Gregorio XI, l’ultimo papa di Avignone

La Chiesa non ha fretta. Mai.
La Chiesa ha i suoi tempi. La Chiesa ha tempo, la Chiesa ha tutta la Storia davanti. Settant’anni sono la vita di un uomo, ma per la Chiesa sono solo una piccola parentesi, solo un capitolo in un libro di duemila pagine.

Il Palazzo dei papi ad Avignone, sede pontificia durante la cosiddetta “Cattività Avignonese” (foto: Jean-Marc Rosier da http://www.rosier.pro)

Certo, però, che iniziano ad essere un po’ troppi, per una sistemazione provvisoria. È vero anche che non c’è niente di più definitivo – lo sappiamo bene – di un provvedimento transitorio e proprio per questo non bastano più i buoni propositi, le dichiarazioni programmatiche, i lunghi e meticolosi preparativi. Adesso è ora di fare le valigie, una volta per tutte, e tornare a Roma: l’unica indiscussa capitale della cristianità. Nessuno questo lo ha mai messo in discussione, in settant’anni, nemmeno zio Clemente VI, che il Giubileo lo ha convocato nella Città Eterna anche se lui personalmente non ci ha messo nemmeno piede, per paura di essere trattenuto; perché il vino di Provenza – non si stanca di ripetere – lo preferisce assai a quello dei Castelli.

Adesso, però, adesso è venuto davvero il momento di traslocare una volta per tutte, anche perché Caterina da Siena, ormai, non si regge più: non fa che scrivere lettere e ora è arrivata personalmente ad Avignone per portarsi via il papa, mentre Francesco Petrarca – il sommo poeta che ad Avignone ci è cresciuto e ci è tornato a lavorare, è morto evocando una Chiesa in esilio come gli ebrei a Babilonia.

Il Palazzo dei papi di Avignone in una miniatura (inizio sec. XV)

È ormai presente il rischio che Santa Romana Chiesa di romana non abbia più nulla: colmo del paradosso, poi, è che il papa abbia obbligato i vescovi a risiedere nella diocesi che è stata loro affidata, mentre lui nella sua diocesi non si affaccia da sei decenni. Quasi si fosse dimenticato che prima ancora di essere il capo della Chiesa, il papa è il vescovo di Roma. O almeno dovrebbe esserlo, perché in realtà da decenni è avvenuto un vero e proprio trasferimento, anche formale, del primato: molti papi, infatti, hanno assunto anche la carica di vescovi di Avignone mentre Roma, semplicemente, un vescovo non ce l’ha più ed è in balìa del caos.

Pierre Roger de Beaufort è nato il 9 maggio 1330 nel castello di Maumont a Rosiers-d’Égletons, e si chiama esattamente come lo zio cardinale, che è vescovo a Rouen.
Nel 1343, quando ha appena dodici anni, lo zio lo nomina canonico del capitolo della Cattedrale, dotandolo di una prebenda rimasta vacante a seguito della morte del cardinale Napoleone Orsini. In pochi anni diventa canonico a Parigi e decano a Bayeux.
Lo stesso anno Pierre senior viene eletto papa con il nome di Clemente VI e per il suo diciottesimo compleanno regala al nipote il titolo di Cardinale di Santa Maria Nova a Roma, proprio la chiesa dove il rampollo sarà un giorno sepolto.
Dopo gli esordi universitari ad Angers, il giovane Pierre studia diritto civile e diritto canonico presso l’Università di Perugia, dove segue i corsi di Pietro degli Ubaldi, fratello di Baldo.
Arcidiacono di Rouen nel 1350, grazie allo zio colleziona diciotto dignità e altri diciotto benefici, fra cui cinque priorati benedettini.

Intanto il dibattito sulla Cattività avignonese si fa sempre più acceso nella Chiesa: i tre papi che hanno preceduto Clemente – tutti francesi come lui – avevano scelto di restare in patria per ragioni strategiche e contestuali: dopo la violentissima rottura tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII, la pace e la collaborazione con il re di Francia erano diventati la priorità; Roma – dal canto suo – si era fatta ingestibile a causa delle continue rivolte e rivolgimenti politici. E dopotutto in quell’epoca era abbastanza frequente che un papa scegliesse di restare nella sua regione di provenienza piuttosto che spostarsi a Roma: Celestino V, ad esempio, si era stabilito a Napoli e lì aveva vissuto i pochi mesi del suo breve pontificato.

Ritratto di Clemente V (Henri Auguste Calixte César Serrur, (Sec. XIX, Palazzo dei papi, Avignone)

Quando Bertrand de Got, vescovo di Bordeaux eletto papa col nome di Clemente V, aveva deciso di restare in Francia, nessuno si era quindi stupito. Anche perché nessuno avrebbe potuto immaginare che la tiara ci sarebbe rimasta – in Francia – per altri sei pontificati.

La scelta di Avignone, d’altra parte, era stata ben ponderata: Clemente aveva lasciato la sua città – che era sotto l’autorità de re d’Inghilterra – ed aveva evitato anche le terre di competenza della corona francese, per scongiurare che l’alleanza si trasformasse in una sudditanza: Avignone si trovava infatti nei domini degli Angiò, lontanissimi sovrani di Napoli, di cui il papa si era trovato a diventare un comodissimo “inquilino”.

Tuttavia il pontefice – che era andato a vivere nel convento dei domenicani – si era accontentato di un’autonomia solo formale da Filippo il Bello, accontentandolo su tutto: Filippo voleva il papa in Francia, e il papa era rimasto in Francia – anche se in terra angioina – e aveva costituito una vera e propria corte pontificia ad Avignone, chiamando a lavorarci anche Giotto. Filippo voleva Celestino V santo per infangare il nemico Bonifacio, e Clemente aveva proclamato santo Celestino, anche se non in quanto papa ma in quanto eremita; era arrivato persino a sciogliere l’Ordine dei Templari per permettere al re di accaparrarsene il tesoro.

Ritratto di Giovanni XXII (Henri Auguste Calixte César Serrur, (Sec. XIX, Palazzo dei papi, Avignone)

Il successore Giovanni XXII, che era vescovo proprio di Avignone, era rimasto a casa, tanto più che tornare in Italia sarebbe stato pericoloso, a causa dei continui disordini, ma si era trovato così bene – a casa sua – da costruirci anche il grande palazzo papale. Aveva comunque mandato il fidato Bertrando del Poggetto sulla penisola per preparare un ritorno che – di fatto – non era mai avvenuto. I preparativi per il trasferimento a Roma erano proseguiti tra il 1334 e il 1342 sotto Benedetto XII che si era adoperato per mettere pace tra le famiglie romane degli Orsini e dei Colonna aveva anche avviato i restauri della basilica di San Pietro in Vaticano, spostando così formalmente la sede del papa dalla Cattedrale di San Giovanni in Laterano, che sarebbe rimasta tuttavia la sede della Diocesi di Roma fino ad oggi. Nuovi disordini nella città e le pressioni del Re di Francia perché rimanesse avevano costretto anche Benedetto a rimandare la partenza, e il terzo papa francese era morto prima di fare ritorno alla Cattedra di Pietro.

Eletto al suo posto da un conclave ormai in larga maggioranza francese, Clemente VI – al contrario dei suoi predecessori – di lasciare Avignone non vuole nemmeno sentir parlare: “La preferisco a qualsiasi altro luogo della terra” ama ripetere. E visto che vuole sentirsi a casa sua e non eterno ospite degli Angiò, nel 1348 ha comprato la città di Avignone dalla regina Giovanna di Napoli per 80mila corone. Una somma che, tuttavia, non pagherà mai: viene infatti abbonata al Vicario di Cristo in cambio dell’assoluzione da un peccatuccio della signora: l’omicidio di suo marito Andrea D’Ungheria.

Ritratto di Celemente VI (Henri Auguste Calixte César Serrur, (Sec. XIX, Palazzo dei papi, Avignone)

Con Clemente, dunque, Avignone diventa a tutti gli effetti e ufficialmente la sede papale, anche se a Roma il pontefice lascia comunque il Giubileo. Anzi, non lascia: raddoppia, perché fino a questo momento l’Anno Santo si celebra una volta ogni secolo, mentre Clemente dimezza la durata a cinquant’anni, e così – dopo quello di Bonifacio VIII del 1300 – nel 1350 se ne celebra già un altro, anche se funestato dalla peste nera.

La pandemia in sette anni ucciderà 20 milioni di persone, ovvero un terzo della popolazione europea, trasmettendosi dai topi agli uomini attraverso le pulci. Clemente si salva restando rinchiuso nel suo palazzo, e passando la maggior parte del tempo seduto tra due grandi focolari, come da indicazioni del suo medico personale. Dà però prova di grande saggezza, razionalità e lungimiranza da una parte condannando il fanatismo dei flagellanti – convinti che l’epidemia sia una punizione divina – dall’altra difendendo gli ebrei, accusati di essere untori.

Con un’apposita bolla il papa proibisce infatti di ascrivere agli ebrei delitti immaginari o toccarne vita o sostanze prima della sentenza del legittimo giudice, e con una seconda – Quamvis perfidiam Iudaeorum – cerca di spiegare che i giudei muoiono di peste esattamente come gli altri e sottolinea come l’epidemia si sia diffusa anche nelle zone dove gli ebrei non ci sono. Ma si sa: da che mondo è mondo i complottismi sono parte integrante delle pandemie.

Il 6 dicembre 1352 Clemente VI muore, e dieci giorni dopo il ventiduenne Pierre arriva ad Avignone per prendere parte al suo primo Conclave, che dura appena due giorni. All’elezione prendono parte 25 dei 26 cardinali e, per la prima volta, viene sottoscritto un accordo che condiziona il futuro papa a mantenere il numero degli elettori sotto le venti unità. Cosa che non impedirà al numero dei porporati di continuare a crescere: nel Cinquecento sarà arrivato a 30, quando Leone X – pronunciando la celebre frase “chi fa trenta può fare trentuno” li aumenterà ancora e nell’Ottocento supereranno i 60 fino all’attuale tetto di 120 fissato da Paolo VI nel 1975.

Il cardinale Albornoz a cavallo in un’incisione del XVII secolo

Dei venticinque elettori solo quattro non sono francesi (tre italiani e lo spagnolo Albornoz): non è quindi strano se, ancora una volta, il papa viene dalla Francia e lì sceglie di restare: ora è il turno di Etienne Aubert, che prende il nome di Innocenzo VI.
È proprio lui a mandare Egidio Albornoz in Italia per rimettere ordine nello Stato della Chiesa in vista del ritorno del Pontefice: il cardinale spagnolo costruisce fortezze (ancora oggi esistenti) in tutto il centro Italia, e completa una radicale “bonifica” della stessa Capitale. Ora non ci sono più scuse: è tempo che il papa torni a Roma.

Non è però nemmeno Innocenzo – che muore nel 1362 – a fare il grande passo: spetterà al suo successore, per eleggere il quale viene convocato il 22 settembre nel Palazzo dei Papi il secondo conclave a cui il nostro Pierre – che ha appena trentadue anni – partecipa: questa volta a votare sono solo 20 cardinali, di cui 18 francesi, 12 originari della stessa regione, tre nipoti di Innocenzo VI e sei di Clemente VI. A guidarli è un altro zio di Pierre: Ugo Roger, fratello di Clemente, che viene eletto con quindici voti ma rinuncia alla carica. Al secondo turno si afferma Raimondo di Canillac, ma questa volta gli undici voti non bastano all’elezione perché il regolamento prevede che la maggioranza debba essere almeno di due terzi.

Alla fine si decide di scegliere – come avvenuto con Celestino – un uomo di provata santità estraneo al Conclave e ai giochi di palazzo: l’abate Guillaume de Grimoard di San Vittore a Marsiglia, che sceglie di chiamarsi Urbano V.

Da inviato del papa, Guillaume aveva già trattato con i Visconti di Milano che rifiutavano di riconoscere il potere temporale dei pontefici. La missione però, decisamente, non aveva avuto successo: dopo aver letto la lettera di Innocenzo a Barnabò Visconti, l’abate era stato costretto a mangiarla. Diventato papa si vendica scomunicandolo e scatenando una guerra da cui uscirà però umiliato e sconfitto.

Urbano V, tavola di Simone dei Crocifissi (1375 ca, Pinacoteca Nazionale di Bologna). Il papa tiene in mano un dittico raffigurante Pietro e Paolo, fondatori della Chiesa.
La funzione preminente di Urbano V nell’opera d’arte ha una motivazione anche politica: fu infatti il primo papa che, sia pure per un breve periodo, fece ritorno in Italia da Avignone

Dopo quattro anni di pontificato Urbano non è ancora riuscito a muoversi da Avignone, ma è determinato a farlo quanto prima e ha già dato ordine di allestire il palazzo pontificio in Vaticano. La notizia suscita ondate di entusiasmo e a Marsiglia arrivano ben 23 navi da Napoli, Genova, Venezia, Pisa e Ancona per scortare il papa a casa.

Il 3 giugno 1367 il pontefice approda a Corneto, sulla costa dell’alto Lazio e ad accoglierlo trova una folla immensa che ha dormito per giorni in spiaggia pur di non perdersi lo spettacolo. Arrivato a Viterbo accompagnato – tra l’altro – dallo stesso Pierre – dovrebbe fermarsi solo pochi giorni ma la morte del cardinale Albornoz – che aveva lavorato quattrodici anni per riportare il vescovo di Roma nella sua città – lo induce a trattenersi quattro mesi.

Il 16 ottobre Urbano fa finalmente il suo ingresso trionfale a Roma. Il lavoro che lo aspetta, però, è più arduo di quanto potesse immaginare: la città è in decadenza, le costruzioni di inizio secolo sembrano antichi ruderi romani, quelle nuove sono state devastate dai saccheggi; le strade, senza manutenzione da anni, sono diventate acquitrini e Avignone appare al Pontefice come un lontano paradiso perduto. Senza perdersi d’animo, però, Urbano si adopera a ricostruire chiese e a riformare il governo della città sostituendo i sette rappresentanti del popolo con tre funzionari della Santa Sede, eliminando così quella democrazia che i romani – in assenza del loro re – erano riusciti ad ottenere.

Al malcontento del popolo romano si aggiunge quello dei cardinali di corte, e l’aria di Roma si fa giorno dopo giorno più pesante. Il mancato sostegno dell’imperatore Carlo IV, l’assenza di un condottiero valido come Albornoz, e nuove rivolte nello Stato della Chiesa a Viterbo, Perugia, Todi e altre città unite alle nuove minacce di Visconti, inducono Urbano a fuggire a Montefiascone. Qui i cardinali francesi cercano di convincerlo a tornare ad Avignone, mentre Petrarca gli scrive per persuaderlo a restare. Santa Brigida di Svezia si reca personalmente a Montefiascone per comunicargli una rivelazione avuta dalla Vergine, secondo la quale gravi disgrazie lo attendono se dovesse tornare nel luogo dove è stato eletto.

D’altra parte le anime pie vedono Roma come la Terra Promessa e Avignone come una piccola Babilonia. E non a torto: con l’arrivo della corte papale la cittadina francese è stata presa d’assalto da banchieri, artigiani e artisti che se a Roma erano di casa e non scandalizzavano nessuno, nella piccola Avignone danno ai visitatori l’impressione di ritrovarsi in un perpetuo e perverso mercato. Le ingenti spese dovute alla creazione di nuove strutture per la Corte – a cominciare dal Palazzo dei papi – hanno costretto la Santa Sede a portare le tasse ai limiti del sopportabile. Ogni scusa è buona per fare cassa: indulgenze, annullamento dei matrimoni, persino i sacramenti. Tutti i servizi della Chiesa diventano a pagamento tra l’imbarazzo degli stessi preti e lo scandalo dei fedeli. Anche le alte cariche sono tassate: per diventare vescovi bisogna anticipare una commenda di importo pari alla decima di un anno, e la conseguenza è che le gerarchie ecclesiastiche sono ormai in mano esclusivamente alle famiglie ricche e nobili: la Chiesa Cattolica è diventata a tutti gli effetti solo un grande giro d’affari dove santità, spiritualità e misericordia sono lussuosi optional.

Per questo anche gli stessi romani – che in quei tre anni non avevano fatto altro che lamentarsi – adesso mandano un’ambasciata a Urbano supplicandolo di rimanere. Il papa francese, però, ne ha fin sopra i capelli e il 5 settembre 1370 si imbarca con tutta la corte per tornarsene ad Avignone, dove fa il suo solenne ingresso 19 giorni dopo.

La profezia di santa Brigida non tarda ad avverarsi: colpito dalla maledizione o forse logorato dal rimpianto, appena due mesi dopo il ritorno in Francia Urbano si ammala e il 19 dicembre muore.

Dei venti cardinali in vita, 18 partecipano al nuovo conclave, il terzo di Pierre: stavolta sono tre gli italiani e 15 i francesi, nove sono stati creati da Urbano, quattro da Innocenzo e cinque da Clemente. Le votazioni si aprono il 29 dicembre e il giorno dopo il cardinale quarantenne viene eletto papa all’unanimità.

Pierre Roger de Beaufort alias Gregorio XI, incoronato dall’arcivescovo di Lione Guy de Boulogne. Miniatura delle Cronache di Froissart (sec. XV)

Come aveva fatto l’ultima volta suo zio, Pierre rifiuta l’elezione; stavolta però, i cardinali non accettano il rifiuto e lo convincono a indossare la tiara.
Pierre non è vescovo e nemmeno prete: il 2 gennaio 1371 viene quindi ordinato vescovo di Roma e il giorno dopo incoronato solennemente nella cattedrale di Avignone. Come nome sceglie quello forse più impegnativo per un papa: lo stesso portato da san Gregorio Magno, dal protagonista della lotta per le investiture e della Riforma, dal protettore dei francescani e dall’amico di Marco Polo e artefice del Conclave moderno.

Dopo aver attraversato la città con un corteo guidato da Luigi d’Angiò che tiene simbolicamente il cavallo del papa per le briglie, il banchetto riunisce intorno al papa i tre fratelli di Carlo V: Luigi, Giovanni duca di Berry e Filippo duca di Borgogna.
Il giorno stesso Gregorio XI proclama santo Elzéar de Sabran, secondo quanto aveva deciso il suo predecessore, figlioccio del nuovo santo.

La sua prima iniziativa da papa è riprendere la guerra contro i Visconti, che nel frattempo stanno cercando di impadronirsi di altri terreni dello Stato Pontificio, ma nel 1375 riesce ad arrivare a un accordo di pace.
Mentre si adopera per far tornare la sede del papato a Roma, Gregorio si lancia in una lotta senza quartiere contro le eresie (prendendo di mira in particolare l’inglese Wyclif) e in una riforma degli ordini monastici.
Intanto, a fargli ritardare ancora il ritorno in Italia, arriva anche la peste e soprattutto la mancanza di fondi. D’altra parte tornare a Roma comporta mettere ordine in Italia, mettere ordine in Italia richiede guerre, e le guerre costano. E tanto.

Affresco di Santa Caterina (Andrea Vanni, ca. 1350-1400, Basilica di San Domenico, Siena)

Nel 1376 comincia a scrivergli santa Caterina da Siena, che in un solo anno gli manda ben dieci lettere, in cui invitandolo a fare ritorno a Roma, tocca tutti i punti della riforma di cui ha bisogno la Chiesa Cattolica.

Se non faceste quello che doveste fare, avreste bisogno di temere” lo minaccia la mistica trentenne: “Io, se fussi in voi temerei che il divino giudicio venisse sopra di me.

Voi dovete venire: venite dunque, venite dolcemente senza veruno timore; e se veruno dimestico vi vuole impedire, dite a loro arditamente, come disse Cristo a san Pietro, quando per tenerezza il voleva ritrarre che non andasse alla passione, Cristo si rivolse a lui dicendo, va di po’ me, Satanas, tu mi se’ scandalo, cercando le cose che sono dagli uomini, e non quelle che sono da Dio.

Santissimo padre in Cristo dolce Salvatore – gli scrive in un’altra lettera la stalker senese – la vostra indegna e miserabile figliuola Catarina vi si raccomanda nel prezioso sangue del figliuolo di Dio con desiderio di vedere adempita la volontà di Dio, e desiderio vostro di vedere levato in alto il gonfalone e segno della santissima croce, il quale segno pare che la volontà dolce di Dio voglia.

Pare che la divina bontà tre cose vi richiegga, dell’una ne ringrazio Dio e la santità vostra, che egli ha fermato e stabilito il cuore vostro, fattovi forte contra le battaglie di coloro che vi volevano impedire, cioè dall’andare a tenere e possedere il luogo vostro. Godo ed esulto della buona perseveranzia che avete avuta, mandando in effetto la volontà di Dio ed il vostro buono desiderio.

Soltanto passando attraverso il crogiolo sarete quello che dovrete essere, il dolce vicario di Cristo in Terra!” insiste ancora nell’ennesima lettera: “Fate dunque tutto quello che è in vostro potere acciocché non veniate ad agire secondo la volontà degli uomini, piuttosto secondo la volontà di Dio che altro non chiede, e per lo quale motivo vi ha posto a sì tanto supremo vicariato. Ma voi avete bisogno dell’aiuto di Gesù Cristo Crocifisso e con voi i vescovi che sono chiamati a consigliarvi, perocché molti sono fra loro corrotti e neanco ferventi sacerdoti, liberatevi di costoro, ponete il vostro santo desiderio in Cristo Gesù, ripudiate i sollazzamenti del marciume della corruzione, abbiatelo a distinguere da questo: se non sapete soffrire, non siete degno!.

Le lettere di Caterina sono piene di minacce ed affetto, consigli e vere e proprie prediche:

Voi fate le veci del dolce Cristo Gesù, e come Lui dovete desiderare soltanto il bene delle anime, dovete bere il calice dell’amarezza, dovete farvi dare il fiele. Oh quanto sarà beata l’anima vostra e mia che io vegga voi essere cominciatore di tanto bene.

Questa laica semi analfabeta si permette di fare la morale al Vicario di Cristo, e il Vicario di Cristo glielo consente: la verità è che Gregorio è profondamente affascinato dal carisma della terziaria domenicana, e le sue parole contribuiscono a fargli rompere gli indugi su una decisione che è stata – comunque – già presa, ma ritardata con la costanza con cui si spegne la sveglia al mattino invocando altri cinque minuti di sonno, e la tenacia con cui si ritarda un matrimonio perché ancora non si è trovato un lavoro stabile, la casa non è finita, la certezza dell’amore eterno non è ancora poi così definitiva. E Caterina è la fidanzata impaziente, la mamma premurosa che insiste, ricorda all’indolente Gregorio il suo impegno, e lo inchioda di fronte alle sue responsabilità.

Tale è l’ascendente di Caterina sul Pontefice, che quando la città di Firenze – che ha aderito alle rivolte antipapaline – viene colpita dall’interdetto, la mistica senese si pone come mediatrice per far ottenere il perdono papale, e si incammina personalmente verso Avignone, dove arriva il 18 giugno 1376.
La mediazione fallisce a causa del comportamento ostile dei messi fiorentini. In compenso Caterina riesce a ottenere un risultato ben più importante: si porta via lo stesso pontefice, che il 13 settembre lascia definitivamente Avignone diretto a Roma.

È proprio il caso di dire che se il papa non va in Italia l’Italia va dal papa. E la futura patrona della penisola, quasi come una sorella maggiore che prende per mano il fratello per portarlo a scuola, accompagna il Sommo Pontefice nell’itinerario più importante della Storia della Chiesa.

Il racconto del viaggio che dura diciassette settimane ed è quanto mai avventuroso, è documentato dalla relazione del vescovo di Senigallia Pierre Ameilh de Brenac.
La sosta a St-Victor di Marsiglia si prolunga dal 23 settembre al 2 ottobre, perché si deve riunire la flotta e soprattutto attendere che il mare si calmi. Sulla strada per Marsiglia Gregorio ha trovato il santuario domenicano di St-Maximin-la-Sainte-Baume, dove sono venerate le reliquie di Maria Maddalena; qui ha disposto la creazione di un lascito per il riposo dell’anima di suo zio Clemente VI e per sé stesso.
Lasciata Marsiglia, però, la nave del cardinale Jean de la Grange fa naufragio e quattro giorni dopo muore a Pisa il cardinale Pierre de la Jugie, cugino del papa.
A frenare ancora una volta gli entusiasmi, poi, una notizia raggiunge il pontefice a Genova: nella capitale sono esplosi nuovi disordini e le truppe pontificie sono state sconfitte dai fiorentini, che hanno aizzato le popolazioni italiane contro “l’invasione francese”. La maggioranza dei cardinali, neanche a dirlo, cerca di convincere Gregorio a tornare indietro, ma Caterina non ha nessuna intenzione di lasciarselo sfuggire e lo rassicura della protezione divina.

Ritorno a Roma di Gregorio XI (Giorgio Vasari, 1572-1573, Palazzi Vaticani, Sala Regia)

Il 17 gennaio 1377 il papa entra a Roma, circondato da un’armata di 2000 uomini. Alla faccia di Caterina che chiedeva di tornare in Italia senza armi e con il crocifisso in mano, “affinché i grandi lupi si mutino in agnelli”.

Compiuta finalmente un missione storica attesa per settant’anni, Pierre sopravvive a Roma per poco più di un anno, e muore il 27 marzo 1378, ad appena quarantotto anni di età.

Viene sepolto nella chiesa di Santa Maria Nuova, destinata a diventare la basilica di Santa Francesca Romana. Gregorio resterà l’ultimo dei quindici papi d’oltralpe della Storia della Chiesa: dopo di lui nessun francese salirà più sul trono di Pietro.

Il rischio di un ritorno del papato ad Avignone va infatti scongiurato in ogni modo e dal primo conclave vaticano esce così, per la prima volta dopo settant’anni, un papa italiano: Bartolomeo Prignano, vescovo di Bari.

Bartolomeo, in realtà, ha vissuto a lungo nella corte di Avignone ed è suddito degli Angiò: sembra dunque un ottimo compromesso tra le istanze italiane e quelle francesi. L’unico problema è il suo caratteraccio, che gli farà guadagnare il soprannome di “Inurbano”.

Intanto al Conclave è scoppiato il caos: i romani sono arrivati a minacciare gli elettori e hanno cercato di fare irruzione nell’assemblea al grido di

Romano lo volemo o almanco italiano… Romano, lo volemo romano, se non che tutti vi occideremo!.

Le grida dei popolani impediscono persino di tenere il discorso di apertura delle votazioni dopo la messa solenne e i disordini non si fermano nemmeno quando il cardinale Orsini si affaccia alla finestra per l’Habemus Papam, perché i romani capiscono fischi per fiaschi: quello dice “Bari” e loro sentono “Bar”, e pensando che si tratti di un altro francese assaltano infuriati il palazzo pontificio. I cardinali, terrorizzati, improvvisano una finta intronizzazione del cardinale romano Francesco Tebaldeschi e poi si danno alla fuga.

Quando Prignano – che non è cardinale – arriva in Vaticano, chiede che la sua elezione, a scanso di equivoci, venga ripetuta e confermata, prima di accettare l’elezione. Ma tante precauzioni serviranno a poco: appena cinque mesi dopo, infatti, i cardinali francesi che rappresentano ancora la maggioranza assoluta (11 su 16) ci ripenseranno e in un nuovo conclave eleggeranno un altro papa francese, che si contrapporrà a quello romano.

Chiuso finalmente il capitolo della Cattività avignonese, se ne aprirà un altro ancora più drammatico, destinato a lacerare la Chiesa cattolica per quarant’anni: quello dello Scisma d’occidente. Ma questa è decisamente un’altra storia.

Arnaldo Casali

Da leggere:
Michel Hayez, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, 2002
Michael Hayez, Enciclopedia dei papi, Roma 2000
G. Martina, La chiesa nell’età della Riforma, Brescia 1988
John N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, Edizioni Piemme S.p.A., 1989
Bernard Guillemain, I Papi di Avignone, San Paolo, 2003
Guillaume Mollat, Les Papes d’Avignon, Parigi, 1950
Francesco Petrarca, Canzoniere
Marco Ariani, Petrarca, Roma, Salerno Editrice, 1999
Agostino Saba, Storia della Chiesa, Torino, UTET, 1954
Brigida di Svezia, Ciò che disse Cristo a santa Brigida. Le rivelazioni. San Paolo Editore, 2002
Arnold Esch, Tre sante ed il loro ambiente sociale a Roma: s. Francesca Romana, s. Brigida di Svezia e s. Caterina da Siena. Roma nel Rinascimento, 2001
Franco Cardini, I santi nella storia, Vol. IV, San Paolo, 2006
Caterina da Siena, Lettere, Torino, Bottega d’Erasmo, 1966
Raimondo da Capua, Legenda maior sive Legenda admirabilis virginis Catherine de Senis, Edizione critica a cura di Silvia Nocentini, Firenze, 2013
Clemens VI, Suppliche di Clemente VI. 19 maggio 1342-18 maggio 1343, vol. 1, Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1948
Annuaire Pontifical Catholique, Maison de la Bonne Presse, Paris, 1935

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