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Category Archives: Storie

Nocera Umbra, il tesoro longobardo

La cittadina di Nocera Umbra fu sede anche di una Arimannia già dalla prima invasione longobarda. Era formata da famiglie di guerrieri nobili e molto ricchi, dei quali alla fine dell’Ottocento è stata trovata una vasta necropoli

Nel febbraio del 1897, a Nocera Umbra (Perugia), un bracciante di nome Salvatore Tosti si rese protagonista di una delle scoperte archeologiche più importanti di sempre per quanto concerne l’Alto Medioevo.

Smuovendo la terra per mettere a dimora le viti sui terreni di proprietà della famiglia Blasi in località “Il Portone”, riportò alla luce una serie di oggetti parsi subito notevoli: una croce in lamina d’oro, una spada con impugnatura anch’essa dorata, un umbone di scudo, vari puntali, resti di una guarnizione di cintura.

Erano anni in cui l’archeologia, di impostazione classicista, si andava confrontando con i primi ritrovamenti rilevanti di età barbarica e longobarda: nel 1874 era emersa infatti a Cividale del Friuli (Udine) la cosiddetta “tomba di Gisulfo”, attribuita frettolosamente al primo duca del Friuli; quattro anni più tardi a Testona, frazione di Moncalieri (Torino) era stata trovata una serie di circa 350 sepolture; ancora, nel 1885 quattro tombe vennero alla luce in località “al Foss” nei pressi di Civezzano, in Trentino; infine, nel 1893 a Castel Trosino, nei pressi di Ascoli Piceno, la ricchissima necropoli di Contrada Santo Stefano, che si era aggiunta alle tombe emerse una ventina d’anni prima in contrada Pedata, tra cui quella di un cavaliere.

Una delle preziose fibule longobarde rinvenute a Nocera Umbra, ora al museo dell’Alto Medioevo di Roma

Salvatore Tosti portò a casa il tesoro e non ne fece parola. Tuttavia, la voce giunse ugualmente alla Sottoprefettura di Foligno, che l’11 febbraio inviò al sindaco nocerino un telegramma in cui si chiedeva – lo si legge nel verbale del brigadiere Angelo Noco – “il sequestro di oggetti di antichità e di pregio artistico rinvenuti in territorio fra Gualdo Tadino e Nocera Umbra”. All’arrivo delle autorità, il bracciante cercò di minimizzare, mostrando ai carabinieri soltanto “due ferri formanti lo scheletro di una sedia a branda”. A smascherarlo, e a rivelare la vera entità della scoperta, furono però alcuni orefici locali ai quali aveva cercato di vendere i preziosi.

I lavori proseguirono nei mesi successivi, stavolta sotto la sorveglianza dell’Arma dei Carabinieri, e portarono alla luce nuovi reperti. Gli scavi veri e propri, però, iniziarono solo nel marzo del 1898 sotto la guida dell’Ispettore archeologo Angiolo Pasqui con il fondamentale contributo del disegnatore Enrico Stefani, cui si deve la fedele riproduzione di tutti gli oggetti.

L’acquisizione definitiva Per evitarne la dispersione sul mercato antiquario, l’allora Direttore Generale delle Antichità e delle Belle Arti, Felice Bernabei, ne promosse la catalogazione sistematica e l’acquisizione da parte dello Stato, liquidando ai proprietari dei terreni del Portone la somma di 24mila lire.

Un’ altra fibula della necropoli di Nocera Umbra (Museo dell’Alto Medioevo, Roma)

Il tesoro di Nocera Umbra poté così giungere a Roma, dapprima al Museo Nazionale Romano e poi (1967) al Museo dell’Alto Medioevo, dove oggi è esposto accanto a quello di Castel Trosino e ad altri materiali riordinati e restaurati tra il 1975 e il 1978. Una piccola parte dei corredi trova posto inoltre nel Museo dell’Alto Medioevo di Spoleto e al Museo Archeologico di Nocera.

Considerando anche i successivi ritrovamenti di Pettinara-Casale Lozzi e piazza Medaglie d’oro, in tutto la necropoli nocerina consta di 165 tombe raggruppate in quattro insiemi forse riconducibili ad altrettante fare, i gruppi familiari allargati che occuparono l’Italia nella prima fase dell’invasione. Le sepolture maschili sono caratterizzate da ricchi corredi di armi (spade, scramasax, scudi da parata eccetera), quelli femminili hanno invece corredi diversificati, il che ha fatto supporre a Cornelia Rupp, autrice del catalogo scientifico dei materiali, che il nucleo longobardo insediatosi in questo importante snodo lungo la via Flaminia tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo abbia interagito con il locale gruppo “romanzo” stemperando progressivamente i propri caratteri “germanici”.

Il sito però fu abbandonato prima della fine del processo di acculturazione lasciando aperti vari quesiti, il più intrigante dei quali è il luogo esatto di insediamento: l’abitato di questa comunità longobarda, caratterizzata da una particolare dedizione alle attività artigianali (produzione di spade, sia da guerra che da tessitura, e di ceramiche) non è stato infatti ancora trovato.

Elena Percivaldi da Medioevo n. 246 (luglio 2017). © Elena Percivaldi / Medioevo. Riproduzione vietata.

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San Marino, la repubblica più libera del mondo

Una delle tre rocche della Repubblica di San Marino, sul monte Titano

“Vi lascio liberi da entrambi gli uomini”.

È stato San Marino in persona a donare la libertà al suo popolo. E lo stato più piccolo d’Europa non permetterà mai a nessuno di portargliela via: nessun imperatore e nessun papa, nessun regime e nessuno straniero riusciranno a minare l’indipendenza della democrazia più antica del mondo.

E se pure, a dispetto della tradizione, a fondare la città libera non fosse stato lo stesso patrono il 3 settembre 366 quando, ormai novantenne, avrebbe convocato gli abitanti del monte Titano pronunciando la fatidica promessa, quel che è certo è che la Repubblica di San Marino è tale e quale almeno dal 27 giugno 1463, data in cui i Patti di Fossombrone sanciti con lo Stato Pontificio fissano i confini definitivi dello Stato che nessuno, d’ora in avanti, oserà più mettere in discussione.

Al di là della leggenda, che vede protagonista un tagliapietre originario della Croazia arrivato a Rimini per sfuggire alle persecuzioni di Diocleziano, la storia di San Marino inizia come quella di tanti liberi comuni del basso Medioevo, ma – a differenza di tutti gli altri comuni italiani – riesce a mantenere la sua totale indipendenza per più di mille anni grazie ad un’accorta strategia diplomatica unita all’autorevolezza di una antichissima tradizione.

Tradizione che si richiama, appunto, al tagliapietre dalmata giunto alla fine del III secolo insieme al compagno Leo (a cui è a sua volta dedicata una città). Marino converte al cristianesimo molti abitanti di Rimini, ma poi è costretto a ritirarsi sul monte Titano per sfuggire alle molestie di una donna giunta dalla Dalmazia che pretende di essere sua moglie. Riuscito infine a smascherare il tentativo di raggiro, Marino viene ordinato diacono dal vescovo Gaudenzio e muore a 90 anni dopo aver garantito al suo popolo l’indipendenza sia dall’autorità del papa che da quella dell’imperatore.

Le mura merlate della Città di San Marino

La leggenda, scritta intorno al 900, con il passare dei secoli viene messa sempre più in discussione dagli storici, che giudicano totalmente anacronistica la sete di libertà espressa dal patrono.

“Le supreme parole Relinquo vos liberos ab utroque homine – dirà Giosuè Carducci nel 1894 inaugurando il nuovo Palazzo Pubblico – non le poté Marino aver pronunziate: troppo era aliena l’idea barbarica del doppio feudalesimo nell’impero e nella chiesa dal concetto della romanità pur cristiana del secolo quarto: ma verissime elle sonavano nel decimo o undecimo quando al santo moriente le diede lo scrittore qual si fosse della sua vita e degli atti”.

Una tradizione che se pure non iniziata dal santo, resta comunque antichissima: d’altra parte la “Terra di San Marino” (come era chiamata in origine) è abitata sin dalla preistoria e già nell’anno 1000 è governata dall’Arengo, l’assemblea composta da tutti i capi famiglia della città che ancora oggi rappresenta un raro esempio di democrazia diretta che la Repubblica può vantare.

Cresciuta all’ombra dell’impero bizantino prima e dello Stato Pontificio poi, la comunità di San Marino sotto ogni autorità continua a mantenere una forte autonomia; autonomia che si esprime innanzitutto nel mancato pagamento dei tributi al sovrano: “Non pagano perché non hanno mai pagato” si legge negli atti di un processo celebrato nel 1296. “È stato il loro Santo a lasciarli liberi”.

Come San Leo, Talamello e Maiolo, anche la città di San Marino è infatti esente dalle tassazioni. Con una differenza fondamentale, però: mentre nelle altre tre località l’esenzione dai tributi è un privilegio concesso dal feudatario, a San Marino è la comunità a rivendicare l’esenzione come diritto proveniente dal comandamento del santo patrono.

Nel frattempo, nel 1243 viene introdotta la figura dei capitani reggenti eletti dall’Arengo, che durano in carica solo 6 mesi e sono tuttora i capi di Stato e di governo di San Marino.

L’autonomia della città dallo Stato Pontificio viene formalizzata nel 1291 da papa Niccolò IV e nel 1351 dal vescovo di San Leo e del Montefeltro che la affranca dai vincoli feudali. Un secolo dopo viene creato anche il Consiglio Grande e Generale, composto da 60 membri dell’Arengo, al quale vengono delegate alcune prerogative dell’assemblea.

Arriva nel 1463, invece, l’occasione per trasformare il libero comune – finora limitato quasi esclusivamente al Monte Titano – in una vera e propria Repubblica raddoppiandone il territorio.

Nel 1460 i Malatesta, signori di Rimini, si apprestano a cingere d’assedio il Monte costruendo fortezze a Domagnano, Faetano e Fiorentino, situate a pochi chilometri dalla città di San Marino. La Repubblica assediata, però, non resta sola: a sentirsi minacciati dall’avanzata dei Malatesta sono infatti anche il ducato di Urbino guidato da Federico da Montefeltro e lo stesso Papa.

San Marino resiste, edifica nuove mura e rafforza gli armamenti: ogni Capitano reggente, al termine del mandato, deve consegnare una balestra nuova, e l’esperienza come mercenari ha fatto dei sammarinesi abili soldati; e altrettanto abili diplomatici: i capitani reggenti stipulano un’alleanza con il Ducato di Urbino e con lo Stato Pontificio, poi passano al contrattacco occupando tutte le fortezze dei Malatesta e avanzando fino a Falciano, ad appena 10 chilometri da Rimini, sconfiggendo le armate guidate da Sigismondo Pandolfo costrette a riparare a Cerasolo.

Il 27 giugno 1463 a Fossombrone vengono firmati i patti tra San Marino e lo Stato Pontificio che assegnano alla Repubblica i castelli strappati ai Malatesta di Domagnano, Faetano, Fiorentino, Montegiardino e Serravalle, stabiliscono l’affrancamento definitivo dal papa e quindi la piena indipendenza oltre ad altri privilegi.

“La detta Comunità di San Marino – si legge nei documenti – romperà guerra contro Sigismondo Pandolfo, e Malatesta de Cesena delli Malatesti, e loro complici e seguaci, et aderenti, e loro terre e sudditi (…) alla detta Comunità di San Marino saranno date in dominio la Corte di Fiorentino, li castelli di Mongiardino e Serravalle come le loro Corti, terreni e jurisdictione, in piede e per terra secondo parerà alla detta Comunità, pigliandose dette Terre”.

A segnare i nuovi confini è una città chiamata significativamente Dogana, e destinata a diventare con il tempo la più popolosa della Repubblica.

L’accorta politica del governo di San Marino, unitamente alla tradizione sempre più radicata di minuscolo stato indipendente, permetteranno alla Repubblica di continuare a mantenere la sua indipendenza per secoli resistendo a guerre, invasioni, dittature e rivolgimenti politici.

La Repubblica di San Marino è suddivisa in nove amministrazioni locali chiamate castelli, ognuna delle quali porta il nome del proprio capoluogo: Città di San Marino (capitale), Acquaviva, Borgo Maggiore, Chiesanuova, Domagnano, Faetano, Fiorentino, Montegiardino e Serravalle.

I tentativi di occupazione da parte dello Stato Pontificio, nei secoli successivi, resteranno infatti timidi e sporadici: nel 1503 Cesare Borgia instaurerà un regime che durerà appena dieci mesi per crollare alla morte del padre, papa Alessandro VI. Nel 1739, invece, un fallito colpo di Stato contro il governo della Repubblica sempre meno democratico (al Consiglio Generale si accede ora per cooptazione e non più per elezione) offrirà al cardinale Alberoni il pretesto per un tentativo di annessione allo Stato della Chiesa: tra i cospiratori ci sarà infatti Pietro Lolli, titolare di un’onoreficenza del Santuario di Loreto in virtù della quale chiederà di essere estradato nello Stato Pontificio per essere giudicato da un tribunale ecclesiastico Il rifiuto da parte delle autorità repubblicane porterà ad una guerra con lo Stato della Chiesa e il cardinale legato arriverà a San Marino per “liberare il popolo dall’oligarchia”: in altre parole, per esportare la democrazia nell’antica repubblica. Ambizione piuttosto grottesca, da parte dell’ultima monarchia assoluta rimasta nel mondo occidentale.

Alberoni sarà tuttavia accolto festosamente dai parrocchiani; poi, però, di fronte al rifiuto delle autorità sanmarinesi di giurare fedeltà allo Stato Pontificio, sarà lo stesso papa a cambiare rotta e ambasciatore, finendo per restituire alla Repubblica la sua totale indipendenza.

La Statua della Libertà, collocata nel Pianello (o Piazza della Libertà) antistante il Palazzo pubblico della Città di San Marino, fu scolpita da Stefano Galletti (1833-1905) e donata alla repubblica da Otilia Heyroth Wagener nel 1876

Sceso in Italia nel 1797, persino Napoleone, rispetterà l’autonomia del piccolo paese, offrendogli addirittura di estendere ulteriormente i suoi territori arrivando fino al mare. Un’offerta prontamente e saggiamente declinata dal governo repubblicano: il capitano Antonio Onofri risponderà infatti al generale corso che “la Repubblica di San Marino, contenta della sua piccolezza non ardisce accettare l’offerta generosa che le viene fatta, né entrare in viste di ambizioso ingrandimento che potrebbero col tempo compromettere la sua libertà”.

Una scelta che sarà premiata dalla Storia: quando l’impero francese crollerà a Waterloo, infatti, la Repubblica di San Marino non sarà considerata sua alleata e il Congresso di Vienna nel 1815 ne confermerà i confini.

Durante il Risorgimento la Repubblica dimostrerà, ancora una volta, lungimiranza politica offrendo rifugio a Garibaldi in cambio della promessa di veder tutelata la sua indipendenza. San Marino si inimicherà così lo Stato della Chiesa – suo protettore da sempre – e l’impero austriaco, ma si guadagnerà il rispetto dell’Italia unita, che si sostituirà al Vaticano nel ruolo di partner privilegiato della Repubblica con un Trattato di amicizia firmato nel 1862 e rinnovato nel 1939 e nel 1971.

Di fatto San Marino – pur indipendente – oltre a stabilire con l’Italia un’unione doganale, linguistica e monetaria (come Città del Vaticano, la Repubblica adotterà prima la Lira italiana e poi l’Euro, pur non facendo parte dell’Unione Europea), condividerà con il resto della penisola anche le vicissitudini sociali e politiche: dal fenomeno dell’emigrazione verso l’America all’intervento della Prima guerra mondiale, fino all’avvento del fascismo che prenderà il potere con le elezioni del 1923 e lo manterrà per vent’anni, senza però trasformare la Repubblica in dittatura.

La bandiera della repubblica

San Marino seguirà il destino dell’Italia anche al tempo di Salò, l’occupazione tedesca e i bombardamenti alleati, mentre nel dopoguerra prenderà una direzione molto diversa, sotto il profilo politico, dal resto della penisola: mentre in Italia inizierà la lunga era della Democrazia Cristiana, infatti, a San Marino il governo sarà di matrice comunista-socialista, guadagnandosi la diffidenza dell’intero blocco occidentale.

Tra gli anni ‘80 e il 2000 la Repubblica di San Marino si svincolerà progressivamente dal rapporto quasi esclusivo con la Repubblica Italiana, ampliando le sue relazioni internazionali: entrerà nel Consiglio d’Europa e nelle Nazioni Unite fino a definire – ufficialmente nel 2011 – stemma e bandiera, con una striscia celeste, che rappresenta il cielo, sovrastata da una bianca che vuole ricordare la libertà. Perché la libertà, a San Marino, sta sopra a tutto: anche sopra al cielo.

Arnaldo Casali

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La fine di Savonarola

Girolamo Savonarola (Fra Bartolomeo, 1498, olio su tavola, Museo nazionale di San Marco, Firenze)

Brucia l’eretico. Brucia il tiranno. Brucia il ribelle. Brucia il padrone. Brucia l’oppressore. Brucia il santo.

Brucia l’odio negli occhi della folla, mentre brucia il corpo di Girolamo Savonarola: il rivoluzionario, il moralizzatore, il profeta dei piagnoni.

Brucia la sconfitta, mentre le fiamme divorano la carne magra e pallida e la veste candida come la coscienza.

È il 23 maggio 1498 e Girolamo ha già visto quelle facce, quell’espressione: è stato in quella stessa piazza, appena un anno prima, attorno a un altro falò, per un altro delirio di passione, violenza e catarsi.

Sono le stesse facce che avevano raccolto il suo appello a liberarsi da specchi, cosmetici, vestiti di lusso, arpe,cetre, chitarre, cornamuse, flauti, e anche gli altri oggetti del peccato come dadi, profumi, parrucche, carte da gioco, libri immorali, manoscritti con canzoni profane, opere d’arte pagane o lascive.

Il grande falò delle vanità, il 7 febbraio 1497, aveva segnato il culmine del suo potere: Girolamo era diventato il padrone assoluto di Firenze e il moralizzatore della Chiesa Cattolica.

In città dettava lui le leggi al governo democratico della Repubblica e con i Medici erano state cacciate da Firenze le taverne e le prostitute. La patria del vizio era diventata una terra santa dove si sperimentava una nuova forma di democrazia, morale e popolare; dove non erano più le regole del tiranno a dettare legge ma quelle di Dio. O per meglio dire, del suo portavoce in tonaca bianca e mantella nera.

Una nuova democrazia, libera della corruzione dei potenti ma assoggettata a un padre padrone che non inseguiva i propri interessi personali, ma decideva per il bene della comunità e operava secondo giustizia. Il problema era che lui e solo lui decideva cosa è bene e cosa è giusto. E in città non erano tutti suoi ammiratori; anzi, più passava il tempo e più Girolamo si faceva nemici. Nel consiglio della Repubblica i Bianchi (repubblicani) e i Bigi (sostenitori dei Medici) si erano alleati con gli Arrabbiati, nemici giurati del frate, e avevano messo in minoranza il suo partito, detto dei “Piagnoni”, bocciando le proposte di legge per proibire le vesti scollate e le acconciature troppo elaborate.

Papa Alessandro VI (1431-1503), nato Roderic Llançol de Borja (Rodrigo Borgia), una delle figure più controverse del suo periodo storico

Ma anche in Vaticano le cose non andavano meglio: Savonarola si era ribellato sempre più apertamente a papa Alessandro VI, che aveva provato prima a trasferirlo, poi a convocarlo a Roma per interrogarlo, ricevendo sempre forfait con giustificazioni poco credibili. In seguito aveva tentato persino di sospenderlo dagli incarichi, di vietargli di predicare e di colpirlo con altri provvedimenti disciplinari; ma tutti i provvedimenti il papa era stato costretto a revocarli a causa delle pressioni ricevute dai fiorentini.

In compenso il frate padrone di Firenze non mancava di attaccarlo, denunciando pubblicamente i suoi peccati e accusandolo apertamente di “condurre le donne alla lussuria e a pompa e a superbia”, di aver guastato il mondo e corrotto gli uomini, e persino di pedofilia: secondo Girolamo, infatti papa Borgia aveva “condotto fanciulli alle sodomie” facendoli diventare “come meretrici”.

Eppure il pontefice con la peggiore reputazione della storia della Chiesa non poteva fare a meno di nutrire ammirazione nei confronti di quel santo frate che sembrava l’unico a crederci veramente, a quello che tutta la Chiesa predicava da secoli. Alessandro VI non voleva la sua testa: voleva solo evitare che gli creasse troppi guai. Ma erano proprio i guai, quelli che il domenicano cercava con ostinata determinazione.

Così aveva tentato per l’ultima volta di rabbonirlo, nominandolo cardinale. Nomina che Savonarola aveva rifiutato sprezzante, rispondendo di non voler “cappelli, né mitre né grandi né piccole” ma solo il cappello rosso dei santi: quello fatto di sangue.

Non c’era altro da fare, dunque, che accontentarlo.

L’influenza delle dottrine savonaroliane traspare nello scontro tra angeli e demoni che avviene sui cieli di Firenze nella Crocifissione simbolica di Sandro Botticelli (1502 ca., Fogg Art Museum dell’Università di Harvard a Cambridge)

Inevitabile, il 12 maggio 1497 era arrivata la scomunica, alla quale Girolamo aveva risposto con il solito feroce sarcasmo: nel corso della prima predica pronunciata dopo la notizia della condanna, aveva messo in scena una sorta di sketch in cui un immaginario interlocutore lo rimproverava di predicare nonostante fosse scomunicato: “La hai tu letta questa escommunica? – rispondeva lui – Chi l’ha mandata? Ma poniamo che per caso che così fussi, non ti ricordi tu che io ti dissi che ancora che la venisse, non varrebbe nulla? Non vi maravigliate delle persecuzioni nostre, non vi smarrite voi buoni, ché questo è il fine dei profeti: questo è il fine e il guadagno nostro in questo mondo”.

Peccato che in realtà, quella scomunica, non fosse altro che un “fake”, come lo chiameremmo oggi; ovvero una bufala, un falso: a prepararla era stato l’arcivescovo di Perugia Juan López che – su istigazione di Cesare Borgia – aveva assoldato un falsario con l’obiettivo di distruggere il frate.

Il bello è che anziché indignarsi per la reazione di Savonarola, papa Borgia si era infuriato con il cardinale Lopez. Venuto a sapere che dietro l’operazione c’era suo figlio Cesare, però, non aveva avuto il coraggio di smentire pubblicamente la falsa scomunica, e aveva minacciato Firenze di interdetto se non gli fosse stato consegnato il frate.

L’obiettivo segreto del papa era proprio quello di toglierlo dalle mani dei nemici e permettergli di discolparsi a Roma, salvandogli così la vita. Ma Girolamo, ostentando indifferenza e disprezzo per la scomunica e ribellandosi così apertamente al Vaticano, si era praticamente messo la corda al collo da solo: i governanti della città avevano finalmente trovato la scusa per liberarsi dell’ingombrante moralizzatore e i suoi nemici mano libera per catturarlo ed eliminarlo.

Dal nuovo governo della Repubblica, in mano agli Arrabbiati, era arrivato l’ordine di arresto per eresia, ma il frate non aveva nessuna intenzione di arrendersi e si era barricato nel convento di San Marco, di cui era il priore, insieme ai confratelli.

La cattura del predicatore si è trasformata in una vera e propria guerra civile: la domenica degli ulivi il convento è stato assediato dagli Arrabbiati e la campana ha suonato a martello, ma inutilmente. La milizia inferocita ha dato fuoco alla porta e l’ha sfondata.

L’assalto è durato fino all’alba, con lotte all’ultimo sangue tra frati e assalitori. In piena notte Girolamo è stato catturato e trascinato fuori del convento con fra’ Domenico Buonvicini. Attraversando alla luce delle torce la via Larga sono arrivati a Palazzo Vecchio, ma non sono entrati dall’ingresso principale; giunti di fronte al portello l’armigero gli ha fatto segno di inchinarsi per entrare, e quando Girolamo l’ha fatto quello gli ha tirato un calcio nel sedere: “Ve’ dove gli ha la profezia!” ha gridato.

La torre di Palazzo Vecchio a Firenze, chiamata anche torre di Arnolfo dal nome dell’architetto Arnolfo di Cambio, e l’ingresso dell'”Alberghetto” dove fu torturato Savonarola

Chiuso nella torre di Arnolfo dell’Alberghetto, sono iniziati gli interrogatori e le torture. Vogliono fargli confessare a tutti i costi qualcosa che possa giustificare l’esecuzione. Ma Girolamo non è un eretico: è solo un uomo che forse ci ha creduto troppo, nel Vangelo; non si è mai voluto mettere in testa che certe cose vanno predicate ai fedeli, certo, ma mica prese sul serio.

Gli hanno legato una corda ai polsi, dietro la schiena e poi ne hanno issato il corpo per mezzo di una carrucola, strappandogli i muscoli e slogandogli le braccia, mentre ai piedi hanno attaccato dei pesi.

“Confessa, maledetto, confessa la tua eresia!” Ma Girolamo non è un eretico: è solo un cristiano che non è riuscito a distinguere il Regno dei cieli da quello della terra. E sì che lo aveva detto Gesù stesso, che il suo regno non è di questo mondo.

Lo hanno messo ad arrostire al fuoco come un porco e lasciato ad affumicare come un prosciutto, tra sofferenze atroci. “Confessa piagnone bastardo! Confessa la tua eresia e finirà tutto!”.

Ma Girolamo non è un eretico: è solo un politico un po’ troppo autoritario. E non è riuscito a capire che certe scelte, i cittadini, le devono fare da soli, che la morale non si può imporre per legge. E visto che non si è ancora arreso, l’hanno messo sul Cavalletto, che attraverso un sistema di corde e pulegge, gli tira le braccia e le gambe fino a disarticolarle, e ce l’hanno lasciato un giorno intero.

Ritratto di Girolamo Savonarola in sembianze di San Pietro Martire, fra’ Bartolomeo, Museo di S. Marco, Firenze

Ha ferite in tutto il corpo, è stremato, esanime; non ha più nemmeno la forza di respirare. Ma non si arrende. “Lo capisci che ti uccideremo comunque? – gli fa l’aguzzino – Lo capisci che è finita? Perché non vuoi accorciare la tua sofferenza? Perché vuoi prolungare questa tortura all’infinito? Per te è solo dolore e a noi ci fai perdere tempo! Confessa e daremo una chiusa a questa storia. Deciditi a confessare la tua eresia, bastardo!”.

Ma Girolamo non è un eretico: è solo un predicatore che si è preso un po’ troppo sul serio, che forse non si è fidato abbastanza di Dio da capire che non spetta a lui, rimettere a posto il mondo.

Finita l’infinita tortura, viene riportato in cella, insieme a frate Domenico Buonvicini da Pescia e frate Silvestro Maruffi da Firenze. Ai Battuti Neri della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio viene permesso di raggiungere i tre frati e di confortarli.

All’alba del 23 maggio 1497 ascoltano l’ultima messa nella cappella dei Priori nel palazzo della Signoria; poi vengono portati sull’arengario del palazzo, dove si trovano di fronte il giudice del Tribunale del Vescovo, quelli del Tribunale dei Commissari apostolici, il Gonfaloniere e i Signori Otto di Guardia e Balìa: la magistratura fiorentina che si occupa degli affari criminali.

Per prima cosa i tre frati vengono spogliati dell’abito domenicano e degradati da qualsiasi carica religiosa. Poi arriva la sentenza del tribunale civile.

“Dio esiste, ma non sei tu. Quindi rilassati!”.

Gli sembra di sentire queste parole, mentre viene pronunciata la condanna a morte. Un sorriso di conforto si disegna sulle sue labbra. Chiede perdono a Dio e sa di averlo ottenuto. Perché Dio è misericordioso. Ben più di lui, per fortuna.

Il supplizio di Savonarola – (Francesco di Lorenzo Rosselli, 1498 -Museo di S. Marco, Firenze)

È la vigilia della festa dell’Ascensione, e non può essere un caso, si dice Girolamo mentre viene portato in catene al patibolo, direttamente dal Palazzo della Signoria alla piazza, attraverso una passerella alta quasi due metri da terra.

È finita la fatica: ora la sua anima si prepara a volare verso Dio. Non c’è niente di cui aver paura, si dice, niente da temere: è arrivato il momento che aspettava da tutta la vita.

La forca è alta cinque metri e si erge su una catasta di legna e scope cosparse di polvere da sparo.

Girolamo indossa una semplice tunica di lana bianca e sorride: è stato condannato dagli uomini ma si è finalmente riconciliato con Dio e con se stesso. Un dolore improvviso al piede, però, lo ridesta dai suoi pensieri; non è niente, rispetto a quello che ha passato, ma non capisce cosa diavolo l’abbia colpito: si china a vedere e si accorge che sotto la passerella ci sono dei ragazzini che si divertono a punzecchiargli i palmi dei piedi nudi con uno stecco di legno appuntito. Sono solo dei ragazzini, e Girolamo riesce persino a sorridergli. Non fanno male, quegli stecchi.

Sono gli insulti dei suoi amati figliuoli, quelli sì che fanno male davvero. Aveva affrontato con coraggio e serenità le torture e il processo pensando alla passione di Cristo. E forse adesso si sarebbe aspettato le lacrime delle pie donne, magari anche una Veronica accorsa ad asciugargli il sangue e il sudore. E invece trova una folla inferocita che lo insulta mentre si prepara a morire. Dove sono i suoi devoti? Dove sono i suoi sostenitori? Dove è il suo popolo?

“Adesso sì che piagni, Piagnone!” sente gridare. “Morte all’eretico!”, “Morte al tiranno!”. Eppure ha già visto quelle facce, quelle espressioni, Girolamo: le ha viste in quella stessa piazza, appena un anno prima, esaltarsi di fronte a ben altro rogo, acclamarlo padrone di Firenze.

Un rumore secco, un singulto, e frate Silvestro va giù; appeso a una corda, con gli occhi sbarrati e la lingua di fuori. Un altro scatto, una ola trionfante dalla platea e anche fra Domenico giace a penzoloni.

Ora tocca a lui. Le grida aumentano, è un delirio di sete di sangue. “Muori tiranno!”, “Muori piagnone!”, “A morte! A morte!”.

Ha già visto quelle facce, quelle espressioni, Girolamo. Le ha viste a Gerusalemme, nel pretorio romano. Sono le stesse che gridavano “Barabba! Barabba!”.

Il boia si avvicina. Girolamo è impassibile. “Barabba! Barabba!” Gli stringe la corda attorno al collo. “Barabba! Barabba!” Ha già visto quelle facce, e le rivedrà ancora. In un altro luogo, in un’altra ora con un altro slogan, con un’altra battaglia con un’altra fottutissima coda di paglia.

“Barabba! Barabba!” E Girolamo vorrebbe parlarci, adesso, con quella gente. Non dal palco di una piazza, non incassando grida di giubilo e applausi. Adesso non vede più una folla da domare, non vede più un popolo da guidare: adesso vede delle persone. E vorrebbe parlarci, con quelle persone, una per una. E ascoltare le loro ragioni, e dialogare: non convincerli, ma aiutarli a ragionare.

“Barabba! Barabba!” Ha già visto quelle facce, quell’espressione. È l’espressione di una massa che ha bisogno di eroi che assecondino comodamente i vizi suoi.

Mentre i piedi restano senza appoggio e cadono nel vuoto, mentre la corda si stringe sulla gola strappandogli il respiro, Girolamo cerca uno sguardo, uno sguardo qualsiasi in quella folla inferocita. E mormora: “Cerca di essere uomo, prima di essere gente”.

E il suo ultimo sguardo si posa paterno su un volto a caso, delle centinaia che lo circondano. Non riesce più nemmeno a muovere la lingua, ma il suo ultimo pensiero è ancora: “Cerca di essere uomo… prima di essere gente”.

Lapide in piazza della Signoria a Firenze che ricorda il rogo di Savonarola

Nessuno sente quelle ultime parole strozzate; accorrono invece in massa ad appiccare il fuoco a quella catasta che subito divampa con un’esplosione. Dal corpo in fiamme di Savonarola si stacca un braccio, e la mano destra sembra alzarsi con due dita dritte, come se volesse benedire per l’ultima volta l’ingrato popolo fiorentino.

Cerca di essere uomo prima di essere gente.

Quando tutto è finito, mentre le ceneri dei frati vengono raccolte su delle carrette per essere gettate nell’Arno da Ponte Vecchio, arrivano in piazza alcune donne vestite da serve con vasi di rame, e si mettono a raccogliere la cenere calda, spiegando alle guardie di volerla usare per fare il bucato.

In realtà si tratta di nobildonne seguaci del frate, che con questo stratagemma riescono a raccogliere tutto ciò che è rimasto.

Non è rimasto, molto, in effetti, e le pie donne devono accontentarsi di un dito bruciacchiato e del collare in ferro che aveva sorretto il corpo, da conservare nel monastero di San Vincenzo a Prato, come reliquie di quel santo ribelle.

Il giorno dopo, festa dell’Ascensione, chi accorre sul luogo del massacro lo ritroverà interamente coperto di fiori, foglie di palma e petali di rose; e deciderà che da allora in poi per sempre, ogni anno, nel giorno dell’Ascensione, fiori, foglie di palma e petali di rose segneranno il luogo dove fu martirizzato l’ultimo profeta della rivoluzione cristiana, il politico più bigotto della storia della politica italiana. La cui passione, cinquecento anni dopo, brucia ancora in Piazza della Signoria.

Arnaldo Casali

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Stefan IV Dušan, il Carlo Magno dei Balcani

Stefan Uroš IV Dušan, eletto imperatore di Serbia il 16 aprile 1346

Grande, potente, glorioso, immortale; certo poco raccomandabile.

Il 16 aprile 1346 nella cattedrale di Skopje viene incoronato imperatore dei serbi Stefan Uroš IV Dušan.

Il più importante sovrano della storia della Serbia è tanto famoso quanto famigerato: se in vita la sua sfrenata sete di potere lo ha portato a massacrare la sua stessa famiglia e a tradire in continuazione alleanze politiche, dopo la morte diventerà il modello e il vessillo per le guerre fratricide e le pulizie etniche che insanguineranno i Balcani.

E dire che era figlio di un santo: il padre, Stefano Uroš III Dečanski, tra i più amati sovrani del paese, è infatti ancora veneratissimo nel monastero kosovaro di Decani, dove il suo corpo è custodito incorrotto.

D’altra parte era stato proprio il figlio a farlo diventare santo, ordinandone l’omicidio e facendone così un martire.

Un ineluttabile destino, per Stefano III, quello di essere fatto fuori dal suo stesso sangue per cospirazioni ereditarie in una famiglia in cui non è che ci si volesse troppo bene.

A cominciare le persecuzioni del povero Decanski era stato infatti il padre: Stefano Uroš II Milutin, re di Serbia dal 1282 al 1321. Che a sua volta, era già avvezzo a questo tipo di faide: il fratello Dragutin, cedendogli la corona, gli aveva chiesto di nominare come erede suo figlio Vladislav, e di fronte al rifiuto gli aveva mosso guerra. Alla fine Stefano aveva vinto e i due fratelli si erano riconciliati grazie alla mediazione dell’arcivescovo Danilo II.

Affresco di Stefan Uros III nel monastero di Decani

La cosa aveva già messo in allarme Decanski, che temeva che il padre potesse a quel punto strappargli il diritto alla corona per concederla al cugino. Nel frattempo Stefano II si era dato da fare per allargare i confini del regno conquistando Albania, Macedonia e Bulgaria e sottraendo alcuni territori ai Tartari. Per placare l’ira di Nogai Khan, pronipote di Gengis Khan, Milutin gli aveva offerto il figlio come ostaggio. Che a questo punto aveva seri motivi per essere preoccupato.

Decanski era potuto tornare in Serbia solo nel 1299, quando era morto il Khan. Intanto Milutin si era alleato con l’imperatore d’Oriente: aveva sposato la Simonida, figlia del basileus e aveva avviato trattative con papa Benedetto XI per la conversione della Serbia al cattolicesimo.

Simonida aveva cercato di convincere il marito a lasciare il trono a suo figlio Costantino, persuadendolo che il legittimo erede stava complottando contro di lui. Decanski si era trovato così a scontrarsi con il suo stesso padre: si era ribellato apertamente e – in tutta risposta – il re aveva invaso i suoi territori e lo aveva fatto arrestare, accecare e deportare a Costantinopoli insieme al figlio Dušan.

In prigione, però, Decanski aveva sognato san Nicola che lo aveva rassicurato dicendo che aveva lui in custodia i suoi poveri occhi.

Intanto il padre si scontrava con mezza Europa perdendo molti dei territori guadagnati. Aveva anche rotto l’alleanza con Roma scegliendo di porsi nell’orbita di Bisanzio: diventare cattolici significava sottomettersi totalmente all’autorità del Papa e sposare la lingua latina. La chiesa ortodossa, invece, garantiva molto più potere e autonomia, visto che l’autorità di Costantinopoli era solo formale e di fatto ogni chiesa nazionale era gestita in modo del tutto indipendente.

Il portale del monastero di Decani in Kosovo

Coerente con questa scelta Milutin aveva fatto edificare molti monasteri e garantito protezione a centri importantissimi come quelli del Monte Athos e di Gerusalemme. Sotto il suo regno, dunque, il sentimento nazionale serbo si era totalmente identificato con il cristianesimo ortodosso. Perdonato dal padre, Decanski aveva fatto ritorno con Dušan in Serbia, dove aveva trovato l’appoggio della nobiltà che lo preferiva, come erede al trono, al greco Costantino.

Così, alla morte di Milutin nel 1321, Stefano III era stato eletto re e incoronato dall’arcivescovo Nikodim, poi aveva sconfitto in battaglia prima Costantino e poi il cugino Vladislav. Nel 1324 aveva sposato una parente della matrigna, da cui aveva avuto un figlio: Sinisa.

Nel 1327, sostenendo il candidato sbagliato nella lotta per la successione, Decanski si era scontrato con l’imperatore bizantino e con lo zar della Bulgaria suo alleato, e aveva avuto la meglio, rovesciando il regime bulgaro e mettendo un suo parente sul trono. Un contributo fondamentale lo aveva portato in battaglia proprio il figlio Dušan, tanto da essere subito acclamato come un eroe nazionale.

Il monastero di Decani in Kosovo

Per ringraziare Dio per le vittorie ottenute, nel 1330 aveva fatto costruire in Kosovo, in un castagneto a 12 chilometri a sud della città di Peć, l’imponente monastero di Decani, nella cui chiesa si trova il più grande affresco bizantino che si sia conservato fino ad oggi.

A guidare la costruzione del maestoso edificio, costruito con blocchi di marmo rosso-violaceo, giallo e onice, aveva chiamato il frate francescano Vito da Cattaro e la chiesa si sarebbe sempre distinta dagli altri templi ortodossi per le sue dimensioni imponenti e il suo aspetto romanico.

L’opera era stata così importante da dare il nome allo stesso Re, ricordato come “Dečanski”, ovvero “di Decani”. Per ringraziare San Nicola della grazia ottenuta, poi, aveva donato un altare d’argento e diverse icone alla basilica di Bari; aveva infine elargito molte donazioni a organizzazioni religiose che si occupavano di assistenza dei poveri, guadagnandosi la fama di santo.

Ad accelerare il cammino verso gli altari, comunque, era stato lo stesso figlio Dušan: temendo di essere estromesso dal trono in favore del fratellastro, Dušan aveva ripercorso le orme del suo stesso padre – modello e nemico al tempo stesso: con il parere favorevole all’Assemblea dei notabili il principe aveva marciato contro il re, asserragliato nel palazzo-fortezza di Nerodimlje, ed era riuscito a catturarlo e a imprigionarlo nella città di Zvečan.

Estensione dell’impero serbo al tempo dello zar Stefan Dusan IV (1331-1355)

Non contento, l’11 novembre 1331 aveva ordinato di strangolarlo. Il corpo era stato sepolto successivamente proprio nel monastero di Decani, che lo stesso Dušan aveva fatto completare.

Il nuovo re aveva 22 anni (era nato il 26 luglio 1308) ed era stato incoronato il 21 settembre 1331.

Per sancire una pace duratura con la Bulgaria, Stefano IV aveva preso in moglie la sorella dello zar, Elena, poi aveva rafforzato e ampliato i confini con guerre contro la Macedonia, l’Ungheria e la Bosnia, arrivando a insidiare anche l’impero bizantino, con il quale aveva portato avanti una politica che alternava amabilmente guerre e alleanze e che gli era valsa la conquista dell’Albania e di gran parte della Grecia.

Entrato nella città di Serres la notte di Natale del 1345, Dušan si era proclamato zar e autocrate dei Serbi e dei Romani con il dichiarato intento di creare un nuovo impero che difendesse la cristianità ortodossa e che fosse un baluardo contro gli Ottomani.

Da che mondo è mondo, però – o almeno da Carlo Magno in poi – un imperatore viene incoronato dal Papa. E Stefano IV vuole diventare il Carlo Magno dei Balcani. Il problema è che il papa di Roma non incoronerà mai un imperatore non cattolico, e d’altra parte il patriarca di Costantinopoli – “papa” degli ortodossi – non può permettersi di legittimare quello che è diventato il principale nemico di Bisanzio. Se Stefano vuole essere incoronato dal papa, quindi, bisogna che un papa se lo faccia da solo.

Così nomina patriarca della chiesa ortodossa serba l’arcivescovo di Pec Joankije II e il 16 aprile 1346 si fa incoronare da lui imperatore dei serbi nella cattedrale di Skopje, la città macedone che 600 anni dopo darà i natali a Madre Teresa di Calcutta.

Dopo quattro anni, però, su insistente richiesta di Bisanzio, il patriarca di Costantinopoli scomunicherà i Serbi.

Nel frattempo l’impero di Dušan si sarà esteso dal Danubio a Corinto e dal Mare Egeo all’Adriatico. Mancherà solo la città di Salonicco, a Stefano, per poter marciare verso la capitale bizantina, per la cui conquista l’imperatore chiederà aiuto alla Repubblica di Venezia prima e a quella di Genova poi.

Per quanto riguarda la politica interna, Stefano accentrerà a sé tutti i poteri privando di autonomia i notabili locali e nel 1349 farà redigere il Codice di Dušan: un importante documento giuridico unico fra gli stati europei contemporanei, che comprende più di duecento articoli, con la codificazione delle leggi tradizionali non scritte, del diritto ecclesiastico e di elementi di diritto pubblico che lo prefigurano come la più antica legge costituzionale.

La famiglia dell’imperatore Stefan Dusan in un affresco del monastero di Decani

Morirà il giorno di Natale del 1355, a 47 anni, forse avvelenato o a causa di un attacco epilettico. Il suo corpo sarà sepolto nel monastero dei Santi Arcangeli a Prizren in Kosovo, da cui nel 1927 verrà traslato nella chiesa di San Marco a Belgrado.

A succedergli il figlio Stefano Uroš V detto il Debole, che vedrà disgregarsi l’impero serbo sotto l’attacco di quello Ottomano.

Nel 1389, a seguito della sconfitta nella Battaglia della piana dei merli, il Kosovo passerà sotto i turchi, per tornare al Regno di Serbia solo all’inizio del Novecento, ormai islamizzato; finirà poi sempre più nell’orbita dell’Albania, tanto che negli anni ’90 i serbi rappresenteranno appena l’8% della popolazione.

Dušan resterà nei secoli l’icona dell’identità serba; sarà lui il modello degli ideologi che nel corso dell’Ottocento rilanceranno il mito della “Grande Serbia” con l’ambizione della conquista di tutti i Balcani.

Un’idea che starà alla base dei conflitti in tutta l’area, dalla Prima guerra mondiale fino alla tragedia degli anni ’90 e alla successiva pulizia etnica del Kosovo messa in atto dal presidente serbo Slobodan Milošević, che darà origine alla rivolta degli albanesi (di religione musulmana) e alla guerra del 1999.

Dopo la fine della guerra il Kosovo rivendicherà l’indipendenza, riconosciuta solo da metà degli stati aderenti alle Nazioni Unite, senza riuscire mai a trovare pace. Tanto che il celebre monastero di Decani, dove riposa il corpo di Stefano III, dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’Unesco, diventerà uno dei bersagli principali del fondamentalismo islamico.

Protetto dai caschi blu dell’Onu e dalle forze della Nato, dalla fine della guerra del 1999 il monastero è stato oggetto di quattro attacchi armati ad opera di kosovari musulmani. Nell’ottobre del 2014 le mura dell’edificio sono state ricoperte con scritte inneggianti allo Stato islamico e il 30 gennaio 2016 è stato sventato un nuovo attentato ad opera di fondamentalisti islamici kosovari.

Arnaldo Casali

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Cracovia val bene una messa

Un’opera contemporanea sul battesimo del duca Mieszko I nel 966

Il 14 aprile 966 è la data più importante della storia religiosa dell’Europa orientale.

Lo chiamano il Battesimo della Polonia, anche se a battezzarsi – in quel sabato santo – non è certo una nazione (che, peraltro, ancora non esiste) e nemmeno il suo re. Ad aderire alla fede a Cristo è un “semplice” duca; e non lo fa perché è rimasto folgorato dalla lettura del Vangelo, dalla predicazione di un missionario o dal sacrificio di un martire. Lo fa perché la moglie insiste tanto e conviene assecondarla se si vogliono allargare i domini e trasformarli in un regno vero e proprio; conviene davvero immergersi nel nuovo che avanza, se si vuol portare una tribù di barbari slavi nel cuore della civiltà europea.

Mieszko in un quadro del pittore Jan Matejko

Con tutto il suo scetticismo di fondo, infatti, Mieszko I Piast si trascina dietro un intero popolo, che proprio grazie a quel battesimo diventa nazione: la nazione più cattolica al mondo, che da quel momento vedrà nella patria e nella fede cattolica una cosa sola.

Per secoli l’aquila e la croce terranno alto l’orgoglio del popolo polacco, lo guideranno in ogni lotta di conquista e di difesa, veglieranno sul paese e lo incoraggeranno nella resistenza: contro i tedeschi, contro gli austriaci, contro i russi, contro i nazisti, contro i comunisti, contro infine, almeno per alcuni partiti di oggi, un’Unione Europea giudicata come minacciosa.

Tutto era cominciato intorno al V secolo quando, secondo la leggenda, tre fratelli avevano lasciato la loro terra, nell’attuale Ucraina: si chiamavano Lech, Czech e Rus, e ognuno era partito, con la sua famiglia, per una direzione diversa: Rus era andato a Est, e aveva dato vita alla Russia, mentre Cezch e Lech si erano diretti verso Ovest.

Arrivati nel mezzo di una grande pianura, i due fratelli si erano trovati di fronte al nido di un’aquila bianca. Lech lo aveva visto come un segno dei cieli, e aveva deciso di fermarsi lì, fondando la città di Gniezno e scegliendo quell’aquila come emblema del suo popolo. Czech, invece, aveva proseguito verso sud, diventando il padre dei boemi.

Secondo un’altra leggenda la tribù fondata da Lech aveva trovato la sua guida grazie a un singolare episodio: era l’anno 842 e il custode del palazzo di uno degli uomini più potenti della città stava festeggiando il settimo compleanno di suo figlio.

Non si conosce il nome dell’uomo: tutti lo chiamavano semplicemente “Il guardiano” (Piastum, in polacco). Alla festa di compleanno si presentarono due sconosciuti che furono accolti con grande ospitalità, e per ringraziare il padrone di casa fecero un curioso incantesimo alla sua cantina: la riempirono magicamente di ogni ben di Dio. Così ben fornito, il “Piasto” aveva potuto tenere talmente tanti e ricchi banchetti da guadagnarsi il favore dell’intero popolo ed essere acclamato suo duca.

Le regioni della Polonia

Una diversa versione della leggenda vorrebbe Piasto designato addirittura dagli angeli a guidare il paese; angeli pagani s’intende, visto che in quel momento il Vangelo di Cristo è ancora lontano dalla terra dell’aquila bianca: sta di fatto che saranno i Piast a trasformare i polani in un vero popolo, sottomettendo tutte le altre tribù slave che abitavano tra i fiumi Oder e Bug e tra i Carpazi e il Mar Baltico; nel X secolo Siemomysł, nipote di Piasto, era riuscito a integrare nel ducato le terre della Masovia, della Cuiavia e della Grande Polonia, scegliendo Poznan come capitale.

Nel 935 era nato suo figlio Mieszko, che a trent’anni sposa Dubrawka di Boemia, figlia del duca Boleslao I e – in qualche modo – sua lontanissima parente, almeno a dare credito alla leggenda dei tre fratelli slavi.

Non è stato esattamente l’amore, a far sposare Mieszko e Dubrawka, così come non è esattamente la fede, a far scegliere al duca il battesimo cristiano.

Peraltro non è nemmeno esattamente un fiorellino, la principessa boema: i cronisti la definiscono una “donna fatta”, insomma matura, per non dire anzianotta. Quantunque gli storici abbiano opinioni molto discordanti in materia, non è escluso che la principessa abbia addirittura 25 anni al momento del matrimonio: a quell’epoca non proprio un età da marito. D’altra parte non è mica di primo pelo: prima di combinare le nozze con Mieszko è stata sposata con Gunther, marchese del Sacro Romano Impero germanico, con il quale ha avuto anche un figlio.

Il matrimonio sancisce l’accordo di pace tra polani e boemi siglato nel 964 e seguito a secoli di tensioni tra i due popoli. Un ostacolo si è però frapposto alle nozze: la religione.

Dubrawka – come tutti i boemi – è cristiana, e non ha alcuna intenzione di sposare un sovrano ancora pagano. La donna pone quindi come condizione del matrimonio la conversione del fidanzato, che – da parte sua – cerca di prendere tempo.

Le nozze vengono celebrate in Polonia nel 965, ma la principessa si presenta nel maestoso castello di pietra di Ostrow Lednicki con uno stuolo di dignitari religiosi venuti per concordare con la corte di Mieszko l’organizzazione del battesimo.

Il Castello del Wawel (Zamek wawelski) sorge a Cracovia su una collina lambita dalla Vistola. Fu dimora dei reali di Polonia dal 1038 al 1596. Oggi ospita importanti pezzi d’arte e la “Dama con l’ermellino” di Leonardo da Vinci. Per la mitologia, in una caverna sotto al castello viveva un drago: il Drago del Wawel, dal quale deriva l’appellativo “montagna del drago” per la città

Più che una conversione sulla via di Damasco, dunque, quella del duca è una conversione sulla via di Cracovia. La “montagna del drago”, destinata a diventare la più importante città della Polonia, per secoli capitale del paese, è infatti ancora boema e fa parte del patrimonio portato in dote dalla principessa.

Anzi no, in realtà non farebbe parte della dote – nelle intenzioni di Boleslao – ma una volta imparentatosi con il duca rivale, Mieszko si sentirà libero di conquistare la città con tutti i suoi villaggi senza troppi spargimenti di sangue e ritorsioni politiche.

Cracovia val bene una messa, pensa – mentre, nella notte del sabato santo dell’anno 966 – riceve solennemente il battesimo cristiano.

Dubrawka farà costruire diverse chiese, come quella della Santissima Trinità a Gniezno e quella della Vergine Maria nell’isola di Ostrów Tumski a Poznań e – nel 968 – farà erigere la prima diocesi polacca a Poznan, per poi morire nel 977. Il marito farà ancora di più, esattamente come il suo popolo, che diventerà nei secoli assai più cattolico di quello boemo.

Il documento Dagome iudex, nel quale compare per la prima volta la parola “Polonia” (Foto: Kulaszewicz)

Rimasto vedovo e risposatosi con la marchesina tedesca Oda di Haldensleben (anche qui senza troppo romanticismo, visto che la farà rapire da un monastero) Mieszko arriverà nel 991 a dichiararsi vassallo dello Stato della Chiesa con il documento Dagome iudex, che sarà anche il primo della storia a contenere la parola “Polonia”.

Dal punto di vista pratico il matrimonio fra Dubrawka e Mieszko porterà ad un’alleanza duratura, tanto che il 21 settembre 967 il sovrano polacco sarà affiancato dai boemi nella guerra contro gli uomini della Volinia guidati da Wichmann il giovane, mentre nel 973, dopo la morte dell’imperatore Ottone I di Sassonia, Mieszko e il cognato Boleslao II si uniranno nel sostegno della candidatura di Enrico II, duca di Baviera.

Di fatto il battesimo di Mieszko dà vita allo stato polacco e rivestirà un ruolo fondamentale non solo nella vita religiosa del paese ma nella sua stessa identità: con la conversione al cristianesimo quell’insieme di tribù di barbari entra, come si diceva, nel mondo cristiano romano-occidentale, diventandone protagonista.

Nel 997, cinque anni dopo la morte di Mieszko, un altro boemo segnerà la storia religiosa del giovane paese: Sant’Adalberto (Wojciech) vescovo di Praga, andrà ad evangelizzare il nord della Polonia fondando la città di Danzica. Ucciso dai pagani, sarà sepolto a Gniezno diventando il primo patrono della Polonia e facendo dell’antica città la capitale religiosa del paese. Un ruolo mantenuto sempre nel corso dei secoli: a Gniezno rimarrà il primato della Chiesa polacca anche quando la capitale sarà trasferita a Cracovia (e l’arcivescovo diventerà il viceré del paese), e anche quando verrà spostata ancora a Varsavia.

Solo l’unione delle diocesi di Gniezno e Varsavia nel 1946 porterà il primate di Polonia nell’attuale capitale, e solo per mezzo secolo: quando le due diocesi torneranno autonome, nel 1992, il capo della chiesa polacca resterà l’arcivescovo di Varsavia Jozef Glemp, ma solo a titolo personale. E dopo la sua morte il primate di Polonia tornerà ad essere l’arcivescovo di Gniezno; che però, a differenza di quelli di Varsavia e di Cracovia, non è cardinale. Ma importa poco: dopo tutto, quando la Polonia è diventata cristiana i cardinali non esistevano ancora.

E nemmeno la gloria del cardinale Wyszynski (arcivescovo di Varsavia ed eroe della resistenza cattolica sotto il comunismo) o quella di san Karol il Grande (arcivescovo di Cracovia e primo papa polacco) sono riusciti a mettere in ombra la tradizione avviata dal cinico e opportunista duca Mieszko, che sottomettendosi alla moglie fece della Polonia un paese europeo. Il paese più cattolico d’Europa.

Arnaldo Casali

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Teodorico conquista Ravenna

Una moneta con l’effigie di Teodorico

Il 5 marzo dell’anno 493 la città di Ravenna apre le porte e abbassa il capo di fronte a Teodorico, re dei goti.

L’estenuante assedio è durato tre lunghissimi anni. E sarebbe durato all’infinito se Teodorico non si fosse deciso a dotarsi di una flotta per chiudere il porto.

L’ostrogoto era arrivato dalla Germania e aveva cinto d’assedio le mura, ma per 24 mesi la capitale dell’impero continuò a ricevere rifornimenti via mare.

Finalmente assediato anche il porto, Teodorico era riuscito a privare la città di ogni contatto con l’esterno. Sei mesi dopo il vescovo Giovanni si era proposto di fare da mediatore con Odoacre: l’uomo che aveva messo la parola “fine” sulla storia dell’Impero Romano.

Giusto la parola, beninteso, che di impero ormai ce ne era rimasto poco e di romano proprio niente. Era infatti già un secolo che i sempre più insignificanti cesari avevano abbandonato l’ormai ex caput mundi: se già Costantino il celebre editto sulla libertà religiosa del 313 lo aveva proclamato da Milano, sotto Teodosio la città lombarda aveva consolidato il suo ruolo centrale, tanto che alla morte dell’imperatore era diventata ufficialmente la capitale dell’Impero Romano d’Occidente, mentre Roma sprofondava nel degrado e nell’abbandono.

In compenso, per contrappasso Milano capitale aveva avuto vita molto breve: proprio il primo imperatore d’occidente – Flavio Onorio, figlio di Teodosio – aveva deciso nel 402 di trasferire la propria residenza a Ravenna. Milano era troppo esposta agli attacchi dei barbari, mentre la città romagnola godeva di una migliore posizione strategica ed era anche più vicina alla gemella Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente.

Il mausoleo di Galla Placidia a Ravenna

Ravenna si era trasformata così in una città cosmopolita, fulcro di gravitazione politica, culturale e religiosa. Dopo aver preso a modello il fasto di Costantinopoli, la città aveva assunto l’aspetto di una residenza imperiale bizantina. La basilica romana era diventata la Cattedrale cristiana e poi erano state costruite altre chiese, il palazzo arcivescovile, il battistero e il palazzo della Moneta, dove veniva coniato il denaro. Galla Placidia, anch’essa figlia di Teodosio e reggente per il figlio Valentiniano III, aveva fatto costruire nuovi luoghi di culto, una nuova cinta muraria e il mausoleo che porta il suo nome; anche se lei, in realtà, non c’è sepolta, essendo morta a Roma.

Per trent’anni il trono di Ravenna era stato – di fatto – conteso tra le ambizioni di Bisanzio e quelle dei nuovi arrivati in Italia: i barbari.

A Valentiniano – ucciso nel 455 – era succeduto Petronio Massimo, probabile mandante dell’omicidio del suo predecessore, che aveva sposato a forza la vedova Licinia Eudossa, figlia dell’imperatore d’Oriente.

La lunetta dei cervi alla fonte nel mausoleo di Galla Placidia

L’obiettivo di Petronio era quello di consolidare il rapporto tra i due imperi, ma il risultato era stato l’invasione di Roma da parte dei vandali, invocati dalla stessa Licinia. Il popolo romano, inferocito, aveva linciato il suo imperatore, risparmiandogli la visione del terribile sacco della città. A salire sul trono era stato dunque Avito, che aveva cercato con ogni mezzo di salvaguardare l’impero ma aveva finito per perdere la Spagna invasa dai visigoti. Era stato così il turno di Maggiorano: anche lui aveva lottato a lungo per preservare la gloria romana, finendo tradito e ucciso dal suo generale di origine barbara Ricimerio, che aveva messo sul trono Libio Severo Serpenzio, imperatore-fantoccio ai suoi ordini. Uscito di scena anche Libio, l’imperatore d’Oriente Leone I aveva fatto eleggere Antemio Procopio, anch’esso ucciso da Ricimerio, che aveva imposto a sua volta Anicio Olibrio continuando a mantenere il potere. Dopo la morte del generale barbaro era salito al trono Glicerio, deposto nel 474 da Giulio Nepote, che lo aveva sostituito con l’appoggio dello stesso Leone.

Nepote era stato poi vittima di un colpo di stato ordito dal generale Oreste, anch’egli di origini germaniche, che lo aveva cacciato da Ravenna e aveva nominato imperatore suo figlio Romolo Augustolo, di origine romana per parte di madre, che Bisanzio non aveva mai riconosciuto.

Appena dieci mesi dopo la nomina – però – nel 476 Odoacre, capo di una milizia di mercenari eruli, sciri, rugi e turcilingi, si era ribellato a Oreste. Al comando delle milizie imperiali barbare, Odoacre aveva rivestito un ruolo fondamentale per la cacciata di Nepote e aveva chiesto come ricompensa un terzo dei territori italiani. Di fronte al rifiuto di Oreste gli aveva mosso guerra, lo aveva ucciso e aveva deposto Romolo Augustolo, ripristinando sul trono Giulio Nepote.

Moneta con l’effigie di Odoacre e il nome di Zenone, cui Odoacre era ufficialmente sottomesso

Un trono solo simbolico, però: Odoacre voleva il potere effettivo ed era stato acclamato dalle sue milizie re d’Italia. A Nepote non aveva permesso nemmeno di fare rientro in Italia, lasciandolo morire in Dalmazia.

In compenso Odoacre aveva regnato a nome dell’ultimo imperatore e aveva coniato monete con la sua effige. Dopo la morte di Giulio – nel 480 – l’autorità imperiale era stata invece formalmente riconsegnata nelle mani di Zenone, imperatore di Costantinopoli.

Era cessato quindi di esistere a tutti gli effetti l’Impero Romano d’Occidente. Tornava ad esistere un solo impero e l’Italia finiva formalmente sotto l’autorità di Bisanzio, anche se in realtà Odoacre rivendicava una totale autonomia nella gestione del governo.

Un governo su cui, comunque, nessuno aveva avuto niente da ridire: il re barbaro aveva mostrato rispetto per tutte le istituzioni, a cominciare dalla Chiesa Cattolica, nonostante lui fosse di fede ariana.

Tuttavia, con il tempo la rivalità con l’imperatore Zenone si era fatta sempre più minacciosa. Zenone non si fidava del condottiero barbaro, che continuava ad estendere il suo potere in Italia con campagne contro i visigoti e con politiche che gli fruttavano il consenso popolare. Intanto, ad ovest, c’erano gli ostrogoti che si allargavano sui Balcani minacciando l’impero. Zenone aveva pensato così di risolvere due problemi in uno, offrendo a Teodorico il regno d’Italia se fosse riuscito a cacciare il generale.

Il soffitto del battistero degli Ariani a Ravenna

Nato al confine tra Austria e Ungheria, Teodorico era figlio del re degli ostrogoti Teodemiro ed era cresciuto proprio alla corte di Bisanzio, dove era stato inviato come ostaggio per garantire la pace tra il regno dei goti e Impero d’Oriente.

Nella capitale aveva vissuto per dieci anni, imparando il latino e il greco; poi era tornato in patria distinguendosi come abile condottiero. Nel 474 era succeduto al padre come re degli ostrogoti, continuando le politica di alleanza con l’impero bizantino. I suoi successi a difesa dell’impero avevano portato Zenone a nominarlo console nel 484 e a fargli erigere addirittura un monumento equestre. Ecco dunque un altro alleato sempre più ingombrante per Bisanzio. Niente di meglio, allora, che mettere i due condottieri l’uno contro l’altro prima che potessero diventare pericolosi per gli interessi di Costantinopoli.

Nel 489 il re degli ostrogoti si era così mosso verso le Alpi scontrandosi con Odoacre. Battuto sull’Isonzo, e subito dopo a Verona, il re d’Italia si era rifugiato a Ravenna, mentre Teodorico si era diretto a Milano dove aveva sconfitto l’intero esercito nemico capeggiato dal generale Tufa.

Teodorico aveva quindi inviato Tufa a Ravenna per trattare la resa ma – a sorpresa – ne era scaturita una riscossa che aveva rovesciato le parti con Teodorico assediato a Pavia da Odoacre. Grazie al soccorso da parte dei visigoti, le sorti si erano ancora una volta invertite, e il re d’Italia si era trovato costretto nuovamente a rifugiarsi nella capitale, dove era iniziato il lungo assedio da parte dei goti.

Per due anni la città era risultata inespugnabile grazie ai continui rifornimenti dal mare. A complicare la vita del re ostrogoto, poi, c’erano state defezioni, tradimenti e piccole faide. Ad ogni modo nel 492 Odoacre aveva ormai perso ogni speranza di vittoria: una sortita su larga scala appena fuori Ravenna, nella notte tra il 9 e il 10 luglio 491, si era rivelata un completo fallimento, con la morte del suo generale Livilia assieme ai migliori soldati eruli.

Nella tarda estate gli ostrogoti avevano ultimato l’assemblaggio di una flotta presso Rimini con la quale iniziare un blocco marittimo della capitale. La guerra era continuata fino al 25 febbraio 493 quando Giovanni, vescovo di Ravenna, era riuscito a negoziare un accordo tra le due parti: Odoacre e Teodorico avrebbero regnato insieme in Italia.

Palazzo di Teodorico a Ravenna in un mosaico della basilica di Sant’Apollinare Nuovo

Così, dopo un assedio durato tre anni, il 5 marzo Teodorico fa il suo ingresso nella città.

Dieci giorni dopo, a sancire la pace raggiunta, il Re goto invita Odoacre ad un grande banchetto. Il sontuoso pranzo è apparecchiato al palazzo Ad Laurentum e sono presenti le corti dei due sovrani al gran completo.

C’è un clima di grande festa ed allegria. I musici ci danno dentro con arpe, flauti e tamburi, i giullari cantano, i cani giocano in attesa degli avanzi.

Al tavolo d’onore, rialzato e coperto da un baldacchino e arazzi dorati, siedono Teodorico e Odoacre, affiancati dai rispettivi coppieri.

A fianco della tavola c’è un tavolino più basso in cui fanno bella mostra di sé il vasellame, gli argenti da pompa e i piatti con le vivande, che saranno assaggiate dal credenziere prima di essere servite.

Uno squillo di trombe annuncia l’ingresso del maestro delle cerimonie seguito dalle portate. Il trinciante taglia la carne e il pesce e lo scalco le serve con le salse ai commensali. Odoacre mangia con gusto affondando le dita sulla portata, e commenta soddisfatto che non ha mai mangiato così bene.

Particolare del Codice Palatino Vaticano (XII secolo) conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. La scena rappresenta il duello tra Teodorico e Odoacre

Teodorico lo guarda fisso e sorride.

Viene il momento del brindisi. I coppieri, dopo avere assaggiato il vino e verificato che non è avvelenato, lo versano sui calici d’argento. I due sovrani sollevano le rispettive coppe e le fanno sbattere l’una contro l’altra. Una parte del vino nella coppa di Teodorico finisce nel calice del rivale, e viceversa.

“Al nostro regno comune!” esclama Odoacre e si porta la coppa alle labbra. Ma mentre quello beve con gusto il delizioso nettare degli dei, Teodorico in un lampo lascia cadere la sua coppa, afferra la spada, la sguaina e colpisce Odoacre alla clavicola.

Il rivale lo guarda con gli occhi terrorizzati e il petto inondato di sangue. Subito nella grande sala scintillano altre decine di spade: è l’inizio di una carneficina. Odoacre crolla a terra. Teodorico infierisce con un altro colpo al cuore. Il nemico lo guarda con gli occhi persi. Con l’ultimo soffio di vita che ha ancora in gola riesce solo a dire: “Dov’è Dio?”.

Il mausoleo di Teodorico a Ravenna

“Questo è quello che hai fatto ai miei amici” risponde Teodorico, con freddezza. Poi raggiunge i suoi per continuare il massacro: non un solo soldato fedele a Odoacre uscirà vivo da quella giornata. La moglie Sunigilda viene lapidata a morte, il fratello Onulfo riesce a fuggire dal palazzo e cerca rifugio in una Chiesa, ma viene colpito dalle frecce degli arcieri sul sagrato. Il figlio Thela sarà esiliato in Gallia, ma quando cercherà di rientrare in Italia sarà anch’egli ucciso.

Teodorico, da parte sua, governerà l’Italia per 33 anni, lasciando un ottimo ricordo.

Anch’egli ariano, cercherà di rispettare e proteggere la Chiesa Cattolica seguendo l’esempio di Odoacre, diventando aggressivo solo nel momento in cui si sentirà sotto attacco; riuscirà a far convivere pacificamente latini e goti ed emanerà un codice di leggi che regolerà la vita civile con un diritto basato sull’appartenenza etnica per il quale riceverà il plauso generale; in politica estera cercherà di guadagnarsi un ruolo di prestigio tra i sovrani barbari e di mantenere una sempre più difficile pace con l’Impero d’Oriente; un grande impulso lo darà poi alle opere pubbliche, facendo ristrutturare l’acquedotto e costruire il grande mausoleo in pietra che porta il suo nome e dove – secondo una delle molte leggende che circondano la sua fine – morirà, colpito da un fulmine, il 30 agosto 526. Proprio dalla vasca centrale della maestosa struttura lo raccoglierà un cavallo nero sceso dal cielo per caricarlo in groppa e portarlo in volo fino al cratere dell’Etna, sua dimora eterna.

Arnaldo Casali

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La Disfida di Barletta

Una raffigurazione moderna della Disfida di Barletta che immortala i due campioni Ettore Fieramosca e Guy de La Motte in combattimento

Tramontata la concezione medievale del primato del potere ripartito fra Papato e Impero, all’alba del Rinascimento si affermarono progressivamente le prime monarchie nazionali quali la Francia, l’Inghilterra, la Russia, il Portogallo, da ultimo la Spagna.

Non l’Italia, che era ancora parcellizzata in ducati, principati e monarchie, dal Nord al Sud, divisa – al centro – dal Patrimonium Petri, che a quel tempo non era solo spirituale e religioso, ma anche temporale e territoriale.

Nello stesso tempo andavano scomparendo gli ultimi residui del feudalesimo come la cavalleria, in declino a seguito della diffusione delle armi da fuoco, o la nobiltà, il cui potere era sempre più limitato dall’amministrazione centralizzata della giustizia e dell’esazione di imposte, già monopolio dei feudatari, e ora invece nelle mani del sovrano.

La firma di Ettore Fieramosca

Lo scenario che si presenta in Italia all’inizio del XVI secolo è quello della rivalità tra prìncipi e signori dei numerosi distretti che si lasciano conquistare – attraverso strategiche alleanze – dagli emissari di Luigi XII di Francia e Ferdinando di Spagna (il Cattolico). In particolare i sovrani di Francia e Spagna, allo scopo di allargare i propri territori, nel 1500 stipularono un patto segreto col quale concordarono di occupare il Regno del Sud, retto dalla dinastia aragonese, e di spartirselo: due regioni alla Spagna e due alla Francia. Ma poi gli accordi furono mantenuti solo fino al momento della conquista di quel Regno, mentre successivamente sorsero violenti contrasti per quanto riguardava la spartizione del territorio, perché la Spagna – disattendendo le intese sottoscritte – reclamò per sé la fertile e ricca regione della Puglia.

La cantina della Sfida, nel centro storico di Barletta, si può visitare

L’esercito spagnolo si stanziò a Barletta, al comando del Gran Capitano Consalvo da Cordova, mentre quello francese nelle città del Comprensorio Nord Barese, in particolare a Trani, Bisceglie, Cerignola, Minervino e Canosa, dove era acquartierato il comando francese agli ordini del viceré Luigi d’Armagnac, duca di Nemours. Gli eserciti delle due maggiori potenze europee del tempo erano in attesa che a Blois – in Francia – si concludessero gli incontri delle due diplomazie francesi e spagnole, se mai avessero trovato un’intesa.

Un giorno, nel corso di uno scontro fra francesi e spagnoli, sulla via per Canosa, questi ultimi catturarono un drappello di cavalieri francesi. Condotti prigionieri a Barletta, nel corso di un incontro conviviale presso l’Osteria del Sole (fra i due eserciti infatti non era ancora stato dichiarato lo stato di belligeranza) volarono “parole grosse”. Guy de La Motte, insolente capitano dei transalpini, sostenne, durante una animata discussione, che “i francesi non tenevano gli italiani in alcuna estimazione”.

A questa tracotante affermazione, il comandante spagnolo Diego de Mendoza prese ad esaltare la combattività degli italiani in forza agli spagnoli il cui valore – a suo dire – era superiore ad ogni altro. Anche un altro ufficiale spagnolo presente alla cena, Inigo Lopez de Ayala, non seppe tacere di fronte alle insolenze francesi e rivolto all’impudente La Motte lo provocò affermando che “per giudicare, si avessero a misurarsi tanti italiani con altrettanti francesi”.

Manifesto celebrativo per il IV Centenario della Disfida di Barletta

De La Motte, borioso e arrogante, non se lo fece ripetere due volte ed accettò la sfida. La notizia si sparse rapidamente fra le milizie italiche che erano al soldo dell’esercito spagnolo. Incontratisi i più valenti campioni, la scelta del capo della nostra formazione cadde su Ettore Fieramosca da Capua il quale – d’accordo con Prospero Colonna – scelse altri dodici cavalieri, preferendo che fossero espressione ciascuno di una regione italiana, per cercare di realizzare – sul campo – quella unità italica delle armi che non si era ancora realizzata sotto un unico governo ed una sola bandiera. Ed ecco perché talvolta si afferma che la Disfida di Barletta costituì la prima fiammella d’italianità di un paese ancora diviso in tanti stati e staterelli.

Fu stabilito il giorno per il certame: 13 febbraio 1503, dopo di ché si inviarono per le vie di Barletta e per le circostanti contrade araldi a cavallo che, tra squilli di trombe e rulli di tamburi, declamarono il Cartello della Sfida.

Ed ecco il nome dei tredici cavalieri italiani perché ne sia tramandata la memoria, come raccomandò lo storico Gregorovius: Ettore Fieramosca da Capua; Francesco Salamone da Sutera; Marco Corollario da Napoli; Guglielmo d’Albamonte da Palermo; Pietro Riczio da Soragna; Mariano d’Abignente da Sarno; Giovanni Capoccio da Spinazzola; Ludovico d’Abenevole da Capua; Ettore Giovenale da Roma; Bartolomeo Fanfulla da Lodi; Romanello da Forlì; Miale da Troia e Giovanni Brancaleone da Genazzano.

Monumento nella città di Barletta in ricordo della Disfida

I principi Prospero e Fabrizio Colonna, comandanti dei soldati italiani al servizio degli spagnoli, organizzarono la Disfida che si sarebbe svolta in un campo fra Andria e Corato, detto campo di Sant’Elia, appartenente alla città di Trani sotto il protettorato veneziano, quindi un terreno neutrale.

Dopo il reclutamento dei propri campioni, al cospetto del Gran Capitano Consalvo da Cordova, i Colonna organizzarono l’investitura a cavaliere dei 13 campioni italiani; dopo di che essi, sulla strada per Corato, si fermarono nella Cattedrale di Andria dove giurarono “di voler morire piuttosto che uscire vinti dal campo”.

Durò poche ore, la tenzone, che dopo una serie di combattutissimi scontri fra i 26 duellanti, si concluse con la vittoria degli Italiani. Molti i feriti, e un solo morto, il francese Graiano d’Ast.

Grande fu il clamore di questa vittoria non solo in Italia, presso le diverse signorie, ma anche in Europa, specialmente presso le corti di Francia e Spagna.

Lì per lì fu una fiammata che illuminò della sua notorietà il cielo d’Europa. Sembrava che si fosse estinta, mentre i suoi riverberi avrebbero illuminato – con alterna fortuna – i secoli seguenti; sembrava che – dopo il trattato di Vienna del 1814 – si spegnessero del tutto. Ma non sarà così perché, riaccesi dalla vivida scrittura del D’Azeglio, nel suo famoso romanzo, torneranno essi a illuminare il nostro spento scenario nazionale e a infiammare gli animi degli Italiani.

Renato Russo

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I Mongoli a Baghdad, la fine di un mondo

La conquista di Baghdad da parte di Hülagü Khan

I Mongoli entrarono a Baghdad il 10 febbraio 1258. La “Città della Pace” venne rasa al suolo. Il saccheggio durò 7 giorni. I morti, secondo le fonti occidentali, arrivarono a 800.000. I cronisti arabi parlarono addirittura di 2 milioni di vittime. Insieme a Baghdad, venne spazzata via anche la dinastia degli Abbasidi, la più duratura del mondo medievale islamico, salita al potere nel 750, meno di 120 anni dopo la morte del profeta Maometto (570-632).

L’evento venne considerato dai musulmani come il più catastrofico nella storia dell’Islam. Cinquecento anni di storia, contrassegnati dal governo di 37 califfi, furono cancellati di colpo. La ferita causata da quegli avvenimenti rimase aperta per secoli.

Tanto che ancora nel 2002 Osama Bin Laden, il terrorista saudita fondatore di al-Qaida, in una registrazione captata dai servizi segreti americani, parlando dell’invasione Usa in Iraq nella prima Guerra del Golfo (1990-1991), paragonò il vicepresidente americano Dick Cheney e il segretario di Stato Colin Powell a Hülagü Khan, il comandante mongolo che nel XIII secolo guidò la devastazione di Baghdad.

Hülagü era uno dei nipoti del mitico Gengis Khan e fratello di Arig Bek, Munke e Kublai Khan. Munke, Gran Khan dei Mongoli dal 1251 al 1258, gli ordinò di sottomettere tutti i regni musulmani ad ovest del suo impero, “fino ai confini dell’Egitto”.

Hülagü lasciò Qaraqorum nel maggio 1253, alla testa di un esercito imponente. Il più grande che si fosse mai visto: 120.000 soldati. In tutto il grande impero che dal Volga arrivava fino all’Oceano Pacifico, un guerriero ogni dieci, fu obbligato ad unirsi alla spedizione.

La marea di uomini e cavalieri raggiunse Samarcanda nel settembre del 1255. E presto tracimò nelle variegate terre della grande Persia.

Il primo stato a cadere fu il Luristan, scosceso territorio nel sud dell’attuale Iran, duemila chilometri più a est, tra i monti Zagros e la fertile Mesopotamia.

Subito dopo, Hülagü dirottò dodicimila uomini, guidati dal suo generale Kitbuga più a nord, per schiacciare e sottomettere la setta ismailita dei Nizariti, i famigerati “hashishiyyin”. Gli Assassini si erano asserragliati nei loro castelli e respinsero i primi, violentissimi attacchi. Così i Mongoli cambiarono in fretta strategia: occuparono le vie di comunicazione per tagliare i rifornimenti e prendere le munite fortezze per fame.

Hülagü voleva a tutti i costi la resa di Alamut: la fortificazione fu distrutta nel dicembre del 1256. Ma il Khan già pensava a Baghdad: i suoi messaggeri, a più riprese, chiesero al califfo abbaside al-Mustanṣir, di offrire le truppe musulmane ai Mongoli, in segno di sottomissione, per vincere definitivamente la guerra contro gli Assassini.

Il califfo era però convinto di resistere. Non si spaventò. Nicchiò, prese tempo: rispose con altri messaggi, cauti e sprezzanti, nelle quali l’alterigia del sovrano di una grande capitale si alternava all’orgoglio di chi era conscio di rappresentare una dinastia che dominava un mondo ancora potente e vastissimo.

Ritratto di Hülagü e di Doquz Kathun in una miniatura trecentesca

L’ennesimo ultimatum di Hülagü Khan giunse in forma di poesia: “Quando conduco adirato il mio esercito contro Baghdad, ovunque tu ti nasconda in cielo o in terra ti precipiterò dalle roteanti sfere; ti lancerò in aria come fa un leone. non lascerò in vita nessuno del tuo regno; brucerò la tua città, il tuo territorio, te stesso. Se vuoi salvare te e la tua venerabile famiglia, dà retta al mio avviso con l’orecchio dell’intelligenza. Se non lo farai tu vedrai ciò che Dio avrà voluto”.

Cavalieri mongoli dell’Ilkhanato

La risposta degli Abbasidi fu affidata alle armi: i soldati del califfo scatenarono un attacco a sorpresa lungo le rive del Tigri ma vennero sconfitti e inseguiti fin sotto le mura di Baghdad.

Pochi giorni dopo l’assedio iniziò. Protetto da mezzo milione di soldati, al-Mustansir si preparò alla battaglia, invocando la collera di Allah contro gli invasori.

Nel frattempo, allo sterminato esercito di Hülagü si erano aggiunti almeno altri ventimila uomini. Cristiani e vassalli del Khan. Erano guidati dal re armeno di Cilicia, da molti nobili del regno di Georgia e dai cavalieri franchi del principato di Antiochia.

Hülagü dislocò i soldati tutto intorno alle mura, sia sulla riva occidentale che su quella orientale del Tigri per tenere sotto pressione la città in ogni suo lato.

Kuo Kan, il generale cinese dei Mongoli, fece costruire un ampio fossato e un’alta palizzata, sotto la quale quasi mille artiglieri e genieri spinsero macchine d’assedio e catapulte capaci di scagliare sostanze incendiarie a grande distanza.

Le dighe che regolavano le acque del fiume e l’approvvigionamento idrico vennero distrutte. I canali di irrigazione furono smantellati. Nuvole di fumo e centinaia di migliaia di frecce incendiarie oscurarono il cielo sopra la grande città.

La libertà di azione del cavaliere mongolo era dovuta all’uso delle staffe, all’equipaggiamento leggero e all’arco corto

I Mongoli riuscirono ad aprire una breccia e occuparono un largo tratto di mura. Baghdad capitolò dopo altri cinque giorni di ininterrotti e furiosi combattimenti, il 10 febbraio 1258. Per la famiglia dell’ultimo califfo abbaside, non ci fu nessuna pietà: mogli e figli furono trucidati. Sopravvisse solo un bambino, mandato come ostaggio in Mongolia e una ragazza che il capo dei Mongoli volle come schiava nel suo harem.

Ma passarono alcuni giorni prima che al-Mustansir venisse giustiziato. Hülagü, come tutti i Mongoli, era infatti convinto che spargere sul terreno il sangue di un capo nobile, anche se straniero, fosse un affronto insostenibile per la Terra, madre della vita.

La Terra, in quel caso, come spiegò lo storico René Grousset nel fondamentale libro “L’impero delle steppe, Attila, Gengis Khan, Tamerlano” poteva vendicarsi dell’insulto degli uomini scatenando lutti e calamità.

Un dotto persiano, Nassireddin Tuossi, suggerì al Khan la soluzione: il “sostituto del Profeta” venne avvolto in un tappeto su cui vennero fatti passare, a più riprese, cavalieri al galoppo.

Il sangue del califfo non macchiò la terra. L’onore del Khan fu salvo. Ma altro sangue grondò per le strade di Baghdad.

Hülagü Khan all’assalto della fortezza di Alamut

Munke, il Gran Khan, aveva ordinato di uccidere solo chi avesse fatto resistenza e di risparmiare chi invece si arrendeva. Hülagü però ignorò la raccomandazione e lasciò alle truppe la libertà di saccheggio. Per sette giorni, bruciarono palazzi e interi quartieri. Centinaia di migliaia di persone vennero uccise. La strage non risparmiò le donne e i bambini. Molti dei cristiani che vivevano a Baghdad scamparono all’eccidio grazie a un provvidenziale intervento: quello di Doquz Khatun, la moglie di Hülagü. La principessa, la cui famiglia si vantava di discendere da uno dei Re Magi, era una cristiana nestoriana. La dottrina, poi condannata nel concilio di Efeso, negava “l’unione ipostatica” tra la figura umana e quella divina di Cristo. Per il patriarca di Costantinopoli Nestorio, in Cristo convivevano infatti due nature e due persone.

Del resto, anche Hülagü fu educato da un prete nestoriano. Come pure suo fratello Qubilay, il Kublai Khan di Marco Polo. La madre stessa dei due principi mongoli era una cristiana. Si chiamava Siurkukitibeighi e apparteneva al popolo di lingua turca dei Karaiti, originario della Crimea, convertito in massa, intorno all’anno Mille, alla fede cristiano-nestoriana. Doquz Khatun, moglie del conquistatore di Baghdad, era la vedova di Tolui, padre di Hülägü e figlio di Gengis Khan. Il capo dei Mongoli sposò la sua giovane matrigna proprio durante la spedizione militare in Persia.

Nel 1258, grazie a Doquz Khatun il patriarca nestoriano Makika potè trasformare una delle residenze del califfo di Baghdad. Anche in seguito, in tutti i territori conquistati da Hülägü Khan furono costruite edifici sacri. Addirittura, una chiesa mobile, con tanto di campane, venne eretta nel cuore del campo mongolo per tutto il periodo delle spedizioni militari di Hülägü.

La presa di Baghdad e la morte del Califfo al-Musta’sim, padre spirituale dei musulmani, fu accolta con giubilo in occidente. Papa Alessandro IV salutò Hülägü come “pincipe alleato dei cristiani” e inviò missionari in Asia con lettere di congratulazioni da presentare al Khan.

Al-Mustaʿṣim è costretto a consegnare il tesoro califfale nelle mani di Hulegu dopo la presa di Baghdad (illustrazione tratta da Le livre des merveilles, di Marie-Thérèse Gousset)

Ma appena pochi giorni dopo l’imbarco dei religiosi alla volta della Mesopotamia, arrivò la ferale notizia delle devastazioni perpretate dalle orde mongole intorno alle rive del Niester e del Danubio.

Il sogno di una alleanza con il popolo delle steppe presto si tramutò in un incubo. Messe e digiuni, processioni e preghiere si moltiplicarono nelle chiese d’Europa per scongiurare la catastrofica minaccia. E alle “Litanie dei santi” venne aggiunta un’altra invocazione, destinata a durare per lungo tempo: “Dall’invasione dei Mongoli, liberaci o Signore!”.

A Baghdad, il saccheggio colpì, in modo irrimediabile anche la Bayt al-Hikma, che all’epoca era la più grande biblioteca del mondo. Un vero e proprio tempio della lettura, fondato nell’anno 832 da Hārūn al-Rashīd (766-809) quinto califfo della dinastia.

Hülagü Khan sul trono di Bagdad

Nella “Casa della Sapienza” c’erano tutti i testi conosciuti dell’antichità, raccolti e tradotti da 3.000 studiosi, stipendiati dal governo abbaside. Opere di matematica, filosofia, astronomia, medicina e poesia, in lingua ebraica, greca, copta, siriaca, medio-persiana e sanscrita.

Hunain (808-873) medico e scienziato di lingua aramaica, figlio di un cristiano nestoriano, spiegò, con orgoglio, la filosofia della grande istituzione culturale: ”Non dobbiamo vergognarci di conoscere la verità e la scienza, da qualunque fonte essa giunge a noi, anche se arriva da molteplici culture straniere”.

La fama della Bayt al-Hikma e delle altre biblioteche cittadine era talmente diffusa che fu anche all’origine di un famoso detto mediorientale: “Gli egiziani scrivono libri, i libanesi li commerciano, ma è a Baghdad che vengono letti”.

La grande biblioteca, già dall’anno 832 era diventata il primo policlinico della storia: più di 200 medici curavano e operavano i malati e, allo stesso tempo, insegnavano medicina a 1000 studenti che venivano retribuiti dallo stato per compiere il loro percorso scolastico. Tutti i pazienti, di ogni sesso e razza, avevano l’accesso gratuito alle cure.

Nel giro di qualche ora, la “Casa della Cultura” si svuotò e morì, come il potere degli Abbasidi.

Le drammatiche cronache di quel febbbraio 1258 ricordano che migliaia e migliaia di preziosi volumi vennero gettati nel Tigri. Tanto che da una sponda e l’altra del grande fiume si formò quasi una diga di carta. E l’acqua chiara diventò nera per l’inchiostro che colava dalle righe dei fogli bagnati. Insieme agli antichi manoscritti annegò anche un mondo. E ne nacquero altri, più aridi e desolati. Come quello di polvere e sabbia, cresciuto tutto intorno alle fertili terre della Baghdad medievale.

Un deserto esteso, dovuto alla progressiva salinazione del terreno, combinata alla distruzione capillare, per mano mongola, dei tanti canali e sistemi di irrigazione. Riparati, in minima parte, soltanto nella seconda metà del XX secolo.

Federico Fioravanti

Bibliografia essenziale: A. Miskawayh, D.S. Margoliouth, The Eclipse of the Abbasid Caliphate, I. B. Tauris 2013. Richard J. Samuelson, Gengis Khan: il guerriero figlio della steppa, edizioni bp By LA CASE, 2010 George Lane, Genghis Khan and Mongol Rule, Hackett Pub Co Inc 2009. AA.VV., Imperi delle steppe. Da Attila a Ungern Khan, prefazione di F. Cardini, centro studi “Vox Populi”, Pergine 2008. Vito Bianchi, Gengis Khan, Laterza, 2007. E.J. Hanne, Putting the Caliph in his Place: Power, Authority, and the Late Abbasid Caliphate, Fairleigh Dickinson 2007. John Man, Gengis Khan, Mondadori, 2006. Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006. Giovanni da Pian del Carpine, “HISTORIA MONGALORUM“, 1245-1247 (“Storia dei Mongoli”, Edizione Critica, Spoleto, Centro italiano di Studi sull’Alto Medioevo, 1989) traduzione in mongolo di Lkhagvajav Nyamaa, 2006. John Man, Gengis Khan Life, death and resurrection, Bantam, 2005. Jean-Paul Roux, Ghenghis Khan and the Mongol Empire, Parigi, Fayard, 2003. Albert Hourani, Storia dei popoli arabi. Da Maometto ai nostri giorni, Arnoldo Mondadori editore, 1992. Hugh Kennedy, The Prophet and the Age of the Caliphates, London-New York, Longman, 1986. Eustace Dockray Phillips, Gengis Khan e l’impero dei Mongoli, Newton Compton editori, 1979. P.M.Holt- Ann K.S. Lambton – Bernard Lewis (eds.), The Cambridge History of Islam, Cambridge University Press, 2 voll. in 4 tomi, 1970. Philip K. Hitti, Storia degli Arabi, Firenze, La Nuova Italia editrice, 1966. Harold Lamb, Gengis Khan, Dall’Oglio editore, 1957. René Grousset, L’impero delle steppe, Attila, Gengis Khan, Tamerlano, Paris, Pavot, 1939. Julius Wellhausen, Das arabische Reich und sein Sturz, Berlin, G. Reimer, 1902 (traduzione inglese: The Arab Kingdom and its Fall, London and Dublin-Totowa (NJ), Curzon Press Ltd-Rowman & Littlefield, 1927.

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La nascita dei Monti di Pietà

Particolare degli affreschi del chiostro del duomo di Bressanone (sec. XIV-XVI)

Una lotta lunga un secolo. Una guerra senza spargimento di sangue, ma anche senza esclusione di colpi, in un intreccio tra religione, politica ed economia.

Due i fronti contrapposti: da una parte i francescani osservanti, dall’altra i banchieri ebrei. La parola chiave è usura: uno dei peccati più gravi per il cristianesimo, ma non per la religione ebraica, tanto che gli ebrei sono diventati protagonisti della rinascita economica e culturale dell’Italia al tramonto del Medioevo.

Sul pacifico equilibrio fatto di convivenza e integrazione piombano però, a metà del XV secolo, i frati minori osservanti guidati da Bernardino da Siena, che nell’Umbria francescana hanno il loro centro propulsore.

Alla secolare condanna dell’usura Bernardino affianca – per la prima volta – un’alternativa, fondando una vera e propria economia cristiana. E il suo discepolo frate Barnaba Manassei, rampollo di una ricca famiglia di Terni, la mette in pratica fondando i Monti di Pietà, ovvero delle “banche cristiane” orientate non solo al mero profitto ma alla giustizia sociale.

San Bernardino in un affresco della Cappella delle Rose alla Porziuncola (Santa Maria degli Angeli, Assisi)

“C’è qui un uomo che voglia diventare rico? – dice il frate senese in una predica – Oh, quanti ci so’ che dicono di sì. E io ti voglio insegnare e diventerai rico. Presta a usura e diventerai in poco tempo rico. Ma io non ti ho detto a chi. Io dico ben che tu presti, ma presta a uno che ti renda. Iddio è quello veramente e ma non falla che egli non renda. E sai quanto ‘e rende? Rende cento per uno. Che cent, che cent? Egli rende più di miglia per uno, più di du’ migliaia”.

Nel 1438 i banchi italiani praticano un tasso minimo di 6 denari per libbra al mese, pari al 30% di interesse. E Bernardino da Siena, grande riformatore dell’Ordine francescano, definito “mistico per eccellenza” si dedica a sistemare la dottrina della pratica affaristica, esponendo le sue idee in materia di economia nel Tractatus de contractibus et usuris gettando le basi dell’etica dell’economia, di cui è l’indiscusso inventore.

Un’etica che non si ferma più – come detto – alla condanna dell’usura, ma va alla ricerca di alternative, proponendo agli imprenditori e ai mercanti una condotta di vita capace di conciliare cristianesimo e ricchezza. Nel suo trattato Bernardino non si ferma a questioni di principio, ma entra nei dettagli, precisando anche quale interesse si può chiedere lecitamente e il profitto che si può trarre.

Tractatus de contractibus et usuris di Bernardino da Siena (sec. XV)

“Con il tractatus bernardiniano si rende chiara e completa una dottrina francescana del denaro – spiega Pompeo De Angelis – non più considerato polvere da calpestare ma inquadrato nella positività della proprietà privata, nell’etica del commercio, nella determinazione equa del valore e del prezzo”.

Barnaba Manassei era nato a Terni nel 1398 in una famiglia ghibellina proveniente dalla Sabina. Dopo gli studi di Medicina all’università di Perugia, era passato a teologia. “Il padre di frate Barnaba – spiega De Angelis – era stato podestà di Recanati e di Ancona, L’Aquila, Firenze, Siena, Norcia e Perugia. Il fratello Stefano nel 1452 fece invece parte della commissione municipale che difese i banchi ebraici nel momento in cui cadde l’interdetto su coloro che li sostenevano”. “Suo nipote Barnaba – continua De Angelis in Barnaba Manassei e la fondazione dei monti di pietà (Istess, 2008) – era da un anno vicario della provincia francescana e frequentava da quattro anni lo Studium di Monteripido a Perugia. Fu certamente partigiano dello zio, perché convinto della necessità dei prestiti per il funzionamento sociale”. Indossato l’abito francescano nel 1430, otto anni dopo Barnaba conosce Bernardino da Siena e ne diventa allievo. E’ guardiano del convento di Santa Maria degli Angeli dal 1438 a 1451, anno in cui viene eletto vicario della provincia di Perugia, carica confermata nel 1460.

Convento di Monte Ripido (Perugia)

Nella quaresima del 1462 Barnaba incontra frate Michele Carcano da Milano. Carcano ha appena 35 anni mentre Barnaba ne ha 64 e da 25 vive alternando meditazioni economiche e ascetismo, sull’esempio di Bernardino da Siena, ormai morto da 18 anni e già beatificato. “La personalità di Barnaba – scrive De Angelis – era molto più forte di quella del giovane frate, rappresentante di una seconda generazione di predicatori che non riuscirà mai ad eguagliare la prima”.

Il 4 aprile si tiene il Consiglio Comunale di Perugia a cui prende parte anche Carcano, che riesce a far mettere ai voti la delibera per abrogare i capitoli concessi agli ebrei per il prestito. La proposta ottiene 48 voti favorevoli e uno contrario; viene così chiesto di interrompere l’attività di banco e contribuire con una somma alla costituzione di un monte di denaro in vista della fondazione di una banca per i poveri: l’alternativa a quella degli usurai.

L’unico precedente a cui riferirsi, precisa De Angelis, è quello ternano della Confraternita di San Nicandro, della quale sono soci esponenti della famiglia Manassei. Sorta nel 1291, la Confraternita – oltre a dare vita al primo ospedale cittadino – aveva raccolto molti lasciti in beni e denaro, tanto da poter soccorrere le finanze municipali con prestiti in cambio di privilegi. “Barnaba Manassei, in quanto medico, aveva collaborato con la Confraternita, che gestiva l’ospedale civico, sempre più ampio. Per lui l’intera opera pia ternana rappresentava un esempio di accumulazione di denaro per il bene comune”.

Ordinationi e statuti del Monte della pietà (1472)

Nel mese di aprile del 1462, a Perugia, viene stabilita la somma di 3000 fiorini per la cassa iniziale e viene elaborato uno statuto in 18 articoli che regola le concessioni di prestiti, la restituzione del mutuo e la gestione del banco.

L’istituzione viene chiamata “Monte dei poveri” non tanto perché soccorre i non abbienti, ma perché limita a 6 fiorini il tetto del prestito e a 6 mesi il termine massimo della restituzione. “Dal che se ne deduce che il Monte era rivolto ai bisogni dei più modesti artigiani e non corrodeva il terreno dei grossi banchi dei giudei, necessari alla finanza pubblica e ai patrimoni immobiliari. L’interesse sul prestito doveva coprire le spese degli ufficiali addetti alla gestione e la fluidità della circolazione del danaro. Il tasso di interesse venne indicato circa un anno dopo la stesura dello statuto, perché il Monte ebbe difficoltà ad avviarsi”.

Da Perugia, l’invenzione di Barnaba Manassei inizia a diffondersi in poco tempo nelle altre città dell’Umbria e d’Italia.

Nel 1464 è a Terni, nel 1466 in Toscana. “I francescani avevano trovato il campo in cui battersi positivamente”. La rivoluzione era iniziata.

La predicazione dei francescani usa la demagogia di attribuire le difficoltà dei più poveri all’usura degli ebrei e al peccato mortale collettivo dell’ospitarli. Sulle città “disobbedienti a Dio” arriva l’interdetto papale. Ma non sempre: d’altra parte se spesso le banche ebraiche vengono tollerate è perché il governo cittadino e lo stesso vescovo stipulano convenzioni con le comunità giudee. “Sarebbe difficile mantenere il popolo senza qualche esercizio di usura” ammettono gli avvocati. D’altra parte le convenzioni con gli ebrei rappresentano “un argine allo strozzinaggio dei prestatori cristiani”.

Nella quaresima del 1464 arriva a Terni la nuova e definitiva offensiva da parte dei francescani con le prediche di Nicola da Spoleto che definisce gli ebrei “voracissimi orsi e rabbiosi cani del pio sangue dei cristiani” accusandoli di essere la causa della diffusa povertà. Il 25 marzo alcuni membri del consiglio comunale si schierano con il predicatore francescano e il municipio decide di non rinnovare l’accordo con gli ebrei.

Per costituire il Monte di Pietà di Terni vengono investiti 450 fiorini, “cifra che si dimostrò presto insufficiente a prestare a tutto il popolo”. L’arrivo a Terni di Barnaba Manassei e di frate Fortunato Coppoli da Perugia migliora la situazione perché i due confratelli riescono ad attribuire una responsabilità al municipio nel finanziamento del Monte. “Quando era sostenuto dalla sola Confraternita di San Nicandro aveva il nome Mons Mutationis, poi quando agì una commissione composta da Manassei, Coppoli e due deputati comunali assume il nome di Monte di Pietà”

Con la riforma del 1467 il Monte dei francescani diventa un affiliazione del Comune e della fraternità laica di San Nicandro. Nello statuto del Monte si legge: “Primo, che questo Monte è nato principalmente per aiutare le persone bisognose nelle cose lecite: deve essere mantenuto, usato e governato nei modi prescritti dai capitoli e cioè: che tutti i denari che in esso si depositeranno in qualunque modo o da qualsiasi singola persona, in dono, in lasciti o in prestiti, sia al presente che nei tempi futuri, di giorno in giorno verranno incassati da un depositario eletto e per la durata della sua elezione, il quale terrà un conto ordinato in un libro esclusivo per questi atti, in cui si segneranno le entrate e le uscite, secondo l’uso del buon mercante e la singola persona depositerà denari o li pagherà in seguito a rogiti notarili”. Lo statuto prosegue in 18 articoli, sulla falsariga di quello di Perugia. “Si può dire – spiega Pompeo De Angelis – che il capitalismo ebbe per base la teologia, la giurisprudenza e la ragioneria dei francescani di Monte Ripido, attraverso l’opera concreta di Barnaba Manassei, Fortunato Coppoli e Michele Carcano”. Dopo quelli di Perugia e Terni un Monte di Pietà nasce anche a Borgo Sansepolcro “con cui si aprì la strada della Toscana ai banchi francescani, formazione che derivò dalla visita di Fortunato Coppoli nel 1466.

Ritratto di Luca Pacioli attribuito a Jacopo de’ Barbari (museo di Capodimonte, Napoli)

Quando viene fondato il Monte di Pietà a Borgo San Sepolcro vive il francescano Luca Pacioli: “Ea nato verso il 1445 da una famiglia povera ed ebbe un’istruzione da Piero della Francesca, che gli servì per lavorare con un mercante veneziano”.

Nel 1470 Luca indossa l’abito francescano e di distingue come matematico alla corte del duca di Urbino e di Ludovica Sforza a Milano. “Con il suo trattato De computi delle scritture si chiude il cerchio dei francescani, personaggi autorevoli del Rinascimento, trasformatisi in teorici del capitalismo”.

Nella dedica al duca di Milano, sottolinea De Angelis, scrive la sintesi migliore della vicenda dei Monti di Pietà: “Dicano molti biasimando una parte tra le essenziali del corpo trafficante detto cambio. E per conseguenza, chiamino quelli che lo esercitino usurai e peggio che giudei, che certamente con cento mani sono da benedire perché, tolto il cambio, sarebbe distrutto il fondamento tutto dell’edificio mercantesco, senza il quale non è possibile che le repubbliche si mantengano: né la vita umana potrebbe sostenersi”.

Poi avverte delle “abusioni” possibili e indica i modi di rendere il cambio lecito “quando il tasso di interesse si è calcolato in sudore e spesa di chi eroga il denaro”.

Insomma la banca è già diventata indispensabile. Tanto vale che sia etica.

Arnaldo Casali

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La Sindone e la Veronica

Il negativo fotografico di un particolare della Sindone, un lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce delle dimensioni di circa 4,41 x 1,13 m., contenente la doppia immagine accostata per il capo di un uomo

Stesso volto ma identità diverse. E quando c’è una non c’è mai l’altra.

Sono un po’ come Superman e Clark Kent, la Sindone e la Veronica: la più importante e venerata reliquia dei giorni nostri, praticamente ignorata nel Medioevo e la più importante e venerata reliquia del Medioevo, scomparsa ai giorni nostri.

Le due più celebri immagini del volto di Cristo ci raccontano la stessa storia: quella di un telo di lino che, appoggiato sul viso sanguinante di Gesù, ne ha impresso – come una fotocopia – la sua più fedele riproduzione.

Entrambe conosciute nel Medioevo, le due reliquie non si sono però mai “incontrate”. Tanto da poter azzardare l’ipotesi che si tratti, in realtà, della stessa cosa.

La Sindone di Torino è infatti attestata solo a partire dal tardo Medioevo e ha guadagnato la sua celebrità in epoca moderna, mentre la Veronica è forse la più celebre reliquia del Medioevo, ma è andata perduta da secoli.

Dal greco sindon, ovvero “lenzuolo”, la Sindone è – per l’appunto – il lenzuolo in cui sarebbe stato avvolto il corpo di Gesù dopo la morte.

 

In realtà la Sindone è un conclamato falso storico. Il più celebre e importante esame compiuto sul telo è la datazione eseguita nel 1988 con la tecnica radiometrica del carbonio 14. Il risultato dell’esame, eseguito separatamente da tre laboratori (Tucson, Oxford e Zurigo) su un campione di tessuto prelevato appositamente, ha stabilito che il lenzuolo va datato nell’intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390. La correttezza dell’esame del Carbonio 14 effettuato, riconosciuta valida dalla comunità scientifica, è criticata o messa in dubbio dagli “autenticisti” sostenitori di un’origine più antica, che si appoggiano ad altre osservazioni, presentate su riviste con credibilità scientifica di gran lunga inferiore nella valutazione accademica, sostenendo che ci sarebbe la possibilità che il telo sia più antico e originario del Medio Oriente

A prescindere dalla sua autenticità, sicuramente una sindone esiste ed è attestata dai Vangeli che parlano espressamente di un panno usato per coprire il corpo di Gesù dopo la morte. In particolare, Matteo, Marco e Luca parlano di un “lenzuolo” mentre Giovanni fa riferimento a dei “teli” e a un “sudario” posto sul capo.

Completamente diversa è la storia della Veronica: la tradizione vuole che una pia donna si fosse avvicinata a Gesù mentre saliva al calvario e gli avesse asciugato il viso con un fazzoletto. Una tradizione, però, molto tardiva e che non trova alcun indizio nelle Scritture, non essendo l’episodio citato nei Vangeli ufficiali e nemmeno in quelli apocrifi. Nonostante santa Veronica sia entrata nel calendario ufficiale dei santi (viene festeggiata il 12 luglio ed è la patrona dei fotografi, delle lavandaie e della Francia, dove si sarebbe trasferita per evangelizzare i Galli) si tratta si un personaggio completamente leggendario.

Il suo nome deriva da “Vera icona”, ossia vera immagine. In realtà, ad essere precisi, più che creare il nome, l’assonanza tra Vera icona e il nome Veronica (adattamento latino del greco Berenice) è servita a collegare la reliquia del volto di Cristo a una donna – l’emorroissa guarita da Gesù – citata senza nome nei vangeli canonici e con il nome di Berenice in alcuni apocrifi e quindi inserita “a posteriori” nella salita al Calvario.

È la reliquia stessa, dunque, a dare origine alla leggenda che si sviluppò nel corso dei secoli, e non il contrario – come nel caso della Sindone. Di fatto risalgono al secolo VIII i primi testi che parlano di una misteriosa reliquia custodita da santa Veronica: sarebbe stata in grado di guarire l’imperatore Tiberio, anche se in questo caso si parla di un’immagine dipinta dalla stessa Veronica e solo secoli più tardi il telo verrà associato alla Via Crucis.

Santa Veronica con l’omonimo velo, dipinto di Hans Memling (1435/40-1494)

Quel che è certo è che nel Medioevo l’icona è custodita ed esposta a Roma ed è la più celebre e venerata reliquia della cristianità. Insieme alla tomba di San Pietro e al luogo del martirio di San Paolo è proprio la Veronica la principale meta dei pellegrinaggi romani, tanto che la sua riproduzione diventa il simbolo – potremmo dire il “logo” – esibito dai pellegrini diretti a Roma, allo stesso modo in cui la conchiglia diventa quello di Santiago de Compostela.

L’ostensione della Veronica durante il Giubileo del 1300 viene citata anche da Dante nel XXXI canto del Paradiso e da Petrarca del Canzoniere. Eppure, inspiegabilmente, questa reliquia così importante non arriva ai giorni nostri. Se ancora oggi nelle chiese romane si possono osservare i resti della mangiatoia dove era stato posto Gesù neonato (a Santa Maria Maggiore) e quelli della croce, le catene, le spine della corona, la colonna su cui era stato fustigato e addirittura il “titulum” con la scritta Iesus Nazarenus Rex Iudeorum (a Santa Croce in Gerusalemme), della Veronica non rimane alcuna traccia.

Ed è curioso che proprio mentre si perdono le tracce della Veronica aumentino quelle della Sindone. La prima attestazione del lenzuolo risale infatti al 1353, in Francia, quando Goffredo di Charny, che fece costruire una chiesa nella cittadina di Lirey, donò alla collegiata il lenzuolo senza spiegare come ne fosse entrato in possesso. Venduta ai Savoia nel 1453, la Sindone fu trasferita a Chambéry, dove nel 1502 vene costruita una cappella per custodirla: qui rimase vittima dell’incendio del 1532 di cui porta ancora i segni. Dopo aver spostato la loro capitale a Torino, nel 1578 i Savoia trasferirono anche la Sindone per abbreviare il pellegrinaggio a piedi effettuato da Milano da San Carlo Borromeo (che voleva rispettare il voto fatto durante l’epidemia di peste) e nel 1694 la collocarono nella cappella dove si trova ancora oggi.

È significativo dunque, che la storia della Veronica si concluda – più o meno – proprio dove inizia quella della Sindone e le origini del telo di Torino siano tanto misteriose quanto il destino della reliquia romana. Di certo deve far riflettere il fatto che la tradizione agiografica faccia concludere la vita di Santa Veronica proprio nella stessa terra – la Francia – dove inizia la storia documentata della Sindone.

Potrebbe dunque trattarsi della stessa reliquia, che a Roma veniva esposta ripiegata più volte in modo da mostrare solo il volto? L’ipotesi potrebbe essere suggestiva, ma deve fare i conti con altre due reliquie medievali dello stesso tipo: il Volto Santo di Manoppello e il Mandylion.

Abgar V regge il Mandylion in una icona del secolo X

Il Mandylion è un’immagine del volto di Cristo proveniente da Edessa, in Mesopotamia, citata a partire dall’anno 544. Dopo la conquista islamica l’icona viene trasferita a Costantinopoli nel 944 e se ne perdono le tracce nel 1204 con i saccheggi seguiti alla quarta crociata. Sono molto confuse le leggende sulla sua origine: esattamente come nel caso della Veronica, si mescolano quelle che lo vogliono un dipinto miracoloso e quelle che lo ritengono un’immagine impressa dallo stesso volto di Cristo. Certo è significativo che scompaia a Costantinopoli appena quattro anni prima della prima esposizione pubblica della Veronica a Roma, voluta da Innocenzo III nel 1208.

Quanto al Volto Santo di Manoppello, si tratta di un tenue velo che raffigura un viso maschile. Arrivò nella città abruzzese nel 1505, quando uno sconosciuto pellegrino lo donò al dottor Giacomo Antonio Leonelli. L’immagine sarebbe un acheropita, ovvero una raffigurazione realizzata senza l’utilizzo di pigmenti ma “stampata” con una tecnica non identificata. Esattamente come la Sindone.

Se molti, vista la quasi perfetta coincidenza di date, identificano il Volto di Manoppello con la Veronica, altri notano come sia perfettamente sovrapponibile con il volto della stessa Sindone, e come l’immagine abbia un’origine misteriosa.

Il Volto Santo di Manoppello è un’immagine di tema religioso conservata a Manoppello (PE), nella basilica del Volto Santo

Oggi la tendenza è quella di identificare il Mandylion con la Sindone e la Veronica con il Volto di Manoppello, ma forse non sarebbe del tutto azzardato identificare – al contrario – la Veronica con la Sindone e il Mandylion con il Volto Santo. Di fatto nel corso del Medioevo si sviluppano due tradizioni: una è quella di un ritratto di Gesù antichissimo e miracoloso, l’altra è quella di un telo che, venuto a contatto con il volto di Cristo coperto di sangue, ne ha impressi i tratti.

Le leggende sulle origini del Mandylion sembrano più orientate all’ipotesi del dipinto miracoloso, come – d’altra parte – quelle più antiche riguardanti la Veronica. Quest’ultima, però, nel corso dei secoli ha in qualche modo cambiato identità e nel basso Medioevo è diventata l’immagine ottenuta dal contatto con il volto di Cristo. Si potrebbe quindi ipotizzare che la tradizione della Veronica sia stata in origine associata all’immagine prima conosciuta come Mandylion e successivamente come Volto Santo di Manoppello, e in un secondo tempo abbia finito per identificarsi con quella che oggi conosciamo come Sindone di Torino.

D’altra parte che una reliquia possa “moltiplicarsi” non deve stupire. Basti pensare che nel Medioevo vengono venerate addirittura due teste di San Giovanni Battista: quella del Battista da adulto e quella del Battista da bambino, e non abbiamo documenti che possano dimostrare quale Veronica fosse mostrata ai pellegrini che accorrevano a Roma per il Giubileo del 1300.

Di certo le due – o le quattro – reliquie/icone del volto di Gesù ci raccontano una storia affascinante fatta di mistero, devozione, culto e trafugamenti. Ma soprattutto l’eterno tentativo dell’uomo di guardare negli occhi Dio.

Arnaldo Casali

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