Cracovia val bene una messa

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Un’opera contemporanea sul battesimo del duca Mieszko I nel 966

Il 14 aprile 966 è la data più importante della storia religiosa dell’Europa orientale.

Lo chiamano il Battesimo della Polonia, anche se a battezzarsi – in quel sabato santo – non è certo una nazione (che, peraltro, ancora non esiste) e nemmeno il suo re. Ad aderire alla fede a Cristo è un “semplice” duca; e non lo fa perché è rimasto folgorato dalla lettura del Vangelo, dalla predicazione di un missionario o dal sacrificio di un martire. Lo fa perché la moglie insiste tanto e conviene assecondarla se si vogliono allargare i domini e trasformarli in un regno vero e proprio; conviene davvero immergersi nel nuovo che avanza, se si vuol portare una tribù di barbari slavi nel cuore della civiltà europea.

Mieszko in un quadro del pittore Jan Matejko

Mieszko in un quadro del pittore Jan Matejko

Con tutto il suo scetticismo di fondo, infatti, Mieszko I Piast si trascina dietro un intero popolo, che proprio grazie a quel battesimo diventa nazione: la nazione più cattolica al mondo, che da quel momento vedrà nella patria e nella fede cattolica una cosa sola.

Per secoli l’aquila e la croce terranno alto l’orgoglio del popolo polacco, lo guideranno in ogni lotta di conquista e di difesa, veglieranno sul paese e lo incoraggeranno nella resistenza: contro i tedeschi, contro gli austriaci, contro i russi, contro i nazisti, contro i comunisti, contro infine, almeno per alcuni partiti di oggi, un’Unione Europea giudicata come minacciosa.

Tutto era cominciato intorno al V secolo quando, secondo la leggenda, tre fratelli avevano lasciato la loro terra, nell’attuale Ucraina: si chiamavano Lech, Czech e Rus, e ognuno era partito, con la sua famiglia, per una direzione diversa: Rus era andato a Est, e aveva dato vita alla Russia, mentre Cezch e Lech si erano diretti verso Ovest.

Arrivati nel mezzo di una grande pianura, i due fratelli si erano trovati di fronte al nido di un’aquila bianca.
Lech lo aveva visto come un segno dei cieli, e aveva deciso di fermarsi lì, fondando la città di Gniezno e scegliendo quell’aquila come emblema del suo popolo. Czech, invece, aveva proseguito verso sud, diventando il padre dei boemi.

Secondo un’altra leggenda la tribù fondata da Lech aveva trovato la sua guida grazie a un singolare episodio: era l’anno 842 e il custode del palazzo di uno degli uomini più potenti della città stava festeggiando il settimo compleanno di suo figlio.

Non si conosce il nome dell’uomo: tutti lo chiamavano semplicemente “Il guardiano” (Piastum, in polacco). Alla festa di compleanno si presentarono due sconosciuti che furono accolti con grande ospitalità, e per ringraziare il padrone di casa fecero un curioso incantesimo alla sua cantina: la riempirono magicamente di ogni ben di Dio.
Così ben fornito, il “Piasto” aveva potuto tenere talmente tanti e ricchi banchetti da guadagnarsi il favore dell’intero popolo ed essere acclamato suo duca.

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Le regioni della Polonia

Una diversa versione della leggenda vorrebbe Piasto designato addirittura dagli angeli a guidare il paese; angeli pagani s’intende, visto che in quel momento il Vangelo di Cristo è ancora lontano dalla terra dell’aquila bianca: sta di fatto che saranno i Piast a trasformare i polani in un vero popolo, sottomettendo tutte le altre tribù slave che abitavano tra i fiumi Oder e Bug e tra i Carpazi e il Mar Baltico; nel X secolo Siemomysł, nipote di Piasto, era riuscito a integrare nel ducato le terre della Masovia, della Cuiavia e della Grande Polonia, scegliendo Poznan come capitale.

Nel 935 era nato suo figlio Mieszko, che a trent’anni sposa Dubrawka di Boemia, figlia del duca Boleslao I e – in qualche modo – sua lontanissima parente, almeno a dare credito alla leggenda dei tre fratelli slavi.

Non è stato esattamente l’amore, a far sposare Mieszko e Dubrawka, così come non è esattamente la fede, a far scegliere al duca il battesimo cristiano.

Peraltro non è nemmeno esattamente un fiorellino, la principessa boema: i cronisti la definiscono una “donna fatta”, insomma matura, per non dire anzianotta. Quantunque gli storici abbiano opinioni molto discordanti in materia, non è escluso che la principessa abbia addirittura 25 anni al momento del matrimonio: a quell’epoca non proprio un età da marito. D’altra parte non è mica di primo pelo: prima di combinare le nozze con Mieszko è stata sposata con Gunther, marchese del Sacro Romano Impero germanico, con il quale ha avuto anche un figlio.

Il matrimonio sancisce l’accordo di pace tra polani e boemi siglato nel 964 e seguito a secoli di tensioni tra i due popoli. Un ostacolo si è però frapposto alle nozze: la religione.

Dubrawka – come tutti i boemi – è cristiana, e non ha alcuna intenzione di sposare un sovrano ancora pagano. La donna pone quindi come condizione del matrimonio la conversione del fidanzato, che – da parte sua – cerca di prendere tempo.

Le nozze vengono celebrate in Polonia nel 965, ma la principessa si presenta nel maestoso castello di pietra di Ostrow Lednicki con uno stuolo di dignitari religiosi venuti per concordare con la corte di Mieszko l’organizzazione del battesimo.

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Il Castello del Wawel (Zamek wawelski) sorge a Cracovia su una collina lambita dalla Vistola. Fu dimora dei reali di Polonia dal 1038 al 1596. Oggi ospita importanti pezzi d’arte e la “Dama con l’ermellino” di Leonardo da Vinci. Per la mitologia, in una caverna sotto al castello viveva un drago: il Drago del Wawel, dal quale deriva l’appellativo “montagna del drago” per la città

Più che una conversione sulla via di Damasco, dunque, quella del duca è una conversione sulla via di Cracovia. La “montagna del drago”, destinata a diventare la più importante città della Polonia, per secoli capitale del paese, è infatti ancora boema e fa parte del patrimonio portato in dote dalla principessa.

Anzi no, in realtà non farebbe parte della dote – nelle intenzioni di Boleslao – ma una volta imparentatosi con il duca rivale, Mieszko si sentirà libero di conquistare la città con tutti i suoi villaggi senza troppi spargimenti di sangue e ritorsioni politiche.

Cracovia val bene una messa, pensa – mentre, nella notte del sabato santo dell’anno 966 – riceve solennemente il battesimo cristiano.

Dubrawka farà costruire diverse chiese, come quella della Santissima Trinità a Gniezno e quella della Vergine Maria nell’isola di Ostrów Tumski a Poznań e – nel 968 – farà erigere la prima diocesi polacca a Poznan, per poi morire nel 977. Il marito farà ancora di più, esattamente come il suo popolo, che diventerà nei secoli assai più cattolico di quello boemo.

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Il documento Dagome iudex, nel quale compare per la prima volta la parola “Polonia” (Foto: Kulaszewicz)

Rimasto vedovo e risposatosi con la marchesina tedesca Oda di Haldensleben (anche qui senza troppo romanticismo, visto che la farà rapire da un monastero) Mieszko arriverà nel 991 a dichiararsi vassallo dello Stato della Chiesa con il documento Dagome iudex, che sarà anche il primo della storia a contenere la parola “Polonia”.

Dal punto di vista pratico il matrimonio fra Dubrawka e Mieszko porterà ad un’alleanza duratura, tanto che il 21 settembre 967 il sovrano polacco sarà affiancato dai boemi nella guerra contro gli uomini della Volinia guidati da Wichmann il giovane, mentre nel 973, dopo la morte dell’imperatore Ottone I di Sassonia, Mieszko e il cognato Boleslao II si uniranno nel sostegno della candidatura di Enrico II, duca di Baviera.

Di fatto il battesimo di Mieszko dà vita allo stato polacco e rivestirà un ruolo fondamentale non solo nella vita religiosa del paese ma nella sua stessa identità: con la conversione al cristianesimo quell’insieme di tribù di barbari entra, come si diceva, nel mondo cristiano romano-occidentale, diventandone protagonista.

Nel 997, cinque anni dopo la morte di Mieszko, un altro boemo segnerà la storia religiosa del giovane paese: Sant’Adalberto (Wojciech) vescovo di Praga, andrà ad evangelizzare il nord della Polonia fondando la città di Danzica. Ucciso dai pagani, sarà sepolto a Gniezno diventando il primo patrono della Polonia e facendo dell’antica città la capitale religiosa del paese. Un ruolo mantenuto sempre nel corso dei secoli: a Gniezno rimarrà il primato della Chiesa polacca anche quando la capitale sarà trasferita a Cracovia (e l’arcivescovo diventerà il viceré del paese), e anche quando verrà spostata ancora a Varsavia.

Solo l’unione delle diocesi di Gniezno e Varsavia nel 1946 porterà il primate di Polonia nell’attuale capitale, e solo per mezzo secolo: quando le due diocesi torneranno autonome, nel 1992, il capo della chiesa polacca resterà l’arcivescovo di Varsavia Jozef Glemp, ma solo a titolo personale. E dopo la sua morte il primate di Polonia tornerà ad essere l’arcivescovo di Gniezno; che però, a differenza di quelli di Varsavia e di Cracovia, non è cardinale. Ma importa poco: dopo tutto, quando la Polonia è diventata cristiana i cardinali non esistevano ancora.

E nemmeno la gloria del cardinale Wyszynski (arcivescovo di Varsavia ed eroe della resistenza cattolica sotto il comunismo) o quella di san Karol il Grande (arcivescovo di Cracovia e primo papa polacco) sono riusciti a mettere in ombra la tradizione avviata dal cinico e opportunista duca Mieszko, che sottomettendosi alla moglie fece della Polonia un paese europeo. Il paese più cattolico d’Europa.

Arnaldo Casali

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