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I Normanni che crearono la Fabriano imprenditoriale

Un clan normanno, i “de Clavellis” che in seguito si autodefinirono “de Fabriano”, nel corso del XII secolo si insediò nella fortezza della Orsara, posta ai bordi della vallata di Salmaregia. Un gruppo parentale di uomini d’armi, violenti e arroganti. “Magnifici signori”, come li definiva lo storico fabrianese Romualdo Sassi, che si affermarono però con la violenza e la forza dell’intimidazione. Ma non furono solo capitani di ventura: grazie ai loro frequenti rapporti con alcuni territori del Meridione e a una innata attitudine imprenditoriale, favorirono l’arrivo nella valle attraversata dal fiume Giano di artigiani esperti nella fabbricazione di carta bambagina. Diedero quindi un impulso decisivo alla nascita dell’impresa della carta a Fabriano. Un libro di Giovanni B. Ciappelloni “De Clavellis de Fabriano dal XII al XV secolo” ripercorre le loro vicende nell’arco di quattro secoli, grazie a molti documenti e apparati iconografici inediti.

La Terra di Lavoro è una regione storico-geografica dell’Italia meridionale, identificata nel passato anche come Campania Felix e oggi suddivisa tra Campania, Lazio e Molise (nella foto, di Nicola Romani, una mappa settecentesca della Terra di Lavoro)

Durante l’XI secolo milizie normanne e gruppi parentali provenienti anche da altre regioni della Francia si diressero verso i territori della Marca anconetana e del Ducato di Spoleto mossi da volontà predatoria e manifesta speranza di arricchimento.
Provenivano tutti da quella Terra di Lavoro che stava sopportando le conseguenze della spietata lotta tra i due maggiori clan normanni presenti sul territorio, i Drengot e gli Altavilla.

I Normanni, dal loro primo approdo in Terra di Lavoro raggiungeranno quasi subito la Marca Anconetana ed il Ducato di Spoleto dove alcuni gruppi parentali normanni stabiliranno le loro residenze e le loro attività.
Non senza resistenze da parte della popolazione. Un documento di Papa Gregorio VII, emesso durante il Concilio di Roma del marzo 1078, spiega bene quanto questa presenza fosse indesiderata: “Excommunicamus omnes Northmannos qui invadere terram S.Petri laborant, videlicet Marchiam Firmanam, Ducatum Spoletanum…“.

In un manoscritto del XVIII secolo, conservato presso la biblioteca comunale di Fermo (cart XLI, n. 946) vengono citati i figli del normanno Giberto di Ismidone, uomo del Guiscardo, che diventeranno signori di Mogliano, Brunforte, Falerone e Monteverde, tutte località vicine a Fermo. Sia Gabriele Rosa, nel suo Disegno della Storia di Ascoli Piceno, che il Chronicon Casauriense parlano di Hugues Maumouzet (Malmorzetto), anche lui uomo del Guiscardo che insedia alcuni dei suoi sette figli come duchi o conti nel Piceno.
Anche Malugero Melo, rampollo di Drogone, un figlio di Tancredi d’Altavilla, venne indicato nelle cronache locali ed in una iscrizione, ora purtroppo perduta, come il signore di Monsampietro Morico, un’altra località del Fermano.

Più tardi, durante il 1153 dopo la nomina di Guelfo VI a Dux Spoleti, Marchio Tusciae e Princeps Sardiniae avvenuta nel 1152, si potranno registrare sul confine della Marca e del Ducato di Spoleto presenze di altre famiglie normanne: i Chiaramonte nei castra di S.Cassiano e di Cagli ed i de Clavellis in quelli dell’Orsara e di Capretta.

Possedimenti normanni in Europa nel 1130 (mappa: Captain Blood)

Nel XVII secolo il letterato e storico eugubino Vincenzo Armanni parla nelle sue lettere di alcuni “Conti Chiavelli” residenti in una Civitella imprecisata, forse Civitella Ranieri, vicino Gubbio. Probabilmente un gruppo clavellesco giunto nel Ducato grazie agli ingaggi militari, come i Chiaramonte nella Marca.

Anche i da Varano sono da considerarsi normanni. La conferma arriva da una serie di dipinti murali o guazzi presenti nel Castello di Beldiletto, una dimora di campagna fortificata usata anche come residenza estiva, fatta costruire da Giovanni di Berardo da Varano nei pressi di Pievebovigliana, nei quali è possibile leggere una esplicita dichiarazione di appartenenza al mondo normanno. L’ipotesi è confermata anche dagli storici camerti Lili e Savini.

Probabilmente erano di origine normanna anche i Simonetti di Jesi, come suggeriscono in nomi ricorrenti in famiglia che derivano dal francese antico come Capthio o Boorte. E forse per i loro comportamenti, ma con meno certezze, anche i da Buscareto di Montenovo/Ostra Vetere.

A Fabriano appaiono da subito, nei documenti, tra i residenti tra le mura personaggi di sicura origine normanna come i Bugatti, i Becket/Becchetti oppure i Calvelli.
La vicenda dei de Clavellis nelle cronache locali ha inizio nel 1153, al probabile servizio di Guelfo VI di Baviera e con base nel castrum dell’Orsara, ben due anni prima della discesa del Barbarossa in Italia, accostato dagli annalisti ad un Ruggero Chiavelli comandante di un reparto cavalleria imperiale.

Voltone dell’Arco del Podestà (Fabriano, ca. 1326)

I de Clavellis titolari di grandi proprietà nel territorio, presenti militarmente nell’Orsara con evidenti compiti di controllo sul crinale appenninico tra Marca e Ducato, insieme ad altri clan come quello dei Chiaramonte, divennero in breve egemoni nelle vallate del Fabrianese dando un innegabile, decisivo impulso al primo apparire del Comune di Fabriano.
Come appare ben visibile da una attenta lettura del contenuto e dalla successione dei documenti di ingresso tra le mura dei vari domini loci il Comune di Fabriano nacque per una chiara convenienza del clan normanno già egemone sul territorio ad avere riunita in un solo luogo tutta la piccola nobiltà rurale con i propri uomini.
Infatti in un documento del 1165 presente nel Libro Rosso del Comune di Fabriano i de Clavellis faranno verbalizzare un “nostro castro Fabriani” all’estensore del testo, il giudice Baroncello. E così si evince anche da un altro documento del 1170 nel quale viene assicurato un intervento di protezione, dalle abituali prepotenze di alcuni componenti il gruppo al potere tra le mura verso i residenti e le magistrature comunali, da parte dei de Clavellis.

L’origine del Comune di Fabriano legata ai de Clavellis viene ipotizzata anche dal medievista Gino Luzzatto in un suo saggio: “La concentrazione di tutti i poteri in mano di poche famiglie apparisce talvolta in modo così evidente, che il Comune sembra quasi immedesimarsi nella loro consorteria …” e sostenuta in modo altrettanto autorevole dallo storico Ferdinando Gabotto in parallelo alla genesi di alcuni comuni piemontesi.

Anche in documenti più tardi i de Clavellis vengono considerati esplicitamente come indiscussi “domini” di Fabriano. La genesi ed i contenuti della carta di Sforzolo del 1198 sembrano confermare questa realtà.

Fabriano, Palazzo del Podestà con la fontana Sturinalto (foto: Victor Torresan)

Scorrendo i documenti e le vicende clavellesche, emerge con grande evidenza come ogni azione, sia militare che civile del clan, sia stata costantemente intrapresa e finalizzata al raggiungimento di un reddito.
Come la milizia, effettuata sempre in modalità subordinata per lucrare una condotta ed avere poi mano libera nei riscatti e nel saccheggio. Oppure nella promozione delle varie attività artigianali tra le mura, come la lavorazione e il commercio della carta, dei pellami oppure dei tessuti.
Anche una richiesta di “cittadinanza” rivolta a Venezia, ignorata dalla storiografia ufficiale, necessaria per l’esercizio dei commerci nella laguna. fu avanzata in quanto funzionale per l’attività imprenditoriale del clan.
Questa prerogativa familiare si conferma, se mai ce ne fosse stata necessità, con Chiavello attraverso la Compagnia del Sale realizzata in società con i Malatesta e con un tale Giorgio di Rosa di Zara.

Stemma dei de Clavellis di Ceva

Una dichiarazione esplicita della importanza delle attività commerciali nelle politiche del clan emerge anche nell’ultimo simbolo araldico dei Clavellis di Ceva, che si rifugiarono nel Piemonte meridionale, nell’attuale provincia di Cuneo: nell’arma vengono sfoggiati quattro bisanti. Monete d’oro dentro uno stemma, a conferma dell’anima mercantile della famiglia.

Per gli stretti rapporti con la Terra di Lavoro e di conseguenza con Amalfi, con Federico II, con gli Angiò e quindi con il meridione d’Italia in genere non si scorgono altre possibilità, se non quella dei de Clavellis, su chi possa aver introdotto in un piccolo abitato montano dell’entroterra marchigiano, lontano dal mare e senza alcuna importanza economica e commerciale come erano allora i due castra di Fabriano, la lavorazione della carta con delle particolari tecniche arabe, in uso ancor prima del Mille in Sicilia ed arrivate successivamente in Terra di Lavoro. Tecniche allora sconosciute ovunque nell’entroterra della penisola ed in particolare nella Marca Anconetana.

Basti pensare che il secondo luogo lontano dalle coste dove si fabbricò la carta fu Colle Val d’Elsa, nel 1348. Molto più tardi che a Fabriano in cui il primo documento che parla di “carta bambagina”, come ricorda lo storico Camillo Acquacotta di Matelica, è datato 1268.

Giovanni B. Ciappelloni

Giovanni B. Ciappelloni da sempre ricercatore appassionato della storia di Fabriano, con particolare attenzione al basso Medioevo, ha pubblicato ben tre volumi sulla dinastia dei Chiavelli di Fabriano:
“Chiavelli e de Clavellis”
“Ruggero, Chiavello ed altri Messeri”
“de Clavellis de Fabriano, dal XII al XV secolo”.
Per informazioni, scrivere all’indirizzo e-mail: nimrod22@libero.it

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