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San Bevignate e i Templari

Le Riformanze del Comune di Perugia narrano che il 22 aprile dell’anno 1453 il Consiglio dei Priori e dei Camerari delle Arti era stato chiamato a pronunciarsi in merito alla festa di ‘san’ Bevignate e, a questo proposito, nel preambolo della delibera consiliare si sottolineava dapprima la necessità di “onorare con ogni studio, lavoro e diligenza quei santi che salvaguardano la pace e la felicità della città”, per poi affermare con una certa enfasi che, tra questi,

uno straordinario è san Bevignate, la cui chiesa è nei sobborghi di porta Sole, il quale, come si vede dalla sua leggenda, nacque e visse nel contado e terminò la sua vita piamente nella medesima città. E, benché non sia iscritto nel catalogo dei santi, tuttavia, per la santità della vita e la frequenza dei miracoli – operati dalla divina bontà per i suoi meriti, molti e evidentissimi, in vita e in morte – non c’è dubbio ch’egli sia tra i santi nella gloria del Paradiso.

La chiesa di San Bevignate a Perugia. Il complesso architettonico è una delle testimonianze meglio conservate dell’Ordine del Tempio (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia, foto: Sandro Bellu)

In buona sostanza, la vicenda del quasi bisecolare culto tributato in sede locale a quello che André Vauchez ha definito “il santo misterioso di Perugia” culminava nel 1453 con una vera e propria “canonizzazione laica”, grazie alla quale si arrivava in qualche modo a supplire “alla imbarazzante mancanza della proclamazione pontificia”, come ha scritto Chiara Frugoni in un suo saggio di qualche anno fa.

Ma quello che più conta ai nostri occhi è che i reggitori della città, nel fissare il grado di solennità con cui il 14 maggio i perugini avrebbero dovuto celebrare la festa del neopromosso ‘santo’, si trovarono a fare il punto non soltanto sulla tradizione agiografica fiorita nel frattempo, ma anche sulla consistenza storica del personaggio Bevignate, dal momento che una serie di provvedimenti ufficiali del Comune mostravano inequivocabilmente una profonda affezione nei suoi confronti già a partire dalla metà del Duecento.

Per non dire poi dell’imponente chiesa intitolata al “quasi santo”, come lo ha definito Attilio Bartoli Langeli, e che, con l’accordo del Comune, era stata edificata nei sobborghi di porta Sole nel luogo in cui il nostro personaggio, a quanto pare, aveva scelto di abitare in solitudine in suo reclusorio.

Uno degli affreschi all’interno di San Bevignate ritrae il vescovo nell’atto di benedire Bevignate. Tra i due personaggi, un cartiglio la cui iscrizione è in parte ancora leggibile: SANCTUS BENVEGNATE IN SUO RECLUSORIO PER OCTO… Riferibile alla concessione solenne del luogo dove poi verrà edificata la chiesa (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia)

Premesso dunque che varie e di diversa natura sono le fonti che si riferiscono a questo peculiarissimo culto locale, forse non tutti sanno che Bevignate è uno dei protagonisti della celebre Legenda di fra Raniero Fasani, l’eremita perugino studiato da Ugolino Nicolini in quanto iniziatore, nell’aprile del 1260, della generalis devotio dei Flagellanti o Disciplinati, promotori delle processioni penitenziali che da Perugia si diffusero ben presto in altre città con l’intento di dare impulso, insieme alla pubblica disciplina dei singoli, ad azioni di pacificazione e di concordia in seno alle istituzioni comunali.

E, stando alla Legenda, sarebbe stato proprio Bevignate – nel fondamentale ruolo di mediatore fra cielo e terra – a spingere il Fasani, turbato dall’apparizione della Vergine piangente e dalla consegna di una lettera celeste, a dedicarsi alla penitenza pubblica e a convincerlo a consegnare la lettera miracolosamente ricevuta al vescovo perugino, che al tempo era Bernardo Corio:

E dico a te che, a causa di innumerevoli e turpi peccati dei sodomiti, degli usurai, degli eretici, cioè a motivo dell’incredulità dei patarini, dei gazari e dei poveri di Lione, e di molti altri, Dio voleva distruggere questo mondo. Ma, per le preghiere della Vergine, il Signore Gesù Cristo si è placato e concede ai cristiani il tempo di fare penitenza e vuole che la disciplina, che tu a lungo occultamente hai praticato, pubblicamente si faccia dai popoli. Per cui domani andrai dal vescovo di Perugia ed a lui presenterai la lettera affinché ciò che in essa è contenuto pubblicamente riveli al popolo.

E non è tutto, giacché alla narrazione agiografica si affianca, nella zona absidale della chiesa di San Bevignate, una straordinaria testimonianza iconografica del moto penitenziale perugino del 1260 che, come abbiamo appena visto, la Legenda mette in correlazione giustappunto con Bevignate.

Ecco dunque che, sul lato destro dell’abside, la banda orizzontale posta al di sotto del solenne Giudizio Universale contiene quella che Pietro Scarpellini ha definito una scena tranche de vie, preziosa testimonianza di quello spettacolo a saeculo inaudito che, a partire dall’aprile del 1260, animò le strade di Perugia per iniziativa dei Disciplinati di fra Raniero Fasani.

Sulla parete destra dell’abside sono raffigurate cinque uomini nudi dalla cintola in su, nell’atto di flagellarsi (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia)

In altre parole, quella dall’anonimo pittore sarebbe una sorta di ‘fotografia’ – purtroppo lacunosa nella parte centrale, ma di indubbia efficacia descrittivo-narrativa – delle processioni del tempo in cui sono raffigurate cinque figure nude dalla cintola in su che incedono salmodiando mentre si infliggono la disciplina con il flagello a tre corde e si battono il petto con la mano sinistra. E, a proposito di ‘fotografie’, nel capofila del gruppo, che si caratterizza per la barbetta corta e biforcuta, per i capelli arrotondati sul cranio e per la cintola alta alla vita, l’occhio indagatore di Pietro Scarpellini ha voluto vedere rappresentato lo stesso Fasani.

Spostando ora l’attenzione sulle fonti documentarie perugine di produzione comunale, si constata come tra gli argomenti all’ordine del giorno nella seduta del Consiglio generale e speciale del 18 maggio 1256 si trovi un fugace, ma prezioso riferimento a una lettera inviata alle autorità cittadine dal templare Bonvicino, già dal 1239 attestato niente meno che come cubiculario di papa Gregorio IX.

Se dunque a partire dal 1256 Bonvicino risulta impegnato in prima persona nel confronto con le autorità cittadine in merito alla edificatio ecclesie Sancti Benvegnati nel contado di porta Sole, negli anni successivi, con il sostegno del vescovo e del Comune di Popolo, si adoperava per fare in modo che Alessandro IV promuovesse un’inchiesta super vita et meritis beati Benvignatis; e ancora nel 1266-1267 analoga richiesta veniva presentata direttamente a nome dei Templari, che per l’occasione si qualificarono come fratres sancti Benvignatis.

Nel 1262, infine, l’onnipresente Bonvicino cercava di ottenere dai canonici della cattedrale di San Lorenzo una lapide di marmo, verosimilmente da utilizzare come mensa d’altare per la chiesa, che ormai doveva essere in avanzato stato di costruzione, e che – cosa a dir poco bizzarra – continuava a essere intitolata a un personaggio non ancora fatto oggetto della consacrazione ufficiale da parte della Chiesa.

Fu dunque per questa ragione che nell’aprile del 1277 i perugini decisero di inviare un’ambasceria a Viterbo, dove al tempo risiedeva papa Giovanni XXI, cercando di trarre vantaggio dalla temporanea presenza in città del gran maestro Guglielmo di Beaujeu (1273-1291), la più alta carica dell’Ordine del Tempio.

Il ritratto del capofila dei flagellanti, nel quale Pietro Scarpellini ha riconosciuto Raniero Fasani (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia)

Gli ambasciatori rinnovarono l’istanza della canonizzazione, confidando nel favorevole intervento di Guglielmo, ma la morte improvvisa del pontefice, avvenuta il 20 maggio 1277 a seguito del crollo del soffitto della stanza in cui si trovava, e la partenza per la Terra Santa del gran maestro fecero sì che la richiesta patrocinata dai perugini non avesse seguito.

A dispetto di ciò, in sede locale l’attenzione nei riguardi di Bevignate trova ufficiale e solenne riscontro addirittura nello Statuto del Comune di Perugia del 1279, nel quale veniva inserito un apposito capitolo dal titolo Qualiter de canonisatione sancti Benevegnatis proponatur in consilio con cui si stabiliva che ogni anno nel mese di maggio il podestà e il capitano del Popolo dovevano riunire il Consiglio maggiore e riproporre all’ordine del giorno la questione della canonizzazione di Bevignate.

Provvedimenti ancora più precisi si ritrovano nella redazione statutaria dell’anno 1285, ove si prescriveva che ogni anno il podestà e il capitano del Popolo per tutto il mese di maggio erano tenuti a verificare o a fare verificare diligentemente se il corpo e le reliquie del santo si trovassero ancora nella chiesa.

La domus di San Giustino de Arno, a pochi chilometri da Perugia (foto: Stefano Guglielmi)

Se dunque la Legenda suggerisce in chiave agiografica il luogo di incontro di due eremiti locali – Bevignate dice a Raniero Fasani:

Ego sum frater Benvignay. Non me cognoscis? Steti enim tecum decem annis

che in sinergia avrebbero dato vita all’esperienza penitenziale fondata sulla disciplina pubblica, le fonti storiche, dal canto loro, mostrano inequivocabilmente un altrettanto interessante rapporto: quello cioè venutosi a creare tra la figura di Bevignate e i Templari, che, in concomitanza con l’edificazione e il completamento della monumentale chiesa a lui intitolata, risultano essere, insieme al Comune perugino, i più convinti sponsor della sua canonizzazione presso la Curia pontificia.

Come spiegare allora, a fronte di tutto ciò, la connessione fra l’eremita locale Bevignate e la gloriosa militia Templi? Già nel 2005 Antonio Cadei aveva proposto un collegamento tra le dimensioni dell’edificio e l’intenzione da parte dell’Ordine del Tempio di farne «il santuario memoriale dell’eremita Bevignate», introducendo così un aspetto poco noto nella vita e nell’architettura di committenza templare, rappresentato dalla promozione di culti particolari da parte di un ordine di fatto sprovvisto di un santo fondatore e di santi propri.

Dopodiché, è stata Chiara Frugoni a tornare sull’argomento formulando l’ipotesi per cui, «qualunque sia stato il suo sfondo di vita», Bevignate a un dato momento sarebbe entrato a far parte dell’Ordine del Tempio e i suoi confratelli, impegnati nella costruzione a Perugia del nuovo insediamento da affiancare alla più antica domus di San Giustino de Arno (situata una quindicina di chilometri a nord di Perugia), si sarebbero adoperati per «avere uno dei loro nel registro dei santi».

Particolare degli affreschi sul lato sinistro della contofacciata, dedicati alle attività dell’Ordine del Tempio in Terrasanta (Complesso templare di San Bevignate – Comune di Perugia, foto: Lanfranco Sportolari)

In questo modo, troverebbe una plausibile spiegazione il fatto che la chiesa templare fu a suo tempo intitolata a qualcuno che, sebbene non ancora ufficialmente santificato, non si esitava a raffigurare in tutta evidenza all’interno degli affreschi della parete absidale di fondo in una posizione tutt’altro che casuale: vale a dire ad angolo con la processione dei Disciplinati ed esattamente di fronte ai milites Templi dipinti all’altro capo dell’edificio sul lato sinistro della controfacciata nell’atto di adempiere in vari contesti la loro missione in Terrasanta.

Ma soprattutto sarebbero pienamente comprensibili la tenacia con cui i templari negli anni sessanta-settanta del Duecento si adoperarono per ottenere la canonizzazione di Bevignate e l’attenzione ripetutamente mostrata dall’influente Bonvicino sia per la chiesa, da subito detta nei documenti di San Bevignate, sia per il suo titolare, di cui patrocinò la consacrazione ufficiale da parte della Santa Sede.

Consacrazione che, come si apprende dalla riformanza del 1453 (et licet adscriptus non sit in cathalogo sanctorum) non dovette giungere a compimento in ragione del fatto che, come ipotizza Chiara Frugoni,

la tragica fine dei Templari, voluta da Filippo il Bello e troppo debolmente contrastata da Clemente V, potrebbe avere ben travolto anche il povero Bevignate.

Sonia Merli Sintesi aggiornata da S. Merli, La chiesa dei Templari, in MedioEvo, IX (2008), pp. 28-35.Disponibile anche su Academia.edu: La chiesa dei Templari

Da leggere:Templari e Ospitalieri in Italia. La chiesa di San Bevignate a Perugia, a cura di M. Roncetti, P. Scarpellini, F. Tommasi, Milano, Electa/Editori Umbri Associati, 1987.M. Vallerani, Movimenti di pace in un Comune di Popolo: i Flagellanti a Perugia nel 1260, in “Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria”, CI, 1, 2004, pp. 369-418.C. Frugoni, In margine a templari e flagellanti, in ‘Milites Templi’. Il patrimonio monumentale e artistico dei templari in Europa, Atti del convegno (Perugia, 6-7 maggio 2005), a cura di S. Merli, Perugia, Volumnia, 2008, pp. 285-298.P. Renzi, M. Alfi, San Bevignate: agiografia e iconografia. La traslazione, in San Bevignate e i templari, portale turistico istituzionale della città di PerugiaP. Rihouet, L’évêque et la translation de saints incanonisables (Pérouse, mai 1609), in Archives de sciences sociales des religions 2019/3 (n° 187), pp. 49-76

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Storia dei templari in otto oggetti

Un modo nuovo e originale per raccontare la vicenda dei templari: Storia dei templari in otto oggetti (UTET 2019), un libro scritto da due specialisti dell’argomento, gli storici Franco Cardini e Simonetta Cerrini, racconta la vita quotidiana dei “Poveri compagni di battaglia di Cristo e del Tempio di Salomone”, l’ordine ordine religioso-militare creato nel gennaio 1120 a Gerusalemme dal cavaliere francese Ugo di Payns per proteggere i pellegrini che si recavano in Terrasanta.

Foto della campana trovata nella Hall K (corrispondente alla Vault B di Robert William Hamilton e oggi demolita) della moschea al-Aqsa. Foto riprodotta per gentile concessione del prof. Benjamin Zeev Kedar

Gerusalemme, 1120: nel cielo chiaro del mattino, dove prima risuonava il canto del muezzin, ora vibrano i rintocchi bronzei della campana del Tempio di Salomone. In questo luogo mistico, crocevia dei fedeli di varie confessioni, hanno da poco preso dimora i chierici guardiani dei caravanserragli e delle vie di pellegrinaggio verso la Città Santa. Da questa nuova casa hanno tratto il nome: templari. Ma di quella campana che tenne a battesimo i milites Christi oggi non resta che una fotografia in bianco e nero, scovata tra le carte d’archivio ora al museo Rockefeller.

Con questa campana comincia la Storia dei templari in otto oggetti di Franco Cardini e Simonetta Cerrini, entrambi convinti che la Storia non si trovi soltanto racchiusa nei libri, ma anche e forse soprattutto nei reperti che il tempo lascia dietro di sé.

Così una chiave, un cucchiaio, un sigillo, una formula magica, un reliquiario, un portale si rivelano scrigni prosaici di verità liberate dalla polvere del passato, dalle incrostazioni delle leggende.

Bar-sur-Seine (Aube nella Champagne), commenda di Avalleur. Chiave templare romanico-gotica in ferro, lunga 14,5 cm, trovata in una cantina della commenda. Databile ai secoli XII-XIV. Collezione privata Valérie Alanièce e François Gilet. Foto: © François Gilet

Scrivono gli autori: “Questi oggetti raccontano in modo nuovo e originale la vicenda dei templari, ripercorrendone gli snodi principali e le sottotrame più segrete: conosceremo la reliquia della Vera Croce rubata da un sacerdote che, pentito, decide di lasciarla in custodia ai templari di Brindisi prima di essere gettato tra le onde; seguiremo le rocambolesche peripezie di Ruggero di Flor, il templare che si fece corsaro, e assisteremo alla retata francese in cui furono catturati più di mille milites tra cui Jacques de Molay, ultimo gran maestro dell’ordine.

Risolveremo l’enigma dell’architettura templare, scopriremo che cosa aprivano le chiavi del Tempio e che cosa significa l’immagine dei due cavalieri sul loro misterioso sigillo; vivremo la quotidianità dei riti del cibo e del vino, la fedeltà che legava ogni templare al suo cavallo.

Paris, Bibliothèque nationale de France, fr. 1977, ff. 1v-2r. I due fogli di guardia che precedono un importante codice della regola e degli statuti del Tempio, appartenuto ai Poveri cavalieri di Cristo e del Tempio di Salomone

Infine, sulla scia delle fantomatiche logge massoniche e rosacrociane, evocheremo la resurrezione postuma del loro mito tra verità e mistero, complotti e chimere, tutto infuso idealmente nell’ultimo oggetto, una preziosa tiara neotemplare del XIX secolo”.

Con rigore storiografico e viva curiosità, Cardini e Cerrini guidano il lettore tra le teche illuminate di un museo ideale, mostrando ancora una volta come la Storia si nasconda nei dettagli, spesso superando di slancio la fantasia dei romanzi.

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I Templari e la Calabria, una storia da riscoprire

I Templari in Calabria, tracce e storie che si perdono nei secoli e che Giovanni Vittorio Pascale ha pazientemente scovato e ricostruito, senza indulgere in fantasie e misteri. Un lavoro lungo e preciso che ha portato alla riscoperta dei luoghi templari a Mileto, Seminara, Catona, Motta San Giovanni, Belcastro, Andali, Rocca Angitola, Cirò, Squillace. Oppure al legame tra la Calabria e il castello templare di Athlit, in Israele vicino Haifa, dove sono stati trovati reperti ceramici provenienti dalle magioni calabresi. Ne abbiamo parlato con l’autore al Festival del Medioevo 2018.

A quale epoca risale la prima testimonianza di presenza templare in Calabria?

«Fino all’uscita del mio testo, il più antico documento riguardante la presenza di possedimenti templari in Calabria era un atto di donazione, datato maggio 1210, con il quale Roberto de Say, conte di Loritello, concede a Guglielmo de Oreliana (Guillaume d’Orleans), Maestro delle “domus” templari di Sicilia, la coltivazione e lo sfruttamento della tenuta di Santa Barbara, vicina all’omonima chiesa, situata nel tenimento di Mileto (ne parlo nel capitolo dedicato a Mileto e Seminara). Ho però avuto la fortuna di incontrare, nel corso delle mie ricerche, un atto conservato presso la Biblioteca Comunale di Palermo che anticipa di sedici anni tale presenza. Si tratta della copia di un documento greco del 2 marzo 1194, accompagnato da una traduzione latina eseguita nel 1763 da Giuseppe Vinci, protopapa dei greci a Messina. Sostanzialmente si tratta di una permuta tra religiosi. Il presbitero Balcaes Nicipho e i suoi fratelli concedono «… nostrum agrum, quem habemus in Petrizi…» alla badessa Mabela di Sant’Euplio in Calabria, in cambio di un podere detto “del sacerdote Filippo”. Il particolare rilevante, e qui rispondo alla domanda, è che il terreno ceduto alla badessa confinava con dei vigneti “Tempureorum “ (τεμπουρεων): cioè dei Templari e si trovava nel territorio del Comune di Petrizzi il “fiore di pietra”, collocato nell’entroterra del Golfo di Squillace, sul versante ionico delle Serre catanzaresi. Delle vigne templari e dei terreni oggetto della permuta ho potuto estrapolare purtroppo solo una planimetria indicativa, presente nel testo. A onor del vero esiste una missiva di papa Alessandro III inviata tra il 1161 e il 1179 agli arcivescovi, vescovi e prelati di Capitanata, Apulia e Calabria concernente le modalità di sepoltura di frati e prelati presso le chiese templari, riguardante quindi anche i Templari di Calabria, riportata (la prima riguardante l’argomento) nel Regesto Vaticano per la Calabria di padre Francesco Russo, ma si tratta di un flebile indizio».

Cosa rimane oggi dei templari in Calabria: torri, magioni, castelli?

«In Calabria, in questo momento, non esiste una sola pietra, sulla quale si possa dimostrare documentalmente che essa abbia avuto attinenza con l’Ordine del Tempio, per cui, dal punto di vista archeologico e quindi strettamente “visivo” non abbiamo reperti, vestigia o ruderi che possano essere ricondotti con certezza ai templari. Nel mio libro tratto anche di alcune località (chiese) in cui si continuano a svolgere delle cerimonie, ritenendole per tradizione templari, ma che con la “Militia” non hanno alcun collegamento documentato. Rimangono invece molti indizi e documenti (processo, lasciti, atti notarili ecc.) che riguardano la presenza dei templari in Calabria. Elementi che ho cercato di raggranellare e mettere insieme in questo mio lavoro, per far avere al lettore una visione d’insieme, anche in Calabria, della presenza templare in circa duecento anni di vita dell’Ordine».

Qualcosa della Calabria è stato trovato in Terrasanta ?

«Sì, dedico proprio un capitoletto a questo argomento nel quale si parla della Protoceramica calabrese a Chateau Pelerin. Il castello templare, detto anche di Athlit, fu costruito tra il 1217 e il 1220, anno in cui ebbe il suo battesimo del fuoco con un attacco del Sultano di Damasco respinto dalla fortezza, che rimase sempre inespugnata fino al ritiro dalla Terrasanta. Era anche un carcere di “Massima sicurezza” perché confluivano prigionieri da tutte le province dell’Ordine. Nel 1229 Federico II si insediò nella fortezza ma i templari fecero di tutto per mandarlo via. Veniamo al punto. Una missione archeologica inglese, negli anni Trenta dello scorso secolo, condusse degli scavi aprendo un sito proprio nella zona di Athlit. Gli archeologi ipotizzarono che alcuni dei resti ceramici ritrovati potevano provenire da fornaci dell’Italia meridionale. Un ulteriore autorevole studio ha attestato che il 2% di questi reperti ceramici poteva provenire dalla Calabria. La datazione della ceramica ricade nell’intervallo storico riguardante il periodo di “vita” del Castello che va dal 1217 al 1291, anno in cui il castello fu abbandonato per motivi contingenti. La caduta di Acri nel mese di maggio aveva infatti messo fortemente in discussione la presenza crociata in Terrasanta, per cui anche la gloriosa e “invicta” roccaforte fu definitivamente abbandonata. Il tipo di ceramica calabrese ritrovata (protomaiolica a smalto povero) e il periodo di riferimento risultano compatibili con la produzione presente nello stesso periodo a Gerace e Tropea. Risulta difficile per ora azzardare ipotesi su come e perché la protomaiolica calabrese sia giunta in Terrasanta e specificatamente ad Athlit, ma lo scarso quantitativo deporrebbe per una presenza “occasionale” e non commerciale dei manufatti da essa ricavati. Verosimilmente costituiva parte dell’equipaggiamento personale di cavalieri, pellegrini o mercanti che dalla Calabria (dal Meridione) si recavano “Outremer” e facevano poi tappa a Chateau Pelerin».

Quali sono stati i rapporti dei templari con i Normanni e poi gli Svevi?

«Tutto dipendeva dai rapporti del papato con normanni e poi svevi. I templari erano l’altro braccio armato del Papa al quale erano immediatamente soggetti e a nessun’altra gerarchia esterna. Furono invece proprio i normanni ad attuare il disegno di latinizzazione del meridione d’Italia e della Calabria, combattendo contro bizantini e arabi. È bene inoltre considerare che i Normanni in generale (e quelli che attecchirono nel Sud Italia particolarmente) erano uomini molto inquieti e dinamici, dediti a viaggi continui per i più svariati motivi, lungo l’asse nord-sud dell’Europa, per cui non è da escludere (e qui scatenerò qualche ira) che l’Ugo“meridionale” sia poi lo stesso attestato nei diplomi d’oltralpe. Ma siamo agli albori del Tempio. I rapporti con gli svevi dipenderanno poi dagli altalenanti rapporti del Papa con Federico II (prima con Innocenzo III ed Onorio III e poi Gregorio IX che lo scomunicò due volte, nel 1227 e nel 1239). Lo stesso Federico II, nel 1239, giustificava la mancata restituzione dei beni confiscati ai Templari, e il freno imposto loro per acquisti di nuovi possedimenti con il timore che essi in breve tempo avrebbero comprato e acquisito tutto il Regno di Sicilia, che ritenevano essere fra le regioni del mondo quella per loro più adatta. Un episodio molto grave minò i rapporti già tesi tra l’Imperatore e il Tempio. Il trattato di Jaffa (18 febbraio 1229) stipulato tra Federico e Al-Kamil, con la cessione di Gerusalemme ai cristiani, non aveva messo in buona luce il Sultano d’Egitto nel mondo arabo; neanche il Papato esultava per lo strabiliante risultato ottenuto dallo svevo. Il trattato aveva però intensificato i già ottimi rapporti tra i due sovrani: li legava un sentimento di rispetto e stima reciproci oltre che l’amore comune per la Conoscenza. Federico II aveva in animo (dopo l’armistizio) di recarsi, senza scorta armata in pellegrinaggio al fiume Giordano. Geroldo, il Patriarca di Gerusalemme,e papa Gregorio IX non potevano perdere la succosa occasione e invitarono con una missiva segreta AL-Kamil a tendergli un agguato supportato dai templari. Con gli angioini i rapporti furono buoni perché lo stato maggiore templare, nel meridione d’Italia e quindi in Calabria, fu quasi sempre di origine francese in tale periodo».

Quando ci furono, alla fine, le accuse di eresia e gli arresti, ci sono stati processi ai templari in Calabria?

«Altra fonte importante in questa mia ricerca è stata effettivamente quella giudiziaria. Abbiamo infatti notizia di nove templari arrestati e consegnati al castellano di Barletta nel 1308. Tra questi tre erano sicuramente calabresi e precisamente Andrea da Cosenza, Bartolomeo da Cosenza e Oliverio da Bivona insieme a Giovanni da Neritone che era il precettore della “domus”di Castrovillari. Il processo venne poi celebrato a Brindisi e come sede del Tribunale ecclesiastico venne scelto un ameno luogo della campagna brindisina, in cui sorgeva una piccola cappella dedicata alla Vergine, vicino alla costruenda chiesa di Santa Maria del Casale. Gli atti riguardanti la Calabria, custoditi nell’Archivio Segreto Vaticano, sono riportati nel mio testo in appendice documentale insieme alla loro trascrizione e traduzione integrale. In essi troviamo notizia dell’allestimento a Brindisi, tra maggio e giugno del 1310, di una importante macchina processuale che portò poi sostanzialmente all’interrogatorio di solo due Templari e in veste esclusivamente di testimoni: Ugo de Samaja e Giovanni da Neritone. Quest’ultimo, precettore della “domus” templare di Castrovillari, fu arrestato e condotto a Cosenza dove venne rinchiuso nel castello della città bruzia. Da lì fu trasferito a Barletta e poi a Brindisi dove si è celebrato,a quel che si sa a oggi, uno dei due processi ai Templari del Regno di Sicilia. L’altro fu quello che si svolse a Lucera. Tra le preziose notizie che si possono cogliere dalle carte processuali, viene fuori anche un personaggio, la personalità di Giovanni da Neritone, con dei risvolti a volte anche umoristici. Sappiamo anche che le magioni templari in Europa dovevano assicurare la produzione continua di ogni tipo di mercanzia per sovvenzionare il “fronte” di Terrasanta ed a questa regola non si sottraeva la “domus” di Castrovillari. Infatti Giovanni nel rispondere alla domanda sul perché non avesse provveduto a correggere gli errori dei quali i confratelli si erano macchiati, ad un certo punto dell’interrogatorio si descrive alla commissione giudicatrice come una persona semplice, di campagna e poco influente nell’Ordine Templare, come lo erano d’altra parte molti dei precettori al di qua del mare».

Quando si parla di templari si corre sempre il rischio di sconfinare nella leggenda, perché?

«La risposta è molto semplice. L’argomento “templari” è diventato nei secoli, fino ai giorni nostri, così vasto e complesso che prima di iniziare una dibattito, una discussione o uno scambio di vedute, anche tra due persone solamente, non necessariamente in un convegno, bisogna premettere necessariamente da quale angolatura vogliamo vedere il fenomeno, altrimenti si apre un oceano nel quale si rischia di naufragare. Parliamo di storia? Parliamo di esoterismo e Via Tradizionale? Parliamo di templarismo massonico e non? E questo riguarda anche la lettura o l’acquisto di un libro. Cosa mi può dire quell’autore sui templari e da che punto di vista me ne sta parlando? Cosa mi voglio sentir dire? Ma anche dall’altra parte per chi scrive un libro le domande dovrebbero essere uguali. Cosa voglio dire, a chi mi voglio rivolgere? Comunque è una foresta, si spazia dal rigore documentale alla pura farneticazione. Il mio lavoro in particolare è concepito come una ricerca storica sulla presenza dei Templari in Calabria avente come corollario dello stesso tenore una breve digressione sulle vicende generali della “militia”. Tratto orientativamente il periodo che va dal 1120 anno di fondazione dell’Ordine, al 18 marzo 1314 giorno in cui venne messo al rogo de Molay».

Umberto Maiorca

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L’abito templare

Dove c’è un tesoro, un segreto, un’arcana cospirazione, loro non mancano mai: i Templari sono i custodi di tutto il fascino e il mistero del medioevo; non c’è leggenda che non li veda parte in causa, dal Santo Graal all’Arca Perduta, dai figli di Cristo e della Maddalena alla scoperta dell’America, dalla maledizione dei Re di Francia fino alla creazione della “Jolly Roger”, ovvero la bandiera dei pirati.

Non potevano mancare, allora, alla mostra “Un giorno nel Medioevo – La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV” organizzata dalla fondazione CariPerugia Arte in collaborazione con il Festival del Medioevo.

All’esposizione, allestita alle Logge dei Tiratori della lana di Gubbio fino al 6 gennaio 2019, si possono infatti ammirare l’abito di un cavaliere templare, un elmo, una cotta di maglia, una spada e lo stendardo attaccato alla lancia, dove è presente l’unico simbolo templare accertato, oltre alla celebre croce rossa.

Le fedeli riproduzioni sono opera di Mansio Templi Parmensis 1275 asd, associazione nata a Parma nel 1994 e specializzata nello studio e nella divulgazione della storia del più celebre ordine cavalleresco del medioevo, capace di più ogni altro di segnare l’immaginario dell’Età di mezzo.

Fondato nel 1118 con il nome di “Poveri compagni d’armi di Cristo e del tempio di Salomone”, con il sostegno e la direzione spirituale dai san Bernardo da Clairvaux, quello dei cavalieri Templari fu il primo ordine di monaci guerrieri, ed era nato con il compito di difendere la Terra Santa durante le crociate. L’ordine in meno di due secoli accumulò uno straordinario potere e incredibili ricchezze, tanto da suscitare le gelosie di sovrani come Filippo il bello, che ne ottenne lo scioglimento nel 1312, avvenuto con tre bolle papali che decretano anche la spartizione dei beni e la sorte dei cavalieri in vita.

“I templari avevano due vesti, che riflettevano la loro duplice anima” spiega Sara Casti, socia e tra i responsabili della didattica di Mansio Templi Parmensis. “Quella che è in mostra a Gubbio è una veste da casa, ovvero il saio da monaco. Poi, ovviamente, in battaglia vestivano delle armature”.

Quella portata nelle crociate dai Templari, spiega Casti, fu una vera e propria rivoluzione: “Prima non esistevano ordini che univano la figura religiosa a quella del combattente, mentre in seguito saranno in molti a ispirarsi alla loro regola”. A cominciare dai Cavalieri di Malta, che erano nati qualche decennio prima come congregazione impegnata esclusivamente nell’assistenza agli ammalati, e che in seguito allo scioglimento dei Templari ne raccoglieranno l’eredità – sia per il ruolo sia quanto a ricchezze e potere.

Nati come Ospitalieri nel 1070, assumeranno infatti il nome di Cavalieri di Malta quando diventeranno addirittura i sovrani dell’isola del Mediterraneo e ancora oggi sono un soggetto di diritto internazionale riconosciuto da 80 stati nel mondo. “L’allestimento – spiega Sara – è stato realizzato a metà della mostra, proprio per sottolineare la duplice valenza dei Templari: civile e militare”. Ricostruire gli abiti e i vessilli non è stato facile: “Di immagini dei Templari ce ne sono pochissime: sono state quasi tutte distrutte a seguito del processo iniziato nel 1307 e che ha portato alla bolla di sospensione dell’ordine e alla scomunica di alcuni degli ultimi cavalieri – tra cui il gran maestro Jacques de Molay – bruciati sul rogo nel 1314”.

Ed è proprio degli ultimi anni della storia dell’ordine che si occupa l’associazione di Parma: “Ricostruiamo gli abiti, gli armamenti, gli arredi. Raccontiamo la storia dei Templari nella sua complessità, ma anche la loro vita quotidiana”. Mansio Templi, presente sin dalla prima edizione al Festival del Medioevo, organizza allestimenti, lezioni e rievocazioni storiche in tutta Italia, impegnandosi in un’opera di divulgazione che punta a sfatare le innumerevoli leggende.

“La storia dei Templari è molto più affascinante del mito” spiega ancora Sara. “La drammatica fine dell’ordine che ha dato origine a tante storie – continua – è in realtà legata a diversi fattori, soprattutto di natura politica. Il Papa, che si trovava praticamente ostaggio del Re di Francia, scioglie l’ordine per sottomettersi alla sua volontà”. D’altra parte Filippo il bello, in lotta da anni con il papato, era ansioso di liberarsi della milizia armata più efficiente e fedele su cui il pontefice potesse contare. “Ma va detto anche che le crociate erano ormai perse e con esse i Templari avevano perduto il loro ruolo specifico, oltre che la sede (a Gerusalemme, nel luogo dove si trovava il Tempio di Salomone), anche perché – a differenza dei Cavalieri di Malta – non avevano ospedali. Dopo lo scioglimento la maggior parte dei templari confluiscono in altri ordini, a cominciare proprio dai Cavalieri di Malta”.

Ma da dove hanno origine le tante leggende sorte intorno ai Templari e al loro tesoro? “Dalla massoneria; che, nel Seicento, si rifà ad un immaginario mitico-religioso riprendendo molti elementi della tradizione templare. Quando poi nell’Ottocento gli storici creano il mito del medioevo come epoca oscura e misteriosa, i Templari ne rappresentano già i migliori testimonial”.

Oggi esistono diversi ordini che hanno ripreso il nome di Templari, alcuni cattolici, altri di stampo massonico: “Hanno iniziato a fiore nel XVII secolo – conclude Sara – ma nessuno di loro ha un legame diretto con quello originario”. Che continua a vivere solo nella storia e, ovviamente, nella leggenda.

Arnaldo Casali

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Alla ricerca del Santo Graal

Calice, coppa, piatto, pietra preziosa, ventre di donna, fonte di vita e sorgente di prosperità; reliquia cristiana o amuleto celtico, il Santo Graal è il più mutevole e affascinante prodotto dell’immaginario medievale, capace di sposare il ciclo bretone alla cultura cristiana, suggestioni orientali alle leggende sui templari.

Simbolo stesso della ricerca dell’assoluto, partito dalle isole Britanniche nel corso dei secoli ha attraversato la Francia, l’Italia, la Germania e la Palestina, creando il più grande mito del Medioevo capace ancora oggi di ispirare storici, artisti, scrittori e registi.

Eppure quando fa la sua prima comparsa sulle scene letterarie, il Graal non è ancora un calice né tanto meno è santo.

Capolettera miniato nel manoscritto Perceval di Chretien de Troyez (sec. XIII)

Un antecedente lo troviamo già nel IX secolo, quando il vescovo Auduardo di Sens compone un poemetto – De fonte vitae – dove si parla di un viaggio verso “il luogo più bello del mondo” nel quale scaturisce la fonte della vita alla quale si può attingere solo se si è in possesso di uno speciale vaso.

Ma è nel romanzo Perceval di Chretien de Troyez – ultima opera del più grande autore di poemi cavallereschi, scritta tra il 1175 e il 1190 e rimasta incompiuta – che il Graal fa il suo debutto ufficiale.

Il romanzo racconta la storia di un adolescente gallese che abbandona la madre vedova per unirsi ai cavalieri di re Artù. Giunto, dopo una serie di avventure, al castello del re Pescatore, il giovane assiste a una strana processione: “Un valletto viene da una camera e tiene una lancia lucente impugnata a metà dell’asta. Una goccia di sangue stillava dalla punta di ferro della lancia, fin sulla mano del valletto”. Il giovane ospite si trattiene dal chiedere il significato di quelle parole, perché gli è stato insegnato che parlare troppo è segno di villania. Poi arrivano due valletti e una fanciulla molto bella “slanciata e ben adorna veniva con i valletti e aveva tra le mani un graal. Quando fu entrata nella sala col graal che teneva, si diffuse una luce sì grande che le candele persero il chiarore, come stelle quando si levano il sole e la luna. Dietro di lei un’altra damigella recava un piatto d’argento. Il graal che veniva avanti era fatto dell’oro più puro. Vi erano incastonate pietre di molte specie e le più ricche e le più preziose che vi siano in mare o in terra”.

Il Graal è quindi un oggetto prezioso e magico: non si tratta però di un calice, e nemmeno di una reliquia. Non solo, ma non è nemmeno di un oggetto specifico: Chretien parla infatti di un graal e  non del Graal. La parola “graal” designa infatti in francese antico una coppa o un piatto e probabilmente deriva dal latino medievale gradalis, con il significato di “piatto”, o dal greco κρατήρ (kratḗr, “vaso”).

La singolare processione del Graal si ripete più volte durante il banchetto raccontato in Perceval. Il giorno dopo, però, il castello è vuoto e il giovane gallese scopre che il re Pescatore è ferito e ammalato. Proprio la domanda sul funzionamento del Graal che Parsifal non ha posto avrebbe rotto l’incantesimo e salvato il re e il suo regno.

Dopo altre avventure, il giovane cavaliere incontrerà un eremita che gli rivelerà di essere il fratello di sua madre e dello stesso Re Pescatore, spiegandogli anche che il contenuto del piatto magico è un’ostia: “Quest’ostia sostiene e conforta la vita del re, tanto essa è santa, ed egli stesso è sì santo che nulla lo fa vivere se non l’ostia del graal”.

Dopo la rivelazione Parsifal si sottoporrà a una dura penitenza per espirare i suoi peccati perfezionando così anche la sua educazione cavalleresca. A causa della morte dell’autore, però, il romanzo si interrompe senza svelare come si concluda la storia del Graal e del giovane cavaliere.

Apparizione del Santo Graal in un manoscritto parigino del secolo XV

Una storia che, come si è visto, sposa leggende celtiche con elementi della religione cristiana. Se l’ostia e il sangue che stilla dalla lancia rimandano a una simbologia eucaristica e alla passione – infatti – non c’è ancora alcun riferimento al calice dell’Ultima cena e il Graal appare piuttosto come un oggetto magico, una sorta di “cornucopia” capace di illuminare il cammino dell’uomo nella natura mistica dell’altro mondo e di nutrirlo e proteggerlo donando salute e prosperità.

L’influenza di Perceval sull’immaginario letterario medievale – e la sua enigmatica “non-conclusione” – portano molti scrittori a tentare di dare un seguito al romanzo di Chretien, rielaborando e ampliando ognuno a modo suo la leggenda del Graal.

Di fatto esistono quattro seguiti “ufficiali” di Perceval mentre molti altri testi riprendono e rielaborano la storia del Graal, e il fatto che la parola sia difficilmente comprensibile al di fuori del contesto franco-celtico favorisce il passaggio del termine da nome comune a nome proprio: un graal diventa così il Graal.

All’inizio del XII secolo risale il Peredur, racconto gallese che richiama il Perceval inserendo alcuni elementi distintivi: qui il re Pescatore viene ferito dalle incantatrici di Caer Loyw che hanno assassinato anche un cugino di Peredur: il fine delle avventure è dunque la vendetta. Il Graal, pur non essendo mai indicato con questo nome, è presentato come un vassoio nel quale è posta la testa tagliata del cugino di Peredur immersa nel sangue. Un particolare che ricorda da vicino un altro passaggio dei Vangeli: non l’istituzione dell’Eucarestia né la Passione di Cristo, però, ma la morte di Giovanni Battista.

Il poema tedesco Parzival di Wolfram von Eschembach descrive invece il Graal come una pietra preziosa: “Il più bel gioiello del cielo, fonte di ogni gioia, segno d’ogni bene in terra”, mentre il francese Perlesvaus richiama alcuni elementi che trasformeranno l’amuleto celtico nel calice dei Vangeli: si dice infatti apertamente che dalla punta della lancia portata in processione stilla il sangue che finisce nel vaso, dentro il quale appare “un calice di una foggia rara per quei tempi” e la “figura di un bambino”. Quando poi lo sguardo del protagonista viene sollevato “gli pare che il Graal sia sospeso in aria e che sopra ci sia un uomo inchiodato a una croce con una lancia conficcata nel costato”. L’associazione tra Graal, calice e sangue di Cristo è dunque quasi completata.

L’ultima cena (Jaume Huguet, 1470, Museo Nazionale d’Arte di Catalogna, Barcellona)

È però il piccardo Robert de Boron che intorno al 1200, con il suo Roman de l’Estoire du Graal, fonde il tema celtico e cavalleresco del Graal con la tradizione evangelico-apocrifa, trasformando il piatto magico nel calice usato da Cristo dell’Ultima cena e fissandone la leggenda diventata oggi di fatto quella “ufficiale”.

Riprendendo in parte il vangelo apocrifo di Nicodemo, il romanzo racconta come un giudeo, dopo l’arresto di Gesù, avesse sottratto il calice usato durante l’Ultima cena e lo avesse donato a Pilato; il quale, a sua volta, l’aveva consegnato a Giuseppe d’Arimatea, il fariseo che – secondo i vangeli ufficiali – ha ottenuto il permesso di seppellire il cadavere di Gesù. Dopo aver ricevuto il calice, Giuseppe lo utilizza per raccogliere il sangue uscito dal costato di Cristo, trafitto con una lancia dal soldato Longino. Successivamente Giuseppe porta con sé il calice “in una terra verso Occidente ancora tutta selvaggia” ovvero l’Inghilterra, dove fonda la prima chiesa cristiana delle isole britanniche nella valle di Avalon, identificata con l’attuale Glastonbury. Dalla generazione di Bron, cognato di Giuseppe d’Arimatea, sarebbero discesi i “re Pescatori”, così detti perché avrebbero pescato quel pesce (un richiamo simbolico all’Icthys, ovvero Cristo stesso) necessario al rito del Graal.

Le leggende successive si spingono oltre e come avvenuto per il legno della Croce (di cui viene raccontata tutta la storia, dal Paradiso terrestre fino al calvario) anche del calice viene ricostruita tutta la storia sin dalla sua fabbricazione: il Graal era dunque in origine una pietra caduta sulla terra dalla corona di Lucifero, staccatasi durante lo scontro fra gli angeli del bene e quelli del male. Set – figlio di Adamo ed Eva – l’aveva ritrovata quando era tornato nel Paradiso Terrestre in cerca di una cura per il padre moribondo, ricevendone una medicina capace di curare qualsiasi male.

Salvato durante il diluvio da Noè e utilizzato da Melchisedek per benedire Abramo e Sara, il Graal era stato poi posseduto da Mosè e dai Patriarchi prima di scomparire nuovamente. A ritrovarlo era stata infine la Veronica, che lo aveva consegnato a Gesù Cristo per celebrare l’Ultima Cena.

Va notato come l’identità del Graal come custodia del sangue di Cristo (sia nell’accezione mistico-simbolica dell’eucarestia, sia in quella più concreta della crocifissione) avviene in un’epoca in cui si va rafforzando ed espandendo il culto del sangue di Cristo, tanto da portare – nel giro di pochi decenni – all’istituzione della festa del Corpus Domini.

Il cosiddetto “Sacro Catino” è un piatto esagonale in vetro verde. Secondo la tradizione fu portato a Genova da Guglielmo Embriaco nel 1101, di ritorno dalla prima Crociata e dalla presa di Cesarea.

A portare il Calice dalla dimensione mitico-cavalleresca a quella devozionale è infine Jacopo da Varagine che nella Legenda Aurea racconta come durante la prima crociata, nel 1099, i genovesi avessero trovato a Gerusalemme il calice usato da Cristo durante l’Ultima cena. Il reperto in questione si può ancora oggi ammirare nel Museo del tesoro della Cattedrale di Genova: la reliquia, detta “Sacro Catino”, consiste in un vaso, intagliato in una pietra verde brillante e traslucida, che è stato – peraltro – trafugato da Napoleone per essere restituito dopo la sua caduta.

Altre fonti sulla presenza della coppa di Cristo a Gerusalemme parlano di un calice argenteo a due manici chiuso nel reliquiario di una cappella vicino Gerusalemme. Questo Graal appare solamente nel racconto di Arculfo, un pellegrino anglo-sassone del VII secolo, che l’avrebbe visto e toccato. Un’altra testimonianza si trova nel romanzo tedesco del XIII secolo Titurel il giovane in cui si parla di un Graal trafugato dalla chiesa del Boucoleon durante la quarta crociata e portato da Costantinopoli a Troyes dal vescovo Garnier de Trainel nel 1204. Viene ricordato lì ancora nel 1610, ma sarebbe scomparso durante la Rivoluzione Francese.

A sinistra, il Santo Cáliz custodito nella Cattedrale di Valencia, a destra La Santa Cena di Juan de Juanes, che ritrae il Santo Cáliz (1560, Museo del Prado)

Di fatto, oltre al Sacro Catino, l’unico altro “graal” ancora conservato è il Santo Cáliz, una coppa di agata conservata nella cattedrale di Valencia. Essa è posta su un supporto medievale, la base è formata da una coppa rovesciata di calcedonio e sopra vi è incisa un’iscrizione araba. Il primo riferimento certo al calice spagnolo è del 1399, quando fu dato dal monastero di San Juan de la Peña al re Martino I di Aragona in cambio di una coppa d’oro. Secondo la leggenda sarebbe stato portato a Roma da San Pietro.

“L’incertezza nella decifrazione del mito del Graal – spiega Franco Cardini – deriva essenzialmente dalla presenza in culture anche geograficamente lontane tra loro di simboli formalmente molto simili”.

Se l’opera di Chretien de Troyes mescola il tema dell’avventura alla ricerca di oggetti magici che spezzino incantesimi e quello dell’iniziazione (cavalleresca – ma anche religiosa) attraverso una serie di difficili prove con elementi di origine chiaramente cristiana ed eucaristica, la coppa è praticamente in tutte le culture simbolo di potere.

Il Santo Graal di Franco Cardini, Massimo Introvigne e Marina Montesano (Ed. Giunti, 1998)

“Il calice e la coppa – spiega ancora Cardini, che al Santo Graal ha dedicato anche un libro pubblicato nel 1998 – sono dei veri e propri grandi archetipi, densi di significato il tutte le culture del mondo eurasiatico-mediterraneo. Nei Salmi biblici il cantore offre a dio la coppa della salvezza e riceve da lui quella delle benedizioni o del castigo; il Vangelo parla del calice del dolore, al contrario la coppa che trabocca è simbolo di gioia e di abbondanza”. Ma il simbolismo è presente anche nella cultura indiana, dove il mitico re Gemshid possiede una coppa nella quale può vedere l’intero universo. Non a caso coppe e bacili sono strumenti abituali per i riti divinatori, così come per la preparazione di potenti filtri. Nel mondo germanico la coppa viene utilizzata come simbolo di trasmissione della sovranità e in alcuni casi viene ricavata dal cranio dei nemici uccisi, come nel caso del re longobardo Alboino. “Si può ipotizzare dunque che la coppa come simbolo al contempo di regalità e di abbondanza sia un archetipo delle culture indoeuropee”. Stesso dicasi per la lancia, da cui deriva lo scettro. Reinterpretazione dunque, di un archetipo presente in tutte le mitologie indoeuropee, il mito del Graal si spegne lentamente alla fine del Quattrocento per trovare nuova giovinezza solo con il Romanticismo, nell’Ottocento. La letteratura cavalleresca si concentrerà infatti, nei secoli successivi, sull’epopea di Carlo Magno e dei suoi eroi lasciando tramontare quella dei cavalieri della Tavola rotonda.

Sarà Richard Wagner a consegnare il mito del Graal al Novecento, secolo in cui si fanno largo anche le leggende secondo cui i Templari (che in realtà non ebbero mai nulla a che fare con il Graal) sarebbero stati guardiani e custodi della coppa e fondatori di una sorta di chiesa parallela.

È in questi ambienti esoterico e pittoreschi che, a partire dalla fine dell’Ottocento, si fa strada la più suggestiva, immaginifica e balzana ipotesi, destinata a trovare risonanza mondiale nel 2003 con la pubblicazione del romanzo Il Codice Da Vinci: quella secondo cui il Santo Graal non sia in realtà nient’altro che il ventre della Maddalena, moglie di Gesù e madre dei suoi figli.

Nata a partire dal 1885 per iniziativa di don Berenger Saunière, parroco di Rennes-Le-Chateau e successivamente dell’esoterista Pierre Plantard (nato nel 1920 e morto nel 2000), la leggenda sostiene che Maria Maddalena fosse in realtà la moglie di Gesù e che da questi avrebbe avuto dei figli. Dopo la morte e resurrezione di Cristo la Maddalena si sarebbe trasferita in Francia e qui avrebbe partorito i figli di Cristo, destinati a dare origine alla dinastia dei merovingi, sovrani di Francia agli inizi del Medioevo (saranno poi rimpiazzati dai Carolingi e infine dai Capetingi).

Secondo questa ipotesi, quindi, “Santo Graal” deriverebbe da “Sang Real”, ovvero Sangue Reale, quello di Cristo trasmesso alla prima casa regnante di Francia.

La leggenda trova dei precedenti proprio nel XII secolo, quando il monaco Pièrre des Vaux-de-Cernay, riferendosi ai Catari, scrive: “Gli eretici dichiaravano che Santa Maria Maddalena era la concubina di Gesù Cristo”. A dargli forma definitiva sono però Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln con il libro Il Santo Graal pubblicato nel 1982, le cui teorie sono state riprese poi da Dan Brown per il romanzo Il Codice Da Vinci.

Il mitico taccuino dove il padre di Indiana Jones avev ricostruito la storia del Santo Graal (dal film “Indiana Jones e l’ultima crociata”, 1989, con Harrison Ford e Sean Connery, regia di Steven Spielberg)

Paradossalmente, gli autori del Santo Graal hanno denunciato Dan Brown per plagio smascherando così – implicitamente – la loro stessa operazione. Un romanzo non può “copiare” infatti un saggio che presenta una scoperta storica, ma solo un’opera di invenzione. La denuncia è finita così in un cul de sac: o Dan Brown non ha copiato o Il Santo Graal è un’opera di fantasia.

Ben più “ortodosso” di quello indagato da Robert Langdon nel Codice Da Vinci è invece il Graal inseguito dal più celebre archeologo della storia del cinema in Indiana Jones e l’ultima crociata del regista ebreo Steven Spielberg, in cui il Calice è presentato nella sua versione pienamente cristianizzata pur riprendendo elementi dai rituali di iniziazione del ciclo bretone (per accedere al Graal bisogna superare una serie di prove), le leggende templari (il calice è custodito da un cavaliere crociato ancora in vita e vecchissimo) aggiungendo anche le capacità taumaturgiche (guarisce le ferite del padre del protagonista) e il dono dell’immortalità a chi ci beve.

E se nella Leggenda del re Pescatore di Terry Gilliam il Santo Graal è una coppa celebrativa che fa bella mostra di sé nella casa di un miliardario, secondo il cantautore Jovanotti il Santo Graal “è nel salotto di mia nonna” (come recita una strofa della canzone Falla girare) a testimoniare che anche nell’immaginario contemporaneo la ricerca del Sacro Calice è un anzitutto un viaggio dentro se stessi e la propria esistenza.

Arnaldo Casali

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Ruggero da Flor, templare e pirata

Josè Moreno Carbonero, “L’ingresso a Costantinopoli di Ruggero de Flor”, olio su tela del 1888, Palacio del Senado, Madrid

Nei circa duecento anni di storia dell’Ordine del Tempio, numerose sono le figure che emergono per valore, morale o militare, oppure risaltano per la loro incapacità o mancanza di carattere. Difficile da definire, invece, è quella di Ruggero da Flor.

I detrattori non esitano a definirlo un avventuriero, uomo senza scrupoli, che con le sue azioni ha gettato discredito sull’intero Ordine, avvalorando così le accuse di avarizia e cupidigia formulate contro i Templari. C’è, però, chi vede in lui il vero spirito guerriero che aveva sempre contraddistinto il Tempio e che, negli ultimi anni si era andato sempre più affievolendo; quello stesso spirito che aveva sostenuto Ramon Saguardia, il precettore del Mas Deu, nel Rossiglione, contro le armate del re di Aragona. Il suo luogotenente e compagno d’avventure, il catalano Ramon Muntaner, ha raccontato nella “Cronaca catalana” la vita di Ruggero da Flor, tracciando il ritratto di un uomo di grande coraggio e di indole generosa, pronto a dividere i suoi guadagni con i compagni ed a pagare anticipatamente i suoi soldati.

La battaglia di Tagliacozzo (1268)

Ruggero nacque da una nobildonna di Brindisi e da un mastro falconiere di Federico II, che perse la vita nel 1268 durante la battaglia di Tagliacozzo. Come scrive Muntaner «quando il piccolo Ruggero aveva circa otto anni accadde che un gentiluomo, frate converso dell’Ordine templare, chiamato frate Vassayl, nativo di Marsiglia, comandante di una nave del Tempio e buon marinaio, venne a passare l’inverno a Brindisi per stivare la propria nave e farla riarmare in Puglia».

Vassayl ebbe modo di conoscere Ruggero che abitava vicino al porto con la sua famiglia, caduta in disgrazia dopo la morte del falconiere. Fu così che, in deroga a quanto prescritto dalla Regola, chiese alla madre che gli affidasse il figlio per farlo entrare nell’Ordine del Tempio: la povertà familiare e la serietà del frate spinsero la nobildonna ad accettare la proposta, segnando per Ruggero la strada della sua fortuna e, quindi, della sua disgrazia.L’intelligenza, la buona volontà, e la grande capacità di apprendimento fecero del giovane un ottimo marinaio: a quindici anni era il migliore dei mozzi della flotta templare ed a venti, divenuto frate sergente, veniva considerato il più profondo conoscitore della marineria di quei tempi; per questo motivo gli venne affidato il comando della più bella e più moderna nave templare, il Falco o Falcone del Tempio. Fu con questa nave che si trovò a San Giovanni d’Acri nel 1291, all’epoca dell’assedio e della conseguente caduta della città. Durante l’evacuazione della popolazione civile, Ruggero si adoperò per trasportare, come racconta il suo biografo, «donne e ragazze, con grandi tesori, e molte persone per bene; le portò a Mont-Pélerin, e con tale viaggio realizzò enormi guadagni». Ruggero poi versò tutto il denaro ricavato nelle casse del Tempio ma i suoi nemici lo denunciarono presso il gran maestro, accusandolo di aver trattenuto per sé una grande parte di quanto incassato. Per sfuggire a Jacques de Molay, che voleva catturarlo, Ruggero portò il Falcone del Tempio a Marsiglia, per disarmarlo, quindi fuggì a Genova dove alcuni amici gli prestarono il denaro sufficiente per allestire una galera, l’Olivetta. Con questa nave Ruggero si recò a Messina per mettersi al servizio degli Aragonesi, acerrimi nemici di quegli Angioini che, combattendo Corradino a Tagliacozzo, avevano in qualche modo causato la morte del padre. Muore così il templare e nasce il pirata; non muore però la voglia di combattere una guerra giusta, anche se dietro pagamento.

Andronico II Paleologo, Monastero di S.Giovanni Battista (Prodromos) a Serres, Grecia

Ruggero iniziò così un lungo periodo di pirateria nel Mediterraneo, durante il quale non mancarono azioni navali di grande importanza, come la liberazione di Messina assediata dalla flotta angioina di Ruggero Lauria. La Guerra del Vespro, però terminò nel 1302, con la pace di Caltabellotta, con la quale gli Angioini e gli Aragonesi si divisero l’ex regno svevo: ai primi andò Napoli e l’Italia meridionale, ai secondi rimase la Sicilia.

Un nuovo signore da servire fu trovato nell’imperatore Andronico II Paleologo, in guerra contro i Turchi; Ruggero tornava così a combattere gli infedeli, come ai vecchi tempi. Memore delle esperienze militari del Tempio, organizzò un suo esercito personale, fedele, ben pagato, disciplinato e soprattutto altamente addestrato.

Nasceva così la prima compagnia di ventura, la Compagnia Catalana, formata da soldati della Linguadoca, di Navarra, di Castiglia, di Aragona e Catalogna, questi ultimi meglio conosciuti come “almogaveri”. Un altro cronista catalano dell’epoca, Bernat Desclot, così li descriveva «Sono uomini che vivono di venture guerresche, fuor dell’abitato, sempre pei monti e pei boschi; battonsi dì e notte coi Saraceni, s’addentrano arditi per le loro terre una o due giornate, bottinando e strappando loro schiavi e robe e quanto possono avere, così campano; menano vita aspra e tanto dura che altri uomini non potriano soffrire, passando talvolta due giorni senza mangiare, se faccia d’uopo, e cibandosi di erbe selvatiche senza averne molestia. E gli “adalili” (le guide), che sono loro condottieri, sono pratici dei paesi e dei sentieri. Vestono soltanto un giubbone o una camicia, sia state, sia verno; alle gambe cingono calzari di cuoio strettissimi, uose di cuoio al piede; ed hanno buona lama pendente, forte cintura stretta alla vita. E hanno tutti una lancia e due giavellotti e uno zaino di cuoio dove serbano il cibo; sono poi fortissimi e assai spediti a correre e inquietare il nemico». La Compagnia Catalana iniziò subito con una azione poco valorosa, ossia con il massacro dei Genovesi di Costantinopoli, cosa che però fece grande piacere all’imperatore, stanco della loro egemonia commerciale; i mercenari passarono poi in Asia Minore per combattere contro i Selgiuchidi, che vennero sconfitti ad Aulax; a questa prima vittoria ne seguirono altre, inframmezzate da scorrerie ed incursioni, successi che alzarono sempre più le quotazioni di Ruggero: nominato inizialmente “megaduca” dell’impero, divenne in seguito “cesare”, titolo di competenza imperiale, fino ad arrivare a sposare Maria, principessa dei Bulgari e nipote dello stesso imperatore.

Ma questa fortuna, troppa ed improvvisa, in una corte così corrotta ed infida come quella bizantina, fece nascere gelosia ed invidia, specialmente in Michele Paleologo, figlio dell’imperatore. Il principe ereditario, temendo per la sua successione al trono e stanco dello strapotere di Ruggero, lo invitò ad un banchetto organizzato ad Adrianopoli: durante il festino Giorgio, guardia personale di Michele, prese alle spalle Ruggero e lo colpì ripetutamente a morte. Era il 1305.

Moriva così, per tradimento, un uomo discusso e discutibile, un uomo che aveva servito fedelmente l’ideale del Tempio e da questo (o dai suoi uomini) era stato tradito, un uomo che, addestrato a combattere, aveva fatto del combattimento la sua ragione di vita ma, trasformato il suo ideale nella ricerca del potere, ne aveva anche subito la naturale conseguenza.

Enzo Valentini

(dal blog Tradizione Templare )

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L’ultimo dei templari

Jacques de Molay, cromolitografia ottocentesca di Chevauchet.

Il 18 Marzo 1314, all’ora del vespro, Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro dell’ordine dei Cavalieri templari, morì sul rogo su una isoletta della Senna chiamata “dei Giudei”, situata tra i giardini reali e la chiesa dei frati eremitani di Sant’Agostino. Lì, a poca distanza dalla cattedrale di Notre Dame, si concluse l’epopea dell’Ordine monastico e cavalleresco che Hugues de Payns, aveva fondato, insieme a un pugno di altri seguaci nel 1119.

Una placca in bronzo nei pressi del Pont Neuf ricorda ancora l’atroce supplizio. Quelle fiamme, accese per volontà del re di Francia Filippo il Bello, non ridussero però in cenere la leggenda dell’ordine religioso e militare più famoso del Medioevo cristiano. Anzi, alimentarono il mito di un “potere parallelo”. Così dicerie, suggestioni esoteriche, fantasiose ricostruzioni e misteri assortiti hanno attraversato indenni i secoli, fino ad arrivare ai nostri giorni. Tanto da far dire a Umberto Eco che “l’unico modo per riconoscere se un libro sui Templari è serio è controllare se finisce col 1314, data in cui il loro Gran Maestro viene bruciato sul rogo”.

Chi era veramente Jacques de Molay? Sulla sua figura la storiografia si divide. Di certo sappiamo che affrontò una morte orribile con dignità e coraggio. Ma poco conosciamo della sua vita. L’assenza di documentazione non permette di individuare con certezza nemmeno il luogo dove nacque né la data in cui venne al mondo. Secondo la maggior parte degli storici, tra le tante Molay disseminate in Francia, Jacques vide la luce intorno al 1245 nel piccolo centro presso Besançon, in Alta Saone, nella contea di Borgogna. Non era quindi un suddito del re di Francia perché all’epoca la regione faceva parte dell’impero germanico.

Secondo la tradizione, come figlio cadetto di una famiglia della piccola nobiltà, era destinato alla carriera ecclesiastica. Venne accolto nell’ordine templare intorno ai venti anni e presto fu inviato in oriente. Nel 1285 venne nominato conte di San Giovanni d’Acri. Ma non partecipò al famoso e drammatico assedio del 1291 che segnò la fine delle Crociate in Oriente e il crollo del regno di Gerusalemme.

Quando San Giovanni cadde nelle mani dei mamelucchi d’Egitto, i Templari, come gli altri ordini militari, trasferirono a Cipro il loro quartier generale. L’anno dopo de Molay venne eletto Gran Maestro. Nella sua nuova veste, si prodigò per la difesa dell’isola e del regno della Piccola Armenia, ultimi possedimenti dei Franchi in Oriente.

Ma il suo obiettivo dichiarato era quello di riconquistare i luoghi santi e superare il trauma della storica sconfitta di San Giovanni d’Acri attraverso una nuova crociata. Così, tra il 1293 e il 1296, viaggiò a lungo tra l’Italia, la Provenza, la Catalogna, l’Inghilterra e l’Aragona.

Una raffigurazione tipica dei cavalieri templari in un manoscritto del 1215.

Nel settembre del 1294 lo troviamo a Roma e tre mesi dopo a Napoli, dove assiste all’ascesa al soglio pontificio di Bonifacio VIII dopo l’abdicazione di Celestino V. Nei suoi viaggi coltiva, come gli impone il suo ruolo, strette relazioni non solo con il pontefice ma anche con Edoardo I d’Inghilterra e Giacomo d’Aragona. Al ritorno a Cipro organizza spedizioni sulla costa contro i mamelucchi, dall’inospitale ma strategico e isolotto di Ruad, al largo della Siria (1300). Un luogo strategico per la sua posizione geografica, da dove i monaci guerrieri fanno partire continue incursioni navali contro gli infedeli. L’ultima roccaforte templare in Terrasanta cade nel 1303. La battaglia è disperata e sanguinosa. Il Templare di Tiro, testimone oculare dei fatti, ne racconta l’epilogo con drammatiche parole: “I saraceni fecero tagliare la testa a tutti i sergenti siriani, perché avevano fatto gran difesa e gran danno ai saraceni, e i fratelli del Tempio furono condotti a Babilonia (Il Cairo) con disonore”.

È la fine di un’epoca. Con la definitiva caduta degli stati crociati tutti gli ordini e le confraternite militari si trovano, di colpo, di fronte a una situazione nuova. Senza la guerra, i “sacerdoti guerrieri”, gli uomini che vivevano come monaci secondo la regola benedettina o agostiniana, ma poi affrontavano le battaglie con il coraggio e la ferocia dei cavalieri, sono costretti a cambiare vita.

Gli Ospitalieri continuano a curare i malati e i feriti e a raccogliere i profughi della Terrasanta sull’isola di Cipro, dove possiedono molti beni. I Cavalieri teutonici, già molto tempo prima della caduta di San Giovanni d’Acri, hanno trasferito il grosso delle loro forze nella lontana Prussia. Per i Templari tutto è più difficile. L’originale confraternita di monaci soldati fondata dopo le Crociate sotto gli auspici di Bernardo di Chiaravalle, per proteggere Gerusalemme e le strade percorse dai pellegrini verso la città santa, con il tempo è diventata una vera e grande potenza economica, prestigiosa e influente. Uno “stato nello stato”, capace di condizionare la vita dei principi. La diffidenza sul ruolo e il potere dei monaci guerrieri cresce dopo i fallimenti militari. Nelle corti ci si interroga sul futuro delle confraternite che provano a conciliare, sempre con maggiori difficoltà, le armature di ferro con quelle della fede. Per gli ordini religiosi di tutti i tipi, fa fede un apologo morale, molto citato nella seconda metà del Duecento. Protagonista dell’istruttivo e fantasioso racconto è Riccardo Cuor di Leone, che aveva tre figlie: Orgoglio, Avarizia e Lussuria. Siccome doveva maritarle, concesse la prima ai Templari e agli Ospitalieri, la seconda ai Cistercensi e la terza ai Benedettini. Daspol, celebre trovatore della Linguadoca, nei suoi canti rincara la dose contro i monaci guerrieri: “Sono tutti pieni di orgoglio e avarizia”.

Sigillo dell’Ordine dei templari.

Un sentire comune indicava la soluzione: unificare gli ordini militari per rendere più efficace la loro azione a favore della Cristianità. La proposta era stata già presentata al secondo concilio di Lione. Non se ne fece niente per la decisa opposizione del re d’Aragona. Papa Nicola IV nell’enciclica “Dura nimis” (18 agosto 1292) riprese la questione ma morì prima di poter portare a termine il suo disegno. Lo scrittore e filosofo Raimondo Lullo supportava l’idea con tutto il peso della sua autorità. Ne parlava di continuo anche re Carlo II di Sicilia. Così, i maestri dell’Ospedale e del Tempio non si stupirono quando ricevettero una lettera sull’argomento firmata da Clemente V. Il papa chiedeva loro un consiglio. Ma il pontefice andava oltre: voleva anche un parere su una nuova crociata. E chiedeva ai gran maestri di raggiungerlo in Francia, per parlare con la calma necessaria di questi progetti.

Di certo, Jacques di Molay si innervosì molto: nell’ipotetica fusione vedeva vantaggi soprattutto per gli Ospitalieri, che univano l’esperienza militare a quella dell’assistenza ai malati. Il gran maestro templare rispose al papa, con parole difensive e argomentazioni che ai più apparvero deboli. Definì il progetto “poco onorevole” per “due ordini così antichi” e mise di mezzo anche il diavolo “che non avrebbe mancato di accendere contese”. Paventò anche il rischio di divisioni ingiuste e citò le diverse Regole di Ospitalieri e Templari per spiegare quanto sarebbe stato difficile per i fratelli cambiare abitudini ormai consolidate. Insomma disse un no chiaro e forte. La cosa irritò molto Filippo il Bello che cominciò a chiedersi che uso volessero fare i Templari delle loro ricchezze e della forza militare che ancora potevano esprimere.

A Parigi Jacques de Molay venne informato anche su alcune sgradevolissime voci che in ambienti altolocati coinvolgevano la reputazione del Tempio. La “macchina del fango” era partita a Perugia due anni prima, durante il conclave del 1305. Stavolta non si parlava più di avarizia e superbia ma di eresia, idolatria e sodomia. E di Templari che adoravano un idolo barbuto chiamato Bafometto e che sputavano sopra la croce in segno di disprezzo verso Cristo. Le gravi accuse avevano un nome e un cognome: quello di Esquieu de Floryan che elencò “gli osceni segreti” dell’Ordine a Re Giacomo II di Aragona. Il sovrano non diede il minimo credito alle sue parole. Ma Esquieu non si arrese e negli ultimi mesi del 1305 chiese udienza a Filippo il Bello. Guglielmo di Nogaret e Guglielmo di Paisians, altolocati consiglieri del re di Francia, lo ascoltarono con particolare attenzione e aprirono una inchiesta sui Templari, infiltrando una dozzina di spie della corona all’interno dell’Ordine Forse all’inizio, secondo molti storici, senza un motivo preciso.

Ma raccogliere accuse così infamanti poteva comunque servire a molteplici scopi. Per esempio ad accelerare l’agognata fusione fra il Tempio e l’Ospitale che stava tanto a cuore a Filippo IV. Oppure per aprire una potenziale ipoteca sulla grande ricchezza dei monaci guerrieri. Senza dimenticare che Nogaret era stato l’uomo che a Anagni, il 7 settembre 1303 aveva “schiaffeggiato” Bonifacio VIII dopo averlo accusato di eresia. Oggetto del clamoroso scontro tra il papa e il re era stata la supremazia rivendicata dall’energico pontefice romano sul potere temporale di Filippo il Bello. Allora l’esercito francese fu messo in fuga e Nogaret venne scomunicato. Quattro anni dopo, raccogliere le prove della colpevolezza dei monaci-soldati poteva servire comunque a convincere Clemente V a patteggiare una reciproca marcia indietro: Anagni in cambio della reputazione del Tempio.

Illustrazione di un manoscritto, 1350 circa, che allude all’accusa di baci osceni tra i templari.

Jacques de Molay, scandalizzato dalle accuse mosse contro l’Ordine, chiese al papa di aprire una inchiesta per dimostrare l’assoluta infondatezza delle accuse. Il 24 agosto 1307, Clemente V fa sapere al sovrano di Francia di aver ordinato l’apertura delle indagini.

La mossa ha un effetto immediato: quello di accelerare le decisioni del re di Francia, che da tempo ha ben chiaro il suo obiettivo: il Tempio deve morire. Il re persegue con coerenza la sua politica: vuole accentrare i poteri intorno al trono e lavora con metodo per la nascita di una monarchia nazionale. Filippo IV non vuole e non può accettare la presenza, all’interno del suo regno, di una potenza sovranazionale che di fatto non risponde al controllo della corona. E alla quale deve anche dei soldi: molto denaro che gli è stato prestato e che adesso non è in grado di restituire.

C’è un altro fatto: i Templari sono pur sempre dei soldati. Non hanno una guerra da combattere. Sono ricchissimi, potenti e organizzati. Capaci di una mobilitazione immediata, con basi e commende sparse in tutte le regioni di Francia. Sono disciplinati. E pronti a una obbedienza totale. Ma non nella direzione giusta: il loro referente è il gran maestro e quindi il papa, del quale, grazie alla loro doppia veste di sacerdoti e guerrieri sono un potentissimo “braccio armato”. In caso di conflitto con il pontefice a chi avrebbero dato retta? Filippo IV non ha più dubbi: non si fida dei Templari. Tra l’altro, dopo le guerre in Terrasanta, Parigi è ormai diventata la loro capitale. La casa madre dell’Ordine è stata costruita in una zona paludosa, bonificata già nel 1148: il grande quartiere abbraccia terreni vastissimi e copre una superficie che equivale a un terzo della città. La Commanderie nel Marais, tra l’altro, è più sicura del palazzo reale e dello stesso Louvre, circondata com’è da un robusto muro merlato alto quasi dieci metri, protetto da torri, terrazzamenti, contrafforti e posti di guardia.

Una fortezza inespugnabile piantata nel cuore di Parigi: Filippo il Bello aveva avuto modo di visitarla appena un anno prima (1306) quando chiese rifugio ai Templari per difendersi dai disordini popolari che infiammavano la città.

In quella occasione, il sovrano pretese da Jean de la Tour, tesoriere centrale del Tempio, la bellezza di 300.000 fiorini d’oro. Questi soldi erano in parte di privati che avevano affidato ai Templari i loro investimenti e in parte della Chiesa che risparmiava denaro in vista di una futura crociata. Jacques de Molay, che in quel momento si trovava in Oriente, al suo ritorno punì Jean de la Tour con l’espulsione dal Tempio.

Venerdì 13 ottobre 1307 il re passò all’azione contro i Templari. Da allora, nelle credenze popolari, quella data viene ricordata come esempio di un giorno infausto. Jacques de Molay non seppe cogliere gli avvertimenti che pure aleggiavano intorno a lui. Il giorno prima, il 12 ottobre, aveva partecipato alle esequie di Caterina di Cortenay, cognata del re e aveva retto i cordoni funebri, in segno di lutto, insieme ai principi di sangue. Un onore, che l’etichetta di corte riservava solo ai parenti stretti della corona. Come poteva immaginare che il giorno dopo un sovrano che lo trattava con tanto riguardo lo avrebbe messo addirittura in catene? Ma Filippo aveva previsto tutte le mosse. L’ordine d’arresto era stato firmato già un mese prima, il 14 settembre 1307. Una data simbolica, testimonianza di una scelta non certo casuale: quel giorno si celebrava l’esaltazione della Croce. Il re, espressione del diritto divino, sentiva di agire in nome di Dio. Fu Giovanni di Verrerot, balivo di Caen, a dare lettura della missiva regale: “Una cosa del tutto disumana, ed anzi estranea a ogni criterio umano, ci è giunta all’orecchio, grazie al racconto di molte persone degne di fede (…). I frati dell’ordine della milizia del Tempio, lupi nascosti sotto un aspetto di agnello…”. All’alba le guardie reali arrestarono per sospetta eresia tutti i Templari che vivevano sul suolo francese. Clemente V, in seguito, valutò che la forza dell’Ordine ammontasse in tutto il paese a circa duemila persone.

Portale di una commenda templare a Chanonat , Puy-de-Dôme, Francia.

Quella mattina 546 prigionieri furono raccolti in quasi trenta luoghi di detenzione in varie zone della Francia. Solo una dozzina di frati si sottrassero alla cattura. Tutti i beni dell’Ordine vennero messi sotto sequestro. I Templari non opposero la minima resistenza. Non pensavano di avere nulla da temere dagli uomini del re. Ma soprattutto la loro Regola vietava di colpire con la spada altri cristiani, pena l’espulsione dall’Ordine. Così, senza reagire, andarono incontro alle torture, alla prigione e alla morte. Pochi ma terribili i punti dei capi d’accusa: oltre all’eresia, c’erano il rinnegamento di Cristo, l’idolatria, le pratiche oscene, la sodomia, il rifiuto dei sacramenti, l’assoluzione da parte di laici, la segretezza dei capitoli e gli arricchimenti illeciti. Arrestare e custodire presunti eretici era compito di una corte ecclesiastica. Ma la Chiesa viene messa di fronte al fatto compiuto. Clemente V, due giorni dopo i fatti, riunisce un concistoro a Poiters e il 27 ottobre scrive una esacerbata lettera al re di Francia: “Il vostro comportamento impulsivo è un insulto contro di noi e contro la Chiesa romana”.

Ma la decisione è tutt’altro che improvvisata. Il papa sa bene che la vera posta in gioco non è il destino del Tempio ma l’autorità stessa del pontefice. Filippo IV non perde tempo. Vuole confessioni rapide. Gli accusati non hanno diritto di conoscere né i nomi dei loro accusatori né quelli dei testimoni delle loro presunte nefandezze. I Templari sono torturati, incatenati e tenuti a pane e acqua per settimane. Non possono nemmeno parlare tra di loro. Alcuni perdono la ragione, altri scelgono il suicidio. Le prime confessioni pubbliche arrivano già alla fine del mese. Il 25 ottobre 1307, l’accusa esulta per quello che appare come un vero e proprio colpo di scena: Jacques de Molay, reduce dalle torture e da un duro isolamento, confessa le sue colpe: rivela di aver rinnegato per tre volte il Crocifisso e anche di aver sputato sopra l’immagine del Figlio di Dio. Ammette anche l’esistenza di pratiche oscene di iniziazione all’interno dell’Ordine. L’azione illegale del re trova così una parvenza di legittimazione. Ma pochi giorni dopo il gran maestro ritratta, si toglie la veste e mostra a tutti i segni delle torture che ha dovuto subire. Gli inviati del papa chiedono di poterlo vedere. Ma a malapena riescono a parlare con gli avvocati del re.

Filippo IV si presenta al mondo come un eroe della fede che combatte i nemici della religione. Ma non convince gli osservatori stranieri. Un politico genovese, Cristiano Spinola, scrive al suo governo e racconta che l’unico e reale scopo del re è quello di mettere le mani sul denaro e le proprietà dei Templari, in vista di una unione forzata del Tempio e dell’Ospitale sotto un unico Ordine, guidato da un membro della famiglia reale. L’idea piace molto a Raimondo Lullo che caldeggiava da tempo l’idea di un “re guerriero” della Cristianità, capace di guidare con successo una nuova, imminente crociata. Il filoso di lingua catalana loda Filippo come “campione della Chiesa” e condanna senza appello “l’orrida rivelazione di segreti” che coinvolge i Templari. Il re di Francia intanto manda messaggi ai sovrani europei. Li invita a seguire il suo esempio e a arrestare i Templari. Ma Giacomo d’Aragona difende l’Ordine e Edoardo II Plantageneto, che da poco è diventato re d’Inghilterra, fa sapere di non credere a nessuna delle accuse rivolte contro il Tempio. Il papa sa che deve riprendere l’iniziativa per arginare Filippo: prende atto che il Tempio è sotto accusa ma chiede che la procedura contro i Templari diventi pubblica e soprattutto venga controllata dalla Chiesa. Di conseguenza emana una bolla, la “Pastoralis praeeminentiae”, con la quale ordina l’arresto di tutti i Templari e la messa dei loro beni sotto la tutela ecclesiastica.

I sovrani d’Europa si adeguano, seppur controvoglia. I Templari inglesi vengono arrestati in massa il 10 gennaio 1308, quelli irlandesi vengono imprigionati il 3 febbraio. Lo stesso avviene, in tempi e modi diversi, nella penisola iberica, nelle Fiandre, a Napoli e anche a Cipro. La Castiglia e il Portogallo recalcitrano ma cambiano idea dopo un’altra bolla papale pubblicata nell’agosto 1308.

Filippo il Bello assiste al rogo dei Templari.

A Parigi, sotto le torture, le confessioni diventano centinaia. Jacques de Molay e i suoi fratelli ritrattano ancora. Il gran maestro chiede invano di poter parlare con il pontefice. Clemente V sospende dalle sue funzioni il Grande Inquisitore di Francia Guglielmo di Parigi: vuole interrogare di persona i vertici dell’Ordine. Ma ci vogliono sei mesi prima che un convoglio con i detenuti più importanti possa partire alla volta di Poitiers. Jacques de Molay è con loro ma a due terzi del tragitto, gli uomini del re prelevano il gran maestro e altri quattro prigionieri: i cinque vengono trasportati lontano dalla capitale, nelle segrete del castello di Chinon. Il papa intanto assolve gli imputati comparsi al suo cospetto che vengono riconosciuti colpevoli a titolo individuale di pratiche non ortodosse. L’accusa di eresia cade insieme a quella di omosessualità. Ma non basta: i Templari restano comunque agli arresti.

È l’11 luglio 1308: due giorni dopo la corona riapre, post mortem, il caso di Bonifacio VIII, accusato di simonia e stregoneria e della morte di Pietro da Morone, quel Celestino V famoso per il suo “gran rifiuto”. Nogaret, con toni apocalittici, arriva a chiedere al pontefice di bruciare sul rogo le ossa del cadavere di papa Caetani. Clemente V, spaventato dal messaggio regale, si adegua: in tutti i paesi cristiani partono inchieste sui Templari gestite dai vescovi delle diocesi competenti. Il 12 agosto 1308 la bolla “Faciens misericordam” definisce le accuse portate contro il Tempio.

Jacques de Molay, nel novembre del 1309 viene convocato di nuovo di fronte a una commissione papale. Ancora una volta, nega tutte le accuse: spera ancora, invano, contro ogni evidenza, nell’aiuto di Clemente V. Ma Bertrand de Got (1264 -1314), è debole, malato, intimorito dal re e ricattabile per il suo sfrenato nipotismo (creò cardinali cinque suoi parenti stretti). La storia lo ricorda per aver trasferito la sede papale in Francia, nella città di Carpentras (1313). E in ogni caso non può fermare chi lo ha fatto eleggere papa. Così, l’annientamento dei Templari continua, tra accuse preconfezionate e confessioni estorte con la tortura.

Filippo IV nel 1310 condanna al rogo 54 esponenti dell’Ordine che avevano ritrattato le loro confessioni. Il pontefice nel marzo 1312 riunisce il Concilio di Vienne, che sospende l’ordine dei Cavalieri del Tempio e dispone che il loro patrimonio sia affidato ai Cavalieri di San Giovanni. Nel documento finale si deplorano i comportamenti scandalosi del rituale, i “baci anali” e i ripetuti episodi di “nonnismo”. Ma per la Chiesa i Templari non sono comunque degli eretici.

Dopo sette anni di carcere, il 18 marzo 1314, Jacques de Molay compare di fronte a una commissione di cardinali insieme a tre alti dignitari dell’Ordine. Gli inviati del papa leggono il verdetto: i quattro sono condannati alla prigione a vita. Il caso sembra chiuso. Ma Molay e Charnay si ribellano alla sentenza e ritrattano la confessione che avevano reso. I cardinali, sorpresi dalla reazione, rimandano ogni decisione al giorno successivo. Viene informato anche il re che ordina la morte dei due. Ma non c’è più tempo: il re informato della vicenda ordina la condanna al rogo. Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay affrontano il supplizio del fuoco con un coraggio e una determinazione che stupiscono i testimoni dell’evento.

Il 20 aprile dello stesso anno, 33 giorni dopo i fatti, Clemente V muore di dissenteria a Roquemaure-Gard. Otto mesi dopo, il 29 novembre 1314, anche Filippo IV detto il Bello perde la vita per una caduta da cavallo durante una battuta di caccia.

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Lo Jedi templare

Cresce l’attesa degli appassionati per il nuovo episodio di “Star Wars: Il Risveglio della Forza”, film in uscita il prossimo 16 dicembre.

Lo scorso mese di aprile il mondo della rete ha dibattuto a lungo su un post di Julian Harrison, curatore dei manoscritti della prima età moderna presso The British Library. Sul blog della biblioteca nazionale del Regno Unito l’esperto di antichi documenti ha pubblicato l’immagine di un “mostro” medievale che somiglia moltissimo a Yoda, vecchio maestro Jedi di Luke Skywalker nella prima trilogia di Guerre stellari, abilissimo nell’uso della spada laser e saggio cavaliere dalle celebri battute come “Fare, o non fare. Non c’è provare” oppure “Arduo da vedere il Lato Oscuro è”.

George Lucas ha più volte ammesso che le figure della cavalleria medievale hanno ispirato diversi personaggi della saga cinematografica.

Angela Jane Weisl nel suo libro “The Persistence of Medievalism” sostiene che l’ispirazione più evidente della varietà di narrazioni mitiche arrivi direttamente dal romanzo arturiano medievale. Per il critico Terrance MacMullan l’invenzione dei Cavalieri Jedi è un evidente richiamo a tre diversi gruppi di guerrieri: i monaci Shaolin, la cui scuola di combattimento fu fondata in Cina intorno al V secolo, i samurai del Giappone feudale e soprattutto i Cavalieri Templari.

Una traccia scritta è rimasta nelle prime sceneggiature del ciclo cinematografico quando i Cavalieri Jedi erano ancora chiamati Jedi Templari.

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