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Category Archives: Un giorno nel Medioevo

Incunaboli e seicentine raccontano la storia dell’Università

Un incunabolo e una seicentina che raccoglie l’opera di Bartolo da Sassoferrato. Medicina e diritto, materie che insieme con la teologia costituivano l’ossatura dell’insegnamento universitario nel Medioevo. Libri che raccontano l’Ateneo perugino e il veloce sviluppo della stampa grazie all’impulso delle università, di docenti e studenti che chiedevano un maggior numero di testi prodotti velocemente e in serie, andando a sostituire il sistema delle pecie, la copiatura manuale, con la stampa.

La mostra “Un giorno nel Medioevo” in svolgimento a Gubbio, grazie a Fondazione CariArtePerugia e Festival del Medioevo, espone proprio due volumi appartenenti al Fondo antico dell’Università degli Studi di Perugia, raccontati e spiegati da Monica Fiore, bibliotecaria e responsabile del Fondo librario.

 

Fasciculus Medicinae

Quali volumi si trovano in mostra a Gubbio? «Il Fondo antico, la raccolta libraria conservata nella Sala del Dottorato di palazzo Murena, sede storica dell’Università degli studi di Perugia è costituito di soli libri a stampa, abbiamo selezionato due volumi tra i più antichi e significativi: un incunabolo (dal termine latino “in cuna”, culla appunto, in fasce potremmo anche dire) e una seicentina. L’incunabolo è una raccolta di più testi rilegati insieme, sono esposti una tavola del Fasciculus medicinae di Johannes de Ketham e l’incipit dell’Anathomia di Mondino de’ Liuzzi, entrambi stampati a Venezia da Giovanni e Gregorio de Gregori da Forlì, il 17 febbraio 1500/1501. La seicentina è il primo di otto volumi di cui si compone l’edizione, stampata nel 1615 a Venezia nella tipografia dei Giunta, dell’opera completa di Bartolo da Sassoferrato, Bartoli à Saxoferrato…. omnia, quae extant, opera…». Cosa raccontano questi libri? «L’incunabolo, stampato alla fine del XVI secolo, è di argomento medico e raccoglie in edizione a stampa opere di medicina famose fin dal Medioevo. La seicentina, pur prodotta nel XVII secolo, contiene l’opera omnia del famosissimo giurista del Trecento Bartolo da Sassoferrato, lucerna iuris e gloria dell’Ateneo perugino. Medicina e diritto quindi, le due principali materie di insegnamento, oltre alla teologia, attorno alle quali si sono sviluppati gli insegnamenti universitari a Perugia fin dalla seconda metà del Duecento, come attestano gli statuti cittadini, anche se il riconoscimento ufficiale dell’Università di Perugia come Studium generale è formalizzato nella bolla Super Specula di papa Clemente V del 1308. Con il termine incunaboli sono definiti i primi volumi prodotti con la tecnica della stampa a caratteri mobili (composizione manuale dei caratteri nella forma di stampa e utilizzo del torchio) a partire dalla metà del XV secolo fino al 1500, anzi per la precisione fino al 31 dicembre 1500: si tratta di una convenzione, come pure si definiscono seicentine i volumi stampati fino al 31 dicembre 1700. Lo sviluppo della stampa ebbe un impulso formidabile grazie agli insegnamenti universitari e presso le città sedi di Studia: ai docenti e agli studenti occorrevano testi prodotti velocemente e “in serie”, che sostituissero il sistema delle pecie, la copiatura manuale controllata in uso presso le università medioevali, utilizzata per la riproduzione dei testi indicati dai docenti. Il nostro incunabolo in realtà non è un’opera sola, ma una miscellanea, presenta cioè, rilegati insieme,

Bartolo da Sassoferato

una serie di testi famosi per il periodo in cui furono stampati e prodotti, proprio al fine di esser usati insieme per lo studio e la formazione in medicina: il Fasciculus di Johannes de Ketham, il Consilium pro peste evitanda di Pietro da Tussignano, l’Anathomia di Mondino de’ Liuzzi, i Consilia di Bartolomeo Montagnana e altri. Trattati di anatomia, pareri sulle malattie allora conosciute, accorgimenti e rimedi per evitare la peste, perfino uno studio sulle malattie dei bambini. Il volume è esposto in mostra aperto, con una delle illustrazioni a piena pagina tratte dal Fasciculus medicinae di Johannes de Ketham, medico tedesco del XV secolo: una dissezione anatomica eseguita da un assistente, mentre il docente in cattedra insegna. In questo modo si tenevano le lezioni, che si trattasse di medicina o di diritto, con la lettura (da qui il termine “lezione”) seguita dal commento del docente. Nella pagina accanto abbiamo l’incipit dell’Anathomia di Mondino de’ Liuzzi (1270-1326), docente a Bologna, dove insegnò medicina e tenne corsi di anatomia. Mondino fu il primo, dopo secoli di interdizione per motivi principalmente religiosi, a riprendere la pratica delle dissezioni del corpo umano, pur continuando a far riferimento alle concezioni anatomiche di Galeno, alcune errate, fondate sulla dissezione animale e, senza nessuna correzione, applicate anche all’uomo. Scrisse l’Anathomia nel 1316 e il suo testo fu usato in parecchie università d’Europa, prima manoscritto poi anche a stampa, fino alla metà del XVI secolo. L’altro volume scelto per la mostra è il primo di otto di una edizione del 1615 dell’Opera omnia di Bartolo da Sassoferrato (1313/14-1357/58), famoso giurista del Trecento, il maggior esponente della scuola giuridica dei commentatori. Studiò a Perugia e si laureò a Bologna, ricoprì incarichi civili a Todi, Macerata e Pisa, dove fu docente di diritto civile fino al 1342, per poi tornare l’anno successivo a vivere e insegnare a Perugia fino alla morte. Bartolo non si limitò a commentare il diritto giustinianeo, lo applicò alla realtà concreta del Comune, dove insegnava e svolgeva la sua attività professionale e istituzionale. Era famoso già in vita, ma dopo la morte la sua autorità e l’importanza delle sue opere crebbero, oltrepassando perfino i confini dell’Italia e diffondendosi in Europa, oggetto di studio per secoli. Il volume presenta un frontespizio splendidamente ornato con il giglio rosso, marca del ramo veneziano dei Giunta, famiglia di tipografi ed editori originari di Firenze». I volumi del Fondo antico dell’Università permettono di ricostruire la vita quotidiana e culturale del passato, che idea ci danno del medioevo o di altre epoche storiche? «Sicuramente coprono un largo arco temporale, attraverso i testi traspare la vita civile e culturale in cui si studiava e si produceva sapere. I libri più antichi, come gli incunaboli e le cinquecentine, sono stati prodotti come edizioni a stampa di antichi manoscritti, come mezzi per trasmettere la conoscenza del passato, guida per il futuro. Larga parte dei volumi posseduti sono edizioni di classici di letteratura, di trattati di diritto e medicina, di veterinaria, di botanica, di teologia, di architettura e archeologia, insomma dei più disparati ambiti della conoscenza, stampati dal 1470 fino all’Ottocento avanzato, fino all’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert e alla conoscenza tecnica delle arti e dei mestieri, e anche oltre».

 

Bartolo da Sassoferrato

Il Fondo antico racconta la storia dell’Ateneo perugino? «Racconta, attraverso i libri posseduti, cosa si insegnava e si studiava. Anche le note di possesso, gli ex-libris, le note manoscritte che possiamo trovare a margine dei volumi ci fanno conoscere di chi erano in origine i libri, chi li ha usati prima che arrivassero o mentre già erano dell’Università e come venivano utilizzati, di quali religiosi o docenti erano. Non dimentichiamo che con le soppressioni napoleonica prima e del Regno d’Italia poi i beni ecclesiastici, tra cui i libri, sono passati dalle biblioteche degli ordini religiosi alle biblioteche dello stato e delle università. Lo stesso palazzo Murena, in cui si trova l’attuale sede centrale dell’Università, era in origine un monastero degli Olivetani, requisito e assegnato nel 1809, come nuova più ampia sede, all’Università. Inoltre molti docenti dell’Ateneo, ricordati in una iscrizione nella Sala del Dottorato, nel corso dell’Ottocento hanno via via donato loro libri all’Università».

 

Umberto Maiorca

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A spasso nel Medioevo tra codici e pergamene

Cosa sarebbe il racconto della Storia senza i documenti d’archivio? Sicuramente una enorme narrazione orale, leggendaria, più simile all’Iliade che alle Storie di Erodoto. I documenti d’archivio parlano, ci interrogano, raccontano, a volte questioni intimistiche, particolari, ma che si aprono alla narrazione della grande Storia.

La mostra “Un giorno nel Medioevo” allestita a Gubbio dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia (Fondazione CariPerugiaArte) propone una ricca scelta di documenti storiche provenienti dall’Archivio di Stato di Perugia e dalla Sezione di Gubbio. Il direttore Luigi Rambotti racconta e spiega la scelta di questi documenti.

Antifonario miniato

Che tipo di documenti si trovano in mostra a Gubbio?

«Comune di Gubbio, Breve dell’arte dei Calzolari (a. 1341). Lo statuto, perché così è da intendersi questo termine, è stato oggetto di uno studio recente da cui traggo le notizie che riporto, Breve dell’arte dei Calzolari di Gubbio(1341-1611), a cura di Clara Cutini, 2012. In età comunale i brevi delle arti sono caratterizzati dalla coesistenza in un unico corpus di norme e di liste di iscritti all’arte (statuti e matricole) intercalate da delibere consiliari e altri materiali. Lo statuto del 1341 rappresenta la più antica redazione pervenuta ma l’esistenza dell’arte dei calzolai è documentata fin dal 1327, quando il capitano Thomassolus intervenne a nome degli iscritti alla riunione generale delle arti. Lo statuto riporta norme riguardanti l’esercizio della professione, i rapporti tra l’arte e l’istituzione comunale e l’attività giurisdizionale sul contenzioso del settore.

Notai di Gubbio, protocollo 1. L’archivio notarile (1314 – 1936) contiene gli atti dei notai del Mandamento di Gubbio, comprendente i territori dei Comuni di Gubbio, Scheggia – Pascelupo, Costacciaro e Pietralunga. Il protocollo n.1 si riferisce al notaio ser Matteo di Simone. Si tratta dell’unico protocollo conservato che contiene gli atti rogati tra il 1314 e il 1318.

Corali di San Domenico. Conservati presso la Sezione di Archivio di Stato di Gubbio, i Corali costituiscono una raccolta di codici di grande formato, riccamente decorati, realizzati nei secoli XII-XVI e funzionali all’uso devozionale della messa e della liturgia delle ore nelle chiese eugubine. Nell’archivio di San Domenico si conservano 11 corali.

Comune di Perugia, Miscellanea, 21. Con questa denominazione si indica un registro contenente l’inventario delle comunanze ( gli apppalti dei beni patrimoniali del comune di Perugia e di alcuni diritti, quali la zecca. La pesca sul Trasimeno e dazi e gabelle varie. La miniatura rappresenta un unicum: si tratta dell’unico caso in viene effigiato il collegio dei priori al completo. La figura del santo patrono Ercolano benedicente domina la scena. A piedi dei priori vi è un lungo bancone su cui è chino il notaio impegnato nelle redazione del verbale della seduta.

Miscellanea di copertine 2 (a. 1403). L’illustrazione, eseguita dal notaio addetto all’ufficio dei massari, rappresenta con efficace realismo la tipologia delle due figure effigiate. Gli Statuti perugini del 1342 stabilirono che il massaro, originariamente laico, doveva essere un religioso, come conferma la figura seduta.

Ospedale di Santa Maria della Misericordia, Entrata e uscita di cassa, denari e generi diversi, reg. 10. Di qualche anno anteriore al pezzo archivistico appena descritto, sulla propria copertina ha effigiato il priore chierico (probabilmente domenicano) dell’ Ospedale di Santa Maria della Misericordia di Perugia che paga un compenso per introitus grani nell’anno 1399.

Inventario dei beni comuni

I documenti di archivio permettono di ricostruire la vita quotidiana nel Medioevo?

«Certamente sì come dimostrano gli studi di importanti storici italiani ed europei come Franco Cardini, Chiara Frugoni, Massimo Montanari, solo per citarne alcuni e poi gli storici francesi della Scuola delle Annales. Ricchissima bibliografia è la biblografia esistente».

Chi si occupava di redigere inventari, protocolli e brevi pontifici?

«Per quanto riguarda le prime due tipologie, la loro redazione era opera del notaio. Per quanto riguarda invece i brevi, la loro produzione era affidata alla complessa struttura della cancelleria pontificia che si occupava di tutte le fasi dalla stesura fino alla spedizione del documento papale».

Umberto Maiorca

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Dall’arte alla tecnologia 3D, rivivono gli strumenti medievali

Liuto, XXI secolo. Corpo in cipresso, manico e decori in abete, piroli e ponte in acero, tavola armonica in abete rosso Val di Fiemme Ricostruzione dal dipinto Vergine col bambino e quattro angeli, Gerard David, 1505 ca., Metropolitan Museum of Art, New York (Giordano Ceccotti, ricostruzione di strumenti medievali e rinascimentali su iconografia, Assisi)

Liuto, cetra, viella, flauto, ribeca, ghironda e arpa, le note musicali risuonavano nelle sale dei castelli, in chiesa e nelle taverne. L’arte, i manoscritti e gli antifonari lo testimoniano. Ed è proprio grazie a questi documenti, alla ricerca e al confronto costante tra fonti scritte e iconografia e alla continua sperimentazione di musicisti e gruppi, che la musica e gli strumenti medioevali rivivono. Grazie. Giordano Ceccotti è musicista, liutaio, maestro d’arte e studioso e alla mostra “Un giorno nel Medioevo” a Gubbio (Logge dei Tiratori della lana, piazza Quaranta Martiri, fino al 6 gennaio 2019, dal martedì al venerdì 15-18; sabato e domenica 10-13 / 15-18, info e prenotazioni: loggedeitiratori@fondazionecariperugiaarte.it – tel.: 075 8682952) è esposto un liuto, una sua ricostruzione da un dipinto di Gerard David al Metropolitan, che testimonia quanto sia importante l’iconografia per capire come erano gli strumenti antichi?

«Quando si costruisce questo tipo di strumento, partendo dall’iconografia si cerca di ricorrere a più immagini, facendo una media tra i dipinti realizzati dall’artista. In questo caso ho preso in esame tre opere di David: quella del Louvre, una al Metropolitan e una a Rouen. Da queste opere si ricavano le proporzioni in base alla veduta prospettica dell’ambiente e poi i dati vengono elaborati con un software 3D e ridimensionati al reale. Una volta ottenute le misure ho realizzato lo stampo della cassa a varie doghe, sempre dispari, nove in questo caso. Una volta incollato tutto si toglie la dima e si assembla il resto. Nei dipinti ci sono anche particolari inserti dipinti e in pergamena, per ricostruire i quali mi sono basato sull’osservazione di strumenti esistenti o di frammenti».

Rimaniamo a Gubbio e, in particolare, nello studiolo del Duca, nel quale è raffigurato uno strumento a corda, te ne sei interessato e sarebbe possibile ricostruirlo?

«Nello studiolo sono rafigurati tanti strumenti: una cetra, una sorta di chitarrino, una viella, un organetto portativo, un flauto. Sto facendo uno studio su quella cetra e ci sono tanti corrispettivi in tal senso da analizzare, a partire da un libro di recente uscita e presentato al Centro studi europeo di musica medievale Adolfo Broegg di Crawford Young, esperto liutista e analizza dal periodo romano fino al ‘600».

Quali sono le fonti principali per chi ricostruisce strumenti antichi? «Sono tante e varie. Per gli strumenti antichi non esiste una forma tipica come per il violino, gli strumenti cambiano forma nel breve spazio di pochi chilometri, dimostrando una stretta parentela, ma grandi differenze. Le forme sono rappresentative della cultura dei luoghi e dello stile delle corti. Spesso è una questione estetica altre una questione di uso e cultura: al Sud ci sono strumenti molto mediterranei, al Centro altre tipologie di strumenti, molte legate alla produzione fiorentina, al Nord si sente l’influsso di altre culture».

Com’erano gli spartiti e gli strumenti medievali e quale suono emettevano? «Lo strumento incide molto nella sonorità e le ricerche hanno illuminato questi elementi, a volte smentendo le ricerche precedenti. Ad esempio, la ribeca con la tavola armonica in abete è più tarda, nel medioevo era in pelle come l’equivalente arabo. A volte basta una lapide sepolta che fornisce nuove ipotesi. Non ci sono spartiti o segni moderni, ma con la notazione mensurale, cioè attraverso dei valori. Una scrittura diversa, seppur decifrabile. Se si propone una musica si cercano testimoni, cioè altre fonti musicali con le stesse canzoni. A volte ci sono errori di trascrizioni, ma proprio grazie a questi confronti si possono correggere e riprodurre».

Umberto Maiorca

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Azincourt, un grande diorama per illustrare le fasi della celebre battaglia

Una delle composizoni esposte, realizzate a mano da Marco Lambertucci per la mostra “Un giorno nel Medioevo”

Soldatini di carta, di stagno o piombo, di plastica, piatti o a tutto tondo, per gioco o collezione, di fabbricazione italiana, francese, inglese o tedesca o, ancora, autocostruiti. Il mondo del modellismo di figurini storici spazia in generi, periodi e fabbricazione. A Gubbio, alla mostra “Un giorno nel medioevo” Marco Lambertucci, fiorentino, studioso, costruttore e decoratore, collezionista, esperto e consulente, ha prestato una riproduzione della battaglia di Azincourt (25 ottobre del 1415).

Perché scegliere Azincourt per rappresentare una battaglia medievale? «La guerra dei Cento anni mi ha sempre affascinato e interessato storicamente. Nel tempo ho svolto dei lavori sulle tre battaglie più importanti, Crecy, Azincourt e Poitiers. Lo scontro tra inglesi e francesi, protrattosi per tanto tempo, fornisce molte possibilità di cimentarsi in situazioni ideali per chi fa modellismo storico. Si possono analizzare le varie componenti di un esercito medievale e le evoluzioni delle differenti armi».

Chi e cosa è rappresentato nel diorama? «Ci sono le due forze in campo: l’esercito inglese e quello francese. I primi con gli arcieri e i loro long bow, veri protagonisti della battaglia, nelle loro composite uniformi; i secondi con la cavalleria pesante composta dai nobili, chiusi nelle loro armature con stendardi e blasoni».

Quindi gli inglesi con un esercito popolare e i francesi con la sola nobiltà? «In realtà la nobiltà inglese era presente sul campo di battaglia di Azincourt come altrove, ma quel giorno i veri protagonisti furono gli arcieri, i lognbowmen, in grado di fare strage dei cavalieri. La guerra dei Cento anni e Azincourt generarono molti cambiamenti sui campi d battaglia».

Le due teche dedicate al diorama

Quante ore di lavoro richiede, tra ricerca storico e attività sul modellino? «Si tratta di un impegno che non si può quantificare in maniera precisa perché ci sono diverse varianti. Per la battaglia di Azincourt, ad esempio, solo per un cavaliere servono almeno venti ore di lavoro; tempo che si dilata se il modellino è autocostruito e non un pezzo già pronto. Poi ci sono tanti dettagli da tenere in considerazione. Comunque ci vogliono tante ore di lavoro».

Quali sono le principali fonti? «Tutto ciò che si trova: dalle lastre tombali alle miniature dei codici, dagli affreschi alle cronache, pur con le difficoltà del linguaggio medievale o della parzialità dell’iconografia di affreschi e dipinti. In ogni caso quando si fa ricostruzione con i figurini o soldatini, bisogna tenere a mente che si interpreta un periodo, cercando di rimanere il più fedeli possibile alle fonti».

Umberto Maiorca

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La “cuoca di Savonarola”

La riproduzione fotografica del quaderno di appunti esposta nella mostra “Un giorno nel Medioevo” (Gubbio, Logge dei Tiratori della lana, fino al 6 gennao 2019)

La ricetta di Girolamo Savonarola per restituire a Firenze la sua gloria e alla Chiesa la sua santità. Insieme a quelle per conservare la frutta, prendersi cura della casa e preparare salse, torte, pomate e profumi.

Il singolare ricettario è stato ritrovato in un opuscolo dell’archivio della famiglia Baldini Libri, e una sua fedele riproduzione si trova esposta alla mostra “Un giorno nel medioevo. La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XIV” organizzata dalla Fondazione CariPerugia Arte in collaborazione con il Festival del Medioevo, e allestita alle Logge dei Tiratori di Gubbio fino al 6 gennaio 2019.

“Si tratta di un opuscolo che ha la fisionomia di un libro di famiglia” spiega Gabriella Macciocca, docente di Scienze dell’antichità filologico-letterarie e storico-artistiche all’Università di Cagliari, che ha studiato il documento e ne sta curando la pubblicazione.

Il libriccino è una sorta di registro ad uso delle donne della famiglia, dove si elencano stoffe usate per la confezione di abiti femminili, ma anche ingredienti per la cucina e la profumeria. La parte centrale dell’opuscolo ospita un ricettario un po’ particolare: “Oltre a ricette dedicate alla conservazione della frutta e alla preparazione di salse, infatti, contiene indicazioni per preparati per la cura della casa, fatti con gli ingredienti della cucina”. Viene spiegato, ad esempio, come pulire gli indumenti con la farina.

Nell’ultima pagina, invece (la carta di risguardo, che oggi chiameremmo quarta di copertina) sono contenute la data e la firma, insieme ad un’interessante annotazione: “Chi scrive afferma di aver assistito ad una predica di frate Girolamo Savonarola in Santa Maria Novella, e riporta sinteticamente il contenuto della predica”.

Predica che ha avuto luogo il 1 aprile 1495, come riportato dall’autrice del manoscritto, che si firma Lisabetta di Jacopo. “La nota cronologica è scritta con la stessa grafia della parte centrale del manoscritto”; tutto il ricettario, dunque, è opera di Lisabetta. Chi sia la donna, però, non è stato ancora stabilito.

“Il nome non figura in quelli delle famiglie Baldini e Libri”; il libretto, però, potrebbe non essere nato all’interno di quelle famiglie, ed essere stato piuttosto acquisito nell’archivio solo successivamente. Viste le sue mansioni si è ipotizzato che Lisabetta fosse la cuoca della famiglia, ma anche questa teoria non convince Macciocca: “La scrittura è calligrafica, praticata con cura e appresa a livello scolastico: questo fa escludere figure di fatica, dedite al lavoro manuale”.

Quel che è certo, è che si tratta di un documento preziosissimo, perché riporta una predica di Savonarola completamente inedita: “Una predica che, nello stile del domenicano, è più politica che religiosa: il frate spiega che Firenze deve tornare ad avere la sua potenza e la sua forza e la Chiesa corrotta necessita di una radicale riforma e invoca l’aiuto del Re di Francia in questa nuova ambiziosa opera di rinnovamento”.

Di fatto la lettura della piccola nota di Lisabetta di Jacopo ci fa precipitare in pieno Medioevo, trasformando la storia in cronaca e permettendoci di vivere “in diretta” il Quattrocento – “quasi Cinquecento” – un po’ come accade a Benigni e Troisi in Non ci resta che piangere, nella cui scena più celebre, peraltro, i due comici scrivono una lettera proprio a Savonarola.

“A ddì primo d’aprile nel mille quatrocento novanta cinque – scrive Lisabetta – che disse fra Girolamo predichando in Santa Maria del Fiore [che la] città di Firençe aveva a raquistare ogni chosa perduta e più che alieva a insignorirsi di qualch’altra terra e farsi più silve che fusse mai e ttutte queste chose mostrò certamente chome profeta dicendo non sono Daniello ma [h]o bene[dett]o quel medesimo lume e puiché minacciò molto la Chiesa dicendo la s’aveva a riformare presto e chon ispada e mostrò avessi a ffar queste chose e’ rre di Franccia el quale disse arrebbe qualche aversità ma nel fine sarebbe vincitore e guidato da dDio e lo vedremmo chonvertire e’ Turchi a’ nostri dì e tutte queste chose l’udì io, sendo alla sua predicha”.

Il valore inestimabile del manoscritto, tuttavia, non è dovuto solo alla predica di Savonarola. Anche la parte culinaria ci regala delle perle uniche nel loro genere: “Il tipo di cucina che viene riportato – spiega Macciocca – è interessantissimo, perché si tratta, di fatto, delle ultime ricette della cucina medievale”. Quando Lisabetta scrive, infatti, l’America è stata scoperta da appena tre anni e non sono ancora arrivati in Europa tutti quegli alimenti che avrebbero rivoluzionato la nostra tavola: “Si parla di piatti che fanno uso di spezie e profumi orientali: non c’è ancora nessuna novità proveniente dal Nuovo Mondo”.

Peraltro, aggiunge la professoressa, “questa dieta povera di gassi e zuccheri sarebbe molto apprezzata nel nostro tempo”. Non a caso Macciocca sta pensando anche di organizzare, per qualche evento pubblico, la preparazione di qualcuna delle ricette di Lisabetta, come la torta di amarene o i preparati con le mele cotogne o i fondi di cottura. Insomma, un libro di ricette che stuzzica la fame, e non solo quella di cultura.

Arnaldo Casali

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Il flauto e altri fiati in danze e convivi medievali

Flauto Doppio in Do in legno di ulivo (riproduzione su base iconografica in mostra)

Flauto, flauto doppio, traverse, flauti da tamburo, flauti di corno, cromorni e cornamuse. Gli strumenti a fiato del mondo medievale sono innumerevoli e, seppure pensati per lo stesso uso, rispondono alla necessità di essere suonati in contesti molto diversi. Opere d’arte e miniature testimoniano l’importanza della musica e la varietà degli strumenti nel mondo medievale. Alla mostra “Un giorno nel medioevo” a Gubbio, Giovanni Brugnami, musicista e costruttore, ha portato un flauto traverso (in legno di bosso, ricostruzione dalle miniature delle Cantigas de Santa Maria), un flauto doppio (in legno d’ulivo, dal dipinto Incoronazione di Maria di Andrea de Litio all’Escorial) e un flauto diritto (in legno di pero, dal dipinto Madonna degli Angeli di Pere Serra al museo nazionale di Barcellona).

Da dove nasce questo interesse per il flauto medievale? «Studiavo flauto e musica al Conservatorio e avevo già questa passione per gli strumenti medievali, ma non esisteva un insegnamento di flauto antico né un corso per la fabbricazione artigianale di flauti. Così ho iniziato ad approfondire, da autodidatta, sia la struttura del flauto sia la storia. Nel tempo poi ho incontrato altre persone che suonavano e studiavano la musica medievale e gli strumenti, così ho potuto sviluppare un repertorio e approfondire le mie conoscenze costruttive. In passato il mestiere era tramandato a bottega di padre in figlio, non c’erano scuole o insegnanti. Io ho iniziato a guardare come erano fatti, ho iniziato a capire come funzionavano, come suonavano, le caratteristiche del legno. Adesso ne ho costruiti quasi 600 e sono apprezzati anche da musicisti internazionali».

Base iconografica utilizzata da Giovanni Brugnami per la riproduzione del flauto doppio: Incoronazione di Maria, Andrea De Litio, 1460-70, Basilica di Santa Maria Assunta, Atri

Quali sono le fonti utilizzate? «Dipinti, codici, affreschi in primo luogo, ma da soli non sono sufficienti perché non ci restituiscono le dimensioni, la proporzione, non forniscono le misure sulla cameratura, cioé quegli elementi che definiscono lo strumento e il suo suono. La conoscenza della musica medievale e le sue tonalità ci aiutano a capire quale strumento poteva suonare quelle note. Decifrare gli spartiti è compito dei paleografi musicali, l’esecutore viaggia in parallelo. Il confronto e lo studio permettono di suonare le melodie antiche. Il legno anche influisce sulla personalità e sonorità dello strumento. Il palissandro e l’ebano, ad esempio, non erano conosciuti prima della scoperta dell’America. Erano usati molto il pero, il bosso e l’ulivo, legni duri che generano determinate sonorità. I legni semiduri, ad esempio, servono per strumenti che suonano insieme, in gruppo. Il musicista che si rivolge ad un costruttore chiede un certo suono e l’artigiano si indirizza verso un determinato legno per realizzare quanto chiesto».

Gli strumenti e la musica medievale erano collegati al luogo di esecuzione? «In chiesa erano ammessi solo organo e voce. I flauti si distinguevano nella musica popolare, nelle feste, insieme con le cornamuse, o altri strumenti sonori come il tamburo. C’era un flauto a tre fori che si suonava con una mano, mentre con l’altra si batteva il tamburo. Nelle corti rinascimentali abbiamo, invece, i flauti traversi, di varie grandezze e timbro, con liuti e viole da gamba. Strumenti dalle sonorità più delicate e di migliore fattura, adatti ad una corte e ai suoi rituali nelle danze e nei convivi».

Umberto Maiorca

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L’abito templare

Dove c’è un tesoro, un segreto, un’arcana cospirazione, loro non mancano mai: i Templari sono i custodi di tutto il fascino e il mistero del medioevo; non c’è leggenda che non li veda parte in causa, dal Santo Graal all’Arca Perduta, dai figli di Cristo e della Maddalena alla scoperta dell’America, dalla maledizione dei Re di Francia fino alla creazione della “Jolly Roger”, ovvero la bandiera dei pirati.

Non potevano mancare, allora, alla mostra “Un giorno nel Medioevo – La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV” organizzata dalla fondazione CariPerugia Arte in collaborazione con il Festival del Medioevo.

All’esposizione, allestita alle Logge dei Tiratori della lana di Gubbio fino al 6 gennaio 2019, si possono infatti ammirare l’abito di un cavaliere templare, un elmo, una cotta di maglia, una spada e lo stendardo attaccato alla lancia, dove è presente l’unico simbolo templare accertato, oltre alla celebre croce rossa.

Le fedeli riproduzioni sono opera di Mansio Templi Parmensis 1275 asd, associazione nata a Parma nel 1994 e specializzata nello studio e nella divulgazione della storia del più celebre ordine cavalleresco del medioevo, capace di più ogni altro di segnare l’immaginario dell’Età di mezzo.

Fondato nel 1118 con il nome di “Poveri compagni d’armi di Cristo e del tempio di Salomone”, con il sostegno e la direzione spirituale dai san Bernardo da Clairvaux, quello dei cavalieri Templari fu il primo ordine di monaci guerrieri, ed era nato con il compito di difendere la Terra Santa durante le crociate. L’ordine in meno di due secoli accumulò uno straordinario potere e incredibili ricchezze, tanto da suscitare le gelosie di sovrani come Filippo il bello, che ne ottenne lo scioglimento nel 1312, avvenuto con tre bolle papali che decretano anche la spartizione dei beni e la sorte dei cavalieri in vita.

“I templari avevano due vesti, che riflettevano la loro duplice anima” spiega Sara Casti, socia e tra i responsabili della didattica di Mansio Templi Parmensis. “Quella che è in mostra a Gubbio è una veste da casa, ovvero il saio da monaco. Poi, ovviamente, in battaglia vestivano delle armature”.

Quella portata nelle crociate dai Templari, spiega Casti, fu una vera e propria rivoluzione: “Prima non esistevano ordini che univano la figura religiosa a quella del combattente, mentre in seguito saranno in molti a ispirarsi alla loro regola”. A cominciare dai Cavalieri di Malta, che erano nati qualche decennio prima come congregazione impegnata esclusivamente nell’assistenza agli ammalati, e che in seguito allo scioglimento dei Templari ne raccoglieranno l’eredità – sia per il ruolo sia quanto a ricchezze e potere.

Nati come Ospitalieri nel 1070, assumeranno infatti il nome di Cavalieri di Malta quando diventeranno addirittura i sovrani dell’isola del Mediterraneo e ancora oggi sono un soggetto di diritto internazionale riconosciuto da 80 stati nel mondo. “L’allestimento – spiega Sara – è stato realizzato a metà della mostra, proprio per sottolineare la duplice valenza dei Templari: civile e militare”. Ricostruire gli abiti e i vessilli non è stato facile: “Di immagini dei Templari ce ne sono pochissime: sono state quasi tutte distrutte a seguito del processo iniziato nel 1307 e che ha portato alla bolla di sospensione dell’ordine e alla scomunica di alcuni degli ultimi cavalieri – tra cui il gran maestro Jacques de Molay – bruciati sul rogo nel 1314”.

Ed è proprio degli ultimi anni della storia dell’ordine che si occupa l’associazione di Parma: “Ricostruiamo gli abiti, gli armamenti, gli arredi. Raccontiamo la storia dei Templari nella sua complessità, ma anche la loro vita quotidiana”. Mansio Templi, presente sin dalla prima edizione al Festival del Medioevo, organizza allestimenti, lezioni e rievocazioni storiche in tutta Italia, impegnandosi in un’opera di divulgazione che punta a sfatare le innumerevoli leggende.

“La storia dei Templari è molto più affascinante del mito” spiega ancora Sara. “La drammatica fine dell’ordine che ha dato origine a tante storie – continua – è in realtà legata a diversi fattori, soprattutto di natura politica. Il Papa, che si trovava praticamente ostaggio del Re di Francia, scioglie l’ordine per sottomettersi alla sua volontà”. D’altra parte Filippo il bello, in lotta da anni con il papato, era ansioso di liberarsi della milizia armata più efficiente e fedele su cui il pontefice potesse contare. “Ma va detto anche che le crociate erano ormai perse e con esse i Templari avevano perduto il loro ruolo specifico, oltre che la sede (a Gerusalemme, nel luogo dove si trovava il Tempio di Salomone), anche perché – a differenza dei Cavalieri di Malta – non avevano ospedali. Dopo lo scioglimento la maggior parte dei templari confluiscono in altri ordini, a cominciare proprio dai Cavalieri di Malta”.

Ma da dove hanno origine le tante leggende sorte intorno ai Templari e al loro tesoro? “Dalla massoneria; che, nel Seicento, si rifà ad un immaginario mitico-religioso riprendendo molti elementi della tradizione templare. Quando poi nell’Ottocento gli storici creano il mito del medioevo come epoca oscura e misteriosa, i Templari ne rappresentano già i migliori testimonial”.

Oggi esistono diversi ordini che hanno ripreso il nome di Templari, alcuni cattolici, altri di stampo massonico: “Hanno iniziato a fiore nel XVII secolo – conclude Sara – ma nessuno di loro ha un legame diretto con quello originario”. Che continua a vivere solo nella storia e, ovviamente, nella leggenda.

Arnaldo Casali

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Una deliziosa cassetta nuziale

La cassettina nuziale proveniente dalla collezione museale di Todi è uno degli oggetti esposti a Gubbio nella mostra “Un giorno nel Medioevo”

È stata realizzata per aiutare una sposa del Quattrocento ad affacciarsi alla vita matrimoniale, ma in realtà per anni è servita ai visitatori del Museo Civico di Todi come gradino per affacciarsi alla finestra.

È la cassetta nuziale che si può ammirare a Gubbio fino al 6 gennaio 2019, nella mostra “Un giorno del Medioevo” organizzata dalla Fondazione CariPerugia Arte con la collaborazione del Festival del Medioevo e allestita alle Logge dei Tiratori di Gubbio.

“La cassettina – spiega Nicoletta Paolucci del servizio cultura del Comune di Todi – è stata ritrovata fortuitamente durante i lavori di sgombero della sala del Museo civico, dove veniva usata come gradino per accedere ad una delle finestre, cosa che aveva causato un estremo deterioramento, tanto da rendere necessario un radicale restauro”.

Si tratta di una cassettina in legno di ciliegio (cm 30,5×59, 5×34) destinata a contenere gli oggetti personali della sposa ed è stata donata al Museo di Todi da Camillo Ranucci, storico nato nel 1864 e morto nel 1954.

Il reperto è databile al XV secolo, come si può rilevare anche dai vestiti indossati dai personaggi che sono raffigurati nella decorazione, peraltro di notevole tecnica esecutiva. L’esame della produzione lignea realizzata in Umbria in quel periodo fa escludere che l’oggetto possa provenire dalla regione: esistono infatti numerose casse e cassoni intagliati e dipinti, realizzati però con tecniche completamente diverse da questa singolare cassettina, che più probabilmente – visto il tipo di figure riprodotte e la tecnica utilizzata – arriva dal nord Italia. “L’opera appartiene ad un’area culturale – si legge nella descrizione curata dal Comune di Todi – in cui permangono, in pieno rinascimento, gli influssi dell’arte gotico-cortese e dell’arte orientaleggiante di Venezia”.

Particolare della decorazione

La decorazione della fronte narra, secondo modi convenzionali della tradizione cavalleresca e cortese, una breve vicenda distribuita su due quadri: a sinistra una scena di caccia in cui il cavaliere, con a fianco il cane, simbolo di fedeltà, ferisce con una freccia un’aquila in presenza della dama; a destra l’incontro della coppia, nascosto da un arazzo fiorito; sullo sfondo il paesaggio stilizzato e simbolico di due torrette in posizione simmetrica, ovvero le torri del castello d’amore assediato e conquistato. Le figure sono inserite in uno sfondo decorato con motivi vegetali, mentre sui fianchi c’è un motivo a cerchi concentrici con quattro trifogli.

“Tutti gli elementi raffigurati – spiegano ancora dal Comune di Todi – vanno inquadrati nella tradizione medievale delle allegorie erotiche, come ad esempio il tema della caccia e dell’offerta di un atto di valore e di una preda alla dama, che diventerà preda egli stessa; motivi continuamente ripetuti dalla letteratura cavalleresca e favolistica e rinarrati sugli arazzi, nelle miniature e su altri oggetti d’uso. Questi simbolismi sono qui ripresi secondo le nuove esigenze di realismo, presenti nelle suppellettili di cui cominciano ad adornarsi le dimore delle piccole e grandi corti principesche e anche quelle della borghesia più ricca ed emancipata, che si propone come nuova classe in ascesa alla ricerca della propria nobiltà e dignità”.

La tecnica usata è quella dell’intaglio piatto simile alla xilografia; le figure sono poste in risalto asportando con la sgorbia il fondo e rifinite con sottili incisioni. I vuoti sono riempiti con una pasta di cera verde rossa. “Il manufatto sembra voler riproporre nel legno effetti ottenuti in altri oggetti eseguiti su materiali più preziosi: cuoi impressi, cassettina intarsiate in osso e avorio, smalti realizzati in champlevé”.

Il tempo ha portato via alla cassettina gli scomparti interni, la serratura, il listello frontale della cornice del coperchio e le basi di appoggio, ma non gli ha tolto la testimonianza della voglia di sognare di una coppia di giovani sposi che, pur cambiando i modelli ispiratori, con il passare dei secoli non è mai venuta meno.

Arnaldo Casali

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Il cassero e la sicurezza in città

La riproduzione di un affresco di Benedetto Bonfigli che mostra le mura difensive della città di Perugia accoglie i visitatori all’ingresso della mostra “Un giorno nel Medioevo. la vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV”, aperta fino al 6 gennaio 2019 a Gubbio (Logge dei tiratori della lana, piazza Quaranta Martiri)

La città medioevale «si presentava chiusa nelle sue mura, con una figura ben definita, sormontata da innumerevoli torri». A Perugia le torri erano più di settanta e il profilo della città era delimitato da «cinque bracci o dita», dal centro concentrico ai «borghi radiali determinati dagli assi viari che li attraversavano», nei quali si insinuavano, fino a ridosso delle mura, le coltivazioni e le abitazioni dei popolani.

Già nell’XI secolo lo spazio all’interno delle mura etrusche era esaurito sia per lo sviluppo demografico sia per l’ingresso in città della “gente nuova” che «si stabilisce in genere alla periferia delle città o si affolla in zone abbandonate o disdegnate dai cittadini di vecchia data e ancor più dalle famiglie dell’aristocrazia consolare», ma non dai «canonici della cattedrale e i monaci di San Pietro, che possiedono quasi tutte le terre su entrambi i lati di questi due assi, vi facilitano l’insediamento dei loro ex contadini, livellari, affittuari ed enfiteuti del contado».

Nei secoli XII e XIII i cinque rioni cittadini appaiono strutturati e la barriera costituita dalla «cinta romana» viene distrutta e «si procede alla costruzione della cinta nuova, che incorpora alla città i sobborghi». La Chiesa attesta la situazione con la creazione di nuove parrocchie e consentendo l’insediamento degli ordini mendicanti e monasteri femminili. Tra la “gens nova” e i vecchi cittadini c’è ancora una separazione di censo e di interessi, testimoniata da un atto dell’11 luglio del 1223 con il quale i milites e i pedites addivengono ad un accordo che contempla l’abbattimento di opere difensive abusive realizzate dai popolani a ridosso delle mura sulle terre dei nobili. Le differenze tra la “terra vecchia” e la “terra nuova” trova conferma anche nel racconto di Pellini riguardo le porte dei sobborghi che «restarono chiuse la notte fino al 1276, quando gli abitanti di Porta Sole ottennero dalle autorità che rinunciassero a tale uso “non convenevole alla loro fedeltà”, seguiti ben presto dagli abitanti degli altri sobborghi». «Si tratta, più precisamente, di fatti accaduti nel 1266. Malcontento e sorda opposizione alla politica del Comune cominciarono a notarsi tra gli abitanti di Porta San Pietro a causa del regime poliziesco messo in atto dai custodi delle porte. Ma una notte dei primi di luglio le porte furono abbattute e asportate da ignoti». Il nuovo status quo è testimoniato da un documento del 1306 con il quale il Consiglio dei Priori stabilisce che il contado inizia oltre le porte dei borghi.

La fedele riproduzione del Cassaero di Porta Sant’Angelo (Perugia) nel plastico di proprietà del Comune cittadino è in mostra nella sezione “Uno spazio difeso” della mostra

Il Cassero di Porta Sant’Angelo si inserisce in questo contesto di cambiamento sociale, demografico e cittadino ed è una delle porte cittadine costruita a partire dal XIV secolo come margine difensivo del confine settentrionale della città. Nel 1327 «se comencava a cavare egl fondamenta degl mura del borgo de la Concha … a la porta degl dicte mura enlla strada da sancto Matheo». La nascita della porta del Cassero è strettamente connessa con lo sviluppo della zona di porta Conca e con «la necessità di una nuova parrocchia, lavoro e occupazione per la gente, costruzione di un grande tratto di muro a mo’ di recinzione della nuova area abitata». Furono i «signori priori e camerlinghi» a decidere di »circondare di muro molte habitationi fatte di nuovo verso la regione, e parte volta a settentrione, e di farvi una porta, che riuscisse per la dritta a San Matteo. E fu cominciata una tela di muro della Porta, hoggi detta di Sant’Angelo» e chiamarono «come architetto di quest’opra, e della bella Porta che hoggi si vede, un certo mastro Ambrogio». Il tal “mastro” nominato dal Crispolti è Ambrogio Maitani al servizio del Comune di Perugia in quel periodo per fortificazioni e autore delle decorazioni del duomo di Orvieto.

Porta o Cassero di Sant’Angelo è la denominazione che deriva dal vicino tempio dedicato a San Michele Arcangelo, ma in passato era anche chiamata porta degli Armeni per la vicinanza del monastero di San Matteo degli Armeni dei monaci basiliani: in un documento del 1272 il locus viene ceduto ai frati che già dimoravano in San Matteo. Il documento lascia intuire che una chiesa, o una costruzione, esista già. Un anno dopo si procede alla consacrazione della chiesa e i frati chiedono al Comune un aiuto per sostenere le spese della cerimonia. Il Comune accetta di buon grado, dimostrando una insospettata sensibilità. Nel primo decennio del ‘300 si erige una nuova chiesa che ottiene l’indulgenza da Clemente V e si parla di ordine di San Basilio. Un dato interessante è costituito dai lasciti testamentari, che testimoniano come la comunità fosse entrata nel cuore della gente.

Nei Consigli e riformanze del 1273 e negli Statuti del 1295 si fa menzione di una porta difensiva preeistente, ma spostata più in basso, verso la città. L’importanza della torre per il controllo del territorio esterno e di quello interno, del rione stesso, «la mostrarono i borghigiani di porta S. Angelo, i quali non solamente non vollero pagare, ma nemmeno far le guardie, e tostoché ebbero lingua che i Baglioni volevano occupare la torre di S. Angelo, se ne impossessarono essi stessi, né vi fu modo di farla restituire, se non al legato». Per il mantenimento del Cassero erano «destinati 70 fiorini d’oro annui», una guarnigione stabile, «comodità di acque» tale da renderlo «inespugnabile per battaglie di mano onde nelle guerre civili dalle quali fu in vari tempi molestata Perugia, si tenne gran conto della signoria di questa rocca, e vi furono eseguiti molti combattimenti».

Il Cassero com’è oggi, all’ingresso nord del centro storico di Perugia

La costruzione del Cassero richiese molto tempo e la necessità di tale costruzione è testimoniata da una delibera degli organi comunali del 1342 con la quale si stabilisce «che per l’honore, stato e utilità de la cità predicta e deglie borghe d’essa se mure et alzese el muro el quale apresso e longo la porta nuova del borgo overo del soborgo de porta Sant’Angnolo, cioè da la dicta porta enfine a la turre la quale è socto essa porta apresso la strada per la quale se va al monasterio del le donne de Sancto Francesco, quactro overo cinque canne de muro a le spese del comuno de Peroscia, quando parrà aglie segnore priore de l’arte».

La torre fu ingrandita da Gherardo de Puy, abate del monastero maggiore di Cluny, detto il Monmaggiore, nel 1372 e nuovamente rimaneggiata da da Fioravante Fioravanti tra il 1416 e il 1424 su ordine di Braccio Fortebracci, «ma il Cassero o torre o fortificazioni che sopra ai fianchi si veggono della medesima, sappiamo che s’incominciarono a costruire il 24 luglio 1479. cospicua e ben munita è l’alta sua torre quadrata che nei trapassati secoli ebbe continuamente un presidio». Le stratificazioni dei tre diversi interventi costruttivi si notano benissimo nella sagoma della torre e al suo interno: per lo strato inferiore venne utilizzata la locale arenaria lavorata a piccole bugne, seguita da inserti in pietra calcarea e dal laterizio per la volta. Nei piedritti si vede ancora la scanalatura della porta a saracinesca.

Sul finire del XV secolo le torri di Perugia apparivano «logore, scassinate e crollanti». Molte vennero buttate giù e sacceggiate dei materiali. La salvezza del Cassero si deve all’intervento di papa Sisto IV al quale «parea bello il conservare quegli scheletri di animali feroci, nel 1476 fulminò scomunica e pena di cinquanta ducati contro chi le demolisse; ma non potè far sì che a’ nostri tempi più di tre ne restassero, quelle del campanile del Palazzo e della Porta Sant’Angelo, e quella degli Scalzi, detta ancora degli Sciri dal nome della nobile famiglia estinta che la possedeva».

Umberto Maiorca

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La canapa nel Medioevo

Fibre di canapa grezza, molto utilizzata nel Medioevo

Ha donato le sue fibre alla Bibbia di Gutenberg, alle vele delle caravelle di Colombo, alla Costituzione americana e a importanti arazzi. Ma soprattutto a migliaia di corde, di lenzuola, di tovaglie e di vestiti, e anche a raffinati piatti di alta cucina.

Pianta duttile, flessibile e resistente, la canapa nel medioevo era il tessuto più prezioso e più popolare, perché utilizzato in mille modi. E certo non se ne andava in fumo. Non poteva che essere dedicata anche a lei, dunque, una sezione della mostra “Un giorno nel Medioevo” organizzata a Gubbio dalla Fondazione CariPerugia Arte in collaborazione con il Festival del Medioevo, che si può visitare alle Logge dei Tiratori della Lana fino al 6 gennaio 2019.

L’allestimento, curato dal Museo della Canapa di Sant’Anatolia di Narco, vede esposti vari strumenti legati al ciclo della lavorazione della canapa: un cardo (la cardatura – che prende il nome dalla pianta le cui infiorescenze venivano utilizzate anticamente per l’operazione – consiste nel liberare dalle impurità, districare e rendere parallele le fibre tessili, al fine di permettere le successive operazioni di filatura), un pettine per la tessitura, e delle matasse di diverse tipologie di canapa: quella utilizzata per la biancheria, quella per i pacchi e quella per la corderia.

In mostra, un banco di tessuti (Gaite di Bevagna) e strumenti per lavorare la canapa (Museo della Canapa si Sant’Anatolia di Narco)

“La canapa era la fibra più utilizzata nel Medioevo – spiega Gleda Giampaoli, direttore del Museo – prevalentemente per il cordame e in parte per i tessuti, soprattutto per i corredi delle spose: tovaglie, asciugamani, lenzuola, coperte. Spesso veniva mescolata con la lana e il lino”. Non mancava l’uso alimentare: “Abbiamo trovato una ricetta del Trecento di tortelli con fiori di canapa”. Difficile dire se avessero lo stesso effetto della celebre insalata alla marijuana del film Che fine ha fatto Totò Baby?, in cui il comico napoletano si trasforma in uno spietato serial killer che uccide a sangue freddo, scioglie nell’acido, serve pezzi di cadavere per pranzo al fratello e mura i corpi delle sue vittime dentro casa. “La verità è che non sappiamo che percentuale di Thc potesse essere presente nella canapa in uso nel Medioevo”.

Il Thc, principio attivo alla base dello ‘sballo’, è infatti molto basso nelle piante comuni ed è stato aumentato artificialmente sia nella cannabis venduta sul mercato nero sia in quella per uso terapeutico. Basti pensare che nella cannabis legale non può superare lo 0,5%, negli anni degli hippie si aggirava intorno al 7%, mentre oggi in quella illegale è di circa il 13% e in quella utilizzata per la terapia del dolore raggiunge il 90%.

Uno strumento medievale per districare le fibre di canapa, anch’esso in mostra

“La canapa era considerata il maiale vegetale perché, come del maiale non si buttava via nulla. Le radici erano impiegate per accendere il fuoco, il canapulo impregnato nello zolfo si trasformava in comodi fiammiferi, i semi costituivano parte integrante dell’alimentazione animale. La fibra, invece, era impiegata per la produzione di corde, indispensabili per le varie attività agricole, di reti da pesca, ma soprattutto per la realizzazione di tessuti per il confezionamento della biancheria per la casa, dei sacchi per farine e cereali e dell’abbigliamento”.

Ma non ha segnato solo il Medioevo, la canapa: è rimasta di fatto la pianta più utilizzata per i tessuti fino agli anni ’50, quando, con il boom economico ha iniziato a subire la concorrenza delle fibre artificiali che ne hanno decretato la scomparsa dal mercato ben prima che gli anni ‘70 ne stravolgessero anche l’identità, relegandola al ruolo di droga leggera.

La riabilitazione della canapa è iniziata da un paio di anni con la nuova legislazione che se da una parte ha fatto esplodere il discusso fenomeno della “marijuana light”, dall’altra ha rilanciato – anche se più in sordina – tutta una filiera che vede la pianta utilizzata di nuovo per tessuti, bioedilizia, design, oltre che nel settore alimentare.

Il Museo della Canapa di Sant’Anatolia di Narco è nato nel 2008 come antenna dell’Eco Museo della dorsale appenninica umbra e ha come missione quella di riscoprire e riattualizzare la memoria storica e il saper fare legato alla canapa in Valnerina e in generale in Umbria. Collabora con il Politecnico di Milano, le università di Venezia, Perugia, Camerino, Bologna e Bari. “Abbiamo un laboratorio in cui produciamo tessuti – spiega ancora il direttore – facciamo sperimentazione e lavoriamo con diverse realtà artistiche”. Tra queste il progetto “Canapa nera”, incentrato sul terremoto, commissionato dalla Regione Umbria e realizzato dall’Accademia delle belle arti di Perugia e Daniela Gerini e presentato anche al Festival dei Due Mondi.

Arnaldo Casali

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