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Category Archives: Storie

Viterbo: l’assassinio di Enrico di Cornovaglia

La chiesa romanica di San Silvestro, ribattezzata chiesa del Gesù, si affaccia sull’omonima piazza

La storia medievale inglese ci aveva abituato all’omicidio compiuto all’interno di un edificio religioso, quello di Thomas Becket nella cattedrale di Canterbury, tanto per intenderci.

Anche l’Italia, però, non è da meno, con un assassinio avvenuto a Viterbo, nella piccola chiesa di San Silvestro, nell’attuale piazza del Gesù, antica piazza del Mercato.

La chiesa di San Silvestro (ora del Gesù) sarebbe anteriore al Mille ed è citata in documenti del 1080. È di impianto molto semplice, con una facciata romanica sormontata al centro da un campanile a vela; sul profilo del tetto si stagliano le figure di due leoni in pietra di fattura medievale. All’interno, l’abside di ridotte dimensioni è decorata con un affresco del Quattrocento, raffigurante un “Noli me tangere”; sempre nell’abside è conservato un crocifisso secentesco. Sul lato sinistro è visibile una lapide che ricorda il sanguinoso episodio, avvenuto all’interno della stessa chiesa, il 13 marzo 1271.

La lapide a ricordo del sanguinoso evento del 13 marzo 1271

Di ritorno dalla crociata di Tunisi, la medesima in cui era morto di peste il re di Francia Luigi IX il Santo, avevano fatto sosta in Viterbo alcuni personaggi importanti: Filippo III l’Ardito, re di Francia, suo zio Carlo I d’Angiò ed Enrico di Cornovaglia, figlio di Riccardo, re dei Romani e fratello minore di Enrico III, re d’Inghilterra.

Mentre erano intenti ad ascoltare la Santa Messa, Enrico di Cornovaglia venne assalito dai suoi cugini Guido e Simone di Monfort il Giovane. Insieme a due chierici, che rimasero feriti a morte, Enrico tentò di resistere aggrappandosi all’altare, ma Guido arrivò a troncargli la mano destra prima di ucciderlo. Dopo aver abbandonato il cadavere del cugino sul sagrato della chiesa, in segno di spregio, Guido e Simone fuggirono a cavallo per cercare rifugio in Toscana.

I due leoni di pietra che adornano il profilo della chiesa

Tanta violenza affondava le sue radici nella voglia di vendetta dei fratelli Monfort che, in tale maniera, volevano vendicare la morte del padre Simone VI di Monfort, conte di Leicester, e di un altro fratello, Edoardo, causata da Edoardo, figlio di Enrico III d’Inghilterra (che tra l’altro era loro cugino come anche Enrico di Cornovaglia).

All’inizio del suo regno, infatti Enrico III si era trovato a dover contrastare l’ostilità dei suoi baroni, le cui rendite erano state notevolmente danneggiate dai diritti feudali imposti da Enrico II. Il capo di questa rivolta era Simone VI di Monfort che, dopo anni di trattative, aveva dichiarato guerra al re e, in un primo momento aveva ottenuto una vittoria a Lewes (1264). L’anno successivo però, a causa della defezione di alcuni nobili, tra cui il conte di Gloucester, era stato sconfitto e ucciso, insieme al figlio Edoardo e a più di 200 signori ribelli, nella battaglia di Evesham (Seconda guerra dei Baroni).

L’omicidio nella chiesa di San Silvestro ebbe delle conseguenze politiche: creò degli attriti fra il re d’Inghilterra e la casa regnante di Francia, perché i fratelli Monfort erano al seguito di Carlo d’Angiò e dei suoi vicari in Toscana.

L’episodio, sacrilego ed efferato al tempo stesso, destò anche un grandissimo scandalo tra i contemporanei. Lo stesso Dante Alighieri ne fa menzione nella Divina Commedia, annoverando Guido di Monfort tra gli omicidi: «(il Centauro) mostrocci un’ ombra dall’un canto, sola, / dicendo: “Colui fésse, in grembo a Dio, / lo cor che in su Tamigi ancor si cola”» (“Inferno”, canto XII, vv. 118-120).

Sembra che il Poeta abbia tratto questa notizia da un brano della Cronica di Giovanni Villani (XXXIX), in cui il cronista fiorentino racconta come il re d’Inghilterra avrebbe posto il cuore di Enrico di Cornovaglia in una urna dorata, conservata poi all’interno di una colonna del ponte di Londra: “il cuore che sul Tamigi cola”, ossia sanguina ancora perché l’omicidio rimase impunito. Per alcuni, invece, il cuore sarebbe in un calice dorato nell’abbazia di Westminster.

Enzo Valentini

Una panoramica dello splendido Palazzo dei Papi di Viterbo, che ospitò il più lungo conclave della Storia, durato 1006 giorni e terminato proprio nel 1271, l’anno in cui fu assassinato Enrico di Cornovaglia

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La nascita della Svizzera

Il Grütli visto da Seelisberg

La Svizzera è nata su un prato. Gli italiani e i francesi lo chiamano Grütli, i tedeschi Rütli. E’ un piccolo spazio verde, di meno di cinque ettari, che si affaccia sulle rive del Lago dei Quattro Cantoni e che si può raggiungere soltanto a piedi. Qui, nei primi giorni del mese di agosto dell’anno 1291, le genti che abitavano le valli di Uri, Schwyz e Unterwalden, firmarono una alleanza storica.

Un patto, che vollero definire “eterno”, contro le ingerenze imperiali e il dominio degli Asburgo. Il documento, scritto in latino, è conservato nel museo della città di Schwytz, la capitale del cantone romancio che poi ha dato il nome a tutto il Paese (Schweiz, Svizzera).

L’antico documento detta delle regole comuni, di diritto pubblico, penale e civile. Ma affronta soprattutto il tema che stava più a cuore ai valligiani: l’autonomia della giustizia. I cantoni forestali non volevano più avere giudici stranieri che decidessero per loro. Nello scritto compare una parola rivelatrice: i “confederati” che siglarono l’accordo vengono chiamati “conspirati”. L’alleanza del Rütli sanciva infatti una rivolta, definitiva, contro il potere centrale. Sia gli Asburgo che i cantoni svizzeri facevano parte della stessa istituzione sovranazionale, il Sacro Romano Impero.

Lo Statuto Federale viene letto a dei cittadini di Zurigo il 1º maggio 1351, mentre giurano fedeltà ai rappresentanti di Uri, Svitto, Untervaldo e Lucerna, 1513

Sessanta anni prima, gli abitanti del cantone di Uri, avevano finito di scavare nella viva roccia una strada sospesa nel valico del Gottardo, un cammino pericoloso ma strategico per chi dal nord Europa voleva raggiungere Roma o la Terrasanta. L’opera ardita di quei montanari, cambiò il destino delle popolazioni che vivevano sui due versanti del passo alpino.

E Federico II di Svevia, il 26 maggio 1231, con una disposizione firmata da suo figlio Enrico VII, come premio all’opera svolta, riconobbe alle popolazioni dei cantoni il “diritto di accesso diretto all’Imperatore”.

La “immediatezza imperiale” certificava che quei popoli erano vassalli del sovrano e quindi dipendevano solo da lui. Le risorse economiche per pagare il signore venivano dai ricavi che le comunità ottenevano in maniera crescente dai traffici sul passo del Gottardo.

Ma dopo la morte di Corradino di Svevia (1268) gli Asburgo tornarono a rivendicare i loro diritti sui territori. Nel 1273 Rodolfo d’Asburgo riorganizzò il regno di Germania e ripristinò il ducato svevo. Per riscuotere le tasse e amministrare la giustizia in nome dell’impero, il nuovo re creò una rete di balivi, funzionari che dipendevano dal potere centrale.

Burocrati spesso odiati dalla popolazione, come testimonia la leggenda dell’eroe nazionale, il mitico Guglielmo Tell, che non volle inchinarsi, sulla pubblica piazza, davanti a un cappello, simbolo dell’autorità imperiale, che doveva essere riverito da chiunque passasse, anche senza il funzionario imperiale non era presente. In cambio della vita, il balivo Gessler impose a Tell di centrare una mela posta sulla testa del figlioletto dell’eroe. Guglielmo riuscì nell’incredibile impresa. Il balivo, furioso, non rispettò comunque i patti e lo privò della libertà, che Tell riconquistò con la fuga alla quale seguì la sua vendetta sull’odiato tiranno.

La storia, prima della leggenda, racconta che alla morte di Rodolfo d’Asburgo (15 luglio 1291) i valligiani di Uri, Schwyz e Unterwalden passarono all’azione per anticipare e combattere ulteriori ingerenze da parte del nuovo sovrano, Adolfo di Nassau. In nome di una libertà, da conquistare, uniti, come un solo popolo.

Il patto confederale svizzero del 1291

In fondo al “patto eterno” confederale, siglato con i sigilli di cera sul prato di Grütli non compare una data precisa. Così, quando si trattò di scegliere una data per la festa nazionale della Svizzera, il governo federale, nel 1891, decise d’imperio che il giorno della storica firma fosse quello del 1 agosto.

Da allora, la storica ricorrenza viene celebrata in tutto il Paese con le bandiere sui balconi, i fuochi d’artificio e i falò accesi sulle montagne, simili ai segnali che i valligiani, alla fine del XIII secolo, si mandavano l’un l’altro per dirsi, anche da lontano, che erano comunque tutti vicini e pronti alla battaglia.

Virginia Valente

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Quando Bologna abolì la schiavitù

Il Liber Paradisus, conservato nell’Archivio di Stato della città di Bologna, è il documento che sancisce la abolizione della schiavitù

Il 3 giugno 1257 Bologna abolì la schiavitù. Nell’Archivio di Stato cittadino è conservato un prezioso codice che anticipa di almeno 600 anni le moderne carte dei diritti umani: si chiama Liber Paradisus, in omaggio alla prima parola del testo del documento, scritto in latino.

Il grande capolettera, una “P” ornata di disegni filigranati, precede una frase bella e solenne: “Paradisum voluptatis plantavit dominus Deus omnipotens a principio, in quo posuit hominem, quem formaverat, et ipsius corpus ornavit veste candenti, sibi donans perfectissimam et perpetuam libertatem”. “In principio il Signore piantò un paradiso di delizie, nel quale pose l’uomo che aveva formato, e aveva ornato il suo stesso corpo di una veste candeggiante, donandogli perfettissima e perpetua libertà”.

L’atto di liberazione è motivato da ragioni teologiche: Dio ha creato l’uomo libero e poiché la disobbedienza originale di Adamo lo ha reso schiavo del peccato, lo ha riscattato tramite suo figlio, Gesù Cristo, che si è fatto uomo.

Il documento notarile rese ufficiale la “manumissio”, una emancipazione resa possibile da un riscatto in denaro.

Il decreto fu firmato un anno prima, il 25 agosto del 1256, dal Podestà e dal Capitano del Popolo nel corso di una cerimonia pubblica alla quale presero parte migliaia di persone festanti. Le trattative furono lunghe e complesse. Ma dopo un anno, il 3 giugno 1257, l’atto diventò operativo. Il Comune pagò tre rate per complessive 53.014 lire per indennizzare i proprietari di 5.855 persone: erano tutti i servi della gleba che risiedevano all’interno del territorio bolognese. Soltanto la famiglia Prendiparte, proprietaria dell’omonima torre cittadina, “possedeva” più di 200 servi. A ogni bambino fu attribuito un valore di 10 lire. Chi aveva più di 14 anni fu riscattato con 10 lire d’argento.

I servi della gleba erano considerati tali per nascita, incatenati per tutta la vita alla zolla di terra (gleba in latino) che non potevano abbandonare, per nessuna ragione, senza il consenso del padrone del terreno.

Una condizione umana senza via d’uscita, di poco migliore di quella degli schiavi dell’antica Roma. I servi della gleba potevano essere venduti, insieme alla terra alla quale erano legati. Possedevano solo piccoli beni mobili e potevano sposarsi soltanto con persone che vivevano, come loro, all’interno della proprietà. Il padrone dei fondi era, di fatto, anche il signore assoluto delle loro esistenze. Alle famiglie proprietarie l’uso del terreno andava pagato con il raccolto dei campi e con tutta un’altra serie di corvées. I servi dovevano versare anche le “decime” per il mantenimento del clero. E avevano mille altri obblighi e limitazioni. Il Liber Paradisus, per legge, mutò questo stato sociale. Diede speranza ai manenti, i coloni di condizione servile legati da un contratto alle terre padronali. E anche ai cosiddetti “servi di masnada”, che costituivano i piccoli eserciti signorili.

Quattro notai stilarono quattro elenchi, uno per ogni quartiere, con quattro preamboli.

L’arca sepolcrale di Rolandino de’ Passaggeri in piazza San Domenico, a Bologna

Regista di tutta l’operazione fu Rolandino de’ Passaggeri (1215 – 1300), uno dei più celebri giuristi medievali, massima autorità nella scienza e tecnica del documento notarile, di cui rinnovò i formulari con un grande rigore scientifico.

Nel documento si possono leggere importanti dichiarazioni di principio. Una su tutte: “Nella nostra città possano vivere solo uomini liberi”. Si prendono impegni solenni: “Spezzare le catene della servitù”. Si parla, a più riprese, di “restituire alla libertà originaria uomini che da principio la natura generò liberi e il diritto delle genti sottopose poi al giogo della schiavitù…”.

Bologna all’epoca era una delle più grandi città d’Europa, sede della prima è più importante università del mondo, frequentata da più di duemila studenti che non producevano ma consumavano. Il denaro fresco muoveva l’economia. Nacquero allora i nuovi mercati cittadini e i canali navigabili.

La città aveva addosso gli occhi del mondo. Nel palazzo del Podestà, dopo la battaglia di Fossalta del 1249, viveva prigioniero Enzo, figlio dell’imperatore Federico II di Svevia. L’economia della città e del suo contado stava mutando pelle rapidamente insieme alla società feudale di derivazione carolingia, fino ad allora sostenuta dalle attività agricole dei castelli, indipendenti l’uno dall’altro. Ma il lavoro autonomo rendeva la famiglia contadina assai più produttiva grazie alla selezione di nuove sementi e a diverse innovazioni tecniche.

La liberazione proclamata nel Liber Paradisus non fu solo un “beau geste” del governo cittadino. Servì a sanare molte situazioni giuridiche causate dai matrimoni misti tra cittadini liberi e servi. Più cittadini liberi voleva dire anche più contribuenti. Era il prezzo della libertà. Non a caso, il Comune vietò ai servi liberati di spostarsi fuori dal territorio delle diocesi di appartenenza. In alcuni casi i servi vennero raccolti in località “franche”, libere dalla giurisdizione delle grandi famiglie. Si svilupparono così, al confine del territorio, in prossimità delle aree controllate dalla nemica Modena, paesi come Castelfranco, ai quali la città di Bologna concesse particolari condizioni fiscali.

La lapide a ricordo del Liber Paradisus, nel cortile di Palazzo d’Accursio (Foto: Giovanni Dall’Orto)

Il riscatto dei servi rafforzava il Comune. E il mantenimento delle famiglie contadine sui campi garantiva la produttività dei terreni. In città arrivava una maggiore quantità di prodotti. Bologna fu il primo Comune in Italia ad attuare la liberazione dei servi della gleba.

Altre città, come Vercelli, Assisi e Parma, si mossero nella stessa direzione. A Vercelli, come in altri luoghi, per legge, “la città dava la libertà”: la posizione dei servi della gleba che si rifugiavano nel centro abitato veniva regolarizzata dopo un certo periodo di tempo. Lo stesso avveniva a Parma, dove i nuovi cittadini venivano accolti come uomini liberi dopo 10 anni di permanenza .

Oggi la piazza che ospita palazzo Bonaccorso, la nuova sede del Comune di Bologna, si chiama “Piazza Liber Paradisus”. L’edificio porta il nome del podestà Bonaccorso da Soresina che redasse i documenti raccolti nel Liber.

Un affresco di Adolfo De Carolis esposto nel salone del Palazzo del Podestà ricorda ai bolognesi e ai turisti lo storico affrancamento dei servi.

In Russia la servitù della gleba venne abolita nel 1861, dallo zar Alessandro II, circa 50 anni più tardi rispetto al resto d’Europa. La fine della pratica della schiavitù degli esseri umani fu certificata dalla Costituzione degli Stati Uniti soltanto nel 1865. Il Brasile arrivò invece alla fatidica decisione nel 1888, con la “Lei Áurea” promulgata dalla principessa reale Isabella.

Per milioni di altri vecchi e nuovi schiavi, a distanza di secoli, il Paradiso è invece ancora un sogno lontano.

Federico Fioravanti

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Narni, Corsa all’Anello

“Madonne, cavalieri et lo populo tucto. Dalla Civitade et dallo Contado advenite al terzo jorno de maggio pe’ lo levar de lo sole alli riti et alli giochi in honore dello Sancto Patrono Juvenale. In tale tenzone scendano nello campo delli giochi li habil cavalieri de Mezule, Fraporta, Sancta Maria, per la conquista dello hambito Palio, simbolo de forza et de maestria. Che lo populo tucto esponga dalle logge e dalle finestre li simboli e li stendardi de li terzieri e che millanta fochi en allumino la nocte, che li monti et lo piano dello interno della nostra civitade vedano splendere la superba Narnia”.

È il pomeriggio del primo maggio 1371, quando uno dei tre banditori del Comune di Narni si affaccia dalla loggia dell’Arengo in piazza dei Priori e dà lettura del banno che istituisce la “Corsa all’anello”: un palio che vedrà sfidarsi i giovani più valorosi della città per rendere omaggio al patrono San Giovenale.

Di fronte a una piazza gremita, il banditore richiama al “certamen” i cavalieri di Narni perché possano dimostrare la loro preparazione nella difesa della città, ancora dilaniata dalla lotta tra guelfi e ghibellini. Intanto nella Rocca voluta dal cardinale Albornoz e iniziata quattro anni prima, si è appena insediato il castellano. Terminata la lettura del banno, viene annunciato che la prima edizione della Corsa si svolgerà il 3 maggio, al termine della messa solenne per il patrono.

Il popolo di Narni torna nelle proprie case pregustando la festa, che ha inizio il giorno successivo, al tramonto, quando un corteo di oltre 600 persone capeggiato dai magistrati cittadini, i castelli soggetti a Narni e i rappresentanti delle corporazioni, con le luminarie e i gonfaloni che sventolano, sfila per le vie della città accompagnato dai cori religiosi e dal suono degli strumenti.

Foto ©M. Santarelli

Raggiunto il Duomo, nobili e rappresentanti delle arti fanno il loro ingresso impugnando un grande cero (di dimensioni diverse a seconda del censo) che viene donato al vescovo Guglielmo in segno di omaggio e devozione al Santo. È lo stesso Guglielmo a chiedere ai priori di compiere un gesto di grande clemenza in onore del patrono: la liberazione di un condannato a morte, che avviene proprio davanti alla Cattedrale.

Il mattino successivo, dopo il solenne pontificale presieduto dal vescovo, si svolge la processione per le vie di Narni con il busto di San Giovenale accompagnato dai notabili, dai sacerdoti e dai membri delle confraternite, che si conclude in piazza dei Priori, dove la celebrazione si prepara a diventare festa sportiva.

Tutti i giovani narnesi in possesso di un cavallo hanno diritto di partecipare alla Corsa all’anello, che si apre nella “Platea Major” la mattina del 3 maggio, al termine della processione con il busto del santo.

La competizione vede i cavalieri impegnati ad infilare con un’asta un anello d’argento sospeso a due funi davanti al Palazzo Comunale, tra l’esultanza dei tifosi, divisi nei tre grandi terzieri di Fraporta, Santa Maria e Mezule.

Ma la Corsa all’anello non è l’unico gioco equestre che vede impegnati i giovani narnesi in questi giorni di festa: ad affiancare l’Anello c’è anche la corsa del Palio, una competizione di pura velocità che si effettua lungo il percorso che da Sant’Andrea in Lagia raggiunge il “petronum” nella piazza dei Priori, alla quale i milites e gli equites possono iscrivere un loro cavallo guidato da un giovane cavaliere.

Il premio è un Palio di seta della lunghezza di circa sei metri del valore di tre libbre d’oro. Assegnato il palio il Dominus Vicarius invita coloro che intendono correre l’anello a schierarsi all’angolo della chiesa di San Salvatore nella Piazza dei Priori per poi scagliarsi con la propria asta ad infilare il bersaglio del valore di 100 soldi cortonesi.

Foto ©M. Santarelli

L’ordine di partenza viene stabilito secondo l’appartenenza alle Brigate militari dei terzieri: Mezule, Fraporta e Santa Maria, ognuno contraddistinto da un abbinamento di colori: bianco-nero Mezule, rosso-blu Fraporta, arancione Santa Maria. A provvedere al Palio e all’Anello è la comunità ebraica, che li acquista per 4 fiorini d’oro.

Nel corso dei secoli successivi, ai due giochi tradizionali si aggiungeranno il combattimento tra il bufalo e il toro, la lotta, la quintana, le commedie allestite dai giovani narnesi e la colazione offerta alle donne.

Scomparsa in epoca moderna, la Corsa all’Anello sarà riportata in vita nel 1948 per iniziativa di monsignor Mario Maurizi, vicario della Diocesi di Narni, con l’intento di rispolverare – sulla base di una rilettura degli Statuti narnesi del 1371 – la vetusta usanza di correre un palio in occasione della festa del patrono.

L’iniziativa rimarrà però isolata: dopo due edizioni, infatti, la Corsa all’Anello tornerà nell’oblio per vent’anni, finché – nel 1969 – sarà ripresa definitivamente arrivando a distinguersi nel panorama delle feste storiche italiane ed europee come una delle manifestazioni che più hanno ricercato dei collegamenti con la propria tradizione.

Arnaldo Casali

www.corsallanello.it Le immagini ©M. Santarelli sono tratte dal sito: www.turismonarni.it

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La firma che chiuse il Medioevo

Cristoforo Colombo in ginocchio davanti alla regina Isabella di Castiglia

Il 17 aprile 1492 i sovrani di Spagna firmano un trattato con Cristoforo Colombo per una spedizione verso le Indie.

L’obiettivo dei due sovrani di Spagna era raccogliere le ricchezze che si sarebbero potute trovare in quella terra – ancora in gran parte inesplorata – identificata come “Le Indie”. Colombo, da parte sua, voleva dimostrare che per arrivare in Asia esisteva una scorciatoia. E anziché andare ad est e seguire le orme di Marco Polo per arrivare in Cina e in Giappone attraversando tutta l’Europa o circumnavigando l’Africa, si era convinto che dirigendosi ad ovest si poteva raggiungere quella stessa terra in minor tempo.

Il contratto firmato il 17 aprile prevede per Cristoforo il grado di ammiraglio, la carica di viceré e di governatore di tutte le terre scoperte con tanto di titolo ereditario, ma anche la possibilità di conferire ogni tipo di nomina nei territori conquistati e una rendita pari al 10% di tutti i traffici marittimi futuri. La somma necessaria per l’armamento della flotta, pari a 2.000.000 di maravedi, sarà versata per metà dalla corte e per metà dallo stesso ammiraglio, finanziato a sua volta da alcuni banchieri genovesi.

Firmato il contratto, Colombo lascia la città il 12 maggio, dopo aver deciso che il luogo di partenza sarà Palos, dal momento che i porti maggiori sono occupati dal tribunale della Santa Inquisizione e utilizzati per l’espulsione degli ebrei tramite mare. Sì, perché i sovrani cattolici sono così cattolici, che dopo avere riconquistato in gennaio Granada mettendo fine a cinquecento anni di dominio islamico (Isabella era entrata trionfalmente in città con il crocifisso in mano) il 31 marzo hanno firmato il decreto con cui si ordina l’espulsione di tutti gli ebrei che rifiutano di convertirsi al cristianesimo. I due coniugi si sono guadagnati così il titolo di “maestà cattolica” offerto da papa Innocenzo VII e la coppia ringrazierà il Vaticano regalando a papa Alessandro VI il primo carico d’oro arrivato dall’America. Un dono che papa Borgia – anche lui spagnolo, e tra i pontefici meno spirituali della storia della Chiesa – sicuramente apprezzerà più di una preghiera o una benedizione.

Isabella di Castiglia e suo marito Ferdinando d’Aragona

In pochi anni Isabella e Ferdinando sono riusciti ad ottenere tutto partendo quasi dal nulla. Fino a qualche anno prima non avevano nemmeno un piccolo regno e lottavano per conquistare quello dei propri genitori; il loro amore era stato anche ostacolato dalla famiglia di lei, che avrebbe voluto darla in sposa al re del Portogallo. Ma la principessa aveva preferito l’erede al trono di Aragona e insieme erano riusciti a conquistare sia il regno d’Aragona che quello di Castiglia. Pur mantenendo distinti – almeno formalmente – i due reami, la coppia regnando su entrambi era riuscita a creare, di fatto, la Spagna moderna; la conquista dell’ultimo sultanato islamico e la benedizione del Papa avevano completato l’operazione, e ora la grande e cattolicissima Spagna non poteva certo permettere che Portogallo o Francia gli scippassero l’impresa del millennio. Così, dopo molte titubanze e resistenze avevano finalmente ceduto alle insistenze del navigatore italiano.

Erano quasi dieci anni che Cristoforo Colombo inseguiva l’impresa. Si era da poco trasferito con moglie e figlio da Madera a Lisbona, dove il fratello Bartolomeo lavorava come cartografo, quando l’incontro con un naufrago che in punto di morte gli aveva disegnato una mappa con le lontane terre al di là dell’oceano aveva fatto prendere forma – nella mente nel navigatore allora trentenne – l’idea di una rotta breve per le Indie.

Cristoforo aveva cominciato a navigare quando aveva quattordici anni e aveva lavorato in Italia, Grecia, Portogallo, Inghilterra, Irlanda fino ad arrivare in Islanda. Poi aveva sposato la portoghese Filipa Moniz Perestrello da cui aveva avuto Diego. Per anni aveva raccolto reperti (pezzi di legno e canne) trovati al largo delle coste dell’oceano, studiato le carte appartenute al suocero e ascoltato i racconti di marinai che lo convincevano sempre di più dell’esistenza di una terra al di là dell’oceano e che quella terra non potesse essere altro che l’Asia.

Già nel 1483 Cristoforo aveva chiesto al re del Portogallo Giovanni di finanziare l’operazione, senza però ottenere nulla. Nel 1485, rimasto vedovo, si era trasferito in Castiglia e si era messo nuovamente alla ricerca di un finanziatore. Era stato grazie al duca di Medinaceli se aveva ottenuto un colloquio con la regina Isabella, sua coetanea. A Siviglia, però, l’italiano aveva trovato più donne disponibili per una relazione (Beatriz Enrìquez de Arana e poi la marchesa di Moya) che sovrani interessati alla grande impresa di raggiungere per mare il Catai e il Cipango.

Ferdinando e Isabella, che avevano nominato un’apposita commissione, lo avevano fatto aspettare più di quattro anni prima di bocciare l’ambizioso progetto alla fine del 1490. Colombo si era rivolto così ai sovrani di Inghilterra e Francia, anche in questo caso senza ottenere nulla.

Eppure non si era dato per vinto: continuava a studiare le mappe e a fare calcoli: sì – si diceva – il Giappone è vicino, in meno di due mesi si può raggiungere via mare risparmiando tempo e soldi, e poi – di lì – arrivare in Cina, il paese delle meraviglie e delle grandi ricchezze descritto nel “Milione” da Marco Polo.

Il percorso del viaggio di Cristoforo Colombo nel 1492

Ovunque, però, trovava nemici e detrattori che convincevano i reali a desistere dalla tentazione di sostenere il suo progetto. È una follia, dicevano, l’italiano sbaglia i conti, l’Asia è lontanissima e non esiste una nave al mondo in grado di affrontare un viaggio così lungo. E avevano ragione, peraltro, perché a dispetto delle leggende che sarebbero sorte dopo, nessuno si opponeva a Colombo sostenendo che la terra fosse piatta e ad attraversare le colonne d’Ercole si sarebbe precipitati nell’abisso. Erano ormai centinaia di anni che la sfericità era data per appurata almeno dalla gente colta (basti pensare a Tommaso d’Aquino e Dante Alighieri). Al contrario, la Terra i nemici di Colombo l’avevano capita molto meglio di lui e avevano calcolato che con quel diametro l’Asia non poteva essere così vicina: tra Spagna e Giappone c’erano 20mila chilometri e non c’era nave in grado di stoccare a bordo un quantitativo di provviste sufficienti al compimento del viaggio, che avrebbe richiesto – in condizioni ottimali – più di quattro mesi. Colombo sbagliava, e anche di parecchio: lui aveva stimato la distanza in appena 4400 chilometri, ovvero cinque volte meno della realtà. Davvero la fortuna dell’italiano sarebbe stata quella di trovarsi in mezzo, a sorpresa, l’America, perché altrimenti la sua sarebbe inevitabilmente naufragata in mezzo all’oceano, trasformando Nina, Pinta e Santa Maria in vascelli fantasma abitati da cadaveri.

A torto o a ragione, comunque, Cristoforo era determinato ad arrivare fino in fondo, anche se le cose si stavano ormai mettendo davvero male. Dopo sette anni di soggiorno in Spagna le sue risorse economiche erano esaurite e per provvedere alla famiglia il navigatore era stato costretto a vendere libri e disegnare mappe. Era ormai vicino alla resa quando gli era venuto in soccorso il vescovo Alessandro Geraldini, anche lui italiano (proveniva da un’importantissima famiglia di Amelia, imparentata – peraltro – con la celebre Monna Lisa).

Confessore di Isabella e coetaneo e amico di Colombo, Geraldini aveva convinto padre Juan Pérez e il tesoriere di corte Luis de Santangel a garantire la copertura economica del progetto liberando Isabella da ogni ulteriore indugio. Non a caso Colombo dedicherà alla madre dei Geraldini una delle isole del Nuovo Mondo, Graziosa, mentre lo stesso Alessandro sarà il primo vescovo d’America.

Raggiunti i due sovrani a Santa Fé, Colombo aveva dettato le sue condizioni. Che non erano poche: di fatto pretendeva di diventare il signore di tutte le terre scoperte; troppo per la pur ben disponibile Isabella. Così l’accordo non si era trovato e Colombo – ormai quarantenne – era ripartito, salvo poi essere richiamato per riaprire le trattative, lunghe ed estenuanti: si erano susseguite bozze su bozze finché il contratto non aveva trovato finalmente la sua veste definitiva. E tutto sommato con costi relativamente bassi: quella che si sarebbe rivelata come una delle più importanti spedizioni della storia umana fu finanziata con una spesa complessiva di poco superiore ai 45mila euro di oggi. Quel che si dice un vero affare.

Ricostruzione delle tre caravelle in dimensione naturale, ancorate al molo de las Carabelas, Palos de la Frontera

Finalmente si parte, dunque, e vengono allestiti tre velieri: la nave ammiraglia è la caracca Santa María, di 150 tonnellate per 27 metri; è la più grande e la più lenta ed è capitanata dallo stesso Colombo, è armata di cannoni ed è soprannominata “Marigalante” dai suoi marinai; ad accompagnarla la caravella Pinta, 140 tonnellate, capitanata dall’armatore di Palos Martín Alonso Pinzón (il suo soprannome è “dipinta” ma non se ne conosce il vero nome) e la piccola caravella Santa Clara, 100 tonnellate per 20 metri di lunghezza, guidata dal Vicente Yáñez Pinzón (fratello di Martin) e soprannominata Niña – “la bambina” – con riferimento scherzoso al proprietario Juan Niño.

Vengono reclutati 90 marinai, ai quali viene concessa una sorta di amnistia attraverso la sospensione di ogni pendenza legale. È Martin Pinzòn a organizzare il viaggio e a fare da vice a Colombo, mentre il pilota della flotta è Juan de la Cosa, proprietario della Santa Maria. Tra i marinai c’è anche Juan Rodríguez Bermejo, figlio di un commerciante andaluso, che sarà il primo ad avvistare l’isola di San Salvador alle due di notte del 12 ottobre 1492. Di religione musulmana, è costretto a convertirsi al cristianesimo per imbarcarsi con Colombo, ma al ritorno tornerà alla sua fede, anche a seguito della delusione provocatagli dall’ammiraglio cattolico che gli negherà il premio promesso a chi avesse avvistato per primo la terra.

Finalmente, il 3 agosto 1492, alle 6 di mattina, da Palos de la Frontera inizia il viaggio più famoso della Storia: quello che parte dal Medioevo per approdare all’epoca moderna.

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Il giuramento di Pontida

Il giuramento di Pontida (Giuseppe Mazza, 1851).

È stato uno dei momenti più importanti della storia italiana, capace di ispirare i poeti del Risorgimento e i politici della Seconda Repubblica. Caricato di sublimi paradossi, è diventato vessillo e simbolo di chi voleva unire l’Italia divisa e di chi voleva dividere l’Italia unita.

Senza dubbio uno straordinario risultato, per un evento che – con tutta probabilità – non è mai accaduto.

Il Giuramento di Pontida è, secondo la tradizione, l’atto solenne con cui il 7 aprile 1167 in un’abbazia bergamasca, i comuni di Milano, Lodi, Ferrara, Piacenza e Parma costituivano la Lega Lombarda per combattere insieme Federico Barbarossa. Con il fondamentale sostegno proprio di quella “Roma ladrona”, in mano a papa Alessandro III, al quale la Lega dedicò addirittura una nuova città fondata per l’occasione: Alessandria.

Peccato che quel momento così solenne e cruciale da essere oggi commemorato ogni anno sia da una rievocazione storica che da una manifestazione politica, probabilmente non è mai accaduto. Nessuna fonte contemporanea, infatti, ne parla. La sua prima menzione risale al 1505, più di tre secoli dopo.

Quel che è certo, invece, è che i comuni della Lega Lombarda avessero sottoscritto dei patti per contrastare l’egemonia del Barbarossa aiutandosi a vicenda.

I documenti dell’epoca, però, non citano né date né luoghi. La Cronaca Piacentina si limita a riportare che “Nell’Anno del Signore 1167 tutte le città della Lombardia e della Marca, eccetto Pavia, hanno concordato di riedificare Milano, che è stata distrutta dall’imperatore Federico”.

Altre fonti attestano diversi giuramenti avvenuti in quell’anno: uno sottoscritto a febbraio tra Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova e conosciuto come “Giuramento dei Bergamaschi”, cui si è unita Milano nel mese di marzo, mentre a maggio al gruppo si aggiunge anche Lodi.

L’abbazia di Pontida, nota anche come Monastero di San Giacomo Maggiore, si trova nel territorio del Comune di Pontida, in provincia di Bergamo.

Difficile quindi che a Pontida sia avvenuto davvero qualcosa di particolare, in quel tradizionale 7 aprile citato per la prima volta nel 1505 da Bernardino Corio nella Mediolanensis Patria Historia, che ha poi ispirato tutti i documenti successivi:

“Per il che Milanesi li quali più che veruno altro de Lombardia erano afflicti – scrive Bernardino – in modo che fugire non ardivano né stare puotevano: deliberarono de fare uno concilio inscieme con Cremonesi: Bergamaschi: Bressani: Mantuani: e Ferraresi li quali al septimo d’aprile in el tempo di sancto Jacopo in Pontida nel Bergamascho convenendosi: furono recitate per ciascuno le recevute ingiurie: le quale supportandole: conosceano più non potere vivere per il che ad ogniuno pareva essere melio con honore una sola volta morire: che sotto di tanta Tyrannide vivere”.

Non è da escludere, ovviamente, che Corio abbia potuto accedere a documenti oggi perduti. Ma Pontida o non Pontida, di certo in quei mesi e in quella terra è cambiata la storia e si è alzato uno spartiacque che ha diviso l’alto Medioevo dal basso. Con la Lega Lombarda, infatti, finisce l’epoca feudale e inizia quella dei Comuni.

Va detto che i liberi Comuni della Lombardia riconoscevano l’autorità di Federico Barbarossa come imperatore, ma non potevano accettare il tentativo del tedesco di sopprimere ogni autonomia.

In realtà, almeno in un primo momento, Federico era sceso in Lombardia per mettere pace: i piccoli Comuni di Pavia, Como e Lodi erano in lotta con la potente Milano e – aggrediti – avevano invocato l’intervento dell’imperatore.

Federico aveva approfittato dell’occasione per ribadire, con la prima Dieta di Roncaglia del 1154, l’autorità imperiale sull’Italia. Aveva definito anche i dazi dovuti dai Comuni e distrutto le città ribelli di Asti e Chieri (riconsegnate al Marchese di Monferrato, suo vassallo, a cui si erano ribellate).

Non avendo ottenuto i risultati sperati, quattro anni dopo Federico – forte dell’incoronazione imperiale ottenuta nel frattempo da papa Adriano IV (che a sua volta aveva invocato il suo aiuto per sottomettere il Comune di Roma) – era tornato in Italia, aveva assediato e sconfitto Milano e convocato una seconda dieta. Questa volta le disposizioni erano state molto più drastiche: Barbarossa aveva riservato ogni tributo e regalia all’autorità imperiale, privandone del tutto i Comuni, che di fatto si ritrovavano delegittimati di ogni autorità. L’imperatore aveva anche proibito espressamente la costituzione di leghe tra le città, così come le vendette private tra i feudatari.

Alessandro III ritratto da Spinello Aretino (ca. 1350-1410).

Dopo una nuova sollevazione di Milano era scoppiata un’altra guerra, con Como schierata dalla parte dell’imperatore (il vescovo gli aveva consegnato simbolicamente le chiavi della città) e Milano alla testa di un gruppo di città ribelli. Intanto anche a Roma era cambiata aria: Alessandro III aveva appoggiato i Comuni e Federico aveva reagito con la nomina di un antipapa, Vittore IV. Con il risultato di guadagnarsi la scomunica per sé e per lui.

Il 10 marzo 1162 era finito il nuovo assedio di Milano. Questa volta l’imperatore non aveva avuto pietà: la città era stata distrutta e gli abitanti dispersi. Cinque anni dopo, però, al suo ennesimo ritorno in Italia, Federico era stato accolto freddamente dalle città filo-imperiali. Di fatto gli restava fedele solo Como, mentre tutta Italia si ribellava. A cominciare dal Veneto, dove era nata un’altra Lega che si sarebbe poi unita a quella lombarda.

Il 27 aprile 1167 le forze alleate si presentarono di fronte alle rovine di Milano e cominciarono la ricostruzione incassando l’appoggio degli altri Comuni veneti e lombardi e di papa Alessandro, e poi persino del Regno di Sicilia e dell’impero bizantino. Nel 1168 anche il Marchesato di Monferrato si schierò dalla parte della Lega.

Occupato a risolvere problemi in Germania, Federico tornò in Lombardia solo nel settembre 1174, dove conquistò Susa, Asti, il Monferrato e ancora Alba, Acqui, Pavia e Como e cinse d’assedio Alessandria per 7 mesi. Tolto l’assedio nella primavera del 1175, si diresse contro l’esercito della Lega. Il 28 maggio 1176 a Legnano, però, l’esercito imperiale sarà sconfitto da quello della Lega capitanato da Guido da Landriano.

Rutger Hauer (Federico I Hohenstaufen) e Raz Degan (Alberto da Giussano) nel film “Barbarossa” del 2009.

È il segno del definitivo tramonto del sogno imperiale e l’alba di una nuova leggenda: quella di Alberto da Giussano.

Il mitico capo della Compagnia della Morte (900 giovani cavalieri scelti con il compito di battersi fino alla morte) sarà citato anche da Goffredo Mameli nell’inno italiano e da Giosuè Carducci. E interpretato da Raz Degan nel film “Barbarossa” di Renzo Martinelli, fortemente voluto e sponsorizzato dalla Lega Nord.

Peccato solo che anche lui non sia mai esistito e che la sua immagine (identificata erroneamente con quella raffigurata nel monumento al Guerriero di Legnano) sia solo frutto di una leggenda tardo medievale.

Arnaldo Casali

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I Vespri siciliani

“Guarda qua: cosa sono questi?”. L’uomo osserva il suo vicino: gli sta mostrando un mucchietto di ceci che ha tra le mani. “Ciciri” risponde l’uomo, in siciliano. Ma gli esce una c un po’ troppo strascinata e la r moscia: “scisciri”.

Prima ancora che possa realizzare di essere stato tradito dal suo accento francese, gli arriva una coltellata in pieno petto e un fiotto di sangue gli schizza dalla bocca. Un invasore di meno. Avanti un altro.

Così il massacro procede tutta la notte. E il giorno dopo e il successivo. Nobili, borghesi e popolani girano per le strade armati fino ai denti, mostrando ceci ai passanti e chiedendone il nome. Chi sbaglia la pronuncia è morto.

La bandiera giallo-rossa, con al centro la Triscele e che diverrà il vessillo di Sicilia, venne adottata durante la guerra del Vespro. Il giallo simboleggia Corleone e il rosso Palermo, confederate per la rivolta.

Perché chi sbaglia la pronuncia è un francese, un angioino, un nemico. Il momento della riscossa di Palermo è arrivato; e poi anche di Corleone, Taormina, Messina, Siracusa, Augusta, Catania, Caltagirone: tutta la Sicilia si rivolta contro i francesi al grido di “Antudo!” (Animus Tuus Dominus, “Il tuo coraggio è il Signore”) sotto la bandiera gialla e rossa dominata dalla Trinacria, la dea con tre gambe che simboleggia la regione dalle tre punte da prima ancora della dominazione ellenica.

Quella greca era stata la prima di una lunga serie di civiltà che aveva visto succedersi sul trono siciliano, nel corso dei secoli, cartaginesi, romani, bizantini, islamici e normanni. Poi, con il matrimonio tra la principessa normanna Costanza d’Altavilla e l’imperatore Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa, il Regno di Sicilia era stato unito al Sacro Romano Impero di Germania nella figura di Federico II, lo “Stupor mundi”, che era riuscito a creare una perfetta sintesi di tutte le etnie che avevano fatto della Sicilia una terra unica per ricchezza culturale.

Quando, dopo la sua morte, aveva assunto la reggenza il figlio Manfredi però, era scoppiato il caos a causa dell’ostilità crescente del Papa, che vedeva il suo stato sempre più schiacciato, tanto a nord quanto a sud, dai territori degli Hohenstaufen. Il pontefice aveva scomunicato prima il padre, poi il figlio. E mentre Manfredi sposava sua figlia Costanza al Re di Aragona Pietro, a Roma si cercava un sovrano che spodestasse gli svevi: dopo aver tentato inutilmente in Inghilterra con il figlio di Giovanni Senza Terra, il Papa era riuscito a convincere Carlo d’Angiò, fratello del Re di Francia Luigi IX, che il 26 febbraio 1266 con la battaglia di Benevento sconfisse Manfredi – morto in battaglia con disperato onore – e conquistò il Regno di Sicilia.

Incoronazione di Manfredi, dal manoscritto chigiano della Chronica del Villani.

Il nuovo governo però era il più dispotico che i siciliani avessero mai conosciuto: il parlamento non veniva più convocato, Carlo sceglieva funzionari governativi stranieri, il commercio era passato nelle mani di mercanti e banchieri toscani e il peso dei prelievi fiscali, necessari per mantenere il grande apparato militare e amministrativo angioino, era diventato insopportabile. Tanto più che il clero, per gli accordi sottoscritti da Carlo con Clemente IV, veniva esentato dal pagamento delle imposte. La nobiltà siciliana aveva invocato così l’intervento di Corradino di Svevia, nipote di Manfredi e ultimo discendente della dinastia degli Hohenstaufen, che era sceso in Italia. Ma era stato tradito, sconfitto, catturato e decapitato a Napoli, in piazza del mercato, il 29 ottobre 1268.

La ritorsione angioina non aveva tardato a farsi sentire: Carlo aveva sostituito i baroni ribelli con nobili francesi, confiscato tutti i beni agli avversari e trasferito la capitale del regno da Palermo a Napoli.

Negli anni seguenti gli Angiò si erano mostrati insensibili a qualunque richiesta di ammorbidimento e avevano praticato rappresaglie, usurpazioni, soprusi e violenze. I siciliani guardavano con speranza ad occidente, dove Pietro d’Aragona – legittimo erede degli svevi – era impegnato nella riconquista della penisola iberica in mano agli arabi, ma anche ad oriente, dove l’impero bizantino stava entrando in conflitto con l’espansionismo angioino, e a nord, con il Papa che appariva l’unico mediatore possibile.

Nulla però si era mosso, e anche il nuovo papa – Martino IV – era un francese filoangioino.

Drouet trafitto dalla spada viene ucciso, da I Vespri siciliani di Francesco Hayez (Roma, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea).

La goccia che fa traboccare il vaso scende dalla divisa del soldato Drouet, il 30 marzo 1282. È il tramonto del lunedì di Pasqua, a Palermo, e una coppia di aristocratici sta entrando nella chiesa del Santo Spirito per la celebrazione dei Vespri. Drouet, di ronda, ferma la coppia per un controllo. Anziché perquisire l’uomo, però, perquisisce la moglie e con la scusa di cercare armi sotto le sue vesti, la palpeggia rozzamente. La donna protesta e viene insultata: per lo shock sviene. A quel punto il marito non ci vede più: come una furia aggredisce la guardia, gli toglie la spada e con quella stessa spada lo uccide.

Quasi fosse il segnale che la città aspettava da anni, tutta la popolazione si rivolta contro i soldati francesi e poi contro i civili e poi contro chiunque abbia anche soltanto l’odiato accento transalpino, al grido di “Mora! Mora!”.

L’insurrezione dilaga in poco tempo in tutta l’isola, la caccia al francese diventa una vera e propria carneficina. Quelli che riescono a scappare si rifugiano sulle navi e prendono il largo.

Tra gli organizzatori della rivolta c’è anche Giovanni da Procida, medico di Federico II – l’unico che riuscirà ad arrivare fino alla fine – e a ogni barone vengono assegnati dei territori da controllare. Palermo si proclama indipendente mentre tutta la Sicilia è sollevata.

Pietro III d’Aragona sbarca a Trapani, manoscritto della Biblioteca Vaticana.

Carlo d’Angiò, appoggiato ovviamente dal Papa, manda in Sicilia 24.000 cavalieri e 90.000 fanti per sedare la rivolta. Pietro III di Aragona, però, si decide finalmente ad accettare la corona dai Siciliani e muove contro i francesi. Carlo viene sconfitto nel settembre 1282 e fa ritorno a Napoli, lasciando la Sicilia nelle mani degli aragonesi. Martino IV, neanche a dirlo, scomunica siciliani e catalani.

Il 31 agosto 1302 con la pace di Caltabellotta verrà firmato il primo accordo ufficiale tra aragonesi e angioini, che prevede però un matrimonio tra Federico III d’Aragona ed Eleonora d’Angiò, e quindi il ritorno della Sicilia ai francesi. La guerra continuerà ancora con gli angioini sostenuti, oltre che dal papato, dal Re di Francia e dai guelfi fiorentini, e gli aragonesi appoggiati dai tedeschi, dal Re d’Inghilterra, dai ghibellini e dagli spagnoli. Intanto anche le famiglie nobili siciliane finiranno per dividersi in due partiti, quello catalano e quello svevo-ghibellino, dando luogo a una guerra civile.

La guerra del Vespro si concluderà ben novant’anni dopo, con il Trattato di Avignone firmato il 20 agosto 1372 – sotto la mediazione di papa Gregorio XI – dall’aragonese Federico IV di Sicilia e Giovanna d’Angiò regina di Napoli, di cui Federico si riconoscerà vassallo. In realtà nei decenni successivi la Sicilia verrà annessa al Regno di Aragona, per tornare infine ad unirsi a Napoli sotto la dinastia catalana.

Arnaldo Casali

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Il Natale del Sacro Romano Impero

Illustrazione databile al XIV secolo, tratta da “Chroniques de France ou de Saint Denis”: raffigura Carlo Magno nell’atto di ricevere la corona imperiale da Papa Leone III il 25 dicembre dell’anno 800.

La mattina del 25 dicembre dell’anno 800, Carlo Magno fu incoronato imperatore a Roma da papa Leone III, nella basilica costantiniana di San Pietro. Quel lontano Natale nacque, in modo ufficiale, il Sacro Romano Impero. L’antico nome sancì la forza di un potere nuovo: quello del carismatico re dei Franchi che, di fatto, già controllava tutti i territori della cristianità occidentale.

Con la forza delle armi il sovrano aveva sconfitto i Longobardi, conquistato la Sassonia e la Baviera, annientato gli Avari pagani e assalita la Spagna ancora controllata dagli arabi infedeli. Da “patrizio dei romani” era diventato “protettore della Cristianità”. E ormai regnava da Barcellona alle steppe ungheresi, dal Mare del Nord fino a Benevento. All’alba del IX secolo, i piccoli principi dell’Inghilterra e della penisola iberica e i deboli vassalli di Bisanzio, apparivano per quello che erano: minuscole e ininfluenti pedine dello scacchiere europeo, di fronte a un nuovo, grande potere che la Chiesa riconobbe come sacro, perché non era “unito solo dalla spada, ma anche dalla fede cristiana” (Alessandro Barbero, “Carlo Magno”. Editori Laterza).

Il papa consacrò questo nuovo impero cristiano posando sulla fronte del figlio di Pipino il Breve la corona imperiale, secondo l’uso praticato a Bisanzio: quello della “acclamatio”. E accompagnò il gesto solenne con parole ripetute e scandite tre volte dalla folla che riempiva la basilica alla luce tenue e suggestiva di più di mille candele: “A Carlo, piissimo, augusto, incoronato da Dio, grande e pacifico imperatore, vita e vittoria”.

Il pontefice poi si inginocchiò, in segno di rispetto, seguendo il cerimoniale bizantino della “proskynesis”. Il re dei Franchi, per l’occasione, aveva abbandonato il suo barbaro e usuale abbigliamento (brache, mantello di pelliccia e stivali annodati a stringhe) e si era avvicinato all’altare vestito come un antico romano, con la tunica bianca e i sandali.

Quel giorno di Natale dell’anno 800 la Storia cambiò verso: l’antico impero romano rimase solo quello d’Oriente. La Chiesa scelse di legare per sempre il suo destino all’Occidente. Il nuovo centro di gravità del potere politico si spostò da Roma ad Aquisgrana, dal Mediterraneo all’Europa del nord. L’impero orientale, allora rappresentato da Irene, l’unica donna mai salita sul trono di Bisanzio, assistette impotente all’ascesa del barbaro diventato imperatore. Il pontefice Leone III, nella basilica romana aveva sostituito l’autorità dell’imperatrice regnante, che si era data da sola il titolo di “Autocrate dei Romani”, con quella di Carlo Magno, paladino della fede cristiana. Per il papa, la legge salica parlava chiaro: “De terra nulla in muliere hereditas est”. Se la donna non aveva diritto alla eredità delle terre, non poteva certo aspirare a un impero.

La basilissa Irene, particolare di un mosaico della basilica di Santa Sofia a Istanbul

Ma Irene, declassata dall’Occidente a “Imperatrice dei Greci”, considerò l’incoronazione del 25 dicembre 800 un atto di usurpazione, “una specie di rivolta delle province occidentali contro la vera sede dell’Impero” (Gianni Granzotto, “Carlo Magno”. Mondadori). Quel pontefice aveva osato “separare da Roma la sua figlia più bella”. Il primo impulso della sovrana bizantina fu quello di scatenare una guerra: pensò di muovere la flotta in Sicilia contro “il re dei Franchi e dei Longobardi”.

Ma presto la rabbia si stemperò nel realismo dell’analisi politica: Bisanzio, assediata alle frontiere orientali dagli Arabi e dagli Slavi, aveva altre gatte da pelare. Così la pragmatica regina, che aveva fatto avvelenare il marito e accecato e ucciso il figlio per poter governare da sola, accarezzò l’idea di un matrimonio con Carlo Magno, che nel frattempo era rimasto vedovo. L’immenso impero che era stato separato poteva ancora essere riunificato. L’imperatore Carlo, ammaliato con doni e missive, fece capire di non opporsi all’idea. Le rispettive diplomazie si misero al lavoro. Nei primissimi anni del nuovo secolo, tra Bisanzio e Aquisgrana i messi e gli ambasciatori si incrociarono più volte con discrezione per definire un accordo. Il monaco Teofane, nella sua “Cronografia”, scritta pochi anni dopo dagli eventi narrati, parlò della missione di Gheso, vescovo di Amiens che nella primavera dell’anno 802 si recò a Bisanzio per discutere il patto nuziale, accompagnato da Helmgaud, il fedelissimo conte palatino di Carlo Magno. Ma dopo pochi giorni Irene fu deposta da una rivolta di palazzo e relegata in un convento nell’isola di Lesbo dove finì i suoi giorni. Al trono salì Niceforo I e i rapporti tra Bisanzio e Aquisgrana tornarono tesissimi.

Ma dieci anni dopo, il 13 gennaio 812, i due imperi fecero la pace. Carlo restituì l’Italia meridionale all’impero bizantino e rinunciò a Venezia e all’Illiria. E l’imperatore di Bisanzio accettò il nuovo stato di cose. L’impero di Carlo Magno modificò per sempre l’equilibrio di poteri che per secoli aveva segnato le vicende del Mediterraneo. Lo storico Henry Pirenne (“Maometto e Carlomagno” . Editori Laterza) spiegò così la portata storica dell’avvenimento: “Se esso potette realizzarsi, la ragione fu che da una parte la separazione tra Oriente ed Occidente aveva circoscritto l’autorità del papa all’Europa occidentale, e che d’altra parte la conquista della Spagna e dell’Africa per opera dell’Islam aveva fatto del re di Francia il padrone dell’Occidente cristiano. È dunque rigorosamente vero dire che senza Maometto Carlomagno è inconcepibile”.

Raffaello, Incoronazione di Carlo Magno, Musei Vaticani

Alcuni storici hanno visto nella vicenda dell’incoronazione quasi un colpo di stato da parte di Carlo Magno. Sicuramente gli eventi della notte di Natale furono organizzati nei minimi dettagli dal papa, dall’imperatore e dai nobili franchi. E il percorso che portò all’incoronazione seguì un cammino coerente. Carlo che visse nel nord Europa quasi tutta la sua vita, scese in Italia appena quattro volte. La prima nel gennaio dell’anno 773, quando fu chiamato dal papa Adriano I e vinse i Longobardi. In quella occasione beneficò la Santa Sede, confermando e estendendo la donazione che già suo padre aveva fatto al papato con l’aggiunta dei ducati di Spoleto e di Benevento e dei territori del Veneto e dell’Istria.

Da allora Roma iniziò a gravitare intorno all’orbita del suo potere. E Carlo esibì pubblicamente il suo nuovo titolo: “Re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani”. Il protettore del papa, secondo Pirenne ed altri autorevoli storici, però si trasformò presto in un padrone che non aveva nessuna intenzione di lasciare l’Italia al pontefice romano. La seconda volta che arrivò a Roma, nei giorni della Pasqua del 780, come re dei Longobardi, impedì al successore di Pietro di estendere la sua autorità sul ducato di Spoleto di cui accettò in prima persona la sudditanza. E poiché aveva fidanzato sua figlia Rortruda con il giovane imperatore d’Oriente, non appoggiò il papa contro Bisanzio. La terza volta il sovrano dei Franchi e dei Longobardi scese al sud per domare la rivolta di Arichi, duca di Benevento.

Il pio Carlo protesse il pontefice ma non si sottomise, come suo padre Pipino, all’autorità di Roma. E dopo la morte di papa Adriano I, nella lettera che inviò al successore Leone III, volle subito tracciare i confini tra potere spirituale e potere temporale. Da patrizio di Roma diventò “protettore della Cristianità”. Volle anche intervenire in materia dottrinale: prima di diventare imperatore, durante il Concilio di Nicea, combatté gli iconoclasti bizantini e spinse il papato a autorizzare la creazione e la diffusione delle immagini sacre, compresa quelle di Dio. La quarta discesa di Carlo in Italia coincise con la sua incoronazione. Leone III, il papa che venne dopo Adriano I, era di umili origini. Aveva una lunga esperienza di curia e si occupava del vestiario del pontefice. I suoi denigratori per questo lo chiamavano “monsignor guardaroba”.

Il clero romano lo elesse per contrastare i nobili casati che erano vicini al suo predecessore. Il primo gesto del nuovo papa fu quello di inviare a Carlo Magno le chiavi di san Pietro e il gonfalone di Roma. Ma i nobili romani non si rassegnarono alla sua elezione. Due potenti nipoti di Adriano I, Pascale (primicerio e quindi capo dei notai pontifici) e Campolo, sacellario (addetto al Tesoro) della Santa Sede, ordirono una congiura per uccidere Leone durante una processione nel centro di Roma. Il papa fu disarcionato dalla sua cavalcatura e picchiato a sangue. Si salvò a stento e riparò a Spoleto, protetto dal duca longobardo Vinichi. Da lì implorò l’aiuto di Carlo Magno, mentre i suoi nemici lo accusavano di “fornicazione e spergiuro” e ne chiedevano la deposizione.

Il re mandò suo figlio Pipino, re d’Italia a prenderlo in consegna per condurlo a Paderbon, la residenza estiva della corte. Il papa, sfigurato dalle cicatrici e sfinito dalla lunghezza del viaggio, si abbandonò al pianto sulla spalla del grande sovrano. Mentre Carlo esaminava le accuse contro di lui, Leone III fu curato e confortato. Alla metà del 799 un esercito di diecimila soldati lo riaccompagnò a Roma, in attesa di un processo che si annunciava come memorabile. Alcuino di York, influente consigliere del Carlo Magno, si schierò per l’assoluzione del papa, facendo presente che ormai con le figure del pontefice e dell’imperatore di Bisanzio mutilate delle loro funzioni, l’ordine cristiano del mondo dipendeva solamente dal re dei Franchi. E così quando Carlo giunse a Roma, il 23 dicembre dell’anno 800, papa Leone III dichiarò la propria innocenza in una umiliante cerimonia pubblica. I suoi accusatori, condannati a morte, furono graziati dal pontefice ma rinchiusi in convento.

Appena due giorni dopo, la mattina di Natale, il papa pose la corona imperiale sulla testa di Carlo. Il gesto ebbe un enorme peso politico anche nei secoli a venire: sanciva, in modo simbolico, la superiorità dell’autorità papale su qualsiasi altra. Oltretutto l’imperatore non veniva acclamato e quindi scelto dai Franchi ma dal clero romano. Le cronache di Eginardo, biografo dell’imperatore, ci dicono che Carlo fu colto di sorpresa e che non voleva essere incoronato in quel modo. Difficile che sia andata così, visti gli avvenimenti dei giorni e degli anni precedenti. Quel che è certo è che il rituale della cerimonia, almeno a posteriori, scontentò Carlo Magno. Tredici anni dopo, quando il grande sovrano volle che il figlio Ludovico il Pio fosse incoronato imperatore, fu lui stesso a consegnare la corona, senza il papa di mezzo.

Il Sacro Romano Impero fin dall’inizio poggiò quindi su un equivoco: se doveva essere la continuazione o il ripristino, sotto altre forme, dell’impero romano, il vero sovrano, anche del pontefice, era senz’altro l’imperatore. Ma se la sua dignità arrivava dal papa, allora era il pontefice che si candidava a controllore dell’impero. Da qui nacquero infiniti problemi per il potere supremo della società cristiana.

Il sacro Romano Impero, nato nel giorno di Natale dell’anno 800, finì mille anni dopo. Si dissolse il 6 agosto 1806, quando Napoleone dichiarò di non riconoscerne più l’esistenza. Di conseguenza, Francesco II d’Asburgo, depose per sempre l’antica corona e diventò Francesco I “imperatore d’Austria”.

Quanto a Bonaparte, pensò bene di incoronarsi imperatore da solo. E nella solenne cerimonia che si svolse il 2 dicembre 1805 nella cattedrale parigina di Notre Dame, papa Pio VII recitò la semplice parte di un comprimario. Napoleone aveva già fatto la prova generale il 26 maggio dello stesso anno nel duomo di Milano: quando mise sulla sua testa la corona ferrea con cui venivano incoronati i sovrani longobardi, chiarì il suo pensiero con la fatidica frase: “”Dio me l’ha data e guai a chi me la tocca!”.

Federico Fioravanti

Da leggere:

Alessandro Barbero Carlo Magno – Un padre dell’Europa Laterza 2006.

Henry Pirenne Maometto e Carlomagno Laterza 2007.

Heinrich Fichtenau L’Impero carolingio Laterza 2000.

Matthias Becher Carlo Magno Il Mulino, 2000.

Giovanni Delle Donne Carlo Magno e il suo tempo, Tutto il racconto della vita del più famoso sovrano medievale e della realtà quotidiana del suo impero, Simoncelli Editore, 2001.

Franco Cardini Carlomagno, un padre della patria europea Bompiani, 2002.

Dieter Hägermann Carlo Magno. Il signore dell’Occidente Einaudi 2004.

Wilson Derek Carlomagno, barbaro e imperatore Bruno Mondadori 2010.

Georges Minois Carlo Magno. Primo europeo o ultimo romano Salerno 2012.

Stefan Weinfurter Carlo Magno. Il santo barbaro Il Mulino 2015.

Giosuè Musca Carlo Magno e Harun al-Rashid Dedalo Edizioni, 1996.

Gianni Granzotto Carlo Magno Mondadori 1998.

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Beccati questo!

Due rivali in aperta campagna. Che si fronteggiano a cento metri di distanza l’uno dall’altro, come avversari in attesa dell’inizio del duello. Oggi, provati dal tempo, appaiono come giganti in disarmo, vecchi antagonisti dai connotati un po’ bizzarri. A cominciare dal nome.

Battezzate dai rispettivi artefici “Beccatiquesto” e “Beccatiquestaltro”, sono due torri al confine fra il territorio perugino e quello senese. Erette da uomini il cui senso dell’umorismo non veniva scalfito dalle ostilità che, nella seconda metà del Trecento, insanguinavano le due repubbliche confinanti.

La causa scatenante della costruzione della prima torre, “Beccatiquesto”, edificata dai senesi poco fuori la cittadina di Chiusi, non è ben documentata. Ma la replica dei perugini all’affronto subito non si fece attendere. Nel giro di un anno il torrione ottagonale toscano si vide ostruire la visuale verso l’Umbria da una massiccia costruzione in travertino, svettante da un poggetto situato a pochi metri dal confine con la repubblica nemica. Il nome della seconda torre era scontato: “Beccatiquestaltro”, tanto per non essere da meno neanche in fatto di toponimi.

Sfruttata principalmente come sede di una dogana pontificia, la torre di “Beccatiquestaltro” ha patito nel corso dei secoli, insieme alla sua vicina e rivale, innumerevoli vicissitudini e qualche gloria, fra le quali la maggiore è senz’altro quella di essere stata immortalata da Leonardo da Vinci nella “Veduta a volo d’uccello della Valdichiana”, una mappa disegnata fra il 1502 ed il 1503 e ora conservata negli archivi della Royal Library del castello di Windsor. E proprio nella mappa, le due acerrime nemiche sono state colte in un atteggiamento che i rispettivi costruttori avrebbero trovato quantomeno sconveniente: legate da un ponte che ne stravolge completamente i ruoli primari, convertiti da ostacoli a pilastri per il passaggio da una riva all’altra del fiume Chiana.

Il ponte doveva permettere il transito attraverso la vasta zona paludosa che era a quei tempi la Valdichiana. Dante Alighieri la ricorda come un luogo malsano ed insalubre, fonte di sofferenze equiparabili a quelle inflitte ai dannati nella decima bolgia infernale. Solo quando tutto il territorio sarà compreso nel dominio mediceo la Valdichiana verrà bonificata, grazie a una lunga serie di interventi di risanamento su progetti di insigni scienziati, fra i quali Galilei e Torricelli.

Oggi il ponte sul Chiana disegnato da Leonardo non c’è più, e le due torri segnano un confine regionale sfumato dall’intersezione di storie e leggende di frontiera. Si può seguire come un itinerario, un viaggio nella terra di mezzo con un piede in Umbria e uno in Toscana. Una volta perse di vista le antiche dogane non c’è modo di capire da che parte si è, tanto armonioso è il paesaggio e intricate le sue storie. Forse, il fascino della Valdichiana sta proprio in questo.

Daniela Querci

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L’assassinio del secondo califfo

Era l’alba del 3 novembre 644 quando in una moschea di Medina, durante le preghiere del mattino, uno schiavo persiano di nome Lulua colpì con tre coltellate alla schiena il califfo arabo Omar ibn al-Khattab (581-644), secondo successore di Maometto, dopo Abu Bakr, coetaneo e miglior amico del Profeta.

Sul letto di morte Omar ebbe appena il tempo di organizzare un “consiglio di compagni del profeta” (Shura) che scongiurò un conflitto tra le tribù e subito designò Othmàn (570-676) come nuovo califfo.

Era il primo omicidio di un successore di Maometto. E non sarebbe stato l’ultimo. Anche Othmàn morì assassinato, come pure Alì dopo di lui. La tradizione islamica considera Omar come il califfo, “vicario” o “rappresentante”, ideale di Maometto (nella foto la moschea di Dubai dedicata a Omar ibn al Khattab). Come Abu Bakr, era il suocero del Profeta. All’inizio era tenacemente ostile alla nuova religione. Si convertì a 33 anni e diventò un intransigente campione della fede. Fu il primo califfo a fregiarsi del titolo di “Principe dei credenti” e diventò il principale artefice della rapida diffusione dell’Islam. Era energico, frugale e molto pio. Da Medina guidò l’epica stagione delle conquiste militari fuori dalla penisola arabica e la trasformazione delle strutture patriarcali e primitive della umma, il nome con cui gli arabi indicano la comunità dei fedeli, termine la cui radice onomatopeica è identica alla parola “madre”.

In veloce successione, durante il governo di Omar caddero sotto il potere islamico la Palestina, la Siria e l’Egitto. Poi la Mesopotamia e la Persia occidentale, la cui capitale Ctesifonte fu conquistata nel 637: erano passati appena 5 anni dalla morte di Maometto.

In tutta la sua vita il secondo califfo non partecipò mai direttamente a una battaglia: l’uomo della guerra, come accadeva anche con Abu Bakr, era Khalid, “la spada di Allah”, un eccezionale generale, precursore delle moderne “guerre lampo”.

Omar dette però delle regole al suo popolo. E pretese che fossero applicate. Fece a tutti divieto di comprare e lavorare la terra che era proprietà dello Stato e non dei singoli. Nelle regioni conquistate, gli arabi dovevano rimanere soltanto una casta militare che alloggiava in cittadelle fortificate, lontano dalle popolazioni sottomesse. Il sistema fiscale imponeva ai tutti musulmani il pagamento della decima. I non credenti erano invece obbligati a pagare una tassa personale e fondiaria ma non furono costretti con la forza a convertirsi all’Islam.

Si racconta che una volta Omar si rifiutò di pregare in una chiesa per rispetto verso i cristiani. Spiegò ai suoi accompagnatori che se lo avesse fatto, un giorno i suoi fratelli musulmani, sapendo che in quel luogo aveva pregato il califfo, avrebbero tolto il tempio a chi professava un altro credo.

Sotto il califfo Omar nacque anche il calendario islamico: l’Egira, il trasferimento di Maometto e dei primi devoti dalla Mecca alla città oasi di Medina fu preso a inizio dell’era musulmana. Ma il primo anno della nuova epoca non fu fatto cominciare con la data esatta dell’evento ma con il 16 luglio 622, l’inizio dell’anno lunare ordinario nel quale era avvenuta la migrazione.

I primi quattro califfi regnarono tutti da Medina. Dopo di loro, sotto varie dinastie, se ne sono contati altri 100. Fino all’ultimo califfato riconosciuto da quasi tutto il mondo sunnita: quello degli ottomani, dissolto nel 1924 da una legge di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo presidente della Turchia.

Federico Fioravanti

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