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Aleksandr Nevskij, “sole della Russia”

L’eroe russo più amato e popolare è un santo guerriero: Aleksandr Nevskij (1220-1263). Principe di Novgorod, poi gran principe di Vladimir. Ricordato nei secoli come “salvatore”, “difensore della Giustizia” o “Sole della Russia”.

Aleksandr Nevskij nel film storico – epico che racconta le sue gesta (regia di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, 1938)

La sua figura ha ispirato decine di cronache religiose e prodotto una sequela di miti popolari. L’ultimo dei suo figli, Daniele, santo della chiesa ortodossa, diventerà principe di Mosca e darà vita alla dinastia di sovrani che faranno della piccola città sulla Moscova la capitale di un granducato che poi diventerà nazione.

Nevskij fu il più intelligente e tenace dei principi della sua generazione. Un grande capo militare. Paladino della chiesa ortodossa. Ma anche capace, per conservare e accrescere il suo potere, di allearsi con i Mongoli e fare guerra a suo fratello, suo zio e anche a suo figlio Dmitrij.

Di fronte ad ogni invasione, dai tempi di Pietro il Grande a Napoleone, fino agli orrori della seconda guerra mondiale e all’età di Stalin, il nome di Nevskij sarà invocato ed usato come nume tutelare del popolo russo. Santa reliquia di Pietroburgo e icona della patria.

Anche quella cinematografica, come avvenne nel 1938 con “Aleksandr Nevskij”, il film del regista Ėjzenštejn arricchito dalla colonna sonora di Sergej Prokof’ev: una ricostruzione storica in chiave epica e secondo i nuovi canoni del realismo socialista della battaglia contro il nazismo.

L’EROE DELLA NEVA Nevskij nacque a Pereslavl’-Zalesskij, una città dell’alto corso del Volga, il 30 maggio 1220 da Vladimir Jaroslav II Vsevolodovic e dalla principessa Feodosia di Halic. Suo fratello maggiore Feodor Jaroslavic, erede del titolo e dei privilegi, morì a soli 15 anni.

Aleksandr si trovò così principe di Novgorod. Divenne duca della città nel 1236. Sposò la principessa Bassa di Potolsk, dalla quale ebbe quattro figli.

La Via dei Variaghi

La sua leggenda nacque il 1 luglio 1240 quando vicino all’odierna San Pietroburgo, affrontò una coalizione di Svedesi, Lituani e Cavalieri dell’ordine teutonico, guidati da un altro “padre della patria”: lo jarl svedese Birger, il fondatore di Stoccolma a cui la leggenda attribuisce la creazione del nome stesso della Svezia: Sverige.

L’esercito di Birger puntava al controllo dell’antica Via dei Variaghi e alla città di Staraja, sul lago Ladoga, la prima importante stazione della fondamentale rotta di commerci fluviali che univa in un’unica e vastissima area di scambi il Mar Baltico con il Mar Nero e la Scandinavia con la Rus’ di Kiev e l’impero bizantino. Staraja Ladoga, su una ripida altura e ben protetta dalla conformazione stessa del fiume Volchov, era la vecchia città di Aldeigjuborg, costruita nell’VIII secolo dai vichinghi. Uno dei primi insediamenti del popolo di guerrieri e mercanti in quella terra che porta ancora il loro nome: Rus.

In ballo, insieme al vitale controllo dei traffici fluviali e alla sopravvivenza stessa del principato di Novgorod, c’era anche lo scontro religioso tra la chiesa ortodossa e quella cattolica.

L’esercito del principe Aleksandr Jaroslav sbucò dalla fittissima nebbia tra il corso della Neva e quello dell’affluente Ižora: l’attacco a sorpresa non lasciò scampo agli Svedesi. Birger fu ferito da Aleksandr. E l’esercito scandinavo, sconfitto e disperso, battè in ritirata.

L’impresa valse al principe il soprannome che da allora lo accompagnerà per sempre: Nevskij, l’eroe “della Neva”.

Lago Peipus (o dei Ciudi)

LA BATTAGLIA DEI GHIACCI Due anni dopo, il 5 aprile 1242, Aleksandr arrestò l’avanzata dei cavalieri teutonici guidati dal vescovo principe Hermann nei pressi del lago Peipus. I soldati russi accerchiarono e sconfissero l’esercito dei Cavalieri, affiancato dagli alleati Livoni e Danesi.

La Battaglia dei Ghiacci, pose fine alle Crociate del Nord e ai tentativi dello stato monastico dell’ordine militare di soggiogare i territori abitati dagli slavi ortodossi e dei popoli pagani ad est dell’Estonia.

La vittoria russa, modesta dal punto di vista militare, ebbe però una enorme importanza politica. E consacrò il mito di Nevskij, capace di salvare il suo principato stretto tra la potenza svedese e quella dell’Ordine dei cavalieri teutonici.

Aleksandr nel 1246 venne nominato granduca di Kiev. Iniziò allora un’altra battaglia, questa tutta politica, contro i boiardi, gli esponenti dell’alta aristocrazia feudale che mal digerivano il rafforzamento dell’autorità monarchica. E anche contro l’oligarchia dei mercanti, gelosa delle proprie prerogative nel governo della “libera città” di Novgorod.

Contro di loro e a suo vantaggio usò l’altra minaccia a lungo sottovalutata. Una guerra che arrivò sulla Russia e i paesi dell’ovest con la forza di un cataclisma: i Mongoli di Batu Khan, discendente del leggendario Genghiz Khān dilagarono nelle grandi pianure portando ovunque distruzioni e morte. Intere città vennero rase al suolo. L’Orda d’Oro nel 1238 aveva già colpito e annientato i Bulgari del Volga. Tutti i principati russi vennero devastati. Jurij, granduca di Vladimir, fu ucciso nella battaglia del fiume Sir. Solo la stagione del disgelo salvò Novogorod.

Scena della battaglia del lago ghiacciato in una miniatura del sec. XIV

Ma la tregua durò poco. Nel 1240 l’Orda d’Oro riapparve: la furia mongola travolse Kiev e l’armata di Batu Khān penetrò in Ungheria e Polonia. La morte del gran Khan nel dicembre 1241 e le lotte per la successione tra i clan rivali fermarono quell’esercito che sembrava invincibile.

L’Occidente respirava. Ma la Russia rimase prigioniera sotto il tallone di ferro degli invasori. E Tatari, il nome di una stirpe mongola dell’ovest, diventò anche la parola con la quale i popoli delle grandi pianure iniziarono a chiamare i loro conquistatori.

IL PRINCIPE VASSALLO Aleksandr Nevskij in quegli anni continuò a rafforzare il suo potere. Sconfisse più volte i Lituani che lo minacciavano da nord e nelle stagioni successive firmò anche il primo trattato di pace con la Norvegia.

Ma l’eroe della guerra diventò un sostenitore della “pace ad ogni costo”. Di fronte alla forza dei Mongoli il principe si fece vassallo. A più riprese pagò il tributo ai conquistatori. Andò più volte alla corte del khan per compiere l’atto di sottomissione. Respinse ogni tentativo della curia papale che caldeggiava una guerra aperta tra la Russia e l’Orda d’Oro.

Ma il calcolo, il cinismo o l’abilità politica, lo portarono molto oltre: iniziò ad usare i padrini mongoli come assicurazione contro i suoi nemici. Chiese l’aiuto dei Tatari per combattere contro suo fratello e i suoi parenti che si ribellavano agli invasori. Riuscì così ad acquistare il controllo di gran parte della Russia settentrionale.

Con i Mongoli scelse la via della “non resistenza”. Combattere voleva dire morire. Molti dei suoi sudditi lo accusarono, più o meno velatamente di codardia, come lascia intendere un monaco “resistente” autore della Cronaca di Novgorod. Ma la sua moderazione gli assicurò molti vantaggi. A partire dalla riduzione del tributo annuo che le città russe dovevano versare. Truppe della cavalleria di Nevskij furono inviate in Cina alla corte del gran Khān. Ma il principe riuscì ad evitare che l’Orda d’Oro incorporasse in modo stabile i soldati russi nel suo esercito.

L’espansione dell’Orda d’Oro nel 1389

Il Khān lo premiò. Ottenne il diploma di granduca della città di Vladimir che elesse a capitale del suo stato. Costrinse con la forza delle armi i riottosi cittadini di Novgorod a pagare i tributi ai Mongoli e lasciò il figlio Dmitrij al governo della città.

Ma quando il giovane principe diede ragione agli oligarchi che si rifiutavano di sottostare al censimento che i funzionari tatari imponevano per riscuotere il loro tributo annuale, Nevskij punì e destituì suo figlio. Impose agli oligarchi di obbedire ai Tatari. E si mise in viaggio fino a Sarāy, capitale mongola, per chiedere clemenza al Khān Ulaghcī.

Novgorod pagò così il tributo ai conquistatori nel 1259. Ma la rivolta non si spense. Pochi anni dopo, anche le città di Vladimir, Jaroslav e Rostov si ribellarono e massacrarono gli esattori tatari.

La punizione dell’Orda d’Oro sembrava inevitabile. Aleksandr Nevskij per la quarta volta marciò fino a Sarāy per implorare la clemenza del Khān. Usò tutta la sua autorevolezza: lo rabbonì con doni e promesse e salvò la pace. Ma nel viaggio di ritorno si ammalò e morì a Godorec.

Era il 14 novembre 1263. Cronache agiografiche raccontano che in pieno inverno e con un clima rigidissimo la famiglia ducale, il metropolita e il “popolo tutto di Vladimir” vennero incontro alla salma del principe fino a Bogoljubovo.

L’OMAGGIO DI PIETRO IL GRANDE Nel 1547 Aleksandr Nevskij fu canonizzato dalla chiesa ortodossa russa. Pietro il Grande fece trasportare i suoi resti a San Pietroburgo e ordinò che sul luogo della Battaglia della Neva venisse edificato il Monastero di Aleksandr Nevskij. In suo nome, nel 1725 venne creato L’Ordine Imperiale di Sant’ Aleksandr Nevskij, cancellato dalla Rivoluzione d’Ottobre ma ripristinato nel 1942.

A San Pietroburgo, il nome del “Sole della Russia”, “L’apostolo della pace a qualunque costo”, risuona ogni giorno lungo la prospettiva Nevskij, il corso principale della grande e bella città.

Il santo guerriero di Novgorod barattò con cinico realismo politico l’indipendenza del suo popolo con l’esistenza stessa del suo regno e con il futuro della sua dinastia. Ma principi e prelati, mercanti e soldati, seppure obtorto collo, alla fine accettarono la pax mongola che consentì comunque alla Russia di rinascere dalle proprie macerie a partire dalla seconda metà del XIV secolo.

Virginia Valente

La battaglia dei ghiacci in un mosaico nella metropolitana di San Pietroburgo

Da leggere:Catherine Durand-Cheynet, Alessandro Nevskij o il Sole della Russia, Salerno editrice, 1988.Francis Conte, Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, Einaudi, 1991.Hans Kohn, Storia degli Slavi, Odoya, 2018.

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La Signora Amore di Margherita Porete

Il primo giorno di giugno del 1310, la data del rogo di Parigi, è anche la sola data conosciuta nella vita di Margherita Porete, nata probabilmente a Valenciennes.

Anche Margherita è teologa, ma diversamente da Ildegarda a che dichiarava di trasmettere il messaggio della Voce, afferma di parlare a nome delle “anime semplici e libere”, quell’invisibile comunità alla quale sentiva di appartenere.

Il destino delle due donne non poteva che essere diverso. Il Miroir des ames simples (in volgare francese) di Margherita è un testo considerato oggi dagli studiosi un’opera “incomparabilmente originale” (Peter Dronke) e di rara potenza poetica e drammatica, un saggio di autocoscienza e di pietà religiosa che ci dice molto sui movimenti ispirati al Libero Spirito.

Al centro delle idee vi è la Signora Amore che “non tien conto di vergogna o onore, di povertà e ricchezza, di inferno o paradiso” e giunge a “guardare la morte della Ragione” (impersonata dalla scolastica dell’università del tempo).

La trama della teologia di Margherita è volutamente paradossale e rispecchia con semplicità di espressione i temi del pensiero neoplatonico e del linguaggio mistico che aspirano all’annullamento di sé, e persino il motivo, proprio della letteratura cavalleresca e cortese, dell’innamorato lontano (in questo caso Dio).

In contrasto alla “piccola chiesa” dei potenti e dei dotti istituita sulla terra, Margherita illumina l’idea della chiesa vera, “semplice e invisibile” vincolata dalla sola carità, senza dogmi e dimostrazioni.

Scrive Margherita:

Teologi e chierici anche se possedete ingegno non sarete in grado di capire se non camminate sulle vie dell’umiltà e se Amore e Fede non vi aiuteranno a andare oltre la Ragione…

Manoscritto de Lo specchio delle anime semplici, conservato nel Musée Condé di di Chantilly

Che Margherita non si sia degnata di rispondere ai suoi giudici non fa meraviglia: predicava in pubblico dottrine eretiche, violava come donna l’antico divieto di insegnare pubblicamente e soprattutto proponeva una religione come fede interiore e spontanea, libera dai vincoli della gerarchia ecclesiastica.

La sua condanna a morte era inevitabile. Per due secoli l’unico manoscritto sopravvissuto nonostante la scomunica, copiato in segreto più volte, assicurò la sua fama.

Poi sull’opera di Margherita scese un lungo silenzio rimosso soltanto trent’anni fa da uno storico della letteratura come Peter Dronke.

Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri Articolo pubblicato su: Enciclopedia delle donne

Bibliografia essenziale:Margherita Porete, Specchio delle anime semplici annientate, Milano, San Paolo 2000.Romana Guarnieri, “Specchio” di Margherita ne Il movimento del Libero Spirito, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1965.Peter Dronke, Donne e cultura nel Medioevo, Milano, Il Saggiatore, 1986.Georgette Epiney, Burgard Emilie Zum Brunin, Le poetesse di Dio – L’esperienza mistica femminile nel Medioevo, Milano, Mursia. Georges Duby, Micelle Pierrot, Storia delle donne – Il Medioevo, Bari, Laterza 2009.

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La nascita di Dante

“Il poeta più conosciuto è il più grande degli sconosciuti”. Il paradosso di Indro Montanelli appare calzante ancora oggi.

Il volto di Dante Alighieri nel monumento in Piazza Santa Croce a Firenze (Enrico Pazzi, 1865)

Della vita privata di Dante sappiamo ancora poco. A partire dal cognome. I codici registrano ben 19 varianti: Alegheri, Alegeri, Aleghieri, Alleghieri, Allaghieri, Allighieri, Allageri, Allagheri, Allegheri, Allegeri, Alageri, Alagheri, Alaghieri, Aldigherri, Aldighieri, Adeghieri, Aligeri, Aligheri e Alighieri.

Qual è quella giusta? Per comodità e consuetudine, si è adottata la forma “Alighieri” caldeggiata dal Boccaccio. Anche se Jacopo, il figlio del poeta, in vita si firmò Alagherii o de Alagheriis.

L’AERE TOSCO I’ fui nato e cresciuto/ sovra ‘l bel fiume d’Arno a la gran villa… Così Dante si presenta nel XXIII canto dell’Inferno (v. 94-95). E nella Commedia (Paradiso, XXII, 112-117) ricorda che venne alla luce quando il sole si trovava nella costellazione dei Gemelli:

in quant’io vidi ‘l segnoche segue il Tauro e fui dentro da esso.O gloriose stelle, o lume pregnodi gran virtù, dal quale io riconoscotutto, qual che si sia, il mio ingegno,con voi nasceva e s’ascondeva voscoquelli ch’è padre d’ogne mortal vita,quand’io senti’ di prima l’aere tosco

Beatrice in un’opera di Marie Spartali Stillman (1895)

Che anno era? Una attenta rilettura dei passi danteschi relativa alla nascita di quella Commedia che poi sarà chiamata Divina, ci porta a credere che fosse il 1265. L’immaginario viaggio nell’oltretomba è ambientato nel 1300, l’anno del primo Giubileo, voluto da papa Bonifacio VIII. Se Dante era allora “nel mezzo del cammin di nostra vita”, avrebbe quindi dovuto avere 35 anni, considerando che la vita media ideale era di circa 70 anni.

Gli altri indizi a favore del 1265 ce li fornisce il poeta stesso quando parla di Beatrice. Finalmente la rivede, nel Purgatorio (canto XXXII). E placa la sua decenne sete di lei. L’amata era morta dieci anni prima, nel 1290, a circa 24 anni. Dalla Vita Nuova, sappiamo che Beatrice sarebbe nata nel 1266 e che aveva dieci mesi meno di Dante.

Nel 1265 la costellazione dei Gemelli, il bel nido di Leda (Paradiso, XXVII, 98) splendeva fra il 14 maggio e il 15 giugno. Dante nacque in maggio. Pietro Giardini, un notaio ravennate che fu vicino al poeta negli ultimi anni della sua vita, lo raccontò a Boccaccio: davanti a lui, sul letto di morte, Dante che aveva “trapassato il cinquantesimosesto” contò gli anni e i giorni della sua vita proprio a partire da un mese di maggio.

“NEL MIO BEL SAN GIOVANNI” La casa degli Alighieri era nel sestiere fiorentino di San Pier Maggiore, in una piazza dietro la chiesa di S. Martino del Vescovo, di fronte alla Torre della Castagna. Vicino alla chiesa della Badia e al Palazzo del Podestà, a metà strada tra il Duomo e l’attuale e famosa piazza della Signoria.

Nel sestiere abitavano famiglie influenti come i Cerchi o i Donati o i Portinari, casato d’origine di Beatrice. Aristocratici e popolani vivevano gomito a gomito. I clan rivali rafforzavano di continuo le loro case fortificate e munite di torri. Guelfi contro Ghibellini. Guelfi Neri (i Donati) di antica nobiltà contro Guelfi Bianchi (i Cerchi) partiti dal niente e diventati ricchissimi.

Il Battistero di San Giovanni a Firenze, consacrato nel 1059

Dante fu battezzato il 26 marzo 1266 “nel mio bel San Giovanni” (Inferno, XIX, 17): il Battistero, il tempio cittadino per antonomasia, il luogo sacro della Firenze medievale, dove il Comune conservava i trofei di guerra e custodiva il carroccio. A quel tempo, non c’erano ancora né Santa Maria Novella né Santa Maria del Fiore. Il campanile di Giotto non era ancora stato costruito. Nemmeno la cupola di Brunelleschi e nessuno dei grandi palazzi che poi edificarono i Medici.

Il Battistero era il più grande e importante edificio della città. Quel 26 marzo, come ogni anno, si rinnovava l’antica tradizione di battezzare insieme tutti i bambini nati nel corso dell’ultimo anno. Una cerimonia alla quale partecipava l’intera città. Era passato appena un mese dalla battaglia di Benevento che vide la sconfitta e la morte di Manfredi, figlio naturale di Federico II, erede degli Hohenstaufen e ultimo sovrano del regno di Sicilia. Con la fine del partito ghibellino, anche a Firenze i Guelfi sognavano di ripristinare un governo popolare. E si preparavano a rientrare in città anche alcuni esuli della famiglia degli Alighieri, espulsi poco tempo prima.

IL DESTINO NEL NOME Lo chiamarono Durante. Come il nonno, il padre di sua madre Bella, il giudice fiorentino Durante degli Abati. Ma lui, per tutta la vita, volle essere chiamato Dante. Fu chiamato Dante. E Dante si firmò, in tutti i documenti, sia pubblici che privati.

Del resto, di Durante non c’è traccia in nessun documento che riguardi Dante in vita: né nei verbali che riguardano le sue testimonianze né nelle sentenze che lo condannarono al doloroso esilio da Firenze.

Durante compare una sola volta, il 9 gennaio 1343, ventidue anni dopo la morte del poeta, in un atto sottoscritto dal figlio Jacopo Alighieri, primo commentatore della Commedia. È ripetuto addirittura due volte, forse per dare maggiore forza e regolarità al certificato amministrativo: “Cum Durante, ol. vocatus Dante, cd. Alagherii de Florentia, fuerit condempnatus et exbanitus per d. Cantem de Gabriellibus de Egubio“. “Quando Durante, già chiamato Dante, del fu Alighiero di Firenze, fu condannato e bandito dal signor Cante Gabrielli da Gubbio”.

Tradizione voleva ai nuovi nati venisse imposto il nome del casato paterno. È singolare che nel caso di Dante fosse invece stato scelto il nome del padre della madre Gabriella, detta Bella. Lo storico Filippo Villani ci spiega che locutionis florentine, alla maniera fiorentina, il poeta fu chiamato con syncopato nomine.

Un diminutivo. Ma per Dante, non fu certo una diminutio: il poeta portava il suo nome con orgoglio. Come scrisse nelle Rime (94, XCIII) nel capoverso di una risposta :

Io Dante a tte, che mm’hai cosi chiamato

oppure nella sua Commedia:

Dante, perché Virgilio se ne vada,non pianger anco, non piangere ancora

(Purgatorio, XXX, 55-56).

Nei capoversi dei sonetti inviati dai poeti e dagli amici il rimando è continuo: Dante Alleghier, Cecco, tu’ servo amico (Cecco Angiolieri), Dante, i’ non odo in quale albergo soni (Cino da Pistoia) o anche Dante, un sospiro messagger del core (Guido Cavalcanti).

Nel Medioevo c’era la convinzione diffusa che il nome celasse anche il destino di chi lo portava. Dante, che per tutta la vita sentì di essere un predestinato, sarebbe senz’altro stato d’accordo con la interpretazione che del suo nome fece Boccaccio nell’Accessus delle Esposizioni (38-41): Dante è colui che dà, che dona, che attraverso le sue opere ha lasciato sapienza e bellezza, virtute e canoscenza.

IL MITICO CACCIAGUIDA Il capostipite degli Alighieri era Cacciaguida, vissuto nel XII secolo. Dante farà partire proprio da lui la storia nota della sua famiglia. Nacque tra il 1091 o 1101 e morì intorno al 1148. Secondo Dante, ansioso di nobilitare le sue origini familiari, fu ordinato cavaliere da un non meglio identificato imperador Currado. Il trisavolo, personaggio centrale della Divina Commedia, cadde in battaglia in Terrasanta durante la seconda crociata.

Giovanni di Paolo, Dante e Cacciaguida, miniatura, anni ’40 del XV secolo

Nel poema di Dante è tra i combattenti, nel cielo di Marte. Racconta la storia della sua famiglia. Parla di una Firenze ormai scomparsa

dentro da la cerchia antica, ond’ ella toglie ancora e terza e nona,si stava in pace, sobria e pudica.

(Paradiso. XV, 97-99).

Ricorda che

ne l’antico vostro Batisteo insieme fui cristiano e Cacciaguida

(Paradiso XV,134-135).

E aggiunge:

Moronto fu mio frate ed Eliseo;mia donna venne a me di val di Pado,e quindi il sopranome tuo si feo.

(Paradiso XV, 136-138).

Da quella moglie, una ragazza della Val Padana arrivò il nome della famiglia. Gli Alighieri non erano ricchi. E nemmeno con grandi ascendenze nobiliari. Il poeta lo ricorda con orgoglio, per bocca dell’avo, nel canto successivo:

O poca nostra nobiltà di sangue,se gloriar di te la gente faiqua giù dove l’affetto nostro langue,

mirabil cosa non mi sarà mai:ché là dove appetito non si torce,dico nel cielo, io me ne gloriai.

(Paradiso, XVI 1-6).

La nobiltà, del resto, è però un mantello che si accorcia presto, poiché il tempo di giorno in giorno lo taglia:

Ben se’ tu manto che tosto raccorce:sì che, se non s’appon di dì in die,lo tempo va dintorno con le force.

(Paradiso XVI, 7-9).

La Firenze di Cacciaguida era ben lontana dalla città duecentesca, quella de La gente nova e i sùbiti guadagni(Inferno XVI, 73). Il trisavolo rivendica con orgoglio le sue origini:

Li antichi miei e io nacqui nel locodove si truova pria l’ultimo sestoda quei che corre il vostro annual gioco.

Basti d’i miei maggiori udirne questo:chi ei si fosser e onde venner quivi,più è tacer che ragionare onesto.

(Paradiso XVI, 34-45)

LA DINASTIA DI BELLINCIONE Da Cacciaguida nacquero Preitenitto e Aldighiero, che i fiorentini chiamarono anche Aldaghiero e poi Alighiero.Il bisnonno di Dante ebbe a sua volta due figli: Bello e Bellincione.

Dal primo nacque un altro ramo della famiglia, quello Del Bello, esponenti del partito guelfo, espulsi da Firenze dopo la battaglia di Montaperti del 4 settembre 1260, combattuta tra i Guelfi di Firenze e i Ghibellini senesi affiancati dai cavalieri inviati da Manfredi di Svevia e dagli esuli ghibellini capeggiati da Farinata degli Uberti: Lo strazio e ’l grande scempio/ che fece l’Arbia colorata in rosso (Inferno X, 85-86).

Il museo Casa di Dante (Via Santa Margherita 1, Firenze)

Bello, primogenito di Alighiero, fu insignito del titolo di cavaliere. Uno dei suoi figli, Geri, ch’io vidi lui a piè del ponticello/ mostrarti, e minacciar forte col dito, e udi’ ‘l nominar Geri del Bello (Inferno XXIX, 25-27), è il primo membro della propria famiglia che Dante incontra nel suo viaggio ultraterreno. Era il cugino del padre del poeta. Dante lo sistema nell’Inferno, fra i seminatori di discordia. Accusato di rissa e percosse in un processo a Prato, fu assassinato da Brodaio dei Sacchetti.

L’altro figlio di Alighiero, il nonno di Dante, si chiamava Bellincione. Di professione faceva il cambiatore: un piccolo prestatore di denaro, in stretti rapporti d’affari con la nobiltà fiorentina. Conosciuto e stimato a Firenze ma non autorevole quanto Bello, il fratello maggiore.Bellincione per due volte e per sette anni complessivi, conobbe la via dell’esilio. Lo ricorda con sarcasmo a Dante nel decimo canto dell’Inferno l’orgoglioso ghibellino di Firenze Farinata degli Uberti, confinato tra gli eretici, nel sesto cerchio dell’orrenda cavità:

mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».

Io ch’era d’ubidir disideroso,non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;ond’ei levò le ciglia un poco in suso;

poi disse: «Fieramente furo avversia me e a miei primi e a mia parte,sì che per due fiate li dispersi».

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;ma i vostri non appreser ben quell’arte».

(Inferno, X, 42-51).

L’INNOMINATO ALIGHIERO Bellincione era ancora vivo nel 1269, quando fu redatto l’estimo dei danni ricevuti dai Guelfi durante la supremazia ghibellina. Ebbe sei figli maschi. Di quattro conosciamo il nome: Brunetto, Gherardo, Bello e il primogenito Alighiero, chiamato come il nonno e padre del grande poeta.

Dante Alighieri, Sandro Botticelli, 1495, Ginevra, collezione privata

Dante che pure parlò di tutti, non citò mai il padre in nessuna delle sue opere, come fece del resto con la moglie Gemma.

Una labile traccia di Alighiero appare in un documento del 1257 dal quale risulta che prestò 20 lire e 8 soldi a una certa Bencisia, moglie di un tal Ristori de Montemurlo. E poco altro.

Come suo padre Bellincione, Alighiero visse di operazioni finanziarie, prestiti, compravendita di case e terreni e forse anche di usura. Tanto che il verseggiatore Forese Donati, nella Tenzone poetica che scambiò con Dante (sei sonetti ingiuriosi, tre per parte) ne parlò quasi come un malfattore:

Ben so che fosti figliuol d’Allaghieri,e acorgomene pur a la vendettache facesti di lu’ sì bella e nettade l’aguglin ched e’ cambiò l’altr’ieri.

I due poeti si rispondevano “per le rime”, a volte in modo crudele, con insulti e pesanti allusioni alla loro vita privata e ai loro familiari più stretti.

Anche Dante dileggiava Forese: lo accusava di ghiottoneria e di trascurare la moglie Nella. E anche di essere un ladro come molti membri della sua famiglia. Ma l’intento, feroce e gioioso allo stesso tempo, era solo letterario.

Forese era amico di Dante. Divenne anche suo parente acquisito dopo il matrimonio del poeta con Gemma Donati. Era il fratello minore di Corso Donati, feroce capo dei Guelfi Neri e di Piccarda Donati, La mia sorella, che tra bella e buona / non so qual fosse più (Purgatorio XXIV, 10 ), giovanissima monaca delle clarisse, costretta da Corso ad abbandonare il convento per sposare Rossellino della Tosa, facinoroso rappresentante del partito dei Guelfi Neri: fuor mi rapiron de la dolce chiostra: / Iddio si sa qual poi mia vita fusi (Paradiso III, 107-108).

IL RICORDO DI BELLA Quando Dante venne al mondo, Alighiero era già anziano. Era nato intorno al 1220 e forse morì poco dopo il 1275. Sposò Bella, figlia del giudice Durante degli Abati, che risiedeva nello stesso sestiere di San Pier Maggiore. Una famiglia potente. Ma soprattutto ricca. Segno anche del prestigio sociale all’epoca raggiunto all’epoca da Bellincione che voleva un buon partito per il suo primogenito.

Gli Abati, al contrario degli Alighieri, erano seguaci del partito ghibellino. Ma i matrimoni tra famiglie nemiche, soprattutto quelle di non primissimo piano, erano frequenti e servivano anche a stemperare i conflitti permanenti di partito che animavano la vita cittadina. Alighiero non era di sicuro un uomo colto ma seppe assicurare una certa tranquillità economica alla sua famiglia.

Bella morì giovane, per cause sconosciute tra il 1270 e il 1273. Lasciò Dante e un’altra figlia, della quale non conosciamo il nome, che andò in moglie a Leone Poggi, banditore del Comune di Firenze. Una sorella di sangue alla quale Dante fu di certo legato da un amore profondo: è lei la donna giovane e gentile… di propinquissima sanguinitade congiunta a cui allude nella Vita Nuova, (XXIII, 11-12).

Nelle rappresentazioni letterarie non erano ammessi i ricordi dell’intimità familiare. Dante non fa eccezione alla regola: di sua madre scrive solo una volta, in modo commosso, quando fa dire a Virgilio: benedetta colei che ‘n te s’incinse! (Inferno. VIII 45). Una citazione del Vangelo di Luca (11,27) forse più diretta alla sua gloria futura di poeta che al ricordo della mamma. Ma indizio, comunque, del peso di una assenza che segnò la sua vita.

LAPA E LA NUOVA FAMIGLIA Alighiero, vedovo e con due bambini in casa, si risposò presto con Lapa, erede di Chiarissimo Cialuffi, un mercante di certo agiato ma non di una famiglia importante, dalla quale ebbe altri due figli: Francesco, e Tana (Gaetana) detta Trotta, che andò in sposa a Lapo Riccomanni, un piccolo banchiere fiorentino. Della sorellastra Dante ricorderà le cure amorevoli che ricevette durante una malattia giovanile. Francesco fu vicino al fratello per tutta la vita: lo soccorse a più riprese, coprendo i suoi debiti, fino a rimanere creditore di 1098 fiorini che Dante mai gli rimborsò. Condusse una vita ritirata e modesta. Sposò Piera Caleffi, di famiglia ghibellina e andò a vivere in campagna in una casetta a San Pietro a Ripoli. Non s’immischiò nella politica se non per aiutare il suo geniale fratello.

Dante, Luca Signorelli 1499-1502, particolare delle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto

Alighiero lasciò orfani i suoi quattro figli tra il 1275 e il 1281: una data incerta come tante altre notizie sulla vita del giovane Dante. I figli ebbero in eredità due poderi, a Camerata e a San Miniato a Pagnolle e due piccoli terreni nel popolo di Sant’Ambrogio.

Non certo grandi ricchezze. Ma Dante riuscì a studiare forse anche grazie a qualche lascito del nonno Bellincione. Come era d’uso all’epoca, per i primi studi fu affidato a un doctor puerorum che si chiamava Romano e che aveva una scuola nel “popolo di San Martino” vicino alle case degli Alighieri.

Il piccolo Dante iniziò ad apprendere la scrittura volgare per poi passare allo studio del latino, la lingua della scienza della quale parla nel Convivio (1, 13, 5): questo mio volgare fu introduttore di me nella via di scienza, che è ultima perfezione [nostra], in quanto con esso io entrai nello latino e con esso mi fu mostrato: lo quale latino poi mi fu via a più inanzi andare.

Due avvenimenti in questi primi anni giovanili daranno una svolta alla sua vita: l’incontro con Beatrice avvenuto nel maggio del 1274 e narrato nella Vita Nova quando il poeta aveva 9 anni. E tre anni dopo, il 9 febbraio 1277, il precoce contratto di matrimonio, stipulato secondo l’uso del tempo, con Gemma di Manetto Donati, appartenente a un ramo minore della potente famiglia fiorentina di Corso e Forese Donati.

Il matrimonio fu perfezionato solo in seguito, nel 1285. Ma già due anni prima delle nozze, a nove anni dal primo fatale incontro, Dante dirà al mondo e a se stesso che la gloriosa donna della sua mente (Vita Nova, 11,1) è Bice, la figlia del ricco e nobile cittadino Folco Portinari. Beatrice nel 1287 andò in sposa a Simone de’ Bardi ma nella vita del poeta rimase baldanza d’Amore a segnoreggiare (Vita Nova, 11,9).

“IL BELLO OVILE” In questa Firenze, dinamica e rissosa, pronta al balzo economico degli anni successivi, animata dai perenni cantieri e segnata dalle lotte di partito, Dante visse i primi 36 anni della sua vita.

Poi verranno i giorni delle accuse infamanti e della spietata sentenza emessa il 10 marzo 1302 dal podestà Cante Gabrielli: “Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia”.

Nella povertà di una lunga e dolorosa lontananza dalla patria, Dante sentirà come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale (Paradiso, 58-60).

Lontano da Firenze nascerà la Divina Commedia, una prodigiosa opera letteraria, la prima scritta in una lingua europea moderna, sintesi straordinaria della realtà storica e della cultura medievale.

Cosciente di sé e del suo valore, quasi alla fine del suo Paradiso, Dante sognerà l’impossibile: mitigare con la gloria del suo capolavoro i cuori “crudeli” dei fiorentini. E rivedere il luogo più simbolico della città della sua infanzia: quel “bel San Giovanni ”, il Battistero dedicato al patrono:

bello ovile ov’io dormi’ agnello,nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro velloritornerò poeta, e in sul fontedel mio battesmo prenderò ‘l cappello;

(Paradiso, XXV, 5-12).

Federico Fioravanti

Bibliografia essenziale: Dante Commedia, I Meridiani, Mondadori. Dante Vita Nuova, Rime (a cura di Donato Pirovano e Marco Grimaldi), Salerno editrice. Giovanni Boccaccio, Trattatello in laude di Dante, Garzanti, 2007. Enciclopedia Dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Marco Santagata, Dante. Il romanzo della sua vita, Mondadori, 2012. Guglielmo Gorni, Dante. Storia di un visionario, Laterza 2008 Enrico Malato, Dante, Salerno editrice, 2017. Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, Laterza, 2001. Indro Montanelli, Dante e il suo secolo, Rizzoli, 1974. Cesare Marchi, Dante, Rcs, 2005.

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Il labirinto nella cattedrale

Chi si occupa di pellegrinaggi sa bene che tra i gadgets più comuni in quella che ormai sta diventando sempre più un’occasione turistica se non un business fioriscono, tra le altre cose, labirinti e portachiavi a forma non solo di conchiglia – com’è noto la conchiglia del mollusco “nautilo” arrotolando le sue volute spiraliformi dal centro verso l’esterno, si accresce di un valore proporzionale uguale al cosiddetto “Numero d’Oro”, o “proporzione aurea” -, o di “Tau”, o di croci di Santiago, ma anche di “labirinto”: un caratteristico disegno che si presenta costituito di cerchi concentrici collegati tra loro da piccoli sentieri di raccordo.

Veduta del centro storico di Lucca con la cattedrale di San Martino (foto: MedioEvo)

Ve ne sono per la verità di molti tipi e con variabili anche importanti (il più famoso forse è a pianta ottagonale, ispirato a quello del pavimento della cattedrale di Amiens): ma il più famoso riproduce in genere quello della cattedrale di Chartres.

Lo ritroviamo scolpito su una pietra collocata nel pilastro di destra dell’antiportico della facciata della cattedrale di San Martino di Lucca e databile al XII-XIII secolo: francamente è molto difficile decidere se questo sia una copia più piccola e un po’ meno accurata di quello, o se invece sia quello una copia ingrandita e solennizzata di questo.

Il labirinto scolpito su una lastra in arenaria (XII sec. (?) a Pontremoli (foto: MedioEvo)

Ne troviamo anche una copia – o una libera reinterpretazione – su una pietra che costituisce ancor oggi uno dei vanti del glorioso centro di Pontremoli, sulla tratta della Via Francigena che, discendendo dal passo della Cisa, portava i pellegrini che provenivano dal Settentrione fino alla città di Lucca, vero e proprio nodo viario sulla via verso Roma dalla quale, attraverso il “padule” delle Cerbaie dominato dall’ospizio detto de alto passu (“Altopascio”, sede anche di un famoso Ordine ospitaliero), conduceva al guado di Fucecchio sull’Arno – ancora oggi sorge nei pressi il luogo detto “Catena” in memoria dell’antico attracco fluviale – ma dal quale, prendendo al direzione ovest senza abbandonare la riva destra dell’Arno, si poteva giungere a un’altra città nella quale il culto di san Giacomo e del suo emblema, il “Tau”, era primario; e al santo di Compostella era dedicato un capolavoro dell’arte sacra occidentale, l’Altare argenteo della cattedrale con le storie dell’Apostolo che gli spagnoli della Reconquista avrebbero denominato Matamoros da una sua leggendaria apparizione in armi, nel corso della battaglia del Clavijo, contro i musulmani.

Echi gerosolimitani Se invece si passava l’Arno a Fucecchio e si procedeva a sud verso Siena, ai confini della Tuscia della quale era signora la magna comitissa Matilde di Toscana si giungeva fino ad Acquapendente, dove sorgeva nella cripta della bella chiesa locale un sacello del X secolo costruito ad instar sacratissimi Sepulchri, come quelli di Aquileia, di Santo Stefano a Bologna, di Pisa, di san Tomè d’Almenno presso Bergamo e di tanti altri luoghi d’Italia e d’Europa.

Erano le stationes, i luoghi di pellegrinaggio “minori” (alcuni di loro tali solo per inadeguata definizione) che punteggiavano la rete stradale che collegava i grandi santuari di Gerusalemme, di Roma e di Santiago de Compostela.

Una rete lungo al quale transitavano papi e vescovi, imperatori e re, santi e pellegrini, crociati e mercanti: una rete ricca di storia e di leggende lungo al quale talora si poteva incontrare perfino il diavolo, magari a sua volta travestito da pellegrino e altra impegnato a costruire arditi ponti alcuni dei quali si ammirano ancora, specie nella bella Lucchesia.

Il labirinto scolpito nella cattedrale di San Martino, Lucca (foto: MedioEvo)

Ricostruire la rete dei pellegrinaggi vuol dire anche questo: riscoprire antiche leggende con i loro reconditi, sovente sorprendenti significati. Ma che cos’è, cosa significa, il labirinto di San Martino?

Sulla fascia verticale a sinistra del piccolo, elegante bassorilievo (quindi a destra guardando) una bella iscrizione in grafia capitale-onciale che suona:

HIC QUEM / CRETICUS / EDIT DEDA – / LUS EST / LABERINT / HUS DEQ(U)- / O NULLU – / S VADER – / E QUIVIT / QUI FUIT / INTUS / NI THESE – / US GRAT – / IS ADRIAN – / E STAMI- / NE IUTUS, che si può tradurre così: “Questo è il labirinto costruito da Dedalo cretese dal quale nessuno che vi entrò poté uscire eccetto Teseo aiutato dal filo di Adriana (Arianna)”.

Il testo scolpito sulla fascia verticale accanto al labirinto della cattedrale di Lucca (foto: MedioEvo)

Al centro dell’immagine, configurato come uno spazio circolare a una sola entrata – il che significa che l’immaginario viaggiatore avrebbe dovuto percorrere a ritroso, per uscire, la medesima strada che aveva fatto per giungere dall’ingresso al centro – vi sono tracce di una figura abrasa che, stando ad alcuni testimoni o critici successivi, poteva raffigurare Teseo e il celebre mostro guardiano dell’edificio, Minotauro figlio di re Minosse: o meglio, della lubrica regina Pasifae che si era concessa a un toro entrando nel simulacro metallico di una vacca e sfruttando quindi, lì rinchiusa, gli ardori dell’animale; la sua atroce punizione consisté nell’essere chiusa nella statua cava ch’era stata tramite del suo peccaminoso desiderio e che fu riscaldata fino a diventare incandescente.

L’uomo-toro Secondo il celebre mito narrato anche da Plutarco l’eroe Teseo, figlio di Egeo re di Atene inviato dal padre per liberare la sua patria da un tributo di fanciulle vergini che Minosse re di Creta imponeva destinandole come cibo per il suo figliastro Asterione, o Minotauro, mostruosa creatura dal corpo umano e dalla testa taurina, trovò un aiuto nella figlia stessa del monarca cretese, Ariadne o Arianna – sorellastra quindi del Minotauro, che innamoratasi di lui gli affidò un filo di lana ch’egli avrebbe dovuto svolgere dietro di sé addentrandosi nel palazzo costruito dall’architetto Dedalo e detto “della Bipenne”, cioè appunto nel Labirinto – Labyrinthus (greco labŷrinthos) dal termine greco làbrys indicante quel che di solito si definisce pèlekus, l’ascia bipenne da guerra e da taglio dei grandi alberi fornita di due lame simmetriche e simbolo sacro per eccellenza, insieme con il toro, dell’antica civiltà minoica dell’isola di Creta -, un edificio caratterizzato da un insieme di corridoi che costituivano un cammino inestricabile al centro del quale il saggio re Minosse aveva rinchiuso il divino e mostruoso Asterione detto Minotauro che la sua sposa Pasifae aveva concepito unendosi con un macchinoso espediente a un vigoroso toro sacro.

Teseo trovò il mostro, lo uccise e quindi, con l’aiuto del filo procuratogli da Arianna, riuscì a riguadagnare l’esterno dell’edificio.

Per gli antichi il Labirinto simboleggiava la difficoltà del vivere e dell’orizzontarsi nei pericoli e negli imprevisti della vita: esso era difatti un insieme di sentieri che s’intersecavano e che non conducevano a nulla.

Quello di Teseo e della sua avventura nel Labirinto era con ogni evidenza un mito di nekyia, di discensus ad Inferos, di morte, di lotta spirituale e di resurrezione.

Il Labirinto, nella sua struttura spiraliforme – e la spirale è un’altra forma grafica simoblicamente significativa -, rinvia forma delle interiora umane e animali, a loro volta simbolo del mistero della vita come ben sapevano gli aruspici che leggevano il futuro negli intestini degli animali sacrificati.

Probabilmente grazie al tramite di alcuni modelli misterici ad esso tramandati il cristianesimo se ne appropriò: tanto più che esso era molto complesso e includeva anche una sua discesa agli Inferi, dai quali sarebbe risalito grazie ad Eracle.

L’eroe greco divenne quindi, nel Medioevo cristiano, figura Christi, prefigurazione simbolica del Cristo, come accadde anche ad altre divinità o figure eroiche antiche, da Dioniso e Orfeo. Di Teseo avevano parlato due poeti latini notissimi in età medievale, Ovidio e Stazio; lo stesso Dante ricordò più volte sia lui, sia il Minotauro.

Come il Cristo, Teseo aveva affrontato un mostro feroce, che nell’immaginario cristiano diveniva un demonio; come lui era disceso negli Inferi e ne era risalito. Ne consegue che il Labirinto si trasformò in un simbolo della vita, la complessità della quale è facilmente vinta dal credente che segue la fede (il filo di lana) propostagli dalla Provvidenza (Arianna).

Alatri (Frosinone). Affresco raffigurante il Cristo Pantocratore all’interno di un labirinto (foto: MedioEvo)

Ma poiché simbolo per eccellenza della vita era nel mondo medievale il pellegrinaggio, ecco che il Labirinto divenne per eccellenza simbolo del viaggio verso una Santa Mèta, minacciato dai pericoli materiali e spirituali (il Minotauro) ma il buon esito del quale era assicurato dal possesso di un filo che sarebbe stato guida sicura: il “filo di Arianna”, la fede.

La Santa Mèta Tuttavia, al centro del Labirinto medievale, raffigurato come un sentiero tortuoso sì, ma dal percorso certo e obbligato nella misura in cui era viaggio di fede, non v’era più il mostro diabolico bensì la santa mèta: Gerusalemme, sia quella terrestre punto d’arrivo dei pellegrini sia quella celeste desiderata definitiva sede degli eletti.

Si è discusso sul significato simbolico del fatto che il Labirinto cretese del Minotauro fosse caratterizzato da sette circonvoluzioni e quello cristiano da undici, senza tuttavia su ciò raggiungere risultati criticamente apprezzabili.

Importante invece il fatto che il Labirinto cristiano sia sempre rappresentato come “monocursale”, vale a dire a percorso obbligato, con una sola entrata e una sola uscita, a indicare la certezza della vita che, trascorsa alla luce della fede, conduce alla salvezza.

Sul Labirinto lucchese abbondano le leggende cittadine a base folklorica o pseudomisterica, come quella che lo ricollegherebbe non si sa né come né perché ai Templari: ma nessuna di esse è significativa.

In altre raffigurazioni medievali troviamo tuttavia, al centro del Labirinto, figure e immagini differenti da quella di Gerusalemme: e lo stesso caso lucchese è al riguardo dubbio in quanto l’immagine raffigurata al suo centro è abrasa e ormai illeggibile.

Al centro di altri Labirinti potevano trovarsi il minotauro-diavolo, se si voleva alludere al pericoloso sforzo iniziatico di purificazione; oppure il giardino dell’Eden, l’albero della Vita simbolo della croce, quindi il Paradiso, se s’intendeva piuttosto indicare la mèta ultima della vita.

Nel primo caso si dava importanza al cammino di ritorno, comportante l’uscita del labirinto; nel secondo si sottolineava invece indicare che il fedele raggiunge la mèta una volta conseguito il centro, cioè compreso l’autentico senso e scopo del vivere (la polarizzazione simbolica è permessa dal momento che il simbolo è per sua natura polisemico e non ha mai un senso unico e univoco, bensì va interpretato nel suo contesto).

Origini remote Di solito si indicano dei possibili archetipi storico-archeologici del Labirinto medievale: la reggia di Cnosso a Creta o il sepolcro del re etrusco Porsenna a Chiusi in Toscana. si tratta comunque di adattamenti di un mito raccolto (o inventato? ) da Diodoro Siculo, vissuto a cavallo tra l’età di Giulio Cesare e quella di Augusto, che lo trasmise a Virgilio e a Ovidio.

La storia del Labirinto sembra in realtà più antica e risalire a un’origine egizia (così come la parola, che secondo alcuni non deriverebbe quindi da Làbrys). È Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, 13, 19) a parlarci di un Labirinto situato nell’Alto Egitto, quindi nella parte meridionale del paese, tra le città di Arsinoe e di Crocodilopolis: un edificio fatto di 12 cortili e 3000 stanze, per la metà scavate sottoterra: Erodoto e Strabone l’avrebbero visitato. Si ignora se avesse funzione cultuale, iniziatica o sepolcrale: certo è divenuto, dagli orfici in poi, simbolo per eccellenza del cammino iniziatico.

A livello antropologico, strutture e camini di tipo “labirintico”, di solito posti in relazione con grotte e cunicoli naturali o artificiali, si trovano in molte tradizioni con un significato ch’è in qualche modo sempre iniziatico.

La fortuna del labirinto come simbolo della vita del cristiano e del pellegrinaggio, ma anche come motivo magico, è esemplare di una quantità di segni carichi d’intenso fascino e rimasti nel nostro immaginario collettivo anche quando se ne è perduto il significato.

Sulle cattedrali del Medioevo, in effetti, si è fatta molta, troppa letteratura: specie esoterica.

Nel 1932 venne pubblicato a Parigi uno strano libro d’un autore rimasto anonimo, lo pseudonimo del quale era Fulcanelli: Il mistero delle cattedrali, nel quale si sosteneva che alcune grandi cattedrali francesi – come Notre-Dame di Parigi o quella di Chartres – sono in realtà, a saperne correttamente interpretare la foresta dei simboli, veri e propri trattati dell’ars regia alchemica eternati nella pietra.

Esiste tutta una letteratura esoterica sui costruttori delle cattedrali del Medioevo, i “Maestri” e i “Compagni” identificati come i fondatori delle logge massoniche ai quali sarebbero arcanamente giunti i segreti architettonici delle antiche piramidi egiziane e del Tempio di Salomone a Gerusalemme. Ma anche a proposito di ciò la critica più avveduta rileva molte forme di arbitrio e di fantasiosa elucubrazione: e invita alla prudenza.

Miniatura raffigurante un suonatore di liuto e un gruppo di cantanti all’interno di un giardino cinto da mura, alla maniera di un hortus conclusus medievale, da un’edizione del Roman de la Rose di Guillaume de Lorris e Jean de Meung (1490-1500 ca., Londra, The British Library) [foto: MedioEvo]

Siamo abituati comunque a considerare il Labirinto come una presenza necessaria sulle pareti o sul pavimento di certe chiese medievali: ma essa lo divenne anche nei giardini, dove si costruivano labirinti utilizzando siepi di vegetali vari – di solito di bosso, secondo la cosiddetta ars topiaria, a scopi che non si collegavano alla meditazione simbologica religiosa sul senso della vita – a ciò nei giardini monastici o in quelli dei chiostri dei monasteri servivano semmai riproduzioni schematiche del “giardino dell’Eden” ispirate al racconto del primo Libro della Bibbia, il Genesi.

Ma possediamo notizia che già alla fine dell’XI secolo il giardiniere fiammingo Louis di Beaubourg avesse costruito per il castello di Ardre del suo signore Arnoulds de Guines, un labirinto che possiamo immaginare fatto di strutture in legno coperte di verzura. In casi come questi siamo piuttosto dinanzi a giochi cortesi ispirati magari alla memoria di giardini visitati in lontane contrade (durante la seconda metà del secolo XII, Luigi VII ed Eleonora d’Aquitania avevano potuto ammirare i giardini che circondavano Damasco; poi c’erano i giardini della Spagna musulmana) o a racconti contenuti nei romanzi cavallereschi.

D’altronde sia i giardini monastici sia quelli signoriali del Medioevo erano costruiti a loro volta in modo da richiamare immagini paradisiache: e il Labirinto di siepi ne era parte.

L’Oriente di Roberto Alla fine del Duecento, più o meno contemporaneamente alla stesura della seconda parte del celebre romanzo allegorico denominato Roman de la Rose, il conte Roberto d’Artois fece realizzare il parco di Hesdin, non lontano da Arras.

Da dove provenivano le suggestioni che presiedettero alla sua ideazione: da un Oriente passato attraverso l’Italia meridionale, che Roberto conosceva bene (ed ereditato quindi dall’esperienza federiciana in Sicilia) perché nel 1270 aveva partecipato alla scorta che aveva riportato da Tunisi, attraverso Palermo, i resti di Luigi IX morto crociato sul litorale nordafricano, e perché di seguito aveva vissuto circa cinque anni tra Palermo e Napoli? O dalla passione meccanica che aveva da tempo contagiato l’Occidente – e viene da pensare agli automi dei Mirabilia Romae e della leggenda di papa Silvestro II -, e che può avere precedenti e modelli orientali, ma che si era oramai anche sviluppata autonomamente?

Quando i racconti e i romanzi cavallereschi parlano di giardini incantati, popolati di mirabili fontane e di automi semoventi, siamo portati a ritenerlo un genere letterario.

Ma sembra che a Hesdin – giardino su cui siamo discretamente documentati – vi fossero realmente un Labirinto con specchi deformanti, getti d’acqua nascosti, automi e macchine in grado di stupire e sorprendere gli ospiti del giardino. È stato notato che in questo caso siamo di fronte a tecniche a quanto pare orientali, il cui effetto è però quello di creare un’atmosfera da “giardino incantato” che parrebbe piuttosto arturiana.

In pieno Trecento, il poeta e musicista Guillaume de Machaut, nelle composizioni Le remède de Fortune e in La fontaine amoureuse, descrive il parco di Hesdin, i suoi automi, le sue celebri fontane decorate di motivi desunti dai miti classici. Esso, dopo l’inevitabile decadenza dovuta alla guerra dei Cent’Anni, venne restaurato nel 1432 dal duca di Borgogna Filippo il Buono e qualcuno si è chiesto se nel parco rinnovato non fosse già matura la sensibilità del giardino rinascimentale.

Nella Hypnerotomachia Poliphili il tema centrale del discorso onirico e iniziatico è costituito dalla conoscenza e quindi dell’appropriazione di sé.

Ma non si può dimenticare che il giardino di Via Larga (o di San Marco), dove, protetti da Lorenzo, i migliori artisti del suo tempo si esercitavano nello studio della bellezza antica, si ispirava direttamente al modello dell’Accademia platonica e quindi a quel conosci te stesso che non a caso Lorenzo stesso rammenta commentando i suoi sonetti.

A Poggio a Caiano Lorenzo aveva voluto costruire un Labirinto – elemento classico dei giardini dell’antichità – accanto a una sorta di orto botanico, a una scena di gigantomachia e a un serraglio, che consentivano lo studio dei tre regni della natura. A Careggi, il riferimento a Platone era immediato. E non a caso fra il XV e XVI secolo il facoltoso cittadino fiorentino Bernardo Rucellai volle riunire in una nuova Accademia, ancora una volta nel suo giardino urbano, gli Orti Oricellari, gli ingegni di una città che stava cercando disperatamente di mantenere le sue libere istituzioni.

Una delle grottesche composizioni che caratterizzano il «Bosco Sacro» di Bomarzo (Viterbo), frutto della fantasia onirica del dominus loci Virginio Orsini (foto: MedioEvo)

I grandi modelli di giardino iniziatico – che sono anche, e ciò non va dimenticato, elaborati da un potere ormai sovrano, quello mediceo divenuto granducale – della Firenze del Cinquecento (vale a dire quelli costituiti da Boboli, Castello e Pratolino), risentono di un discorso iniziatico in cui la letteratura ermetica rappresentata soprattutto dall’enigmatica composizione detta Hypnerotomachia Poliphili non sono passati invano, ma sono al tempo stesso grandi mappe simboliche della regione soggetta al principe e grandi enciclopedie del sapere universale tradotte in immagini.

L’Hypnerotomachia (lotta d’amore in sogno) è caratterizzata com’è noto da una serie di vicende iniziatiche distribuite in una sequenza di giardini dove natura e artificio si confrontano e si mimano vicendevolmente. Dalla selva dell’iniziale disorientamento, Polifilo giunge in un giardino di cristallo dove incontra Logistica (la Ragione) e Telemia (la Volontà): con la loro guida può addentrarsi in un altro giardino, di forma labirintica, costituito da sette canali navigabili; al termine di questo viaggio lo attende un altro giardino ricco di artificialia, in seta, ornato di piante d’oro, di frutti e di gemme. Infine l’isola di Citera: naturale, ma dove le diverse piante si ordinano in ben costruiti settori attorno al tempio di Venere.

Giardini tripartiti I parchi fiorentini di Boboli, di Castello e di Pratolino (soltanto i primi due mantengono oggi in una qualche misura il loro antico assetto, mentre il terzo ha subìto un riattamento ottocentesco che lo ha reso illeggibile) conservano i caratteri fondamentali del discorso iniziatico.

Un rapporto variamente atteggiato tra naturalia e artificialia, questi ultimi costituiti tra l’altro da parchi di automi ormai scomparsi o comunque non più in funzione; in secondo piano una scansione tripartita, costituita da un’area a bosco (il selvatico), una a prato e una più propriamente a giardino architettonicamente atteggiato, il giardino segreto, hortus conclusus di medievale memoria nel quale si addensano gli elementi più elaborati e da mantenere più protetti. Ben conservato altresì è il parco detto “Bosco Sacro” di Bomarzo, nel Lazio settentrionale, caratteristico frutto della fantasia onirica del dominus loci Virginio Orsini.

Seguiamo brevemente questo percorso dal cerchio al centro, e poi dal centro al cerchio, tenendo presente che il primo cammino è di tipo iniziatico, il secondo di tipo politico.

Per quanto riguarda il primo aspetto, il selvatico è la selva dell’insicurezza, dell’ignoranza, del peccato, di una natura non ancor razionalmente interpretata e ordinata; la hyle, la selva oscura.

Incisione raffigurante un satiro che trattiene i rami di un albero affinché facciano ombra a una ninfa dormiente, da una copia dell’edizione della Hypnerotomachia Poliphili stampata a Venezia da Aldo Manuzio il Vecchio. Vicenza, Biblioteca Civica Bertoliana (foto: MedioEvo)

Dal selvatico si esce nel prato, che in realtà può essere una distesa ampia, anzi un panorama variato di aiuole, siepi fiorite, giochi d’acqua, vasche, fontane, peschiere, labirinti, montagne artificiali, parchi d’automi, colossi abitabili al loro interno (si pensi al gigante di Pratolino), teatri vegetali, il luogo centrale e privilegiato del racconto del giardino. Là vi saranno il labirinto, che è gioco ma anche simbolo dell’avventura esistenziale e iniziatica dell’uomo; la grande vasca che sovente arieggia a un simbolo oceanico (un esempio evidente, con tanto d’isola centrale, a Boboli) ma che allude anche all’acqua come elemento santificante, fons vitae; la grotta, sentiero sotterraneo per eccellenza misterico, nel quale appaiono squadernate le meraviglie della natura (come nel bestiario scultoreo della villa di Castello).

Superato anche il prato, cioè il corpo ampio e complesso del giardino, gli iniziati – cioè gli intimi del Principe – godono le delizie e i misteri del giardino segreto, dal quale, non visti, si ammira l’intero quadro del parco.

Una metafora del potere Se il giardino segreto, annesso più strettamente alla corte, è il luogo della perfezione spirituale e della conoscenza, esso è appunto metafora politica della corte stessa. Avviamoci qui per il secondo viaggio, dove dalla reggia al giardino segreto si puo’ accedere, se si vuole, anche alla periferica campagna, al contado, ai luoghi piu’ vicini, a una natura libera che però, per gli uomini del Rinascimento, non ha assolutamente il fascino che avrà con la meditazione rousseauiana. Architettura di piante, di acque, di animali, di pietre rare, di architetture, di statue, il giardino diviene una sorta di complesso museale ad uso dei suoi fruitori: è anche orto officinale, jardin potager come a Villandray in Francia, giardino botanico, specola, serraglio, Wunderkammer, collezione di antiquitates e di mirabilia, studiolo. Quando il Principe voglia, esso di trasforma anche in teatro, in arena per tornei, in lago per naumachie, in spazio per rappresentazioni drammatiche.

Luogo d’incontro di natura e d’artificio (di “natura” e “cultura”, diremmo noi; di natura e di ars, meglio si dovrebbe dire), esso è anche luogo d’estrinsecazione della volontà sovrana. In esso il potere manifesta la sua più autentica natura e la sua più intima vocazione: giocare con la volontà dei sudditi come con gli automi, trattare lo stato con la stessa energia demiurgica con il quale il mago tratta, nell’universo artificiale evocato dai suoi incantesimi, le sue creature.

Attraverso la meditazione ermetica rinascimentale, si può dire che il mistero del Labirinto, cristianizzato nel Medioevo, torna alle sue radici pagane per poi “laicizzarsi” in forme ludiche e ornamentali. Tutti ricordiamo il gigantesco, terribile Labirinto nel parco dell’albergo all’interno del e attorno al quale si svolge la storia paurosa di Shining, il film di Stanley Kubrik.

Ma siamo partiti dalla raffigurazione labirintica di Lucca, piccola per dimensioni ma elegante per la sua fattura e la scritta che l’illustra.

In omaggio ad essa, dedichiamo queste pagine a un viaggio “da Lucca a Lucca”.

Non lontano dalla bella città toscana sorge il piccolo e incantevole centro demico di Collodi presso un’altra cittadina di grande pregio, Pescia. A Collodi, paese originario del Carlo Lorenzini autore di Pinocchio che si scelse il nome del paese come suo nom de plume, è ancora visitabile la settecentesca nobile villa Garzoni con il suo parco: all’interno del quale si può percorrere un Labirinto di verzura perfettamente conservato, arricchito da bei giochi d’acqua. I riti iniziatici che vi si svolgevano non erano certo sacri: erano deliziosamente mondani, forse anzi erotici. Ma il “Labirinto d’Amore” giuntoci dal Settecento aristocraticamente libertino è pur sempre, attraverso il Medioevo e il Rinascimento, l’erede di un legato sacrale che viene da lontano.

Un simbolo primordiale Il suo messaggio archetipico si collega, in ultima analisi, a quello della Spirale: tra le forme simboliche di base, una delle più diffuse nelle civiltà tradizionali. Quando è semplice, si tratta di una linea che si avvolge su se stessa in modo circolare, allargandosi successivamente se parte dal centro o, viceversa, restringendosi se ha direzione centripeta; ma sovente assume un carattere elicoidale, cioè una direzione centripeta per giungere a un centro dal quale riparte per riguadagnare l’esterno (spirale doppia). Il suo motivo grafico trova vari modelli in natura, ma soprattutto due nel regno animale: la conchiglia e il serpente; e sembra collegarsi al principio del divenire, dell’eterno e immutabile svolgersi della natura, dell’emanazione e dell’estensione.

La Spirale ha un carattere per molti versi affine al Labirinto: ma, a differenza di esso, non cela né pericoli né inganni. Seguendo le linee del Labirinto si può perdere (quando non sia “monocursale” come lo era il modello cristiano medievale) l’orientamento, restar imprigionati, mentre la Spirale conduce sempre e comunque al centro o alla periferia di se stessa.

Un percorso iniziatico Come il labirinto, essa sembra in questo senso assumere un significato esistenziale, di cammino della vita o del percorso iniziatico, quindi di rapporto tra morte e resurrezione iniziatiche.

Un’altra veduta del «Bosco Sacro» di Bomarzo, con gruppi scultorei raffiguranti una famiglia di leoni e una sirena (foto: MedioEvo)

I percorsi degli iniziandi nelle varie cerimonie non-cristiane di questo tipo sono – come nel nostro stessoMedioevo, nel quale si riferivano al pellegrinaggio a Gerusalemme – labirintici o spiraliformi (sovente i disegni a spirale hanno comunque un percorso obbligato, seguendo il quale non si può sbagliare: sono pertanto dei “falsi Labirinti”, che conducono sempre al punto voluto.

Nella tradizione indù della kundalini, al pari che nel caduceo greco, le due Spirali serpentiformi che si avvolgono in volute ascensionali di tipo elicoidale attorno all’asse costituito dal bastone o dalla colonna vertebrale rinviano alle polarità dell’esistere, le alternanze vita-morte, freddo-caldo, notte-giorno e così via. Per questo, oltre che per motivi tecnico-pratici, una spirale ascensionale è sovente la parte di base di un attrezzo tecnico: la frusta che serve a frullare il latte nel rito-mito induistico, oppure l’accendifuoco ad archetto, o ancora il trapano (una forma ripresa nel nostro comune cavatappi).

La Spirale domina e ripartisce le forze, e per questo è anche simbolo di fertilità dominata dai movimenti ascensionale e discensionale delle acque e dalla luna, che con la sua attrazione provoca le maree.

Andamento spiraliforme assumono anche molte danze rituali, da quelle di alcuni native Americans a quelle dei “dervisci rotanti”, dove il girar su se stessi acquista il significato della permanenza del centro dell’essere nella mutevolezza del cambiamento. Nei mondi maya e azteco, la figura della spirale era collegata allo scorrere del tempo: rappresentava l’inizio di un ciclo calendariale, allorché il cosmo ha bisogno di sacrifici umani per mantenersi equilibrato. Dall’Eurasia buddhista e induista all’America questo movimento rotatorio era collegato al girar su se stesso del sole ed espresso dal simbolo dello swastika. Nelle culture africane la Spirale o l’Elica rinviano alla dinamica dell’esistere: per questo, anche nella cultura del voodoo, la divinità che presiede al ciclo vitale è rappresentata da un serpente che si morde la coda – ’Ouroboros ermetico-alchemico -, simbolo dell’”Eterno Ritorno”, dell’eternità cosmica che non si esaurisce mai nel ciclo delle singole esistenze.

È stato lungo il cammino che, partendo dalla piccola pietra scolpita lucchese, ci ha condotto alle soglie dei misteri archetipici radicati nella nostra preistoria e vivi nel nostro inconscio. Veramente l’uomo è animal symbolicum.

Franco Cardini Articolo pubblicato su MedioEvo n.279, aprile 2020

Da leggere: M. Cristina Fanelli, Labirinti. Storiografia, geografia e interpretazioni di un simbolo millenario, Il Cerchio, Roma 1997Gianni Pirrone (a cura di), Il giardino come labirinto della storia, Atti del Convegno Internazionale (Palermo 14-17 aprile 1984), Centro per l’Arte e la Storia dei Giardini, Palermo 1984Priya Hemenway, Le Code Secret. La formule mysterieuse qui régit les arts, la nature et les sciences, Evergreen, Köln 2008 Hermann Kern, Labirinti, Feltrinelli, Milano 1981Giorgio Padoan, Il mito di Teseo e il cristianesimo di Stazio, «Lettere Italiane», XI, 1959, pp. 432-57.Paolo Santarcangeli, Il libro dei labirinti, nuova edizione, Feltrinelli, Milano 1984

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Ibn Khaldūn, geniale pensatore dell’Islam

Abd al-Rahmān Ibn Khaldūn (Tunisi 1332 – Il Cairo 1406), coscienza critica del declino della civiltà islamica, è stato il maggiore filosofo e sociologo della storia di tutto il Medioevo euro mediterraneo, accostato da molti studiosi a Hobbes, Vico e Marx.

Massimo Campanini ha dedicato al filosofo tunisino il libro Ibn Khaldūn e la Muqaddima. Passato e futuro del mondo arabo. Edizioni La Vela, 2019

Nacque a Tunisi nel Ramadan 732/maggio 1332, rampollo di un’antica famiglia araba che guadagnò prestigio e status nella capitale dell’Ifriqiyyah.

Ricevette un’approfondita educazione islamica a base di Corano, tradizioni, diritto e letteratura. Studiò con il maestro Abū ‘Abd Allāh al-Ābilī, che gli insegnò la filosofia, matematica e le scienze naturali.

La grande peste del 1348 portò via con sé la maggior parte dei maestri, i genitori e molti dei suoi parenti.

Ibn Khaldūn decise allora di lasciare Tunisi e nel 1352 si spostò a Fez dove regnava l’allora dominante dinastia dei Merinidi. Entrò allora al servizio dell’energico sultano merinide Abū ʿInān, svolgendo la funzione di letterato e segretario ma dopo un paio d’anni cadde in disgrazia perché accusato di coinvolgimento in una cospirazione.

Rilasciato dopo più di un anno di carcere, si barcamenò tra i vari pretendenti al potere dopo la morte del sultano (1359). Più tardi si allineò al nuovo sultano Abū Sālim e lo servì come giudice nel tribunale di mazālim. Ma l’ostilità dei cortigiani determinò una profonda insoddisfazione che lo indusse a partire per Granada, governata dalla dinastia dei Nasridi (1363).

Una vita errante A Granada Ibn Khaldūn divenne amico dell’eminente studioso e politico Ibn al-Khatīb e in seguito venne incaricato di una missione diplomatica alla corte del re di Castiglia, Pietro il Crudele. Poté così visitare Siviglia, culla dei suoi avi quando vivevano ancora in Andalusia. La rapida ascesa di un parvenu suscitò invidia e incomprensione a Granada e l’amicizia di Ibn al-Khatīb non fu sufficiente a neutralizzare tutti i suoi nemici.

La Moschea e Università al-Qarawiyyin a Fez, fondata nell’857, è il più antico ateno islamico

Così Ibn Khaldūn si trasferì a Bugia, in Algeria, alla corte dell’emiro Abū ‘Abd Allāh Muhammad che lo nominò ciambellano (hājib), una delle più alte cariche dello stato (1365).

A Bugia Ibn Khaldūn intraprese un’altra professione: quella di giurisperito e docente di diritto malikita. Da allora, questa occupazione divenne progressivamente più importante nella vita di Ibn Khaldūn. Fu sempre pronto a cambiare bandiera: quando Abū ‘Abd Allāh Muhammad venne sconfitto e ucciso dal suo rivale, l’emiro di Costantina, Ibn Khaldūn passò al servizio del nuovo vincitore, per lasciarlo subito dopo e fuggire a Biskra presso alcuni amici.

Guadagnò grande fama e autorevolezza. Passò molti anni a tessere gli intrighi della politica in una situazione di confusione quando non c’era un vero potere centrale. Le sue azioni sembrano peraltro ispirate da un obiettivo preciso e positivo: suscitare nel Maghreb una forza potente, sostenuta da una robusta ‘asabiyya (spirito di corpo), al fine di riunificare la regione e ricostruire un’autorità accentrata come all’epoca almohade.

L’autobiografia di Ibn Khaldūn rivela un crescente disagio di fronte alla sconfitta di troppe illusioni e all’incapacità di trovare il bandolo della matassa della politica e del divenire delle società. Manifestò il desiderio di ritirarsi a vita contemplativa e di dedicarsi agli studi. Ma il destino lo condusse ancora errante a Fez nel 1372 (dove fu ancora imprigionato). E poi a Granada e a Tlemcen dove assistette all’assassinio di Ibn al-Khatīb.

Convinto della necessità di lasciare la vita pericolosa della politica, Ibn Khaldūn e la sua famiglia trovarono rifugio presso i berberi Awlād ‘Arīf e sotto la loro protezione tribale, nel dorato esilio della Qal‘a [fortezza] Ibn Salāma, egli si dedicò per quattro anni (1375-1378) alla prima stesura della sua “Introduzione alla storia” (Muqaddimah) – un’opera che rielaborerà per tutto il corso della sua vita – e della storia universale, il Kitāb al-‘Ibar (“Libro degli esempi”), dedicato principalmente alla storia degli arabi e berberi.

Il suo desiderio più profondo era probabilmente quello di vivere isolato dalla vita pubblica. Ma il soggiorno a Qal‘a non mise fine ai suoi problemi.

Busto di Ibn Khaldoun all’ingresso della Kasbah di Bejaia (Bugia) in Algeria (foto: Reda Kerbouche)

Il bastone del viaggiatore Motivi di ordine culturale e intellettuale, specialmente la necessità di trovare materiale per le sue ricerche storiche, lo spinsero “a riprendere il bastone del viaggiatore”. Si rimise in viaggio. E tornò a Tunisi, dopo più di vent’anni di assenza (1378). Lì chiese la protezione del sultano hafside Abū’l-‘Abbās e portò avanti la scrittura delle sue opere mentre insegnava giurisprudenza. Ben presto però divenne oggetto dell’odio di Ibn ‘Arāfa, muftī e imām della grande moschea. Così, partì ancora, alla volta dell’Egitto.

Con la scusa di voler adempiere all’obbligo del pellegrinaggio a La Mecca, si imbarcò su una nave diretta ad Alessandria nel sha‘bān 784/ottobre 1382. E non tornò mai più nel Maghreb.

Dopo un mese ad Alessandria, Ibn Khaldūn si trasferì a Il Cairo. In quello stesso 1382 in Egitto ci fu un repentino rovesciamento di dinastia. Con l’ascesa al trono di Sayf al-Dīn Barqūq il potere passò dalle mani dei Mamelucchi bahridi a quelle dei Mamelucchi circassi.

Ibn Khaldūn sperava che i nuovi mamelucchi sarebbero diventati la grande dinastia in grado di governare tutto il mondo musulmano e realizzare un nuovo periodo di pace. Al Cairo si dedicò all’insegnamento e all’amministrazione della giustizia. Fu nominato molte volte giudice. Ma ancora una volta la sua carriera fu influenzata dai nemici e da chi invidiava la sua posizione.

Ibn Khaldūn visse la sua ultima avventura accompagnando nell’ottobre 1400 il sultano mamelucco al-Nāsir Faraj, per incontrare Tamerlano che stava assediando Damasco. Fu molto apprezzato dal sovrano tartaro per la sua sapienza e accortezza. Ma non fu in grado di impedire il saccheggio di Damasco, anche se riuscì a convincere Tamerlano a non invadere l’Egitto. Dopo il suo ritorno al Cairo, Ibn Khaldūn visse ancora sei anni nuovamente insignito e poi nuovamente privato della carica di giudice malikita.

Morì nel Ramadan 808/marzo 1406 e fu sepolto nel cimitero dei sūfī.

Statua di Ibn Khaldūn a Tunisi

L’uomo, animale politico La biografia di Ibn Khaldūn è essenziale per comprendere il suo pensiero. Senza l’esperienza della politica e del caos politico nel Maghreb, probabilmente non avrebbe scritto neanche il Kitāb al-‘Ibar o la sua famosa “Introduzione” (la Muqaddima).

Mirava con il suo lavoro a comprendere la sua epoca e a mostrare quali incoerenze dovevano essere rimosse per migliorare la situazione del mondo musulmano.

Ibn Khaldūn fu molto originale in entrambe le opere, ma le novità intellettuali più sorprendenti possono essere rilevate nella Muqaddima. Sin dall’inizio del libro, Ibn Khaldūn recupera un concetto comune del pensiero filosofico greco, di Platone e di Aristotele: l’uomo è un animale politico e gli esseri umani sono obbligati a vivere nella società. L’idea era diffusa in tutta la tradizione filosofica islamica in politica, ed era certamente presente in al-Fārābī.

Ibn Khaldūn scrive che l’organizzazione sociale umana è qualcosa di necessario. I filosofi hanno espresso questo fatto dicendo che l’uomo è politico per sua natura, cioè non può fare a meno dell’organizzazione sociale per la quale i filosofi usano il termine tecnico “città” (madīna).

Esistono due tipi di organizzazione umana, quella beduina-nomade-rurale (‘umrān badawī) e quella sedentaria-cittadina (‘umrān hadarī). La prima è caratterizzata dall’essere primitiva, perché i beduini sono un gruppo naturale e il deserto è la base e il serbatoio di civiltà e città. I beduini sono forti nel corpo e nel carattere, coraggiosi nella guerra; i loro costumi sono onesti e sinceri e nel complesso sono più vicini ad essere buoni. La civiltà urbana e sedentaria, al contrario, ha un debole sentimento morale e manca del tutto di coraggio. I cittadini non hanno più il controllo del loro destino, sono soggetti a corruzione e la loro fiducia nelle leggi distrugge la loro forza d’animo e il potere di resistenza. Hadarī è anche la civiltà della ricchezza, della cultura, delle scienze e delle arti, tuttavia, e il vero apice della prosperità è raggiunto nelle città.

Esiste quindi una contraddizione aperta tra forza e prosperità: esse si escludono a vicenda. Ora, il carattere necessario dell’organizzazione sociale umana o della civiltà si spiega con il fatto che Dio creò e formò l’uomo in una forma che può vivere e sopravvivere solo con l’aiuto del cibo. Ha guidato l’uomo ad un desiderio naturale di cibo e ha instillato in lui il potere che gli permette di ottenerlo.

Attraverso la cooperazione, le esigenze di un certo numero di persone, molte volte superiori al proprio numero, possono essere soddisfatte. Sfortunatamente, l’aggressività è naturale negli esseri viventi, così che quando l’umanità ha raggiunto l’organizzazione sociale, e quando la civiltà nel mondo è diventata un fatto, le persone hanno bisogno di qualcuno che eserciti un freno moderatore e li tenga separati.

La persona che esercita un freno moderatore (wāzi‘), quindi, deve essere uno di loro. Egli deve dominarli e avere autorità e potere su di loro, per impedire agli uomini di combattersi. Questo è il vero significato della regalità secondo Ibn Khaldūn.

Una pagina di un manoscritto ottomano arabo del Secretum Secretorum attribuito ad Aristotele, libro a lungo citato da Ibn Khaldūn

Analogie con Hobbes I presupposti di Ibn Khaldūn sulla nascita e lo sviluppo della società umana non sono dissimili da quelli di Thomas Hobbes: l’umanità vive in uno stato naturale di violenza e di opposizione reciproca; è necessario un freno moderatore e colui che esercita questa funzione diventa il capo dello Stato, sostenendo la sua autorità con il sentimento di ‘asabiyyah o spirito di gruppo.

Lo spirito di gruppo è particolarmente forte nelle civiltà badawī mentre la sua forza si allenta nella civiltà hadarī. In ogni caso ci sono almeno tre tipi di ‘asabiyyah. Il primo di tutti è la ‘asabiyyah fondata sul vincolo di sangue (silat ar-rahim), elemento fondamentale della primitiva società beduina. È questa consanguineità (luhma, iltihām) che muove istintivamente l’uomo a soccorrere nell’offesa e difesa il suo vicino. Il vincolo di sangue è l’unico tipo di ‘asabiyyah che può essere ottenuta indirettamente attraverso i legami artificiali di alleanza (hilf) e clientela (walā’).

Anche se alleanza e clientela sono ‘asabiyyah di secondo rango e grado, riescono a mettere nuova forza nel quadro tribale, rafforzando i legami interni della cooperazione. Attraverso lo spirito di gruppo l’originale regime badawī di vita diventa un più avanzato e complesso regime hadarī. Così, lo spirito di gruppo è necessario anche per rafforzare i legami interiori di uno stato, rendendolo una struttura potente e temuta, in grado di difendersi e di attaccare.

L’ultimo risultato del meccanismo sociale e politico di ‘asabiyyah è l’autorità politica per le persone che non possono persistere in uno stato di anarchia e senza un sovrano che le tenga separate. Pertanto, hanno bisogno di una persona per trattenerli. Egli è il loro governante. Come richiesto dalla natura umana, deve essere un governante energico, che esercita l’autorità. A questo fine, lo spirito di gruppo è assolutamente necessario, perché le azioni di offesa e di difesa possono avere successo solo con il supporto dello spirito di gruppo. L’autorità regale di questo genere è una nobile istituzione, nella visione di Ibn Khaldūn, oggetto di tutti i desideri e degna di essere difesa. Niente del genere può realizzarsi senza lo spirito di gruppo.

Anche la religione è sottomessa alle leggi dello spirito gruppo. La condizione naturale degli esseri umani non ha bisogno di religione e lo stato potrebbe essere risolto senza religione. La religione è comunque necessaria per governare meglio la società. Lo stesso Profeta Muhammad riuscì a fare trionfare l’Islam perché era sostenuto dal forte spirito di gruppo degli emigranti della Mecca e degli aiutanti di Medina.

L’immagine di Ibn Khaldun sulla banconota da 10 dinari tunisini

Tre tipi di autorità Ibn Khaldūn studiò profondamente le caratteristiche del potere politico. Esistono tre tipi di autorità regale o sovranità (mulk): il regno naturale (mulk tabī‘ī), pura autocrazia tirannica; il regno politico o razionale (mulk siyāsī), corrispondente allo stato secolare e mondano, governato in accordo con i principi razionali; e infine il califfato (khilāfa) il che equivale a un mulk razionale e politico la cui legislazione è ciononostante di origine divina e rivelata. Il successore del Profeta legislatore, il califfo (khalīfa), è pienamente impegnato a difendere e attuare questa legislazione perfetta. Il califfato è la forma perfetta di autorità regale; ma nella società attuale la sovranità naturale nei casi migliori e, nel peggiore dei casi, la tirannia predomina.

La base dell’autorità regale non è più la ragione e la morale, ma la forza: l’autorità regale richiede superiorità e forza, che esprime l’animalità irascibile della natura umana. Ma la forza può trasformare la giusta sovranità in tirannia, mentre, al contrario, il regno non può resistere e resistere senza giustizia. In realtà, la giustizia è il fondamento stesso del governo e della sovranità.

I principi di giustizia possono essere intesi in Ibn Khaldūn come il contrario di ingiustizia. Per ingiustizia (zulm) non bisogna intendere solamente la confisca del compenso o di altri beni dalle loro proprietà, senza indennizzo e senza motivo. È questa l’interpretazione più comune ma si tratta in realtà di qualcosa di più generale. Chi prende la proprietà di qualcuno, o lo fa lavorare per forza o pretende da lui qualcosa di più di quanto deve, o lo sottopone ad una obbligazione illegale, commette un’ingiustizia verso quella persona particolare. Le persone che riscuotono tasse ingiustificate commettono un’ingiustizia. Quelli che attaccano il diritto di proprietà sono ingiusti. Quelli che spogliano gli altri dei loro beni sono ingiusti. Quelli che conculcano i diritti del popolo sono ingiusti. Quelli che in generale prendono con la forza i beni altrui, sono ingiusti. Ed è lo stato a patirne, poiché tutto ciò rovina la civiltà che è la sostanza stessa dello stato. C’è un’utopia retrospettiva in Ibn Khaldūn. L’epoca di Medina e il primo califfato sono state le più perfette società umane mai esistite, mentre il suo stato contemporaneo è stato irrimediabilmente segnato da ingiustizia e violenza.

La casa natale di Ibn Khaldūn nella medina di Tunisi

Il valore della Storia L’utopia retrospettiva di Ibn Khaldūn si fonda su una visione della storia altamente realistica e pessimistica. Questo realismo ha portato il pensatore arabo a mettere la storia al centro della sua Weltanschauung.

Come egli scrisse:

Nella sua anima interiore, la storia è la speculazione e la verifica della verità, la spiegazione accorta delle cause e delle origini delle realtà esistenti, e la profonda conoscenza di come e perché gli eventi si verificano. In questo senso, la storia è fortemente radicata nella filosofia (hikmah) e deve essere intesa come una scienza filosofica.

Nella filosofia della storia di Ibn Khaldūn, gli stati sono condannati a un declino naturale e alla morte come i corpi umani. Gli stati declinano a causa dell’allentamento dei legami con le ‘asabiyyah e perché i re e i governanti non sono più abituati ad agire con la giustizia e diventare tiranni. Da un lato, il lusso e la civiltà mettono a repentaglio e distruggono la sana purezza dei costumi badawī mentre la società urbana perde il suo vigore e cede all’inattività e alle spese sfrenate. D’altra parte, i governanti trasformano lo stato in loro proprietà e interferiscono nel processo produttivo trasformando l’economia di mercato in una proprietà privata. Così, tutte le buone qualità del buono stato incontaminato svaniscono.

Il processo ciclico della storia consiste nella transizione dalla civiltà rurale (badawī) alla civiltà urbana (hadarī), e di nuovo al badawī e di nuovo al hadarī. Il processo non è del tutto negativo e ripetitivo, però, perché le conquiste della civiltà delle precedenti fasi hadarī non sono del tutto perse. Una sorta di evoluzione nella storia sta funzionando anche se Ibn Khaldūn non prevedeva una fine definitiva.

Averroè, particolare dell’Apoteosi di San Tommaso di Andrea di Bonaiuto (1365-67, Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella, Firenze)

Machiavelli e Averroè L’eredità significativa e costruttiva di Ibn Khaldūn può essere apprezzata grazie al grande successo che il suo pensiero gode nel pensiero arabo contemporaneo.

Non solo ha compreso le dinamiche dell’evoluzione sociale e politica nel mondo arabo; non solo ha suggerito una nuova metodologia per analizzare la storia. Ibn Khaldūn fornisce le chiavi per predire i futuri sviluppi delle società arabo-musulmane. Molti studiosi arabi studiarono dal punto di vista teorico il suo pensiero. Considereremo qui solo due di essi: gli storici marocchini ‘Abdallah Laroui e Muhammad ‘Abid al-Jābirī.

Nella visione di Laroui (Islam et modernité. Paris, 1986) è possibile trovare un terreno comune tra Ibn Khaldūn e Niccolò Machiavelli, perché la loro caratteristica comune è stata quella di aver superato – ognuno di loro nel proprio ambiente culturale – la dicotomia metodologica tra analisi ideale e descrizione fattuale. Gli atti umani non sono il risultato della ragione, ma delle leggi storiche necessarie. Nonostante questa limitazione, essi possono essere trattati dalla ragione. Non sono razionali, ma possono essere razionalizzati. Lo studio della società attraverso la storia e lo studio della politica interagiscono, perché la politica è il nucleo della società e la società è l’oggetto principale dell’indagine storica.

Questo è il motivo per cui Ibn Khaldūn e Machiavelli sono stati spesso confrontati. Ibn Khaldūn è radicalmente pessimista sulla sua coeva realtà politica, anche se cerca di razionalizzare i dati politici e storici. Una caratteristica essenziale divide i due pensatori, tuttavia. Mentre Ibn Khaldūn mantiene una sostanziale visione religiosa, Machiavelli è dell’opinione che la religione sia un ostacolo alla gestione del potere. Un terreno metodologico comune può essere individuato; e questo è molto utile nella prospettiva del pensiero politico islamico contemporaneo. Da questo punto di vista, Laroui sostiene che Ibn Khaldūn sia utile per la mente araba sia per ricostruire la scienza della storia che per porre le basi per il secolarismo nello stato con una forte consapevolezza della relatività del tempo.

Quanto a ‘Abid al-Jābirī (Introduction à la critique de la raison arabe. Paris 1994) egli ritiene che Ibn Khaldūn debba essere inserito nella tradizione filosofica razionalista andalusa-magrebina, il cui principale rappresentante è stato Ibn Rushd (Averroè). Ibn Khaldūn faceva parte di una tradizione che voleva fare della storia una scienza basata sulla dimostrazione razionale per scoprire le proprietà naturali della civiltà. Inoltre, la scoperta del pensatore magrebino è essenziale per il progetto riformista di ragione araba che deve recuperare il proprio orientamento alla modernità.

Massimo Campanini

Bibliografia Ibn Khaldūn, The Muqaddimah. An Introduction to History, traduzione. inglese a cura di Franz Rosenthal, New York 1958 / Princeton 1967.Ibn Khaldūn, Discours sur l’histoire universelle, traduzione francese a cura di Vincent Monteil, Bayrūt 1967-1968.Massimo Campanini, Ibn Khaldūn e la Muqaddima. Passato e futuro del mondo arabo. Edizioni La Vela, 2019.N. Nassar, La pensée realiste d’Ibn Khaldoun. Paris 1967.Mohammed, Ibn Khaldoun et l’Histoire. Tūnis 1973.G. Turroni, Il mondo della storia secondo Ibn Khaldūn. Roma 2002.

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La Chiesa magnifica e corrotta di Clemente VII

La Congiura dei Pazzi e la riforma luterana, il Sacco di Roma e gli affreschi della Cappella Sistina, la scomparsa della Veronica e le guardie svizzere, Machiavelli, Erasmo da Rotterdam, Tommaso Moro, Savonarola, Cellini, Michelangelo e Maramaldo, Pasquino e i frati cappuccini, lo scisma anglicano e Pietro Aretino, il Concilio di Trento, i monti di pietà, la crociata contro i turchi e la scoperta dell’America.

Papa Clemente VII ritratto da Sebastiano del Piombo. ca. 1531, Paul Getty Museum, Los Angeles, CA, USA

Si è occupato di tutto, Giulio dei Medici in arte Clemente VII: papa multitasking con un piede nel Medioevo e l’altro nel Rinascimento, è stato il Forrest Gump del Cinquecento, vivendo da protagonista tutti gli eventi più importanti che hanno segnato la sua epoca: ha commissionato il Giudizio Universale a Michelangelo e fondato le prime diocesi del Messico, ha fatto il doppio gioco nelle guerre tra il re di Francia e l’imperatore e cercato di convincere Enrico VIII a riprendersi Caterina d’Aragona mentre Roma veniva devastata dai lanzichenecchi, ha lasciato che il cattolicesimo andasse in frantumi e lavorato tutta la vita per riportare Firenze sotto il dominio dei Medici.

Ha incarnato meglio di chiunque altro una Chiesa bella e malvagia, magnifica e corrotta, abiètta e sublime, potente e miserabile, trionfante e decadente, ricca di arte e povera di fede, amica della bellezza e nemica della misericordia, vicina ai potenti del mondo ma lontana da Cristo, tanto accorta nel mantenere equilibri politici quanto distratta riguardo alla dottrina e la spiritualità. Una Chiesa che nell’arco di trent’anni ha guadagnato le più grandi meraviglie dell’arte e dell’architettura ma ha perso i fedeli di mezza Europa.

Già, perché l’unica cosa di cui Clemente VII si è occupato poco e male è di religione. D’altra parte non si può mica fare tutto nella vita, e in fondo la Chiesa – a Giulio – era la cosa che interessava di meno. E nemmeno ne capiva più di tanto: quando lo avevano fatto cardinale aveva dovuto imparare addirittura a dire messa, e la cosa era stata tutt’altro che semplice – aveva confessato – ché non era abituato nemmeno ad andarci a messa, lui. E c’era da capirlo, con tutto quello che aveva da fare: sempre a correre tra Roma e Firenze per trattare, ritrattare, pianificare strategie, matrimoni, rivolte e repressioni, e ancora alleanze, tradimenti, accordi e disaccordi, guerre e pacificazioni.

Dite che per un papa è grave non capire niente di cose di Chiesa? In effetti lo diceva anche Martin Lutero, che lo derideva per la sua ignoranza in teologia. Un’ignoranza che gli aveva impedito di comprendere fino in fondo la portata della riforma dell’agostiniano tedesco. Paradossalmente, dei protestanti se ne era preoccupato di più il laico ma cattolicissimo imperatore, che aveva invocato ripetutamente un Concilio per sanare quello scisma. Un concilio da tenere a Trento – città italiana ma sotto il dominio tedesco, punto di incontro ideale tra papato ed impero – che avrebbe dovuto ascoltare le istanze di Lutero e riportarlo sotto l’obbedienza cattolica.

Ma il papa non lo voleva fare, il Concilio. Temeva che finisse come a Costanza; anche quella volta il Concilio era stato convocato per sanare uno scisma, e il risultato quale era stato? Erano stati deposti tutti i papi contendenti e ne era stato eletto uno nuovo. No, no, Clemente non aveva nessuna intenzione di correre il rischio di essere deposto anche lui, in nome dell’unità della Chiesa. Ne aveva già troppi di nemici, che non vedevano l’ora di farlo fuori, e che continuavano ad accampare qualsiasi pretesto per tirarlo giù dal trono; a cominciare dalla sua nascita – ehm – non troppo regolare.

Già perché i genitori non erano sposati, e il padre non l’aveva riconosciuto, anche perché non aveva fatto in tempo nemmeno a conoscerlo! Giuliano dei Medici era morto un mese prima che il figlio nascesse – il 26 aprile 1478 – ucciso a tradimento in chiesa durante una celebrazione solenne, nell’episodio più fosco e tragico della storia di Firenze.

Busto di Giuliano de’ Medici, 1475-1478, raffigurato con l’armatura indossata nella Giostra di Piazza Santa Croce (attrib. Andrea del Verrocchio o bottega, 1475-1478 ca., National Gallery of Art, Washington D.C., USA)

La congiura dei Pazzi Giuliano dei Medici era il fratello minore di Lorenzo il Magnifico e nel 1469, ad appena quindici anni di età, si era trovato a capo della Signoria. Aveva svolto delicate missioni diplomatiche per conto del fratello e partecipato – romantico cavaliere – ad una celebre giostra in piazza Santa Croce per aggiudicarsi il ritratto della bella Simonetta Vespucci.

Non si era mai sposato, Giuliano, ma era innamorato della figlia di un corazziere: Fioretta Gorini, che era incinta di otto mesi quando quella tragica mattina Francesco de’ Pazzi e Bernardo Baroncelli erano venuti a Palazzo Medici a prendere Giuliano per scortarlo alla messa in Santa Maria in Fiore, visto che il nostro non si sentiva bene a causa di un’infezione alla gamba. Lo avevano abbracciato con affetto – in realtà per controllare che non indossasse la cotta di maglia e fosse disarmato – e poi, nel momento più sacro della funzione, lo avevano pugnalato alla schiena e gli avevano fracassato la testa, abbandonandolo in un lago di sangue.

Lorenzo, però, era riuscito a salvarsi dal massacro e aveva vendicato il fratello scatenando le ire del popolo sui congiurati, che erano stati linciati e impiccati tutti, compreso l’arcivescovo di Pisa. Il mandante, invece, se ne era rimasto tranquillo in Vaticano: Sisto IV della Rovere aveva scomunicato i Medici e dichiarato guerra a Firenze. Una guerra combattuta per due anni e da cui era uscito umiliato e sconfitto.

Intanto il 26 maggio 1478 era nato Giulio, che il magnifico zio aveva affidato alle cure del celebre architetto Antonio da Sangallo.

Il giovane Giuliano de’ Medici raffigurato da Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi (Firenze)

Il trauma di non aver mai conosciuto un padre ucciso durante la messa per ordine del Papa, aveva fatto crescere Giulio col rancore per la Chiesa e sete di riscatto. Nel nome del padre tutta la sua vita era stata orientata dal bisogno di vendicare il torto subito, e la scalata in Vaticano, agguantare il trono di Sisto e restituire alla sua famiglia l’antico splendore era forse l’unico modo per onorarne davvero la memoria.

Cresciuto da Lorenzo insieme a suo figlio Giovanni, Giulio ne aveva seguito lo stesso percorso di studi, e lo aveva accompagnato anche a Roma quando – nel 1492 – era stato creato cardinale.

Un anno cruciale, quello: la data convenzionale che identifica la fine dell’Età medievale e anche l’anno che vedeva Cristoforo Colombo approdare nel nuovo continente. A Roma diventava papa Alessandro VI Borgia, e a Firenze moriva Lorenzo il Magnifico, segnando la fine di un’epoca e l’inizio del declino dei Medici.

Piero il fatuo, figlio primogenito di Lorenzo, in pochi mesi aveva fatto solo danni: non era riuscito a mandare in porto l’alleanza con il papa e si era inimicato cittadini e artisti di Firenze (era arrivato a umiliare Michelangelo commissionandogli un pupazzo di neve), quando poi si era inchinato di fronte al passaggio del re di Francia Carlo VIII baciandogli le scarpe, la città si era ribellata e Girolamo Savonarola lo aveva cacciato instaurando una repubblica popolare e teocratica.

Anche Giulio, come tutti i membri della sua famiglia, era stato costretto a lasciare Firenze e si era rifugiato prima a Bologna, poi a Pitigliano e infine a Città di Castello, in Umbria. Infine si era trasferito a Roma, al seguito del cugino e qui si era innamorato di una cortigiana che gli aveva dato un figlio, bastardo come lui: Alessandro, spacciato per un nipote e destinato a diventare duca di Firenze.

I Medici in Vaticano Con il cardinale Giulio era partito, in incognito, per un lungo e avventuroso viaggio attraverso l’Europa che li aveva portati a Venezia, in Baviera e infine a Ulm, dove erano stati arrestati e spediti all’imperatore Massimiliano che li aveva liberati e mandati nelle Fiandre, dove erano stati ospiti dell’arciduca; poi si erano diretti verso l’Inghilterra ma a Rouen erano stati di nuovo arrestati e liberati solo grazie all’intervento di Piero dei Medici, che li aveva richiamati a Firenze.

Dopo la morte di Piero la responsabilità della casata era passata a Giovanni, che aveva impegnato Giulio in azioni diplomatiche e militari volte a far tornare i Medici al potere. Quegli anni avevano visto Giulio sul campo di battaglia, poi prigioniero, fuggiasco, travestito da pellegrino per incontri segreti, corrispondenze altrettanto occulte con lettere portate da un contadino che se le nascondeva fin dentro “le più segrete parti della sua persona” e le recapitava nascondendole nella buca del cimitero.

Giulio de’ Medici nelle vesti di cardinale (a sinistra); al centro papa Leone X e a destra il cardinale Luigi de’ Rossi (Raffeallo Sanzio, 1518-19, Galleria degli Uffizi, Firenze)

Nel 1513 era morto papa Giulio II e al conclave iniziato il 21 febbraio era stato eletto proprio il cugino Giovanni dei Medici, che aveva scelto il nome di Leone X, e lo aveva subito nominato arcivescovo di Firenze e cardinale. Giulio, che si trovava più a suo agio con la spada che con il pastorale, aveva dovuto prendere ripetizioni di liturgia: “Dovendo servir messa al papa – scrive in una lettera al nipote Lorenzo – come poco pratico m’è bisognato studiare”.

L’essere figlio illegittimo, in realtà, avrebbe potuto invalidare entrambe le nomine, ma Leone aveva stabilito – istruendo un vero e proprio processo con tanto di testimonianze – che Giuliano aveva sposato in segreto la madre di Giulio – il quale, di conseguenza, diventava un Medici a tutti gli effetti per decreto pontificio. Dopodiché lo aveva riempito di rendite e benefici assicurandogli un’enorme ricchezza e altrettanto prestigio. Basti pensare che oltre a Firenze gli aveva assegnato l’amministrazione di altre otto diocesi in tutta Europa e tre abbazie tra Italia e Francia. Ed era diventato anche cardinale protettore dell’Inghilterra con il preciso obiettivo di rafforzare il rapporto della Santa Sede con Enrico VIII per scongiurare il pericolo che l’Italia potesse fare le spese di un’eventuale alleanza tra Spagna e Francia.

Nel frattempo anche Francesco I aveva offerto a Giulio il ruolo di cardinale protettore del suo regno. Tenere il piede sulle due staffe della Manica, però, era diventato presto imbarazzante. “Francesco dice di non si potere interamente fidare di noi, mentre che terremo la protectione di Inghilterra” scrive in una lettera del 29 marzo 1517.

Vescovo e Signore di Firenze A Firenze, come vescovo, aveva tentato di ricomporre le fratture tra i Medici e i discepoli di Savonarola, ma alla fine era stato costretto a vietare a chiunque di predicare senza licenza proibendo severamente anche la diffusione di profezie.

Per difendersi dalle mire espansionistiche di Milano lavorava – per conto di Leone X – ad una sempre più stretta alleanza militare con la Svizzera, che dal 1506 aveva un suo contingente di soldati mercenari in servizio in Vaticano, ma soprattutto al rapporto di simbiosi tra Firenze e Roma.

Essendo questi due membri in un solo corpo – scriveva al cugino Lorenzo – rompere l’asse sarebbe stato “peccato in spirito santo”.

Giulio si faceva sempre mediatore nella guerra e nei trattati tra il papa e il re di Francia, accompagnando l’uno e l’altro ai colloqui di pace. “Uomo di gran maneggio e di grandissima autorità” (come lo definì il veneziano Marco Minio in una lettera) continuava la sua scalata ai vertici della Chiesa fino a diventare a tutti gli effetti il braccio destro del papa. Aveva cercato di convogliare le energie dei sovrani europei nella crociata contro i turchi e si era interessato molto più alla successione imperiale che allo scisma luterano.

D’altra parte la sua ignoranza in materia teologica gli impediva di capire la pericolosità delle dottrine di Lutero, e Giulio l’aveva trattata come una mera questione politica: la Sassonia, in definitiva, andava ricondotta all’obbedienza romana e in cambio il papa avrebbe appoggiato il suo elettore come candidato alla successione imperiale.

A Roma aveva a servizio tra gli altri Pietro Aretino, celebre per i suoi poemi licenziosi e per le Pasquinate, ispirate ai biglietti satirici lasciati sul collo della celebre statua di Piazza Navona, che gli costeranno un giorno l’esilio.

Intanto a Firenze Lorenzo era morto e la caotica situazione politica era stata presa in mano dallo stesso Giulio, che si era trovato così – al tempo stesso – vescovo e signore di Firenze. In questa veste aveva chiamato Machiavelli, che tra il 1519 e il 1520 aveva scritto la storia della città e il Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze.

L’impero asburgico di Carlo V (mappa di Barjimoa)

Carlo V, il sovrano di un impero dove non tramontava mai il sole In Germania, nel frattempo, a dispetto delle brighe di Giulio era stato eletto Carlo V, destinato a diventare il sovrano più potente d’Europa, il capo di un impero – come si diceva – dove non tramontava mai il sole.

Carlo era nato a Gand – nell’attuale Belgio – dal matrimonio combinato più passionale della storia: quello tra Filippo d’Asburgo, erede dell’imperatore Massimiliano, e Giovanna la pazza, i cui genitori erano Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia.

Le nozze tra la figlia dei sovrani di Spagna e il rampollo della famiglia imperiale puntavano all’unione dinastica delle famiglie più potenti d’Europa; tra i due giovanissimi eredi – però – a sorpresa era scoppiato subito un amore tormentato e passionale, segnato da affetto profondo e gelosia feroce, morbosità e dipendenza reciproca. Non c’era stato nulla di forzato, dunque, nel concepimento di Carlo, che si era ritrovato tra le mani un dominio che andava dai Paesi Bassi alla Spagna, dal nord Italia imperiale al sud aragonese, dall’Austria e la Germania alle colonie in America.

Il Vaticano non poteva che guardare con preoccupazione e ostilità a tanto potere che finiva per stringere Toscana e Stato Pontificio in una morsa potenzialmente fatale. È vero anche che, in una simile situazione, Carlo era meglio tenerselo buono, tanto più che il re di Francia si teneva stretto il dominio della Lombardia impedendo l’avanzata del papato sui ducati padani.

Intanto Giulio continuava a fare da pendolare tra Roma e Firenze, impegnato da una parte a mantenere la Repubblica toscana nelle mani della sua famiglia, e dall’altra ad assistere il cugino nel governo della Chiesa, che doveva fronteggiare l’avanzata dei luterani. Tutto questo mentre papa Leone se ne andava a caccia con una scorta di 1500 soldati.

Ritratto di Adriano VI, papa dal 31 agosto 1522 al 14 settembre 1523 (Jan van Scorel, ca. 1523, Centraal Museum di Utrecht)

L’ultimo papa straniero Il 1 dicembre 1521 Leone X moriva dopo un’improvvisa malattia. Suo erede ed esecutore testamentario, Giulio appariva anche come il naturale successore: era entrato in Conclave decisamente papa e ne era uscito – come recita il proverbio – cardinale. Francesco I era arrivato addirittura a minacciare uno scisma nel caso di una sua elezione, e alla fine era stato lo stesso Giulio a far convogliare i voti sull’olandese Adriano di Utrech, che sarà l’ultimo papa a mantenere il proprio nome di battesimo e anche l’ultimo papa straniero per 450 anni.

Nel corso del breve pontificato di Adriano VI il cardinale dei Medici era riuscito a conquistarne la fiducia diventando il suo più stretto collaboratore e il grande artefice della sempre più solida alleanza con Carlo V, che iniziò per tempo a lavorare sul Conclave del 1523, ancora una volta lungo e combattuto. Grazie ad una meticolosa tessitura di alleanze e ad impegni sottoscritti prima dell’elezione, Giulio era riuscito a portare dalla sua i cardinali più giovani, i Colonna, gli inglesi, e il 23 novembre era stato finalmente eletto papa a 45 anni di età. Un primato, perché dopo di lui nessuno sarà più eletto così giovane.

Papa Clemente Ha scelto il nome Clemente perché clemenza ha assicurato ai suoi vecchi nemici, inaugurando una stagione di pace; almeno all’interno del collegio cardinalizio, perché al di fuori i venti di guerra spirano sempre più forti e le sorprese non mancheranno.

Clemente VII ritratto da Sebastiano del Piombo (1526 ca., Museo di Capodimonte)

A differenza di suo cugino che rivendicava la volontà di “godersi” il pontificato che Dio gli aveva regalato, Clemente si impegna anche in una moralizzazione del clero, la cui corruzione è stata la causa principale del successo della riforma luterana. Al nunzio apostolico in Germania dà ampi poteri per correggere e riformare i costumi della Chiesa tedesca mentre in Italia costituisce un’apposita commissione di cardinali, imponendo la stretta osservazione dell’abito ecclesiastico, con l’obiettivo di dare alla Curia di Roma un aspetto più severo che la metta al riparo dalle accuse di mondanità e corruzione. Non solo, ma inizia a tagliare privilegi e benefici anche ai vescovi ai quali, per proteggerne la vita religiosa, rifiuta di concedere più di due diocesi. Cerca un risanamento delle casse del Vaticano evitando i tradizionali abusi e promuove persino una visita pastorale della diocesi e la costituzione di un Monte di pietà, ovvero una banca etica ante litteram.

Considerato una creatura dell’imperatore, Clemente ha in realtà ripreso subito una politica di doppiogioco o – secondo il suo punto di vista – di neutralità, offrendo al re di Francia il suo contributo nella lotta contro i turchi e rifiutandosi al contempo di schierarsi al fianco di Carlo V nella guerra del Sacro Romano impero contro la Francia.

Si è poi schierato apertamente contro la proposta dell’imperatore di convocare un Concilio per affrontare la questione luterana e la riforma della chiesa tedesca. E se Lutero irride la sua ignoranza in materia di teologia, Clemente gli contrappone il più grande intellettuale cristiano al mondo: Erasmo da Rotterdam.

Erasmo condivide molte posizioni luterane, come ad esempio la critica alle indulgenze e la necessità di un ritorno allo spirito originario del cristianesimo, ed è stimatissimo da Martin Lutero. A dividerli è invece la dottrina sul libero arbitrio, negato energicamente dal padre del protestantesimo e difeso da Erasmo con il celebre De libero arbitrio pubblicato nel 1524, sette anni dopo l’affissione delle 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg.

Intanto l’asse diplomatico di Clemente si sposta sempre di più verso la Francia, suscitando le ire di Carlo che – pure – non se la prende tanto con il papa “per la cui elezione – rinfaccia – ho speso tanti soldi” quanto piuttosto con i suoi consiglieri. Tuttavia, quando l’esercito francese viene sconfitto a Pavia, il papa cambia prontamente bandiera riavvicinandosi – ancora una volta – a Carlo V.

Se da cardinale era conosciuto come un abile uomo politico, da papa Clemente VII diventa noto proprio per i suoi continui tentennamenti e i repentini cambi di casacca.

Tra una trattativa e l’altra trova comunque anche il tempo per convocare il Giubileo del 1525 (che si rivela, però, un fiasco totale, anche a causa della peste) e per approvare l’Ordine dei frati minori Cappuccini, il terzo a nascere nel francescanesimo dopo quello originario dei conventuali, e quello dei “ribelli” Osservanti.

Il sacco di Roma Nel giugno del 1526 Clemente scrive una lettera durissima a Carlo V per spiegare i motivi della sua adesione alla lega anti imperiale, in cui elenca accuse e torti subiti. Appena dopo averla spedita, però, si pente e ne scrive un’altra, molto più moderata. Purtroppo a destinazione arriva solo la prima lettera. E Carlo la prende malissimo: a settembre scrive alle cancellerie di tutta Europa accusando il papa di non comportarsi come padre della cristianità e chiede ai cardinali di convocare il Concilio. Poi avvia la sua spedizione in Italia mentre il papa invoca inutilmente l’intervento degli alleati.

Gli acerrimi nemici Colonna ne approfittano per sferrare un attacco contro il papa e cercare di deporlo. Clemente se la vede molto brutta e ricomincia a trattare con Carlo. L’accordo di pace sembra andare a buon fine, ma quando pare che stiano per arrivare aiuti dalla Francia, Clemente si ringalluzzisce, e mette in atto l’ennesimo voltafaccia mandando a monte l’accordo di pace, poi ci ripensa e il 29 marzo firma l’armistizio, ma è ormai troppo tardi: le truppe dei lanzichenecchi sono in marcia su Roma, e niente può più fermarli: né il denaro offerto dal papa e dai fiorentini né gli ordini dello stesso Carlo V.

Lanzichenecchi in parata, Daniel Hopfer, ca. 1530

L’imperatore è lontano, ed è cattolico. I lanzichenecchi sono protestanti: sono mercenari di origine contadina, celebri per la loro crudeltà. Sono fuggiti dalla povertà e sono esausti, affamati, l’unica forma di pagamento che gli viene riconosciuta è il saccheggio e provano un odio feroce verso la Chiesa Cattolica. A comandarli è il tirolese Georg von Frundsberg e la sua ferma intenzione – confida al segretario – è occupare la città e impiccare con le sue mani Clemente VII.

Partiti da Trento il 15 novembre 1526 iniziano una inarrestabile discesa verso Roma. Marciano per giorni in mezzo al fango e al freddo, senza stipendio e con scorte di cibo insufficienti. Già a marzo si registrano i primi episodi di ammutinamento. Proprio mentre cerca di calmarli e ristabilire la disciplina von Frundsberg viene colpito da un ictus che lo costringe a tornare a casa lasciando il suo esercito in preda a una sostanziale anarchia.

Quando vengono raggiunte dal viceré di Napoli Lannoy che annuncia l’accordo tra Clemente e Carlo V, le truppe rifiutano di fermarsi. Il 5 maggio 1527 in 35mila arrivano a Roma, trovando una difesa di appena 5mila soldati. Il giorno dopo inizia l’assedio delle mura, che vede protagonisti anche il mercenario napoletano Fabrizio Maramaldo. Entrati in città, i lanzichenecchi si abbandonano al saccheggio e alla violenza partendo da Borgo Vecchio e dall’ospedale di Santo Spirito, con una brutalità inaudita e anche gratuita. Vengono profanate tutte le chiese, rubati i tesori e distrutti gli arredi sacri. Le monache vengono violentate, così come tutte le donne strappate alle loro case. Sono devastati i palazzi dei prelati e dei nobili, con l’eccezione di quelli fedeli all’imperatore. Le strade sono disseminate di cadaveri e percorse da bande di soldati ubriachi che si trascinano dietro donne e bottini.

Nel corso del saccheggio scompare anche la Veronica: il telo in cui era impresso il volto di Gesù, che era stata la reliquia più venerata a Roma nel Medioevo.

Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra – scrive Francesco Guicciardini nella sua Storia d’Italia – aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de’ soldati (che furono le cose più vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dí seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari, oro, argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore.

Alla fine il bilancio è di 20mila persone uccise, mentre 10mila si danno alla fuga e 30mila muoiono di peste.

Le Guardie svizzere difendono Clemente VII dai lanzichenecchi entrati in San Pietro. Il papa si salverà attraverso il corridoio segreto che collegava la Città del Vaticano con Castel Sant’Angelo (dipinto di Francisco J. Amérigo, 1884. Museo del Prado, Madrid)

Le truppe fanno irruzione anche nella basilica di San Pietro dove il papa si è ritirato in preghiera. Da qui – attraverso il passetto – viene portato nella fortezza di Castel Sant’Angelo mentre 189 Guardie svizzere si fanno trucidare per difendere la sua fuga. Se ne salveranno solo 42; con quel gesto di estremo sacrificio, le Guardie svizzere si guadagneranno il ruolo di difensori personali del papa.

La resa è umiliante: Clemente è costretto a chiedere a Benvenuto Cellini di fondere insieme i gioielli del tesoro papale e a chiedere prestiti a banchieri genovesi e tedeschi per pagare il riscatto. Il papa è prigioniero mentre a Firenze scoppiano rivolte e ad Avignone i cardinali decidono il futuro della Chiesa.

Il 25 settembre si scatena un nuovo sacco della città, ancora più violento. Solo il 26 novembre si arriva all’accordo di pace, per pagare il quale il papa mette in vendita persino i posti da cardinale. Ancora una volta Carlo chiede la convocazione di un Concilio, promettendo al papa che non sarà deposto. Ma Clemente nicchia, e la notte tra il 6 e 7 dicembre fugge a Orvieto travestito da ortolano. Qui appare “con una barba lunga e candida, sempre malinconico”. Si dice che la barba si fosse imbiancata completamente in tre giorni, come conseguenza dello shock.

Il mancato Concilio di Trento Negli anni successivi continua il suo tira e molla con Carlo: Clemente stipula accordi con l’imperatore e poi anche con i suoi nemici, torna da lui e se ne allontana di nuovo a seconda di come si muove lo scacchiere internazionale.

Ritratto di Alessandro de’ Medici di Agnolo Bronzino 1565-1569 ca. (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Intanto nomina cardinale suo nipote Ippolito dei Medici, designandolo come suo erede tanto sul trono di Pietro quanto su quello di Firenze. Il figlio Alessandro, invece, lo dà in sposo a Margherita, figlia di Carlo V, che incorona solennemente imperatore a Bologna nel febbraio del 1530.

Subito dopo l’imperatore ricomincia a fare pressioni per la convocazione del Concilio ma Clemente esita e prende tempo. Nel 1532 sembra che lo scisma possa ancora essere ricomposto e i principi luterani mandano a Roma una serie di richieste per tornare nella Chiesa Cattolica: comunione sotto le due specie, abolizione del celibato dei preti, convocazione – ancora una volta – del Concilio.

E ancora una volta Clemente fa finta di niente, lasciando che si allarghi il fossato che divide cattolici e protestanti. Il papa è ancora convinto che la soluzione allo scisma non sia religiosa ma politica: non è lui ma l’imperatore a dover ricondurre all’obbedienza i principi protestanti. Se ci riuscirà promette che convocherà questo benedetto Concilio. Si farà – dice – si farà il Concilio, ma il ritorno dei luterani sotto Roma sarà il punto di partenza, non quello di arrivo, sarà il presupposto non l’obiettivo.

Ma Carlo perde la pazienza e lo mette spalle al muro: o convoca una volta per tutte il Concilio, oppure dichiara apertamente di non volerlo.

Un paio di tedeschi ubriachi metteranno il concilio e il mondo intero sottosopra sbotta Clemente Ma lasciateli fare! Io me ne vado sui monti, e poi scelgano pure nel Concilio un nuovo papa, anzi una dozzina di papi, poiché ogni nazione vorrà il suo.

Poi annuncia ufficialmente la convocazione del Concilio di Trento. Al quale però si oppone – guarda caso – il re di Francia Francesco I, al cui figlio Enrico d’Orléans, Clemente promette in sposa la nipote Caterina. Intanto un altro scisma destinato a spaccare ulteriormente la Chiesa si sta consumando in Inghilterra. E anche qui Clemente non fa che perdere e prendere tempo, tirarla per le lunghe mentre la Storia corre e gli passa avanti.

Il ritratto di Enrico VIII, copia dell’opera perduta di Hans Holbein il Giovane, 1536 ca.

Enrico VIII e lo scisma anglicano Il re d’Inghilterra Enrico VIII da anni cerca un pretesto per separarsi dalla moglie Caterina d’Aragona che non riesce a dargli un figlio maschio, e si è invaghito di Anna Bolena che tratta già come sua regina e vuole sposare a tutti i costi.

Salito al trono d’Inghilterra a soli diciassette anni, Enrico è cattolicissimo, tanto da seguire fino al cinque messe al giorno, salvo che nei periodi di caccia, s’intende: Ubi maior minor cessat.

Agli attacchi alla Chiesa di Martin Lutero lo stesso sovrano inglese – con l’aiuto di Tommaso Moro – ha risposto con il libro La difesa dei sette sacramenti guadagnandosi il titolo di “Defensor Fidei” attribuitogli da papa Leone.

Enrico è un fervente cattolico, sì, ma anche una personalità fragile, facilmente influenzabile da chi gli sta vicino. E quando si è fatto sedurre dalla carismatica e affascinante damigella di Caterina sono iniziati i problemi con Roma. Tanto più che Anna Bolena simpatizza apertamente con Lutero.

Per ottenere l’annullamento del matrimonio Enrico ha trovato un pretesto che gli appare quanto mai credibile: Caterina è la vedova del fratello, e sposare la moglie del proprio fratello è severamente proibito dalla Bibbia, tanto che per celebrare le nozze la coppia aveva dovuto chiedere una speciale dispensa, che era stata concessa da papa Giulio II. Ma può il papa andare contro la Bibbia? Certo che no, e infatti Dio ha punito la coppia privandola di un figlio maschio, quindi evidentemente la dispensa non era valida e di conseguenza non è valido nemmeno il matrimonio.

Semplice no? II matrimonio si annulla e Anna sarà la nuova affascinante regina, pronta a sfornare un erede maschio per il trono inglese. No, in realtà tanto semplice non è, visto che Caterina d’Aragona è la sorella di Giovanna la pazza, ovvero la zia di Carlo V.

Su pressione dell’imperatore, quindi, Clemente ha bloccato il processo di annullamento del matrimonio in corso in Inghilterra, e lo ha spostato a Roma. Insomma se il sacramento che ha unito Enrico VIII e Caterina d’Aragona è valido o meno non potrà deciderlo un qualsiasi tribunale ecclesiastico, ma il papa in persona. Che, ovviamente, si sta prendendo tutto il tempo per pensarci.

La Chiesa non ha mai fretta, si sa. Se poi il papa è Clemente VII, l’unica fretta è quella di riportare i Medici al potere a Firenze: tutto il resto può aspettare, compresi Concilio di Trento, Martin Lutero ed Enrico VIII.

Il re d’Inghilterra, però, è impaziente: il 6 dicembre 1530 manda al papa una lettera in cui lo accusa di essersi sottomesso a Carlo V e Clemente gli risponde il 25 gennaio 1532 ordinandogli di lasciare Anna Bolena e tornare con la sua legittima consorte, in attesa della chiusura del processo di annullamento.

Così, da una parte Carlo V invoca il Concilio, ma i re di Francia e di Inghilterra rispondono picche e il papa fa spallucce. Dall’altra i re di Francia e di Inghilterra spingono per l’annullamento del matrimonio di Enrico VIII trovando l’opposizione di Carlo V e il papa che fa spallucce.

Il 15 maggio 1532 viene firmata in Parlamento la sottomissione della Chiesa d’Inghilterra alla Corona e il 28 maggio 1533 il nuovo arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer annulla il matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona e dichiara valido quello con Anna Bolena, scavalcando clamorosamente il pontefice. Clemente reagisce annullando nuovamente il matrimonio e “prenotando” una scomunica per il re. Per capirci: lo scomunica ufficialmente, ma rimanda ripetutamente l’entrata in vigore del provvedimento, nella speranza che il sovrano ci ripensi. Intanto cerca di tenersi buono il re di Francia celebrando personalmente il matrimonio della nipote, avviando incontri segreti, nominando nuovi cardinali francesi e prendendo le distanze dagli Asburgo.

Alla morte di Clemente VII, su Pasquino (frammento statuario del III sec. a.C. tradizionalmente utilizzato dal popolo romano per appendere cartelli satirici) apparve l’immagine del medico pontificio Matteo Curti con questa didascalia: “Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi” (Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo)

Il 14 marzo 1534 Clemente chiude finalmente il lungo processo della Sacra Rota dichiarando definitivamente valido il matrimonio di Enrico con Caterina d’Aragona e ordina per l’ultima volta al Re d’Inghilterra di lasciare la nuova moglie. Ma è decisamente troppo tardi: lo scisma anglicano è ormai una realtà, dall’unione tra Enrico e Anna è già nata Elisabetta e con l’Atto di Supremazia Enrico VIII è diventato formalmente “il capo supremo sulla Terra della Chiesa d’Inghilterra”. È nata la Chiesa anglicana.

La morte Come se Clemente non avesse già abbastanza problemi, i due eredi Ippolito e Alessandro si sono messi a litigare, perché al cardinale Ippolito di fare il cardinale non gliene ne importa proprio nulla e vuole Firenze, che però Clemente ha ora promesso ad Alessandro.

Intanto, nel mese di giugno, arriva anche la malattia che il 25 settembre 1534 lo porta alla morte, a 56 anni di età.

Sembra, in realtà, che non sia stata la malattia ad uccidere Clemente e probabilmente nemmeno l’arsenico nella candela che aveva portato in processione. Il vero assassino, infatti, è un fungo mortale: un’amanita falloide che Giulio ha trangugiato con una certa imprudenza o che gli è stato forse servito a tradimento da un cameriere infedele. Quel che certo è che il medico pontificio Matteo Curti, cospiratore o incompetente chi lo sa, non riesce a salvarlo.

Qualche giorno dopo, sotto la statua di Pasquino, compare una dedica che spiega bene quanto il popolo romano avesse amato il papa fiorentino. Sotto il ritratto dello stesso Curti si legge infatti: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo”.

Arnaldo Casali

Da leggere:Adriano Prosperi, Enciclopedia dei Papi, Treccani, 2000Adriano Prosperi, Tra Evangelismo e Controriforma: G.M. Giberti (1495-1543), Roma 1969Ludwig von Pastor, Storia dei papi dalla fine del Medio Evo, IV, 1-2, Roma 1912Niccolò Machiavelli, Legazioni e commissarie, a cura di S. Bertelli, Milano 1970I ricordi di Michelangelo, a cura di L. Bardeschi Ciulich-P. Barocchi, Firenze 1970J. Hook, The Sack of Rome, London 1972W.E. Wilkie, The Cardinal Protectors of England. Rome and the Tudors Before the Reformation, Cambridge 1974G. Bedouelle-P. Le Gal, Le divorce du roi Henri VIII. Études et documents, Genève 1987A. Chastel, Il sacco di Roma, 1527, Torino 1983A. Frediani, Il sacco di Roma, Firenze 1997.Dizionario storico del Papato, a cura di Ph. Levillain, I, Milano 1996Erasmo da Rotterdam, Il libero arbitrio, trad. di Roberto Jouvenal [con passi scelti di Martin Lutero, Il servo arbitrio], Claudiana, Torino 1969Giuseppe Gagliano, Pace e guerra giusta nella riflessione di Erasmo da Rotterdam, Napoli, La Scuola di Pitagora, 2016Antonio Altomonte, Il Magnifico. Vita di Lorenzo de’ Medici, Castelvecchi, Roma 2013Tobias Daniels, La congiura dei Pazzi: i documenti del conflitto fra Lorenzo de’ Medici e Sisto IV. Le bolle di scomunica, la “Florentina Synodus”, e la “Dissentio” insorta tra la Santità del Papa e i Fiorentini, Edizione critica e commento, Edifir, Firenze 2013G. Dickens, The English Reformation (Londres) (2ème éd. 1989)Francesco Guicciardini, Storia d’Italia, a cura di Ugo Dotti, Collana Biblioteca, Torino, Aragno, 2015Antonio Di Pierro, Il sacco di Roma, Mondadori, 2003Antonio Serrano, Die Schweizergarde der Päpste. Verlagsanstalt, Bayerland, 1992La chiesa fiorentina, Curia arcivescovile, Firenze 1970.Maurizio Gattoni, Clemente VII e la geo-politica dello Stato Pontificio (1523-1534), Città del Vaticano, Collectanea Archivi Vaticani, (49), 2002

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L’infelicissima fuga dell’antipapa Baldassarre Cossa

Un passato di corsaro e il nome di un santo: questo toccò in sorte a Baldassarre Cossa, rampollo di una famiglia che controllava il mare davanti a Napoli per conto dei sovrani angioini, eletto papa nel 1410 col nome di Giovanni XXIII nel drammatico e vano tentativo di risolvere lo Scisma tra Roma e Avignone.

Il libro di Mario Prignano Giovanni XXIII, l’antipapa che salvò la Chiesa (Morcelliana 2019, prefazione del card. Walter Brandmüller) ne racconta ascesa, caduta, meriti nascosti e pubbliche debolezze fino al terribile processo a cui fu sottoposto nel concilio di Costanza, la riabilitazione da parte del pontefice legittimo Martino V e, molti secoli dopo, anche di Angelo Roncalli.

Prignano lo fa con l’ambizione dichiarata di riportare il racconto come risulta dalle fonti citate a pie’ di pagina, spesso insospettabilmente ricche di dettagli, ambientazioni, sentimenti, dialoghi: un vero godimento per chi scrive e per chi legge.

Come nel caso della fuga di Giovanni XXIII dal concilio di Costanza. Inseguito dai soldati del re dei Romani, e futuro imperatore, Sigismondo, Giovanni ripara nel paesino di Breisach protetto dal duca Federico d’Austria con l’obiettivo di riparare in Francia.

Prima ancora dell’alba, irriconoscibile, con indosso una giacca corta e un ampio mantello nero, accompagnato da un solo attendente, il papa si diresse verso il ponte che, scavalcando il fiume, conduceva in Francia. Trovò la porta della città ancora chiusa e il capitano di guardia inquieto perché, così disse, là fuori brulicava di imperiali.

Firenze, Battistero di San Giovanni, particolare del monumento funebre a Baldassarre Cossa, l’antipapa Giovanni XXIII, realizzato da Donatello e Michelozzo (1426-1427)

Preoccupato, quel viandante ansioso di lasciare il paese accettò il consiglio di tentare un’altra via, ma anche questa risultò sbarrata. Che fare? Come in un incubo, pure l’ultima porta, quella che guardava a sud in direzione del villaggio di Neuenburg, gli si parò davanti sprangata e controllata a vista: non si passava neanche lì.

Giovanni cominciò ad allarmarsi. E allarmandosi finì per attirare l’attenzione: cosa mai spingeva quel tizio tutto infagottato e il suo premuroso accompagnatore ad agitarsi tanto? Perché volevano lasciare la città a quest’ora antelucana?

Due omaccioni tedeschi gli si avvicinarono curiosi fino a scoprire che, sorpresa, quel vecchio altri non era che nostro signore il papa Giovanni XXIII: e stava cercando di fuggire! In un batter d’occhio le loro grida attirarono decine di uomini e donne, praticamente l’intero rione.

Nessuno di loro aveva l’aria di voler minacciare il pontefice, ma lasciarlo fuggire ora che gli inviati del concilio erano in paese poteva significare prolungare una guerra di cui anche gli abitanti di Breisach, al pari di molti altri sudditi del duca Federico, cominciavano ad essere stufi. E poi c’era lo spettacolo: quando mai sarebbe capitato di assistere alla scena di un papa beccato alle prime luci dell’alba mentre tenta di scappare travestito insieme al suo attendente?

Inseguiti dalla folla che ingrossava sempre più, Baldassarre e il suo uomo riuscirono a trovare rifugio dentro la bottega di uno scalpellino finché, avvisato da chissà chi, si materializzò il cancelliere del duca Federico. Costui iniziò una trattativa con le sentinelle che alla fine consentì di schiudere la porta della città quanto bastava per far sgusciare fuori il papa e chi l’accompagnava.

Appena fuori, i fuggiaschi si incamminarono veloci verso sud costeggiando il Reno. Alle loro spalle, dagli spalti e dietro le mura di Breisach, l’eco degli schiamazzi e gli sberleffi della folla divertita impiegò un po’ prima di spegnersi del tutto.

Un manoscritto della biblioteca dell’Archiginasio di Bologna: l’illustrazione allude alla deposizione di Baldassarre Cossa attraverso la raffigurazione di un monaco con la falce in mano: Giovanni XXIII era stato “falciato” da una sentenza canonica, perché condannato per apostasia. La gamba tagliata allude – per il gioco di parole coscia/Cossa – al cognome dell’antipapa. Un oggetto difficile da identificare (dei ceppi che ricordano l’incarcerazione di Giovanni XXIII a Radolfzell?), ma che ha la forma della lettera B iniziale di Baldassarre, completa la presentazione del nome del pontefice sotto forma di rebus.

Dopo qualche centinaio di metri i due vennero raggiunti da circa quaranta armati austriaci che si offrirono di scortarli fino all’abitato di Neuenburg, dove arrivarono a mezzogiorno. Giovanni, ovviamente, non aveva alcuna intenzione di sostarvi più del necessario, ma visto che Neuenburg non aveva un ponte sul Reno il primo problema fu trovare una barca. Il secondo fu di trovarla sufficientemente spaziosa per ospitare un nugolo di curiali che, saputa la novità, si erano lasciati Breisach alle spalle e si erano messi sulle tracce del pontefice.

Quando finalmente sembrò tutto sistemato, sul villaggio piombò una notizia terribile: da Strasburgo a nord e da Basilea a sud, gli imperiali si preparavano a stringere in una morsa il piccolo avamposto austriaco per catturare Giovanni XXIII e portarlo via prigioniero. Presi dal panico, i residenti si lanciarono in una caotica corsa al rifornimento di scorte alimentari e di armi che ben presto si trasformò in una rivolta contro il papa: doveva immediatamente liberare il paese della sua scomodissima presenza.

Anche gli uomini del duca d’Austria, che avrebbero dovuto proteggerlo, si fecero avanti pregando quell’uomo il cui aspetto non ricordava più nemmeno lontanamente quello del vicario di Cristo, di andare a difendere altrove la sacralità della sua persona. Non si rendeva conto di quanto fosse pericoloso per lui restare a Neuenburg? Breisach sì, che era robusta abbastanza per affrontare l’urto degli imperiali. Baldassarre insistette, disse che gli interessava solo varcare il Reno e che non vedeva alcun rischio per la sua persona, essendo da sempre abituato a trattare con le genti d’arme. Inoltre, vista la situazione, sarebbero andati solo lui e il suo attendente, l’uomo che l’aveva accompagnato a Neuenburg quella mattina: perché non provarci?

Niente da fare, troppo rischioso per chiunque esporsi alla rappresaglia degli imperiali. A pochi metri dalla salvezza, papa Giovanni fu costretto a tornare sui suoi passi.

Era sera quando si mise in cammino per fare a ritroso la strada in direzione di Breisach. Le sue condizioni erano pietose. Cavalcava un semplice e malfermo ronzino nero, indosso ancora abiti civili, la testa coperta da un cappuccio scuro, nella mente i più bui presagi. Con lui c’era una piccola scorta di austriaci; dietro, disordinatamente, i curiali che avevano avuto il coraggio di seguirlo.

Dopo svariate ore di marcia, a notte fonda, arrivarono sotto le mura di Breisach. Le sentinelle di guardia alla stessa porta da cui lui era uscito con tanta ignominia la mattina precedente fecero attendere Baldassarre un’ora e mezza per poi decidere di rifiutargli l’ingresso.

Il secondo tentativo andò meglio. Erano ormai le due del mattino. Sopraffatto dall’ansia e dalla fatica, provato dalla seconda notte insonne dopo quella passata a progettare l’infelicissima fuga che lo aveva portato a Neuenburg, Giovanni scoppiò in un pianto dirotto: si sentiva perduto, spaventato dal domani, tradito da coloro che avrebbero dovuto proteggerlo e salvarlo.

Mario Prignano

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San Bevignate e i Templari

Le Riformanze del Comune di Perugia narrano che il 22 aprile dell’anno 1453 il Consiglio dei Priori e dei Camerari delle Arti era stato chiamato a pronunciarsi in merito alla festa di ‘san’ Bevignate e, a questo proposito, nel preambolo della delibera consiliare si sottolineava dapprima la necessità di “onorare con ogni studio, lavoro e diligenza quei santi che salvaguardano la pace e la felicità della città”, per poi affermare con una certa enfasi che, tra questi,

uno straordinario è san Bevignate, la cui chiesa è nei sobborghi di porta Sole, il quale, come si vede dalla sua leggenda, nacque e visse nel contado e terminò la sua vita piamente nella medesima città. E, benché non sia iscritto nel catalogo dei santi, tuttavia, per la santità della vita e la frequenza dei miracoli – operati dalla divina bontà per i suoi meriti, molti e evidentissimi, in vita e in morte – non c’è dubbio ch’egli sia tra i santi nella gloria del Paradiso.

La chiesa di San Bevignate a Perugia. Il complesso architettonico è una delle testimonianze meglio conservate dell’Ordine del Tempio (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia, foto: Sandro Bellu)

In buona sostanza, la vicenda del quasi bisecolare culto tributato in sede locale a quello che André Vauchez ha definito “il santo misterioso di Perugia” culminava nel 1453 con una vera e propria “canonizzazione laica”, grazie alla quale si arrivava in qualche modo a supplire “alla imbarazzante mancanza della proclamazione pontificia”, come ha scritto Chiara Frugoni in un suo saggio di qualche anno fa.

Ma quello che più conta ai nostri occhi è che i reggitori della città, nel fissare il grado di solennità con cui il 14 maggio i perugini avrebbero dovuto celebrare la festa del neopromosso ‘santo’, si trovarono a fare il punto non soltanto sulla tradizione agiografica fiorita nel frattempo, ma anche sulla consistenza storica del personaggio Bevignate, dal momento che una serie di provvedimenti ufficiali del Comune mostravano inequivocabilmente una profonda affezione nei suoi confronti già a partire dalla metà del Duecento.

Per non dire poi dell’imponente chiesa intitolata al “quasi santo”, come lo ha definito Attilio Bartoli Langeli, e che, con l’accordo del Comune, era stata edificata nei sobborghi di porta Sole nel luogo in cui il nostro personaggio, a quanto pare, aveva scelto di abitare in solitudine in suo reclusorio.

Uno degli affreschi all’interno di San Bevignate ritrae il vescovo nell’atto di benedire Bevignate. Tra i due personaggi, un cartiglio la cui iscrizione è in parte ancora leggibile: SANCTUS BENVEGNATE IN SUO RECLUSORIO PER OCTO… Riferibile alla concessione solenne del luogo dove poi verrà edificata la chiesa (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia)

Premesso dunque che varie e di diversa natura sono le fonti che si riferiscono a questo peculiarissimo culto locale, forse non tutti sanno che Bevignate è uno dei protagonisti della celebre Legenda di fra Raniero Fasani, l’eremita perugino studiato da Ugolino Nicolini in quanto iniziatore, nell’aprile del 1260, della generalis devotio dei Flagellanti o Disciplinati, promotori delle processioni penitenziali che da Perugia si diffusero ben presto in altre città con l’intento di dare impulso, insieme alla pubblica disciplina dei singoli, ad azioni di pacificazione e di concordia in seno alle istituzioni comunali.

E, stando alla Legenda, sarebbe stato proprio Bevignate – nel fondamentale ruolo di mediatore fra cielo e terra – a spingere il Fasani, turbato dall’apparizione della Vergine piangente e dalla consegna di una lettera celeste, a dedicarsi alla penitenza pubblica e a convincerlo a consegnare la lettera miracolosamente ricevuta al vescovo perugino, che al tempo era Bernardo Corio:

E dico a te che, a causa di innumerevoli e turpi peccati dei sodomiti, degli usurai, degli eretici, cioè a motivo dell’incredulità dei patarini, dei gazari e dei poveri di Lione, e di molti altri, Dio voleva distruggere questo mondo. Ma, per le preghiere della Vergine, il Signore Gesù Cristo si è placato e concede ai cristiani il tempo di fare penitenza e vuole che la disciplina, che tu a lungo occultamente hai praticato, pubblicamente si faccia dai popoli. Per cui domani andrai dal vescovo di Perugia ed a lui presenterai la lettera affinché ciò che in essa è contenuto pubblicamente riveli al popolo.

E non è tutto, giacché alla narrazione agiografica si affianca, nella zona absidale della chiesa di San Bevignate, una straordinaria testimonianza iconografica del moto penitenziale perugino del 1260 che, come abbiamo appena visto, la Legenda mette in correlazione giustappunto con Bevignate.

Ecco dunque che, sul lato destro dell’abside, la banda orizzontale posta al di sotto del solenne Giudizio Universale contiene quella che Pietro Scarpellini ha definito una scena tranche de vie, preziosa testimonianza di quello spettacolo a saeculo inaudito che, a partire dall’aprile del 1260, animò le strade di Perugia per iniziativa dei Disciplinati di fra Raniero Fasani.

Sulla parete destra dell’abside sono raffigurate cinque uomini nudi dalla cintola in su, nell’atto di flagellarsi (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia)

In altre parole, quella dall’anonimo pittore sarebbe una sorta di ‘fotografia’ – purtroppo lacunosa nella parte centrale, ma di indubbia efficacia descrittivo-narrativa – delle processioni del tempo in cui sono raffigurate cinque figure nude dalla cintola in su che incedono salmodiando mentre si infliggono la disciplina con il flagello a tre corde e si battono il petto con la mano sinistra. E, a proposito di ‘fotografie’, nel capofila del gruppo, che si caratterizza per la barbetta corta e biforcuta, per i capelli arrotondati sul cranio e per la cintola alta alla vita, l’occhio indagatore di Pietro Scarpellini ha voluto vedere rappresentato lo stesso Fasani.

Spostando ora l’attenzione sulle fonti documentarie perugine di produzione comunale, si constata come tra gli argomenti all’ordine del giorno nella seduta del Consiglio generale e speciale del 18 maggio 1256 si trovi un fugace, ma prezioso riferimento a una lettera inviata alle autorità cittadine dal templare Bonvicino, già dal 1239 attestato niente meno che come cubiculario di papa Gregorio IX.

Se dunque a partire dal 1256 Bonvicino risulta impegnato in prima persona nel confronto con le autorità cittadine in merito alla edificatio ecclesie Sancti Benvegnati nel contado di porta Sole, negli anni successivi, con il sostegno del vescovo e del Comune di Popolo, si adoperava per fare in modo che Alessandro IV promuovesse un’inchiesta super vita et meritis beati Benvignatis; e ancora nel 1266-1267 analoga richiesta veniva presentata direttamente a nome dei Templari, che per l’occasione si qualificarono come fratres sancti Benvignatis.

Nel 1262, infine, l’onnipresente Bonvicino cercava di ottenere dai canonici della cattedrale di San Lorenzo una lapide di marmo, verosimilmente da utilizzare come mensa d’altare per la chiesa, che ormai doveva essere in avanzato stato di costruzione, e che – cosa a dir poco bizzarra – continuava a essere intitolata a un personaggio non ancora fatto oggetto della consacrazione ufficiale da parte della Chiesa.

Fu dunque per questa ragione che nell’aprile del 1277 i perugini decisero di inviare un’ambasceria a Viterbo, dove al tempo risiedeva papa Giovanni XXI, cercando di trarre vantaggio dalla temporanea presenza in città del gran maestro Guglielmo di Beaujeu (1273-1291), la più alta carica dell’Ordine del Tempio.

Il ritratto del capofila dei flagellanti, nel quale Pietro Scarpellini ha riconosciuto Raniero Fasani (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia)

Gli ambasciatori rinnovarono l’istanza della canonizzazione, confidando nel favorevole intervento di Guglielmo, ma la morte improvvisa del pontefice, avvenuta il 20 maggio 1277 a seguito del crollo del soffitto della stanza in cui si trovava, e la partenza per la Terra Santa del gran maestro fecero sì che la richiesta patrocinata dai perugini non avesse seguito.

A dispetto di ciò, in sede locale l’attenzione nei riguardi di Bevignate trova ufficiale e solenne riscontro addirittura nello Statuto del Comune di Perugia del 1279, nel quale veniva inserito un apposito capitolo dal titolo Qualiter de canonisatione sancti Benevegnatis proponatur in consilio con cui si stabiliva che ogni anno nel mese di maggio il podestà e il capitano del Popolo dovevano riunire il Consiglio maggiore e riproporre all’ordine del giorno la questione della canonizzazione di Bevignate.

Provvedimenti ancora più precisi si ritrovano nella redazione statutaria dell’anno 1285, ove si prescriveva che ogni anno il podestà e il capitano del Popolo per tutto il mese di maggio erano tenuti a verificare o a fare verificare diligentemente se il corpo e le reliquie del santo si trovassero ancora nella chiesa.

La domus di San Giustino de Arno, a pochi chilometri da Perugia (foto: Stefano Guglielmi)

Se dunque la Legenda suggerisce in chiave agiografica il luogo di incontro di due eremiti locali – Bevignate dice a Raniero Fasani:

Ego sum frater Benvignay. Non me cognoscis? Steti enim tecum decem annis

che in sinergia avrebbero dato vita all’esperienza penitenziale fondata sulla disciplina pubblica, le fonti storiche, dal canto loro, mostrano inequivocabilmente un altrettanto interessante rapporto: quello cioè venutosi a creare tra la figura di Bevignate e i Templari, che, in concomitanza con l’edificazione e il completamento della monumentale chiesa a lui intitolata, risultano essere, insieme al Comune perugino, i più convinti sponsor della sua canonizzazione presso la Curia pontificia.

Come spiegare allora, a fronte di tutto ciò, la connessione fra l’eremita locale Bevignate e la gloriosa militia Templi? Già nel 2005 Antonio Cadei aveva proposto un collegamento tra le dimensioni dell’edificio e l’intenzione da parte dell’Ordine del Tempio di farne «il santuario memoriale dell’eremita Bevignate», introducendo così un aspetto poco noto nella vita e nell’architettura di committenza templare, rappresentato dalla promozione di culti particolari da parte di un ordine di fatto sprovvisto di un santo fondatore e di santi propri.

Dopodiché, è stata Chiara Frugoni a tornare sull’argomento formulando l’ipotesi per cui, «qualunque sia stato il suo sfondo di vita», Bevignate a un dato momento sarebbe entrato a far parte dell’Ordine del Tempio e i suoi confratelli, impegnati nella costruzione a Perugia del nuovo insediamento da affiancare alla più antica domus di San Giustino de Arno (situata una quindicina di chilometri a nord di Perugia), si sarebbero adoperati per «avere uno dei loro nel registro dei santi».

Particolare degli affreschi sul lato sinistro della contofacciata, dedicati alle attività dell’Ordine del Tempio in Terrasanta (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia, foto: Lanfranco Sportolari)

In questo modo, troverebbe una plausibile spiegazione il fatto che la chiesa templare fu a suo tempo intitolata a qualcuno che, sebbene non ancora ufficialmente santificato, non si esitava a raffigurare in tutta evidenza all’interno degli affreschi della parete absidale di fondo in una posizione tutt’altro che casuale: vale a dire ad angolo con la processione dei Disciplinati ed esattamente di fronte ai milites Templi dipinti all’altro capo dell’edificio sul lato sinistro della controfacciata nell’atto di adempiere in vari contesti la loro missione in Terrasanta.

Ma soprattutto sarebbero pienamente comprensibili la tenacia con cui i templari negli anni sessanta-settanta del Duecento si adoperarono per ottenere la canonizzazione di Bevignate e l’attenzione ripetutamente mostrata dall’influente Bonvicino sia per la chiesa, da subito detta nei documenti di San Bevignate, sia per il suo titolare, di cui patrocinò la consacrazione ufficiale da parte della Santa Sede.

Consacrazione che, come si apprende dalla riformanza del 1453 (et licet adscriptus non sit in cathalogo sanctorum) non dovette giungere a compimento in ragione del fatto che, come ipotizza Chiara Frugoni,

la tragica fine dei Templari, voluta da Filippo il Bello e troppo debolmente contrastata da Clemente V, potrebbe avere ben travolto anche il povero Bevignate.

Sonia Merli Sintesi aggiornata da S. Merli, La chiesa dei Templari, in MedioEvo, IX (2008), pp. 28-35.Disponibile anche su Academia.edu: La chiesa dei Templari

Da leggere:Templari e Ospitalieri in Italia. La chiesa di San Bevignate a Perugia, a cura di M. Roncetti, P. Scarpellini, F. Tommasi, Milano, Electa/Editori Umbri Associati, 1987.M. Vallerani, Movimenti di pace in un Comune di Popolo: i Flagellanti a Perugia nel 1260, in “Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria”, CI, 1, 2004, pp. 369-418.C. Frugoni, In margine a templari e flagellanti, in ‘Milites Templi’. Il patrimonio monumentale e artistico dei templari in Europa, Atti del convegno (Perugia, 6-7 maggio 2005), a cura di S. Merli, Perugia, Volumnia, 2008, pp. 285-298.P. Renzi, M. Alfi, San Bevignate: agiografia e iconografia. La traslazione, in San Bevignate e i templari, portale turistico istituzionale della città di PerugiaP. Rihouet, L’évêque et la translation de saints incanonisables (Pérouse, mai 1609), in Archives de sciences sociales des religions 2019/3 (n° 187), pp. 49-76

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I Della Robbia: un ritratto di famiglia

[…] dopo avere molte cose esperimentato, trovò che il dar loro una coperta d’invetriato adosso, fatto con stagno, terra ghetta, antimonio et altri minerali e misture cotte al fuoco d’una fornace aposta, faceva benissimo questo effetto e faceva l’opere di terra quasi eterne.

Così, nella seconda edizione delle sue celebri Vite, Giorgio Vasari evocava Luca Della Robbia quale inventore di “un’arte nuova utile e bellissima”: la scultura in terracotta invetriata.

Luca Della Robbia, Visitazione (particolare), 1445 ca. Pistoia, chiesa di San Giovanni Fuorcivitas

Si trattava di una tecnica del tutto inedita nelle arti plastiche ‘occidentali’ ed elaborata intorno al 1440 proprio dallo scultore fiorentino, perfezionata grazie anche al supporto tecnologico fornitogli da Filippo Brunelleschi, che divenne presto (e per almeno altri quarant’anni) monopolio esclusivo di famiglia. Un’ “arte” non solo nuova ma riconoscibilissima e, tuttora, inimitabile.

A dispetto di un cognome parlante, che alludeva alla pianta erbacea (la robbia, appunto) utilizzata sin dall’antichità per estrarne quel ruber intenso, il rosso è proprio il grande assente nella tavolozza ceramica impiegata nella loro bottega. Il colore, quasi certamente, evocava piuttosto l’attività commerciale tintoria a cui erano dediti gli avi di Luca e che praticava ancora suo padre Simone, tanto da ritrovare la maggior parte dei membri della famiglia immatricolati all’Arte dei Medici e Speziali (la corporazione fiorentina a cui si associavano anche i merciai) o all’Arte della Lana.

Ben diversa sarebbe stata invece la strada intrapresa da Luca, nato allo scoccar del secolo (tra 1399 e 1400), del quale tuttavia si ignorano la formazione e le prime esperienze artistiche.

Lorenzo Ghiberti e bottega, Storie di Isacco (particolare), 1425-1452. Firenze, Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore (Porta del Paradiso)

Con tutta probabilità dovette però frequentare anche quella ‘scuola del mondo’ ante litteram quale fu a Firenze la nutrita bottega ‘delle porte’ bronzee del Battistero, che impegnò il suo artefice Lorenzo Ghiberti per quasi cinquant’anni, dove decine di giovani collaboratori mossero i primi passi della loro carriera artistica e personale. Secondo le fonti, il discepolato di Luca sarebbe da rintracciare nel cantiere della seconda porta realizzata dalla bottega di Ghiberti e destinata al lato est del Battistero: così bella che secondo Michelangelo, così come riporta Vasari, sarebbe stata degna del paradiso.

Il grandioso debutto autonomo, il primo ad essere documentato, di un Luca Della Robbia poco più che trentenne fu la cosiddetta Cantoria per la Cattedrale fiorentina: la balconata marmorea dell’organo maggiore, a cui lavorò tra 1431 e 1438. Negli stessi anni l’esecuzione di un’altra cantoria venne poi affidata a Donatello e destinata ad arredare il lato dirimpetto della tribuna, laddove si ergeva la cupola progettata da Brunelleschi che sarebbe stata solennemente consacrata da papa Eugenio IV il 25 marzo 1436.

Un esordio illustre quello di Luca ed intriso di potenti suggestioni derivanti dalla cultura classica, ben evidenti nell’eleganza ‘neoattica’ dei fanciulli che affollano le scene della sua cantoria, ora musici, cantori o variamente impegnati in un leggiadro volteggiare di danze.

Luca Della Robbia, Coro danzante, 1431-1438. Firenze, Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore (Cantoria)

Nella Firenze della prima metà del Quattrocento l’antico non rappresentava infatti solo il modello di una Rinascita ma soprattutto un elemento con il quale potersi fondere e convivere, confermato anche dal crescente desiderio di collezionare antichità greche e romane. Ben note erano le raccolte private di artisti come Ghiberti e Donatello o di umanisti quali Niccolò Niccoli e Ambrogio Traversari, intorno ai quali lo scultore poté facilmente orbitare e coltivare il suo gusto antiquario.

Non è un caso dunque se tra i cinque padri di quella Rinascita l’umanista Leon Battista Alberti avesse deciso di annoverare anche Luca Della Robbia, in un ideale pantheon fiorentino dove questi figurava insieme a Brunelleschi, Ghiberti, Donatello e Masaccio. Una vera e propria primavera del Rinascimento che fiorì più che mai nella scultura, se si considera che tra quei cinque illustri ingegni solo uno era pittore, Masaccio, peraltro morto a soli ventisette anni già nel 1428.

Sin dagli albori del Quattrocento si era diffuso un nuovo interesse per la scultura ‘in terra’ dove il cotto venne finalmente emancipato dal suo ruolo di materiale gregario e destinato quasi solo alla confezione di vasi, mattoni o stoviglie. Una pratica, quella della scultura in terracotta, che iniziò a consolidarsi nel cantiere di Ghiberti per la Porta Nord del Battistero (la prima delle due realizzate dal maestro) dove già si praticava la modellazione in cera e in creta per creare i bozzetti delle formelle, che sarebbero state poi fuse in bronzo. Un’abitudine a cui si conformarono progressivamente i suoi allievi e collaboratori.

Ghiberti era infatti l’unico a Firenze che poteva disporre di una grande fonderia e i segreti delle arti del fuoco (la conoscenza delle proprietà delle terre, della legna per la combustione, le caratteristiche dei forni) erano indispensabili anche per la pratica della scultura in terracotta.

Come molti artisti che si formarono nella ‘bottega delle porte’ (Donatello, Michelozzo e Michele da Firenze, tra gli altri) fu lì che Luca Della Robbia apprese la tecnica della plastica fittile, perfezionandola poi nel tempo fino a crearne un genere a sé. Ecco dunque l’idea di un rivestimento ceramico – l’invetriatura – ottenuto con procedimenti simili a quelli già in uso per la maiolica, lavorando uno smalto stannifero solidificato in seconda cottura e poi colorato con ossidi metallici.

A partire dagli anni Quaranta del Quattrocento, Luca si dedicò quasi esclusivamente alla pratica della scultura invetriata: di certo più rapida rispetto alla lavorazione di legno, pietra o marmo e molto più remunerativa, grazie al minor costo del materiale e la facilità di replica degli esemplari. Ma oltre ai considerevoli vantaggi pratici l’invetriatura consentiva di raggiungere valori espressivi nuovi e sofisticati.

Luca Della Robbia, Resurrezione di Cristo, 1442. Firenze, Cattedrale di Santa Maria del Fiore

La prima opera interamente realizzata con la nuova tecnica fu la monumentale lunetta con la Resurrezione di Cristo, destinata a sormontare il portale della Sagrestia delle Messe nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore. Solo qualche anno dopo Luca avrebbe inoltre iniziato a lavorare (insieme a Michelozzo e Maso di Bartolomeo) anche alla fusione di quei battenti, gli stessi che il 26 aprile del 1478 salvarono letteralmente la vita a Lorenzo il Magnifico che li richiuse dietro di sé per trovare rifugio in sagrestia durante la congiura dei Pazzi.

La plastica robbiana iniziò così ad impreziosire le architetture fiorentine: dagli stemmi delle Arti incastonati sui fianchi della chiesa di Orsanmichele, agli inserti invetriati con le figure di Apostoli per il portico della Cappella Pazzi nel chiostro della Basilica di Santa Croce, fino ai medaglioni con le Virtù per la cappella del Cardinale del Portogallo in San Miniato al Monte.

Le immagini luminose nel candore politissimo delle superfici e le integrazioni cromatiche costituirono uno dei fattori di maggior successo che presto riscosse la scultura in terracotta invetriata. A decretarne la fortuna fu soprattutto l’impiego duraturo del colore che vi veniva applicato, anche se i pigmenti erano relativamente pochi: per ottenere il blu si utilizzava il cobalto, per il bruno il manganese, per il verde il rame, per il giallo l’antimonio e il ferro per l’arancio. Per uno smalto più bianco e fortemente coprente si aggiungeva invece una maggior quantità di stagno nella miscela.

Luca Della Robbia, Il mese di Ottobre, 1450-1456 ca. Londra, Victoria & Albert Museum

L’ “arte nuova” non tardò a soddisfare anche il gusto dei committenti privati, come nel caso dei Lavori dei Mesi per lo studiolo di Piero di Cosimo de’ Medici, nel palazzo di famiglia in via Larga. Una vera e propria Wunderkammer, andata purtroppo perduta, dove i tesori di gemme antiche, manoscritti miniati e oreficerie facevano mostra di sé negli armadi a tarsie prospettiche, amorevolmente sorvegliati dalla volta ‘celeste’ in cui rilucevano i Mesi.

L’attività della bottega di Luca non mancò poi di declinarsi verso una delle produzioni più popolari nella Firenze del Quattrocento, quella dei rilievi mariani destinati alla devozione domestica. Così, le madonne robbiane si diffusero capillarmente anche nei monasteri, negli oratori e nelle numerose confraternite devozionali.

Una seduzione ottica di smalti lucenti ben esemplata dalla cosiddetta Madonna Bliss, oggi conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, dove al candore latteo degli incarnati si alternano l’oro e il turchese (un colore raro nella tavolozza di Luca): con un riverbero di echi donatelliani il Bambino si stringe affettuosamente al collo della Madre nella calda intimità della nicchia, appena violata dallo sguardo indiscreto dell’osservatore. Un prototipo iconografico, già adottato da Luca in altri rilievi mariani, caro anche a Filippo Lippi che lo tradusse in pittura nella sua Madonna Medici Riccardi.

Luca Della Robbia, Madonna col Bambino (detta Bliss), 1450-1460 ca. New York, The Metropolitan Museum of Art Luca Della Robbia, Ritratto di giovanetto, 1445 ca. Napoli, Museo Civico Gaetano Filangieri

Il mercato della scultura robbiana si estese rapidamente a macchia d’olio e fino alle corti d’Europa, grazie all’agevole mobilità dei suoi oggetti che potevano essere spediti verso le più remote e impervie destinazioni fino alle Fiandre, in Francia o in Inghilterra oltre che in quei centri mediterranei dove il fascino per la maiolica era ben radicato: il Portogallo, la Spagna e il Regno di Napoli.

I segreti della terracotta invetriata furono trasmessi da Luca al nipote Andrea, che lo scultore adottò dopo la morte di suo fratello Marco, con il quale condivideva la bottega in via Guelfa a Firenze.

Il contributo di Andrea fu plausibilmente precoce, poiché doveva aiutare a soddisfare l’alta richiesta della prolifica attività di famiglia, tanto che almeno fino agli Settanta del secolo risulta spesso difficile riconoscere nelle opere la sua mano da quella dello zio Luca.

Andrea iniziò presto però a distinguersi, orientandosi verso una nuova complessità narrativa sentimentale e più incline agli effetti pittorici, coniando anche sigle personali, ad esempio, nel colorare le iridi di giallo oro (a differenza di quelle grigio-azzurre di Luca). Il successo dell’erede del sapere robbiano è ben testimoniato dalla produzione di grandi tavole per il territorio ‘toscano’, ‘umbro’ e fino al meridione aragonese. Lo stesso Vasari ricordava come fossero “infinite” le opere sfornate dalla bottega di via Guelfa durante gli anni più fecondi di Andrea.

I notevoli vantaggi economici raggiunti da quest’ultimo, grazie anche ad una struttura produttiva ampiamente collaudata, dovettero peraltro contribuire ad una alterna disarmonia nei rapporti con lo zio che, con l’avanzare degli anni, andava incontro ad un’attività sempre meno operosa. Già nel 1471 infatti Luca negava al nipote ogni vantaggio testamentario, ritenendolo già abbastanza favorito nell’aver appreso i preziosi segreti di famiglia.

Andrea Della Robbia, Altare con le stimmate di San Francesco, Tobiolo e l’Angelo (particolare), 1475 ca. Firenze, Museo dell’Opera di Santa Croce

Gran parte dell’attività di Andrea si mostrò in profonda sintonia con gli orientamenti della spiritualità francescana, come dimostrano le numerose committenze da parte dell’ordine per i suoi maggiori centri cultuali: la grande pala con l’Incoronazione della Vergine per l’Osservanza di Siena, il Trittico per la Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi (dove lasciò anche una delle più note immagini di San Francesco) o ancora le opere per la basilica fiorentina di Santa Croce e quella di San Bernardino a L’Aquila.

Ma soprattutto è dagli anni Ottanta del Quattrocento che Andrea Della Robbia iniziò a lavorare alla serie di sette tavole per il monastero de La Verna, nel Casentino.

Una delle qualità principali delle terrecotte invetriate era quella di sapersi adattare anche a località montane, com’era nel caso del santuario francescano, dimostrando di saper resistere a freddo e umidità. Quella tecnica “faceva l’opere di terra quasi eterne”, come ricordava Vasari.

Dopo essersi arrampicato su quel crinale dell’appennino tosco-romagnolo, anche il poeta Dino Campana nel 1910 rimase folgorato davanti all’Annunciazione di Andrea (posta nella Chiesa Maggiore) tanto da descriverla puntualmente nei suoi Canti Orfici:

[…] e nella chiesa l’angiolo, purità dolce che il giglio divide e la Vergine eletta, e un cirro azzurreggia nel cielo e un’anfora classica rinchiude la terra ed i gigli: che appare nello scorcio giusto in cui appare il sogno, e nella nuvola bianca della sua bellezza che posa un istante il ginocchio a terra, lassù così presso al cielo.

Andrea Della Robbia, Annunciazione (particolare), 1475 ca. La Verna, Chiesa Maggiore

Oltre al fruttuoso e inesauribile filone delle madonne robbiane, la produzione di pale d’altare si moltiplicò anche grazie alla collaborazione di almeno cinque dei figli di Andrea, che lavorarono inizialmente con lui in bottega: Marco, Giovanni, Luca, Francesco e Girolamo.

La tecnica dell’invetriatura cominciò però a mutare, assumendo una policromia più variegata e dall’intonazione popolare che ben si adattava ai nuovi canoni artistici dettati da Girolamo Savonarola nella Firenze di fine Quattrocento. I Della Robbia furono infatti tra coloro che subirono il fascino del frate domenicano, tanto che due dei figli di Andrea (Marco e Francesco) avrebbero preso i voti nel convento fiorentino di San Marco e vestiti proprio da Savonarola. Sembra dunque assumere un valore simbolico quell’ideale abbraccio tra San Francesco e San Domenico nella lunetta dell’Ospedale di San Paolo, eseguita nell’ultimo decennio del secolo dalla bottega dei Della Robbia, in anni in cui il rapporto tra i due ordini si era fatto particolarmente teso.

Andrea Della Robbia e bottega, Incontro tra San Francesco e San Domenico (particolare). 1498 ca. Firenze, Ospedale di San Paolo

Presto, Giovanni Della Robbia si sganciò dall’orbita paterna mostrandosi il più prolifico ed ingegnoso tra i figli di Andrea. La sua invetriatura, così vivacemente policroma, si concretizzò in strutture notevolmente enfatizzate di tutti quegli elementi ricorrenti nel repertorio robbiano (ghirlande, candelabre, canestri di fiori e frutta). Un’esuberanza decorativa che sarà tipica del suo lessico personale e che già si intravedeva nel Lavabo per la sagrestia di Santa Maria Novella, tra le opere più importanti del suo esordio autonomo (1498). Frequente era anche in Giovanni l’uso di figure bianche su sfondi naturalistici, insieme all’impiego di smalti policromi, come ad esempio nel noto fonte battesimale per la pieve di San Leonardo a Cerreto Guidi.

Anche se la sua clientela richiedeva soprattutto una produzione più tradizionale – orientata verso quei prodotti seriali che la bottega sapeva garantire da decenni, tra cui proliferavano tabernacoli viari e rilievi devozionali – non mancarono opere monumentali come la Resurrezione commissionata dalla famiglia fiorentina degli Antinori per la sua Villa Le Rose, nella campagna fiorentina (oggi al Brooklyn Museum di New York).

Ma l’episodio di maggiore significato scultoreo dell’attività di Giovanni Della Robbia rimane quello delle sessantasei teste clipeate che popolano il chiostro dei Monaci nella Certosa del Galluzzo, monastero certosino alle porte di Firenze.

Giovanni Della Robbia, Resurrezione di Cristo, 1520-1524 ca. New York, Brooklyn Museum

Un rapido declino della scultura in terracotta invetriata sarebbe tuttavia iniziato dopo la morte di Andrea Della Robbia (1525), a cui seguì solo pochi anni dopo anche quella del figlio Giovanni (1529), complice oltre ai dissidi fra gli eredi anche la peste del 1527/1529. Un tramonto a cui non fu di certo estraneo anche il giudizio della severa estetica classicista, quasi ossessionata dalla monocromia.

Così il ruolo di attrattore visivo della plastica robbiana mutò presto identità, da genere speciale della scultura monumentale a mera decorazione policroma e sempre più assimilabile alle predilezioni visive della maiolica.

Giovanni Della Robbia, David, 1523. Galluzzo (Firenze), Certosa, Chiostro dei Monaci

Opere divenute progressivamente invisibili, eco lontana di un mondo rinascimentale che ancora oggi, non di rado, si accontenta di illustrare cartoline ricordo nei bookshop delle chiese o bomboniere di matrimonio.

Eppure tra Otto e Novecento la figura di Luca Della Robbia, che molto piacque alla cultura preraffaellita, conobbe una nuova fortuna tanto che John Ruskin tratteggiò un profilo dello scultore definendolo:

brillantemente toscano, con la dignità di un greco; ha la semplicità inglese, la grazia francese, la devozione italiana.

A poco a poco, le famose ‘robbiane’ cominciarono a divenire uno di quei pezzi incontournables per le collezioni dei musei di tutto il mondo, amate ed apprezzate anche da persone totalmente estranee ai percorsi dell’arte.

D’altronde, come affermava icasticamente il grande esteta inglese Walter Pater nel 1888:

suppongo che nulla porti alla mente la vera aria di una città toscana così vividamente come quei pezzi di terracotta blu e bianca.

Caterina Fioravanti

Bibliografia essenziale: La primavera del Rinascimento. La scultura e le arti a Firenze 1400 – 1460, catalogo della mostra (Firenze, marzo-agosto 2013), a cura di B. Paolozzi Strozzi e M. Bormand, Firenze 2013 (Mandragora). I Della Robbia e l’ “arte nuova” della scultura invetriata, catalogo della mostra (Fiesole maggio-novembre 1998) a cura di G. Gentilini e C. Acidini Luchinat, Firenze 1998 (Giunti). La scultura in terracotta. Tecniche e conservazione, a cura di M.G. Vaccari, Firenze 1996 (Centro Di). G. Gentilini, I Della Robbia: la scultura invetriata nel Rinascimento, Firenze 1992 (Cantini).

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Nitardo, il primo testo in antico francese

Dobbiamo a Nitardo, un nipote di Carlo Magno, la conoscenza del primo documento scritto in una lingua romanza: è un testo in francese antico, vergato in un manoscritto in quella che sarà poi chiamata langue d’oïl (lingua d’oïl) per distinguerla dalla langue d’oc, la lingua occitana o provenzale.

Il testo dei Giuramenti di Strasburgo

In un suo libro, Storia dei figli di Ludovico il Pio, Nitardo trasmise le parole usate nei Giuramenti di Strasburgo (Sacramenta Argentariae), sottoscritti il 14 febbraio 842, nei quali si certificava in modo solenne l’alleanza tra due dei figli di Ludovico il Pio: Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico.

Per farsi capire da tutti i soldati franchi i due sovrani non giurarono, come era consuetudine in latino ma lo fecero ognuno nella lingua dell’altro. E i loro generali li imitarono poco dopo. Così il popolo, che non parlava il latino e non comprendeva nemmeno la lingua dell’esercito alleato, capì con chiarezza tutti i punti del patto d’onore stretto tra i due fratelli. Ludovico il Germanico (804-876) giurò in antico francese (rustica romana lingua) e Carlo il Calvo (823-877) in tedesco (teudisca lingua).

Il testo in proto-francese recita: “Pro Deo amur et pro Christian poblo et nostro commun salvament, d’ist di en avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa…”. Una promessa sotto giuramento: “Per l’amore di Dio e per la salvezza del popolo cristiano e nostra comune, da oggi in avanti, in quanto Dio sapere e potere mi concede, così salverò io questo mio fratello Carlo e con (il mio) aiuto e in ciascuna cosa…”.

Nitardo (nato prima dell’ 800 e morto il 15 maggio 845) era il cugino dei due sovrani, in quanto figlio illegittimo di Berta che l’imperatore Carlo Magno aveva avuto dalla sua terza moglie Ildegarda. Il padre era Angilberto, uno dei più importanti poeti della Schola Palatina. Carlo Magno pretendeva che le figlie non si sposassero per non alimentare le possibili ambizioni dei potenziali generi. Ma Angilberto era un suo amico fraterno. Nei convivi di corte, il compagno poeta di Berta veniva chiamato addirittura “Omero”. Carlo Magno lo stimava profondamente, tanto da nominarlo tutore di suo figlio Pipino, giovane re d’Italia e pure ambasciatore presso il papa. Angilberto (750-814) fu vicino al grande re dei Franchi anche a Roma, la notte di Natale dell’800, quando papa Leone III incoronò il sovrano dei Franchi a Imperatore dei Romani.

Carlo il Calvo rappresentato in un salterio (Parigi, Bibliothèque Nationale)

Con l’approvazione di Carlo Magno, Angilberto passò quindi dalla condizione di amante di Berta (779-829) a quella di convivente more uxorio. E Nitardo potè vivere a corte insieme a suo nonno e ai suoi cugini. Ricevette una istruzione accurata: conte di Ponthieu, fu uno dei rari storici laici dell’Alto Medioevo e diventò uno degli uomini più potenti del suo tempo. Nelle lotte tra figli di Ludovico il Pio, prese sempre le parti di Carlo il Calvo.

Fu proprio su sollecitazione del suo sovrano che iniziò a scrivere i quattro libri delle Historiae filiorum Ludovici pii: Carlo il Calvo voleva trasmettere ai posteri la sua versione dei fatti sulle intricate vicende seguite alla morte di Carlo Magno e la competizione tra i figli di Ludovico il Pio per la spartizione dell’impero carolingio.

Dopo avere partecipato alla battaglia di Fontenoy (841), Nitardo si ritirò nel monastero di Saint-Riquier, di cui era stato da poco nominato abate. Per uno strano caso del destino, lui, uomo di lettere, morì con la spada in mano in Aquitania, ucciso dai vichinghi.

Fu sepolto a Saint-Riquier, nello stesso sepolcro in cui già riposava suo padre Angilberto dal quale, oltre che all’amore per la poesia, aveva ereditato anche la carica di abate. Le loro ossa, ritrovate nel 1989, andarono perdute quando furono prestate per uno studio ad un centro di ricerca che però sostenne a lungo di averle restituite. Ne seguirono cause legali e polemiche incrociate. La querelle finì nel 2011: per puro caso i poveri resti di Nitardo e di Angilberto spuntarono fuori da un cartone semiapaerto che era stato abbandonato in una soffitta dell’abbazia.

Virginia Valente

Bibliografia essenziale:Lorenzo Renzi e Alvise Andreose, Manuale di linguistica e filologia romanza, Il Mulino, 2015.Stefano Asperti, Origini romanze. Lingue, testi antichi, letterature, Viella, 2006.

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