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L’eccidio di Cesena e la Guerra degli Otto Santi

La rocca vecchia di Cesena in un di segno di A. Dal Muro

La storia di Cesena cambiò per sempre in un freddo giorno dell’inverno del 1377. Il 3 febbraio i mercenari bretoni del capitano di ventura John Hackwood, conosciuto dagli italiani come Giovanni Acuto, massacrarono più di 5000 persone.

Uomini, donne e bambini vennero trucidati senza pietà. In meno di tre giorni la città fu rasa al suolo. I cadaveri, ammucchiati lungo le strade, venivano gettati come sacchi nei pozzi o sepolti in grandi fosse comuni scavate nei piazzali davanti alle chiese. Chi riuscì a scampare alla strage, trovò rifugio nella vicina Cervia o a Rimini. I saccheggi tra le case e nelle vicine campagne continuarono fino al mese di agosto, insieme ai ricatti, agli stupri e alle devastazioni.

Se si prende per buona una relazione di appena sei anni prima, stilata dal cardinale Anglico, fratello di papa Urbano V e vicario generale per gli Stati della Chiesa in Italia, nell’anno 1371 la città romagnola contava 8300 abitanti. Con il “Sacco dei Bretoni” trovarono quindi la morte più della metà dei cesenati.

L’elezione dell’antipapa Clemente VII

IL BOIA CHE DIVENNE PAPA Un massacro, insensato. Ordinato e diretto, in modo spietato, da un uomo di chiesa: il cardinale Roberto di Ginevra (1342-1394), successore del grande Albornoz nel ruolo di comandante degli eserciti pontifici in Italia.

L’alto prelato, nelle cronache del tempo, passò alla storia come “Il boia di Cesena”.

Ma questa sua fama sinistra non gli impedì, appena un anno dopo, il 31 ottobre 1378, di vincere un conclave, venire eletto papa in contrapposizione a Urbano VI e di dare il via, con il nome di Clemente VII, al cosiddetto Scisma d’Occidente, il durissimo scontro tra papi e antipapi per il controllo del soglio pontificio che per quarant’anni (1377-1417) lacerò la Chiesa tanto da minacciarne la stessa esistenza.

Fino ai tragici giorni dell’eccidio di Cesena, Roberto di Ginevra, era conosciuto soprattutto come il cugino del re di Francia. Sua nonna, Maria di Brabante, era la cognata dell’imperatore Enrico VII.

Abile e spregiudicato, godeva dei favori di Gregorio XI, l’ultimo dei sette papi della cattività avignonese, che lo nominò arcivescovo di Cambrai nel 1368. Da quando agguantò il cardinalato, nel 1371, Roberto iniziò a collezionare diocesi e benefici ecclesiastici di vario tipo tra la Francia, i Paesi Bassi e l’Inghilterra. Diventò ricchissimo e sempre più potente. Amava la bella vita e i piaceri della carne.

Il palazzo dei papi ad Avignone

Avignone all’epoca, con quasi trentamila abitanti, era la più grande città della Francia dopo Parigi. Dal 1308 aveva sostituito Roma come sede del papato e capitale del mondo cristiano. La affollavano cortigiani, nobili e dignitari. Attirava i principali ordini religiosi. Era il luogo privilegiato del commercio e delle banche. E ospitava una prestigiosa università. La biblioteca pontificia era arrivata a possedere più di duemila preziosi manoscritti. Ma la corruzione dilagava. E il cinismo era elevato ad arte. Poco tempo prima, nelle epistole Sine nomine, Francesco Petrarca aveva descritto la nuova sede del papato come una città dove “non c’è devozione, né carità, né fede, né rispetto; né timor di Dio. Non c’è alcunché di santo, di giusto, di onesto, in breve di umano”.

In questo ambiente, Roberto di Ginevra, il futuro “boia di Cesena”, scalò in fretta molte posizioni. Più che alla fede era appassionato al gioco diplomatico, al potere e al mestiere delle armi. Nessuno quindi si stupì quando Gregorio XI, che aveva annunciato a più riprese di voler lasciare Avignone per tornare a Roma, lo nominò legato pontificio per la Romagna e la Marca. Un incarico importantissimo. Il cardinale doveva preparare il terreno al ritorno in Italia del papa, caldeggiato dalle appassionate e continue sollecitazioni di Caterina da Siena ma anche da pressanti considerazioni politiche.

Il viaggio fu annunciato e rimandato più volte. I ritardi, giustificati dalla guerra tra Francia e Inghilterra, appesa a una fragile tregua, erano in realtà dovuti a ragioni economiche. La corte papale era a secco di denaro. Così, Gregorio XI si fece prestare trentamila fiorini d’oro dal re di Navarra e ben sessantamila dal duca di Angiò, che però volle cautelarsi chiedendo in garanzia i gioielli di proprietà del pontefice.

Gregorio XI, l’ultimo papa di Avignone

Gregorio, a differenza degli altri papi di Avignone, amava l’Italia. Per tre anni, al seguito di Urbano V, aveva vissuto a Roma come cardinale. E in gioventù aveva frequentato a lungo l’università di Perugia dove aveva imparato l’italiano. Nello Studium della Vetusta nacque la sua esibita passione per la letteratura greca e per quella latina che in seguito gli procurò l’appellativo di “primo papa umanista”.

Ma nella penisola la situazione politica era ormai precipitata. I pontefici mancavano da Roma da settanta anni. E la Chiesa avignonese, di fatto, era percepita come una potenza straniera. I territori soggetti all’autorità papale aspiravano all’autonomia e sopportavano a fatica il malgoverno dei legati, tutti di origine francese. La crisi economica faceva il resto. Mancava la manodopera e imperversavano le carestie. Le popolazioni erano ancora stremate dalle terribili conseguenze della peste nera del 1348 che aveva falcidiato quasi la metà degli abitanti della penisola italiana. I focolai delle epidemie si riaccendevano, in modo ciclico, ad ogni decennio.

In questo clima, tra il 1375 e il 1378, Firenze, fino ad allora la più guelfa delle città italiane, si fece capofila di una rivolta secessionista che assunse quasi i contorni di una sollevazione nazionale. Il ritorno del papa spaventava i maggiorenti della città gigliata che voleva estendere i suoi domini sulle vicine e fertili terre dell’Umbria governata dai legati pontifici. Firenze si sentiva accerchiata. In città, anche i cosiddetti “fraticelli”, quei “frati di povera vita” che fustigavano l’opulenza esibita dalla corte papale, spingevano per una soluzione di forza. L’occasione della guerra però nacque da un rifiuto. Quello di Guglielmo di Noellet, cardinale legato prima a Bologna e poi a Perugia che nel 1374, vietò di vendere il grano ai fiorentini. La decisione fu letta come una astuzia per indebolire Firenze, stremata dalla carestia e dalle conseguenze della peste che nel giro di soli otto mesi in riva all’Arno aveva fatto ben settemila vittime. In città mancava il pane e l’inverno era alle porte.

John Hawkwood, chiamato dagli italiani Giovanni Acuto, raffigurato da Paolo Uccello in un affresco del Duomo di Firenze

IL SIGNORE DELLE ARMI L’allarme aumentò, qualche mese dopo, quando i mercenari di Giovanni Acuto, al termine di una condotta stipulata con il papa per la guerra contro i Visconti sconfinarono in Toscana in cerca di razzie.

Solo il nome di John Hackwood faceva paura: il mercenario inglese, all’epoca era il più famoso dei condottieri di ventura. E anche il più pagato. Con molte buone ragioni: aveva combattuto i francesi a Crécy e a Poiters e aveva insegnato ai suoi uomini come usare con efficacia l’arco lungo inglese. Spostava le sue truppe, vestite con armature leggere, a grande velocità, per poi piombare come un falco sui nemici. Un vero signore della guerra, che da tempo, Roberto di Ginevra aveva ammansito con grandi somme di denaro. Anni dopo anche i fiorentini si servirono di lui a caro prezzo, fino a nominarlo cittadino onorario. Mezzo secolo dopo la sua morte (1394) ne onorarono la memoria con il grande affresco di Paolo Uccello che ancora oggi campeggia nella navata sinistra del Duomo di Firenze. Ma allora, nell’anno 1375, John Hackwood detto l’Acuto ancora parteggiava per il papa. E per calmarlo ci vollero ben centotrentamila fiorini.

LA GUERRA DEGLI OTTO SANTI La guerra contro il pontefice esplose con virulenza. L’incendio della ribellione divampò in fretta, anche grazie all’aiuto determinante di Barnabò Visconti, signore di Milano.

La prima città a ribellarsi fu Città di Castello, il 3 dicembre 1375. In poco più di tre mesi, fino alla sollevazione di Bologna del 20 marzo 1376, i Comuni della Toscana e quasi tutte le città del centro Italia soggette all’autorità papale, cacciarono le guarnigioni pontificie e aderirono alla lega capeggiata da Firenze. La bandiera della rivolta, un vessillo rosso con la scritta Libertas, iniziò a campeggiare sulle torri delle città ribelli. Un lungo elenco: Milano, Lucca, Siena, Pisa, Arezzo, Viterbo, Perugia, Città di Castello, Montefiascone, Foligno, Spoleto, Gubbio, Terni, Narni, Todi, Assisi, Chiusi, Orvieto, Orte, Toscanella, Radicofani, Sarteano, Camerino, Fermo e Ascoli.

La reazione di Gregorio XI fu immediata. Intimò ai fiorentini di raggiungerlo ad Avignone per chiedere perdono. Di fronte al loro rifiuto, lanciò un “interdetto”: la città gigliata venne scomunicata, punita con la mancata concessione dei sacramenti, ad eccezione del battesimo e dell’eucarestia. I crediti che la città vantava sul papa vennero dichiarati decaduti. E a ben seicento fiorentini, scacciati da Avignone, furono confiscati tutti i beni.

In riva all’Arno, dopo la scomunica, i magistrati che guidavano la città, gli “Otto della Guerra”, vennero battezzati, in modo ironico, gli “Otto santi”. Fra di loro c’erano i rappresentanti di alcune delle più importanti famiglie della città: Alessandro Bardi, Guccio Gucci, Giovanni Dini, Giovanni Magalotti, Andrea Salviati, Matteo Soldi, Giovanni Moni e Tommaso Strozzi.

Coluccio Salutati, cancelliere di Firenze. L’immagine proviene da un codice della Biblioteca Laurenziana

Intanto Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica fiorentina, inviava infuocate lettere ai romani. Li invitava a ribellarsi al papa. Difendeva la legittimità morale delle città ribelli, vessate dalle tasse papaline. Scriveva dell’Italia, “inondata” dai Francesi, che “divorano, in suo nome, i suoi beni e succhiano il suo sangue”. Roberto di Ginevra nel maggio del 1376 era già al lavoro per combattere le città ribelli. Arruolò al servizio della Chiesa le bande dei mercenari bretoni di Jean de Malestroit e di Silvestro Budes, famose per la loro ferocia. I soldati, rimasti senza ingaggi per la pausa del conflitto che opponeva la Francia all’Inghilterra, minacciavano di devastare la valle del Rodano e la stessa Avignone. Ma adesso c’era una nuova guerra da combattere. I mercenari attraversarono il Delfinato e la Savoia. La campagna d’Italia iniziò con il saccheggio di Cuneo, abbandonata dal Conte Verde Amedeo d’Aosta. L’obiettivo della lunga marcia era arrivare a Bologna per unirsi alle armate di Giovanni Acuto e riconquistare la città, difesa da Roberto da Camerino, comandante generale della lega antipontificia.

IL SACCO DI FAENZA Nello stesso mese di maggio, John Hackwood occupò di notte Faenza per prevenire una possibile sollevazione. Più di trecento persone vennero uccise a scopo preventivo. Migliaia di faentini furono espulsi dalla loro città. I maggiorenti finirono in catene. Le case e le chiese vennero saccheggiate per tutto il giorno.

Un racconto leggendario parla di una monaca contesa a forza da due luogotenenti dell’Acuto. Hackwood risolse la questione urlando: “Metà per uno!”. E tagliò in due parti la poveretta con la sua spada. Le cronache dell’epoca riportano anche la notizia di una violentissima rissa tra i mercenari inglesi che si accapigliavano per la spartizione del bottino: Belmont e Giovanni Brecci, luogotenenti di Giovanni Acuto rimasero feriti in modo grave.

Roberto di Ginevra entrò a Modena il 3 luglio e il giorno dopo invase anche il territorio bolognese. Le devastazione e i saccheggi verso i civili iniziarono ancor prima dell’assedio della città. Bologna resisteva, protetta dalle sue mura: non servì nemmeno una congiura ordita dal cardinale insieme al Marchese d’Este e alla fazione cittadina dei Maltraversi.

Roberto da Ginevra alternava la diplomazia alla strategia del terrore: negoziò il disimpegno di Milano e Napoli ma volle far capire alle città ribelli che era pronto a tutto, facendo spesso passare a fil di spada anche chi si arrendeva.

Gregorio XI in una incisione ottocentesca

IL RITORNO A ROMA Un fatto nuovo cambiò, in parte, le sorti del conflitto: il papa stava tornando in Italia. L’avventuroso viaggio, tra mille imprevisti, durò ben 17 settimane. A Genova il papa incontrò ancora Caterina da Siena. Il 6 dicembre sbarcò a Pisa. E il 5 dicembre arrivò a Corneto, il porto dell’alto Lazio nei pressi dell’attuale Tarquinia. Lì Gregorio XI rimase più di un mese per patteggiare con i romani il suo rientro nella Città Eterna. Fece il suo ingresso a Roma solo il 7 gennaio 1377 tra tiepide feste popolari. Come residenza non scelse l’antico palazzo del Laterano, per più di mille anni sede dei pontefici, ma volle stabilirsi in Vaticano. In ogni caso, la sua sola presenza, bastò a indebolire la posizione di Firenze agli occhi delle città alleate. Gregorio, nei mesi precedenti, aveva già chiesto al suo cardinal legato di allentare l’assedio di Bologna e di ritirarsi nella Marca e in Romagna per far svernare i 4000 cavalieri e i 6000 fanti dell’esercito di mercenari tra le città di Faenza, Forlì, Cesena e Rimini. I soldati trovarono ricovero nelle vaste campagne intorno ai centri abitati.

Ritratto di Roberto di Ginevra nel Palazzo dei papi, ad Avignone

UN BAGNO DI SANGUE A Cesena arrivarono solo i bretoni, comandati dal capitano di ventura Jean de Malestroit. Roberto di Ginevra scelse come sua residenza la Murata, il munitissimo sistema difensivo, costruito venti anni prima dal cardinale Egidio Albornoz, che faceva capo alle due rocche poste in cima al colle Garampo.

La situazione degenerò in breve tempo. Il cibo scarseggiava. E i mercenari trattavano i civili come dei nemici. Settimana dopo settimana, le provocazioni, i soprusi e le angherie dei militari si moltiplicarono. Quando un gruppo di soldati sequestrò ad alcuni macellai dei pezzi di carne, la popolazione si ribellò. I cesenati uccisero più di 400 bretoni. Decine di altri mercenari si rifugiarono nella Murata dove era riparato anche Roberto di Ginevra.

Il cardinale attraverso Galeotto Malatesta, che ufficialmente era ancora il signore della città, fece sapere di condannare il comportamento dei suoi soldati e convinse i cesenati a deporre le armi per una riconciliazione generale. Ma aveva già mandato a chiamare John Hackwood che era di stanza nella vicina Faenza.

Secondo molti racconti Giovanni Acuto, memore della precedente strage di Faenza, propose al cardinale legato di assicurare alla giustizia del papa soltanto i responsabili della rivolta. Ma Roberto di Ginevra gli urlò in faccia tutta la sua rabbia: “Voglio sangue! Sangue e giustizia”. Così le truppe inglesi entrarono dalla porta del Soccorso e insieme ai bretoni di Jean de Malestroit si scagliarono contro la folla ormai disarmata. Il bagno di sangue durò tre giorni e non risparmiò né le donne, né i vecchi e nemmeno i bambini. Le violenze si protrassero per settimane. L’eccidio cambiò per sempre il volto della città. Agli oltre cinquemila morti si aggiunsero centinaia di deportati.

La Rocca Malatestiana di Cesena

“N’EMPIRO UN POZZO CUPISSIMO” Nerio di Donato Acciajuoli, nella sua “Cronaca Senese” raccontò anche quello che avvenne dopo la strage, quando i superstiti fuggiti verso Cervia tornarono in cerca di vendetta nelle campagne intorno alla città: “Sappiate poi, che quelli, che scamparo di Cesena, si riducevano alla Città di Cervia, che è presso a Cesena a dieci miglia, e spesso si raunavano e andavano nel contado di Cesena, e assalivano e’ saccomanni de’ Brettoni, e di quelli di Messer Johanni Augud, e assai n’ammazzoro in più volte in poco tempo, in modo che non v’era strada, che assai v’erano sotterrati a 25 e a 50 con gran vendetta, e massime n’empiro uno pozzo cupissimo, el qual pozzo è in luogo Gattolino presso a Cesena a 6 miglia, che in più volte l’empiro de’ morti de’ Brettoni. E cosi fero alquanto vendetta quelli di Cesena, che fuggiro; e anco empiro uno altro pozzo in luogo chiamato Belpavone, che è presso a Cesena a 9 miglia. Siché in poco tempo quelli di Cesena, che scamparo, fero gran vendetta de’ Brettoni, e delle genti di Misser Johanni Augud”.

Sette secoli dopo, il ricordo di quei tragici giorni sopravvive nella piccola piazza che ospita gli uffici dell’Anagrafe. È intitolata ai “Cesenati del 1377”.

Firenze inviò alle città alleate di Perugia, Arezzo, Fermo, Ascoli e Siena una drammatica lettera nella quale gli autori dell’eccidio erano definiti “non homines, sed monstra teterrima”. Terribili mostri. Sorbelli nella “Cronaca di Bologna” scrisse: “Quasi la gente non volea più credere né in papa né in cardinali: perché queste erano cosa da uscire di fede”. L’eco della strage giunse in fretta anche a Roma. Il papa, a titolo precauzionale, riparò ad Anagni e tornò a Roma solo a novembre inoltrato.

Ma l’eccidio di Cesena, con tutto il suo carico di insensata ferocia, in realtà, servì come monito. E stroncò le velleità di guerra delle signorie italiane contro il papato. Già un mese dopo, nel marzo del 1377, Bologna concluse una tregua di due mesi con Roberto di Ginevra. E a giugno firmò la pace con Gregorio XI. Gli altri Comuni delle Marche e della Romagna si accodarono in fretta. Il cardinal legato, che conosceva bene la ferocia dei suoi mercenari, per impedire nuovi saccheggi decise di vendere la sua argenteria e alcuni dei suoi tanti gioielli servirono a pagare le milizie. Rodolfo da Varano, capitano generale dei fiorentini, cambiò casacca e passò al soldo del papato. Anche John Hackwood, detto l’Acuto scelse un nuovo padrone e si accasò a Firenze, dove trovò, oltre a nuovi grandi commesse, anche una gloria imperitura.

Cesena, rasa al suolo dai bretoni, fu ricostruita da Galeotto Malatesta.

La Guerra degli Otto Santi finì invece appena un anno dopo. La pace fu firmata dal nuovo papa, Urbano VI il successore di Gregorio XI. I fiorentini, per cancellare la scomunica furono costretti a pagare, anche se solo in parte, l’astronomica cifra di 350.000 fiorini.

L’Europa al tempo del Grande Scisma

“PRO REMEDIO ANIMAE” Il cardinale legato Roberto di Ginevra continuò la sua scalata al potere. Dopo la morte di Gregorio XI, favorì l’elezione di Bartolomeo Prignano che diventò papa con il nome di Urbano VI. Fu lui stesso a darne l’annuncio alla folla. Ma appena quattro mesi dopo, di fronte alle prime decisioni del nuovo pontefice, ne chiese la deposizione.

Il “boia di Cesena” con l’appoggio di suo cugino, il re di Francia Carlo V e di 13 cardinali ribelli fu eletto papa in un altro conclave convocato appositamente a Fondi. Assunse il nome di Clemente VII e riportò di nuovo il papato ad Avignone.

Con lui ebbe inizio il Grande Scisma, la più grande divisione nella storia della Chiesa cattolica prima della Riforma. Un papa e un antipapa. Con due pontefici in carica, per quaranta anni la comunità dei fedeli fu divisa fra “obbedienza romana” e “obbedienza avignonese”.

Durante il suo pontificato venne anche chiamato a decidere dell’autenticità della Sindone di Torino, esposta per la prima volta a Lirey nel 1350. In una apposita bolla del 6 gennaio 1390 ordinò di “dire ad alta e chiara voce, al fine di far cessare ogni frode, che la Sindone non era il vero sudario di Gesù Cristo ma una figura o una sua rappresentazione”.

Sui due papi si divisero anche gli ordini religiosi. Clemente VII fu appoggiato dai francescani, dai certosini e da buona parte dei domenicani.

Roberto di Ginevra morì ad Avignone il 16 settembre 1394. E proprio negli ultimi anni della sua vita, si occupò con il solito zelo degli ordini religiosi, attraverso numerose donazioni pro remedio animae. Chissà se ebbe il tempo di pensare veramente anche alla sua, insanguinata per sempre dall’eccidio di Cesena.

Federico Fioravanti

DA LEGGERE: Edwin Mullins I papi di Avignone. Un secolo in esilio – Odoya 2015 Eamon Duffy La grande storia dei papi – Mondadori 2000 Duccio Balestracci Le armi, i cavalli, l’oro. Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del Trecento – Laterza 2009 Elena Percivaldi Gli antipapi. Storia e segreti – Newton Compton 2014 Claudio Rendina I papi. Storia e segreti – Newton Compton 2007 Robert Davidshon Storia di Firenze – Sansoni 1978 Franco Cardini Breve storia di Firenze – Piccola biblioteca Pacini 2007 Andrea Sirotti Gaudenzi L’eccidio di Cesena. La più grande strage del Medio Evo – Invictus 2014

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La rivolta di Santa Scolastica a Oxford

Scena in taverna da un manoscritto del secolo IVX, British Library

“Una birra amara” chiede Walter Spryngeheuse all’oste della taverna Swindlestock, a Oxford.

E non immagina quanto sarà amara, quella birra: 93 morti, una vera e propria guerra civile e una faida destinata a durare 600 anni. Decisamente la birra più amara della storia.

È il 10 febbraio 1355, festa di Santa Scolastica da Norcia, sorella di San Benedetto, padre del monachesimo occidentale, custode del patrimonio culturale negli anni più oscuri del Medioevo. Sarà proprio lei a dover associare il suo nome al peggiore scontro del millennio tra mondo della cultura e società civile.

“Questa birra fa schifo!” esclama Walter rovesciandola sul bancone. “Dammene un’altra”.

Avete presente quando si dice “Oxford”? Eccola, la proverbiale signorilità degli studenti della più antica università anglosassone e la più prestigiosa del Regno Unito.

Centro di studio e insegnamento sin dal 1096, la cittadina aveva visto espandere sempre più i suoi college dopo che Enrico II aveva vietato agli inglesi – nel 1167 – di iscriversi all’Università di Parigi. Per favorire la crescita dell’Ateneo il re aveva concesso ogni sorta di privilegi agli accademici e gli irrequieti studenti arrivati da ogni angolo d’Europa avevano finito per entrare in conflitto con gli abitanti del piccolo villaggio, che mal sopportavano le loro intemperanze.

Nel 1209 due ragazzi erano stati addirittura giustiziati per aver ucciso una paesana, ne era seguita una rivolta degli studenti e scontri con la cittadinanza che avevano portato alla fuga in massa di buona parte degli accademici; l’Università era stata smantellata per un breve periodo, per tornare poi più grande, forte e tutelata di prima.

Santa Scolastica da Norcia (qui in un affresco nella chiesa del cimitero, a poca distanza dal centro storico di Norcia) si ricorda il 10 febbraio, giorno dela sua morte

Un secolo e mezzo dopo quegli eventi la tensione tra città e toga (town and gown dicono gli inglesi) ha raggiunto il culmine. Gli universitari si sentono i padroni della città: sono i figli dell’aristocrazia in un villaggio di bifolchi, la futura classe dirigente circondata da gente ignorante e ordinaria. Loro sono i principi di Oxford, i pupilli del re e godono di privilegi che i cittadini nemmeno se li sognano. E poi viaggiano tanto, studiano tutto il giorno e quando arriva la sera voglio divertirsi, fare un po’ di casino e gustarsi una birra come si deve, non questa schifezza che ha appena servito John Croidon.

“Ehi, Roger, vieni qui!” chiama Walter.

Mentre l’oste versa un altro boccale al collega, Roger de Chesterfield si fa largo tra gli ubriaconi che affollano la fumosa taverna, si siede al bancone e lascia andare un rutto imponente e maestoso come il ruggito di un leone. Proprio sulla faccia di Croidon.

“Una coppa anche per il mio amico” fa Walter con la voce strascicata di chi, di birre, ne ha bevute già troppe. “Questo posto è una latrina!” esclama Roger sprezzante. “Ecco perché ci galleggiate così bene, voi due!” ribatte l’oste.

“E questa qua non è birra, è piscio di maiale!” urla Walter lanciandola addosso dell’oste. “Tu che ne pensi, Roger?”. Quello prende un sorso dalla sua coppa e poi la sputa sulla faccia di John. “Hai ragione, Walter: è proprio piscio di porco!”.

Le coppe sono vuote, ma la misura è colma. “Adesso basta! Fuori dal mio locale, pezzi d’asino!” grida Croidon. “Come ti permetti di rivolgerti in questo modo, razza di bifolco? Noi siamo studenti del college, non i caprai a cui sei abituato!”. “Se non ve ne andate subito vi abituerete voi ai miei calci nel sedere! Tornatevene al…” ma non fa in tempo a finire la frase perché gli arriva un pesante destro sul mento. Alzato uno sguardo pieno di odio sull’aggressore, John estrae il coltellaccio che tiene sotto il bancone e si avventa contro Walter; un attimo dopo Roger gli è addosso. Due astanti intervengono in soccorso dell’oste e altri tre studenti si buttano nella mischia per difendere i colleghi. In pochi minuti la bettola è tutto un frullare di cazzotti, calci, sedie spaccate su schiene curve, sangue e sputi. Qualcuno chiama soccorsi, chi tenta di mettere pace si guadagna un pugno e poi una coltellata. Un uomo è a terra. No, sono due, anzi tre. Quattro. Cinque. È una carneficina. Che dura tutta la notte. Arrivano gli sbirri e arrestano i facinorosi. Ma quando si trovano di fronte Roger e Walter devono alzare le mani e lasciarli andare. I due studenti escono tranquillamente dalla bettola baldanzosi, con i vestiti strappati ma l’aria fiera. Walter si ferma sulla porta, si asciuga il sangue che gli cola dal naso, e guarda sprezzante John e i suoi amici che vengono portati via dalle guardie. “Mi dispiace – dice ridendo – ma noi siamo Oxford, e voi non siete niente!”.

Un’epigrafe ricorda l’ubicazione della storica taverna di Oxford (foto: Tony Holding)

Al mattino la notizia arriva al sindaco John de Bereford. Tutti vogliono che i due studenti vengano puniti, ma lui non può farlo: l’Ateneo non è sotto la sua giurisdizione e gli accademici godono di speciali privilegi che li rendono sottoposti direttamente alla Corona: l’unico che può ordinarne l’arresto è il cancelliere dell’Università Humphrey de Cherlton. Ed è ciò che gli chiede di fare de Bereford, ma il Rettore fa orecchi da mercante, prende tempo, non si muove. D’altra parte come potrebbe proprio lui andare contro coloro che, anche se in modo indegno, rappresentano comunque la sua potente università? Non importa chi ha cominciato la rissa: un oxfordiano è un oxfordiano e ha ragione anche quando ha torto.

Intanto la situazione è degenerata fino ad arrivare alla guerra civile: gli abitanti di Oxford decidono di farsi giustizia da soli e vanno a caccia dei due facinorosi, ma il corpo studentesco si schiera in blocco a difesa dei colleghi e passa al contrattacco: 200 universitari si lanciano all’assalto del Comune e aggrediscono lo stesso sindaco. La reazione è durissima: persino dalle contrade vicine i contadini si riversano in città per dare man forte agli abitanti al grido di “Havoc! Havoc! Smyt fast, give gode knocks!” (“All’assalto! All’assalto! Colpisci veloce, colpisci bene!”).

Il massacro va avanti per due lunghissimi giorni, finché il College non è costretto a capitolare. Il bilancio è pesantissimo: 93 morti, di cui 63 studenti universitari e 30 residenti.

Sconfitti sì, ma impuniti. Perché se è vero che gli universitari hanno ragione anche quando hanno torto, è vero pure che vincono anche quando perdono: il governo mette infatti fine alla disputa intervenendo a favore dell’ateneo con un nuovo decreto che garantisce ulteriori tutele e privilegi alla popolazione accademica. A memoria delle violenze subite dagli studenti, poi, ogni 10 febbraio il sindaco e i consiglieri della città dovranno marciare a capo scoperto per le vie cittadine e pagare all’università una multa di un centesimo per ogni studioso ucciso, per un totale di 5 scellini e 3 penny.

L’edificio che ospitò Swindlestock Tavern, all’incrocio tra Queen Street e St. Aldates Street è ora sede di una banca

Le tensioni tra Comune e ateneo continueranno a covare sotto la brace per secoli ma nessun episodio di sangue si ripeterà mai più. Quanto al rituale delle scuse e del dazio, proseguirà ogni anno per 470 anni: nel 1825, infatti, il sindaco si rifiuterà di prendervi parte chiudendo così la tradizione.

Per un’autentica pacificazione bisognerà aspettare invece il 10 febbraio del 1955, quando in occasione del 600º anniversario, la commemorazione dei moti studenteschi di Santa Scolastica fornirà l’occasione per un’ideale riconciliazione suggellata da due atti simbolici: l’Università di Oxford assegnerà al sindaco un titolo onorifico, mentre l’autorità cittadina conferirà al vice-cancelliere la cittadinanza onoraria.

Quanto alla taverna della discordia, esiste ancora; anche se nel frattempo è diventata una banca: nell’edificio che ospitava Swindlestock Tavern a Carfax, all’angolo tra via St. Aldates e Queen Street, oggi trova infatti posto la sede della spagnola Santander Bank.

Arnaldo Casali

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La nascita dell’Università

Lo scriptorium in una miniatura del secolo VII

In principio era lo scriptorium: una stanza fredda, buia, silenziosa, dove il monaco studia in solitudine su antichi codici.

Poi, con il passare dei secoli, piccoli gruppi di maestri laici ed ecclesiastici iniziano a riunirsi nei centri abitati per dare lezioni di diritto, arti e teologia mentre a Salerno, nel IX secolo, si va formando lentamente una vera e propria scuola di medicina.

Niente a che fare con l’Accademia Platonica o con i Simposi della Grecia Antica: quelli che insegnano a Salerno sono uomini e donne privi di cultura letteraria ma forniti di grande esperienza pratica che si tramandano oralmente, ma la loro fama è tale da trasformare la “Scuola medica” in un centro di eccellenza internazionale, al quale iniziano ad accorrere da tutto il Mediterraneo studenti di ogni nazionalità e cultura. Nasce anche una leggenda che ne spiega l’origine narrando l’incontro – in una notte di tempesta – tra il pellegrino greco Pontus, il latino Salernus, l’ebreo Helinus e l’arabo Abdela che, scambiandosi le reciproche conoscenze sull’arte medica, avrebbero dato vita al sodalizio destinato a formare i grandi medici del Medioevo sposando i segreti delle grandi culture del tempo.

La prima scuola di diritto nasce invece a Parma nel 962, quando l’imperatore Ottone I con un decreto conferito al vescovo Uberto, sancisce l’istituzionalizzazione di una scuola superiore indirizzata alla formazione della professione notarile, richiamando studenti anche dai paesi d’oltralpe.

Se in molti vedono nella Scuola medica salernitana il primo esempio di facoltà scientifica e in quello di Parma una vera e propria istituzione universitaria, di fatto il primo Ateneo ufficiale dell’Occidente nasce a Bologna nel 1088; quantunque anche in questo caso si tratti di una data convenzionale, stabilita nel 1888 da una commissione presieduta da Giosuè Carducci. I primi statuti dell’Università di Bologna risalgono infatti al 1317, anche se è certo che già nell’XI secolo esistesse una fiorente scuola giuridica destinata a diventare la prima università. Beninteso, prima d’Europa: perché a livello mondiale, Bologna non arriva prima e nemmeno seconda.

Le prime due università della storia moderna, infatti, nascono entrambe in Africa ed entrambe nel contesto della cultura islamica. E la cosa ancora più sorprendente, è che la più antica istituzione educativa al mondo è stata fondata da una donna: è l’Università di al-Qarawiyyin, a Fès, in Marocco, costituita nell’anno 859 e ancora oggi uno dei principali centri spirituali ed educativi del mondo.

La fondatrice è Fatima, figlia di un ricco mercante chiamato Muhammad al-Fihri. Come la sorella Maryam, Fatima era molto istruita e aveva ricevuto una ricca eredità dal padre, che aveva voluto destinare alla costruzione di una moschea per la comunità di Qayrawanesi (al-Qarawiyyūn). Oltre che luogo di culto, la moschea diventa presto sede di istruzione religiosa e di discussione politica, estendendo gradualmente l’istruzione ad un gran numero di materie, e in particolare le scienze naturali e la filosofia.

Vista dal cortile della moschea-università al-Qarawiyyīn di Fez (Marocco), la prima jāmiʿa, fondata nell’859

L’università guadagna il patronato del sultano che – nel 1349 – fonda la biblioteca dove viene raccolta una vasta selezione di manoscritti, tra i quali figurano la al-Muwattaʾ di Malik ibn Anas, scritta su una pergamena di gazzella e la Vita del Profeta di Ibn Ishaq. Non si tratta di un’accademia esclusivamente religiosa, comunque: oltre al Corano e alla Fiqh (la giurisprudenza islamica), tra le materie di studio ci sono grammatica, retorica, logica, medicina, matematica, astronomia, chimica, storia, geografia e musica. All’Università al-Qarawiyyīn si formano molti studenti destinati ad influenzare la storia accademica e intellettuale del mondo e non solo musulmano: tra i suoi studenti più celebri figura il filosofo e teologo ebreo Ibn Maymūn, meglio noto come Maimonide, nato nel 1135 e morto nel 1204.

La seconda università a sorgere è invece quella di al-Azhar (letteralmente “La luminosa”) al Cairo, uno dei principali centri di insegnamento religioso dell’Islam sunnita, fondata nel 970 dagli Imām fatimidi sciiti-ismailiti immediatamente dopo la conquista dell’Egitto da parte di Jawhar al-Ṣiqillī. Pur essendo nata come centro di studio e insegnamento del credo sciita, dopo la riconquista dell’Egitto da parte di Saladino l’Università finisce per diventare la più prestigiosa sede di elaborazione del pensiero sunnita, e comprende anche una facoltà di Giurisprudenza basata soprattutto sull’insieme delle discipline giuridiche che fanno riferimento alla Shari’a.

Sul fronte accademico, quindi, l’Europa cristiana arriva con quasi mille anni di ritardo rispetto al mondo arabo-musulmano. E ci arriva in modo molto diverso: a fondare l’Università di Bologna, infatti, non è un’istituzione o un mecenate illuminato, ma gli studenti stessi. Già, sono proprio le matricole ad inventarsi l’Ateneo, organizzandosi in gruppi cittadini (universitates) o nazionali (nationes) che scelgono i docenti e li pagano attraverso una raccolta di donazioni, e tra loro c’è anche Graziano, autore del Concordantia discordantium canonum, il primo manuale di diritto canonico.

Studenti raffigurati in un frammento dell’arca di Giovanni da Legnano. Opera di Pierpaolo dalle Masegne, 1383, Bologna, Museo medievale

I gruppi italiani, divisi in base alla città di provenienza sono detti “Intramontani”, mentre gli “Ultramontani” (ovvero che arrivano dal di là delle Alpi) sono raggruppati in base alla nazione di provenienza. Nel XII secolo sono ben diciassette le università intramontane e quattordici i collegi delle nazioni ultramontane, il più importante dei quali è quello di Spagna. A testimoniare questa grande ricchezza culturale, nel palazzo dell’Archiginnasio che sarà sede dell’Università dal 1563, si può ancora oggi ammirare il più grande complesso araldico al mondo, che raccoglie quasi seimila stemmi studenteschi.

Nel 1158 Federico Barbarossa promulga la Authentica Habita con cui l’Università viene tutelata come luogo di ricerca e studio indipendente da ogni altro potere. Il modello universitario bolognese è dunque basato su un’associazione di studenti legati tra loro da un giuramento e dotati di capi riconosciuti (i “rettori”) e dove ogni associazione fornisce ai propri membri varie forme di protezione e privilegi ed è incaricata del reclutamento dei docenti.

Lo stesso modello è quello su cui è basata la seconda università sorta in Europa e la prima del mondo anglosassone: Oxford, fondata ufficialmente nel 1096 da un gruppo di studenti divisi – come a Bologna – in base alla nazione di provenienza (con una rappresentanza del Nord che riunisce gli scozzesi e quella del Sud che comprende gli irlandesi e i gallesi). La grande svolta, l’Ateneo inglese, la conosce però grazie al “privilegio al contrario” di Re Enrico II che, nel 1167, proibisce ai suoi sudditi di andare a studiare a Parigi costringendo gli intellettuali inglesi a concentrarsi su Oxford facendo crescere così rapidamente la nuova università. Per favorire la crescita dell’Ateneo il Re concede ogni sorta di privilegi agli accademici e agli studenti arrivati da ogni angolo d’Europa, che finiscono inevitabilmente per entrare in conflitto con gli abitanti del piccolo villaggio. La crescente arroganza degli studenti – divenuti dei veri e propri “signorotti” del luogo – è tale da arrivare a compiere rapine e omicidi, tanto che nel 1209 due accademici che avevano ucciso una donna vengono condannati a morte e giustiziati con il beneplacito di Re Giovanni Senzaterra.

L’esecuzione porta ad una sollevazione del corpo studentesco, una sospensione delle attività didattiche e una guerra contro i residenti che costringe gli accademici a fuggire altrove. Un gruppo di loro si trasferisce a Cambridge, dove fonda quella che sarà la seconda università del mondo anglosassone. Anche qui l’istituzione privata viene presto riconosciuta dalle autorità: nel 1231 re Enrico III assegna a Cambridge sovvenzioni statali ed esenzioni dalle tasse e regolamenta la vita nel villaggio per evitare che si ripeta quanto accaduto a Oxford: vengono dunque puniti comportamenti irresponsabili dei giovani ma allo stesso tempo ne viene garantita la protezione verso canoni di affitto eccessivi. Una bolla pontificia di papa Gregorio IX da poi il permesso ai laureati di Cambridge di insegnare in qualunque Paese cristiano.

Intanto in poco tempo anche Oxford si riorganizza per tornare più grande, ancora più forte e tutelata di prima, tanto che il 10 febbraio 1355 si arriverà ad una vera e propria guerra civile tra città e università, da cui l’Ateneo uscirà con 63 morti ma ancora maggiori tutele e privilegi da parte del Governo.

Lezione di Filosofia. Miniatura dalle Grandes chroniques de France, fine XIV secolo, Castres, biblioteca municipale

È invece completamente opposto, rispetto a Bologna, Oxford e Cambridge, il modello di Ateneo che si sviluppa a Parigi: a fondare la Sorbona nel 1170 non sono gli studenti ma i docenti, che si associano tra di loro e si occupano di regolare i corsi di studi, ponendosi come interlocutori delle istituzioni e ottenendo, a loro volta, il riconoscimento del Re Filippo II di Francia nel 1200 e di papa Innocenzo III nel 1215.

Nasce invece in Spagna, a Palencia, la prima università statale d’Europa: è il re Alfonso VIII di Castiglia su richiesta del vescovo Tello Téllez de Meneses, a fondare nel 1212 il primo ateneo spagnolo chiamando da Francia e Italia importanti insegnanti di arti e di scienze e pagandoli profumatamente. Anche troppo, profumatamente: quando, cinquant’anni dopo, i soldi finiscono l’Università di Palencia – dove si era formato uno dei più importanti santi del Medioevo come Domenico di Guzman – affonderà tra i debiti. In compenso l’esempio del primo ateneo spagnolo ispira altre università come quella di Salamanca (fondata nel 1218 e diventata la sua principale rivale) e quella di Vallodolid, che ne diventa l’erede ufficiale.

Intanto nel 1215 ad Arezzo è nata un’altra università destinata purtroppo a chiudere alla fine del Medioevo, mentre un’altra migrazione è quella che porta – nel 1222 – un gruppo di studenti e insegnanti dell’Università di Bologna in cerca di maggiore libertà accademica, a fondare un nuovo ateneo a Padova.

La prima università statale italiana viene fondata invece da Federico II a Napoli nel 1224. L’imperatore scrive che lo scopo principale della nascita dello Studium Neapolitatum è quello di assicurare ai suoi sudditi la possibilità di studiare sotto lo sguardo dei propri familiari, ed evitare – quindi – lunghi e costosi viaggi in terre straniere. Napoli viene scelta per la sua posizione accessibile e per il favore del clima, ma anche per una pacificazione politica: la città era stata l’ultima a piegarsi alle armate di Ruggero II e aveva resistito per tre difficili anni anche all’assedio di Enrico VI, padre di Federico II. D’altra parte l’imperatore ha anche la necessità di coltivare una nuova classe dirigente, funzionale alla sua burocrazia. Per evitare che i suoi sudditi vadano a studiare all’estero, Federico – che ha appena 30 anni – assicura loro una serie di agevolazioni a partire dalle spese di iscrizione più basse fino alle convenzioni per gli alloggi a prezzo fisso e alla possibilità di borse di studio per gli studenti più poveri e persino una mensa, affiancando – a scanso di equivoci – ai privilegi anche il divieto di andare ad insegnare o a studiare a Bologna. Al tempo stesso proibisce di iscriversi al nuovo Ateneo studenti stranieri, e soprattutto quelli provenienti dallo Stato Pontificio e dai paesi ostili all’Impero. Quella di Napoli è anche la prima università italiana totalmente laica: la Chiesa, infatti, non ha alcun potere riguardo al reclutamento dei docenti.

Le università nell’Europa medievale

Il Papa, da parte sua, risponde nel 1303 fondando l’Università più grande d’Europa, anch’essa statale e anch’essa laica: La Sapienza. Il papa più teocratico e forse più discusso dell’intero Medioevo – il teorico della superiorità della Chiesa su qualsiasi altro potere – formalizza la fondazione dello Studium Urbis con la bolla In Supremae praeminentia Dignitatis il 20 aprile 1302, pochi mesi prima dell’umiliazione di Anagni e della morte. Fino a quel momento a Roma gli istituti di istruzione superiore sono stati esclusivamente rivolti al clero di Roma. Tra questi c’è la Scuola capitolare Lateranense, a indirizzo teologico e giuridico, destinata alla formazione dei quadri direttivi del governo ecclesiastico, la Universitas Romanae Curiae, istituita a Lione intorno al 1245 e aperta agli impiegati della curia che, senza sede stabile seguiva la corte papale; gli Studi generali in teologia, tenuti dalla seconda metà del secolo XIII dagli Ordini mendicanti, erano invece riservati ai frati. Mancava quindi un centro di studi superiori aperto alla cittadinanza romana e destinato a formare la futura classe dirigente. Bonifacio, che è tra i primi papi ad essersi laureato in un’Università (a Bologna), vuole dotare anche la sua città di una struttura simile, capace di offrire una formazione in tutte le discipline e aperta anche ai laici. Laici come lui stesso è stato, dopotutto, fino a 60 anni. L’università municipale di Roma comprende tutte le facoltà con una forte presenza degli studi giuridici. Nasce come istituzione laica ma subisce inevitabilmente le ingerenze del papato risentendo, nei suoi primi decenni di vita, del clima turbolento che i moti politici e gli scontri tra le fazioni guelfa e ghibellina provocano a Roma. I finanziamenti iniziali giungono dalla tassazione del vino forestiero, oltre che dalla munificenza di alcuni nobili romani; lo Studium Urbis acquista man mano importanza e prestigio e nella seconda metà del ‘400 il termine Sapientia viene usato nei documenti per indicare l’insieme di scuole e collegi riuniti nello Studium.

Appena tre anni dopo la fondazione della “Sapienza”, papa Clemente V con la bolla Super Specula sancisce ufficialmente la nascita dell’Università di Perugia, le cui facoltà di medicina e di legge esistevano in realtà già dagli inizi del Duecento, finanziate principalmente dal Comune.

Una libreria dell’Università di Salamanca. Fondata nel 1208, è l’ateneo più antico di Spagna (l’Università di Palencia non esiste più) e uno dei più antichi d’Europa

Statale è anche l’Università di Firenze, fondata dalla Repubblica nel 1321, ma costretta quasi subito alla chiusura per riaprire poi nel 1349. Intanto, nel 1336, papa Benedetto XII tramite il nunzio apostolico Bertrando di Deux concede “la facoltà di nominare capitani delle arti, consiglieri, notai di curia e delle riformanze” al Comune di Camerino, costituendo un nuovo Ateneo. Ad esso seguiranno le università di Pisa (1343), Praga (1348) e Pavia (1361). Nel 1364 il re di Polonia Casimiro il Grande fonda l’Akademia Krakowska che nel XIX secolo diventerà l’Università Jagellonica (Cracovia); poi è la volta di Vienna in Austria (1365), Pécs in Ungheria (1367), Heildeberg (1386) e Colonia (1388) in Germania.

Alla fine del Medioevo saranno 54 le università sorte in tutto mondo, di cui 21 sul territorio italiano. Da Zara a Torino, da Louvain in Belgio a Uppsala in Svezia, da Copenaghen a Monaco fino a Valencia: la rivoluzione culturale innescata dall’età di mezzo agli inizi del Cinquecento è ormai compiuta ed è pronta a prendere per mano il mondo e portarlo nel futuro.

Arnaldo Casali

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La battaglia di Parma o di Victoria

Mappa di Parma posteriore al 1460 (Archivio di Stato di Parma)

Nelle campagne intorno a Parma è una fredda mattina d’inverno, con la nebbia che avvolge la natura e attutisce i rumori. L’imperatore Federico II non rinuncia alla sua grande passione: la caccia. È quasi un anno che assedia, inutilmente, la città.

Quella mattina, tra le brume invernali, mentre scruta il cielo in cerca di prede per i suoi falconi, in lontananza si intravedono delle colonne di fumo. Provengono da Victoria, l’accampamento fortificato che ha voluto far costruire, una vera e propria città sorta attorno a Parma, affinché nessuno entrasse o uscisse nel corso dell’assedio. Una sortita degli assediati, però, sta infrangendo non solo le mura dell’accampamento, ma il sogno di unificare l’intera penisola sotto la corona imperiale.

La situazione politica in Italia La battaglia di Parma del 18 febbraio 1248 è un episodio che si inserisce nella lotta tra i guelfi italiani, il Papato e Federico II. L’imperatore, inseguendo il suo sogno di unificare tutta la penisola sotto la sua corona, aveva cinto d’assedio la città emiliana, dal luglio del 1247.

Parma era stata sempre ghibellina, ma l’elezione di Innocenzo IV aveva cambiato molte cose nel dominio sulla città, a partire dalla nomina di Alberto da Sanvitale a vescovo, sino ad arrivare al colpo di mano compiuto da Ugo da Sanvitale, fratello del vescovo, Bernardo di Rolando, cognato del Pontefice, Giberto da Gente e Gregorio da Montelongo, i quali si impossessano di Parma. Federico II riunisce l’esercito e marcia verso la città velocemente. Scaccia i ribelli e insedia Tebaldo Franceschi come suo luogotenente.

Innocenzo IV al Concilio di Lione attorniato da vescovi (miniatura del XIII secolo)

La lotta tra Papato e Impero prosegue anche negli anni successivi, fino ad arrivare al Concilio di Lione del 1245, dove viene confermata la scomunica di Federico II. L’imperatore, dopo essere scampato ad una congiura nella Pasqua del 1246, decide di marciare sulla città francese, ma quando l’esercito è nei pressi di Torino, viene avvisato che Parma si è ribellata il 15 giugno del 1247. La colonna imperiale, quella comandata dal figlio di Federico, Enzo, e un contingente inviato da Ezzelino da Romano puntano su Parma per ricondurla all’obbedienza imperiale. Il Papa fa giungere in città, invece, aiuti da Milano, Piacenza, Ferrara e Mantova.

Inizia così un assedio che sarebbe durato otto mesi e che portò alla costruzione di Victoria, una città fortificata con case, palazzi e una chiesa, destinata a sostituire Parma una volta che fosse caduta, distrutta e le sue rovine fossero state cosparse di sale. In una fredda mattina d’inverno, però, le cose cambiarono sotto gli occhi dell’imperatore, che in quel momento era a caccia nella valle del Taro e dovette rifugiarsi prima a Borgo San Damiano e poi a Cremona.

L’assedio «E fu così che l’Imperatore cinse Parma d’assedio ponendo il proprio campo ad ovest della città, fuori le mura di barriera Santa Croce». Per otto mesi i due eserciti si confrontano. Attaccanti e difensori compiono sortite, tentativi di sfondare le mura, scaramucce tra cavalieri. Non vengono risparmiate atrocità varie: per indurre gli assediati ad arrendersi, vengono decapitati tutti i prigionieri fatti nel corso dei vari scontri, mentre gli imperiali catturati vengono gettati dalle mura. E se ogni «mattina l’Imperatore faceva condurre un gruppo di prigionieri sotto le mura cittadine, più o meno all’altezza dell’attuale ponte Caprazucca, facendoli decapitare sotto lo sguardo impotente dei propri concittadini», gli assediati non sono da meno e «molte spie e messi, che tentarono di penetrare nascostamente in città, furono colte dalle guardie del podestà e abbruciati nella pubblica piazza, talché niuno della città osò far motto di entrare in trattati col nemico».

Il campo fortificato di Victoria I parmigiani decidono di chiudersi in città e di resistere alle forze imperiali. «Tra gli assedianti un nipote del papa e di Orladno de Rossi; Ugo Boterio da Parma, i figli dell’imperatore, Ezzelino, Oberto Pelavicino e il marchese Lancia. Mentre tra gli assediati vi era il legato pontificio Gregorio di Montelongo che con milizie milanesi si era precipitato a rafforzare la guarnigione di Parma che, passando al partito guelfo, si era data automaticamente al fronte antimperiale. Proprio Gregorio di Montelongo fu l’animatore della resistenza della città durante il lungo assedio cui fu sottoposta Parma, impedendone la capitolazione».

Federico II decide per l’assedio, ha tempo, non vuole correre rischi. Decide anche di costruire una città che avrebbe dovuto sostituire Parma una volta caduta. La costruzione «venne pianificata dagli astrologi e iniziata sotto la costellazione di Marte, dio della guerra, come auspicio di vittoria. Tuttavia gli scienziati trascurarono di osservare quanto fosse vicino l’influsso del Cancro, cui poi sarebbe stata attribuita la responsabilità della distruzione dell’abitato: civitas, sub tali ascendente incepta, cancrizare debebat. Ciò compromise l’intera azione politica di Federico, poiché, secondo le parole di Rolandino da Padova, ab hac die in antea retrocessit eius victoria more cancri». L’imperatore fa trasportare a Victoria il denaro per mantenere l’esercito, la corona e le vesti imperiali, armi, salmerie, vettovaglie e la biblioteca imperiale. A presidio del tesoro dell’imperatore viene posta la guardia personale saracena. L’imperatore trasferì a Victoria anche la sua personale collezione di animali esotici e fece aprire una zecca che coniava il “vittorino”. «Nel 1247, durante l’assedio di Parma da parte di Federico II, ogni mattina i cavalieri imperiali si disponevano presso la città e vi rimanevano sino a sera “aspettando e custodendo le loro gualdane” che non solo bruciavano e devastavano tutto ciò che trovavano, ma si portavano via anche tegole e mattoni delle case distrutte per utilizzarli, secondo l’ordine dell’imperatore, nella costruzione di nuove abitazioni».

La cavalleria parmigiana esce dalle mura per attaccare l’accampamento di Federico II

La battaglia «Correva il giorno diciottesimo di febbrajo 1248, allorché i Parmigiani, avendo saputo che Federigo si era allontanato con assai gente per cacciare col falcone, si disposero a tentare una disperata sortita. Non fu per questa volta la fortuna contraria ai generosi. Gl’imperiali assaltati all’improvviso, dopo leggiera resistenza si danno alla fuga; ne segue una strage infinita. Taddeo da Suessa e il marchese Lancia caddero morti sul campo, tentando di ritenere i fuggitivi; un inestimabile tesoro cadde in potere dei vincitori, e la stessa corona imperiale».

Le prime ore del giorno non sono buone solo per la caccia, ma anche per sorprendere il nemico ed «il primo movimento di ribellione dei Parmigiani contro l’imperatore avviene anch’esso summo mane e, nel corso del lungo assedio che ne seguì, un mattino allo spuntare dell’aurora un reparto si avvicina d’improvviso e furtivamente a una porta della città, lancia una catena munita di uncini contro lo steccato difensivo, svellendolo per la lunghezza di tre pertiche, ma nonostante l’ora la sorpresa non riesce».

La ricostruzione dell’attacco fa capire che si trattò di una assalto fatto dopo che «un gruppo di parmensi trascinò il grosso dell’esercito imperiale lontano dalla città con una falsa sortita. Nel frattempo, il resto delle truppe parmensi ‒ cui si erano uniti anche donne, fanciulli, giovani, vecchi ‒ attaccò Victoria, avendo ragione con relativa facilità dei difensori rimasti».

I parmigiani penetrano nell’accampamento con facilità e nel corpo a corpo ne che ne segue hanno facilmente la meglio sulle milizie imperiali. La cavalleria di Federico è lontana, all’inseguimento di cavalieri parmigiani in finta fuga. «Il marchese Lancia l’unico in comando a Victoria quel giorno, venne attirato fuori dall’accampamento con i suoi cavalieri in una manovra diversiva attuata dai parmensi. Il grosso delle milizie parmensi e dei suoi cittadini affamati attaccarono in quel momento il campo di Victoria scarsamente difeso. L’accorrere al campo di Federico non evitò una sconfitta disastrosa per le aquile imperiali».

Gregorio da Montelongo in una moneta che lo ritrae seduto in trono. Fu patriarca di Aquileia dal 1251 al 1269

Dopo alcune incursioni diversive, quindi, Victoria fu presa d’assalto, saccheggiata, distrutta, con la collaborazione di tutti i cittadini che volevano riconquistare la libertà.

L’azione contro Victoria, però, non è frutto del caso, ma si tratta di un’operazione bellica ben preparata e studiata da Gregorio di Montelongo per rompere l’assedio. «Si trattò di un’operazione vasta e complessa, svoltasi su un fronte lungo una ventina di chilometri dal Po a Parma e scandita da scontri plurimi e fulminei fra le truppe di Enzo di Svevia e le milizie parmensi e milanesi. La velocità, la capacità di coordinamento e la rapidità dell’azione, incentrata sulla cavalleria, determinarono l’esito della battaglia, espressione di un disegno che superava le logiche rigide del municipalismo e che in Gregorio da Montelongo trovava il suo principale sostenitore. Un insieme di fattori, quali il coordinamento politico e il consenso fra le forze eminenti dell’area padana, sostenute dalla diplomazia pontificia, scaturirono in un’azione militare ben concertata, non più basata sulla semplice pratica o vincolata a consuetudini locali e a bisogni extramilitari: ciò costituisce, come ha notato Roberto Greci, un’importante novità dal punto di vista della pratica militare che rende vieppiù significativa la battaglia di Victoria». L’attacco alla città-fortificata di Federico contribuirono anche molti cavalieri parmigiani ghibellini, i quali tradirono l’imperatore e contribuirono alla sorpresa.

Le perdite e il bottino Secondo alcune fonti gli imperiali ebbero 2.000 morti e 3.000 prigionieri o feriti. Più attendibile parlare di 1.500 morti, di cui solo 500 caduti nello scontro.

Secondo Salimbene de Adam i parmigiani «portarono via all’imperatore tutto il suo tesoro che comprendeva oro, argento, pietre preziose, vasi e vestimenti; si impossessarono del suo corredo e della suppellettile, e anche della corona imperiale, che era di grande peso e valore, tutta d’oro e tempestata di pietre preziose con molte figure in rilievo lavorate che sembravano cesellature … La corona era stata trovata da un ometto di media statura chiamato Cortopasso che la portava in giro per le strade tenendola in mano come un falcone e mostrando la a tutti coloro che la volevano vedere vanto della Victoria conseguita contro Federico II … molti tesori in oro in argento e pietre preziose furono sotterrati dentro orci, locali e tombe proprio nel posto dove era la città di Victoria e sono ivi ancora al giorno d’oggi, ma non se ne conoscono i nascondigli».

Le conseguenze A livello strategico e militare la distruzione di Victoria non comportò ripercussioni per Federico II che riprese il controllo del centro Italia attraverso il presidio del passo della Cisa in grado di garantire il libero transito in direzione lungo la direttrice nord-sud. La sconfitta sotto le mura di Parma, però, inflisse un grave colpo al prestigio dell’imperatore, compattando il fronte avversario in vista degli scontri futuri.

Umberto Maiorca

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Amaro, dolce assenzio

Dal nome scientifico di Artemisia absinthium, l’assenzio è in realtà una varietà di artemisia, da cui si differenzia per il fusto e le foglie di colore argenteo.

Il suo nome deriva dal latino absinthium e dal greco apsìnthion, ossia “privo di dolcezza, amaro”. Infatti si tratta di un’erba amarognola, dal gusto sgradevole, anche se aromatica nell’odore.

Petrarca, nel Canto CCXV del Canzoniere, parlando della sua donna e dell’amore che è in lei, afferma che questo può “addolcir l’assenzio”, proprio a sottolineare la forza dell’amore in contrapposizione al sapore amaro di quest’erba.

Proprio per il suo gusto divenne sin dall’Antichità sinonimo di amarezza anche in senso metaforico, di punizione, di dolore e nella Bibbia viene nominato più volte proprio legato a significati di sciagure e sofferenze.

Nel Purgatorio Dante, durante l’incontro con l’amico Forese Donati, riprendendo la lirica aulica del tempo parla di “dolce assenzio”, per indicare la dolcezza e l’amarezza del dolore e del pentimento.

Ma le sostanze amare che rendono sgradevole il gusto di quest’erba sono e sono state anche princìpi utili in fitoterapia per combattere malattie e disturbi vari, sin dai tempi più antichi.

La pianta è un antisettico, un febbrifugo, ma anche un tonico e un digestivo. Dioscoride, erborista del I secolo, lo consiglia anche contro le tarme, le cimici, le pulci e i topi, uso che rimase anche in epoche successive, quando con l’assenzio veniva preparato un olio utile a uccidere cimici e pulci.

In territori celtici, la pianta veniva usata per offerte agli dèi, ma anche per combattere i reumatismi, cingendosene i reni. I Druidi, inoltre, lo utilizzavano anche per le proprietà antiemetiche, ossia per combattere gli ossiuri, i temibili parassiti intestinali.

Santa Ildegarda lo considerava rimedio fondamentale per ogni tipo di esaurimento, ma lo consigliava anche da prendere a giorni alterni, triturato e mescolato con vino e miele, per risanare molte malattie fisiche e soprattutto per combattere la malinconia.

Anche Oddone di Meung lo riteneva utile a tutta una serie di affezioni più o meno importanti: lo consigliava come vermifugo, emmenagogo, purificante, ma anche contro le zanzare, cospargendo il corpo con un trito di erba mescolata a vino inacidito (sarebbe stato l’odore a scacciarle). Secondo l’erborista medievale, l’assenzio era in grado di contrastare il veleno dei funghi o quello della cicuta, così come di prevenire il mal di mare, favorire il sonno se annusato o posto sul cuscino, scurire i capelli, eliminare le tarme dagli armadi, e anche, se macerato nel vino e mescolato con l’inchiostro, preservare le pergamene dall’attacco dei topi.

L’assenzio può quindi essere considerata un’altra delle erbe dai mille usi e dalle molte proprietà, utile a garantire benessere e salute. E forse proprio per questi motivi i Romani solevano dare del succo di assenzio ai vincitori delle corse con le quadrighe, come simbolo di massimo premio.

Nell’Ottocento si diffuse la moda del liquore d’assenzio, preparato col succo della pianta. A piccole dosi era utile come tonico e stimolante, ma date le caratteristiche tossiche dell’erba, il suo abuso fu causa di gravi intossicazioni e per questo in molti Paesi dovette essere proibito.

Oggi quest’erba è ancora usata in fitoterapia, ma viene decisamente sconsigliata nell’uso casalingo, proprio per la sua tossicità. Meglio allora rimanere ai significati simbolici, e identificare l’assenzio con il dolore che va comunque vissuto fino in fondo.

Rosella Omicciolo Valentini

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San Geminiano e il culto delle reliquie

San Geminiano nell’atto di esorcizzare la figlia dell’imperatore Gioviano, bassorilievo (part.) dell’architrave della Porta dei Principi del Duomo di Modena

Il culto delle reliquie in Europa si diffuse soprattutto dopo le conquiste barbare. I popoli nordici infatti credevano che dopo la morte di un re o di un santo i loro resti continuassero a portare fecondità al terreno e benessere al luogo dove era avvenuta la morte. Ai santi venivano attribuite anche facoltà taumaturgiche ed esorcismi.

In un bassorilievo di scuola wiligelmica, che si trova sull’architrave della Porta dei Principi del Duomo di Modena, il patrono San Geminiano è intento a compiere un esorcismo sulla figlia dell’allora imperatore Gioviano. Ce lo spiega, plasticamente, un demonietto alato che esce dalla testa della ragazza.

Una leggenda vuole che San Geminiano salvò Modena dagli Unni guidati da Attila, nascondendola agli invasori grazie ad una fitta coltre di nebbia.

Ancora oggi le ossa e i resti del santo, sono oggetto di venerazione. Ma cosa succedeva in passato? I fedeli davano molta importanza al terreno e alla polvere che si poteva raccogliere intorno ai luoghi dove erano stati deposti i corpi dei santi. Con le mani e le unghie i pellegrini grattavano via il suolo per trarne beneficio.

Questa miracolosa protezione si estendeva anche all’acqua: la più ricercata era quella di cui ci era serviti per lavare le ossa di un santo in occasione della traslazione delle reliquie.

Nel caso di San Geminiano, la cerimonia ebbe luogo a Modena il 30 aprile del 1106 alla presenza della grancontessa Matilde di Canossa, la potente feudataria, vicaria dell’imperatore nei suoi possedimenti italiani.

Anche poche gocce di questa acqua venivano pagate a peso d’oro. Chi non poteva permettersi queste “preziosità” si accontentava di versare sulla tomba del santo il contenuto di una piccola brocca affinché si impregnasse della “santità” ovvero delle virtù curative e miracolose emanate dalle reliquie. Il liquido che dalla brocca si lasciava scendere sulla tomba o vicino ai resti veniva poi bevuto e quello che rimaneva veniva conservato con cura.

I resti dei santi erano considerati talmente preziosi da essere la causa di vere e proprie dispute tra chiese e comunità religiose o tra chiese e comuni come nel caso di Geminiano. Il culto del santo non è diffuso infatti soltanto a Modena ma anche in altri luoghi dell’Italia dove sembra siano transitate le reliquie: Venezia, Pontremoli e San Gimignano.

La cattedrale di Modena

Non esistono documenti ufficiali che spieghino il legame tra il santo modenese e la città toscana che da lui prende il nome. L’attestazione più antica di questa denominazione risale all’anno 929. Secondo un racconto popolare la cittadina, che una volta si chiamava Silvia, si salvò dalla minaccia dei Goti capeggiati da Totila solo grazie all’intervento della miracolosa apparizione di San Geminiano.

Un’altra leggenda racconta che a Modena, durante una processione che portava tra i fedeli le preziose reliquie, un dito del santo, insieme all’anello che lo cingeva, venne trafugato e portato nella cittadina toscana già oggetto dei miracoli di Geminiano, al fine di proteggerla in modo permanente grazie all’energia virtuosa che poteva emanare anche un effimero lembo di un corpo santificato. La reliquia diede il nome a San Gimignano. E il dito del santo, insieme all’anello, è visibile ancora oggi nella Collegiata di Santa Maria Assunta.

Le traslazioni delle reliquie dei santi scandirono la vita delle comunità religiose e dei Comuni tra l’XI e il XIII secolo. Dietro queste operazioni si celavano acerrime lotte tra le comunità civili e la Chiesa per il possesso dei sacri resti. La custodia delle reliquie serviva anche ad assicurare una maggiore capacità di controllo politico su un determinato territorio.

Historia Fundationis Cathedralis Mutinensis. Relatio de Innovatione Ecclesie Sancti Geminiani ac de Translatione Eius Beatissimi Corporis, manoscritto O.II.11, Modena, Capitolo della Cattedrale

Non è un caso, ad esempio, che proprio i mutinensi cives si presero cura delle spoglie del San Geminiano durante la costruzione della nuova Cattedrale modenese la cui prima pietra fu posta, per volontà soprattutto dei cittadini, il 9 Giugno 1099. A Modena il libero Comune è documentato a partire dal 1135 ma già prima le forze cittadine si erano organizzate in società e gruppi aspiranti all’autogoverno.

Una cronaca contemporanea di inestimabile valore, la Relatio de innovatione ecclesia Sancti Geminiani, attesta delle dispute avvenute tra la comunità e i vescovi riguardo la ricognizione delle spoglie del santo. Dopo numerose discussioni tra vescovi e cives, nelle quali intervenne come arbitro persino Matilde di Canossa, si giunse alla decisione che sei milites e dodici cives potessero controllare le reliquie del santo patrono durante l’esposizione e la ricognizione.

I resti dei santi in tutta Europa, e in special modo dei santi patroni, muovevano le masse da una parte all’altra dei territori. Così, le frequenti manovre di ricognizione, esposizione e traslazione delle “virtuose” reliquie ritmarono la vita dei Comuni fino alla fine del XIII secolo.

Elisabeth Mantovani

www.elisabethmantovani.blogspot.it

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Storia di dodici manoscritti

Non succede spesso di aprire un libro e di iniziare uno straordinario viaggio nel tempo e nello spazio. Di imbattersi, pagina dopo pagina, in vicende di cui serbiamo una sbiadita memoria o di cui si conservano solo labili tracce. Di incontrare potenti sovrani e monaci avventurosi, studenti goliardi e devote principesse. Di passare dalle nebbie cupe d’Irlanda all’inebriante tepore della Spagna moresca, dal mistico silenzio delle colline toscane al vociare sboccato delle taverne tedesche.

Ebbene, “Storia di dodici manoscritti” ( Mondadori, Le Scie – 2017) di Christopher de Hamel, uno dei massimi esperti mondiali di codici miniati, ci accompagna in questo viaggio sfogliando e analizzando alcuni tra i più affascinanti e preziosi manoscritti medievali.

Dal Vangelo di Sant’Agostino, testimonianza dell’arrivo del cristianesimo in Inghilterra alla fine del VI secolo, al Codice Amiatino, la più antica bibbia a noi pervenuta; dal Libro di Kells, simbolo iconico della cultura irlandese, al Libro d’Ore di Giovanna di Navarra, che solleticò la bulimia predatoria di Hermann Göring. Ma anche i “Carmina Burana”, noti soprattutto per la trasposizione musicale che ne fece il compositore tedesco Carl Orff, o gli “Aratea” di Leida, straordinario trattato di astronomia in versi e simbolo della rinascita carolingia della prima metà del IX secolo, o il “Semideus” Visconti, manoscritto umanista dedicato all’arte della guerra saccheggiato dai francesi nel 1499 dopo la conquista di Milano. E altri ancora. Sfogliare un manoscritto medievale, spiega de Hamel, vuol dire in primo luogo ammirarne le illustrazioni, annusarne l’odore, toccare con mano tutta la sua magnificenza e fragilità.

Ma osservarne le abrasioni, i rammendi, le sfumature di colore, le legature, i pigmenti, così come i danni prodotti dal tempo, dall’umidità, dai topi, dall’incuria e dall’ignoranza degli umani, vuol dire anche ricostruirne le secolari vicende, i vagabondaggi, i passaggi di mano. Vuol dire risalire lungo la catena dei proprietari che lo hanno acquistato, rubato, custodito, ammirato, dimenticato, venduto.

Ritornare alla temperie culturale e spirituale nella quale ha visto la luce. Dare un nome allo scriba che lo ha copiato o al miniaturista che lo ha illustrato. Rintracciare il monastero che lo ha prodotto, gli scaffali delle biblioteche sui quali si è coperto di polvere o gli itinerari che ha dovuto seguire per arrivare a volte ai limiti estremi del mondo conosciuto.

Perché intorno a ogni manoscritto si intrecciano infinite storie – di abati ambiziosi e di collezionisti, di malfattori e di avventurieri, di artisti e di dittatori – e perché ogni manoscritto ha una propria storia da raccontare.

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La leggenda di Ragnarr Lodbrok

L’attore australiano Travis Fimmel è Ragnarr Lodbrok nella serie televisiva Vikings

Un nome: Ragnarr. Evocato di continuo, intorno a fuochi robusti, in infinite notti di ghiaccio e di vento, dagli scaldi, i bardi vagabondi del grande nord. E un epiteto, ripetuto e trascritto in modo diverso, a seconda dei luoghi e dei tempi: Loðbrók, Lodbrog, Lothbrok, Lodbrok. Un soprannome curioso: “Brache di pelo” o “Calzoni villosi”. Per via dei famosi pantaloni ispidi e rinforzati, grazie ai quali, in una vita di astuzie e duelli, aveva vinto i morsi e i veleni di draghi e rettili spaventosi.

Le due parole, Ragnarr Lodbrok, sono conficcate con la forza di un’ascia norrena tra i versi solidi e intricati del Krákumál, uno dei capolavori della poesia scaldica, composto intorno al XII secolo nella corte vichinga di un conte (jarl) delle Orcadi, a nord della Scozia. Conosciuto in varie zone delle isole britanniche anche come il Canto di morte di Ragnarr Lodbrok.

Il romanzo moderno, scrisse Jorge Luis Borges, nasce proprio nelle saghe d’Islanda. Così la storia di Ragnarr, pirata, esploratore, guerriero e marinaio, può partire dalla fine: il naufragio delle sue navi e della sua vita.

Da poco la tempesta ha distrutto le imbarcazioni vichinghe sulle scogliere della Britannia. L’eroe giace prigioniero nella buia fossa dei serpenti in cui l’ha gettato il re Aelle di Northumbria, crudele sovrano di uno dei sette regni inglesi minacciati dai vichinghi.

Ragnarr è nudo di fronte alla morte, spogliato anche della magica tunica di Aslaug che doveva proteggerlo. Ma non ha paura. Anzi, canta spavaldo in faccia al suo aguzzino: “Le ore della vita sono passate. Cado, ma morirò ridendo”. Quel verso, “Læjandi skalk deyja”, “Io morirò ridendo”, perpetuò la sua leggenda. E i rapsodi scandinavi, lo elessero a padre di decine di altri feroci e invincibili guerrieri ansiosi di nobilitare le proprie origini.

I regni inglesi prima della loro unificazione – Cartina Drshirley

LA VENDETTA DI IVARR Chi fu veramente Ragnarr Lodbrok? Nessuna fonte documentale ne attesta, con certezza, l’esistenza. La sua leggenda riemerge più volte, in varie epoche e in luoghi lontani e diversi, tra le vendette, i saccheggi e le audaci spedizioni, dalle nebbie dei fiordi alla tolda delle grandi e veloci nave vichinghe, lungo la Senna e le colline di Francia, nelle corti danesi oppure sulle strade fangose della Britannia altomedievale.

Di certo, è documentata la storia dei suoi figli, protagonisti indiscussi dell’epopea vichinga. Fu Ivarr “Senz’Ossa”, il capoclan che nell’autunno 866 guidò la grande armata danese alla conquista dell’Anglia orientale, a vendicare la morte di suo padre.

Il più famoso degli eredi di Ragnarr soffriva, fin dalla nascita, di una rara malattia genetica: una osteogenesi imperfetta, che rendeva le sue gambe molli come la cartilagine. Gli scaldi ripetevano versi dolenti sulla sua triste condizione: “Mancava di ossa”. Ivarr non era in grado nemmeno di camminare. Ma combatteva, comunque. E è passato alla storia come un grande guerriero. Le saghe vichinghe si dilungano su “Inn beinlausi”, il capoclan dotato di una forza sovrumana che guida il suo popolo in armi, trasportato su uno scudo, dall’alto del quale può decidere le tattiche giuste da usare in battaglia. Re Aelle di Northumbria, l’assassino di Ragnarr, fu fatto prigioniero durante il saccheggio della città di York.

La vendetta di Ivarr trovò soddisfazione attraverso la spaventosa cerimonia dell’“Aquila di Sangue”: un’ascia venne conficcata nel corpo del re. Nel torace aperto, le costole furono staccate dalla spina dorsale, fino a far fuoriuscire i polmoni, lasciati poi penzolanti, come a formare come due ali d’aquila. Il sale sparso sulle ferite servì solo ad aumentare il dolore e prolungare l’agonia. Il canto dei bardi esaltò il valore di quella punizione esemplare.

La vendetta, infinito motore di ogni faida, era il primo dovere morale del guerriero vichingo. Andava inflitta solo ai propri pari. E ogni volta era vissuta come una rinascita del proprio onore. Quasi come l’inizio di una nuova vita.

Ivarr Senz’Ossa nella serie tv Vikings è l’attore danese Alex Hogh Andersen (a destra nella foto, accanto a Travis Fimmel che interpreta il ruolo di Ragnarr Lodbrok)

Ma per molti storici scandinavi l’atroce supplizio del re di Northumbria non fu mai eseguito. E la feroce rappresentazione di morte riportata nelle saghe sarebbe stata solo frutto di un racconto distorto nato da un errore nella traduzione dell’antico norreno.

In questo senso, il verso “Ivarr fece incidere un’aquila sulla schiena di Aelle”, si riduceva soltanto a una immagine figurata. L’ignoto poeta scaldico indicava ai grandi uccelli che planavano sui campi di battaglia in cerca di cibo che il re di Northumbria ormai era soltanto una carogna pronta per essere divorata.

La morte di Aelle lavava per sempre l’oltraggio. Ragnarr stesso, prima di morire, pensando ai suoi figli, aveva avvisato il re inglese con oblique e inquietanti parole: “Strepiterebbero i porcellini se sapessero quello che il verro patisce…”. Parlava di se stesso. E quasi vedeva, al di là del mare, la furia che avrebbe colpito i suoi eredi. Le saghe ricordano la collera muta di Halfdan. Quando arrivò la notizia della fine di Lodbrok nel pozzo dei serpenti, il fratello di Ivarr stava giocando a scacchi: “Afferrò il pezzo da muovere con tanta forza che il sangue gli uscì dalle unghie…”.

La colonizzazione vichinga di Inghilterra, Scozia e Irlanda – disegno di L. Jori, sito: www.luckyjor.org

I FIGLI DEL MITO La storia, a distanza di secoli, ha alzato la nebbia sulle tante leggende. Sappiamo con certezza che gli eredi di Ragnarr Lodbrok furono riconosciuti capi vichinghi. Ivarr Ragnarsonn, “Senz’Ossa”, capo della Grande Armata Danese, conquistò York e mise a ferro e a fuoco l’Anglia orientale. Subito dopo lo sbarco in Britannia, catturò Edmund, il sovrano dell’East Anglia alleato di Aelle. Quando il re rifiutò di diventare vassallo di un pagano, lo fece legare ad un albero e ne fece un bersaglio umano per decine di frecce vichinghe.

Abbone di Fleury, monaco francese vissuto nel X secolo, nella sua Vita di Sant’Edmund descrisse il martirio e lo paragonò a quello subito da San Sebastiano: “Gli scagliarono contro dardi, per il loro divertimento, fino a quando fu riempito da tutti i loro colpi, come le setole di un porcospino”.

Manoscritto della prima metà del XV° secolo, di autore incerto, che raffigura Ragnarr con i figli Ivarr e Ubba

Poi, in segno di sfregio, quel cadavere afflosciato e sanguinante venne anche decapitato.

Björn “Fianco di ferro”, chiamato così perché combatteva nudo, senza protezioni, diventò re di Svezia e fu il capostipite del casato di Munso. Halfdan Ragnarsson, regnò invece su Londra (871-872) e anche sulla Northumbria, a partire dall’anno 875.

Un altro fratello, Ubba, fu ucciso nella battaglia di Cynwit nel Somerset (878). Sigurd, detto “Serpente nell’occhio”, perché nacque con l’uroboro, il rettile che si morde la coda, disegnato sulla pupilla del suo occhio sinistro, morì invece nell’891. Ma fece in tempo a lasciare suo figlio Harthacnut sul trono danese (916 -934).

Mappa di Parigi nel IX secolo

LE FIGURE STORICHE La vicenda di Ragnarr Lodbrok scorre tortuosa, come un fiume dai molti torrenti. Forse, alle origini di tutte le storie sul suo conto, c’è Raginarius, lo jarl danese, al quale il sovrano dei Franchi Carlo il Calvo fu costretto a donare delle terre già nell’anno 840. Con ogni probabilità quel capo vichingo era lo stesso guerriero che nell’845 partecipò al primo saccheggio di Parigi dove una settantina di rampolli dell’aristocrazia francese furono giustiziati sotto gli occhi del re franco nonostante per loro fosse già stato pagato un grande riscatto.

Per André Duchesne (1584-1640) uno dei padri della storia francese ed anche per altri autori, Ragnarr Lodbrok rimase sempre nel nord est della Francia. Morì in modo meno nobile, di dissenteria. E diede origine alla antica dinastia dei conti di Champagne, identificata con la figura mitologica di Ursus, il nome latinizzato con il quale veniva descritto un uomo “dal lungo pelo”, il “Calzoni villosi” della leggenda vichinga.

Altri racconti identificano il capo dell’armata scandinava con un discendente diretto di Goffredo, sovrano di Danimarca, re Horik I (morto nell’854) che intorno all’anno 836 scrisse a Ludovico il Pio per dichiarare la sua estraneità ai ripetuti saccheggi compiuti dai vichinghi in Frisia, negli attuali Paesi Bassi.

Statua di Ragnarr Lodbrok nel castello danese di Frederiksborg

Il nome di Ragnarr fu avvicinato anche a quello di Reginfrid, un sovrano danese che però morì nell’814, almeno trenta anni prima delle razzie compiute dai vichinghi nel giorno di Pasqua (29 marzo 845) all’interno delle mura gallo-romane della Ile de la Cité.

Un altro Ragnarr Lodbrok fu di certo il figlio del re di Svezia Sigurd Hring che nella seconda metà del secolo VIII diventò sovrano di Svezia e Danimarca.

Fino alla seconda metà del IX secolo l’appellativo Ragnarsson, “figlio di Ragnarr” nobilitò i natali di altri razziatori e conquistatori vichinghi.

L’assonanza del nome trasportò il mito anche in Irlanda. A Waterford, la più antica città dell’isola, c’è ancora la Reginald’s Tower, l’unico monumento irlandese che prende il nome da un invasore. Eretto in nome di Ragnall, il guerriero che razziò il sud est e poi fondò la città stessa, agli inizi del X secolo. Troppo giovane per diventare anch’egli il mitico Ragnarr Lodbrok. Ma di certo voglioso di somigliargli.

Le incursioni dei Nordmanni, gli Uomini del Nord

DEMONI PAGANI Delle avventurose vicende di Ragnarr “Brache di pelo” parlano diverse fonti medievali scandinave. Ma i pochi frammenti giunti fino a noi, non bastano a darci una immagine definita di quel “signore della guerra”, astuto e coraggioso oltre ogni limite che fu tra i maggiori protagonisti dell’alba di una epopea: quella dei Vichinghi, contadini trasformati in marinai, commercianti diventati pirati, artigiani e uomini d’affari, guerrieri e esploratori. Predoni e padroni di mari gelidi e pericolosi, nati da una terra, la freddissima Scandza (Scandinavia) che Giordane, un cronista bizantino del VI secolo, definì “vagina nationum”: grembo di quei popoli norreni che in meno di trecento anni si abbatterono come “onde rosse” sulle coste europee, risalendo i grandi fiumi e colonizzando vasti territori, dalle isole Shetland alle Orcadi, dalle Far Oer alla Scozia, fino all’Islanda, all’Irlanda e all’odierna Inghilterra. Per poi raggiungere, cinque secoli prima di Cristoforo Colombo, Terranova e il continente americano. Saccheggiarono monasteri e città. Fondarono stati. Razziarono, a più riprese, le coste del Nordafrica e quelle del Mediterraneo.

Più ad est, si spinsero verso la terra che oggi chiamiamo Russia. Lungo i grandi fiumi costruirono nuovi città e svilupparono il commercio di schiavi, pellicce, miele e altri prodotti di lusso con L’Impero Bizantino. A Costantinopoli, crocevia delle stirpi del mondo allora conosciuto e grande capitale dell’Impero Romano d’Oriente, i Variaghi, loro cugini, furono le fedelissime guardie dei Cesari di Bisanzio.

Ma a lungo, per gli abitanti dell’Occidente cristiano, i Vichinghi non furono nient’altro che “pagani”, figli di una patria aspra e misteriosa: una specie di ponte ghiacciato gettato su terre inospitali, tra il Baltico e l’Atlantico, segnato da coste nascoste e frastagliate, da fiordi profondi e da monti sui quali anche sopravvivere diventava un’impresa.

Mappa della Danimarca vichinga

“VICHINGO” Gli antichi scandinavi chiamavano se stessi semplicemente uomini: “mannen”. Il termine “vichingo” apparve per la prima volta in un poema biblico del secolo VIII, titolato Exodus, scritto nell’antica lingua inglese. In quei versi, i “wicingas” erano i giovani dediti alla vita del mare.

Per alcuni glottologi, il termine potrebbe essere collegato a Viken, una regione norvegese del fiordo di Oslo. In questo caso, vichingo indica “una persona nata a Viken”. Ma “vik” in norreno vuol dire anche “baia” o “insenatura” . E víkingr è quindi l’uomo dei fiordi, per eccellenza. Nelle tante pietre runiche trovate in Scandinavia, “viking” ricorre di frequente. Nelle saghe islandesi indica sempre una spedizione oltre mare.

Ma c’è un’altra spiegazione, che sa di terra e di guerre lontane: in anglosassone “wic” vuol dire sia “accampamento” che “gente accampata”. Da cui il nome di città come Norwich, ad esempio o della stessa York, la Jorvik conquistata da Ivarr e dai suoi fratelli: un castrum romano che nei secoli fece fortuna come porto commerciale con il nome di Eoforwich. Senza considerare che nella lingua dei Franchi, vik era il luogo degli scambi: un mercato protetto da palizzate. Il posto prediletto, insieme ai campi di battaglia, di quel popolo di pirati e commercianti.

Quel che è certo è che la parola “vichingo” tornò di moda soltanto nella seconda metà del Settecento e fece fortuna in piena epoca romantica.

La ricostruzione di un villaggio vichingo in Islanda

I popoli contemporanei quando si riferivano ai Vichinghi usavano altri nomi. I Franchi li chiamarono “nordmanni”. Il termine divento presto familiare per la paura che trasmetteva. E nelle chiese, a tutte le ore, iniziò a risuonare una invocazione: “Libera nos, Domine, a furore Normannorum”.

Gente nuova, di un altro nord, indefinito e oscuro, dalla quale difendersi: “Lochlannach”, per gli antichi irlandesi. Per gli slavi i “Rus” erano gli “uomini con i remi”, dal finnico “ruotsi”. Lo storico sassone Adamo di Brema per loro coniò una parola nuova: Ascomanni, “uomini del frassino”, per via dell’albero a cui erano così legati, anche se le loro agili e velocissime navi erano costruite soprattutto con il legno di querce secolari.

Gli arabi, scandalizzati dai loro costumi, li definirono “madjus”, demoni incestuosi e incendiari. Ma fu un’altra parola, “Danesi”, al di là della provenienza geografica esatta dei razziatori scandinavi, a individuarli in mille racconti.

Uomini in guerra perenne, anche tra di loro, per i quali, l’unica cosa che contava veramente era la Sippe, la stirpe. La comunità di sangue e d’onore di fronte alla quale la morte non contava nulla. Il guerriero, l’individuo passava. La Sippe, “signora dell’uomo”, invece era eterna. I legami di sangue e d’onore avevano una origine divina.

Saxo Grammaticus in una illustrazione di Louis Moe (1857-1945) Prima pagina delle Gesta Danorum (Frammento di Angers)

LA VERSIONE DI SAXO Il nome di Ragnarr Lodbrok appare, a volte solo accennato, in più luoghi e in tempi differenti. Ad esempio nella cosiddetta Cronaca Anglosassone, una collezione di annali vergata da mani diverse in inglese antico (IX secolo) che riepiloga la storia delle isole britanniche, dalle campagne di Giulio Cesare (60 a.C) fino alle invasioni normanne. Oppure nel Carme di Ragnarr, un poema scritto tra il IX e il X secolo da Bragi Boddason Il Vecchio, il più importante tra gli scaldi norvegesi, che nei suoi versi si ispirò alla descrizione di un magnifico scudo istoriato con scene della mitologia scandinava. A suo dire, quell’opera d’arte gli era stato donata da Ragnarr in persona. Il poeta celebrò l’eroe in segno di ringraziamento. Ma forse, come altri, approfittò della luce di un personaggio capace di illuminare tutta una comunità.

Ragnarr e i suoi familiari sono i protagonisti di due mitologici racconti d’armi e d’amore, intessuti di faide, vendette, saccheggi, viaggi avventurosi e fondazioni di regni nelle terre del grande nord. Sono la Saga di Ragnarr Loðbrók (Ragnars saga Loðbrókar) e Il racconto dei figli di Ragnarr (Ragnarssona þáttr). I testi, in lingua norrena, furono composti forse in Islanda tra il XIII e il XIV secolo e sono la fonte più nota sulle vicende del re vichingo.

Ma fu un chierico danese, Sàssone (1150-1220) , chiamato il Grammatico per la qualità del suo insegnamento e l’eleganza del suo latino, ad aprire nuove porte sulla vita misteriosa di Ragnarr. Lo fece nel nono libro dei Gesta Danorum, un’opera enciclopedica in sedici volumi che descrive la storia della Danimarca e l’Alto Medioevo dal punto di vista dei popoli scandinavi. Nel terzo e nel quarto libro, Saxo Grammaticus, detto anche Il Lungo per il suo aspetto imponente, rievocò anche la saga del principe Amleth di Danimarca da cui Shakespeare trasse di certo ispirazione per il suo “Amleto”.

Nella versione di Saxo, la prima sposa dell’eroe non è Aslaug, figlia di Sigfrido e Brunilde ma Lagertha, affascinante amazzone vichinga. E tra le due mogli ne spunta anche una terza: Thora Borgarhjörtr, figlia ed erede del re sueone Herrauðr, grazie alla quale Ragnarr riuscì ad unire gli scettri di Svezia e Danimarca.

Lagertha in una litografia di Morris Meredith Williams (1913)

LAGERTHA, LA PRIMA MOGLIE Tutto partì da una ennesima guerra. Nel nono libro delle Gesta Danorum si parla di Frø, bellicoso sovrano di Svezia, che invase la Norvegia e uccise il re Siward, nonno di Ragnarr. Poi, per umiliare la memoria del vecchio sovrano, ordinò che le donne della famiglia reale andassero a vivere in un bordello. L’onta andava lavata con il sangue: Ragnarr sbarcò in Norvegia con il suo esercito e ingaggiò subito battaglia. Insieme a lui combatterono, con grande coraggio e in abbigliamento maschile, anche delle donne. Una, fra tutte, colpì Lodbrok: si chiamava Lagertha e abitava poco lontano, nella valle Gaular, il paradiso della pesca ai salmoni. Un nome gentile che Saxo Grammaticus latinizzò dal norvegese: Hlaðgerðr (Hlathgerth) voleva dire “Cinta dai merletti”.

Ma Lagertha era una “ragazza scudo”, una delle “shield maidens”, cantate nella saga dei Volsunghi del XII secolo: una donna votata alla guerra e al mestiere delle armi. Una delle tante amazzoni vichinghe descritte con tutta la misoginia del caso da Saxo: “Cercavano i conflitti al posto dei baci, assaggiavano il sangue invece delle labbra, volevano lo scontro delle braccia piuttosto che essere abbracciate…”.

Ragnarr ne fu comunque affascinato. E chiese di sposarla. Lei all’inizio non apparve lusingata dalla proposta. Ma invitò comunque l’eroe ad un appuntamento a casa sua, in mezzo a un bosco. Senza avvertirlo però che un orso e un cane feroce montavano la guardia alla sua abitazione. Ragnarr fu attaccato dagli animali, ma uccise l’orso con la lancia e strozzò il molosso a mani nude. Così Lagertha accettò il matrimonio. E diede a Ragnarr il suo primo figlio, Fridleif e due gemelle delle quali non ci è giunto il nome. Ma appena tre anni dopo, Lodbrok fu costretto a tornare in Danimarca per sedare una guerra civile nella quale rischiava di perdere il trono.

La Lagertha della serie tv Vikings, l’attrice canadese Katheryn Winnick, è una campionessa di karate e taekwondo

La ragione di stato e l’abitudine vichinga alla poligamia consigliarono Ragnarr di abbandonare Lagertha per sposare Thora Borgarhjört, figlia del re Herraud: il matrimonio servì ad unire i regni di Svezia e Danimarca.

Anche Lagertha si risposò con uno jarl norvegese. Ma non dimenticò Ragnarr. E quando, anni dopo, il re di Svezia e Danimarca si trovò a fronteggiare un’altra guerra civile che metteva in pericolo il suo trono e anche la sua vita, accorse in aiuto dell’ex marito con ben 120 navi. Nella battaglia decisiva salvò dalla morte anche Siward, un altro figlio di Ragnarr.

Le saghe, per secoli, incensarono Lagherta: “Volò verso le retroguardie del nemico e lo prese di sorpresa, trasformando così il panico dei suoi amici in una vittoria…”. Gli scaldi la rappresentarono come la dea Thorgerd, dotata di poteri magici. Del resto la valle Gaular, dove Lagertha abitava, era il centro più importante del culto della divinità vichinga. Il favoloso racconto ricorda quello di un altro personaggio della mitologia norrena: la valchiria Kára, capace di volare in battaglia con la grazia di un cigno, lanciando incantesimi per sostenere l’uomo amato.

Dopo la battaglia, Lagertha tornò a casa dal suo secondo marito. Ma durante una lite, lo uccise con una punta di lancia che aveva nascosto sotto la veste. Saxo non trattenne il suo sdegno: “Questa donna presuntuosa pensava che fosse più piacevole governare senza il marito che dividere il trono con lui”.

Thora e Ragnarr in una illustrazione di Jenny Nyström (1895)

IL LINDWORM DI THORA Fu a causa della seconda moglie, che Ragnarr passò alla storia come “Calzoni villosi”. Thora “borgarhjörtr”, letteralmente “cervo della cittadella”, era la bellissima figlia del re sueone Herrauðr, protagonista di molte leggende medievali.

Il mito ha molteplici versioni. In una di queste, si narra di un grande uovo che il re aveva acquistato nel Bjarmland, una regione russa al confine con la Finlandia. Al ritorno dal viaggio, Herrauðr ne fece donò a Thora. Ma dall’uovo schiuso nacque un lindworm, una specie di serpente con la testa di drago, senza ali ma dalla pelle squamosa e con due braccia simili ad artigli nella parte superiore del corpo.

Questi mostri nella mitologia nordeuropea simboleggiavano la guerra, le pestilenze e altre varie sciagure. Il più famoso di loro, Fafnir, drago dall’alito velenoso, guardiano di un tesoro, fu ucciso da Sigfrido con la spada Gramr.

Il lindworm di Thora crebbe in fretta e prese la ragazza in ostaggio: minacciava chiunque si avvicinasse al palazzo, eccetto i servitori del re che ogni giorno dovevano portargli come pasto almeno un bue. Herrauðr, disperato, promise la mano della figlia a chi fosse riuscito ad uccidere il grande serpente. Ma nessuno si arrischiava nell’impresa.

Figure di lindworms su una pietra runica

Ragnarr raccolse la sfida. Si vestì con abiti ispidi, sporcati dai faggi pelosi e dalla pece, che rivoltò nella sabbia e fece indurire al sole. Poi li indossò e si immerse nell’acqua gelida finché uno strato di ghiaccio trasformò il suo abbigliamento in una vera e propria corazza. Così bardato, affrontò il lindworm. Il mostro sputò inutilmente il suo veleno. Ragnarr affondò la lancia tra le squame. E lo fece in modo così violento che la punta dell’arma si spezzò e rimase conficcata nel corpo inanimato del serpente.

Thora, dalla sua finestra, vide la scena ma non capì subito chi fosse il suo salvatore. Ragnarr si dileguò. Ma la giovane chiese al padre di cercare ovunque lo sconosciuto che l’aveva liberata. L’eroe mostrò allora la sua lancia spezzata. E ebbe Thora in moglie. Dalla loro unione nacquero due figli: Eirekr “väderhatt”, cioè “cappello di vento”, e Agnarr.

Le saghe assicurano che Ragnarr Lodbrok visse anni felici insieme alla sua donna sul trono di Svezia e Danimarca. Ma Thora si ammalò e morì. E anche i giovani figli, poco tempo dopo, furono uccisi in battaglia.

Ragnarr incontra Kráka. Illustrazione di August Malmström

ASLAUG, LA FIGLIA DI SIGFRIDO I vichinghi praticavano la poligamia. Valeva soprattutto per i re, gli jarl e i grandi guerrieri. Ma in genere anche per tutti gli uomini benestanti. Basta ricordare che Aroldo Bellachioma (872-930) primo re della Norvegia, prima di sposare Ragnhild, principessa dello Jutland, dovette divorziare da ben altre nove donne.

Oltre alla moglie legittima era normale avere delle concubine, quasi sempre delle schiave, sistemate spesso in case vicine alla abitazione principale, dove dominava comunque la sposa ufficiale, che controllava i conti e mandava avanti la fattoria quando l’uomo di casa era impegnato nelle razzie.

Ragnarr Lodbrok, insieme a tante terre conquistò anche molte donne. Le saghe avvertono però che dopo la morte di Thora era distrutto dal dolore. Tanto che annunciò che non si sarebbe più sposato.

A fargli cambiare idea fu una donna di straordinario fascino, cantata dagli scaldi con molti nomi diversi: Aslaug in norreno, Aslog in svedese, ma anche Kràka, Kraba o Randalin.

Abitava a Spangerhed, nel punto più meridionale della Norvegia, oggi uno dei siti archeologici più importanti della Scandinavia, famoso anche per la sua bella chiesa in stile romanico.

Ragnarr, tanto per cambiare, era in viaggio quando si accorse che sulla sua nave non c’era più il pane. Allora ordinò ad alcuni dei suoi uomini di scendere a terra e trovare una fattoria dove poterlo cuocere. Ma i marinai bruciarono il pane appena impastato. E spiegarono al loro infuriato sovrano che erano stati distratti dalla bellezza senza pari di Kràka, una giovinetta che viveva in quei luoghi. Lodbrok si incuriosì e volle conoscerla. Ma chiese: “La voglio né vestita né nuda, né sazia né affamata, né sola né accompagnata”. Era come ripetere a se stesso che nessuna donna poteva essere così. E che lui pensava sempre all’amata regina morta.

Kràka disse agli ambasciatori che sarebbe venuta a bordo della nave proprio come voleva il loro re, ma che lo avrebbe fatto soltanto il mattino seguente. All’alba la donna risolse quella specie di indovinello: si presentò vestita solo di una rete da pesca, mordendo un porro e accompagnata da un cane. L’intelligenza della ragazza era pari alla sua bellezza. Per Ragnarr fu un colpo di fulmine: chiese subito a Kràka di sposarlo anche se lei era soltanto una contadina, e per far vedere che faceva sul serio, le regalò una preziosa camicia appartenuta alla regina morta. Ma Kràka prese tempo. Avrebbe dato la sua risposta solo al ritorno del viaggio dell’eroe.

In Svezia, il vicerè offrì in moglie a Ragnarr sua figlia, la principessa Ingeborg. Lodbrok pensò di accettare: l’unione con una nobile avrebbe rafforzato la sua posizione tra i clan.

Ma Kráka, quando lo rincontrò, lo stupì ancora: sapeva già tutto. Ad informarla erano stati tre uccelli. Così, confessò a Ragnarr il suo grande segreto. Aveva poteri divinatori. E non era una povera contadina, ma la più nobile delle donne vichinghe: Aslaug, figlia di Sigfrido, lo sterminatore di draghi, e della valchiria Brunilde, eroina della canzone dei Nibelunghi.

Áke e Grima scoprono Aslaug, dipinto di Mårten Eskil Winge (1862)

Fu suo nonno Heimer che viaggiava per il mondo come un povero suonatore d’arpa ad occuparsi di lei. Ogni sera, per proteggerla, la nascondeva dentro la custodia dello strumento. A Spangerhed passarono la notte nella casa di Ake e Grima, una coppia di contadini. Ake adocchiò la custodia dell’arpa pensando che contenesse un tesoro. Sua moglie Grima lo convinse a uccidere Heimer nel sonno.

Il tesoro nascosto era una bambina: la bellissima Aslaug, che li fissava terrorizzata. Decisero di tenerla con loro. La vestirono con poveri stracci. Ogni giorno, per imbruttirla, la annerivano con la pece. Anche per questo, la chiamarono Kràka, “corvo”. Lo stesso nome dell’uccello caro ad Odino, il messaggero degli dei, l’animale totemico disegnato anche sugli stendardi che accompagnavano Lodbrok in battaglia.

Un altro segno del destino: sarà Aslaug, la donna che un giorno aveva il nome di corvo a generare la dinastia di Ragnarr Lodbrok, smaniosa di sangue e di morte.

Nei versi della Edda in prosa di Snorri, cantore della mitologia norrena, nella Saga dei Völsungar e nella Saga dei figli di Ragnarr la terza moglie appare quasi avvolta nell’alone dei suoi mitologici natali. Capace di vedere oltre, di capire prima cosa accadrà.

Come quando avvertì suo marito che avrebbero dovuto aspettare tre notti prima di consumare il loro matrimonio: “…un danno non dovrà subire/irreparabile il mio bambino/ma se tanto impaziente tu sarai/nel generarlo, nascerà senz’ossa”.

Così il mondo vichingo conobbe Ivarr, il loro primogenito: “Inn beinlausi”, il guerriero furioso che molti anni dopo vendicherà suo padre nell’Anglia Orientale.

Ragnarr non ascoltò sua moglie nemmeno quando lei lo supplicò di non partire con sole due grandi navi verso le isole britanniche. Gli donò la sua tunica magica per preservarlo dai mali. Lo accompagnò con lo sguardo, cercando di trattenere le onde del destino. Ma sapeva, prima degli altri, che non lo avrebbe più rivisto.

Mårten Eskil Winge, Kraka (1862)

LIBRI E FILM Un’epopea di quasi trecento anni. E almeno altri trecento di silenzio. Dei vichinghi la letteratura europea tornò ad occuparsi solo nel 1640 con la tragicommedia Landgartha di Henry Burnell, messa in scena a Dublino nel 1640. Fu la prima opera teatrale di un drammaturgo irlandese ad essere prodotta in un teatro d’Irlanda. L’anno dopo diventò anche un libro che parlando di un passato mitico, scandagliava i rapporti complessi che legavano l’isola con la Scozia e l’Inghilterra.

Il poeta inglese Thomas Percy , ispiratore di sir Walter Scott, nel 1765 tradusse per la prima volta dal norreno all’inglese il Krákumál, il canto di morte di Ragnarr nella cupa fossa dei serpenti.

Il manifesto del film The Vikings del 1958

Quasi cinquanta anni dopo, nel 1810, quando la Germania era sotto il “tallone di ferro” di Napoleone Bonaparte, il poeta Friedrich de la Motte Fouqué pubblicò la terza parte della sua trilogia L’eroe del Nord e la titolò Aslaug. Nel racconto della leggenda dei Nibelunghi e di Sigfrido, l’uccisore del drago Fáfnir, spuntava ancora il danese Lodbrok.

Ragnarr è un pirata e un esploratore anche in Sea-Kings, I re del mare, un romanzo di Edwin Atherstone (1788-1872). Per poi diventare il corteggiatore romantico di Kràka nel poema The Fostering of Aslaug di William Morris (1870).

Il mondo culturale dei razziatori danesi con Lodbrok sullo sfondo emerge con forza anche in The Sword of Ganelon, romanzo storico di Richard Parker (1957).

Nel film The Vikings (1958) un grande successo di Richard Fleischer, il volto di Ragnarr è quello dell’attore Ernest Borgnine. Il regista si ispirò a un romanzo, The Viking, pubblicato qualche anno prima (1951) dallo scrittore americano Edison Marshall. Nella versione originale la voce narrante è quella del grande Orson Welles e i disegni animati che aprono e chiudono la pellicola sono ispirati all’Arazzo di Bayeux. Kirk Douglas, pur essendo più vecchio di Borgnine, interpreta il ruolo di uno dei figli dell’eroe. L’altro è uno scatenato Tony Curtis. Janet Leigh, per esigenze di copione, diventa la principessa Morgana, affascinante intrusa hollywoodiana nelle tradizionali storie vichinghe. Come se non bastasse, Fleischer cambia anche il destino di Ragnarr, non più avvelenato dai serpenti ma sbranato in una fossa che accoglie lupi affamati.

Tre protagonisti di Vikings. A sinistra Rollo, interpretato dall’attore britannico Clive James Standen

Tom Shippey, uno dei maggiori studiosi dell’opera di Tolkien, collaborò con lo pseudonimo di John Holm alla stesura della parte iniziale della trilogia ucronica Il martello e la croce (The Hammer and the Cross) ambientata nel IX secolo e pubblicata dallo scrittore americano di fantascienza Harry Harrison tra il 1993 e il 1996. La morte di Lodbrok, nudo tra i rettili, dà il via a una storia romanzata e ricca di colpi di scena. Gli stessi che popolano i tanti videogiochi con i vichinghi sullo sfondo.

Ma le avventurose vicende del pirata e esploratore danese fanno ormai parte dell’immaginario collettivo soprattutto grazie al magnetico Travis Fimmel, l’attore australiano protagonista della serie televisiva Vikings, ideata e scritta da Michael Hirst. Un affresco sull’epopea dei “signori della guerra” del grande nord nel quale i personaggi storici parlano con quelli immaginari. Quasi un sogno: tra faide, assedi, battaglie e cavalcate, scorrono le immagini di marinai e contadini, re e valchirie, viandanti e assassini, guerrieri e indovini. La realtà e la finzione si mescolano.

Come nella leggenda, senza tempo, di Ragnarr Lodbrok.

Federico Fioravanti

FONTI ANTICHE: Gesta Danorum, libro IX, di Saxo Grammaticus (XII secolo). Krákumál, il canto della morte di Ragnarr, anonimo scozzese del XIII secolo. Ragnarsdrapa, frammenti di poema scaldico del XIII secolo, attribuiti a Bragi Boddason. Saga di Ragnarr, continuazione della Saga dei Völsungar, anonimo del XIII secolo (traduttore M.Meli) – Iperborea, 2003. Saga dei figli Ragnarr, anonimo del XIII secolo.

DA LEGGERE: AA.VV. Antiche saghe nordiche – Mondadori, 1997. Giorgio Dolfini Snorri Sturloson, Edda – Adelphi, 1975. Rudolf Portner L’Epopea dei Vichinghi – Garzanti, 1981. Gianna Chiesa Isnardi I miti nordici – Longanesi, 1991. Frédéric Durand I Vichinghi – Xenia, 1995. Johannes Bronsted I Vichinghi – Einaudi, 2001. Donald F. Logan Storia dei Vichinghi. Viaggi, guerre e cultura dei marinai dei ghiacci – Odoya, 2009. Jesse Byock La stirpe di Odino. La civiltà vichinga in Islanda – Mondadori, 2012. Katherine Holman La conquista del nord. I Vichinghi nell’arcipelago britannico – Odoya, 2014. Bernard Marillier Vichinghi. Storia, civiltà, spiritualità degli Uomini del Nord – Edizioni L’Età dell’Acquario, 2017. Régis Boyer La vita quotidiana dei Vichinghi (800-1050) – Rizzoli, 2017.

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L’eresia catara a Orvieto

Il Palazzo dell’inquisizione in via della Misericordia, a Orvieto

Orvieto viene considerata una delle città dell’Italia centrale più importanti nella storia del catarismo. Questo ruolo non le compete per essere stato uno dei centri di diffusione di questa eresia in Italia, dal momento che le città dove i catari avevano le loro sedi erano Firenze, Viterbo, Narni e Spoleto. Ma perché ad Orvieto la diffusione e la repressione dell’eresia produssero una serie di importanti conseguenze dal punto di vista economico, politico e religioso.

Esiste un forte legame, ad esempio, tra il riconoscimento del miracolo eucaristico di Bolsena e l’offensiva cattolica contro il catarismo che ebbe in Orvieto un luogo centrale. Gli eretici negavano infatti il dogma della transustanziazione, ovvero la presenza di Cristo nell’eucarestia, elemento centrale del miracolo. La stessa costruzione del duomo deve essere inserita, insieme ad altre motivazioni, in questa volontà di riconquista spirituale di un territorio in cui la presenza catara si era diffusa per decenni in maniera capillare, conquistando ogni ceto sociale anche se furono alcune delle famiglie più in vista di Orvieto a difendere i catari.

La repressione attuata nei loro confronti ebbe anche un determinante riflesso nel favorire l’ascesa della famiglia Monaldeschi. Questo capitolo della storia cittadina è stata tramandato da uno scritto conosciuto come “Leggenda”, ovvero Passio beati Petri Parentiis martiris, dedicato alla vita di Pietro Parenzo e redatto nel 1205 da Maestro Giovanni che era probabilmente un canonico di Orvieto.

Gli episodi si svolsero sullo sfondo dell’aspro contrasto tra il Comune e Innocenzo III per il controllo di Acquapendente. La diffusione del catarismo ad Orvieto era iniziata alla fine del 1110 da Firenze e si estese rapidamente anche per i forti sentimenti ghibellini e contrari al papato.

Il primo a propagare i germi del catarismo ad Orvieto sarebbe stato tale Ermannino da Parma a cui fecero seguito nel 1170 due predicatori fiorentini, Diotisalvi e Gottardo. Il vescovo dell’epoca, Rustico, non ebbe però piena consapevolezza del pericolo e trascurò il diffondersi del fenomeno.

I catari fecero molti proseliti fin quando il vescovo Riccardo da Gaeta, in carica dal 1178 al 1202, non condannò all’esilio alcune persone e alla morte altre. Questa drastica soluzione fu da lui adottata quando ebbe piena consapevolezza del fatto che la dottrina catara aveva fatto breccia in numerose famiglie importanti grazie all’operato subdolo ed efficace di due donne, inviate in missione ad Orvieto dai catari fiorentini, Milita da Montamiata e Giulietta da Firenze. Quando Innocenzo lanciò l’interdetto contro la città, a causa dell’invasione orvietana di Acquapendente, richiamò a Roma anche il vescovo e questo particolare lasciò campo libero agli eretici i quali presero piede e minacciarono addirittura di cacciare i cattolici.

San Parenzo, Luca Signorelli, Cappellina dei Corpi Santi, Duomo di Orvieto

Ad innalzare il livello dello scontro con la Chiesa giunse in città un eretico dal grande carisma, il viterbese Piero Lombardo. Fu lui ad elaborare il progetto di bandire i cattolici dalla città e trasformare la rupe in una fortezza inespugnabile controllata dai catari.

L’intervento del papa venne sollecitato da alcune famiglie orvietane, allarmate per la grande forza persuasiva di questo uomo dalla personalità magnetica e capace di esercitare un fortissimo ascendente. Da Roma venne spedito a sedare la situazione un giovane esponente della nobiltà dal carattere impulsivo e ambizioso che alcuni volevano addirittura nipote del papa, Pietro Parenzo. Divenuto Podestà, procedette con grande energia a combattere gli eretici, iniziando a confiscare i beni appartenenti non solo ai catari, ma anche a coloro che li avevano protetti e aiutati. Parenzo capì subito la forza dei nemici che aveva di fronte e, nel 1199, tornò per un periodo a Roma dove fece testamento e dove il papa gli concesse l’indulgenza plenaria che veniva accordata ai crociati.

La “Leggenda” racconta che, appena tornato a Orvieto, Parenzo venne catturato dagli eretici che lo rinchiusero in una capanna fuori città. Qui lo costrinsero a mangiare la spazzatura durante una parodia della messa. Quando Parenzo si rifiutò di ritrattare i provvedimenti che aveva assunto, venne colpito prima a martellate e poi con un colpo di piccone che lo uccise. Il suo corpo venne ritrovato la mattina seguente lungo la strada delle Piagge.

La reazione fu travolgente. Lo stesso papa inviò truppe in città e questa svolta militare determinò la supremazia del partito guelfo su quello ghibellino. La commozione del popolo fu grande. Alcuni eretici o presunti tali vennero anche linciati dalla folla. Pietro Parenzo venne celebrato non solo come vittima, ma come un santo dal momento che si cominciò ad attribuirgli miracoli e prodigi di varia natura. Questa è le versione dei fatti tramandata dalla fonte ufficiale, ma i dubbi su chi abbia davvero deciso di eliminare Parenzo non sono mai mancati. È infatti evidente che le ripercussioni legate ad un episodio di tale gravità avrebbero finito per ricadere in maniera devastante sui catari come poi accadde inevitabilmente, favorendo i cattolici.

L’incarico di Podestà venne conferito al fratello della vittima, Parenzo di Parenzo che lo ricoprì per tre anni.

La repressione messa in atto fece si che la città tornasse nell’orbita politica del papato, ma il catarismo non era affatto scomparso e nel 1268 ci fu un’azione giudiziaria su larga scala grazie alla cui documentazione possiamo farci un’idea chiara di quale fosse il rapporto tra la popolazione e l’eresia.

Miniatura raffigurante la cacciate dei Catari da Carcassonne

Una città eretica Il processo che portò alla sbarra 88 persone, 58 uomini e 30 donne, con l’accusa di eresia rappresenta uno spaccato molto interessante sulla diffusione di questo culto in città.

Il caso di Orvieto smentisce infatti l’idea di alcuni storici secondo cui il catarismo si sarebbe diffuso prevalentemente nelle classi sociali più basse. Ad Orvieto non fu affatto così. La classe dirigente della città era ampiamente legata all’eresia, non tanto perché le persone fossero interessate a cogliere le sottigliezze dottrinarie e le differenze rispetto all’ortodossia cattolica, ma soprattutto perché i perfetti e molti semplici catari avevano saputo conquistarsi il rispetto con la coerenza e il rigore dei loro comportamenti.

Certo è che il catarismo orvietano fu in larga misura anche un fenomeno politico, alimentato da ghibellinismo e interessi famigliari.

Dopo l’omicidio di Parenzo, il movimento ereticale sembrava essere stato annientato, ma si trattava solo di un’illusione.

Il fuoco covava sotto la cenere e un’ondata eretica si manifestò nuovamente con grande vigore nel 1240, in coincidenza con la campagna militare nell’Italia centrale di Federico II che arrivò a minacciare anche Orvieto, a dimostrazione di quanto fosse stretta la sovrapposizione tra catarismo e ghibellinismo.

Furono anni di grandi scontri all’interno della città tra i sostenitori dell’imperatore e del papato. Non è un caso se molte della famiglie ghibelline più in vista come i Ricci, i Tosti, i Lupicini e i Miscinelli erano complici dell’eresia.

La predicazione eretica aveva tuttavia conquistato e convinto una parte non trascurabile del ceto dirigente cittadino, anche quello che non aveva nulla a che vedere con il ghibellinismo. I Filippeschi, la maggior famiglia ghibellina, non furono ad esempio coinvolti nel processo, né i Della Greca o i della Tasca.

Domino Rainiero, la personalità di maggior spicco tra i condannati nel processo agli eretici, era un nobile molto ricco che non aveva nessun rapporto con i ghibellini ed era anzi imparentato con i Monaldeschi. Questo per dire che l’azione dell’Inquisizione non deve essere considerata come la reazione strumentale della Chiesa contro i ghibellini. Non si trattò, insomma, di un processo dalle finalità politiche.

L’Inquisizione che aveva la propria sede nei sotterranei della chiesa della Misericordia, un luogo che ancora oggi mantiene inalterato il suo sinistro aspetto, operò con due francescani, uno dei quali orvietano.

Le sentenze dell’Inquisizione venivano lette e pubblicate nella chiesa di San Francesco “nel luogo dei frati Minori” di fronte ad un pubblico di uomini e donne appositamente convocati dall’inquisitore.

Compianto su Cristo morto con i santi Faustino e Pietro Parenzo, Luca Signorelli, Cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto

Un altro personaggio molto ricco e in vista come Bivenio Blasii ebbe la casa demolita per ritorsione.

Gli antichi documenti ci fanno rivivere anche la vicenda di una governante in servizio nella casa, tale Donna Verdonella. Dopo essersi gravemente ammalata, questa donna convinse la sua padrona ad andare a cercare due patari affinché le impartissero il sacramento del consolamentum. Nel processo del 1268 si indagò sull’appartenenza alla setta eretica e sul sostegno fornito ad essa a partire dalla fine del 1100 fino ad allora; per questo motivo solo 61 persone erano ancora in vita all’epoca in cui fu istruito il processo.

L’azione degli inquisitori fu spietata, alla fine ci furono molte condanne ed una serie di ingenti confische di beni; non solo, ma le cronache giudiziarie riferiscono di almeno un paio di casi in cui gli inquisitori fecero riesumare anche le salme di persone sospettate.

Questa sorte toccò ad un personaggio del calibro di Amideo Lupicini che era stato Rettore nel 1262 ed aveva svolto un delicato incarico diplomatico per stringere l’armistizio con Siena così come a Jacopo Arnoldi che nel suo palazzo aveva ricevuto perfetti e perfetta, dal momento che anche le donne potevano ricoprire incarichi di vertici nell’organizzazione molto gerarchizzata dei catari. Quest’ultimo particolare non deve essere considerato irrilevante per comprendere l’avversione viscerale nutrita da Innocenzo III nei confronti di questo movimento religioso alla luce dell’impostazione radicalmente maschilista che la Chiesa aveva ormai assunto dopo aver cancellato del tutto l’esperienza delle prime comunità cristiane in cui le donne avevano, al contrario, un ruolo importante e spesso di primo piano.

Orvieto, Duomo, Pilastri istoriati, dettaglio del Peccato Originale

Chi erano gli altri condannati? Tre di loro erano grandi prestatori di denaro a cui furono demolite anche le case. Bivenio Blasii aveva anche costruito una possente torre fortificata per resistere agli inquisitori. Simeone Lanarolo aveva una grande manifattura di lana. Dagli atti del processo si apprende che aveva insegnato ad un simpatizzante come adorare un perfetto, aveva consentito che il consolamentum venisse amministrato in casa sua ed aveva recuperato il corpo senza vita di un perfetto. Anche la sua casa venne abbattuta.

La repressione degli inquisitori non portò tuttavia alla cattura di alcun perfetto. Orvieto, per un po’ di tempo, cercò di barcamenarsi tra papato e impero, anche in conseguenza delle sue divisioni interne, ma quando Federico II nel 1243 mise sotto assedio Viterbo, Orvieto inviò rinforzi ai viterbesi.

Fu, peraltro, sulle ceneri di quell’assedio fallito che Viterbo passò definitivamente sotto il potere della Santa Sede, contraddicendo la propria storia. Per rafforzare e cercare di rendere irreversibile questa clamorosa inversione di tendenza politica venne incentivato il culto popolare di santa Rosa, ben presto trasformata in un potentissimo simbolo identitario di Viterbo ed elemento fideistico di ancoraggio al papato.

Claudio Lattanzi Claudio Lattanzi, giornalista, saggista e editore è l’autore del libro Orvieto nel Medioevo. Ascesa e declino (INTERMEDIA Edizioni, € 13,50).

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Dante, irascibile e sublime

Dettaglio della statua dedicata a Dante in Piazza Santa Croce a Firenze, opera dello scultore Enrico Pazzi (1865)

Se c’è una cosa che Dante Alighieri proprio non tollerava, era di essere citato a sproposito. Il Sommo Poeta non sopportava proprio di sentire i popolani cantare le sue rime, magari dimenticando e storpiando le parole, né tantomeno ascoltarle declamate dai cafoni in assai poco dignitosi contesti bucolici. Ed era pronto anche a menare le mani, per difendere la purezza della sua poesia.

Nato a Firenze nel 1265 in una famiglia borghese di origini aristocratiche, il piccolo Dante con la puzza sotto il naso ci era nato e cresciuto. Il padre – Alighiero di Bellincione – faceva il cambiavalute ed era di simpatie guelfe. Ma non era da lui che il figlio avrebbe ereditato le ambizioni politiche. Alighiero ne aveva così poche da riuscire a salvarsi dall’esilio dopo la battaglia di Montaperti. Dante, invece, nella mischia ci si butterà ancora giovanissimo e ci resterà tutta la vita.

“Se non volete darmi affetto datemi almeno un po’ di potere” recita la battuta di un film di Nanni Moretti. E chissà che non siano state proprio le carenze affettive, a spingere l’Alighieri verso un’affermazione pubblica: la mamma – Bella degli Abati, di famiglia ghibellina – era morta quando il figlioletto aveva appena cinque anni e il padre si era risposato con Lapa di Chiarissimo Cialuffi. Che aveva probabilmente svolto, più o meno, il classico ruolo da matrigna delle fiabe. Dopo aver studiato grammatica, retorica e dialettica, Dante era diventato allievo del politico ed erudito Brunetto Latini, celebre autore del Tresor, di cui proprio il devoto allievo svelerà pubblicamente (almeno ai posteri) le tendenze omosessuali, gettandolo – affettuosamente – nell’inferno. Successivamente si era dedicato agli studi di filosofia presso la scuola domenicana di Santa Maria Novella e quella francescana di Santa Croce.

A diciotto anni aveva conosciuto Bice Portinari, figlia del fondatore dell’ospedale di Firenze, che pure aveva già visto una volta quando aveva nove anni. Due anni dopo aveva sposato Gemma Donati, a cui era stato promesso sin da quando era appena dodicenne.

Morta probabilmente di parto – a 24 anni – Beatrice diventerà la più celebre musa della storia della letteratura. Ma già prima della sua prematura scomparsa, il giovane poeta ha iniziato a scrivere e cantare rime con gli amici della sua ristretta e spocchiosissima cerchia di letterati.

A Firenze, al numero 1 di Via Santa Margherita, c’è il Museo Casa di Dante. La csa degli Alighieri è stata ricostruita agli inizi del secolo scorso

Dopo un soggiorno a Bologna – una sorta di Erasmus ante litteram – il poeta si è gettato a capofitto nel dibattito che oppone il “dolce stil novo” di Guido Cavalcanti alla scuola siculo-toscana di Guittone d’Arezzo.

All’inizio degli anni ’90 Dante Alighieri è un giovane e brillante poeta già molto conosciuto a Firenze. Ma la fama di letterato non basta ad appagare le sue ambizioni: si dà anche alla politica, iniziando una carriera militare che lo porta a combattere nelle guerre contro Arezzo e Pisa, nel 1294 fa parte della delegazione che scorta Carlo Martello D’Angiò (figlio di Carlo II) a Firenze, poi è ambasciatore per conto del Comune e nel 1300 diventa addirittura uno dei sette priori della città opponendosi alle ingerenze di papa Bonifacio VIII.

La Divina Commedia che lo trasformerà nel padre della letteratura italiana e in uno dei più importanti scrittori al mondo, è ancora di là da venire, ma Dante di Alighiero è già uno dei cittadini più conosciuti di Firenze e le sue rime sono molto apprezzate non solo dagli intellettuali ma anche dal popolo. Forse anche troppo apprezzate, tanto che qualcuno le ha persino messe in musica, facendone canzonette da canticchiare allegramente mentre si lavora. E questa è una cosa che Dante Alighieri proprio non sopporta. Il suo volgare non è per il volgo ed è decisamente meglio non farsi sorprendere dall’autore a canticchiare i suoi versi. Perché sono guai.

Racconta Franco Sacchetti – scrittore vissuto a Firenze tra il 1332 e il 1400 – nel suo Trecento novelle che un giorno Dante, uscito di casa dopo pranzo “passando per porta San Pietro, battendo ferro uno fabbro su la ‘ncudine, cantava il Dante come si canta uno cantare, e tramestava i versi suoi, smozzicando e appiccicando, che parea a Dante ricevere di quello grandissima ingiuria”.

“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento e messi in un vasel, ch’ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio; sì che fortuna od altro tempo rio non ci potesse dare impedimento, anzi, vivendo sempre in un talento, di stare insieme crescesse ’l disio”.

Dante ritratto da Salvador Dalì

Come si permette quel cafone di canticchiare i suoi versi storpiandoli a piacimento, mentre batte il ferro caldo sull’incudine? Senza dire una parola, il poeta entra nella bottega, prende le tenaglie, il martello, le bilance e tutti gli arnesi e le butta in mezzo alla strada. Alle proteste del fabbro – privato dei ferri del mestiere e guastato nella sua arte – il poeta replica: “Tu canti il libro e non lo dì com’io lo feci; io non ‘ho altr’arte e tu me la guasti”. Il fabbro rimane basito. Non sa cosa rispondere: raccoglie mestamente le sue cose, e pensa bene di cambiare repertorio. “E se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancellotto e lasciò stare il Dante”.

Un’altra volta il poeta-priore se ne sta andando in giro per Firenze armato fino ai denti: “E portando la gorgiera e la bracciaiola, come allora si facea per usanza” racconta Sacchetti. A un tratto si imbatte in un asinaio che trasporta la spazzatura “il quale asinaio andava drieto agli asini cantando il libro di Dante, e quando aveva cantato un pezzo, toccava l’asino e diceva: “Arri”.

Dante gli si fionda come una furia, si toglie il pesante bracciale e lo usa come arma dando una grande sbatacchiata sulle spalle dell’uomo. Quello si gira spaventato e il sommo poeta urla: “Cotesto ‘arri’ non vi miss’io”. L’asinaro non è remissivo come il fabbro e si ribella: sfotte il poeta tirando fuori la lingua fin quanto ne può e condisce la smorfia con abbondanti gesti osceni a cui il poeta risponde – con ben più stile (anche se poco dolce e men che meno nuovo) – con battute sprezzanti.

Un caratterino non facile, il Sommo Poeta. Quando nel 1301 partirà alla volta di Roma come ambasciatore, i suoi concittadini non lo faranno più tornare, decretandone l’esilio e costringendolo a vagabondare in giro per l’Italia fino alla morte, che avverrà nel 1321 a Ravenna, dove ancora oggi riposano i resti del padre della letteratura italiana. Così sublime e così arrogante e irascibile.

Arnaldo Casali

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