fbpx

Category Archives: Ultimi articoli

Non solo Egeria. Le pellegrine di Gerusalemme

L’exploit di studi sulle donne nel Medioevo ha generato, dopo la lezione di Georges Duby, un nuovo soggetto storiografico. Il tema del viaggio al femminile ha attirato l’interesse degli studiosi fino a porsi, a partire dagli Anni Novanta, come proficuo tema di ricerca.

Particolare di una miniatura di Maria Egiziaca, vestita unicamente di biondi capelli, mentre le viene consegnato il mantello del suffragio (Parigi, Yates Thompson 3 f. 287)

Emblematica l’agiografia di Maria Egiziaca, prostituta redenta dal pellegrinaggio in Terra Santa, tramandata, nella versione più antica, dal patriarca di Gerusalemme Sofronio (550-639). La pellegrina, bloccata da una forza misteriosa mentre è in procinto di entrare al Santo Sepolcro, si rivolge alla Vergine, che le indica il punto del Battesimo nel Giordano. Maria Egiziaca attraversa il fiume e inizia, sulla riva opposta, la sua nuova vita eremitica e ascetica. Il pellegrinaggio è un rito di passaggio, purifica e rigenera.

Nel Tardo Antico le donne dell’alta società figurano tra i protagonisti del fenomeno nel momento del suo primo grande sviluppo. Egeria, che scrive e si rivolge alle dominae sorores, appartiene a una classe sociale di alto rango comprovata da vari dati: la deferenza con cui è ricevuta dalle massime autorità religiose; la scorta di soldati e ufficiali imperiali che l’accompagna in alcuni tratti del suo percorso; la durata e i costi del viaggio; l’utilizzo di carri ben attrezzati e di cavalcature; il possesso di un diploma (una sorta di passaporto ante litteram) che le permette di muoversi lungo il cursus publicus. Egeria parte dalla Galizia per un pellegrinaggio che dal Mar Rosso e dall’Arabia la conduce fino ad Antiochia e a Costantinopoli, dopo che era transitata, ovviamente, dalla Palestina. A Gerusalemme la pellegrina descrive con dovizia di particolari le basiliche costantiniane e le liturgie dei Luoghi Santi, trasmettendone l’atmosfera coinvolgente in occasione delle festività.

La fortuna dell’Itinerarium Egeriae costituisce un caso eccezionale nella storiografia sul pellegrinaggio. Il suo diario fu scoperto “appena” un secolo e mezzo fa nella biblioteca della Fraternita di Santa Maria della Misericordia di Arezzo. A un solo decennio dal ritrovamento del codice esistevano già cinque edizioni e quattro traduzioni integrali: russo (1890), italiano (1890), inglese (1891), danese (1896), cui seguirono, negli anni seguenti, quelle in greco, tedesco, spagnolo, francese, polacco, portoghese, romeno, catalano ed ebraico. Si contano persino cinque bibliografie egeriane! Di lei, insomma, molto – forse troppo? -, si è scritto. Pierre Maraval l’accosta ad una scrittrice moderna che, per la personalità e la freschezza con la quale racconta le sue memorie, avrebbe meritato il successo del suo bestseller. Gustave Morin la tratteggia così: ingenua, generosa, riservata, ottimista, dinamica, che si commuove, con spirito di iniziativa, «estroversa», paragonandola ad una miss inglese dei primi del Novecento che viaggia in libertà a dispetto dei limiti e dei pregiudizi che l’opinione pubblica impone al suo sesso. Ma i limiti e i pregiudizi sono forse quelli dell’età di Morin perché Egeria non è né l’unica, né la prima.

L’inventio Crucis eleniana, Biblioteca Capitolare, Vercelli, ms. CLXV, Collectio canonum et conciliorum, 2r, IX sec.

È l’imperatrice Elena ad avviare il pellegrinaggio in Terra Santa nel 326. Concluso il Concilio di Nicea, la madre di Costantino visita Betlemme e Gerusalemme dove, accompagnata dal vescovo Macario, riscopre il luoghi della Passione e – così raccontano Ambrogio e Paolino da Nola – la Vera Croce. Eusebio di Cesarea, che enfatizza il ruolo di Costantino, sottolinea la convergenza tra i desideri della madre e l’operatività del figlio, che avvia la costruzione dell’allora tripartito Santo Sepolcro (basilica a cinque navate, triportico con atrio, Anastasis).

Alla famiglia imperiale appartengono anche le pellegrine Elia Eudocia Atenaide, moglie di Teodosio II; Eudossia, figlia degli stessi Elia Eudocia e Teodosio, che sposerà Valentiniano III; Licinia Eudocia, figlia di Eudossia e Valentiniano; Anicia Giuliana – la committente per antonomasia –, figlia di Placidia la Giovane e Flavio Anicio Olibrio.

Un alone di santità circonda, in particolare, Eudocia. Vi contribuisce il recupero delle reliquie del protomartire Stefano e delle catene di san Pietro, oltre all’intensa attività edilizia. Dopo il matrimonio della figlia Eudossia, celebrato a Costantinopoli il 28 ottobre 437, Eudocia decide di sciogliere un voto: parte in pellegrinaggio attorno al 438-439; si reca una seconda volta in Palestina nel 443 e vi rimane fino alla morte. Lì fonda due monasteri, tre oratori e un convento con annesso ospizio. Finanzia la costruzione della chiesa del Pretorio o Santa Sofia, di San Pietro al palazzo di Caifa, di San Giovanni Battista a sud del Santo Sepolcro e della basilica di Santo Stefano in cui sarà sepolta nel 460.

L’imbarco di santa Paola per la Terra Santa, (Claude Lorrain, Museo del Prado, Madrid, 1639)

Poi c’è la cerchia di Gerolamo. Durante gli anni romani, l’allora segretario di papa Damaso si riunisce sull’Aventino con un gruppo di clarissimae cui inculca l’ideale del distacco dal mondo. La lettera 108 del suo epistolario, datata 404 e nota come Epitaphium sanctae Paulae, è indirizzata a Eustochio dopo la morte di sua madre Paola. Gerolamo rievoca il pellegrinaggio di Paola che giunge al porto di Ostia accompagnata da parenti, amici e servitori. L’imbarco è reso drammatico dalla separazione dagli affetti. La donna cerca di dissimulare l’emozione. Ma la fede che la spinge a partire è più forte di tutto. Paola visita la Palestina e i monasteri dell’Egitto, fonda un ospedale a Betlemme. E nella lettera a Marcella, Paola e Eustochio esortano la destinataria a raggiungerle. Nel farlo, madre e figlia contrappongono la ricchezza e la grandezza di Roma alla parvula Bethleem: Paola aveva vestito abiti di seta, era stata servita dagli schiavi, ora si edifica attraverso le difficoltà del pellegrinaggio e il rigore della vita monastica.

Si colloca alla metà del IV secolo il pellegrinaggio di Melania Seniore. Melania si trovava in Palestina quando, ricevuta la notizia del matrimonio di sua nipote, decide di tornare a Roma. Ma passa poco che, vendute tutte le proprietà, se ne rivà a Gerusalemme, dove fonda un monastero. Anche Melania Iuniore e Piniano conducono una vita di fede opposta al modello mondano di Roma. Coniugi aristocratici cristiani, giunsero dall’Italia nel 410-411 a Tagaste, poi, presi dal richiamo di Gerusalemme, lasciano tutto per la Terra Santa.

Le molte pellegrine che giungono in Terra Santa durante il Basso Impero sembrano dileguarsi alla fine del V secolo. Il Medioevo barbarico ha tramandato figure e resoconti di diversi pellegrini europei, ma non sussistono fonti odeporiche che dettagliano viaggi di donne nei secoli V-X. Ugeburga, non una pellegrina, ma la monaca parente di Willibaldo che ne riporta il resoconto di viaggio nell’VIII secolo, sembrerebbe – se si eccettuano i riferimenti di genere nelle agiografie – l’unica presenza femminile nella storia del pellegrinaggio gerosolimitano durante l’Alto Medioevo.

Dopo l’Anno Mille il quadro d’insieme cambia radicalmente. Anziché scoraggiare il pellegrinaggio, la distruzione del Santo Sepolcro ad opera del fatimide al-Hakim (1009) provoca uno sviluppo del fenomeno, sul medio periodo, connesso anche al nuovo assetto geopolitico della penisola Balcanica che favorisce il percorso terrestre e ad un anelito escatologico sempre intenso tra 1033 e 1099. Non si viaggia più soli o in piccole compagnie bensì in grandi gruppi di pellegrini che in alcuni casi comprendono qualche migliaio di fedeli. Tra questi sono documentate molte donne. Anzi c’è ragione di pensare che molte ve ne siano tra i componenti di quelle moltitudini di cui parla Rodolfo il Glabro anche quando non sono documentate esplicitamente. Uomini e donne, laici e chierici, ricchi e senzaveri partono pellegrini in Oriente. Oppure agguantano una forma surrogata di viaggio sacro, più accessibile e, ai loro occhi, comunque meritoria, andando a visitare le tante Gerusalemme d’Europa che si costituiscono accanto a chiese e cappelle che custodiscono le reliquie di Terra Santa o che semplicemente rinviano, nell’intitolazione, al Santo Sepolcro di Gerusalemme.

I miracoli di San Pantaleone raccontano di come Gida Thorkelsdóttir, moglie di Godwin del Wessex e madre di Araldo II d’Inghilterra, tenne fede alla sua promessa di andare a Gerusalemme dopo la guarigione del figlio che era stato assalito da un orso. Gida si giovò dei migliori mezzi di trasporto, che in parte alleviarono il peso di una fatica comunque enorme e assai prolungata. Ed è anche il caso di Ildegarda. Nel 1046 la contessa d’Angiò va a morire a Gerusalemme «secundum desiderium cordis sui» e chiede di essere sepolta nei pressi della tomba del Salvatore.

Le pie donne al Sepolcro, dall’Apocalisse di Bamberga, Staadtbibliothek, Bamberg, ms. CXL, 69v., c. 1010

Le fonti menzionano pure alcune coppie di coniugi che ripetono, uniti dalla fede, l’esperienza di fede fatta molti secoli prima da Melania e Piniano: Dudone di Dons ed Edwige di Chiny; il catalano Mir Compan che viaggia con la moglie Eliardis e la figlia Adelaide. Ed anche alle Crociate, ogni cavaliere mosse dietro di sé donne, bambini e servitori. Alla Prima, per esempio, parteciparono Rodolfo I de Gäel, conte di Norwich, con sua moglie Emma di Hereford e il loro figlio Alain de Gäel. Ma non sempre è possibile. A volte partire significa lasciarsi tutto alle spalle, anche gli affetti più cari. Un tale Pietro Raimondo, di Vic, fa testamento. Chiede alla consorte di aspettarlo sette anni, a meno che non riceva una comprovata notizia della sua morte, e che nel frattempo non si abbandoni alla turpitudine dell’adulterio.

Quello delle pellegrine è un tema che si estende anche al Tardo Medioevo. Emergono i casi-exempla di Brigida di Svezia e Margery Kempe, entrambe spose e madri che, nella seconda parte della loro vita, scelgono di partire in pellegrinaggio. Brigida, figlia di pellegrini, appartiene a una famiglia dell’alta aristocrazia e può permettersi un seguito di protezione. Dopo la morte del marito – con il quale era già stata a Compostela – decide di recarsi a Roma e a Gerusalemme. La Kempe vive un’esperienza più difficile. Dopo una visione, parte sola, e senza mezzi, per Santiago, Roma e Gerusalemme lasciando un resoconto di viaggio noto come Libro di Margery Kempe.

Nella storia del pellegrinaggio la presenza femminile, non secondaria, sconfessa la convenzionale immagine di “Medioevo maschio”. Pur rilevando, tuttavia, la proficuità del filone di studi, non riusciamo ad individuare una specificità del pellegrinaggio femminile, anche laddove sia possibile definire, come è stato sostenuto, e in riferimento ai secoli successivi, mete prettamente femminili. La storia del pellegrinaggio al femminile si dissolverebbe in un elenco. Una donna medievale non mostra, automaticamente, motivazioni e aspirazioni diverse da quelle degli altri pellegrini. Si rileva piuttosto un tratto peculiare nell’avventura delle matrone romane del Tardo Antico accomunate tra loro, queste sì, non tanto dall’essere donne, ma da un determinato status sociale che permette loro, attraverso la disponibilità di mezzi, di alleviare le fatiche di un viaggio intercontinentale che allora aveva tutti i caratteri dell’intrapresa.

Giuseppe PertaUniversità per Stranieri Dante Alighieri di Reggio Calabriahttps://medalics.academia.edu/GiuseppePerta

Read More

Dante e l’Islam

I controversi rapporti tra Dante e la cultura islamica vengono esplorati a fondo nel libro di Massimo Campanini Dante e l’Islam. L’empireo delle luci (Studium, 2019). Il libro colma un vuoto lasciato nella memoria dell’Occidente. E indaga il retaggio del pensiero islamico in Dante, di cui offre anche una innovativa ipotesi biografico- intellettuale con particolare enfasi sul contesto politico. Ne emerge che i mondi, arabo ed euro-occidentale, non erano chiusi e reciprocamente ostili, ma continuamente interagenti al di là dello “scontro di civiltà”.

Il libro di Massimo Campanini ritorna su un tema tra i più intriganti della critica dantesca: i rapporti del sommo poeta con la cultura islamica. Si tratta di questione controversa: se, a vari livelli, non è possibile negare che Dante abbia almeno subito le suggestioni dell’Islam, d’altro canto molti specialisti, desiderosi di non contaminarne la grandezza con influssi esogeni, cercano in ogni modo di minimizzarli.

Si tratta di questioni che intersecano l’italianistica, l’islamologia e anche la filosofia medievale e che, in un’epoca sempre più aperta alle contaminazioni disciplinari, meriterebbero di sollecitare l’inter-disciplinarietà. Se pochi italianisti sono sufficientemente addentro alle questioni islamologiche, altrettanto pochi islamologi sono familiari con le sottigliezze filologiche dell’italianistica.

Per risalire a un’autorevole firma del passato, Francesco Gabrieli negava recisamente ogni influsso della poesia araba sul trobar provenzale. Arrivando a tempi più recenti, Alberto Casadei lamentava sulla “Lettura” del Corriere della Sera del 25 novembre 2018 come studi eruditi, ma basati, a suo avviso, su fragili riscontri testuali, ipotizzassero rapporti di Dante con testi “alieni” poco noti (per esempio quelli di Averroè) o con sistemi filosofici diversi dai consueti (il neoplatonismo invece del tomismo) grazie a interpretazioni azzardate: dimenticando però che il filone Dante-Islam ha una venerabile tradizione, da Bruno Nardi a Maria Corti fino ad arrivare, ancora nel 2015, a Jan Ziolkowski, Brenda Deen Schildgen, e altri.

Il più antico ritratto conosciuto di Dante Alighieri, databile tra il 1336 e il 1337, nel Palazzo dei Giudici a Firenze

Studiosi come Diego Quaglioni si sono spinti a sancire apoditticamente che la felicità come fine del consorzio umano è sviluppo “assolutamente originale”di Dante sulla base di Aristotele, mentre è un luogo comune dei filosofi musulmani come al-Farabi (vissuto nel X secolo), che Dante li abbia conosciuti o meno.

Un caso probante della problematicità dei rapporti tra il nostro poeta-filosofo e l’Islam rimane la vexata quaestio se egli si sia ispirato, nel concepire la Commedia, al Libro della scala di Maometto: anche se non esistono elementi probanti a dimostrarlo, tuttavia le somiglianze tra il “poema sacro” e l’aldilà musulmano tracciato nel Libro della scala sono tante e tali che è difficile escluderlo con altrettanta nettezza. Dante stesso, del resto, offre motivo di dubitare: se, infatti, soprattutto nella Commedia , egli è piuttosto aspro e polemico contro l’Islam; d’altra parte, sempre nella Commedia ma ancor di più nel Convivio, teorizza una cosmologia in cui le tracce di arabismo sono evidentissime: dalla struttura fisica dei cieli al ruolo degli intelletti che muovono le sfere per appetito d’amore (e intellettivo).

Il libro di Campanini si occupa dunque di collocare meglio Dante in un orizzonte culturale in cui l’Arabismus diventava sempre più incisivo. La corte di Federico II di Svevia, la cui inclinazione filo-araba è innegabile, fu una fucina di questa contaminazione tra i saperi dell’Oriente islamico e quelli della tradizione cristiano-latina. E Federico ha rappresentato una figura chiave per l’ideale dell’Impero nel Medioevo – un motivo centrale del pensiero politico di Dante. Alla corte di Federico II nacque la prima scuola poetica “italiana” di cui lo Stil Novo è stato una importante propaggine. L’averroismo di Dante, l’averroismo e Dante rappresentano un altro punctum dolens. Vi sono ancora studiosi di prestigio, quali Luca Bianchi, che insistono a ridurre l’averroismo a una disputa di scuola, per così dire, senza un autentico spessore filosofico. Averroisti sarebbero semplicemente quei magistri che leggevano e commentavano Aristotele attraverso il pensatore arabo, senza condividerne teorie peculiari. Campanini, al contrario, cerca di evidenziare un averroismo di Dante che ne qualifica precipuamente il pensiero.

Averroè raffigurato nel Trionfo di San Tommaso di Andrea di Bonaiuto, nel Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella a Firenze

L’arabismo in generale emerge evidente, secondo Campanini, non solo, come si è già detto, nella cosmologia, ma anche nella discussione teologica: l’immagine di Dio come “luce etterna che sola in te sidi, sola ti intendi, e da te intelletta e intendente te ami e arridi” (Paradiso XXXIII, 123-125) riprende infatti in chiave trinitaria quella distinzione tra intelligenza, intelletto e intelligibilità che si reperisce sia in al-Farabi sia in Averroè. Insomma, Dante si trovava al crocevia di molteplici influssi e correnti. Il libro di Campanini studia inoltre in un lungo e articolato capitolo la biografia di Dante offrendo una ricostruzione che ambisce a suggerire una nuova ipotesi.

L’evoluzione bio-bibliografica di Dante lo trasformerebbe da poeta in qualche modo “laico” a poeta mistico in cui però i retaggi della filosofia – e soprattutto della filosofia di impronta greco-araba attraverso al-Farabi e i commentari aristotelici di Averroè – continuano a operare in profondità. Metodologicamente l’autore rivendica il suo essere filosofo e non filologo, il che lo porta, forse, a audacie interpretative che la buona filologia non oserebbe. Ma, d’altro canto, la filologia senza la filosofia, cioè l’accademismo testuale senza la verve della speculazione, non è in grado di restituire gli autori del passato al tempo presente, e farne dei pensatori e poeti “vivi”, non imbalsamati nelle biblioteche.

Un manoscritto del XV secolo che mostra il viaggio di Mohammed da Mecca alla Moschea della Roccia di Gerusalemme e quindi al Cielo

Campanini accoglie spesso le tesi di Marco Santagata mentre si mostra più cauto con quelle di Giorgio Inglese, di cui comunque appezza il rigore dell’indagine.

La politica in ultimo viene a saldare tutti i fili: come infatti la metafisica di al-Farabi e Averroè è finalizzata alla costruzione della città virtuosa, così la Commedia di Dante si prefiggerebbe, nella analisi di Campanini, anche il fine etico-politico di riformare la società del tempo, l’Italia e l’Europa. Dante, viator cristiano, concepiva se stesso come il profeta della palingenesi del mondo “medievale”.

Massimo Campanini è laureato in Filosofia e diplomato in lingua araba. Ha insegnato nelle università di Urbino, Milano, Orientale di Napoli e infine Trento. Attualmente è Accademico dell’Ambrosiana di  Milano and visiting professor allo IUSS Pavia e al S. Raffaele di Milano. Fin dagli inizi della sua carriera accademica si è occupato di studi coranici, di pensiero filosofico e politico medievale e moderno, e di storia contemporanea dei paesi arabi. Ha tradotto dall’arabo all’italiano opere di al-Ghazali, al-Farabi e Averroè. Tra le sue monografie The Qur’an, Modern Muslim Interpretations (Routledge 2011),  Philosophical Perspectives on Modern Qur’anic Exegesis (Equinox 2016), Al-Ghazali and the divine (Routledge 2018).

Read More

La povertà femminile

Incessantemente evocata e altrettanto scarsamente documentata nella sua drammatica concretezza – soprattutto per il Medioevo -, la povertà femminile (limitata a determinate fasi o situazioni dell’esistenza e non generalizzabile), trapela dai contesti più vari, in scene che ne rendono palpabile tutto il suo spaventoso, raccapricciante, squallore.

Lavori agricoli del mese di Febbraio, da Les Très Riches Heures du Duc de Berry (1412-1416 circa, manoscritto dei fratelli Limbourg conservato al Musée Condé di Chantilly)

Emerge casualmente dalle vite dei Santi, dai processi di canonizzazione, dai libri contabili degli orfanotrofi, dagli atti notarili, dalle controversie giudiziarie, dalle cronache, dalle novelle, dagli statuti urbani e rurali. Un mondo altalenante tra città e campagna (dove sicuramente maggiore era il disagio), popolato di vedove, anziane, malate e disabili, balie, filatrici, prostitute, braccianti agricole, che solo annotazioni casuali nella documentazione più varia hanno potuto riportare alla luce sottraendole alla polvere del tempo. Un mondo concreto di sofferenza che riaffiora soltanto a tratti, spesso con risvolti impensati.

Come ha messo in evidenza soprattutto la storiografia anglosassone (J.Bennet, P. Skinner, Sh.Farmer), l’universo femminile dei ceti meno abbienti non era sempre e necessariamente in condizioni di drammatica indigenza, e anzi i casi concreti di povertà vengono assai raramente documentati. Le dichiarazioni in tal senso provenienti in prima persona da alcune vedove, ad esempio, erano di fatto totalmente ingiustificate e dipendevano piuttosto dal diverso concetto che ciascuno aveva di povertà, mentre le donne sole non erano necessariamente povere e incapaci di mantenersi, ma anche questo variava moltissimo da caso a caso, in rapporto all’età, al contesto sociale ed economico, alla situazione specifica di ciascuna. Persino l’iconografia offre molto più frequentemente immagini di donne nel pieno delle loro capacità lavorative piuttosto che di mendicanti.

Coltivazione del frumento (Tacuinum Sanitatis Casanatense, sec. XIV)

Esistevano però, nel Medioevo come oggi, specifiche fasi o congiunture sfortunate dell’esistenza (malattia, invalidità, vecchiaia, madri sole con neonati), o settori lavorativi particolarmente disagiati (come il bracciantato agricolo), che potevano gettare le donne (e parimenti gli uomini), nella miseria più nera. Eppure, anche in questi frangenti, alcune di loro riuscivano sorprendentemente a risollevarsi grazie ad un’oculata gestione delle proprie misere risorse, o con l’aiuto di attive reti di solidarietà femminile che qualche volta riuscivano persino a sottrarre all’abisso della malattia e della disperazione le più sfortunate. Pur nell’estrema variabilità dei contesti, anche tra i ceti più umili e nei mestieri meno retribuiti (filatrici, balie e domestiche cittadine), una donna sola riusciva spesso a sopravvivere col proprio lavoro, e qualche volta persino ad aiutare parenti più poveri. Questo si verificava anche perché molte di loro, pur in situazione precaria, riuscivano a mettere in atto soluzioni per sfuggire alla povertà integrando il proprio reddito con gli introiti derivanti dall’affitto di una casa, di una stanza, di un terreno, o con l’acquisto di titoli del debito pubblico, grazie ai risparmi di momenti migliori. I conti correnti aperti presso il banco dell’Ospedale di S.Maria della Scala a Siena (sec.XIV), e quelli del banco dell’ospedale fiorentino degli Innocenti (sec.XVI), appartenevano in buona parte a donne dei ceti più umili, che cercavano nell’interesse offerto (5%) una garanzia di sopravvivenza. Emerge insomma un’estrema capacità di reagire ai colpi del destino, nonché quella di rivendicare tenacemente i propri diritti, fino a ricorrere alle vie legali per ottenere quanto loro spettante.

Meditatione de la vita di Nostro Signore (1330-1340 ca.) Paris, BnF, département des Manuscrits, Italien 115, fol. 8v

La famiglia non sempre era di aiuto: vedove un tempo facoltose si riducevano in povertà perché gli eredi dei mariti rifiutavano di restituire loro la dote; ragazze disabili di famiglie agiate venivano abbandonate dai parenti sulla tomba del santo dove erano state accompagnate col pretesto di chiedere un miracolo; mogli paralitiche venivano costrette dai mariti a mendicare per contribuire al reddito familiare.Sorprendentemente, in soccorso di queste donne, oltre alle istituzioni assistenziali e alle reti solidaristiche, intervenivano talvolta statuti cittadini e rurali, provvedimenti governativi, datori di lavoro, sia pubblici che privati (grandi cantieri, arsenali, istituzioni “statali” come la Zecca veneziana), e in questo senso erano rivolti persino gli orientamenti giurisprudenziali del diritto canonico, imponendo agli uomini di pagare gli alimenti per i figli illegittimi. C’erano istituzioni come l’Arsenale di Venezia (il cantiere pubblico veneziano) o la Fabbrica del Duomo di Milano, che prevedevano persino una pensione per la vedova dell’operaio morto per infortunio sul lavoro; statuti rurali che consentivano alle donne in attesa di un bambino di entrare nella proprietà altrui e nutrirsi dei frutti degli alberi. Il consiglio direttivo di una miniera di sale francese (secc. XV-XVII) giunse persino ad accordare la pensione di vecchiaia a donne di almeno 60 anni che lavoravano da più di 40 …

Lavori agricoli del mese di giugno, da Les Très Riches Heures du Duc de Berry (1412-1416 circa, manoscritto dei fratelli Limbourg conservato al Musée Condé di Chantilly)

I casi più eclatanti di povertà sono documentati in regioni geografiche assai distanti fra loro: nella Toscana tre/quattrocentesca (soprattutto nell’aretino), e nelle campagne inglesi del ‘200, dove le braccianti agricole che lavoravano a volte portando sulle spalle i propri neonati, potevano ingaggiare lotte furibonde per un tozzo di pane, o morire di stenti, durante l’inverno, scivolando in canali ghiacciati. Dalla documentazione emergono mogli di contadini che non avevano nulla per sostentare la famiglia, balie di campagna (remunerate molto meno di quelle cittadine), così denutrite che non riuscivano ad allattare i piccoli loro affidati; filatrici sottopagate, derubate con vari trucchi dai lanaioli che commissionavano loro il lavoro, o costrette a vendersi per riscattare l’abito della festa.

Molto migliore invece la condizione di filatrici e balie cittadine, meglio remunerate e che talvolta riuscivano a vivere del proprio lavoro, anche se in periodi di guerre o carestie la situazione si faceva più drammatica proprio nelle città, costringendo le madri a vendere le figlie bambine per un po’ di nutrimento.

Nelle città poi, le donne di tutti i ceti sociali di tutta Europa, fra il XIII e il XVI secolo erano coinvolte in tutte le possibili attività lavorative, dal tessile ai lavori più pesanti come l’edilizia e le miniere, e ad ogni livello, dalla manovalanza all’imprenditoria.

Maria Paola Zanoboni

Consigli di lettura:Maria Paola Zanoboni, Donne al lavoro nell’Italia e nell’Europa medievali (secc.XIII-XV), Milano, Jouvence, 2016Maria Paola Zanoboni, Povertà femminile nel medioevo. Istantanee di vita quotidiana, Milano, Jouvence, 2018, e la bibliografia ivi citata, tra cui:S. Farmer, Surviving Poverty in Medieval Paris: Gender, Ideology, and the Daily Lives of the Poor, Ithaca, Cornell University Press, 2002G. Piccinni, Le donne nella mezzadria toscana delle origini. Materiali per la definizione del ruolo femminile nelle campagne, «Ricerche Storiche», XV (1985), pp. 127-182, ora anche in A. Cortonesi, G. Piccinni, Medioevo delle campagne. Rapporti di lavoro, politica agraria, protesta contadina, Roma, Viella, 2006, pp. 153-203G. Piccinni, Il banco dell’ospedale di Santa Maria della Scala e il mercato del denaro nella Siena del Trecento, Pisa, Pacini, 2012I. Chabot, «Breadwinners». Familles florentines au travail dans le Catasto de 1427, «MEFRIM», 2016, 128-1, pp. 2-22

Read More

Boccaccio al cinema

È stato Giovanni Boccaccio a chiamare “Divina” la commedia di Dante Alighieri; la sua di commedia, invece, è per definizione assai poco divina e decisamente “sboccacciata”, tanto da essere identificata con un genere cinematografico particolarmente triviale: la commedia appunto, boccaccesca.

Andrea del Castagno, Giovanni Boccaccio, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri, affresco, 1450, Galleria degli Uffizi, Firenze

Chissà che penserebbe, una delle tre corone della lingua italiana, se sapesse che il suo nome oggi è fatalmente legato a pietre miliari della storia del cinema come Alle dame del castello piace fare solo quello, La bella Antonia prima monica e poi dimonia e Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, e ancora Quanto è bella la Bernarda, chi la tocca e chi la guarda, Fiorina la vacca, Si salvò solo l’Aretino Pietro con una mano davanti e l’altra di dietro, Fra Tazio da Velletri e Sexcalibur.

Colmo del paradosso, poi, è che il principale responsabile di tanta sciagura sia stato uno degli intellettuali più austeri e rigorosi della cultura italiana: Pier Paolo Pasolini.

È stato infatti il successo del suo Decameron a decretare la nascita del genere “decamerotico”, capace di sfornare valanghe di film in pochi anni e di spaziare dalla commedia scollacciata alla pornografia.

Ci vorranno più di quarant’anni e un altro grande nome del cinema italiano come quello dei fratelli Taviani per rompere l’incantesimo e riscattare il primo romanzo della storia della letteratura italiana.

Ma andiamo con ordine: sono ancora lontani i tempi di Edwige Fenech e Pippo Franco quando l’opera di Boccaccio ispira per la prima volta una produzione cinematografica: è Il Decamerone, diretto e interpretato nel 1912 da Gennaro Righelli, che sarà in seguito il regista del primo film sonoro italiano.

Il film racconta tre novelle del Decameron: la prima è quella di Andreuccio, giovane mercante raggirato da una prostituta, che gli fa credere di essere la sorellastra, se lo porta a casa e lo deruba. Fuggito, il malcapitato si imbatte in due ladri che stanno andando in una chiesa vicina per spogliare di tutti i suoi beni la salma di un vescovo morto qualche giorno prima. Andreuccio accetta di calarsi nella tomba ma viene chiuso nel sepolcro; si salva però quando giungono altri ladri, che lui mette in fuga spaventandoli.Il secondo episodio raccontato da Righelli è quello del conte di Anguersa, accusato falsamente di un delitto e spogliato di tutti i suoi beni, mentre la terza novella vede protagonisti uno stalliere e una principessa.

Lionel Barrymore fu uno dei primi interpreti cinematografici del Decameron (in questa foto nei panni del ricco e avaro Mr. Potter de La vita è meravigliosa, 1946, di Frank Capra)

Il progetto stuzzica subito gli americani, che nel 1924 producono Decameron Nights diretto da Herbert Wilcox con Lionel Barrymore (nonno di Drew, che sarà a sua volta interpretato in un film da Errol Flynn) nei panni di un sultano che si innamora perdutamente di una giovane musulmana.

Quattro anni dopo di nuovo in Italia esce Boccaccesco di Alfredo De Antoni con Isa Pola, l’ultimo film muto tratto dal Decameron, incentrato sulla tragica storia d’amore tra il precettore Ricciardello e la figlia del duca di Spoleto Orietta, stroncata dal Duca che condanna a morte lui e al chiostro lei.

Nel 1936 il film tedesco Boccaccio di Herbert Maisch avvia l’abitudine di usare il nome dello scrittore certaldese come sinonimo di satira e passione amorosa. Il film, infatti, non è tratto dal Decameron ma dall’operetta di Franz Von Supplé, esattamente come l’omologo film prodotto in Italia quattro anni dopo e diretto da Marcello Albani.

Nel 1953 esce invece Le notti del Decamerone dell’argentino Hugo Fregonese, remake di Decameron Nights. Il film vede in scena lo stesso Giovanni Boccaccio e Fiammetta per introdurre tre novelle e ad interpretarli sono la coppia formata da Louis Jourdan e Joan Fontaine, che vestono i panni di tutti i personaggi: Paganino da Monaco e Bartolomea, Bernabò da Genova, Giletta di Nerbona e Beltramo di Rossiglione. Nel ruolo di Pampinea c’è poi una ventenne Joan Collins.

Una locandina di Boccaccio ’70 con le 4 principali interpreti femminili degli episodi e i rispettivi registi

Nel 1962 lo scrittore toscano presta il suo nome – e solo il nome – ad un film che riunisce quattro dei più grandi registi della storia del cinema italiano per riflettere con sarcasmo sul sesso e la morale: Boccaccio ‘70 è diretto da Vittorio De Sica, Federico Fellini, Mario Monicelli e Luchino Visconti e diviso in quattro episodi firmati da nomi come Suso Cecchi D’Amico, Italo Calvino, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano e Cesare Zavattini. Il film entrerà nella storia del cinema ma non ha una diretta correlazione con il Decameron.In Renzo e Luciana di Monicelli una coppia di giovani sposi non riesce a trovare un momento di intimità a causa dei turni di lavoro, in Il lavoro di Visconti una donna per punire il marito che frequenta le prostitute pretende il pagamento delle sue prestazioni sessuali, mentre ne La riffa Sofia Loren si offre come premio di una lotteria.È però senza dubbio Le tentazioni del dottor Antonio di Fellini l’episodio più celebre, con il moralista Peppino De Filippo alle prese con un gigantesco manifesto sexy attraverso il quale viene sedotto da Anita Ekberg. Il corto era ispirato, peraltro, all’episodio che aveva visto dodici anni prima Oscar Luigi Scalfaro ingiuriare pubblicamente una donna colpevole di essersi scoperta le spalle al ristorante (e che era stata difesa da Totò, che accusò il parlamentare di vigliaccheria perché si era sottratto alla sfida a duello lanciata dai parenti della donna). La storia sarà a sua volta ripresa venticinque anni dopo da un episodio della commedia Rimini Rimini di Sergio Corbucci interpretato da Paolo Villaggio e Serena Grandi.

Otto anni dopo Boccaccio ‘70 esce in Francia Decameron ‘69, che ripete l’operazione attraverso l’opera di sette registi di diversi paesi europei che si ispirano a Boccaccio per parlare di sesso, desiderio, solitudine e omicidio.

Tralasciando opere che un legame con Boccaccio non ce l’hanno nemmeno nel titolo originale ma solo in quello italiano (Decameron francese, Decameron orientale, Decameron nero), nel 1971 arriviamo finalmente al capolavoro di Pier Paolo Pasolini.

Quando si confronta con lo scrittore toscano il collega friulano è uno dei più importanti e discussi intellettuali italiani e senza dubbio il più anticonformista: ha al suo attivo 5 raccolte di poesie, 7 romanzi, 3 testi per il teatro, diverse canzoni scritte con Domenico Modugno e Sergio Endrigo, un programma per la radio, 6 documentari, 16 sceneggiature e 12 film, tra cui Accattone, Mamma Roma, La ricotta, Il Vangelo secondo Matteo, Uccellacci e uccellini e Che cosa sono le nuvole? con Totò, Porcile, Edipo Re e Medea con Maria Callas.

Nonostante abbia già segnato con queste opere la storia del cinema, Il Decameron si rivela il suo primo vero successo commerciale.

Dopo una lunga e tormentata gestazione che vede cambiare più volte la sceneggiatura, Pasolini decide di ambientare tutto il film a Napoli: e dal momento in cui solo tre novelle del Decameron sono di ambientazione partenopea, il regista ne trasferisce altre dalla Toscana. Elimina inoltre la cornice con i ragazzi fuggiti dalla peste utilizzando due personaggi delle novelle – Ser Ciappelletto e l’allievo di Giotto – come cornice delle novelle stesse.

Ninetto Davoli è Andreuccio da Perugia ne Il Decameron di Pasolini

Il film schiera i due volti-simbolo del cinema pasoliniano – Ninetto Davoli e Franco Citti – affiancati come di consueto da non professionisti, ma anche da nomi importanti come quello di Silvana Mangano, che interpreta la Madonna.

Le novelle scelte sono quella di Andreuccio da Perugia, dei giovani amanti Caterina di Valbona e Riccardo, la storia della suora sorpresa a letto con l’amante che vede la madre superiora che sulla testa ha delle mutande maschili al posto della cuffia (perché a sua volta – quando era stata chiamata a giudicare la peccatrice sorpresa in flagrante – si trovava a letto con il suo, di amante); monache licenziose sono le protagoniste anche dell’episodio di Masetto, ortolano muto di un convento, costretto a soddisfarle tutte.

C’è poi l’episodio di Peronella, che mentre sta tradendo il marito con Giannello lo vede arrivare all’improvviso e fa nascondere l’amante in una botte. Quando il marito le dice che ha portato un’acquirente della stessa botte, lei gli spiega che l’ha già venduta ad un altro compratore, che la sta ispezionando. A quel punto Giannello esce dalla botte dicendo di averla trovata sporca; così il marito cornuto si mette a pulirla mentre i due amanti riprendono il rapporto.

Decisamente più tragica la novella di Lisabetta di Messina, a cui i fratelli uccidono l’amante al quale lei – dopo averlo dissotterrato – taglia la testa per conservarla in un vaso. E ben più triviale quella di Gianni, che sostiene di poter tramutare la contadina Gemmata in un cavallo attraverso un rapporto sessuale. Tingoccio e Meuccio, invece, sono ansiosi di capire cosa ci sia dopo la morte e – soprattutto – se è peccato fare l’amore con la comare.

Infine, la novella di ser Ciappelletto mostra come un peccatore impenitente (assassino, ladro, libertino, pederasta e bestemmiatore) riesce a ingannare un prete in punto di morte, confessandogli peccati veniali se non ridicoli e costruendosi così – dopo la morte – la fama di uomo santo e venerato.

Pier Paolo Pasolini interpreta l’allievo di Giotto nell’ultimo episodio de Il Decameron (1971)

Molto particolare è l’episodio finale, che fa anche da cornice al secondo tempo e vede protagonista lo stesso Pasolini nei panni del migliore allievo di Giotto.Lo spunto arriva da una brevissima novella in cui Giotto – morto appena 20 anni prima della stesura del Decameron – è impegnato in uno scambio di battute sarcastiche con l’amico Forese. I due vengono sorpresi da un diluvio mentre camminano per strada: “Giotto, a che ora – dice Forese guardando l’amico tutto inzaccherato dal fango e dalla pioggia – venendo di qua alla ’ncontro di noi un forestiere che mai veduto non t’avesse, credi tu che egli credesse che tu fossi il migliore dipintor del mondo, come tu se’? — A cui Giotto prestamente rispose: — Messere, credete che, guardando voi, egli crederebbe che voi sapeste l’abici?”.

Nella sceneggiatura di Pasolini Giotto è invece impegnato ad affrescare la basilica di Santa Chiara a Napoli (nella quale, effettivamente lavorò) e ha una visione della Vergine Maria con in braccio il bambino Gesù e tutta la schiera di angeli e santi; visione che il pittore si limita a “copiare”.

Ad interpretare Giotto doveva essere Sandro Penna, uno dei più grandi poeti italiani, che Pasolini considerava il suo maestro. Di fronte al forfait dato all’ultimo momento dal poeta, il regista decide di interpretare lui stesso l’episodio, trasformando però Giotto nel suo migliore allievo; che chiude il film pronunciando, di spalle, la battuta improvvisata da Pasolini direttamente sul set: “Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?”.

Vietato ai minori di 14 anni, il film – nonostante i problemi con la censura dovuti alle numerose scene di sesso – vince l’Orso d’argento al Festival del Cinema di Berlino e ottiene un grandissimo successo commerciale. Nella classifica degli incassi della stagione arriva al secondo posto dietro Continuavano a chiamarlo Trinità con Bud Spencer e Terence Hill ed è ancora oggi al sedicesimo posto nella classifica dei film italiani più visti di sempre.

Il trionfo del suo Decameron spinge Pasolini a farne il primo capitolo della “Trilogia della vita”: tre film caratterizzati dall’esaltazione del sesso in tutta la sua bellezza e tratti dalle tre grandi raccolte di novelle medievali: dopo il libro italiano toccherà all’inglese I racconti di Canterbury nel 1972; a chiudere la trilogia Il fiore delle Mille e una notte nel 1974.

A dispetto delle finalità estetico-filosofiche del poeta friulano, però, Il Decameron con la sua allegra e trasgressiva ostentazione della sessualità, inaugura suo malgrado il genere “decamerotico”, caratterizzato da un erotismo in chiave voyeuristica e un umorismo pecoreccio.

Anche Mario Brega, ricordato per le sue interpretazioni nella Trilogia del dollaro di Sergio Leone, si cimentò in una delle tante trasposizioni cinematografiche del Decameron

Il genere produce 15 film nel solo anno 1972 e viene inaugurato subito dopo l’uscita dell’opera di Pasolini da una pellicola che si presenta come il suo seguito: Decameron n. 2… Le altre novelle del Boccaccio di Mino Guerrini, che racconta le storie di Pietro di Vincione, Ferondo, Alibec, Anichino, Messer Puccio, don Felice e Isabetta e Spinelloccio.Nel cast spicca il nome di Mario Brega (attore amato da Sergio Leone e Carlo Verdone); per il resto il film si distingue – secondo Segnalazioni cinematografiche – , “per grossolanità nel comico, per modestia nell’elaborazione cinematografica e per il dilettantismo delle interpretazioni”.

Ha invece poco a che fare con il libro di cui porta il titolo L’ultimo Decameron. Le più belle donne di Boccaccio conosciuto anche come Decameron n.3 di Italo Alfaro.Appena più ambizioso è Decameron n.4 – le belle novelle di Boccaccio diretto sempre nel 1972 da Paolo Bianchini, dove un gruppo di popolane al lavatoio pubblico racconta le novelle di Ofano e la moglie Ghita, Calandrino, frate Rinaldo e frate Alberto da Roma.

Il Decamerone proibito di Carlo Infascelli e Antonio Racioppi è molto vagamente ispirato alle novelle mentre Decameron proibitissimo (Boccaccio mio statte zitto) di Marino Girolami, nonostante lo stile triviale, riprende piuttosto fedelmente il racconto di Boccaccio, sia nella cornice dei giovani fuggiti dalla peste (appena arrivati nella villa trovano un uomo steso a terra e pensano che sia morto, salvo scoprire che è semplicemente ubriaco) sia nella scelta delle novelle, che si aprono con quella di fra’ Pasquale che si vede beffato dall’oggetto del suo desiderio: la vedova Piccarda, ripetutamente molestata, con l’inganno lo fa finire a letto con la sua serva bruttissima e lo denuncia al vescovo.

Siamo ancora nel 1972 ed escono anche Decamerone ‘300 di Renato Savino e Decameroticus di Piergiorgio Ferretti con Riccardo Garrone, che darà il nome al nuovo fortunato genere, anche se in realtà è molto vagamente ispirato a Boccaccio, mescolandone l’opera a quelle di Pietro Aretino e Matteo Bandello.

Il genere è capace di varcare la cortina di ferro e unire occidente consumista e oriente comunista: in Polonia infatti Jan Budkiewicz dirige la commedia erotica Dekameron 40 mentre in America viene prodotto Love Boccaccio Style di Sam Philips.In Germania, invece, lo stile decamerotico viene applicato ad un prodotto locale: Sigfrido e il canto dei Nibelunghi: Siegfried und das sagenhafte Liebesleben der Nibelungen di Adrian Hoven e David F. Friedman, tradotto tuttavia in italiano come La più allegra storia del Decamerone.

Isabella Biagini e Enrico Montesano nel Boccaccio di Bruno Corbucci (1972)

Nel miserabile filone degli emuli di Pasolini si distingue Boccaccio di Bruno Corbucci, ispirato alla novella in cui Buffalmacco e Bruno degli Olivieri fanno credere a Calandrino di avere scoperto una pietra che rende invisibili. Il film, uscito anch’esso nel 1972, è interpretato da un cast d’eccezione che comprende Alighiero Noschese, Enrico Montesano, Mario Carotenuto, Sylva Koscina, Isabella Biagini, Bernard Blier, Lino Banfi e Pippo Franco.

Sul fronte opposto Le calde notti del Decameron di Gian Paolo Callegari con Don Backy e Orchidea De Santis, incentrato su una cintura di castità che non solo non è presente nel Decameron, ma nemmeno nel Medioevo, essendo un falso storico.

Nel famigerato anno 1972 esce anche una sorta di “crossover” tra il Decameron di Pasolini e Fratello sole, sorella luna di Franco Zeffirelli: si chiama Fratello homo, sorella bona: scritto da Alfredo Tucci e diretto da Mario Sequi, nel manifesto mostra un frate francescano impegnato a spogliare una monaca.La trama vede in realtà protagonista la giovane Chiarina di Vallefiorita, presunta figlia del podestà di una cittadina toscana e destinata a sposare il vecchio e grasso notaio Tebaldo de’ Tebaldi. Con l’aiuto del vero padre, priore di un vicino convento, e di alcuni falsi monaci e monache, la ragazza riesce a evitare il matrimonio impostole e a fuggire con l’uomo amato.

La locandina di Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti – Decameron nº 69 (1972, Romano Gastaldi)

Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti – Decameron nº 69 è firmato nel 1972 da Romano Gastaldi alias Aristide Manaccesi alias Joe D’Amato. Attenzione al numero, che non fa riferimento ai film tratti da Boccaccio ma ad una posizione sessuale.Ispirati al Decameron anche Masuccio Salernitano di Silvio Amadio (sottotitolo: Come fu che Masuccio Salernitano, fuggendo con le brache in mano, riuscì a conservarlo sano) e Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno di Bitto Albertini: anch’esso appartenente al sottogenere del decamerotico sacro, si avvale nei titoli di testa di vignette disegnate da Mordillo e stornelli cantati da Gianni Musy, e nel 1973 ha anche un seguito: Continuavano a mettere lo diavolo ne lo inferno dello stesso Albertini (che narra le imprese erotiche di due soldati che – tra l’altro – entrano in un convento vestiti da frati e ne escono travestiti da suore).Il film avrà un ulteriore seguito apocrifo con il titolo Leva lo diavolo tuo dal convento, titolo italiano della commedia sacro-decamerotica tedesca Frau Wirtins tolle Töchterlei di Franz Antel.Beffe, licenze et amori del Decamerone segreto di Walter Pisani con l’immancabile Orchidea De Santis mette in scena, in realtà, non Boccaccio ma Cecco Angiolieri, l’autore di Si fossi foco arderei lo mondo.Non mancano, nel filone, versioni porno-erotiche di Robin Hood (Le avventure amorose di Robin Hood di Erwin C. Dietrich e Richard Kanter del 1973 e Le piccanti avventure di Robin Hood di Ray Austin del 1984) e di Marco Polo (Le avventure erotiche di Marco Polo sempre di Joe D’Amato del 1994).

Decisamente più serio e filologico è invece il film televisivo spagnolo Cuentos de Giovanni Boccaccio diretto nel 1974 da Pilar Mirò, mentre un Boccaccio apocrifo e dantesco è quello protagonista di Novelle licenziose di vergini vogliose di Joe D’Amato del 1974, in cui lo scrittore sognando di essere guidato attraverso l’inferno apprende alcune storie di dannati.

Con la fine degli anni ’70 il genere decamerotico si esaurisce: Decameron Tales di Franco Lo Cascio con Sarah Young del 1995 non appartiene più alla commedia ma è un vero e proprio porno. Un tributo al genere è invece quello offerto nel 2007 da Decameron Pie di David Leland, che strizza l’occhio al successo della commedia demenziale American Pie, interpretato da Hayden Christensen (divenuto celebre per la saga prequel di Guerre Stellari) con un numeroso cast che comprende Tim Roth, Anna Galiena ed Elisabetta Canalis. Due anni dopo in Brasile esce la serie televisiva Decamerao di Jorge Furtado.

Nel 1984 una delle più celebri novelle del Decameron – quella di frate Cipolla – prende vita sullo schermo in un film tratto, in realtà, da un altro classico della letteratura medievale: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno di Mario Monicelli, che prende il titolo e i personaggi dalle novelle di Giulio Cesare Croce (Le sottilissime astutie di Bertoldo del 1606 e Le piacevoli et ridicolose simplicità di Bertoldino del 1608); in realtà il regista e i suoi sceneggiatori (Benvenuti, De Bernardi e Suso Cecchi d’Amico) attingono ad un vasto repertorio che spazia da I racconti di Canterbury a Pietro Aretino, da Apuleio, Esopo e Aristofane a Machiavelli, Sacchetti e Le mille e una notte, fino appunto, al Decameron di Giovanni Boccaccio.

Alberto Sordi (frate Cipolla) e Ugo Tognazzi (Bertoldo) nel film di Monicelli del 1984

Spacciatore di reliquie false, Cipolla (cui presta il volto Alberto Sordi) annuncia di aver portato con sé nientemeno che una piuma delle ali dell’arcangelo Gabriele, caduta al momento dell’Annunciazione alla Vergine Maria. Ascoltando la solenne dichiarazione, però, Bertoldo – interpretato da Ugo Tognazzi – decide di fargli uno scherzo e gli ruba la piuma sostituendola con dei carboni. Quando, durante la predica, Cipolla apre il reliquiario e ci trova i carboni al posto della penna, non si perde d’animo e li mostra ai fedeli spacciandoli per quelli che erano stati utilizzati per bruciare sulla graticola San Lorenzo.

A chiudere il cerchio e farlo quadrare, restituendo finalmente al capolavoro di Boccaccio il suo ruolo, nel 2015 arriva l’ultimo, meraviglioso film tratto dal Decameron; meraviglioso di fatto e di nome: Meraviglioso Boccaccio è infatti il titolo scelto da Paolo e Vittorio Taviani per l’opera con cui i registi toscani si confrontano con il loro conterraneo e il grande cinema italiano riscopre la grande letteratura italiana.

Si tratta del penultimo film dei due fratelli autori – tra l’altro – di Allosanfan, Padre Padrone, La notte di San Lorenzo, Kaos, Good Morning Babilonia, Le affinità elettive, Tu ridi, La masseria delle allodole e Cesare deve morire.

Kim Rossi Stuart interpreta Calandrino nel Meraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani (2015)

Più filologico di quello di Pasolini, il Decameron dei Taviani recupera la tragedia della peste, la cornice con i ragazzi che si raccontano le novelle per ingannare il tempo in attesa che passi l’epidemia, l’ambientazione toscana, ma anche e soprattutto la completezza dell’opera che – per la prima volta – non si limita agli episodi erotici e “boccacceschi” ma torna a comprendere anche novelle più romantiche e tragiche: a fianco all’episodio di Calandrino, Bruno e Buffalmacco (che rimane senza finale, del quale discutono i ragazzi) trova posto la tragedia di Ghismonda (a cui il padre, gelosissimo, fa uccidere l’amante), ritroviamo la madre superiora Isabetta che si mette inavvertitamente in testa le mutande dell’amante per andare a punire la suora trovata a letto con un uomo, ma fa capolino anche la straziante storia di Federico degli Alberighi, innamorato della vedova Giovanna, che si fa invitare a pranzo per chiedere all’uomo di regalare al figlio malato il suo falcone. Non avendo niente da cucinare, però, Federico è costretto a uccidere proprio l’amato e ambito falcone.

Fresco, intenso, divertente, il film si avvale di un cast ricchissimo e in stato di grazia (che vede – tra gli altri – Lello Arena, Kasia Smutniak, Michele Riondino, Carolina Crescentini, Paola Cortellesi, Riccardo Scamarcio, Vittoria Puccini, Flavio Parenti, Kim Rossi Stuart, Jasmine Trinca, Eugenia Costantini e Lino Guanciale) e una fotografia che incanta e restituisce un’epoca come forse solo Barry Lyndon di Stanley Kubrick era riuscito a fare prima.Uno stile di riprese controllato, che rimanda alla rappresentazione pittorica prerinascimentale, fatta di eleganza e geometria e sottolinea la forza vivifica dell’amore con uno stile teatrale, fiabesco e straniato. “I Taviani – scrive Gianluca Arnone sul Cinematografo – onorano la propria terra, la Val d’Orcia, esaltandone bellezze naturali e architettoniche dentro quadri geometrici, di grande luminosità e vivacità”.

Un film su Boccaccio senza nulla di boccaccesco: senza volgarità e senza erotismo; che riscatta finalmente la “Corona” e il suo capolavoro.

Arnaldo Casali

Consigli di lettura:

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di Vittore Branca, Einaudi, 2014.

Filmografia:

Il Decamerone di Gennaro Righelli, 1912.Le notti del Decamerone di Hugo Fregonese, 1953.Boccaccio ‘70 di Vittorio De Sica, Federico Fellini, Mario Monicelli e Luchino Visconti, 1962.Il Decameron di Pier Paolo Pasolini, 1971.Decameron n. 2… Le altre novelle del Boccaccio di Mino Guerrini, 1972.Decameron n.4 – le belle novelle di Boccaccio di Paolo Bianchini, 1972.Decameron proibitissimo (Boccaccio mio statte zitto) di Marino Girolami, 1972.Decameroticus di Piergiorgio Ferretti, 1972.Boccaccio di Bruno Corbucci, 1972.Masuccio Salernitano di Silvio Amadio, 1972.Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno di Bitto Albertini, 1972.Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno di Mario Monicelli, 1984.Decameron Pie di David Leland, 2007.Meraviglioso Boccaccio di Paolo e Vittorio Taviani, 2015.

Read More

Costanza d’Altavilla, la monaca imperatrice

«Quest’è la luce de la gran Costanza / che del secondo vento di Soave / generò ‘l terzo e l’ultima possanza».

La nascita di Costanza e la morte del padre Ruggero II (1154) Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, Bern, Burgerbibl., 120 II, 96r

Sono i versi con cui Dante, nel III canto del Paradiso (vv. 118-120), presenta Costanza d’Altavilla. Ci troviamo nell’ultimo cielo, quello della Luna, dove si trovano gli “spiriti difettivi”, che hanno il grado più basso di beatitudine, perché i loro voti furono non adempiuti o trascurati in parte. A parlare è Piccarda Donati, la quale indica un’anima splendente alla sua destra, che ha vissuto la sua stessa esperienza: anch’ella fu suora e le fu tolto forzatamente il velo, pur se in seguito rimase in cuore fedele alla regola monastica. È l’imperatrice Costanza d’Altavilla, che dall’imperatore Enrico VI (secondo vento di Soave) generò Federico II di Svevia (‘l terzo e l’ultima possanza).

Costanza fu figlia del normanno Ruggero II d’Altavilla, il primo re di Sicilia, e nacque nel 1154, poco dopo la morte del padre. Trascorse l’infanzia a Palermo e rimase molto a lungo nubile, fino a 32 anni, un’età, per l’epoca, davvero avanzata. È possibile che proprio da ciò sia nata la voce della monacazione di Costanza, resa immortale dai versi danteschi: si tratta, probabilmente, solo di un’invenzione posteriore, che poi fu accreditata in vario modo. A partire dal secolo XIV, infatti, vari monasteri si contesero l’onore di aver ospitato tra le loro mura l’imperatrice, come monaca se non addirittura come badessa.

Il fidanzamento (1184) e il matrimonio (1186) di Costanza con Enrico VI Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, Bern, Burgerbibl., 120 II, 96r

Non si sa quasi niente di Costanza fino al suo fidanzamento per procura (ad Augusta il 29 ottobre 1184) e al matrimonio con l’erede al trono degli imperatori Svevi, Enrico VI, figlio di Federico I, il Barbarossa. Nell’estate del 1185 Costanza lasciò per la prima volta la Sicilia per andare a sposarsi. Il re di Sicilia Guglielmo II (suo nipote: era figlio di Guglielmo I, di cui Costanza era sorella) accompagnò personalmente, per un tratto, Costanza e il suo spettacolare seguito di uomini, cavalli e muli. A Foligno incontrò lo sposo e assieme si recarono a Milano: le nozze furono celebrate il 27 gennaio 1186 in S. Ambrogio con grande pompa.

In quel momento ancora non poteva essere prevista l’effettiva successione di Costanza sul trono siciliano. Il re Guglielmo II era ancora abbastanza giovane (aveva 32 anni) per generare figli. Ma tra la fine del 1189 e la prima metà del 1190 tutti gli eventi cambiarono verso! Il 18 novembre 1189 si spense Guglielmo II e il 10 giugno 1190 morì in Oriente (mentre effettuava la sua crociata) anche Federico Barbarossa. A Enrico VI spettava ora l’impero, a Costanza la Sicilia: assieme potevano essere signori dell’Europa!

Tutta l’attenzione di Enrico, da quel momento, si concentrò sul Regno dell’Italia meridionale, quel pontile nel centro del Mediterraneo che permetteva a chi lo possedeva di dominare il mondo. In Sicilia, però, la situazione non era pacifica: la nobiltà di corte aveva approfittato dei diffusi sentimenti antitedeschi per privilegiare una “soluzione nazionale”, eleggendo re il conte Tancredi di Lecce, un nipote illegittimo di Ruggero II, che il 18 gennaio 1190 fu incoronato re di Sicilia.

Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, Bern, Burgerbibl., 120 II, 105r, incoronazione di Enrico VI

Bisognava fare in fretta e bisognava scendere in Italia a rivendicare il trono: il lunedì di Pasqua (15 aprile 1191) papa Celestino III, a Roma, in San Pietro, incoronò solennemente Enrico e Costanza imperatore e imperatrice. Poi proseguirono verso sud, tentando invano di conquistare il Regno ma fermandosi a Napoli e a Salerno, dove Costanza fu catturata dai nemici. La conquista sarebbe riuscita solo tre anni dopo. Entrato a Palermo, nel Natale del 1194 Enrico fu incoronato re di Sicilia. Il giorno dopo, con coincidenza strabiliante, il 26 dicembre 1194, Costanza diede alla luce a Jesi, nella Marca anconetana, l’erede al trono Federico II.

Quando Federico nacque, Costanza era quarantenne, anche se alcune fonti le accrebbero gli anni fino a 55 e oltre. A causa dell’età matura della madre, al suo primo parto, già i contemporanei guardarono con aperto sospetto a questa nascita. Negli anni successivi, soprattutto quando cominciarono i contrasti più accesi tra Federico II e il fronte composto da papato e Comuni, si andò diffondendo sempre più la voce che Costanza avesse simulato il parto, perché era troppo anziana per avere un figlio. Fu per contrastare tale diceria, che se ne inventò un’altra, ancora più fantasiosa, cioè che il parto era avvenuto sulla pubblica piazza, sotto una tenda, perché tutta una comunità potesse essere chiamata a testimoniare l’effettualità dell’evento.

Pietro da Eboli, Liber ad honorem Augusti, Bern, Burgerbibl., 120 II, 138r, Nascita di Federico

Per due anni Costanza resse il regno in assenza del marito, che tornò solo nella primavera del 1197: nel maggio di quell’anno fu sventata una congiura contro Enrico, ordita, forse, dalla stessa Costanza. Poco dopo l’imperatore si ammalò e morì il 28 settembre 1198 a Messina: secondo alcune dicerie era stata Costanza ad avvelenarlo. In qualunque modo stessero i fatti, la situazione era assai delicata e richiedeva misure rapide ed efficaci. L’interesse della madre era quello di garantire la successione al figlio. E per farlo si accordò col papa, che unico poteva proteggerlo; in questo modo riuscì a far incoronare Federico re di Sicilia il 17 maggio 1198.

A partire da quel momento si sarebbe, però, dovuta mettere da parte qualsiasi rivendicazione del titolo imperiale, che pure sarebbe spettato a Federico. Era stato Innocenzo III – il più potente propugnatore delle supreme prerogative papali, colui che amò definirsi verus imperator – a pretenderlo, per timore che i territori della Chiesa si trovassero accerchiati, da nord e da sud, da un unico signore, troppo potente per essere contrastato facilmente.

Le cose sarebbero andate diversamente e Federico sarebbe stato incoronato imperatore nel 1220, ma frattanto, il 27 novembre 1198, Costanza morì a 44 anni. Nel suo testamento nominava papa Innocenzo III reggente del Regno e tutore di Federico, che allora aveva solo 4 anni.

Ecco, tra storia e mito questa è la vicenda di Costanza d’Altavilla, una monaca imperatrice che generò in tarda età un figlio destinato a mutare la storia del mondo. Una donna destinata a vivere di luce riflessa: quella di Dio, nel paradisiaco cielo della Luna, e quella del figlio, il grande Federico II di Svevia, che protesse fino alla fine, come solo una madre può fare.

Fulvio Delle Donne

Read More

La grandezza di Ildegarda

A più di ottant’anni, un’età ragguardevole per l’epoca, ma non rara fra i monaci – la cui salute era favorita dai disciplinati ritmi di lavoro e riposo e dalla dieta della vita monastica – moriva nel monastero benedettino di Rupertsberg della diocesi di Magonza la badessa Ildegarda, sapiente scrittrice, donna di potere e a mio parere filosofa.

Ildegarda di Bingen, dal Liber Divinorum Operum (Biblioteca Governativa di Lucca, Codex Latinus 1942 fol. 1v)

Uso questa parola deliberatamente rifiutando il luogo comune che la definisce “visionaria”, termine senz’altro equivoco: gli scritti di Ildegarda parlano, oltre che di teologia, soprattutto di quella che nel secolo XII si chiamava “filosofia della natura” (poi “fisica”), della formazione del cosmo, delle qualità delle cose e degli eventi fisici e di etica, condividendo gran parte del sapere e delle fonti dei suoi contemporanei maestri a Chartres e Parigi.

Oltre alla Bibbia e agli scritti dei Padri, la badessa di Bingen conosceva teorie filosofiche e mediche antiche, e persino ermetiche, giunte a lei per vie che restano, a noi, ancora ignote.

Ildegarda afferma che «tutta la filosofia che nasce in Abramo» si realizza attraverso la ragione e che lei «senza aver ricevuto istruzione e senza scuola ha compreso gli scritti dei profeti e anche dei filosofi». Singolare e diversa è invece la forma dell’esposizione scelta da Ildegarda, la visione: la narrazione potentemente visuale le è dettata, dichiara, da un rivelazione inviatale dalla Voce, o dalla Luce. In essa Ildegarda «vede e custodisce nella memoria», sperimenta e conosce la verità.

Il suo stile – che lei definisce “semplice e rozzo“ e gli studiosi moderni giudicano originale e potente – si compone sontuosamente fra immagini, colori e simboli ed è dovuto anche al suo essere donna e come tale non autorizzata istituzionalmente a insegnare nello spazio e con il linguaggio della scuola. Il suo messaggio dunque deve essere garantito, legittimato, dall’Alto: ciò le assicurerà un‘autorità sempre più indiscussa, fino a permetterle, nelle sue lettere, di dialogare con i potenti della terra e i dotti del suo tempo.

Ma che cosa vede e descrive, nei suoi scritti, Ildegarda? In Scivias, una delle opere maggiori, espone la sua teologia, dalla creazione del mondo alla Caduta di Adamo, alla fondazione della Chiesa e ai sacramenti; nel Liber de vita meritorum mette al centro del Cosmo la figura dell’Uomo alato, simbolo della divinità eterna, immanente e operante nel mondo, «fuoco che romba nascosto e bruciante e anima tutte le cose». Il tema ritorna nel De operatione Dei, la sua opera più sistematica: Ildegarda illustra le potenti immagini di un mondo simbolico ricco di analogie con alcuni aspetti centrali della cultura del secolo: l’uomo “operaio della divinità”; il mondo come macrocosmo, materia vivente al pari dell’uomo microcosmo; l’Anima del mondo e l’armonia delle sue parti; tutte riflessioni pervase dalla speranza di un accesso al divino che passa attraverso l’umana ragione e l’umana virtù. La figura dell’Amore riconosce il mondo come teofania e si identifica con l’opera della Ragione: «Mio è il soffio della Parola risonante attraverso la quale la creazione nasce all’essere…».

Ildegarda di Bingen (Bermersheim vor der Höhe 1098 – Bingen 1179)

All’interno di questo quadro rileviamo teorie particolari e sorprendenti come l’analisi originale della differenza del temperamento melanconico nell’uomo e nella donna, contenuta nell’esposizione della dottrina antica dei quattro umori e caratteri. «L’eccesso di umore melanconico nell’uomo provoca lussuria e frenesia. Amaro, avido, privo di saggezza, carico di senso di morte l’uomo melanconico desidera le donne ma non le ama e le assale come un lupo di notte o un vento impetuoso che scuote le case: il suo abbraccio non dà tenerezza … La donna melanconica è poco resistente e i suoi pensieri mutevoli vagano qua e là. Dopo aver fatto l’amore si sente sfinita e non sa parlare con dolcezza agli uomini che non ama veramente nel profondo del cuore e che quindi si allontanano da lei. Talvolta il piacere dell’amore la invade ma per breve tempo e subito lo dimentica. Vive meglio, più forte e sana se non si sposa…».

Notevole anche la valutazione acuta e positiva dell’amore fisico fra uomo e donna, anche qui distinti nel piacere (delectatio): «l’amore dell’uomo è un ardore simile a un incendio che divampa nel bosco, quello della donna assomiglia al caldo tepore che viene dal sole e fa crescere i frutti…».

È bello e singolare che siano gli scritti di una monaca sapiente, grande protagonista della cultura monastica, a rappresentare con tanta evidenza l’affermarsi di un nuovo linguaggio e di un positivo atteggiamento che prende le distanze dalle tendenze ascetiche della cultura altomedievale.

Mariateresa Fumagalli Beonio BrocchieriVoce dall’Enciclopedia delle Donne

Consigli di lettura:Ildegarda di Bingen, Il libro delle opere divine (testo latino a fronte), a cura di Cristiani M. – Pereira M., Milano, Mondadori 2003Peter Dronke, Donne e cultura nel Medioevo, Milano, Il Saggiatore 1986Altra biografia su Filosofemme

Read More

Christine de Pizan, la prima femminista

Cristina, nata in Italia, fu educata alle lettere e alle scienze dal padre, prima docente di medicina e astronomia all’università di Bologna, poi consigliere del re Carlo V alla corte di Parigi, dove si stabilisce con la famiglia.

Christin de Pizan (Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits Français, 609 fol. 2v)

Cristina stessa ricorda che il maggior ostacolo alla sua istruzione – raro percorso per una donna di quei secoli – era rappresentato dalla opposizione della madre che avrebbe preferito per lei la tradizionale istruzione femminile (“ago e filo”), più adatta a una futura moglie.

Due disgrazie danno in seguito, dolorosamente, ragione a Cristina: le morti ravvicinate del padre e del giovane e amato marito la lasciano senza mezzi e con figli piccoli da crescere.Costretta dunque, come lei dice , a “diventare uomo”, mette a frutto la sua cultura e le sue capacità: diviene la prima scrittrice della storia francese in grado di provvedere con il suo lavoro alla famiglia, conquistandosi un ruolo sociale e intellettuale di prestigio.

Esordisce ricopiando nel suo scriptorium testi famosi per la corte; poi compone opere su commissione di principi e nobili come la biografia di Carlo V chiestale dal fratello del sovrano.I tempi in Francia allora erano molto duri: la guerra contro gli inglesi, la Guerra dei Cent’anni, iniziata nei primi decenni del XIV secolo e durata fino alla metà del XV, è segnata ben presto da carestie tremende e dalla Peste Nera, che spazza via le risorse umane ed economiche rendendo la vita politica e quotidiana precaria e pericolosa. Ma la cultura rimaneva viva e all’università di Parigi maestri ben noti insegnano teorie originali e forti, come avveniva del resto nelle università inglesi di Oxford e Cambridge.

Cristina vive dunque in un clima culturale vivace e ricco di dibattiti e anche contrasti: si discute di guerra e pace, di ricchezza e “vera nobiltà” d’animo; di virtù pagane come la magnanimità, diverse dalle virtù cristiane fondate sull’umiltà. Ma Cristina nei suoi scritti introduce un tema assolutamente originale, senz’altro rivoluzionario: uomo e donna sono – afferma – pari “per natura” quanto a capacità intellettuali. Soltanto l’educazione , il ruolo sociale e le circostanze, secondo Cristina, fanno la differenza avvantaggiando nella vita l’uomo e relegando la donna in secondo piano.

Sul tema le due opere più importanti sono La città delle dame (1405) in cui rovescia i luoghi comuni dell’inferiorità femminile che risalivano all’autorità di Aristotele, e il Dettato dedicato a Giovanna d’Arco scritto poco prima di morire.

Nella prima opera Cristina racconta di aver ricevuto la visita di tre donne, Ragione, Rettitudine e Giustizia, che la invitano a costruire una fortezza per difendere le donne dalle maldicenze e dai pregiudizi avversi. La Città racchiude una lunga sequenza di donne esemplari per sapienza, cultura, coraggio. Del resto un uomo di valore come il padre di Cristina – affermano le tre prestigiose figure simboliche – “era persuaso che le donne potessero imparare le scienze e le lettere al pari degli uomini”, tanto da istruire quella figlia così dotata. E invero il risultato gli aveva dato ragione: Cristina in tutti i suoi scritti (ballate, scritti politici e biografie) dimostra la sua ampia cultura e non ignora, ad esempio, le opere di Aristotele, Dante e Boccaccio.

L’opera dedicata a Giovanna d’Arco è scritta invece da una Cristina già vecchia e melanconica, la quale da anni non prende in mano la penna; è una dimostrazione nei fatti della teoria dell’autrice sulla parità naturale del genere femminile. Questa volta non è la storia antica, biblica e classica, a portare esempi a favore di Cristina ma “un miracolo” vissuto, una impresa straordinaria a lei contemporanea, quella di Giovanna di Orléans eroina e protagonista della riscossa francese nella Guerra dei Cent’anni: «Io Christine per la prima volta dopo tanto tempo comincio a ridere… per lungo tempo ho vissuto triste come in gabbia… nel dolore, io come gli altri, ma la stagione è cambiata».

Christin de Pizan (Venezia 1364 – Parigi 1430)

La Fortuna è ritornata nella vita della Francia e di Cristina. L’intreccio della vita della scrittrice e della Pulzella d’Orléans è evidente nel racconto. Certamente è difficile capire come una giovane contadina abbia potuto convincere il re della sua capacità di condurre l’esercito alla vittoria, ma lo è altrettanto «spiegarsi come Cristina, donna laica e borghese , sia riuscita a fare della sua cultura un tale strumento di autoaffermazione» [Maria Giuseppina Muzzarelli].

«Che onore per il sesso femminile quando questo nostro regno interamente devastato, fu risollevato e salvato da una donna, cosa che cinquemila uomini non hanno fatto…» scrive Cristina.

Non sappiamo se abbia vissuto abbastanza per conoscere la tragica conclusione della storia di Giovanna (condannata nel maggio 1430): per pochi mesi forse la notizia le è stata risparmiata.

Mariateresa Fumagalli Beonio BrocchieriVoce dall’Enciclopedia delle donne

Consigli di lettura:Maria Giuseppina Muzzarelli, Un’italiana alla corte di Francia. Christine de Pizan intellettuale e donna, Bologna, Il Mulino 2007Christine de Pizan, La Città delle Dame (introduzione, traduzione e note a cura di Patrizia Caraffi; edizione originale a fronte a cura di Earl Jeffrey Richards) Milano, Luni Editrice 1997 (ristampa, Roma, Carocci 2004)Anna Slerca (a cura di), Christine de Pizan, Cento ballate d’amante e di dama (testo originale a fronte). Aracne 2007.Patrizia Caraffi – Giovanna Angeli (a cura di), Atti del convegno, Bologna 2009Christine de Pizan, La Città delle Dame, a cura di P.Caraffi, Milano, 1997

Studi: K. Brownlee, Discourses of the self: Christine de Pizan and the “Rose”, in “Romanic Review”, 79 (1988)E. R. Curtius, Letteratura europea e Medio Evo Latino, a cura di R.Antonelli, Firenze 1992J. Cerchiglini, L’étrangère, Revue des langues romanes, 92 (1988), N°2: Christine de PizanC. C. Willard, Christine de Pizan: from poet to political commentator, in Politics, gender & genre. The political thought of Christine de Pizan, San Francisco – Oxford 1992Michela Pereira, Né Eva, né Maria. Condizione femminile e immagine della donna nel Medioevo, Bologna, 1981

Risorse on-line:http://www.pinn.net/~sunshine/march99/pizan3.htmlhttp://home.infionline.net/~ddisse/christin.htmlhttp://www.csupomona.edu/~plin/ls201/christine1.htmlhttp://faculty.msmc.edu/lindeman/piz1.htmlhttp://www2.uni-wuppertal.de/FB4/romanistik/CdeP/welcome.html

Read More

Caterina da Siena, misticismo e trasgressione

«Oimè oimè padre mio dolcissimo perdonate alla mia presuntione di quel che v’ho detto e a dire costretta so’ dalla dolce Verità di dirlo. La Volontà sua è questa e vi dimanda che facciate giustizia dell’abondantia delle molte iniquità che si commettono nel giardino della Santa Chiesa…Voi avete preso l’autorità, dovete usare virtù e potentia vostra e non volendola usare meglio sarebbe a rifiutarla… Guardate quanto avete cara la vita che non commettiate negligentia né tenete a beffe le operazioni dello Spirito Santo che sono dimandate a voi…» (Lettera 255).

Particolare dell’affresco di Andrea Vanni, con santa Caterina e una devota, Siena, Chiesa di San Domenico (unico dipinto eseguito mentre la santa era ancora viva)

Così scrive Caterina poco più che ventenne al pontefice Gregorio XI tornato (provvisoriamente) a Roma da Avignone nel 1367: con dolorosa e audace determinazione gli chiede di liberare la chiesa dalla corruzione rinnovando lo spirito del vangelo. E prima ancora lo aveva implorato ma anche minacciato: «Venite venite venite e non aspettate tempo ché il tempo non aspetta voi…» (lettera 206).

Caterina era nata in una famiglia numerosissima e modesta ma non povera, da Lapa e da Giacomo Benincasa nell’attuale contrada dell’Oca. Proprio in quell’anno (1347) erano apparsi in Europa i primi orrendi segni della peste che farà più di venti milioni di vittime. In Italia anche le fiorenti città della Toscana come Siena erano state contagiate dai viaggiatori provenienti da Venezia dove attraccavano le navi partite dai porti dell’Asia.

Caterina fino all’adolescenza vive nel chiuso della casa di famiglia dove il suo comportamento caparbio e silenzioso preoccupa i genitori: mangia pochissimo, si dedica a dure pratiche ascetiche, si isola dalla vita familiare. A quindici anni si unisce al gruppo delle Mantellate, donne laiche e benestanti che sotto la guida dei domenicani, pur continuando a vivere in famiglia, praticavano un regime di vita religiosa e povera e prestavano quotidiana assistenza agli indigenti della città. Caterina adotta le loro regole con estremo fervore e senza nessuna prudenza: è giovanissima e bella e la sua dedizione totale alle opere di misericordia desta sospetti e maldicenze fra le compagne.

Vive una duplice vita: nel chiuso delle mura domestiche gioisce delle visioni divine talvolta violente e sempre inebrianti per la presenza vivida di un Cristo uomo sofferente e amoroso; fuori nelle strade della città cura instancabilmente i derelitti e i malati, con quell’amore «che è uno e medesimo». «In quanta eccelentia sta l’anima in me e io in lei …come il pesce sta nel mare e il mare nel pesce così io sto nell’anima, mare pacifico» (Dialogo, par. 111).

Altre donne di quei secoli – Margherita da Cortona, Umiliana de’ Cerchi, Angela da Foligno, tutte laiche come Caterina – avevano preannunciato Caterina nell’espressione di una spiritualità tutta nuova: come lei avevano voluto e vissuto durissime penitenze e digiuni, praticato soccorso materiale e affettivo verso i poveri e gli ammalati, goduto come lei visioni traboccanti felicità, rapimento e annullamento di sé nel divino.

Caterina, come Francesco d’Assisi, conosce Dio anche attraverso i lebbrosi e la povertà: l’esperienza religiosa nel Duecento oramai lontana dalla solennità e dalla solitudine contemplativa del monastero altomedievale era divenuta convivenza attiva e condivisione delle miserie e difficoltà del popolo della città mentre il colloquio appassionato con il Cristo restava riservato a un tempo e a uno spazio personale e intimo.

Su questo aspetto lo storico cristiano Claudio Leonardi ha scritto parole decisive e, credo, amare: «Dopo Caterina lo spirituale dovrà sempre più rifugiarsi nel privato, apparire come un fatto che occorre velare perché straordinario e anche pericoloso per l’esperienza storica della Chiesa». Quando nel 1370 Urbano lascia Roma per stabilirsi a Avignone, Caterina ha una visione che riassume e innalza il messaggio delle precedenti: Cristo le apre il petto e sostituisce il cuore della donna con il suo. È il segno di una trasformazione mistica che trasmette a Caterina una energia unica: guidata dal suo Dio interiore la giovane donna esce dalla sua città natale e affronta il mondo e i potenti della terra con un linguaggio, una sapienza e un coraggio che lei stessa riconosce come «cose nuove». In questi dieci anni, gli ultimi della sua breve vita, avviene qualcosa di prodigioso: Caterina è riconosciuta come profeta e guida del popolo cristiano in un passaggio difficile, al pari di Mosè che aveva traghettato la sua gente attraverso il Mar Rosso. Fino allora il suo compito era stato «convertire i cuori», ma nell’ultimo decennio della vita Caterina vuole convertire e riformare la stessa Chiesa di Avignone sottomessa non solo al potere dei re francesi ma anche segnata dalla «temporalità» e dalla lontananza dal vangelo. Il pensiero di Caterina è lucido e veloce, il suo stile singolare anzi unico, ma come tante altre donne del suo tempo la giovane donna non sa scrivere e detta ad alcuni fedeli litterati della sua comunità le lettere indirizzate ai potenti e agli amici, scritti piene di grida, ammonimenti e preghiere. Nel 1374 i domenicani le assegnano come confessore e segretario personale Raimondo da Capua, forse anche con l’intento di controllarla. Ma fatalmente Raimondo diventa presto un suo devoto, la segue con amicizia e fedeltà assoluta tanto che è Caterina a raccomandargli di esser più libero e staccarsi da tutti, anche da lei («anche da me»).

Caterina sul frontespizio dell’edizione aldina delle Lettere (Xilografia, 1500)

Caterina dunque scrive, predica, consiglia, viaggia in Italia, va fino ad Avignone e contribuisce a far nascere nel pontefice Gregorio XI la decisione di tornare a Roma. Ma due anni dopo, nel 1378 con l’avvento di un antipapa, l’unità della Chiesa si frantuma e Caterina assiste impotente e disperata alla rovina.

Quando muore a Roma il 27 aprile del 1380 le sue ultime parole sono «dolce Gesù» e «sangue sangue sangue».

Nelle lettere di Caterina dalla prima all’ultima avvertiamo una corrente impetuosa di affettività, un senso straordinario della corporeità e di quella «dolcezza del cuore» che arriva talvolta a sconvolgerla: quando il sangue del condannato da lei convertito all’amore divino e alla pace, durante l’esecuzione capitale le macchia la veste e le invade i sensi e l’anima, scrive: «Riposto che fu, l’anima mia riposò in pace in tanto odore di sangue… che mi era venuto addosso di lui. Non voglio dire di più… Non vi meravigliate figlioli miei dolcissimi se io non vi impongo altro se non di vedervi annegati nel sangue e nel fuoco che versa il costato del figliolo di Dio…Gesù dolce Gesù amore» (lettera 273).

Enigmatica e grandissima Caterina. Vista dall’esterno, fuori dall’aura della sua santità canonica e dell’alta posizione di patrona d’Italia e d’Europa, appare ai nostri occhi di moderni ricca di contrasti difficili da comporre, spesso incomprensibili: una giovane donna incredibilmente tenace e determinata nell’opera che svolge in ambito pubblico (oggi diremmo politico), lucida e forte nelle sua idea di riforma religiosa che riprende con nuova forza molti motivi del dissenso cristiano e delle eresie, appassionata e inquieta nei pensieri e nella immaginazione, sofferente nel suo giovane corpo volontariamente e ostinatamente stremato dal digiuno[1].

Mariateresa Fumagalli Beonio BrocchieriVoce dall’Enciclopedia delle Donne

Note: [1] Interessante l’analisi di R. Bell (La santa anoressia, Laterza 1987) che rimane tuttavia generica: attraverso la malattia l’autore sembra voler spiegare il talento misterioso della santità femminile. È come pretendere di render conto delle straordinarie visioni di Ildegarda di Bingen attraverso gli attacchi di emicrania di cui soffriva. Oliver Sacks (L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Adelphi) scrive: «non tutti coloro che soffrono di mal di testa sono in grado di immaginare quel che Ildegarda vede nelle sue grandiose visioni….» e non tutte le anoressiche hanno la forza di parola e d’azione di Caterina.

Consigli di lettura:Le lettere di Caterina furono riunite dopo la sua morte e rimaneggiate in senso agiografico. Il Duprè Theseider (Epistolario di S. Caterina da Siena, Roma, 1940) riconosce l’autenticità delle 382 lettere ma ne edita criticamente solo 88. Possiamo rifarci all’edizione di U. Meattini ed. Paoline (ultima ed. 1987), Il Dialogo (Caterina l’ha chiamato Il libro della divina dottrina) è nelle Edizioni Cateriniane di G. Cavallini, Roma 1980.Interessante la traduzione italiana di alcune lettere: Vestitevi di sangue. Lettere ai fedeli (a cura di M.Colombo), Archinto 1991.Per orientarsi sui numerosi studi dedicati a Caterina da Siena, al di là di quelli più particolarmente agiografici, consiglio:C. Leonardi, Caterina la mistica, in Medioevo al femminile, Laterza I ed. 1989Scrittrici mistiche italiane a cura di G.Pozzi e C. Leonardi, Genova 1988Atti del Convegno, Todi 1983, Temi e problemi della mistica femminile, edito dal Centro Studi della spiritualità medievale.The feminine mind in medieval mysticism, in Creative women in medieval and early modern Italy, a cura di E. Ann Matter e John Coakley, University of Pennsylvania Press 1995.

Read More

Irene, la donna che si fece Imperatore

“Irene, l’unica donna che si fece uomo per governare i Romani d’Oriente. Santa per aver riammesso il culto delle immagini sacre, diabolica perché fece assassinare il suo unico figlio, morì in solitudine a Lesbo”.

Irene d’Atene fu imperatrice bizantina dal 797 all’802

Descrivere la vita di una santa non è mai stato facile. Se da un lato ci si imbatte sul suo profilo agiografico, ricolmo di una perfetta retorica descrittiva, dall’altro, magari scavando un po’, si possono trovare dettagli molto interessanti che permettono una ricostruzione biografica molto più vicina alla realtà. Se oltre a queste normali difficoltà ci si aggiunge pure un periodo turbolento e poco comprensibile come quello iconoclasta, ecco la vita di Irene diventare ancora più stimolante.

Come un’altra santa, Olga di Kiev, Irene fece di tutto per ottenere il potere e mostrò il suo lato più oscuro quando lo ottenne. Eppure, quando fu scelta dai messi imperiali, verosimilmente quindicenne, a fronte della sua straordinaria bellezza e della sua indubbia fede cristallina, mostrava poca vivacità e una naturale quanto educata timidezza.

Sotto il suo sguardo tenebroso celava però un che di superbia ben nascosto dalla dura educazione ricevuta in famiglia. Quando i messi imperiali la videro se ne compiacquero e mandarono subito le informazioni all’Imperatore che era alla spasmodica ricerca di una moglie per il proprio figlio maschio, Leone. Irene, ovviamente, accettò di buon grado l’offerta da parte del palazzo imperiale e acconsentì di sposare il figlio dell’Imperatore. Il loro matrimonio fu felice, e appena nove mesi dopo i due ebbero il primo figlio che chiamarono, per continuità dinastica, Costantino. Tutta la famiglia imperiale assistette al lieto evento e per un lungo periodo a Costantinopoli si fece festa.

Irene però pensava al futuro da principessa. Come sposa del prossimo Imperatore aveva degli obblighi ben definiti dal rigido protocollo romeo. Così ella si dedicò all’apprendere, ascoltare, curiosare, e a rendere il palazzo imperiale la sua futura casa. Il tempo però fu tiranno, così come il triste destino di Leone. Trascorsi appena cinque anni di matrimonio, Irene si trovò con le redini dell’Impero in mano, visto che il giovane Costantino VI era ancora piccolo per poter governare.

Solidi con l’effige di Irene

Il suo avvenire però non si concretò immediatamente, anzi, nel primo momento Irene fu accerchiata da oppositori e dai fratellastri di Leone. Oltre a ciò il suo essere donna non le rese la situazione certamente facile, anzi, gran parte della corte pensava che lei fosse del tutto inadatta al ruolo di “Imperatrice madre”.

Si deve però precisare che l’Impero dei Romani non era più quello ereditato da Giustiniano e prima di lui da Costantino, sebbene preservasse le leggi romane e la cultura greca, era molto affascinato dalla mistica cristiana. Le leggi promulgate da Leone III e da Costantino V, avevano consegnato alla moglie poteri maggiori che permettevano loro di tutelarsi dall’ingombrante presenza del pater familias. Infatti, nell’Impero della Nuova Roma la donna godeva di una posizione sociale ed amministrativa decisamente migliore di quanto le era stato riservato nella Roma di qualche secolo prima.

Irene riuscì a sfruttare tutto quello che la legge le permetteva. Appena assurta al potere scoprì di essere naturalmente portata per il comando. Quella che un tempo era una timida e provinciale donna della lontana e decaduta Atene, ora si stava trasformando in una perfetta burocrate costantinopolitana.

Nonostante fosse solo reggente fece sentire la sua voce ovunque: destrutturò l’élite iconoclasta costruita dal suocero sostituendola con una a lei fedele, sventò poi un colpo di stato ordito dai fratellastri di Leone confermando il suo unico figlio come erede legittimo di suo marito, Leone IV. La sua figura duale, madre premurosa e imperatrice mai si scollò, almeno fino a quando Costantino non crebbe abbastanza per prendere decisioni autonome. Molti gruppi, specie l’élite militare, vedevano nel figlio di Leone IV il discendente legittimo della famiglia imperiale, e quindi l’unico titolare al porfido trono. Quando fu maggiorenne Costantino tentò di emanciparsi ma questo gli riuscì solamente a livello teorico, il rapporto simbiotico madre-figlio mai si spezzò anzi, con gli anni crebbe in maniera abnorme.

L’esercito impose il figlio di Leone a mandare in esilio la madre una volta raggiunto il potere, ma Costantino non lo fece mai: prima la relegò agli arresti domiciliari, poi si convinse di restituirle la sua antica dimora ed infine le tolse anche l’obbligo di non vedere persone esterne al suo entourage.

Il sarcofago di Irene nella Basilica di Santa Sofia (Istanbul)

Irene ebbe così la possibilità di muoversi silenziosamente come un serpente marino degli oceani profondi. Appena poté colpire lo fece con una ferocia incredibile. Riuscì a far imprigionare il suo unico figlio e ordinò alle sue guardie di accecarlo. Si trovò così alla guida dell’Impero più grande e più prestigioso d’Europa, e non scelse il solito titolo femminile di Basilissa, ma optò per quello maschile di “Basileus ton Rhomaion” (Imperatore dei Romani). Dimostrando tutta la sua volontà non solo di governare, ma pure di comandare. Una donna che diventò uomo solo sui documenti e preservò, invece, la propria femminilità nella gestione di un potere ormai assoluto.

Irene fu anche capo militare e riuscì ad ottenere discreti successi contro Bulgari e Arabi. Ebbe forse un amante, per altro anch’egli ripudiato ed in seguito perseguitato, ma non si risposò. La sua straordinaria bellezza andò scemando negli anni a differenza della sua fede passionale, che divenne sempre elemento fondamentale nella sua perigliosa vita.

Gli anni del suo governo non sono ricordati come rivoluzionari. Irene anzi si mosse nel solco della tradizione, specie dopo il ritorno al culto delle immagini da lei lungamente e convintamente voluto. Le sue riforme amministrative ed economiche si rivelarono presto fallaci e controproducenti, tanto che furono abolite non appena Irene fu deposta. Cinque giorni dopo la sua cacciata arrivò una lettera da Carlo, re dei Franchi e nuovo Imperatore d’Occidente con una richiesta di matrimonio per Irene. Se la proposta fosse stata accolta, i due Imperi, le due Roma, si sarebbero potute riunire come un tempo ricostruendo l’unità così agognata da Giustiniano e dagli Imperatori dopo di lui.

Ma la lettera, come è stato detto, giunse troppo tardi ed Irene, con la sua indole autoritaria, già aveva creato molti dissapori nell’entourage imperiale. Il suo governo autocratico e solitario durò appena cinque anni. Poi venne deposta e costretta a prendere i voti monastici. Morì appena cinquantenne sull’isola di Lesbo, sola e dimenticata.

Nicola Bergamo

Consigli di lettura:

N. Bergamo, Irene, Imperatore di Bisanzio, Jouvence, Milano, 2015.

Read More

“Torture da Medioevo”

La Vergine di Norimberga abbraccia il fedele e lo accoglie nel suo ventre di ferro.

Gli occhi sbarrati fissano il vuoto, le labbra socchiuse lanciano un grido muto; il suo manto è infernale, la stretta è tagliente, il suo utero è popolato di lame che ti graffiano, ti tagliano, ti penetrano, si conficcano negli occhi e ti strappano le budella, fino a farti letteralmente a pezzi.

Una delle tante versioni dello strumento di torura noto come Vergine di Norimberga

Perché non è mica l’Immacolata, questa Vergine qui: no, questo è un sarcofago di ferro al cui interno sono fissati coltelli affilati su tutta la superficie mentre due lame, più lunghe e sottili, sono piazzate all’altezza degli occhi. Tutte le punte acuminate hanno la funzione di ferire il condannato senza lederne gli organi vitali, per prolungarne così quanto più possibile l’atroce agonia.

La Vergine di ferro – o Vergine di Norimberga – è forse il supplizio più celebre del Medioevo, tanto radicato nell’immaginario collettivo da aver dato il nome ad uno dei gruppi heavy metal più celebri della storia del rock: gli Iron Maiden, la cui iconica mascotte è uno zombi ghignante.

Peccato allora che una tale tortura, tanto terrificante da accarezzare le nostre paure e stuzzicare la sete di sangue, in realtà, non sia mai esistita. Già, perché di medievale, la Vergine di ferro, non ha proprio niente. E a dirla tutta, nemmeno di reale: il primo esemplare è stato trovato a Norimberga nel XIX secolo ma non è mai stato usato: nasce già allora, infatti, come falso storico fatto realizzare dagli aristocratici per impressionare i propri visitatori e assecondare il gusto per un finto medioevo gotico.

Il logo del gruppo heavy metal Iron Maiden

Come tanti altri oggetti simbolo dell’Età di Mezzo (a cominciare dalla cintura di castità) la Vergine di ferro è un mito coniato nel Settecento per contribuire a costruire l’idea del medioevo come epoca oscura e selvaggia: quella “pattumiera della storia” – per usare la definizione di Trockij – fatta di inquisitori, streghe e un enorme quantitativo di violenza e atrocità gratuite.Della Vergine, infatti, così come della maggior parte degli strumenti di tortura pseudo medievali, non solo non esistono originali, ma nemmeno fonti storiche che ne attestino l’utilizzo.“Ci si aspetterebbe di trovare almeno una menzione – scrive Gabriele Campagnano in Quei falsi sulle torture medievali pubblicato sul sito Zhistorica – nel Philippi a Limborch Historia inquisitionis, scritto nel 1692 da un teologo protestante fortemente critico della Chiesa”.

E invece nulla, silenzio assoluto. Anche se una base storica che ne ha ispirato la fantasia sembrerebbe esserci: è lo Schandmantel, ovvero il “Mantello della Vergogna”; una sorta di barile che le autorità civili facevano indossare alle prostitute con lo scopo di impartire una pubblica umiliazione. Insomma uno strumento che c’entra con la Vergine di Norimberga quanto la gogna con la ghigliottina. Bisogna dire comunque che il letale sarcofago è in ottima compagnia: la maggior parte degli strumenti di tortura che si possono ammirare nei tanti musei disseminati per il mondo non sono infatti documentati in alcun modo.La cosa paradossale è che non solo i musei della tortura (per farsi un’idea di quanti e quali siano basta andare sul sito www.torturemuseum.it) raccolgono esemplari di strumenti leggendari, ma buona parte di queste leggende sono state create ad arte dai musei stessi.

La Forcella dell’eretico

Un esempio clamoroso di falso contemporaneo è la Forcella dell’Eretico: si tratta di una doppia forchetta legata al collo, con le punte rivolte sotto il mento e al petto, che avrebbe avuto l’obiettivo di impedire qualsiasi movimento della testa della vittima, che poteva solo sussurrare “abiuro”. Citato persino nel volume La storia dell’inquisizione di Carlo Havas, trova in realtà la sua prima attestazione nel catalogo della mostra di strumenti di tortura organizzata nella Casermetta di Forte Belvedere a Firenze nel 1983.

Applicazione della tortura con la Forcella dell’eretico

Tanto terribile quanto fasulla è poi la “pera vaginale” che sarebbe stata utilizzata per dilatare vagine e orifizi anali di streghe e di cui esiste anche una variante orale. Un curioso ibrido tra una sedia elettrica e il letto di un fachiro indiano è poi la Sedia inquisitoria: un trono di ferro interamente ricoperto di punte acuminate, dove la vittima veniva legata durante l’interrogatorio. “Il quantitativo di metallo utilizzato e la presenza di chiodi fatti in serie – commenta Campagnano – lasciano presupporre una prima fabbricazione modernissima. È quantomeno sospetto che le prime riproduzioni della Sedia Inquisitoria siano del XX secolo, anzi, più precisamente, dell’ultimo quarto del secolo scorso”. Secondo lo studioso anche questo improbabile arnese potrebbe essere stato inventato appositamente per la mostra degli strumenti di tortura di Forte Belvedere che ha fatto conoscere – se non creato dal nulla – la Forcella.

La pera vaginale

Tra i più celebri e più sfacciatamente falsi storici c’è la Culla di Giuda, che vedeva il condannato sospeso al di sopra di un cavalletto in cima al quale era posta una piramide sulla quale, attraverso un sistema di corde, sarebbe stato mosso in modo che la punta penetrasse nei genitali o nell’ano. Nonostante faccia parte dell’immaginario collettivo, è difficile – al di fuori dei soliti musei della tortura – trovare qualcuno che gli dia seriamente credito.“D’altronde, immaginare un trabiccolo del genere – commenta ancora Campagnano -, per cui era necessario l’impiego di diverse persone, 4 funi e un puntale di legno, è storicamente (e fisicamente, visto l’impossibilità di mantenere in equilibrio l’imputato) demenziale”. Non a caso, ancora una volta, l’origine di questo marchingegno è la “fabbrica di falsi” di Forte Belvedere, e la datazione è sempre 1983.Non deve stupire, in realtà, tutta questa creatività nell’inventare atrocità tanto fantasiose, dal momento che la realtà storica – di suo – offre ben poco, e se i musei della tortura dovessero raccogliere strumenti realmente utilizzati resterebbero praticamente deserti.

Esempio di utilizzo di una versione della Culla di Giuda

Le torture usate nel Medioevo, infatti, erano poche e più semplici: c’erano i ‘tratti di corda’ (l’inquisito, con le mani legate dietro la schiena, veniva sollevato più volte in aria per mezzo d’un sistema di carrucole e poi lasciato cadere); il ‘cavalletto’ (un ordigno sul quale si stiravano le membra del torturato); il ‘fuoco’ (si ungevano i piedi del torturato per avvicinarli poi a una fonte di calore); la ‘stanghetta’ (un sistema di contenzione che comprimeva polsi e caviglie); le ‘cannette’ (si stringevano con appositi strumenti le dita giunte del tormentato); la ‘veglia’ (s’impediva al torturato, legato a un sedile, di addormentarsi per un periodo che poteva arrivare a quasi due giorni); la ‘bacchetta’, uno staffile che si poteva usare anche nei confronti dei minorenni, non però prima del nono anno d’età.L’uso dei carboni ardenti e del ferro rovente viene invece screditato dalle autorità ecclesiastiche a partire dal 1215, quando Innocenzo III proibisce di suffragare le torture con la benedizione, privandole così – a dispetto dei luoghi comuni – di ogni forma di sacralità.

La botte denominata Mantello della vergogna

D’altra parte non sono solo le torture ad essere oggetto di fantasie: “I luoghi comuni sull’inquisizione sono molti” spiega Franco Cardini in un’intervista con Avvenire pubblicata nel 2013. “La prima nozione da sfatare è che procedesse in modo arbitrario e per la volontà della Chiesa di asservire la società laica alla sua visione repressiva e fanatica. Ciò è totalmente privo di fondamento e corrisponde a una ‘leggenda nera’ avviata nei secoli XVIII e XIX, prima in ambito illuministico e poi protestante: due propagande calunniose, che volevano distorcere la realtà in modo anticattolico. Tra l’altro, i roghi erano più frequenti nei Paesi della Riforma, soprattutto calvinisti, che in quelli soggetti a Roma”.

La verità è che i processi dell’inquisizione erano in generale corretti e il ricorso alla tortura c’era nella misura in cui si trattava di un espediente usato a quel tempo nei tribunali laici. “Normalmente il processo inquisitoriale si concludeva col non luogo a procedere oppure con condanne leggere come l’esilio, pene pecuniarie, penitenze. Gli specialisti oscillano tra il 40 e il 70% di processi conclusi con una condanna, e in questa percentuale – alta ma non schiacciante – la pena capitale è relativamente rara, senza contare che c’erano infiniti modi per evitarla”.

I Catari al rogo in una miniatura

In sostanza il rogo coglieva solo l’eretico che si metteva nelle condizioni di essere considerato recidivo. E in generale non si finiva davanti all’Inquisizione per le proprie opinioni, ma sempre per l’accusa di reati effettivi come aver procurato aborti, avvelenato qualcuno o commesso delitti.

Quanto alla tortura: “Era chiaramente regolata: non doveva essere più feroce e dolorosa di un certo livello, doveva essere limitata nel tempo e spesso si svolgeva sotto il controllo di un medico. Inoltre poteva essere usata solo in due casi: quando le dichiarazioni dell’imputato erano contraddittorie o quando le prove di un processo non fossero chiare”. “Durante l’Alto Medioevo – scrive ancora Cardini in Storia della tortura giudiziaria pubblicato su Medievista.it – la tortura fu in genere sostituita dall’ordalia, che con essa aveva in comune la concezione del rapporto tra coscienza soggettiva d’innocenza (o di colpevolezza) e capacità di sopportare prove e sofferenze”.

Papa Innocenzo IV ritratto in una miniatura

L’interrogatorio sotto tortura, invece, è attestato a partire dal 1228 nel Liber iuris civilis, e viene legittimato da Innocenzo IV nel 1252.Si dovevano però evitare sia la mutilazione permanente sia la morte. “In età tardo medievale e rinascimentale abbondano i trattati sulla tortura che si preoccupano di legittimare e al tempo stesso di disciplinare la pratica. Già nei giuristi medievali si avvertono molto vivi la preoccupazione per gli abusi e il dubbio sull’efficacia della tortura in rapporto alla fragilità umana e alla paura del dolore”.Tuttavia, molto forte era l’argomentazione dell’inquisitore Bernardo Gui (divenuto celebre come antagonista in Il nome della rosa) secondo il quale “la sofferenza induce a riflettere”.

“Sia nei processi civili sia in quelli inquisitori ali – continua Cardini – la tortura era raccomandata nei casi in cui l’imputato si ostinasse a negare la sua colpa ma non fosse in grado di dimostrare con prove o argomentazioni la sua innocenza; o quando, pur avendo egli ammesso la colpa, vi fossero fondati motivi per ritenere non completa la sua confessione”.

Naturalmente erano previste categorie di persone verso le quali la tortura era inapplicabile: nobili, i militari, cavalieri, chierici, bambini, vecchi e donne incinte. Con tutte le deroghe del caso, ovviamente. La tortura poteva essere inoltre applicata solo sulla base di una preliminare sentenza, rispetto alla quale l’imputato poteva appellarsi: “Se e quando possibile, si tendeva a far sì che la sola paura della sofferenza bastasse a far confessare la verità. All’applicazione della tortura, che doveva essere eseguita secondo i limiti, nei modi e nei tempi sanciti nella sentenza, dovevano assistere i giudici inquisitoriali (quindi il vescovo del luogo e l’inquisitore) o i loro vicari ufficiali”.

L’ordalia di Riccarda di Svevia (840-906 ca.), in un dipinto di Dierec Bouts

Mezzi e sistemi di tortura variavano in relazione alle consuetudini locali: il testimone che avesse resistito al dolore senza ritrattare era considerato veridico e l’imputato che vi avesse resistito senza confessare era dichiarato innocente. I notai erano chiamati a registrare con precisione carattere e durata dei singoli tipi di tortura; dopo di essa, si chiedeva all’imputato confesso di confermare la sua confessione, nel qual caso si parlava di confessione spontanea.“È indebito il carico che talora si fa ai tribunali inquisitoriali di aver usato sistematicamente la tortura: in ciò, essi non facevano che seguire la pratica giuridica dell’epoca; e vi sono testimonianze numerose d’una forte resistenza degli inquisitori a servirsi dell’extrema ratio, cui si ricorreva di solito soltanto dopo aver provato altre vie, quali, anzitutto, la prigione ‘stretta’ che prevedeva digiuno e privazione del sonno”.

Il domenicano frate Eliseo Marini, nel suo Sacro arsenale pubblicato nel 1631, sosteneva che la tortura dovesse essere applicata solo se le altre prove fossero del tutto insufficienti, e massima l’incertezza; e ammoniva che si procedesse con prudenza, si mostrassero all’imputato gli strumenti di tortura prima di usarli, gli si proponesse ripetutamente di pensare a quel che faceva, s’interrompesse più volte il procedimento per dargli modo di riflettere.

“La costrizione della volontà risulta insomma chiara – conclude Cardini – ma l’arbitrio dei giudici e la durezza del tormento si riducevano e si disciplinavano per quanto era possibile”. Torturare sì, insomma: ma con giudizio.

Arnaldo Casali

Consigli di letturaModesto Rastrelli, Fatti attenenti all’Inquisizione e sua istoria generale, e particolare di Toscana, 1782.Franco Cardini, Marina Montesano, La lunga storia dell’inquisizione. Luci e ombre della «leggenda nera», Città Nuova, 2005.Andrea Del Col, L’inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo, Mondadori, 2007.Franco Di Bella, Storia della tortura, Odoya, 2008.Henry Veyrier Roland Le Musée des supplices, Villeneuve 1973.

Read More

  • Consenso al trattamento dati