Chiarissima Chiara

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La Tavola del Maestro di Santa Chiara, capolavoro della fine del XIII secolo e prima opera agiografica dedicata alla fondatrice delle Clarisse

Un bagliore improvviso aveva illuminato la notte e una scia di fuoco si era trascinata a terra in un battito.
Chiara aveva ammirato quello spettacolo dal suo lettuccio di paglia, attraverso la finestra del dormitorio che incorniciava il cielo stellato. Poi non aveva resistito alla tentazione, e come faceva da bambina, aveva espresso un desiderio.

Ora le mani rugose stringono la pergamena da cui pende il rosso sigillo di ceralacca.
Fa un caldo terribile, in questo 11 agosto dell’anno 1253 dall’incarnazione del Signore, ma Chiara sembra non sentirlo: abbraccia come un’amante quella regola fresca di bolla pontificia, non smette di baciarla. È un refrigerio, è una benedizione, è il traguardo di una vita intera; è la vittoria finale dopo una lotta senza quartiere durata oltre vent’anni: un braccio di ferro con il Papa che ha messo a dura prova la sua fede, il suo coraggio, la sua determinazione.

Ma ora ha vinto: due giorni fa è arrivata da Roma la sospirata approvazione: l’approvazione della prima regola monastica scritta da una donna.
È stata durissima ma ce l’ha fatta, Chiara, e ora può morire in pace. Sì, può morire in pace, finalmente, perché nessuno ormai potrà più distruggere la sua utopia, nessuno potrà censurare la sua esperienza: il sogno di Francesco è nero su bianco, con tanto di bolla papale.

Ci avevano provato in tutti i modi, a normalizzare la sua rivoluzione. Avevano tentato di costringerla a diventare una monaca qualunque, ad accettare rendite e privilegi, a seguire regole astratte scritte da uomini come facevano tutte le altre donne, a chiuderla in convento sotto stretta clausura, a farle interpretare la parte della dolce discepola del Serafico Padre; a incarnare il sesso debole in un idillio mistico-amoroso con il Giullare di Dio, il Poverello di Assisi, l’Altro Cristo.

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Codice Membranaceo contenente la regola delle Clarisse (Oristano, Archivio del convento di Santa Chiara)

Volevano farla stare al suo posto, chiusa tra le sbarre a offrirsi al mondo come Reverenda Madre, la bella statuina nel presepe francescano.

Ma non avevano capito con chi avevano a che fare: Chiara aveva sfidato lo stesso Papa, per costringerlo ad accettare le sue condizioni; era arrivata a fare una sorta di sciopero della fame, rifiutando ogni forma di assistenza materiale per protestare contro le disposizioni che volevano dividere fratelli e sorelle.
Il papa aveva proibito ai frati minori di visitare i monasteri delle clarisse, e Chiara aveva reagito cacciando anche quelli che portavano le elemosine: “Ce li tolga tutti allora i frati, dato che ci toglie quelli che ci porgono il nutrimento di vita”. E il papa, immediatamente, aveva dovuto fare marcia indietro.

“Chiara di nome, più chiara per vita, chiarissima per virtù” aveva scritto Tommaso da Celano in un imbarazzante capitolo della sua biografia di Francesco.
Aveva appena 36 anni, Chiara, quando Tommaso aveva pubblicato la sua Vita di san Francesco, ma il frate scrittore l’aveva già messa sull’altare, parlando di lei come di una santa: “Pietra preziosa e fortissima divenne la pietra basiliare per tutte le altre pietre di questa famiglia religiosa”; “nobile per grazia; vergine nel corpo, purissima di spirito; giovane di età, matura per saggezza; costante nel proposito, ardente ed entusiasta nell’amore a Dio; piena di sapienza e di umiltà”.
“Ma cosa scrive, questo? – aveva esclamato stizzita leggendo quelle pagine – Non sono ancora morta, io!”.

Ma le cose si erano capovolte, con il tempo: vent’anni dopo Chiara era stata punita per la sua ribellione al papa con una sorta di damnatio memoriae: nella Seconda vita scritta da Tommaso da Celano su Francesco, infatti, il suo nome era stato completamente rimosso. Tanto era stata esaltata nel primo libro, quanto ignorata nel secondo.
Ma di questo a lei certo importava ben poco: quello che le interessava era che – pur senza citarla – nel suo secondo libro Tommaso ci avesse infilato anche i suoi, di ricordi. Ma soprattutto, voleva ottenere una nuova vittoria: Il Privilegio della povertà, ovvero il Privilegio di non avere alcun privilegio. Che detto così sembra quasi una battuta spiritosa, ma invece era una cosa terribilmente seria. E aveva dovuto forzare la mano a Gregorio IX, per ottenerlo. Perché era una richiesta inaudita: ogni monastero al mondo si sostentava con rendite, proprietà, privilegi. Ma Chiara non aveva nessuna intenzione di fare la monaca: lei voleva condividere la vita di assoluta povertà di Francesco e dei suoi compagni. Lei e le sue sorelle, quindi – esattamente come i frati – dovevano vivere del lavoro delle proprie mani e delle elemosine; senza alcuna sicurezza, senza alcuna garanzia, e senza alcun genere di protezione.
“Se è per il voto che temi – le aveva detto Gregorio – noi ti sciogliamo dal voto”. “Santo padre – aveva risposto lei – per nulla mai desidero essere sciolta dalla sequela di Cristo!”.

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Tommaso da Celano, primo biografo di San Francesco

Infine, la Regola: la cosa più difficile. Perché non si è mai vista una donna che si mette a scrivere una regola. Le regole le fanno gli uomini, e le donne si limitano a seguirle.
Il cardinale Ugolino, che poi era diventato Gregorio IX, ne aveva scritta una per tutte le monache che – in giro per il mondo – avevano voluto seguire l’esempio di Francesco. E tutte le abbadesse dei monasteri francescani l’avevano accettata. Tutte, tranne Lei. E alla fine, dall’ennesimo braccio di ferro con il Laterano era uscita vittoriosa. Alla fine, è proprio il caso di dire. Perché è arrivata giusto l’altro ieri, l’approvazione definitiva della sua regola.
E ora finalmente Chiara se ne può andare: può abbandonare questo corpo martoriato, chiudere gli occhi e immergersi nell’eterno. E riabbracciare finalmente Francesco, dopo 27 lunghissimi anni.
Ricorda ancora come fosse avvenuto un’ora fa il loro primo incontro, e quella notte magica, a Santa Maria degli Angeli.

Una gioia immensa, la più grande che avesse mai provato. Tutti riuniti in quella piccola chiesetta; l’aria fresca di quella notte di primavera.
Francesco in persona le aveva tagliato i capelli, poi Chiara si era spogliata dei suoi vestiti da nobildonna e aveva indossato il sacco delle contadine.

Tutti erano profondamente eccitati, ma nello stesso tempo turbati nel pensiero di quello che le sarebbe potuto accadere, nella preoccupazione di dove poterla rifugiare. Perché sapevano bene che Chiara non avrebbe mai potuto vivere con loro; che la cosa li avrebbe inevitabilmente associati agli eretici, proprio ora che il Papa li aveva onorati della sua approvazione. Solo tra gli eretici, infatti, si trovano donne e uomini che convivono.
Ma Francesco aveva già pensato a tutto: l’aveva fatta subito portare nel ricco e potente monastero benedettino di San Paolo delle abbadesse. Non a fare la monaca, però, beninteso, ma la serva: la serva delle monache.

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Gregorio IX in un antico capolettera

Qui erano arrivati lo zio Monaldo con tutto il parentame a cavallo e armati fino ai denti, ben determinati a non accettare uno scandalo simile. Avesse fatto la monaca – in un convento così importante, poi – non avrebbero avuto niente da ridire. Ma che un membro della loro famiglia si potesse ridurre in quello stato, a fare la servetta, no, era un’infamia che la famiglia di Offreduccio non poteva permettersi.

Avevano tentato di portarsela via, prima con le buone e poi con le cattive, ma Chiara si era aggrappata alla tovaglia dell’altare e si era tolta il velo, mostrando la testa rasata. Era un segno inequivocabile: Chiara era a tutti gli effetti una penitente, e quindi – esattamente come Francesco – era passata sotto la giurisdizione della Chiesa. Nulla poteva fare, a questo punto, la famiglia, per impedirle di seguire la sua strada, e Monaldo e i cugini se ne erano dovuti tornare ad Assisi con le pive nel sacco.
Dopo quello spiacevole incidente, però, le monache l’avevano gentilmente pregata di accomodarsi fuori dal convento, ché altre rogne del genere non le volevano. D’altra parte fare la conversa in un monastero di abbadesse altolocate non era certo l’aspirazione di Chiara, che era stata piuttosto contenta di andarsene subito.
Francesco, ancora una volta, si era occupato di trovarle una sistemazione, e alla fine l’aveva portata nel convento della chiesa di Sant’Angelo.

D’altra parte il grande santo non poteva far mancare “un aiuto al sesso più debole – come scriverà l’anonimo compilatore della Legenda Sanctae Clarae virginis – il quale, preso dal gorgo della libidine, era attratto dalla volontà ed ancor più vi era spinto dalla fragilità”.

Ma la verità è che non era stato Francesco, a convertire Chiara, checché se ne dica: altro che sesso debole! Lei aveva scelto di dedicare la sua vita al Vangelo prima ancora che lo facesse lui, anche se era ancora soltanto una bambina.

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La Chiesa di San Paolo delle Abbadesse si trova al di fuori del nucleo abitato di Bastia Umbra, poco lontano da Assisi. L’edificio, eretto tra l’XI e il XII secolo, era collegato ad un monastero benedettino femminile. Nel 1212, su richiesta di San Francesco d’Assisi, accolse per alcune settimane Santa Chiara d’Assisi, ma i suoi familiari tentarono, anche in modo violento, di riportarla a casa

Lui ci aveva messo una vita, per capire cosa voleva davvero dalla vita: era stato un ricco commerciante, il re della gioventù di Assisi: era felice, aveva tutto quello che un uomo può desiderare, e sapeva divertirsi. Poi quell’ansia di ulteriorità che lo tormentava, lo aveva portato sulla strada della guerra: voleva farsi crociato, per guadagnarsi un titolo nobiliare. Poi era andato a combattere i perugini. Infine, quando aveva ormai 24 anni, aveva dato di matto: aveva regalato ai poveri tutte le sue ricchezze e si era messo a vivere in mezzo ai lebbrosi.
Il padre lo aveva trascinato in tribunale, e il processo si era svolto sulla piazza di San Rufino, proprio dove si affacciava il palazzo della famiglia di Chiara e lei lo aveva seguito, quel processo, affacciata alla finestra.
Aveva 12 anni, a quei tempi, ma aveva già iniziato a rifiutare proposte di matrimonio e deciso di seguire la strada della povertà. Mentre lui si spogliava completamente nudo di fronte a tutta la città, lei indossava umili maglie sotto i vestiti sontuosi, per assaggiarne almeno un po’, di umiltà. E per il resto, faceva quello che poteva; quello che può fare una giovane nobildonna di città: tanta elemosina, fino al punto di privarsi spesso del cibo per mandarlo ai più bisognosi; continuava a rifiutare le sempre più frequenti proposte di matrimonio della migliore gioventù di Assisi. Non voleva sposarsi, ma non voleva nemmeno farsi monaca. E certo di alternative a quel tempo non ce ne erano mica.
Ma era stato proprio quel matto a indicarle la strada: la strada della follia; perché l’amore – l’amore quello vero – è così: al cuore non si comanda.

Era un nemico, oltre che un matto, Francesco di Bernardone. Apparteneva a quella borghesia che aveva cacciato la famiglia di Offreduccio da Assisi – una decina di anni prima – insieme a tutti i “maiores”, la nobiltà che abitava nella parte alta della città. Quelli si erano rifugiati a Perugia, e poi i perugini – con il loro appoggio – avevano attaccato gli assisani.

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San Francesco rinuncia ai beni terrenni, la quinta delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi, (Giotto, 1295 -1299)

Francesco, al tempo in cui inseguiva ancora sogni di gloria militare, catturato a Collestrada era rimasto per un anno nelle prigioni di Perugia, ed era tornato parecchio malconcio. Si diceva che fosse proprio la malattia, ad avergli dato alla testa. Ma ora era proprio quella follia a tracciare la strada.
Se l’aveva fatto Francesco, di spogliarsi tutto e vivere in mezzo ai poveri, poteva farlo anche lei. Non si era fatto mica monaco, lui, né tantomeno prete. Altro che maiores, il suo gruppo si faceva chiamare “minores”. Era esattamente questo che Chiara voleva dalla vita: da sorella maggiore voleva diventare una “sorella minore”.
Aveva iniziato con la beneficenza, mandando delle elemosine agli operai della Porziuncola. Poi anche suo cugino Rufino si era unito a quell’allegra brigata e lei – ormai diciottenne – aveva deciso che era arrivato il suo turno.
Era riuscita ad incontrarlo diverse volte. Una volta Francesco stesso si era presentato in persona al palazzo degli Offreduccio ma Monaldo, lo zio di Chiara che aveva preso il comando della famiglia dopo la morte del padre Favarone, lo aveva cacciato. Allora si era mossa Chiara, accompagnata dall’amica d’infanzia Bona di Guelfuccio, per andare a trovarlo.
Erano stati incontri clandestini, segreti e brevi, che a vederli non ci avrebbe creduto nessuno, che quell’interesse era di natura divina e non sessuale. Anche perché quando stavano insieme, Chiara e Francesco, facevano scintille; in ogni senso: le parole di Francesco la infiammavano e la illuminavano. Qualche anno dopo, l’unica volta in cui Chiara si era recata alla Porziuncola per pranzare con Francesco e i suoi compagni, da Assisi erano accorsi con le tinozze d’acqua, convinti che ci fosse un incendio, tanta era la luce che si era irradiata da quella valle.
Dunque bisognava tenere a freno le malelingue: la città è piccola e la gente mormora. E cosa avrebbero detto di una giovane e aristocratica zitella che si vede con una sorta di eccentrico penitente senza abito né regola?
Nel corso di quei rari e brevi incontri, comunque, Chiara aveva comunicato a Francesco la sua ferma intenzione di seguirlo. Era una donna più che matura e bisognava prenderla sul serio. Anche perché aveva già regalato tutti i beni della sua dote ai poveri, rifiutandosi di venderli ai parenti stessi che avevano offerto un prezzo altissimo. “Non si possono truffare i poveri” aveva detto lei. E Francesco l’aveva presa sul serio davvero. E per il grande momento non aveva lasciato niente al caso: come giorno aveva scelto la Domenica delle Palme, e aveva stabilito un messaggio in codice per segnalare l’approvazione da parte della Chiesa.
Entrata in Cattedrale, Chiara – a differenza di tutte le sue amiche – non era andata a prendere il ramo d’ulivo dalle mani del vescovo; lo stesso vescovo Guido, però, vedendola si era mosso dall’ambone, aveva sceso i gradini e aveva raggiunto la ragazza, consegnadole la palma.
Quella notte, poi, era fuggita dal palazzo di famiglia uscendo dalla porta dei morti, sul retro: quella chiusa, che si apriva – appunto – solo per far passare i cadaveri. E lei stessa si era dovuta adoperare per sgombrarla e forzarne la serratura.

Poi l’affannato cammino per le vie deserte di Assisi, l’uscita dalla porta della città, con la complicità di una guardia. E infine la corsa gioiosa per il bosco con la sua accompagnatrice fino a quando – nel luogo convenuto – non si erano incontrate con due fraticelli.

Si erano guardati pieni di eccitazione, di affanno, di sorriso. I lunghi capelli biondi sciolti le ricoprivano le spalle come un manto dorato; la torcia in mano; e gli occhi neri che sprizzavano gioia.

Senza pronunciare una parola, si erano incamminati verso la Porziuncola, dove li aspettavano Francesco con gli altri.

Si sentiva confusa e felice mentre gli otto piedi marciavano gioiosi verso Santa Maria degli Angeli e quando era arrivata in vista della minuscola chiesa aveva visto brillare decine di fiaccole.

“Non lasciarmi sola!” esclama tra i singhiozzi Agnese, ridestandola dai suoi ricordi.
Chiara si guarda intorno e si accorge di essere circondata da tutte le sue sorelle: Francesca, Benvenuta, Illuminata, Pacifica, Cristiana. Ci sono anche frate Leone e frate Angelo, che per quasi trent’anni si sono assunti la responsabilità di custodire la memoria di Francesco contro i tentativi di “normalizzazione” operati dalla Curia romana e dai vertici dell’Ordine. Grazie a Leone e Chiara, il monastero di San Damiano è diventato un vero e proprio centro di resistenza francescana; Leone ha affidato a Chiara i rotoli con le sue memorie e Chiara – a sua volta – ha affidato i suoi a Leone.
“Non lasciarmi sola, sorella mia!” ripete Agnese piangendo.

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Il Monastero di Sant’Angelo di Panzo, sulle pendici orientali del Monte Subasio, sotto l’Eremo delle Carceri

Non aveva resistito quindici giorni, Caterina, senza la sorella maggiore. Aveva sedici anni, quando Chiara se ne era andata di casa. E dopo due settimane l’aveva raggiunta nell’eremo di Sant’Angelo in Panzo: un antico convento semi-diroccato ma da cui sgorgava una sorgente che alimentava tutta Assisi. Mai metafora era stata più appropriata e le due sorelle erano felici di vivere lì, insieme ad altre donne laiche, che avevano deciso di fare vita comune in preghiera e in penitenza, ma senza prendere i voti.

Monaldo e il resto della famiglia, però, dopo aver tentato invano di riportare a casa la primogenita, avevano deciso di riprendersi almeno Caterina. D’altra parte la sorella minore, a differenza di Chiara, non aveva ricevuto nessuna tonsura e non rientrava dunque in alcuno status ecclesiastico: era solo una laica che era scappata di casa e si era rifugiata in una Chiesa. Con lei, dunque, la famiglia non si era fatta problemi: erano arrivati in dodici al convento e avevano chiesto pacificamente di entrare.
Poi si erano diretti verso Caterina: “Perché sei venuta in questo luogo? – le avevano detto – Affrettati al più presto a tornare con noi!”.
Di fronte al rifiuto della ragazza, l’avevano agguantata e trascinata di peso fuori dalla chiesetta. Il problema è che quel peso si era fatto sempre più pesante. Chiara era assorta nella preghiera mentre i cugini non riuscivano più a muovere il corpo di Caterina. “Avrà mangiato piombo a cena!” avevano sghignazzato, strappandole i vestiti e i capelli. Avevano chiamato anche soccorsi, facendosi aiutare da contadini arrivati dai campi e dalle vigne, ma era stato del tutto inutile. Allora Monaldo, furioso, le aveva sferrato un pugno violentissimo in faccia con il guanto di ferro. Quel pugno, però, non era mai arrivato a destinazione perché all’improvviso lo zio era stato colto da un dolore atroce al braccio e il drappello se ne era dovuto tornare a casa, ancora una volta con le pive nel sacco.

Venuto a conoscenza dell’accaduto, Francesco aveva tagliato i capelli anche a Caterina, e le aveva cambiato nome in Agnese “perché mansueta come un agnello” aveva battuto quella congrega senza alzare una mano, armata solo della sua determinazione e delle preghiere di Chiara.

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La chiesa di San Damiano, alle porte di Assisi

Poco dopo Francesco aveva capito che non si trattava più di trovare un luogo adatto per accogliere una giovane penitente: stava nascendo già una nuova comunità, proprio come era accaduto a lui quando l’amico Bernardo di Quintavalle gli aveva detto di voler condividere la sua vita.
E se la comunità dei fraticelli si era rifugiata a Santa Maria degli Angeli, bisognava trovare un posto anche per le sorelle. La scelta era caduta su San Damiano, la chiesetta diroccata che Francesco stesso aveva restaurato con le sue mani e dove aveva vissuto per un periodo.
Poco tempo dopo le due sorelle erano state raggiunte da Pacifica di Guelfuccio, la sorella di Bona (che, invece, aveva scelto di sposarsi), poi Benvenuta, originaria di una nobile famiglia di Perugia, e poi tante altre ragazze, quasi tutte di origini aristocratiche.
La prima ad andarsene, invece, era stata proprio Agnese: Francesco l’aveva mandata in giro per l’Italia a fondare nuovi monasteri delle Povere Dame: si era stabilita a Monticelli, in Lombardia e poi aveva passato tutta la vita a fondare monasteri nell’Italia centrale e settentrionale.
Solo adesso che ha 58 anni è finalmente tornata a San Damiano dalla sorella, e non ha nessuna intenzione di separarsene ancora.

“Non lasciarmi sola!” grida ancora Agnese piangendo.
“Sorella carissima – risponde Chiara – piace a Dio che io me ne vada, ma tu smetti di piangere perché poco tempo dopo di me, anche tu verrai al Signore e il Signore ti darà una grande consolazione prima che me ne vada da te”.

Agnese si asciuga le lacrime e sorride. Beatrice guarda le due sorelle, prima l’una poi l’altra; cerca i loro sguardi, per capirci qualcosa anche lei. Sorelle in ogni senso, perché Beatrice è stata la terza, della famiglia, a unirsi alle Povere Dame di San Damiano. E non l’ultima: qualche tempo dopo addirittura la loro madre – Ortolana – aveva deciso di entrare in quello strambo monastero. L’unica delle sorelle a prendere marito era stata Penenda, la secondogenita, e alla fine a San Damiano – tra parentele di sangue e parentele di spirito – non ci si capiva più niente: perché Ortolana era madre carnale e figlia spirituale di Chiara, e viceversa, e non si sapeva più chi doveva chiamare madre chi.
“Ma importa poco – amava ripetere la badessa – perché qui non ci sono più madri né figlie: siamo tutte sorelle”.

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Santa Chiara dipinta da Giotto con l’attributo del giglio

“Siamo tutte… tutte sorelle” ripete Chiara con voce sempre più flebile, tra i colpi di tosse.
“Mangia qualcosa – le fa Beatrice – sono diciassette giorni che non tocchi cibo”.
“Sono allenata” sorride lei.

Se c’è qualcosa su cui Chiara si era trovata in dissenso persino con Francesco, era il digiuno. Lei ne aveva fatto quasi una cifra stilistica: non solo praticava il digiuno due volte a settimana nei periodi normali e tutti i giorni durante la Quaresima, ma addirittura alternava giorni di digiuno con giorni in cui non mangiava proprio nulla. E solo il fine settimana, in periodo di festa, si concedeva un bicchiere di vino. Non c’era da stupirsi, se Chiara ancora giovane aveva finito per ammalarsi.

Francesco, da parte sua, aveva visto quegli eccessi di mortificazione come una forma di fanatismo e una mancanza di rispetto nei confronti del proprio corpo, che è un dono di Dio.
Digiunava anche lui, certo, ma solo per dare il buon esempio ai suoi compagni e per tenere a bada gli istinti: voleva dominare il proprio corpo, distaccarsi dai bisogni materiali, ma non c’era in lui nessuna intenzione di affliggere l’organismo. Anzi: amava le cose buone e i mostaccioli di frate Jacopa.
Ma non era bastato nemmeno il suo ascendente su Chiara per farle cambiare idea: alla fine il nostro era stato costretto a ricorrere all’autorità del Vescovo per costringerla a non lasciare passare un giorno senza mangiare almeno un’oncia e mezza di pane.

Anche sul letto, Francesco aveva dovuto alzare la voce. Non amava certo i cuscini di piume, il Poverello; ma a tutto c’è un limite: Chiara dormiva sulla nuda terra, sopra un sacco di sermenti di vite, usando un pezzo di legno come guanciale. Diamine, ci dormiva anche Francesco, sulla nuda terra, ma un conto è rinunciare a lussi e comodità, un conto è farsi del male deliberatamente. Durante il capitolo delle stuoie Francesco aveva proibito a tutti i frati di indossare cilici o altri attrezzi dolorosi sotto la tonaca. E alla fine aveva convinto Chiara ad accettare una stuoia e un letto di paglia.

Frate Rinaldo si avvicina a quel lettuccio misero: “Devi avere pazienza, Chiara. Tanta pazienza. Questa malattia è il tuo martirio”.
“Dopo che ho conosciuto la grazia del mio signore Gesù Cristo attraverso il suo servo Francesco – gli risponde lei – caro fratello, nessuna pena mi è stata fastidiosa, nessuna penitenza mi è stata pesante, nessuna malattia mi è stata dura”.
“Quanto sei grande, Chiara! Quanto sei forte!” escalma Cristiana. Poi aggiunge: “Ti ricordi quando volevi partire per il Marocco e convertire gli infedeli? Come hai messo in imbarazzo il papa, con quel proposito di violare così palesemente la clausura? E quando hai cacciato i saraceni da San Damiano con il Santissimo salvando tutta la città?”.
“Sei un’eroina. Ma anche un’ottima dottoressa – aggiunge Balvina – ti ricordi quando mi hai curato quel dolore terribile all’anca e ti sei tolta il velo per farne una fasciatura?”. “E quando con il tuo speciale impiastro hai guarito la fistola che mi aveva oppresso per anni?” fa Benvenuta. “E di come mi hai guarito dalla febbre idropica con la tua arte medica! – aggiunge Amata – te lo ricordi?”
“A me hai fatto recuperare la voce!” interviene la perugina, “e a me hai fatto passare la sordità!” esclama Cristiana.
“E quando ti è caduta addosso la porta del monastero, e non ti sei fatta niente?” si inserisce suor Angeluccia.
“E della gattuccia che ti portava la tovaglia – soggiunge Francesca – te lo ricordi? Non potevi alzarti dal letto e continuavi a chiamare qualcuna che ti portasse quella tovaglia. Ma l’unica a rispondere al tuo appello era stata la nostra gattuccia, che te l’aveva portata strascinandola per terra”.
“Sì, e tu ti sei arrabbiata – interviene Benvenuta – “cattiva, non la sai portare!”’ l’hai rimproverata. E allora la gattuccia l’aveva avvolta per non farla toccare per terra”.
“E che dire – fa Pacifica – di quando hai moltiplicato i pani come Cristo? Abbiamo mangiato in cinquanta una sola pagnotta, e alla fine eravamo sazie!”.
“E te lo ricordi quando ci hai raccontato che ti è apparso il diavolo, sotto forma di un giovane negro e ti ha detto che se piangi troppo diventerai cieca e poi ti si scioglierà il cervello e ti uscirà dalle narici e così finirai con l’avere il naso storto?”
“E quella volta che sei stata due giorni e due notti in contemplazione, immobile sul tuo letto, senza accorgerti del tempo che passava?”
“E quando ti ho dato un calcio in bocca, madre Chiara, te lo ricordi?” si affaccia un’altra sorella. “E che hai sempre esagerato, nel voler essere serva di tutte. Va bene darci l’acqua, va bene lavare i sedili del refettorio, ma addirittura lavarci i piedi quando tornavamo da qualche giro, era troppo”.
“Che goffa che sei – aggiunge Francesca – Chiara ti voleva baciare il piede e tu, per ritrarlo, l’hai colpita in piena faccia!”.
Chiara sorride. “E voi vi ricordate di quando Francesco mi ha allattato?”.

Cala il gelo. Cristiana guarda Leone e Angelo, imbarazzata, poi sussurra alla badessa: “Sssh… non raccontare queste cose…”.
“E perché non dovrei?” ribatte Chiara, e prosegue: “Francesco si scoprì il petto e mi disse di succhiare il suo capezzolo, e io l’ho fatto e ho succhiato con gusto fino a che non ne è uscito il latte che ha nutrito la mia anima”.
Cristiana guarda ancora Leone. “E’ stata una visione – gli dice all’orecchio – non è accaduto veramente”.
“Sì, lo so” sorride Leone.
“E poi il suo capezzolo mi è rimasto in bocca – continua Chiara – e Francesco è rimasto dentro di me. Per sempre”.

Sorride, Chiara. Nessun dolore fisico potrà toglierle quel sorriso stampato sulla faccia. E si stringe ancora al cuore la sua Regola.

Rivede la visita di papa Innocenzo di qualche giorno fa. Era entrato in monastero con tutto lo stuolo di cardinali. Voleva rivederla viva, per l’ultima volta. Aveva salito gli stretti gradini che portavano al dormitorio e l’aveva trovata stesa sul suo giaciglio, con il dolore nel corpo e la gioia nel volto. Gli aveva allungato la mano per farsela baciare ma Chiara aveva chiesto di poter baciare anche il piede. Subito due monache avevano portato uno sgabello di legno e il papa ci aveva poggiato la sua sacra fetta; quella ci aveva stampato sopra baci appassionati, sopra e sotto; poi gli aveva chiesto la remissione di tutti i peccati. “Avessi io bisogno solo di questa indulgenza” aveva risposto il vicario di Cristo, benedicendola e impartendole l’assoluzione.
“Lodate il Signore, figliole mie! – aveva esclamato quando tutti se ne erano andati – perché Cristo oggi si è degnato di concedermi un dono tale che il cielo e la terra non basterebbero per ricompensarlo!”.

C’era sempre stato un rapporto complicato, con i vicari di Cristo. Una dialettica conflittuale, un amore spinto dalla santità e frenato dalla burocrazia.
Di fatto i cardinali protettori dell’ordine e i papi che si erano succeduti l’avevano forzata ad assumere il ruolo di fondatrice di un ordine che in realtà non aveva mai fondato.
Perché l’esperienza che si era formata ed era cresciuta a San Damiano non aveva niente a che fare con quella di tutti gli altri monasteri francescani sorti parallalamente in tutta Italia. Suor Filippa Mareri, per dirne una, Chiara non l’aveva mai conosciuta; Francesco le aveva parlato di lei, ma aveva costruito in modo del tutto indipendente la sua esperienza monastica a Borgo San Pietro.
In giro per l’Italia, poi, c’erano tante comunità di “vergini prudenti” che non avevano avuto niente a che fare nemmeno con Francesco: a promuoverle e gestirle era stato il cardinale Ugolino, ed era stato lui – poi – a convincere il papa a riunire tutte queste esperienze diverse in un unico ordine religioso, che inizialmente si chiamava La congregazione delle povere dame della valle di Spoleto e della Toscana senza che ci fosse un legame ufficiale con i francescani e di cui lo stesso Ugolino aveva scritto la regola. Una regola basata sulla clausura, che Chiara non condivideva.
Si trattava, di fatto, di due carismi completamente diversi, ma la Pianticella di Francesco era stata forzata ad entrare – con il suo monastero – in quel nuovo ordine, e solo la sconfinata ammirazione che il cardinale aveva per Chiara le aveva permesso, progressivamente, di imporre il suo ideale su quell’ordine che avrebbe finito presto per portare il suo stesso nome, ottenendo il privilegio della povertà, il legame con i frati minori, e una regola tutta nuova scritta personalmente da lei. In cui – ad esempio – la clausura viene stemperata, dal momento in cui le suore non devono restare recluse ma possono uscire dal monastero per “utile, ragionevale, manifesto e approvato motivo”.
Eppure in realtà, per secoli, quello di Assisi resterà un monastero a “statuto speciale” e a molte clarisse nel mondo, a cominciare da Agnese di Boemia, verrà impedito per decenni di seguire la forma di vita di San Damiano.

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Chiara d’Assisi ritratta da Piero della Francesca

Chiara guarda fuori della finestra il cielo limpido di questo giorno di mezza estate. E le sembra ancora più limpido, ancora più azzurro, ancora più chiaro, questo cielo. E’ circondata da frati e preti che recitano la Passione del Signore, ma quasi non li sente più. Continua a fissare il cielo d’estate, le sembra già quasi di esserci dentro, a quel cielo. Come se la porta, lassù, si stesse per aprire.
Poi, tornando a guardare il gruppo di persone che prega attorno al suo giaciglio, si accorge che è arrivato frate Ginepro: un magnifico Giullare di Dio.
A vederlo si sente piena di energia: “Ginepro! – esclama allegra – hai sotto mano qualcosa di nuovo sul Signore?”. Ma non sente la risposta. Quando il frate apre la bocca le sembra che dalla fornace del suo cuore fervente, anziché suoni escano delle scintille fiammanti che la riscaldano d’amore.
Poi guarda le sorelle in lacrime: “Amate sempre la povertà!” raccomanda. “E ricordatevi che quando uscite dal monastero e vedete gli alberi, le fronde e i fiori, dovete sempre lodare il Signore! E anche quando vedete gli uomini e le altre creature, sempre tutte le cose e in tutte le cose dovete lodare Dio!”.
Sospira. “E che Dio vi benedica! Vi benedica tutti! E riempia di grazia tutte le sorelle dei nostri monasteri poveri, presenti e future!”.
Frate Angelo, tra le lacrime, cerca di consolare le sorelle. Leone bacia il letto di paglia. Tutti i volti sono gonfi di lacrime, i petti risuonano di singhiozzi.
“Va’ sicura – mormora Chiara – perché avrai una buona guida di viaggio. Va’ perché chi ti ha creato, ti ha santificato e custodendoti sempre come una madre custodisce suo figlio, ti ha voluto bene con amore”.
“Tu – aggiunge – Signore benedetto, sei colui che mi ha creato”.
“Ma con chi stai parlando?” le chiede Agnese.
“Io parlo all’anima mia benedetta” risponde Chiara. “Vedi anche tu il re della gloria che io vedo?”.
“Cosa?” fa in tempo a dire Agnese, prima che le arrivi una fitta di dolore fortissima; la suora si gira istintivamente verso la porta del dormitorio e vede che sta entrando una turba di vergini vestite di bianco che portano ognuna sulla testa ghirlande d’oro.
Tra di esse ne avanza una più luminosa dalle altre: sulla testa ha una corona con una specie di turibolo, da cui si irradia una luce quasi accecante. Quella donna si avvicina al lettuccio di Chiara, si piega su di lei e la stringe in un abbraccio dolcissimo. Poi le vergini la coprono con un pallio di meravigliosa bellezza e tutte fanno a gara a servirla, lavandole il corpo e decorando il suo letto.
Quando Agnese si riscuote Chiara è morta, ma il suo volto sorridente continua a risplendere come in quella visione. Le mani nodose stringono al petto la sospirata Regola approvata dal Papa.
I frati e le suore raccolti intorno al giaciglio piangono, e non sanno se di gioia o di dolore, non sanno più se hanno perso un’amica o hanno guadagnato una santa.

Chiara di nome, più chiara per vita, chiarissima per virtù. Adesso si può dire, adesso che non c’è più. Adesso che ci sarà sempre.

Arnaldo Casali

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