I numeri della vita

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Giudizio universale (particolare della controfacciata), Maestro di Loreto, XV sec., Chiesa di S. Maria in Piano, Loreto Aprutino (Pescara)

I numeri della vita nel Medioevo erano quattro: 3, 4, 7, 12. Una quaterna che rappresentava le possibili divisioni delle età dell’uomo e nasceva da una scienza ereditata dal mondo antico, che il cristianesimo reinterpretò in una visione escatologica, per dare alla esistenza umana il senso di cammino verso la salvezza eterna.

Il 3 è il numero di Aristotele, che nella Retorica divide il ciclo biologico dell’uomo in crescita, stabilità e declino: “Tutte le doti che gioventù e vecchiaia possiedono disgiuntamente, la maturità le possiede congiuntamente; ma in rapporto ai difetti e agli eccessi, essa sta in una misura media e opportuna”. Un percorso con un culmine a metà strada, che il Medioevo farà proprio. Per Dante la vita non è altro che “uno salire e uno scendere” e considera gli uomini di trentacinque anni “perfettamente maturati”. È frequente nel Medioevo l’idea che l’uomo di trent’anni sia “perfetto”. Secondo San Girolamo, Cristo morì “completando il termine di durata della propria vita nel corpo” e questa idea che i trent’anni, corrispondenti a battesimo, morte e resurrezione di Gesù, fossero l’età perfetta, prevalse anche come inizio ideale per la vita sacerdotale.

Ma è il numero 4 quello che affascinò di più la visione biologica dell’uomo medievale. Veniva dal filosofo e matematico Pitagora che, come riporta Diogene Laerzio, “divide la vita dell’uomo in quattro parti, dando una durata di vent’anni ad ogni parte”. A queste divisioni corrispondono i quattro umori della medicina di Ippocrate: il bambino è umido e caldo, il giovane è caldo e secco, l’uomo adulto è secco e freddo e il vecchio è freddo e umido. Anche Celso e Galeno accolgono questa visione, trasferita agli elementi (acqua, terra, aria e fuoco) e ai temperamenti che derivano dai liquidi corporei (sangue, bile, flemma e atrabile), che corrispondono alle età della vita. Nel Medioevo, le quattro età degli antichi hanno una attrattiva particolare, perché sono in sintonia con le quattro stagioni e quindi con il Creato.

StendardoDegliInnocenti

Stendardo degli Innocenti, Domenico di Michelino (1446), Galleria dello Spedale degli Innocenti, Firenze.

Nella Genesi, Dio inaugura le stagioni nel quarto giorno e questo consentiva di accordare il ciclo vitale alle fondamenta della visione antropologica medievale, che interpretava l’uomo come un microcosmo, regolato dalle stesse cadenze che segnavano il tempo voluto da Dio per la Terra.

Anche il 7 viene dalla cultura classica. Isidoro di Siviglia distingue periodi che vanno dalla nascita al settimo anno (infantia), dai sette anni ai quattordici (pueritia), dai quattordici ai ventotto (adulescentia), dai ventotto ai cinquanta (juventus), dai cinquanta ai settanta (gravitas) e oltre i settanta (senectus).

Quella del 12 è invece un’idea tutta medievale, ma che in qualche modo rientra nella visione simbolica delle stagioni e del Creato. Si trova nel Les Douze Mois figurez, un poema anonimo del XIV secolo, in cui l’evoluzione fisiologica dell’uomo ricalca quella dello svolgimento dell’anno.

Qualunque sia il numero scelto, il Medioevo rilegge simbolicamente la cultura classica e la rielabora nella visione cristiana. Il ciclo della vita è inteso come percorso verso il regno dei cieli. Lo dice chiaro Sant’Agostino: il vegliardo è da considerare come un uomo nuovo, che si prepara alla vita eterna.

Giulia Cardini

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