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Biondo Flavio, primo storico del Medioevo

Il 4 giugno 1463 morì l’umanista forlivese Biondo Flavio, il primo vero storico del Medioevo. Il primo a definire come entità storica a sé stante l’importanza dei quei dieci e più secoli nella storia del mondo.

Il frontespizio di una edizione in compendio delle Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades del 1653 tradotta in italiano (Napoli, Biblioteca comunale)

Lo fece, senza però mai usare la parola Medioevo, in una mastodontica opera in 32 volumi, pubblicata nel 1453: Historiarum ab inclinatione Romanorum imperii decades (“Le decadi storiche dal declino dell’impero romano”).

Il libro è una puntuale esposizione, in ordine cronologico, delle principali vicende storiche italiane ed europee dal 412 al 1441: dall’epoca del Sacco di Roma ad opera di Alarico fino ai tempi dell’autore. Dieci secoli di storia, ricostruiti attraverso un uso critico e pignolo delle fonti, nelle quali viene introdotto il concetto di Medioevo. L’opera ebbe una grande diffusione anche fuori d’Italia.

Biondo Flavio, chiamato nel 1433 da papa Eugenio IV alla carica di notaio della Camera apostolica, fu, di fatto, tra i fondatori della moderna storiografia. Introdusse infatti negli studi storici, oltre allo spirito critico nell’analisi dei documenti anche i risultati delle sue ricerche archeologiche, epigrafiche e geografiche.

Il suo primo lavoro, Roma instaurata, pubblicato in tre volumi tra il 1444 e il 1446, gli diede anche la fama di precursore dell’archeologia, anche se fu il suo contemporaneo Ciriaco d’Ancona, detto “pater antiquitatis”, a fondare la scienza che ricostruisce le antiche civiltà attraverso le testimonianze materiali e le fonti scritte e iconografiche.

Biondo Flavio in una xilografia di Paolo Giovio (Elogia Virorum literis illustrium, Petri Pernae, Basilea, 1577)

Roma instaurata è a tutti gli effetti una guida documentata alle rovine dell’antica Roma. Un libro importante per la grande quantità di notizie relative all’arte, nel quale Biondo tentò di ricostruire in modo sistematico la topografia di Roma antica arricchendo il volume con un sorprendente elenco di chiese e cappelle della “Città eterna”.

Nel 1459 pubblicò il De Roma triumphante (“I trionfi di Roma”) che presentava il papato come la continuazione dell’Impero Romano: una attenta ricostruzione delle istituzioni pubbliche e private dell’antica Roma, con particolare attenzione alle notazioni di costume e alla loro sopravvivenza nel XV secolo.

Tra le altre sue opere, va citata l’Italia illustrata, scritta tra il 1448 e il 1458 e pubblicata nel 1474: è il primo manuale di geografia storica dell’Italia, particolarmente interessante proprio perché è basato sui viaggi e le esperienze personali dell’autore. L’opera ricostruisce le vicende di quelle che allora erano le 18 province italiane, dall’antica Repubblica romana agli imperatori del sacro Romano Impero.

Virginia Valente

La lapide di Biondo Flavio all’Aracoeli di Roma

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Notre-Dame, il cuore di luce dell’Europa

C’ero, lo vidi. Grande privilegio, quello di “esserci” quando accadono Grandi Eventi, Cose Indimenticabili. Un privilegio che, in qualche caso, non augureresti al tuo peggior nemico. Ne ho vissuta una, di quelle giornate. Non la dimenticherò mai.

Io c’ero: vidi tutto. Ne fui, come si usa dire, “testimone oculare”. Ero là, quel pomeriggio del 15 aprile 2019, lunedì della Settimana Santa.

Île de la Cité, 1550 ca., estratto dalla mappa di Olivier Truschet e Germain Hoyau

Verso le lei e mezza del pomeriggio, a metà aprile c’è già tantissima luce. Noi la diciamo “latina”, Parigi: ma ha quasi la stessa latitudine di Londra. Dopo un’intera giornata di lavoro in quello studio al primo piano di un vecchio palazzo di rue Dauphine, a un passo dalla Tour de Nesle che apparteneva alla vecchia cinta muraria della Cité – 18 metri quadri di serenità piena di libri, dove da una ventina di anni passo buona parte del mio tempo –, la primavera che premeva da dietro i vetri lì mi tentò irresistibilmente. Non è mio, quell’angolo di Ville Lumière, ma ormai è come se lo fosse. In quel momento sentii un bisogno irrefrenabile di uscire a far quattro passi lungo la Senna oppure di attraversare il Pont Neuf per dirigermi verso la Sainte Chapelle o alla volta di Saint-Eustache, alle Halles. Più tardi, mi sarei chiesto se quel bisogno non era piuttosto un richiamo: o forse un presagio.

Era il Lunedì santo, sei giorni prima di Pasqua. Là nell’emiciclo all’incrocio tra rue Dauphine, Quai de Conti e Quai del Grands Augustins, all’imbocco del Pont Neuf, una piccola folla sostava attonita, silenziosa, lo sguardo rivolto a destra, verso est. Quel silenzio mi sorprese: anche perché contrastava bizzarramente con l’onda dell’improvviso, incomprensibile rumore proveniente da quella parte e che andava aumentando. Troppo, per un pomeriggio come gli altri. Ma un rumore artificiale e meccanico, indecifrabile: come un mareggiare lontano.

Là, a partire da un punto che ci parve situato dietro l’abside di Notre-Dame, si alzava dritta nel cielo senza vento un’alta colonna di fumo denso e bruno; alla base di essa guizzavano inconfondibili lingue di fuoco rosso-arancio; su nel cielo, a qualche centinaio di metri, il vento che in quota era più forte stava mutando quella colonna di fumo in una nube scura che minacciosa si andava allargando in direzione sud-ovest, verso Montparnasse e la Tour Eiffel.

Attratto da quello spettacolo mi avviai nella direzione dalla quale la colonna di fuoco e di fumo pareva sprigionarsi: tuttavia, con una scelta che pur avvertivo illogica, invece di percorrere il Quai des Grands Augustins mantenendomi sulla rive gauche, preferii passare il ponte, girare a destra e procedere per la rive droite, percorrendo il Quai de la Mégisserie. Mi pareva – e lo speravo – che l’incendio si fosse sviluppato là, in qualche parte tra il Marais e Place de la Bastille. Non so perché, mi sentivo il cuore in gola: procedendo a passo sempre più sostenuto, quasi di corsa – attorno a me, altri facevano la stessa cosa – arrivai fino a Place du Châtelet dove dovetti arrestarmi. Il traffico era ormai paralizzato in un immenso ingorgo, ma la città impazziva di rumori, di sirene, di suoni di clackson: e perfino noialtri pedoni eravamo imbottigliati. Tuttavia mi colpì il silenzio della folla che si era fatto profondo, pauroso; e i clamori unicamente meccanici non facevano che sottolinearlo. Qualcuno bisbigliava nelle orecchie dei vicini, come in chiesa. Là oltre il fiume, al di là dei palazzi del Lungosenna e della mole dell’Hôtel-Dieu, la cattedrale di Notre-Dame – Nostra Signora, quella di Victor Hugo e di Eugène Viollet-Le-Duc – stava bruciando. Da dove mi trovavo potevo veder chiaramente la guglia centrale, la grande flèche puntata verso il cielo, che ardeva avvolta di fiamme.

La catedrale di Notre-Dame in fiamme, 15 aprile 2019 (foto ©Corriere della Sera)

Un enorme fiammifero alto su Parigi. Per una strana ma spontanea associazione d’idee mi venne in mente una poesia di Jacques Prévert: una notte buia, un fiammifero che si accende, la bocca illuminata di una ragazza, un bacio. Verso le sette e mezza, la flèche crollò con uno schianto immenso cui fece eco il grido della folla che ormai aveva riacquistato la voce. Quando l’immensa freccia rovinò con un ruggito da mare in tempesta, in un oceano di fiamme, mi accadde una cosa che mi sconvolse e che non dimenticherò mai: se ci penso, sento ancora un brivido sotto la pelle che arriva fino alla punta delle dita. Fu come se tutta la mia vita mi passasse d’un lampo davanti: dicono che succede così quando si muore. Là, imprigionati in quella guglia, c’erano i miei ricordi, i miei sogni, i miei studi, le risate, i litigi, i ristorantini la sera, le passeggiate mano nella mano, le giornate alla Bibliothèque Richelieu e le serate in métro, le frites mangiate per strada d’inverno che ti scottavano le dita, il joli mai, i cinema la domenica al Carrefour de l’Odéon, i tavolini sulle terrasses dei caffè, i bouquinistes. C’era tutto quanto c’era stato e anche quello che non si era mai avverato. Soprattutto quello. Vivo, presente, struggente. Le cose rimpiante: quelle che fanno più male.

Non avrei mai sospettato che fossero là: ora le ritrovavo ad aspettarmi, come impacciate e infreddolite; ed ero impreparato a incontrarle, e non potevo accoglierle, e le vedevo svanire lontano, e mi sentivo solo e vuoto. Mi coprii la faccia col cavo delle mani e piansi, piansi a dirotto per un tempo che fu un attimo – nessuno attorno a me se ne rese nemmeno conto – ma che a me parve lunghissimo, come un bambino e come da ormai chissà quando non mi capitava più.

Ma non piangevo per Notre-Dame. O meglio, non solo per lei. Erano la storia, il gotico, Victor Hugo, la guerra mondiale, i libri, il cinema, le canzoni, la libertà, l’amore. Era l’Europa. E l’Europa è Notre-Dame, e Notre-Dame è Parigi, e Parigi è l’Europa.

La costruiremo di nuovo. E sarà più bella di prima.

Franco Cardini

Il libro:

Notre-Dame Franco Cardini Solferino, 2020

Una chiesa, ma anche il cuore di Parigi e un’icona che supera i confini della Francia.

A un anno dal rogo che ha distrutto la Cattedrale e commosso il mondo, Franco Cardini ne fa la protagonista del suo nuovo libro: un’interprete solo apparentemente senza voce della storia d’Europa che ha assistito a molti grandi eventi nel corso dei secoli e può quindi raccontarci il Vecchio continente dal Medioevo a oggi.

In una cavalcata affascinante l’autore parte dalle sponde della Senna per portarci a esplorare un miracolo della tecnica, un monumento polimorfo distrutto e ricostruito più volte, un’enciclopedia di simboli alchemici, un orologio solare, riscoprendo il romanzo omonimo di Victor Hugo, i grandi passaggi e protagonisti della storia (dalla Rivoluzione Francese a Napoleone e Hitler) ma anche noi stessi.

Perché, benché più volte riprodotta e falsificata, Notre-Dame resta un simbolo unico capace di agire ancora nella storia europea.

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Il mio signore Boldrino da Panicale

Il mio signore Boldrino, superbo e invitto condottiero, benevolo con gli amici e terribile con gli avversari, nacque a Panicale un giorno imprecisato del 1331 da Francesco Paneri e da Lucrezia Ceppotti e morì, tradito, a Macerata il 3 giugno del 1391 per mano dei sicari, su ordine del marchese Andrea Tomacelli, fratello di papa Bonifacio IX, che lo aveva invitato ad un pranzo con il pretesto di insignirlo del titolo nobiliare.

Un ritratto di Boldrino da Panicale conservato nella Biblioteca comunale di Panicale (Umbria)

Tale era la fama e la paura che incuteva Boldrino che i suoi soldati, fedelissimi, non volendo altro che li comandasse, prima assediarono Macerata, la presero, facendo strage e facendosi pagare dodicimila fiorini d’oro come riscatto, si ripresero il corpo e per tre anni trasportarono sui campi di battaglia la salma del capitano, chiusa in un’arca su cui vigilava sempre una guardia scelta e sempre uscirono vincitori dagli scontri.

Il mio padrone fu costretto a lasciare la sua casa natia in piazza San Michele Arcangelo, a Panicale, giovinetto, a seguito della morte del padre, ucciso dai sicari, pugnalato sul greto del fosso Gioveto.

Fornito di una tempra robusta e forme atletiche, nonostante la smisurata altezza di sei piedi e mezzo, che faceva sì sovrastasse gli amici e terrorizzasse i nemici. Il suo giovane volto era sempre corrucciato, con lo sguardo severo di chi ha sofferto e una luce profonda ne annunciava la prontezza d’animo, lo smisurato coraggio e brama di gloria.

Il mio signore si chiamava Giacomo Paneri. Qualcuno dice che discendesse da una famiglia di panettieri, tanto che nel blasone dei Paneri alla Rocca di Boldrino, tra oltre alla lettera “B”, compaiono anche il ferro di cavallo, il cimiero e una tavola con tre pani.

I Paneri, però, avevano sempre guerreggiato, al servizio dei Tarlati di Arezzo e dei Casali di Cortona, ed erano imparentati con gli Ubaldini, per questo il mio padrone fu soprannominato Boldrino.

Giovane e orfano, Boldrino prese la via di Perugia nel 1348, per dedicarsi al mestiere delle armi, dove grazie alla forza e all’astuzia eccelse sin da subito. Ivi rimase fino al 1351, quando conosciuti i nomi dei sicari del padre, tornò a Panicale deciso a vendicarsi. Li scovò e li uccise.

John Hawkwood, detto Giovanni Acuto, raffigurato in un affresco di Paolo Uccello (duomo di Firenze)

Sulla sua testa fu messa una taglia e così fuggì, andando a perfezionare il suo apprendistato all’alta scuola di messer Giovanni Acuto. Sotto la guida del capitano inglese molto si arricchì e altrettanto imparò delle tecniche di guerra, portando strage e lutti nel territorio di Firenze.

Poi, lasciato l’Acuto, fondò una sua compagnia e mise a sacco il Trasimeno, sotto gli ordini di papa Urbano VI. Imperversò nel contado di Siena, Firenze e Perugia, poi sconfinò nelle Marche guadagnandosi la nomea di “flagellatore della Marca” e “sgomento delle Milizie italiane e straniere”.

Per molti il mio signore era solo scaltro, opportunista senza scrupoli, naturalmente aggressivo, assai pessimo uomo, ma egli fu, non solo, uno dei più acclamati guerrieri in vita e in morte del suo secolo, ma anche molto devoto a Perugia, onesto e osservatore delle leggi.

Più volte soccorse la città che lo aveva protetto e ospitato da giovane orfano. Una prima volta quando la città era tiranneggiata dall’abate di Monmaggiore, difeso dall’antico maestro Giovanni Acuto. Quella volta fu scaltro il mio signore. Nel gennaio del 1376 attese che l’Acuto andasse a colpire Città di Castello, poi si introdusse in città con i fuoriusciti, disarmò l’esigua truppa dell’abate e guidò la rivolta del popolo perugino. Che smacco per l’Acuto, tornato più velocemente possibile a Perugia: non gli rimase altro da fare che raccogliere il Monmaggiore fuggito nelle campagne e subire gli sberleffi dei perugini dall’alto delle mura.

Dieci anni dopo la città corse un nuovo pericolo e Boldrino, come un figlio diligente, si pose a difesa della madre contro le scorrerie delle truppe bretoni e guascone del feroce Beltotto. Il conte Giovanni Scotti lo raggiunse a Recanati e lo pregò di tornare in città con i suoi armati. Perugia era indifesa e a corto di cibo e acqua. Il mio signore radunò l’esercito, marciò a tappe forzate e al quarto giorno era schierato sulla collina di Corciano, dove sorprese il nemico, facendone prima strage con gli arcieri e poi caricando con i suoi cavalieri pesanti. La mischia fu dura e feroce, ma dopo un’ora di battaglia la città era libera e i nemici lasciarono sul campo enorme bottino. I fuggiaschi furono raggiunti e sterminati a Cortona.

Nella compagnia del mio signore, i cavalieri combattevano come insegnato da Alberico da Barbiano, mentre gli arcieri si muovevano veloci e precisi come voleva la tattica inglese dell’Acuto.

Sul campo issava tre vessilli: uno a strisce biancorosse con un ferro di cavallo; l’altro a scacchi biancoazzurri, con il castello di Panicale; il terzo rosso con Grifo rampante in oro.

Boldino riceve le chiavi di Perugia liberata ( Marino Piervittori, 1869, Sipario del teatro di Panicale)

Il 24 giugno 1386, il mio padrone entrò a Perugia da Porta Santa Susanna e i priori lo nominarono Gran Cavaliere e Capitano Generale, decretando che potesse unire al suo blasone il Grifo, simbolo della città. Più tardi i priori gli conferirono una pensione annua di 500 fiorini e la cittadinanza.

Delle preziose armi del mio signore si servì, nel 1378, papa Urbano VI contro Clemente VII, ma anche l’arcivescovo di Milano contro la Repubblica di Venezia, in favore dei fiorentini contro Giovanni re di Boemia. Papa Bonifacio IX gli affidò la riconquista dei castelli della Marca e l’arresto del capitano Bartolomeo Smeducci che molestava le terre del Pontefice.Bonifacio IX, però, perse la fiducia nel capitano Boldrino quando questi si proclamò signore dei castelli occupati. Il Papa nulla disse, ma confidò nell’opera del fratello, Andrea Tomacelli. Il quale invitò il mio signore ad un banchetto e a tradimento lo uccise, mentre si stava lavando le mani.

Così si concluse la vita del mio signore, Giacomo Paneri detto Boldrino da Panicale, uomo bellicoso, amatissimo e quasi idolatrato da suoi soldati. Grandissimo capitano e il più temuto soldato di quei tempi.

Umberto Maiorca

Da leggere:G. Orsini, Racconto di Boldrino Paneri da Panicale, illustre guerriero, Roma 1700.A. Fabretti, Biografie dei capitani venturieri dell’Umbria, I, Montepulciano 1842.E. Ricotti, Storia delle compagnie di ventura, Pomba, 1844. G. Franceschini, Boldrino da Panicale (1331?-1391), contributo alla storia delle milizie mercenarie italiane, in Bollettino della Deputazione di Storia patria per l’Umbria, XLVI (1949).G. Cecchini, Boldrino da Panicale, in Bollettino della Deputazione di Storia patria per l’Umbria, LIX (1962).P. Pellini, Dell’historia di Perugia, Venezia 1664.S. Merli, Boldrino da Panicale, in Machiavelli e il mestiere delle armi. Guerra, armi e potere nell’Umbria del Rinascimento, Catalogo della mostra a cura di A. Campi, E. Irace, F. F. Mancini, M. Tarantino, Perugia, Aguaplano, 2014.

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Aleksandr Nevskij, “sole della Russia”

L’eroe russo più amato e popolare è un santo guerriero: Aleksandr Nevskij (1220-1263). Principe di Novgorod, poi gran principe di Vladimir. Ricordato nei secoli come “salvatore”, “difensore della Giustizia” o “Sole della Russia”.

Aleksandr Nevskij nel film storico – epico che racconta le sue gesta (regia di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, 1938)

La sua figura ha ispirato decine di cronache religiose e prodotto una sequela di miti popolari. L’ultimo dei suo figli, Daniele, santo della chiesa ortodossa, diventerà principe di Mosca e darà vita alla dinastia di sovrani che faranno della piccola città sulla Moscova la capitale di un granducato che poi diventerà nazione.

Nevskij fu il più intelligente e tenace dei principi della sua generazione. Un grande capo militare. Paladino della chiesa ortodossa. Ma anche capace, per conservare e accrescere il suo potere, di allearsi con i Mongoli e fare guerra a suo fratello, suo zio e anche a suo figlio Dmitrij.

Di fronte ad ogni invasione, dai tempi di Pietro il Grande a Napoleone, fino agli orrori della seconda guerra mondiale e all’età di Stalin, il nome di Nevskij sarà invocato ed usato come nume tutelare del popolo russo. Santa reliquia di Pietroburgo e icona della patria.

Anche quella cinematografica, come avvenne nel 1938 con “Aleksandr Nevskij”, il film del regista Ėjzenštejn arricchito dalla colonna sonora di Sergej Prokof’ev: una ricostruzione storica in chiave epica e secondo i nuovi canoni del realismo socialista della battaglia contro il nazismo.

L’EROE DELLA NEVA Nevskij nacque a Pereslavl’-Zalesskij, una città dell’alto corso del Volga, il 30 maggio 1220 da Vladimir Jaroslav II Vsevolodovic e dalla principessa Feodosia di Halic. Suo fratello maggiore Feodor Jaroslavic, erede del titolo e dei privilegi, morì a soli 15 anni.

Aleksandr si trovò così principe di Novgorod. Divenne duca della città nel 1236. Sposò la principessa Bassa di Potolsk, dalla quale ebbe quattro figli.

La Via dei Variaghi

La sua leggenda nacque il 1 luglio 1240 quando vicino all’odierna San Pietroburgo, affrontò una coalizione di Svedesi, Lituani e Cavalieri dell’ordine teutonico, guidati da un altro “padre della patria”: lo jarl svedese Birger, il fondatore di Stoccolma a cui la leggenda attribuisce la creazione del nome stesso della Svezia: Sverige.

L’esercito di Birger puntava al controllo dell’antica Via dei Variaghi e alla città di Staraja, sul lago Ladoga, la prima importante stazione della fondamentale rotta di commerci fluviali che univa in un’unica e vastissima area di scambi il Mar Baltico con il Mar Nero e la Scandinavia con la Rus’ di Kiev e l’impero bizantino. Staraja Ladoga, su una ripida altura e ben protetta dalla conformazione stessa del fiume Volchov, era la vecchia città di Aldeigjuborg, costruita nell’VIII secolo dai vichinghi. Uno dei primi insediamenti del popolo di guerrieri e mercanti in quella terra che porta ancora il loro nome: Rus.

In ballo, insieme al vitale controllo dei traffici fluviali e alla sopravvivenza stessa del principato di Novgorod, c’era anche lo scontro religioso tra la chiesa ortodossa e quella cattolica.

L’esercito del principe Aleksandr Jaroslav sbucò dalla fittissima nebbia tra il corso della Neva e quello dell’affluente Ižora: l’attacco a sorpresa non lasciò scampo agli Svedesi. Birger fu ferito da Aleksandr. E l’esercito scandinavo, sconfitto e disperso, battè in ritirata.

L’impresa valse al principe il soprannome che da allora lo accompagnerà per sempre: Nevskij, l’eroe “della Neva”.

Lago Peipus (o dei Ciudi)

LA BATTAGLIA DEI GHIACCI Due anni dopo, il 5 aprile 1242, Aleksandr arrestò l’avanzata dei cavalieri teutonici guidati dal vescovo principe Hermann nei pressi del lago Peipus. I soldati russi accerchiarono e sconfissero l’esercito dei Cavalieri, affiancato dagli alleati Livoni e Danesi.

La Battaglia dei Ghiacci, pose fine alle Crociate del Nord e ai tentativi dello stato monastico dell’ordine militare di soggiogare i territori abitati dagli slavi ortodossi e dei popoli pagani ad est dell’Estonia.

La vittoria russa, modesta dal punto di vista militare, ebbe però una enorme importanza politica. E consacrò il mito di Nevskij, capace di salvare il suo principato stretto tra la potenza svedese e quella dell’Ordine dei cavalieri teutonici.

Aleksandr nel 1246 venne nominato granduca di Kiev. Iniziò allora un’altra battaglia, questa tutta politica, contro i boiardi, gli esponenti dell’alta aristocrazia feudale che mal digerivano il rafforzamento dell’autorità monarchica. E anche contro l’oligarchia dei mercanti, gelosa delle proprie prerogative nel governo della “libera città” di Novgorod.

Contro di loro e a suo vantaggio usò l’altra minaccia a lungo sottovalutata. Una guerra che arrivò sulla Russia e i paesi dell’ovest con la forza di un cataclisma: i Mongoli di Batu Khan, discendente del leggendario Genghiz Khān dilagarono nelle grandi pianure portando ovunque distruzioni e morte. Intere città vennero rase al suolo. L’Orda d’Oro nel 1238 aveva già colpito e annientato i Bulgari del Volga. Tutti i principati russi vennero devastati. Jurij, granduca di Vladimir, fu ucciso nella battaglia del fiume Sir. Solo la stagione del disgelo salvò Novogorod.

Scena della battaglia del lago ghiacciato in una miniatura del sec. XIV

Ma la tregua durò poco. Nel 1240 l’Orda d’Oro riapparve: la furia mongola travolse Kiev e l’armata di Batu Khān penetrò in Ungheria e Polonia. La morte del gran Khan nel dicembre 1241 e le lotte per la successione tra i clan rivali fermarono quell’esercito che sembrava invincibile.

L’Occidente respirava. Ma la Russia rimase prigioniera sotto il tallone di ferro degli invasori. E Tatari, il nome di una stirpe mongola dell’ovest, diventò anche la parola con la quale i popoli delle grandi pianure iniziarono a chiamare i loro conquistatori.

IL PRINCIPE VASSALLO Aleksandr Nevskij in quegli anni continuò a rafforzare il suo potere. Sconfisse più volte i Lituani che lo minacciavano da nord e nelle stagioni successive firmò anche il primo trattato di pace con la Norvegia.

Ma l’eroe della guerra diventò un sostenitore della “pace ad ogni costo”. Di fronte alla forza dei Mongoli il principe si fece vassallo. A più riprese pagò il tributo ai conquistatori. Andò più volte alla corte del khan per compiere l’atto di sottomissione. Respinse ogni tentativo della curia papale che caldeggiava una guerra aperta tra la Russia e l’Orda d’Oro.

Ma il calcolo, il cinismo o l’abilità politica, lo portarono molto oltre: iniziò ad usare i padrini mongoli come assicurazione contro i suoi nemici. Chiese l’aiuto dei Tatari per combattere contro suo fratello e i suoi parenti che si ribellavano agli invasori. Riuscì così ad acquistare il controllo di gran parte della Russia settentrionale.

Con i Mongoli scelse la via della “non resistenza”. Combattere voleva dire morire. Molti dei suoi sudditi lo accusarono, più o meno velatamente di codardia, come lascia intendere un monaco “resistente” autore della Cronaca di Novgorod. Ma la sua moderazione gli assicurò molti vantaggi. A partire dalla riduzione del tributo annuo che le città russe dovevano versare. Truppe della cavalleria di Nevskij furono inviate in Cina alla corte del gran Khān. Ma il principe riuscì ad evitare che l’Orda d’Oro incorporasse in modo stabile i soldati russi nel suo esercito.

L’espansione dell’Orda d’Oro nel 1389

Il Khān lo premiò. Ottenne il diploma di granduca della città di Vladimir che elesse a capitale del suo stato. Costrinse con la forza delle armi i riottosi cittadini di Novgorod a pagare i tributi ai Mongoli e lasciò il figlio Dmitrij al governo della città.

Ma quando il giovane principe diede ragione agli oligarchi che si rifiutavano di sottostare al censimento che i funzionari tatari imponevano per riscuotere il loro tributo annuale, Nevskij punì e destituì suo figlio. Impose agli oligarchi di obbedire ai Tatari. E si mise in viaggio fino a Sarāy, capitale mongola, per chiedere clemenza al Khān Ulaghcī.

Novgorod pagò così il tributo ai conquistatori nel 1259. Ma la rivolta non si spense. Pochi anni dopo, anche le città di Vladimir, Jaroslav e Rostov si ribellarono e massacrarono gli esattori tatari.

La punizione dell’Orda d’Oro sembrava inevitabile. Aleksandr Nevskij per la quarta volta marciò fino a Sarāy per implorare la clemenza del Khān. Usò tutta la sua autorevolezza: lo rabbonì con doni e promesse e salvò la pace. Ma nel viaggio di ritorno si ammalò e morì a Godorec.

Era il 14 novembre 1263. Cronache agiografiche raccontano che in pieno inverno e con un clima rigidissimo la famiglia ducale, il metropolita e il “popolo tutto di Vladimir” vennero incontro alla salma del principe fino a Bogoljubovo.

L’OMAGGIO DI PIETRO IL GRANDE Nel 1547 Aleksandr Nevskij fu canonizzato dalla chiesa ortodossa russa. Pietro il Grande fece trasportare i suoi resti a San Pietroburgo e ordinò che sul luogo della Battaglia della Neva venisse edificato il Monastero di Aleksandr Nevskij. In suo nome, nel 1725 venne creato L’Ordine Imperiale di Sant’ Aleksandr Nevskij, cancellato dalla Rivoluzione d’Ottobre ma ripristinato nel 1942.

A San Pietroburgo, il nome del “Sole della Russia”, “L’apostolo della pace a qualunque costo”, risuona ogni giorno lungo la prospettiva Nevskij, il corso principale della grande e bella città.

Il santo guerriero di Novgorod barattò con cinico realismo politico l’indipendenza del suo popolo con l’esistenza stessa del suo regno e con il futuro della sua dinastia. Ma principi e prelati, mercanti e soldati, seppure obtorto collo, alla fine accettarono la pax mongola che consentì comunque alla Russia di rinascere dalle proprie macerie a partire dalla seconda metà del XIV secolo.

Virginia Valente

La battaglia dei ghiacci in un mosaico nella metropolitana di San Pietroburgo

Da leggere:Catherine Durand-Cheynet, Alessandro Nevskij o il Sole della Russia, Salerno editrice, 1988.Francis Conte, Gli Slavi. Le civiltà dell’Europa centrale e orientale, Einaudi, 1991.Hans Kohn, Storia degli Slavi, Odoya, 2018.

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La Signora Amore di Margherita Porete

Il primo giorno di giugno del 1310, la data del rogo di Parigi, è anche la sola data conosciuta nella vita di Margherita Porete, nata probabilmente a Valenciennes.

Anche Margherita è teologa, ma diversamente da Ildegarda a che dichiarava di trasmettere il messaggio della Voce, afferma di parlare a nome delle “anime semplici e libere”, quell’invisibile comunità alla quale sentiva di appartenere.

Il destino delle due donne non poteva che essere diverso. Il Miroir des ames simples (in volgare francese) di Margherita è un testo considerato oggi dagli studiosi un’opera “incomparabilmente originale” (Peter Dronke) e di rara potenza poetica e drammatica, un saggio di autocoscienza e di pietà religiosa che ci dice molto sui movimenti ispirati al Libero Spirito.

Al centro delle idee vi è la Signora Amore che “non tien conto di vergogna o onore, di povertà e ricchezza, di inferno o paradiso” e giunge a “guardare la morte della Ragione” (impersonata dalla scolastica dell’università del tempo).

La trama della teologia di Margherita è volutamente paradossale e rispecchia con semplicità di espressione i temi del pensiero neoplatonico e del linguaggio mistico che aspirano all’annullamento di sé, e persino il motivo, proprio della letteratura cavalleresca e cortese, dell’innamorato lontano (in questo caso Dio).

In contrasto alla “piccola chiesa” dei potenti e dei dotti istituita sulla terra, Margherita illumina l’idea della chiesa vera, “semplice e invisibile” vincolata dalla sola carità, senza dogmi e dimostrazioni.

Scrive Margherita:

Teologi e chierici anche se possedete ingegno non sarete in grado di capire se non camminate sulle vie dell’umiltà e se Amore e Fede non vi aiuteranno a andare oltre la Ragione…

Manoscritto de Lo specchio delle anime semplici, conservato nel Musée Condé di di Chantilly

Che Margherita non si sia degnata di rispondere ai suoi giudici non fa meraviglia: predicava in pubblico dottrine eretiche, violava come donna l’antico divieto di insegnare pubblicamente e soprattutto proponeva una religione come fede interiore e spontanea, libera dai vincoli della gerarchia ecclesiastica.

La sua condanna a morte era inevitabile. Per due secoli l’unico manoscritto sopravvissuto nonostante la scomunica, copiato in segreto più volte, assicurò la sua fama.

Poi sull’opera di Margherita scese un lungo silenzio rimosso soltanto trent’anni fa da uno storico della letteratura come Peter Dronke.

Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri Articolo pubblicato su: Enciclopedia delle donne

Bibliografia essenziale:Margherita Porete, Specchio delle anime semplici annientate, Milano, San Paolo 2000.Romana Guarnieri, “Specchio” di Margherita ne Il movimento del Libero Spirito, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1965.Peter Dronke, Donne e cultura nel Medioevo, Milano, Il Saggiatore, 1986.Georgette Epiney, Burgard Emilie Zum Brunin, Le poetesse di Dio – L’esperienza mistica femminile nel Medioevo, Milano, Mursia. Georges Duby, Micelle Pierrot, Storia delle donne – Il Medioevo, Bari, Laterza 2009.

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La nascita di Dante

“Il poeta più conosciuto è il più grande degli sconosciuti”. Il paradosso di Indro Montanelli appare calzante ancora oggi.

Il volto di Dante Alighieri nel monumento in Piazza Santa Croce a Firenze (Enrico Pazzi, 1865)

Della vita privata di Dante sappiamo ancora poco. A partire dal cognome. I codici registrano ben 19 varianti: Alegheri, Alegeri, Aleghieri, Alleghieri, Allaghieri, Allighieri, Allageri, Allagheri, Allegheri, Allegeri, Alageri, Alagheri, Alaghieri, Aldigherri, Aldighieri, Adeghieri, Aligeri, Aligheri e Alighieri.

Qual è quella giusta? Per comodità e consuetudine, si è adottata la forma “Alighieri” caldeggiata dal Boccaccio. Anche se Jacopo, il figlio del poeta, in vita si firmò Alagherii o de Alagheriis.

L’AERE TOSCO I’ fui nato e cresciuto/ sovra ‘l bel fiume d’Arno a la gran villa… Così Dante si presenta nel XXIII canto dell’Inferno (v. 94-95). E nella Commedia (Paradiso, XXII, 112-117) ricorda che venne alla luce quando il sole si trovava nella costellazione dei Gemelli:

in quant’io vidi ‘l segnoche segue il Tauro e fui dentro da esso.O gloriose stelle, o lume pregnodi gran virtù, dal quale io riconoscotutto, qual che si sia, il mio ingegno,con voi nasceva e s’ascondeva voscoquelli ch’è padre d’ogne mortal vita,quand’io senti’ di prima l’aere tosco

Beatrice in un’opera di Marie Spartali Stillman (1895)

Che anno era? Una attenta rilettura dei passi danteschi relativa alla nascita di quella Commedia che poi sarà chiamata Divina, ci porta a credere che fosse il 1265. L’immaginario viaggio nell’oltretomba è ambientato nel 1300, l’anno del primo Giubileo, voluto da papa Bonifacio VIII. Se Dante era allora “nel mezzo del cammin di nostra vita”, avrebbe quindi dovuto avere 35 anni, considerando che la vita media ideale era di circa 70 anni.

Gli altri indizi a favore del 1265 ce li fornisce il poeta stesso quando parla di Beatrice. Finalmente la rivede, nel Purgatorio (canto XXXII). E placa la sua decenne sete di lei. L’amata era morta dieci anni prima, nel 1290, a circa 24 anni. Dalla Vita Nuova, sappiamo che Beatrice sarebbe nata nel 1266 e che aveva dieci mesi meno di Dante.

Nel 1265 la costellazione dei Gemelli, il bel nido di Leda (Paradiso, XXVII, 98) splendeva fra il 14 maggio e il 15 giugno. Dante nacque in maggio. Pietro Giardini, un notaio ravennate che fu vicino al poeta negli ultimi anni della sua vita, lo raccontò a Boccaccio: davanti a lui, sul letto di morte, Dante che aveva “trapassato il cinquantesimosesto” contò gli anni e i giorni della sua vita proprio a partire da un mese di maggio.

“NEL MIO BEL SAN GIOVANNI” La casa degli Alighieri era nel sestiere fiorentino di San Pier Maggiore, in una piazza dietro la chiesa di S. Martino del Vescovo, di fronte alla Torre della Castagna. Vicino alla chiesa della Badia e al Palazzo del Podestà, a metà strada tra il Duomo e l’attuale e famosa piazza della Signoria.

Nel sestiere abitavano famiglie influenti come i Cerchi o i Donati o i Portinari, casato d’origine di Beatrice. Aristocratici e popolani vivevano gomito a gomito. I clan rivali rafforzavano di continuo le loro case fortificate e munite di torri. Guelfi contro Ghibellini. Guelfi Neri (i Donati) di antica nobiltà contro Guelfi Bianchi (i Cerchi) partiti dal niente e diventati ricchissimi.

Il Battistero di San Giovanni a Firenze, consacrato nel 1059

Dante fu battezzato il 26 marzo 1266 “nel mio bel San Giovanni” (Inferno, XIX, 17): il Battistero, il tempio cittadino per antonomasia, il luogo sacro della Firenze medievale, dove il Comune conservava i trofei di guerra e custodiva il carroccio. A quel tempo, non c’erano ancora né Santa Maria Novella né Santa Maria del Fiore. Il campanile di Giotto non era ancora stato costruito. Nemmeno la cupola di Brunelleschi e nessuno dei grandi palazzi che poi edificarono i Medici.

Il Battistero era il più grande e importante edificio della città. Quel 26 marzo, come ogni anno, si rinnovava l’antica tradizione di battezzare insieme tutti i bambini nati nel corso dell’ultimo anno. Una cerimonia alla quale partecipava l’intera città. Era passato appena un mese dalla battaglia di Benevento che vide la sconfitta e la morte di Manfredi, figlio naturale di Federico II, erede degli Hohenstaufen e ultimo sovrano del regno di Sicilia. Con la fine del partito ghibellino, anche a Firenze i Guelfi sognavano di ripristinare un governo popolare. E si preparavano a rientrare in città anche alcuni esuli della famiglia degli Alighieri, espulsi poco tempo prima.

IL DESTINO NEL NOME Lo chiamarono Durante. Come il nonno, il padre di sua madre Bella, il giudice fiorentino Durante degli Abati. Ma lui, per tutta la vita, volle essere chiamato Dante. Fu chiamato Dante. E Dante si firmò, in tutti i documenti, sia pubblici che privati.

Del resto, di Durante non c’è traccia in nessun documento che riguardi Dante in vita: né nei verbali che riguardano le sue testimonianze né nelle sentenze che lo condannarono al doloroso esilio da Firenze.

Durante compare una sola volta, il 9 gennaio 1343, ventidue anni dopo la morte del poeta, in un atto sottoscritto dal figlio Jacopo Alighieri, primo commentatore della Commedia. È ripetuto addirittura due volte, forse per dare maggiore forza e regolarità al certificato amministrativo: “Cum Durante, ol. vocatus Dante, cd. Alagherii de Florentia, fuerit condempnatus et exbanitus per d. Cantem de Gabriellibus de Egubio“. “Quando Durante, già chiamato Dante, del fu Alighiero di Firenze, fu condannato e bandito dal signor Cante Gabrielli da Gubbio”.

Tradizione voleva ai nuovi nati venisse imposto il nome del casato paterno. È singolare che nel caso di Dante fosse invece stato scelto il nome del padre della madre Gabriella, detta Bella. Lo storico Filippo Villani ci spiega che locutionis florentine, alla maniera fiorentina, il poeta fu chiamato con syncopato nomine.

Un diminutivo. Ma per Dante, non fu certo una diminutio: il poeta portava il suo nome con orgoglio. Come scrisse nelle Rime (94, XCIII) nel capoverso di una risposta :

Io Dante a tte, che mm’hai cosi chiamato

oppure nella sua Commedia:

Dante, perché Virgilio se ne vada,non pianger anco, non piangere ancora

(Purgatorio, XXX, 55-56).

Nei capoversi dei sonetti inviati dai poeti e dagli amici il rimando è continuo: Dante Alleghier, Cecco, tu’ servo amico (Cecco Angiolieri), Dante, i’ non odo in quale albergo soni (Cino da Pistoia) o anche Dante, un sospiro messagger del core (Guido Cavalcanti).

Nel Medioevo c’era la convinzione diffusa che il nome celasse anche il destino di chi lo portava. Dante, che per tutta la vita sentì di essere un predestinato, sarebbe senz’altro stato d’accordo con la interpretazione che del suo nome fece Boccaccio nell’Accessus delle Esposizioni (38-41): Dante è colui che dà, che dona, che attraverso le sue opere ha lasciato sapienza e bellezza, virtute e canoscenza.

IL MITICO CACCIAGUIDA Il capostipite degli Alighieri era Cacciaguida, vissuto nel XII secolo. Dante farà partire proprio da lui la storia nota della sua famiglia. Nacque tra il 1091 o 1101 e morì intorno al 1148. Secondo Dante, ansioso di nobilitare le sue origini familiari, fu ordinato cavaliere da un non meglio identificato imperador Currado. Il trisavolo, personaggio centrale della Divina Commedia, cadde in battaglia in Terrasanta durante la seconda crociata.

Giovanni di Paolo, Dante e Cacciaguida, miniatura, anni ’40 del XV secolo

Nel poema di Dante è tra i combattenti, nel cielo di Marte. Racconta la storia della sua famiglia. Parla di una Firenze ormai scomparsa

dentro da la cerchia antica, ond’ ella toglie ancora e terza e nona,si stava in pace, sobria e pudica.

(Paradiso. XV, 97-99).

Ricorda che

ne l’antico vostro Batisteo insieme fui cristiano e Cacciaguida

(Paradiso XV,134-135).

E aggiunge:

Moronto fu mio frate ed Eliseo;mia donna venne a me di val di Pado,e quindi il sopranome tuo si feo.

(Paradiso XV, 136-138).

Da quella moglie, una ragazza della Val Padana arrivò il nome della famiglia. Gli Alighieri non erano ricchi. E nemmeno con grandi ascendenze nobiliari. Il poeta lo ricorda con orgoglio, per bocca dell’avo, nel canto successivo:

O poca nostra nobiltà di sangue,se gloriar di te la gente faiqua giù dove l’affetto nostro langue,

mirabil cosa non mi sarà mai:ché là dove appetito non si torce,dico nel cielo, io me ne gloriai.

(Paradiso, XVI 1-6).

La nobiltà, del resto, è però un mantello che si accorcia presto, poiché il tempo di giorno in giorno lo taglia:

Ben se’ tu manto che tosto raccorce:sì che, se non s’appon di dì in die,lo tempo va dintorno con le force.

(Paradiso XVI, 7-9).

La Firenze di Cacciaguida era ben lontana dalla città duecentesca, quella de La gente nova e i sùbiti guadagni(Inferno XVI, 73). Il trisavolo rivendica con orgoglio le sue origini:

Li antichi miei e io nacqui nel locodove si truova pria l’ultimo sestoda quei che corre il vostro annual gioco.

Basti d’i miei maggiori udirne questo:chi ei si fosser e onde venner quivi,più è tacer che ragionare onesto.

(Paradiso XVI, 34-45)

LA DINASTIA DI BELLINCIONE Da Cacciaguida nacquero Preitenitto e Aldighiero, che i fiorentini chiamarono anche Aldaghiero e poi Alighiero.Il bisnonno di Dante ebbe a sua volta due figli: Bello e Bellincione.

Dal primo nacque un altro ramo della famiglia, quello Del Bello, esponenti del partito guelfo, espulsi da Firenze dopo la battaglia di Montaperti del 4 settembre 1260, combattuta tra i Guelfi di Firenze e i Ghibellini senesi affiancati dai cavalieri inviati da Manfredi di Svevia e dagli esuli ghibellini capeggiati da Farinata degli Uberti: Lo strazio e ’l grande scempio/ che fece l’Arbia colorata in rosso (Inferno X, 85-86).

Il museo Casa di Dante (Via Santa Margherita 1, Firenze)

Bello, primogenito di Alighiero, fu insignito del titolo di cavaliere. Uno dei suoi figli, Geri, ch’io vidi lui a piè del ponticello/ mostrarti, e minacciar forte col dito, e udi’ ‘l nominar Geri del Bello (Inferno XXIX, 25-27), è il primo membro della propria famiglia che Dante incontra nel suo viaggio ultraterreno. Era il cugino del padre del poeta. Dante lo sistema nell’Inferno, fra i seminatori di discordia. Accusato di rissa e percosse in un processo a Prato, fu assassinato da Brodaio dei Sacchetti.

L’altro figlio di Alighiero, il nonno di Dante, si chiamava Bellincione. Di professione faceva il cambiatore: un piccolo prestatore di denaro, in stretti rapporti d’affari con la nobiltà fiorentina. Conosciuto e stimato a Firenze ma non autorevole quanto Bello, il fratello maggiore.Bellincione per due volte e per sette anni complessivi, conobbe la via dell’esilio. Lo ricorda con sarcasmo a Dante nel decimo canto dell’Inferno l’orgoglioso ghibellino di Firenze Farinata degli Uberti, confinato tra gli eretici, nel sesto cerchio dell’orrenda cavità:

mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».

Io ch’era d’ubidir disideroso,non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;ond’ei levò le ciglia un poco in suso;

poi disse: «Fieramente furo avversia me e a miei primi e a mia parte,sì che per due fiate li dispersi».

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;ma i vostri non appreser ben quell’arte».

(Inferno, X, 42-51).

L’INNOMINATO ALIGHIERO Bellincione era ancora vivo nel 1269, quando fu redatto l’estimo dei danni ricevuti dai Guelfi durante la supremazia ghibellina. Ebbe sei figli maschi. Di quattro conosciamo il nome: Brunetto, Gherardo, Bello e il primogenito Alighiero, chiamato come il nonno e padre del grande poeta.

Dante Alighieri, Sandro Botticelli, 1495, Ginevra, collezione privata

Dante che pure parlò di tutti, non citò mai il padre in nessuna delle sue opere, come fece del resto con la moglie Gemma.

Una labile traccia di Alighiero appare in un documento del 1257 dal quale risulta che prestò 20 lire e 8 soldi a una certa Bencisia, moglie di un tal Ristori de Montemurlo. E poco altro.

Come suo padre Bellincione, Alighiero visse di operazioni finanziarie, prestiti, compravendita di case e terreni e forse anche di usura. Tanto che il verseggiatore Forese Donati, nella Tenzone poetica che scambiò con Dante (sei sonetti ingiuriosi, tre per parte) ne parlò quasi come un malfattore:

Ben so che fosti figliuol d’Allaghieri,e acorgomene pur a la vendettache facesti di lu’ sì bella e nettade l’aguglin ched e’ cambiò l’altr’ieri.

I due poeti si rispondevano “per le rime”, a volte in modo crudele, con insulti e pesanti allusioni alla loro vita privata e ai loro familiari più stretti.

Anche Dante dileggiava Forese: lo accusava di ghiottoneria e di trascurare la moglie Nella. E anche di essere un ladro come molti membri della sua famiglia. Ma l’intento, feroce e gioioso allo stesso tempo, era solo letterario.

Forese era amico di Dante. Divenne anche suo parente acquisito dopo il matrimonio del poeta con Gemma Donati. Era il fratello minore di Corso Donati, feroce capo dei Guelfi Neri e di Piccarda Donati, La mia sorella, che tra bella e buona / non so qual fosse più (Purgatorio XXIV, 10 ), giovanissima monaca delle clarisse, costretta da Corso ad abbandonare il convento per sposare Rossellino della Tosa, facinoroso rappresentante del partito dei Guelfi Neri: fuor mi rapiron de la dolce chiostra: / Iddio si sa qual poi mia vita fusi (Paradiso III, 107-108).

IL RICORDO DI BELLA Quando Dante venne al mondo, Alighiero era già anziano. Era nato intorno al 1220 e forse morì poco dopo il 1275. Sposò Bella, figlia del giudice Durante degli Abati, che risiedeva nello stesso sestiere di San Pier Maggiore. Una famiglia potente. Ma soprattutto ricca. Segno anche del prestigio sociale all’epoca raggiunto all’epoca da Bellincione che voleva un buon partito per il suo primogenito.

Gli Abati, al contrario degli Alighieri, erano seguaci del partito ghibellino. Ma i matrimoni tra famiglie nemiche, soprattutto quelle di non primissimo piano, erano frequenti e servivano anche a stemperare i conflitti permanenti di partito che animavano la vita cittadina. Alighiero non era di sicuro un uomo colto ma seppe assicurare una certa tranquillità economica alla sua famiglia.

Bella morì giovane, per cause sconosciute tra il 1270 e il 1273. Lasciò Dante e un’altra figlia, della quale non conosciamo il nome, che andò in moglie a Leone Poggi, banditore del Comune di Firenze. Una sorella di sangue alla quale Dante fu di certo legato da un amore profondo: è lei la donna giovane e gentile… di propinquissima sanguinitade congiunta a cui allude nella Vita Nuova, (XXIII, 11-12).

Nelle rappresentazioni letterarie non erano ammessi i ricordi dell’intimità familiare. Dante non fa eccezione alla regola: di sua madre scrive solo una volta, in modo commosso, quando fa dire a Virgilio: benedetta colei che ‘n te s’incinse! (Inferno. VIII 45). Una citazione del Vangelo di Luca (11,27) forse più diretta alla sua gloria futura di poeta che al ricordo della mamma. Ma indizio, comunque, del peso di una assenza che segnò la sua vita.

LAPA E LA NUOVA FAMIGLIA Alighiero, vedovo e con due bambini in casa, si risposò presto con Lapa, erede di Chiarissimo Cialuffi, un mercante di certo agiato ma non di una famiglia importante, dalla quale ebbe altri due figli: Francesco, e Tana (Gaetana) detta Trotta, che andò in sposa a Lapo Riccomanni, un piccolo banchiere fiorentino. Della sorellastra Dante ricorderà le cure amorevoli che ricevette durante una malattia giovanile. Francesco fu vicino al fratello per tutta la vita: lo soccorse a più riprese, coprendo i suoi debiti, fino a rimanere creditore di 1098 fiorini che Dante mai gli rimborsò. Condusse una vita ritirata e modesta. Sposò Piera Caleffi, di famiglia ghibellina e andò a vivere in campagna in una casetta a San Pietro a Ripoli. Non s’immischiò nella politica se non per aiutare il suo geniale fratello.

Dante, Luca Signorelli 1499-1502, particolare delle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto

Alighiero lasciò orfani i suoi quattro figli tra il 1275 e il 1281: una data incerta come tante altre notizie sulla vita del giovane Dante. I figli ebbero in eredità due poderi, a Camerata e a San Miniato a Pagnolle e due piccoli terreni nel popolo di Sant’Ambrogio.

Non certo grandi ricchezze. Ma Dante riuscì a studiare forse anche grazie a qualche lascito del nonno Bellincione. Come era d’uso all’epoca, per i primi studi fu affidato a un doctor puerorum che si chiamava Romano e che aveva una scuola nel “popolo di San Martino” vicino alle case degli Alighieri.

Il piccolo Dante iniziò ad apprendere la scrittura volgare per poi passare allo studio del latino, la lingua della scienza della quale parla nel Convivio (1, 13, 5): questo mio volgare fu introduttore di me nella via di scienza, che è ultima perfezione [nostra], in quanto con esso io entrai nello latino e con esso mi fu mostrato: lo quale latino poi mi fu via a più inanzi andare.

Due avvenimenti in questi primi anni giovanili daranno una svolta alla sua vita: l’incontro con Beatrice avvenuto nel maggio del 1274 e narrato nella Vita Nova quando il poeta aveva 9 anni. E tre anni dopo, il 9 febbraio 1277, il precoce contratto di matrimonio, stipulato secondo l’uso del tempo, con Gemma di Manetto Donati, appartenente a un ramo minore della potente famiglia fiorentina di Corso e Forese Donati.

Il matrimonio fu perfezionato solo in seguito, nel 1285. Ma già due anni prima delle nozze, a nove anni dal primo fatale incontro, Dante dirà al mondo e a se stesso che la gloriosa donna della sua mente (Vita Nova, 11,1) è Bice, la figlia del ricco e nobile cittadino Folco Portinari. Beatrice nel 1287 andò in sposa a Simone de’ Bardi ma nella vita del poeta rimase baldanza d’Amore a segnoreggiare (Vita Nova, 11,9).

“IL BELLO OVILE” In questa Firenze, dinamica e rissosa, pronta al balzo economico degli anni successivi, animata dai perenni cantieri e segnata dalle lotte di partito, Dante visse i primi 36 anni della sua vita.

Poi verranno i giorni delle accuse infamanti e della spietata sentenza emessa il 10 marzo 1302 dal podestà Cante Gabrielli: “Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia”.

Nella povertà di una lunga e dolorosa lontananza dalla patria, Dante sentirà come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale (Paradiso, 58-60).

Lontano da Firenze nascerà la Divina Commedia, una prodigiosa opera letteraria, la prima scritta in una lingua europea moderna, sintesi straordinaria della realtà storica e della cultura medievale.

Cosciente di sé e del suo valore, quasi alla fine del suo Paradiso, Dante sognerà l’impossibile: mitigare con la gloria del suo capolavoro i cuori “crudeli” dei fiorentini. E rivedere il luogo più simbolico della città della sua infanzia: quel “bel San Giovanni ”, il Battistero dedicato al patrono:

bello ovile ov’io dormi’ agnello,nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro velloritornerò poeta, e in sul fontedel mio battesmo prenderò ‘l cappello;

(Paradiso, XXV, 5-12).

Federico Fioravanti

Bibliografia essenziale: Dante Commedia, I Meridiani, Mondadori. Dante Vita Nuova, Rime (a cura di Donato Pirovano e Marco Grimaldi), Salerno editrice. Giovanni Boccaccio, Trattatello in laude di Dante, Garzanti, 2007. Enciclopedia Dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Marco Santagata, Dante. Il romanzo della sua vita, Mondadori, 2012. Guglielmo Gorni, Dante. Storia di un visionario, Laterza 2008 Enrico Malato, Dante, Salerno editrice, 2017. Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, Laterza, 2001. Indro Montanelli, Dante e il suo secolo, Rizzoli, 1974. Cesare Marchi, Dante, Rcs, 2005.

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Il labirinto nella cattedrale

Chi si occupa di pellegrinaggi sa bene che tra i gadgets più comuni in quella che ormai sta diventando sempre più un’occasione turistica se non un business fioriscono, tra le altre cose, labirinti e portachiavi a forma non solo di conchiglia – com’è noto la conchiglia del mollusco “nautilo” arrotolando le sue volute spiraliformi dal centro verso l’esterno, si accresce di un valore proporzionale uguale al cosiddetto “Numero d’Oro”, o “proporzione aurea” -, o di “Tau”, o di croci di Santiago, ma anche di “labirinto”: un caratteristico disegno che si presenta costituito di cerchi concentrici collegati tra loro da piccoli sentieri di raccordo.

Veduta del centro storico di Lucca con la cattedrale di San Martino (foto: MedioEvo)

Ve ne sono per la verità di molti tipi e con variabili anche importanti (il più famoso forse è a pianta ottagonale, ispirato a quello del pavimento della cattedrale di Amiens): ma il più famoso riproduce in genere quello della cattedrale di Chartres.

Lo ritroviamo scolpito su una pietra collocata nel pilastro di destra dell’antiportico della facciata della cattedrale di San Martino di Lucca e databile al XII-XIII secolo: francamente è molto difficile decidere se questo sia una copia più piccola e un po’ meno accurata di quello, o se invece sia quello una copia ingrandita e solennizzata di questo.

Il labirinto scolpito su una lastra in arenaria (XII sec. (?) a Pontremoli (foto: MedioEvo)

Ne troviamo anche una copia – o una libera reinterpretazione – su una pietra che costituisce ancor oggi uno dei vanti del glorioso centro di Pontremoli, sulla tratta della Via Francigena che, discendendo dal passo della Cisa, portava i pellegrini che provenivano dal Settentrione fino alla città di Lucca, vero e proprio nodo viario sulla via verso Roma dalla quale, attraverso il “padule” delle Cerbaie dominato dall’ospizio detto de alto passu (“Altopascio”, sede anche di un famoso Ordine ospitaliero), conduceva al guado di Fucecchio sull’Arno – ancora oggi sorge nei pressi il luogo detto “Catena” in memoria dell’antico attracco fluviale – ma dal quale, prendendo al direzione ovest senza abbandonare la riva destra dell’Arno, si poteva giungere a un’altra città nella quale il culto di san Giacomo e del suo emblema, il “Tau”, era primario; e al santo di Compostella era dedicato un capolavoro dell’arte sacra occidentale, l’Altare argenteo della cattedrale con le storie dell’Apostolo che gli spagnoli della Reconquista avrebbero denominato Matamoros da una sua leggendaria apparizione in armi, nel corso della battaglia del Clavijo, contro i musulmani.

Echi gerosolimitani Se invece si passava l’Arno a Fucecchio e si procedeva a sud verso Siena, ai confini della Tuscia della quale era signora la magna comitissa Matilde di Toscana si giungeva fino ad Acquapendente, dove sorgeva nella cripta della bella chiesa locale un sacello del X secolo costruito ad instar sacratissimi Sepulchri, come quelli di Aquileia, di Santo Stefano a Bologna, di Pisa, di san Tomè d’Almenno presso Bergamo e di tanti altri luoghi d’Italia e d’Europa.

Erano le stationes, i luoghi di pellegrinaggio “minori” (alcuni di loro tali solo per inadeguata definizione) che punteggiavano la rete stradale che collegava i grandi santuari di Gerusalemme, di Roma e di Santiago de Compostela.

Una rete lungo al quale transitavano papi e vescovi, imperatori e re, santi e pellegrini, crociati e mercanti: una rete ricca di storia e di leggende lungo al quale talora si poteva incontrare perfino il diavolo, magari a sua volta travestito da pellegrino e altra impegnato a costruire arditi ponti alcuni dei quali si ammirano ancora, specie nella bella Lucchesia.

Il labirinto scolpito nella cattedrale di San Martino, Lucca (foto: MedioEvo)

Ricostruire la rete dei pellegrinaggi vuol dire anche questo: riscoprire antiche leggende con i loro reconditi, sovente sorprendenti significati. Ma che cos’è, cosa significa, il labirinto di San Martino?

Sulla fascia verticale a sinistra del piccolo, elegante bassorilievo (quindi a destra guardando) una bella iscrizione in grafia capitale-onciale che suona:

HIC QUEM / CRETICUS / EDIT DEDA – / LUS EST / LABERINT / HUS DEQ(U)- / O NULLU – / S VADER – / E QUIVIT / QUI FUIT / INTUS / NI THESE – / US GRAT – / IS ADRIAN – / E STAMI- / NE IUTUS, che si può tradurre così: “Questo è il labirinto costruito da Dedalo cretese dal quale nessuno che vi entrò poté uscire eccetto Teseo aiutato dal filo di Adriana (Arianna)”.

Il testo scolpito sulla fascia verticale accanto al labirinto della cattedrale di Lucca (foto: MedioEvo)

Al centro dell’immagine, configurato come uno spazio circolare a una sola entrata – il che significa che l’immaginario viaggiatore avrebbe dovuto percorrere a ritroso, per uscire, la medesima strada che aveva fatto per giungere dall’ingresso al centro – vi sono tracce di una figura abrasa che, stando ad alcuni testimoni o critici successivi, poteva raffigurare Teseo e il celebre mostro guardiano dell’edificio, Minotauro figlio di re Minosse: o meglio, della lubrica regina Pasifae che si era concessa a un toro entrando nel simulacro metallico di una vacca e sfruttando quindi, lì rinchiusa, gli ardori dell’animale; la sua atroce punizione consisté nell’essere chiusa nella statua cava ch’era stata tramite del suo peccaminoso desiderio e che fu riscaldata fino a diventare incandescente.

L’uomo-toro Secondo il celebre mito narrato anche da Plutarco l’eroe Teseo, figlio di Egeo re di Atene inviato dal padre per liberare la sua patria da un tributo di fanciulle vergini che Minosse re di Creta imponeva destinandole come cibo per il suo figliastro Asterione, o Minotauro, mostruosa creatura dal corpo umano e dalla testa taurina, trovò un aiuto nella figlia stessa del monarca cretese, Ariadne o Arianna – sorellastra quindi del Minotauro, che innamoratasi di lui gli affidò un filo di lana ch’egli avrebbe dovuto svolgere dietro di sé addentrandosi nel palazzo costruito dall’architetto Dedalo e detto “della Bipenne”, cioè appunto nel Labirinto – Labyrinthus (greco labŷrinthos) dal termine greco làbrys indicante quel che di solito si definisce pèlekus, l’ascia bipenne da guerra e da taglio dei grandi alberi fornita di due lame simmetriche e simbolo sacro per eccellenza, insieme con il toro, dell’antica civiltà minoica dell’isola di Creta -, un edificio caratterizzato da un insieme di corridoi che costituivano un cammino inestricabile al centro del quale il saggio re Minosse aveva rinchiuso il divino e mostruoso Asterione detto Minotauro che la sua sposa Pasifae aveva concepito unendosi con un macchinoso espediente a un vigoroso toro sacro.

Teseo trovò il mostro, lo uccise e quindi, con l’aiuto del filo procuratogli da Arianna, riuscì a riguadagnare l’esterno dell’edificio.

Per gli antichi il Labirinto simboleggiava la difficoltà del vivere e dell’orizzontarsi nei pericoli e negli imprevisti della vita: esso era difatti un insieme di sentieri che s’intersecavano e che non conducevano a nulla.

Quello di Teseo e della sua avventura nel Labirinto era con ogni evidenza un mito di nekyia, di discensus ad Inferos, di morte, di lotta spirituale e di resurrezione.

Il Labirinto, nella sua struttura spiraliforme – e la spirale è un’altra forma grafica simoblicamente significativa -, rinvia forma delle interiora umane e animali, a loro volta simbolo del mistero della vita come ben sapevano gli aruspici che leggevano il futuro negli intestini degli animali sacrificati.

Probabilmente grazie al tramite di alcuni modelli misterici ad esso tramandati il cristianesimo se ne appropriò: tanto più che esso era molto complesso e includeva anche una sua discesa agli Inferi, dai quali sarebbe risalito grazie ad Eracle.

L’eroe greco divenne quindi, nel Medioevo cristiano, figura Christi, prefigurazione simbolica del Cristo, come accadde anche ad altre divinità o figure eroiche antiche, da Dioniso e Orfeo. Di Teseo avevano parlato due poeti latini notissimi in età medievale, Ovidio e Stazio; lo stesso Dante ricordò più volte sia lui, sia il Minotauro.

Come il Cristo, Teseo aveva affrontato un mostro feroce, che nell’immaginario cristiano diveniva un demonio; come lui era disceso negli Inferi e ne era risalito. Ne consegue che il Labirinto si trasformò in un simbolo della vita, la complessità della quale è facilmente vinta dal credente che segue la fede (il filo di lana) propostagli dalla Provvidenza (Arianna).

Alatri (Frosinone). Affresco raffigurante il Cristo Pantocratore all’interno di un labirinto (foto: MedioEvo)

Ma poiché simbolo per eccellenza della vita era nel mondo medievale il pellegrinaggio, ecco che il Labirinto divenne per eccellenza simbolo del viaggio verso una Santa Mèta, minacciato dai pericoli materiali e spirituali (il Minotauro) ma il buon esito del quale era assicurato dal possesso di un filo che sarebbe stato guida sicura: il “filo di Arianna”, la fede.

La Santa Mèta Tuttavia, al centro del Labirinto medievale, raffigurato come un sentiero tortuoso sì, ma dal percorso certo e obbligato nella misura in cui era viaggio di fede, non v’era più il mostro diabolico bensì la santa mèta: Gerusalemme, sia quella terrestre punto d’arrivo dei pellegrini sia quella celeste desiderata definitiva sede degli eletti.

Si è discusso sul significato simbolico del fatto che il Labirinto cretese del Minotauro fosse caratterizzato da sette circonvoluzioni e quello cristiano da undici, senza tuttavia su ciò raggiungere risultati criticamente apprezzabili.

Importante invece il fatto che il Labirinto cristiano sia sempre rappresentato come “monocursale”, vale a dire a percorso obbligato, con una sola entrata e una sola uscita, a indicare la certezza della vita che, trascorsa alla luce della fede, conduce alla salvezza.

Sul Labirinto lucchese abbondano le leggende cittadine a base folklorica o pseudomisterica, come quella che lo ricollegherebbe non si sa né come né perché ai Templari: ma nessuna di esse è significativa.

In altre raffigurazioni medievali troviamo tuttavia, al centro del Labirinto, figure e immagini differenti da quella di Gerusalemme: e lo stesso caso lucchese è al riguardo dubbio in quanto l’immagine raffigurata al suo centro è abrasa e ormai illeggibile.

Al centro di altri Labirinti potevano trovarsi il minotauro-diavolo, se si voleva alludere al pericoloso sforzo iniziatico di purificazione; oppure il giardino dell’Eden, l’albero della Vita simbolo della croce, quindi il Paradiso, se s’intendeva piuttosto indicare la mèta ultima della vita.

Nel primo caso si dava importanza al cammino di ritorno, comportante l’uscita del labirinto; nel secondo si sottolineava invece indicare che il fedele raggiunge la mèta una volta conseguito il centro, cioè compreso l’autentico senso e scopo del vivere (la polarizzazione simbolica è permessa dal momento che il simbolo è per sua natura polisemico e non ha mai un senso unico e univoco, bensì va interpretato nel suo contesto).

Origini remote Di solito si indicano dei possibili archetipi storico-archeologici del Labirinto medievale: la reggia di Cnosso a Creta o il sepolcro del re etrusco Porsenna a Chiusi in Toscana. si tratta comunque di adattamenti di un mito raccolto (o inventato? ) da Diodoro Siculo, vissuto a cavallo tra l’età di Giulio Cesare e quella di Augusto, che lo trasmise a Virgilio e a Ovidio.

La storia del Labirinto sembra in realtà più antica e risalire a un’origine egizia (così come la parola, che secondo alcuni non deriverebbe quindi da Làbrys). È Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, 13, 19) a parlarci di un Labirinto situato nell’Alto Egitto, quindi nella parte meridionale del paese, tra le città di Arsinoe e di Crocodilopolis: un edificio fatto di 12 cortili e 3000 stanze, per la metà scavate sottoterra: Erodoto e Strabone l’avrebbero visitato. Si ignora se avesse funzione cultuale, iniziatica o sepolcrale: certo è divenuto, dagli orfici in poi, simbolo per eccellenza del cammino iniziatico.

A livello antropologico, strutture e camini di tipo “labirintico”, di solito posti in relazione con grotte e cunicoli naturali o artificiali, si trovano in molte tradizioni con un significato ch’è in qualche modo sempre iniziatico.

La fortuna del labirinto come simbolo della vita del cristiano e del pellegrinaggio, ma anche come motivo magico, è esemplare di una quantità di segni carichi d’intenso fascino e rimasti nel nostro immaginario collettivo anche quando se ne è perduto il significato.

Sulle cattedrali del Medioevo, in effetti, si è fatta molta, troppa letteratura: specie esoterica.

Nel 1932 venne pubblicato a Parigi uno strano libro d’un autore rimasto anonimo, lo pseudonimo del quale era Fulcanelli: Il mistero delle cattedrali, nel quale si sosteneva che alcune grandi cattedrali francesi – come Notre-Dame di Parigi o quella di Chartres – sono in realtà, a saperne correttamente interpretare la foresta dei simboli, veri e propri trattati dell’ars regia alchemica eternati nella pietra.

Esiste tutta una letteratura esoterica sui costruttori delle cattedrali del Medioevo, i “Maestri” e i “Compagni” identificati come i fondatori delle logge massoniche ai quali sarebbero arcanamente giunti i segreti architettonici delle antiche piramidi egiziane e del Tempio di Salomone a Gerusalemme. Ma anche a proposito di ciò la critica più avveduta rileva molte forme di arbitrio e di fantasiosa elucubrazione: e invita alla prudenza.

Miniatura raffigurante un suonatore di liuto e un gruppo di cantanti all’interno di un giardino cinto da mura, alla maniera di un hortus conclusus medievale, da un’edizione del Roman de la Rose di Guillaume de Lorris e Jean de Meung (1490-1500 ca., Londra, The British Library) [foto: MedioEvo]

Siamo abituati comunque a considerare il Labirinto come una presenza necessaria sulle pareti o sul pavimento di certe chiese medievali: ma essa lo divenne anche nei giardini, dove si costruivano labirinti utilizzando siepi di vegetali vari – di solito di bosso, secondo la cosiddetta ars topiaria, a scopi che non si collegavano alla meditazione simbologica religiosa sul senso della vita – a ciò nei giardini monastici o in quelli dei chiostri dei monasteri servivano semmai riproduzioni schematiche del “giardino dell’Eden” ispirate al racconto del primo Libro della Bibbia, il Genesi.

Ma possediamo notizia che già alla fine dell’XI secolo il giardiniere fiammingo Louis di Beaubourg avesse costruito per il castello di Ardre del suo signore Arnoulds de Guines, un labirinto che possiamo immaginare fatto di strutture in legno coperte di verzura. In casi come questi siamo piuttosto dinanzi a giochi cortesi ispirati magari alla memoria di giardini visitati in lontane contrade (durante la seconda metà del secolo XII, Luigi VII ed Eleonora d’Aquitania avevano potuto ammirare i giardini che circondavano Damasco; poi c’erano i giardini della Spagna musulmana) o a racconti contenuti nei romanzi cavallereschi.

D’altronde sia i giardini monastici sia quelli signoriali del Medioevo erano costruiti a loro volta in modo da richiamare immagini paradisiache: e il Labirinto di siepi ne era parte.

L’Oriente di Roberto Alla fine del Duecento, più o meno contemporaneamente alla stesura della seconda parte del celebre romanzo allegorico denominato Roman de la Rose, il conte Roberto d’Artois fece realizzare il parco di Hesdin, non lontano da Arras.

Da dove provenivano le suggestioni che presiedettero alla sua ideazione: da un Oriente passato attraverso l’Italia meridionale, che Roberto conosceva bene (ed ereditato quindi dall’esperienza federiciana in Sicilia) perché nel 1270 aveva partecipato alla scorta che aveva riportato da Tunisi, attraverso Palermo, i resti di Luigi IX morto crociato sul litorale nordafricano, e perché di seguito aveva vissuto circa cinque anni tra Palermo e Napoli? O dalla passione meccanica che aveva da tempo contagiato l’Occidente – e viene da pensare agli automi dei Mirabilia Romae e della leggenda di papa Silvestro II -, e che può avere precedenti e modelli orientali, ma che si era oramai anche sviluppata autonomamente?

Quando i racconti e i romanzi cavallereschi parlano di giardini incantati, popolati di mirabili fontane e di automi semoventi, siamo portati a ritenerlo un genere letterario.

Ma sembra che a Hesdin – giardino su cui siamo discretamente documentati – vi fossero realmente un Labirinto con specchi deformanti, getti d’acqua nascosti, automi e macchine in grado di stupire e sorprendere gli ospiti del giardino. È stato notato che in questo caso siamo di fronte a tecniche a quanto pare orientali, il cui effetto è però quello di creare un’atmosfera da “giardino incantato” che parrebbe piuttosto arturiana.

In pieno Trecento, il poeta e musicista Guillaume de Machaut, nelle composizioni Le remède de Fortune e in La fontaine amoureuse, descrive il parco di Hesdin, i suoi automi, le sue celebri fontane decorate di motivi desunti dai miti classici. Esso, dopo l’inevitabile decadenza dovuta alla guerra dei Cent’Anni, venne restaurato nel 1432 dal duca di Borgogna Filippo il Buono e qualcuno si è chiesto se nel parco rinnovato non fosse già matura la sensibilità del giardino rinascimentale.

Nella Hypnerotomachia Poliphili il tema centrale del discorso onirico e iniziatico è costituito dalla conoscenza e quindi dell’appropriazione di sé.

Ma non si può dimenticare che il giardino di Via Larga (o di San Marco), dove, protetti da Lorenzo, i migliori artisti del suo tempo si esercitavano nello studio della bellezza antica, si ispirava direttamente al modello dell’Accademia platonica e quindi a quel conosci te stesso che non a caso Lorenzo stesso rammenta commentando i suoi sonetti.

A Poggio a Caiano Lorenzo aveva voluto costruire un Labirinto – elemento classico dei giardini dell’antichità – accanto a una sorta di orto botanico, a una scena di gigantomachia e a un serraglio, che consentivano lo studio dei tre regni della natura. A Careggi, il riferimento a Platone era immediato. E non a caso fra il XV e XVI secolo il facoltoso cittadino fiorentino Bernardo Rucellai volle riunire in una nuova Accademia, ancora una volta nel suo giardino urbano, gli Orti Oricellari, gli ingegni di una città che stava cercando disperatamente di mantenere le sue libere istituzioni.

Una delle grottesche composizioni che caratterizzano il «Bosco Sacro» di Bomarzo (Viterbo), frutto della fantasia onirica del dominus loci Virginio Orsini (foto: MedioEvo)

I grandi modelli di giardino iniziatico – che sono anche, e ciò non va dimenticato, elaborati da un potere ormai sovrano, quello mediceo divenuto granducale – della Firenze del Cinquecento (vale a dire quelli costituiti da Boboli, Castello e Pratolino), risentono di un discorso iniziatico in cui la letteratura ermetica rappresentata soprattutto dall’enigmatica composizione detta Hypnerotomachia Poliphili non sono passati invano, ma sono al tempo stesso grandi mappe simboliche della regione soggetta al principe e grandi enciclopedie del sapere universale tradotte in immagini.

L’Hypnerotomachia (lotta d’amore in sogno) è caratterizzata com’è noto da una serie di vicende iniziatiche distribuite in una sequenza di giardini dove natura e artificio si confrontano e si mimano vicendevolmente. Dalla selva dell’iniziale disorientamento, Polifilo giunge in un giardino di cristallo dove incontra Logistica (la Ragione) e Telemia (la Volontà): con la loro guida può addentrarsi in un altro giardino, di forma labirintica, costituito da sette canali navigabili; al termine di questo viaggio lo attende un altro giardino ricco di artificialia, in seta, ornato di piante d’oro, di frutti e di gemme. Infine l’isola di Citera: naturale, ma dove le diverse piante si ordinano in ben costruiti settori attorno al tempio di Venere.

Giardini tripartiti I parchi fiorentini di Boboli, di Castello e di Pratolino (soltanto i primi due mantengono oggi in una qualche misura il loro antico assetto, mentre il terzo ha subìto un riattamento ottocentesco che lo ha reso illeggibile) conservano i caratteri fondamentali del discorso iniziatico.

Un rapporto variamente atteggiato tra naturalia e artificialia, questi ultimi costituiti tra l’altro da parchi di automi ormai scomparsi o comunque non più in funzione; in secondo piano una scansione tripartita, costituita da un’area a bosco (il selvatico), una a prato e una più propriamente a giardino architettonicamente atteggiato, il giardino segreto, hortus conclusus di medievale memoria nel quale si addensano gli elementi più elaborati e da mantenere più protetti. Ben conservato altresì è il parco detto “Bosco Sacro” di Bomarzo, nel Lazio settentrionale, caratteristico frutto della fantasia onirica del dominus loci Virginio Orsini.

Seguiamo brevemente questo percorso dal cerchio al centro, e poi dal centro al cerchio, tenendo presente che il primo cammino è di tipo iniziatico, il secondo di tipo politico.

Per quanto riguarda il primo aspetto, il selvatico è la selva dell’insicurezza, dell’ignoranza, del peccato, di una natura non ancor razionalmente interpretata e ordinata; la hyle, la selva oscura.

Incisione raffigurante un satiro che trattiene i rami di un albero affinché facciano ombra a una ninfa dormiente, da una copia dell’edizione della Hypnerotomachia Poliphili stampata a Venezia da Aldo Manuzio il Vecchio. Vicenza, Biblioteca Civica Bertoliana (foto: MedioEvo)

Dal selvatico si esce nel prato, che in realtà può essere una distesa ampia, anzi un panorama variato di aiuole, siepi fiorite, giochi d’acqua, vasche, fontane, peschiere, labirinti, montagne artificiali, parchi d’automi, colossi abitabili al loro interno (si pensi al gigante di Pratolino), teatri vegetali, il luogo centrale e privilegiato del racconto del giardino. Là vi saranno il labirinto, che è gioco ma anche simbolo dell’avventura esistenziale e iniziatica dell’uomo; la grande vasca che sovente arieggia a un simbolo oceanico (un esempio evidente, con tanto d’isola centrale, a Boboli) ma che allude anche all’acqua come elemento santificante, fons vitae; la grotta, sentiero sotterraneo per eccellenza misterico, nel quale appaiono squadernate le meraviglie della natura (come nel bestiario scultoreo della villa di Castello).

Superato anche il prato, cioè il corpo ampio e complesso del giardino, gli iniziati – cioè gli intimi del Principe – godono le delizie e i misteri del giardino segreto, dal quale, non visti, si ammira l’intero quadro del parco.

Una metafora del potere Se il giardino segreto, annesso più strettamente alla corte, è il luogo della perfezione spirituale e della conoscenza, esso è appunto metafora politica della corte stessa. Avviamoci qui per il secondo viaggio, dove dalla reggia al giardino segreto si puo’ accedere, se si vuole, anche alla periferica campagna, al contado, ai luoghi piu’ vicini, a una natura libera che però, per gli uomini del Rinascimento, non ha assolutamente il fascino che avrà con la meditazione rousseauiana. Architettura di piante, di acque, di animali, di pietre rare, di architetture, di statue, il giardino diviene una sorta di complesso museale ad uso dei suoi fruitori: è anche orto officinale, jardin potager come a Villandray in Francia, giardino botanico, specola, serraglio, Wunderkammer, collezione di antiquitates e di mirabilia, studiolo. Quando il Principe voglia, esso di trasforma anche in teatro, in arena per tornei, in lago per naumachie, in spazio per rappresentazioni drammatiche.

Luogo d’incontro di natura e d’artificio (di “natura” e “cultura”, diremmo noi; di natura e di ars, meglio si dovrebbe dire), esso è anche luogo d’estrinsecazione della volontà sovrana. In esso il potere manifesta la sua più autentica natura e la sua più intima vocazione: giocare con la volontà dei sudditi come con gli automi, trattare lo stato con la stessa energia demiurgica con il quale il mago tratta, nell’universo artificiale evocato dai suoi incantesimi, le sue creature.

Attraverso la meditazione ermetica rinascimentale, si può dire che il mistero del Labirinto, cristianizzato nel Medioevo, torna alle sue radici pagane per poi “laicizzarsi” in forme ludiche e ornamentali. Tutti ricordiamo il gigantesco, terribile Labirinto nel parco dell’albergo all’interno del e attorno al quale si svolge la storia paurosa di Shining, il film di Stanley Kubrik.

Ma siamo partiti dalla raffigurazione labirintica di Lucca, piccola per dimensioni ma elegante per la sua fattura e la scritta che l’illustra.

In omaggio ad essa, dedichiamo queste pagine a un viaggio “da Lucca a Lucca”.

Non lontano dalla bella città toscana sorge il piccolo e incantevole centro demico di Collodi presso un’altra cittadina di grande pregio, Pescia. A Collodi, paese originario del Carlo Lorenzini autore di Pinocchio che si scelse il nome del paese come suo nom de plume, è ancora visitabile la settecentesca nobile villa Garzoni con il suo parco: all’interno del quale si può percorrere un Labirinto di verzura perfettamente conservato, arricchito da bei giochi d’acqua. I riti iniziatici che vi si svolgevano non erano certo sacri: erano deliziosamente mondani, forse anzi erotici. Ma il “Labirinto d’Amore” giuntoci dal Settecento aristocraticamente libertino è pur sempre, attraverso il Medioevo e il Rinascimento, l’erede di un legato sacrale che viene da lontano.

Un simbolo primordiale Il suo messaggio archetipico si collega, in ultima analisi, a quello della Spirale: tra le forme simboliche di base, una delle più diffuse nelle civiltà tradizionali. Quando è semplice, si tratta di una linea che si avvolge su se stessa in modo circolare, allargandosi successivamente se parte dal centro o, viceversa, restringendosi se ha direzione centripeta; ma sovente assume un carattere elicoidale, cioè una direzione centripeta per giungere a un centro dal quale riparte per riguadagnare l’esterno (spirale doppia). Il suo motivo grafico trova vari modelli in natura, ma soprattutto due nel regno animale: la conchiglia e il serpente; e sembra collegarsi al principio del divenire, dell’eterno e immutabile svolgersi della natura, dell’emanazione e dell’estensione.

La Spirale ha un carattere per molti versi affine al Labirinto: ma, a differenza di esso, non cela né pericoli né inganni. Seguendo le linee del Labirinto si può perdere (quando non sia “monocursale” come lo era il modello cristiano medievale) l’orientamento, restar imprigionati, mentre la Spirale conduce sempre e comunque al centro o alla periferia di se stessa.

Un percorso iniziatico Come il labirinto, essa sembra in questo senso assumere un significato esistenziale, di cammino della vita o del percorso iniziatico, quindi di rapporto tra morte e resurrezione iniziatiche.

Un’altra veduta del «Bosco Sacro» di Bomarzo, con gruppi scultorei raffiguranti una famiglia di leoni e una sirena (foto: MedioEvo)

I percorsi degli iniziandi nelle varie cerimonie non-cristiane di questo tipo sono – come nel nostro stessoMedioevo, nel quale si riferivano al pellegrinaggio a Gerusalemme – labirintici o spiraliformi (sovente i disegni a spirale hanno comunque un percorso obbligato, seguendo il quale non si può sbagliare: sono pertanto dei “falsi Labirinti”, che conducono sempre al punto voluto.

Nella tradizione indù della kundalini, al pari che nel caduceo greco, le due Spirali serpentiformi che si avvolgono in volute ascensionali di tipo elicoidale attorno all’asse costituito dal bastone o dalla colonna vertebrale rinviano alle polarità dell’esistere, le alternanze vita-morte, freddo-caldo, notte-giorno e così via. Per questo, oltre che per motivi tecnico-pratici, una spirale ascensionale è sovente la parte di base di un attrezzo tecnico: la frusta che serve a frullare il latte nel rito-mito induistico, oppure l’accendifuoco ad archetto, o ancora il trapano (una forma ripresa nel nostro comune cavatappi).

La Spirale domina e ripartisce le forze, e per questo è anche simbolo di fertilità dominata dai movimenti ascensionale e discensionale delle acque e dalla luna, che con la sua attrazione provoca le maree.

Andamento spiraliforme assumono anche molte danze rituali, da quelle di alcuni native Americans a quelle dei “dervisci rotanti”, dove il girar su se stessi acquista il significato della permanenza del centro dell’essere nella mutevolezza del cambiamento. Nei mondi maya e azteco, la figura della spirale era collegata allo scorrere del tempo: rappresentava l’inizio di un ciclo calendariale, allorché il cosmo ha bisogno di sacrifici umani per mantenersi equilibrato. Dall’Eurasia buddhista e induista all’America questo movimento rotatorio era collegato al girar su se stesso del sole ed espresso dal simbolo dello swastika. Nelle culture africane la Spirale o l’Elica rinviano alla dinamica dell’esistere: per questo, anche nella cultura del voodoo, la divinità che presiede al ciclo vitale è rappresentata da un serpente che si morde la coda – ’Ouroboros ermetico-alchemico -, simbolo dell’”Eterno Ritorno”, dell’eternità cosmica che non si esaurisce mai nel ciclo delle singole esistenze.

È stato lungo il cammino che, partendo dalla piccola pietra scolpita lucchese, ci ha condotto alle soglie dei misteri archetipici radicati nella nostra preistoria e vivi nel nostro inconscio. Veramente l’uomo è animal symbolicum.

Franco Cardini Articolo pubblicato su MedioEvo n.279, aprile 2020

Da leggere: M. Cristina Fanelli, Labirinti. Storiografia, geografia e interpretazioni di un simbolo millenario, Il Cerchio, Roma 1997Gianni Pirrone (a cura di), Il giardino come labirinto della storia, Atti del Convegno Internazionale (Palermo 14-17 aprile 1984), Centro per l’Arte e la Storia dei Giardini, Palermo 1984Priya Hemenway, Le Code Secret. La formule mysterieuse qui régit les arts, la nature et les sciences, Evergreen, Köln 2008 Hermann Kern, Labirinti, Feltrinelli, Milano 1981Giorgio Padoan, Il mito di Teseo e il cristianesimo di Stazio, «Lettere Italiane», XI, 1959, pp. 432-57.Paolo Santarcangeli, Il libro dei labirinti, nuova edizione, Feltrinelli, Milano 1984

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Ibn Khaldūn, geniale pensatore dell’Islam

Abd al-Rahmān Ibn Khaldūn (Tunisi 1332 – Il Cairo 1406), coscienza critica del declino della civiltà islamica, è stato il maggiore filosofo e sociologo della storia di tutto il Medioevo euro mediterraneo, accostato da molti studiosi a Hobbes, Vico e Marx.

Massimo Campanini ha dedicato al filosofo tunisino il libro Ibn Khaldūn e la Muqaddima. Passato e futuro del mondo arabo. Edizioni La Vela, 2019

Nacque a Tunisi nel Ramadan 732/maggio 1332, rampollo di un’antica famiglia araba che guadagnò prestigio e status nella capitale dell’Ifriqiyyah.

Ricevette un’approfondita educazione islamica a base di Corano, tradizioni, diritto e letteratura. Studiò con il maestro Abū ‘Abd Allāh al-Ābilī, che gli insegnò la filosofia, matematica e le scienze naturali.

La grande peste del 1348 portò via con sé la maggior parte dei maestri, i genitori e molti dei suoi parenti.

Ibn Khaldūn decise allora di lasciare Tunisi e nel 1352 si spostò a Fez dove regnava l’allora dominante dinastia dei Merinidi. Entrò allora al servizio dell’energico sultano merinide Abū ʿInān, svolgendo la funzione di letterato e segretario ma dopo un paio d’anni cadde in disgrazia perché accusato di coinvolgimento in una cospirazione.

Rilasciato dopo più di un anno di carcere, si barcamenò tra i vari pretendenti al potere dopo la morte del sultano (1359). Più tardi si allineò al nuovo sultano Abū Sālim e lo servì come giudice nel tribunale di mazālim. Ma l’ostilità dei cortigiani determinò una profonda insoddisfazione che lo indusse a partire per Granada, governata dalla dinastia dei Nasridi (1363).

Una vita errante A Granada Ibn Khaldūn divenne amico dell’eminente studioso e politico Ibn al-Khatīb e in seguito venne incaricato di una missione diplomatica alla corte del re di Castiglia, Pietro il Crudele. Poté così visitare Siviglia, culla dei suoi avi quando vivevano ancora in Andalusia. La rapida ascesa di un parvenu suscitò invidia e incomprensione a Granada e l’amicizia di Ibn al-Khatīb non fu sufficiente a neutralizzare tutti i suoi nemici.

La Moschea e Università al-Qarawiyyin a Fez, fondata nell’857, è il più antico ateno islamico

Così Ibn Khaldūn si trasferì a Bugia, in Algeria, alla corte dell’emiro Abū ‘Abd Allāh Muhammad che lo nominò ciambellano (hājib), una delle più alte cariche dello stato (1365).

A Bugia Ibn Khaldūn intraprese un’altra professione: quella di giurisperito e docente di diritto malikita. Da allora, questa occupazione divenne progressivamente più importante nella vita di Ibn Khaldūn. Fu sempre pronto a cambiare bandiera: quando Abū ‘Abd Allāh Muhammad venne sconfitto e ucciso dal suo rivale, l’emiro di Costantina, Ibn Khaldūn passò al servizio del nuovo vincitore, per lasciarlo subito dopo e fuggire a Biskra presso alcuni amici.

Guadagnò grande fama e autorevolezza. Passò molti anni a tessere gli intrighi della politica in una situazione di confusione quando non c’era un vero potere centrale. Le sue azioni sembrano peraltro ispirate da un obiettivo preciso e positivo: suscitare nel Maghreb una forza potente, sostenuta da una robusta ‘asabiyya (spirito di corpo), al fine di riunificare la regione e ricostruire un’autorità accentrata come all’epoca almohade.

L’autobiografia di Ibn Khaldūn rivela un crescente disagio di fronte alla sconfitta di troppe illusioni e all’incapacità di trovare il bandolo della matassa della politica e del divenire delle società. Manifestò il desiderio di ritirarsi a vita contemplativa e di dedicarsi agli studi. Ma il destino lo condusse ancora errante a Fez nel 1372 (dove fu ancora imprigionato). E poi a Granada e a Tlemcen dove assistette all’assassinio di Ibn al-Khatīb.

Convinto della necessità di lasciare la vita pericolosa della politica, Ibn Khaldūn e la sua famiglia trovarono rifugio presso i berberi Awlād ‘Arīf e sotto la loro protezione tribale, nel dorato esilio della Qal‘a [fortezza] Ibn Salāma, egli si dedicò per quattro anni (1375-1378) alla prima stesura della sua “Introduzione alla storia” (Muqaddimah) – un’opera che rielaborerà per tutto il corso della sua vita – e della storia universale, il Kitāb al-‘Ibar (“Libro degli esempi”), dedicato principalmente alla storia degli arabi e berberi.

Il suo desiderio più profondo era probabilmente quello di vivere isolato dalla vita pubblica. Ma il soggiorno a Qal‘a non mise fine ai suoi problemi.

Busto di Ibn Khaldoun all’ingresso della Kasbah di Bejaia (Bugia) in Algeria (foto: Reda Kerbouche)

Il bastone del viaggiatore Motivi di ordine culturale e intellettuale, specialmente la necessità di trovare materiale per le sue ricerche storiche, lo spinsero “a riprendere il bastone del viaggiatore”. Si rimise in viaggio. E tornò a Tunisi, dopo più di vent’anni di assenza (1378). Lì chiese la protezione del sultano hafside Abū’l-‘Abbās e portò avanti la scrittura delle sue opere mentre insegnava giurisprudenza. Ben presto però divenne oggetto dell’odio di Ibn ‘Arāfa, muftī e imām della grande moschea. Così, partì ancora, alla volta dell’Egitto.

Con la scusa di voler adempiere all’obbligo del pellegrinaggio a La Mecca, si imbarcò su una nave diretta ad Alessandria nel sha‘bān 784/ottobre 1382. E non tornò mai più nel Maghreb.

Dopo un mese ad Alessandria, Ibn Khaldūn si trasferì a Il Cairo. In quello stesso 1382 in Egitto ci fu un repentino rovesciamento di dinastia. Con l’ascesa al trono di Sayf al-Dīn Barqūq il potere passò dalle mani dei Mamelucchi bahridi a quelle dei Mamelucchi circassi.

Ibn Khaldūn sperava che i nuovi mamelucchi sarebbero diventati la grande dinastia in grado di governare tutto il mondo musulmano e realizzare un nuovo periodo di pace. Al Cairo si dedicò all’insegnamento e all’amministrazione della giustizia. Fu nominato molte volte giudice. Ma ancora una volta la sua carriera fu influenzata dai nemici e da chi invidiava la sua posizione.

Ibn Khaldūn visse la sua ultima avventura accompagnando nell’ottobre 1400 il sultano mamelucco al-Nāsir Faraj, per incontrare Tamerlano che stava assediando Damasco. Fu molto apprezzato dal sovrano tartaro per la sua sapienza e accortezza. Ma non fu in grado di impedire il saccheggio di Damasco, anche se riuscì a convincere Tamerlano a non invadere l’Egitto. Dopo il suo ritorno al Cairo, Ibn Khaldūn visse ancora sei anni nuovamente insignito e poi nuovamente privato della carica di giudice malikita.

Morì nel Ramadan 808/marzo 1406 e fu sepolto nel cimitero dei sūfī.

Statua di Ibn Khaldūn a Tunisi

L’uomo, animale politico La biografia di Ibn Khaldūn è essenziale per comprendere il suo pensiero. Senza l’esperienza della politica e del caos politico nel Maghreb, probabilmente non avrebbe scritto neanche il Kitāb al-‘Ibar o la sua famosa “Introduzione” (la Muqaddima).

Mirava con il suo lavoro a comprendere la sua epoca e a mostrare quali incoerenze dovevano essere rimosse per migliorare la situazione del mondo musulmano.

Ibn Khaldūn fu molto originale in entrambe le opere, ma le novità intellettuali più sorprendenti possono essere rilevate nella Muqaddima. Sin dall’inizio del libro, Ibn Khaldūn recupera un concetto comune del pensiero filosofico greco, di Platone e di Aristotele: l’uomo è un animale politico e gli esseri umani sono obbligati a vivere nella società. L’idea era diffusa in tutta la tradizione filosofica islamica in politica, ed era certamente presente in al-Fārābī.

Ibn Khaldūn scrive che l’organizzazione sociale umana è qualcosa di necessario. I filosofi hanno espresso questo fatto dicendo che l’uomo è politico per sua natura, cioè non può fare a meno dell’organizzazione sociale per la quale i filosofi usano il termine tecnico “città” (madīna).

Esistono due tipi di organizzazione umana, quella beduina-nomade-rurale (‘umrān badawī) e quella sedentaria-cittadina (‘umrān hadarī). La prima è caratterizzata dall’essere primitiva, perché i beduini sono un gruppo naturale e il deserto è la base e il serbatoio di civiltà e città. I beduini sono forti nel corpo e nel carattere, coraggiosi nella guerra; i loro costumi sono onesti e sinceri e nel complesso sono più vicini ad essere buoni. La civiltà urbana e sedentaria, al contrario, ha un debole sentimento morale e manca del tutto di coraggio. I cittadini non hanno più il controllo del loro destino, sono soggetti a corruzione e la loro fiducia nelle leggi distrugge la loro forza d’animo e il potere di resistenza. Hadarī è anche la civiltà della ricchezza, della cultura, delle scienze e delle arti, tuttavia, e il vero apice della prosperità è raggiunto nelle città.

Esiste quindi una contraddizione aperta tra forza e prosperità: esse si escludono a vicenda. Ora, il carattere necessario dell’organizzazione sociale umana o della civiltà si spiega con il fatto che Dio creò e formò l’uomo in una forma che può vivere e sopravvivere solo con l’aiuto del cibo. Ha guidato l’uomo ad un desiderio naturale di cibo e ha instillato in lui il potere che gli permette di ottenerlo.

Attraverso la cooperazione, le esigenze di un certo numero di persone, molte volte superiori al proprio numero, possono essere soddisfatte. Sfortunatamente, l’aggressività è naturale negli esseri viventi, così che quando l’umanità ha raggiunto l’organizzazione sociale, e quando la civiltà nel mondo è diventata un fatto, le persone hanno bisogno di qualcuno che eserciti un freno moderatore e li tenga separati.

La persona che esercita un freno moderatore (wāzi‘), quindi, deve essere uno di loro. Egli deve dominarli e avere autorità e potere su di loro, per impedire agli uomini di combattersi. Questo è il vero significato della regalità secondo Ibn Khaldūn.

Una pagina di un manoscritto ottomano arabo del Secretum Secretorum attribuito ad Aristotele, libro a lungo citato da Ibn Khaldūn

Analogie con Hobbes I presupposti di Ibn Khaldūn sulla nascita e lo sviluppo della società umana non sono dissimili da quelli di Thomas Hobbes: l’umanità vive in uno stato naturale di violenza e di opposizione reciproca; è necessario un freno moderatore e colui che esercita questa funzione diventa il capo dello Stato, sostenendo la sua autorità con il sentimento di ‘asabiyyah o spirito di gruppo.

Lo spirito di gruppo è particolarmente forte nelle civiltà badawī mentre la sua forza si allenta nella civiltà hadarī. In ogni caso ci sono almeno tre tipi di ‘asabiyyah. Il primo di tutti è la ‘asabiyyah fondata sul vincolo di sangue (silat ar-rahim), elemento fondamentale della primitiva società beduina. È questa consanguineità (luhma, iltihām) che muove istintivamente l’uomo a soccorrere nell’offesa e difesa il suo vicino. Il vincolo di sangue è l’unico tipo di ‘asabiyyah che può essere ottenuta indirettamente attraverso i legami artificiali di alleanza (hilf) e clientela (walā’).

Anche se alleanza e clientela sono ‘asabiyyah di secondo rango e grado, riescono a mettere nuova forza nel quadro tribale, rafforzando i legami interni della cooperazione. Attraverso lo spirito di gruppo l’originale regime badawī di vita diventa un più avanzato e complesso regime hadarī. Così, lo spirito di gruppo è necessario anche per rafforzare i legami interiori di uno stato, rendendolo una struttura potente e temuta, in grado di difendersi e di attaccare.

L’ultimo risultato del meccanismo sociale e politico di ‘asabiyyah è l’autorità politica per le persone che non possono persistere in uno stato di anarchia e senza un sovrano che le tenga separate. Pertanto, hanno bisogno di una persona per trattenerli. Egli è il loro governante. Come richiesto dalla natura umana, deve essere un governante energico, che esercita l’autorità. A questo fine, lo spirito di gruppo è assolutamente necessario, perché le azioni di offesa e di difesa possono avere successo solo con il supporto dello spirito di gruppo. L’autorità regale di questo genere è una nobile istituzione, nella visione di Ibn Khaldūn, oggetto di tutti i desideri e degna di essere difesa. Niente del genere può realizzarsi senza lo spirito di gruppo.

Anche la religione è sottomessa alle leggi dello spirito gruppo. La condizione naturale degli esseri umani non ha bisogno di religione e lo stato potrebbe essere risolto senza religione. La religione è comunque necessaria per governare meglio la società. Lo stesso Profeta Muhammad riuscì a fare trionfare l’Islam perché era sostenuto dal forte spirito di gruppo degli emigranti della Mecca e degli aiutanti di Medina.

L’immagine di Ibn Khaldun sulla banconota da 10 dinari tunisini

Tre tipi di autorità Ibn Khaldūn studiò profondamente le caratteristiche del potere politico. Esistono tre tipi di autorità regale o sovranità (mulk): il regno naturale (mulk tabī‘ī), pura autocrazia tirannica; il regno politico o razionale (mulk siyāsī), corrispondente allo stato secolare e mondano, governato in accordo con i principi razionali; e infine il califfato (khilāfa) il che equivale a un mulk razionale e politico la cui legislazione è ciononostante di origine divina e rivelata. Il successore del Profeta legislatore, il califfo (khalīfa), è pienamente impegnato a difendere e attuare questa legislazione perfetta. Il califfato è la forma perfetta di autorità regale; ma nella società attuale la sovranità naturale nei casi migliori e, nel peggiore dei casi, la tirannia predomina.

La base dell’autorità regale non è più la ragione e la morale, ma la forza: l’autorità regale richiede superiorità e forza, che esprime l’animalità irascibile della natura umana. Ma la forza può trasformare la giusta sovranità in tirannia, mentre, al contrario, il regno non può resistere e resistere senza giustizia. In realtà, la giustizia è il fondamento stesso del governo e della sovranità.

I principi di giustizia possono essere intesi in Ibn Khaldūn come il contrario di ingiustizia. Per ingiustizia (zulm) non bisogna intendere solamente la confisca del compenso o di altri beni dalle loro proprietà, senza indennizzo e senza motivo. È questa l’interpretazione più comune ma si tratta in realtà di qualcosa di più generale. Chi prende la proprietà di qualcuno, o lo fa lavorare per forza o pretende da lui qualcosa di più di quanto deve, o lo sottopone ad una obbligazione illegale, commette un’ingiustizia verso quella persona particolare. Le persone che riscuotono tasse ingiustificate commettono un’ingiustizia. Quelli che attaccano il diritto di proprietà sono ingiusti. Quelli che spogliano gli altri dei loro beni sono ingiusti. Quelli che conculcano i diritti del popolo sono ingiusti. Quelli che in generale prendono con la forza i beni altrui, sono ingiusti. Ed è lo stato a patirne, poiché tutto ciò rovina la civiltà che è la sostanza stessa dello stato. C’è un’utopia retrospettiva in Ibn Khaldūn. L’epoca di Medina e il primo califfato sono state le più perfette società umane mai esistite, mentre il suo stato contemporaneo è stato irrimediabilmente segnato da ingiustizia e violenza.

La casa natale di Ibn Khaldūn nella medina di Tunisi

Il valore della Storia L’utopia retrospettiva di Ibn Khaldūn si fonda su una visione della storia altamente realistica e pessimistica. Questo realismo ha portato il pensatore arabo a mettere la storia al centro della sua Weltanschauung.

Come egli scrisse:

Nella sua anima interiore, la storia è la speculazione e la verifica della verità, la spiegazione accorta delle cause e delle origini delle realtà esistenti, e la profonda conoscenza di come e perché gli eventi si verificano. In questo senso, la storia è fortemente radicata nella filosofia (hikmah) e deve essere intesa come una scienza filosofica.

Nella filosofia della storia di Ibn Khaldūn, gli stati sono condannati a un declino naturale e alla morte come i corpi umani. Gli stati declinano a causa dell’allentamento dei legami con le ‘asabiyyah e perché i re e i governanti non sono più abituati ad agire con la giustizia e diventare tiranni. Da un lato, il lusso e la civiltà mettono a repentaglio e distruggono la sana purezza dei costumi badawī mentre la società urbana perde il suo vigore e cede all’inattività e alle spese sfrenate. D’altra parte, i governanti trasformano lo stato in loro proprietà e interferiscono nel processo produttivo trasformando l’economia di mercato in una proprietà privata. Così, tutte le buone qualità del buono stato incontaminato svaniscono.

Il processo ciclico della storia consiste nella transizione dalla civiltà rurale (badawī) alla civiltà urbana (hadarī), e di nuovo al badawī e di nuovo al hadarī. Il processo non è del tutto negativo e ripetitivo, però, perché le conquiste della civiltà delle precedenti fasi hadarī non sono del tutto perse. Una sorta di evoluzione nella storia sta funzionando anche se Ibn Khaldūn non prevedeva una fine definitiva.

Averroè, particolare dell’Apoteosi di San Tommaso di Andrea di Bonaiuto (1365-67, Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella, Firenze)

Machiavelli e Averroè L’eredità significativa e costruttiva di Ibn Khaldūn può essere apprezzata grazie al grande successo che il suo pensiero gode nel pensiero arabo contemporaneo.

Non solo ha compreso le dinamiche dell’evoluzione sociale e politica nel mondo arabo; non solo ha suggerito una nuova metodologia per analizzare la storia. Ibn Khaldūn fornisce le chiavi per predire i futuri sviluppi delle società arabo-musulmane. Molti studiosi arabi studiarono dal punto di vista teorico il suo pensiero. Considereremo qui solo due di essi: gli storici marocchini ‘Abdallah Laroui e Muhammad ‘Abid al-Jābirī.

Nella visione di Laroui (Islam et modernité. Paris, 1986) è possibile trovare un terreno comune tra Ibn Khaldūn e Niccolò Machiavelli, perché la loro caratteristica comune è stata quella di aver superato – ognuno di loro nel proprio ambiente culturale – la dicotomia metodologica tra analisi ideale e descrizione fattuale. Gli atti umani non sono il risultato della ragione, ma delle leggi storiche necessarie. Nonostante questa limitazione, essi possono essere trattati dalla ragione. Non sono razionali, ma possono essere razionalizzati. Lo studio della società attraverso la storia e lo studio della politica interagiscono, perché la politica è il nucleo della società e la società è l’oggetto principale dell’indagine storica.

Questo è il motivo per cui Ibn Khaldūn e Machiavelli sono stati spesso confrontati. Ibn Khaldūn è radicalmente pessimista sulla sua coeva realtà politica, anche se cerca di razionalizzare i dati politici e storici. Una caratteristica essenziale divide i due pensatori, tuttavia. Mentre Ibn Khaldūn mantiene una sostanziale visione religiosa, Machiavelli è dell’opinione che la religione sia un ostacolo alla gestione del potere. Un terreno metodologico comune può essere individuato; e questo è molto utile nella prospettiva del pensiero politico islamico contemporaneo. Da questo punto di vista, Laroui sostiene che Ibn Khaldūn sia utile per la mente araba sia per ricostruire la scienza della storia che per porre le basi per il secolarismo nello stato con una forte consapevolezza della relatività del tempo.

Quanto a ‘Abid al-Jābirī (Introduction à la critique de la raison arabe. Paris 1994) egli ritiene che Ibn Khaldūn debba essere inserito nella tradizione filosofica razionalista andalusa-magrebina, il cui principale rappresentante è stato Ibn Rushd (Averroè). Ibn Khaldūn faceva parte di una tradizione che voleva fare della storia una scienza basata sulla dimostrazione razionale per scoprire le proprietà naturali della civiltà. Inoltre, la scoperta del pensatore magrebino è essenziale per il progetto riformista di ragione araba che deve recuperare il proprio orientamento alla modernità.

Massimo Campanini

Bibliografia Ibn Khaldūn, The Muqaddimah. An Introduction to History, traduzione. inglese a cura di Franz Rosenthal, New York 1958 / Princeton 1967.Ibn Khaldūn, Discours sur l’histoire universelle, traduzione francese a cura di Vincent Monteil, Bayrūt 1967-1968.Massimo Campanini, Ibn Khaldūn e la Muqaddima. Passato e futuro del mondo arabo. Edizioni La Vela, 2019.N. Nassar, La pensée realiste d’Ibn Khaldoun. Paris 1967.Mohammed, Ibn Khaldoun et l’Histoire. Tūnis 1973.G. Turroni, Il mondo della storia secondo Ibn Khaldūn. Roma 2002.

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La Chiesa magnifica e corrotta di Clemente VII

La Congiura dei Pazzi e la riforma luterana, il Sacco di Roma e gli affreschi della Cappella Sistina, la scomparsa della Veronica e le guardie svizzere, Machiavelli, Erasmo da Rotterdam, Tommaso Moro, Savonarola, Cellini, Michelangelo e Maramaldo, Pasquino e i frati cappuccini, lo scisma anglicano e Pietro Aretino, il Concilio di Trento, i monti di pietà, la crociata contro i turchi e la scoperta dell’America.

Papa Clemente VII ritratto da Sebastiano del Piombo. ca. 1531, Paul Getty Museum, Los Angeles, CA, USA

Si è occupato di tutto, Giulio dei Medici in arte Clemente VII: papa multitasking con un piede nel Medioevo e l’altro nel Rinascimento, è stato il Forrest Gump del Cinquecento, vivendo da protagonista tutti gli eventi più importanti che hanno segnato la sua epoca: ha commissionato il Giudizio Universale a Michelangelo e fondato le prime diocesi del Messico, ha fatto il doppio gioco nelle guerre tra il re di Francia e l’imperatore e cercato di convincere Enrico VIII a riprendersi Caterina d’Aragona mentre Roma veniva devastata dai lanzichenecchi, ha lasciato che il cattolicesimo andasse in frantumi e lavorato tutta la vita per riportare Firenze sotto il dominio dei Medici.

Ha incarnato meglio di chiunque altro una Chiesa bella e malvagia, magnifica e corrotta, abiètta e sublime, potente e miserabile, trionfante e decadente, ricca di arte e povera di fede, amica della bellezza e nemica della misericordia, vicina ai potenti del mondo ma lontana da Cristo, tanto accorta nel mantenere equilibri politici quanto distratta riguardo alla dottrina e la spiritualità. Una Chiesa che nell’arco di trent’anni ha guadagnato le più grandi meraviglie dell’arte e dell’architettura ma ha perso i fedeli di mezza Europa.

Già, perché l’unica cosa di cui Clemente VII si è occupato poco e male è di religione. D’altra parte non si può mica fare tutto nella vita, e in fondo la Chiesa – a Giulio – era la cosa che interessava di meno. E nemmeno ne capiva più di tanto: quando lo avevano fatto cardinale aveva dovuto imparare addirittura a dire messa, e la cosa era stata tutt’altro che semplice – aveva confessato – ché non era abituato nemmeno ad andarci a messa, lui. E c’era da capirlo, con tutto quello che aveva da fare: sempre a correre tra Roma e Firenze per trattare, ritrattare, pianificare strategie, matrimoni, rivolte e repressioni, e ancora alleanze, tradimenti, accordi e disaccordi, guerre e pacificazioni.

Dite che per un papa è grave non capire niente di cose di Chiesa? In effetti lo diceva anche Martin Lutero, che lo derideva per la sua ignoranza in teologia. Un’ignoranza che gli aveva impedito di comprendere fino in fondo la portata della riforma dell’agostiniano tedesco. Paradossalmente, dei protestanti se ne era preoccupato di più il laico ma cattolicissimo imperatore, che aveva invocato ripetutamente un Concilio per sanare quello scisma. Un concilio da tenere a Trento – città italiana ma sotto il dominio tedesco, punto di incontro ideale tra papato ed impero – che avrebbe dovuto ascoltare le istanze di Lutero e riportarlo sotto l’obbedienza cattolica.

Ma il papa non lo voleva fare, il Concilio. Temeva che finisse come a Costanza; anche quella volta il Concilio era stato convocato per sanare uno scisma, e il risultato quale era stato? Erano stati deposti tutti i papi contendenti e ne era stato eletto uno nuovo. No, no, Clemente non aveva nessuna intenzione di correre il rischio di essere deposto anche lui, in nome dell’unità della Chiesa. Ne aveva già troppi di nemici, che non vedevano l’ora di farlo fuori, e che continuavano ad accampare qualsiasi pretesto per tirarlo giù dal trono; a cominciare dalla sua nascita – ehm – non troppo regolare.

Già perché i genitori non erano sposati, e il padre non l’aveva riconosciuto, anche perché non aveva fatto in tempo nemmeno a conoscerlo! Giuliano dei Medici era morto un mese prima che il figlio nascesse – il 26 aprile 1478 – ucciso a tradimento in chiesa durante una celebrazione solenne, nell’episodio più fosco e tragico della storia di Firenze.

Busto di Giuliano de’ Medici, 1475-1478, raffigurato con l’armatura indossata nella Giostra di Piazza Santa Croce (attrib. Andrea del Verrocchio o bottega, 1475-1478 ca., National Gallery of Art, Washington D.C., USA)

La congiura dei Pazzi Giuliano dei Medici era il fratello minore di Lorenzo il Magnifico e nel 1469, ad appena quindici anni di età, si era trovato a capo della Signoria. Aveva svolto delicate missioni diplomatiche per conto del fratello e partecipato – romantico cavaliere – ad una celebre giostra in piazza Santa Croce per aggiudicarsi il ritratto della bella Simonetta Vespucci.

Non si era mai sposato, Giuliano, ma era innamorato della figlia di un corazziere: Fioretta Gorini, che era incinta di otto mesi quando quella tragica mattina Francesco de’ Pazzi e Bernardo Baroncelli erano venuti a Palazzo Medici a prendere Giuliano per scortarlo alla messa in Santa Maria in Fiore, visto che il nostro non si sentiva bene a causa di un’infezione alla gamba. Lo avevano abbracciato con affetto – in realtà per controllare che non indossasse la cotta di maglia e fosse disarmato – e poi, nel momento più sacro della funzione, lo avevano pugnalato alla schiena e gli avevano fracassato la testa, abbandonandolo in un lago di sangue.

Lorenzo, però, era riuscito a salvarsi dal massacro e aveva vendicato il fratello scatenando le ire del popolo sui congiurati, che erano stati linciati e impiccati tutti, compreso l’arcivescovo di Pisa. Il mandante, invece, se ne era rimasto tranquillo in Vaticano: Sisto IV della Rovere aveva scomunicato i Medici e dichiarato guerra a Firenze. Una guerra combattuta per due anni e da cui era uscito umiliato e sconfitto.

Intanto il 26 maggio 1478 era nato Giulio, che il magnifico zio aveva affidato alle cure del celebre architetto Antonio da Sangallo.

Il giovane Giuliano de’ Medici raffigurato da Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi (Firenze)

Il trauma di non aver mai conosciuto un padre ucciso durante la messa per ordine del Papa, aveva fatto crescere Giulio col rancore per la Chiesa e sete di riscatto. Nel nome del padre tutta la sua vita era stata orientata dal bisogno di vendicare il torto subito, e la scalata in Vaticano, agguantare il trono di Sisto e restituire alla sua famiglia l’antico splendore era forse l’unico modo per onorarne davvero la memoria.

Cresciuto da Lorenzo insieme a suo figlio Giovanni, Giulio ne aveva seguito lo stesso percorso di studi, e lo aveva accompagnato anche a Roma quando – nel 1492 – era stato creato cardinale.

Un anno cruciale, quello: la data convenzionale che identifica la fine dell’Età medievale e anche l’anno che vedeva Cristoforo Colombo approdare nel nuovo continente. A Roma diventava papa Alessandro VI Borgia, e a Firenze moriva Lorenzo il Magnifico, segnando la fine di un’epoca e l’inizio del declino dei Medici.

Piero il fatuo, figlio primogenito di Lorenzo, in pochi mesi aveva fatto solo danni: non era riuscito a mandare in porto l’alleanza con il papa e si era inimicato cittadini e artisti di Firenze (era arrivato a umiliare Michelangelo commissionandogli un pupazzo di neve), quando poi si era inchinato di fronte al passaggio del re di Francia Carlo VIII baciandogli le scarpe, la città si era ribellata e Girolamo Savonarola lo aveva cacciato instaurando una repubblica popolare e teocratica.

Anche Giulio, come tutti i membri della sua famiglia, era stato costretto a lasciare Firenze e si era rifugiato prima a Bologna, poi a Pitigliano e infine a Città di Castello, in Umbria. Infine si era trasferito a Roma, al seguito del cugino e qui si era innamorato di una cortigiana che gli aveva dato un figlio, bastardo come lui: Alessandro, spacciato per un nipote e destinato a diventare duca di Firenze.

I Medici in Vaticano Con il cardinale Giulio era partito, in incognito, per un lungo e avventuroso viaggio attraverso l’Europa che li aveva portati a Venezia, in Baviera e infine a Ulm, dove erano stati arrestati e spediti all’imperatore Massimiliano che li aveva liberati e mandati nelle Fiandre, dove erano stati ospiti dell’arciduca; poi si erano diretti verso l’Inghilterra ma a Rouen erano stati di nuovo arrestati e liberati solo grazie all’intervento di Piero dei Medici, che li aveva richiamati a Firenze.

Dopo la morte di Piero la responsabilità della casata era passata a Giovanni, che aveva impegnato Giulio in azioni diplomatiche e militari volte a far tornare i Medici al potere. Quegli anni avevano visto Giulio sul campo di battaglia, poi prigioniero, fuggiasco, travestito da pellegrino per incontri segreti, corrispondenze altrettanto occulte con lettere portate da un contadino che se le nascondeva fin dentro “le più segrete parti della sua persona” e le recapitava nascondendole nella buca del cimitero.

Giulio de’ Medici nelle vesti di cardinale (a sinistra); al centro papa Leone X e a destra il cardinale Luigi de’ Rossi (Raffeallo Sanzio, 1518-19, Galleria degli Uffizi, Firenze)

Nel 1513 era morto papa Giulio II e al conclave iniziato il 21 febbraio era stato eletto proprio il cugino Giovanni dei Medici, che aveva scelto il nome di Leone X, e lo aveva subito nominato arcivescovo di Firenze e cardinale. Giulio, che si trovava più a suo agio con la spada che con il pastorale, aveva dovuto prendere ripetizioni di liturgia: “Dovendo servir messa al papa – scrive in una lettera al nipote Lorenzo – come poco pratico m’è bisognato studiare”.

L’essere figlio illegittimo, in realtà, avrebbe potuto invalidare entrambe le nomine, ma Leone aveva stabilito – istruendo un vero e proprio processo con tanto di testimonianze – che Giuliano aveva sposato in segreto la madre di Giulio – il quale, di conseguenza, diventava un Medici a tutti gli effetti per decreto pontificio. Dopodiché lo aveva riempito di rendite e benefici assicurandogli un’enorme ricchezza e altrettanto prestigio. Basti pensare che oltre a Firenze gli aveva assegnato l’amministrazione di altre otto diocesi in tutta Europa e tre abbazie tra Italia e Francia. Ed era diventato anche cardinale protettore dell’Inghilterra con il preciso obiettivo di rafforzare il rapporto della Santa Sede con Enrico VIII per scongiurare il pericolo che l’Italia potesse fare le spese di un’eventuale alleanza tra Spagna e Francia.

Nel frattempo anche Francesco I aveva offerto a Giulio il ruolo di cardinale protettore del suo regno. Tenere il piede sulle due staffe della Manica, però, era diventato presto imbarazzante. “Francesco dice di non si potere interamente fidare di noi, mentre che terremo la protectione di Inghilterra” scrive in una lettera del 29 marzo 1517.

Vescovo e Signore di Firenze A Firenze, come vescovo, aveva tentato di ricomporre le fratture tra i Medici e i discepoli di Savonarola, ma alla fine era stato costretto a vietare a chiunque di predicare senza licenza proibendo severamente anche la diffusione di profezie.

Per difendersi dalle mire espansionistiche di Milano lavorava – per conto di Leone X – ad una sempre più stretta alleanza militare con la Svizzera, che dal 1506 aveva un suo contingente di soldati mercenari in servizio in Vaticano, ma soprattutto al rapporto di simbiosi tra Firenze e Roma.

Essendo questi due membri in un solo corpo – scriveva al cugino Lorenzo – rompere l’asse sarebbe stato “peccato in spirito santo”.

Giulio si faceva sempre mediatore nella guerra e nei trattati tra il papa e il re di Francia, accompagnando l’uno e l’altro ai colloqui di pace. “Uomo di gran maneggio e di grandissima autorità” (come lo definì il veneziano Marco Minio in una lettera) continuava la sua scalata ai vertici della Chiesa fino a diventare a tutti gli effetti il braccio destro del papa. Aveva cercato di convogliare le energie dei sovrani europei nella crociata contro i turchi e si era interessato molto più alla successione imperiale che allo scisma luterano.

D’altra parte la sua ignoranza in materia teologica gli impediva di capire la pericolosità delle dottrine di Lutero, e Giulio l’aveva trattata come una mera questione politica: la Sassonia, in definitiva, andava ricondotta all’obbedienza romana e in cambio il papa avrebbe appoggiato il suo elettore come candidato alla successione imperiale.

A Roma aveva a servizio tra gli altri Pietro Aretino, celebre per i suoi poemi licenziosi e per le Pasquinate, ispirate ai biglietti satirici lasciati sul collo della celebre statua di Piazza Navona, che gli costeranno un giorno l’esilio.

Intanto a Firenze Lorenzo era morto e la caotica situazione politica era stata presa in mano dallo stesso Giulio, che si era trovato così – al tempo stesso – vescovo e signore di Firenze. In questa veste aveva chiamato Machiavelli, che tra il 1519 e il 1520 aveva scritto la storia della città e il Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze.

L’impero asburgico di Carlo V (mappa di Barjimoa)

Carlo V, il sovrano di un impero dove non tramontava mai il sole In Germania, nel frattempo, a dispetto delle brighe di Giulio era stato eletto Carlo V, destinato a diventare il sovrano più potente d’Europa, il capo di un impero – come si diceva – dove non tramontava mai il sole.

Carlo era nato a Gand – nell’attuale Belgio – dal matrimonio combinato più passionale della storia: quello tra Filippo d’Asburgo, erede dell’imperatore Massimiliano, e Giovanna la pazza, i cui genitori erano Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia.

Le nozze tra la figlia dei sovrani di Spagna e il rampollo della famiglia imperiale puntavano all’unione dinastica delle famiglie più potenti d’Europa; tra i due giovanissimi eredi – però – a sorpresa era scoppiato subito un amore tormentato e passionale, segnato da affetto profondo e gelosia feroce, morbosità e dipendenza reciproca. Non c’era stato nulla di forzato, dunque, nel concepimento di Carlo, che si era ritrovato tra le mani un dominio che andava dai Paesi Bassi alla Spagna, dal nord Italia imperiale al sud aragonese, dall’Austria e la Germania alle colonie in America.

Il Vaticano non poteva che guardare con preoccupazione e ostilità a tanto potere che finiva per stringere Toscana e Stato Pontificio in una morsa potenzialmente fatale. È vero anche che, in una simile situazione, Carlo era meglio tenerselo buono, tanto più che il re di Francia si teneva stretto il dominio della Lombardia impedendo l’avanzata del papato sui ducati padani.

Intanto Giulio continuava a fare da pendolare tra Roma e Firenze, impegnato da una parte a mantenere la Repubblica toscana nelle mani della sua famiglia, e dall’altra ad assistere il cugino nel governo della Chiesa, che doveva fronteggiare l’avanzata dei luterani. Tutto questo mentre papa Leone se ne andava a caccia con una scorta di 1500 soldati.

Ritratto di Adriano VI, papa dal 31 agosto 1522 al 14 settembre 1523 (Jan van Scorel, ca. 1523, Centraal Museum di Utrecht)

L’ultimo papa straniero Il 1 dicembre 1521 Leone X moriva dopo un’improvvisa malattia. Suo erede ed esecutore testamentario, Giulio appariva anche come il naturale successore: era entrato in Conclave decisamente papa e ne era uscito – come recita il proverbio – cardinale. Francesco I era arrivato addirittura a minacciare uno scisma nel caso di una sua elezione, e alla fine era stato lo stesso Giulio a far convogliare i voti sull’olandese Adriano di Utrech, che sarà l’ultimo papa a mantenere il proprio nome di battesimo e anche l’ultimo papa straniero per 450 anni.

Nel corso del breve pontificato di Adriano VI il cardinale dei Medici era riuscito a conquistarne la fiducia diventando il suo più stretto collaboratore e il grande artefice della sempre più solida alleanza con Carlo V, che iniziò per tempo a lavorare sul Conclave del 1523, ancora una volta lungo e combattuto. Grazie ad una meticolosa tessitura di alleanze e ad impegni sottoscritti prima dell’elezione, Giulio era riuscito a portare dalla sua i cardinali più giovani, i Colonna, gli inglesi, e il 23 novembre era stato finalmente eletto papa a 45 anni di età. Un primato, perché dopo di lui nessuno sarà più eletto così giovane.

Papa Clemente Ha scelto il nome Clemente perché clemenza ha assicurato ai suoi vecchi nemici, inaugurando una stagione di pace; almeno all’interno del collegio cardinalizio, perché al di fuori i venti di guerra spirano sempre più forti e le sorprese non mancheranno.

Clemente VII ritratto da Sebastiano del Piombo (1526 ca., Museo di Capodimonte)

A differenza di suo cugino che rivendicava la volontà di “godersi” il pontificato che Dio gli aveva regalato, Clemente si impegna anche in una moralizzazione del clero, la cui corruzione è stata la causa principale del successo della riforma luterana. Al nunzio apostolico in Germania dà ampi poteri per correggere e riformare i costumi della Chiesa tedesca mentre in Italia costituisce un’apposita commissione di cardinali, imponendo la stretta osservazione dell’abito ecclesiastico, con l’obiettivo di dare alla Curia di Roma un aspetto più severo che la metta al riparo dalle accuse di mondanità e corruzione. Non solo, ma inizia a tagliare privilegi e benefici anche ai vescovi ai quali, per proteggerne la vita religiosa, rifiuta di concedere più di due diocesi. Cerca un risanamento delle casse del Vaticano evitando i tradizionali abusi e promuove persino una visita pastorale della diocesi e la costituzione di un Monte di pietà, ovvero una banca etica ante litteram.

Considerato una creatura dell’imperatore, Clemente ha in realtà ripreso subito una politica di doppiogioco o – secondo il suo punto di vista – di neutralità, offrendo al re di Francia il suo contributo nella lotta contro i turchi e rifiutandosi al contempo di schierarsi al fianco di Carlo V nella guerra del Sacro Romano impero contro la Francia.

Si è poi schierato apertamente contro la proposta dell’imperatore di convocare un Concilio per affrontare la questione luterana e la riforma della chiesa tedesca. E se Lutero irride la sua ignoranza in materia di teologia, Clemente gli contrappone il più grande intellettuale cristiano al mondo: Erasmo da Rotterdam.

Erasmo condivide molte posizioni luterane, come ad esempio la critica alle indulgenze e la necessità di un ritorno allo spirito originario del cristianesimo, ed è stimatissimo da Martin Lutero. A dividerli è invece la dottrina sul libero arbitrio, negato energicamente dal padre del protestantesimo e difeso da Erasmo con il celebre De libero arbitrio pubblicato nel 1524, sette anni dopo l’affissione delle 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg.

Intanto l’asse diplomatico di Clemente si sposta sempre di più verso la Francia, suscitando le ire di Carlo che – pure – non se la prende tanto con il papa “per la cui elezione – rinfaccia – ho speso tanti soldi” quanto piuttosto con i suoi consiglieri. Tuttavia, quando l’esercito francese viene sconfitto a Pavia, il papa cambia prontamente bandiera riavvicinandosi – ancora una volta – a Carlo V.

Se da cardinale era conosciuto come un abile uomo politico, da papa Clemente VII diventa noto proprio per i suoi continui tentennamenti e i repentini cambi di casacca.

Tra una trattativa e l’altra trova comunque anche il tempo per convocare il Giubileo del 1525 (che si rivela, però, un fiasco totale, anche a causa della peste) e per approvare l’Ordine dei frati minori Cappuccini, il terzo a nascere nel francescanesimo dopo quello originario dei conventuali, e quello dei “ribelli” Osservanti.

Il sacco di Roma Nel giugno del 1526 Clemente scrive una lettera durissima a Carlo V per spiegare i motivi della sua adesione alla lega anti imperiale, in cui elenca accuse e torti subiti. Appena dopo averla spedita, però, si pente e ne scrive un’altra, molto più moderata. Purtroppo a destinazione arriva solo la prima lettera. E Carlo la prende malissimo: a settembre scrive alle cancellerie di tutta Europa accusando il papa di non comportarsi come padre della cristianità e chiede ai cardinali di convocare il Concilio. Poi avvia la sua spedizione in Italia mentre il papa invoca inutilmente l’intervento degli alleati.

Gli acerrimi nemici Colonna ne approfittano per sferrare un attacco contro il papa e cercare di deporlo. Clemente se la vede molto brutta e ricomincia a trattare con Carlo. L’accordo di pace sembra andare a buon fine, ma quando pare che stiano per arrivare aiuti dalla Francia, Clemente si ringalluzzisce, e mette in atto l’ennesimo voltafaccia mandando a monte l’accordo di pace, poi ci ripensa e il 29 marzo firma l’armistizio, ma è ormai troppo tardi: le truppe dei lanzichenecchi sono in marcia su Roma, e niente può più fermarli: né il denaro offerto dal papa e dai fiorentini né gli ordini dello stesso Carlo V.

Lanzichenecchi in parata, Daniel Hopfer, ca. 1530

L’imperatore è lontano, ed è cattolico. I lanzichenecchi sono protestanti: sono mercenari di origine contadina, celebri per la loro crudeltà. Sono fuggiti dalla povertà e sono esausti, affamati, l’unica forma di pagamento che gli viene riconosciuta è il saccheggio e provano un odio feroce verso la Chiesa Cattolica. A comandarli è il tirolese Georg von Frundsberg e la sua ferma intenzione – confida al segretario – è occupare la città e impiccare con le sue mani Clemente VII.

Partiti da Trento il 15 novembre 1526 iniziano una inarrestabile discesa verso Roma. Marciano per giorni in mezzo al fango e al freddo, senza stipendio e con scorte di cibo insufficienti. Già a marzo si registrano i primi episodi di ammutinamento. Proprio mentre cerca di calmarli e ristabilire la disciplina von Frundsberg viene colpito da un ictus che lo costringe a tornare a casa lasciando il suo esercito in preda a una sostanziale anarchia.

Quando vengono raggiunte dal viceré di Napoli Lannoy che annuncia l’accordo tra Clemente e Carlo V, le truppe rifiutano di fermarsi. Il 5 maggio 1527 in 35mila arrivano a Roma, trovando una difesa di appena 5mila soldati. Il giorno dopo inizia l’assedio delle mura, che vede protagonisti anche il mercenario napoletano Fabrizio Maramaldo. Entrati in città, i lanzichenecchi si abbandonano al saccheggio e alla violenza partendo da Borgo Vecchio e dall’ospedale di Santo Spirito, con una brutalità inaudita e anche gratuita. Vengono profanate tutte le chiese, rubati i tesori e distrutti gli arredi sacri. Le monache vengono violentate, così come tutte le donne strappate alle loro case. Sono devastati i palazzi dei prelati e dei nobili, con l’eccezione di quelli fedeli all’imperatore. Le strade sono disseminate di cadaveri e percorse da bande di soldati ubriachi che si trascinano dietro donne e bottini.

Nel corso del saccheggio scompare anche la Veronica: il telo in cui era impresso il volto di Gesù, che era stata la reliquia più venerata a Roma nel Medioevo.

Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra – scrive Francesco Guicciardini nella sua Storia d’Italia – aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de’ soldati (che furono le cose più vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dí seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari, oro, argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore.

Alla fine il bilancio è di 20mila persone uccise, mentre 10mila si danno alla fuga e 30mila muoiono di peste.

Le Guardie svizzere difendono Clemente VII dai lanzichenecchi entrati in San Pietro. Il papa si salverà attraverso il corridoio segreto che collegava la Città del Vaticano con Castel Sant’Angelo (dipinto di Francisco J. Amérigo, 1884. Museo del Prado, Madrid)

Le truppe fanno irruzione anche nella basilica di San Pietro dove il papa si è ritirato in preghiera. Da qui – attraverso il passetto – viene portato nella fortezza di Castel Sant’Angelo mentre 189 Guardie svizzere si fanno trucidare per difendere la sua fuga. Se ne salveranno solo 42; con quel gesto di estremo sacrificio, le Guardie svizzere si guadagneranno il ruolo di difensori personali del papa.

La resa è umiliante: Clemente è costretto a chiedere a Benvenuto Cellini di fondere insieme i gioielli del tesoro papale e a chiedere prestiti a banchieri genovesi e tedeschi per pagare il riscatto. Il papa è prigioniero mentre a Firenze scoppiano rivolte e ad Avignone i cardinali decidono il futuro della Chiesa.

Il 25 settembre si scatena un nuovo sacco della città, ancora più violento. Solo il 26 novembre si arriva all’accordo di pace, per pagare il quale il papa mette in vendita persino i posti da cardinale. Ancora una volta Carlo chiede la convocazione di un Concilio, promettendo al papa che non sarà deposto. Ma Clemente nicchia, e la notte tra il 6 e 7 dicembre fugge a Orvieto travestito da ortolano. Qui appare “con una barba lunga e candida, sempre malinconico”. Si dice che la barba si fosse imbiancata completamente in tre giorni, come conseguenza dello shock.

Il mancato Concilio di Trento Negli anni successivi continua il suo tira e molla con Carlo: Clemente stipula accordi con l’imperatore e poi anche con i suoi nemici, torna da lui e se ne allontana di nuovo a seconda di come si muove lo scacchiere internazionale.

Ritratto di Alessandro de’ Medici di Agnolo Bronzino 1565-1569 ca. (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Intanto nomina cardinale suo nipote Ippolito dei Medici, designandolo come suo erede tanto sul trono di Pietro quanto su quello di Firenze. Il figlio Alessandro, invece, lo dà in sposo a Margherita, figlia di Carlo V, che incorona solennemente imperatore a Bologna nel febbraio del 1530.

Subito dopo l’imperatore ricomincia a fare pressioni per la convocazione del Concilio ma Clemente esita e prende tempo. Nel 1532 sembra che lo scisma possa ancora essere ricomposto e i principi luterani mandano a Roma una serie di richieste per tornare nella Chiesa Cattolica: comunione sotto le due specie, abolizione del celibato dei preti, convocazione – ancora una volta – del Concilio.

E ancora una volta Clemente fa finta di niente, lasciando che si allarghi il fossato che divide cattolici e protestanti. Il papa è ancora convinto che la soluzione allo scisma non sia religiosa ma politica: non è lui ma l’imperatore a dover ricondurre all’obbedienza i principi protestanti. Se ci riuscirà promette che convocherà questo benedetto Concilio. Si farà – dice – si farà il Concilio, ma il ritorno dei luterani sotto Roma sarà il punto di partenza, non quello di arrivo, sarà il presupposto non l’obiettivo.

Ma Carlo perde la pazienza e lo mette spalle al muro: o convoca una volta per tutte il Concilio, oppure dichiara apertamente di non volerlo.

Un paio di tedeschi ubriachi metteranno il concilio e il mondo intero sottosopra sbotta Clemente Ma lasciateli fare! Io me ne vado sui monti, e poi scelgano pure nel Concilio un nuovo papa, anzi una dozzina di papi, poiché ogni nazione vorrà il suo.

Poi annuncia ufficialmente la convocazione del Concilio di Trento. Al quale però si oppone – guarda caso – il re di Francia Francesco I, al cui figlio Enrico d’Orléans, Clemente promette in sposa la nipote Caterina. Intanto un altro scisma destinato a spaccare ulteriormente la Chiesa si sta consumando in Inghilterra. E anche qui Clemente non fa che perdere e prendere tempo, tirarla per le lunghe mentre la Storia corre e gli passa avanti.

Il ritratto di Enrico VIII, copia dell’opera perduta di Hans Holbein il Giovane, 1536 ca.

Enrico VIII e lo scisma anglicano Il re d’Inghilterra Enrico VIII da anni cerca un pretesto per separarsi dalla moglie Caterina d’Aragona che non riesce a dargli un figlio maschio, e si è invaghito di Anna Bolena che tratta già come sua regina e vuole sposare a tutti i costi.

Salito al trono d’Inghilterra a soli diciassette anni, Enrico è cattolicissimo, tanto da seguire fino al cinque messe al giorno, salvo che nei periodi di caccia, s’intende: Ubi maior minor cessat.

Agli attacchi alla Chiesa di Martin Lutero lo stesso sovrano inglese – con l’aiuto di Tommaso Moro – ha risposto con il libro La difesa dei sette sacramenti guadagnandosi il titolo di “Defensor Fidei” attribuitogli da papa Leone.

Enrico è un fervente cattolico, sì, ma anche una personalità fragile, facilmente influenzabile da chi gli sta vicino. E quando si è fatto sedurre dalla carismatica e affascinante damigella di Caterina sono iniziati i problemi con Roma. Tanto più che Anna Bolena simpatizza apertamente con Lutero.

Per ottenere l’annullamento del matrimonio Enrico ha trovato un pretesto che gli appare quanto mai credibile: Caterina è la vedova del fratello, e sposare la moglie del proprio fratello è severamente proibito dalla Bibbia, tanto che per celebrare le nozze la coppia aveva dovuto chiedere una speciale dispensa, che era stata concessa da papa Giulio II. Ma può il papa andare contro la Bibbia? Certo che no, e infatti Dio ha punito la coppia privandola di un figlio maschio, quindi evidentemente la dispensa non era valida e di conseguenza non è valido nemmeno il matrimonio.

Semplice no? II matrimonio si annulla e Anna sarà la nuova affascinante regina, pronta a sfornare un erede maschio per il trono inglese. No, in realtà tanto semplice non è, visto che Caterina d’Aragona è la sorella di Giovanna la pazza, ovvero la zia di Carlo V.

Su pressione dell’imperatore, quindi, Clemente ha bloccato il processo di annullamento del matrimonio in corso in Inghilterra, e lo ha spostato a Roma. Insomma se il sacramento che ha unito Enrico VIII e Caterina d’Aragona è valido o meno non potrà deciderlo un qualsiasi tribunale ecclesiastico, ma il papa in persona. Che, ovviamente, si sta prendendo tutto il tempo per pensarci.

La Chiesa non ha mai fretta, si sa. Se poi il papa è Clemente VII, l’unica fretta è quella di riportare i Medici al potere a Firenze: tutto il resto può aspettare, compresi Concilio di Trento, Martin Lutero ed Enrico VIII.

Il re d’Inghilterra, però, è impaziente: il 6 dicembre 1530 manda al papa una lettera in cui lo accusa di essersi sottomesso a Carlo V e Clemente gli risponde il 25 gennaio 1532 ordinandogli di lasciare Anna Bolena e tornare con la sua legittima consorte, in attesa della chiusura del processo di annullamento.

Così, da una parte Carlo V invoca il Concilio, ma i re di Francia e di Inghilterra rispondono picche e il papa fa spallucce. Dall’altra i re di Francia e di Inghilterra spingono per l’annullamento del matrimonio di Enrico VIII trovando l’opposizione di Carlo V e il papa che fa spallucce.

Il 15 maggio 1532 viene firmata in Parlamento la sottomissione della Chiesa d’Inghilterra alla Corona e il 28 maggio 1533 il nuovo arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer annulla il matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona e dichiara valido quello con Anna Bolena, scavalcando clamorosamente il pontefice. Clemente reagisce annullando nuovamente il matrimonio e “prenotando” una scomunica per il re. Per capirci: lo scomunica ufficialmente, ma rimanda ripetutamente l’entrata in vigore del provvedimento, nella speranza che il sovrano ci ripensi. Intanto cerca di tenersi buono il re di Francia celebrando personalmente il matrimonio della nipote, avviando incontri segreti, nominando nuovi cardinali francesi e prendendo le distanze dagli Asburgo.

Alla morte di Clemente VII, su Pasquino (frammento statuario del III sec. a.C. tradizionalmente utilizzato dal popolo romano per appendere cartelli satirici) apparve l’immagine del medico pontificio Matteo Curti con questa didascalia: “Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi” (Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo)

Il 14 marzo 1534 Clemente chiude finalmente il lungo processo della Sacra Rota dichiarando definitivamente valido il matrimonio di Enrico con Caterina d’Aragona e ordina per l’ultima volta al Re d’Inghilterra di lasciare la nuova moglie. Ma è decisamente troppo tardi: lo scisma anglicano è ormai una realtà, dall’unione tra Enrico e Anna è già nata Elisabetta e con l’Atto di Supremazia Enrico VIII è diventato formalmente “il capo supremo sulla Terra della Chiesa d’Inghilterra”. È nata la Chiesa anglicana.

La morte Come se Clemente non avesse già abbastanza problemi, i due eredi Ippolito e Alessandro si sono messi a litigare, perché al cardinale Ippolito di fare il cardinale non gliene ne importa proprio nulla e vuole Firenze, che però Clemente ha ora promesso ad Alessandro.

Intanto, nel mese di giugno, arriva anche la malattia che il 25 settembre 1534 lo porta alla morte, a 56 anni di età.

Sembra, in realtà, che non sia stata la malattia ad uccidere Clemente e probabilmente nemmeno l’arsenico nella candela che aveva portato in processione. Il vero assassino, infatti, è un fungo mortale: un’amanita falloide che Giulio ha trangugiato con una certa imprudenza o che gli è stato forse servito a tradimento da un cameriere infedele. Quel che certo è che il medico pontificio Matteo Curti, cospiratore o incompetente chi lo sa, non riesce a salvarlo.

Qualche giorno dopo, sotto la statua di Pasquino, compare una dedica che spiega bene quanto il popolo romano avesse amato il papa fiorentino. Sotto il ritratto dello stesso Curti si legge infatti: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo”.

Arnaldo Casali

Da leggere:Adriano Prosperi, Enciclopedia dei Papi, Treccani, 2000Adriano Prosperi, Tra Evangelismo e Controriforma: G.M. Giberti (1495-1543), Roma 1969Ludwig von Pastor, Storia dei papi dalla fine del Medio Evo, IV, 1-2, Roma 1912Niccolò Machiavelli, Legazioni e commissarie, a cura di S. Bertelli, Milano 1970I ricordi di Michelangelo, a cura di L. Bardeschi Ciulich-P. Barocchi, Firenze 1970J. Hook, The Sack of Rome, London 1972W.E. Wilkie, The Cardinal Protectors of England. Rome and the Tudors Before the Reformation, Cambridge 1974G. Bedouelle-P. Le Gal, Le divorce du roi Henri VIII. Études et documents, Genève 1987A. Chastel, Il sacco di Roma, 1527, Torino 1983A. Frediani, Il sacco di Roma, Firenze 1997.Dizionario storico del Papato, a cura di Ph. Levillain, I, Milano 1996Erasmo da Rotterdam, Il libero arbitrio, trad. di Roberto Jouvenal [con passi scelti di Martin Lutero, Il servo arbitrio], Claudiana, Torino 1969Giuseppe Gagliano, Pace e guerra giusta nella riflessione di Erasmo da Rotterdam, Napoli, La Scuola di Pitagora, 2016Antonio Altomonte, Il Magnifico. Vita di Lorenzo de’ Medici, Castelvecchi, Roma 2013Tobias Daniels, La congiura dei Pazzi: i documenti del conflitto fra Lorenzo de’ Medici e Sisto IV. Le bolle di scomunica, la “Florentina Synodus”, e la “Dissentio” insorta tra la Santità del Papa e i Fiorentini, Edizione critica e commento, Edifir, Firenze 2013G. Dickens, The English Reformation (Londres) (2ème éd. 1989)Francesco Guicciardini, Storia d’Italia, a cura di Ugo Dotti, Collana Biblioteca, Torino, Aragno, 2015Antonio Di Pierro, Il sacco di Roma, Mondadori, 2003Antonio Serrano, Die Schweizergarde der Päpste. Verlagsanstalt, Bayerland, 1992La chiesa fiorentina, Curia arcivescovile, Firenze 1970.Maurizio Gattoni, Clemente VII e la geo-politica dello Stato Pontificio (1523-1534), Città del Vaticano, Collectanea Archivi Vaticani, (49), 2002

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Discorsi intorno al coito

Impotenza e satirismo: illuminante è l’esposizione che ne fa nella sua Practica brevis Giovanni Plateario, magister fiorito nella prima metà del XII secolo.

L’impotenza, scrive il medico salernitano, che la definisce aproximeron, è una condizione morbosa per la quale non si riesce a portare a termine il coito ed è legata a due cause principali: una mortificante freddezza o un eccessivo calore, che attenuano o sopprimono la vis coeundi.

Se è in causa la freddezza, l’intera regione genitale si presenta fredda e areattiva e il malato non riesce ad avere l’erezione perché tutto ciò che è freddo nuoce. Le cause per Plateario vanno ricercate in una dieta fredda, nella brutta stagione e nella coesistenza di altre situazioni morbose come l’artritismo e la depressione.

Se la ragione consiste in un eccesso di calore, il soggetto avverte un abnorme calore sulla regione genitale. La causa dell’impotenza è da ricercarsi in una dieta calda, in una precedente febbre, un soverchio lavoro, nel calore stagionale o in un temperamento bilioso.

La satiriasi o satirismo è definita tout court una smodata erezione del membro virile, legata ad abbondante fumosità che invade i canalicoli penieni e spesso senza diletto. I rimedi ricalcano all’incirca le preparazioni medicamentose citate nel De coitu, ritrovando una qualche conferma empirica, ma nella maggioranza dei casi rimangono frutto di inveterate e superstiziose credenze.

Per l’impotenza, vengono consigliate tra l’altro la ruchetta (Eruca sativa), la pastinaca (Pastinaca sativa), la noce di cocco (Cocos nucifera), lodate peraltro come afrodisiache dal Tractatus de herbis.

Suggeriti ancora il cardamomo, il pepe lungo, la noce moscata, il satyrion: un elettuario a base di orchis mascula, nonché parti di vari animali (testicoli di volpe e cervelli di passeri), antesignani di una più moderna opoterapia.

Per quanto riguarda il satirismo, si insiste sull’uso di diaforetici e refrigeranti, nonché su preparazioni varie a base di ruta, psillio, agnocasto e canfora, che notoriamente raffreddano gli impulsi sessuali.

Il Regimen Sanitatis Salernitanum, l’opera più citata ed edita della trattatistica medica, per ciò che riguarda la sessualità, non appare discostarsi molto dai convincimenti esposti nel trattatello costantiniano.

Come ampiamente noto, il testo è una raccolta di precetti salutari sotto forma di poema, parte in esametri, parte in cosiddetti versi leonini. Precetti, composti e trasmessi oralmente tra l’XI e il XIII secolo, adunati e commentati una prima volta dal medico e alchimista catalano Arnaldo di Villanova, morto nel 1311, e successivamente arricchiti da nuovi e disparati contributi.

Sono massime che spaziano dalla prevenzione all’igiene, fino a vari argomenti di medicina.

Una parte cospicua delle sentenze è dedicata all’alimentazione, di cui si sottolineano virtù e difetti, e a suggerimenti sulla condotta da tenere per vivere bene e allungare gli anni. Sono affermazioni che coincidono con l’exploit della cosiddetta medicina igienico popolare, sorta per contrastare alcune correnti eudemonistico-estetiche e spinte edonistiche, dilagate tra XIII e XIV secolo in un contesto sociale profondamente cambiato (fine del feudalesimo, sviluppo della borghesia, diffusione dei mercati e dei commerci).

La copertina della prima edizione (Venezia, 1480) del Regimen Sanitatis Salernitarum, un trattato didattico in versi latini redatto nell’ambito della Scuola Medica Salernitana nel XII-XIII secolo. È comunemente conosciuto anche come Flos Medicinae Salerni (Il fiore della medicina di Salerno) o Lilium Medicinae (Il giglio della medicina).

Si assiste infatti proprio in età prerinascimentale a una proliferazione di Regimina tale da rappresentare in questi anni, epoca di fermenti e intemperanze, un peculiare genere di letteratura.

Ricordiamo tra questi il De conservanda sanitate del medico Giovanni da Toledo, Le régime du corps del francescano Aldobrandino da Siena, lo Speculum sanitatis ad regem Aragonum di Arnaldo di Villanova, il Regimen sanitatis ad dominum Antonium di Maino de’ Mainieri, il De conservanda vita humana di Bernard de Gordon, il De conservanda sanitate di Pietro Ispano (papa Giovanni XXI), il Regimen peregrinantium di Adamo da Cremona e molte altre opere.

Ma tra i tanti libri il più famoso e diffuso resta il Regimen salernitanum, rivalutato e apprezzato proprio in epoca umanistica e rinascimentale. In questo libro, attribuito ai maestri salernitani, si sotiene che il coito giovi in primavera, sia salutare d’inverno e contribuisca al vivere sano, se praticato in autunno.

Sono dichiarazioni che compaiono in precetti diversi e tematicamente distanti tra loro, che sostanzialmente concordano nel suggerirne un esercizio ragionevole e sconsigliano le pratiche sessuali nei mesi estivi, specialmente in agosto per l’evidente nocività del caldo eccessivo, che estenua le forze e compromette la salute. Una raccomandazione peraltro che richiama il noto adagio popolare: “Agosto, moglie mia non ti conosco”, di probabile origine medievale.

Alcune massime consigliano l’attività sessuale nei mesi di novembre, dicembre e gennaio ma nel talamo nuziale, evidentemente per il maggior godimento che si può provare nei mesi freddi al caldo di un letto e in un ambiente sereno e rassicurante.

Abusare del sesso è invece ritenuto dannoso: la libidine esagerata snerva e debilita il corpo, dapprima indebolendone l’energia e poi annullandone il godimento e accorciando gli anni; se invece il coito è usato con moderazione, senza indulgimenti e frenetiche esagerazioni, può migliorare il benessere fisico. Decisamente proscritti sono gli amplessi sessuali durante le mestruazioni. Così come anche dopo eccessivi rapporti carnali è bene non applicarsi in lavori intellettuali, perché gli occhi si affaticano e la mente è confusa.

Sempre secondo la precettistica salernitana, il desiderio nella donna è meno intenso, ma persistente. Mentre nell’uomo è violento, quasi una tempesta, ed è legato all’ardore “presente nel midollo”. Il mese di marzo eccita il desiderio nell’uomo, mentre a maggio massima è la libido nella donna.

Giuseppe Lauriello

La sessualità nel Medioevo – Il “Liber de coitu” di Costantino Africano, di Giuseppe Lauriello, edizioni Penne&Papiri

Giuseppe Lauriello, primario medico emerito di pneumologia e storico della medicina, si è occupato in particolare della Scuola medica salernitana, promuovendone la conoscenza attraverso conferenze e relazioni.

Si è aggiudicato il Premio internazionale “Scuola medica salernitana per la Storia della Medicina”.

Membro della Società italiana di Storia della medicina e dell’Accademia di Storia dell’arte sanitaria, ha pubblicato diversi libri:

I testi anatomici della Scuola di Salerno; La patologia respiratoria nel dottrinario della Scuola medica salernitana (1984); Istruzioni per il medico: deontologia e metodologia medica da un manoscritto del XII secolo (1997); Discorsi sulla Scuola medica salernitana (2005); Post mundi fabricam, manuale di chirurgia di Ruggiero salernitano (2011); La Scuola di Salerno e la sua chirurgia (2017); La Practica brevis di Giovanni Plateario (Edizioni Penne e Papiri, 2018).

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