El Cid Campeador, eroe della Reconquista

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Illustrazione medievale di El Cid che uccide un nemico

La storia del Cid Campeador, cantata dai poemi epici, benché non abbia sempre basi rigorosamente storiche narra le vicende epiche di Rodrigo Díaz, grande condottiero alle prese con i turbolenti potentati della Spagna del XII secolo.

 

Poche figure sono state oggetto di controversia come il Cid Campeador, eroe della Reconquista spagnola nel Medioevo. Citato da poche fonti storiche, reso leggendario dal Cantar de mio Cid, celebre poema del 1140 circa che ne esaltava il coraggio sullo sfondo della turbolenta penisola iberica divisa tra potentati islamici e principi cristiani in cerca di potere e di gloria, di Rodrigo Díaz si è messo in dubbio la stessa esistenza.

Incerto il luogo di nascita (si propende per Vivar, non lontano da Burgos, prendendo per buone le fonti del XII secolo) così come l’anno preciso, posto dagli specialisti tra il 1041 e il 1049. Invece si tratta di un personaggio assolutamente reale: lo dimostra il documento della donazione che “Rodericus Campidoctor et princeps” fece al vescovo di Valencia del villaggio di Picassent con le sue rendite, il cui originale è oggi conservato nell’archivio della cattedrale di Salamanca. La data è il 1098; la sottoscrizione, “Ego Rudericus”.

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La firma autografa di El Cid: Ego Ruderico

Chi era dunque davvero Rodrigo Díaz, formidabile condottiero castigliano che militò sotto l’egida di Ferdinando I, Sancho II e Alfonso VI e che fu signore di Valencia creandosi una fama che ha sfidato il trascorrere dei secoli?

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Riproduzione della prima pagina del manoscritto del Cantar de mio Cid, 1140 ca., conservato nella Biblioteca Nacional de España

L’appellativo di “Mio Cid” con cui Rodrigo Díaz è noto nell’epica deriva dall’arabo volgare sīdī, contrazione di sayyid, “signore”. Il soprannome “Campeador”, invece, è forma spagnola che discende dal latino campi doctor, campione: se lo guadagnò, pare, vincendo a un duello con un cavaliere navarrese. Ricostruirne con precisione le vicende non è facile perché le fonti che lo riguardano, tutte tarde, sono per lo più agiografiche e scritte con toni epicheggianti. L’immagine che tendono a trasmettere è quella dell’eroe senza macchia e senza paura, del guerriero indomito e fedele al suo signore, un figlio della nobiltà minore diventato potente solo in virtù del valore del suo braccio e della sua spada. Ma, spogliata dai toni della retorica e dell’agiografia, l’epopea del Cid assume una veste decisamente più prosaica: uomo del suo tempo, bramoso di gloria e di fortuna, mise le sue indubbie capacità al servizio di chi lo pagava meglio per amore di denaro e di carriera. Ambizioso e un po’ cinico, non si accontentò di restare a guardare i potenti di turno sfidarsi l’un l’altro ma volle tentare in prima persona la fortuna, ritagliandosi anche lui il suo posto al sole. Tra luci (molte) ed ombre (altrettante), ci riuscì. E grazie al suo valore passò alla Storia.

Un regno diviso Il primo luogo comune da sfatare è che Rodrigo Díaz fosse un cadetto in cerca di fortuna. Niente di più falso, era di nobili origini: suo nonno Flaín Muñoz era conte di León e il padre, Diego Flaínez, aveva accumulato, in cambio della sua militanza contro il regno di Pamplona, un patrimonio fondiario che comprendeva gran parte della regione di Burgos (quindi anche su Vivar); la madre Teresa Rodríguez, dal canto suo, era figlia di Rodrigo Álvarez, primo conte di Asturia e suo governatore. Sin da giovanissimo si abituò alla vita di corte.

Nel 1058 entrò al servizio di Ferdinando I di León come scudiero di Sancho, futuro re di Castiglia, e all’inizio del 1063 accompagnò il principe a Saragozza partecipando, contro lo zio di questi, Ramiro I di Aragona, alla difesa della taifa dell’emiro al-Muqtadir, alleato di Ferdinando I. Si distinse, soprattutto, durante l’assedio di Graus, paese che garantiva il controllo della fertile vallata dell’Ebro. Durante la difesa, però, Ramiro fu assalito da un soldato nemico di nome Sadada che era penetrato di nascosto nel campo travestito da cristiano, e morì trafitto da un colpo di lancia al volto. Secondo la Historia Roderici, composta verso il 1185, il giovanissimo Rodrigo (allora aveva circa 14 anni) partecipò ai combattimenti e si distinse per valore. Né fu questa l’unica occasione in cui combatté accanto al suo principe. Alla morte di Ferdinando, nel 1065, la vedova aveva assecondato la volontà del re dividendo il regno di León e Castiglia tra i suoi tre figli maschi: a Sancho II toccò quindi la Castiglia, ad Alfonso VI il León e a García I la Galizia. Anche le due figlie femmine furono interessate alla spartizione, ricevendo due signorie: ad Urraca la città di Zamora, ad Elvira quella di Toro.

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Le fasi della Reconquista spagnola tra l’anno 1000 e il 1212

Il giovane e ambizioso Sancho, però, non aveva alcuna intenzione di limitarsi al suo regno. Con l’aiuto di Rodrigo ingaggiò guerra contro quello di Pamplona e riuscì in breve tempo a riconquistare parte dei domini che il padre aveva perduto. Tuttavia la guerra dei “tre Sancho” (oltre Sancho II di Castiglia, a fronteggiarsi c’erano Sancho IV di Pamplona e Sancho I di Aragona) si concluse con la sconfitta.

Il re di Castiglia volle rifarsi subito dopo contro i fratelli nel tentativo di unificare il regno. Nel 1068 attaccò e sconfisse Alfonso VI a Llantada, sul fiume Pisuerga, e lo costrinse ad aiutarlo contro García che nel frattempo si era ritirato nella contea del Portogallo. Sconfitto anche García, nel 1072 Sancho volse le armi di nuovo contro Alfonso e lo battè a Golpejera grazie al determinante contributo di Rodrigo: costretto ad abdicare e mandato in esilio anche lui, Sancho II poteva finalmente riunire nelle sue mani il regno che era stato del padre.
La situazione, però, era tutt’altro che pacificata. I nobili del León, desiderosi di riacquistare l’indipendenza, si allearono con le due sorelle del sovrano, che si trincerarono nei rispettivi possedimenti. Ma se Toro cadde quasi subito, la signoria di Zamora, retta da Urraca, resistette all’assedio.

Dopo sette mesi, il 6 ottobre del 1072, Sancho II veniva assassinato a tradimento, forse da un amante della sorella, mentre perlustrava le mura. A quel punto Alfonso VI, rimasto unico erede, visto che Sancho non aveva figli, si candidò a re di Castiglia: l’epica fiorita intorno all’episodio (non la storia) aggiunge che egli riuscì a ottenere la corona solo dopo aver giurato, sul sagrato della chiesa di Sant’Agata di Burgos, di non essere stato lui, d’accordo con Urraca, a ordinare l’uccisione di Sancho.

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Monumento a El Cid nella città di Siviglia

Rodrigo, sempre secondo le narrazioni epiche, fu tra i promotori dell’ordalia. Egli aveva fino a quel momento ricoperto l’incarico di “armiger regis”, ossia di armigero reale: in cosa consistesse però con precisione questo ruolo non è chiaro. La Historia Roderici e altre fonti più tarde come il Carmen Campidoctoris (che risale al 1190 circa) sostengono che fosse comandante dell’esercito e vessillifero del re, ossia alférez (alfiere): in realtà tale carica assunse questa valenza solo con Alfonso VII nel secondo quarto del XII secolo e fu regolamentata da Alfonso X il Saggio nella seconda metà del XIII, quindi dopo la morte di Rodrigo, Ad ogni modo, qualunque fosse il suo vero ruolo, passò ora a García Ordóñez, che era uno dei suoi più accesi rivali.

Dalla gloria all’esilio L’abilità militare e l’intelligenza di Rodrigo gli procurarono tuttavia nel giro di breve tempo la piena fiducia da parte di Alfonso, che lo inserì tra i suoi collaboratori più stretti, come dimostrano i tanti documenti recanti la sua sottoscrizione assieme a quella dei funzionari che facevano parte della curia. Il favore del re risulta evidente anche dalla sua nomina a procuratore con l’incarico di seguire alcuni importanti processi, e soprattutto dal matrimonio, disposto dal sovrano in persona nel luglio del 1074, con Jimena Díaz, imparentata con la corona di Leon e con la più alta nobiltà asturiana. Cinque anni dopo, nel 1079, Rodrigo veniva mandato alla taifa di Siviglia, retta dal poeta al-Muʿtamid b. ʿabbād, per riscuotervi i tributi (parias). Al-Muʿtamid, all’epoca, era anche impegnato in guerra contro il regno di Granada. Poco dopo il suo arrivo in città, l’esercito granadino con i suoi alleati (tra cui c’era anche García Ordóñez ) attaccò Siviglia costringendo Rodrigo a prendere le armi accanto al re della taifa. La battaglia che seguì, a Cabra, fu vinta dal Campeador, che catturò l’Ordóñez e lo tenne in ostaggio per tre giorni. Ma invece di essere soddisfatto del suo operato, Alfonso si risentì moltissimo in quanto la spedizione militare non era stata da lui espressamente autorizzata. Inoltre il condottiero, invadendo il regno di Granada, aveva saccheggiato le terre della taifa di Toledo che erano sottoposte alla protezione della corona. L’ira del re, amplificata forse dalle invidie di alcuni membri dell’aristocrazia a lui vicini, ne comportò la caduta in disgrazia: l’8 maggio del 1080 Rodrigo firmava il suo ultimo documento da funzionario, dopo di che prendeva la via dell’esilio.

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Battaglia tra Cristiani e Mori in un manoscritto del sec. XIII

Rimasto senza un impiego, il Campeador cercò subito un signore da servire, rivelando un atteggiamento che, più che un eroe senza macchia e senza paura, lo designa, più prosaicamente, come un mercenario ante litteram. Provò con i conti di Barcellona, Ramón Berenguer II e Berenguer Ramón II (più tardi soprannominato il Fratricida: e infatti non avrebbe tardato a sbarazzarsi del fratello per esercitare il potere da solo), ma ricevette un netto rifiuto. Non restava allora che bussare alle porte di uno dei tanti regni di taifa, che nel turbolento scenario politico erano sempre impegnati in qualche guerra o guerriglia. Una cronaca moresca racconta che Rodrigo fu trovato da alcuni cavalieri mentre vagava, provato e assetato, per l’Andalusia. Condotto a Saragozza davanti a Yusuf al-Mu’taman ibn Hud, passò al suo servizio e poi, dopo la sua morte, a quello del figlio Al-Mustain II.

Al-Mu’taman aveva in effetti bisogno di un condottiero abile come Rodrigo. Benché sovrano di Saragozza, taifa tributaria del regno di Castiglia, il suo potere si estendeva di fatto soltanto sulla città, mentre il resto – Lérida e Tortosa, soprattutto – era in mano al fratello al-Mundhir. A capo del suo nuovo esercito, Rodrigo difese il re contro gli assalti non solo di al-Mundhir e di Sancho I Ramírez di Aragona, che sconfisse il 14 agosto 1084 a Morella, nei pressi di Tortosa, ma anche di Ramon Berenguer II, che due anni prima, nel 1082, aveva catturato ad Almenar e liberato solo dopo il pagamento di un pesante riscatto (ne faceva parte anche la sua spada, la celebre “Tizona”). Proprio a seguito della vittoria di Morella cominciò ad essere chiamato El Cid, dall’arabo sīdī, “signore”; pochi mesi dopo, era tra gli ospiti d’onore alle nozze fastose che si celebravano il 26 gennaio del 1085 a Saragozza, nella splendida reggia dell’Aljaferia, tra l’erede al trono al-Mustaín II e la figlia del re taifa di Valencia, Abu Bakr. Il suo prestigio era ormai alle stelle.

battaglia-di-alcudiaIl difficile rapporto con Alfonso Nella primavera del 1086, però, un nuovo pericolo si profilò all’orizzonte: i berberi Almoravidi, chiamati dai mori di Spagna a portar soccorso contro il prepotente Alfonso VI, che il 25 maggio dell’anno prima era entrato trionfalmente a Toledo e ora minacciava Saragozza cingendola d’assedio, attraversarono lo stretto di Gibilterra, sbarcarono ad Algeciras e invasero la penisola. Li guidava Yusuf ibn Tashfin, che il 23 ottobre otteneva contro Alfonso un’importante vittoria nella battaglia di Sagrajas. Fu una carneficina da ambo le parti: i musulmani chiamarono il terreno dove si combatté “al-Zallaqa”, che vuol dire terreno scivoloso, alludendo al sangue che scorreva sul campo. Lo stesso Alfonso, pur sopravvivendo, perse una gamba nello scontro.

In tutte queste azioni militari il Cid non appare. Il perché della sua latitanza non è noto. Ma è certo che il suo atteggiamento dovette sollevare non pochi sospetti a corte, ora retta da al-Mustaín II nel frattempo succeduto al padre. Rodrigo si era anche riavvicinato ad Alfonso dopo che questi era stato tratto in un’imboscata a Rueda de Jalón, salvandosi per miracolo, ma nonostante le profferte reiterate del re il condottiero aveva preferito per il momento restare al servizio dei mori. Fortunatamente per Alfonso, poco dopo la battaglia di Sagrajas, Yusuf ibn Tashfin era dovuto rientrare precipitosamente in Marocco per far fronte ai problemi succeduti alla morte del suo erede: le speranze di riscossa non erano dunque ancora del tutto perdute, a patto di riconciliarsi con il Cid e riportarlo al suo servizio.

La cosa avvenne, non è chiaro come, entro la fine dell’anno: nel primo semestre del 1087 la firma di Rodrigo appare infatti di nuovo in calce ai documenti rogati dalla corte e il suo nome al comando delle truppe che tra il 1087 e il 1089 assoggettarono i regni musulmani di Taifa di Albarracín e di Alpuente e difesero Valencia dalle mire di Al-Mundir e del conte di Barcellona. L’idillio con Alfonso era però destinato a rompersi di nuovo quando, giunto in ritardo in difesa del castello murciano di Aledo, fu accusato di non aver prontamente obbedito alla chiamata del re: privato dei suoi beni, fu esiliato per la seconda volta cercando rifugio, di nuovo, a Saragozza, dove trovò al-Mustaʿīn II ad attenderlo a braccia aperte.

Gli ultimi dieci anni di vita il Cid li trascorse dapprima creando e poi, una volta ottenutolo, consolidandolo, il suo dominio personale a Valencia. Per farlo dovette abbattere molti ostacoli, a cominciare dal redivivo Berenguer Ramon II, che sconfisse e catturò per poi rilasciarlo poco dopo: i due nemici, in ultimo, trovarono un accordo e la fine delle ostilità fu sancita dal matrimonio tra il nipote del conte di Barcellona, Ramon Berenguer III, e la più giovane delle figlie di Rodrigo, Maria. Da questa alleanza il Cid ottenne il protettorato su tutte le province musulmane a sudovest della Catalogna, ossia dei regni di Saragozza e Lerida. L’operazione di “accerchiamento” di Valencia fu completata con la conquista di una serie di città confinanti (tra cui El Puig e Quart de Poblet, sventando pure un tentativo di attacco da oparte di Alfonso che aveva chiamato in aiuto persino alcune galee da Genova e da Pisa) e soprattutto con la protezione concessa al re di Valencia Yaḥyā al-Qādir.

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La Cattedrale di Burgos, dove sono conservate le spoglie di El Cid

Una vita in guerra Fallito anche l’ultimo tentativo di riconciliazione con Alfonso, Rodrigo si diede anima e corpo al progetto che cullava da tempo: diventare signore di Valencia. L’occasione arrivò da una sommossa, iniziata nell’ottobre del 1092, a favore degli Almoravidi: il suo protetto al-Qādir rimase ucciso e il Cid pianificò l’assedio della città, che cadde il 17 giugno 1094 dopo oltre un anno di accerchiamento. Poco dopo, il 21 ottobre, gli Almoravidi, cacciati dalla città, subivano una disastrosa sconfitta a Cuarte (Quart de Poblet).

Divenuto principe di Valencia, il Cid cercò di consolidare il suo potere con una lungimirante politica matrimoniale che coinvolse le figlie, assoggettando le taifas di Jérica, Segorbe, Santaver, Alpuente, Albarracín, Tortosa e Lérida e alleandosi col nuovo re d’Aragona, Pietro I, figlio di quel Sancho Ramirez che era stato suo avversario in tante battaglie. In seguito fermò di nuovo gli Almoravidi a Bairén, nel 1097, occupando l’antica Sagunto e Almenara e rendendo suoi tributari i piccoli regni musulmani dei distretti vicini. Governò Valencia per un lustro, durante il quale si comportò in tutto e per tutto come un sovrano indipendente. Ebbe polso fermo ma anche qualche caduta di stile, come quando appena entrato in città catturò l’ex governatore Ibn Yahhaf, e lo fece torturare per sapere dove si celasse il tesoro: non riuscendoci, alla fine lo fece uccidere. Nel 1096 Rodrigo convertì la moschea maggiore in chiesa cristiana anche se per fondare la sede episcopale attese il 1098, data in cui appunto fece la donazione che sottoscrisse nel documento citato all’inizio. Ma l’uomo che visse tutta la vita in guerra non poteva certo morire in pace. Il 10 luglio (per altri a maggio, o a giugno), nel pieno dell’ennesimo assedio almoravide, Rodrigo Diaz moriva, la sua fibra forse provata dagli stenti. Non aveva nemmeno sessant’anni. Dopo tre anni la città capitolava, il 5 maggio 1102: Jimena lasciava la città portandosi dietro le ossa del marito, che seppelliva con tutti gli onori nel monastero di San Pedro de Cardeña, nei pressi di Burgos. Quel che restava di lui, profanato dai francesi nel 1808 durante la Guerra d’indipendenza spagnola, fu traslato nel 1842 nella cappella della Casa Concistoriale. Dal 1921 l’indomito guerriero, eroe e mercenario, riposa insieme alla moglie nella Cattedrale di Burgos.

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Una delle numerose statue equestri dedicate all’eroe della Reconquista spagnola

Protagonista dell’epica L’epopea di Rodrigo Díaz conquistò subito la fantasia di trovatori, dei giullari e dei poeti erranti, che diffusero le sue gesta dapprima in Spagna e poi in tutto il continente. Il poema più celebre che lo vede protagonista è il “Cantar de mio Cid”, composto da autore ignoto probabilmente tra il 1140 e il 1207 e conservato in un unico manoscritto oggi alla Biblioteca Nacional de España. Il testo fu vergato da uno scriba (per altri, l’autore effettivo del testo) che si firma Per Abbat: articolato in 3730 versi, è uno dei primissimi documenti letterari in lingua castigliana. Convenzionalmente viene suddiviso in tre parti: Canto dell’esilio, Canto delle nozze e Canto dell’oltraggio. Pur mantenendo un tono decisamente realistico rispetto al resto dell’epica europea medievale (si pensi, ad esempio, alla “Chanson de Roland”) ed essendo privo di quegli elementi magici tipici della letteratura del genere, il Cantar non può però essere considerato fonte storica attendibile. Né lo sono, almeno non del tutto, le altre opere medievali legate alle imprese del Campeador: dalla “Historia Roderici” (o “Gesta Roderici Campi Docti”), cronaca scritta in latino intorno al 1125 al “Carmen Campidoctoris”, poema scritto anch’esso in latino tra il 1083 e l’inizio del secolo successivo. Tutti questi testi sono agiografici e tendono a presentare il Cid come un campione della Reconquista, o addirittura un eroe nazionale ante litteram, cavaliere leale e coraggioso e fedele al suo signore: immagine assai lontana da quella, invece, del guerriero indomito e del fine stratega che mise la sua spada al servizio dei potenti allo scopo di raggiungere un potere territoriale personale.

©Elena Percivaldi
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