Federico II, oltre la morte

FdSIIPochi avanzi di mura sul dorso di una collina invasa dalle sterpaglie. È quel che oggi resta di Castel Fiorentino, una rocca che nella prima metà del XIII secolo sorgeva nelle campagne della Capitanata, 9 chilometri a sud di Torremaggiore, a ovest di San Severo e Lucera.
Qui, nel giorno dell’anno con meno luce, il 13 dicembre del 1250, festa di Santa Lucia, a soli 56 anni, morì Federico II di Svevia.

L’imperatore si era sentito male qualche giorno prima, durante una battuta di caccia. Lo aveva colpito una infiammazione intestinale a cui presto seguì una serie violenta di attacchi di dissenteria. Lo stesso atroce male, nel 1197 aveva stroncato in giovane età la vita di suo padre, Enrico VI di Hohenstaufen.

Federico, piegato dal dolore, perse conoscenza. Gli amici e i dignitari di corte che erano con lui, decisero allora di non portarlo nella reggia di Foggia: lo ricoverarono invece nella residenza imperiale più vicina, in uno dei tanti palazzi che l’imperatore aveva fatto costruire in Puglia, amata “terra del suo ristoro”.

L’anno precedente, nel 1249, più di una sventura aveva messo a dura prova l’eccezionale tempra del sovrano. Nel mese di febbraio, a Cremona, era scampato alla morte per avvelenamento. Nello stesso mese Pier delle Vigne, per molti anni consigliere, amico e “braccio destro” di Federico, fu arrestato dalle truppe imperiali: accusato di “alto tradimento”, preferì la morte alla tortura e all’ignominia e si suicidò lanciandosi a cavallo verso un burrone. Il delitto di cui fu protagonista rimane, ancora oggi, misterioso. Forse si macchiò del reato di corruzione. Federico una volta disse che “aveva trasformato lo scettro della giustizia in serpente”. Ma poi non parlò più di lui e del dolore di una amicizia tradita.

Appena tre mesi dopo, il 26 maggio del 1249 l’amatissimo figlio Ezio cadde prigioniero dei bolognesi. Inutilmente l’imperatore chiese la sua liberazione, con lettere in cui alternava, in modo sapiente, minacce e promesse. Da Bologna risposero con il crudo realismo della politica: “Spesso accade che un piccolo cane catturi un cinghiale”.

Il povero Ezio, che come ricordava Fra Salimbene era “tra tutti i figli quello che più valeva”, non riabbracciò più suo padre: morì a Bologna dopo 23 anni di una dorata ma implacabile prigionia.
In quell’orribile 1249 si spense a soli 24 anni anche Riccardo di Teate, un altro figlio bastardo al quale Federico aveva affidato il comando della Romagna, della Marca di Ancona e di Spoleto.

Il sacro romano impero al tempo di Federico II

Il sacro romano impero al tempo di Federico II

L’imperatore, stanco nel corpo e nella mente, era carico di acciacchi. Parlava sempre più spesso “delle Nostre membra affaticate dagli strapazzi della guerra”. E alle persone del suo seguito ripeteva che voleva “riprendersi nelle dolci delizie del Nostro Regno”.

All’inizio del 1250, quando tornò nella diletta reggia di Foggia, i messaggeri a cavallo cominciarono finalmente a portare buone nuove: dopo molti rovesci militari, le sorti della guerra volgevano in favore dell’imperatore.

Le truppe di Federico avevano riconquistato Ravenna e molte altre città e territori tra le Marche, l’Umbria e la Romagna. A Savona, la flotta di Genova, città nemica, venne sbaragliata. Anche a Piacenza fu eletto podestà un ghibellino. Ezzelino da Romano e il conte di Savoia, parenti della famiglia imperiale, controllavano con la solita sicurezza i valichi verso il Brennero e quelli che si aprivano verso le terre di Borgogna. E i complotti di papa Innocenzo IV, che aveva scomunicato e deposto Federico, avevano ormai esasperato i maggiori principi e sovrani d’Europa. Nell’agosto del 1250 anche l’anti re Gugliemo d’Olanda fu battuto in modo clamoroso in Renania da Corrado IV, secondogenito dell’imperatore. Rimaneva la spina dolorosa di Bologna e di Enzo, il biondo “principe poeta” prigioniero di nemici ostinati che per lui non prevedevano nemmeno la possibilità un riscatto.

Nell’autunno, l’imperatore si trasferì a Melfi. Con l’aiuto di Riccardo di Montenero, successore di Pier delle Vigne, si rimise al lavoro per riordinare l’amministrazione dell’impero. Le cacce e le lunghe cavalcate lo portavano spesso fino a Lagopesole, dove stava nascendo su un’alta collina il suo ultimo e più grande castello.

Ma adesso, nei giorni dell’agonia, steso su un letto nella rocca di Castel Fiorentino, il futuro stava per svanire, insieme ai ricordi, ai sogni e alle speranze.
Una cronaca, scritta dopo la sua morte e rievocata nei secoli, racconta che in uno dei rari momenti di lucidità, Federico chiese dove si trovasse. Gli fu detto che era nella sua domus di Fiorentino, un luogo che fino ad allora non aveva mai avuto occasione di visitare. All’imperatore tornò in mente la profezia di Michele Scoto, l’astrologo di corte: “Morirete vicino la porta di ferro, in un luogo il cui nome sarà formato dalla parola fiore…”. Per questo, in tutti i tumultuosi anni del suo regno, Federico aveva sempre evitato Florentia (Firenze). E non era nemmeno più tornato a Florentinum (Ferentino) la città ciociara che aveva frequentato nel lontano 1223 quando con papa Onorio III progettava una crociata e dove fu deciso il suo matrimonio con Jolanda, una delle sue quattro mogli, figlia del re di Gerusalemme.

Il vaticino si avverava: Federico stava morendo. Dal suo letto, agonizzante, guardava una porta di ferro che confinava con la parete di una torre. Sgomenti, lo vegliavano il figlio diciottenne Manfredi, l’arcivescovo di Palermo Berardo di Castagna, il gran giustiziere della Magna Curia Riccardo di Montenero, Pietro Ruffo responsabile delle scuderie imperiali, Riccardo, conte di Caserta e genero dell’imperatore e il medico Giovanni da Procida.

Fu letto il suo testamento: “Poiché transitoria è l’umana natura, Noi, Federico…”.
I testimoni ascoltarono le ultime volontà del sovrano: unico discendente e erede dell’impero fu nominato il figlio Corrado IV, re di Germania. In caso di morte senza eredi, Enrico Carlotto, secondogenito dell’imperatore e della seconda moglie Isabella d’Inghilterra, avrebbe preso il suo posto. Dopo di lui, c’era Manfredi, il figlio bastardo riconosciuto come legittimo, che ottenne il ducato di Taranto e che durante l’assenza di suo fratello Corrado avrebbe dovuto regnare, in qualità di vicario, sull’Italia imperiale e il regno di Sicilia.

Federico stabilì che se la Chiesa (“Nostra Madre”) avesse riconosciuto i diritti e i possessi dell’Impero, poteva rientrare in possesso delle sue proprietà. L’Ordine dei Templari poteva riottenere tutti suoi possedimenti, così come le chiese e i conventi che andavano reintegrati nei loro diritti.
I prigionieri, tranne quelli che si erano macchiati del reato di alto tradimento, potevano essere liberati. Le chiese distrutte dovevano essere ricostruite. Centomila once d’oro venivano destinate per la Terra Santa. I sudditi del regno dovevano essere sgravati da collette e imposte generali.

Tomba di FedericoII

Tomba di Federico II

La mattina del 13 dicembre l’imperatore volle indossare l’umile tonaca grigia dei cistercensi del terzo ordine di cui faceva parte. Chiese di essere sepolto nella cattedrale di Palermo, accanto al padre e alla madre. Il suo vecchio amico Berardo gli somministrò l’estrema unzione.

Il giovane Manfredi comunicò la scomparsa al fratellastro Corrado per lettera, con parole accorate: “È caduto il sole dell’universo che riluceva in mezzo alle genti”. Ma a Roma, quando arrivò la notizia, papa Gregorio IX ordinò che le campane delle chiese suonassero a festa per annunciare al mondo la morte dell’Anticristo”. Le esequie, secondo il desiderio del defunto, si svolsero senza pompa. Il corteo con il corpo dell’imperatore attraversò per l’ultima volta l’amata terra pugliese. A Taranto la salma fu imbarcata per la Sicilia.
Così Federico tornò a Palermo, la città dell’infanzia e della giovinezza, che 38 anni prima aveva lasciato per affrontare la straordinaria avventura che lo portò a diventare prima re di Germania e poi imperatore.

La sua fine, per secoli, fu accompagnata da miti e leggende. L’Impero finì con lui. In neppure venti anni la sua dinastia si estinse. Ma la terribile condanna che papa Innocenzo IV pronunciò contro il suo mortale nemico ,“Estirpate nome, corpo seme e eredi del babilonese!” è lontana dall’avverarsi.
Nonostante la scomunica, l’imperatore, morto con i conforti religiosi, è sepolto nella cattedrale di Palermo dove ogni giorno, quasi otto secoli dopo la sua morte, fiori freschi ne onorano il ricordo.

Vicino alla grande tomba di porfido, un epitaffio attribuito all’arcivescovo Bernardo, fedele compagno di una vita, recita: “Se la probità, l’ingegno, la grazia di ogni pregio, la magnificenza, la nobiltà della stirpe potessero resistere alla morte, non sarebbe morto Federico che qui giace”.

Il fascino dell’imperatore svevo ha attraversato i secoli. E vive ancora ai giorni nostri. Jacob Burckhardt ne “La civiltà del Rinascimento in Italia”, scrisse che Federico II fu “Il primo uomo moderno assiso su un trono”.

Amato e odiato. Carismatico e scomodo. Colto e spietato. Feroce eppure tollerante. Parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo). Diventò adulto in una società multirazziale. Comprese e studiò il pensiero islamico. Si appassionò alla scienza e alla poesia. Fondò a Napoli una grande università che porta ancora il suo nome. Fu curioso del mondo e degli uomini: alla sua corte trovarono alloggio intellettuali di ogni lingua e religione.

Il Castello di Melfi dove Federico II promulgò le Costituzioni

Il Castello di Melfi dove Federico II promulgò le Costituzioni

Con le “Costituzioni di Melfi” (1231), raccolta di norme fondata sul diritto romano e normanno, Federico II sognò di dare ordine, a scapito della Chiesa e dei nobili, a tutti gli aspetti dello Stato, dalla giustizia alla sanità, fino al diritto e all’economia. I medievisti Franco Cardini e Marina Montesano in “Storia Medievale” (Le Monnier 2006) hanno spiegato bene come pensasse “a uno Stato centralizzato, burocratico, tendenzialmente livellatore, insomma già avviato a concezioni che molti hanno reputato moderne”.

Lo storico Kantorowicz, in una monumentale biografia, rilevò la grandezza e le contraddizioni di un’anima feudale e insieme “illuminata”, innervata da un senso feroce del potere mescolato allo scetticismo e a una energia fuori dal comune. Religioso ma spregiudicato, unificò terre e popoli diversi. Tedesco e siciliano, parlò al mondo arabo, a quello latino e a quello germanico.

Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale

Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale

Lo storico britannico David Abulafia, in una fondamentale biografia intitolata, non a caso, “Federico II. Un imperatore medievale”, in esplicita contrapposizione alla storiografia precedente, che tratteggiava l’imperatore svevo come un despota illuminato, scrisse invece di un sovrano che “non fu un siciliano, né un romano, né un tedesco, né un mélange di teutonico e latino, ancor meno un quasi-musulmano: fu un Hohenstaufen e un Altavilla”.

Un “uomo del suo tempo” quindi, meno tollerante con le fedi non cristiane. Meno coraggioso, stretto com’era nella morsa spietata di due papi sospettosi e aggressivi. E meno innovativo, anche in campo culturale, a causa delle fortissime spese che dovette sostenere per finanziare le guerre.

Anche le Costituzioni di Melfi (1231) per Abulafia confermarono, di fatto, diritti consuetudinari già acquisiti dalla tradizione normanna. Di certo, fu decisivo il contributo di Federico per gli studi ornitologici e per la creazione della lirica italiana.

Federico mise in discussione, dalle fondamenta, il potere temporale dei pontefici. Tornò vincitore da una crociata alla quale era stato obbligato, senza combattere nemmeno una battaglia. Ma collezionò anatemi e scomuniche, tanto che cinque papi diversi (Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, Celestino IV e Innocenzo IV) videro in lui un miscredente, “re di pestilenza” e sentina di tutti i mali del mondo.

Per Salimbene da Adam, era scaltro e collerico. Un libertino, “malvagio” come Antioco, tiranno biblico. Ma capace, all’improvviso, di diventare “amabile, lieto, pieno di grazia”.

Ernst Kantorowicz, Federico II imperatore

Ernst Kantorowicz, Federico II imperatore

Papa Gregorio IX lanciò il suo anatema contro “la bestia che sorge dal mare carica di nomi blasfemi, e infuriando con la zampa dell’orso e le fauci del leone, informata nelle restanti membra a guisa di leopardo spalanca la bocca ad offesa del Santo Nome senza cessare di scagliare la stessa lancia sul tabernacolo di Dio e Sui Santi che abitano nei cieli”.

Per Gioacchino da Fiore era venuto a corrompere il mondo: “Quod uxor sua gravida erat, quae adhuc gravedinem nullam sentiens, de daemone erat praegnans…”.

‘Abu ‘Al Fadâ, scrittore arabo, lo descrisse invece come un uomo “generoso, vago di filosofia, logica e matematica, e amava i musulmani…”.

Federico sosteneva la mortalità dell’anima. Come “epicureo” e quindi eretico, Dante lo sistemò all’Inferno, insieme a Farinata degli Uberti: “Qui con più di mille giaccio:/ qua dentro è ’l secondo Federico” (X, 119). Nella Divina Commedia è citato altre quattro volte: due nell’Inferno, una nel Purgatorio ed una nel Paradiso.

Innocenzo III, il papa che fu suo tutore dopo la morte della madre Costanza d’Altavilla, disse che in Federico “la virtù venne prima del tempo”. Giovanni Villani sintetizzò: “Fu uomo universale in tutte le cose che fece”.

Nietzsche, in un passo del suo libro “Al di là del bene e del male” ne parlò come di uno di quegli esseri “magicamente inafferrabili, impenetrabili, quegli uomini enigmatici, predestinati alla vittoria ed alla seduzione”. Per il grande filosofo tedesco fu “il primo uomo europeo”.

Lo storico Hans Prutz lo definì “maestro nell’arte machiavellica della dissimulazione”.

Amato e odiato. Un mito. Di certo, come ricorda Franco Cardini “la leggenda si impadronì dell’uomo, fino a soffocarne la storia”.

Così, a distanza di quasi otto secoli, non si può fare a meno di essere comunque d’accordo con Mattew Paris (1200-1259), un monaco benedettino inglese, storico e miniaturista, che pensando a quel 13 dicembre 1250, riassunse l’eccezionale personalità dell’imperatore in una celebre frase: “Stupor mundi et immutator mirabilis”. Stupore del mondo e miracoloso trasformatore.

Virginia Valente

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