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Category Archives: Un giorno nel Medioevo

Il cassero e la sicurezza in città

La riproduzione di un affresco di Benedetto Bonfigli che mostra le mura difensive della città di Perugia accoglie i visitatori all’ingresso della mostra “Un giorno nel Medioevo. la vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV”, aperta fino al 6 gennaio 2019 a Gubbio (Logge dei tiratori della lana, piazza Quaranta Martiri)

La città medioevale «si presentava chiusa nelle sue mura, con una figura ben definita, sormontata da innumerevoli torri». A Perugia le torri erano più di settanta e il profilo della città era delimitato da «cinque bracci o dita», dal centro concentrico ai «borghi radiali determinati dagli assi viari che li attraversavano», nei quali si insinuavano, fino a ridosso delle mura, le coltivazioni e le abitazioni dei popolani.

Già nell’XI secolo lo spazio all’interno delle mura etrusche era esaurito sia per lo sviluppo demografico sia per l’ingresso in città della “gente nuova” che «si stabilisce in genere alla periferia delle città o si affolla in zone abbandonate o disdegnate dai cittadini di vecchia data e ancor più dalle famiglie dell’aristocrazia consolare», ma non dai «canonici della cattedrale e i monaci di San Pietro, che possiedono quasi tutte le terre su entrambi i lati di questi due assi, vi facilitano l’insediamento dei loro ex contadini, livellari, affittuari ed enfiteuti del contado».

Nei secoli XII e XIII i cinque rioni cittadini appaiono strutturati e la barriera costituita dalla «cinta romana» viene distrutta e «si procede alla costruzione della cinta nuova, che incorpora alla città i sobborghi». La Chiesa attesta la situazione con la creazione di nuove parrocchie e consentendo l’insediamento degli ordini mendicanti e monasteri femminili. Tra la “gens nova” e i vecchi cittadini c’è ancora una separazione di censo e di interessi, testimoniata da un atto dell’11 luglio del 1223 con il quale i milites e i pedites addivengono ad un accordo che contempla l’abbattimento di opere difensive abusive realizzate dai popolani a ridosso delle mura sulle terre dei nobili. Le differenze tra la “terra vecchia” e la “terra nuova” trova conferma anche nel racconto di Pellini riguardo le porte dei sobborghi che «restarono chiuse la notte fino al 1276, quando gli abitanti di Porta Sole ottennero dalle autorità che rinunciassero a tale uso “non convenevole alla loro fedeltà”, seguiti ben presto dagli abitanti degli altri sobborghi». «Si tratta, più precisamente, di fatti accaduti nel 1266. Malcontento e sorda opposizione alla politica del Comune cominciarono a notarsi tra gli abitanti di Porta San Pietro a causa del regime poliziesco messo in atto dai custodi delle porte. Ma una notte dei primi di luglio le porte furono abbattute e asportate da ignoti». Il nuovo status quo è testimoniato da un documento del 1306 con il quale il Consiglio dei Priori stabilisce che il contado inizia oltre le porte dei borghi.

La fedele riproduzione del Cassaero di Porta Sant’Angelo (Perugia) nel plastico di proprietà del Comune cittadino è in mostra nella sezione “Uno spazio difeso” della mostra

Il Cassero di Porta Sant’Angelo si inserisce in questo contesto di cambiamento sociale, demografico e cittadino ed è una delle porte cittadine costruita a partire dal XIV secolo come margine difensivo del confine settentrionale della città. Nel 1327 «se comencava a cavare egl fondamenta degl mura del borgo de la Concha … a la porta degl dicte mura enlla strada da sancto Matheo». La nascita della porta del Cassero è strettamente connessa con lo sviluppo della zona di porta Conca e con «la necessità di una nuova parrocchia, lavoro e occupazione per la gente, costruzione di un grande tratto di muro a mo’ di recinzione della nuova area abitata». Furono i «signori priori e camerlinghi» a decidere di »circondare di muro molte habitationi fatte di nuovo verso la regione, e parte volta a settentrione, e di farvi una porta, che riuscisse per la dritta a San Matteo. E fu cominciata una tela di muro della Porta, hoggi detta di Sant’Angelo» e chiamarono «come architetto di quest’opra, e della bella Porta che hoggi si vede, un certo mastro Ambrogio». Il tal “mastro” nominato dal Crispolti è Ambrogio Maitani al servizio del Comune di Perugia in quel periodo per fortificazioni e autore delle decorazioni del duomo di Orvieto.

Porta o Cassero di Sant’Angelo è la denominazione che deriva dal vicino tempio dedicato a San Michele Arcangelo, ma in passato era anche chiamata porta degli Armeni per la vicinanza del monastero di San Matteo degli Armeni dei monaci basiliani: in un documento del 1272 il locus viene ceduto ai frati che già dimoravano in San Matteo. Il documento lascia intuire che una chiesa, o una costruzione, esista già. Un anno dopo si procede alla consacrazione della chiesa e i frati chiedono al Comune un aiuto per sostenere le spese della cerimonia. Il Comune accetta di buon grado, dimostrando una insospettata sensibilità. Nel primo decennio del ‘300 si erige una nuova chiesa che ottiene l’indulgenza da Clemente V e si parla di ordine di San Basilio. Un dato interessante è costituito dai lasciti testamentari, che testimoniano come la comunità fosse entrata nel cuore della gente.

Nei Consigli e riformanze del 1273 e negli Statuti del 1295 si fa menzione di una porta difensiva preeistente, ma spostata più in basso, verso la città. L’importanza della torre per il controllo del territorio esterno e di quello interno, del rione stesso, «la mostrarono i borghigiani di porta S. Angelo, i quali non solamente non vollero pagare, ma nemmeno far le guardie, e tostoché ebbero lingua che i Baglioni volevano occupare la torre di S. Angelo, se ne impossessarono essi stessi, né vi fu modo di farla restituire, se non al legato». Per il mantenimento del Cassero erano «destinati 70 fiorini d’oro annui», una guarnigione stabile, «comodità di acque» tale da renderlo «inespugnabile per battaglie di mano onde nelle guerre civili dalle quali fu in vari tempi molestata Perugia, si tenne gran conto della signoria di questa rocca, e vi furono eseguiti molti combattimenti».

Il Cassero com’è oggi, all’ingresso nord del centro storico di Perugia

La costruzione del Cassero richiese molto tempo e la necessità di tale costruzione è testimoniata da una delibera degli organi comunali del 1342 con la quale si stabilisce «che per l’honore, stato e utilità de la cità predicta e deglie borghe d’essa se mure et alzese el muro el quale apresso e longo la porta nuova del borgo overo del soborgo de porta Sant’Angnolo, cioè da la dicta porta enfine a la turre la quale è socto essa porta apresso la strada per la quale se va al monasterio del le donne de Sancto Francesco, quactro overo cinque canne de muro a le spese del comuno de Peroscia, quando parrà aglie segnore priore de l’arte».

La torre fu ingrandita da Gherardo de Puy, abate del monastero maggiore di Cluny, detto il Monmaggiore, nel 1372 e nuovamente rimaneggiata da da Fioravante Fioravanti tra il 1416 e il 1424 su ordine di Braccio Fortebracci, «ma il Cassero o torre o fortificazioni che sopra ai fianchi si veggono della medesima, sappiamo che s’incominciarono a costruire il 24 luglio 1479. cospicua e ben munita è l’alta sua torre quadrata che nei trapassati secoli ebbe continuamente un presidio». Le stratificazioni dei tre diversi interventi costruttivi si notano benissimo nella sagoma della torre e al suo interno: per lo strato inferiore venne utilizzata la locale arenaria lavorata a piccole bugne, seguita da inserti in pietra calcarea e dal laterizio per la volta. Nei piedritti si vede ancora la scanalatura della porta a saracinesca.

Sul finire del XV secolo le torri di Perugia apparivano «logore, scassinate e crollanti». Molte vennero buttate giù e sacceggiate dei materiali. La salvezza del Cassero si deve all’intervento di papa Sisto IV al quale «parea bello il conservare quegli scheletri di animali feroci, nel 1476 fulminò scomunica e pena di cinquanta ducati contro chi le demolisse; ma non potè far sì che a’ nostri tempi più di tre ne restassero, quelle del campanile del Palazzo e della Porta Sant’Angelo, e quella degli Scalzi, detta ancora degli Sciri dal nome della nobile famiglia estinta che la possedeva».

Umberto Maiorca

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La canapa nel Medioevo

Fibre di canapa grezza, molto utilizzata nel Medioevo

Ha donato le sue fibre alla Bibbia di Gutenberg, alle vele delle caravelle di Colombo, alla Costituzione americana e a importanti arazzi. Ma soprattutto a migliaia di corde, di lenzuola, di tovaglie e di vestiti, e anche a raffinati piatti di alta cucina.

Pianta duttile, flessibile e resistente, la canapa nel medioevo era il tessuto più prezioso e più popolare, perché utilizzato in mille modi. E certo non se ne andava in fumo. Non poteva che essere dedicata anche a lei, dunque, una sezione della mostra “Un giorno nel Medioevo” organizzata a Gubbio dalla Fondazione CariPerugia Arte in collaborazione con il Festival del Medioevo, che si può visitare alle Logge dei Tiratori della Lana fino al 6 gennaio 2019.

L’allestimento, curato dal Museo della Canapa di Sant’Anatolia di Narco, vede esposti vari strumenti legati al ciclo della lavorazione della canapa: un cardo (la cardatura – che prende il nome dalla pianta le cui infiorescenze venivano utilizzate anticamente per l’operazione – consiste nel liberare dalle impurità, districare e rendere parallele le fibre tessili, al fine di permettere le successive operazioni di filatura), un pettine per la tessitura, e delle matasse di diverse tipologie di canapa: quella utilizzata per la biancheria, quella per i pacchi e quella per la corderia.

In mostra, un banco di tessuti (Gaite di Bevagna) e strumenti per lavorare la canapa (Museo della Canapa si Sant’Anatolia di Narco)

“La canapa era la fibra più utilizzata nel Medioevo – spiega Gleda Giampaoli, direttore del Museo – prevalentemente per il cordame e in parte per i tessuti, soprattutto per i corredi delle spose: tovaglie, asciugamani, lenzuola, coperte. Spesso veniva mescolata con la lana e il lino”. Non mancava l’uso alimentare: “Abbiamo trovato una ricetta del Trecento di tortelli con fiori di canapa”. Difficile dire se avessero lo stesso effetto della celebre insalata alla marijuana del film Che fine ha fatto Totò Baby?, in cui il comico napoletano si trasforma in uno spietato serial killer che uccide a sangue freddo, scioglie nell’acido, serve pezzi di cadavere per pranzo al fratello e mura i corpi delle sue vittime dentro casa. “La verità è che non sappiamo che percentuale di Thc potesse essere presente nella canapa in uso nel Medioevo”.

Il Thc, principio attivo alla base dello ‘sballo’, è infatti molto basso nelle piante comuni ed è stato aumentato artificialmente sia nella cannabis venduta sul mercato nero sia in quella per uso terapeutico. Basti pensare che nella cannabis legale non può superare lo 0,5%, negli anni degli hippie si aggirava intorno al 7%, mentre oggi in quella illegale è di circa il 13% e in quella utilizzata per la terapia del dolore raggiunge il 90%.

Uno strumento medievale per districare le fibre di canapa, anch’esso in mostra

“La canapa era considerata il maiale vegetale perché, come del maiale non si buttava via nulla. Le radici erano impiegate per accendere il fuoco, il canapulo impregnato nello zolfo si trasformava in comodi fiammiferi, i semi costituivano parte integrante dell’alimentazione animale. La fibra, invece, era impiegata per la produzione di corde, indispensabili per le varie attività agricole, di reti da pesca, ma soprattutto per la realizzazione di tessuti per il confezionamento della biancheria per la casa, dei sacchi per farine e cereali e dell’abbigliamento”.

Ma non ha segnato solo il Medioevo, la canapa: è rimasta di fatto la pianta più utilizzata per i tessuti fino agli anni ’50, quando, con il boom economico ha iniziato a subire la concorrenza delle fibre artificiali che ne hanno decretato la scomparsa dal mercato ben prima che gli anni ‘70 ne stravolgessero anche l’identità, relegandola al ruolo di droga leggera.

La riabilitazione della canapa è iniziata da un paio di anni con la nuova legislazione che se da una parte ha fatto esplodere il discusso fenomeno della “marijuana light”, dall’altra ha rilanciato – anche se più in sordina – tutta una filiera che vede la pianta utilizzata di nuovo per tessuti, bioedilizia, design, oltre che nel settore alimentare.

Il Museo della Canapa di Sant’Anatolia di Narco è nato nel 2008 come antenna dell’Eco Museo della dorsale appenninica umbra e ha come missione quella di riscoprire e riattualizzare la memoria storica e il saper fare legato alla canapa in Valnerina e in generale in Umbria. Collabora con il Politecnico di Milano, le università di Venezia, Perugia, Camerino, Bologna e Bari. “Abbiamo un laboratorio in cui produciamo tessuti – spiega ancora il direttore – facciamo sperimentazione e lavoriamo con diverse realtà artistiche”. Tra queste il progetto “Canapa nera”, incentrato sul terremoto, commissionato dalla Regione Umbria e realizzato dall’Accademia delle belle arti di Perugia e Daniela Gerini e presentato anche al Festival dei Due Mondi.

Arnaldo Casali

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La campana del terremoto, simbolo di rinascita

La campana, ora esposta nella mostra, è uno dei simboli della rinascita del territorio devastato dal terremoto, ma ricchissimo di testimonianze storiche e culturali

Anche se non suona più, continua ad annunciare al mondo la speranza, la forza, il riscatto di una terra che la devastazione del terremoto non ha privato della sua storia e della sua bellezza. C’è anche la campana di Sant’Eutizio, tra i cento reperti esposti alla mostra “Un giorno nel Medioevo” che si può visitare alle Logge dei Tiratori della lana di Gubbio fino al 6 gennaio 2019.

Voluta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e organizzata dalla Fondazione CariPerugia Arte e il Festival del Medioevo, la mostra si avvale della collaborazione di trenta istituzioni tra musei, archivi di Stato, biblioteche, diocesi, associazioni e collezionisti privati che hanno prestato opere, documenti e manufatti originali e unici, come gli Archivi di Stato di Venezia, Perugia e Ancona, il Museo del Vino della Fondazione Lungarotti, l’Università degli Studi di Perugia e il Museo delle Armi di Brescia.

La campana, in bronzo fuso tornito, è scampata al terremoto che il 28 ottobre 2016 ha distrutto Preci, sfigurato Norcia e gravemente danneggiato l’abbazia di Sant’Eutizio, facendone crollare molte parti ma non il maestoso campanile, costruito dai monaci sulla solida roccia.

Mentre si preparano i restauri dell’edificio (il cui cimitero sovrastante dovrà essere addirittura trasferito) la campana è diventata la principale custode della memoria di uno dei più importanti e antichi luoghi della cristianità, che ha iniziato lo stesso san Benedetto alla vita monastica.

La sua fondazione risale infatti alla metà del V secolo, quando un gruppo di eremiti provenienti dalla Siria capeggiati da Spes, Eutizio e Fiorenzo prese dimora nella Valle Castoriana, rifugiandosi in grotte artificiali scavate nella pietra sponga e formando una comunità monastica di tipo orientale.

L’abbazia di Sant’Eutizio prima del sisma del 2016

Spes era stato padre spirituale e principale ispiratore di un giovane nato poco lontano e destinato a diventare il padre del monachesimo occidentale: Benedetto da Norcia. Dopo la morte di Spes, il 28 marzo dell’anno 510, le redini della comunità erano passate ad Eutizio, che aveva fatto costruire la chiesa e aveva dato un forte impulso all’evangelizzazione dell’intera valle. Durante le invasioni barbariche l’abbazia rimase l’unico punto di riferimento stabile per la popolazione della zona. Eutizio morì il 25 maggio del 540 e fu sepolto nella chiesa che fu poi intitolata proprio a lui.

Nel corso dell’alto Medioevo la comunità monastica divenne benedettina, adottando la regola scritta a Montecassino proprio da quel giovane nato a pochi chilometri dall’abbazia e che era stato discepolo del fondatore, e si arricchì molto con numerose donazioni, costituendo un’imponente biblioteca che contiene anche uno dei primi documenti in volgare: la Confessio Eutiziana risalente all’XI secolo.

In mostra, anche un intero set di ferri chirurgici della rinomata scuola preciana

Ma a Sant’Eutizio nasce anche la medicina moderna: la Scuola chirurgica preciana – la più celebre e autorevole del medioevo – trae origine infatti dalla sapienza medica dei monaci dell’abbazia, acquisita dai manuali di medicina grecoromana della biblioteca, ma anche e soprattutto dallo studio delle piante medicinali e dall’esperienza pratica nella cura degli infermi.

Tra il 1131 e il 1215 una serie di concili avevano proibito l’arte medica agli ecclesiastici: i monaci di Sant’Eutizio avevano dunque trasmesso le loro conoscenze agli abitanti di Preci, che le avevano poi tramandate di padre in figlio fino a costituire una vera e propria scuola chirurgica, la prima di ambito non accademico, conosciuta in tutta Europa per la cura della cataratta, delle patologie urologiche e per l’estrazione chirurgica dei calcoli, ma anche per l’allora innovativa pratica dell’anestesia.

Mille e cinquecento anni di storia, cultura, spiritualità, sapienza, oggi chiusi in una campana in bronzo che racconta il passato e annuncia il futuro.

Arnaldo Casali

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Piccoli oggetti di vita quotidiana

Una delle teche è dedicata a una serie di deliziosi gancetti per abiti a forma di piccole mani, cinture e fibbie, bottoni e aghi per stringere i corsetti

Fibbie per cinture, bottoni, carte da gioco, palle e birilli, e ancora coltelli da cucina, punte di frecce per balestre, spegnimoccoli e astucci per penne. Tanti piccoli oggetti che ci portano indietro nel tempo per farci vivere Un giorno nel medioevo nelle Logge dei Tiratori di Gubbio, grazie alla mostra realizzata dalla Fondazione CariPerugiaArte in collaborazione con il Festival del Medioevo.

La mostra, aperta fino al 6 gennaio 2019, espone – tra gli altri reperti – anche tutta una serie di oggetti raccolti da Pietro Barsotti tra varie collezioni private di Urbino, che ci permettono di immergerci completamente nella vita quotidiana di un uomo medievale. Piero Barsotti è il presidente dell’associazione “Ars Balistarum”, che ha sede ad Urbino. L’associazione gestisce la fortezza Albornoz di Urbino e si occupa di allestimenti per musei e laboratori museali che prevedono sia l’esposizione di reperti originali sia ricostruzioni di oggetti e ambienti di uso quotidiano nel Medioevo, ma anche di sistemi turistici come “Una rocca tira l’altra”, progetto che unisce in un unico circuito di visita le rocche di Verrucchio, Montefiore, San Leo e Urbino.

“Si tratta in gran parte di strumenti unici o di cui esistono pochissime copie – spiega Barsotti – oggetti che conosciamo, per il resto, solo grazie ai dipinti in cui sono raffigurati”.

Una parte della mostra è dedicata all’abbigliamento: qui possiamo ammirare accessori che ritroviamo poi anche nelle opere dei più grandi artisti del medioevo e del rinascimento. Si tratta di elementi molto piccoli realizzati da esperti orefici come gancetti a forma di mano, bottoni traforati, minuterie metalliche.

Una delle carte da gioco presenti in mostra

Un’altra sezione è dedicata ai giochi: anche qui non mancano rarità, come un birillo con pallina, entrambi in legno, unici esemplari che si conoscano in Europa. Si possono ammirare poi delle carte da gioco risalenti alla fine del Quattrocento e realizzate a stampa, ed è incredibile rendersi conto di come mentre il mondo intorno cambiava, la tecnologia si evolveva, le abitudini e i rapporti sociali mutavano, il gioco delle carte sia rimasto praticamente invariato. Le carte che possiamo osservare a Gubbio – di rara qualità – sono infatti praticamente identiche alle nostre napoletane.

“Inizialmente le carte da gioco venivano decorate a mano, come le miniature dei codici – racconta Barsotti – mentre dopo il 1463 alla corte di Ferrara si comincia a pagare un artigiano perché le fabbrichi a stampa”.

Le carte da gioco, come buona parte degli oggetti esposti, sono state ritrovate all’interno delle volte di palazzi medievali, usate come riempimento. “Si trattava di spazzatura riciclata – spiega ancora il responsabile dell’allestimento – per rendere stabili le volte si riempivano con materiale inerte e leggero: oltre alla carta venivano utilizzate ceramiche e pezzi di abiti misti a sabbia e fieno”.

Se le carte sono restate invariate nel corso dei secoli, un gioco che si è evoluto molto è quello della pallacorda, trasformatosi nel moderno tennis.

“È nato nel quattrocento ma si è sviluppato molto nel Cinquecento, diventando particolarmente di moda nelle classi alte”.

Si tratta, di fatto di una forma di tennis che si giocava – però – in ambienti chiusi, perché la palla poteva toccare anche le pareti e il soffitto. “Tutti i palazzi nobiliari avevano un loro campo e spesso le corti stipendiavano dei giocatori professionisti”.

Non mancavano risse tra le squadre avverse, che potevano sfociare anche in tragedia; come accadde il 28 novembre 1606 a Roma, in un palazzo di Campo Marzio, dove la discussione su un fallo tra Michelangelo Merisi e Ranuccio Tomassoni finì con l’omicidio, da parte del pittore milanese, dell’avversario ternano; delitto che sarebbe costato a Caravaggio la condanna a morte, l’esilio e un’ossessione durata fino alla morte e rappresentata in molti suoi capolavori.

In mostra, anche coltelli originali a confronto con gli attuali

Tra i tanti oggetti presenti alla mostra di Gubbio, dunque, anche delle palle da gioco; non mancano poi bolzoni da balestra, ovvero le punte delle frecce, sia da guerra che da caccia, e un frammento di trottola.

Un’altra parte della mostra è dedicata invece alla scrittura: qui possiamo osservare diverse lettere che venivano utilizzate per comunicazioni tra vari uffici all’interno dei palazzi. “Erano una sorta di post-it medievali: uno è firmato da Ludovico di Mercatello, segretario di Federico da Montefeltro”.

Tra gli oggetti immancabili del segretario che troviamo esposti ci sono un tiralinee, che serviva a tracciare l’altezza delle lettere ed è l’unico esemplare che si conosca, un piccolo astuccio di pelle, un raschietto da pergamena che serviva sia a rendere liscio il foglio sia ad appuntire la penna, e ancora uno spegnimoccolo per candela e una forbice da carta. “Gli astucci si portavano attaccati alla cintura in modo che in qualsiasi momento il segretario poteva avere a disposizione tutti i suoi strumenti”.

Infine si va a tavola, con un’ampia collezione di coltelli da pasto. “Si tratta di tutti oggetti di grande raffinatezza – conclude Barsotti – che ci aiutano a capire come si svolgesse la vita quotidiana nel Medioevo, ma che ci parlano anche di un’epoca in cui gli strumenti venivano realizzati con una cura e una qualità oggi scomparse”.

Tempi in cui quello dell’obsolescenza programmata era senza dubbio un concetto ancora sconosciuto.

Arnaldo Casali

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Le armi del Museo Luigi Marzoli di Brescia

Le armi del Museo Luigi Marzoli di Brescia esposte a Gubbio nella mostra “Un giorno nel Medioevo”

Spade e scudi, celate e schinieri, elmi e corazze, l’evoluzione delle armi e delle armature in epoca medievale è collegata ai cambiamenti sociali che avvengono in città e sui campi di battaglia, con l’emergere di nuove classi sociali e il lento passaggio dalla predominanza dei cavalieri ai fanti, fino alla comparsa delle armi da fuoco. Alla mostra “Un giorno nel Medioevo” a Gubbio, sono esposti alcuni pezzi provenienti dal Museo delle armi “Luigi Marzoli” di Brescia: un’alabarda, una celata e un petto da piede che raccontano molto del Medioevo, come spiega Marco Merlo, conservatore del museo bresciano.

«All’evoluzione delle armi e armature concorrono numerosi fenomeni, di cui quello sociale è solo una parte. In ogni epoca, alla base di ogni evoluzione nel campo degli armamenti vi è sempre un progresso scientifico. Ciò accadde nel Medioevo con le evoluzioni nel campo della metallurgia. Nelle città in particolare, il metallo era considerato molto prezioso: Bartolomeo Anglico nel XII secolo scriveva che il ferro è più prezioso dell’oro perché con il ferro si forgiano attrezzi agricoli e armi, mentre le trame di molti fablieaux ruotano proprio intorno alla rarità del ferro. Ciò ha significato che un armamento in ferro fosse molto caro e, quindi, proporzionale alle sostanze economiche del guerriero. I cavalieri quindi, avendo maggiori risorse economiche, si permettevano, oltre all’immancabile cavallo, un armamento qualitativamente superiore rispetto ai fanti (anche se le eccezioni non mancarono: esistevano cavalieri poveri, così come fanti ricchi). Per quanto però riguarda la morfologia delle armi, questo aspetto rientra nel rapporto dialettico tra offesa e difesa: se un cavaliere con un armamento difensivo in ferro, sul suo cavallo, era quasi invulnerabile per un fante, i fanti dal canto loro svilupparono armi in grado di colpire e disarcionare i cavalieri, quindi armi in asta (con poco metallo, ma molto legno), armi lanciatoie (archi e balestre) e protezioni mobili (mantelletti e pavesi). Queste però richiedevano un uso coordinato per affrontare una carica di cavalleria e il combattere in formazione cementò quella coesione sociale che distinse i pedites come un vero partito politico. Non dobbiamo però mai dimenticare che le armi non servono solo per la guerra, ma anche per la caccia».

La celata e il petto da piede, cioè forgiato per il combattimento appiedato sono pezzi molto significativi. Le armature quattrocentesche complete giunte sino ai nostri giorni sono una decina

L’armatura e la spada non sono solo oggetti bellici, ma anche simbolo di distinzione sociale e, spesso, anche oggetto d’arte? «Le armi sono prima di tutto un oggetto d’uso ed è estremamente raro imbattersi in un’arma forgiata per non essere usata. La qualità, però, dipende dalle capacità economiche del committente. In una società di disuguali, ogni oggetto indossato ed esibito doveva sottolineare il rango e la ricchezza del proprietario. Le armi, come strumento anche di potere in una società dal bellicismo endemico come il Medioevo, sono tra gli oggetti che maggiormente palesavano il rango di colui che le indossava. Quindi i ricchi committenti non badavano a spese per avere le armi più lussuose, prima di tutto da un punto di vista tecnico (più un’arma è prodotta con cura e più è efficace in combattimento o nella caccia). Diretta conseguenza è che i committenti più raffinati vogliono che le proprie armi siano forgiate anche con materiali preziosi e lavorate con tecniche decorative di grande raffinatezza, seguendo le correnti artistiche predominanti. Tra alcuni capolavori del gotico internazionale si annoverano numerose armi commissionate da imperatori, re e principi. Da un punto di vista simbolico, proprio a causa della grande confidenza che ogni uomo medievale aveva con le armi, queste si fanno carico anche di messaggi simbolici, e in arte (non solo figurativa, ma anche nella letteratura) divengono metafore o allegorie di messaggi più complessi che però, all’epoca, erano ben intellegibili da tutti».

Qual è la storia dei pezzi (alabarda, petto e celata) in mostra a Gubbio? «Non conosciamo i proprietari dei tre pezzi in mostra a Gubbio, ma ci testimoniano alcuni aspetti di grande interesse. La celata ha dei marchi che ne collocano la produzione a Milano, uno dei più importanti centri di produzione armiera del Medioevo e della prima Età Moderna. La celata è un oggetto che poteva essere posseduto da un cavaliere o da un fante professionista. Questo esemplare è probabilmente da fante. Il petto è molto significativo, perché si tratta di un petto da piede (per il combattimento appiedato) senz’altro commissionato da una persona molto abbiente. Ancora più significativo se pensiamo che armature quattrocentesche complete, giunte fino ai nostri giorni, sono poco più di dieci in tutto il mondo. L’alabarda, che è ancora in una forma primitiva, è di grande rarità: è un’arma da fanteria (di quelle sviluppate proprio per affrontare i cavalieri), e già in questa forma ce ne sono giunte poche, ma questa in particolare reca dei marchi punzonati che solitamente si trovano sulle armature. Ciò porta a ipotizzare che non fossero i marchi del produttore ma del venditore».

La produzione delle armi è autoctona, all’interno delle città medievali, oppure già si assiste al sorgere di centri di produzione specializzati ai quali rivolgersi? «La produzione armiera raramente è autoctona. Le armi in ferro e acciaio si possono produrre solo laddove ci siano nelle vicinanze miniere (con un minerale adatto) per la materia prima, forni per il pre-lavorato e quindi boschi per l’alimentazione dei fuochi; quindi corsi d’acqua per azionare i magli idraulici. Ciò è il motivo per cui alcune città divengono particolarmente celebri e basarono la parte più dinamica della loro economia nella produzione di armi (per curiosità: in questi luoghi, ancora oggi ci sono le più importanti aziende d’armi del mondo). Ovviamente, già nel Trecento, molti armaioli riuscivano a comprare il pre-lavorato sul mercato, ma per la produzione di armi necessitavano comunque caratteristiche fisiche che non tutte le città avevano. Laddove non si produceva armi, si acquistavano sul mercato, così come avviene oggi. Sappiamo che in queste città alcuni artigiani compravano le armi sul mercato e facevano solo le rifiniture finali e poi le vendevano; oppure le armi meno pregiate (come frecce e quadrelli o alcune armi in asta) potevano essere prodotte un po’ ovunque, laddove c’era del metallo da usare e un fabbro sufficientemente abile, ma si tratta appunto di una produzione poco significativa. Un esempio interessante è rappresentato dalle grandi famiglie imprenditoriale di Firenze (città che nel Due e Trecento produceva alcune tipologie di armi famose in Europa e nel Mediterraneo), come i Bardi o gli Acciaiouli erano iscritte all’Arte Maggiore degli armaioli, proprio perché venditori all’ingrosso che si rifornivano dagli armaioli che le producevano materialmente, ma costoro erano iscritti all’Arte Minore ed erano impossibilitate a vendere grosse forniture. Alla fine, quindi, laddove si producevano armi, vi era una fiorente economia».

L’edificio che ospita il Museo delle Armi Luigi Marzoli, a Brescia

Come nasce il museo Marzoli? «Il Museo Marzoli raccoglie i due terzi della collezione del cavalier Luigi Marzoli, imprenditore di Palazzolo sull’Oglio, arrivata ai Civici Musei di Brescia alla sua morte nel 1965, oltre a diverse centinaia di pezzi presenti già nelle collezioni civiche bresciane dal XIX secolo. Quando Marzoli era in vita, la sua collezione fu considerata a partire da James Mann, curatore della Wallace Collection di Londra, la più significativa collezione privata al mondo, perché creata dal nulla, solo con le risorse intellettuali ed economiche di Marzoli. Ma ancora di più, nella storia del collezionismo, in particolare oplologico, Marzoli è il primo che non acquista oggetti in virtù del loro valore estetico, ma segue un filone collezionistico, che è quello di documentare l’evoluzione della lavorazione metallurgica bresciana e più in generale lombarda, dal Medioevo al XIX secolo. Il Museo ha ancora l’indirizzo voluto dal cavalier Marzoli, di documentare le evoluzioni tecniche (e di conseguenza economiche e sociali) della produzione armiera soprattutto di Brescia e del suo territorio».

Umberto Maiorca

Contatti: Fondazione Brescia Musei via Musei 55 – 25121 Brescia tel. 030.2400640 – Mail: info@bresciamusei.com Museo delle Armi Luigi Marzoli

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Le Tovaglie perugine del Museo laboratorio Giuditta Brozzetti

La Tovaglia perugina realizzata da Marta Cucchia ed esposta nella mostra “Un giorno nel Medioevo. La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV”, a Gubbio fino al 6 gennaio 2019

I “pannili alla peroscina” erano sugli altari delle chiese e sulle tavole dei ricchi, erano apprezzati e commercializzati in tutta Europa, finendo anche nel corredo di una futura regina: Caterina de’ Medici. Una tradizione che si è tramandata grazie al paziente lavoro invernale delle donne della campagna perugina nel corso dei secoli.

Marta Cucchia costituisce la quarta generazione del museo-laboratorio “Giuditta Brozzetti”, azienda specializzata nella tessitura di panni che recuperano la tradizione antica e alla mostra “Un giorno nel Medioevo” a Gubbio ha prestato una riproduzione di una tovaglia tardo-medievale, un panno perugino.

«In realtà è una interpretazione delle famose tovaglie, o meglio pannili peroscini, con decoro ispirato al XIV secolo e di grandi dimensioni. I panni nascono come arredo sacro, per altari e chiese. Con il tempo, potremmo dire, che hanno riscosso così tanto successo che i nobili e i ricchi li volevano per arredare la tavola, sono richiesti come premi per i tornei d’armi, Leonardo da Vinci li raffigura nell’affresco del Cenacolo e così tanti altri artisti come Simone Martini, Pietro Lorenzetti, Giotto e Ghirlandaio. Caterina de Medici li aveva nel corredo e pannili alla peroscina sono inventariati tra i beni della cattedrale di Canterbury».

Tessuti in lavorazione nel Museo laboratorio di Giuditta Brozzetti

La tessitura è l’ultimo passo di un lungo processo di ricerca, studio, armonia dei colori e dei disegni, quanto c’è della tradizione e quanto del moderno? «La mia bisnonna, Giuditta Brozzetti, era una maestra elementare, durante la Prima guerra mondiale, con tutti gli uomini al fronte, assume l’incarico di direttrice delle scuole elementari di Perugia e, girando per il contado come ispettrice, si imbatte in un rumore particolare, il battere sordo del telaio, scoprendo che questa arte medievale era sopravvissuta intatta ne secoli: dalla coltivazione del lino alla filatura e alla tessitura durante l’inverno, con tecniche millenarie tramandate di madre in figlia. Si innamorò subito e si mise a recuperare i disegni, i tessuti e le tecniche, per poi riprodurre i panni perugini, con i suoi decori, con i telai manuali del XIX secolo. È una storia di famiglia, proseguita declinando questa arte in base alle proprie caratteristiche e curiosità: mia nonna disegnava linee di moda, mia madre ha studiato storia e tecniche di tessitura, io da designer di interni ho ripreso in mano i telai e ha creato una linea che mischia i generi, chiamata Eclettica».

Una panoramica della sede del Museo laboratorio, l’antica Chiesa di San Francesco delle Donne

Non solo laboratorio di produzione, ma anche museo: cosa fate? «Nel 2004 siamo entrati nel circuito museale cittadino. È uno degli ultimi laboratori in Italia, operante in una struttura d’interesse storico e culturale (il San Francesco delle donne è il primo insediamento femminile dell’Ordine francescano a Perugia, ndr) di origine medievale. Una sede antica per un’arte ancor più antica, aperta a scuole e visitatori con attività didattica e visite guidate».

Umberto Maiorca

          Contatti: Museo Atelier “Giuditta Brozzetti” Via T.Berardi, 5/6 – 06123 Perugia Italy www.brozzetti.com Referente: Marta Cucchia Phone +39 07540236 Mobile: +39 3485102919 e.mail: email@brozzetti.com

Visite: Dal lunedì al venerdì ingresso libero Mattino 08:30 – 12:30 – Pomeriggio 15:00 – 18:00 visite guidate su prenotazione Sabato e Domenica e festivi visite guidate solo su appuntamento

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