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Marzo: l’augurio di Folgòre, eccentrico rimatore dei mesi

Ecco marzo, dipinto come una colorata miniatura. C’è uno specchio d’acqua ricco di anguille, trote, lamprede e salmoni, dentici e addirittura delfini e storioni. Nel quadretto compaiono pescatori e navicelle, barche, navigli e galeoni: che possano condurvi nei porti più graditi. L’augurio è di trovare tutto ciò che desideriate, tra case eleganti e gente dedita a ogni sorta di piaceri. Ma niente chiese né monasteri e soprattutto, si raccomanda il poeta, guardatevi dai preti:

Di marzo sí vi do una peschiera d’anguille, trote, lamprede e salmoni, di dèntali, dalfini e storioni, d’ogn’altro pesce in tutta la rivèra;

con pescatori e navicelle a schiera, e barche, saettíe e galeoni, le quai vi portino tutte stagioni a qual porto vi piace a la primèra:

che sia fornito di molti palazzi, d’ogn’altra cosa, che vi sie mesterò, e gente v’abbia di tutt’i sollazzi.

Chiesa non v’abbia mai né monastero; lassate predicar i preti pazzi, c’hanno troppe bugie e poco vero.

                                        Folgòre da San Gimignano

San Gimignano (Taddeo di Bartolo, 1391 ca., Museo Civico di San Gimignano)

Il nom de plume se lo era scelto bene, Giacomo di Michele da San Gimignano. D’altronde era un poeta e con le parole ci sapeva fare. E Folgòre, nel senso di fulgido splendore, è l’appellativo con il quale firmò il sonetto conclusivo dei quattordici che compongono la sua opera maggiore, la cosiddetta Collana dei mesi.

Il rimatore del piacer borghese ci ha lasciato trentadue sonetti in tutto. I più noti e godibili sono certo i sonetti dei mesi, ai quali si aggiungono gli otto dedicati ai giorni della settimana. Ispirati al modello provenzale del plazer (la celebrazione di cose che piacciono), descrivono in un’atmosfera di sogno un mondo di raffinati godimenti cui si abbandona una brigata di giovani dell’alta borghesia. Gli altri componimenti, giudicati marginali dalla critica letteraria, contengono invettive contro i Ghibellini o celebrazioni della cavalleria.

Eccentrico sognatore della stessa generazione di Dante Alighieri (è vissuto tra il 1270 e il 1330 circa), Folgòre viene ricordato come una delle voci più originali della poesia minore toscana tra Duecento e Trecento. Nella sua poetica, diletti, feste e occupazioni scandiscono il passare delle stagioni in quadretti di disarmante piacevolezza. Il rimatore di San Gimignano occupa, nella storia della poesia in volgare del Duecento, un ruolo tutto particolare: annoverato fra i poeti comici più per consuetudine che per reali affinità tematiche e stilistiche, è stato accostato al celebre Cecco Angiolieri. Ma gli unici elementi in comune con il poeta di S’i’ fosse foco sono la rinuncia a usare un linguaggio alto e il rifiuto della poetica stilnovistica. Per il resto, Folgòre più che a un comico si avvicina a un eccentrico sognatore.

La vita immaginata La vita di Folgòre da San Gimignano la possiamo solo immaginare. Forse il soprannome gli fu attribuito in omaggio alla sua immaginifica luminosità poetica, ma potrebbe anche esserselo scelto da solo: la fantasia non gli mancava. Per il resto, con certezza sappiamo solo che nel 1305-1306 prestava servizio militare per il suo Comune, e che nel 1332 era già morto. Dai contenuti dei suoi versi, possiamo supporre che appartenesse alla borghesia e che, vissuto in un periodo nel quale la sua classe sociale poteva permettersi di godere dei molti privilegi guadagnati sia a livello politico che economico, ritenesse auspicabile una revisione dello stile di vita mercantile, fino ad allora tutto teso alla scalata sociale. Così si spiegherebbe il sogno del ritorno all’antica eleganza e alla raffinatezza dell’aristocrazia e la proposta del recupero, sia pure in ambito rivisitato e più moderno, dei valori culturali del passato, come la liberalità e la cortesia.

La parodia del cantastorie L’aretino Cenne da la Chitarra (morto prima del 1336), un cantastorie, compose una collana di sonetti sulla falsa riga di quelli di Folgòre. Sulle stesse rime dei mesi del poeta di San Gimignano, i componimenti di Cenne sono rivolti a una “brigata avara senza arnesi”, alla quale viene augurata, su un tono di scherno grossolano e in pieno contrasto con le immagini gentili e luminose di Folgòre, ogni sorta di fastidi e dispetti.

La citazione più celebre è certamente quella di Francesco Guccini che, guarda caso proprio nella sua Canzone dei dodici mesi, brinda “a Cenne e a Folgòre”. Forse, fu per questa citazione che Umberto Eco lo definì “il più colto dei cantautori italiani”. E può darsi che neanche questo sia un caso.

Daniela Querci

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I numeri della vita

Giudizio universale (particolare della controfacciata), Maestro di Loreto, XV sec., Chiesa di S. Maria in Piano, Loreto Aprutino (Pescara)

I numeri della vita nel Medioevo erano quattro: 3, 4, 7, 12. Una quaterna che rappresentava le possibili divisioni delle età dell’uomo e nasceva da una scienza ereditata dal mondo antico, che il cristianesimo reinterpretò in una visione escatologica, per dare alla esistenza umana il senso di cammino verso la salvezza eterna.

Il 3 è il numero di Aristotele, che nella Retorica divide il ciclo biologico dell’uomo in crescita, stabilità e declino: “Tutte le doti che gioventù e vecchiaia possiedono disgiuntamente, la maturità le possiede congiuntamente; ma in rapporto ai difetti e agli eccessi, essa sta in una misura media e opportuna”. Un percorso con un culmine a metà strada, che il Medioevo farà proprio. Per Dante la vita non è altro che “uno salire e uno scendere” e considera gli uomini di trentacinque anni “perfettamente maturati”. È frequente nel Medioevo l’idea che l’uomo di trent’anni sia “perfetto”. Secondo San Girolamo, Cristo morì “completando il termine di durata della propria vita nel corpo” e questa idea che i trent’anni, corrispondenti a battesimo, morte e resurrezione di Gesù, fossero l’età perfetta, prevalse anche come inizio ideale per la vita sacerdotale.

Ma è il numero 4 quello che affascinò di più la visione biologica dell’uomo medievale. Veniva dal filosofo e matematico Pitagora che, come riporta Diogene Laerzio, “divide la vita dell’uomo in quattro parti, dando una durata di vent’anni ad ogni parte”. A queste divisioni corrispondono i quattro umori della medicina di Ippocrate: il bambino è umido e caldo, il giovane è caldo e secco, l’uomo adulto è secco e freddo e il vecchio è freddo e umido. Anche Celso e Galeno accolgono questa visione, trasferita agli elementi (acqua, terra, aria e fuoco) e ai temperamenti che derivano dai liquidi corporei (sangue, bile, flemma e atrabile), che corrispondono alle età della vita. Nel Medioevo, le quattro età degli antichi hanno una attrattiva particolare, perché sono in sintonia con le quattro stagioni e quindi con il Creato.

Stendardo degli Innocenti, Domenico di Michelino (1446), Galleria dello Spedale degli Innocenti, Firenze.

Nella Genesi, Dio inaugura le stagioni nel quarto giorno e questo consentiva di accordare il ciclo vitale alle fondamenta della visione antropologica medievale, che interpretava l’uomo come un microcosmo, regolato dalle stesse cadenze che segnavano il tempo voluto da Dio per la Terra.

Anche il 7 viene dalla cultura classica. Isidoro di Siviglia distingue periodi che vanno dalla nascita al settimo anno (infantia), dai sette anni ai quattordici (pueritia), dai quattordici ai ventotto (adulescentia), dai ventotto ai cinquanta (juventus), dai cinquanta ai settanta (gravitas) e oltre i settanta (senectus).

Quella del 12 è invece un’idea tutta medievale, ma che in qualche modo rientra nella visione simbolica delle stagioni e del Creato. Si trova nel Les Douze Mois figurez, un poema anonimo del XIV secolo, in cui l’evoluzione fisiologica dell’uomo ricalca quella dello svolgimento dell’anno.

Qualunque sia il numero scelto, il Medioevo rilegge simbolicamente la cultura classica e la rielabora nella visione cristiana. Il ciclo della vita è inteso come percorso verso il regno dei cieli. Lo dice chiaro Sant’Agostino: il vegliardo è da considerare come un uomo nuovo, che si prepara alla vita eterna.

Giulia Cardini

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Capodanno, festa mobile del Medioevo

Annunciazione, Pietro Cavallini, Santa Maria in Trastevere, Roma

Paese che vai, Capodanno che trovi. Nel Medioevo la data cambiava secondo i luoghi, i paesi e le città. Il Capodanno era una festa mobile. E chi viaggiava molto poteva trovarsi a festeggiare l’ultimo giorno dell’anno in stagioni diverse. Sia in Italia che in Europa.

In Castiglia e Aragona l’anno cominciava il 1 gennaio, alla maniera romana, secondo il vecchio calendario giuliano, che fu elaborato dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria: era chiamato così per via di Giulio Cesare, che nella sua veste di pontefice massimo, lo promulgò nel 46 avanti Cristo.

In Francia l’anno nuovo si apriva a Pasqua nella Domenica di Resurrezione. L’abitudine, definita “stile della Pasqua”, fu cambiata da Carlo IX solo nel 1567. Ma non fu seguita dappertutto. In alcune zone della Francia centrale e occidentale il Capodanno aveva inizio il 25 dicembre, giorno di Natale. E in altre ancora il 25 marzo, giorno dell’Incarnazione.

Lo stesso avveniva in Inghilterra e anche in Irlanda: fino al XII secolo, la data dell’inizio dell’anno oscillò tra il giorno della nascita e quello del momento del concepimento del Redentore, quando Maria accettò l’annuncio che le portava l’Arcangelo Gabriele: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Luca, 1-38). L’abitudine perdurò fino al 1752.

In Borgogna, invece vigeva l’uso del Capodanno alla Circoncisione (cioè il 1 gennaio) chiamato così perché si calcolava che Gesù, secondo la legge ebraica, venne circonciso otto giorni dopo la nascita.

Anche in Spagna, fino al XV secolo, il Capodanno cadeva il 1 gennaio per via della circoncisione. Ma dal Quattrocento al Seicento in quasi tutta la penisola iberica fu la festa della Natività a fare da spartiacque tra un anno e l’altro. Nelle terre del Sacro Romano Impero le date potevano sovrapporsi a seconda delle città, ma nella maggior parte dei casi l’anno vecchio finiva proprio il giorno prima di Natale.

Icona della Natività, Cappella Palatina, Palermo

In Italia il Capodanno oscillò per lungo tempo tra le date del Natale (25 dicembre) e della Incarnazione (25 marzo). Con qualche importante eccezione. Come quelle della Puglia, della Calabria, di Amalfi e della Sardegna, dove l’anno nuovo iniziava ufficialmente il 1 settembre, secondo lo “Stile bizantino”. Tanto è vero che il mese di settembre in lingua sarda si chiama ancora “caputanni”.

In alcune città, come Milano e Bologna, le abitudini di festeggiare il Capodanno il 25 dicembre o il 25 marzo si alternarono nel corso dei secoli. A Roma, dal X al XVII secolo, la festa di inizio anno coincise sempre con quella del Natale, con un intermezzo voluto da alcuni papi che preferirono, come data di inizio dell’anno, la festa dell’Annunciazione.

Napoli si adeguò allo “stile dell’Incarnazione” nell’anno 1270. Prima festeggiava il Capodanno il giorno della nascita di Gesù. Ma pochi anni dopo, all’epoca di Carlo I (1282-1285) fu introdotto lo “stile della Pasqua”. E sotto il Vesuvio il Capodanno si iniziò a festeggiare in date variabili, che seguivano l’andamento della grande festa cristiana. Ma solo dopo quattro anni si tornò all’antico. E si ripristinò la data del 25 marzo.

Nel nord della penisola, il computo del Capodanno a partire dalla Natività era usato a Pavia, Brescia, Alessandria, Crema, Ferrara, Rimini e Como (ma in questo caso solo fino al Quattrocento). Festeggiavano il Capodanno il 25 dicembre anche Orvieto e alcune città toscane come Pistoia, Massa, Arezzo e Cortona.

Ma la differenza più singolare, tanto per cambiare, era quella tra Firenze e Pisa. Entrambe le città prendevano come data di riferimento quella della Incarnazione. Entrambe usavano la formula di rito: “Anno ab Incarnatione Domini”. Ma ognuna festeggiava il Capodanno a modo suo. Due scuole di pensiero e due date diverse: lo “Stile Pisano” e lo “Stile Fiorentino”, dettavano la regola anche in altri territori.

Annunciazione, Simone Martini, Galleria degli Uffizi, Firenze

Pisa anticipava di nove mesi la data della Natività. E quindi faceva partire il Capodanno il 25 marzo. La città di Firenze, da sempre legata al culto della Madonna, usava festeggiare l’inizio dell’anno il giorno della festa dell’Annunciazione, ma posticipava di tre mesi la data, a partire dal giorno della nascita di Cristo. Di conseguenza, nelle città rivali, la festa di Capodanno del 25 marzo, riguardava anni diversi: Pisa anticipava Firenze di 12 mesi. La Toscana si uniformò al resto d’Italia e d’Europa e iniziò a considerare l’inizio dell’anno solare il 1 gennaio, soltanto il 20 novembre del 1749, quando il granduca Francesco Stefano di Lorena abolì per decreto la feste di Capodanno celebrate nella stessa data di anni diversi per via di calcoli differenti. Fatto sta che per centinaia di anni lo “Stile Fiorentino” fu seguito da altre città italiane (Piacenza, Ravenna, Novara e Cremona) e toscane: Siena, Prato, Lucca, Pontremoli, Colle Val d’Elsa, Fiesole e San Gimignano. Lo “Stile Pisano” per un breve periodo di tempo fu adottato anche a Roma. Piombino si adeguò alla vicina e potente città marinara. Così come Tarquinia. Al nord, scelsero questa soluzione Bergamo e Lodi, che portò avanti la tradizione fino al Quattrocento.

In questo guazzabuglio di date si provò a mettere ordine a più riprese. Inutilmente. Nel Trecento, il pisano Giordano da Rivalto, un predicatore domenicano, celebrato per la sua oratoria, bollava come “pagano” chiunque volesse il 1 gennaio come data di inizio dell’anno nuovo.

La suggestione dei raggi di sole nel Duomo di Pisa durante il Capodanno Pisano

A Pisa il Capodanno era scandito da un orologio solare: veniva annunciato da un raggio di sole che penetrava nel Duomo da una finestra, chiamata Aurea proprio per questo motivo. Il raggio colpiva un preciso punto, localizzato vicino all’altare maggiore, il giorno stesso dell’equinozio di primavera, che secondo il calendario giuliano cadeva approssimativamente il 25 marzo e che quindi coincideva con la festa cattolica dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria. La tradizione si ripete ancora, con qualche cambiamento, dopo i restauri subiti dalla meravigliosa cattedrale medievale di Piazza dei Miracoli: nell’equinozio di primavera, a mezzogiorno in punto, un raggio solare colpisce una mensolina a forma di uovo depositata sul cornicione di una colonna, lungo la navata, all’altezza del luogo dove nel 1926 fu riassemblato lo splendido ambone di Giovanni Pisano.

Il calendario dell’antica Roma aveva inizio il 1 marzo, alcune settimane prima dell’equinozio di primavera. Il fatto che anche lo “Stile dell’Incarnazione” coincidesse con l’equinozio di primavera, ridava il significato originario al nome di alcuni mesi: settembre, ottobre, novembre e dicembre tornavano ad essere il settimo, l’ottavo, il nono e il decimo mese dell’anno. Venezia seguì sempre la regola romana. E datò tutti i documenti pubblici redatti in Laguna fino al 1797 indicando il 1 marzo come data di inizio dell’anno. Il 1 marzo era giorno di festa in tutti i territori della Serenissima. L’uso veneto, “more veneto”, indicato dalla sigla “m.v.”, sopravvisse nei secoli e fu esportato nel Mediterraneo.

Il ricordo della datazione veneziana del Capodanno sopravvive ancora nell’altopiano di Asiago, nel Trevigiano, nel Bassanese, nel Padovano e in alcune zone della Pedemontana Berica. Nelle feste paesane si rinnova la “bruza marzo” e continua l’usanza popolare di “ciamàar marzo”, che vuole risvegliare l’anno nuovo attraverso l’accensione di grandi falò propiziatori. Nella valle dell’Agno, sulle Prealpi vicentine, (Recoaro Terme, Valdagno, Cornedo Vicentino, Brogliano, Castelgomberto e Trissino) si festeggia ancora il “fora febraro” , che fa scappare quello che nei territori storici della Serenissima era considerato l’anno vecchio, con i “sciòchi col carburo”: botti provocati dall’acetilene, formata dall’unione del carburo di calcio con l’acqua. I bambini girano nelle strade battendo su pentole e coperchi. L’idea è che il rumore scacci il freddo mese di febbraio e che la primavera possa arrivare. Un tempo, per far festa, si trascinava nelle vie la catena del camino che diventava lucida e appariva come nuova.

Così, a Capodanno permane l’illusione che la vita si rinnovi. E arrivano i botti che con il loro rumore portano via le cose brutte. Nel VII secolo, i pagani seguaci dei druidi che vivevano nelle Fiandre, si abbandonavano a grandi e rumorosi festeggiamenti. Il severissimo Sant’Eligio, che fu anche un famoso orafo alla corte dei re Merovingi, li redarguiva aspramente: “A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l’andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l’usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica”.

Federico Fioravanti

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Il tempo della Legenda Aurea

Miniature dei santi in una edizione della Legenda Aurea

Il nome fa ancora sognare. La Legenda Aurea, costellata di meraviglie e miracoli, è uno dei grandi capolavori del Medioevo. Celebrata per tre secoli e poi dimenticata per quasi quattrocento anni, fonte di ispirazione per generazioni di artisti ma incompresa nel suo significato più alto e profondo, l’opera letteraria di Iacopo da Varagine (ca. 1228-1298) ha attraversato nel tempo episodi di alterna fortuna. E oggi, in ultima analisi, è ritenuta un documento di originalità straordinaria, modellato per esprimere, in tutta la sua ricchezza e complessità, una componente insostituibile della società umana: il tempo.

Una monumentale antologia di storie di santi corredata da un ricco repertorio di immagini, che ha esaltato l’estro di pittori, scultori e intagliatori. In centosettantotto capitoli, vergati in uno stile vivido e immaginifico, raccoglie biografie di uomini eccezionali, santi e reprobi, tanto che la sua lettura è stata definita sufficiente per poter spiegare quasi tutti i bassorilievi e le vetrate leggendarie delle cattedrali gotiche. Storicamente, è classificata come fonte agiografica e utilizzata come chiave di lettura per l’iconografia cristiana.

Fu il più grande successo editoriale del Medioevo dopo la Bibbia. Scritta in latino nell’ultimo terzo del XIII secolo, venne presto diffusa con un numero e una varietà di edizioni e traduzioni da fare invidia a un best seller dei nostri tempi: divulgata in italiano, alto e basso tedesco, francese, inglese, ceco e neerlandese, in epoca medievale ha conosciuto 69 diverse versioni manoscritte, seguite da altre 77 nei primi sessant’anni di diffusione della stampa.

La Legenda Aurea di Günther Zainer, Augsburg 1472 è stata venduta all’asta nel 2006 per 12.000 Euro

Ma se per trecento anni beneficiò della fortunata congiunzione tra il diffondersi della lingua volgare, l’alfabetizzazione del pubblico laico e la diffusione della stampa, dal XVII secolo la sua popolarità subì un drastico arresto, principalmente ad opera dei grandi specialisti moderni dei santi, i padri bollandisti, che la screditarono catalogandola nel genere letterario dei “leggendari medievali” e la destinarono all’oblio. “Questa istituzione di gesuiti” osserva Jacques Le Goff, “che si era data il compito di offrire una presentazione dei santi scientifica e sgombra delle fantasticherie della credulità medievale, rischiò di far uscire dalla conoscenza del Medioevo quest’opera che, adesso lo sappiamo, è uno dei grandi capolavori di quest’epoca”. L’ultima episodica edizione, in vernacolare italiano, è del 1631. E poi, per oltre trecento anni, la Legenda Aurea venne dimenticata.

La grandezza dell’opera è stata riscoperta solo nel Novecento, quando il suo significato si è rivelato molto più articolato e profondo di quanto appaia ad una analisi superficiale, una semplice compilazione di vite di santi. Per comprenderla, bisogna considerare la missione e la levatura intellettuale dell’autore.

Iacopo da Varagine (ora Varazze, in Liguria) fu un domenicano della stessa generazione di San Tommaso d’Aquino. Come quest’ultimo, entrò nell’ordine nel 1244, quando i primi discepoli di San Domenico avevano già edificato conventi fino alle propaggini dell’Europa, dalla penisola Iberica all’Ungheria e alla Polonia. Iacopo passò gran parte della vita nel nord Italia, a Genova, dove si formò culturalmente, e nella provincia della Lombardia, estesa dalle Alpi all’Adriatico. Negli ultimi anni della sua vita tornò a Genova dove, a coronamento della carriera ecclesiastica, venne nominato arcivescovo.

Un colto teologo dunque, ma prima di tutto un predicatore, in un tempo in cui la conquista dei fedeli era una posta fondamentale della missione della Chiesa. Nell’Europa di fine Duecento, il lavoro dei parroci raccoglieva in sé molte funzioni e la parola di Cristo riusciva difficilmente a calamitare l’attenzione delle folle, anche per il dilagare dei movimenti contestatari (catari, poverelli, valdesi), che ostacolavano la comprensione dell’insegnamento cristiano. Era necessario uno strumento di predicazione che potesse fornire spunti per catturare l’interesse delle masse. E, per conquistare spiriti e cuori, i santi erano alleati formidabili. Iacopo da Varagine attinse criticamente dalla letteratura esistente (in gran parte dai leggendari dei domenicani Giovanni da Mailly e Bartolomeo da Trento) per offrire nella sua opera un lavoro enciclopedico serio, autentico e ambizioso.

San Giorgio in una illustrazione di una edizione della Legenda Aurea del 1382

Compito dei predicatori era anche spiegare ai fedeli il senso delle feste, che ritmano l’anno liturgico e rimandano ai grandi eventi della vita di Cristo e della Vergine: Natale, Circoncisione, Epifania, Pasqua, Assunzione. Così, Iacopo distribuì le vite all’interno del ciclo liturgico, in uno straordinario susseguirsi di racconti che si intrecciano sul canovaccio del calendario ecclesiastico e impostò la Legenda Aurea come un vero e proprio manuale di cultura religiosa ad uso dei predicatori. Costruì l’opera come un potente strumento di predicazione da mettere nelle mani dei pastori, quasi un’arma forgiata allo scopo di parare i colpi di eretici e indisciplinati.

Ma la grande originalità del domenicano non sta solo in questo. Tra il susseguirsi delle vite e il ciclo dei riti liturgici, si scopre che l’oggetto principale del testo di Iacopo da Varagine è il tempo, considerato secondo diverse modalità e infine descritto nella sua totalità. La Legenda Aurea abbraccia il divenire nella sua completezza, per fornire una risposta alla grande questione che tutte le civiltà e le religioni si pongono da sempre.

E infatti, come fa notare l’ultimo grande revisionista del significato di quest’opera (Jacques Le Goff, Il tempo sacro dell’uomo. La “Legenda Aurea” di Iacopo da Varazze. Editori Laterza), il testo inizia così: “La totalità del tempo della vita terrestre si divide in quattro”. Tre di questi tempi sono narrati nell’ordito del testo: il tempo santorale che scorre lineare, scandito dalle vite e dalle gesta dei santi, il trascorrere temporale, che con i suoi riti liturgici compie un ciclo e poi ricomincia, e il tempo escatologico, l’essenza più sfuggente del divenire, di cui il cristianesimo costruisce il cammino affinché l’umanità si diriga in modo retto fino al Giudizio Universale. Il quarto e ultimo modo del tempo è il totale, fornito dalla somma dei primi tre.

Ed è in questa complessa considerazione del tempo, nella sua totalità e nei suoi differenti modi di scorrere che sta la stupefacente grandezza della Legenda Aurea. “In questa visione”, dice Le Goff, “i santi sono veri e propri marcatori del tempo, che servono a mostrare come solo il cristianesimo ha saputo strutturare e sacralizzare il tempo della vita umana per condurre l’umanità alla salvezza. Poiché il tema della Legenda Aurea non è un tempo astratto, è un tempo umano, voluto da Dio e sacralizzato, o santificato, dal cristianesimo”.

Daniela Querci

N.d.r.: Oggi sono in commercio molte versioni della Legenda Aurea (spesso italianizzata per assonanza in Leggenda Aurea). L’ultima, disponibile in eBook, è della Casa Editrice SISMEL – Edizioni del Galluzzo, con testo e commento a cura del filologo Giovanni Paolo Maggioni.

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Dionigi il Piccolo, inventore dell’era cristiana

Natività di Pietro Cavallini (1291 ca.) in Santa Maria in Trastevere, a Roma

Chi ha deciso che gli anni del mondo si dovessero contare a partire dalla nascita di Cristo? E da quando si è cominciato a misurare il tempo in questo modo?

L’innovatore del calendario fu Dionigi, un monaco che per umiltà si faceva chiamare l’Esiguo (exiguus) e che quindi è passato alla storia come Dionigi il Piccolo. Il pio monaco abitò a lungo nella Roma del VI secolo. Non conosciamo la sua data di nascita né quella di morte: quasi un paradosso per l’inventore della data spartiacque nella storia dell’umanità.

Sappiamo però che veniva dalla Scizia, una regione che i romani chiamavano Scytia Minor, o Dobrugia, tra il Danubio e il Mar Nero e che possiamo identificare nell’attuale Romania meridionale. Le genti che abitavano quelle terre furono spesso denigrate dai Greci. L’apostolo Paolo (Colossesi 3,11) li paragonava a dei “barbari”, stranieri senza cultura. E l’eulesino Eschilo si abbandonava all’espressione “popolino scita” quando voleva liquidare in due parole un mondo rozzo e molto distante dalla civiltà ateniese.

Ma Dionigi era molto lontano da questi stereotipi. Parlava in modo perfetto sia il greco che il latino. Cassiodoro (circa 490-583 d.C.) ricorda che poteva leggere un libro in entrambe le lingue e tradurlo in simultanea “inoffensa velocitate”, cioè con impressionante scioltezza. E nella “Patrologia Latina” (73, 223-224) aggiunge che Dionigi padroneggiava così bene le Scritture tanto da saper rispondere su due piedi a qualsiasi tipo di domanda.

Non era però uno studioso che viveva estraniato dal mondo: Cassiodoro lo descrive come un intellettuale impegnato, attento ai problemi del tempo, con contatti quotidiani con il mondo femminile, capace di trovarsi a suo agio in qualsiasi ambiente. Arrivò a Roma intorno al 495 dopo Cristo. Ma presto diventò “del tutto romano nei costumi”.

Nell’anno 525, Bonifacio, capo dei notai pontifici (primicerio) chiese a Dionigi di studiare con attenzione l’annoso problema della data della Pasqua, il cui calcolo divideva, fin dal terzo secolo, la Chiesa di Roma da quella di Bisanzio. Basti pensare che nel IV secolo la Pasqua era stata celebrata in date diverse per ben sette volte. Tanti problemi e le conseguenti discussioni dipendevano dal fatto che la Pasqua è legata all’anno lunare, più breve di 11 giorni e circa 6 ore rispetto all’anno solare. Di conseguenza, i giorni che mancavano al ciclo della luna dovevano essere raccolti in un mese supplementare secondo periodi comunque difficili da definire.

In oriente la data della Pasqua si stabiliva in base ai calcoli di Cirillo di Alessandria (fine sec. IV), che aveva ripreso i complicati conteggi di precedenti studiosi. Dionigi introdusse in Occidente la tavola dei cicli pasquali di Cirillo. Si accorse che nel calendario giuliano, che vigeva all’epoca, le date della Pasqua si ripetono ciclicamente ogni 532 anni, e compilò una tabella che conteneva l’elenco delle date lungo tutta la durata del ciclo storico.

Ma quando iniziò a compilare la sua tabella con le date della Pasqua, Dionigi scelse di numerare gli anni secondo un criterio nuovo. All’epoca si usava contare gli anni a partire dalla fondazione di Roma oppure dal 284, inizio del regno dell’imperatore Diocleziano. Dionigi invece li contò “ab Incarnatione Domini nostri Iesu Christi”, cioè “dall’Incarnazione del nostro Signore Gesù Cristo”.

Dionigi scrisse al capo dei notai pontifici che il metro di misura per i secoli e gli anni a venire non poteva essere legato “alla memoria di un uomo empio” come Diocleziano, il feroce “tiranno” che nel 303 aveva scatenato l’ultima persecuzione contro i cristiani. Per determinare la data della nascita di Gesù, Dionigi si basò sui Vangeli e sui documenti storici che aveva a disposizione. Stabilì che l’anno 1 fosse quello che iniziava la settimana seguente al 25 dicembre dell’anno 753 dalla fondazione di Roma. Non considerò quindi un anno 0. Lo zero matematico non era infatti ancora conosciuto in Europa: si sarebbe diffuso solo a partire dal 1202 con il “Liber Abbaci” di Fibonacci.

Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano (1423) – Galleria degli Uffizi, Firenze

Tutti gli studiosi contemporanei concordano sul fatto che Dionigi sbagliò il calcolo della data di nascita di Gesù: oggi è certo che Erode il Grande morì nel 4 avanti Cristo e che quindi Gesù dovrebbe essere nato prima di quella data, fra l’8 ed il 4 avanti Cristo. Ma l’errore non fermò la fortuna del calendario di Dionigi, che prima prese piede soprattutto tra gli eruditi e le istituzioni e poi conquistò il mondo, anche grazie alla centralità politica dell’Europa. L’era cristiana si impose fra gli anglosassoni per merito di Beda il Venerabile, che fu il primo, nel 731 dopo Cristo, ad utilizzare la datazione “avanti Cristo”. Il calendario fu poi adottato in Francia (secolo VIII) e in Germania (secolo IX). In Italia la prima traccia si trova in un diploma di Lotario I (840). Nel XIV secolo la dicitura arrivò in Spagna e nel XV in Grecia e in Portogallo.

I papi fecero propria la nuova datazione soltanto nel secolo X, sotto il pontificato di Giovanni XIII. La tabella di Dionigi venne adottata ufficialmente e fu usata dalla Chiesa cattolica fino alla riforma gregoriana del calendario nel 1582, mentre quella ortodossa, che non ha aderito alla riforma, la usa tuttora. Vi furono quindi per molto tempo due calendari cristiani. L’adozione del calendario gregoriano in Russia fu una delle prime decisioni di Lenin dopo la conquista del potere: avvenne nel 1917. Ma le feste religiose nei Paesi ortodossi, dal Natale alla Pasqua, sono ancora quelle fissate dal calendario giuliano. Attualmente, per convenzione, il calendario cristiano è in uso in quasi tutti i Paesi del mondo tranne che in alcune nazioni fra cui la Cina ed i paesi arabi.

Come Colombo, che cercava le Indie e trovò l’America, Dionigi il Piccolo, che voleva fissare i giorni esatti della Pasqua, determinò la regola pressoché universale per una diversa datazione della Storia.

Federico Fioravanti

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Il tempo medievale

Il tempo è un frammento dell’eternità. Quindi appartiene a Dio. E dunque alla sua Chiesa. Il sole detta il ritmo delle ore con l’alternarsi degli anni e delle stagioni, del giorno e della notte. Quel “bianco mantello di chiese” che come scrisse Rodolfo il Glabro ricoprì all’improvviso l’Europa a partire dall’anno Mille, avvolge anche la vita quotidiana dell’uomo medievale (nella foto, l’orologio della cattedrale di Wells).

Le feste liturgiche scandiscono i vari periodi dell’anno. Così le campane, tra l’alba e il tramonto, segnalano ai fedeli gli ordinati frammenti che compongono la giornata, spezzata e ricomposta tre volte dall’Angelus, la preghiera cattolica che ricorda il mistero dell’Incarnazione.

Come scrisse Jacques Le Goff, c’è il tempo imposto dalle campane, dalle trombe e dagli olifanti. Il chierico, il cavaliere e il contadino obbediscono a tempi diversi. Il tempo del signore è regolato dagli obblighi richiesti dal mestiere delle armi oppure dal suo status di comandante o di vassallo. La luce e il buio, insieme al raccolto e alla semina, marcano il tempo del contadino. Le preghiere accompagnano la giornata e gli obblighi degli uomini di fede.

Le ore si contano e non si leggono. Così il suono ineluttabile e rassicurante che arriva dai campanili, detta i doveri, i riposi e l’alternarsi dei compiti quotidiani. Rimane l’abitudine delle ore romane. Le 24 ore della giornata sono divise in due parti di 12 ore, quelle del giorno e quelle della notte. Il giorno va dalle attuali ore 6 fino alle attuali ore 18. La notte inizia dalle attuali ore 18 e si conclude alle 6 del mattino. Le ore del giorno sono divise in quattro parti, di tre ore ciascuna: terza (ore 9); sesta (ore 12); nona (ore 15) e dodicesima (ore 18). Anche le ore della notte sono divise in quattro parti, chiamate “vigilie”, dal nome che i soldati romani davano ai turni di guardia: prima (dalle ore 19 alle ore 21); seconda (dalle ore 21 alle ore 24); terza (dalle ore 24 alle ore 3) e quarta (dalle ore 3 alle ore 6).

Le ore erano legate al ciclo solare e quindi, secondo le stagioni, avevano una durata diseguale: d’estate le ore diurne erano più lunghe rispetto a quelle notturne. D’inverno invece accadeva il contrario. Tra equinozio e solstizio infatti le ore aumentavano o diminuivano: erano quindi uguali tra loro, in modo approssimativo, solo nel corso di uno stesso giorno (nella foto, l’orologio su una parete della cattedrale di Chartres). Questo fenomeno si può constatare osservando un quadrante solare medievale: uno stilo perpendicolare al quadrante proietta la sua ombra sulle linee incise in base ai calcoli delle ore. Quella del centro indica il mezzogiorno, cioè il passaggio esatto del sole dal meridiano del luogo. Cinque linee a sinistra e sei a destra, numerate da 1 a 12, indicano le altre ore: la prima corrisponde al sorgere del sole, l’ultima al tramonto. Ma sono linee divergenti, che rispettano la durata non uguale delle ore a seconda della lunghezza dei giorni. Nei conventi il ritmo delle ore era sorvegliato da un monaco che attraverso la campana annunciava i momenti precisi della preghiera. Ore quindi canoniche, che presto divennero importanti per tutti. Erano il mattutino, la prima, la terza, la sesta, la nona, il vespro, e la compieta. Il vespro era l’ufficio recitato alle 18, dopo il tramonto. La compieta, ultimo momento di preghiera, dava il segnale della fine della giornata. Era chiamata così proprio perché arrivava al compimento (“alla chiusura”) delle ore canoniche.

Con la diffusione in tutta Europa del monachesimo benedettino assunse una particolare importanza l’ora nona, corrispondente all’incirca alle ore 15. Segnava la pausa principale della giornata, quella in cui il monaco cessava di lavorare e raggiungeva il refettorio.

Tra il lavoro e la preghiera (“Ora et labora”) a tutte le latitudini, l’ora del pasto era attesa dai monaci con comprensibile impazienza, soprattutto in tempo di Quaresima, il periodo di penitenze e digiuni che precede la Pasqua. Tanto da arrivare ad anticipare quel momento cruciale, che diventò un’ora diversa, come ci ricorda l’inglese moderno attraverso i termini “noon” e “afternoon”.

Virginia Valente

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