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La lotta per le investiture, una rivoluzione medievale

Nel 1872 Otto von Bismarck in un celebre discorso di fronte al Reichstag dell’Impero tedesco da poco proclamato affermò che non avrebbe chiesto perdono per aver ritirato la propria rappresentanza diplomatica in Vaticano:

Noi non andremo a Canossa né con il corpo né con lo spirito.

Dal 25 giugno sarà in libreria “La lotta per le investiture (998-1122). Una rivoluzione medievale”. L’ultimo libro di Nicolangelo d’Acunto, edito da Carocci, affronta una nuova ipotesi storiografica: quella per cui il conflitto tra impero e papato nel corso dell’XI secolo fu la prima rivoluzione dell’Occidente

La politica del Kulturkampf avrebbe confermato questa impostazione rigidamente avversa al cattolicesimo e l’espressione “andare a Canossa” sarebbe diventata di uso corrente per indicare l’atto di pentirsi e di chiedere umilmente perdono, ammettendo i propri errori. Oggi sarebbe guardato con sorpresa il politico che alludesse a una misteriosa gita avente per meta una località nota forse solo agli utenti più assidui dell’autostrada del Sole per l’uscita denominata appunto Campegine-Terre di Canossa.

Segno dei tempi mutati e dello scarso radicamento della cultura storica nel sentire comune, ma tra Otto e Novecento non meritava nessuna spiegazione l’allusione all’umiliazione inflitta dal papa Gregorio VII all’imperatore Enrico IV, lasciato a vagare per tre giorni in mezzo alla neve, in veste di penitente, vicino al castello di Canossa nell’inverno del 1077, con la speranza di ottenere il perdono del pontefice.

L’episodio di Canossa costituisce uno di quegli eventi-cesura che, come per esempio la presa della Bastiglia, scandiscono e sintetizzano il significato di ogni rivoluzione che si rispetti. Non una battaglia o uno scontro violento, ma in questo caso una mise en scène dalla fortissima valenza rituale e simbolica, causa e sintomo di quello che, in un testo di qualche anno fa, Stefan Weinfurter definiva “die Entzauberungder Welt”, il disincanto del mondo, di fronte a un potere politico umiliato e desacralizzato.

Sotto le mentite spoglie di una riforma, il papato stava realizzando una rivoluzione, che come tale fu concepita anche da molti contemporanei e che contribuì nell’immediato alla crisi irreversibile dell’Impero, gettando le basi nel lungo periodo della specificità occidentale.

Si trattò di una rivoluzione vera e propria o siamo di fronte a una forzatura storiografica, all’ennesimo uso analogico o metaforico di un’espressione a effetto?

In altre parole e più in generale: è possibile trovare nel Medioevo delle rivoluzioni? In esse la modernità ha trovato le tappe fondamentali della sua costruzione. Possiamo anzi dire che la rivoluzione in quanto tale sia stata considerata come una sorta di principio di individuazione della modernità, che si definisce spesso in contrapposizione con un Medioevo sostanzialmente statico e incapace di vere rivoluzioni.

Enrico IV a Canossa in un dipinto del 1862 di Eduard Schwoiser

È ancora accettabile questa visione fortemente ideologica oppure, proprio abbattendo questa barriera artificiale, possiamo interpretare la stessa modernità come la continuazione di molte esperienze fondamentali dell’Occidente medievale?

Secondo Paolo Prodi, che non nutriva alcun dubbio sulla natura rivoluzionaria della cosiddetta riforma del secolo XI, altrimenti detta lotta per le investiture, il tratto saliente della storia dell’Europa andava cercato nella “rivoluzione permanente”, proprio perché l’ordine politico nato con le rivoluzioni americana e francese si configurava nella sua riflessione a larghe spanne cronologiche come il risultato di un processo avviatosi molto prima della nascita delle costituzioni moderne, quando appunto nel secolo XI venne elaborata la divisione dei poteri fondata sulla desacralizzazione del potere sovrano e sulla “sostituzione della sacralità con il patto politico come legittimazione del potere”.

Tale dualismo fra il potere politico e il potere sacro “produsse un continuo movimento dialettico: da una parte la politica secolare, dall’altra la Chiesa; da una parte l’imperatore, i sovrani, le città, dall’altra il sistema dei sacramenti (in particolare la confessione dei peccati) che si sviluppa nel secolo XII sotto il controllo di Roma”.

Nel pensiero di alcuni polemisti anti-imperiali del secolo XI il potere politico si configurava ormai come un fenomeno intramondano, privo di ogni aura di sacralità, essendo solo il risultato dell’accordo revocabile tra i detentori dell’autorità e i loro sudditi:

Venendo a mancare l’identificazione fra il sacro e il potere politico non soltanto si sviluppa l’idea di rappresentanza ma anche l’idea che il tiranno possa essere abbattuto quando viene meno al patto fondamentale con il suo popolo o quando non possiede i titoli di legittimazione ritenuti necessari […]. Si apre così la strada a quello che sarà il primo processo legale a un sovrano nella storia dell’umanità, alla condanna a morte di Carlo I nel 1648 [1649, N.d.A.] e alla prima rivoluzione inglese.

Anche Marc Bloch considerava il tramonto del mito dei re taumaturghi alla fine del Medioevo come una vittoria postuma di Gregorio VII.

Più che di un programma “gregoriano” preferiamo oggi parlare di una pluralità di orientamenti riformatori a volte profondamente divergenti dalla visione di Gregorio VII, che costringono a un continuo corpo a corpo con le fonti e con la storia dei singoli contesti in cui si frammentò questa complessa vicenda.

Le spoglie di Gregorio VII nella cattedrale di Salerno

Nonostante tale visione assai poco rassicurante possiamo però considerare i Dictatus papae e le lettere di Gregorio VII come il manifesto di un preciso orientamento ideologico dei riformatori che, pur non costituendo il punto di arrivo di un processo di elaborazione teorica unilineare maturata a partire dal 1046 (come invece voleva Augustin Fliche in un libro famoso che si intitolava appunto La réforme grégoriennne), si sarebbe tuttavia rivelato in grado di porre con una forza inedita il tema della superiorità del papato su ogni altra autorità terrena. Esso realizzava “in se stesso l’idea dell’Impero come vertice universale di potenza e come tribunale supremo di tutti i potenti, con formulazioni di una chiarezza giuridica – si pensi alla rivendicazione, in forma esclusiva, della “depositio” di vescovi e re – che l’Impero non aveva mai conosciuta”.

Giacché la costruzione degli oggetti storiografici non è mai casuale, ma risponde sempre alle esigenze fondamentali della coscienza che le società maturano degli elementi strutturali della propria identità, la pluralità di etichette (lotta per le investiture, riforma gregoriana, riforma ecclesiastica) all’ombra delle quali è stato narrato il convulso succedersi di avvenimenti, di improvvise svolte dottrinali e giuridiche, di scontri militari e di grandi cambiamenti sistemici che si verificarono nel secolo XI è di per sé significativa da un lato della complessità di tali fenomeni, che in sede storiografica occorre ricondurre a una semplificazione che li renda in qualche modo intelligibili, dall’altro dell’importanza che quella grande svolta riveste nella storia europea in tutte le sue componenti essenziali.

Secondo Jack Goldstone, autore di una sintesi molto efficace sulla storia delle rivoluzioni, perché una nuova ideologia produca azioni rivoluzionarie è necessario che si verifichi un cambiamento nelle posizioni delle élite in grado di aprire nuovi spazi e opportunità per le masse, mobilitate intorno a nuove credenze.

Infatti le nuove ideologie sono una parte della storia delle rivoluzioni, ma da sole non bastano per produrre il cambiamento rivoluzionario.

L’ideologia “gregoriana” restò un fatto elitario o coinvolse le masse, incidendo cosi sulle strutture fondamentali della società? A questa domanda possiamo rispondere considerando che la guerra tra i riformatori gregoriani e l’Impero fu combattuta con le armi vere e proprie, ma fu pure una war of words, di parole scritte e declamate, e di idee che dal chiuso delle corti prorompevano con forza inusitata nelle piazze e nelle chiese delle città, coinvolgendo per la prima volta le masse popolari, che fino ad allora avevano assistito passivamente ai rivolgimenti della grande storia del Medioevo occidentale.

I cosiddetti “gregoriani” non solo catalizzarono buona parte delle élite europee attorno a un’ideologia dai contenuti oggettivamente eversivi dell’ordine ereditato dalle generazioni precedenti, ma la diffusero capillarmente, come avviene in ogni rivoluzione che si rispetti, grazie a forme di comunicazione anch’esse nuove e mai fino ad allora sperimentate in Occidente, mobilitando specialmente in Italia le masse cittadine attorno a un progetto di Chiesa che era anche un progetto di società.

L’Europa intorno all’anno Mille (foto: Storia digitale Zanichelli)

Ne derivò una trasformazione profonda della struttura ecclesiastica e, insieme con essa, del potere politico, che si articolò in forme nuove che portarono al rafforzamento delle cosiddette monarchie nazionali e, in Italia centrosettentrionale, alla nascita dei Comuni.

Harold J. Bermann parla senza mezzi termini di “rivoluzione pontificia del 1075-1122”, ma osserva che

fu chiamata a quel tempo riforma, la reformatio del papa Gregorio VII, generalmente tradotta in termini moderni con Riforma gregoriana, così continuando a celare il suo carattere rivoluzionario.

Non è vero che i contemporanei usassero l’espressione reformatio di papa Gregorio VII, ma possiamo invece tranquillamente confermare che questa e altre rivoluzioni medievali non erano “narrabili”, poiché ogni progettualità oggettivamente innovatrice andava nascosta sotto il velo della reformatio, della riforma intesa come ritorno a una forma, a un modello considerato oggettivamente migliore. La civiltà medievale aveva infatti grandi problemi quando doveva confrontarsi con il cambiamento, o meglio, quando doveva pensarlo e dirlo, poiché ogni cambiamento veniva avvertito come intrinsecamente negativo.

Non a caso nel secolo XI paradossalmente la rivoluzione non era invocata o narrata da coloro che la facevano, i quali avevano tutto l’interesse a nasconderla. Al contrario, i nemici della rivoluzione denunciavano il carattere eversivo dell’operato dei loro avversari per delegittimarli, cercando di trarre vantaggio dal disvelamento dell’altrui progetto rivoluzionario e contrario all’ordine del mondo voluto da Dio.

Proprio per questo le nostre fonti, di norma testimonianze riferibili alla verità dei vincitori e solo in misura molto minore a quella dei vinti, intenzionalmente nascondono la rivoluzione molto più di quanto la raccontino.

Nicolangelo d’Acunto

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La Britannia romana tra mito e realtà storica

Mentre nell’Europa continentale, con il definitivo sgretolamento dell’impero romano d’Occidente, resistettero per poco tempo territori (come il regno di Siagrio) che ancora si riconoscevano nelle idee e nella storia di Roma seppur fossero formalmente sottoposti all’impero romano d’Oriente, è molto interessante approfondire quanto accadeva contemporaneamente oltre Manica.

Ultimi decenni della Britannia romana (dal 383 al 410 ca.)

Com’è noto, la Britannia era entrata in orbita romana a partire dal governo di Claudio e vi era rimasta per circa 400 anni. Nel V secolo, in seguito alle imponenti migrazioni che colpirono l’Europa, l’impero romano vide contrarsi i territori in suo controllo e venne incontro a grosse difficoltà tali da impedire la difesa della propria capitale, saccheggiata più volte dai barbari nel corso del V secolo.

A fronte di queste situazioni, secondo quanto ci riporta Zosimo con il famoso “Rescritto” dell’imperatore Onorio, fu deciso nel 410 di ritirare le ultime legioni romane dalla Britannia per cercare di arginare le scorribande barbariche nella penisola italica.

Privati così della protezione di Roma, i Britanni romanizzati dovettero per forza di cose provvedere alla propria difesa. Tenteremo quindi di indagare in questa sede gli eventi che accaddero tra il 410 e il 550 in Britannia per trovare un fil rouge di continuità romana nella cosiddetta “Dark Age of Britain”.

Come al solito le fonti, seppur confuse e spesso contraddittorie, rappresentano per uno storico il costante punto di partenza. Il riferimento principale è certamente il contemporaneo lavoro De Conquesto et excidio Britanniae di Gildas, dove si legge che i Britanni risposero al vuoto di potere riorganizzandosi attorno a dei piccoli reguli alla stregua di quanto avveniva in epoca preromana.

Alla stessa maniera essi si frammentarono politicamente in tanti piccoli regni, guidati da signori della guerra locali (duces bellorum) che sfruttavano la loro rete di clientes per crearsi un proprio seguito armato. Di questi piccoli signori, chiamati tyrants (dal latino Tigerni), sappiamo ben poco. Quello che è poco ipotizzabile è che il lascito romano, nei costumi e negli usi, si cancellasse istantaneamente in contemporanea alla partenza delle legioni. In tal senso, le evidenze archeologiche emerse in alcuni studi hanno permesso di supportare questa tesi.

Infatti, sebbene la romanizzazione in Britannia non fosse permeata totalmente in tutti gli strati della popolazione, alcuni ritrovamenti hanno addirittura dimostrato come, sino al VI/VII secolo, le costruzioni romane non solo fossero ancora in uso, ma anche implementate e migliorate.

Sebbene è noto che alcuni forti romani, specialmente nel nord dell’isola, venissero abbandonati gradualmente attorno al 400, non tutte le truppe lasciarono l’isola.

A sparigliare poi ancora di più le carte in tavola, nonostante la discordanza cronologica delle fonti a nostra disposizione, sappiamo che attorno alla metà del V secolo la Britannia subì le invasioni di Sassoni, Iuti e Angli dal Mar Baltico, mentre dall’Irlanda si intensificarono le scorribande degli Scoti.

L’adventus Saxonum, sebbene la presenza in Britannia di mercenari sassoni fosse già confermata a partire dal II/III secolo inquadrati come ausiliari nell’esercito romano, suddivise l’isola in due: ad est i sassoni/angli e i romani-britanni ad ovest, nell’odierno Galles e Cornovaglia.

Statua di Gildas nel monastero francese di Morbihan (foto: Romery)

Le fonti coeve motivano l’arrivo dei Sassoni con l’invito da parte di Vortigern (429), mai nominato da Gildas al contrario di Nennio e Beda, per respingere le invasioni dei Pitti e degli Scoti. Gildas appunto non nominò mai direttamente Vortigern, specificando che la scelta di chiamare i Sassoni fu di un consiglio dei capi delle civitates britanne, a testimonianza dell’esistenza di una sorta di federazione tribale già in uso presso le popolazioni di stirpe celtica.

Altre fonti al contrario chiamarono Vortigern “re dei Britanni” e lo indicarono come unico responsabile dell’arrivo dei Sassoni. La pressione di questi popoli, come citato da Gildas, divenne via via sempre più insostenibile per i Britanni, tanto che, all’incirca nel 450, questi chiesero l’intervento romano, in particolare al generale Ezio, con quello che attraverso l’opera di Beda è passato alla storia come il gemitus Britannorum.

Tuttavia, la richiesta d’aiuto passò inascoltata a causa delle enormi difficoltà in cui versava l’impero d’Occidente che a malapena riusciva a gestire i territori della Gallia e dell’Italia.

Ma cosa o chi era rimasto dei romani in Britannia? Dalle fonti emerge chiaramente il nome di Ambrosio Aureliano, l’ultimo dei romani come venne definito da Gildas, come colui che guidò alla vittoria i Britanni contro i Sassoni (alcuni ipotizzano che fosse lui il generale vittorioso a Badon Hill), mentre Nennio ne sottolineava la discendenza da imperatori e consoli romani.

La Britannia ai tempi di Gildas di Rhuys, abate e storico britanno (500 ca. – 570)

Attraverso documenti e interpretazioni tenteremo in questa sede basandosi sulle fonti, di sottolineare una sorta di continuità tra età antica e quella medievale dell’elemento romano proprio tramite questo personaggio.

Tornando al contesto storico, è possibile osservare come Nennio, nella sua Historia Brittonum, indicasse come Vortigern detenesse il controllo della Britannia governando “degli attacchi romani e del timore di Ambrosio”. Difficilmente dunque, poteva riferirsi allo stesso Ambrosio Aureliano del Monte Badon (496) perché troppo avanti con gli anni. Poteva essere tuttavia un suo parente, discendente di imperatori della gens Aurelia (Marco Aurelio per l’appunto), che operava in quel periodo?

Nella lista di consoli troviamo un Quinto Aurelio Simmaco, collega di Ezio nel 446 e, sempre riferibile allo stesso periodo, è stato ritrovato un quantitativo ingente di monete detto “Hoxne Treasure” di epoca romana con l’incisione più ricorrente riferita ad un Aurelius Ursicinus. Che fosse parente di Ambrosio Aureliano o del Quinto Aurelio di cui sopra, dalle fonti non è possibile trarre alcuna evidenza.

D’altro canto, è una coincidenza storicamente curiosa che siano state ritrovate, proprio nella prima metà del V secolo, tracce evidenti della gens Aurelia in Britannia.

Cosa furono poi quegli attacchi romani di cui aveva paura Vortigern? Dopo l’abbandono della Britannia di Onorio, Roma tentò di ripristinare una sorta di dominio nell’isola attraverso l’opera di Germano di Auxerre prima, vescovo soldato che operò nell’isola nel 429 e nel 447, e con il suo omonimo vescovo di Man tra il 460 e il 470.

In questo coacervo di notizie semi leggendarie, emerge dunque dalle fonti un passaggio di consegne tra Vortigern e Ambrosio, il cui nome gallese è Embreis Guletic, che divenne re delle terre occidentali di Britannia.

Dinas Emrys, da Pennant s’ Un giro in Galles , 1778

Dove localizzare questo regno? La maggior parte delle ipotesi propende nel territorio circostante la fortezza di Dynas Emrys, che riporta attualmente il nome gallese di Ambrosio Aureliano, un forte di epoca post romana dove secondo la narrazione di Nennio un giovane Merlino/Ambrosio predisse la vittoria del drago rosso (Galles) sul drago bianco (Sassoni).

Il regno del Powys gallese dunque, sarebbe il centro dell’azione di Ambrosio che culminerà con la vittoria dei romano-britanni sui Sassoni del 496.

Sembra evidente che, in questo caso, storia e leggenda si intersechino mescolandosi; di certo però, il legame tra Ambrosio Aureliano e Roma venne ribadito anche da Gildas e Goffredo di Monmouth, che raccolsero questa tradizione.

Re Artù di Julia Margaret Cameron per Idylls of the King and Other Poems di Alfred Tennyson , 1874

Secondo quest’ultimo, Ambrosio sarebbe stato figlio di Costantino II (Custennin, erede di una tradizione di usurpatori già presenti nella Britannia romana con quel nome) e di una fanciulla romana, fratello di Uther Pendragon (il cui nome significa letteralmente Grande Capo Drago).

Qui si innesta il mito arturiano, dove Uther, fratello di Ambrosio Aureliano, avrebbe poi generato il famoso Re Artù. L’elemento romano dunque, secondo questa ricostruzione ipotetica, sarebbe rimasto conservato nella linea dinastica che, dalla gens Aurelia sino al leggendario re Artù, avrebbe attraversato il passaggio tra la Britannia romana e alto medievale dando vita al ciclo arturiano.

In conclusione poi, altre due note di colore: parlando di re suoi contemporanei, Gildas si riferisce a Maglocunus del Gwynedd (497-549) e Cuneglasus (VI secolo) del Powys come eredi detentori rispettivamente del titolo di Drago (che compare nello stemma del regno) e dell’orso. Il padre di Cuneglasus del Powys, secondo le liste di re gallesi, sarebbe Owain Ddangtwin, ovvero il detentore del titolo di Orso originale.

Secondo alcuni studiosi sarebbe questo leggendario re gallese, proveniente dal territorio originario di maggior concentrazione dei romano-britanni, sarebbe il re Artù storico. Questi due titoli, nella loro etimologia gallese, sono molto importanti; se per il drago è stata trovata correlazione con Uther e la profezia di Ambrosio (prima fratello e poi consigliere di Uther con il nome di Merlino secondo Nennio), l’orso (in gallese “Arth”) indicherebbe proprio una correlazione col titolo di Artù.

La profezia di Merlino che presenta la leggenda duratura del Drago Rosso è centrata su Dinas Emrys

Questo dunque non dovrebbe essere considerato un nome ma un titolo che, come usanza britanna (ma anche romana, basti pensare alla continuità storica del titolo di Cesare o Augusto) andava in eredità ai re gallesi e, se vogliamo, di sangue romano.

E proprio Artù fu, secondo alcuni studiosi, a guidare la vittoria dei romano- britanni a Badon Hill, spostando appunto la data della battaglia attorno ai primi vent’anni del VI secolo.

A conferma dell’esistenza di un enclave romano britannica separata dagli altri territori sottoposti al controllo anglosassone, sono stati condotti diversi studi genetici che confermano come queste zone abbiano una sequenza genetica molto diversa rispetto alle popolazioni dell’est inglese, che manifestano a loro volta tratti germanici e nordici.

In tutto questo, trova quindi fondamento l’affermazione di Ward-Perkins che nel suo capolavoro “La caduta di Roma e la fine della civiltà” afferma come gli ultimi romani a cedere agli Anglosassoni furono i gallesi che nel 1282 si arresero agli inglesi di Edoardo II. La continuità del mito di Roma è certificata dalla Storia: Carlo Magno, i re Prussiani, gli Zar di Russia e lo stesso fascismo tentarono, tutti a loro modo, di far rivivere e rinnovare i fasti di Roma Antica.

La Tavola Rotonda in una raffigurazione di Évrard d’Espinques (1475 ca.)

Riuscire quindi ad innestare il mito di Artù sul tronco dell’impero romano sarebbe, incontrovertibilmente, un modo per asserire la continuità di Roma nella storia.

Sebbene i limiti di questa ricostruzione siano molti e ben noti a chi mastica di storia, alla fine di questa breve digressione sembra chiaro che non si possa più rinchiudere la storia in cesure convenzionali e rigide che non tengono conto della fluidità delle dinamiche sociali e storiche del genere umano.

Il mondo romano non scomparve improvvisamente ma al contrario, contaminandosi con le nuove popolazioni che giunsero in Europa tra il IV e il VII secolo, determinò la nascita di quegli embrioni di stati nazionali che caratterizzano le epoche storiche successive.

Roma e il suo lascito dunque, continuano a vivere nella storia del genere umano e credo che, diffondendone ancora oggi gli echi tramite lo studio di eventi tanto lontani, ognuno di noi contribuisca a darvi continuità.

Paolo Pietro Giannetti

BibliografiaFonti: Gildas, De Excidio et Conquestu Britanniae, a cura di S. Giuriceo, Rimini 2005. Nennio, Historia Brittonum, a cura di A. Morganti, Rimini 2003. Zosimo, Storia Nuova, a cura di F. Conca, Milano 2007. Goffredo di Monmouth, Storia dei Re di Britannia, a cura di G. Arati e M.L. Magini, Parma 2005. Costanzo di Lione, Vita di San Germano di Auxerre, a cura di E. A. Mella, Roma 2015.Chronica Gallica 452, in MGH Auctores Antiquissimi, Tomo IX, Vol. I, a cura di Th. Mommsen, Berlino1892. Chronica Gallica 511, in MGH Auctores Antiquissimi, Tomo IX, Vol. I, a cura di Th. Mommsen, Berlino1892. Cronaca Anglosassone, in The Anglo-Saxon Chronicle, a cura di J. Ingram, Londra 1912.Studi moderni:R. G. Collingwood, J. N. L. Myers, Roman Britain and the English Settlements. Pp. xxvi + 515; 10 Maps. Oxford: Clarendon Press, 1936. Cloth, 12s. 6d.A. Giardina, A. Vauchez, Il mito di Roma Da Carlo Magno a Mussolini, Roma-Bari 2016. J. Morris, The Age of Arthur: A History of the British Isles from 350 to 650, Londra 2004. G. Phillips, M. Keatman, The real story of King Arthur, Londra 1992. F. Pryor, Britain AD: a Quest for Arthur, England and the Anglo-Saxons. London, Harper Collins 2004.Snyder, The Britons, Londra 2008.B. Ward-Perkins, La caduta di Roma e la fine della civiltà, Roma – Bari 2008.Sitografia:R. Martiniano et alia, Genomic signals of migration and continuity in Britain before the AngloSaxons (https://www.nature.com/articles/ncomms10326).

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Il Volto Santo, un’icona attraverso il tempo

Il Volto Santo di Lucca è la più antica scultura lignea dell’Occidente. La conferma è arrivata da una indagine diagnostica voluta dall’Opera del Duomo di Lucca, eseguita con il metodo del Carbonio 14 nella sede fiorentina dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare CHNet – Cultural Heritage Network. Il grandioso crocifisso ligneo (alto 247 cm) risale ad un arco temporale che va dagli ultimi decenni dell’VIII secolo ai primi anni del IX secolo. Non è quindi un’opera della seconda metà del XII secolo,, come si è sempre creduto fino ad oggi. E nemmeno una seconda versione di un più antico Volto Santo, andato per qualche ragione distrutto. L’eclatante notizia arriva in occasione delle celebrazioni per i 950 anni dalla rifondazione della Cattedrale di San Martino. La scienza ha dato ragione a un antico testo, finora creduto leggendario, la Leggenda di Leobino, una narrazione scritta risalente alla metà dell’anno Mille, che ha sempre datato l’arrivo a Lucca del Volto Santo nell’anno 782. Il culto del Volto Santo nel Medioevo si estese a tutta l’Europa: i fedeli e i pellegrini che accorrevano a Lucca ritenevano l’opera acheropita (cioè non realizzata da mano umana), come l’autentica immagine di Cristo. Paolo Giulietti, arcivescovo di Lucca, spiega l’unicità del Volto Santo: “Non è solo uno dei tanti crocifissi di cui è costellata la nostra Italia e la nostra Europa; è una reliquia, cioè un “ricordo vivente” del Cristo crocifisso e risorto. È un memoriale che affonda le sue origini nell’antichità che ha lasciato tracce indelebili nella cultura, nella spiritualità di Lucca e dell’intero continente europeo”.

Un volto misterioso e amatissimo

A Luni convergono le strade provenienti dalla Spagna e dalla terra di San Iacopo. Da Luni c’è un giorno di viaggio per arrivare a Luka. Li c’è una sede vescovile dove si trova quel crocifisso che Nicodemo fece costruire per volere di Dio stesso; esso ha parlato due volte: una volta donò la sua scarpa a un povero, un’altra volta testimoniò in favore di un uomo ingiustamente accusato.

Particolare del crocifisso ligneo noto come Volto Santo (cattedrale di San Martino, Lucca)

Con queste parole l’abate islandese Nikulas de Munkathvera descrive il passaggio da Lucca nel prezioso memoriale che stilò del suo pellegrinaggio a Gerusalemme intorno al 1154. Lucca aveva un ruolo di primo piano nel sistema viario del XII secolo che metteva in comunicazione tutti i grandi santuari dell’epoca.

Le vie di transito vedevano il passaggio di uomini, merci, armi, culti e cultura, valori materiali e beni immateriali. Il ruolo di Lucca nella compagine medievale e la sua fortuna commerciale erano legati a una simile tessitura viaria che ne faceva l’ultima città prima degli appennini per chi saliva a nord e la prima ad aprire l’accesso alla Tuscia per chi scendeva verso Roma.

Lucca era coinvolta dal fenomeno storico del pellegrinaggio grazie alla presenza di una delle statue-reliquiario più venerate del passato.

Sul suo ruolo di snodo nel collegamento tra il nord e il centro, si innestò il culto del Volto Santo destinato a diventare l’emblema identitario della città nel corso dei secoli. La statua-reliquiario, datata dagli storici dell’arte all’XI secolo, ha una leggenda che l’ha resa famosa ben oltre i confini locali e in un’epoca molto precoce. L’opera si può plausibilmente datare al periodo più fecondo della scultura a Lucca che coincide con l’ascesa economica della città e che vide svilupparsi molteplici cantieri con la presenza di maestranze di diversa origine.

Questa fase si protrasse dalla seconda metà del IX secolo fino alla prima metà del XIII. Quello però che preme sottolineare, dal punto di vista storico istituzionale, non è la discussione sulla cronologia della statua lucchese quanto la forza e la continuità del suo culto che partendo da una radice antica è riuscito a permanere fino all’età contemporanea.

Se vogliamo avere una percezione della fama del culto del Volto Santo, della sua profondità e della sua estensione dobbiamo allargare lo sguardo prendendo in considerazione alcune delle testimonianze che ce ne sono pervenute.

La chevalerie Ogier de Danemarche, un’opera epica risalente all’XI-XII secolo, parla dell’omaggio reso da Carlo Magno all’icona lucchese:

Il re dei franchi si fermò sulla riva / e ascoltò messa a San Martino il grande. / Il Volto di Lucca vi si trovava a quei tempi, / alcuni dicono che c’è ancora. / Nicodemo lo fece a Gerusalemme, / Carlo gli offrì un pallio d’oro lucente.

A questa narrazione si aggiunge la testimonianza di Gugliemo di Malmesbury che nei Gesta Regum Anglorum, del XII secolo, racconta di come il re d’Inghilterra Guglielmo II il Rosso solesse giurare

per Vultum de Luca.

La leggenda ha una struttura relativamente semplice. Il diacono Leobino, presunto autore del testo, racconta come il vescovo Gualfredo si recò a Gerusalemme ed ebbe una visione che lo incoraggiava a cercare la statua scolpita da Nicodemo il cui volto volto era stato realizzata per intervento divino.

scomparto di predella raffigurante il miracoloso approdo del Volto Santo che sarebbe giunto nei pressi di Luni, dipinto su tavola del Maestro di Montefloscoli. 1440-1450 (Lucca, Museo Nazionale di Villa Guinigi)

La statua era rimasta nascosta in una grotta fino alla visita del vescovo che – Deo gubernante – la caricò su una nave senza equipaggio. L’imbarcazione, arrivata a Luni, risultava inavvicinabile finché il vescovo di Lucca Giovanni, avvertito in sogno, riuscì a salire sulla nave. Vuole la leggenda che la statua fosse anche un reliquiario contenente due ampolle del sangue di Cristo.

Per risolvere la contesa nata tra lucchesi e lunensi circa la proprietà dell’icona, il Volto Santo fu messo su un carro trainato da giovenchi che puntarono verso Lucca. Allora una delle ampolle contenenti la reliquia del sangue venne data in pegno al vescovo di Luni. La leggenda è raffigurata negli affreschi, del XVI secolo, che decorano le la cappella della Villa Buonvisi a Monte San Quirico (Lucca) e rappresentano l’unico ciclo pittorico completo che sia giunto fino a noi su questo tema.

La storia del Volto Santo è stata talmente amata che scrittori, pittori e compositori hanno continuato a reinterpretarla dai tempi antichi fino all’età contemporanea.

Enrico Pea nella raccolta de Il romanzo di Moscardino (1944) dice del Volto Santo:

Lucca non è il suo paese, e non si sa se, un giorno o l’altro, si rimette in piede quella ciabatta per continuare il suo pellegrinaggio interrotto.

Lucca, San Martino. Il tempietto a pianta centrale che ospita il Volto Santo, innalzato da Matteo Civitali nel 1484 nella navata sinistra della chiesa

Lorenzo Viani fa una operazione parallela letteraria e pittorica descrivendo la benedizione dei morti del mare nel romanzo Il nano e la statua nera (1943) che trova corrispondenza nel quadro dedicato allo stesso struggente soggetto:

Il viandante, che all’alba nel primo giorno di novembre transitasse sulla spiaggia della Lucchesia, vedrebbe delle turbe inginocchiate sotto gli stendardi e il prete benedire lo sterminato cimitero senza tumoli né croci. Sono le figlie, le madri, le vedove, i parenti dei marinai pericolanti nel pelago.

Nel 1961 Ildebrando Pizzetti compose, su libretto di Riccardo Bacchelli, l’opera Il calzare d’argento che fu rappresentata al Teatro alla Scala di Milano. In una copia del libretto si può leggere la dedica autografa di Bacchelli a Raffaello Morghen che fu presidente del prestigioso ISIME, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo di Roma. Tutto fa pensare che lo scrittore e drammaturgo abbia chiesto consiglio all’accademico.

Così il cerchio si chiude su questo piccolo prezioso dettaglio che rivela come storia, tradizione popolare e creatività possano sempre incontrarsi da qualche parte nella biblioteca degli infiniti labirinti della conoscenza, come sarebbe piaciuto a Borges.

Ilaria Sabbatini Articolo pubblicato su MedioEvo n. 279, aprile 2020

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Campi Catalaunici, l’ultima vittoria di Roma

Una donna, un vescovo e l’ultimo generale romano fermarono Attila, il flagello di Dio, nella scorreria tra il Reno, la Mosa e la Loira. Santa Genoveffa e il vescovo Anario ne rallentarono l’avanzata, fermandolo sotto le mura di Parigi e di Orléans. Sarà poi l’esercito di Valentiniano III imperatore, al comando del generale Ezio e collegato ai visigoti di Teodorico I, a travolgere gli unni di Attila in una grande battaglia combattuta nell’odierna Marna francese nei pressi di Chalons, il 20 giugno del 451, ricacciandoli al di là del Reno, anche se per poco tempo.

La battaglia dei Campi Catalaunici in un manoscritto del XIV secolo (Biblioteca Nazionale Olandese)

L’antefatto Il giovane Ezio era stato consegnato come ostaggio ad una tribù di unni, alla corte di Rua, all’età di cinque anni a “garanzia dei trattati che l’amministrazione imperiale stipulava con i popoli stanziati lungo le frontiere per garantirsi la fornitura di truppe”.

Possibile ritratto di Ezio in un medaglione scolpito nel sarcofago di Stilicone (Museo della Civiltà romana, Roma) (fonte dell’attribuzione: Ian Hughes, Ezio. La nemesi di Attila, 2017, LEG edizioni)

Tornato a Roma e in qualità di comes domesticorum, era stato inviato in Pannonia a reclutare truppe tra gli unni. Quando era tornato in Italia, però, sul trono sedeva Galla Placidia. Il generale romano si salvò dalla vendetta imperiale grazie alla devozione che i cavalieri unni avevano per lui.

Nei successivi quattro anni sconfisse visigoti, franchi e iutungi, arrivando alla carica di magister militum praesentalis. Nei venti anni successivi continuò a infliggere sconfitte ai visigoti (Mons Colubrarius), ai burgundi, ai goti, ai franchi (Vicus Helena) e ai nemici a corte che lo volevano morto.

Le cose cambiarono quando Attila unificò le tribù unne sotto il suo comando e pretese di creare un suo regno a scapito della parte occidentale dell’Impero romano. Attila, oltre al pagamento del tributo annuo di 160 chili d’oro, voleva anche la mano della principessa Onoria (forse interpretando male una lettera che la donna gli aveva scritto e con la quale chiedeva il suo aiuto).

Non avendo ottenuto quanto chiedeva, nel 451, Attila passò il Reno e invase la Gallia. Ezio, senza i suoi mercenari unni, si rivolse a Teodorico I e ai suoi visigoti per fronteggiare la minaccia.

L’estensione dell’impero romano (giallo) e dell’impero unno (arancione) nel 450

L’invasione “La grande invasione della Gallia da parte di Attila incontrò, infatti, il suo primo scacco a Lutezia, l’odierna Parigi, quando santa Genoveffa rianimò la popolazione incitandola a resistere contro l’aggressore.

Incapace di conquistare l’imprendibile Ile de la Cité, l’orda unna si diresse allora verso Aureliana (al moderna Orléans), teoricamente difesa dagli alani che ne taglieggiavano la popolazione. Le autorità cittadine decisero di aprire le porte ad Attila, ma ancora una volta, fu un cristiano, il vescovo Anario, a incitare il popolo alla resistenza. I cittadini cristiani si posero sulle mura e, pur non essendo dei guerrieri professionisti, costrinsero gli unni a un assedio che durò settimane: poi, quando era già stata aperta una breccia, giunse notizia dell’imminente arrivo dell’esercito di soccorso comandato da Ezio, l’ultimo grande generale romano, così Attila dovette togliere il campo e rinunciare alla conquista della città.

La successiva colossale battaglia dei Campi Catalaunici suggellò il fallimento dell’invasione unna, maturato proprio in quell’assedio infruttuoso”. Le città di Treviri, Metz, Magonza, Amiens e Colonia non furono altrettanto fortunate e furono saccheggiate.

Il profilo di Attila in un medaglione rinascimentale

La battaglia Prima della battaglia Attila chiese consiglio ai suoi indovini. Dalle viscere degli animali emerse il vaticinio della rovina degli unni, ma anche della morte di uno dei comandanti nemici. Attila, sperando che si trattasse delle morte di Ezio, decise di sfidare la sorte: se fosse morto il comandante romano, lui avrebbe vinto la battaglia.

I due eserciti si trovarono di fronte in un luogo imprecisato tra Chalons e Troyes il 20 giugno del 451 (alcuni storici ipotizzano anche fine settembre, intorno al 27). L’unica fonte storica della battaglia viene dalla cronaca di Giordane, un goto che la scrisse un secolo dopo lo scontro, esaltando il coraggio e l’audacia delle sue genti.

“L’armata di Ezio vedeva schierati gli alani del re Sangibaldo al centro, i visigoti di Teodorico a sinistra, i soldati del comandante in capo a destra”. Attila rispondeva con uno schieramento con gli unni al centro, gli ostrogoti di Valamiro sul fianco destro e Ardarico con i suoi gepidi a sinistra. “Poco dopo l’alba, Ezio riuscì ad anticipare l’avversario impadronendosi di un’altura situata sul fianco sinistro dello schieramento nemico, e lì si fermò, in attesa dell’attacco di Attila, che scattò solo nel pomeriggio, quando il sole era a svantaggio degli assalitori”.

La linea dei romani e degli alani resse l’urto della carica nemica e subito si accese un corpo a corpo furioso, nel quale le truppe imperiali “fecero valere la loro maggiore preparazione” e una maggiore disciplina.

Attila incontra papa Leoe I in una rappresentazione del Chronicon Pictum, una cronaca medievale risalente al Regno d’Ungheria del secolo XIV

I visigoti, intanto, avevano attaccato l’ala opposta unna. Nonostante Teodorico cadesse, ucciso da una freccia (come avevano vaticinato gli indovini di Attila), i suoi uomini ebbero la meglio sugli avversari e, sgomberato il campo, poterono minacciare il fianco destro di Attila, rimasto scoperto. Visto il pericolo, il re unno decise per una ritirata nel suo accampamento, difendendosi fino a notte. Al mattino entrambi gli eserciti erano troppo fiaccati dalle ingenti perdite per riprendere la battaglia.

Torismundo, figlio di Teodirico, si affrettò a tornare a Tolosa per reclamare il trono. Il generale Ezio non fece nulla per trattenere l’alleato, senza il quale non aveva la forza di attaccare gli unni. Attila, considerando le forze che gli erano rimaste e il ricco bottino da mettere al sicuro, preferì sganciarsi e lasciare il campo al generale romano. Si sarebbe, comunque, ripresentato poco tempo dopo in Italia arrecando morte e distruzione l’anno successivo. Questa volta, con scarse truppe sotto il suo comando, il generale Ezio riuscì solo a rallentare l’avanzata di Attila.

Il re unno si fermò solo davanti all’insistenza di un vecchio solo: papa Leone I (così almeno vuole la leggenda).

Umberto Maiorca

Bibliografia: Renzo Rossi, Dizionario delle grandi battaglie, Vallardi, 1996Alberto Leoni, Storia militare del Cristianesimo, Piemme, 2005Andrea Frediani, I grandi condottieri che hanno cambiato la storia, Newton compton, 2011Paul K. Davis, Le cento battaglie che hanno cambiato la storia, Newton compton, 2006Giorgio Ravegnani, Ezio, Salerno editrice, 2018

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Il racconto del Medioevo nelle canzoni di Francesco Guccini

È nato quattro giorni dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il 14 giugno del 1940. Figlio della guerra e compagno di strada per almeno tre generazioni di italiani.

Sedici album, otto dischi “live”, ventiquattro libri e quasi cinquecento concerti non bastano a raccontare Francesco Guccini: cantante, scrittore, giornalista, occasionalmente anche attore.

Francesco Guccini al teatro Morlacchi di Perugia nel novembre 2016, durante l’incontro “Dove va la canzone d’autore” organizzato dall’associazione culturale Per Perugia

“Un burattinaio di parole” dice di sé. “Eterno studente”: così si è definito in Addio, una delle sue canzoni più intime (1999). Perché “la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente”. Una citazione socratica. Non a caso, Umberto Eco che alla fine degli anni Settanta, nelle notti bolognesi ingaggiava con lui infiniti duelli in ottava rima, lo considerava “il più colto dei cantautori in circolazione: la sua è poesia dotta, intarsio di riferimenti: che coraggio, far rimare “amare ” con “Schopenhauer”!

Francesco schivò il complimento con l’ironia d’ordinanza. Ma corresse il semiologo: quel verso del Frate ( “Dopo un bicchiere di vino, con frasi un po’ ironiche e amare, parlava in tedesco e in latino, parlava di Dio e Schopenhauer”) non era una rima. Piuttosto una assonanza.

Vezzi di un lettore onnivoro, che insieme a Pavana e ai boschi di castagni dell’Appennino, ha ancora nel cuore l’America di Steinbeck, Hemingway e Faulkner, insieme a quella di Kerouac e Dylan e dei poeti della “beat generation”. E che ha riversato, in centinaia di canzoni, un vero e proprio universo letterario: Leopardi e Descartes, Dumas e Cervantes, Borges e Foscolo. E poi Kavafis, Gadda, Machado, Ungaretti, Meneghello, Dickens, Jerome e Woodhouse. Passando per Virgilio, Ariosto, Salgari, D’Annunzio, Pascoli, Carducci, Montale e l’amato Gozzano ricordato nella struggente Incontro (1972) con le “stoviglie color nostalgia”.

Versi e canzoni nei quali hanno trovato spazio anche Villon e i “poeti maledetti”, Joyce ed Eliot insieme alla fantascienza, ai tanti i film e al “mondo sognante e misterioso di Paperino”, quello d’annata, disegnato dall’impareggiabile Carl Barks.

Nelle rime gucciniane, “sussidio mnemonico che allarga la tensione tra le parole”, c’è spazio anche per l’esplorazione di mondi medievali, veri o sognati. Il minimo per chi è “cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna/ che sapevano Dante a memoria/ e improvvisavano di poesia”.

Registrato a Milano nella primavera del 1972, Radici è il quarto album di Francesco Guccini, autore anche di tutti i testi e delle musiche. In copertina, una foto dei bisnonni di Francesco con dietro i quattro figli, tra i quali il nonno e il prozio, che poi ha cantato in Amerigo

Così nella Canzone dei dodici mesi (Radici, 1972) tornano le immagini delle formelle del ciclo dei mesi scolpite sulla faccia interna degli stipiti del Duomo di Modena, con la rappresentazione delle stagioni e del lavoro nei campi (“Non so se tutti hanno capito Ottobre la tua grande bellezza:/ Nei tini grassi come pance piene prepari/ mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza…”). Nel canto alla vita che fugge, quella “mano di tarocchi che non sai mai giocare”, nel mese di marzo, sbuca la citazione nascosta dell’astronomo, filosofo e poeta ʿUmar Khayyām (1048 – 1131): “L’ala del tempo batte troppo in fretta, la guardi è già lontana”. Nelle strofe dedicate ad aprile, Guccini richiama Geoffrey Chaucer (1340-1400) l’autore dei Canterbury Tales: “Con giorni lunghi al sonno dedicati/ il dolce Aprile viene/quali segreti scoprì in te il poeta/che ti chiamò crudele?”.Nel quinto mese dell’anno appare l’omaggio a Poliziano: “Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera”. E un ideale, gioioso brindisi, levato con la chitarra alla “tenzone” tra il cavaliere Folgòre di San Gimignano e il giullare Cenne dalla Chitarra.A dicembre, quando “uomini e cose lasciano per terra esili ombre pigre”, sbuca il verso di Eliot che richiama John Donne, debitore a sua volta del fascino dei bestiari medievali: “Nasce Cristo la tigre…”.

Registrato nel primo semestre del 1976 negli studi GRS di Milano, Via Paolo Fabbri 43 è il settimo album di Francesco Guccini

ʿUmar Khayyām riappare “fra krapfen e boiate”, quando “scoppia il mondo fuori porta San Vitale” nella canzone Via Paolo Fabbri 43, il settimo album di Guccini, pubblicato nel 1976 e inserito dalla rivista Rolling Stone nella classifica dei cento dischi italiani più belli di sempre:

Jorge Luis Borges mi ha promesso l’ altra notteDi parlar personalmente col persianoMa il cielo dei poeti è un po’ affollato in questi tempiForse avrò un posto da usciere o da scrivano

Dovrò lucidare i suoi specchiTrascriver quartine a KayyamMa un lauro da genio minorePer me, sul suo onore… non mancherà.

Fascinazioni medievali erano già comparse in Asia (1970), “terra di meraviglie, terra di grazie e mali/di mitici animali da bestiari” insieme alle avventure di Marco Polo e alle leggende del Prete Gianni.

Suggestioni letterarie che torneranno 42 anni dopo ne L’ultima Thule (2012) insieme alle sirene, agli unicorni, ai mostri e agli animali rari, come l’anfesibena, il favoloso serpente della Libia con due teste in ciascuno delle due estremità del corpo, ricordato anche da Dante Alighieri (Inferno, XXIV, 87).

Dell’album Metropolis (1981), Guccini dice “Lo intitolai Metropolis perché parlava di città, ma non di città qualunque: Bisanzio, Venezia, Bologna, Milano, ovvero centri e metropoli con una storia e un’alta valenza simbolica” (Un altro giorno è andato, Francesco Guccini si racconta a Massimo Cotto, Firenze, Giunti Editore, 1999)

Ma è Bisanzio (1981) la più “medievale” tra le canzoni di Guccini. Città simbolo, confine tra l’Europa e l’Asia, frontiera tra due epoche, due civiltà e due diversi modi di pensare. Una capitale del dubbio, dello smarrimento dell’uomo, tra un passato sospeso sulla leggenda e un presente incomprensibile e gravido di incertezze. Il protagonista è un alter ego di Guccini: Filemazio, “amico della conoscenza”: un “protomedico, matematico e astronomo”, “forse saggio”. Interroga il cielo notturno, astri che ha conosciuto in altri oroscopi ma che ora non vede più, perché il cielo si è mosso e nemmeno le stelle possono più guidare l’uomo. Filemazio è “ridotto come un cieco a brancicare”. Ogni vaticinio appare impossibile.

Niente sembra più certo: “Che importa a questo mare essere azzurro o verde?”. I due colori richiamano ai partiti fra loro rivali, dei Verdi e degli Azzurri, nati nell’Ippodromo di Costantinopoli protagonisti nel 532 della rivolta di Nika contro le riforme volute da Giustiniano.

Il grande mare che lambisce due continenti è indifferente agli schieramenti e agli odi di parte. Filemazio è travolto dall’incertezza. Bisanzio è cambiata. Chi sono i Romani? Chi sono i Greci? Guccini cita la fonte di Procopio di Cesarea (490-565), implacabile fustigatore di Teodora, l’attrice diventata basilissa:

Città assurda, città strana di questo imperatore sposo di puttana,di plebi smisurate, labirinti ed empietà,di barbari che forse sanno già la verità,di filosofi e di eteree, sospesa tra due mondi, e tra due ere….

Allora “Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile/segreto e ambiguo, come questa vita“.

Filemazio, confuso tra la vita e la morte, si copre il capo con il mantello e si addormenta.

Bisanzio capitale di ogni memoria, tornerà nel sogno di un ritorno anche in Vorrei, la canzone del 1996 inserita nell’album D’amore, di morte e di altre sciocchezze: versi scritti per Raffaella Zuccari, la compagna di vita che Guccini ha sposato nel 2011 a Mondolfo, in provincia di Pesaro:

Vedere di nuovo Istanbul o BarcellonaO il mare di una remota spiaggia cubanaO un greppe dell’Appennino dove risuonaFra gli alberi un’usata e semplice tramontana.

Viaggi nella memoria, “sogni senza tempo, le impressioni di un momento”.

Nel suo primo 45 giri, Un altro giorno è andato, pubblicato nel 1968, Francesco Guccini scrive: “Negli angoli di casa cerchi il mondo,/ Nei libri e nei poeti cerchi te”. Una promessa mantenuta.

In Incontro, una delle sue canzoni più struggenti, emerge un verso: “Cara amica il tempo prende, il tempo dà…”. Tutto passa. Ma suoni e parole rimangono nella memoria collettiva. È il destino della grande letteratura. Fossero pure canzonette. Allora Francesco ha ragione quando, da appassionato lettore, ripete: “Cervantes è morto da tempo ma Don Chisciotte cavalca ancora”.

Federico Fioravanti

Francesco Guccini nel 1972 (foto: Wikimedia commons, pubblico dominio)

Bibliografia:Gabriella Fenocchio, Canzoni, Bompiani, 2018Marco Aime, Tra i castagni dell’Appennino. Conversazioni con Francesco Guccini, Utet, 2016Paolo Jachia, Francesco Guccini. 40 anni di storie, romanzi, canzoni, Editori Riuniti, 2002Massimo Cotto, Un altro giorno è andato, Giunti Editore, 1999

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La “temenza molta” di Dante a Campaldino

Nella pianura di Campaldino, tra i castelli casentinesi di Poppi e di Romena, Firenze combatté e vinse, il giorno di San Barnaba, 11 giugno 1289, contro Arezzo e il ghibellinismo una battaglia che rappresentò non solo il momento più importante di un lungo contrasto, ma anche una tappa fondamentale per la conquista del predominio in Toscana.

Una veduta del Casentino nei pressi della piana di Campaldino. Sul colle, la città di Poppi con l’imponente castello dei conti Guidi

Dopo aver accennato forse a una prima mossa diversiva atta a far credere che si sarebbe presa la via diretta del Valdarno, l’esercito fiorentino, rinforzato da contingenti della lega guelfa e da truppe bolognesi e lucchesi, si era posto in marcia verso il passo della Consuma per raggiungere Arezzo attraverso il Casentino, dalla parte cioè in cui il contado aretino e i diretti possessi del vescovo della città confinavano con le terre del conte Guido Novello, in quell’anno podestà di Arezzo.

Mappa del Casentino (disegno: Gherardo Brami – www.gherardobrami.it)

Le truppe fiorentine, comandate da Aimeric di Narbona, assommavano a milleseicento cavalieri e diecimila fanti. L’esercito aretino, che raccoglieva cavalieri ghibellini della Toscana, della Romagna, della Marca di Ancona e del ducato di Spoleto, era più debole, specialmente nella cavalleria, ma non in misura tale da essere predestinato alla sconfitta. Comprendeva infatti ottocento cavalieri e ottomila fanti.

L’idea di dar battaglia campale nell’unico punto del Casentino in cui l’ampiezza del terreno lo rendeva possibile e prima che l’esercito nemico avesse messo a sacco – come in realtà fece dopo la battaglia e come aveva cominciato a fare con quelle di Guido Novello – le terre del vescovo aretino, dei nobili cittadini e del comune, era dunque per gli Aretini e i ghibellini un rischio calcolato e non una decisione avventata, come invece pensavano Guglielmo dei Pazzi e Bonconte da Montefeltro.

Ma a questa decisione della nobiltà ghibellina, fiera della sua rozza vigoria, non era forse estraneo un certo disprezzo per quella che doveva apparirle la ‛civile’ mollezza fiorentina

richiesono di battaglia i Fiorentini, non temendo perché i Fiorentini fossono due cotanti cavalieri di loro, ma dispregiandoli, dicendo che si lisciavano come donne e pettinavano le zazzere, e gli aveano a schifo e per nienteG. Villani (VII 131)

Né si deve dimenticare che nel caso di un successo ghibellino, con l’Appennino da risalire alle spalle, le truppe guelfe avrebbero finito per essere tagliate a pezzi.

L’inizio della battaglia sembrò dar ragione agli Aretini. Con una carica furiosa e sollevando un fitto polverone in una giornata particolarmente afosa anche per le grosse nubi che si addensavano nel cielo, i cavalieri corazzati ghibellini attaccarono le linee della cavalleria e della fanteria che coprivano i fianchi dello schieramento guelfo.

Le linee guelfe e i feditori furono travolti nella confusione mentre i fanti aretini cercavano di ridurre il vantaggio della cavalleria nemica strisciando sotto i cavalli dei Fiorentini per squarciarne il ventre coi coltelli.

Il fortunato attacco preparò la sconfitta degli Aretini, perché i loro cavalieri, inseguendo quelli fiorentini, spezzettarono la battaglia in una serie di corpo a corpo e persero i contatti con la fanteria, favorendo d’altra parte, con l’incauta avanzata, la finale manovra avvolgente dei Fiorentini. Questi ultimi, cavalieri in ritirata e fanti, fatta massa insieme, ebbero ragione in due tempi successivi della cavalleria e della fanteria nemica.

Lo stemma dei conti Guidi, il casato di Guido Novello che contribuì alle sorti della battaglia

All’esito finale della battaglia contribuirono poi altri due fatti: Corso Donati, che avrebbe dovuto rimanere in disparte con una schiera di cavalieri per proteggere un’eventuale ritirata dei guelfi, disubbidendo alla consegna caricò di fianco i ghibellini.

Guido Novello, d’altra parte, quando ancora le sorti della battaglia avrebbero potuto forse essere di nuovo rovesciate con un assalto improvviso, fuggì a mettersi in salvo con una squadra intatta di cavalieri.

Il bilancio dello scontro fu particolarmente sanguinoso. Secondo una valutazione che non sembra esagerata, gli uccisi in campo ghibellino furono millesettecento e i prigionieri più di duemila. Oltre Bonconte da Montefeltro, che Dante immagina (Pg V 85-129) morto qualche miglio lontano dal campo di battaglia, alla confluenza dell’Archiano con l’Arno, morirono, fra i capi ghibellini, il vecchio vescovo aretino Guglielmino Ubertini, Guglielmo e Ranieri dei Pazzi, tre degli Uberti, Ciante dei Fifanti e Dante degli Abbati, che insieme ai Lamberti, agli Scolari e ai conti di Gangalandi avevano combattuto contro la loro città.

Fra i vincitori, Bindo del Baschiera Tosinghi morì pochi giorni dopo per le ferite riportate, Ticcio de’ Visdomini cadde sul campo al pari del ‛bailli’ di Aimeric di Narbona, Guglielmo di Durfort.

Il volto di Dante nel bronzo di fronte all’entrata del castello dei conti Guidi, a Popppi

La presenza di Dante alla battaglia è attestata da una fonte tarda, ma attendibile, Leonardo Bruni. Egli militava a cavallo tra i feditori, che erano truppe scelte di prima linea, e il fatto è indice delle discrete condizioni economiche della famiglia, perché cavallo e armatura erano a carico del cavaliere.

Forse ciò è indice anche (ammettendo però che non si procedesse per sorteggio) della gagliardia del giovane poeta, dato che le due o tre decine di feditori forniti da ciascun sesto cittadino erano sicuramente inferiori alla sua teorica disponibilità numerica.

Al primo fortunato urto degli Aretini, come ci dice una lettera ricordata dal Bruni e ora perduta, Dante, che come feditore era schierato nel punto nevralgico della battaglia, fu assalito da “temenza molta” (qualche critico vorrebbe attribuire questo timore unicamente alla sua preoccupazione per l’esito dello scontro, senza rendersi conto che negando a Dante un comprensibilissimo senso di paura, ne diminuisce in fondo l’umanità).

Sarebbe interessante, osserva il Sestan, poter accertare quale peso abbia avuto sulla sensibilità del poeta questo episodio di sangue della sua vita; a meno però di affidarci a gratuite supposizioni, dobbiamo accontentarci di fantasticare sulla stupenda testimonianza lasciataci dal poeta stesso: l’episodio di Bonconte e il ricordo del temporale che flagellò dopo lo scontro, in una livida atmosfera, il campo di battaglia coperto di cadaveri.

Secondo un’ipotesi del Massera, a Campaldino il poeta avrebbe conosciuto Cecco Angiolieri, che faceva parte col padre del drappello senese.

Giovanni Cherubini

Bibliografia:Robert Davidsohn, Storia di Firenze (III), SansoniNiccolò Capponi – Kelly DeVries, La battaglia di Campaldino 1289. Dante, Firenze e la contesa tra i Comuni, LEG Edizioni, 2019Alessandro Barbero, 1289. La battaglia di Campaldino, Laterza 2013Riccardo Nencini, La battaglia. Guelfi e Ghibellini nel sabato di San Barnaba, Polistampa 2001Franco Cardini, Storie fiorentine, Loggia de’ Lanzi, 1994Ugo Barlozzetti, Il Sabato di San Barnaba: la battaglia di Campaldino, 11 giugno 1289-1989, Electa, 1989

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La battaglia di Campaldino

Quella di Campaldino è forse una delle battaglie più conosciute del Medioevo italiano.

La piana di Campaldino nel Casentino, una delle quattro vallate della provincia di Arezzo. Il Casentino ha una forma quasi ovale di circa 60×30 Km, con grandi foreste nelle zone di montagna alternate a colline e piane sul fondovalle. Sul colle di fronte alla piana di Campaldino, il profilo della città di Poppi e la mole del castello dei conti Guidi

La sua fama, oltre che per alcune novità tattiche, è dovuta in gran parte alla partecipazione di Dante che combatté in prima fila tra i feditori fiorentini.Inoltre possediamo due descrizioni fatte da cronisti (entrambi fiorentini): Giovanni Villani e Dino Compagni, quest’ultimo testimone oculare in quanto partecipò alla battaglia.

Sulla battaglia di Campaldino è stato detto e scritto molto. Cominciamo con un po’ di cronistoria. Da quando nel 1289 la battaglia fu combattuta, Campaldino è stata al centro di molte e diverse attenzioni. Nel periodo successivo alla battaglia, Firenze volle celebrare il santo di quel giorno, Barnaba, apostolo prima quasi ignoto, edificando in città una chiesa a lui dedicata. Così facendo, l’episodio bellico venne inscritto in un ambito più vasto, quello religioso. Vi fu poi il tentativo, fallito, di imporre a Scarperia il nome del santo dell’11 giugno. E comunque il giorno di San Barnaba rimase, nell’immaginario dei fiorentini, come il ricordo di una clamorosa vittoria che però, di fatto, non portò a svolte epocali nello scacchiere politico toscano. La lotta contro Arezzo rimase infatti a lungo congelata.

Tra i fiorentini, come abbiamo detto, militava anche l’Alighieri che, esule in Casentino, cantò lo sfortunato insepolto Buonconte da Montefeltro, dandogli eterna fama nel V canto del Purgatorio. E così l’episodio storico si innestò anche nel mito: la sparizione del cadavere del condottiero ghibellino porta il poeta esule a fantasticare sulla sua sorte.

Johann Heinrich Füssli, Buonconte da Montefeltro (1774, Tate Gallery, Londra)

La successiva, riconosciuta grandezza di Dante, rese l’episodio militare svoltosi in Casentino tra quelle battaglie degne di nomea. Il monumento che fu eretto sulla piana nel 1921, venne infatti innalzato in occasione dei seicento anni dalla morte del poeta. E di certo che il pittore Füssli si sia dato la pena di acquarellare l’anima di Buonconte contesa tra angeli e demoni, è più attribuibile all’amore per Dante, piuttosto che a un interesse per il condottiero ghibellino.

Gli spettri della piana Una novella, opera di Emma Perodi, contribuì certamente a rendere l’episodio storico anche fantastico. L’ombra del Sire di Narbona, inserita tra le Novelle della Nonna, infatti atterrì più di un bimbo casentinese e la piana di Campaldino, evitata per lunghi anni, dopo quel 1289, si popolò così anche di spettri entrando nella favolistica. Insomma sul nome di Campaldino si erano oramai sovrapposte tante e variegate chiavi di lettura.

Bisognerà aspettare però il 1989, il settecentenario della battaglia, perché si mettesse un po’ di ordine tra tutto quello che in sette secoli si era andato accumulando di storico e fantasioso. Il convegno che fu organizzato, e con esso una mostra dislocata in più sedi, in Casentino, produsse numerosi contributi che fecero il punto su diversi aspetti dell’episodio militare: dalla religiosità alla prassi guerresca, dalle armi ai personaggi coinvolti, dalla cronachistica fino agli aspetti più tecnici legati alla realizzazione dei diorami e dei plastici che animarono il percorso espositivo. La mostra terminò e di Campaldino non si sentì più parlare per oltre un decennio.

Poi, nel giro di questi ultimi anni, numerosissime sono state invece le iniziative che hanno rianimato la battaglia. Il Comune di Poppi ha infatti riallestito il plastico con una nuova esposizione permanente. Sono state disseppellite, analizzate e traslate in Duomo le ossa un tempo deposte nella chiesa di Certomondo e appartenenti al vescovo Ubertini. Sono uscite numerose pubblicazioni, biografie, opuscoli, fumetti e romanzi. Sono infine state organizzate alcune mostre di pittura sul tema dello scontro. E ogni anno, un’iniziativa diversa, di piccolo o grande respiro, anima il museo attivo nel Castello di Poppi.

Un conflitto permanente Dopo l’effimero governo ghibellino, ottenuto a seguito della vittoria presso Montaperti, con l’aiuto di Manfredi, l’astro svevo si era eclissato, prima a Benevento (1266), poi a Tagliacozzo (1268) e definitivamente a Napoli, con la decapitazione di Corradino. I Ghibellini sono in difficoltà e vengono espulsi dalle città toscane, tornate tutte guelfe.

Come avevano fatto i Ghibellini, sono ora i Guelfi ad accanirsi sui vinti espropriando e distruggendo i loro beni. La città di Firenze è un cumulo di macerie. All’arrivo dei Ghibellini furono distrutti e rasi al suolo 103 palazzi, 580 case, 85 torri; in parte demoliti 2 palazzi, 16 case e 4 torri; caddero abbattuti 10 capannoni per la stenditura dei panni e 21 mulini. Nel contado i danni furono addirittura più ingenti. Altrettanto fecero poi i Guelfi nei confronti dei Ghibellini riducendo la città in rovina.

Nel corso degli anni ’70 la lotta si trascina stancamente. I Ghibellini sono ridotti all’esilio e trovano rifugio in alcuni capisaldi come Pisa ma oramai la Toscana è in mano ai Guelfi e a Carlo d’Angiò.

In Romagna, invece, i Ghibellini ottengono maggior successo. Con a capo Guido da Montefeltro, la Romagna diventa quasi tutta ghibellina ed è proprio lì che portano rinforzo gli esuli toscani: il conte Guido Novello, Guglielmo dei Pazzi del Valdarno e gran parte dei fuorusciti.

Una veduta della città di Arezzo in un dipinto di Bartolomeo della Gatta (1448-1502, Museo statale di Arte Medievale e Moderna, Arezzo)

Il pretesto per lo scontro Ad Arezzo il Popolo aveva assunto il potere, esautorando i Magnati e mettendo un Capitano a capo del governo. L’esperienza popolare però fu assai breve. Nel 1287, infatti, i Magnati, sia guelfi che ghibellini, si allearono. Secondo le cronache avrebbero accecato il Capitano del Popolo: “presono e misono in una cisterna, e quivi si morì”.

In realtà questo episodio è stato amplificato dalla propaganda guelfa del Villani giacché il Capitano del Popolo, originario del borgo di Lombrici, era ancora attivo venti anni dopo questi fatti e rogava documenti a dispetto della presunta “cecità”.

Ma i Ghibellini, sospettosi che i Guelfi di Arezzo congiurassero contro di loro – come lascia intuire il cronista – con l’appoggio segreto di Firenze, cacciarono i loro nemici con l’aiuto di Buonconte e di Guglielmo Pazzo. Con questo pretesto – l’aiuto da prestare ai Guelfi aretini – i Guelfi di Firenze, desiderosi di riavere spazio nella cosa pubblica, trovarono il modo per dichiarare guerra alla città di Arezzo, una guerra che invece i mercanti, i Popolari, non volevano intraprendere.

La guerra fu dichiarata a una parte di Arezzo, quella ghibellina, rappresentata da grandi casate nobiliari, che controllavano le vie di comunicazione del Valdarno, del Casentino e della Chiana.

Assedi e rapine Non bisogna cedere alla fantasia, immaginando il Medioevo costellato di battaglie. Per lo più la guerra era costituita da assedi e rapine. Mobilitare un esercito era un’operazione costosa e la battaglia in campo aperto era sempre molto rischiosa. Non bastava infatti solo un grande esercito per vincere: servivano tattica, ingegno e anche la buona sorte.

Così dal 1287 fino al 1289 tra Arezzo e Firenze la guerra si combattè attraverso una serie continua di incendi e saccheggi portati magari da pochi sparuti gruppi di cavalieri.

Si possono ricordare le incursioni che i Ghibellini fecero contro Firenze. Risalirono il Valdarno e proseguirono fino a S. Donato in Collina, a pochi chilometri da Firenze. Anche i Guelfi non stavano fermi e, attraversato il Valdarno, diedero guasto alle terre dove sorgevano i castelli delle nobili famiglie dei Pazzi e degli Ubertini e conquistarono Laterina. Nel 1288 Guglielmo Pazzo e Buonconte risalirono il Casentino, dove signoreggiava il loro alleato Guido Novello, e piombarono su Pontassieve, mettendola a ferro e fuoco.

In quell’anno, per la prima volta, i due eserciti si fronteggiarono in Valdarno, luogo deputato per gli scontri tra le due città. Da un lato la Lega Guelfa, una coalizione che raccoglieva le principali città toscane e altri alleati, come Bologna. Dall’altro gli Aretini e i loro alleati Ghibellini, rappresentati in gran parte da nobili che dominavano nel contado e dai fuorusciti fiorentini che, cacciati dai Guelfi, avevano trovato rifugio ad Arezzo. Ma non vi fu battaglia. Entrambe le parti considerarono troppo rischioso attaccare e così, girate le insegne, preferirono tornare rispettivamente a Firenze e ad Arezzo.

Diorama della battaglia di Campaldino esposta nella Casa di Dante (Firenze)

Una guerra obbligata Il pericolo che poteva venire dall’impegnare così tanta popolazione in una battaglia campale, era talmente forte che i fiorentini tentarono di servirsi anche della diplomazia, per evitare lo scontro.

Pare quindi che un membro della famiglia dei Vecchietti fosse inviato a Bibbiena in missione segreta per contrattare con Ubertini la resa di Arezzo e la vendita di molti suoi castelli, proponendo come garante il ricco Vieri dei Cerchi. La missione sarebbe forse andata a buon fine, ma il progetto venne alla luce e il vescovo rischiò il linciaggio. Fu il nipote, Guglielmo Pazzo, a salvarlo da una fine quasi certa. Oramai al vecchio Guglielmino restava solo una strada: la guerra.

La guerra, nel Medioevo, era stata in parte regolata dalle paci di Dio imposte dalla Chiesa. Nel XIII secolo però il vigore iniziale di questo fenomeno era un lontano ricordo. L’estate era solitamente riservata alle operazioni militari. Nella stupenda allegoria dei mesi della Pieve di S. Maria di Arezzo, per il mese di maggio fa bella mostra di sé un cavaliere bardato. Era quello il momento in cui i prati tornavano a verdeggiare e i cavalli avevano sostentamento sufficiente per affrontare una campagna militare lunga a volte anche più di un mese. Venivano presi di mira i castelli strategici, posti a difesa di ponti, valichi e strade di passaggio. Oppure potevano essere cinte d’assedio vere e proprie città.

Fu questa la sorte riservata ad Arezzo nell’estate del 1288, quando la Lega Guelfa intraprese una marcia nel Valdarno, distruggendo almeno 40 castelli e circondando la città. I fiorentini e i senesi costruirono torri mobili, steccati, scavarono gallerie e bersagliarono Arezzo con lanci di catapulte. Ma l’assedio non venne portato con i mezzi adatti per snidare il nemico. Una tempesta si abbatté sui Guelfi che persero molte macchine d’assedio. Perciò fu deciso di abbandonare l’impresa: l’esercito guelfo fece ritorno a casa.

Mentre i Fiorentini ripresero la via del Valdarno, i Senesi seguirono quella della Val di Chiana, una strada rischiosa giacché era circondata da paludi. Fu l’occasione propizia per i Ghibellini per metter in opera un agguato.

Presso Pieve al Toppo, là dove si trovava l’unico guado agibile, Buonconte e Guglielmo Pazzo sbaragliarono le truppe senesi. Fu ucciso anche Ranuccio di Peppo Farnese, comandante del contingente senese e quel Lano Maconi ricordato da Dante tra gli scialacquatori, colui che non ebbe le gambe sufficientemente “accorte”.

L’episodio ebbe una vasta eco in tutta la Toscana: i Ghibellini festeggiarono la vittoria colta in modo inaspettato, i Guelfi temettero per l’andamento della campagna militare che ormai si trascinava da due anni.

Le forze in campo La liberazione di Carlo II d’Angiò, re di Napoli, fu motivo di giubilo, specie in Firenze. Il futuro re di Sicilia infatti, soggiornando a Firenze, lasciò, su richiesta del Comune, un comandante di origini francese, Amerigo di Narbona, accompagnato da un maestro d’arme e da un contingente di un centinaio di cavalieri.

Inoltre Carlo II permise al comune fiorentino di sventolare la bandiera degli Angiò durante la campagna. Forte di questi aiuti, di questi prestigiosi capitani, la Lega Guelfa si riunì per decidere come porre fine al problema aretino.

Diverse erano le opinioni sulla via da seguire: chi proponeva la consueta via del Valdarno, agile e in pianura, ma scontata; chi la tortuosa e rischiosa via attraverso il passo della Consuma. Alla fine prevalse questa seconda opzione, che forse fu uno dei motivi che portarono al successo di Firenze.

Infatti i Guelfi, partiti da Badia a Ripoli il 2 giugno, dove avevano portato le insegne di guerra, lasciarono intendere che avrebbero seguito la via del Valdarno. Ma poi, inaspettatamente, superarono il fiume e si inerpicarono su per le foreste in direzione della Consuma, cogliendo di sorpresa il nemico. Si trattava di un esercito di 12.000 uomini in cui erano confluite tutte le città guelfe di Toscana, Firenze, Siena, Lucca e Pistoia, Colle, Prato, S. Gimignano e poi i rinforzi da Bologna, da Maghinardo Pagani da Susinana, condottiero romagnolo detto “il Demonio”, e ancora i fuorusciti guelfi di Arezzo che volevano rientrare in città.

Il vescovo Ubertini e i suoi Ghibellini radunarono tutti i loro alleati in un rapido sforzo, riuscendo ad ordinare un esercito di circa 8.000 uomini, con truppe provenienti oltre che da Arezzo dalle valli circostanti, dal Valdarno, dal Casentino, e poi da Orvieto e da Amelia, dal Montefeltro e anche da Firenze, con diversi membri delle famiglie di fuorusciti, espulse da quasi trent’anni.

Discendendo attraverso i monti i primi, e risalendo la valle dell’Arno i secondi, i due eserciti rivali si trovarono l’uno contro l’altro nella piana ai piedi di Poppi, in un luogo detto Campaldino.

Le tre fasi della battaglia (rosa: Guelfi, giallo: Ghibellini)

L’afa e la paura L’11 di giugno 1289, un afoso sabato, dedicato a s. Barnaba, i circa 20.000 uomini convenuti sulla piana casentinese ascoltarono la messa. In molti si confessarono. Tutti sperimentarono l’ansia dello scontro imminente e la paura della morte.

Tutti, vecchi e giovani (si era infatti arruolabili da 14 a 70 anni), avevano la consapevolezza del rischio di lasciare la vita in quella valle lambita dall’Arno, baciata dal sole che sorgeva appena là, sopra il monte della Verna dove san Francesco aveva ricevuto le stigmate, appena pochi decenni prima.

I Guelfi dovevano avere l’occhio sinistro chiuso, colpiti in pieno viso dal sole. I Ghibellini invece, che combattevano con il sole alle spalle, avevano il vantaggio di avere un’ottima visuale. Ma, di contro, vedevano benissimo il numero ben più consistente dei nemici.

I Ghibellini, per lo più membri di nobili famiglie di antico casato, si schierarono in modo consueto. Erano legati alla tradizione cavalleresca e poco avvezzi alle trasformazioni sociali che invece andavano travolgendo Firenze, più aperta ai commerci e agli influssi esterni.

Così i Ghibellini, davanti a tutti schierarono dodici valenti cavalieri che si facevano chiamare i paladini: dodici come gli Apostoli e come i cavalieri della Tavola Rotonda. Poi una potente schiera di cavalleria, seguita subito da un’altra. Grazie alla carica di questi due corpi di cavalieri, Buonconte e Guglielmo Pazzo, comandanti della cavalleria, volevano sfondare le linee nemiche. A seguire c’era infatti tutta la fanteria accompagnata da due deboli ali di arcieri e di balestrieri. Il conte Guido era stato lasciato di riserva presso la chiesa di Certomondo. Egli sarebbe dovuto intervenire, con i suoi 150 cavalieri, in caso di pericolo.

Il vescovo Ubertini aveva accanto il vicario imperiale, Percivalle Fieschi, e il vessillifero, Guiderello da Orvieto. Il vescovo doveva essere armato di un martello o di una mazza, ma non di una spada. Infatti, in ossequio a quanto Gesù aveva detto a S. Pietro nel Giardino degli Ulivi (“Rimetti la spada nel fodero!”) gli uomini di Chiesa potevano utilizzare solo armi da botta.

Giunto sulla piana, Guglielmino avrebbe chiesto: “A che città appartengono quelle mura”? Gli avrebbero risposto: “Sono gli scudi dei nemici”.

Le ali di Pavesari In effetti i Guelfi avevano disposto ai lati dell’esercito due enormi ali di pavesari: soldati cioè protetti da un pavese, uno scudo alto un metro e mezzo circa, dietro a cui si asserragliavano milizie armate di tutto punto. Al centro invece la disposizione era quella consueta.

La prima linea era formata da una schiera di feditori (dal latino federe, ferire) cavalieri pronti alla carica, scelti scelti tra i cittadini di più elevata estrazione sociale. Avevano il compito di procurar battaglia.

Tra di loro, sulla piana di Campaldino, c’era ancora Dante Alighieri, all’epoca un ignoto poeta di 24 anni, che ancora forse neppure pensava a scrivere la sua Commedia.

C’era anche Vieri de’ Cerchi, ricco mercante che, pur malato di gotta, volle combattere in prima fila. E per dare l’esempio ai timorosi fiorentini che non volevano prendere i primi posti, nominò accanto a sé figli e nipoti. L’essere i primi a caricare, disse Vieri, garantiva infatti almeno ai giovani, di non rimanere bloccati dall’orrore dei corpi mutilati a battaglia iniziata.

Seguiva poi la schiera grossa di cavalleria. Al centro sventolavano i vessilli di Firenze e di Carlo d’Angiò: lì combattevano il giovane Amerigo di Narbona e i mercenari francesi accanto al balio Guglielmo di Durfort. Nei reparti senesi era presente anche Cecco Angiolieri, uno scanzonato poeta, spesso assente dalle fila dell’esercito.

Venivano poi i fanti e tutte le salmerie, costituite da migliaia di muli che avevano accompagnato l’esercito nella lunga marcia da Firenze, e che ora venivano sistemati come un muro per frenare la prevista carica nemica.

Anche i Guelfi decisero di lasciare delle truppe di riserva. Erano costituite dai contingenti mandati da Lucca e Pistoia. Al loro comando c’era il cavaliere Corso Donati, di corpo bellissimo ma pieno di maliziosi pensieri, come poi scrisse il cronista Giovanni Villani.

La fuga del conte Guido Al grido di “San Donato Cavaliere!” i cavalieri ghibellini caricarono a spron battuto, seguiti dai fanti. I Guelfi risposero con il loro grido di guerra “Narbona Cavaliere!”, preparandosi a ricevere la carica di 600 nemici.

L’urto fu violentissimo. Una volta rotte le lunghe lance i cavalieri furono impegnati in un durissimo corpo a corpo con spade, asce e mazze. La giornata era afosa e la polvere sollevata dai cavalli era tantissima, come scrisse il Compagni. Amerigo di Narbona fu ferito al volto. Il suo balio, Guglielmo di Durfort, venne colpito a morte. In un primo momento sembrò che la carica dei Ghibellini avesse avuto successo. Ma in realtà le salmerie avevano retto bene e la spinta di Buonconte e di Guglielmo Pazzo si andava via via esaurendo.

A questo punto la tattica dei Guelfi fu chiara a tutti: le due ali di pavesari iniziarono a serrarsi come una tenaglia su tutti i Ghibellini, che rimasero chiusi in una morsa. Corso Donati, che sarebbe dovuto intervenire solo in caso di pericolo, pena la morte, volle fare di testa sua e si gettò nella mischia con i suoi, facendo sbandare ulteriormente l’esercito su un fianco. L’unico che forse avrebbe potuto liberare da quella tenaglia i Ghibellini, era il conte Guido, ma, vista la mala parata, preferì ritirarsi, senza dare colpo di spada.

La battaglia era perduta.

Atti poco cavallereschi Quando la bandiera con l’aquila imperiale venne catturata, tra le fila ghibelline si diffuse il panico. Alcuni si buttarono, ad altissimo rischio, sotto i ventri dei cavalli e, armati di coltellacci, sbudellarono gli animali per diminuire il numero di cavalieri.

Simili atti così “poco cavallereschi” erano stati già adottati in precedenti occasioni. Come a Benevento, nel 1266, quando i cavalieri angioini segarono i tendini dei cavalli nemici per diminuire l’impeto della cavalleria.

Ma a Campaldino quella mossa disperata non bastò per risollevare le sorti della battaglia. Nella morsa rimasero intrappolati tutti i comandanti ghibellini: Buonconte da Montefeltro, Guglielmo dei Pazzi e suo zio, l’anziano vescovo Ubertini, con il quale il nipote aveva voluto scambiare le sue insegne nel tentativo di salvargli la vita. Invano. Anche questo era diventato un gesto usuale nelle battaglie. Così aveva fatto Manfredi a Benevento e altrettanto Carlo d’Angiò a Tagliacozzo.

Una tempesta di cadaveri Molti dei fuorusciti fiorentini persero la vita nella piana davanti a Poppi: Fifanti, Abati, Lamberti e anche i figli e i nipoti di Farinata degli Uberti. Morirono oltre 1.700 ghibellini. Più di 2.000 furono catturati e portati a languire nelle prigioni di Firenze. Le armi del vescovo, riconosciuto dalla tonsura, furono portate in trionfo a Firenze ed appese a testa in giù, come quelle di un nemico sleale: rimasero esposte così fino a che Cosimo III non le fece togliere agli inizi del Settecento.

Alla fine della battaglia, mentre i Guelfi braccavano i fuggiaschi per farli prigionieri in modo da ottenere un cospicuo riscatto, un terribile temporale si abbattè sui vincitori e sui vinti. È il nubrifagio descritto da Dante nel V canto del Purgatorio. Poi, finalmente venne suonata la fine della battaglia.

L’odissea dei prigionieri Le cronache del tempo si soffermano sui prigioni, cioè le centinaia di persone che vennero catturate a battaglia conclusa e stipate nelle galere del comune di Firenze o in semplici abitazioni o cantine, risistemate per l’occasione. “Ne giunsero legati più di 740”, scrisse il Villani. L’alto numero dei prigionieri rese necessario il riadattamento di molte case di fiorentini a mo’ di prigione. Per questo fu ad esempio rimborsato di 56 lire tal Bardino d’Altopace, della parrocchia di S. Jacopo, per i danni subiti dalla sua casetta d’Oltrarno.Dodici lire spettarono poi al sensale Manetto per l’affitto di una bottega e di una corte dove trovarono alloggio i custodi di alcuni degli aretini catturati.

Quando si legge di Campaldino però si sente parlare sempre dei prigionieri aretini, o ghibellini, fatti dai fiorentini. Ma anche i Ghibellini dovettero tornare a casa trascinandosi qualcuno dei nemici, se, leggendo tra le Provvisioni, si incontrano più volte scambi con fiorentini detenuti in Arezzo. Sette aretini furono rilasciati in cambio di due lucchesi e due pistoiesi, e non è inutile domandarsi perché questi ultimi “valessero” quasi il doppio degli aretini. Conosciamo il caso del rilascio di 8 guelfi presi a Campaldino, questa volta scambiati con egual numero di ghibellini: per 7 di loro richiese grazia il comune di Siena, essendo costoro di Lucignano e Mariano; per l’ottavo intercedette l’Abate di Capolona.

Bisogna immaginare che alla fine della battaglia, nella confusione, nel polverone prima, e nell’acquazzone poi, le modalità di cattura fossero dettate anche dal buon senso e dall’impulso. Così accadde che Finuccio di Rinaldo del contado aretino, scambiato a Campaldino per ghibellino, ma sempre zelante guelfo, languiva nelle prigioni fiorentine ancora nel luglio del 1290. Gli era andata comunque meglio di Maiano, suo fratello, che, preso dai ghibellini, fu fatto prigioniero e detenuto ad Arezzo dove fu anche accecato, secondo una pena riservata per lo più ai traditori.

Un documento ci informa poi su un’ulteriore prassi guerresca. Un prigioniero infatti venne liberato in quanto catturato per errore, poiché “nescivit dicere nomen ordinatum debere dici per Florentia in prelio”: non seppe cioè ripetere la parola d’ordine. Dunque prima della battaglia si era stabilita una parola segreta per riconoscersi nel marasma finale: un metodo semplice ma certamente efficace.

Le richieste di scarcerazione si protrassero per anni e possiamo solo immaginare lo stato in cui i prigionieri versavano al momento del rilascio, magari dopo tre o quattro anni trascorsi in carceri umide e sovraffollate.

Particolare della battaglia di Campaldino negli affreschi del Palazzo Comunale di San Gimignano (1292)

Il prezzo dei cavalli Combatterono per tutto il tempo della battaglia in prima linea sia Dante che Vieri de’ Cerchi. E anche Filippo Adimari detto Argenti, che l’Alighieri pone tra i violenti e che deve il suo soprannome all’abitudine di commissionare i finimenti del proprio cavallo in argento.

Nel corso del primo urto è probabile che molti tra i combattenti perdessero il proprio cavallo. E, in molti casi, doveva trattarsi di bestie particolarmente belle e potenti. Siamo informati del rimborso erogato dal Comune per il cavallo morto al Cerchi e all’Argenti. Ma anche Giano della Bella e Baschiera della Tosa persero la propria cavalcatura. E qui, rispetto ad un ronzino, che valeva dai 4 ai 10 fiorini, si parla di cifre da capogiro: a Gianni Adimari vennero pagati 70 fiorini d’oro di indennizzo, e la stessa cifra fu erogata a Neri dei Bardi. Costui, ricorda il documento, asserisce di aver perduto il cavallo durante l’assedio portato con insuccesso dai Guelfi contro Arezzo.

La città, priva ancora di buona parte delle mura, si difendeva con steccati e fossi, costruiti per proteggere i nuovi sobborghi. E proprio presso questo steccato, “erectum ab arretinis”, ove dovette infiammare l’assedio, il cavallo di Neri esalò l’ultimo respiro. Bestie possenti, muscolose, addestrate e perciò, preziose. Non una semplice cavalcatura, ma una vera e propria macchina da guerra, per chi sapeva manovrarla e per chi, ovviamente, poteva permettersela.

Quel che vide Dante Nell’incipit del canto XXII dell’Inferno, Dante Alighieri rievoca le scorrerie e le feste cavalleresche cui assistette in terra aretina:

Io vidi già cavalier muover campo,e cominciare stormo e far lor mostra,e talvolta partir per loro scampo;corridor vidi per la terra vostra,o Aretini, e vidi gir gualdane,fedir torneamenti e correr giostra;quando con trombe, e quando con campane,con tamburi e con cenni di castella,e con cose nostrali e con istrane.

Versi che raccontano le operazioni militari, così come apparivano agli occhi di chi, non molti anni prima, vi aveva preso parte. La terminologia è importante, ed è da casi come questi che possiamo ricostruire ciò che i comandanti si dicevano nelle concitate fasi di un consiglio di guerra.

Dante immortalato di fronte al palazzo dei Conti Guidi a Poppi (part. di una foto di Gianni Ronconi)

Stormo alle nostre orecchie suona in un modo completamente scevro di significati bellici, legato come è al volo degli uccelli. Ma ai tempi di Dante, ancora forte doveva essere il legame della parola con le origini germaniche del termine sturm, battaglia, assalto, che anche foneticamente sembra rievocare il tumulto dell’assedio.

Per indicare una parata militare veniamo a conoscenza del termine mostra che nell’espressione utilizzata nei versi di Dante, come sottolinea il commentatore Chimenz, indica il disporsi per essere passati in rivista, o meglio, l’eseguire evoluzioni durante le riviste.

E se fedir torneamenti e correr giostra è abbastanza comprensibile, resterebbe oscuro il termine gualdana, anch’esso di origine germanica. La parola indica una scorreria di uomini armati in territorio nemico. La radice del termine wald è quanto mai significativa. Oltre al legame con il bosco, wald, va sottolineato quanto fare la guerra sia cosa da uomini, e cosa da uomini forti, validi e valorosi, dei baldi giovani, di prestanza fisica e morale.

Va poi notato l’uso che Dante fa del verbo vedere, che nella Commedia è utilizzato con valore esponenziale, riferito perciò ad una diretta esperienza vissuta dal poeta. Come ha scritto Silvio Abbadessa, è in qualche modo la firma stessa del poeta.

Federico Canaccini

Bibliografia:Niccolò Capponi – Kelly DeVries, La battaglia di Campaldino 1289. Dante, Firenze e la contesa tra i Comuni, LEG Edizioni, 2019 Federico Canaccini (a cura di), La lunga storia di una stirpe comitale. I conti Guidi tra Romagna e Toscana, Atti del Convegni di studi (Modigliana-Poppi, 28-31 agosto 2003), Olschki, Firenze 2009Marco Bicchierai, Ai confini della repubblica di Firenze: Poppi dalla signoria dei conti Guidi al vicariato del Casentino, Olschki, Firenze 2005 Emma Perodi, Le novelle della Nonna, Fruska, Bibbiena, 2019 (4° ristampa; ed. or. 1897)

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La Maestà, capolavoro di Duccio

La pala d’altare più grandiosa dell’arte italiana porta la firma di Duccio di Buoninsegna. È la Maestà del duomo di Siena. Un’opera di dimensioni enormi, alta quasi 4 metri e inserita in una spettacolare cornice con basamento e cuspide dorati. La sola tavola centrale, dipinta su entrambi i lati, è alta più di 2 metri e larga oltre 4.

Ricostruzione virtuale del lato anteriore della Maestà del duomo di Siena (Duccio di Buoninsegna, ca. 1308-1311)

Una magnifica festa La Maestà fu commissionata al pittore dal Comune di Siena, come ringraziamento alla Vergine per la vittoria contro i fiorentini nella celebre battaglia di Montaperti del 1260. E il 9 giugno 1311 l’opera, con una processione in pompa magna composta dalle autorità, i nobili e tutto il popolo di Siena, lasciò la bottega di Duccio per essere trasportata fino al duomo e messa in opera sopra l’altare maggiore. Fu una grande festa, di cui resta ampia documentazione:

E il giorno che fu portata nella cattedrale, tutte le botteghe rimasero chiuse e il vescovo guidò una lunga fila di preti e monaci in solenne processione. Erano accompagnati dagli ufficiali del comune e da tutta la gente; tutti i cittadini importanti di Siena circondavano la pala con i ceri nelle mani, e le donne e i bambini li seguivano umilmente. Accompagnarono la pala tra i suoni delle campane attraverso la Piazza del Campo fino all’interno della cattedrale con profondo rispetto per la preziosa pala. I poveri ricevettero molte elemosine e noi pregammo la Santa Madre di Dio, nostra patrona, affinché nella sua infinita misericordia preservasse la nostra città di Siena dalle sfortune, dai traditori e dai nemici.

La pala d’altare più importante dell’arte italiana Per le sue dimensioni, per la complessità e la qualità delle scene e per l’innovativa modulazione dello stile tradizionale bizantino con gli elementi di novità dell’arte gotica e fiorentina, la Maestà di Duccio di Buoninsegna è unanimemente considerata la più importante pala d’altare giunta fino a noi di tutta la storia della pittura italiana.

La tecnica Le pale d’altare, rappresentazioni sacre diffuse in Italia nel secolo XIII, sono grandi tavole di legno dipinto che venivano disposte sugli altari delle chiese, così che i fedeli, anche da lontano, potessero osservarle e venerarle. Il soggetto prediletto era la Madonna seduta in trono con il Bambino in braccio, a volte circondata da angeli e santi.

La realizzazione era molto complessa. Occorreva innanzitutto scegliere delle assi di legno adatte, senza nodi e imperfezioni, che poi venivano unite. Sulla superficie venivano applicate strisce di lino intrise di colla per dare maggiore stabilità all’insieme. Prima di iniziare a dipingere, bisognava preparare il fondo: si stendevano due strati di gesso e colla, il primo più ruvido e il secondo più liscio, per ottenere una superficie levigata sulla quale realizzare il disegno. Una volta ripassati i contorni con un colore scuro, veniva usata una punta metallica per incidere le aree su cui andava applicato l’oro. Per fissare l’oro – lamine sottilissime realizzate da artigiani detti “battiloro” – e rendere i suoi riflessi ancora più caldi, si passava una base di fondo rossa detta bolo. Dopo aver fatto aderire le foglie d’oro sopra il bolo, si procedeva alla stesura del colore, realizzato con terre minerali e sostanze naturali miste amalgamate con tuorlo d’uovo.

La preghiera alla Vergine e la firma dell’autore dipinte sulla base del trono

Una lettura “avvolgente” Nella sua versione completa, la Maestà consisteva, sul lato rivolto verso la navata maggiore e quindi visibile dai fedeli, in una vasta composizione centrale con la Madonna in trono con in braccio il Bambino e circondata da venti angeli, sei sante e santi e i quattro protettori della città (da sinistra, Sant’Ansano, San Sabino, San Crescenzi e San Vittore) inginocchiati in primo piano. Simboli non solo religiosi, ma anche politici: a commissionare la tavola è tutta la città, che – rappresentata dai suoi santi protettori – rende omaggio a Maria e al Bambino. Il doppio significato, politico e religioso, è ribadito anche dall’iscrizione che corre ai piedi del trono della Vergine:

Mater sancta Dei / sis causa Senis requiei / sis Ducio vita / te quia pinxit ita

Santa Madre di Dio, sii causa di pace per Siena, sii vita per Duccio che ti dipinse

È inusuale che anche l’artista chieda la protezione della Vergine, arrivando addirittura a mettere il proprio nome al centro della tavola. Parole da cui traspare un’inconsueta consapevolezza della sua valenza e segno della grande fama raggiunta da Duccio all’epoca della Maestà che, dopo la straordinaria accoglienza dei contemporanei attestata dai cronisti, continuò a suscitare l’ammirazione generale.

La schiera più lontana dalla Vergine è composta da meravigliosi angeli con il volto sognante, che scendono a circondare il trono come a proteggerla. Ai lati di Maria ci sono due file di santi in piedi o in ginocchio, riconoscibili dagli abiti e da ciò che tengono in mano: la barba e il lungo abito scuro indicano san Paolo, le vesti di pelli San Giovanni Battista. Questo modo di raffigurare la Maestà venne ripreso dagli artisti posteriori a Duccio che operarono sul territorio. Nel 1312, Simone Martini affrescò una Maestà nel Palazzo Pubblico di Siena e nel 1335 Ambrogio Lorenzetti dipinse una pala affollata di personaggi per una chiesa di Massa Marittima.In alto, sulle cuspidi, figuravano i busti degli apostoli. Sotto di loro, insieme a parti perdute, c’erano almeno sei storie della Madonna successive alla morte e resurrezione del Cristo. Nella predella alla base della tavola centrale, intercalate a figure di profeti c’erano sette storie dell’Infanzia di Gesù.

Gli episodi della preghiera nel Getsemani e il bacio di Giuda

Sul lato posteriore, invisibile ai fedeli, la lettura dalla predella riprendeva con le storie dell’infanzia di Gesù e continuava con episodi della sua vita pubblica.

Sopra, nel campo principale e su due registri, la narrazione proseguiva con ventisei storie della Passione, da leggere seguendo un percorso a “S”, dal basso verso l’alto e da sinistra verso destra (salvo qualche eccezione). Queste scene erano pensate per essere ammirate dal clero, che sedeva dietro l’altare, e durante le lunghe celebrazioni aveva modo di meditare sui fatti della vita di Cristo.

Nel coronamento superiore del retro, infine, insieme con altre parti andate parzialmente o totalmente perdute, figuravano storie di Cristo successive alla resurrezione, che riportavano di nuovo l’osservatore a girare intorno alla pala con una lettura “avvolgente” che riconduceva al lato anteriore, dove le storie di Cristo risorto trovavano conclusione nelle storie della Madonna, anch’esse successive alla morte e resurrezione del Figlio.

Tre stili per una tavola Sul lato rivolto verso la navata maggiore della cattedrale, le figure sono disposte in sequenze ordinate e statiche, su sfondo neutro e senza profondità, elementi tipici dell’arte bizantina.

Ma i santi e la Vergine sono alti e slanciati, nello stile caratteristico del Gotico francese. Come le linee che contornano le figure, morbide e sinuose e i colori raffinati, stesi in modo piatto e con pochissimo chiaro scuro per non dare rilievo ai volumi dei corpi. La figura di Maria è molto più grande rispetto ai personaggi che la attorniano: l’uso delle proporzioni gerarchiche, per cui i personaggi più importanti sono anche i più grandi, è un altro elemento tipico della cultura artistica gotica, contemporanea a Duccio e da lui molto amata.Il trono dove è seduta la Vergine ricorda, nella forma e nel volume, il trono della Maestà degli Uffizi del pittore fiorentino Cimabue. Anche in alcune scene del retro, come l’episodio di Cristo davanti a Pilato, la tettoia sorretta da colonnine è uno spazio reale che cerca di rendere la profondità della pittura. Duccio quindi mostra di conoscere la pittura fiorentina del tempo, e in particolare sembra essere stato influenzato da Cimabue e Giotto.

L’unicità del capolavoro di Duccio resterà quella di aver trasmesso un meraviglioso amalgama di tradizione e innovazione: gli eleganti modelli bizantini e gotici nel maestro senese coesistono con il linguaggio più realistico e moderno di Giotto – di poco più giovane – che rivoluzionerà la pittura italiana abbandonando gli stilemi bizantini per guardare all’arte classica, basata sulla raffigurazione realistica del volume e dello spazio.

Gli incarichi (e le multe) Della vita e delle commissioni artistiche di Duccio (1255 ca. – 1318 o 1319) sappiamo parecchio. Una inconsueta ricchezza di informazioni particolari e la relativa precisione dei dati riguardanti gli incarichi ottenuti a partire dal 1278 (quando venne pagato per aver dipinto dodici casse per conservare i documenti del Comune di Siena) e poi negli anni 1279, 1285, 1291, 1292, 1294 e 1295, quando gli vennero commissionate tavolette di legno per rilegare i registri della città, si alternano a numerose multe e penali datate tra il 1280 e il 1310. Sembra che il maestro fosse poco incline a corrispondere al Comune le tasse dovute per la sua redditizia attività. Il 15 aprile 1285 si trovava a Firenze, dove la Compagnia dei Laudesi commissionò a “Duccio quondam Boninsengne pictori de Senis” la tavola magna per la chiesa di Santa Maria Novella, che oggi conosciamo come la Madonna Rucellai (attualmente esposta nella Galleria degli Uffizi a Firenze).

La vetrata dell’abside della cattedrale di Siena, dipinta da Duccio di Buoninsegna tra il 1287 e il 1288. Ora è conservata nel museo dell’Opera del Duomo e sostituita in cattedrale da una copia

Nel 1287-88 è di nuovo a Siena, dove dipinge la splendida vetrata per l’abside del duomo. È l’unica opera su vetro di Duccio di Buoninsegna e una delle poche realizzate da maestri di scuola senese. Nel 1295, di nuovo a Siena insieme con Giovanni Pisano e altri artisti, ebbe l’incarico di studiare il sito in cui costruire la Fonte d’Ovile e, nel 1302, ottenne di dipingere una Maestà con predella per l’altare della cappella dei Nove nel Palazzo Pubblico, che purtroppo è andata perduta. Ed è certo che, almeno dal 9 ottobre 1308, lavorò alla celebre Maestà del duomo di Siena.In sintesi, gli storici dell’arte propongono oltre cinquanta documenti ad attestare l’importante attività artistica e le meno onorevoli ammende e sanzioni di Duccio. Fonti che scandiscono molto bene le tappe fondamentali della sua attività, ma che mai si riferiscono alla formazione dell’artista. Benché sicuramente sia Cimabue (1240-1302) che Giotto (1267-1337) – artista-simbolo dell’intero Medioevo e innovatore radicale del linguaggio figurativo – ebbero influenza sull’opera di Duccio, la sua educazione artistica resta a tutt’oggi tema di ricerca e argomento di ipotesi e controversie.

Spostamenti, smembramenti e parti ritrovate Le vicissitudini della Maestà cominciarono nel 1505, quando la grandiosa opera venne spostata dall’altare maggiore all’altare di San Sebastiano (oggi del Crocifisso), sempre all’interno della cattedrale di Siena. Lì rimase fino al 1771, anche se stranamente sfuggì a Giorgio Vasari, che afferma addirittura di “aver cercato sapere dove oggi questa tavola si trovi”, ma di non aver “mai, per molta diligenza che io ci abbia usato, potuto rinvenirla” (Le vite, 1568). Nel 1771 l’opera fu segata verticalmente lungo lo spessore per separare le due facce. Dopo ulteriori spostamenti, che causarono la dispersione di singole parti (oltre che la distruzione integrale della carpenteria), nel 1878 la maggior parte dei pezzi fu collocata nelle stanze dell’Opera del duomo. Oltre a quanto è conservato oggi nel Museo dell’Opera di Siena (le due facce principali e la massima parte delle storie presenti nelle predelle e nei coronamenti), sono stati finora identificati come appartenenti all’opera smembrata otto pannelli: due si trovano alla National Gallery di Londra, tre alla National Gallery di Washington, uno nella collezione Thyssen Bornemisza di Lugano, uno nel Kimball Art Museum di Fort Worth in Texas, uno nella Frick Collection di New York. Infine, quattro degli angeli provenienti dalle cuspidi sono conservati nella Johnson Collection di Filadelfia, nella Van Heek Collection di ‘s Heerenberg, in Olanda, al Mount Holyoke College, South Hadley, in Massachusetts e l’ultimo – di cui si aveva traccia nella collezione Stoclet a Bruxelles – non si sa dove sia ubicato attualmente.

La precisa ricostruzione del complesso pittorico nel suo stato originario, tentata in più modi e con vari progressi, è solo uno dei non pochi interrogativi che la grandiosa opera di Duccio di Buoninsegna pone ancora oggi ai suoi interpreti.

Daniela Querci

La ricostruzione virtuale del lato posteriore della Pala

Bibliografia essenziale:Enzo Carli, La Maesta di Duccio, IFI, Firenze, 1982Luciano Bellosi, Enciclopedia dell’Arte medievale, Treccani, Roma, 1994Luciano Bellosi, Duccio. La Maestà, Milano, 1998Gillo Dorfles, Storia dell’Arte, Atlas, 2013Giorgio Cricco e Francesco Paolo di Teodoro, Itinerario nell’Arte, Zanichelli, 2016

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L’epopea dei Vichinghi

Baffoni fulvi spioventi. Chiome volpine. Elmo d’acciaio a cono, ornato da corna bovine. Lo sguardo perso tra le nebbie, a scovare la rotta su mari flagellati dalle bufere e irti di iceberg.

Una scena della serie tv Vickings

In bilico tra Obelix (il suo cugino celtico impegnato con Asterix a far baruffa con i legionari di Cesare in Gallia) e la fortunata oleografia hollywoodiana, che ne ha fatto il cow-boy di un Far West di fiordi e di flutti ghiacciati, il vichingo meritava un’analisi storica più spassionata e completa.

Le rovine di Lindisfarne

Vi ha provveduto, con fiocchi e controfiocchi, Rudolf Pörtner, nel suo L’epopea dei vichinghi. Forse nessuno, come il vichingo, è stato l’uomo del Medioevo.

Con la tellurica energia dei vulcani e dei geyser che esplodono nelle loro lande d’origine, i Vichinghi irruppero nella storia europea l’8 giugno 793.

Teatro della colata lavica, l’abbazia di Lindisfarne, isolotto presso la costa del Northumberland, dove i mansueti monaci celti, eredi di San Colombano, miniatori di evangeliari e catechizzatori dell’Inghilterra, raccoglievano il fieno nella pia illusione che i loro santi patroni, Cutberto l’anacoreta e Benedetto il laborioso, avrebbero sempre fatto del loro eremo un asilo inviolabile.

Ma le preghiere poco valsero contro le asce e le spade massicce dei predoni del Nord, sbarcati come demoni dalle navi che avevano il drago scolpito sulla ruota di prua e le fiancate coperte di scudi policromi.

Il massacro repentino, l’incendio e la rapina dei santi tesori generarono due mitologie contrapposte.

Elmo vichingo noto come “Elmo di Gjermundbu” (X secolo)

La prima, alimentata dai cronachisti conventuali, ne fece dei lupi mannari, emissari di un Dio deciso a castigare il degrado morale della gente cristiana: non esseri umani, ma cataclismi spersonalizzati, pari alle carestie o ai terremoti, promemoria di fuoco e di sangue della fragilità peccaminosa.

La seconda, al contrario, proiettò i vichinghi nell’eden primordiale dell’eroicità tipizzata germanica, incunabolo di Sigfrido e di Walhalla, con l’infausto armamentario dei martelli di Thor, delle tenebrose magie di Thule, dei corsieri ottìpedi di Odino che, tra danze e cori marziali di Walkirie, scortano i guerrieri caduti in battaglia alle dimore della gloria.

Fasulla paccottiglia, scrive Pörtner, che con l’analisi puntigliosa delle fonti, l’apporto dell’archeologia e una fitta messe di dati traccia il quadro storico rigoroso. Il suo metodo è di esaminare la società vichinga dall’interno, senza filtri deformanti, rancorosi o nostalgici.

Ne balza a tutto tondo l’immagine di un uomo continentale, signore delle strade d’acqua e di terra che partendo dalle culle nordiche, Danimarca, Svezia e Norvegia, si irraggiano verso tutte le coste e i confini estremi, dall’Irlanda ai centri del dominio franco, dai boschi e dalle pianure fluviali dell’Europa orientale alla Spagna fino alla calda Bisanzio, dove i vichinghi si posero al servizio del fulgore dei Cesari.

Un disegno di L.Jori sulle rotte dell’espansione vichinga (www.luckyjor.org) La ricostruzione di un villaggio vichingo in Islanda

Ma il capitolo più straordinario dell’epopea (meglio sarebbe dire saga, dal vichingo sagamadhr, il clone dell’aedo ellenico, il narratore di professione che ri-raccontava nelle serate invernali le puntate della tradizione, radicate nella memoria) resta il balzo extra-continentale a Vinland, la Terra della Vite (Terranova, il Labrador, forse la costa statunitense presso Boston, secondo alcuni perfino il Minnesota, oltre i Grandi Laghi) conquistata dai trampolini di lancio dell’Islanda, Terra del Ghiaccio, e della Groenlandia, Terra Verde, mezzo millennio prima del tardivo sbarco di Colombo nel nuovo mondo.

Il tratto più impressionante del vichingo è la poliedricità. Meritevole dell’epiteto che Omero consacrò al sagace Ulisse, polytropos, “dal multiforme ingegno”, l’uomo del Nord, nato contadino in lotta con l’asprezza di vastitudini gelide e avare, è insieme artigiano e mercante, guerriero e pirata, colonizzatore e manager d’impresa, anche se il suo impulso interiore più indomabile è di partire, sulle onde, per esplorare e allargare all’infinito il raggio d’azione.

Politicamente, è un garbuglio fecondo. Leale alla sippe, la “stirpe”, il vichingo non rinuncia mai alla sua indipendenza. Si aggrega ai capi tribali, ma nella dura scorza contadina e marinara brilla la scintilla democratica, se tra i marosi, quando urge la decisione definitiva, il capitano del microcosmo mobile, la nave, drakkare, se è armata a battaglia e gonfia al vento vele oblique di porpora, knorr, se stiva merci, bestiame e famiglie, convoca l’equipaggio al piede dell’albero, e condivide la responsabilità dell’ordine.

Le pietre runiche di Ledberg

Molteplice, sulla fondamentale unità della nazione, il nome: vichinghi (dal latino vicus, “mercato”, wic in anglosassone, wik in franco, ma forse anche da wiking, il “corsaro” che espatria per preda e per ansia di nuove lontananze); normanni, “gente del Nord”; ascomanni, o “uomini dell’Esche”, il frassino dei loro fasciami; rus, per gli slavi, vale a dire “gente da remo”; madjus, “diavoli pagani” per gli arabi, che con i poeti viaggiatori Ibn Fadlan e Amin Razi non celarono l’ammirazione per uomini “rossi e alti come palme da dattero”.

Splendidamente contraddittoria la loro arte della parola: ossuta, fredda e monosillabica nelle saghe mnemoniche; intricata e barocca, come i ricami metallici delle lame damascate e i ghirigori runici, capolavori di design, nella babilonia poetica dell’Edda scaldica, dove la freccia è l’”ape feritrice”, l’oro è “la tana del drago”, il braccio è la “terra dei falchi”, perché regge il falcone da caccia, la nave è “l’uccello chigliato” o “l’alce del fiordo”, e la poesia stessa è “l’idromele di Odino”.

Ezio Savino

Le date dell’età vichinga

Bibliografia: AA.VV., Antiche saghe nordiche, Mondadori, 1997Gianna Chiesa Isnardi, I miti nordici, Longanesi, 1991Gianna Chiesa Isnardi, Storia e cultura della Scandinavia. Uomini e mondi del nord, Bompiani, 2015Rudolf Portner, L’epopea dei Vichinghi, Garzanti, 1981Frédéric Durand, I Vichinghi, Xenia, 1995Johannes Bronsted, I Vichinghi, Einaudi, 2001Donald F. Logan, Storia dei Vichinghi. Viaggi, guerre e cultura dei marinai dei ghiacci, Odoya, 2009Jesse Byock, La stirpe di Odino. La civiltà vichinga in Islanda, Mondadori, 2012Tom Shippey, Vita e morte dei grandi Vichinghi, Odoya, 2018Katherine Holman, La conquista del nord. I Vichinghi nell’arcipelago britannico, Odoya, 2014Bernard Marillier, Vichinghi. Storia, civiltà, spiritualità degli Uomini del Nord, Edizioni L’Età dell’Acquario, 2017Régis Boyer, La vita quotidiana dei Vichinghi (800-1050), Rizzoli, 2017Giorgio Dolfini, Snorri Sturloson, Edda – Adelphi, 1975

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Guglielmo il Maresciallo, “il miglior cavaliere del mondo”

Di Guglielmo il Maresciallo, ricordato come “il miglior cavaliere del mondo”, conosciamo con certezza solo la data della morte: 14 maggio 1219. Di quella della nascita sappiamo poco.

Del resto, ai suoi tempi contava poco il giorno in cui si veniva al mondo. Era una data molto meno importante di altri passaggi della vita.

Guglielmo disarciona Baldovino I conte di Guînes (Chronica Majora di Matthew Paris, sec. XIII)

Guglielmo era di origini modeste. Figlio della piccola aristocrazia inglese, nacque intorno al 1145 da Giovanni e Sibilla di Salisbury. Era il quarto figlio nella linea ereditaria. Non gli spettavano quindi né terre né titoli. Come per tutti i cadetti la sua strada era quella del miles o dell’uomo di Chiesa. Scelse il mestiere delle armi e apprese i rudimenti della cavalleria alla corte normanna del signore di Tancarville.

La sua fama di grande combattente gli permise, in poco tempo, di accumulare grandi ricchezze. Come spiegò il grande storico Georges Duby nel suo fondamentale libro “Guglielmo il Maresciallo” (Laterza, 2004) il grande cavaliere salì la scala sociale grazie ai tornei, alle battaglie e agli “omaggi” alle casate più illustri. Senza trascurare oculate strategie matrimoniali.

Il castello di Pembroke è oggi uno dei più imponenti castelli normanni del Galles meridionale ed è situato al centro dell’omonima città. Curato dal CADW, l’ente gallese di protezione dei monumenti storici, è aperto al pubblico

Praticò le quattro virtù fondamentali per il successo: il coraggio, la lealtà, la cortesia e la prodigalità. Nel 1168 scortò la regina Eleonora d’Aquitania nella vittoriosa spedizione che annientò una rivolta scoppiata nel Poitou. Fu così valoroso in battaglia che la regina lo cooptò nella casata regia, dove servì prima Enrico II Plantageneto e poi suo figlio Riccardo I Cuor di Leone, che nel 1189 lo premiò per i suoi servigi e gli concesse la mano dell’ereditiera Isabella di Clare.

Guglielmo diventò così conte di Pembroke e signore di vasti possedimenti che andavano dalla Normandia al Galles fino a un quarto del territorio dell’Irlanda. L’uomo senza terre e dall’incerto futuro era ormai il più ricco proprietario terriero del regno.

La sua lealtà alla causa dei Plantageneti fece sì che nel 1216 il re Giovanni Senza Terra sul suo letto di morte gli affidasse la reggenza del regno d’Inghilterra per conto del figlio Enrico III che all’epoca aveva appena 9 anni. In nome del suo piccolo re, Gugliemo sconfisse, appena un anno dopo dopo a Lincoln l’esercito del re di Francia Luigi VIII che si era alleato con i baroni inglesi ribelli. Lo scontro segnò la rinuncia definitiva del sovrano di Francia al trono inglese. Guglielmo non si accanì contro i vinti e scortò le truppe nemiche al porto d’imbarco.

Quel 1217 fu l’anno della sua apoteosi: il povero cadetto, tutore del re bambino e reggente del trono d’Inghilterra era diventato uno degli uomini più potenti della sua epoca: mentore di Enrico il Giovane, cavaliere del padre Enrico II e vassallo del re d’Inghilterra e anche del re di Francia per i vasti feudi che sua moglie Isabella possedeva in Normandia.

La tomba di Guglielmo il Maresciallo nella chiesa del Tempio a Londra

Quando Guglielmo morì, suo figlio fece comporre a Giovanni il Trovatore un poema di più di 19.000 versi in lingua anglonormanna. L’Histoire de Guillame le Maréchal. L’opera, scritta nel francese d’oil parlato a corte, è una preziosa testimonianza sulla società feudale, fondata sui valori della virtus dell’uomo d’armi e sulla caritas e la fidelitas verso il suo signore.

“La chanson del Trovatore – ha scritto George Duby – ci consegna qualcosa di infinitamente prezioso: la memoria cavalleresca quasi allo stato puro; senza questa testimonianza non ne sapremmo quasi nulla”.

In punto di morte Guglielmo il Maresciallo volle essere vestito con i panni del cavaliere templare, come estremo atto di fedeltà verso l’ordine al quale aveva chiesto di essere ammesso prima di esalare l’ultimo respiro. Fu sepolto a Londra, nella chiesa del Tempio.

Virginia Valente

Bibliografia essenziale:Georges Duby, Guglielmo il Maresciallo. L’avventura del cavaliere, Laterza, 2004.March Bloch, La società feudale, Einaudi, 1999.Franco Cardini, Alle origini della cavalleria medievale, Il Mulino, 2014.Franco Cardini, Il guerriero e il cavaliere in Jacques Le Goff, L’uomo medievale, Laterza, Bari, 2008.Philippe Contamine, La guerra nel Medioevo, Il Mulino, 2005. Jean Flori, Cavalieri e cavalleria nel Medioevo, Einaudi, 1999.Aldo A. Settia, Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel Medioevo, Laterza, 2004.

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