fbpx

Category Archives: Ultimi articoli

Genserico, il vandalo che umiliò Roma

“Grande pensatore, uomo di poche parole. Disprezzava il lusso ed era terribile nei suoi scatti d’ira. Desideroso in continuazione di nuove conquiste, era molto abile nel comandare i suoi barbari e nel fomentare zizzania fra i suoi nemici.”

Genserico saccheggia Roma nel 455 (Karl Brjullov, 1836)

Così lo storico Jordanes (VI sec.) descrisse, circa un secolo dopo dal suo apogeo, il carattere del più abile re vandalo.

Genserico era figlio naturale di Godigiseleo, re dei Vandali. Il popolo che noi diciamo Vandalo, era in realtà una confederazione di tribù germaniche situate oltre il Danubio. Lo storico Tacito li situava, nella sua opera La Germania, del I d.C., oltre i territori dell’Impero assieme ai Marsi, ai Gambrivi e agli Suebi.

Paolo Diacono, nella sua Storia dei Longobardi, ci informa che, dopo una migrazione dei Winnili (Longobardi) dalla Scandinavia alla Scoringia, identificabile con l’attuale Polonia, i Vandali, sotto la guida dei due re, Ambri e Assi, guerreggiavano coi popoli circostanti. Dunque verso il IV secolo, essi dovevano trovarsi nell’area dell’Ungheria o della Polonia. Forse nel 406, i gruppi più riottosi, i Vandali Asdingi e Silingi, avrebbero attraversato il Reno presso Magonza, con alla testa Gunderico (primo figlio di Godigiseleo) e, assieme a gruppi di Suebi ed Alani, dopo aver raso al suolo la città, avrebbero invaso la Gallia. Dopo tre anni di marce e saccheggi, li ritroviamo presso i Pirenei, superati i quali, destarono la preoccupazione dell’imperatore d’Occidente il quale richiese ai più fidati Visigoti di attaccarli e cacciarli. Negli anni seguenti il popolo vandalo fu impegnato in Spagna a fronteggiare le tribù barbare rivali, i possidenti romano-ispanici e le truppe visigote filo-romane che li avrebbero rintuzzati nel sud della penisola che, ma non è certo, avrebbe ereditato il nome di Vandalusia, terra dei Vandali, oggi Andalusia.

Le migrazioni dei Vandali

Gli anni della occupazione della penisola iberica dovettero essere particolarmente violenti. Così li ricorda il cronista Idazio: “Imperversando i barbari per la Spagna, e infuriando il male della pestilenza, i tirannici esattori e le milizie, depredano le sostanze nascoste nelle città. La carestia infuriò così forte che carni umane furono divorate dal genere umano: le madri uccisero o cossero i propri nati, mangiandoseli. Le bestie feroci, abituate ai cadaveri uccisi con la spada, dalla fame o malattia, uccidono qualsiasi essere umano con le forze che gli restano, si nutrono di carne, preparando così la brutale distruzione del genere umano. E la punizione di Dio, preannunciata dai profeti, si verificò con le quattro piaghe che devastarono l’intera Terra: la carestia, la peste, la spada e le bestie.” Nel 420 i Vandali riportano un’importante vittoria contro l’esercito goto-romano capitanato da Castino, assicurandosi il dominio sui porti della Spagna meridionale. Dopo aver assunto dei costruttori di navi del luogo, i Vandali iniziarono timidamente a praticare la navigazione “arte a loro precedentemente sconosciuta”, ma ben presto i vascelli vandali raggiunsero le Baleari ed anche la Mauritania.A capo dei Vandali, in questi anni, troviamo ancora Gunderico “ma egli – scrive lo storico romano Procopio – era ancora molto giovane, senza quel forte temperamento che invece era la caratteristica precipua di Genserico il quale aveva appreso l’arte della guerra alla perfezione ed era quindi il migliore fra tutti gli uomini”. Così, verso il 428, la carica di sovrano passò – forse dopo la morte prematura di Gunderico – al fratellastro trentenne colui che avrebbe condotto il popolo vandalo verso memorabili imprese. Genserico doveva assecondare sia il desiderio dei veterani di stabilirsi in un territorio dove poter coltivare i campi, facendosi una famiglia, sia le leve più giovani e ambiziose: dopo aver compreso che essi mai avrebbero potuto rivestire funzioni in nome dell’Impero in Spagna, per la ingombrante presenza dei più fidati Visigoti, il sovrano stabilì di volgere le proprie attenzioni alla vicina provincia d’Africa.

Sant’Agostino in un affresco di Sandro Botticelli

Zoppo da una gamba, per una caduta mal curata, Genserico avrebbe riassaporato il gusto di condurre i propri uomini alla vittoria dal pontile di una nave, anziché dalla sella di un cavallo. Nel 429 l’intero popolo vandalo, ammontante a circa 50.000 uomini, di cui almeno 15.000 armati, attraversò i pochi chilometri dello stretto di Gibilterra, riversandosi in Mauritania dove la resistenza bizantina era minore: vi erano infatti stanziati solo 5 reggimenti comitatensi, di cui appena due effettivi e altre truppe preposte al presidio dei castelli, per un totale di circa 1.500 armati. La resistenza bizantina, perciò, fu praticamente nulla. A ciò si aggiunga, un possibile invito da parte del condottiero imperiale Bonifacio che, secondo Jordanes e Procopio, avrebbe addirittura favorito lo sbarco vandalo. Ma perché?

Bonifacio aveva mantenuto l’ordine in Mauritania con l’uso della forza, ottenendo brillanti risultati contro i Mauri e altri popoli del deserto. Ma sant’Agostino, in una lettera, lo rimprovera giacché ora quello stesso Bonifacio “tollera che i barbari saccheggino e devastino ampie regioni un tempo popolose e ora ridotte a squallidi deserti”. Bonifacio viveva a quel tempo un profondo dissidio religioso: avrebbe voluto vivere ispirandosi al messaggio evangelico, e si trovò invece sempre a combattere ed uccidere. Agostino lo rassicurò più volte, affermando che “si inizia una guerra per conseguire la pace”, inoltre, pur avendo pensato di vivere in continenza per farsi monaco, Bonifacio sposò una donna ariana, suscitando lo sdegno del futuro santo il quale, comunque, si era comportato – all’ opposto- nello stesso modo: pur avendo vissuto in concubinato per quindici anni con una donna, da cui ebbe anche un figlio, Agostino infine la lasciò per farsi sacerdote. “Cosa altro posso dire in questo momento in cui i Vandali distruggono l’Africa e tu sei attanagliato da questa imbarazzante situazione, senza che tu faccia nulla? Non avrei dovuto dissuaderti dal farti monaco, almeno non avresti fatto danno alla collettività, continuando con la tua opera militare”! Rifiutatosi di recarsi a Ravenna nel 427 per spiegare i suoi insuccessi, Bonifacio provocò una spedizione finalizzata alla sua cattura. A questo punto –ma gli storici non concordano- avrebbe preferito l’aiuto dell’ariano Genserico anziché affrontare da solo l’esercito imperiale: fu perciò grazie a queste truppe – e la fede ariana della moglie non dovette certo essere un ostacolo!- che egli riuscì a ottenere una tregua con l’insoddisfatto imperatore per poi essere subito impegnato in una lotta contro i Vandali che, irrimediabilmente, perse.

Durante l’assedio di Ippona, dove riparò Bonifacio, moriva anche Sant’ Agostino, come narra il suo biografo Possidio che ricorda come “gli invasori passarono anche nelle altre regioni, e imperversando con ogni crudeltà saccheggiarono tutto ciò che poterono fra spoliazioni, stragi, tormenti, incendi e altri innumerevoli e nefandi disastri. Non risparmiarono né sesso né età, neanche i sacerdoti e i ministri di Dio, neppure gli ornamenti, le suppellettili e gli edifici delle chiese”. Genserico e i suoi si erano dunque convertiti al cristianesimo, ma nella versione eretica di Ario, e perciò la guerra in Africa assunse anche i toni dell’intolleranza religiosa contro coloro che abitavano quelle regioni e che, come il loro vescovo Agostino, erano invece cattolici.

Le rovine della città romana di Ippona

Alla guida di Ippona venne posto l’alano Aspar, il quale stabilì rapporti più amicali con Genserico, che era “Re dei Vandali e degli Alani”, al punto da far riconoscere i Vandali come foederati. Aspar aveva mantenuto il controllo su Cartagine fino al 434, lasciando comunque a Genserico la possibilità di fare razzie dal porto di Ippona. Nel 439, con un attacco a sorpresa, stando a Idazio, i Vandali si impadronirono di Cartagine, del suo porto e dei suoi cantieri, riuscendo in breve tempo a far costruire una flotta assai potente. Già un anno dopo la conquista di Cartagine, Alani, Vandali, Goti e Mauri saccheggiano le coste della Sicilia che, dopo la caduta della Provincia d’Africa, era divenuta la principale fornitrice di olio e cereali dell’Italia. La flotta bizantina, con a capo il goto-romano Aerobindo, dovette rapidamente fare retromarcia, ancor prima di impegnar battaglia, per una minaccia unna nei Balcani e per gli attacchi persiani nel limes orientale.

L’imperatore, a questo punto, dovette riconoscere a Genserico il titolo di Governatore indipendente, concedendogli ampi territori della Mauritania, da Gibilterra a Cartagine, su tutte le Province dell’Africa occidentale (Proconsolare, Bizacena e Tripolitania). Genserico aveva ottenuto ciò che per molti germani era un sogno: essere cioè inquadrato in quel sistema imperiale che era l’autorità riconosciuta da Oriente a Occidente. Il poeta Merobaudo così descrive questo mutamento: “Il barbaro che ha osato devastare il palazzo reale di Didone […] ora non si presenta più come nemico e desidera ardentemente avvicinarsi alla dottrina di Roma, per trattare i Romani come suoi congiunti e per far unire in matrimonio la sua prole”. In effetti una proposta di matrimonio fra Eudocia, figlia dell’imperatore d’Occidente, e Unnerico, figlio del re vandalo, era stata probabilmente avanzata dal generale Ezio, consapevole dell’impossibilità di sconfiggere in battaglia i Vandali. L’allettante proposta però indusse Genserico a commettere il suo primo grande errore politico: Unnerico era già sposato con una principessa visigota, ma Genserico, per liberarlo da quel vincolo, fece accusare ingiustamente la fanciulla di aver tentato di avvelenarlo. Dopo averle fatto tagliare naso e orecchie, fu rimandata a Tolosa dal padre che giurò vendetta. Da allora tra Visigoti e Vandali fu guerra aperta mentre la proposta di matrimonio proveniente da Roma fu annullata: Genserico aveva acquisito soltanto un nuovo nemico.

Medaglione di Licinia Eudocia, V secolo

Dopo la conquista africana, Genserico dovette probabilmente godersi i frutti delle sue conquiste: il poeta Sidonio lo descrive come “un ubriacone, la cui flaccidezza ha preso il sopravvento e il cui stomaco, già pieno di cibarie, riesce a malapena a digerire altro”. Se il disilluso poeta latino voleva raffigurare un condottiero dimentico delle sue imprese e oramai sprofondato nel vizio, i fatti degli anni successivi lo dovettero far lungamente ricredere.Dopo l’omicidio del generale Ezio, ordito dal sospettoso imperatore Valentiniano, quest’ultimo fu pugnalato a morte dai buccellarii, le guardie del corpo, che così vendicarono il generale alano. La situazione politica a Roma precipitò: la vedova di Valentiniano dovette sposare Petronio Massimo, nuovo imperatore, ed Eudocia, precedentemente promessa al figlio di Genserico, fu data in sposa al figlio dell’usurpatore. Ora che Ezio e Valentiniano, coi quali Genserico aveva stipulato un trattato di pace, erano morti, anche il trattato aveva perso la sua validità: Eudossia, inoltre, orripilata dal comportamento del suo nuovo marito, scrisse al re vandalo, richiedendo la sua protezione. Per dieci anni i Vandali avevano rafforzato la loro flotta per una grande spedizione: ora era giunta la grande occasione. La missione fu organizzata in tempi rapidissimi e la bella stagione favorì la riuscita dell’impresa.

Il saccheggio di Roma in un’opera di Heinrich Leutemann del 1870

Alla fine del maggio del 455 la flotta giunse alle foci del Tevere e nessuno osò ostacolarla. L’esercito, composto da guerrieri vandali e cavalieri mauri, bloccò Porto e si accampò Ad sextum, probabilmente sulla via Portuense. La notizia gettò Roma nel panico e lo stesso Petronio Massimo, preso da timore, il 31 maggio montò a cavallo per fuggire. La folla però, sentendosi abbandonata, dopo averlo riconosciuto, atterratolo da cavallo a sassate, lo linciò e il suo cadavere, fatto a pezzi, fu gettato nel Tevere: l’usurpazione di Petronio, durata appena tre mesi, si era conclusa nel modo più tragico.

I Vandali entrarono a Roma il 2 giugno, senza nessuna milizia ad ostacolarli. Il sovrano fu ricevuto da papa Leone – lo stesso che nel 452 aveva fermato Attila alle porte di Roma- il quale lo convinse a non mettere a ferro a fuoco l’Urbe. Perciò Genserico, che per le due settimane seguenti risiedette nel Palazzo imperiale sul Palatino, ebbe campo libero per saccheggiare la città, scegliendo i monumenti, razziando i palazzi, facendo un enorme bottino e riportando a Cartagine un grande numero di prigionieri. Prospero d’Aquitania, testimone degli eventi, ricorda che “per 14 giorni Roma fu spogliata di tutte le sue ricchezze, attraverso una sicura e libera ricerca del bottino”.

Valentiniano aveva fatto restaurare appena cinque anni prima il palazzo imperiale, da cui fu portata via una enorme quantità d’oro e di gemme. Fu asportata metà della volta dorata del tempio di Giove Capitolino, i tesori del Tempio di Salomone, portati a Roma da Tito, furono caricati sulle navi vandale, assieme a centinaia di insegne imperiali che andarono ad adornare il palazzo di Genserico. Furono risparmiate solo le statue bronzee della città. A differenza di Alarico, che mostrò clemenza verso i luoghi di culto, Genserico – ariano intransigente – si accanì contro le chiese e le reliquie care ai cattolici. Inoltre, furono condotti come prigionieri anche l’imperatrice Eudossia con le sue figlie, Eudocia e Placidia, e anche Gaudenzio, figlio del generale Ezio. Roma, dopo secoli di imbattibilità, fu violata e oltraggiata lasciando nella memoria collettiva un terribile ed indelebile segno.

Dopo questo enorme successo, la grandezza di Genserico non venne più contrastata. Forte di questa consapevolezza avrebbe introdotto delle riforme innovative e clamorose. Per evitare congiure di tipo tribale, ai giovani furono concesse ampie fette nella gestione del potere, senza talvolta che essi appartenessero a famiglie vandale aristocratiche; persino la successione al trono non fu limitata alla sola famiglia reale, andando contro l’antica consuetudine germanica.

Procopio ci informa poi di una importante riforma militare: Genserico avrebbe infatti inquadrato i suoi guerrieri dividendoli in 80 compagnie guidate da capitani detti in greco chiliarca, che significa “comandante di 1000 uomini”. Lentamente però i veterani alani e vandali abbandonarono le armi, per crearsi una famiglia, lasciando spazio nell’esercito a guerrieri moreschi che andarono a costituire la nuova forza militare di Genserico.

I vandali si stabilirono nella prima metà del V secolo in Africa settentrionale. Il regno vandalo, che aveva la sua capitale in Cartagine, durò poco piú di cento anni e crollò nel 534, quando venne riconquistato dai bizantini

Negli anni seguenti la flotta vandala continuò incontrastata a saccheggiare le coste del Mediterraneo. Dopo il velleitario tentativo di reazione dell’imperatore Maggioriano (†460), Genserico riprese le sue scorribande nel Mediterraneo, soggiogando la Sardegna, la Corsica e le Baleari. Nel 467, però, Genserico commise il suo secondo errore politico, violando, durante una razzia, il territorio della Grecia meridionale, di pertinenza bizantina. La reazione imperiale questa volta fu unanime e concorde: sarebbero stati stanziati 30.000 chili di oro e 300 di argento per allestire una flotta di 11.000 navi e 100.000 guerrieri. Le cifre – tramandate dagli storici coevi – sono certamente esagerate, ma l’azione imperiale fu seria, al punto da ridurre le finanze dell’Impero romano a poca cosa. Con a capo il generale Basilisco, la flotta bizantina si congiunse con quella italica di Marcellino e con quella africana guidata da Eraclio.

In Sardegna, Marcellino impegnò seriamente la flotta di Genserico, fino a recuperare il controllo sull’isola. In Sicilia, addirittura, Basilisco trionfò affondando 340 galee vandale. Eraclio, giunto in Tripolitania, sbarcò con una grande armata che ben presto si sarebbe scontrata con l’esercito vandalo che utilizzava una falange fatta di cammelli e uomini appiedati, armati di lance, scudi e giavellotti. Eraclio però neutralizzò la falange vandala grazie a un contrattacco di arcieri a cavallo, per lo più unni: per Eraclio la strada verso Cartagine era aperta.

La flotta di Basilisco attendeva gli eventi poco distante da Cartagine, attraccata all’attuale Capo Bon. Genserico dovette utilizzare tutta la sua abilità di stratega per uscire da una rischiosa empasse: dopo aver caricato di materiale infiammabile alcune vecchie galee, il condottiero vandalo le fece andare al largo, contro le navi di Basilisco. Al mattino, complice il vento, la flotta imperiale era in rotta. Marcellino, in Sicilia, cadde vittima di un attentato, probabilmente per mano di un sicario vandalo. Eraclio, rimasto solo, preferì ripiegare verso Oriente, anziché proseguire in quella che ora era una missione impossibile. I due imperi erano stati sconfitti, le finanze imperiali erano sul lastrico e Genserico risultava il condottiero più forte del Mediterraneo. Col fine di mantenere intatto il suo regno, “incoraggiava il re dei Visigoti, Eurico, ad ampliare i suoi territori a danno dell’Impero d’Occidente”, scrive Jordanes, e altrettanto fece con gli Ostrogoti per l’Italia e con gli Unni di Attila che contrappose, elargendo favori, ai Visigoti.

Negli ultimi anni della sua vita, Genserico mostrò un atteggiamento particolarmente mite, specie nei confronti dei cristiani cattolici. Dopo l’incontro con il magnanimo e incorruttibile ambasciatore bizantino Severo, che rifiutò ingenti somme di denaro pur di riportare in patria gli ostaggi, Genserico avrebbe ottenuto, grazie alla sua tolleranza, il riconoscimento da parte dell’Imperatore d’Oriente, di tutti i suoi territori, comprese le Baleari, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. L’anziano sovrano, oramai, rifuggiva la guerra: aveva assistito alla caduta dell’Impero d’Occidente, aveva creato un potente regno, era sopravvissuto ai più potenti condottieri del suo tempo ed aveva persino saccheggiato Roma.

Un anno dopo la deposizione dell’ultimo imperatore d’Occidente, nel 477, Genserico moriva, a circa 80 anni, di morte naturale, in uno scenario in cui i sovrani e i condottieri erano spesso mira di assassini e congiure. Il suo regno, una creazione dovuta alla sua abilità e intraprendenza, non gli sarebbe sopravvissuto: dopo appena 50 anni, il regno vandalico viene riconquistato dai Bizantini di Giustiniano e il suo ultimo successore, Gelimero, sconfitto dal generale Belisario, viene condotto come prigioniero nel 534 a Costantinopoli.

Federico Canaccini Questo articolo è stato pubblicato nel n. 207 della rivista MedioEvo (Aprile 2014).

Read More

Digenis Akritas, eroe anarchico dell’epopea bizantina

La storia millenaria dell’Impero Romano d’Oriente è da qualche anno finalmente sdoganata dai soliti cliché di stampo illuministico-positivistico che l’avevano relegata a storia di second’ordine. Bisanzio, ovvero Nuova Roma-Costantinopoli, fu un faro di cultura, politica e religione nell’intero arco del periodo che ancora oggi chiamiamo Medioevo. Nel primo spazio temporale, tra la caduta di Roma e l’anno mille, l’Impero d’Oriente fu la vera fiaccola di civiltà e prosecutore materiale dell’antica caput mundi. Una società colta, come la definiva il Kazhdan, ricca di un humus sociale figlio di antiche e diverse comunità, ora però unite sotto un unico scettro. Questo mélange di diversità portò Sir Robert Byron a definire l’Impero dei Romani d’Oriente come una “tripla fusione” composta da un corpo romano, da una mente greca, e da un’anima orientale.

Gli Acriti (soldati scelti bizantini) in un’antica rappresentazione.

In questa società, per certi versi eclettica, per altri terribilmente conservatrice, non erano rari gli amori dissoluti. Nelle varie opere giunte fino ai giorni nostri, ve n’è una assai interessante che stuzzica l’immaginazione e ricolma uno spazio creduto sperduto sotto la rigida dottrina cristiana. Tal opera è il Digenis Akritas. Questo poema, per altro anonimo, è tra i più importati di tutta l’epopea bizantina. Gli ultimi studi lo riconducono al X secolo, un periodo di grandi cambiamenti nell’Impero dei Romei. La dinastia Macedone, che governava Costantinopoli da quasi un secolo, aveva infatti dato vita ad una grande fase espansiva a danni dell’Impero degli Arabi Abbasidi. Una sorta di guerra perenne dove un’ampia fascia di territorio, confinante tra le due grandi realtà geopolitiche della zona, era in balia di bande combattenti.

Una pagina del manoscritto originale del XII secolo, vergato in greco bizantino

In questi luoghi, tra un monte romeo e una valle araba, ecco che sboccia la leggenda del grande Digenis, anch’egli figlio di queste terre essendo, come dice il suo nome, figlio di due etnie. L’eroe non assomiglia ai suoi alter-ego latini, come Orlando o Cid. Lui non ama essere fedele al suo Imperatore, anzi è totalmente avulso dalle gerarchie e così amante della propria libertà che si dissocia da ogni legame con Costantinopoli e continua la sua vita seguendo un individualismo senza limiti. Digenis non segue alcuna forma di onore formale, bensì vive di emozioni forti e segue solamente il suo fiuto e il suo codice etico. Più che un eroe è un antieroe, difende principalmente se stesso e la sua amata consorte.

Eppure le sue grandi doti guerresche e le sue gesta inconsulte non rimangono sorde all’orecchio del Basileus. L’Imperatore tenta di conoscere questo grande guerriero, l’Akrita, ossia colui che combatte nel confine dell’Impero, ma Digenis non accetta mai di incontrarlo, anzi, lo sfida affermando che sarebbe in grado di batterlo senza alcuna difficoltà. D’altronde l’antieroe è un figlio del confine, non ha legami di giuramento e non è un servitore dell’impero.

Digenis è un personaggio solitario, non ha compagni con i quali poter dividere le proprie avventure, preferisce la singolar tenzone alle grandi battaglie. È di certo cristiano, ma non segue pedissequamente i dettami della legge divina, anzi i suoi comportamenti, sebbene mitigati alcune volte dal terrore della punizione divina, sono al di fuori di ogni regola. Non è un cavaliere che difende la fede dai nemici musulmani, pur preservando forte la sua indole cristiana non combatte i suoi nemici in quanto miscredenti, ma li distrugge solo per un suo particolare vanto e per aumentare ulteriormente la sua aura di invincibilità.

Basilio Akritas e il drago raffigurati in un piatto bizantino del XIII secolo

D’altronde il confine non è terra per nobili ed eroi. È un luogo di scontro continuo e assiduo fatto di ratti, di punizioni, di scontri e battaglie senza mai una fine. Non esiste, infatti, uno scontro finale che porti poi alla pace tra i contendenti e questo genera nell’antieroe una continua ricerca della preservazione del proprio essere e del suo strettissimo cerchio famigliare. Come dice perfettamente Maltese, il codice di Digenis è costituito da: “onore, per l’uomo, è rapire e sposare la donna amata, difendere la propria donna dagli aggressori esterni, razziare e possedere le donne altrui”.

Il poema nasce proprio da un ratto compiuto dal padre dell’eroe, Musur, che approfittando dell’assenza del genitore e dei fratelli, rapisce una fanciulla figlia di un generale romeo stanziato sul confine. L’emiro arabo, però, si innamora perdutamente della donna e decide di convertirsi al cristianesimo, assieme a tutto il suo gruppo, e di tornare nelle terre imperiali. Può così sposarsi e generare prole, l’anno successivo nasce Digenis.

Digenis segue le orme paterne ma non si innamora di alcuna donna mussulmana, bensì di una splendida donna cristiana, tenuta però segregata e ben protetta in casa dal gelosissimo padre. L’innamorato sfodera così tutto il suo charme da grande amatore. Inizia a corteggiare la fanciulla cantando sotto la sua finestra accompagnandosi con una cetra, lei si mostra dalla finestra e si innamora perdutamente dell’eroe. Così, Digenis, la convince a scappare e la rapisce in una notte stellata. Appena il padre si accorge che sua figlia è sparita, assieme ai suoi figli maschi, rincorre i due fuggitivi e li raggiunge. Digenis non mostra paura ed impavido li affronta e li vince sconfiggendoli tutti. Al padre non resta che riconoscere l’amore della figlia e le intenzioni dell’eroe.

Il romanzo però non termina qui, anzi, si infittisce di interessantissimi aneddoti e la narrazione diventa sempre più avvincente. Ora che l’eroe ha ottenuto la sua bella la deve difendere dalle mille avversità e da diversi pericoli. D’altronde il confine non è luogo di pace e di tranquillità, anzi è località irta di ostacoli e bramosa di vite umane. Digenis dimostra tutto il suo valore vincendo subito un drago che per l’occasione si era trasformato in un bellissimo giovane e aveva tentato di violentare la moglie. Poi è il turno di un leone che l’acrita vince uccidendolo con un colpo di clava, ma la vita di frontiera non permette sogni tranquilli. I due, mentre cantano il loro amore, vengono sorpresi da un gruppo di predoni. Digenis li sconfigge tutti poi sfida i loro migliori guerrieri a duello, vincendo ancora una volta.

Akristas e il drago – Piatto bizantino – Museo Archeologico di Castro (LE)

La donna, in questo ambiente, è il centro di tutto il nucleo narrativo. Il possesso, il ratto, la difesa di essa è il fulcro dell’onorabilità dell’eroe o del guerriero. Digenis però non si limita solo a questo. Anzi, non contento della sua vita famigliare tradisce l’amata per ben due volte. La prima esperienza si concreta poco dopo il matrimonio, con una donna araba appena vista vicino ad una fonte in pieno deserto. La donna è così bella che Digenis crede di cadere in un tranello del demonio e si fa il segno della croce. Una volta vinte le sue paure si avvicina ed inizia ad ascoltare la sua richiesta d’aiuto. Lei è così triste per problemi di cuore, si è innamorata di un soldato romeo che dopo tre giorni di passione l’ha abbandonata in mezzo al deserto senza lasciarle nulla per vivere. Mentre la ragazza racconta le sue vicende, ecco che giunge un gruppo di predoni arabi con l’intento di uccidere entrambi. A quel punto Digenis, rimasto in incognito, sfodera tutta la sua baldanza guerriera e sconfigge velocemente i nemici. L’eroe è così costretto a rivelarsi e promette alla donna di portarla dal suo amante e di costringerlo poi a sposarla. Ma il richiamo fisico è troppo forte, durante il tragitto, Digenis, pur respinto a forza dalla dama, la violenta. Una volta ricondotta la donna dal suo amante romeo e dopo averlo costretto a sposarla torna verso casa con il cuore ricolmo di sensi di colpa, mostrando ancora una volta la sua psicologia ambivalente. Da un lato costringe il suo rivale in amore ad accettare il matrimonio affermando così il suo codice etico cristiano, da un altro dimostra la sua codardia nel non rilevare all’uomo la violenza perpetrata a danni della sua futura moglie.

Eppure anche quest’azione non placa la sua voglia di primeggiare. L’animo del nostro eroe non è mai, infatti, domo, tutt’altro esso è un vortice di passioni inconsulte che sfociano sempre in combattimenti fisici. Quando, nel suo quotidiano controllo delle frontiere, trova un gruppo di predoni, si scaglia con tutta la sua forza contro di loro e li stermina velocemente. Mentre sta finendo gli ultimi avversari vede apparire il loro capo: l’amazzone Maximò che lo sfida a duello. Lo scontro è alla pari, nessuno dei due duellanti pare vincere, fino a quando Digenis riesce a ferire la mano dell’avversaria facendole perdere la spada. A quel punto Maximò supplica il nostro eroe di non ucciderla offrendosi, ancora vergine, all’acrita. Digenis rifiuta in prima battuta, affermando di avere già una bella moglie a casa che lo attende, ma la vista dell’amazzone, coperta solamente di un vestito simile ad una ragnatela, lo fa avvampare e l’unione fisica si concreta ancora una volta. Intanto la moglie, insospettita dal ritardo, chiede a Digenis i motivi di tale fatto ma lui dimostra una grande abilità oratoria e riesce a convincerla usando parole dolci. Poi però il senso della vergogna diventa irresistibile, l’eroe torna sul luogo del misfatto e uccide l’amazzone.

In conclusione, si può affermare che il Digenis è un campione anarchico che vive ogni giorno della sua vita come se fosse l’ultimo. La sua fiamma ardente è votata alla battaglia, materia in cui eccelle, anzi ne è il campione, ma senza la sua controparte fisica, ossia l’amore biblico verso le donne che in precedenza aveva difeso e quindi conquistato, il suo temperamento non avrebbe pace. Non avendo capi non ha neppure un codice morale né un codice etico, il suo comportamento è legato al luogo in cui risiede, una sorta di limbo dove tutto può accadere senza avere grosse conseguenze. Essendo lui stesso emblema di quella terra ne respira e ne vive le contraddizioni più vere e sincere. L’arcaico tipo di guerriero della frontiera si fonde così, come dice giustamente Maltese, nella più recente epica cristiana mantenendo però le contraddizioni di questi due mondi completamente diversi.

Nicola Bergamo

Da leggereDigenis Akritas, Poema anonimo bizantino, traduzione a cura di P. Odorico, prefazione di E. V. Maltese, Giunti Firenze 1995.

Read More

Gilles de Rais, serial killer del Medioevo

Lo scrittore Charles Perrault (1628-1703) deve la sua fama letteraria a I racconti di mia madre l’Oca, pubblicati in Francia nel 1697. Si tratta di undici fiabe che comprendono alcuni tra i più celebri esempi di letteratura per bambini e ragazzi. Chi non conosce infatti – foss’anche solo nella versione della Disney – Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Il gatto con gli stivali o La bella addormentata nel bosco? Con questi racconti Perrault inaugurò il genere della fiaba che in Francia non aveva alcun precedente letterario.

Barbablù consegna la chiave a sua moglie Pula, illustrazione di Gustave Doré (1862)

Tra gli undici racconti vi è anche quello di Barbablù che, forse a motivo della sua efferatezza, non fu ridotto in versione disneyana: vi si narra la vicenda di un sadico assassino che uccide, in una stanza degli orrori, sette donne, dopo averle prese in moglie.

Purtroppo nella trama che Perrault aveva intessuto c’era un tragico fondamento di verità e una serie infinita di dettagli che conduceva in un’area ben delimitata della Bretagna del ‘400. Tutto convergeva sulla vicenda storica di Gilles de Rais (1404-1440), compagno d’arme di Giovanna d’Arco, maresciallo dell’esercito regio, uomo ricco e raffinato, divenuto – dopo la parabola della Pulzella – un omicida seriale di oltre 140 bambini, condotti con l’inganno nei propri castelli e, con l’aiuto di alcuni complici e sedicenti maghi, abusati e fatti morire di atroci tormenti nella speranza di recuperare, grazie a questi folli riti, le ricchezze perdute.

Per una serie di coincidenze Gilles si sarebbe ritrovato ad ereditare una delle più grandi fortune di Francia, risultato di tre patrimoni: quello del padre, Guy de Laval-Montmorency, quello del nonno materno, Jean de Craon e quello dei Rais, da cui ottenne il nome, nella persona di Jeanne Chabot de Rais.

Suo padre Guy dapprima circuì la anziana Jeanne, senza eredi maschi, poi, ripiegò sposandone la figlia, unica ereditiera. Nel 1404 furono celebrate le nozze e, per propiziare la nascita di un maschio, gli sposi si recarono in pellegrinaggio a Saint Gilles du Cotentin, promettendo di battezzare il nascituro col nome del santo. Alla fine dell’anno un maschietto nasceva a Champtocé, nel maniero dei Craon: era Gilles de Rais.

Ritratto di fantasia di Gilles de Rais di Éloi Firmin Féron, olio su tela, 1835

Di nobile famiglia, il piccolo Gilles leggeva i classici latini, per crescere educato alle imprese dei Cesari: ma di quei condottieri, il giovane ammirava più le efferatezze e le stramberie che il valore e la magnanimità. Da Svetonio apprese che Caligola amava far morire lentamente le proprie vittime, che sperperava il denaro in spese folli, che commetteva eccessi di ogni sorta, giacendo con la moglie, con amanti, con le sorelle. In un’epoca come quella del ‘400, funestata da carestie, pestilenze, dalla Guerra dei Cent’anni, il giovane Gilles associò l’idea di potenza a quella di infliggere la morte ai propri rivali: non era certo il solo.

Il 1415 fu un anno decisivo per la crescita di Gilles: nei primi mesi dell’anno perse la madre e a settembre anche suo padre, sbudellato da un cinghiale durante una battuta di caccia. Dopo una lunga agonia, il padre pose Gilles e il suo fratellino René, sotto la tutela di un cugino, evitando l’influenza del nonno materno, Jean de Craon, uomo torbido e senza scrupoli. Un mese dopo, ad Azincourt, cadeva Amaury, figlio del Craon, lasciando Gilles unico erede di tre patrimoni e sotto la tutela del nonno, un vecchio cinico e avaro che lasciò crescere il piccolo senza porgli alcuna restrizione. Sarà lo stesso Gilles de Rais a dichiarare nel processo che “a causa del cattivo governo che v’era stato della sua infanzia, essendo stato lasciato senza freno (…) perpetrò grandi ed enormi crimini, principalmente nella sua giovinezza, cinicamente contro Dio e i suoi comandamenti”.

Il Craon si preoccupò di combinare le nozze per Gilles che nel 1422 impalmò sua cugina Catherine de Thouars che gli avrebbe portato in dote il famigerato castello di Tiffauges, quello che diverrà, nell’immaginario collettivo, il castello di Barbablù. Giunto alla maggiore età il nobile si distinse per le spese folli: con una smania da perenne insoddisfatto, Gilles acquistava in modo compulsivo stoffe preziose e pietre rare, arazzi e reliquiari, gemme antiche e cappelli bizzarri. Nel 1425 incontrò per la prima volta il Delfino Carlo VII, costretto a ritirarsi a Bourges dopo essere scampato alla morte per mano del duca di Borgogna suo rivale. Il Borgogna morirà a sua volta nell’ennesimo scontro tra rivali, riaccendendo la guerra civile e lasciando sempre più spazio agli Inglesi. La Francia tocca il suo punto più nero: Carlo VI, il re folle, dichiara il Delfino “parricida” e nel 1420, a Troyes, viene firmato un trattato con cui si sancisce che, alla sua scomparsa, la corona sarebbe passata ad Enrico VI Lancaster.

Gilles viene introdotto alla corte del “re di Bourges”, come veniva ironicamente soprannominato dagli avversari: il giovane si fece notare subito per la sua prodigalità, per lo sfarzo del suo contingente, per il rigore dei suoi soldati ma anche per il coraggio in battaglia e la freddezza con cui assisteva alle tante esecuzioni che ordinava contro i collaborazionisti o i traditori. Ovviamente non era visto di buon occhio dagli altri comandanti e neppure a corte. La sua ricchezza e il suo sfarzo provocavano l’invidia nei più, in una corte, come quella di Chinon, che spesso somigliava più ad una mensa comune che ad una regale. Per salvare la Francia sarebbe servito un miracolo, e quel miracolo apparve nel marzo del 1429, sotto le spoglie di una giovane vergine: Giovanna d’Arco. Le vicende della Pulzella sono note: una fanciulla lorenese, assecondando delle “voci”, si presenta a Carlo VII con l’obiettivo di liberare Orléans, condurre il Delfino a Reims e consacrarlo re di Francia.

Gilles de Rais in un ritratto di autore sconosciuto del XVI secolo

Gilles de Rais era a corte quando la Pulzella si inginocchiò davanti al Delfino e vide con i suoi occhi la Vergine che avrebbe salvato la Francia dall’abisso. Su incarico del sovrano Gilles la scortò a Poitiers, dove fu sottoposta ad un’inchiesta per appurarne la bontà. Superata brillantemente la serie di domande Giovanna fu dotata di un’armatura su misura, di paggi e di dodici cavalli. A Blois si incontrarono i nobili con i contingenti destinati al soccorso di Orléans: Gilles fu nominato comandante delle truppe reali e fu a fianco di Giovanna per tutto il tempo delle operazioni. Sicuramente i due avevano dei punti di contatto: l’autorevolezza, l’amore per l’azione ma anche per le stoffe preziose e le cose belle. Di Giovanna il condottiero ammirava la durezza con cui trattava le prostitute che giravano tra le truppe e che proibì per tutto il tempo che durò l’assedio, proponendo invece ai soldati preghiera e raccoglimento. Era questo misto di rigidità e misticismo che doveva affascinare il violento ma raffinato Gilles. Seguendo l’esempio della carismatica eroina, il contingente liberò in meno di due settimane Orléans, stretta d’assedio da otto mesi. Alla liberazione seguì il successo di Patay, dove il Rais si guadagnò la gloria militare: il re lo ricompensò col titolo di Maresciallo, con l’onore di portare l’arme reale e con uno stipendio di mille lire.

Giovanna era arrivata a Chinon il 6 marzo; Orléans era stata liberata il 6 maggio; il 17 luglio Carlo VII veniva incoronato a Reims. All’incoronazione seguì immediatamente l’azione della diplomazia che sia Giovanna che Gilles non amavano. Il signore di Rais doveva obbedire al generale La Trémoille, a cui aveva prestato giuramento; la Pulzella pagò con la cattura e la prigione, l’ennesimo colpo di mano, stavolta a Compiégne (maggio 1430). Venduta dai Borgognoni agli Inglesi per 10.000 lire, questi ultimi ne decretarono la morte sul rogo con l’accusa di stregoneria.Alla morte della sua eroina, arsa a Rouen nel maggio del 1431, Gilles compie ancora alcune azioni militari, tra cui la battaglia di Lagny: un successo. Fu uno degli ultimi episodi di guerra a cui partecipò il condottiero. In cinque anni di guerra il giovane nobile, orgoglioso e raffinato, aveva scoperto quanto fosse inebriante uccidere: si avvicinava a passi veloci il momento del suo declino e della sua follia.

Per sua stessa ammissione, come si legge nelle pagine del processo, fu dal 1432 che iniziò ad uccidere per suo piacere, l’anno in cui il nonno materno morì. Senza più il modello religioso della Pulzella, senza più il freno dell’autorità patriarcale incarnata dal ruvido nonno, Gilles si trovò libero; persino il signore a cui aveva giurato fedeltà, La Trémoille, era stato estromesso. Gilles era libero, ma anche profondamente solo, senza una mèta e in compagnia di molte ossessioni.

Come ammetterà nel processo “non c’era nessun’altra causa, nessun altro fine né intenzione (…); aveva seguito la sua immaginazione e il suo pensiero, senza il consiglio di alcuno e secondo i propri sensi, soltanto per il suo piacere e diletto carnale, e non per altre intenzioni o fini”. A partire dal 1432 iniziarono a sparire fanciulli e fanciulle dalle campagne vicine ai castelli del signore di Rais: a Machecoul, a Tiffauges a Champtocé, a Pouzages. Alcuni ragazzi venivano addirittura richiesti impudentemente dagli aiutanti del barone, altri, semplicemente, svanivano. Alle richieste dei genitori sulla sorte dei figli, di volta in volta, si accampavano scuse o si proponevano ipotesi fantasiose: sarà andato in un altro castello, un nobile lo avrà preso con sé, sarà caduto da un ponte, sarà stato rapito dai briganti.

Il lato oscuro di Gilles de Rais in un’opera ottocentesca di Jean-Antoine-Valentin Foulquier

Il loro destino era sempre uguale: se scarne sono le informazioni sulla vita quotidiana di Gilles de Rais, le carte processuali hanno fatto spietatamente luce in modo minuzioso sulle violenze, gli abusi e le morti cruente inflitte alle decine di giovani vittime. Con l’aiuto e la complicità dei suoi aiutanti Sillé, Briqueville e Poitou, il barone di Rais accoglieva i fanciulli nel suo castello invitandoli a pranzi luculliani durante i quali “un’avidità insaziabile di cibi delicati, e il frequente assorbimento di vini caldi, provocarono principalmente in lui uno stato di eccitazione che lo portò a perpetrare tanti peccati e crimini”.

Tutti a corte sapevano delle perversioni del loro oscuro signore: erano però legati da un misto di fedeltà, paura e omertà essendo coloro che, sprofondando nelle latrine, vi occultavano i cadaveri dei poveri innocenti. Una volta assaggiata l’inebriante, bacata potenza derivante da tutto ciò, la mente di Gilles de Rais si spezzò per sempre. Privo di freni inibitori, conscio o inconscio del proprio potere, il maresciallo scatenò la propria furia contro chi meno poteva difendersi: i bambini.

La sua mente iniziò poi a percorrere con sempre maggiore compiacimento, la via dello sdoppiamento: di giorno il nobile raffinato e devoto, di notte lo spietato assassino. Nel 1435 spese cifre da capogiro per la fondazione dei Santi Innocenti (cioè i bambini uccisi al posto del bambino Gesù) a Machecoul “per il bene e la salvezza della propria anima”. Nella prima metà del XV secolo il culto macabro per i Santi Innocenti conobbe un successo strepitoso: era l’epoca in cui il sangue, la morte, l’orrore erano associati – oltre che alla quotidianità – in un modo bizzarro, anche alla pietà e alla religiosità. Per Gilles era un connubio perfetto. Nello stesso anno giunse a corte Roger de Briqueville che Gilles nominò subito proprio sosia, dandogli il nome di “Rais-le-Héraut”, l’araldo di Rais. Due anni dopo gli conferì enormi poteri tra cui persino occuparsi del futuro matrimonio della piccola Marie, sua figlia. Non a caso il teatro divenne la più grande passione del mostro: la finzione, il doppio, l’apparenza, l’inganno scenico. Tutto questo non faceva che assecondare la devianza che piano, piano si allargava nella mente del signore di Bretagna.

Fu infatti per uno spettacolo teatrale che il nobile signore impegnò gran parte delle proprie sostanze. Dalla vittoria di Orléans, ogni 8 maggio si festeggiava con solennità la liberazione della città. Un ignoto autore aveva composto il Mystère du Siège d’Orléans, un’opera di ventimila versi la cui rappresentazione richiedeva 500 attori. La città stessa diveniva palcoscenico e tra i protagonisti vi era naturalmente anche il signore di Rais: il Delfino annuncia in un passo alla Pulzella che avrà “il maresciallo di Rays, e un valoroso gentiluomo, Ambroise de Loré. (…) Garantiscano la vostra spedizione!”. Gilles poteva assistere seduto su uno scranno al proprio sogno-incubo: rivedere l’uomo felice, campione ad Orléans, allontanando così la sua condizione attuale di sadico, inseguito dai creditori, deriso a corte per il suo infantile scialare. Il miraggio di questo labile godimento temporaneo lo consumò: Gilles curò in ogni dettaglio la messa in scena del Mystère, facendo ricavare persino i cenci dei mendicanti da stoffe nuove, stracciate a bella posta. In poche settimane dilapidò una cifra stimabile attorno ai 2-3 milioni di euro attuali. Il signore impegnò castelli, terre, persino oggetti personali: Gilles era oramai preda della sua ossessione.

Il sigillo di Gilles de Rais

Le spese folli, il raptus omicida, la confusione sessuale, il degrado psichico, le pressioni dei creditori gettarono Gilles in uno stato crescente di frustrazione e disperazione da cui non si sarebbe più liberato. Un tentativo di sciogliere quel laccio, in realtà, vi fu, ma aggravò la situazione: il nobile, infatti, rivolse le proprie attenzioni alla magia e all’alchimia, nel tentativo di risollevare le proprie fortune. Non era certo il solo Gilles l’unico signore attorniato da sedicenti maghi e alchimisti. Ma il depravato non ebbe scrupoli a rivolgersi al Diavolo pur di uscire da quell’incubo, sprofondando in uno ancora più nero.

Inviò i propri servitori a caccia di maghi in grado di evocare demoni e quando Blanchet, amico di Gilles, incontrò il chierico Francesco Prelati, di Montecatini, trovò in lui l’uomo adatto alle esigenze del suo signore. Per evocare il demone Barron, il Prelati richiese a Gilles di sacrificare di volta in volta una colomba o una gallina: non ottenendo alcun risultato soddisfacente, per ottenere qualcosa di considerevole dal demone, il Prelati suggerì di fargli omaggio di membra di un giovane.

Gilles aveva già da tempo intrapreso la via dell’omicida seriale: la complicazione di sacrificare a Satana le proprie vittime fu un ulteriore passo nell’abisso. Nel suo delirio, infatti, Gilles si riteneva ancora un buon cristiano, temeva ancora il Dio della misericordia, aveva addirittura progettato un pellegrinaggio di espiazione a Gerusalemme. Cedere alle profferte del Demonio significava perdere anche quel labile freno inibitorio: alla mancata apparizione del demone davanti al sacrificio umano, anziché cessare, la mattanza aumentò.

Nel frattempo iniziarono a circolare voci sulle oramai incalcolabili sparizioni dei bambini: si diceva che Gilles uccideva e faceva uccidere fanciulli e col loro sangue scriveva un libro nero. Alcuni dei suoi aiutanti dovettero farsi scappare qualche parola di troppo, qualcuno vide qualcosa e le voci si fecero più insistenti.

Ma fu il suo carattere borioso e violento a tradirlo. Tra i vari acquirenti a prezzi stracciati dei suoi beni, vi era anche Geoffroy le Ferron, tesoriere di Bretagna, che aveva dato in custodia Saint Etienne de Mermorte al fratello Jean, un chierico protetto dall’immunità. Le lamentele dei contadini, vessati dai nuovi signori giunti “in casa” di Gilles de Rais, arrivarono alle sue orecchie e smossero la suscettibilità del barone. Gilles, alla luce del sole, prese le difese di quei contadini di cui, nell’oscurità delle tenebre, seviziava i figli: ma lo fece contravvenendo i privilegi ecclesiastici e infrangendo il patto che aveva stipulato con il duca di Bretagna, di cui le Ferron era tesoriere. Si fece infatti restituire, ob torto collo, il maniero e gettò in prigione il chierico. Dell’episodio approfittò il vescovo di Nantes, Jean de Malestroit, il quale – sfruttando questa violazione come pretesto – avviò un’inchiesta privata riguardo alle voci sui delitti attribuiti al maresciallo.

Resti del castello di Machecoul

Nel luglio del 1440 Gilles dovette compiere uno degli ultimi suoi macabri omicidi: moriva tra le mani del brutale cavaliere il figlio di Jean Lavary. A fine mese il vescovo inviò lettere in cui non si parlava dell’episodio di Saint Etienne, ma si leggeva che “il nobil uomo monsignor Gilles de Rais, signore del detto luogo e barone, con taluni suoi complici aveva sgozzato, ucciso e massacrato in modo odioso numerosi giovani innocenti; che aveva praticato con tali fanciulli lussuria contro natura e vizio di sodomia; che aveva spesso fatto e fatto fare l’orribile evocazione dei demoni, aveva sacrificato e fatto patti con essi e perpetrato altri crimini entro i confini della nostra giurisdizione”. L’accusa era stata lanciata, ma Gilles, ignaro, proseguì: il piccolo figlio di Macée de Villeblanche, di soli nove anni, fu l’ultima vittima del mostro.

Il vescovo agì in sinergia col duca di Bretagna e col signore di Richemont: il castello di Tiffauges fu conquistato e il chierico lì detenuto, immediatamente liberato. Al gesto riparatore circa l’affaire di Saint Etienne, seguì l’accusa che il vescovo aveva mosso e che fu fatta propria anche dal braccio secolare. Il 14 settembre del 1440 gli uomini del duca di Bretagna si presentarono al castello di Machecoul per arrestare Gilles de Rais e molti dei suoi complici, tra cui i suoi camerieri e Prelati. Non vi fu resistenza: Gilles associò al solo episodio di Saint Etiénne il trambusto e l’arresto. Il processo, invece, si aprì il 19 settembre con l’accusa generica di “eresia dottrinale” che Gilles accolse con calma, rassicurando la corte che si sarebbe volentieri sottoposto a interrogazioni tenute da inquisitori. Gilles ignorava che il giudice aveva incontrato decine di parenti di bambini spariti e che tutti gli indizi conducevano ai suoi castelli da cui le vittime non facevano più ritorno.

Alle accuse enormi il sire di Rais rispose respingendole e non riconoscendo il potere giuridico della corte presieduta dal vescovo. Ma nelle sedute seguenti, alla lettura di innumerevoli articoli e capi d’accusa, e soprattutto al monito di dover riconoscere la corte, in quanto presieduta da un vicario del papa, e quindi di Cristo, Gilles de Rais cedette: fin tanto che Gilles era libero di scegliere tra Dio e Satana, era sempre lui l’attore. Con la scomunica, gli veniva preclusa la possibilità di scelta: la sua forza cedette. Sommessamente riconobbe la giurisdizione dei suoi giudici: poi, tra le lacrime e in ginocchio, si rivolse al vescovo per essere assolto dalla sentenza di scomunica. Solo dopo questa rassicurazione riconobbe tutti i crimini che gli erano stati imputati.

L’esecuzione di Gilles de Rais, Biblioteca di Francia

La corte rimase sbalordita di fronte all’ammissione di colpevolezza e di fronte alla portata dell’orrore e alla mancanza di un movente: Pierre de L’Hôpital, presidente di Bretagna, non comprendeva come tutto ciò fosse stato possibile senza un perché. Gilles, abbandonando il latino informale dell’interrogatorio, rispose in francese: “Invero, non c’era nessuna altra causa, nessun altro fine né intenzione, se non quelli che vi ho già detto: vi ho già detto cosa assai più grandi, abbastanza da far morire diecimila uomini”.

Nella udienza finale, il 22 ottobre 1440, Gilles rese piena confessione – e volle farlo in volgare, al fine di essere compreso da tutti – davanti a una folla enorme. Da mostro si trasformò in vittima e esortò “quanti avevano dei figli ad istruirli nelle buone dottrine e ad inculcare loro l’abitudine alla virtù sin dalla primissima infanzia”.

Gilles si poneva come critico della corrotta società di cui lui era un piccolo ingranaggio. Implorava i genitori a vegliare sui figli, a non tollerare l’ozio, a non comprar loro vestiti troppo costosi: era tutto questo che lo aveva portato alla rovina. La sua confessione si concluse con la sua richiesta della “misericordia e il perdono del suo Creatore e Santo Redentore, come pure dei genitori e degli amici dei fanciulli così crudelmente massacrati, e di tutti coloro di cui aveva leso i diritti, domandando a tutti i fedeli adoratori di Cristo il soccorso delle loro devote preghiere”.

Il mostro si era trasformato in un santo e come tale si avviò al patibolo: ottenne di essere ammesso ai sacramenti e si confessò. Fu condannato all’impiccagione assieme a due servitori e poi al rogo: questo oltraggio fu a lui però risparmiato, a motivo della sua profonda contrizione. Gilles ottenne addirittura di essere sepolto nella chiesa del monastero di Notre Dame des Carmes.

Ma quando nel corso della Rivoluzione Francese, anche Nantes fu travolta, la chiesa di Notre Dame fu saccheggiata e la tomba di Gilles de Rais, come quella di altri, fu profanata, distrutta per sempre, e i suoi resti gettati nella Loira.

Federico Canaccini Questo articolo è stato pubblicato nel n. 248 del mensile MedioEvo (settembre 2017)

Read More

Le donne misteriose dell’arazzo di Bayeux

L’arazzo di Bayeux è una graphic novel dell’anno mille e racconta la vita quotidiana di un popolo di guerrieri, re e regine, che seppe creare regni e dinastie, dai freddi mari del nord all’assolato sud d’Italia e in Terrasanta.

La prima scena ricamata sul panno di Bayeux raffigura re Edoardo il Confessore e Aroldo Godwinson a Winchester

L’arazzo, anche se in realtà si tratta di un panno ricamato, racconta la storia di un avventuriero che divenne il conquistatore dell’Inghilterra, ma anche delle donne che realizzarono questo lungo panno in filo di lana con l’uso di otto colori naturali su uno sfondo lasciato scarno, con forme in rilievo e un risultato molto simile ad un intaglio o a un bassorilievo.

In un rotolo di lino lungo 70 metri sono rappresentati gli eventi compresi nel periodo che va dal 1064 al 1066, cioè fino alla battaglia di Hastings (nella parte mutila forse era rappresentata l’incoronazione di Guglielmo: vi sono raffigurate 623 persone, 505 animali di specie differenti, 202 cavalli e bestie da soma, 55 cani, 41 imbarcazioni e 49 alberi (leggi anche: L’arazzo di Bayeux).

L’arazzo fu tessuto tra il 1070 e il 1077 per volere del vescovo Oddone, fratellastro di Guglielmo il Conquistatore, raffigurato nella tela in più di una scena (vi compare in misura minore rispetto al duca normanno, ma più di altri personaggi). Il luogo di produzione del manufatto è stato indicato in Canterbury, dove si trovava una rinomata scuola di tessitori. La presenza del vescovo Oddone fa pensare che sia stato proprio lui a dare quell’omogeneità ideativa del disegno per tutti i 70 metri della lunghezza, mentre il lavoro di tessitura dovette essere affidato a una squadra di donne. Quelle donne misteriose di cui non si conosce il nome, pur conoscendo la loro abilità artigianale.

Un’altra tradizione popolare narra che il compito di ricamare il tessuto, realizzato a pezzi e poi unito, spettò alla regina Matilde, moglie dello stesso Guglielmo, nel Kent o a Winchester nell’Hampshire, mentre attendeva il ritorno del consorte dalle imprese belliche sul suolo inglese. Quella che è, ormai, considerata una leggenda trovava una sua base sulla reputazione delle donne anglosassoni per sofisticati lavori di tessitura, così come narrato da Guglielmo di Poitiers e dalle cronache che riportano episodi di mogli intente a confezionare tessuti commemorativi delle gesta degli eroici mariti.

Oddone, con il bastone di comando in mano, alla battaglia di Hastings, incoraggia le truppe dopo la ritirata

Le origini e gli influssi Oddone ebbe modo, inoltre, appena preso possesso della contea del Kent, già famosa per il talento dei suoi ricamatori, di ammirare gli arazzi e le tessiture che ornavano le chiese e ne prese spunto per raccontare la conquista dell’Inghilterra, per glorificare se stesso e il fratello divenuto re, attraverso un elemento estremamente semplice e comprensibile da tutti.

Nell’arazzo, continueremo a chiamarlo così per comodità, si rintracciano varie influenze sia stilistiche sia iconografiche, come la produzione tessile delle isole britanniche, il collegamento alla produzione miniaturistica dell’isola, specialmente nell’uso degli alberi e della vegetazione nel suddividere le scene, nella disposizione dei personaggi e nell’uso degli alberi contorti come separazione. Un esempio rappresentativo è il Vangelo di Sant’Agostino di Canterbury, conservato al Corpus Christi College di Cambridge. Non mancano richiami alle influenze celtiche e scandinave come nel Salterio di Winchcombe, nell’uso di ornamenti di ricamo nei bordi del tessuto o nelle decorazioni delle barche. La maestria delle mani che crearono un simile capolavoro è testimoniata anche dal fatto che un punto usato per realizzare l’arazzo, è denominato punto di Bayeux.

Importante anche l’attenzione ai dettagli dell’abbigliamento, nella rappresentazione delle opere architettoniche, come il castello di Hastings, la città di Arras e Mont Saint Michel, senza dimenticare i segni distintivi dei popoli raffigurati: i normanni sempre a cavallo, in armatura o ricche vesti e perfettamente rasati, segno di cultura superiore, mentre gli inglesi appaiono pelosi, con i baffi e in armi come semplici pedoni.Pur essendo realizzato da donne, manca tuttavia la rappresentazione del mondo femminile. Le donne vi compaiono solo tre volte, per lo più come figure marginali in un mondo tutto maschile: Elfia, la figlia di Guglielmo e promessa sposa di Aroldo, la regina Editta, moglie di Edoardo il confessore e una donna senza nome, vittima delle rappresaglie di guerra.

L’arazzo racconta Il racconto dell’arazzo si apre con il re Edoardo il Confessore che convoca, nel 1064, Aroldo Godwinson e gli conferisce l’incarico di recarsi in Normandia, dal duca Guglielmo, per avvisarlo che in mancanza di un erede diretto, ha deciso di nominarlo successore. Aroldo raggiunge cavalcando con i suoi fedeli la costa meridionale dell’Inghilterra. Porta con sé i cani, come se si recasse ad una battuta di caccia, e un falco, segno di nobiltà, visto che è duca di Wessex.

Conoscendo i pericoli della traversata Aroldo si ferma a pregare in una chiesa a Bosham, in compagnia di uno scudiero, per impetrare una buona navigazione.Giunto al palazzo signorile, Aroldo e i suoi banchettano nella sala d’onore in attesa della partenza, bevendo da una coppa, mentre gli amici suonano il corno.Arriva un servitore che avverte il gruppo della marea montante, momento propizio per partire. Aroldo e i suoi si tolgono i calzari e si imbarcano.

Nel 1064 il conte Aroldo sbarca, trascinato dalle correnti, sulle terre del conte Guido I di Ponthieu

La nave si imbatte in una tempesta, va alla deriva e non approda in Normandia, ma nelle terre del conte Guido di Ponthieu. Dalla nave spiaggiata una vedetta nota avvicinarsi una schiera armata. Aroldo tenta di spiegare al conte chi sia, il suo rango e quale missione deve adempiere, ma il nobile Guido, notate le vesti sontuose dei naufraghi, l’importanza della nave e volendo prendere ostaggi gli uomini e impadronirsi di quel che resta delle nave stessa e del suo carico, dà ordine ai suoi uomini di catturare Aroldo, che viene circondato da due piccardi e viene portato via ancora scalzo.

Guido di Ponthieu fa portare i prigionieri nel suo castello di Beaurain e seduto sul trono, con la spada alzata, si appresta ad annunciare ad Aroldo l’entità del riscatto preteso per la sua liberazione.Aroldo accompagnato dallo scudiero è impaurito, conscio di non poter pagare il riscatto senza l’aiuto del duca Guglielmo. Alla scena assiste un servitore, nascosto dietro ad una colonna. Quel servitore poi corre ad avvertire Guglielmo.Il duca normanno, sospettando cosa potesse essere accaduto, aveva già inviato due emissari, i quali parlano con il conte che è appoggiato ad un’ascia da guerra. Un servo dice a Guido di prestare attenzione alle condizioni poste da Guglielmo. Anche i cavalli tenuti alle briglie dal nano Turoldo mostrano il nervosismo che permea la scena.I due messi del duca galoppano verso il castello di Guglielmo. Uno dei due riferisce al duca quanto richiesto dal conte per liberare Aroldo; Guglielmo invia subito due uomini d’arme con l’accettazione delle richieste per liberare Aroldo: un castello e le terre ai confini del ducato. Guido allora cavalca verso le terre di Guglielmo e le due scorte armate si incontrano al confine.

Aroldo è ospite di Guglielmo a Brionne e parlano a lungo, del naufragio e dell’offerta della corona. Guglielmo offre in matrimonio ad Aroldo la figlia Elfia, rappresentata sotto un portico mentre riceve uno schiaffo simbolico da un chierico: con questo gesto veniva data la conferma del fidanzamento. È la prima figura femminile che compare nell’arazzo. Poi Guglielmo e Aroldo corrono in aiuto di Rivaion di Dol e con l’esercito passano sotto Mont Saint Michel, i cavalieri indossano cotta di maglia ed elmo con nasale, i fanti una sola tunica.

Nei pressi di Mont-Saint Michel, attraversando il fiume Couesnon, uomini e cavalli affondano nelle sabbie mobili

Nell’attraversare il fiume Couesnon, Aroldo compie un valoroso gesto cavalleresco, salvando due armati che rischiavano di annegare. Poi i normanni preparano l’assalto alla città, ma il ribelle Conan ha lasciato il castello calandosi da una finestra e lasciando una serie di scudi sugli spalti per far credere che fossero presidiati. Conan e i bretoni hanno lasciato la città, quindi, raggiungono Rennes, ma devono ripiegare a Dinant. Gugliemo pone l’assedio alla cinta di legno, mentre due soldati appiccano le fiamme e Conan deve arrendersi, consegnando le chiavi su una punta di lancia.Guglielmo consegna gli stemmi di cavaliere normanno ad Aroldo, adesso è un suo fedelissimo, vincolato dal giuramento di vassallaggio. Poi si recano a Bayeux, dove si svolge un episodio fondamentale: Guglielmo riceve il giuramento di Aroldo, sulle sacre reliquie dei martiri, di prestare assistenza politica e materiale al legittimo successore del re d’Inghilterra.

Aroldo torna in Inghilterra su una nave normanna che viene avvistata da una vedetta con i curiosi che si affacciano alla finestra.Aroldo raggiunge re Edoardo e racconta le sue avventure.

La scena nella quale Edoardo, in fin di vita, viene trasportato a Westminster

Seguono le scene con il funerale del re a Westminster, appena consacrata come testimonia la mano di Dio che appare in cielo.Qui appare la seconda donna, Editta o Edith del Wessex (sorella di Aroldo), che piange, nascosta ai piedi del letto funebre, il marito morto. La scena con Edoardo in punto di morte che lascia il regno ad Aroldo è descritta dopo il funerale il re. Vista la committenza normanna dell’arazzo, è intuibile che si sia voluto sottolineare l’usurpazione del trono da parte di Aroldo che non poteva essere stato scelto dopo la morte del re.

Il racconto riprende con Aroldo che accetta la corona offertagli dai notabili inglesi, con i vassalli che rendono omaggio con la spada alzata. In cielo appare la cometa di Halley, vista come funesto presagio. E Aroldo immagina l’arrivo di una flotta nemica, come descrivono le navi disegnate sotto il trono.Dei viaggiatori riportano al duca Guglielmo la notizia della morte di Edoardo e della consacrazione di Aroldo. Allora il normanno ordina subito la costruzione di una flotta per punire lo spergiuro Aroldo.

La costruzione della flotta

I boscaioli abbattono gli alberi, i falegnami piallano le assi e i carpentieri incavigliano il fasciame delle navi. Dopo pochi mesi la flotta per l’invasione è pronta e le imbarcazioni vengono varate attraverso un complesso sistema di gomene e pulegge.Armi e vino vengono trasportati alle navi a piedi o su carri, le cotte di maglia, dal peso di quindici chili, vengono portate da due servitori su assi di legno infilate nelle maniche. Nell’agosto del 1066 la flotta è radunata in attesa del vento favorevole. Solo il 27 settembre il vento del sud permette di sciogliere le vele verso l’Inghilterra.

Guglielmo è imbarcato sulla Mora, la nave fatta costruire dalla moglie Matilde (seppur nominata non compare nell’arazzo), l’albero maestro porta al culmine la croce benedetta da papa Alessandro II. Quattrocento navi con 10mila uomini attraversano la Manica (non tutti combattenti). Il 28 settembre i normanni sbarcano a Pevensey. Nessun soldato di Aroldo contrasta lo sbarco in quanto sono stati ritirati dalla costa pensando che la stagione fosse troppo avanzata per la navigazione, cosa che avrebbe indotto Guglielmo a rimandare. In realtà sappiamo che Aroldo era impegnato a respingere un’invasione norvegese a Stamford Bridge.

La prima nave da sinistra è la Mora, con il vessillo di papa Alessandro II. Porta a bordo Guglielmo

I normanni fanno razzia nelle campagne che appaiono disabitate. Wadard è un intendente e gestisce i rifornimenti, mentre due cuochi preparano il cibo che altri servono ai tavoli. Al tavolo d’onore il vescovo Oddone benedice i cibi, al suo fianco ci sono il duca Guglielmo e Ruggero con la barba, valoroso combattente ad Hastings.

Dopo il pranzo si riunisce il consiglio di guerra, si decide di costruire un campo fortificato. Un messaggero avverte che Aroldo ha appena sconfitto i norvegesi a Stamford Bridge e marcia verso Hastings.Guglielmo fa distruggere una casa che può ostacolare le operazioni belliche. Una donna fugge, è la terza donna raffigurata nell’arazzo, dopo la figlia di Guglielmo Elfia e la regina Editta, moglie di Edoardo. Raffigura il popolo non combattente che subisce le violenze della guerra.

Guglielmo si prepara alla battaglia indossando la cotta di maglia, poi impugna il gonfalone e attende il suo cavallo da battaglia, dono del re Alfonso d’Aragona.Nei pressi di un bosco la cavalleria normanna si riunisce dietro i gonfaloni. Per evitare la battaglia Guglielmo manda un monaco a ricordare ad Aroldo il giuramento e proponendo una singolar tenzone. Aroldo rifiuta affermando che Edoardo gli ha lasciato il regno.Guglielmo impugna il bastone di comando, un cavaliere galoppa per avvertire il duca dell’avvistamento delle truppe di Aroldo. All’opposto una vedetta di Aroldo fa lo stesso, individuando i normanni.

Il duca Guglielmo arringa le truppe e le esorta a combattere eroicamente

All’alba, dopo la messa all’aperto, Guglielmo arringa l’esercito, ma alcuni cavalieri hanno già spronato alla volta del nemico, con le lunghe lance, seguiti dagli arcieri.La fanteria inglese dietro la pavesata di scudi resiste. Le perdite sono ingenti, come mostra il registro inferiore. L’ala sinistra normanna rimane impantanata nelle paludi. Aroldo ha rispolverato le tattiche romane, scavando fossati e cospargendo il terreno di chiodi che si infilano negli zoccoli dei cavalli.I normanni si ritirano, si sparge la voce che Guglielmo sia morto, caduto da cavallo, ma prima Oddone li rianima, poi il duca si erge sulle staffe, si alza l’elmo e mostra il volto ai suoi soldati, mentre il suo portastendardo lo indica agli uomini.Lo scontro riprende forza e i normanni sfondano lo schieramento inglese. La fanteria sassone si disperde. Resistono solo gli housecarls, le guardie del re. Una freccia penetra nell’occhio di Aroldo che viene finito da un cavaliere normanno. Guglielmo diventa il Conquistatore (leggi anche: La battaglia di Hastings) e l’arazzo termina il suo racconto.

Umberto Maiorca

Read More

  • Consenso al trattamento dati