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Dante e l’Islam

I controversi rapporti tra Dante e la cultura islamica vengono esplorati a fondo nel libro di Massimo Campanini Dante e l’Islam. L’empireo delle luci (Studium, 2019). Il libro colma un vuoto lasciato nella memoria dell’Occidente. E indaga il retaggio del pensiero islamico in Dante, di cui offre anche una innovativa ipotesi biografico- intellettuale con particolare enfasi sul contesto politico. Ne emerge che i mondi, arabo ed euro-occidentale, non erano chiusi e reciprocamente ostili, ma continuamente interagenti al di là dello “scontro di civiltà”.

Il libro di Massimo Campanini ritorna su un tema tra i più intriganti della critica dantesca: i rapporti del sommo poeta con la cultura islamica. Si tratta di questione controversa: se, a vari livelli, non è possibile negare che Dante abbia almeno subito le suggestioni dell’Islam, d’altro canto molti specialisti, desiderosi di non contaminarne la grandezza con influssi esogeni, cercano in ogni modo di minimizzarli.

Si tratta di questioni che intersecano l’italianistica, l’islamologia e anche la filosofia medievale e che, in un’epoca sempre più aperta alle contaminazioni disciplinari, meriterebbero di sollecitare l’inter-disciplinarietà. Se pochi italianisti sono sufficientemente addentro alle questioni islamologiche, altrettanto pochi islamologi sono familiari con le sottigliezze filologiche dell’italianistica.

Per risalire a un’autorevole firma del passato, Francesco Gabrieli negava recisamente ogni influsso della poesia araba sul trobar provenzale. Arrivando a tempi più recenti, Alberto Casadei lamentava sulla “Lettura” del Corriere della Sera del 25 novembre 2018 come studi eruditi, ma basati, a suo avviso, su fragili riscontri testuali, ipotizzassero rapporti di Dante con testi “alieni” poco noti (per esempio quelli di Averroè) o con sistemi filosofici diversi dai consueti (il neoplatonismo invece del tomismo) grazie a interpretazioni azzardate: dimenticando però che il filone Dante-Islam ha una venerabile tradizione, da Bruno Nardi a Maria Corti fino ad arrivare, ancora nel 2015, a Jan Ziolkowski, Brenda Deen Schildgen, e altri.

Il più antico ritratto conosciuto di Dante Alighieri, databile tra il 1336 e il 1337, nel Palazzo dei Giudici a Firenze

Studiosi come Diego Quaglioni si sono spinti a sancire apoditticamente che la felicità come fine del consorzio umano è sviluppo “assolutamente originale”di Dante sulla base di Aristotele, mentre è un luogo comune dei filosofi musulmani come al-Farabi (vissuto nel X secolo), che Dante li abbia conosciuti o meno.

Un caso probante della problematicità dei rapporti tra il nostro poeta-filosofo e l’Islam rimane la vexata quaestio se egli si sia ispirato, nel concepire la Commedia, al Libro della scala di Maometto: anche se non esistono elementi probanti a dimostrarlo, tuttavia le somiglianze tra il “poema sacro” e l’aldilà musulmano tracciato nel Libro della scala sono tante e tali che è difficile escluderlo con altrettanta nettezza.
Dante stesso, del resto, offre motivo di dubitare: se, infatti, soprattutto nella Commedia , egli è piuttosto aspro e polemico contro l’Islam; d’altra parte, sempre nella Commedia ma ancor di più nel Convivio, teorizza una cosmologia in cui le tracce di arabismo sono evidentissime: dalla struttura fisica dei cieli al ruolo degli intelletti che muovono le sfere per appetito d’amore (e intellettivo).

Il libro di Campanini si occupa dunque di collocare meglio Dante in un orizzonte culturale in cui l’Arabismus diventava sempre più incisivo.
La corte di Federico II di Svevia, la cui inclinazione filo-araba è innegabile, fu una fucina di questa contaminazione tra i saperi dell’Oriente islamico e quelli della tradizione cristiano-latina. E Federico ha rappresentato una figura chiave per l’ideale dell’Impero nel Medioevo – un motivo centrale del pensiero politico di Dante. Alla corte di Federico II nacque la prima scuola poetica “italiana” di cui lo Stil Novo è stato una importante propaggine.
L’averroismo di Dante, l’averroismo e Dante rappresentano un altro punctum dolens. Vi sono ancora studiosi di prestigio, quali Luca Bianchi, che insistono a ridurre l’averroismo a una disputa di scuola, per così dire, senza un autentico spessore filosofico. Averroisti sarebbero semplicemente quei magistri che leggevano e commentavano Aristotele attraverso il pensatore arabo, senza condividerne teorie peculiari. Campanini, al contrario, cerca di evidenziare un averroismo di Dante che ne qualifica precipuamente il pensiero.

Averroè raffigurato nel Trionfo di San Tommaso di Andrea di Bonaiuto, nel Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella a Firenze

L’arabismo in generale emerge evidente, secondo Campanini, non solo, come si è già detto, nella cosmologia, ma anche nella discussione teologica: l’immagine di Dio come “luce etterna che sola in te sidi, sola ti intendi, e da te intelletta e intendente te ami e arridi” (Paradiso XXXIII, 123-125) riprende infatti in chiave trinitaria quella distinzione tra intelligenza, intelletto e intelligibilità che si reperisce sia in al-Farabi sia in Averroè.
Insomma, Dante si trovava al crocevia di molteplici influssi e correnti. Il libro di Campanini studia inoltre in un lungo e articolato capitolo la biografia di Dante offrendo una ricostruzione che ambisce a suggerire una nuova ipotesi.

L’evoluzione bio-bibliografica di Dante lo trasformerebbe da poeta in qualche modo “laico” a poeta mistico in cui però i retaggi della filosofia – e soprattutto della filosofia di impronta greco-araba attraverso al-Farabi e i commentari aristotelici di Averroè – continuano a operare in profondità. Metodologicamente l’autore rivendica il suo essere filosofo e non filologo, il che lo porta, forse, a audacie interpretative che la buona filologia non oserebbe. Ma, d’altro canto, la filologia senza la filosofia, cioè l’accademismo testuale senza la verve della speculazione, non è in grado di restituire gli autori del passato al tempo presente, e farne dei pensatori e poeti “vivi”, non imbalsamati nelle biblioteche.

Un manoscritto del XV secolo che mostra il viaggio di Mohammed da Mecca alla Moschea della Roccia di Gerusalemme e quindi al Cielo

Campanini accoglie spesso le tesi di Marco Santagata mentre si mostra più cauto con quelle di Giorgio Inglese, di cui comunque appezza il rigore dell’indagine.

La politica in ultimo viene a saldare tutti i fili: come infatti la metafisica di al-Farabi e Averroè è finalizzata alla costruzione della città virtuosa, così la Commedia di Dante si prefiggerebbe, nella analisi di Campanini, anche il fine etico-politico di riformare la società del tempo, l’Italia e l’Europa.
Dante, viator cristiano, concepiva se stesso come il profeta della palingenesi del mondo “medievale”.




Massimo Campanini è laureato in Filosofia e diplomato in lingua araba. Ha insegnato nelle università di Urbino, Milano, Orientale di Napoli e infine Trento. Attualmente è Accademico dell’Ambrosiana di  Milano and visiting professor allo IUSS Pavia e al S. Raffaele di Milano. Fin dagli inizi della sua carriera accademica si è occupato di studi coranici, di pensiero filosofico e politico medievale e moderno, e di storia contemporanea dei paesi arabi. Ha tradotto dall’arabo all’italiano opere di al-Ghazali, al-Farabi e Averroè. Tra le sue monografie The Qur’an, Modern Muslim Interpretations (Routledge 2011),  Philosophical Perspectives on Modern Qur’anic Exegesis (Equinox 2016), Al-Ghazali and the divine (Routledge 2018).

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