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L’Oriente dei viaggiatori

Alla scoperta dei diari di pellegrinaggio fiorentini tra XIII e XV secolo. Lo storico Franco Cardini presenta “L’Oriente dei viaggiatori” della medievista Ilaria Sabbatini, responsabile del progetto ARVO – Archivio Digitale del Volto Santo e ideatrice dello Young Historians Festival di Lucca. Il volume, edito da Textus, è una introduzione alla storia del particolare viaggio rappresentato dal pellegrinaggio e abbraccia la vita e la società tre secoli nodali e decisivi nella storia di Firenze.

I pellegrini pagano l’ingresso al Santo Sepolcro controllato dai saraceni – Riccoldo da Montecroce, Liber peregrinationis (illustrazione alla traduzione di Jean le Long d’Ypres del 1351) – Bibliothèque Nationale, Paris, ms

L’Oriente anzitutto: ormai plurisecolare “croce e delizia” d’indagini tese tra la storia, la filologia, l’archeologia, l’antropologia e la storia del gusto e dell’estetica: un Oriente che, se da una parte ci rinvia al purtroppo abusato fantasma dello “scontro di civiltà” protagonista di tristi operazioni di abuso e di contraffazione strumentali e demagogiche della storia, da un’altra c’indirizza invece verso quella dimensione essenziale e inevitabile della cultura del cosiddetto “nostro Occidente” (altra espressione carica di ambiguità e di contraddizioni), quell’orientalismo senza il quale la nostra cultura, la nostra arte, al nostra sensibilità europea non sarebbe quella che è.

Ilaria Sabbatini c’introduce alla storia del viaggio e, in particolare, di quel viaggio particolare che è il pellegrinaggio: che nel mondo delle tre grandi religioni abramitiche non è – come lo è invece, con molte variabili, nei grandi sistemi mitico-religiosi delle antiche civiltà e in quelli che ancora sopravvivono, quali induismo, buddhismo, jainismo, taoismo, shintoismo – la “ricerca del Sacro”, la tensione che conduce a individuare “sorgenti” e “correnti “ di energia divina o comunque numinosa con le quali entrare in contatto, bensì la volontà, sostenuta dalla fede, di leggere in luoghi e ambienti fisici e architettonico-monumentali precisi (i “luoghi santi”, appunto) la traccia e la conferma di eventi che hanno fatto irruzione nella storia e che testimoniano il cammino della Rivelazione, del patto tra Dio e il genere umano attraverso la storia dei patriarchi e dei profeti d’Israele, di Gesù di Nazareth, di Muhammad.

Infine, il solido ancoraggio con la città che forse più d’ogni altra ha contribuito alla trasformazione del mondo e alla nascita della Modernità nei secoli cruciali della nostra storia, dallo splendido Duecento al terribile Trecento al mirabile eppur tanto problematico Quattrocento.

Bernard von Breydenbach, Peregrinazioni in Terra Santa, 1486

Attraverso una generosa analisi dei testi di viaggio e/o di pellegrinaggio (il pellegrino è pur sempre un viaggiatore, sia pure sui generis: ma non sempre i viaggiatori sono pellegrini, e d’altronde il viaggiatore-pellegrino si rivela sovente anche altre cose, per esempio esperto in mercatura), corroborata dalla conoscenza e dall’uso di altre fonti, l’autrice ci conduce alla scoperta di un vasto affresco ottenuto dall’esame analitico e incrociato di testi (perlopiù, ma non esclusivamente, “memorie’ di viaggio”) che ci mettono in grado di comprendere sia il contesto nel quale sono stati redatti, sia i rapporti con le culture non cristiane – anzitutto, spesso esclusivamente l’islam – e le loro modalità, sia gli ambienti e gli scenari nei quali l’incontro con “l’Altro” ha avuto luogo (il santuario, la città, il giardino, il deserto, ciascuno con i suoi abitatori non solo umani, ma anche naturali, quindi animali e vegetali).

Ma attenzione: il sostantivo “affresco”, da noi qualificato per dare un’idea dell’ampiezza, della varietà e del fascino del contenuto – e le qualità di scrittura dell’autrice sono davvero notevoli –, non deve trarre in inganno inducendo il lettore a credere di trovarsi dinanzi a qualcosa di statico. In effetti, la tecnica dell’affresco letterario ben si adatta ai tessuti narrativi per così dire sincronici, che prendono in considerazione tempi e magari anche luoghi limitati per non dire ristretti, nei quali non siano o siano poco registrabili mutamenti importanti sul piano della genesi politica, di quella economica, di quella religiosa o degli atteggiamenti mentali.

Ma non è questo il nostro caso: la narrazione abbraccia la vita e la società fiorentina di tre secoli – e di quali secoli! I nodali e decisivi nella storia di Firenze, dell’Italia e dell’Europa – durante i quali si è passati dal pieno Medioevo all’alba del Rinascimento.

I nostri viaggiatori e/o pellegrini, ora religiosi (come il duecentesco Riccoldo da Montecroce o il quattrocentesco Filippo Rinuccini) ora laici, ora di elevata condizione socioeconomica o addirittura membri del ceto dirigente del momento ora di più umile estrazione, vanno a costituire una galleria di attori – talvolta di protagonisti di una città che passa dal governo del Primo Popolo, cioè dal tempo della coniazione del fiorino, alla crisi di metà Trecento con l’alternarsi delle epidemie e delle carestie e la caduta demografica che del resto la città toscana condivise con si può dire tutti i centri demici europei, al nascere e a svilupparsi (dopo il torbido momento della “rivolta dei ciompi” e del ritorno violento all’ordine) di quell’oligarchia di famiglie di banchieri, d’imprenditori e di mercanti che, attraverso una spietata selezione politica, avrebbe condotto alla “criptosignoria” medicea, quindi alla crisi della repubblica.

Gerusalemme in una mappa quattrocentesca

Frattanto il mondo si modificava e si allargava: da est giungeva la minaccia ottomana che avrebbe finito col sommergere Costantinopoli cancellando l’impero bizantino e quindi anche Gerusalemme sottratta ai sultani mamelucchi d’Egitto con i quali la Firenze del Quattrocento aveva tanto buoni e stretti rapporti economici e diplomatici; mentre a ovest, a differenza del titolo di un celebre romanzo di Eric Maria Remarque sulla Prima guerra mondiale, accadeva molto, anzi moltissimo di nuovo: gli avvii portoghesi e spagnoli dell’esplorazione atlantica (che aveva trovato peraltro precocemente interessati ad essi fino dal tempo della spedizione dei fratelli Vivaldi e quindi della scoperta d quelle isole che avevano affascinato ed entusiasmato lo stesso Boccaccio), la “rivoluzione cartografica” catalana e genovese, la liquidazione degli ultimi emirati “mori” di Andalusia.

Firenze, che manteneva vivissime relazioni con la Grecia e le isole ionie ed egee (dove non mancavano dinasti fiorentini ivi insediati, dai Buondelmonti agli Acciaioli), con il Maghreb arabo-berbero, con lo stesso Egitto, con i vari potentati turchi d’Anatolia – e anche più in là, fino alla tartara Orda d’Oro e ai khanati mongoli di Persia – era divenuta, specie dopo la conquista di Pisa del 1405, una presenza (se non proprio una potenza) navale mediterranea, con tutte le conseguenze politiche, economiche, diplomatiche e militari che ciò comportava. D’altronde, lo sviluppo della spiritualità connessa anche gli impulsi escatologico-apocalittici e l’avvio dei movimenti delle “Osservanze”, aveva molto modificato lo stesso clima religioso del pellegrinaggio e l’atteggiamento devozionale proprio soprattutto dei laici.

Siamo in altri termini, possiamo dire, al contributo fiorentino al fenomeno della devotio moderna. Infine, l’attenzione dell’autrice – stavamo per dire il suo “gusto” – per la storia del quotidiano, del privato, è sempre vivo e sorvegliato, a ricordarci che, come diceva Lucien Febvre, gli uomini viaggiavano su navi di legno e mangiavano alimenti vegetali o animali: non viaggiavano su pezzi di carta, non mangiavano roba di carta.

Qui ci sono la carne, il sangue, il desiderio di vedere e di sapere, la memoria, la malattia, la speranza, la generosità, l’avidità, l’amore, l’odio, la paura: insomma c’è quell’odore di carne umana che lo storico – che quando è tale è, diceva Marc Bloch, “come l’orco della fiaba” – va sempre cercando. Altrimenti è un cronista, un annalista, un collezionista, un voyeur.

Ilaria Sabbatini L’oriente dei viaggiatori. Diari di pellegrinaggio fiorentini tra XIII e XV secolo, Textus, 2020

Ilaria Sabbatini è una storica del viaggio, del pellegrinaggio, delle vie di comunicazione, degli orizzonti mentali del viaggiare. Siamo in altri termini dinanzi a un esperimento che qualche anno fa si sarebbe definito d’histoire totale condotto attraverso lo strumento di una narrazione che tiene conto del carattere genetico della dinamica storica – “processo”, non “progresso” –, per un verso tutt’altro che evoluzionisticamente e deterministicamente événementielle, per un altro attenta alle diversità e alle variazioni: alcuni testi, con la loro attenzione per i santuari, le reliquie, le forme devozionali, si rivelano ricchi di una spiritualità “gotica”, da “autunno del Medioevo”; altri con la loro curiosità per tutto quel che attiene agli usi, ai costumi, ai prezzi, alle merci, ai porti, alle condizioni del viaggio, palesano la loro familiarità con la vita economica e le pratiche di mercatura.

Dietro la trama e l’ordito di questi racconti, che hanno sovente il vero e proprio sapore della presa diretta – anche se, intendiamoci, la ripetizione e addirittura il plagio sono molto più frequenti di quanto non possa a prima vista sembrare: siamo del resto in un’epoca che ignora “diritti d’autore” e copyright – si avverte spesso la conoscenza se non addirittura la dimestichezza, da parte dei vari autori, con una serie di generi letterati che vanno dal manuale mercantesco all’epistolografia familiare, dalla memorialistica anche politica alla pratica notarile, dai trattati di etica al romanzo d’avventura.

Una particolare attenzione è attribuita poi a certi testi la problematica dei quali è avvero affascinante: come – ed è un caso prezioso, non frequente – i testi di memoria “sinottici” redatti, in tempi ed età differenti fra loro ed è difficile stabilire quanto e fino a che punto indipendenti l’uno dall’altro, da tre pellegrini degli anni 1384-1385, partiti dalla città all’indomani del ristabilimento dell’ordine oligarchico dopo il quadriennio 1378-1382 di emergenza delle Arti minori e addirittura dei subalterni del regime corporativo (gli scardassieri, i “ciompi”): Lionardo Frescobaldi, Giorgio Gucci, Simone Sigoli – i primi due dei quali appartenenti a diverso titolo al ceto dirigente cittadino –, con le loro differenti sensibilità, i diversi livelli di cultura e di condizione sociale, la variegata reazione dinanzi all’incontro con il “diverso” cristiano-orientale o saraceno. Devozione apocalittica, rigurgiti di “nostalgia” crociata, atteggiamenti di chiusura o al contrario di comprensione se non addirittura di magari dissimulata simpatìa, s’incontrano in questo interessante terzetto espressione di un gruppo più ampio di pellegrini fiorentini: e dietro alla loro rispettiva narrazione che spesso si conferma reciprocamente, spesso si contraddice, ecco i profili sia di uno dei più importanti e interessanti cittadini del tempo, quel Guido del Palagio che avrebbe dovuto a sua volta partecipare al viaggio, sia della “dittatrice” della mistica toscana e non solo toscana del tempo, la prophetissa Caterina da Siena (si è in effetti da poco avviato il Grande scisma d’Occidente).

Di recente l’editore Olschki ha dato alle stampe uno splendido ancorché molto problematico testo di viaggio-pellegrinaggio, in realtà un curioso, affascinante zibaldone contenuto in un codice manoscritto conservato nella biblioteca del fiorentinissimo seminario di Cestello e corredato di mirabili, originali disegni a penna ma il cui viaggiatore, l’orafo fiorentino quattrocentesco Marco Rustichi, probabilmente non ha mai intrapreso la “santa cerca” alla volta di Gerusalemme. Molti erano invece i pellegrini che magari in Terrasanta c’erano stati davvero, ma che poi – o per cattiva memoria, o per scarse qualità di osservazione e di scrittura, o perché la cultura del tempo in qualche modo prescriveva comunque il ricorso alle auctoritates – finivano nei loro resoconti per plagiare in tutto o in parte testi precedenti più o meno noti (gettonatissimo era al riguardo il francescano trecentesco Niccolò da Poggibonsi).

Tutte queste varie esperienze avevano bisogno, per quel che riguarda quei fiorentini ch’erano – com’era stato detto – il “quinto elemento” dell’universo, di una riflessione-narrazione che li inquadrasse e li contestualizzasse nel loro insieme. Ilaria Sabbatini ce lo ha fornito.

Franco Cardini

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Pellegrini da assistere e tutelare

Chi è il pellegrino? Perché compie dei viaggi lunghi? Quali sono le sue tutele nell’Alto Medioevo? Ogni persona è essenzialmente un viandante, e chi si incammina da solo scopre di essere “tutto se stesso”. L’uomo è da sempre pellegrino, il suo corpo e la sua anima tendono a raggiungere un’unica meta. Il suo viaggio è una ricerca, una missione, un itinerario che conduce verso un progresso. Si viaggia per avere l’opportunità di vivere esperienze che vanno dalla condivisione, agli incontri gratuiti e alla sfida con se stessi.

Il termine pellegrino deriva dalla parola latina peregrinus (da per ager, attraversare i campi o per egere, il passaggio della frontiera) ed è, per i romani, uno straniero o un viandante.

Pellegrini in viaggio, miniatura tratta dalle Cronache trecentesche di Giovanni Sercambi, Archivio di Stato, Lucca

Abbiamo pochissime notizie circa i pellegrinaggi nella tradizione cristiana antica. Nel IV secolo, quando Costantino concede la libertà di culto ai cristiani, vengono costruite chiese sui luoghi della passione di Cristo, attività che mette in risalto la devozione che i pellegrini hanno per questi luoghi e per le reliquie dei Santi. Il culto della reliquia, unione fra Dio e gli uomini, diventa, insieme all’esilio e al tema monastico, uno degli elementi caratteristici del pellegrinaggio. Ed è sempre in questo periodo – dopo gli interventi normativi di Costantino nel 313, e Teodosio, nel 380, il primo mirante a riconoscere la libertà del culto cristiano, e il secondo con lo scopo specifico di dichiarare il Cristianesimo religione ufficiale dell’Impero – che si crea una rete di comunità cristiane che, riprendendo le funzioni proprie della tradizione romana, si prefiggono lo scopo di assistere il flusso non solo dei pellegrini, ma anche dei poveri e dei malati.

Domenico di Bartolo, Cura degli ammalati, affreschi del Pellegrinaio di Santa Maria della Scala (1440-41), Ospedale Santa Maria della Scala, Siena

Queste comunità riprendono alcuni istituti di assistenza precedenti: l’istituto della diaconia, un luogo in cui si provvede alla registrazione e ridistribuzione di aiuto ai poveri; le matricule, liste di poveri che hanno diritto ad essere assistiti; e gli xenodochia, originariamente un ospizio per stranieri, che poi con il tempo diventa un luogo di assistenza per le persone in stato di necessità.

Per tutto il Medioevo, verso gli stranieri, viene sempre mantenuto un atteggiamento ambivalente. Da un lato si riscontrano degli atti protettivi, in concomitanza con l’insegnamento evangelico secondo il quale ogni uomo è pellegrino sulla terra, in attesa della via eterna; dall’altro, invece, la loro presenza viene percepita come un pericolo, perché lontana dalle relazioni solite con i parenti. È sempre difficile distinguere la presenza di pellegrini e vagabondi, ma è certo che in alcune occasioni loro ci vengono presentati come una folla.

Nelle fonti normative di Rachis (re dei Longobardi dal 744 al 749, e poi ancora dal 756 al 757) la parola peregrini indica espressamente i fedeli o i chierici che, nei loro itinerari, viaggiano verso Roma. Le normative del sovrano longobardo dispongono attenti controlli verso questa gente; è, infatti, importante capire le loro intenzioni e, nel caso in cui si sia certi che viaggino senza malizia, bisogna lasciare loro un diploma da mostrare in seguito: […] et si cognoscat, quod simpliciter veniant, faciat iudex aut clusarius syngraphûs et mittat in cera et ponat sibi sigillum suum, ut ipsi postea ostendant ipsum signum missis nostris, quos nos ordaenaverimus.

Per poter viaggiare, il pellegrino, ha bisogno di informazioni chiare, di vere e proprie “guide” che lo aiutino a comprendere quello che vedrà. È necessario sapere dove soggiornare, quali distanze percorrere, i disagi da affrontare e i dovuti accorgimenti. Queste precauzioni portano alla nascita di una vera e proprio letteratura, come è testimoniato dall’Itinerarium a Burdigala Hierosolymam usque, compilato dall’anonimo Pellegrino di Bordeaux nel 333 e dalla Peregrinatio ad loca sancta, un testo del V secolo che ripercorre il cammino di una monaca, Egeria, mentre compie il suo cammino verso il Sinai, la Mesopotamia, la Calcedonia e Costantinopoli. In seguito troviamo i resoconti dei viaggi compiuti dagli stessi pellegrini, così come gli opuscoli informativi preparati dai direttori dei santuari.

La chiesa di San Romerio (Svizzera, Canton Grigioni, Brusio), hosptium del sec. XI per viandanti e pellegrini sulla strada tra Poschiavo e Tirano (foto: Carlo Meazza, www.carlomeazza.it)

Nonostante il pellegrinaggio sia molto incoraggiato nel Medioevo, questo viene comunque sconsigliato alle donne, pensando che la loro presenza possa snaturare l’essenza del viaggio. Per questo, nel 751, il concilio di Fréjus vieta il pellegrinaggio alle donne, tuttavia durante l’Alto Medioevo non è raro vederle peregrinare lungo la strada. A sostegno della proibizione ci sono anche dei motivi pratici, come il pericolo di essere schiacciate e calpestate più facilmente dalla folla che si reca per venerare le reliquie.

In epoca carolingia, con Carlo Magno e Carlomanno (Pipino re d’Italia), i pellegrini ricevono alcune tutele, grazie alla stesura dei capitolari, atti giuridici dell’Impero carolingio, stesi per iscritto e suddivisi in articoli. Nel 782 Pipino raccomanda di non uccidere coloro che in Dei servitio si recano verso i luoghi santi e, in particolare a Roma. L’omicidio del pellegrino comporta il pagamento di una somma di denaro, fissata per legge, alla famiglia del defunto, più altri 60 soldi destinati al fisco regio.

Molti sono poi, in questo periodo, i falsi pellegrini, che aspettano il momento migliore per aggredire e derubare i compagni di viaggio. Questi soggetti, nei capitolari, sono denominati extra ordinem, e sono i mendicanti e i vagabondi, messi al margine perché pericolosi. Nel capitolare dell’803 di Carlo Magno si esprime la necessità di individuare l’origine di questi stranieri: De fugitivis ac peregrinis, ut distringantur, ut scire possimus qui sint aut unde venerint.

Il castello di Magione, hospitium dei pellegrini nel Medioevo

Per assicurare a queste persone un sicuro rifugio per la notte, le strade si riempiono di hospitia. Anche la natura di questi luoghi viene disciplinata dalle normative franche così, per prevenire situazioni di brogli su pesi e misure i carolingi si rivolgono al clero, regolare e canonico, affinché vengano istituiti degli hospitia per poveri e pellegrini, siano costruiti ponti e riparate le strade. Gli hospitia devono essere tenuti in buono stato, provvedendo anche al loro restauro, qualora ce ne sia il bisogno; per i pellegrini è anche importante, oltre ad un tetto e ad un pasto caldo, che venga loro offerta un’accoglienza spirituale e parole di conforto.

In epoca moderna sono state riprese molte di queste disposizioni, e la creazione di un itinerario è diventata molto più facile, così come più approfondita è la cura verso questi viaggiatori. Un esempio su tutti è la creazione della Carta del Pellegrino, un documento in grado di attestare la propria identità e le proprie intenzioni. Nel XXI secolo le comunità cristiane offrono anche dei vademecum per il credente, con preghiere ed esperienze condivise con altri viaggiatori, elaborati con il chiaro scopo di facilitare il cammino.

Oggi, anche la differenza tra pellegrini e comuni viandanti è notevolmente ridotta, e la si evince dallo scopo del viaggio e dalla disposizione interiore. Come scrive Roberto Lavarini: “Se il pellegrino guarda soprattutto il cielo e là fissa la sua meta ultima, il turista religioso sta con i piedi per terra e sbircia il cielo come luogo di nostalgia e memoria”.

Daniele Lamberti

Bibliografia essenziale:

Albini G., Poveri e povertà nel Medioevo, Roma 2016;Lavarini R., Il pellegrinaggio cristiano, Genova 1997;Leonardi C., Il pellegrinaggio nella cultura medievale, in Romei e Giubilei. Il pellegrinaggio medievale a San Pietro (350 – 1350), a cura di D’Onofrio M., Milano 1999, pp. 43 – 48;Storti C., Stranieri ed “estranei” nelle legislazioni germaniche, in Le relazioni internazionali nell’Alto Medioevo, Settimane di studio del Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, LVIII, Spoleto 8 – 12 aprile 2010, Spoleto 2011, pp. 383 – 436;www.camminidileuca.it

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Ragusa, città della prima quarantena

Quarantena. La prima, storica decisione di isolare un gruppo di persone per provare a debellare una malattia infettiva, venne presa il 27 luglio 1377 nella città dalmata di Ragusa, l’attuale Dubrovnik. Il nemico da combattere era la Peste Nera, la spaventosa epidemia che dal 1347 in più riprese sterminò oltre 30 milioni di persone, circa un terzo della popolazione europea.

Ragusa medievale in una rappresentazione di Konrad Von Grünenberg, un cavaliere tedesco del sec. XV che scrisse un diario illustrato del suo pellegrinaggio verso la Terra Santa

Un isolamento letterale: a Ragusa i malati vennero confinati per un periodo di almeno quattro settimane su scogli disabitati, lontani dalla città. Questo mese di separazione forzata, all’inizio veniva chiamato “trentino”. Ma nel Quattrocento, a Venezia, fu allungato a quaranta giorni. E il nuovo tempo della contumacia nel dialetto veneto diventò quarantena, ad indicare i quaranta giorni del tempo massimo utile per superare la fase acuta di ogni malattia, senza ulteriore possibilità di contagio.

Il lazzaretto, luogo destinato per eccellenza ai malati contagiosi, nacque nel 1423 quando gli equipaggi delle navi che provenivano dalle zone infette furono costretti dai veneziani a una sosta obbligata nell’isola di Santa Maria di Nazareth. Quel luogo, chiamato nazaretto, per assonanza con il nome di Lazzaro, risuscitato da Gesù dal sepolcro, diventò lazzaretto. La segregazione forzata servì a limitare il contagio. Anche se soltanto nel 1464, di fronte al ritorno della peste, Pisa seguì l’esempio veneziano, insieme a Firenze (1479) e Milano (1489).

Paolo Uccello, Diluvio e recessione delle acque (particolare), Santa Maria Novella, Firenze

IL NUMERO DI NUOVA VITA Perché proprio quaranta giorni? Già Ippocrate, il medico greco fondatore della medicina scientifica, credeva che fosse quello il tempo giusto per riemergere dal male e ritrovare la salute. Un numero simbolico anche per gli astronomi babilonesi: associavano il tempo delle quattro decadi tra i mesi di aprile e di maggio in cui le Pleiadi, sette stelle luminose ospitate nella costellazione del Toro non erano più visibili, con le terribili inondazioni che nello stesso periodo flagellavano la Mesopotamia. Catastrofiche ma vitali per l’agricoltura.

Nella cultura ebraica quaranta anni era il tempo di una generazione. Il popolo ebraico vagò nel deserto per 40 lunghi anni prima di raggiungere la Terra promessa. Quaranta anni fu il tempo di durata della punizione dell’Egitto (Ezechiele 29). Isacco scelse di attendere quaranta anni prima di costruire la sua famiglia. E i maschi potevano iniziare lo studio della Kabbalah, la sapienza mistica e spirituale raccolta nella Bibbia, solo dopo aver compiuto 40 anni di vita. Quaranta giorni era il periodo della penitenza e della purificazione. Quasi una morte, capace però di anticipare una rinascita. Il diluvio universale, ricorda l’Antico Testamento, durò 40 giorni e 40 notti. E Noè ne attese altri 40 prima di uscire dall’arca (Genesi 6 – 9). Mosè restò sul monte Sinai 40 giorni e 40 notti (Esodo 24) prima di ricevere le “dieci parole” di Dio. Golia sfidò Israele per 40 giorni di seguito prima d’essere atterrato dalla provvidenziale fionda di Davide (1 Samuele 17). E anche Elia camminò per 40 giorni e 40 notti fino all’altura dell’Oreb, l’altro nome del Sinai, dove Dio gli si manifestò attraverso il mormorio di un vento leggero (1Re 19). Il profeta Giona ammoniva: “Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta”. Gesù rimase a digiunare nel deserto per quaranta giorni. E ascese al cielo quaranta giorni dopo la resurrezione. Nella liturgia cristiana la Quaresima che dura quaranta giorni, è il tempo particolare di preparazione alla Pasqua che serve a favorire un cammino di rinnovamento spirituale. Quaranta era il numero perfetto anche secondo Sant’Agostino.

MORS NIGRA Quando i governanti di Ragusa segregarono per legge i marinai e i mercanti in odor di contagio, erano passati venti anni dalla prima comparsa in Europa della cosiddetta Peste Nera (1347). Non a caso chiamata così dal latino peius: la “malattia peggiore”. Una pestis, che come altre gravi epidemie portava rovina e distruzione. Nera per le macchie livide e scure che comparivano sulla pelle e sulle mucose dei malati. Mors nigra, alle quale, anche per gli astrologi, “le nazioni si arresero”. Incubo ricorrente per le genti d’Europa. Anche dopo il Trecento, almeno per i successivi tre secoli, quando riapparve, in modo ciclico ogni 10-12 anni con tutto il suo carico di morte e paura.

Immagine al microscopio a scansione elettronica del batterio Yersinia Pestis (da: www.mirror.co.uk)

ENFIATURE E GAVOCCIOLI La medicina del tempo riteneva che la trasmissione del flagello avvenisse per la “corruzione dell’aria”. In realtà la malattia era trasmessa da un batterio, che oggi chiamiamo Yersinia Pestis dal nome del batteriologo dell’istituto Pasteur Alexandre Yersin che lo scoprì nel 1894. Il batterio, trasportato dalle pulci ospiti dei ratti infetti, veniva poi trasmesso all’uomo. La spaventosa malattia si propagava attraverso le vie respiratorie dopo una incubazione di poche ore. L’annuncio della morte arrivava con la nausea, il vomito, la cute annerita, un forte mal di testa e la febbre alta. Sintomi accompagnati dalla comparsa sul corpo dei malati di linfonodi dolenti e ingrossati, i cosiddetti bubboni, descritti da Boccaccio nell’introduzione al Decamerone: “Certe enfiature quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo…le quali i volgari nominavan gavoccioli”.

IL LANCIO DEI CADAVERI Gli studi recenti ci dicono che il focolaio dell’epidemia di peste fu l’area intorno al lago Balkhash, nell’attuale Kazakistan. Il contagiò si propagò ad incredibile velocità: da Tabriz a Astrakan, risalendo il Volga fino al Don per poi ridiscendere verso il Mar Nero e invadere la penisola di Crimea. Arrivò in Europa a causa di una specie di guerra batteriologica ante litteram, scatenata dalle tribù tatare e dai Mongoli che assediavano Caffa, la ricca colonia genovese sulla via dell’Oriente. Le armate nomadi erano comandate da Ganī Bek, un discendente di Gengis Khan. La peste aveva già infettato i soldati dell’Orda d’Oro. Il khan sapeva di avere sempre meno tempo per vincere la guerra. Decise allora un’ultima mossa crudele: ordinò di catapultare i cadaveri infetti dei suoi uomini oltre le mura. Il notaio piacentino Gabriele de Mussi raccontò l’orrore di quei giorni: “Legarono i cadaveri su catapulte e li lanciarono all’interno della città, perché tutti morissero di quella peste insopportabile. I cadaveri lanciati si spargevano ovunque e i cristiani non avevano modo né di liberarsene né di fuggire”. Appena l’esercito degli appestati di Ganī Bek allentò l’assedio, alcune decine di mercanti genovesi con le loro navi cariche di spezie, di sete e di grano della Crimea, fecero in fretta e furia rotta verso occidente. Approdarono a Costantinopoli. Poi raggiunsero l’Italia. In quasi tre settimane di un penoso viaggio, l’epidemia esplose in tutta la sua virulenza. Nella sua Historia Siculorum il francescano Michele da Piazza annotò l’arrivo di dodici imbarcazioni nel porto di Messina.

Malati di peste bubbonica nella rappresentazione di una Bibbia del sec. XV

Erano i primi giorni del mese di ottobre 1346. Bastarono pochi contatti fra gli abitanti della città siciliana e gli equipaggi, già decimati dalla peste: in pochi giorni l’epidemia dilagò in tutti i territori circostanti. I marinai furono scacciati con la forza. La flotta proseguì il suo disperato viaggio verso Genova che però negò l’ingresso nel porto ai suoi concittadini. Marsiglia, che accolse i marinai il 1 novembre, diventò la porta del contagio per tutta l’Europa. La peste invase i porti atlantici, inglesi, francesi e danesi. E colpì pressoché tutte le grandi città. Compresa Avignone, allora sede della corte pontificia, dove insieme a metà della popolazione morirono 6 cardinali e 93 membri della curia. Solo poche aree d’Europa vennero risparmiate dal flagello: la Fiandra, la Boemia, la Polonia e Milano che in quel periodo era di fatto isolata a causa della guerra contro i Gonzaga.Guy de Chauliac, medico della corte papale, descrisse la desolazione di quei mesi: “Si moriva senza servitore, si veniva sepolti senza prete, il padre non visitava il figlio, né il figlio il padre, la carità era morta, la speranza annientata”. Insieme alla malattia e alle stragi, si moltiplicarono le processioni, le preghiere, i digiuni, le opere pie, i voti collettivi. Assembramenti che peggiorarono la situazione e alimentarono il contagio.

TRE TUTORI A VENEZIA La Repubblica di Venezia, duramente colpita dal contagio, rispose in modo deciso: fin dai primi giorni dell’insorgere dell’epidemia istituì una magistratura speciale composta da tre tutori della salute pubblica. All’inizio del 1348 i Provveditori alla Sanità Nicola Venier, Marco Querini e Paolo Bellegni ordinarono che i cadaveri degli appestati venissero raccolti su due isole abbandonate, San Leonardo di Fossamala e San Marco in Boccalama. Quando non ci fu più spazio i morti furono sistemati a San Martino di Strada e a S. Erasmo. Fu introdotto anche l’obbligo di denuncia dei malati. Ma non bastò murare le case dei contagiati, bruciare gli oggetti che si pensavano infetti e spargere la calce viva su tombe sempre più numerose. I macabri conteggi stilati alla fine della pestilenza ci dicono che nella bella e grande città che allora contava almeno 110mila abitanti, morì almeno la metà degli abitanti. Cinquanta antiche famiglie si estinsero. Nel 1374 il governo dei dogi arrivò a vietare l’ingresso in laguna alle navi. Nello stesso periodo Barnabò Visconti, signore di Milano e di altre terre lombarde, bloccò per dieci giorni l’accesso alle porte di Reggio Emilia a chiunque fosse sospettato di poter trasmettere il contagio. Ma a meno di venti anni dalla comparsa della peste, nessuna misura sembrava in grado di arginare il panico e la morte.

Il Liber Viridis, documento originale che conserva le norme applicate per la prima quarantena della storia

IL RIMEDIO DI JACOBO A Ragusa la Peste Nera arrivò il 15 gennaio 1348. Fu “orrendissima e crudelissima”, come scrisse quasi duecento anni dopo lo storico Niccolò Ragnina. Nella prima fase l’epidemia durò quasi tre anni e provocò più di 7mila morti a fronte di una popolazione che non arrivava a 30mila abitanti. La peste ricomparve per altre quattro volte tra il 1361 e il 1374. La prima, specifica legge sull’isolamento forzato di persone, animali e merci fu emanata il 27 luglio 1377. Il documento originale della prima quarantena della storia è conservato negli archivi ragusei. Nel Liber Viridis, un volume di color verde che raccoglieva tutte le leggi, fu scritto: “Chiunque provenga dalle terre infette non deve entrare a Ragusa o nel suo territorio” (“Veniens de locis pestiferis non intret Ragusium nel districtum”). Non si voleva arrivare alla chiusura completa del porto né fermare il traffico delle merci, vitale per l’economia della città. Ai passeggeri delle navi e alle carovane che arrivavano via terra venne imposto di attendere 30 giorni prima di poter entrare in città. L’operazione di salute pubblica fu costruita nei minimi dettagli. La quarantena scattò in due luoghi distinti: l’isola di Mercana, riservata all’isolamento forzato dei marinai, dei mercanti e dei viaggiatori che giungevano via mare e Cavtat, l’antico abitato di Ragusa Vecchia, qualche chilometro più a sud della città nuova, dove fu allestito il ricovero delle carovane cariche di merci che arrivavano dalla terraferma. Negli anni successivi anche altre isole, Bobara, Supetar e Lokrum, si trasformarono in luoghi temporanei di confino. I primi rifugi, non erano protetti. E gli esiliati, seppure riforniti di acqua e cibo dalle barche che facevano la spola dal centro cittadino, erano esposti alla pioggia, al freddo, al vento o alla calura estiva. Vennero così costruite delle baracche di legno che poi, alla fine di ogni quarantena, venivano bruciate insieme alle suppellettili degli appestati. Ma il governo raguseo si preoccupava anche di rimborsare gli ospiti della quarantena per i danni subiti alle proprietà personali.A sovrintendere tutte le prime operazioni sanitarie c’era Jacobo da Padova, il physicus civitatis, l’ufficiale medico responsabile della sanità cittadina assunto dallo stato.

Le città nelle quali la Repubblica di Ragusa ebbe consolati o consolati e fondachi (Fonte: volume Io Adriatico – Civiltà di mare tra frontiere e confini a cura del Fondo Mole Vanvitelliana, Motta editore 2001)

RESPUBLICA INDIPENDENTE Ragusa aveva conquistato soltanto da pochi anni una faticosa autonomia politica, dopo un secolo e mezzo di dominio lagunare. Venezia, sfiancata da una estenuante guerra contro il Regno d’Ungheria appoggiato nelle campagne venete dalle aggressive truppe di Padova, fu costretta a subire la Pace di Zara, firmata il 18 febbraio 1358. Dovette così accettare le dure condizioni imposte da Re Luigi I, figlio primogenito di Carlo Roberto d’Angiò e erede della corona magiara: tutti i territori della Dalmazia, dal Quarnaro a Durazzo insieme con le isole, passarono all’ambizioso e potente re ungherese. Il suo alleato Francesco da Carrara, signore di Padova, in cambio della fine degli estenuanti scontri nelle campagne trevigiane, ottenne invece di poter fare incetta di grandi quantità di sale e di costruire mulini e fortificazioni nell’entroterra senza che Venezia potesse più intervenire. Il doge Giovanni Dolfin rinunciò al titolo di “Duca di Dalmazia e Croazia” che era stato assunto ben due secoli prima da Vitale Falier. E Zara diventò la nuova capitale del Regno di Dalmazia.

In questa situazione, Ragusa trovò il modo per ottenere una formale indipendenza: si riconobbe vassalla di Luigi I, si impegnò a pagare al sovrano un tributo annuo di 500 ducati, a cantare laudes in cattedrale in onore del nuovo re, e in caso di guerra, a mettere a disposizione delle armate ungheresi qualche buona galea. Ma di fatto si emancipò e iniziò un percorso di autonomia politica che a partire dal 1403 portò la Communitas Ragusina a definirsi con orgoglio Respublica. Una forma di governo che tra alterne vicende durò fino al 1808, quando Napoleone inglobò Ragusa nel Regno d’Italia.

Una rappresentazione di Ragusa (Dubrovnik) del 1667, costruita a ridosso di una ripida e boscosa altura

RUPI E QUERCE I romani d’oriente chiamavano la città Lausa. In greco ξαυ, xau, vuol dire “precipizio” o “rupe”. Costantino Porfirogenito in un suo celebre passo spiegava che i Lausaioi, erano “quelli che vivono sulla rupe”. La corruzione del nome, nell’uso comune, portò poi ai Rausaioi. Da cui Ragusa. Ma già nel XII secolo la città costruita su uno scoglio a precipizio sul mare veniva chiamata in tutto il mondo slavo Dubrovnik. In croato la parola dubrava indica un bosco di querce, le stesse che all’epoca infittivano le pendici del monte San Sergio (in croato Srđ) che proteggeva sia dalla bora che dai barbari la città antica prima che sorgesse una nuova civitas. I Turchi più tardi chiameranno Ragusa anche Dobro-Venedik, che significa Buona Venezia.

LA CASTA DEI NOBILI RAGUSEI Il potere era un privilegio di pochi. Spettava solo ai patrizi che sostenevano di discendere dalle famiglie romane che nel lontano 614, in fuga da Epidaurus, l’antica civitas, assediata dai barbari slavi, trovarono rifugio sull’isolotto di Ragusium.Nel sistema oligarchico i cittadini di origine slava e i contadini erano esclusi da qualunque potere decisionale. E erano vietati anche i matrimoni misti. Nel Trecento queste antiche famiglie, di fatto proprietarie della città-stato, erano 90. Alla fine del Medioevo ne rimarranno soltanto 9.

La Costituzione di Ragusa, promulgata nel 1272 dal conte veneziano Marco Giustiniani, era modellata sulle leggi della Repubblica di Venezia: il Libro degli Statuti (Liber statutorum civitatis Ragusii) prevedeva che al vertice del sistema ci fosse un Rettore. Come il doge veneziano, aveva pochi poteri e compiti quasi soltanto di rappresentanza. Ma a differenza del dux lagunare, eletto a vita, era a scadenza. Per evitare anche solo la voglia di una tentazione autoritaria, i nobili ragusei pensarono bene di ridurre al massimo il tempo dell’alta carica: prima 6 mesi, poi 3. Finché il “doge raguseo”, chiamato “Sua Serenità”, salvo casi eccezionali, iniziò a rimanere in carica solo per un mese. Così, dal 1358 al 1808, nella piccola repubblica marinara si alternarono più di 5000 rettori. Li eleggeva il Consiglio Maggiore, supremo organo legislativo: un club ancora più chiuso, soprattutto a partire dal 1332 quando per legge venne impedita la creazione di nuove famiglie nobili. Nel Salone del Gran Consiglio campeggiava una scritta, un monito per chi esercitava un potere sovrano: Oblite privatorum, publica curate (Dimenticate i vostri privati interessi e abbiate cura di quelli pubblici). Il governo spettava invece al Minor Consiglio, composto da 12 senatori.

Affresco di una farmacia (Magister Collinus, secc. XV-XVI), Castello di Issogne, Val d’Aosta. Per approfondimenti, leggi: La nascita della farmacia

SANITÀ GRATUITA E “BONI MEDESI”… La salute pubblica era da sempre la principale preoccupazione della piccola repubblica marinara. Ragusa fu il primo stato d’Europa, nel 1301, ad assicurare per legge un servizio sanitario gratuito per tutti i suoi cittadini, di qualunque condizione sociale. Gli statuti ricordano: “Le cure mediche spettano a chiunque viva nel territorio raguseo”. Già nel 1296, sulla rupe era stato costruito uno dei primi sistemi fognari dell’età medievale. Così efficiente che ancora oggi è in funzione. Nel 1317 all’interno del convento francescano venne aperta la prima farmacia pubblica d’Europa. Nel 1347, l’anno della peste nera, lo stato si preoccupò anche di creare quello che forse fu il primo centro di assistenza al mondo riservato agli anziani. Meno di un secolo dopo, nel 1432, una parte del Monastero di Santa Chiara fu adibito ad orfanotrofio pubblico.

Ragusa cercava medici ovunque. E li pagava bene. Nel Duecento la maggior parte dei physici e dei cerusici veniva reclutata a Venezia, nel Regno di Napoli e anche nella Marca. Fino ai primi decenni del XIV secolo il ruolo di ufficiale medico fu appannaggio quasi esclusivo dei salernitani, eredi della prima e più importante tradizione medica d’Europa.Ma a partire dagli anni Quaranta del Trecento i governanti ragusei iniziarono ad assumere medici provenienti dalle quotate università bolognesi e padovane. Il prezzo di ingaggio non era un problema. L’importante è che si trattasse di “boni medesi”. Esemplare, a questo riguardo, una lettera d’incarico inviata nel 1359 dal rettore Giovanni de Bona a tre “nobili e dileti zitadin”, che vivevano in Italia, responsabili di un incarico importante e delicato, quasi da agenti segreti: “Vuy debie esser syndigi et procuradori del nostro comun azerchar de uno bon medico in cirosia in Venezia(…) Et se in Venesia non podesi aver algun de questi in, et vuy pone la sorte intro de vuy, qual debia andar fuori de Venesia a cerchar (…) Et de bia andar a zercar a Padoa. A se a Padoa non se podesse aver, debia andar a Bologna al espiese del nostro comun, per che semo consiliadi, che la se trovara a Bologna de boni medesi”.

La diffusione della Peste Nera tra il XIV e il XVIII sec. e le rotte marittime che la portarono nei vari paesi

IL MERCATO DELLA PUGLIA Ragusa dopo il flagello della Peste Nera riemerse più forte di prima. La sua “zente de mar”, dal ricco mercante all’ultimo dei marinai, aveva una vocazione innata per il commercio. Filippo Diversi, un esule lucchese che trovò lavoro a Ragusa come insegnante alla metà del Quattrocento, spiegò bene questa attitudine: “Il territorio di Ragusa sia perché infecondo sia perché alquanto popoloso, non rende molto, talché con questa terra nessuno potrebbe mantenere la propria famiglia (…). Per questo è necessario dedicarsi al commercio”. Più che una scelta dunque, una necessità. Fu il grande mercato del sud dell’Italia che sorresse Ragusa nel momento della crisi e fece da trampolino per il rilancio economico. Affari diplomazia marciarono insieme. Con Molfetta c’era già un antico trattato di scambio che risaliva addirittura al 1148. Alla fine del Trecento si firmarono altri accordi commerciali. Con poca, arida terra da coltivare, la piccola repubblica marinara era costretta ad importare quasi tutto dalla vicina Puglia: olio, grano, vino, ortaggi, frutta, carne sotto sale e persino il pesce. I ragusei compravano anche la lana, su cui costruirono le loro fortune trasformando la città dalmata in uno dei centri tessili più importanti del Mediterraneo. Fu fondamentale anche l’alleanza politica con il re di Napoli che esentò le navi dalmate dal pagamento delle tasse portuali. La flotta mercantile cresceva insieme alla città. Anche grazie ad una forte immigrazione di mercanti catalani e fiorentini, sempre più inseriti nella vita cittadina.

“NAVIGARE ALLA RAGUSEA” I nuovi commerci si aggiungevano a quelli degli schiavi, delle spezie, del rame, della cera, dei metalli preziosi e del cinabro, il minerale rosso dal quale si poteva estrarre il mercurio, usato nelle pitture e nelle miniature oltre che nelle pratiche alchemiche. Nel giro di qualche decennio Ragusa arrivò a controllare anche quasi tutto il commercio del sale tra l’area balcanica e la penisola italiana.

La grande ricchezza e le transazioni continue di denaro portarono anche alla nascita di un detto, “raguseo”, ad indicare, in senso spregiativo, gli strozzini e gli usurai. Ma la “società chiusa” dei patrizi ragusei, se nascondeva le chiavi del potere a chi non era nato nobile, concedeva di continuo nuove opportunità anche ad altre categorie sociali. Così, un altro modo di dire fece fortuna nei porti d’Europa: “navigare alla ragusea”. Indicava un accordo grazie al quale anche i marinai partecipavano ai guadagni dei mercanti e dell’armatore.

Caracca, in un particolare dalla Caduta di Icaro di Pieter Bruegel il Vecchio (circa 1558)

L’ARGENTO E LE CARACCHE Il grano dalla Puglia, i panni dai principali empori d’Europa, l’argento dai Balcani: per secoli Ragusa fu al centro delle principali rotte del commercio, in una incessante attività di import-export. Grazie alle sue navi, le belle e veloci caracche, tanto famose che anche Shakespeare nel “Mercante di Venezia” (atto I, scena I) ne lodò l’agilità e l’eleganza.La città, che batteva moneta propria già dal XII secolo, era ormai una tappa obbligata per tutti i mercanti che puntavano a Costantinopoli che le carovane potevano raggiungere via terra in 24 giorni. Molto stretti erano i rapporti con Rimini e Ferrara. E soprattutto con Ancona. Le merci dal Mar Nero, via Ragusa, passavano sull’altra sponda dell’Adriatico e proseguivano via terra per Firenze. Poi, sull’Arno, raggiungevano Livorno, fino alla penisola iberica e all’Inghilterra. Nel 1373 ottenne una dispensa da papa Urbano per la navigazione “ad partes infedelium”. Così, pur pagando un tributo, comunque vantaggioso, la maggior parte del traffico tra l’Italia e il porto anatolico di Bursa passava per la piccola repubblica, collegata di continuo anche ai grandi porti tirrenici di Genova e Pisa. E comunque legata, al di là della continua e sospettosa rivalità, anche con Venezia, città nemica per eccellenza. Una specie di “Hong Kong dei Balcani ottomani”, secondo lo storico inglese Noel Malcolm. Nel giro di 150 anni, fra il 1300 e il 1450 la ricchezza disponibile quadruplicò. In anticipo su tutti gli altri stati europei, nel 1395, la città approvò una legge di assicurazione marittima. In 30 diversi centri della Turchia operavano ormai in modo permanente quasi 300 mercanti ragusei. Da Barletta a Sofia, da Costantinopoli ad Alessandria d’Egitto, le colonie della minuscola città-stato si moltiplicarono e si arricchirono di fondaci, chiese ed ospedali. Una succursale ragusea nacque persino a Goa, in India, intorno a una chiesa dedicata all’amato patrono San Biagio.

DUE CHILOMETRI DI MURA Con la ricchezza cresceva il bisogno di sicurezza. Le mura furono rafforzate per tutto il XIV secolo con l’innalzamento di quindici torri quadrate, a protezione sia del porto, chiuso ogni sera con una catena, sia dell’entroterra. I lavori continuarono per altri due secoli. Due chilometri di mura cingono ancora oggi la città. La meraviglia dei turisti è la stessa che nel 1485 colse un pellegrino di Mons che nel suo diario annotò: “E’ una città così grandemente fortificata che non ne esiste una simile in alcuna altra parte del mondo: ha forti bastioni, torri, due profondi fossati e, tra di essi, solide mura e merlature; tutto è costruito in pietra squadrata”.

PARLARE ITALIANO Gli abitanti di Ragusa, racchiusi in una enclave romana e cattolica dentro un modo slavo e musulmano, insieme all’italiano e ai dialetti slavi parlavano anche il dalmatico, una lingua neolatina che però scomparve alla fine del Quattrocento. I documenti pubblici erano vergati sia in latino che in italiano. Nel 1472 l’italiano diventò la lingua ufficiale dello stato. Da allora le classi dirigenti si sforzarono di parlarlo con un accento toscano al posto del veneziano che era stato utilizzato per secoli. Del resto i rapporti con Firenze erano strettissimi. E non solo per i commerci. A Ragusa nel 1332, da una famiglia di mercanti di origine fiorentina, nacque il novelliere Franco Sacchetti. Poliziano lodava “i ragusei per quanto offrivano alla cultura italiana”. Benedetto Cotrugli (1416-1419), nato a Ragusa e morto a L’Aquila, scrisse Della mercatura et del mercante perfetto, la prima pubblicazione italiana sulla scienza commerciale. Molti scrittori rielaborarono in italiano le saghe del popolo slavo. Altri scrissero indifferentemente in italiano, latino e croato. Un gran numero di artisti, pittori, artigiani, architetti e musicisti di lingua italiana lavorarono su tutte e due le sponde dell’Adriatico. Il Palazzo dei Rettori, i Chiostri e il Palazzo della Zecca furono realizzati da architetti che arrivavano dall’Italia. A Livorno riaffiorano cognomi come Raùgi o Raugèi. A Firenze c’era la Strada dei Ragusei. E a Venezia, vicino alla stazione ferroviaria, ai Carmini, si può passeggiare ancora per la Calle dei Ragusei o attraversare il bel Ponte dei Ragusei ricostruito in ghisa nell’Ottocento. Nella raccolta di novelle Mille e una notte sono nominate, oltre a Costantinopoli, solo sei città, tutte italiane: Roma, Venezia, Genova, Pisa, Zara e Ragusa.

La fortezza di Lovrijenac (foto: Eric Hossinger per flickr)

“FRANCHISIA” PER TUTTI La fortezza di Lovrijenac, fuori dalle mura, a 37 metri di altezza sul livello del mare, è una sentinella di pietra a protezione della città. È la Fortezza Rossa di Approdo del Re della serie televisiva del Trono di Spade. Una leggenda assicura che fu costruita in appena tre mesi, con il lavoro volontario di tutti i cittadini, angosciati dalle minacce veneziane. Ospita il museo archeologico e d’estate diventa uno scenografico teatro all’aperto. È un simbolo della storia di Ragusa. Soprattutto per l’iscrizione in latino che accoglie i viaggiatori: “Non bene pro toto libertas venditur auro”. La libertà non si vende, per tutto l’oro del mondo. La “franchisia”, la libertà d’asilo, fu usata dai ragusei anche come una assicurazione di fronte alle incertezze della politica. La tradizione iniziò con Riccardo Cuor di Leone d’Inghilterra, che secondo un racconto favoloso fu salvato da un naufragio al largo di Lokrum nel 1192 al suo ritorno dalla terza crociata e per questo donò a Ragusa 100mila monete d’oro grazie alle quali fu edificata la cattedrale dedicata alla Madonna dell’Assunzione. Dentro le possenti mura di Ragusa trovarono rifugio molti principi dei Balcani spodestati, esiliati e in cerca di una rivincita. Ma anche nel 1464 Sigismondo Malatesta, dopo il conflitto con Pio II. E Pier Soderini, l’ultimo gonfaloniere della repubblica di Firenze. Accadde nel 1512. Quando Roma e Venezia chiesero la sua consegna, Ragusa rispose con una lettera che riportava quanto era scritto negli statuti cittadini: “La terra nostra è franca ad ognuno et a grandi et a pizzoli”. E nel 1492 fu la volta degli ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna e dal Portogallo. Sulla rupe dalmata trovarono casa e contribuirono in modo determinante alle fortune economiche del piccolo stato.

Ragusa abolì per prima il commercio degli schiavi, nel 1416

L’ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITÙ Ragusa fu anche il primo stato al mondo ad abolire il commercio degli schiavi. La tratta, a lungo fiorente, aveva perso vigore alla fine del Trecento. I mercanti ragusei li avevano venduti e comprati per secoli, con grandi profitti nei porti di tutto il Mediterraneo. I patrizi li acquistavano come domestici e li ostentavano fra i loro pari come status symbol. La storica decisione del Maggior Consiglio, arrivò nel 1416, sollecitata dalle infiammate pressioni del vescovo francescano Antonio Diodati da Rieti e dalla chiara volontà del vicino re d’Ungheria: “Chiunque si chiama raguseo, non possa, sotto verun pretesto, od intenzione, ardire o presumere di comperare né vendere alcun schiavo”.

REPUBBLICA DELLE SETTE BANDIERE “Non ragusate!”, urlava Napoleone a Marmont, il generale che nel 1808 pose fine all’indipendenza di Dubrovnik. Il neologismo imperiale indicava l’attitudine storica dei nobili che governavano la piccola repubblica: spaccare il capello in quattro, cavillare, trovare continue scappatoie. Un’opinione condivisa in tutte le cancellerie europee. Quei dalmati, per tutti, erano il popolo “delle Sette Bandiere”, capaci com’erano di servire in contemporanea il Papato e l’Impero, Venezia, e l’Ungheria, il Turco e la Spagna e insieme anche i corsari barbareschi. Uno “stato cuscinetto” tra Oriente e Occidente, Cristianesimo e Islam che della sua debolezza fece una forza. L’arte della diplomazia ha segnato la sua storia secolare. Cattolica ma suddita del sultano. Senza esercito ma potente. Classista al suo interno però aperta al mondo. Capace comunque di scelte innovative e coraggiose. Come la legge che nel 1377 istituì la prima quarantena. E che cambiò la storia della medicina.

Federico Fioravanti

FONTI:Decisione di quarantena a Dubrovnik, 1377, Archivi di Stato di Dubrovnik, Liber Viridis, Leges et istruzione, vol.11. Simon de Covino, De judicio Solis in convivio Saturni, 1350, p.22. S.Razzi, La storia di Ragusa, Lucca 1595, ristampa Forni Editore, 1980.Francesco Maria Appendini, Notizie istorico-critiche sulle antichità storia e letteratura de’ Ragusei, Dubrovnik 1803 Academic Press Inc, 1972.

BIBLIOGRAFIA:Robin Harris, Storia e vita di Ragusa – Dubrovnik, la piccola Repubblica adriatica, Santi Quaranta, Treviso 2008.David Abulafia, Il Grande Mare. Storia del Mediterraneo, Mondadori 2017.Konstantin Jireček, L’eredità di Roma nelle città della Dalmazia durante il medioevo (3 voll.) AMSD, Roma 1984-1986 Alberto Cipriani A peste, fame et bello libera nos Domine: le pestilenze del 1348 e del 1400, Società pistoiese di storia patria, 1990. Ovidio Capitani, Morire di peste: testimonianze antiche e interpretazioni moderne della peste nera del 1348, Patron, 1995. Stefano D’Atri, Medici salernitani a Ragusa (Dubrovnik) nel XIV secolo, Rassegna Storica Salernitana, Laveglia&Carlone Editore, 2015.Peter Frankopan, Le vie della seta. Una nuova storia del mondo, Mondadori, 2017.Sergio Bertelli, Trittico: Lucca, Ragusa, Boston: tre città mercantili tra Cinque e Seicento, Donzelli 2004.Cristiano Caracci, Né turchi né ebrei, ma nobili ragusei, Edizioni della Laguna, 2004.Giacomo Scotti, Ragusa, la quinta repubblica marinara, LINT Editoriale, 2006.Sergio Anselmi – Antonio Di Vittorio, Ragusa e il Mediterraneo: ruolo e funzioni di una repubblica marinara tra Medioevo ed età Moderna, Bari, Cacucci, 1990.F. W.Carter, Dubrovnik (Ragusa): A Classic City State, Academic Press Inc, 1972.William Naphy- Andrew Spicer, La peste in Europa, Il Mulino 2006.Loris Premuda, Storia della quarantena nei porti italiani, Acta Medica Historiae patavinae, 1978.William Hardy McNeill, La peste nella storia: epidemie, morbi e contagio dall’antichità all’età contemporanea, Einaudi, 1982.

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L’Europa nel Medioevo

Europa è un termine proveniente dal mondo della mitologia antica – letteralmente significa “grandi occhi” -; esso designava infatti il nome di una figlia del re di Tiro, rapita da Zeus che avrebbe avuto da lei tre figli: Minosse, Radamante e Sarpedonte, fondatori della civiltà minoico-cretese. Con il tempo gli storici e geografi greci utilizzarono il termine Europa per indicare le terre poste a nord di Creta, in contrasto con l’Asia, vale a dire le regioni poste a Oriente.

Con questa accezione geografica il termine si diffonde nel corso dell’età medievale venendo immortalato nelle Etimologie di Isidoro di Siviglia (560 circa-636), opera enciclopedica in venti volumi che raccoglie e condensa tutto il sapere su cui gli uomini medievali baseranno a lungo la loro visione del mondo.

Schema del mondo a T, reso celebre da Isidoro di Siviglia

Secondo la tradizione veterotestamentaria l’orbe terrestre era diviso in tre parti : Asia, Africa ed Europa, ognuna delle quali era stata popolata dalla discendenza di uno dei tre figli del patriarca Noè, vale a dire Sem, Cam e Iafet (Genesi 10).Nel quattordicesimo libro dedicato alla Terra e le sue parti, Isidoro elenca dunque le province europee.

Seguiamo il suo sguardo che con una visuale panoramica abbraccia il continente europeo a lui noto: Scizia inferiore, Germania (superiore e inferiore), Mesia, Tracia, Grecia, Dalmazia, Caonia (Epiro), Attica, Beozia e Peloponneso, Tessaglia, Macedonia, Acaia, Arcadia, Pannonia, Istria, Italia, Gallia (Belgica, Cisalpina, Transalpina), Rezia, e infine l’Hispania (Citeriore e Ulteriore), vale a dire le regioni in cui egli vive e opera. Come si può notare il concetto geografico di Europa tramandato dal dotto vescovo sivigliano è fortemente legato alla tradizione storico-etnografica greca: ampio spazio è dato alle regioni elleniche, mentre la parte settentrionale del continente sfuma in una serie di descrizioni in cui dominano gli elementi naturali ostili all’uomo, come le paludi e le foreste, dove campeggiano bestie selvatiche (bisonti e alci su tutti).

Vista la concezione geografica dell’Europa degli uomini nei primi secoli dell’età medievale occorre ora comprendere il momento in cui nasce la consapevolezza dell’essere europei.

Si tratta di un problema alquanto spinoso vista la grande fluidità degli etnonimi ai quali in questi secoli si fa ricorso; essi sono spesso condizionati dalla tradizione antica e da una serie di giudizi e valutazioni più o meno implicite, talvolta aliene da sentimenti di imparziale scientificità. Può dunque succedere che gli Unni siano definiti nelle fonti come Sciti, o viceversa che gli Avari siano chiamati Unni.

Si tratta di un problema che impone cautela nel momento in cui, verso la metà dell’VIII secolo si assiste in una cronaca della penisola iberica all’utilizzo per la prima volta del termine Europenses per indicare l’esercito guidato dal maggiordomo di palazzo Carlo Martello che aveva respinto nel 732 una delle tante incursioni islamiche provenienti a quell’epoca dalla penisola iberica. Mettendo da parte il significato più o meno “storico” della battaglia di Poitiers, reso celebre dall’affermazione dello storico britannico Edward Gibbon secondo cui le armate franche garantirono la fine dell’espansione musulmana in Europa impedendo in questo modo – a dire dello studioso anglosassone – che l’insegnamento del Corano fosse impartito nelle aule universitarie di Oxford, appare chiaro il carattere oppositivo dell’etichetta etnica Europei che si afferma in contrasto con un “identità altra” percepita come una realtà estranea.

Rappresentazione del mondo in un manoscritto medievale (Isidoro di Siviglia, Etymologiae, BNF, Paris, Ms. Latin 10293, fol. 139)

Questo appare certamente lo sviluppo più rilevante del concetto di Europa in età medievale: da accezione prevalentemente geografica, essa assume progressivamente anche una caratterizzazione valutativa. Di fronte il nemico musulmano, destinato con il tempo a diventare l’Altro per eccellenza, gli intellettuali sin dall’età carolingia verranno a caratterizzare l’aggettivo europeo di tutta una serie di connotazioni positive, fede cristiana su tutte.

Ecco che si assiste allora, da parte dei poeti di corte, all’utilizzo di espressioni per indicare Carlo Magno quale “pater Europae” o “Europae venerandus apex”, nell’intento di caratterizzare meglio la vocazione continentale del carolingio che si pone sempre di più a fianco del Papato romano.

Per comprendere le ragioni profonde di tale operazione politica e ideologica molto raffinata occorre ricordare che l’Impero franco si costituì in opposizione con le tradizioni dominanti nel mondo bizantino che aveva interiorizzato al suo interno l’eredità di Roma antica; i sovrani bizantini erano i diretti continuatori degli imperatori romani e i loro sudditi solevano definirsi Romaioi, vale a dire Romani. Nessuna soluzione di continuità aveva sciolto il legame millenario con l’esperienza romana e Costantinopoli poteva a ragione fregiarsi del titolo di “seconda Roma”, continuatrice della missione civilizzatrice dell’Urbe.

Di fronte un simile patrimonio ideologico i Carolingi – o meglio, gli intellettuali provenienti da tutte le regioni europee (Spagna, Isole britanniche, penisola italica) che gravitavano nella corte franca e che condivisero con la dinastia carolingia una politica culturale di grande respiro – dovettero fare ricorso a un filone ideologico diverso, ma ben attestato nella tradizione classica da cui ‘pescare’ nuovi temi.

Mappamondo tripartito, il primo ad essere stampato (Augsburg, 1472: ISTC ii00181000, p. 190)

Da tutte queste considerazioni scaturì quindi il forte investimento sul concetto d’Europa. Esso diventò un contenitore ideologico nel quale si esprimeva l’ampiezza degli orizzonti della dinastia carolingia, destinato a ricoprire un ruolo chiave nella storia futura del nostro continente. Non è un caso che il trattato di Verdun dell’843 che sancì la divisione dell’Impero carolingio tra i regni dei nipoti di Carlo Magno diede il via al delinearsi di alcune aree geopolitiche che avrebbero contraddistinto la futura cartina politica europea. L’area sotto il controllo Carlo il Calvo divenne il nucleo della futura Francia, quella di Ludovico il Germanico la culla della futura Germania, mentre quella di Lotario I avrebbe dato vita a Olanda, Belgio, Svizzera e Italia, vale a dire l’area geografica all’incirca approssimativamente coincidente con la culla dell’attuale Unione Europea (ricordiamo che i sei paesi fondatori furono Belgio, Germania occidentale, Lussemburgo, Francia, Italia e Paesi Bassi).

Si tratta di legami che nel XX secolo le stesse autorità politiche europee hanno in più occasioni ripreso, come avvenuto nel 1965 quando sotto gli auspici del Consiglio d’Europa fu organizzata un’imponente mostra ad Aquisgrana per celebrare l’ottavo centenario della canonizzazione di Carlo Magno.

Per concludere, l’età carolingia a cavallo tra i secoli VIII e IX rappresenta il momento chiave che vede affiorare e affermarsi il concetto d’Europa dallo sterminato patrimonio della tradizione classica. Da termine geografico esso assume una valenza politico-ideologica molto marcata, rivelandosi con il passare del tempo un’espressione di grande efficacia e impatto mediatico (per così dire) perché la sua precedente neutralità lo rendeva facilmente plasmabile.

Il risultato è delineato con estrema lucidità da Gherardo Ortalli: “Due codici interpretativi diversi ormai convivono; accanto ad un’Europa geografica ne esiste una politica, che risponde a requisiti diversi. Incardinata territorialmente (…) la dimensione politica prende corpo anche nel riferimento all’identità religiosa”.

La doppia valenza di Europa, geografica e politico-religiosa nasce dunque in età medievale.

Luigi Russo

Bibliografia di riferimento

A. Barbero, Carlo Magno: un padre dell’Europa, Roma-Bari 2001;R. Bartlett, The making of Europe: conquest, civilization and cultural change, 950-1350, London 1994;M. Becker, Carlo Magno, trad. italiana, Bologna 2000;A.-D. von den Brincken, Mappe del cielo e della terra: l’orientamento nel Basso medioevo, in Spazi, tempi, misure e percorsi nell’Europa del Bassomedioevo, Atti del XXXII Convegno storico internazionale di Todi, CISAM 1996, pp. 81-96, tavole I – XII;A.-D. von den Brincken, Mappe del Medioevo: mappe del cielo e della terra, in Cieli e terre nei secoli XI – XII. Orizzonti, percezioni, rapporti, Atti della tredicesima Settimana internazionale di studio della Mendola, Milano 1998, pp. 31-50, con 16 tavole;G.M. Cantarella, L’Europa, una creazione medievale, in Enciclopedia del Medioevo, a cura di G.M. Cantarella, Milano 2007, pp. 617-619;F. Cardini, Europa e Islam: storia di un malinteso, Roma-Bari 2001;F. Chabod, Storia dell’idea d’Europa, Roma-Bari 1961;P. Geary, Il mito delle nazioni. Le origini medievali dell’Europa, trad. italiana, Roma 2009;J. Le Goff, Il cielo sceso in terra: le radici medievali dell’Europa, trad. italiana, Roma-Bari 2004;J. Le Goff, L’Europa medievale e il mondo moderno, trad. italiana, Roma-Bari 1994;R. J. Lilie, Bisanzio: la seconda Roma, trad. italiana, Roma 2005;H. Mikkeli, Europa. Storia di un’idea e di un’identità, trad. italiana, Bologna 2002;G. Ortalli, Scenari e proposte per un Medioevo europeo, in Storia d’Europa, vol III: Il Medioevo. Secoli V-XV, Torino 1994, pp. 5-40;W. Pohl, Le origini etniche dell’Europa: barbari e romani tra antichità e Medioevo, trad. italiana, Roma 2000;P. Seed, The Oxford Map Companion. One Hundred Sources in World History, Oxford 2014;G. Sergi, Frammenti e convergenze del caleidoscopio Europa, in Europa e musei. Identità e rappresentazioni, Torino 2003, pp. 45-50;M. Sordi – G. Urso – C. Dognini, L’Europa nel mondo greco e romano: geografia e valori, in Aevum, 73 (1999), pp. 3-19D. Woodward, Medieval ‘Mappaemundi’, in The History of Cartography, vol. I, a cura di J.B. Harley – D. Woodward, London-Chicago 1987, pp. 286-370.

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Il pellegrinaggio medievale

Alla radice del pellegrinaggio. Un libro di Franco Cardini e Luigi Russo, Homo viator. Il pellegrinaggio medievale (Edizioni La Vela, 2019), riflette su un fenomeno comune a molte culture e a diverse epoche della storia. A partire dalle parole: “peregrinus” esprime l’estraneità e al tempo stesso lo spaesamento. Il pellegrino è straniero nella terra nella quale giunge, ma potrebbe esserlo anche nella sua terra d’origine. E la sua vera patria potrebbe essere appunto la sua mèta.

Pellegrini in cammino verso Roma, scolpiti in un rilievo del Duomo di Fidenza (fine XII secolo) G. Della Robbia, Pellegrini del fregio della Lavanda dei piedi di Cristo pellegrino, 1525-1527, terracotta invetriata – Pistoia, Ospedale del Ceppo

Probabilmente in tutti gli idiomi del mondo c’è un termine in un modo o nell’altro equivalente al nostro “pellegrinaggio”. A livello storico-antropologico, una storia dei pellegrinaggi (e quindi tanto dei percorsi quanto dei santuari) che si occupasse dell’intera storia dell’umanità – da Stonehenge in poi, verrebbe da dire: e magari anche da prima – sarebbe necessaria e auspicabile. Come dimenticare Delfi? E i veri “casi” di ver sacrum, da uno dei quali può esser dipesa la fondazione della stessa Roma? E le tradizioni celtiche e germaniche, come quella della “sacra foresta” di Uppsala? E la aliyah ebraica? E lo Haj musulmano? E i grandi pellegrinaggi induisti, buddhisti, shintoisti? E la questione dei “centri sacri” nelle tradizioni sciamaniche, dalla Siberia ai nativi americani? E le grandi migrazioni sia terrestri intercontinentali sia interoceaniche – il Kon-Tiki – a loro volta avvicinabili alla dimensione del pellegrinaggio sempreché, al contrario, non sia esso in qualche modo un succedaneo di quelle? E le “Vie dei Canti” australiane, sulle quali ci ha fatto sognare Bruce Chatwin?

Portale del Duomo di Fidenza, La famiglia dei pellegrini

Ma è per noi necessario adesso tornare, come direbbe Dante, “dal cerchio” a quello che per noi è “il centro”: la nostra tradizione cristiana, che del resto moltissimo deve a quella ebraica e a quella ellenistica, ma qualcosa (magari un po’ più di un poco) anche a quelle dei popoli e delle tradizioni che nel corso dei secoli a quella cristiana si sono avvicinate e con essa sono entrate in rapporto, con tutte le problematiche assimilatrici, acculturatrici e conflittuali che ciò ha comportato e continua a comportare.Il mondo cristiano ha espresso nella concezione dell’homo viator, del viaggiatore, il simbolo della ricerca spirituale che – per il fatto di essere intima e spirituale – nondimeno si esprime talvolta nei termini di un reale ed effettivo spostamento da un luogo all’altro.

Il termine “pellegrino” poi, deriva dal verbo latino peragere che è quanto mai ricco di significati: da quello di “muoversi con inquietudine, senza tregua” a quello di “condurre a termine” (e quindi “perfezionare”, ma anche “morire”).

Il peregrinus non è dunque semplicemente l’advena o l’hospes, lo “straniero” o lo “sconosciuto”. La parola peregrinus esprime l’estraneità e al tempo stesso l’estraniamento e lo spaesamento. Il pellegrino è tale in quanto straniero nella terra nella quale giunge; ma al tempo stesso l’espressione che lo qualifica è ambigua al punto tale da poter significare il contrario: in realtà egli potrebbe essere straniero nella sua terra d’origine, e la sua vera patria essere appunto la sua mèta. Il cristiano è cittadino del cielo, la sua vita è un pellegrinaggio perché egli parte dall’esilio e desidera tornare in patria. Si può certo vagare senza mèta.Soprattutto si viaggia per arrivare da qualche parte, per conseguire un fine. La mèta è fondamentale. I Magi del Vangelo di Matteo (Mt 2, 1-12) seguono instancabili e fiduciosi la stella: hanno gli occhi fissi sull’astro di fuoco e si può dire che il resto non li riguardi. Il segno celeste è visibile solo di notte. Come i beduini del deserto, i Magi riposano durante l’ardente e afoso giorno: per quanto non sia detto per nulla che il loro viaggio sia sempre e comunque segnato dalle condizioni dell’afa estiva. Ma essi non si guardano attorno: corrono dritti alla mèta, Betlemme.Eppure il loro viaggio, che resta esemplare e paradigmatico, è per molti versi un’eccezione.

In realtà, il viaggio, quindi la strada – dritta via consolare o pista appena segnata, autostrada vertiginosa o sentiero sassoso che sia – , sono importanti non meno della mèta: anzi, in un certo senso essi stessi sono mèta, ne fanno intrinsecamente parte.

Mappa della Via Francigena: da Canterbury a Roma, il cammino prosegue poi fino a Santa Maria di Leuca, dove i pellegrini si imbarcano per Gerusalemme (foto: www.camministorici.it)

Come gli adepti della postmoderna filosofia del viaggiare, i pellegrini sanno bene che il punto d’arrivo riveste per loro tanto più significato quanto più esso è stato atteso, meditato, desiderato durante il viaggio. I panorami visti, le difficoltà affrontate, il freddo, il caldo, il sudore, la sete, la fame, la paura, il desiderio del riposo, la stanchezza, l’attesa, lo stupore, l’ammirazione, la commozione, il pianto, la preghiera: questo è il viaggio; questo è, soprattutto, il pellegrinaggio. La Modernità ci costringe a percorrere la strada in fretta e furia, ci lega all’auto, al treno, all’aereo, a mezzi di comunicazione sempre più veloci. Eppure, proprio in questi tumultuosi tempi sta rinascendo – da Santiago a Roma; e, con magari difficoltà maggiori, perfino verso Gerusalemme – la dimensione del viaggio a piedi o al massimo in bici, e perfino a cavallo.

La strada va sofferta, centellinata, vissuta: perché il viaggio e soprattutto il pellegrinaggio sono ascesi, fatica e conquista.

Arrivare al Santo Sepolcro di Gerusalemme, in piazza San Pietro a Roma o al portale della Gloria di Santiago di Compostela discesi dal pullman o addirittura dall’aereo può comunque essere commovente ed esaltante: ma arrivarci passo dietro passo, coperti dalla polvere del viaggio ma con l’anima liberata dalla polvere dei rimorsi e rinnovata dall’acqua delle lacrime di penitenza e del silenzio interiore del viaggiare è tutt’altra cosa!Quando si pensa al pellegrinaggio cristiano l’immaginazione contemporanea ci trasporta inevitabilmente in pieno Medioevo, con tutte le attuali deformazioni prospettiche legate alla Media Ætas.

S. Eldrado, dopo il pellegrinaggio a Santiago, valicando le Alpi lascia bastone e bisaccia da pellegrino per entrare nell’Abbazia di Novalesa, lungo la Via Francigena del Moncenisio, in Val di Susa, XI secolo (foto: Lorenzo Rossetti, Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license)

In realtà però, dalla Riforma protestante al Settecento illuminista la dimensione del pellegrinaggio ha subìto una forte, progressiva eclisse: e solo col Romanticismo è tornata in auge, cioè proprio quando la realtà del viaggio – fino ad allora pensato come dura e faticosa necessità per alcuni, costoso privilegio (il cosiddetto Grand Tour) per pochi aristocratici colti e avventurosi – si è andata affermando fino a dar luogo a un genere letterario che, da Loti a Melville a Conrad alla Blixen a Chatwin, ha recuperato alcuni salienti aspetti dell’antico genere odeporico, ma si è sempre più andato caricando di valori esistenziali, filosofici e antropologici.Mettete a confronto, separati, i racconti di due persone che abbiano entrambe percorso – sul serio e per intero – il Cammino di Santiago, dal passo di Roncisvalle fino a Compostela (oltre 700 chilometri): non troverete due racconti uguali, spesso addirittura stenterete a riconoscere un identico percorso in descrizioni tanto differenti.

Ciò spiega peraltro la ricchezza e varietà dei testi presentati in questo libro, espressione di personalità storiche e bagagli culturali diversissimi che rendono la storia del pellegrinaggio difficile da fare proprio per l’impossibilità di una reductio ad unum di storie tanto eterogenee tra loro (si pensi alla distanza esistente tra Egeria, monaca spagnola del iv secolo, e Lionardo di Niccolò Frescobaldi, pellegrino fiorentino che avrebbe visitato la Terrasanta circa mille anni dopo la prima).

La strada cambia poi secondo chi la percorre: maschio o femmina, giovane o vecchio, sano o ammalato, miope o presbite, loquace o taciturno, introspettivo o espansivo. Cambia inoltre a seconda che si viaggi di giorno o di notte, partendo all’alba o viaggiando fino all’ultimo filo di luce, e ancora a seconda della stagione o del clima più o meno rigido.Infine, chi guarda al viaggio-pellegrinaggio con occhi e senso storico, tenga ben a mente che non esiste una sola via, un’unica strada che porta alla mèta.

Pellegrini in una miniatura medievale

Come si va in pellegrinaggio per infinite ragioni, molti sono gli itinerari che si possono seguire. Nel mondo medievale, ad esempio, gli itinerari si sviluppavano secondo veri e propri “fasci viari” e ogni itinerario aveva le sue deviazioni, i suoi diverticoli, le sue mète minori e alternative ma che pure hanno rappresentato un momento importante nell’evoluzione storica della pratica peregrinante.

Non si va in pellegrinaggio. Si è pellegrini: lo si è sempre e comunque. La vita è un pellegrinaggio. I viaggi e i pellegrinaggi che facciamo nell’arco della nostra vita altro non sono se non metafore di essa. Mettersi in viaggio significa mettersi in gioco. Si è pellegrini anche se chiusi in una stanza, se immobilizzati in poche spanne di spazio. Viaggio è, in estrema sintesi, libertà.

Franco Cardini, Luigi Russo

Franco Cardini, Luigi Russo Homo viator. Il pellegrinaggio medievale Collana Peregrinantes in mundo La Vela 2019 (16,00 euro – ISBN 978-88-99661-58-8).

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Storia dei templari in otto oggetti

Un modo nuovo e originale per raccontare la vicenda dei templari: Storia dei templari in otto oggetti (UTET 2019), un libro scritto da due specialisti dell’argomento, gli storici Franco Cardini e Simonetta Cerrini, racconta la vita quotidiana dei “Poveri compagni di battaglia di Cristo e del Tempio di Salomone”, l’ordine ordine religioso-militare creato nel gennaio 1120 a Gerusalemme dal cavaliere francese Ugo di Payns per proteggere i pellegrini che si recavano in Terrasanta.

Foto della campana trovata nella Hall K (corrispondente alla Vault B di Robert William Hamilton e oggi demolita) della moschea al-Aqsa. Foto riprodotta per gentile concessione del prof. Benjamin Zeev Kedar

Gerusalemme, 1120: nel cielo chiaro del mattino, dove prima risuonava il canto del muezzin, ora vibrano i rintocchi bronzei della campana del Tempio di Salomone. In questo luogo mistico, crocevia dei fedeli di varie confessioni, hanno da poco preso dimora i chierici guardiani dei caravanserragli e delle vie di pellegrinaggio verso la Città Santa. Da questa nuova casa hanno tratto il nome: templari. Ma di quella campana che tenne a battesimo i milites Christi oggi non resta che una fotografia in bianco e nero, scovata tra le carte d’archivio ora al museo Rockefeller.

Con questa campana comincia la Storia dei templari in otto oggetti di Franco Cardini e Simonetta Cerrini, entrambi convinti che la Storia non si trovi soltanto racchiusa nei libri, ma anche e forse soprattutto nei reperti che il tempo lascia dietro di sé.

Così una chiave, un cucchiaio, un sigillo, una formula magica, un reliquiario, un portale si rivelano scrigni prosaici di verità liberate dalla polvere del passato, dalle incrostazioni delle leggende.

Bar-sur-Seine (Aube nella Champagne), commenda di Avalleur. Chiave templare romanico-gotica in ferro, lunga 14,5 cm, trovata in una cantina della commenda. Databile ai secoli XII-XIV. Collezione privata Valérie Alanièce e François Gilet. Foto: © François Gilet

Scrivono gli autori: “Questi oggetti raccontano in modo nuovo e originale la vicenda dei templari, ripercorrendone gli snodi principali e le sottotrame più segrete: conosceremo la reliquia della Vera Croce rubata da un sacerdote che, pentito, decide di lasciarla in custodia ai templari di Brindisi prima di essere gettato tra le onde; seguiremo le rocambolesche peripezie di Ruggero di Flor, il templare che si fece corsaro, e assisteremo alla retata francese in cui furono catturati più di mille milites tra cui Jacques de Molay, ultimo gran maestro dell’ordine.

Risolveremo l’enigma dell’architettura templare, scopriremo che cosa aprivano le chiavi del Tempio e che cosa significa l’immagine dei due cavalieri sul loro misterioso sigillo; vivremo la quotidianità dei riti del cibo e del vino, la fedeltà che legava ogni templare al suo cavallo.

Paris, Bibliothèque nationale de France, fr. 1977, ff. 1v-2r. I due fogli di guardia che precedono un importante codice della regola e degli statuti del Tempio, appartenuto ai Poveri cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone

Infine, sulla scia delle fantomatiche logge massoniche e rosacrociane, evocheremo la resurrezione postuma del loro mito tra verità e mistero, complotti e chimere, tutto infuso idealmente nell’ultimo oggetto, una preziosa tiara neotemplare del XIX secolo”.

Con rigore storiografico e viva curiosità, Cardini e Cerrini guidano il lettore tra le teche illuminate di un museo ideale, mostrando ancora una volta come la Storia si nasconda nei dettagli, spesso superando di slancio la fantasia dei romanzi.

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I Normanni che crearono la Fabriano imprenditoriale

Un clan normanno, i “de Clavellis” che in seguito si autodefinirono “de Fabriano”, nel corso del XII secolo si insediò nella fortezza della Orsara, posta ai bordi della vallata di Salmaregia. Un gruppo parentale di uomini d’armi, violenti e arroganti. “Magnifici signori”, come li definiva lo storico fabrianese Romualdo Sassi, che si affermarono però con la violenza e la forza dell’intimidazione. Ma non furono solo capitani di ventura: grazie ai loro frequenti rapporti con alcuni territori del Meridione e a una innata attitudine imprenditoriale, favorirono l’arrivo nella valle attraversata dal fiume Giano di artigiani esperti nella fabbricazione di carta bambagina. Diedero quindi un impulso decisivo alla nascita dell’impresa della carta a Fabriano. Un libro di Giovanni B. Ciappelloni “De Clavellis de Fabriano dal XII al XV secolo” ripercorre le loro vicende nell’arco di quattro secoli, grazie a molti documenti e apparati iconografici inediti.

La Terra di Lavoro è una regione storico-geografica dell’Italia meridionale, identificata nel passato anche come Campania Felix e oggi suddivisa tra Campania, Lazio e Molise (nella foto, di Nicola Romani, una mappa settecentesca della Terra di Lavoro)

Durante l’XI secolo milizie normanne e gruppi parentali provenienti anche da altre regioni della Francia si diressero verso i territori della Marca anconetana e del Ducato di Spoleto mossi da volontà predatoria e manifesta speranza di arricchimento. Provenivano tutti da quella Terra di Lavoro che stava sopportando le conseguenze della spietata lotta tra i due maggiori clan normanni presenti sul territorio, i Drengot e gli Altavilla.

I Normanni, dal loro primo approdo in Terra di Lavoro raggiungeranno quasi subito la Marca Anconetana ed il Ducato di Spoleto dove alcuni gruppi parentali normanni stabiliranno le loro residenze e le loro attività. Non senza resistenze da parte della popolazione. Un documento di Papa Gregorio VII, emesso durante il Concilio di Roma del marzo 1078, spiega bene quanto questa presenza fosse indesiderata: “Excommunicamus omnes Northmannos qui invadere terram S.Petri laborant, videlicet Marchiam Firmanam, Ducatum Spoletanum…“.

In un manoscritto del XVIII secolo, conservato presso la biblioteca comunale di Fermo (cart XLI, n. 946) vengono citati i figli del normanno Giberto di Ismidone, uomo del Guiscardo, che diventeranno signori di Mogliano, Brunforte, Falerone e Monteverde, tutte località vicine a Fermo. Sia Gabriele Rosa, nel suo Disegno della Storia di Ascoli Piceno, che il Chronicon Casauriense parlano di Hugues Maumouzet (Malmorzetto), anche lui uomo del Guiscardo che insedia alcuni dei suoi sette figli come duchi o conti nel Piceno.Anche Malugero Melo, rampollo di Drogone, un figlio di Tancredi d’Altavilla, venne indicato nelle cronache locali ed in una iscrizione, ora purtroppo perduta, come il signore di Monsampietro Morico, un’altra località del Fermano.

Più tardi, durante il 1153 dopo la nomina di Guelfo VI a Dux Spoleti, Marchio Tusciae e Princeps Sardiniae avvenuta nel 1152, si potranno registrare sul confine della Marca e del Ducato di Spoleto presenze di altre famiglie normanne: i Chiaramonte nei castra di S.Cassiano e di Cagli ed i de Clavellis in quelli dell’Orsara e di Capretta.

Possedimenti normanni in Europa nel 1130 (mappa: Captain Blood)

Nel XVII secolo il letterato e storico eugubino Vincenzo Armanni parla nelle sue lettere di alcuni “Conti Chiavelli” residenti in una Civitella imprecisata, forse Civitella Ranieri, vicino Gubbio. Probabilmente un gruppo clavellesco giunto nel Ducato grazie agli ingaggi militari, come i Chiaramonte nella Marca.

Anche i da Varano sono da considerarsi normanni. La conferma arriva da una serie di dipinti murali o guazzi presenti nel Castello di Beldiletto, una dimora di campagna fortificata usata anche come residenza estiva, fatta costruire da Giovanni di Berardo da Varano nei pressi di Pievebovigliana, nei quali è possibile leggere una esplicita dichiarazione di appartenenza al mondo normanno. L’ipotesi è confermata anche dagli storici camerti Lili e Savini.

Probabilmente erano di origine normanna anche i Simonetti di Jesi, come suggeriscono in nomi ricorrenti in famiglia che derivano dal francese antico come Capthio o Boorte. E forse per i loro comportamenti, ma con meno certezze, anche i da Buscareto di Montenovo/Ostra Vetere.

A Fabriano appaiono da subito, nei documenti, tra i residenti tra le mura personaggi di sicura origine normanna come i Bugatti, i Becket/Becchetti oppure i Calvelli. La vicenda dei de Clavellis nelle cronache locali ha inizio nel 1153, al probabile servizio di Guelfo VI di Baviera e con base nel castrum dell’Orsara, ben due anni prima della discesa del Barbarossa in Italia, accostato dagli annalisti ad un Ruggero Chiavelli comandante di un reparto cavalleria imperiale.

Voltone dell’Arco del Podestà (Fabriano, ca. 1326)

I de Clavellis titolari di grandi proprietà nel territorio, presenti militarmente nell’Orsara con evidenti compiti di controllo sul crinale appenninico tra Marca e Ducato, insieme ad altri clan come quello dei Chiaramonte, divennero in breve egemoni nelle vallate del Fabrianese dando un innegabile, decisivo impulso al primo apparire del Comune di Fabriano. Come appare ben visibile da una attenta lettura del contenuto e dalla successione dei documenti di ingresso tra le mura dei vari domini loci il Comune di Fabriano nacque per una chiara convenienza del clan normanno già egemone sul territorio ad avere riunita in un solo luogo tutta la piccola nobiltà rurale con i propri uomini. Infatti in un documento del 1165 presente nel Libro Rosso del Comune di Fabriano i de Clavellis faranno verbalizzare un “nostro castro Fabriani” all’estensore del testo, il giudice Baroncello. E così si evince anche da un altro documento del 1170 nel quale viene assicurato un intervento di protezione, dalle abituali prepotenze di alcuni componenti il gruppo al potere tra le mura verso i residenti e le magistrature comunali, da parte dei de Clavellis.

L’origine del Comune di Fabriano legata ai de Clavellis viene ipotizzata anche dal medievista Gino Luzzatto in un suo saggio: “La concentrazione di tutti i poteri in mano di poche famiglie apparisce talvolta in modo così evidente, che il Comune sembra quasi immedesimarsi nella loro consorteria …” e sostenuta in modo altrettanto autorevole dallo storico Ferdinando Gabotto in parallelo alla genesi di alcuni comuni piemontesi.

Anche in documenti più tardi i de Clavellis vengono considerati esplicitamente come indiscussi “domini” di Fabriano. La genesi ed i contenuti della carta di Sforzolo del 1198 sembrano confermare questa realtà.

Fabriano, Palazzo del Podestà con la fontana Sturinalto (foto: Victor Torresan)

Scorrendo i documenti e le vicende clavellesche, emerge con grande evidenza come ogni azione, sia militare che civile del clan, sia stata costantemente intrapresa e finalizzata al raggiungimento di un reddito.Come la milizia, effettuata sempre in modalità subordinata per lucrare una condotta ed avere poi mano libera nei riscatti e nel saccheggio. Oppure nella promozione delle varie attività artigianali tra le mura, come la lavorazione e il commercio della carta, dei pellami oppure dei tessuti.Anche una richiesta di “cittadinanza” rivolta a Venezia, ignorata dalla storiografia ufficiale, necessaria per l’esercizio dei commerci nella laguna. fu avanzata in quanto funzionale per l’attività imprenditoriale del clan.Questa prerogativa familiare si conferma, se mai ce ne fosse stata necessità, con Chiavello attraverso la Compagnia del Sale realizzata in società con i Malatesta e con un tale Giorgio di Rosa di Zara.

Stemma dei de Clavellis di Ceva

Una dichiarazione esplicita della importanza delle attività commerciali nelle politiche del clan emerge anche nell’ultimo simbolo araldico dei Clavellis di Ceva, che si rifugiarono nel Piemonte meridionale, nell’attuale provincia di Cuneo: nell’arma vengono sfoggiati quattro bisanti. Monete d’oro dentro uno stemma, a conferma dell’anima mercantile della famiglia.

Per gli stretti rapporti con la Terra di Lavoro e di conseguenza con Amalfi, con Federico II, con gli Angiò e quindi con il meridione d’Italia in genere non si scorgono altre possibilità, se non quella dei de Clavellis, su chi possa aver introdotto in un piccolo abitato montano dell’entroterra marchigiano, lontano dal mare e senza alcuna importanza economica e commerciale come erano allora i due castra di Fabriano, la lavorazione della carta con delle particolari tecniche arabe, in uso ancor prima del Mille in Sicilia ed arrivate successivamente in Terra di Lavoro. Tecniche allora sconosciute ovunque nell’entroterra della penisola ed in particolare nella Marca Anconetana.

Basti pensare che il secondo luogo lontano dalle coste dove si fabbricò la carta fu Colle Val d’Elsa, nel 1348. Molto più tardi che a Fabriano in cui il primo documento che parla di “carta bambagina”, come ricorda lo storico Camillo Acquacotta di Matelica, è datato 1268.

Giovanni B. Ciappelloni Giovanni B. Ciappelloni da sempre ricercatore appassionato della storia di Fabriano, con particolare attenzione al basso Medioevo, ha pubblicato ben tre volumi sulla dinastia dei Chiavelli di Fabriano:“Chiavelli e de Clavellis” “Ruggero, Chiavello ed altri Messeri” “de Clavellis de Fabriano, dal XII al XV secolo”. Per informazioni, scrivere all’indirizzo e-mail: nimrod22@libero.it

Leggi anche: La carta, da Fabriano alla conquista del mondo

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L’infamia e i falliti: pietre dello scandalo e berretti verdi

Lo Statuto comunale di Gubbio del 1624 disciplina un istituto che in altra forma sopravvive tutt’ora nel Codice civile, consistente nella cessione della globalità del patrimonio di un individuo ai suoi creditori: la cessio bonorum, “cessione dei beni”.

Lo Statuta civitatis Eugubii, redatto da Iacopo Beni sulla base di un antico codice e anche tramite il confronto con statuti di altri luoghi, fu approvata dal duca d’Urbino Francesco Maria II della Rovere il 31 maggio 1624

Il documento del XVII secolo prevede che laddove un individuo si trovi in carcere per debiti, possa fare apposita istanza al magistrato, istanza che consiste nella richiesta di un beneficio, perché tale era considerata la cessio bonorum.

Dunque il debitore che era in possesso dei requisiti di meritevolezza veniva tradotto dal carcere alla piazza, alla presenza del magistrato e dei creditori, cui doveva manifestare l’intenzione di cedere i suoi beni, ed elencare tutte le sue sostanze, così che venissero annotate a verbale. Doveva poi gridare, sino ad avere la voce roca: “Poiché io ho gestito male i miei affari così da non potere soddisfare i miei creditori, io, [nome], cedo tutti i miei beni”.

Si imponeva in fronte all’insolvente un berretto verde (specifica lo Statuto che doveva essere un berretto e non un elegante copricapo, tipo il pileo). A quel punto, per mano degli “sbirri” si veniva portati sulle scale della Piazza dove il debitore doveva battere le natiche sulla pietra per tre volte, gridando sino a non avere più voce: “Cedo i miei beni”.

Si coglie senza difficoltà la terribile infamia che ne derivava. Quello che la fonte non dice, ma che dobbiamo immaginare, è la folla di individui che, assistendo incuriositi, irridevano, canzonavano; possiamo solo immaginare la polvere della strada, lo sporco, le grida. Viene così resa un’immagine cruda, terribile, violenta.

Se poi i beni non erano sufficienti a ripagare l’intero ammontare dei debiti, si veniva allontanati da ogni ufficio e si decadeva da ogni beneficio, sino a che non si fosse stati in grado di ripagare completamente i propri debiti. Questo era il prezzo della libertà, giacché la procedura doveva essere rispettata minuziosamente per poter evitare il carcere; inoltre, laddove il cedente i beni fosse mai stato trovato senza il berretto verde, sarebbe decaduto da ogni beneficio e sarebbe tornato assoggettabile ad esecuzione da parte dei creditori, finendo quindi inevitabilmente in carcere o peggio.

Pratiche simili alla cessio bonorum, alla cessione dei beni da parte del debitore non costituiscono certo un unicum. Anzi, sono diffuse in tutta Europa, dall’Olanda, al sud Italia. Si riscontrano al più piccole differenze: nel sud della penisola si usa, piuttosto che la pietra su cui battere le terga, una colonna, e così anche in Spagna; ancora: il berretto colorato ritorna spesso, magari con colorazione turchina anziché verde, o talvolta anche gialla.

La “pedra ringadora” di Modena

Questa simbologia è profusa nei detti popolari e nelle tradizioni (dal trovarsi “sul lastrico”, sul lastrone di pietra cioè su cui il debitore doveva sottoporsi a quella umiliante pratica, all’ “essere al verde”, dal colore del berretto, fino allo “sbatterci il sedere”).

Per comprenderne le origini, occorre risalire al diritto romano. Non sappiamo molto del diritto di Roma dalla fondazione sino al 451 a.C. Veniva tramandato oralmente dalla casta dei giuristi che erano anche ammantati di una qualche aura sacerdotale e appartenevano alla classe aristocratica. La prima legge romana di cui abbiamo contezza è racchiusa nelle Dodici tavole del 451-450 a.C., che non sono arrivate sino a noi ma il cui contenuto è ricostruibile sulla scorta degli scritti di importanti giuristi come Gaio Mario (ma anche Cicerone, Aulo Gellio, e così via). Le Dodici tavole racchiudono quello che può essere definito il primo diritto della Roma repubblicana e furono redatte per volontà della plebe, che si sentiva minacciata dal predominio del diritto saldamente tenuto in mano dai patrizi, e la tradizione vuole che sia stata necessaria una (seconda) secessione della plebe per ottenerle.

Allegoria delle Dodici tavole della legge in un testo di diritto del secolo XVI (foto: Sebastian Sapia)

La legge delle Dodici Tavole prevedeva la così detta manus iniectio. A norma di questo istituto al debitore inadempiente veniva concesso un termine dilatorio di trenta giorni, durante i quali nessuna azione poteva essergli intentata contro, scaduto il quale egli veniva posto in stato di arresto e trascinato al cospetto del pretore. Se non estingueva immediatamente il debito allora era tenuto alla catena (il cui peso doveva essere di quindici libbre o minore) per sessanta giorni. Durante quel periodo, il debitore poteva solamente sostentarsi con risorse proprie o con un predeterminato quantitativo minimo di farina che non doveva essergli fatto mancare dal suo creditore.Si veniva sovente impiegati come manodopera per lavori forzati presso la casa del creditore. Scaduto tale ultimo termine, se il debitore non avesse voluto o potuto saldare il debito, ovvero se nessuno avesse voluto prestare garanzia in suo favore, sarebbe stato venduto in tre mercati dell’Urbe come schiavo, ad un corrispettivo pari all’ammontare del debito.

L’infamia consisteva nella capitis deminutio, ovvero nella perdita della capacità giuridica, una forma di morte civile.Si cessava di essere un soggetto di diritto e si diveniva una persona (un sembiante umano), uno schiavo, che non godeva di alcun diritto. In caso di mancanza di offerenti, si sarebbe proceduto alla vendita al di là del Tevere, fuori quindi da Roma, oppure si poteva procedere a uccidere e fare a pezzi il debitore insolvente.

Shylock e Jessica (Maurycy Gottlieb, 1856-1879)

Un eco può cogliersi nel Mercante di Venezia di William Shakespeare, con Shylock che al suo debitore chiede legittimamente una libbra di carne del suo petto, per saldare il debito.

Nel 313 a.C. avviene un a vera e propria rivoluzione in campo giuridico con l’approvazione della Lex Poetelia Papiria: la soddisfazione del creditore non passa più attraverso la persona del debitore, bensì attraverso il patrimonio. Viene infatti introdotta la bonorum venditio, istituto radicalmente diverso, sempre infamante ma che non priva della libertà. L’infamia consiste nel fatto che l’intero patrimonio dell’insolvente è messo all’asta pubblicamente. Il disonore che ne conseguiva era tale che si preferiva lasciare l’intero patrimonio ad uno schiavo e liberarlo, pur di evitare di essere sottoposti a simile procedura.Lo stesso Cicerone testimonia che subirla costituisce offesa peggiore della morte. Una morte civile: si celebra infatti un funerale al quale non partecipano gli amici, ma i creditori riuniti per lacerare quello che resta dell’esistenza dell’insolvente.

Sarà Ottaviano Augusto (il cui periodo al potere va dal 27 a.C. al 14 d.C.) promotore di una riforma – che pertanto porterà il suo nome: la Lex Iulia de bonis cedendis – che supera la bonorum venditio grazie alla quale non è più l’intero patrimonio dei diritti del debitore ad essere messo all’asta, ma i singoli beni. La differenza può sembrare sottile, ma è in realtà di grande importanza. Infatti così non è la totalità dei beni a passare in mano ai creditori: non si aliena la totalità dei rapporti giuridici che riguardavano la persona, così il patrimonio non diviene automaticamente dei creditori. Grazie alla riforma augustea la procedura perde il suo carattere infamante. La nuova procedura è detta bonorum cessio.

Vengono inoltre previste delle proroghe quinquennali per adempiere e si dispone circa la liberazione dal carcere. Viene così raggiunta una certa mitezza della pena. Le testimonianze riportano che nel Foro erano situati vari ammonimenti verso chi abusava delle procedure per soddisfare i crediti, come la statua del Fauno Marsia. Venivano presi anche provvedimenti per scoraggiare e poi mettere fuori legge il prestito usurario.

Scorcio del centro storico di Gubbio

Sorge dunque spontaneo l’interrogativo: come è possibile che a fronte di un quadro normativo di una sorprendente vicinanza a quello odierno, lo Statuto di Gubbio del XVII secolo rechi una disciplina tanto “barbara”? La risposta abbraccia il più ampio tema della sorte delle fonti normative romane dalla tarda romanità prima, al Medioevo poi.

Può anticiparsi, non senza una qualche approssimazione, che il diritto romano viene pressoché dimenticato dopo la caduta della parte occidentale dell’Impero romano. Per la verità, non scompare del tutto. Continua a sopravvivere, nella forma mentis dei giuristi romani che operano al servizio dei dominatori barbari, che ne raccolgono in testi legislativi le usanze e le consuetudini secondo schemi romanistici, nel diritto canonico, e così via. È però innegabile che questo lato della romanità, già entrato in crisi nel IV secolo, vada incontro ad un decadimento profondo.

Nasce così una fase di “volgarizzazione” del diritto romano, che sopravvive per stralci, in forma sintetica e semplificata. Esula da questa trattazione l’analisi del diritto dei secoli a venire. È sufficiente quanto già detto incidentalmente, solo giova ribadire che le fonti romane sono cadute in disuso e in oblio, dal disordine in cui versavano subito prima della caduta dell’Impero romano d’Occidente.

L’evento che ci avvicina al nodo della questione è stagione di riforma della Chiesa dell’XI secolo, culminata con la salita al soglio pontificio di Ildebrando di Soana, che prenderà il nome di Papa Gregorio VII, nel 1073.

Gregorio VII in una miniatura

Egli lascia una indelebile impronta nel processo di riforma della Chiesa (si parla di riforma gregoriana), particolarmente ampio e una cui nota traccia è costituita dal Dictatus papae di appena due anni più tardi. Per la impressionante opera di rinnovamento ecclesiastica diviene necessaria una base normativa considerevole, e pertanto viene avviata una intensa ricerca di testi atti ad affermare l’autorità del Pontefice o a sostenerne le tesi.

In particolare già Urbano II (che è un predecessore di Gregorio VII) invia degli emissari, prescelti fra studiosi di diritto canonico, a scrutare il contenuto delle biblioteche lateranensi. Uno degli emissari si sarebbe imbattuto in un testo che ne ha destato la curiosità, e ne avrebbe pertanto annotato 93 passi. Tale manoscritto è il Corpus Iuris Civilis, redatto per volontà dell’imperatore Giustiniano, e completato nel 534 d.C., quando l’Impero romano d’Occidente era ormai caduto da tempo. Giustiniano intraprende una titanica opera di riordino del diritto romano, di soluzione dei contrasti, dalla portata sistematica.

La sua opera si articola in più parti: Institutiones, Codex, Digestum, oltre alle novelle. Al di là della sistematica dell’opera, chiunque possegga una copia del Corpus giustinianeo, ha in mano la totalità del diritto romano, in una forma concisa, pressoché senza contraddizioni né ripetizioni. L’opera di Giustiniano non avrà alcuna fortuna né in patria, a Costantinopoli, poiché sarà presto superata da altre codificazioni, né in Italia, che Giustiniano tenterà di riconquistare, riuscendovi solo per un breve lasso di tempo, in un ambizioso ma effimero disegno di ricostituzione dell’Impero.

L’opera di Giustiniano viene destinata all’oblio per secoli, sino a quando un emissario di Urbano II la rinviene nelle biblioteche lateranensi. Si presume sia arrivata a Irnerio, lo studioso fondatore della scuola di Bologna, colui che per primo intraprese l’esegesi dell’opera fondando di fatto l’università, dal pontefice Gregorio VII, per tramite di Matilde di Canossa.

Pagine del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano

Si è dunque finalmente al cuore della questione. L’Europa cristiana, unita dalla fede e dal comune retaggio culturale romano, divisa politicamente e territorialmente, diviene una sola nel diritto.

Infatti l’opera di Giustiniano diventa uno strumento imprescindibile per il giurista, giacché reca una profondità di analisi e una casistica che, una volta padroneggiate, offrono delle armi ineguagliabili e argomenti solidissimi.Viene così intrapreso lo studio del Corpus Iuris Civilis in tutta Europa, sicché il diritto romano rivive nel Medioevo, imbastendone il raffinatissimo tessuto normativo.

Tuttavia, essendo trascorso quasi mezzo millennio dalla composizione del Corpus Iuris Civilis, le esigenze sono mutate e si impone un’attività di colmatura dei vuoti normativi, dei casi, cioè, non disciplinati in alcun passo del Digestum. Pertanto il quadro è completo con l’aggiunta di: un diritto dei mercanti, basato sulla consuetudine, speciale, di classe; un diritto comunale, soprattutto espresso negli Statuti, ovviamente diverso in ogni Comune. Si ha così il diritto romano che funge da terreno e fondamenta, su cui si innestano branche particolari (il diritto dei mercanti e gli statuti comunali) a disciplinare quanto Giustiniano non poteva immaginare.

Maestro senese, Cino da Pistoia tra i suoi scolari, 1337 ca., Duomo di Pistoia (foto Sailko)

Si spiega così il fatto che Cino da Pistoia, nella sua glossa dei primi anni del XIII secolo, nel commentare la procedura della cessio bonorum la definisce barbara e violenta, dimostrando di mal tollerarla. Egli chiaramente indica che sono le usanze dei singoli Comuni ormai a disciplinare l’istituto.

In breve, nel Medioevo si è tornati ad una concezione infamante della cessio bonorum, rinnegando quel percorso di mitigazione dell’istituto che ha avuto luogo in secoli di elaborazione romana.

Quello che è curioso è che il giurista medievale non osa eliminare l’istituto, poiché non si azzarderebbe mai a mettere in discussione l’autorevolezza di Giustiniano, né di compiere un’opera di selezione dei passi del Corpus Iuris Civilis. Ciononostante i mercanti non gradiscono l’uso indiscriminato dell’istituto perché l’insolvenza è pericolosa per la certezza degli affari e potrebbe ingenerare dissesti economici a catena. Questa tensione tra diritto romano paneuropeo e le mutate esigenze basso-medievali è espressione di una contraddizione che si potrebbe elevare a paradigma del rapporto fra romanità e uomo medievale.

Difatti quest’ultimo si ritiene ancora suddito dell’Impero romano, impiega in contesti istituzionali la lingua latina (in primis in ambito giuridico, ma anche più in generale per la produzione culturale), professa la fede romana, santifica Giustiniano; d’altro canto però ha necessità diverse, è figlio anche della cultura dei barbari, vive una situazione politica lontanissima da quella latina, ha visto rifiorire il commercio e reca esigenze economiche e sociali che urtano con l’impianto e la logica sottesa al Corpus, nel quale non sono contemplate.

Protagonisti della vita medievale divengono ben presto i mercanti, che esprimono la più importante corporazione comunale. Sono le loro esigenze destinate a prevalere, anche perché controllano i traffici e tengono le redini dell’andamento economico dei Comuni.

Al mercante non interessano dotte disquisizioni dottrinali, egli ha bisogno di immediatezza; è disinteressato agli avvocati e ai tribunali civili: vengono infatti istituiti tribunali appositi ove molto spesso non si ammettono avvocati; è sua urgenza essere ripagato immediatamente dai creditori, difatti le garanzie sono particolarmente tenui.L’insieme di queste regole speciali per i mercanti prende il nome di Lex mercatoria, la legge dei mercanti.

Si è già visto quindi quale terribile sorte toccava a chi si trovasse impossibilitato a tenere fede ai propri debiti, poiché la cessione dei beni era subordinata a una violenta e umiliante procedura, che esponeva al pubblico ludibrio e importava conseguenze come l’allontanamento immediato da ogni magistratura e dalla città. Nel Medioevo la pena colpisce non solo il patrimonio o la personalità (si pensi, rispettivamente, alla multa e al carcere) ma anche l’onore dell’individuo.

La pietra dell’Acculata a Firenze, nella Loggia del Porcellino, era il luogo dove venivano puniti i debitori insolventi

Procedure simili a quelle nello Statuto di Gubbio si trovano pressoché ovunque: a Milano si veniva costretti a battere le natiche per tre volte sulla pietra, completamente nudi; a Padova si svolgeva nello stesso modo, ma si facevano anche suonare le campane; a Modena era presente una lapis vituperii, una pietra dell’infamia, che si usava purificare con la trementina; a Roma si doveva salire per tre volte sul leone marmoreo sulla scala del Campidoglio.

Altro tema ricorrente è quello del berretto, che veniva imposto a particolare categorie di individui per segnalarne la pericolosità sociale e renderli immediatamente riconoscibili come estranei alla totalità dei consociati. Ai mercanti che fallivano era imposto normalmente il berretto verde da portare tutta la vita, pena la morte. Erano ritenuti fedifraghi, in una società che si basava sempre più sull’affidamento, sul presupposto, cioè, che il prossimo avrebbe seguito le regole, avrebbe tenuto fede ai patti, avrebbe pagato i propri debiti e così via.

In breve, diviene prioritario, secondo un calcolo opposto a quello fatto da Giustiniano, di punire chi infrange questo tacito patto, e valorizzare l’effetto di deterrenza e garantire la soddisfazione rapida degli altri mercanti, piuttosto che tutelare la persona del debitore insolvente.

Il Medioevo conosce una amplissima simbologia sul colore, che trova immancabilmente applicazione pratica nell’imposizione del copricapo a categorie di individui ritenuti socialmente pericolosi. Il giallo è il tipico colore del tradimento (si pensi alla veste di Giuda, così come dipinta da Giotto, nel momento più alto del tradimento, nell’atto di dare il bacio, peraltro in un contrasto cromatico forte con quella di Gesù) e pertanto identifica gli ebrei; il verde identifica i falliti, lo si è detto, ma anche i giullari.

Francesco che dona il mantello a un povero è una delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi, realizzato da Giotto tra il 1296 e il 1299

Per dimostrare quanto l’uomo medievale sia circondato e anche permeato da questa simbologia, si pensi all’affresco di Giotto, nella Basilica di San Francesco, ad Assisi, tradizionalmente noto come “Dono di San Francesco al povero cavaliere”. Il pittore deve rendere graficamente in maniera immediata l’immagine di un uomo ricco, caduto in disgrazia, cui san Francesco fa dono del mantello, per coprirlo. In effetti il compito che spetta a Giotto non è affatto semplice: la figura del cavaliere evoca ricchezza, e restituire una immagine contraddittoria in maniera chiara e comprensibile anche a fedeli analfabeti, che non possono aiutarsi con le iscrizioni sotto gli affreschi. Il pittore utilizza un espediente che doveva risultare felice al cospetto dei contemporanei: raffigura il cavaliere vestito di un abito rosso, colore che identifica la nobiltà ma più propriamente l’agiatezza, e in testa al cavaliere, un berretto verde, ad indicare come questi sia caduto in disgrazia da un passato di agiatezza. Questo di Giotto è un exploit perfettamente riuscito. Grazie alla conoscenza delle procedure siamo in grado di tentare questa interpretazione originale e inedita, per la verità suffragata e confortata anche dalla Legenda Maior di San Bonaventura.

La punizione di un debitore insolvente ai piedi della vecchia torre civica di Torino in un dipinto ottocentesco di Pietro Domenico Olivero

Concludendo quindi, si è reso conto di una peculiarità medievale (le procedure infamanti di soddisfazione dei creditori) e se ne è tratto spunto per ampliare il discorso, spaziando non solo al tema del diritto del Medioevo, ma lambendo il rapporto tra Romanità e Medioevo, volendo offrire una prospettiva diversa, ben consci del fatto che, allo stato, si è abituati a visioni manichee, che dividono nettamente la romanità dei latini e la rozzezza dei barbari, e così anche il nitore del diritto romano dal cruento e barbarico diritto medievale.

Si è tentato di dimostrare che il rapporto è invece più interessante e complesso, poiché il Medioevo ha in comune con la Romanità ben più di quanto ne abbia singolarmente con ogni popolazione barbarica particolare, questo senza contare che l’ultimo periodo dell’Impero romano d’Occidente è quasi indistinguibile dai secoli immediatamente successivi, e che la deposizione di Romolo Augustolo non ha costituito nessuna cesura significativa: il mondo romano era cambiato molto tempo addietro, con la sconfitta di Adrianopoli e le scorrazzate dei barbari entro il perimetro del limes, quasi cento anni prima della fine della parte occidentale dell’Impero romano.

Filippo e Marco Marchetti Il testo è tratto dalla lezione che Marco Marchetti ha tenuto al Festival del Medioevo 2017.

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Genserico, il vandalo che umiliò Roma

“Grande pensatore, uomo di poche parole. Disprezzava il lusso ed era terribile nei suoi scatti d’ira. Desideroso in continuazione di nuove conquiste, era molto abile nel comandare i suoi barbari e nel fomentare zizzania fra i suoi nemici.”

Genserico saccheggia Roma nel 455 (Karl Brjullov, 1836)

Così lo storico Jordanes (VI sec.) descrisse, circa un secolo dopo dal suo apogeo, il carattere del più abile re vandalo.

Genserico era figlio naturale di Godigiseleo, re dei Vandali. Il popolo che noi diciamo Vandalo, era in realtà una confederazione di tribù germaniche situate oltre il Danubio. Lo storico Tacito li situava, nella sua opera La Germania, del I d.C., oltre i territori dell’Impero assieme ai Marsi, ai Gambrivi e agli Suebi.

Paolo Diacono, nella sua Storia dei Longobardi, ci informa che, dopo una migrazione dei Winnili (Longobardi) dalla Scandinavia alla Scoringia, identificabile con l’attuale Polonia, i Vandali, sotto la guida dei due re, Ambri e Assi, guerreggiavano coi popoli circostanti. Dunque verso il IV secolo, essi dovevano trovarsi nell’area dell’Ungheria o della Polonia. Forse nel 406, i gruppi più riottosi, i Vandali Asdingi e Silingi, avrebbero attraversato il Reno presso Magonza, con alla testa Gunderico (primo figlio di Godigiseleo) e, assieme a gruppi di Suebi ed Alani, dopo aver raso al suolo la città, avrebbero invaso la Gallia. Dopo tre anni di marce e saccheggi, li ritroviamo presso i Pirenei, superati i quali, destarono la preoccupazione dell’imperatore d’Occidente il quale richiese ai più fidati Visigoti di attaccarli e cacciarli. Negli anni seguenti il popolo vandalo fu impegnato in Spagna a fronteggiare le tribù barbare rivali, i possidenti romano-ispanici e le truppe visigote filo-romane che li avrebbero rintuzzati nel sud della penisola che, ma non è certo, avrebbe ereditato il nome di Vandalusia, terra dei Vandali, oggi Andalusia.

Le migrazioni dei Vandali

Gli anni della occupazione della penisola iberica dovettero essere particolarmente violenti. Così li ricorda il cronista Idazio: “Imperversando i barbari per la Spagna, e infuriando il male della pestilenza, i tirannici esattori e le milizie, depredano le sostanze nascoste nelle città. La carestia infuriò così forte che carni umane furono divorate dal genere umano: le madri uccisero o cossero i propri nati, mangiandoseli. Le bestie feroci, abituate ai cadaveri uccisi con la spada, dalla fame o malattia, uccidono qualsiasi essere umano con le forze che gli restano, si nutrono di carne, preparando così la brutale distruzione del genere umano. E la punizione di Dio, preannunciata dai profeti, si verificò con le quattro piaghe che devastarono l’intera Terra: la carestia, la peste, la spada e le bestie.” Nel 420 i Vandali riportano un’importante vittoria contro l’esercito goto-romano capitanato da Castino, assicurandosi il dominio sui porti della Spagna meridionale. Dopo aver assunto dei costruttori di navi del luogo, i Vandali iniziarono timidamente a praticare la navigazione “arte a loro precedentemente sconosciuta”, ma ben presto i vascelli vandali raggiunsero le Baleari ed anche la Mauritania.A capo dei Vandali, in questi anni, troviamo ancora Gunderico “ma egli – scrive lo storico romano Procopio – era ancora molto giovane, senza quel forte temperamento che invece era la caratteristica precipua di Genserico il quale aveva appreso l’arte della guerra alla perfezione ed era quindi il migliore fra tutti gli uomini”. Così, verso il 428, la carica di sovrano passò – forse dopo la morte prematura di Gunderico – al fratellastro trentenne colui che avrebbe condotto il popolo vandalo verso memorabili imprese. Genserico doveva assecondare sia il desiderio dei veterani di stabilirsi in un territorio dove poter coltivare i campi, facendosi una famiglia, sia le leve più giovani e ambiziose: dopo aver compreso che essi mai avrebbero potuto rivestire funzioni in nome dell’Impero in Spagna, per la ingombrante presenza dei più fidati Visigoti, il sovrano stabilì di volgere le proprie attenzioni alla vicina provincia d’Africa.

Sant’Agostino in un affresco di Sandro Botticelli

Zoppo da una gamba, per una caduta mal curata, Genserico avrebbe riassaporato il gusto di condurre i propri uomini alla vittoria dal pontile di una nave, anziché dalla sella di un cavallo. Nel 429 l’intero popolo vandalo, ammontante a circa 50.000 uomini, di cui almeno 15.000 armati, attraversò i pochi chilometri dello stretto di Gibilterra, riversandosi in Mauritania dove la resistenza bizantina era minore: vi erano infatti stanziati solo 5 reggimenti comitatensi, di cui appena due effettivi e altre truppe preposte al presidio dei castelli, per un totale di circa 1.500 armati. La resistenza bizantina, perciò, fu praticamente nulla. A ciò si aggiunga, un possibile invito da parte del condottiero imperiale Bonifacio che, secondo Jordanes e Procopio, avrebbe addirittura favorito lo sbarco vandalo. Ma perché?

Bonifacio aveva mantenuto l’ordine in Mauritania con l’uso della forza, ottenendo brillanti risultati contro i Mauri e altri popoli del deserto. Ma sant’Agostino, in una lettera, lo rimprovera giacché ora quello stesso Bonifacio “tollera che i barbari saccheggino e devastino ampie regioni un tempo popolose e ora ridotte a squallidi deserti”. Bonifacio viveva a quel tempo un profondo dissidio religioso: avrebbe voluto vivere ispirandosi al messaggio evangelico, e si trovò invece sempre a combattere ed uccidere. Agostino lo rassicurò più volte, affermando che “si inizia una guerra per conseguire la pace”, inoltre, pur avendo pensato di vivere in continenza per farsi monaco, Bonifacio sposò una donna ariana, suscitando lo sdegno del futuro santo il quale, comunque, si era comportato – all’ opposto- nello stesso modo: pur avendo vissuto in concubinato per quindici anni con una donna, da cui ebbe anche un figlio, Agostino infine la lasciò per farsi sacerdote. “Cosa altro posso dire in questo momento in cui i Vandali distruggono l’Africa e tu sei attanagliato da questa imbarazzante situazione, senza che tu faccia nulla? Non avrei dovuto dissuaderti dal farti monaco, almeno non avresti fatto danno alla collettività, continuando con la tua opera militare”! Rifiutatosi di recarsi a Ravenna nel 427 per spiegare i suoi insuccessi, Bonifacio provocò una spedizione finalizzata alla sua cattura. A questo punto –ma gli storici non concordano- avrebbe preferito l’aiuto dell’ariano Genserico anziché affrontare da solo l’esercito imperiale: fu perciò grazie a queste truppe – e la fede ariana della moglie non dovette certo essere un ostacolo!- che egli riuscì a ottenere una tregua con l’insoddisfatto imperatore per poi essere subito impegnato in una lotta contro i Vandali che, irrimediabilmente, perse.

Durante l’assedio di Ippona, dove riparò Bonifacio, moriva anche Sant’ Agostino, come narra il suo biografo Possidio che ricorda come “gli invasori passarono anche nelle altre regioni, e imperversando con ogni crudeltà saccheggiarono tutto ciò che poterono fra spoliazioni, stragi, tormenti, incendi e altri innumerevoli e nefandi disastri. Non risparmiarono né sesso né età, neanche i sacerdoti e i ministri di Dio, neppure gli ornamenti, le suppellettili e gli edifici delle chiese”. Genserico e i suoi si erano dunque convertiti al cristianesimo, ma nella versione eretica di Ario, e perciò la guerra in Africa assunse anche i toni dell’intolleranza religiosa contro coloro che abitavano quelle regioni e che, come il loro vescovo Agostino, erano invece cattolici.

Le rovine della città romana di Ippona

Alla guida di Ippona venne posto l’alano Aspar, il quale stabilì rapporti più amicali con Genserico, che era “Re dei Vandali e degli Alani”, al punto da far riconoscere i Vandali come foederati. Aspar aveva mantenuto il controllo su Cartagine fino al 434, lasciando comunque a Genserico la possibilità di fare razzie dal porto di Ippona. Nel 439, con un attacco a sorpresa, stando a Idazio, i Vandali si impadronirono di Cartagine, del suo porto e dei suoi cantieri, riuscendo in breve tempo a far costruire una flotta assai potente. Già un anno dopo la conquista di Cartagine, Alani, Vandali, Goti e Mauri saccheggiano le coste della Sicilia che, dopo la caduta della Provincia d’Africa, era divenuta la principale fornitrice di olio e cereali dell’Italia. La flotta bizantina, con a capo il goto-romano Aerobindo, dovette rapidamente fare retromarcia, ancor prima di impegnar battaglia, per una minaccia unna nei Balcani e per gli attacchi persiani nel limes orientale.

L’imperatore, a questo punto, dovette riconoscere a Genserico il titolo di Governatore indipendente, concedendogli ampi territori della Mauritania, da Gibilterra a Cartagine, su tutte le Province dell’Africa occidentale (Proconsolare, Bizacena e Tripolitania). Genserico aveva ottenuto ciò che per molti germani era un sogno: essere cioè inquadrato in quel sistema imperiale che era l’autorità riconosciuta da Oriente a Occidente. Il poeta Merobaudo così descrive questo mutamento: “Il barbaro che ha osato devastare il palazzo reale di Didone […] ora non si presenta più come nemico e desidera ardentemente avvicinarsi alla dottrina di Roma, per trattare i Romani come suoi congiunti e per far unire in matrimonio la sua prole”. In effetti una proposta di matrimonio fra Eudocia, figlia dell’imperatore d’Occidente, e Unnerico, figlio del re vandalo, era stata probabilmente avanzata dal generale Ezio, consapevole dell’impossibilità di sconfiggere in battaglia i Vandali. L’allettante proposta però indusse Genserico a commettere il suo primo grande errore politico: Unnerico era già sposato con una principessa visigota, ma Genserico, per liberarlo da quel vincolo, fece accusare ingiustamente la fanciulla di aver tentato di avvelenarlo. Dopo averle fatto tagliare naso e orecchie, fu rimandata a Tolosa dal padre che giurò vendetta. Da allora tra Visigoti e Vandali fu guerra aperta mentre la proposta di matrimonio proveniente da Roma fu annullata: Genserico aveva acquisito soltanto un nuovo nemico.

Medaglione di Licinia Eudocia, V secolo

Dopo la conquista africana, Genserico dovette probabilmente godersi i frutti delle sue conquiste: il poeta Sidonio lo descrive come “un ubriacone, la cui flaccidezza ha preso il sopravvento e il cui stomaco, già pieno di cibarie, riesce a malapena a digerire altro”. Se il disilluso poeta latino voleva raffigurare un condottiero dimentico delle sue imprese e oramai sprofondato nel vizio, i fatti degli anni successivi lo dovettero far lungamente ricredere.Dopo l’omicidio del generale Ezio, ordito dal sospettoso imperatore Valentiniano, quest’ultimo fu pugnalato a morte dai buccellarii, le guardie del corpo, che così vendicarono il generale alano. La situazione politica a Roma precipitò: la vedova di Valentiniano dovette sposare Petronio Massimo, nuovo imperatore, ed Eudocia, precedentemente promessa al figlio di Genserico, fu data in sposa al figlio dell’usurpatore. Ora che Ezio e Valentiniano, coi quali Genserico aveva stipulato un trattato di pace, erano morti, anche il trattato aveva perso la sua validità: Eudossia, inoltre, orripilata dal comportamento del suo nuovo marito, scrisse al re vandalo, richiedendo la sua protezione. Per dieci anni i Vandali avevano rafforzato la loro flotta per una grande spedizione: ora era giunta la grande occasione. La missione fu organizzata in tempi rapidissimi e la bella stagione favorì la riuscita dell’impresa.

Il saccheggio di Roma in un’opera di Heinrich Leutemann del 1870

Alla fine del maggio del 455 la flotta giunse alle foci del Tevere e nessuno osò ostacolarla. L’esercito, composto da guerrieri vandali e cavalieri mauri, bloccò Porto e si accampò Ad sextum, probabilmente sulla via Portuense. La notizia gettò Roma nel panico e lo stesso Petronio Massimo, preso da timore, il 31 maggio montò a cavallo per fuggire. La folla però, sentendosi abbandonata, dopo averlo riconosciuto, atterratolo da cavallo a sassate, lo linciò e il suo cadavere, fatto a pezzi, fu gettato nel Tevere: l’usurpazione di Petronio, durata appena tre mesi, si era conclusa nel modo più tragico.

I Vandali entrarono a Roma il 2 giugno, senza nessuna milizia ad ostacolarli. Il sovrano fu ricevuto da papa Leone – lo stesso che nel 452 aveva fermato Attila alle porte di Roma- il quale lo convinse a non mettere a ferro a fuoco l’Urbe. Perciò Genserico, che per le due settimane seguenti risiedette nel Palazzo imperiale sul Palatino, ebbe campo libero per saccheggiare la città, scegliendo i monumenti, razziando i palazzi, facendo un enorme bottino e riportando a Cartagine un grande numero di prigionieri. Prospero d’Aquitania, testimone degli eventi, ricorda che “per 14 giorni Roma fu spogliata di tutte le sue ricchezze, attraverso una sicura e libera ricerca del bottino”.

Valentiniano aveva fatto restaurare appena cinque anni prima il palazzo imperiale, da cui fu portata via una enorme quantità d’oro e di gemme. Fu asportata metà della volta dorata del tempio di Giove Capitolino, i tesori del Tempio di Salomone, portati a Roma da Tito, furono caricati sulle navi vandale, assieme a centinaia di insegne imperiali che andarono ad adornare il palazzo di Genserico. Furono risparmiate solo le statue bronzee della città. A differenza di Alarico, che mostrò clemenza verso i luoghi di culto, Genserico – ariano intransigente – si accanì contro le chiese e le reliquie care ai cattolici. Inoltre, furono condotti come prigionieri anche l’imperatrice Eudossia con le sue figlie, Eudocia e Placidia, e anche Gaudenzio, figlio del generale Ezio. Roma, dopo secoli di imbattibilità, fu violata e oltraggiata lasciando nella memoria collettiva un terribile ed indelebile segno.

Dopo questo enorme successo, la grandezza di Genserico non venne più contrastata. Forte di questa consapevolezza avrebbe introdotto delle riforme innovative e clamorose. Per evitare congiure di tipo tribale, ai giovani furono concesse ampie fette nella gestione del potere, senza talvolta che essi appartenessero a famiglie vandale aristocratiche; persino la successione al trono non fu limitata alla sola famiglia reale, andando contro l’antica consuetudine germanica.

Procopio ci informa poi di una importante riforma militare: Genserico avrebbe infatti inquadrato i suoi guerrieri dividendoli in 80 compagnie guidate da capitani detti in greco chiliarca, che significa “comandante di 1000 uomini”. Lentamente però i veterani alani e vandali abbandonarono le armi, per crearsi una famiglia, lasciando spazio nell’esercito a guerrieri moreschi che andarono a costituire la nuova forza militare di Genserico.

I vandali si stabilirono nella prima metà del V secolo in Africa settentrionale. Il regno vandalo, che aveva la sua capitale in Cartagine, durò poco piú di cento anni e crollò nel 534, quando venne riconquistato dai bizantini

Negli anni seguenti la flotta vandala continuò incontrastata a saccheggiare le coste del Mediterraneo. Dopo il velleitario tentativo di reazione dell’imperatore Maggioriano (†460), Genserico riprese le sue scorribande nel Mediterraneo, soggiogando la Sardegna, la Corsica e le Baleari. Nel 467, però, Genserico commise il suo secondo errore politico, violando, durante una razzia, il territorio della Grecia meridionale, di pertinenza bizantina. La reazione imperiale questa volta fu unanime e concorde: sarebbero stati stanziati 30.000 chili di oro e 300 di argento per allestire una flotta di 11.000 navi e 100.000 guerrieri. Le cifre – tramandate dagli storici coevi – sono certamente esagerate, ma l’azione imperiale fu seria, al punto da ridurre le finanze dell’Impero romano a poca cosa. Con a capo il generale Basilisco, la flotta bizantina si congiunse con quella italica di Marcellino e con quella africana guidata da Eraclio.

In Sardegna, Marcellino impegnò seriamente la flotta di Genserico, fino a recuperare il controllo sull’isola. In Sicilia, addirittura, Basilisco trionfò affondando 340 galee vandale. Eraclio, giunto in Tripolitania, sbarcò con una grande armata che ben presto si sarebbe scontrata con l’esercito vandalo che utilizzava una falange fatta di cammelli e uomini appiedati, armati di lance, scudi e giavellotti. Eraclio però neutralizzò la falange vandala grazie a un contrattacco di arcieri a cavallo, per lo più unni: per Eraclio la strada verso Cartagine era aperta.

La flotta di Basilisco attendeva gli eventi poco distante da Cartagine, attraccata all’attuale Capo Bon. Genserico dovette utilizzare tutta la sua abilità di stratega per uscire da una rischiosa empasse: dopo aver caricato di materiale infiammabile alcune vecchie galee, il condottiero vandalo le fece andare al largo, contro le navi di Basilisco. Al mattino, complice il vento, la flotta imperiale era in rotta. Marcellino, in Sicilia, cadde vittima di un attentato, probabilmente per mano di un sicario vandalo. Eraclio, rimasto solo, preferì ripiegare verso Oriente, anziché proseguire in quella che ora era una missione impossibile. I due imperi erano stati sconfitti, le finanze imperiali erano sul lastrico e Genserico risultava il condottiero più forte del Mediterraneo. Col fine di mantenere intatto il suo regno, “incoraggiava il re dei Visigoti, Eurico, ad ampliare i suoi territori a danno dell’Impero d’Occidente”, scrive Jordanes, e altrettanto fece con gli Ostrogoti per l’Italia e con gli Unni di Attila che contrappose, elargendo favori, ai Visigoti.

Negli ultimi anni della sua vita, Genserico mostrò un atteggiamento particolarmente mite, specie nei confronti dei cristiani cattolici. Dopo l’incontro con il magnanimo e incorruttibile ambasciatore bizantino Severo, che rifiutò ingenti somme di denaro pur di riportare in patria gli ostaggi, Genserico avrebbe ottenuto, grazie alla sua tolleranza, il riconoscimento da parte dell’Imperatore d’Oriente, di tutti i suoi territori, comprese le Baleari, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. L’anziano sovrano, oramai, rifuggiva la guerra: aveva assistito alla caduta dell’Impero d’Occidente, aveva creato un potente regno, era sopravvissuto ai più potenti condottieri del suo tempo ed aveva persino saccheggiato Roma.

Un anno dopo la deposizione dell’ultimo imperatore d’Occidente, nel 477, Genserico moriva, a circa 80 anni, di morte naturale, in uno scenario in cui i sovrani e i condottieri erano spesso mira di assassini e congiure. Il suo regno, una creazione dovuta alla sua abilità e intraprendenza, non gli sarebbe sopravvissuto: dopo appena 50 anni, il regno vandalico viene riconquistato dai Bizantini di Giustiniano e il suo ultimo successore, Gelimero, sconfitto dal generale Belisario, viene condotto come prigioniero nel 534 a Costantinopoli.

Federico Canaccini Questo articolo è stato pubblicato nel n. 207 della rivista MedioEvo (Aprile 2014).

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La leggenda del cuore mangiato

Il nome di Guglielmo di Cabestang (in provenzale Guillem de Cabestanh) è legato ad una leggenda medievale di sapore “gotico”.

Una miniatura di Guglielmo di Cabestang

Della vita di questo trovatore sappiamo ben poco. Nato nel Rossiglione da famiglia di alta nobiltà, probabilmente partecipò alla battaglia di Las Navas nel 1212 contro i mori di Spagna. Della sua produzione poetica ci sono pervenute solo una decina di canzoni, anche se qualcuna di dubbia attribuzione. Due suoi componimenti si distaccano dagli altri: il primo, Ar vey qu’em vengut als jorns loncs, risalta per le immagini nuove che propone, mentre la seconda, Lo dous cossire, si distingue per l’artificio di struttura.

E proprio a questa ultima poesia che si collega la leggenda per la quale è maggiormente conosciuto.

Nel suo peregrinare di corte in corte, tipico dei trovatori, Guglielmo giunge a Château Rossillon, feudo di Raimondo di Rossiglione, un vecchio nobile vassallo del re di Aragona. Conosce così Sérémonde, la bella e giovane moglie del castellano, che frequenta assiduamente fino a innamorarsene, naturalmente ricambiato.

Raimondo però si accorge del tradimento e medita vendetta. Incontrato Guglielmo, solo e in un luogo isolato, porta a termine il suo piano, uccidendo il rivale e strappandogli il cuore dal petto. Non ancora soddisfatto, fa cucinare questo cuore con spezie e droghe e lo serve a Sérémonde, che lo mangia con gusto; solo a fine pasto Raimondo rivela alla moglie l’ingrediente del piatto che aveva appena assaporato. Sérémonde impallidisce ma non si scompone, rispondendo così al marito: «Signore, mi avete appena offerto una pietanza così prelibata e delicata che giuro di rifiutare qualsiasi altro nutrimento per poter conservare questo gusto, che porterò con me fino alla morte». Dopodiché si getta dalla finestra, trovando la morte all’istante.

La leggenda prosegue dicendo che i parenti di Sérémone poi si ribellarono a Raimondo, rivolgendosi al re per ottenere giustizia. Alfonso II di Aragona, venuto a conoscenza dell’accaduto, fece sequestrare tutti i beni del suo vassallo, condannandolo al carcere a vita. Fece poi riesumare il corpo di Guglielmo e lo fece seppellire, insieme a quello della sua amata Sérémonde, davanti alla cattedrale di Perpignano.

Paris, Bibliothèque Nationale de France. Ms. Arsenal 5070 (fine XIV s.), Decameron di Giovanni Boccaccio miniato dal Maître de Guillebert de Mets, IV 9 – Guiglielmo Rossiglione offre alla moglie il cuore di Guiglielmo Guardastagno

Questa affascinante e toccante racconto, però, è privo di fondamento storico.

Un Raimondo di Rossiglione fu effettivamente marito di Saurimonda di Pietralata, ma questa gli sopravvisse, si risposò in terze nozze nel 1212 ed era ancora in vita nel 1221. Inoltre Alfonso II di Aragona morì nel 1196, ossia un anno prima del matrimonio di Raimondo.

Ma, al di là di questi elementi contrastanti, riferibili alla vicenda di Guglielmo, la “leggenda del cuore mangiato” era un tema già ampiamente trattato nei lais della Francia settentrionale. Autori del XII secolo l’avevano cantata nel lai Guiron (quello che, secondo il troviero Thomas, Isotta era solita suonare con l’arpa). Alla fine del XIII secolo Jakemon Sakesey l’aveva narrata nel Roman du Châtelain de Coucy et de la dame de Fayel che, modificato con numerose varianti, raccontava la storia d’amore di Guido di Coucy (morto nel 1203 durante un pellegrinaggio in Palestina) con la Dama di Fayel, immaginaria poetessa.

La storia di Guglielmo, benché ricalcata su altre precedenti storie similari, ebbe comunque grande successo di pubblico, al punto che fu ripresa, con pochissime modifiche, da autori successivi. Lo stesso Boccaccio la inserì tra le novelle raccontate nel Decameron (IV, 9): «messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei: il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita».

Enzo Valentini

Consigli di lettura C. Di Girolamo, I trovatori, Bollati Boringhieri, Torino 1989.L.M. Paterson, Nel mondo dei trovatori. Storia e cultura di una società medioevale, trad. A. Agra-ti, L. Salmoiraghi – a cura di A. Radaelli, Editrice Viella, Roma 2007. S. Guida, G. Larghi, Dizionario biografico dei trovatori, Mucchi Editore, Modena 2014. M. Schembri, I trovatori. Musica e poesia. I prima cantautori della storia, Zecchini Editore, Varese 2018. P. Di Luca (a cura di), M. Grimaldi (a cura di), L’Italia dei trovatori, Editrice Viella, Roma, 2019.

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