano che le maggiori devastazioni avvennero nella regione sannita. Il terremoto, fortissimo, colpì un’area molto vasta della penisola italiana: il basso Lazio, la Campania settentrionale (Telesia e Allifae), la piana di Navelli nell’Aquilano e il Molise (Aesernia, Saepinum), fino alla Puglia settentrionale. Le faglie si attivarono “a grappolo”, come spiega l’uso del plurale (“terrae motibus”) nell’iscrizione isernina di Autonio Iustiniano.
San Girolamo, nel suo “Chronicon” raccontò l’orrore di quei giorni nel quale Roma “fu scossa per tre giorni e tre notti”. Crollarono le mura e le case di molte città campane. Anche Durazzo, in Albania, vide distrutte quasi tutte le sue abitazioni. Le scosse più forti ebbero però il proprio epicentro nel Matese. Lo choc fu enorme. L’impero romano si pose il problema di come rispondere in fretta e in modo concreto alla disperazione della popolazione. L’intervento amministrativo venne concentrato sulle zone disastrate. Nacque così una nuova provincia romana, il Sannio (“Samnium”) che venne separata dalla Campania.

357 La terra tremò a lungo in una vasta area tra l’Asia Minore e la Macedonia e distrusse, fra molti altri centri, anche Nicodemia, (oggi İzmit) l’antica città dell’Anatolia ricca di templi, palazzi e impianti termali che fino alla nascita di Costantinopoli (330) era stata la residenza ufficiale dell’imperatore.
Le vittime del terremoto furono migliaia. Incalcolabili i danni. Qualche anno dopo, nel 362, l’imperatore Flavio Claudio Giuliano visitò una città ancora devastata. Lo storico Ammiano Marcellino, in quei tragici momenti, provò a dare basi scientifiche al fenomeno. Riprese le antiche teorie di Aristotele e Anassimandro per i quali durante il sisma l’aria e i venti scuotevano la terra dall’interno. Ma descrisse anche quattro precise tipologie di terremoto. Chiamò “ribollenti” i terremoti sussultori, capaci di sollevare la terra e far emergere isole dal mare. Definì “inclinanti” quelli ondulatori, “sprofondanti” quelli accompagnati dall’apertura delle voragini, capaci, a volte, di inghiottire interi paesi e “muggenti” quelli annunciati dal fragoroso rumore della terra.

362 Ricerche archeologiche, lapidi e epitaffi raccontano di un disastroso terremoto a cui seguì un maremoto. Messina, epicentro del sisma, e Reggio furono rase al suolo. Fu una ecatombe: la popolazione della Sicilia nord-orientale e della Calabria meridionale fu falcidiata dalle scosse. Interi paesi scomparvero. Tindari, costruita su un promontorio dei monti Nebrodi, subì gravi danni. Le terme pubbliche a Reggio vennero ricostruite dopo il terribile evento.

2 dicembre 362 Nicodemia, 5 anni dopo il sisma del 357, fu di nuovo distrutta dalla potenza delle scosse. Iniziò allora la decadenza della città. Ammiano Marcellino, nelle sue “Storie”, raccontò la visita dell’imperatore Flavio Claudio Giuliano “Quando vide che le sue mura erano sprofondate in un mucchio di cenere pietose, mostrò la sua angoscia con lacrime silenziose e si diresse verso il palazzo imperiale con passo lento: in particolare, pianse sullo stato miserabile della città…”.

Miniatura sul sesto sigillo dell'Apocalisse di Giovanni

Miniatura sul sesto sigillo dell’Apocalisse di Giovanni

21 luglio 365 Il primo terremoto “universale” ha una data precisa. L’epicentro, con ogni probabilità, fu poco a sud dell’isola di Creta. Alle fortissime scosse seguì un maremoto di gigantesche proporzioni. Le acque del Mediterraneo si ritirarono all’improvviso, lasciando le rive a secco. Poi le onde, altissime e mugghianti, tornarono a devastare le città, i paesi e i villaggi costruiti lungo le coste. Lo tsunami portò morte e desolazione ovunque, dalla Sicilia alla Palestina. La splendida Alessandria d’Egitto fu annichilita dalla forza dirompente delle acque. La catastrofe fu letta come una punizione divina. E molti scrittori cristiani la collegarono a Giuliano l’Apostata, che tentava di ripristinare il paganesimo.

21 luglio 369 Lo sciame sismico, che secondo altri autori avvenne nell’anno 375, colpì tutto il sud della penisola. Benevento venne rasa al suolo: caddero le sue 15 torri e morì la metà dei suoi abitanti. Simmaco, testimone degli eventi, nei suoi scritti elogiò la forza d’animo degli abitanti che avevano perso tutto ma che vollero subito ricostruire la loro città, per la quale anche molti mecenati investirono le loro sostanze private. Come del resto fece l’amministratore imperiale di Reggio Calabria: Ponzio Attico, “corrector Lucaniae et Brittiorum”: da commissario straordinario nominato d’urgenza dal potere centrale, ci tenne a far sapere ai posteri che aveva restaurato a dovere molti edifici pubblici della città.

371 All’epoca di Valentiniano I, un terremoto fortissimo seguito da un imponente sciame sismico devastò le coste dello stretto tra Reggio e Messina. Gran parte della popolazione abbandonò le città.

443 I “Fasti Vindobonenses Posteriores”, celebri annali medievali, ci informano dei gravi danni che subì Roma, colpita da un sisma di grande potenza che si abbatté, con ogni probabilità, in tutto il centro Italia: molte statue crollarono insieme ai portici del Teatro di Pompeo, a una navata della basilica di S. Paolo fuori le Mura e a alcuni pezzi del Colosseo.

6 novembre 472 Una eruzione del Vesuvio distrusse interi paesi. La pioggia delle ceneri, secondo i resoconti di Marcellino Comes e altri antichi scrittori, raggiunse anche Costantinopoli. Procopio scrisse che la polvere sputata dalle viscere del vulcano “oscurò tutta l’Europa”. Di certo non esagerava, visto che il terribile avvenimento è ricordato anche in un antico ufficio ed in un’omelia su S. Gennaro. Lo storico Alfano, nel 1924, elencò le principali eruzioni convalidate da fonti attendibili, registrate nell’arco dei secoli: 203, 472, 512, 685, 787, 968, 991, 999, 1007, 1037, 1139 e 1631.

476 Roma subì una serie di scosse che si protrassero per 6 settimane e che portarono gravi danni a molti edifici pubblici e abitazioni private.

I sotterranei di Palazzo Spada a Roma

I sotterranei di Palazzo Spada a Roma

484-508 Nei primi mesi del 484 un fortissimo terremoto colpì il territorio intorno ad Avezzano. Epicentro delle scosse fu un punto della faglia del Fucino, la stessa che secoli dopo, nel 1915, generò il terremoto che causò la morte di circa 30.000 persone. Alba Fucens, l’antica città sorta nelle terre degli Equi, fu distrutta. Poco tempo dopo, in una data incerta, un altro sisma sconvolse Roma. Una epigrafe conservata all’interno dell’Anfiteatro Flavio, racconta di restauri effettuati nello spazio dell’arena e del podio in seguito a uno “spaventoso terremoto”. Nel tempio di Marte Ultore il frammento di una colonna ci ricorda che Decius Marius Venantius Basilius, prefetto dell’Urbe, pagò di tasca sua la riparazione dei danni subiti dal Colosseo. Accurati studi archeologici, guidati da Rossella Rea, hanno accertato che crollò parte del colonnato del portico nella “summa cavea”: la caduta di una ventina di colonne distrusse interi settori della grande costruzione. Altre scosse, ripetute, nell’arco di alcuni anni contribuirono a modificare in modo significativo il paesaggio urbano della Città Eterna. Meravigliosi pavimenti decorati a mosaico nei sotterranei di Palazzo Spada sopravvissero ai sommovimenti della terra. Tracce evidenti dei terremoti emergono anche dalle macerie tornate alla luce dagli scavi dell’Auditorium di Adriano a piazza Madonna di Loreto, nell’area delle piccole terme di Palazzo Valentini e a Villa Medici.

Antiochia nel 526 faceva parte della Siria romana (mappa unimeteo.net)

Antiochia nel 526 faceva parte della Siria romana (mappa unimeteo.net)

21 maggio 526 Il terremoto di Antiochia, nel sud est della Turchia, uccise almeno 250.000 persone. Fu considerato uno dei più grandi disastri naturali della storia. Giovanni Malalas, Procopio di Cesarea e Giovanni da Efeso raccontarono nei particolari la tragedia che colpì una delle più grandi metropoli del mondo antico. Lo sciame sismico durò 18 mesi. Al terremoto seguì un terribile incendio che finì di distruggere tutti gli edifici che, in qualche modo, erano stati risparmiati dalle scosse. Il porto di Seleucia Pieria, sollevato quasi un metro da terra, diventò inagibile. La Domus Aurea, una grande chiesa a pianta ottagonale fatta costruire da Costantino I, fu distrutta. Solo poche case, costruite a ridosso delle montagne, si salvarono. Eufrasio, il patriarca della città, morì cadendo in un calderone viscoso usato dai fabbricanti di otri. Gli storici pensano che l’enorme numero di vittime dipese anche dal fatto che quel giorno, per festeggiare l’Ascensione, giunsero in città moltissimi abitanti delle campagne circostanti. Quando la notizia giunse a Costantinopoli, l’imperatore Giustino I, in segno di lutto, entrò in chiesa senza il suo diadema e il clamide. Subito dopo, ordinò che ingenti somme fossero destinate alla ricostruzione della città che sorgeva in una posizione strategica, all’incrocio delle strade che conducevano dall’Eufrate al Mediterraneo e dalla Siria all’Asia Minore. Ma molti grandi edifici, appena riedificati, grazie a un eccezionale sforzo collettivo, furono riabbattuti due anni dopo (novembre 528) da un altro terremoto che causò un numero molto minore di vittime.

678 Testi stampati a Foligno nel 1717 citano un terribile terremoto che “rovinò molte città e distrusse gran parte di Arezzo”.

778 La terra tremò a Treviso e nei territori circostanti. La città fu molto danneggiata. Imprecisato il numero dei morti. In un solo villaggio veneto si contarono 48 vittime.

29 aprile 801 Carlo Magno, insieme agli abitanti di Spoleto, visse ore drammatiche “all’ora seconda della notte”. Eginardo, segretario dell’imperatore, nella cronaca redatta per gli Annales, ci informa che il sovrano, quattro giorni prima, era partito alla volta della città ducale. I danni furono pesanti. Il sisma interessò anche Roma dove collassò la chiesa di Santa Petronilla e crollarono i tetti della chiesa di San Paolo apostolo. L’avvenimento è riportato anche nel “Liber pontificalis”, nella parte dedicata alla vita di papa Leone III: “Nella nona indizione, a causa dei nostri peccati, avvenne improvvisamente un terremoto il 30 aprile (l’ora del sisma, indicata secondo la scala di misurazione romana, tradotta in tempo universale, corrisponde alle venti del giorno precedente – ndr). La chiesa di S. Paolo Apostolo fu scossa dal terremoto e i suoi tetti crollarono. Il grande ed illustre pontefice vedendo ciò ebbe grande dolore e prese a lamentarsi sia per le suppellettili d’argento, sia per le altre suppellettili che nella chiesa andarono distrutte o rovinate. Ma con l’aiuto e la protezione del Signore, il papa, impegnandosi con tutte le sue forze, restaurò la chiesa come si trovava fin dai tempi antichi, rafforzandola grandemente, e ne migliorò l’aspetto decorando con marmo sia il presbiterio che la chiesa e rinnovando i suoi portici”.

847 Nel mese di giugno il ducato longobardo di Benevento (che comprendeva le attuali Campania e Molise) fu scosso da un terremoto di grande violenza. L’epicentro, con ogni probabilità, fu l’Alta valle del Volturno o la faglia delle Aquae Iuliae nel Venafrano. Leone Ostiense, riferisce che, per effetto del sisma, Isernia “fere tota a fundamentis corrueret”. L’impianto romano della città venne completamente distrutto. Le macerie erano così numerose che gli isernini le spianarono per poi ricostruire sopra di esse la città nuova. Anche oggi i resti dei templi sotto la cattedrale si trovano a circa tre metri di profondità rispetto all’attuale piano stradale. Moltissimi i morti. Il cenobio di S. Vincenzo al Volturno fu gravemente danneggiato. Telese venne ricostruita in pianura. Il sisma fu avvertito anche a Montecassino e a Roma, dove furono registrati lievi danni anche al Colosseo. Il terremoto venne visto come una punizione divina. A questo proposito, la studiosa Emanuela Guidoboni ha scovato una storia curiosa tra le pagine di un manoscritto conservato nell’abbazia di Montecassino: “Nel mese di giugno ci fu un forte terremoto nella regione di Benevento, col risultato che Isernia fu ridotta in macerie e molta gente morì, incluso il vescovo. Quando la notizia giunse al generale Massar, poi identificato nel generale arabo Abu Ma’shar, che stava progettando un’incursione proprio su Isernia, egli disse: “Il Signore di tutte le cose è adirato con loro; dovrei forse io aggiungere la mia ira alla sua? Non andrò dunque in quel luogo”.

849 Un altro terremoto nell’Italia centrale, a Roma causò la caduta dell’obelisco di Montecitorio.

La torre dell'Imamzadeh Jafar a Damghan (foto Abtin)

La torre dell’Imamzadeh Jafar a Damghan (foto Abtin)

22 dicembre 856 Il fortissimo terremoto di Damghan, in Iran, ebbe effetti devastanti e produsse danni entro un raggio di 350 chilometri dall’epicentro. I morti furono forse 200.000: secondo lo United States Geological Survey, l’agenzia americana che studia la posizione e la magnitudo dei terremoti di tutto il mondo, fu il sesto della storia per numero di vittime. La città anticamente fu la capitale del regno partico. È stata costruita in un’area sismicamente attivissima. Dista poco più di 900 chilometri da Ardabil, un’altra città iraniana dilaniata dai terremoti. In quell’area geografica, nella zona montuosa a sud del Mar Caspio, si registra il 17% dei terremoti più potenti al mondo e il 6% delle scosse totali dovute a sismi registrate nel pianeta.

884 Cronisti veneti parlano di un non precisato numero di vittime e di molte distruzioni a seguito di forti scosse che colpirono Verona e i territori circostanti.

893 Due terremoti dagli effetti devastanti che fecero centinaia di migliaia di morti ma dei quali si conosce ancora poco. Per la scarsità delle fonti ma forse anche per l’errata interpretazione della parola araba Dvin, che indica una località dell’Armenia: nella traduzione persiana diventò Dabil e indicò Ardabil, una città dell’Iran a maggioranza azera, soggetta a frequenti terremoti.
Così Ibn al-Jawzi e altri cronisti arabi e armeni raccontano di un terremoto nel dicembre 893 a Dvin che fece 150.000 morti. Nel XIV secolo, lo storico Ibn Kathir collocò però le forti scosse ad Arbadil, come confermano anche i resoconti, nel secolo successivo, dello storico al-Suyuti. La data di questo fortissimo evento sismico dovrebbe essere il mese di marzo dell’anno 893. Le vittime, secondo altre fonti, sarebbero state quasi 200.000.

893 Poche fonti e informazioni frammentate sul sisma che colpì una vasta zona tra il Sannio e la Puglia in una data imprecisata tra il 25 dicembre 893 e il 13 luglio 894.

948 Giovan Battista Ricci nella sua “Cronaca sui Vescovi di Isernia” parla di un terremoto e scrive che il vescovo Lando perì per causa del sisma, rimanendo sepolto sotto le macerie della Cattedrale.

25 ottobre 990 Il sisma interessò il Sannio e l’Irpinia, con l’epicentro nei dintorni di Carife. La desolazione e la morte arrivarono in un’area compresa fra Capua, Ariano Irpino e Conza. In quest’ultima località l’intero abitato fu raso al suolo. A Benevento crollarono 15 torri. A Vipera, un centro ora scomparso nei pressi del capoluogo, tutte le case furono distrutte e ci furono numerosi morti. Il paese di Ronza, distrutto, non fu mai più ricostruito.

991 Lo storico Baratta ricorda l’evento in modo stringato: “Spaventevole terremoto in Siponto ed in Puglia”. Ma le cronache medievali non riportano notizie sul sisma che interessò Manfredonia e dintorni. E’ probabile che si tratti dello stesso terremoto dell’Irpinia e del Sannio del 990 che con lugubre preveggenza Corrado Licostene annunciò nel 983 nel suo “Prodigiorum ac ostentorum chronicon”: “Cometes hoc tempore apparent, quem fames, pestis, ac terraemotus subsequitur, quo terraemotu Beneventum, et Capua concussae sunt”.

1003 Autori secenteschi (Salvi) e settecenteschi (Farulli) parlano di un terremoto ad Arezzo in una data imprecisata tra il 1003 e il 1005.

1004 Quindici, interminabili giorni di scosse in tutta la Campania. Gli ”Annales Casinenses” più che dei danni alle persone, si soffermano sulle conseguenze per gli edifici sacri: “Monte Cassino tremò sì che la chiesa subì lesioni in più parti”.

1005 Terremoto con epicentro nella Valle di Comino (Frusinate) paragonabile a un sisma del VII-VIII grado della scala Mercalli.

1006 Le scosse interessarono a lungo la Sicilia. Un altro terremoto, con epicentro nella Valle di Comino, nel Frusinate, fu ricordato per la sua forza distruttiva.

1 aprile 1019 Molta paura ma nessun grave danno in seguito a un terremoto che ebbe come epicentro la zona di Benevento.

1037 All’inizio dell’anno il Vesuvio eruttò e un fiume di lava infuocata arrivò fino al mare.

9 novembre 1046 Nella media valle dell’Adige le scosse arrivarono insieme al maltempo invernale. Molte le vittime e i danni, da Salorno, a 20 km da Trento, fino alla chiusa Ceraino, vicino al lago di Garda, in territorio veronese.

27 gennaio  1091 Quattro fonti dei secoli XI, XII e XIII sono concordi sulla data di un un “ingens terrae motu” avvertito a Roma che non procurò danni. Un codice conservato nella biblioteca del British Museum, il “Liber Pontificalis”, un “Catalogus Imperatorum et pontificum” e il “Chronicon pontificum et imperatorum basileense” scrivono di scosse che con ogni probabilità ebbero l’epicentro nelle montagne dell’Appennino centrale.

Il terremoto in una miniatura

Il terremoto in una miniatura

3 gennaio 1117 Il più forte terremoto di tutti i tempi mai registrato nella Pianura Padana, probabilmente superiore, sia per magnitudo (stimata almeno 6.5-6.6 scala Richter) che per vastità degli effetti, a quello friulano del 1976, ebbe il proprio epicentro sulla riva destra dell’Adige nei pressi di Ronco, a 28 chilometri da Verona. Le cronache fanno però pensare a più terremoti con epicentri diversi: a Cremona la terrà tremò prima, intorno alle 16, nella Bassa veronese alle 21 e a Pisa nella mattinata successiva. Quel che è certo è che fu una catastrofe: le scosse di assestamento si prolungarono per oltre quaranta giorni. E niente fu come prima. I morti furono almeno 30.000. Il sisma fu avvertito pure a Venezia, Padova, Vicenza, Nonantola, Modena, Parma, Piacenza, Bergamo, Brescia, Milano, Como e Vercelli. Le scosse si sentirono dalla Slovenia al Piemonte, dalla Francia alla Germania, fino all’abbazia di Montecassino.
Testimoni atterriti parlarono delle acque del Po e dell’Adige che si sarebbero “sollevate a volta” prima di travolgere gli argini e causare una catastrofica alluvione in gran parte della Pianura Padana. La terra si spaccò in più punti. Si intorpidirono le fontane e molti alberi vennero sradicati.
A Verona, di fatto, le testimonianze urbanistiche alto-medievali vennero spazzate via. La città, già stata colpita nell’inverno precedente da una alluvione dell’Adige, rimase in ginocchio. La maggior parte delle case furono distrutte. Così le chiese principali e i monasteri di San Nazzaro e Santo Stefano. Crollò anche Santa Maria Antica che poi venne ricostruita. Così come il Duomo, sventrato dal sisma e in seguito allungato e allargato in stile romanico.
Nella laguna di Venezia si verificò una eruzione di acqua sulfurea. E la città lagunare di Malamocco, devastata dalle scosse, non venne mai più ricostruita. A Gemona, nell’attuale Friuli, crollò la cinta muraria. Ad Aquileia le chiese subirono gravissimi danni. Così come a Padova, dove la prima cattedrale venne rasa al suolo insieme alla basilica di Santa Giustina e all’oratorio di S.Maria e Prosdocimo. Il campanile della chiesa di S.Felice e Fortunato di Vicenza venne distrutto per metà per poi essere ricostruito nel 1160 fino alla cella campanaria.
Gravissimi i danni anche in tutta la regione emiliana. Fu distrutta l’Abbazia di Nonantola, come ricorda, ancora oggi, una incisione sull’architrave del portale maggiore della chiesa. Subirono crolli anche i duomi di Modena e di Parma e la Collegiata di Castell’Arquato. A Piacenza, sul luogo della chiesa dedicata a Santa Giustina, sbriciolata dalle scosse, venne edificato l’attuale Duomo dedicato all’Assunta.
L’epicentro dei terremoti successivi a quello del 3 gennaio si spostò in Lombardia, dove lo sciame sismico imperversò con fortissime scosse per tutto il 1117. I lutti si moltiplicarono. Scomparvero case, chiese e monumenti a Milano, Como, Brescia, Cremona e Pavia. Lo stesso avvenne sulla sponda orientale del Lago Maggiore e in Piemonte, da Vercelli a Biella. Le ricostruzioni furono però rapidissime e cambiarono per sempre il volto delle città. Per avere una idea dell’estensione del sisma, basti pensare che si rilevarono gravi crolli anche in Germania, da Bamberga ad Augusta.

10 novembre 1120 Terremoto con epicentro nell’alto Volturno. Il “Chronicon Vulturnense” del monaco Giovanni, scritto intorno all’anno 1130 riferisce di danni a Vandra, un paese poco a nord di Isernia, dove crollò la chiesa e “gente non poca fu uccisa”.

11 ottobre 1125 Il sisma colpì Benevento e le città vicine. Le scosse si susseguirono per due settimane. L’epicentro fu forse a Carlantino, nell’attuale provincia di Foggia. Gravi furono i danni nella Valle Telesina. Il libro “Cronisti e scrittori sincroni napoletani” (Del Re, Napoli 1845) riporta che “il terremoto poi fu così terribile che le torri, i palazzi e tutti gli edifici della città percossi tremavano, e la terra pure e i sassi per quel gran tremore si aprirono, e le mura della città cadendo abbatterono talune case”. E aggiunge: “Papa Onorio, chiamati i Cardinali, co’ piedi nudi mandò per questo molte lagrime e preghiere a Dio”.

11 ottobre 1138 Aleppo fu al centro di un terremoto che secondo lo United States Geological Survey fu il terzo più catastrofico della storia. La prima stima dei morti fu fatta da Ibn Taghribirdi (XV secolo) per il quale le vittime furono 230.000. La città siriana è costruita al centro di un sistema di faglie geologiche proprio sul confine che separa la placca arabica dalla placca africana. La regione fu colpita da due distinte sequenze di terremoti: la prima tra l’ottobre 1138 e il giugno 1139 e la seconda, meno intensa, dal settembre 1156 al maggio 1159. Aleppo all’epoca era molto popolosa. Migliaia di abitanti, allarmati dalle prime scosse, fuggirono nelle campagne prima della scossa principale che fu avvertita anche a Damasco.
Le mura cittadine crollarono, così come le pareti ad est e a ovest della cittadella. Numerose case andarono distrutte. Allora, come oggi, in quell’area imperversava la guerra: gli stati crociati combattevano i musulmani in tutto il nord della Siria. Le scosse distrussero il castello e la chiesa costruiti dai Crociati nella cittadella di Harem. Si sbriciolò anche il forte di Atharib, allora controllato dai musulmani: morirono 600 soldati. Anche la città di Zaradna, già saccheggiata in precedenti battaglie, fu spazzata via dal sisma.

1139 Per almeno un mese il cielo di tutta l’Italia meridionale venne oscurato da ceneri rossastre (Anon. Cavens., Chronicon) provocate da otto giorni di eruzioni del Vesuvio.

1148 Forti scosse interessarono Firenze e il Mugello.

4 febbraio 1169 Un terremoto e un maremoto colpirono la Sicilia Orientale. Recenti ricerche hanno stabilito che la magnitudo raggiunse i 6.6 punti della scala Richter. I morti furono almeno 15.000. Non ci sono resoconti precisi sui danni, che, in ogni caso, furono enormi a Catania, Siracusa, Modica, Lentini, Aci Castello, Sortino e Piazza Armerina.

24 maggio 1184 Più di 2.000 furono i morti del terremoto che colpì la Valle del Crati. I paesi di Bisignano, S. Lucido e Luzzi furono devastati. A Cosenza crollò la cattedrale.

25 dicembre 1222 Nel Medioevo si parlò a lungo di un grande terremoto (XI grado della scala Mercalli) con epicentro a Brescia ma percepito in tutto il nord Italia, fino all’Emilia. Studi più recenti hanno ridimensionato la portata del fenomeno. Le scosse, seppure minori, dovettero essere però molto frequenti. Salimbene de Adam scrisse nella sua Cronica che i bresciani erano talmente abituati al terremoto che “quando il pinnacolo di qualche torre o casa cadeva, guardavano e ridevano forte”. Ma assuefazione a parte, il vescovo decretò comunque l’abolizione del diciassettesimo canonicato della diocesi “gravata tanto dalle rovine del terremoto quanto da altri dispendi”. Per mesi i bresciani vissero in baracche di fortuna. Il sisma fu avvertito in tutto il nord Italia. A Bologna pare che le scosse abbiano interrotto una predica di S.Francesco.

1223 Siponto, una delle più antiche città italiane, porto dell’Apulia e importante colonia romana fu colpita da un terremoto che ebbe il suo epicentro nei pressi di Vico. I danni furono ingenti in tutto il Gargano e nella Capitanata. Un altro terremoto, nel 1255, ridusse in rovine la città. Manfredi di Sicilia, figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, stabilì allora che Siponto fosse ricostruita in una nuova posizione. Nacque così Manfredonia.

1227 Fonti incerte parlano di un terremoto con epicentro a Subiaco che devastò il monastero di Santa Scolastica e causò, nella sola Roma, almeno 5.000 morti.

La parte inferiore della Torre dei Conti (foto Lalupa)

La parte inferiore della Torre dei Conti (foto Lalupa)

1231 Le scosse colpirono Roma e causarono danni alla parete sud ovest del Colosseo. Crollò allora la Tor de’ Conti, l’edificio medievale situato nell’attuale largo Corrado Ricci, nel rione Monti, vicino i Fori Imperiali, sull’area di un antico tempio alla dea Tellas, all’angolo di via Cavour e via dei Fori Imperiali. Diversi terremoti sfregiarono la costruzione nei secoli: in particolare a seguito del sisma del 1348, la torre diventò inabitabile e fu abbandonata fino al 1620, quando fu ricostruita.

1246 Spoleto è terra di terremoti frequenti. Sanzi, nella “Storia del Comune di Spoleto” ricorda: “Nell’anno frequenti e fortissimi terremoti scossero talmente la città che fecero cadere molte case e molte torri”.

1248 Un eccezionale evento sismico colpì nel mese di novembre la valle della Maurienne, in alta Savoia. Una parte del Mont Granier crollò facendo migliaia di morti. Salimbene di Parma (1221-1290) seguace della dottrina escatologica di Gioacchino da Fiore, identificò nella catastrofe una profezia delle Sacre Scritture e annotò:” Si è compiuto quanto sta scritto nel Libro di Giobbe”. Un anno dopo si recò sul posto per conoscere i luoghi della tragedia. Secondo il cronista inglese Matthew Paris le vittime del terremoto furono 9.000. Molti autori scrissero sulla catastrofe ed ancora oggi vari siti internet francesi ricordano l’avvenimento.

30 aprile 1279 Terremoto sull’Appennino umbro-marchigiano, tra Cagli, Fabriano, Nocera Umbra e Foligno. Numerosi documenti monastici, gli annali benedettini e le cronache del tempo sottolineano l’intensità e anche la durata delle scosse che secondo alcune fonti si protrassero per 17 giorni. La città di Nocera Umbra fu distrutta per oltre la metà. Crollarono edifici adiacenti alla chiesa maggiore, il monastero e le curie dei canonici. Una “Chronica S.Petri” scritta a Erfurt nella metà del Trecento, ci informa che il vescovo ebbe salva la vita ma che morirono moltissime persone. Gravi danni furono registrati anche a Spello e Foligno, come ricorda una memoria del notaio Bonaventura di Benvenuto. La forza delle scosse sbriciolò il castello di Serravalle e una enorme frana deviò il corso del fiume Chienti. Il terremoto fu avvertito anche a Roma e Montecassino e segnalato pure a Venezia. Nelle stesse ore delle prime scosse, un altro terremoto colpì alcune località dell’Appennino a cavallo tra la Toscana e l’Emilia Romagna. Le notizie dei terremoti del 1279 ebbero un’eco vasta anche in Europa: se ne trovano menzioni in cronache austriache, tedesche e polacche (studio di riferimento Monachesi, ed 1987 – www.emidius.mi.ingv.it).

4 settembre 1293 L’area del Sannio fu ancora al centro di un forte terremoto (magnitudo 5.8 della scala Richter) con probabile epicentro nella Vallata di Cusano Mutri. I danni maggiori si ebbero a Bojano e a Isernia. Le vittime furono numerose (“Cronicon Suessanum”, 1103-1348). I “Registri Angioini” per l’anno 1294 ci informano che per i molti danni subiti dalla città, re Carlo concesse agli isernini il condono della terza parte delle tasse. Le scosse vennero avvertite anche a Napoli dove venne gravemente danneggiata la chiesa di Santa Maria Donnaregina.

1294 Sigismondo Tizio riporta la notizia di “più spaventosi tremuoti” che colpirono Siena.

30 novembre 1298 Morti e distruzioni nel Reatino e a Spoleto per un terremoto (5.9 scala Richter) che ebbe il suo epicentro nei pressi di Leonessa, dove crollarono case, chiese e palazzi tra cui l’attuale sede del Museo Civico. Il Castello di Vetranola, nei pressi di Monteleone di Spoleto, venne completamente distrutto. E “per circa sei mesi si avvertirono scosse molto forti in tutta l’Umbria” (M. Baratta: I Terremoti d’Italia. Torino, F.lli Bocca Editori).

1301 In una imprecisata data dell’anno un terremoto a Cuneo “atterrò numerose case e desolò numerose famiglie”.

Il sisma di Efeso nel 1330 . Anonimo, cappella del campanile della chiesa di Sant'Agostino a Rimini

Il sisma di Efeso nel 1330 . Anonimo, cappella del campanile della chiesa di Sant’Agostino a Rimini

1308 Una città sotto choc. Rimini fu colpita da un terremoto che lasciò un segno indelebile nella memoria dei suoi abitanti. Era il 25 gennaio. Roberto, un frate domenicano, descrisse l’avvenimento, ripreso tre secoli dopo dallo storico Cesare Clementini: “Correndo poi l’anno mille trecento e otto nel tempo di papa Clemente V, di Henrigo imperatore, di Federigo Balacco cittadino e vescovo di Rimino e di Malatestino podestà; nel giorno della Conversione di San Paolo, dopo vespero, fu in questa città un terremoto grande e spaventevole che gettò a terra in molti luoghi pezzi lunghissimi delle muraglie, facendo cadere più torri, dividendone alcune dalla cima ai fondamenti e altre riducendo in minuti pezzi; e benché la città fosse ripiena e adornata d’infinite [torri] una sola non rimase illesa. Furono parimenti danneggiate tutte le case, oltre le ruinate e dimolite, per lo qual accidente restò di maniera spaventato il popolo che con grand’humiltà si diede alla divozione, facendo asprissima penitenza in universale e in particolare, spesso confessandosi e communicandosi…”. L’avvenimento impressionò moltissimo anche Zangolo, uno dei più importanti artisti della scuola pittorica del “Trecento riminese” che raffigurò quelle ore drammatiche nel “Terremoto di Efeso”, un affresco della chiesa di S.Agostino.

3 dicembre 1315 Il forte terremoto a L’Aquila e Sulmona (5.5 scala Richter) fu preceduto da un estenuante sciame sismico nei dieci mesi precedenti alla scossa principale. Non vi furono vittime, ma molti edifici de L’Aquila risultarono danneggiati o inagibili, come la chiesa di San Francesco. Le scosse durarono altre 4 settimane. La popolazione visse all’aperto, in tettoie di fortuna fino al 1316.

1320 Andrea Dei, nella sua “Chronica Senense”, descrive le scosse che sconvolsero la sua città da ottobre e dicembre: “Furono molti orribili tremuoti a Siena, e bastoro più dì e più notti, e spaventoro sì le genti che molti ne stavano tutta la notte fuora della città, e molti giacevano nel Campo” (Piazza del Campo). Le cronache del tempo non riportano notizie di vittime.

4 dicembre 1328 Preci fu distrutta da un violento terremoto (6.3 scala Richter) che colpì la Valnerina, il territorio di Foligno e anche una vasta area marchigiana. A Norcia rimasero in piedi solo le mura. Molti crolli si registrarono a Visso, Cerreto di Spoleto, Monte San Martino, Castel San Giovanni, Montesanto, Spoleto e Ripatransone. Il sisma fu avvertito anche a Pesaro e a Roma. Un testimone diretto ci ha lasciato una preziosa testimonianza su quei tragici momenti: Moisé ben Daniel, appartenente alla comunità ebraica del paese marchigiano di Ripatransone, scrisse di aver percepito la forte scossa poco prima che sorgesse il sole. Ma poi si dilungò sui racconti degli sfollati di Norcia che si erano rifugiati nella Marca Anconetana. Non solo. Moisé volle verificare gli effetti del sisma e andò di persona a Norcia. Ogni famiglia ebbe delle vittime e quasi tutte le abitazioni furono sbriciolate dalle scosse. Moisé ben Daniel riportò le sue impressioni sulla tragedia in un manoscritto che ora è conservato presso la Jewish National and University Library di Gerusalemme. Le popolazioni, provate dagli eventi ebbero la forza di reagire. I norcini, sfidando le forti nevicate tornarono presto nella loro città. E vollero ricostruire le loro case negli stessi posti dove sorgevano quelle precedenti. Cosicché a Norcia, tempo dopo, sembrava che nulla fosse successo (Fonte: -Boschi E., Guidoboni E., Ferrari G., Gasperini P. and Valensise G., 1997. Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1990, ING, Roma, pp. 39-40). Sull’evento si dilungò anche Giovanni Villani. Nella sua “Cronaca” parlò di almeno 5.000 morti. A Preci perirono quasi tutti gli abitanti, compresi gli animali. Anche Cascia, seppure non ci siano fonti dell’epoca che lo confermino, ebbe danni enormi, paragonabili a quelli di Norcia. Paolo Rocchi, un letterato della città di Santa Rita, quando fece il resoconto di un altro terremoto che Cascia subì nel 1599, rievocò il sisma del 1328, che avvenne il giorno di Santa Barbara. E aggiunse che da allora la città della Valnerina il 4 dicembre di ogni anno prese l’abitudine di celebrare la festa della santa proprio per invocarne la protezione dalle calamità naturali.

20-25 novembre 1343 Il maremoto che colpì le coste della Campania fu descritto da un cronista d’eccezione: Francesco Petrarca. L’autore de “Il Canzoniere” ne parla nelle sue lettere. L’evento, con ogni probabilità, riguardò tutto il Mediterraneo. Una “enorme marea”, e quindi uno tsunami, si abbatté sulle case, i porti e gli arsenali lungo le coste del Tirreno e dell’Adriatico. Ad Amalfi fu distrutta parte della città. Danni ingenti furono segnalati anche nei pressi di Costantinopoli.

Affresco sul terremoto del 1348 dipinto da M. Wurmster di Strasburgo nel 1362 circa, nel Castello di Karlstein, in Boemia.

Affresco sul terremoto del 1348 dipinto da M. Wurmster di Strasburgo nel 1362 circa, nel Castello di Karlstein, in Boemia

25 gennaio 1348 Un terremoto con epicentro a Villach, in Austria, portò morte e distruzioni anche in alta Italia. In Friuli Venezia Giulia si contarono più di 1.000 morti e a Verona crollarono alcune abitazioni. Molti cronisti videro in questo terremoto dirette connessioni con la peste che alcuni mesi più tardi investì gli stessi territori.

9 settembre 1349 Uno dei terremoti più devastanti di sempre ebbe il suo epicentro sull’Appennino abruzzese, nei pressi de L’Aquila. È stato calcolato che raggiunse i 6.3 gradi della scala Richter. Non è possibile risalire al numero dei morti. Ma di sicuro furono migliaia. Le scosse, che si susseguirono a breve distanza di tempo, colpirono un’area vastissima, da Perugia a Benevento. A L’Aquila, insieme alle mura, crollarono anche varie porte della città. Pescasseroli fu completamente distrutta. Il sisma devastò il castello di Alvito e l’Abbazia di San Clemente a Casauria. Danni a persone e cose furono segnalati anche a Teramo e Atri. Il Lazio, le Marche e il Molise subirono gravissimi danni. A Napoli crollarono chiese e palazzi. Matteo Villani scrisse dello stato della Città Eterna: “Feciono cadere il campanile della chiesa grande di San Paolo, con parte della nobile torre delle Milizie, e la torre del Conte, lasciando in molte parti di Roma memoria delle sue rovine”.
Collassarono anche le arcate esterne nel settore meridionale del Colosseo. Due anni dopo, la città dei papi era ancora in ginocchio. Petrarca che partecipò al Giubileo del 1350, scrisse nel 1351:”Roma è stata scossa da un insolito tremore, tanto gravemente che dalla sua fondazione, che risale a oltre duemila anni fa, non è mai accaduto nulla di simile. Caddero gli antichi edifici trascurati dai cittadini e ammirati dai pellegrini, quella torre, unica al mondo, che era detta del conte, aperta da grandi fenditure si è spezzata ed ora guarda come mutilata il proprio capo, onore della superba cima sparsa al suolo; inoltre, benché non manchino le prove dell’ira celeste, buona parte di molte chiese e anzitutto di quella dedicata all’apostolo Paolo è caduta a terra la sommità di quella Lateranense è stata abbattuta, tutto ciò rattrista con gelido orrore l’ardore del giubileo”.
Dell’opera di un Anonimo Romano è rimasto solo l’indice, dal quale si ricava il titolo del libro che descrisse il fenomeno: “Dello terratriemulo lo quale fu in Italia”. Giovanni da Ballano nel suo “Chronicon mutinense” ricorda che cadde la grande colonna di marmo “che sosteneva la chiesa di S. Paolo con circa la terza parte del tetto”. I documenti pontifici riportano l’allarme e la preoccupazione per i danni subiti dalle basiliche di San Paolo, di San Pietro e di San Giovanni in Laterano. Pensando soprattutto alla massa di pellegrini che accorreva a Roma per il Giubileo, papa Clemente VI ordinò l’immediato restauro degli edifici sacri.
A Isernia la forza del terremoto fece crollare quasi tutti gli edifici, cattedrale compresa. Cadde distrutta la Cattedrale e quasi tutti gli edifici. Lo storico Ciarlanti nelle sue “Memorie Historiche del Sannio”, vergate nel 1644, scrisse di un evento “terribilissimo che sentir si fece non nell’Italia solo, ma anche in Germania e nell’Ungaria”.
Del terribile terremoto del 1349, si trova traccia anche in un documento, manoscritto, di Mariano del Moro, “Memorie diverse della città di Perugia dal 1251 al 1438 con altre dal 1599 al 1612”, conservato nel capoluogo dell’Umbria, presso l’Archivio Storico di San Pietro. Una pagina riporta la sintesi degli avvenimenti: “Incominciarono molti gran terremoti in Perugia e andarono a terra molti torri e case e fecero assai gran danno, e spavento non solo in Perugia ma per tutta la Marca, il Borgo (Borgo San Sepolcro, ndr) Assisi, Spello e all’Aquila”.

25-31 dicembre 1352 Un terremoto di intensità pari al nono grado della scala Mercalli devastò l’alta valle del Tevere. M. Arcaleni nel libro “La vera età di Città di Castello” (Petruzzi editore) scrive:” Questo terremoto (…) interessò le colline a sud di Monterchi e l’alta Val Tiberina; crollò la rocca d’Elci, dove rimase uccisa un’ intera guarnigione. I morti furono circa cinquecento e si contarono un gran numero di feriti. Tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, la terra tremò di nuovo con effetti ancora più devastanti; il terremoto causò, tra San Sepolcro e Città di Castello più di duemila vittime. Ebbe un raggio molto ampio, fu avvertito in un’ area particolarmente vasta, compresa tra Bologna ed Orvieto”. L’alto numero dei morti a Sansepolcro si spiega con il fatto che in città erano acquartierate per l’inverno le truppe mercenarie dei Visconti (studio di riferimento: Castelli e altri, 1996 – www.emidius.mi.ingv.it).

I crolli di un terremoto medievale

I crolli di un terremoto medievale

18 ottobre 1356 Basilea fu al centro del peggior terremoto della storia dell’Europa centrale. La prima, fortissima scossa, arrivò alle ore 19. La replica giunse intorno alle 22. Crollarono più di 40 castelli costruiti intorno alla città svizzera. Case, edifici pubblici, torri e campanili furono distrutti nel raggio di 200 chilometri. La frattura della costa terrestre è tuttora attiva. La faglia, ora coperta dalla foresta, si estende per circa 8 chilometri, dal Giura franco-svizzero fino alla città.

17 luglio 1361 Il sisma (6.0 scala Richter) ebbe il suo epicentro nel Foggiano tra Bovino ed Ascoli Satriano, le due città più colpite. Per ricostruire Ascoli Satriano e Canosa ci vollero più di 40 anni.

27 dicembre 1361 Molte case di Siena “rovinarono” a causa di un terremoto. La gente, atterrita, nonostante il freddo, per molti giorni dormì nelle tende nei prati poco fuori Porta Camollia.

18 ottobre 1389 L’alta Umbria e le Marche furono al centro di un altro fenomeno sismico (6.0 scala Richter) 37 anni dopo il terremoto del 1352. A Città di Castello e Sansepolcro crollarono le mura insieme a molti edifici. Il sisma sbriciolò gli insediamenti fortificati di Castelguelfo, Baciuccheto e Pietragialla. Subirono seri danni anche Urbania e Mercatello sul Metauro. L’evento principale fu preceduto da una scossa minore il 16 ottobre e lo sciame sismico si protrasse per almeno un mese (studio di riferimento Castelli e altri autori – www.emidius.mi.ingv.it).

1414 Un terremoto pressoché dimenticato dalle cronache ma di forte magnitudo (5.8 scala Richter) interessò la costa garganica e procurò molti danni alla città di Vieste.

7 agosto 1414 Il sisma (5.6 scala Richter) fu avvertito a Siena e Firenze ma ebbe il suo epicentro nei pressi di Radicondoli, dove crollarono molte case a e anche i palazzi signorili. Altri seri danni furono registrati a Belforte.

2 febbraio 1438 Il secondo terremoto più forte prodotto dal vulcano dei Colli Albani (5.4/5.6 Richter) lasciò gravi danni in tutto il Lazio meridionale e in Abruzzo. Paolo, monaco dell’abbazia di san Nilo a Grottaferrata, che in seguito divenne abate, racconta che quando era ancora un copista, alle 13.15 avvertì uno “spaventoso terremoto”. Lo spavento non gli impedì di registrare la notizia del sisma a mo’ di nota del manoscritto su cui stava lavorando. Il codice del V secolo sulle opere di Teodoreto ora è custodito nella Biblioteca Evangelica di Roma.

28 settembre 1453 Fu Impruneta l’epicentro del terremoto di Firenze (5.3 della scala Richter) che danneggiò le volte del Duomo e lesionò la muratura della cupola di Brunelleschi. Ci furono solo un paio di morti in città e un numero imprecisato di vittime nel contado. Ma lo spavento fu grandissimo. Le scosse arrivarono con il buio, dopo le 22 e furono percepite in modo forte per almeno 12 miglia intorno alla città. Giovanni Chellini da San Miniato scrive nelle sue memorie: “Richordo che nello anno millequactrocentocinquantatre a dì XXVIII di settembre a hore cinque di notte venne nella città di Firenze il maggiore e più terribile terremoto che per li viventi ne nostri dì mai fosse udito o sentito e durò presso che uno ottavo d’ora, per paura del quale grande quantità di persone uscirono dalle case andando per le piazze e luoghi scoperti, a ciò non cadessero loro addosso case e altri edificii gridando per la città a Dio misericordia, cum molte laude e orationi ad alte voci. Li signori uscirono dal palagio in sulla piazza per paura e fra gli altri Piero di Cosimo de Medici, sendo in casa sua malato di gotti, si fece portare a molti giovani a san Marco e facesi mettere nell’orto di quelli frati e cum cuperture e cum fuochi che in detto orto fece accendere cum altri suoi di casa vi si stete quella notte e abondavavi tanta gente che bisognò serrare la porta che non vi intrasseno. Cosimo suo padre era in villa sua a Careggi, malato di gotti”. La gente dormì sugli orti, nelle piazze e sui prati intorno alla città. Il convento di San Marco fu danneggiato in modo particolare, soprattutto nella biblioteca di Michelozzo. Cosimo de Medici e suo figlio Piero restaurarono tutto. Le scosse si avvertirono fino al maggio dell’anno successivo.

26 aprile 1458 La terrà tremò a lungo, tra l’Umbria e le Marche. Il forte terremoto (5.8 scala Richter), fu avvertito soprattutto a Città di Castello dove fu distrutto un terzo degli edifici cittadini ma anche Sansepolcro, Montone, Perugia e Gubbio. Alcune fonti parlano addirittura di 4.000 morti nell’alta valle del Tevere. In tutta l’Umbria la popolazione, in preda al panico, dormì all’aperto fino alla fine del mese di maggio.

Affresco di Filippo Lippi (1406-1469) nell'abside del duomo di Spoleto

Affresco di Filippo Lippi (1406-1469) nell’abside del duomo di Spoleto

4-5 dicembre 1456 Uno dei più forti e estesi terremoti del Medioevo colpì l’Appennino centrale e il sud della penisola italiana. Le scosse arrivarono in “in nocte S. Barbarae” e furono devastanti. Morirono 70.000 persone. La popolazione si dimezzò in oltre 90 centri abitati: a Isernia ci furono 1500 vittime su poco più di 2000 abitanti; 1600 furono i morti a Paduli e almeno 400 a Benevento. A Teramo morirono più di 200 persone. A L’Aquila, ai danni alle abitazioni si aggiunse il crollo della Torre di Piazza Palazzo. Rivisondoli fu completamente rasa al suolo. Castel di Sangro, Rocca Cinque Miglia e Roccaraso subirono danni pesantissimi. Il paese di Roccapizzi, nei pressi di Pescocostanzo, fu completamente raso al suolo, venne abbandonato dagli abitanti e non fu mai più mai più ricostruito. Il terremoto, avvertito dall’Abruzzo alla Calabria fu preceduto dall’apparizione della cometa di Halley, un segno dei cieli considerato infausto. Probabilmente, si attivarono in sequenza più faglie appenniniche. Almeno tre epicentri in contemporanea: il primo tra il Sannio e l’Irpinia, nella zona di Paduli, Apice e Ariano, il secondo nel Matese e il terzo in Abruzzo. Le potenti scosse furono seguite da uno tsunami che investì le coste ioniche tra Taranto e Gallipoli. Lo sciame sismico durò per diversi anni. La morte e la disperazione toccarono in modo severo anche Napoli, dove crollarono il campanile della chiesa di Santa Chiara e la chiesa di San Domenico Maggiore. Giannozzo Manetti, umanista fiorentino e segretario della corte napoletana fu testimone diretto del sisma. In quella occasione scrisse il “De terraemotu libri tres”, il più antico catalogo italiano riguardante i terremoti. Vari esemplari del codice sono conservati nella Biblioteca Vaticana. La tragedia del terremoto fu ricordata anche in uno splendido affresco di Francesco Lippi (1406-1469) nell’abside del Duomo di Spoleto. La Natività è ambientata in un edificio lesionato per ricordare la condizione umana degli sfollati.

26 aprile 1458 Una data precisa ma poche notizie sulla serie di scosse (5.8 della scala Richter) che colpirono Città di Castello e tutta l’Umbria settentrionale.

26 novembre 1461 Un terremoto poco profondo e proprio per questo devastante, di magnitudo 6.4 della scala Richter, si abbatté su L’Aquila e su tutto il territorio circostante. Altre scosse, meno forti, arrivarono a dicembre e gennaio dell’anno successivo. Incerto ma elevato il numero delle vittime. La città subì molti danni. Furono rasi al suolo i vicini centri di Onna, Poggio Picenze, San Pio delle Camere e Sant’Eusanio Forconese.

15 maggio 1465 Gubbio fu colpita dal terremoto durante i preparativi per la Festa dei Ceri. Le prime scosse arrivarono il 13 maggio e proseguirono, nei giorni seguenti, con intensità maggiore.

15 gennaio 1466 Il sisma devastò un’area vasta tra Avellino, Salerno e Potenza. Gli epicentri delle scosse toccarono Lioni, Balvano, Oliveto Citra e Calitri.

1466 Il territorio eugubino fu al centro di varie scosse nella notte tra il 27 e il 28 ottobre. Due mesi dopo, il 26 dicembre, ci fu un altro terremoto.

Madonna del Terremoto (biccherna) di Francesco di Giorgio Martini, 1467, Siena, Archivio di Stato

Madonna del Terremoto (biccherna) di Francesco di Giorgio Martini, 1467, Siena, Archivio di Stato

1467 Uno splendido dipinto con tende e baracche fuori dal centro storico di Siena. La tempera di Francesco di Giorgio Martini (1439-1501) su una tavola dei registri della Biccherna (la magistratura finanziaria del Comune) è conservata nell’Archivio di Stato della città. Ricorda uno dei terremoti più forti che colpì Siena. Il Gigli, nel suo “Diario Senese” sostiene che ci furono 160 scosse in dieci giorni”.

1471 Il terrore a Gubbio, raccontato dallo storico Muratori: “Di detto anno nel mese di marzo, furono molti gran terremoti, molti morirono di morte subitanea” (Chronicon Eugubinum, vol. XXI, col. 1020 C. Archivio Storico di S. Pietro, Perugia).

7 maggio 1473 Un terremoto a Milano: Cicco Simonetta, capo della segreteria sforzesca, tenne un diario degli avvenimenti e spiegò che non ci furono danni di rilievo. Qualche giorno dopo, il 12 maggio, il duca Galeazzo Maria Sforza, scrisse una lettera agli ambasciatori milanesi in altre regioni d’Italia per capire meglio le ragioni del fenomeno e anche per verificare l’intensità dei danni al di fuori della Lombardia.

17 dicembre 1474 Nessun morto dichiarato ma la notizia di forti scosse a Siena: “A ore 17 furono cinque tremuoti grandi, e a dì 18 detto da mattina in sabato a 12 ore ne fu un altro” (Allegretti- Diari Senesi ed. Muratori Tomo XIII col. 781).

1477 Appena un anno prima, Foligno era stata colpita da una epidemia di peste. Il terremoto durò dai primi giorni dell’anno fino a maggio: molte scosse leggere e una fortissima (il 30 gennaio, intorno alle ore 23). Una memoria redatta da Michelangelo Grillo, notaio del Comune, conservata all’archivio di Stato di Perugia, racconta in modo vivido quei terribili giorni. Le scosse vennero avvertite anche a Perugia e Todi. Il freddo era intensissimo. Anche le acque del lago Trasimeno si erano ghiacciate. Il 2 e il 3 febbraio, dopo l’ennesima, fortissima scossa, sfiniti dallo sciame sismico, i folignati si riversarono in strada nonostante fuori nevicasse e rimasero esposti alle intemperie. Molte, vecchie abitazioni cittadine crollarono, insieme a quasi tutti i camini della città e ai merli del palazzo dove risiedevano i priori.

Cavalieri alla messa durante il terremoto del 1481 a Rodi (miniatura da un manoscritto di Guillaume Coursin)

Cavalieri alla messa durante il terremoto del 1481 a Rodi (miniatura da un manoscritto di Guillaume Coursin)

1481 Prima il sisma, poi uno tsunami. Il terremoto di Rodi fece 30.000 morti. Le scosse iniziarono il 15 marzo e durarono fino al mese di gennaio del 1482. Le case e le chiese furono rase al suolo. Il Palazzo del Gran Maestro crollò il 18 dicembre a causa dello sciame sismico insieme a tre torri del porto. La città fu ricostruita secondo criteri antisismici: l’altezza delle case fu limitata a soli due piani e gli edifici sui due lati di una strada furono collegati con archetti ribassati all’altezza del primo solaio, proprio per assorbire le spinte orizzontali. Così la città vecchia cambiò volto e assunse l’omogeneità urbanistica che ancora la caratterizza.

6-7 febbraio 1481 Una serie di scosse colpirono la Lunigiana e i territori emiliani intorno a Modena e Parma.

7 maggio 1481 Pochi mesi dopo il primo sisma, la Toscana nord occidentale, subì un altro terremoto (VIII grado della scala Mercalli). L’epicentro fu localizzato nell’alta Lunigiana. A Fivazzano 17 case furono rase al suolo e altri 200 edifici registrarono gravissimi danni. Una serie di piccole scosse iniziali mise in allarme la popolazione che scappò dalle case. Il numero di morti fu limitato ma il terremoto fu percepito fino a Massa e a Lucca.

11 agosto 1483 Un sisma con epicentro tra Cesena e Forlimpopoli. Gravi danni a Forlì, con diverse vittime. Crolli anche a Bertinoro.

1496 Uno sciame sismico colpì tutta l’Umbria, dal mese di giugno fino a dicembre. La scossa più forte fu avvertita a Orvieto, il 6 agosto. Pochi i danni ma tanta paura tra la popolazione, soprattutto tra Spoleto, Trevi e Foligno.

5 giugno 1501 La “torre mozza” del palazzo comunale di Modena, si chiama così perché venne parzialmente abbattuta in seguito al sisma (5.9 scala Richter) che ebbe come epicentro la zona a sud ovest di Maranello. Molta paura tra la popolazione ma le vittime furono meno di 50. Tra le località più colpite, oltre a Modena e Maranello, anche Sassuolo, Castelvetro e Montegibbio.

1506 Tutta la zona dei Monti Frentani e in particolare la città di Ortona furono al centro di un forte terremoto che distrusse molti piccoli paesi e fece centinaia di morti.

Affresco nella Sala dei Giganti nel Palazzo Tè di Mantova, realizzato da Giulio Romano e Rinaldo Mantovano tra il 1528 e il 1533

Affresco nella Sala dei Giganti nel Palazzo Tè di Mantova, realizzato da Giulio Romano e Rinaldo Mantovano tra il 1528 e il 1533

25 febbraio 1509 Il sisma (5.6 scala Richter) interessò la Calabria meridionale. L’epicentro fu tra Reggio e Sant’Agata. Gravi danni e vittime a Reggio. Crolli a Messina e a Palmi.

26 marzo 1511 Uno dei più devastanti terremoti di sempre, di magnitudo 6.5 della scala Richter, si abbatté tra la Slovenia e il Friuli, interessò la pianura padana, l’Austria e le due sponde dell’Adriatico. Alla fine delle scosse si contarono almeno 12.000 morti. Gravi danni furono registrati in tutto il Veneto e, in particolare, a Verona. La laguna veneta si trovò a secco e uno tsunami distrusse il porto di Trieste. La popolazione del grande porto adriatico fu costretta a lasciare la città e a rifugiarsi sulla collina di San Giusto. Furono colpite anche Pirano, in Istria e Lubiana in Slovenia. La città austriaca di Klagenfurt venne rasa al suolo. Anche Venezia che sembrava al riparo dai terremoti, perché fondata sull’acqua, subì gravi danni. Fu danneggiato anche il campanile, simbolo della città. E come ricordano le fonti dell’epoca, crollarono “molti camini et case”.

Virginia Valente

Fonti bibliografiche:

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-E. Guidoboni (a cura di), I terremoti prima del Mille in Italia e nell’area mediterranea, Ist. Naz. di Geofisica, Bologna 1989.
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-Felice Moretti, Catastrofi in Italia meridionale nell’alto medioevo, in «Studi Bitontini» 61 (1996).
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-Postpischl D. 1985, Catalogo dei terremoti italiani dall’anno 1000 al 1980, Quaderni della Ricerca Scientifica, 114, 2B, Bologna 1985, 239 pp.
-Camassi R. and Stucchi M., 1997. NT4.1.1, un catalogo parametrico di terremoti di area italiana al di sopra della soglia del danno, GNDT, Milano, 95 pp.
-Monachesi G. and Stucchi M., 1997. DOM4.1, un database di osservazioni macrosismiche di terremoti di area italiana al di sopra della soglia del danno, GNDT, Rapporto interno, Milano-Macerata
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-Gruppo di Lavoro CPTI (Boschi E., Gasperini P., Valensise G., Camassi R., Castelli V., Stucchi M., Rebez A., Monachesi G., Barbano M.S., Albini P., Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Molin D.), 1999. Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani, ING, GNDT, SGA, SSN, Bologna, 92 pp.
-GNDT e ITD del CNR, 1985. Che cosa sono i terremoti e come possiamo difenderci. Dispense e parti audiovisive di corso per le Scuole medie superiori, SEI – Torino
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www.usgs.gov
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