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Category Archives: Un giorno nel Medioevo

Cento opere in mostra per rappresentare la vita quotidiana nell’Età di Mezzo

Calzature femminili, XIII secolo (Collezione privata, Gubbio)

Le attività economiche, gli stili di vita, le pratiche religiose, gli aspetti culturali e ludici di una città italiana tra il 1000 e il 1500. Dal 26 luglio 2018 la mostra Un giorno nel Medioevo. La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV (Gubbio, Logge dei Tiratori della lana, Piazza Quaranta Martiri) documenta un’epoca troppo spesso distorta e mistificata, ricostruita attraverso luoghi comuni e pregiudizi.

LE OPERE E IL PERCORSO Una lettera in cui la figlia di Marco Polo reclama in dote i beni che il padre ha portato dalla Cina. Un trattato medico, impreziosito da figure anatomiche, per fornire consigli su come evitare la peste. Ma anche strumenti utili alla vita di tutti i giorni: dalle armi per difendere la città, ai banchi di commercio e delle attività economiche che si aprivano sulle piazze, fino agli aspetti più intimi della quotidianità: dalla dimensione religiosa al letto e alla tavola imbandita per i pasti, agli svaghi e alla musica di una società che sapeva anche gioire e divertirsi. Il percorso, progettato nelle sei sezioni “Uno spazio difeso”, “La città dei mestieri”, “Un mondo impregnato di Dio”, “La casa il primo status symbol”, “Saperi e professioni intellettuali” e “Giochi di bambini, passatempi di adulti”, illustra gli aspetti contraddittori e dinamici, multiformi e sorprendenti di “Un giorno nel Medioevo”.

Particolare della sentenza emessa dai Giudici del Procurator a favore di Fantina, figlia di Marco Polo, in cui vengono elencati i beni – molti provenienti dalle terre di Cina – a lei assegnati dal padre come dote. Luglio 1366 (Archivio di Stato di Venezia)

MINI LEZIONI DI STORIA Lo storico Alberto Grohmann regala ai visitatori la panoramica a volo d’uccello su una città medievale, mentre Franco Cardini parla di scienza e conoscenza e Massimo Montanari spiega la tavola come centro di potere. Da Maria Giuseppina Muzzarelli a Franco Mezzanotte e Giovanni Vitolo, sono diciotto gli storici autori di altrettanti video che corredano ogni sezione della mostra. Il percorso espositivo è arricchito da mini lezioni di storia su La città (Alberto Grohmann), I mercati e le Fiere (Franco Franceschi), I porti (Amedeo Feniello), Il sarto (Elisa Tosi Brandi), La preghiera (Nicolangelo D’Acunto), Gli ordini religiosi (Franco Mezzanotte), I Templari (Sonia Merli), La tavola (Massimo Montanari), Gli abiti (Maria Giuseppina Muzzarelli), La scienza (Franco Cardini), Il notaio (Attilio Bartoli Langeli), I Viaggi (Alessandro Vanoli), L’Università (Giovanni Vitolo), L’impresa della guerra (Manuel Vaquero Piñeiro), Il gioco (Elena Percivaldi), La musica (Daniele Bernardini) e La bombarda (Matteo Nardella), strumento musicale dell’epoca, per finire con Il medievalismo (Riccardo Facchini), la disciplina che indaga sulla percezione e l’uso del Medioevo da parte della società contemporanea. Piccole perle di conoscenza che, con un linguaggio semplice e diretto, completano e approfondiscono le sei tappe di visita di “Un giorno nel Medioevo”.

Boccale, Toscana, sec. XV – MUVIT Museo del Vino, Fondazione Lungarotti, Torgiano (PG)

I NUMERI DELLA MOSTRA Più di 30 tra musei, Archivi di Stato, biblioteche, Diocesi, Istituzioni pubbliche, Associazioni e collezionisti privati hanno contribuito alla realizzazione della mostra, prestando opere, documenti e manufatti originali e unici, come gli Archivi di Stato di Venezia, Perugia (con sezione di Gubbio) e Ancona, il MUVIT, Museo del Vino della Fondazione Lungarotti, l’Università degli Studi di Perugia e il Museo delle Armi di Brescia.

Circa 100 i pezzi in mostra, con ricostruzioni ad opera delle quattro Gaite che ogni anno mettono in scena il Mercato medievale di Bevagna, copie realizzate dalla Galleria Nazionale dell’Umbria, riproduzioni in scala del Comune di Perugia, abiti di costumisti d’arte impegnati nella ricerca filologica e opere di musicisti ricercatori che ricreano strumenti musicali dell’epoca dallo studio di fonti iconografiche.

E 19 video, 18 brevi lezioni e una ricostruzione in 3D di Firenze sulla base della celebre Pianta della Catena, per offrire in ogni sezione della mostra una chiave di lettura più ampia e completa.

IL PROGETTO Voluto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, il progetto è frutto della collaborazione tra la Fondazione CariPerugia Arte e il Festival del Medioevo, la manifestazione punto di riferimento nel panorama nazionale che ogni anno, nell’ultima settimana di settembre, richiama a Gubbio più di cento storici, saggisti, scrittori e giornalisti per affrontare e documentare i temi che hanno caratterizzato l’Età di Mezzo.

La sede della mostra, un edificio del XVI secolo destinato ad ospitare le attività di manifattura e commercio dei Mercanti della lana di Gubbio

Informazioni e orari Un giorno nel Medioevo. La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV Logge dei Tiratori della Lana – Gubbio 26 luglio 2018 – 6 gennaio 2019 Orari di apertura: dal martedì al venerdì 15-18; sabato e domenica 10-13 / 15-18 Info e prenotazioni: loggedeitiratori@fondazionecariperugiaarte.it – tel: 075 8682952 www.fondazionecariperugiaarte.it

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Incunaboli e seicentine raccontano la storia dell’Università

Un incunabolo e una seicentina che raccoglie l’opera di Bartolo da Sassoferrato. Medicina e diritto, materie che insieme con la teologia costituivano l’ossatura dell’insegnamento universitario nel Medioevo. Libri che raccontano l’Ateneo perugino e il veloce sviluppo della stampa grazie all’impulso delle università, di docenti e studenti che chiedevano un maggior numero di testi prodotti velocemente e in serie, andando a sostituire il sistema delle pecie, la copiatura manuale, con la stampa.

La mostra “Un giorno nel Medioevo” in svolgimento a Gubbio, grazie a Fondazione CariArtePerugia e Festival del Medioevo, espone proprio due volumi appartenenti al Fondo antico dell’Università degli Studi di Perugia, raccontati e spiegati da Monica Fiore, bibliotecaria e responsabile del Fondo librario.

 

Fasciculus Medicinae

Quali volumi si trovano in mostra a Gubbio? «Il Fondo antico, la raccolta libraria conservata nella Sala del Dottorato di palazzo Murena, sede storica dell’Università degli studi di Perugia è costituito di soli libri a stampa, abbiamo selezionato due volumi tra i più antichi e significativi: un incunabolo (dal termine latino “in cuna”, culla appunto, in fasce potremmo anche dire) e una seicentina. L’incunabolo è una raccolta di più testi rilegati insieme, sono esposti una tavola del Fasciculus medicinae di Johannes de Ketham e l’incipit dell’Anathomia di Mondino de’ Liuzzi, entrambi stampati a Venezia da Giovanni e Gregorio de Gregori da Forlì, il 17 febbraio 1500/1501. La seicentina è il primo di otto volumi di cui si compone l’edizione, stampata nel 1615 a Venezia nella tipografia dei Giunta, dell’opera completa di Bartolo da Sassoferrato, Bartoli à Saxoferrato…. omnia, quae extant, opera…». Cosa raccontano questi libri? «L’incunabolo, stampato alla fine del XVI secolo, è di argomento medico e raccoglie in edizione a stampa opere di medicina famose fin dal Medioevo. La seicentina, pur prodotta nel XVII secolo, contiene l’opera omnia del famosissimo giurista del Trecento Bartolo da Sassoferrato, lucerna iuris e gloria dell’Ateneo perugino. Medicina e diritto quindi, le due principali materie di insegnamento, oltre alla teologia, attorno alle quali si sono sviluppati gli insegnamenti universitari a Perugia fin dalla seconda metà del Duecento, come attestano gli statuti cittadini, anche se il riconoscimento ufficiale dell’Università di Perugia come Studium generale è formalizzato nella bolla Super Specula di papa Clemente V del 1308. Con il termine incunaboli sono definiti i primi volumi prodotti con la tecnica della stampa a caratteri mobili (composizione manuale dei caratteri nella forma di stampa e utilizzo del torchio) a partire dalla metà del XV secolo fino al 1500, anzi per la precisione fino al 31 dicembre 1500: si tratta di una convenzione, come pure si definiscono seicentine i volumi stampati fino al 31 dicembre 1700. Lo sviluppo della stampa ebbe un impulso formidabile grazie agli insegnamenti universitari e presso le città sedi di Studia: ai docenti e agli studenti occorrevano testi prodotti velocemente e “in serie”, che sostituissero il sistema delle pecie, la copiatura manuale controllata in uso presso le università medioevali, utilizzata per la riproduzione dei testi indicati dai docenti. Il nostro incunabolo in realtà non è un’opera sola, ma una miscellanea, presenta cioè, rilegati insieme,

Bartolo da Sassoferato

una serie di testi famosi per il periodo in cui furono stampati e prodotti, proprio al fine di esser usati insieme per lo studio e la formazione in medicina: il Fasciculus di Johannes de Ketham, il Consilium pro peste evitanda di Pietro da Tussignano, l’Anathomia di Mondino de’ Liuzzi, i Consilia di Bartolomeo Montagnana e altri. Trattati di anatomia, pareri sulle malattie allora conosciute, accorgimenti e rimedi per evitare la peste, perfino uno studio sulle malattie dei bambini. Il volume è esposto in mostra aperto, con una delle illustrazioni a piena pagina tratte dal Fasciculus medicinae di Johannes de Ketham, medico tedesco del XV secolo: una dissezione anatomica eseguita da un assistente, mentre il docente in cattedra insegna. In questo modo si tenevano le lezioni, che si trattasse di medicina o di diritto, con la lettura (da qui il termine “lezione”) seguita dal commento del docente. Nella pagina accanto abbiamo l’incipit dell’Anathomia di Mondino de’ Liuzzi (1270-1326), docente a Bologna, dove insegnò medicina e tenne corsi di anatomia. Mondino fu il primo, dopo secoli di interdizione per motivi principalmente religiosi, a riprendere la pratica delle dissezioni del corpo umano, pur continuando a far riferimento alle concezioni anatomiche di Galeno, alcune errate, fondate sulla dissezione animale e, senza nessuna correzione, applicate anche all’uomo. Scrisse l’Anathomia nel 1316 e il suo testo fu usato in parecchie università d’Europa, prima manoscritto poi anche a stampa, fino alla metà del XVI secolo. L’altro volume scelto per la mostra è il primo di otto di una edizione del 1615 dell’Opera omnia di Bartolo da Sassoferrato (1313/14-1357/58), famoso giurista del Trecento, il maggior esponente della scuola giuridica dei commentatori. Studiò a Perugia e si laureò a Bologna, ricoprì incarichi civili a Todi, Macerata e Pisa, dove fu docente di diritto civile fino al 1342, per poi tornare l’anno successivo a vivere e insegnare a Perugia fino alla morte. Bartolo non si limitò a commentare il diritto giustinianeo, lo applicò alla realtà concreta del Comune, dove insegnava e svolgeva la sua attività professionale e istituzionale. Era famoso già in vita, ma dopo la morte la sua autorità e l’importanza delle sue opere crebbero, oltrepassando perfino i confini dell’Italia e diffondendosi in Europa, oggetto di studio per secoli. Il volume presenta un frontespizio splendidamente ornato con il giglio rosso, marca del ramo veneziano dei Giunta, famiglia di tipografi ed editori originari di Firenze». I volumi del Fondo antico dell’Università permettono di ricostruire la vita quotidiana e culturale del passato, che idea ci danno del medioevo o di altre epoche storiche? «Sicuramente coprono un largo arco temporale, attraverso i testi traspare la vita civile e culturale in cui si studiava e si produceva sapere. I libri più antichi, come gli incunaboli e le cinquecentine, sono stati prodotti come edizioni a stampa di antichi manoscritti, come mezzi per trasmettere la conoscenza del passato, guida per il futuro. Larga parte dei volumi posseduti sono edizioni di classici di letteratura, di trattati di diritto e medicina, di veterinaria, di botanica, di teologia, di architettura e archeologia, insomma dei più disparati ambiti della conoscenza, stampati dal 1470 fino all’Ottocento avanzato, fino all’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert e alla conoscenza tecnica delle arti e dei mestieri, e anche oltre».

 

Bartolo da Sassoferrato

Il Fondo antico racconta la storia dell’Ateneo perugino? «Racconta, attraverso i libri posseduti, cosa si insegnava e si studiava. Anche le note di possesso, gli ex-libris, le note manoscritte che possiamo trovare a margine dei volumi ci fanno conoscere di chi erano in origine i libri, chi li ha usati prima che arrivassero o mentre già erano dell’Università e come venivano utilizzati, di quali religiosi o docenti erano. Non dimentichiamo che con le soppressioni napoleonica prima e del Regno d’Italia poi i beni ecclesiastici, tra cui i libri, sono passati dalle biblioteche degli ordini religiosi alle biblioteche dello stato e delle università. Lo stesso palazzo Murena, in cui si trova l’attuale sede centrale dell’Università, era in origine un monastero degli Olivetani, requisito e assegnato nel 1809, come nuova più ampia sede, all’Università. Inoltre molti docenti dell’Ateneo, ricordati in una iscrizione nella Sala del Dottorato, nel corso dell’Ottocento hanno via via donato loro libri all’Università».

 

Umberto Maiorca

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A spasso nel Medioevo tra codici e pergamene

Cosa sarebbe il racconto della Storia senza i documenti d’archivio? Sicuramente una enorme narrazione orale, leggendaria, più simile all’Iliade che alle Storie di Erodoto. I documenti d’archivio parlano, ci interrogano, raccontano, a volte questioni intimistiche, particolari, ma che si aprono alla narrazione della grande Storia.

La mostra “Un giorno nel Medioevo” allestita a Gubbio dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia (Fondazione CariPerugiaArte) propone una ricca scelta di documenti storiche provenienti dall’Archivio di Stato di Perugia e dalla Sezione di Gubbio. Il direttore Luigi Rambotti racconta e spiega la scelta di questi documenti.

Antifonario miniato

Che tipo di documenti si trovano in mostra a Gubbio?

«Comune di Gubbio, Breve dell’arte dei Calzolari (a. 1341). Lo statuto, perché così è da intendersi questo termine, è stato oggetto di uno studio recente da cui traggo le notizie che riporto, Breve dell’arte dei Calzolari di Gubbio(1341-1611), a cura di Clara Cutini, 2012. In età comunale i brevi delle arti sono caratterizzati dalla coesistenza in un unico corpus di norme e di liste di iscritti all’arte (statuti e matricole) intercalate da delibere consiliari e altri materiali. Lo statuto del 1341 rappresenta la più antica redazione pervenuta ma l’esistenza dell’arte dei calzolai è documentata fin dal 1327, quando il capitano Thomassolus intervenne a nome degli iscritti alla riunione generale delle arti. Lo statuto riporta norme riguardanti l’esercizio della professione, i rapporti tra l’arte e l’istituzione comunale e l’attività giurisdizionale sul contenzioso del settore.

Notai di Gubbio, protocollo 1. L’archivio notarile (1314 – 1936) contiene gli atti dei notai del Mandamento di Gubbio, comprendente i territori dei Comuni di Gubbio, Scheggia – Pascelupo, Costacciaro e Pietralunga. Il protocollo n.1 si riferisce al notaio ser Matteo di Simone. Si tratta dell’unico protocollo conservato che contiene gli atti rogati tra il 1314 e il 1318.

Corali di San Domenico. Conservati presso la Sezione di Archivio di Stato di Gubbio, i Corali costituiscono una raccolta di codici di grande formato, riccamente decorati, realizzati nei secoli XII-XVI e funzionali all’uso devozionale della messa e della liturgia delle ore nelle chiese eugubine. Nell’archivio di San Domenico si conservano 11 corali.

Comune di Perugia, Miscellanea, 21. Con questa denominazione si indica un registro contenente l’inventario delle comunanze ( gli apppalti dei beni patrimoniali del comune di Perugia e di alcuni diritti, quali la zecca. La pesca sul Trasimeno e dazi e gabelle varie. La miniatura rappresenta un unicum: si tratta dell’unico caso in viene effigiato il collegio dei priori al completo. La figura del santo patrono Ercolano benedicente domina la scena. A piedi dei priori vi è un lungo bancone su cui è chino il notaio impegnato nelle redazione del verbale della seduta.

Miscellanea di copertine 2 (a. 1403). L’illustrazione, eseguita dal notaio addetto all’ufficio dei massari, rappresenta con efficace realismo la tipologia delle due figure effigiate. Gli Statuti perugini del 1342 stabilirono che il massaro, originariamente laico, doveva essere un religioso, come conferma la figura seduta.

Ospedale di Santa Maria della Misericordia, Entrata e uscita di cassa, denari e generi diversi, reg. 10. Di qualche anno anteriore al pezzo archivistico appena descritto, sulla propria copertina ha effigiato il priore chierico (probabilmente domenicano) dell’ Ospedale di Santa Maria della Misericordia di Perugia che paga un compenso per introitus grani nell’anno 1399.

Inventario dei beni comuni

I documenti di archivio permettono di ricostruire la vita quotidiana nel Medioevo?

«Certamente sì come dimostrano gli studi di importanti storici italiani ed europei come Franco Cardini, Chiara Frugoni, Massimo Montanari, solo per citarne alcuni e poi gli storici francesi della Scuola delle Annales. Ricchissima bibliografia è la biblografia esistente».

Chi si occupava di redigere inventari, protocolli e brevi pontifici?

«Per quanto riguarda le prime due tipologie, la loro redazione era opera del notaio. Per quanto riguarda invece i brevi, la loro produzione era affidata alla complessa struttura della cancelleria pontificia che si occupava di tutte le fasi dalla stesura fino alla spedizione del documento papale».

Umberto Maiorca

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La Fontana “in pede fori” di Arnolfo di Cambio

La copia della formella denominata “Giovane assetata” (originale: Galleria Nazionale dell’Umbria) esposta nella mostra “Un giorno nel Medioevo” (Gubbio, fino al 6 gennaio 2019 – Logge dei Tiratori della lana, piazza Quaranta Martiri)

I maggiorenti della città e i perugini festeggiano. Il 10 settembre del 1277 re Carlo d’Angio, tenendo la corte nel castello federiciano di Lagopesole, ha autorizzato “magistro Arnulfo de Florentia” a recarsi in città, così come richiesto dai perugini, “pro vestris fontis opere postualatis”. Il maestro sarà pagato 16 libbre e 4 soldi in moneta perugina, e non pisana come ha imposto per contratto Arnolfo, per ventiquattro giornate di lavoro, la sistemazione per sé e per il cavallo e le spese per andare a Roma a prendere “oportuna marmora et lapides … pro eodem opere permictentes”.

In realtà Arnolfo era già venuto a Perugia, chiamato da fra’ Bevignate, per partecipare al consiglio del popolo del 26 agosto del 1277 e intervenire al consiglio generale del giorno successivo. Il “subtilissumus et ingeniosus magister” aveva ascoltato le richieste dei maggiorenti per la seconda fontana nella parte bassa della piazza, che avrebbe dovuto fare da specchio a quella dei Pisano e portare “abundantia aquarum in civitate”. Arnolfo aveva fatto presente che non avrebbe potuto accettare l’incarico senza licenza del re Carlo d’Angiò. Assenso che arriverà di lì a poco, ad opera del vicario angioino a Roma, Ugone. Rinaldo da Petrignano suggerisce anche di stabilire “a dicto magistro Arnolfo de sua remuneratione pro predicto laboriero fontis”.

Lo storpio

La vecchia alla fonte

Il giurista acefalo

Le altre tre formelle che restano della fontana di Arnolfo di Cambio

Il desiderio di acqua dell’acropoli perugina ha spinto il Comune a mettere in opera ingenti lavori di costruzione dell’acquedotto, per portare il prezioso liquido da lontano, superando grandi dislivelli con una gigantesca opera di ingegneria idraulica. Il coronamento di tale sforzo è rappresentato dalla Fontana Maggiore, ma i maggiorenti della città intendono creare un nuovo monumento che sia segno del buon governo cittadino e luogo di approvvigionamento di acqua: una fonte i cui decori ricordino il desiderio di acqua dei perugini (il fregio degli assetati), l’immagine dell’azione di governo (i due giuristi), sormontata dal Grifo e dal Leone, simboli della città. La fonte sorge, quindi, “in foro comunis Perusii ante domum que olim fuit domini Brancucii cui ab uno fontem de pede fori ab alio via, et ab alio domus que olim Sibille tabernarie”, addossata ad una parete, connessa ad edifici privati di importanti personaggi “et inter ipsum fontem, qui est pede fori ante domum Egidi, domini Symonis et domum Iacobutii domini Paris e prope fontem ubi est griffonus et leonis supra”. Una fontana a piè di piazza dove il popolo può saziare la propria sete (non solo fisica, ma anche di giustizia), sotto l’occhio vigile del grifo e del leone, con quell’acqua che giunge fino a lì grazie al Collegio delle Arti che si occupa del bene comune.

Il volto della “Giovane assetata”

Nel 1293 Bonifacio da Verona, lavorando su commissione per il Comune perugino, decanta le lodi del governo perugino e della città, in particolare delle “fonti quale nessuna città costruì:/ di là l’immagine aurea di un grifo e di un leone,/ forme diverse e varie figure,/ di qua volti ed aspetti d’uomini, in alta mole”.

La storia della fontana si intreccia con la vita quotidiana della città e con i documenti, in particolare, dell’archivio storico giudiziario. Il 14 marzo del 1282, ad esempio, il Comune paga 20 denari “de castro Derute pro decem brocolis et XLIIII gavatellis” per raccogliere l’acqua in occasione della festa del patrono. Il 10 gennaio del 1284 Ceccolo giura che vicino alla fonte un certo Vagnarello lo ha insultato e percosso. Altaducia deve rispondere, invece, dell’accusa di aver “cum coca seu parte, ipsius broche, percussit in capite Iacopo Angeli qui stabat ad custodiendum ipsum fontem”; mentre Crexolus Martini viene insultato e percosso da “Micholus Nixoli proprio de fonte desubtus, ubi est grifo”. C’è anche chi, confidando di essere un famiglio dei Baglioni, “cum coltello magno, accuto, fraudolosso et malitiosso”, sale sulla fonte e attinge acqua in violazione delle leggi.

Una ipotesi della forma che potrebbe aver avuto la fontana, con i bronzi del Grifo e del Leone (originali conservati nella Galleria Nazionale dell’Umbria) sullo sfondo

Sulla forma della fontana di Arnolfo, nel tempo, sono state avanzate diverse ipotesi ricostruttive. I documenti d’archivio ci vengono in aiuto e forniscono una descrizione del lavoro di Arnolfo di Cambio che vale come fotografia della fontana. Il 4 febbraio del 1281 sono registrati i compensi corrisposti al maestro “pro labore et opere factis in foro”: la vasca inferiore con gradini per il prelievo dell’acqua con vasi di rame, una vasca superiore con formelle scolpite con figure umane e, sopra, i due simboli del grifo e del leone, rivestiti a lamina d’oro da maestri chiamati “pro solutione operis leonis et grifonis”.

La carenza di acqua nell’acropoli e, di conseguenza per la fonte “in pede fori”, e i costi di manutenzione dell’acquedotto, ne decretarono, però, la fine. Già sul terminare del 1300 il Grifo e il Leone “volano” sul portale di Palazzo dei Priori. Nel 1308 le pietre, non quelle scolpite, sono riutilizzate per la costruzione “subter murum civitatis, scale ante ecclesiam” di Sant’Ercolano. La memoria delle statue e dei fregi si perde tra magazzini e cortili. Alcune parti verranno ritrovate tra il XIX e il XX secolo. Le figure “semigiacenti e provenienti dal Fontanone” sono scovate nel cortile della trattoria Bocciarotta (l’odierno albergo La Rosetta) nel 1871. Nel 1937 una statua di giurista viene individuata nel chiostro della cattedrale di San Lorenzo come parte decorativa del monumento funebre dei giuristi Oradini. Un’altra statua è identificata, nel 1968, nella collezione archeologica Eugeni. Le sculture e i fregi (un giurista, un giurista acefalo, una donna sdraiata con il braccio destro poggiato su un vaso, una donna con il braccio disteso su un parapetto, un uomo a terra che guarda in alto e sostiene un drappo) sono adesso esposti nella Galleria nazionale dell’Umbria.

Umberto Maiorca

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Dall’arte alla tecnologia 3D, rivivono gli strumenti medievali

Liuto, XXI secolo. Corpo in cipresso, manico e decori in abete, piroli e ponte in acero, tavola armonica in abete rosso Val di Fiemme Ricostruzione dal dipinto Vergine col bambino e quattro angeli, Gerard David, 1505 ca., Metropolitan Museum of Art, New York (Giordano Ceccotti, ricostruzione di strumenti medievali e rinascimentali su iconografia, Assisi)

Liuto, cetra, viella, flauto, ribeca, ghironda e arpa, le note musicali risuonavano nelle sale dei castelli, in chiesa e nelle taverne. L’arte, i manoscritti e gli antifonari lo testimoniano. Ed è proprio grazie a questi documenti, alla ricerca e al confronto costante tra fonti scritte e iconografia e alla continua sperimentazione di musicisti e gruppi, che la musica e gli strumenti medioevali rivivono. Grazie. Giordano Ceccotti è musicista, liutaio, maestro d’arte e studioso e alla mostra “Un giorno nel Medioevo” a Gubbio (Logge dei Tiratori della lana, piazza Quaranta Martiri, fino al 6 gennaio 2019, dal martedì al venerdì 15-18; sabato e domenica 10-13 / 15-18, info e prenotazioni: loggedeitiratori@fondazionecariperugiaarte.it – tel.: 075 8682952) è esposto un liuto, una sua ricostruzione da un dipinto di Gerard David al Metropolitan, che testimonia quanto sia importante l’iconografia per capire come erano gli strumenti antichi?

«Quando si costruisce questo tipo di strumento, partendo dall’iconografia si cerca di ricorrere a più immagini, facendo una media tra i dipinti realizzati dall’artista. In questo caso ho preso in esame tre opere di David: quella del Louvre, una al Metropolitan e una a Rouen. Da queste opere si ricavano le proporzioni in base alla veduta prospettica dell’ambiente e poi i dati vengono elaborati con un software 3D e ridimensionati al reale. Una volta ottenute le misure ho realizzato lo stampo della cassa a varie doghe, sempre dispari, nove in questo caso. Una volta incollato tutto si toglie la dima e si assembla il resto. Nei dipinti ci sono anche particolari inserti dipinti e in pergamena, per ricostruire i quali mi sono basato sull’osservazione di strumenti esistenti o di frammenti».

Rimaniamo a Gubbio e, in particolare, nello studiolo del Duca, nel quale è raffigurato uno strumento a corda, te ne sei interessato e sarebbe possibile ricostruirlo?

«Nello studiolo sono rafigurati tanti strumenti: una cetra, una sorta di chitarrino, una viella, un organetto portativo, un flauto. Sto facendo uno studio su quella cetra e ci sono tanti corrispettivi in tal senso da analizzare, a partire da un libro di recente uscita e presentato al Centro studi europeo di musica medievale Adolfo Broegg di Crawford Young, esperto liutista e analizza dal periodo romano fino al ‘600».

Quali sono le fonti principali per chi ricostruisce strumenti antichi? «Sono tante e varie. Per gli strumenti antichi non esiste una forma tipica come per il violino, gli strumenti cambiano forma nel breve spazio di pochi chilometri, dimostrando una stretta parentela, ma grandi differenze. Le forme sono rappresentative della cultura dei luoghi e dello stile delle corti. Spesso è una questione estetica altre una questione di uso e cultura: al Sud ci sono strumenti molto mediterranei, al Centro altre tipologie di strumenti, molte legate alla produzione fiorentina, al Nord si sente l’influsso di altre culture».

Com’erano gli spartiti e gli strumenti medievali e quale suono emettevano? «Lo strumento incide molto nella sonorità e le ricerche hanno illuminato questi elementi, a volte smentendo le ricerche precedenti. Ad esempio, la ribeca con la tavola armonica in abete è più tarda, nel medioevo era in pelle come l’equivalente arabo. A volte basta una lapide sepolta che fornisce nuove ipotesi. Non ci sono spartiti o segni moderni, ma con la notazione mensurale, cioè attraverso dei valori. Una scrittura diversa, seppur decifrabile. Se si propone una musica si cercano testimoni, cioè altre fonti musicali con le stesse canzoni. A volte ci sono errori di trascrizioni, ma proprio grazie a questi confronti si possono correggere e riprodurre».

Umberto Maiorca

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Azincourt, un grande diorama per illustrare le fasi della celebre battaglia

Una delle composizoni esposte, realizzate a mano da Marco Lambertucci per la mostra “Un giorno nel Medioevo”

Soldatini di carta, di stagno o piombo, di plastica, piatti o a tutto tondo, per gioco o collezione, di fabbricazione italiana, francese, inglese o tedesca o, ancora, autocostruiti. Il mondo del modellismo di figurini storici spazia in generi, periodi e fabbricazione. A Gubbio, alla mostra “Un giorno nel medioevo” Marco Lambertucci, fiorentino, studioso, costruttore e decoratore, collezionista, esperto e consulente, ha prestato una riproduzione della battaglia di Azincourt (25 ottobre del 1415).

Perché scegliere Azincourt per rappresentare una battaglia medievale? «La guerra dei Cento anni mi ha sempre affascinato e interessato storicamente. Nel tempo ho svolto dei lavori sulle tre battaglie più importanti, Crecy, Azincourt e Poitiers. Lo scontro tra inglesi e francesi, protrattosi per tanto tempo, fornisce molte possibilità di cimentarsi in situazioni ideali per chi fa modellismo storico. Si possono analizzare le varie componenti di un esercito medievale e le evoluzioni delle differenti armi».

Chi e cosa è rappresentato nel diorama? «Ci sono le due forze in campo: l’esercito inglese e quello francese. I primi con gli arcieri e i loro long bow, veri protagonisti della battaglia, nelle loro composite uniformi; i secondi con la cavalleria pesante composta dai nobili, chiusi nelle loro armature con stendardi e blasoni».

Quindi gli inglesi con un esercito popolare e i francesi con la sola nobiltà? «In realtà la nobiltà inglese era presente sul campo di battaglia di Azincourt come altrove, ma quel giorno i veri protagonisti furono gli arcieri, i lognbowmen, in grado di fare strage dei cavalieri. La guerra dei Cento anni e Azincourt generarono molti cambiamenti sui campi d battaglia».

Le due teche dedicate al diorama

Quante ore di lavoro richiede, tra ricerca storico e attività sul modellino? «Si tratta di un impegno che non si può quantificare in maniera precisa perché ci sono diverse varianti. Per la battaglia di Azincourt, ad esempio, solo per un cavaliere servono almeno venti ore di lavoro; tempo che si dilata se il modellino è autocostruito e non un pezzo già pronto. Poi ci sono tanti dettagli da tenere in considerazione. Comunque ci vogliono tante ore di lavoro».

Quali sono le principali fonti? «Tutto ciò che si trova: dalle lastre tombali alle miniature dei codici, dagli affreschi alle cronache, pur con le difficoltà del linguaggio medievale o della parzialità dell’iconografia di affreschi e dipinti. In ogni caso quando si fa ricostruzione con i figurini o soldatini, bisogna tenere a mente che si interpreta un periodo, cercando di rimanere il più fedeli possibile alle fonti».

Umberto Maiorca

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La “cuoca di Savonarola”

La riproduzione fotografica del quaderno di appunti esposta nella mostra “Un giorno nel Medioevo” (Gubbio, Logge dei Tiratori della lana, fino al 6 gennao 2019)

La ricetta di Girolamo Savonarola per restituire a Firenze la sua gloria e alla Chiesa la sua santità. Insieme a quelle per conservare la frutta, prendersi cura della casa e preparare salse, torte, pomate e profumi.

Il singolare ricettario è stato ritrovato in un opuscolo dell’archivio della famiglia Baldini Libri, e una sua fedele riproduzione si trova esposta alla mostra “Un giorno nel medioevo. La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XIV” organizzata dalla Fondazione CariPerugia Arte in collaborazione con il Festival del Medioevo, e allestita alle Logge dei Tiratori di Gubbio fino al 6 gennaio 2019.

“Si tratta di un opuscolo che ha la fisionomia di un libro di famiglia” spiega Gabriella Macciocca, docente di Scienze dell’antichità filologico-letterarie e storico-artistiche all’Università di Cagliari, che ha studiato il documento e ne sta curando la pubblicazione.

Il libriccino è una sorta di registro ad uso delle donne della famiglia, dove si elencano stoffe usate per la confezione di abiti femminili, ma anche ingredienti per la cucina e la profumeria. La parte centrale dell’opuscolo ospita un ricettario un po’ particolare: “Oltre a ricette dedicate alla conservazione della frutta e alla preparazione di salse, infatti, contiene indicazioni per preparati per la cura della casa, fatti con gli ingredienti della cucina”. Viene spiegato, ad esempio, come pulire gli indumenti con la farina.

Nell’ultima pagina, invece (la carta di risguardo, che oggi chiameremmo quarta di copertina) sono contenute la data e la firma, insieme ad un’interessante annotazione: “Chi scrive afferma di aver assistito ad una predica di frate Girolamo Savonarola in Santa Maria Novella, e riporta sinteticamente il contenuto della predica”.

Predica che ha avuto luogo il 1 aprile 1495, come riportato dall’autrice del manoscritto, che si firma Lisabetta di Jacopo. “La nota cronologica è scritta con la stessa grafia della parte centrale del manoscritto”; tutto il ricettario, dunque, è opera di Lisabetta. Chi sia la donna, però, non è stato ancora stabilito.

“Il nome non figura in quelli delle famiglie Baldini e Libri”; il libretto, però, potrebbe non essere nato all’interno di quelle famiglie, ed essere stato piuttosto acquisito nell’archivio solo successivamente. Viste le sue mansioni si è ipotizzato che Lisabetta fosse la cuoca della famiglia, ma anche questa teoria non convince Macciocca: “La scrittura è calligrafica, praticata con cura e appresa a livello scolastico: questo fa escludere figure di fatica, dedite al lavoro manuale”.

Quel che è certo, è che si tratta di un documento preziosissimo, perché riporta una predica di Savonarola completamente inedita: “Una predica che, nello stile del domenicano, è più politica che religiosa: il frate spiega che Firenze deve tornare ad avere la sua potenza e la sua forza e la Chiesa corrotta necessita di una radicale riforma e invoca l’aiuto del Re di Francia in questa nuova ambiziosa opera di rinnovamento”.

Di fatto la lettura della piccola nota di Lisabetta di Jacopo ci fa precipitare in pieno Medioevo, trasformando la storia in cronaca e permettendoci di vivere “in diretta” il Quattrocento – “quasi Cinquecento” – un po’ come accade a Benigni e Troisi in Non ci resta che piangere, nella cui scena più celebre, peraltro, i due comici scrivono una lettera proprio a Savonarola.

“A ddì primo d’aprile nel mille quatrocento novanta cinque – scrive Lisabetta – che disse fra Girolamo predichando in Santa Maria del Fiore [che la] città di Firençe aveva a raquistare ogni chosa perduta e più che alieva a insignorirsi di qualch’altra terra e farsi più silve che fusse mai e ttutte queste chose mostrò certamente chome profeta dicendo non sono Daniello ma [h]o bene[dett]o quel medesimo lume e puiché minacciò molto la Chiesa dicendo la s’aveva a riformare presto e chon ispada e mostrò avessi a ffar queste chose e’ rre di Franccia el quale disse arrebbe qualche aversità ma nel fine sarebbe vincitore e guidato da dDio e lo vedremmo chonvertire e’ Turchi a’ nostri dì e tutte queste chose l’udì io, sendo alla sua predicha”.

Il valore inestimabile del manoscritto, tuttavia, non è dovuto solo alla predica di Savonarola. Anche la parte culinaria ci regala delle perle uniche nel loro genere: “Il tipo di cucina che viene riportato – spiega Macciocca – è interessantissimo, perché si tratta, di fatto, delle ultime ricette della cucina medievale”. Quando Lisabetta scrive, infatti, l’America è stata scoperta da appena tre anni e non sono ancora arrivati in Europa tutti quegli alimenti che avrebbero rivoluzionato la nostra tavola: “Si parla di piatti che fanno uso di spezie e profumi orientali: non c’è ancora nessuna novità proveniente dal Nuovo Mondo”.

Peraltro, aggiunge la professoressa, “questa dieta povera di gassi e zuccheri sarebbe molto apprezzata nel nostro tempo”. Non a caso Macciocca sta pensando anche di organizzare, per qualche evento pubblico, la preparazione di qualcuna delle ricette di Lisabetta, come la torta di amarene o i preparati con le mele cotogne o i fondi di cottura. Insomma, un libro di ricette che stuzzica la fame, e non solo quella di cultura.

Arnaldo Casali

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Il flauto e altri fiati in danze e convivi medievali

Flauto Doppio in Do in legno di ulivo (riproduzione su base iconografica in mostra)

Flauto, flauto doppio, traverse, flauti da tamburo, flauti di corno, cromorni e cornamuse. Gli strumenti a fiato del mondo medievale sono innumerevoli e, seppure pensati per lo stesso uso, rispondono alla necessità di essere suonati in contesti molto diversi. Opere d’arte e miniature testimoniano l’importanza della musica e la varietà degli strumenti nel mondo medievale. Alla mostra “Un giorno nel medioevo” a Gubbio, Giovanni Brugnami, musicista e costruttore, ha portato un flauto traverso (in legno di bosso, ricostruzione dalle miniature delle Cantigas de Santa Maria), un flauto doppio (in legno d’ulivo, dal dipinto Incoronazione di Maria di Andrea de Litio all’Escorial) e un flauto diritto (in legno di pero, dal dipinto Madonna degli Angeli di Pere Serra al museo nazionale di Barcellona).

Da dove nasce questo interesse per il flauto medievale? «Studiavo flauto e musica al Conservatorio e avevo già questa passione per gli strumenti medievali, ma non esisteva un insegnamento di flauto antico né un corso per la fabbricazione artigianale di flauti. Così ho iniziato ad approfondire, da autodidatta, sia la struttura del flauto sia la storia. Nel tempo poi ho incontrato altre persone che suonavano e studiavano la musica medievale e gli strumenti, così ho potuto sviluppare un repertorio e approfondire le mie conoscenze costruttive. In passato il mestiere era tramandato a bottega di padre in figlio, non c’erano scuole o insegnanti. Io ho iniziato a guardare come erano fatti, ho iniziato a capire come funzionavano, come suonavano, le caratteristiche del legno. Adesso ne ho costruiti quasi 600 e sono apprezzati anche da musicisti internazionali».

Base iconografica utilizzata da Giovanni Brugnami per la riproduzione del flauto doppio: Incoronazione di Maria, Andrea De Litio, 1460-70, Basilica di Santa Maria Assunta, Atri

Quali sono le fonti utilizzate? «Dipinti, codici, affreschi in primo luogo, ma da soli non sono sufficienti perché non ci restituiscono le dimensioni, la proporzione, non forniscono le misure sulla cameratura, cioé quegli elementi che definiscono lo strumento e il suo suono. La conoscenza della musica medievale e le sue tonalità ci aiutano a capire quale strumento poteva suonare quelle note. Decifrare gli spartiti è compito dei paleografi musicali, l’esecutore viaggia in parallelo. Il confronto e lo studio permettono di suonare le melodie antiche. Il legno anche influisce sulla personalità e sonorità dello strumento. Il palissandro e l’ebano, ad esempio, non erano conosciuti prima della scoperta dell’America. Erano usati molto il pero, il bosso e l’ulivo, legni duri che generano determinate sonorità. I legni semiduri, ad esempio, servono per strumenti che suonano insieme, in gruppo. Il musicista che si rivolge ad un costruttore chiede un certo suono e l’artigiano si indirizza verso un determinato legno per realizzare quanto chiesto».

Gli strumenti e la musica medievale erano collegati al luogo di esecuzione? «In chiesa erano ammessi solo organo e voce. I flauti si distinguevano nella musica popolare, nelle feste, insieme con le cornamuse, o altri strumenti sonori come il tamburo. C’era un flauto a tre fori che si suonava con una mano, mentre con l’altra si batteva il tamburo. Nelle corti rinascimentali abbiamo, invece, i flauti traversi, di varie grandezze e timbro, con liuti e viole da gamba. Strumenti dalle sonorità più delicate e di migliore fattura, adatti ad una corte e ai suoi rituali nelle danze e nei convivi».

Umberto Maiorca

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L’abito templare

Dove c’è un tesoro, un segreto, un’arcana cospirazione, loro non mancano mai: i Templari sono i custodi di tutto il fascino e il mistero del medioevo; non c’è leggenda che non li veda parte in causa, dal Santo Graal all’Arca Perduta, dai figli di Cristo e della Maddalena alla scoperta dell’America, dalla maledizione dei Re di Francia fino alla creazione della “Jolly Roger”, ovvero la bandiera dei pirati.

Non potevano mancare, allora, alla mostra “Un giorno nel Medioevo – La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV” organizzata dalla fondazione CariPerugia Arte in collaborazione con il Festival del Medioevo.

All’esposizione, allestita alle Logge dei Tiratori della lana di Gubbio fino al 6 gennaio 2019, si possono infatti ammirare l’abito di un cavaliere templare, un elmo, una cotta di maglia, una spada e lo stendardo attaccato alla lancia, dove è presente l’unico simbolo templare accertato, oltre alla celebre croce rossa.

Le fedeli riproduzioni sono opera di Mansio Templi Parmensis 1275 asd, associazione nata a Parma nel 1994 e specializzata nello studio e nella divulgazione della storia del più celebre ordine cavalleresco del medioevo, capace di più ogni altro di segnare l’immaginario dell’Età di mezzo.

Fondato nel 1118 con il nome di “Poveri compagni d’armi di Cristo e del tempio di Salomone”, con il sostegno e la direzione spirituale dai san Bernardo da Clairvaux, quello dei cavalieri Templari fu il primo ordine di monaci guerrieri, ed era nato con il compito di difendere la Terra Santa durante le crociate. L’ordine in meno di due secoli accumulò uno straordinario potere e incredibili ricchezze, tanto da suscitare le gelosie di sovrani come Filippo il bello, che ne ottenne lo scioglimento nel 1312, avvenuto con tre bolle papali che decretano anche la spartizione dei beni e la sorte dei cavalieri in vita.

“I templari avevano due vesti, che riflettevano la loro duplice anima” spiega Sara Casti, socia e tra i responsabili della didattica di Mansio Templi Parmensis. “Quella che è in mostra a Gubbio è una veste da casa, ovvero il saio da monaco. Poi, ovviamente, in battaglia vestivano delle armature”.

Quella portata nelle crociate dai Templari, spiega Casti, fu una vera e propria rivoluzione: “Prima non esistevano ordini che univano la figura religiosa a quella del combattente, mentre in seguito saranno in molti a ispirarsi alla loro regola”. A cominciare dai Cavalieri di Malta, che erano nati qualche decennio prima come congregazione impegnata esclusivamente nell’assistenza agli ammalati, e che in seguito allo scioglimento dei Templari ne raccoglieranno l’eredità – sia per il ruolo sia quanto a ricchezze e potere.

Nati come Ospitalieri nel 1070, assumeranno infatti il nome di Cavalieri di Malta quando diventeranno addirittura i sovrani dell’isola del Mediterraneo e ancora oggi sono un soggetto di diritto internazionale riconosciuto da 80 stati nel mondo. “L’allestimento – spiega Sara – è stato realizzato a metà della mostra, proprio per sottolineare la duplice valenza dei Templari: civile e militare”. Ricostruire gli abiti e i vessilli non è stato facile: “Di immagini dei Templari ce ne sono pochissime: sono state quasi tutte distrutte a seguito del processo iniziato nel 1307 e che ha portato alla bolla di sospensione dell’ordine e alla scomunica di alcuni degli ultimi cavalieri – tra cui il gran maestro Jacques de Molay – bruciati sul rogo nel 1314”.

Ed è proprio degli ultimi anni della storia dell’ordine che si occupa l’associazione di Parma: “Ricostruiamo gli abiti, gli armamenti, gli arredi. Raccontiamo la storia dei Templari nella sua complessità, ma anche la loro vita quotidiana”. Mansio Templi, presente sin dalla prima edizione al Festival del Medioevo, organizza allestimenti, lezioni e rievocazioni storiche in tutta Italia, impegnandosi in un’opera di divulgazione che punta a sfatare le innumerevoli leggende.

“La storia dei Templari è molto più affascinante del mito” spiega ancora Sara. “La drammatica fine dell’ordine che ha dato origine a tante storie – continua – è in realtà legata a diversi fattori, soprattutto di natura politica. Il Papa, che si trovava praticamente ostaggio del Re di Francia, scioglie l’ordine per sottomettersi alla sua volontà”. D’altra parte Filippo il bello, in lotta da anni con il papato, era ansioso di liberarsi della milizia armata più efficiente e fedele su cui il pontefice potesse contare. “Ma va detto anche che le crociate erano ormai perse e con esse i Templari avevano perduto il loro ruolo specifico, oltre che la sede (a Gerusalemme, nel luogo dove si trovava il Tempio di Salomone), anche perché – a differenza dei Cavalieri di Malta – non avevano ospedali. Dopo lo scioglimento la maggior parte dei templari confluiscono in altri ordini, a cominciare proprio dai Cavalieri di Malta”.

Ma da dove hanno origine le tante leggende sorte intorno ai Templari e al loro tesoro? “Dalla massoneria; che, nel Seicento, si rifà ad un immaginario mitico-religioso riprendendo molti elementi della tradizione templare. Quando poi nell’Ottocento gli storici creano il mito del medioevo come epoca oscura e misteriosa, i Templari ne rappresentano già i migliori testimonial”.

Oggi esistono diversi ordini che hanno ripreso il nome di Templari, alcuni cattolici, altri di stampo massonico: “Hanno iniziato a fiore nel XVII secolo – conclude Sara – ma nessuno di loro ha un legame diretto con quello originario”. Che continua a vivere solo nella storia e, ovviamente, nella leggenda.

Arnaldo Casali

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Una deliziosa cassetta nuziale

La cassettina nuziale proveniente dalla collezione museale di Todi è uno degli oggetti esposti a Gubbio nella mostra “Un giorno nel Medioevo”

È stata realizzata per aiutare una sposa del Quattrocento ad affacciarsi alla vita matrimoniale, ma in realtà per anni è servita ai visitatori del Museo Civico di Todi come gradino per affacciarsi alla finestra.

È la cassetta nuziale che si può ammirare a Gubbio fino al 6 gennaio 2019, nella mostra “Un giorno del Medioevo” organizzata dalla Fondazione CariPerugia Arte con la collaborazione del Festival del Medioevo e allestita alle Logge dei Tiratori di Gubbio.

“La cassettina – spiega Nicoletta Paolucci del servizio cultura del Comune di Todi – è stata ritrovata fortuitamente durante i lavori di sgombero della sala del Museo civico, dove veniva usata come gradino per accedere ad una delle finestre, cosa che aveva causato un estremo deterioramento, tanto da rendere necessario un radicale restauro”.

Si tratta di una cassettina in legno di ciliegio (cm 30,5×59, 5×34) destinata a contenere gli oggetti personali della sposa ed è stata donata al Museo di Todi da Camillo Ranucci, storico nato nel 1864 e morto nel 1954.

Il reperto è databile al XV secolo, come si può rilevare anche dai vestiti indossati dai personaggi che sono raffigurati nella decorazione, peraltro di notevole tecnica esecutiva. L’esame della produzione lignea realizzata in Umbria in quel periodo fa escludere che l’oggetto possa provenire dalla regione: esistono infatti numerose casse e cassoni intagliati e dipinti, realizzati però con tecniche completamente diverse da questa singolare cassettina, che più probabilmente – visto il tipo di figure riprodotte e la tecnica utilizzata – arriva dal nord Italia. “L’opera appartiene ad un’area culturale – si legge nella descrizione curata dal Comune di Todi – in cui permangono, in pieno rinascimento, gli influssi dell’arte gotico-cortese e dell’arte orientaleggiante di Venezia”.

Particolare della decorazione

La decorazione della fronte narra, secondo modi convenzionali della tradizione cavalleresca e cortese, una breve vicenda distribuita su due quadri: a sinistra una scena di caccia in cui il cavaliere, con a fianco il cane, simbolo di fedeltà, ferisce con una freccia un’aquila in presenza della dama; a destra l’incontro della coppia, nascosto da un arazzo fiorito; sullo sfondo il paesaggio stilizzato e simbolico di due torrette in posizione simmetrica, ovvero le torri del castello d’amore assediato e conquistato. Le figure sono inserite in uno sfondo decorato con motivi vegetali, mentre sui fianchi c’è un motivo a cerchi concentrici con quattro trifogli.

“Tutti gli elementi raffigurati – spiegano ancora dal Comune di Todi – vanno inquadrati nella tradizione medievale delle allegorie erotiche, come ad esempio il tema della caccia e dell’offerta di un atto di valore e di una preda alla dama, che diventerà preda egli stessa; motivi continuamente ripetuti dalla letteratura cavalleresca e favolistica e rinarrati sugli arazzi, nelle miniature e su altri oggetti d’uso. Questi simbolismi sono qui ripresi secondo le nuove esigenze di realismo, presenti nelle suppellettili di cui cominciano ad adornarsi le dimore delle piccole e grandi corti principesche e anche quelle della borghesia più ricca ed emancipata, che si propone come nuova classe in ascesa alla ricerca della propria nobiltà e dignità”.

La tecnica usata è quella dell’intaglio piatto simile alla xilografia; le figure sono poste in risalto asportando con la sgorbia il fondo e rifinite con sottili incisioni. I vuoti sono riempiti con una pasta di cera verde rossa. “Il manufatto sembra voler riproporre nel legno effetti ottenuti in altri oggetti eseguiti su materiali più preziosi: cuoi impressi, cassettina intarsiate in osso e avorio, smalti realizzati in champlevé”.

Il tempo ha portato via alla cassettina gli scomparti interni, la serratura, il listello frontale della cornice del coperchio e le basi di appoggio, ma non gli ha tolto la testimonianza della voglia di sognare di una coppia di giovani sposi che, pur cambiando i modelli ispiratori, con il passare dei secoli non è mai venuta meno.

Arnaldo Casali

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