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Category Archives: Storie

I Normanni che crearono la Fabriano imprenditoriale

Un clan normanno, i “de Clavellis” che in seguito si autodefinirono “de Fabriano”, nel corso del XII secolo si insediò nella fortezza della Orsara, posta ai bordi della vallata di Salmaregia. Un gruppo parentale di uomini d’armi, violenti e arroganti. “Magnifici signori”, come li definiva lo storico fabrianese Romualdo Sassi, che si affermarono però con la violenza e la forza dell’intimidazione. Ma non furono solo capitani di ventura: grazie ai loro frequenti rapporti con alcuni territori del Meridione e a una innata attitudine imprenditoriale, favorirono l’arrivo nella valle attraversata dal fiume Giano di artigiani esperti nella fabbricazione di carta bambagina. Diedero quindi un impulso decisivo alla nascita dell’impresa della carta a Fabriano. Un libro di Giovanni B. Ciappelloni “De Clavellis de Fabriano dal XII al XV secolo” ripercorre le loro vicende nell’arco di quattro secoli, grazie a molti documenti e apparati iconografici inediti.

La Terra di Lavoro è una regione storico-geografica dell’Italia meridionale, identificata nel passato anche come Campania Felix e oggi suddivisa tra Campania, Lazio e Molise (nella foto, di Nicola Romani, una mappa settecentesca della Terra di Lavoro)

Durante l’XI secolo milizie normanne e gruppi parentali provenienti anche da altre regioni della Francia si diressero verso i territori della Marca anconetana e del Ducato di Spoleto mossi da volontà predatoria e manifesta speranza di arricchimento. Provenivano tutti da quella Terra di Lavoro che stava sopportando le conseguenze della spietata lotta tra i due maggiori clan normanni presenti sul territorio, i Drengot e gli Altavilla.

I Normanni, dal loro primo approdo in Terra di Lavoro raggiungeranno quasi subito la Marca Anconetana ed il Ducato di Spoleto dove alcuni gruppi parentali normanni stabiliranno le loro residenze e le loro attività. Non senza resistenze da parte della popolazione. Un documento di Papa Gregorio VII, emesso durante il Concilio di Roma del marzo 1078, spiega bene quanto questa presenza fosse indesiderata: “Excommunicamus omnes Northmannos qui invadere terram S.Petri laborant, videlicet Marchiam Firmanam, Ducatum Spoletanum…“.

In un manoscritto del XVIII secolo, conservato presso la biblioteca comunale di Fermo (cart XLI, n. 946) vengono citati i figli del normanno Giberto di Ismidone, uomo del Guiscardo, che diventeranno signori di Mogliano, Brunforte, Falerone e Monteverde, tutte località vicine a Fermo. Sia Gabriele Rosa, nel suo Disegno della Storia di Ascoli Piceno, che il Chronicon Casauriense parlano di Hugues Maumouzet (Malmorzetto), anche lui uomo del Guiscardo che insedia alcuni dei suoi sette figli come duchi o conti nel Piceno.Anche Malugero Melo, rampollo di Drogone, un figlio di Tancredi d’Altavilla, venne indicato nelle cronache locali ed in una iscrizione, ora purtroppo perduta, come il signore di Monsampietro Morico, un’altra località del Fermano.

Più tardi, durante il 1153 dopo la nomina di Guelfo VI a Dux Spoleti, Marchio Tusciae e Princeps Sardiniae avvenuta nel 1152, si potranno registrare sul confine della Marca e del Ducato di Spoleto presenze di altre famiglie normanne: i Chiaramonte nei castra di S.Cassiano e di Cagli ed i de Clavellis in quelli dell’Orsara e di Capretta.

Possedimenti normanni in Europa nel 1130 (mappa: Captain Blood)

Nel XVII secolo il letterato e storico eugubino Vincenzo Armanni parla nelle sue lettere di alcuni “Conti Chiavelli” residenti in una Civitella imprecisata, forse Civitella Ranieri, vicino Gubbio. Probabilmente un gruppo clavellesco giunto nel Ducato grazie agli ingaggi militari, come i Chiaramonte nella Marca.

Anche i da Varano sono da considerarsi normanni. La conferma arriva da una serie di dipinti murali o guazzi presenti nel Castello di Beldiletto, una dimora di campagna fortificata usata anche come residenza estiva, fatta costruire da Giovanni di Berardo da Varano nei pressi di Pievebovigliana, nei quali è possibile leggere una esplicita dichiarazione di appartenenza al mondo normanno. L’ipotesi è confermata anche dagli storici camerti Lili e Savini.

Probabilmente erano di origine normanna anche i Simonetti di Jesi, come suggeriscono in nomi ricorrenti in famiglia che derivano dal francese antico come Capthio o Boorte. E forse per i loro comportamenti, ma con meno certezze, anche i da Buscareto di Montenovo/Ostra Vetere.

A Fabriano appaiono da subito, nei documenti, tra i residenti tra le mura personaggi di sicura origine normanna come i Bugatti, i Becket/Becchetti oppure i Calvelli. La vicenda dei de Clavellis nelle cronache locali ha inizio nel 1153, al probabile servizio di Guelfo VI di Baviera e con base nel castrum dell’Orsara, ben due anni prima della discesa del Barbarossa in Italia, accostato dagli annalisti ad un Ruggero Chiavelli comandante di un reparto cavalleria imperiale.

Voltone dell’Arco del Podestà (Fabriano, ca. 1326)

I de Clavellis titolari di grandi proprietà nel territorio, presenti militarmente nell’Orsara con evidenti compiti di controllo sul crinale appenninico tra Marca e Ducato, insieme ad altri clan come quello dei Chiaramonte, divennero in breve egemoni nelle vallate del Fabrianese dando un innegabile, decisivo impulso al primo apparire del Comune di Fabriano. Come appare ben visibile da una attenta lettura del contenuto e dalla successione dei documenti di ingresso tra le mura dei vari domini loci il Comune di Fabriano nacque per una chiara convenienza del clan normanno già egemone sul territorio ad avere riunita in un solo luogo tutta la piccola nobiltà rurale con i propri uomini. Infatti in un documento del 1165 presente nel Libro Rosso del Comune di Fabriano i de Clavellis faranno verbalizzare un “nostro castro Fabriani” all’estensore del testo, il giudice Baroncello. E così si evince anche da un altro documento del 1170 nel quale viene assicurato un intervento di protezione, dalle abituali prepotenze di alcuni componenti il gruppo al potere tra le mura verso i residenti e le magistrature comunali, da parte dei de Clavellis.

L’origine del Comune di Fabriano legata ai de Clavellis viene ipotizzata anche dal medievista Gino Luzzatto in un suo saggio: “La concentrazione di tutti i poteri in mano di poche famiglie apparisce talvolta in modo così evidente, che il Comune sembra quasi immedesimarsi nella loro consorteria …” e sostenuta in modo altrettanto autorevole dallo storico Ferdinando Gabotto in parallelo alla genesi di alcuni comuni piemontesi.

Anche in documenti più tardi i de Clavellis vengono considerati esplicitamente come indiscussi “domini” di Fabriano. La genesi ed i contenuti della carta di Sforzolo del 1198 sembrano confermare questa realtà.

Fabriano, Palazzo del Podestà con la fontana Sturinalto (foto: Victor Torresan)

Scorrendo i documenti e le vicende clavellesche, emerge con grande evidenza come ogni azione, sia militare che civile del clan, sia stata costantemente intrapresa e finalizzata al raggiungimento di un reddito.Come la milizia, effettuata sempre in modalità subordinata per lucrare una condotta ed avere poi mano libera nei riscatti e nel saccheggio. Oppure nella promozione delle varie attività artigianali tra le mura, come la lavorazione e il commercio della carta, dei pellami oppure dei tessuti.Anche una richiesta di “cittadinanza” rivolta a Venezia, ignorata dalla storiografia ufficiale, necessaria per l’esercizio dei commerci nella laguna. fu avanzata in quanto funzionale per l’attività imprenditoriale del clan.Questa prerogativa familiare si conferma, se mai ce ne fosse stata necessità, con Chiavello attraverso la Compagnia del Sale realizzata in società con i Malatesta e con un tale Giorgio di Rosa di Zara.

Stemma dei de Clavellis di Ceva

Una dichiarazione esplicita della importanza delle attività commerciali nelle politiche del clan emerge anche nell’ultimo simbolo araldico dei Clavellis di Ceva, che si rifugiarono nel Piemonte meridionale, nell’attuale provincia di Cuneo: nell’arma vengono sfoggiati quattro bisanti. Monete d’oro dentro uno stemma, a conferma dell’anima mercantile della famiglia.

Per gli stretti rapporti con la Terra di Lavoro e di conseguenza con Amalfi, con Federico II, con gli Angiò e quindi con il meridione d’Italia in genere non si scorgono altre possibilità, se non quella dei de Clavellis, su chi possa aver introdotto in un piccolo abitato montano dell’entroterra marchigiano, lontano dal mare e senza alcuna importanza economica e commerciale come erano allora i due castra di Fabriano, la lavorazione della carta con delle particolari tecniche arabe, in uso ancor prima del Mille in Sicilia ed arrivate successivamente in Terra di Lavoro. Tecniche allora sconosciute ovunque nell’entroterra della penisola ed in particolare nella Marca Anconetana.

Basti pensare che il secondo luogo lontano dalle coste dove si fabbricò la carta fu Colle Val d’Elsa, nel 1348. Molto più tardi che a Fabriano in cui il primo documento che parla di “carta bambagina”, come ricorda lo storico Camillo Acquacotta di Matelica, è datato 1268.

Giovanni B. Ciappelloni Giovanni B. Ciappelloni da sempre ricercatore appassionato della storia di Fabriano, con particolare attenzione al basso Medioevo, ha pubblicato ben tre volumi sulla dinastia dei Chiavelli di Fabriano:“Chiavelli e de Clavellis” “Ruggero, Chiavello ed altri Messeri” “de Clavellis de Fabriano, dal XII al XV secolo”. Per informazioni, scrivere all’indirizzo e-mail: nimrod22@libero.it

Leggi anche: La carta, da Fabriano alla conquista del mondo

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L’infamia e i falliti: pietre dello scandalo e berretti verdi

Lo Statuto comunale di Gubbio del 1624 disciplina un istituto che in altra forma sopravvive tutt’ora nel Codice civile, consistente nella cessione della globalità del patrimonio di un individuo ai suoi creditori: la cessio bonorum, “cessione dei beni”.

Lo Statuta civitatis Eugubii, redatto da Iacopo Beni sulla base di un antico codice e anche tramite il confronto con statuti di altri luoghi, fu approvata dal duca d’Urbino Francesco Maria II della Rovere il 31 maggio 1624

Il documento del XVII secolo prevede che laddove un individuo si trovi in carcere per debiti, possa fare apposita istanza al magistrato, istanza che consiste nella richiesta di un beneficio, perché tale era considerata la cessio bonorum.

Dunque il debitore che era in possesso dei requisiti di meritevolezza veniva tradotto dal carcere alla piazza, alla presenza del magistrato e dei creditori, cui doveva manifestare l’intenzione di cedere i suoi beni, ed elencare tutte le sue sostanze, così che venissero annotate a verbale. Doveva poi gridare, sino ad avere la voce roca: “Poiché io ho gestito male i miei affari così da non potere soddisfare i miei creditori, io, [nome], cedo tutti i miei beni”.

Si imponeva in fronte all’insolvente un berretto verde (specifica lo Statuto che doveva essere un berretto e non un elegante copricapo, tipo il pileo). A quel punto, per mano degli “sbirri” si veniva portati sulle scale della Piazza dove il debitore doveva battere le natiche sulla pietra per tre volte, gridando sino a non avere più voce: “Cedo i miei beni”.

Si coglie senza difficoltà la terribile infamia che ne derivava. Quello che la fonte non dice, ma che dobbiamo immaginare, è la folla di individui che, assistendo incuriositi, irridevano, canzonavano; possiamo solo immaginare la polvere della strada, lo sporco, le grida. Viene così resa un’immagine cruda, terribile, violenta.

Se poi i beni non erano sufficienti a ripagare l’intero ammontare dei debiti, si veniva allontanati da ogni ufficio e si decadeva da ogni beneficio, sino a che non si fosse stati in grado di ripagare completamente i propri debiti. Questo era il prezzo della libertà, giacché la procedura doveva essere rispettata minuziosamente per poter evitare il carcere; inoltre, laddove il cedente i beni fosse mai stato trovato senza il berretto verde, sarebbe decaduto da ogni beneficio e sarebbe tornato assoggettabile ad esecuzione da parte dei creditori, finendo quindi inevitabilmente in carcere o peggio.

Pratiche simili alla cessio bonorum, alla cessione dei beni da parte del debitore non costituiscono certo un unicum. Anzi, sono diffuse in tutta Europa, dall’Olanda, al sud Italia. Si riscontrano al più piccole differenze: nel sud della penisola si usa, piuttosto che la pietra su cui battere le terga, una colonna, e così anche in Spagna; ancora: il berretto colorato ritorna spesso, magari con colorazione turchina anziché verde, o talvolta anche gialla.

La “pedra ringadora” di Modena

Questa simbologia è profusa nei detti popolari e nelle tradizioni (dal trovarsi “sul lastrico”, sul lastrone di pietra cioè su cui il debitore doveva sottoporsi a quella umiliante pratica, all’ “essere al verde”, dal colore del berretto, fino allo “sbatterci il sedere”).

Per comprenderne le origini, occorre risalire al diritto romano. Non sappiamo molto del diritto di Roma dalla fondazione sino al 451 a.C. Veniva tramandato oralmente dalla casta dei giuristi che erano anche ammantati di una qualche aura sacerdotale e appartenevano alla classe aristocratica. La prima legge romana di cui abbiamo contezza è racchiusa nelle Dodici tavole del 451-450 a.C., che non sono arrivate sino a noi ma il cui contenuto è ricostruibile sulla scorta degli scritti di importanti giuristi come Gaio Mario (ma anche Cicerone, Aulo Gellio, e così via). Le Dodici tavole racchiudono quello che può essere definito il primo diritto della Roma repubblicana e furono redatte per volontà della plebe, che si sentiva minacciata dal predominio del diritto saldamente tenuto in mano dai patrizi, e la tradizione vuole che sia stata necessaria una (seconda) secessione della plebe per ottenerle.

Allegoria delle Dodici tavole della legge in un testo di diritto del secolo XVI (foto: Sebastian Sapia)

La legge delle Dodici Tavole prevedeva la così detta manus iniectio. A norma di questo istituto al debitore inadempiente veniva concesso un termine dilatorio di trenta giorni, durante i quali nessuna azione poteva essergli intentata contro, scaduto il quale egli veniva posto in stato di arresto e trascinato al cospetto del pretore. Se non estingueva immediatamente il debito allora era tenuto alla catena (il cui peso doveva essere di quindici libbre o minore) per sessanta giorni. Durante quel periodo, il debitore poteva solamente sostentarsi con risorse proprie o con un predeterminato quantitativo minimo di farina che non doveva essergli fatto mancare dal suo creditore.Si veniva sovente impiegati come manodopera per lavori forzati presso la casa del creditore. Scaduto tale ultimo termine, se il debitore non avesse voluto o potuto saldare il debito, ovvero se nessuno avesse voluto prestare garanzia in suo favore, sarebbe stato venduto in tre mercati dell’Urbe come schiavo, ad un corrispettivo pari all’ammontare del debito.

L’infamia consisteva nella capitis deminutio, ovvero nella perdita della capacità giuridica, una forma di morte civile.Si cessava di essere un soggetto di diritto e si diveniva una persona (un sembiante umano), uno schiavo, che non godeva di alcun diritto. In caso di mancanza di offerenti, si sarebbe proceduto alla vendita al di là del Tevere, fuori quindi da Roma, oppure si poteva procedere a uccidere e fare a pezzi il debitore insolvente.

Shylock e Jessica (Maurycy Gottlieb, 1856-1879)

Un eco può cogliersi nel Mercante di Venezia di William Shakespeare, con Shylock che al suo debitore chiede legittimamente una libbra di carne del suo petto, per saldare il debito.

Nel 313 a.C. avviene un a vera e propria rivoluzione in campo giuridico con l’approvazione della Lex Poetelia Papiria: la soddisfazione del creditore non passa più attraverso la persona del debitore, bensì attraverso il patrimonio. Viene infatti introdotta la bonorum venditio, istituto radicalmente diverso, sempre infamante ma che non priva della libertà. L’infamia consiste nel fatto che l’intero patrimonio dell’insolvente è messo all’asta pubblicamente. Il disonore che ne conseguiva era tale che si preferiva lasciare l’intero patrimonio ad uno schiavo e liberarlo, pur di evitare di essere sottoposti a simile procedura.Lo stesso Cicerone testimonia che subirla costituisce offesa peggiore della morte. Una morte civile: si celebra infatti un funerale al quale non partecipano gli amici, ma i creditori riuniti per lacerare quello che resta dell’esistenza dell’insolvente.

Sarà Ottaviano Augusto (il cui periodo al potere va dal 27 a.C. al 14 d.C.) promotore di una riforma – che pertanto porterà il suo nome: la Lex Iulia de bonis cedendis – che supera la bonorum venditio grazie alla quale non è più l’intero patrimonio dei diritti del debitore ad essere messo all’asta, ma i singoli beni. La differenza può sembrare sottile, ma è in realtà di grande importanza. Infatti così non è la totalità dei beni a passare in mano ai creditori: non si aliena la totalità dei rapporti giuridici che riguardavano la persona, così il patrimonio non diviene automaticamente dei creditori. Grazie alla riforma augustea la procedura perde il suo carattere infamante. La nuova procedura è detta bonorum cessio.

Vengono inoltre previste delle proroghe quinquennali per adempiere e si dispone circa la liberazione dal carcere. Viene così raggiunta una certa mitezza della pena. Le testimonianze riportano che nel Foro erano situati vari ammonimenti verso chi abusava delle procedure per soddisfare i crediti, come la statua del Fauno Marsia. Venivano presi anche provvedimenti per scoraggiare e poi mettere fuori legge il prestito usurario.

Scorcio del centro storico di Gubbio

Sorge dunque spontaneo l’interrogativo: come è possibile che a fronte di un quadro normativo di una sorprendente vicinanza a quello odierno, lo Statuto di Gubbio del XVII secolo rechi una disciplina tanto “barbara”? La risposta abbraccia il più ampio tema della sorte delle fonti normative romane dalla tarda romanità prima, al Medioevo poi.

Può anticiparsi, non senza una qualche approssimazione, che il diritto romano viene pressoché dimenticato dopo la caduta della parte occidentale dell’Impero romano. Per la verità, non scompare del tutto. Continua a sopravvivere, nella forma mentis dei giuristi romani che operano al servizio dei dominatori barbari, che ne raccolgono in testi legislativi le usanze e le consuetudini secondo schemi romanistici, nel diritto canonico, e così via. È però innegabile che questo lato della romanità, già entrato in crisi nel IV secolo, vada incontro ad un decadimento profondo.

Nasce così una fase di “volgarizzazione” del diritto romano, che sopravvive per stralci, in forma sintetica e semplificata. Esula da questa trattazione l’analisi del diritto dei secoli a venire. È sufficiente quanto già detto incidentalmente, solo giova ribadire che le fonti romane sono cadute in disuso e in oblio, dal disordine in cui versavano subito prima della caduta dell’Impero romano d’Occidente.

L’evento che ci avvicina al nodo della questione è stagione di riforma della Chiesa dell’XI secolo, culminata con la salita al soglio pontificio di Ildebrando di Soana, che prenderà il nome di Papa Gregorio VII, nel 1073.

Gregorio VII in una miniatura

Egli lascia una indelebile impronta nel processo di riforma della Chiesa (si parla di riforma gregoriana), particolarmente ampio e una cui nota traccia è costituita dal Dictatus papae di appena due anni più tardi. Per la impressionante opera di rinnovamento ecclesiastica diviene necessaria una base normativa considerevole, e pertanto viene avviata una intensa ricerca di testi atti ad affermare l’autorità del Pontefice o a sostenerne le tesi.

In particolare già Urbano II (che è un predecessore di Gregorio VII) invia degli emissari, prescelti fra studiosi di diritto canonico, a scrutare il contenuto delle biblioteche lateranensi. Uno degli emissari si sarebbe imbattuto in un testo che ne ha destato la curiosità, e ne avrebbe pertanto annotato 93 passi. Tale manoscritto è il Corpus Iuris Civilis, redatto per volontà dell’imperatore Giustiniano, e completato nel 534 d.C., quando l’Impero romano d’Occidente era ormai caduto da tempo. Giustiniano intraprende una titanica opera di riordino del diritto romano, di soluzione dei contrasti, dalla portata sistematica.

La sua opera si articola in più parti: Institutiones, Codex, Digestum, oltre alle novelle. Al di là della sistematica dell’opera, chiunque possegga una copia del Corpus giustinianeo, ha in mano la totalità del diritto romano, in una forma concisa, pressoché senza contraddizioni né ripetizioni. L’opera di Giustiniano non avrà alcuna fortuna né in patria, a Costantinopoli, poiché sarà presto superata da altre codificazioni, né in Italia, che Giustiniano tenterà di riconquistare, riuscendovi solo per un breve lasso di tempo, in un ambizioso ma effimero disegno di ricostituzione dell’Impero.

L’opera di Giustiniano viene destinata all’oblio per secoli, sino a quando un emissario di Urbano II la rinviene nelle biblioteche lateranensi. Si presume sia arrivata a Irnerio, lo studioso fondatore della scuola di Bologna, colui che per primo intraprese l’esegesi dell’opera fondando di fatto l’università, dal pontefice Gregorio VII, per tramite di Matilde di Canossa.

Pagine del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano

Si è dunque finalmente al cuore della questione. L’Europa cristiana, unita dalla fede e dal comune retaggio culturale romano, divisa politicamente e territorialmente, diviene una sola nel diritto.

Infatti l’opera di Giustiniano diventa uno strumento imprescindibile per il giurista, giacché reca una profondità di analisi e una casistica che, una volta padroneggiate, offrono delle armi ineguagliabili e argomenti solidissimi.Viene così intrapreso lo studio del Corpus Iuris Civilis in tutta Europa, sicché il diritto romano rivive nel Medioevo, imbastendone il raffinatissimo tessuto normativo.

Tuttavia, essendo trascorso quasi mezzo millennio dalla composizione del Corpus Iuris Civilis, le esigenze sono mutate e si impone un’attività di colmatura dei vuoti normativi, dei casi, cioè, non disciplinati in alcun passo del Digestum. Pertanto il quadro è completo con l’aggiunta di: un diritto dei mercanti, basato sulla consuetudine, speciale, di classe; un diritto comunale, soprattutto espresso negli Statuti, ovviamente diverso in ogni Comune. Si ha così il diritto romano che funge da terreno e fondamenta, su cui si innestano branche particolari (il diritto dei mercanti e gli statuti comunali) a disciplinare quanto Giustiniano non poteva immaginare.

Maestro senese, Cino da Pistoia tra i suoi scolari, 1337 ca., Duomo di Pistoia (foto Sailko)

Si spiega così il fatto che Cino da Pistoia, nella sua glossa dei primi anni del XIII secolo, nel commentare la procedura della cessio bonorum la definisce barbara e violenta, dimostrando di mal tollerarla. Egli chiaramente indica che sono le usanze dei singoli Comuni ormai a disciplinare l’istituto.

In breve, nel Medioevo si è tornati ad una concezione infamante della cessio bonorum, rinnegando quel percorso di mitigazione dell’istituto che ha avuto luogo in secoli di elaborazione romana.

Quello che è curioso è che il giurista medievale non osa eliminare l’istituto, poiché non si azzarderebbe mai a mettere in discussione l’autorevolezza di Giustiniano, né di compiere un’opera di selezione dei passi del Corpus Iuris Civilis. Ciononostante i mercanti non gradiscono l’uso indiscriminato dell’istituto perché l’insolvenza è pericolosa per la certezza degli affari e potrebbe ingenerare dissesti economici a catena. Questa tensione tra diritto romano paneuropeo e le mutate esigenze basso-medievali è espressione di una contraddizione che si potrebbe elevare a paradigma del rapporto fra romanità e uomo medievale.

Difatti quest’ultimo si ritiene ancora suddito dell’Impero romano, impiega in contesti istituzionali la lingua latina (in primis in ambito giuridico, ma anche più in generale per la produzione culturale), professa la fede romana, santifica Giustiniano; d’altro canto però ha necessità diverse, è figlio anche della cultura dei barbari, vive una situazione politica lontanissima da quella latina, ha visto rifiorire il commercio e reca esigenze economiche e sociali che urtano con l’impianto e la logica sottesa al Corpus, nel quale non sono contemplate.

Protagonisti della vita medievale divengono ben presto i mercanti, che esprimono la più importante corporazione comunale. Sono le loro esigenze destinate a prevalere, anche perché controllano i traffici e tengono le redini dell’andamento economico dei Comuni.

Al mercante non interessano dotte disquisizioni dottrinali, egli ha bisogno di immediatezza; è disinteressato agli avvocati e ai tribunali civili: vengono infatti istituiti tribunali appositi ove molto spesso non si ammettono avvocati; è sua urgenza essere ripagato immediatamente dai creditori, difatti le garanzie sono particolarmente tenui.L’insieme di queste regole speciali per i mercanti prende il nome di Lex mercatoria, la legge dei mercanti.

Si è già visto quindi quale terribile sorte toccava a chi si trovasse impossibilitato a tenere fede ai propri debiti, poiché la cessione dei beni era subordinata a una violenta e umiliante procedura, che esponeva al pubblico ludibrio e importava conseguenze come l’allontanamento immediato da ogni magistratura e dalla città. Nel Medioevo la pena colpisce non solo il patrimonio o la personalità (si pensi, rispettivamente, alla multa e al carcere) ma anche l’onore dell’individuo.

La pietra dell’Acculata a Firenze, nella Loggia del Porcellino, era il luogo dove venivano puniti i debitori insolventi

Procedure simili a quelle nello Statuto di Gubbio si trovano pressoché ovunque: a Milano si veniva costretti a battere le natiche per tre volte sulla pietra, completamente nudi; a Padova si svolgeva nello stesso modo, ma si facevano anche suonare le campane; a Modena era presente una lapis vituperii, una pietra dell’infamia, che si usava purificare con la trementina; a Roma si doveva salire per tre volte sul leone marmoreo sulla scala del Campidoglio.

Altro tema ricorrente è quello del berretto, che veniva imposto a particolare categorie di individui per segnalarne la pericolosità sociale e renderli immediatamente riconoscibili come estranei alla totalità dei consociati. Ai mercanti che fallivano era imposto normalmente il berretto verde da portare tutta la vita, pena la morte. Erano ritenuti fedifraghi, in una società che si basava sempre più sull’affidamento, sul presupposto, cioè, che il prossimo avrebbe seguito le regole, avrebbe tenuto fede ai patti, avrebbe pagato i propri debiti e così via.

In breve, diviene prioritario, secondo un calcolo opposto a quello fatto da Giustiniano, di punire chi infrange questo tacito patto, e valorizzare l’effetto di deterrenza e garantire la soddisfazione rapida degli altri mercanti, piuttosto che tutelare la persona del debitore insolvente.

Il Medioevo conosce una amplissima simbologia sul colore, che trova immancabilmente applicazione pratica nell’imposizione del copricapo a categorie di individui ritenuti socialmente pericolosi. Il giallo è il tipico colore del tradimento (si pensi alla veste di Giuda, così come dipinta da Giotto, nel momento più alto del tradimento, nell’atto di dare il bacio, peraltro in un contrasto cromatico forte con quella di Gesù) e pertanto identifica gli ebrei; il verde identifica i falliti, lo si è detto, ma anche i giullari.

Francesco che dona il mantello a un povero è una delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi, realizzato da Giotto tra il 1296 e il 1299

Per dimostrare quanto l’uomo medievale sia circondato e anche permeato da questa simbologia, si pensi all’affresco di Giotto, nella Basilica di San Francesco, ad Assisi, tradizionalmente noto come “Dono di San Francesco al povero cavaliere”. Il pittore deve rendere graficamente in maniera immediata l’immagine di un uomo ricco, caduto in disgrazia, cui san Francesco fa dono del mantello, per coprirlo. In effetti il compito che spetta a Giotto non è affatto semplice: la figura del cavaliere evoca ricchezza, e restituire una immagine contraddittoria in maniera chiara e comprensibile anche a fedeli analfabeti, che non possono aiutarsi con le iscrizioni sotto gli affreschi. Il pittore utilizza un espediente che doveva risultare felice al cospetto dei contemporanei: raffigura il cavaliere vestito di un abito rosso, colore che identifica la nobiltà ma più propriamente l’agiatezza, e in testa al cavaliere, un berretto verde, ad indicare come questi sia caduto in disgrazia da un passato di agiatezza. Questo di Giotto è un exploit perfettamente riuscito. Grazie alla conoscenza delle procedure siamo in grado di tentare questa interpretazione originale e inedita, per la verità suffragata e confortata anche dalla Legenda Maior di San Bonaventura.

La punizione di un debitore insolvente ai piedi della vecchia torre civica di Torino in un dipinto ottocentesco di Pietro Domenico Olivero

Concludendo quindi, si è reso conto di una peculiarità medievale (le procedure infamanti di soddisfazione dei creditori) e se ne è tratto spunto per ampliare il discorso, spaziando non solo al tema del diritto del Medioevo, ma lambendo il rapporto tra Romanità e Medioevo, volendo offrire una prospettiva diversa, ben consci del fatto che, allo stato, si è abituati a visioni manichee, che dividono nettamente la romanità dei latini e la rozzezza dei barbari, e così anche il nitore del diritto romano dal cruento e barbarico diritto medievale.

Si è tentato di dimostrare che il rapporto è invece più interessante e complesso, poiché il Medioevo ha in comune con la Romanità ben più di quanto ne abbia singolarmente con ogni popolazione barbarica particolare, questo senza contare che l’ultimo periodo dell’Impero romano d’Occidente è quasi indistinguibile dai secoli immediatamente successivi, e che la deposizione di Romolo Augustolo non ha costituito nessuna cesura significativa: il mondo romano era cambiato molto tempo addietro, con la sconfitta di Adrianopoli e le scorrazzate dei barbari entro il perimetro del limes, quasi cento anni prima della fine della parte occidentale dell’Impero romano.

Filippo e Marco Marchetti Il testo è tratto dalla lezione che Marco Marchetti ha tenuto al Festival del Medioevo 2017.

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La leggenda del cuore mangiato

Il nome di Guglielmo di Cabestang (in provenzale Guillem de Cabestanh) è legato ad una leggenda medievale di sapore “gotico”.

Una miniatura di Guglielmo di Cabestang

Della vita di questo trovatore sappiamo ben poco. Nato nel Rossiglione da famiglia di alta nobiltà, probabilmente partecipò alla battaglia di Las Navas nel 1212 contro i mori di Spagna. Della sua produzione poetica ci sono pervenute solo una decina di canzoni, anche se qualcuna di dubbia attribuzione. Due suoi componimenti si distaccano dagli altri: il primo, Ar vey qu’em vengut als jorns loncs, risalta per le immagini nuove che propone, mentre la seconda, Lo dous cossire, si distingue per l’artificio di struttura.

E proprio a questa ultima poesia che si collega la leggenda per la quale è maggiormente conosciuto.

Nel suo peregrinare di corte in corte, tipico dei trovatori, Guglielmo giunge a Château Rossillon, feudo di Raimondo di Rossiglione, un vecchio nobile vassallo del re di Aragona. Conosce così Sérémonde, la bella e giovane moglie del castellano, che frequenta assiduamente fino a innamorarsene, naturalmente ricambiato.

Raimondo però si accorge del tradimento e medita vendetta. Incontrato Guglielmo, solo e in un luogo isolato, porta a termine il suo piano, uccidendo il rivale e strappandogli il cuore dal petto. Non ancora soddisfatto, fa cucinare questo cuore con spezie e droghe e lo serve a Sérémonde, che lo mangia con gusto; solo a fine pasto Raimondo rivela alla moglie l’ingrediente del piatto che aveva appena assaporato. Sérémonde impallidisce ma non si scompone, rispondendo così al marito: «Signore, mi avete appena offerto una pietanza così prelibata e delicata che giuro di rifiutare qualsiasi altro nutrimento per poter conservare questo gusto, che porterò con me fino alla morte». Dopodiché si getta dalla finestra, trovando la morte all’istante.

La leggenda prosegue dicendo che i parenti di Sérémone poi si ribellarono a Raimondo, rivolgendosi al re per ottenere giustizia. Alfonso II di Aragona, venuto a conoscenza dell’accaduto, fece sequestrare tutti i beni del suo vassallo, condannandolo al carcere a vita. Fece poi riesumare il corpo di Guglielmo e lo fece seppellire, insieme a quello della sua amata Sérémonde, davanti alla cattedrale di Perpignano.

Paris, Bibliothèque Nationale de France. Ms. Arsenal 5070 (fine XIV s.), Decameron di Giovanni Boccaccio miniato dal Maître de Guillebert de Mets, IV 9 – Guiglielmo Rossiglione offre alla moglie il cuore di Guiglielmo Guardastagno

Questa affascinante e toccante racconto, però, è privo di fondamento storico.

Un Raimondo di Rossiglione fu effettivamente marito di Saurimonda di Pietralata, ma questa gli sopravvisse, si risposò in terze nozze nel 1212 ed era ancora in vita nel 1221. Inoltre Alfonso II di Aragona morì nel 1196, ossia un anno prima del matrimonio di Raimondo.

Ma, al di là di questi elementi contrastanti, riferibili alla vicenda di Guglielmo, la “leggenda del cuore mangiato” era un tema già ampiamente trattato nei lais della Francia settentrionale. Autori del XII secolo l’avevano cantata nel lai Guiron (quello che, secondo il troviero Thomas, Isotta era solita suonare con l’arpa). Alla fine del XIII secolo Jakemon Sakesey l’aveva narrata nel Roman du Châtelain de Coucy et de la dame de Fayel che, modificato con numerose varianti, raccontava la storia d’amore di Guido di Coucy (morto nel 1203 durante un pellegrinaggio in Palestina) con la Dama di Fayel, immaginaria poetessa.

La storia di Guglielmo, benché ricalcata su altre precedenti storie similari, ebbe comunque grande successo di pubblico, al punto che fu ripresa, con pochissime modifiche, da autori successivi. Lo stesso Boccaccio la inserì tra le novelle raccontate nel Decameron (IV, 9): «messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei: il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita».

Enzo Valentini

Consigli di lettura C. Di Girolamo, I trovatori, Bollati Boringhieri, Torino 1989.L.M. Paterson, Nel mondo dei trovatori. Storia e cultura di una società medioevale, trad. A. Agra-ti, L. Salmoiraghi – a cura di A. Radaelli, Editrice Viella, Roma 2007. S. Guida, G. Larghi, Dizionario biografico dei trovatori, Mucchi Editore, Modena 2014. M. Schembri, I trovatori. Musica e poesia. I prima cantautori della storia, Zecchini Editore, Varese 2018. P. Di Luca (a cura di), M. Grimaldi (a cura di), L’Italia dei trovatori, Editrice Viella, Roma, 2019.

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Armi con l’anima, spade di re ed eroi

La spada fiammeggiante nella mano del cherubino a guardia dell’Eden accende la notte, scesa per la prima volta sull’uomo dopo il peccato di Adamo ed Eva. La spada fa, così, il suo ingresso nella storia dell’Occidente, oggetto che separa il bene dal male, punisce i malvagi e difende i giusti. Per san Paolo ha due tagli: uno per difendere con sapienza e giustizia; l’altro per offendere, denunciando il peccato. Secondo Alfonso X il savio deve incarnare prudenza, forza, compostezza e giustizia. È anche monito, per Damocle, della caducità della vita.

Spade con l’anima

La spada è, però, l’arma per eccellenza del cavaliere medievale, fedele compagna, parte femminile che lo completa. Spade potenti o magiche, tanto da essere onorate con un nome che ne ricordi la fama, ne testimoniano la crescente importanza militare e sociale. Dalle foreste dei Burgundi ai fiordi scandinavi o alle brulle lande islandesi, c’è sempre un fabbro-mago che forgia una lama invincibile o maledetta, oppure una divinità che lega la spada al destino di un eroe, che sia Volund o san Dustano.

La spada è, soprattutto, segno di regalità e forza. Carlo Magno usa la sua Gioiosa due volte nello stesso giorno: una per decapitare il nemico Corsile, l’altra per nominare cavaliere Ogier che lo ha soccorso e salvato in battaglia. Fabbricata con lo stesso materiale di Durlindana, contiene una reliquia della lancia di Longino e un chiodo della Croce di Cristo, appare ne “Il romanzo di Ogier il danese”, mentre al Louvre è conservata una lama che risale al X secolo (le altre parti sarebbero più tarde). C’è chi sostiene che Gioiosa sia sepolta con l’imperatore, ma le cronache dei lavori del Karlsschrein, voluto da Federico II nel 1215, non riportano alcun ritrovamento.

Gioiosa, la spada di Carlo Magno

Una leggenda racconta che in caso di pericolo, un altro regnante, san Venceslao uscirà dal monte Blanik alla testa di un esercito di cavalieri e brandendo la spada di Bruncvík, murata nel Ponte Carlo, decapiterà tutti i nemici.

San Ferdinando III di Castiglia, “l’invincibile paladino di Gesù Cristo” per papa Innocenzo IV, assicurò pace e giustizia alle tre religioni nella Spagna della Reconquista, assiso in trono con il globo crucigero nella mano sinistra e nella destra la spada Lobera, al posto dello scettro tradizionale.

Altri re sono ricordati attraverso le spade cerimoniali conservate nei musei. Edoardo, re d’Inghilterra, è molto adirato con un suo vassallo, la mano scivola sulla spada mentre questo si giustifica. Senza accorgersene il re ha già estratto la spada dal fodero e sta per vibrare il colpo mortale, deviato verso terra solo dall’intervento di un angelo. Da allora Curtana ha la lama spezzata.

Altre armi cerimoniali sono la Spada imperiale, conservata a Vienna, in un fodero con le raffigurazioni di quattordici imperatori; oppure Szczerbiec, utilizzata per l’incoronazione dei re polacchi e scheggiata da un colpo inferto da re Boleslao I alla Porta d’oro nel 1018 (costruita, però, 20 anni dopo) durante la crisi di successione nel Principato di Kiev.

Spada di Renato d’Angiò

La storia ricorda anche diverse spade di santi, simbolo di forza d’animo e di sacrificio, fino al martirio. Angeli e visioni indicano a Giovanna d’Arco che, giacente in un campo a Sainte-Catherine-de-Fierbois, troverà una spada con cinque croci incise sulla lama, con la quale liberare la Francia dagli inglesi. La leggenda si espande e la spada si trasforma in un ex voto di Carlo Martello per la vittoria di Poitiers. È storia, invece, la spada di Renato D’Angiò, re di Napoli e Sicilia, già compagno d’arme della Pulzella d’Orléans, che reca incisa l’immagine più antica che si conosca della santa francese.

La spada dei santi Cosma e Damiano, o spada di Essen, risale al X secolo e sarebbe un dono di Ottone III per commemorare il martirio dei santi medici decapitati proprio con quell’arma.

Non è santo, ma la spada di Trasamondo II, duca di Spoleto fu trasformata in pastorale dopo che Liutprando lo costrinse a farsi religioso e lasciare il ducato a seguito dell’ennesima ribellione.

Ci sono spade che recano i segni della battaglia, armi che hanno un’anima e una personalità propria. Tizona unisce queste qualità al braccio di Rodrigo Diaz, noto come El Cid. Le capacità militari di Rodrigo e l’acciaio moresco di Cordova risultarono invincibili sui campi di battaglia calcati dall’eroe, tanto da fare di Cid-Tizona-Reconquista un trinomio inscindibile.

E se anche la spada non sempre ha nome, incute ugualmente timore. Maometto II crede che Skanderbeg vinca grazie ad armi stregate. Come pegno per un trattato di pace ne ottiene la spada. Poi la rimanda indietro perché non è la “vera spada che fende e uccide come nessuna altra”. Skanderbeg sorride: “Io gli ho mandato la mia spada migliore, ma non potevo mandargli anche il braccio”.

La cavalleria teutonica e l’esercito polacco-lituano si fronteggiano da ore, sotto il sole della pianura di Tannenberg. È il 15 luglio del 1410, il Gran Maestro von Jugingen attende che siano i polacchi ad iniziare la battaglia. Ladislao non si muove. Von Jungingen invia gli araldi a Ladislao con un messaggio, riportato dal cronista Jan Dlugosz: “Sua Maestà! Il Gran Maestro Ulrico manda a te … due spade in aiuto affinché … non ritardiate oltre e possiate combattere più coraggiosamente di quanto abbiate mostrato finora … e non posponiate oltre la battaglia”. Sono ricordate come le spade di Grunwald.

Cangrande della Scala

Dal campo di battaglia alla tomba. È la storia della spada di Cangrande della Scala. Il 17 luglio del 1921 gli studiosi trattengono il fiato per la nube di polvere alzatasi all’apertura dell’arca di Cangrande e per la sorpresa: poggiata sul corpo del condottiero appare una spada ad una mano, corrosa dal tempo, ma carica di storia e di storie. La ruggine ha intaccato l’arma, con elsa a croce, pomo a disco e manico rivestito di un filo d’argento, lama a doppio filo e a punta stondata. Un’arma da combattimento, anche se le rifiniture sembrano quelle di una spada la cui lama non serviva più a “riparar torti” o a “chietar nimici”.

Anche l’Islam ha le sue spade famose e l’arma che Maometto donò in occasione della battaglia di Uduh al genero Alì, primo convertito all’Islam, organizzatore della cavalleria musulmana, si chiama Zulfiqar, “Quella che fende” (alludendo anche al discernimento tra bene e male). Alì è chiamato leone di Dio, re degli uomini e “non c’è altro eroe che Alì né altra spada che la sua Zulfiqar”. Della scimitarra, però, ne esistono più versioni, ognuna delle quali è, per chi la possiede, quella originale.

Orlando e Durlindana

Se la spada di Carlo Magno è misteriosa, quella di Orlando, Durlindana, è leggendaria, che venga da un angelo o dallo stregone Malagigi. Nell’elsa dorata erano conservati un dente di san Pietro, del sangue di san Basilio, alcuni capelli di san Dionigi e un lembo della veste di Maria.

Nella gola di Roncisvalle il paladino Orlando, ormai morente, le parla (“Oh, Durlindana, come sei bella e santa!”), non vuole che cada in mano al nemico, tenta di distruggerla, invano. I segni della spada sulla roccia sono ancora visibili nella “Breccia di Orlando” (al confine tra Spagna e Francia) o a Roma, nella fenditura di un palazzo vicino al Pantheon, nel “Vicolo della Spada d’Orlando”. Un’altra leggenda racconta che il paladino piantò la spada a Rocamadour, in una parete rocciosa verticale. Dove ancora si trova.

Altre spade mitologiche

In tema di leggende e paladini possiamo ricordare Balisarda, la spada di Ruggero (forgiata dalla fata Falerina per poter uccidere Orlando, nel racconto di Ariosto); Almace, la spada dell’arcivescovo Turpino; Amadis di Grecia è il cavaliere dall’ardente spada “che fu una delle migliori che mai cingesse cavaliere al mondo, e che oltre alle qualità che ti ho narrate tagliava come un rasoio”, scrive Cervantes; Gramr (anche Nothung o Balmug) è la spada conficcata in un tronco da Odino, liberata (come per Excalibur) da Sigmund e poi utilizzata dal figlio Sigfrido per uccidere il drago Fafnir. Hrunting e Naegling (“Colei che artiglia”) sono le spade di Beowulf: la prima gli viene data da Unferth, ma si rivela inutile nella battaglia contro la madre di Grendel; la seconda viene in possesso dell’eroe (la spada non si acquista, si conquista nella prova) durante la lotta contro la madre del gigante e si spezza nel successivo combattimento con il drago.

Volontà del cielo, la spada di Le Loi

Il “re pacificatore” Le Loi (1385-1433), il nobile feudatario vietnamita che sconfisse l’impero cinese e cinse la corona imperiale (primo di una dinastia che terminò nel XVIII secolo), impugnava Volontà del cielo, una spada dai poteri magici e invincibile. Le Loi l’aveva ricevuta in dono dal Re drago, il semidio Long Vuo’ng, proprio per unificare il Vietnam e scacciare l’invasore cinese. Compiuta la missione la spada doveva tornare da dove era venuta. Un anno la vittoria sui cinesi Le Loi si trovava in barca sul lago Ho Luc Thuy, quando dalle acque uscì Kim Qui, la tartaruga dal guscio dorato, e iniziò a parlare con voce umana, chiedendo al re di restituire la spada a Long Vuo’ng. Le Loi lanciò la spada alla tartaruga che, afferratala con il becco, scomparve nelle acque di quello che da allora venne chiamato Ho Hoan Kiem, il lago della spada riportata.

Honjo Masamune, la spada scomparsa

Il generale Honjo “Echizen no kami” Shigenaga, nel XVI secolo, conquistò la spada forgiata dal maestro Masamune (1264-1323) al termine di uno scontro con il rivale Umanosuke. Con l’elmo spaccato da un colpo di katana riuscì a sopravvivere e uccidere il nemico, dando anche il proprio nome alla spada: Honjo Masamune. La spada passò di mano in mano fino all’ultimo proprietario accertato, Tokugawa Iemasa (discendente dell’omonimo shogunato), il quale la consegnò nel dicembre del 1945 alla stazione di polizia di Mejiro così come ordinato dai vincitori statunitensi allo sconfitto Giappone. La spada fu ritirata da un sergente dell’esercito statunitense (sul cui nome non c’è certezza, forse per un errore di trascrizione fonetico) e da allora se ne persero le tracce, insieme con tante altre lame storiche nipponiche.

Umberto Maiorca

Articolo pubblicato su Medioevo Misterioso n° 19 Novembre-Dicembre 2018 ©

 

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Il maledetto “musaicista” Consilio Dardalini

Orvieto, Palazzo Comunale, decorazione della sala del Consiglio, particolare della decorazione ottocentesca raffigurante Monteleone

Tutti, a Monteleone e dintorni, lo chiamavano Stopario. Un soprannome misterioso. Almeno quanto il personaggio. Consilio Dardalini era un “maestro di vetri”. O meglio, un “musaicista”. Così bravo da emergere per qualche decennio fra tutti gli altri superbi artigiani che concorsero alla costruzione della facciata del Duomo di Orvieto.

All’inizio Consilio, insieme ad alcuni suoi compaesani, faceva le “linguacce”: lunghe liste di paste vitree dorate o argentate, prodotte nelle fornaci di Monteleone e di Piegaro, dove abbondava un tipo particolare di terra rossa. Nei boschi rigogliosi del contado orvietano era anche facile trovare molta buona legna per ottenere la combustione perfetta che serviva per far nascere i vetri colorati e le tessere da mosaico.

Nell’Umbria medievale la lavorazione del vetro era iniziata alla fine del XIII secolo grazie a un gruppo di emigranti che arrivarono da Venezia. Nel 1292 il governo della Serenissima aveva bandito dalla città tutte le fornaci: troppo alto era il pericolo di esplosioni e incendi a ridosso delle case. La maggior parte degli artigiani si trasferì nella vicina isola di Murano. I veneziani tentarono di garantire i segreti dei maestri con la nascita di corporazioni organizzate e statuti, via via sempre più severi. Molti vetrai però lasciarono la laguna, in cerca di mercati con meno concorrenza. A Piegaro e a Monteleone gli artigiani veneti trovarono una accoglienza calorosa. E molta considerazione. Tanto che alcuni di loro si imparentarono con le famiglie più abbienti della zona.

L’arte del vetro appariva misteriosa, quasi magica. E quasi un illusionista dovette sembrare ai suoi compaesani l’intraprendente Consilio Dardalini che a Monteleone aprì una sua fornace. Nella vicina Orvieto stava nascendo la grande fabbrica del Duomo nella quale per oltre tre secoli decine di artisti impegnarono le loro migliori energie. L’immenso cantiere celebrava in modo plastico il nuovo e strategico ruolo della città nello scacchiere politico e culturale della Penisola.

La replica ottocentesca del mosaico raffigurante la Natività di Maria. L’originale dell’opera, realizzata da Consilio Dardalini su cartone di Ugolino di Prete Ilario, è oggi conservata presso il Victoria and Albert Museum di Londra

L’architetto Lorenzo Maitani nel 1310 aveva iniziato a sovrintendere ai lavori e garantiva commesse sicure sia a Piegaro che a Monteleone. Una decina di anni dopo (1321), anche per evitare le difficoltà legate ai trasporti dei fragili tasselli, il capomastro del Duomo decise di aprire una vetreria proprio a Orvieto, nei pressi della porta del vescovado. E ne affidò la direzione a mastro Consiglio Dardalini. Sulla Rupe, insieme allo Stopario, secondo le cronache di Luigi Fumi (“Il Duomo di Orvieto e i suoi restauri”, 1891) si trasferirono anche altri tre monteleonesi: Ghino di Pietro, Cola di Pietrangelo e Nuto da Monteleone.

Un quartetto di “maghi del vetro”. Ma Consilio Dardalini era il leader riconosciuto. Fumi lo descrive come un “industrioso fabbricatore” che guidava in prima persona i lavoranti nell’arte di stendere nel modo giusto le foglie d’oro e le pezze di argento battuto.

Niente offuscò la sua fama. Nemmeno lo scandalo di un fattaccio di cronaca nera: una condanna infamante a seguito di un saccheggio che nel 1327 sconvolse San Casciano a Bagni, la città a sud del Monte Cetona, spesso contesa tra i senesi e gli orvietani. Le cronache dell’epoca glissano sui particolari. Di certo, Consilio si distinse nelle rapine. E fu tra il manipolo di violenti e facinorosi che si accanirono contro i civili. L’assalto non aveva niente di militare e non era stato autorizzato dal governo orvietano. All’imbarazzo seguì presto la voglia di una punizione esemplare, vista anche la notorietà del personaggio. Dardalini, il bravissimo artigiano che di giorno frequentava gli angeli dipinti sulla facciata del Duomo e la notte inseguiva i suoi demoni fu imprigionato e processato. La condanna fece scalpore: fu cacciato dalla fabbrica del Duomo e bandito da Orvieto.

Ma il castigo durò solo pochi mesi. Senza l’artista “maledetto” di Monteleone, i lavori sugli splendidi mosaici intorno al rosone del Duomo si bloccarono. Né Tino d’Assisi, né Angioletto da Gubbio, né Meuzzo Sanese e nemmeno Lello da Perugia riuscirono ad assicurare la stessa qualità di Consilio. Lorenzo Maitani capì: Dardalini era indispensabile. E allora, caldeggiato dai suoi collaboratori, chiese ai governanti di Orvieto che venisse riabilitato. In nome della bellezza delle sue creazioni. Perché “per la sua assenza, veniva danno all’Opera, non trovandosi chi potesse meglio di lui lavorare il musaico per la facciata”. La Signoria dei Sette, l’organo dei supremi magistrati, per la gloria di Orvieto, seguì la ragion di Stato e riaprì il processo. Il verdetto cambiò: con 31 voti favorevoli, Consilio il “musaicista” fu assolto.

Giuseppe Bolletti nel suo “Notizie istoriche di Città della Pieve”, stampato a Perugia nel 1830, ricorda nei particolari il clamoroso episodio. E specifica che due emissari del governo orvietano furono inviati al castello di Monteleone per richiamare Dardalini al suo prezioso lavoro. I messi condirono la buona notizia con un atto impregnato di cinismo amministrativo: Stopario poteva tornare al suo lavoro, libero da tutte le accuse ma doveva tagliare di un terzo la sua “solita paga”. Consilio manifestò pentimento per la sua condotta infamante e acconsentì subito all’invito, “in devozione di Maria Santissima”.

Duomo di Orvieto, particolare della facciata

I registi della grande fabbrica dell’Opera del Duomo documentano che Dardalini fu pagato per le sue preziose forniture di vetri anche nel 1335, 1338 e nel 1339. Il suo nome riemerge tra i documenti circa un ventennio dopo: nel 1358, collaborò con il pittore Ugolino di Prete Ilario per la costruzione di una vetrata nella cappella del SS. Corporale. E l’anno successivo insieme a Andrea di Cione detto l’Orcagna e suo fratello selezionò le tessere più belle per i mosaici che sulla splendida facciata del Duomo servirono a raffigurare la Natività della Vergine. L’ultima sua fornitura documentata “di vetri colorati e dorati” risale alla fine del 1363. Proprio quell’anno si persero le sue tracce. Forse Consilio si ritirò e tornò a Monteleone. Forse morì poco dopo. Del resto, doveva essere abbastanza vecchio se si pensa che erano passati più di 40 anni dall’apertura della sua prima vetreria ad Orvieto.

Il tempo e le intemperie hanno cancellato i mosaici fissati sulla stupefacente facciata del Duomo. L’opera di Consilio Dardalini e altri celebri artisti come Giovanni Bonini, l’Orcagna, Ugolino d’Ilario, Giovanni Leonardelli e David del Ghirlandaio è andata perduta. Via via, nei secoli, le tessere originali sono state sostituite, in modo comunque mirabile.

Nel 1790, quinto centenario del Duomo, alcuni mosaici originali furono staccati e offerti in omaggio a papa Pio VI. Solo uno non è andato disperso: è proprio il quadro della Natività della Vergine di Ugolino di Prete Ilario su cui si esercitò anche l’arte paziente di Consilio Dardalini. Dal 1891 è conservato al Victoria and Albert Museum di Londra, insieme alla memoria del maledetto musaicista di Monteleone d’Orvieto.

Federico Fioravanti

Articolo pubblicato su MedioEvo N° 259 di agosto 2018

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Il Corteo Storico di Orvieto, fotografia della città medievale

Istantanea dal Corteo Storico di Orvieto. Uno dei 26 vessilli delle terre assoggettate al Comune di Orvieto sullo sfondo dello splendido duomo

È quasi mitologico. Perché appare una sola volta all’anno. Inonda i vicoli di tufo di colori e suoni. Solenni, ripetitivi, quasi ipnotici. Poi sparisce. E per un anno intero non se ne ha traccia, se non nei racconti di chi lo ha visto o di chi vi ha preso parte. Contribuendo ad alimentarne il mito. Non è una manifestazione ludica. Non ci sono “singolar tenzoni” tra contendenti. Ma è una fotografia del passato. Una gigantesca istantanea in movimento di un Medioevo che è sfuggito lasciando però tracce indelebili.

È un po’ così il Corteo Storico di Orvieto. Non solo una solenne processione, ma una rappresentazione, più verosimile possibile, di un passato glorioso che ha fatto della Città della Rupe testimonianza di un’era, che poi buia non era affatto.

Nato a metà del secolo scorso è oggi la principale manifestazione popolare di Orvieto. Motivo di attrazione turistica, ma anche di grande partecipazione da parte degli orvietani. Chi è emigrato torna ogni anno nella terra natia anche solo per ammirare quegli straordinari costumi che già conosce a memoria, per averli visti ogni anno. Chi ancora vive sulla Rupe segue la manifestazione, a volte con spirito critico, ma sempre con affetto e dedizione.

Le insegne della milizia con gli emblemi comunali

La scintilla di questa tradizione, espressione dell’artigianalità, del sapere fare della gente del posto, scoccò negli anni Quaranta, quando la Curia pensò di “rivitalizzare” la giornata del Corpus Domini e della processione del Reliquario custodito in Duomo, con una “Sacra rappresentazione” del miracolo di Bolsena, alle origini della festa del Corpus Domini, promulgata da Orvieto nel 1264 da Papa Urbano IV attraverso la Bolla Transiturus. Ancora oggi ricorrenza celebrata dal mondo cattolico.

Dal 1947 al 1951 l’Istituto del dramma sacro di Roma, diretto dai fratelli Tamberlani, realizzò in piazza Duomo drammi religiosi che culminavano nella rievocazione dei momenti salienti del “miracolo”: la celebrazione della messa nella cripta di Santa Cristina a Bolsena.

Nel 1951 la rievocazione fu preceduta da un Corteo Storico, ricostruito fedelmente sulla scorta di documenti dell’epoca in cui avvenne il Miracolo.

Ma l’iniziativa per motivi economici durò solo un anno. Sarebbe rimasta una apparizione fugace se Lea Pacini non avesse raccolto la “sfida” e non avesse creato quello straordinario patrimonio che oggi consta di più di quattrocento preziosissimi costumi, modellati dalle sapienti mani di abili artigiani. Su sollecitazione dell’allora vescovo Francesco Pieri, la “signora Pacini”, come veniva chiamata, quasi con timore reverenziale, prese i contatti con il “Maggio Musicale Fiorentino” ed ebbe in prestito alcuni costumi per vestire un piccolo gruppo di figuranti, affinché accompagnasse in abiti storici la processione. Diede così il via alla storia del Corteo.

La signora Lea Pacini, fondatrice e creatrice dell’associazione omonima, che organizza il Corteo Storico di Orvieto

Anno dopo anno, sotto la guida della infaticabile ricercatrice, imprenditrice, mecenate, appassionata di arte, di storia del costume e e cultrice della “orvietanità,” la tradizione si consolidò. Pacini studiava gli affreschi in Duomo e nelle chiese orvietane, per carpire i particolari degli abiti medievali; artigiani locali, a cui si affidava, davano forme ai suoi progetti. Sono nati così i preziosi mantelli, gli elmi, le corazze, le alabarde, gli stendardi e le bandiere che sfilano ancora oggi e solo per una volta all’anno, lungo le vie della città. Ciascun pezzo è realizzato su disegno originario della “signora Pacini”. Ma ciascun pezzo, proprio perché fatto a mano, è unico e irripetibile.

Con il tempo e i processi di industrializzazione seriale, si sono perse alcune di quelle abilità artigianali. Non ci sono più i calzolai che hanno modellato ogni singola scarpa o stivale con pelli pregiate. Anche i velluti così ricchi, pesanti, perfetti, sono sempre più merce rara. Non ci sono più quelle abili mani che hanno cucito fili d’oro che arricchiscono ciascun particolare. L’unicità del Corteo storico di Orvieto sta anche qui. Se dovesse nascere ex novo, oggi probabilmente non potrebbe vedere la luce. E se da un lato sono la certosina precisione e ricchezza millimetrica, quasi maniacale, a rendere eccezionale questo patrimonio di abiti, dall’altro è l’accurata ricerca storica che dà al Corteo un valore “storico”. Esso è e vuole essere –come detto– una fotografia del passato. E come tale più fedele possibile alla realtà orvietana medievale, divisa tra poteri civile e militare, classi sociali, casate nobiliari, terre assoggettate, che facevano della Rupe un eccezionale centro di potere.

La milizia schierata durante il Corteo Storico

Nella “fotografia” del Corteo Storico, siamo nella seconda metà del Trecento. Orvieto è una città stato, potente, temuta e rispettata. La sua influenza si estende ben oltre i confini della Rupe e i suoi domini vanno dal mar Tirreno, inglobando le rive di Orbetello in Maremma, fino al lago di Bolsena e il monte Amiata.

Il Corteo Storico si divide fondamentalmente in tre parti: la rappresentazione del potere politico, con il Corteo del Podestà; la vita di città con i quartieri in cui è suddivisa l’Urbe antica: Corsica, Serancia, Olmo e Santa Maria e la rappresentazione del potere militare con il Corteo del Capitano del Popolo. Ogni parte del corteo si integra perfettamente con l’altra e lo spettatore, quasi ipnotizzato, segue il percorso dei figuranti, che procedono scandendo il passo con medesimo ritmo mantenuto dai tamburini, lo stesso incedere, sancito dal ritmo dei tacchi e dallo sfregolio della pelle di scarpe e stivali indossati dai figuranti. Trombettieri, tamburini, insegne del Comune e scudieri fanno da apripista alla solenne figura del Podestà che è seguita dai cavalieri delle famiglie nobiliari della città. Il Gonfaloniere di Giustizia, con i notabili, cancellieri, giudici, sindaco, ambasciatori e sapienti sono i rappresentanti della giustizia e dell’amministrazione cittadina, che si estende fino alle terre assoggettate, rappresentate dai vessilli e dai nobili provenienti da ogni angolo del territorio per il giorno di festa.

Straordinarie e curatissime le bandiere del territorio che facevano parte del dominio orvietano, ricostruite fedelmente e non stampate sulla tela, ma realizzate cucendo e ricamando pezzo su pezzo. Il corpo centrale della processione storica è rappresentato dai quattro quartieri che ricordano la divisione in rioni della città storica, sopra la Rupe. Ogni quartiere presenta i propri tamburini, Anterione, rappresentanti Nobili del Quartiere, Ceri Votivi, Sbandieratori, Vessillifero Maggiore, Vessilliferi dei rioni. I costumi con lo stesso taglio hanno come particolarità l’utilizzo dei colori tipici di ciascuna zona di Orvieto: giallo e rosso per il Corsica, bianco e verde per l’Olmo, giallo e blu per il Santa Maria, bianco e rosso per il Serancia. Segue il Corteo delle Corporazioni, che rappresenta tutte le principali attività economiche della città stato.

La quadriglia tamburi delle Corporazioni schierata per il Corteo

Ecco infine il corteo delle milizie: si apre con un gruppo di tamburini che scandiscono il passo e danno così ai figuranti, che seguono, un ampio senso di appartenenza e di onore verso ciò che stanno rappresentando. Dopo le bandiere con i vessilli del Comune sfilano due Quadriglie; la prima è quella detta “Alabarde”, una lunga asta con in cima un ferro simile ad un’ascia. La seconda quadriglia è quella degli “Spiedi”: una lunga asta con in cima un ferro simile ad uno spiedo.

I figuranti riportano in vita le milizie che nel Medioevo servivano ad Orvieto. La processione prosegue con le insegne della città, la scorta armata con gli spadoni e l’insegna del Capitano del Popolo, la figura principale del potere militare. Temuto, stimato, potente, il figurante che indossa l’abito mostra questa vocazione alla forza. Lo seguono gli scudieri: porta scudo e porta lancia. Ancora il cavaliere con la bandiera di San Giorgio, il Conestabile dei cavalieri Filippeschi, lo scudiere ed il porta lancia dei Filippeschi. Poi il gruppo dei cavalieri: Della Greca, Montemarte, Marsciano, Mazzocchi, Ranieri, Bisenzi, ciascuno con il proprio scudiere al seguito. Di nuovo un gruppo di tamburini introduce l’insegna dei Balestrieri, il Capitano dei Balestrieri Avveduti, con lo scudiere, i balestrieri e i pavesieri. Quindi le quadriglie: ronconi, lance taglio e punta, lance a giglio, le insegne dei quartieri.

La cromia degli abiti merita un approfondimento. Nel Trecento e nella prima metà del Quattrocento, l’uso dei colori vivaci, spesso accostati a contrasto in varie forme di disposizione bipartita in senso verticale a scacchi, a righe, a onde e via dicendo, è particolarmente frequente. Valletti, trombettieri, porta ceri, spiccano nel corteo proprio per i vivaci colori bipartiti. Ma il colore in assoluto più frequente è il rosso scarlatto –tinta per eccellenza dei manti regali e nobili in genere, di quelli dei magistrati e in alcuni casi dei medici– seguito dal verde intenso, spesso accoppiati a contrasto. Apprezzati erano anche il porpora rosato, il vermiglio, il violetto, il pavonazzo, il morello e l’alessandrino (blu-turchese cupo) e il blu-azzurro (il nostro celeste). Il grigio, con tutte le sue varianti, dal grigio cenere al bigio, e i toni del marrone spento, più o meno chiaro, erano invece i colori degli artigiani dediti ai mestieri, mentre al popolo basso –contadini, muratori, salariati in genere– rimaneva il bianco.

Particolare dell’elmo del Capitano del Popolo

Anche il nero era un colore importante perché designava una tipologia sociale nobiliare o quantomeno elevata per autorità, anche se generalmente si anteponeva al rosso soprattutto perché era imposto da tutte le leggi sanitarie emanate: la tinta, assai meno costosa, denotava simbolicamente fermezza, autorità, perseveranza e saldezza di propositi. L’esempio più eclatante dell’uso del colore nero nel Corteo Storico di Orvieto è il mantello indossato dal conestabile dei cavalieri, ricamato in seta nei colori bianco, rosso oro e argento. Quello che colpisce l’osservatore è che il Corteo storico, che sfila soltanto al mattino, nella domenica del Corpus Domini (tra fine maggio e inizio giugno), dopo una lunga preparazione dei figuranti, con precisione quasi maniacale per il dettaglio, è composto da soli figuranti uomini mentre le donne non sono ammesse. Questo perché i personaggi che sono interpretati dai figuranti, ovvero Podestà, Gonfaloniere di Giustizia, Consoli, Capitano del Popolo, rappresentanti delle milizie, nobili, erano tutti rigorosamente di sesso maschile.

Alle donne è riservato uno speciale Corteo delle Dame che sfila il giorno antecedente e che si è costituito nel 1994. Oggi a custodire, valorizzare e promuovere questo eccezionale patrimonio fatto di arte, artigianato, storia, cultura, del saper fare unico e irripetibile, è l’Associazione Lea Pacini. Costituita all’inizio degli anni Novanta ha ereditato dalla fondatrice la grande passione e dedizione e il compito di portare avanti il Corteo. Una tradizione che affronta il futuro con fierezza. Laica, apolitica e senza fini di lucro, l’Associazione è composta, oltre che dall’Assemblea degli iscritti, dal Consiglio di Amministrazione, dal Comitato di Gestione con il suo presidente e dal Collegio dei Decani. Tante persone coinvolte tutto l’anno nell’organizzazione di quell’attesa giornata nella quale Orvieto riscopre se stessa.

Andrea Mazzi Giornalista e saggista, ricercatore e studioso di tradizioni popolari Articolo pubblicato su MedioEvo N° 256 di maggio 2018 Crediti foto: fotografi vari per l’Associazione Lea Pacini

L’edizione 2018 del Corteo Storico di Orvieto si terrà il 3 giugno, ore 10:00 in Piazza del Capitano del Popolo. Il giorno precedente (2 giugno, ore 17:00) il Corteo delle Dame in Piazza Duomo. Maggiori informazioni e programma completo della Festa del Corpus Domini: Corteo Storico Orvieto

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La nascita del ghetto

Il 29 marzo 1516 il Senato della Serenissima Repubblica di Venezia delibera che “tutti li Zudei che de presente se attrovano abitar in diverse contrade de questa città, debbano abitar uniti” nella corte di case site presso l’ex fonderia di rame detta “Ghetto”.

“E la neve scende su una fredda e grigia mattina di Chicago – canterà quattro secoli e mezzo dopo Elvis Presley – Un povero bambino è nato nel ghetto. E sua madre piange, perché se c’è una cosa di cui non ha bisogno è un’altra bocca da sfamare nel ghetto”.

In quattrocento anni il termine “ghetto” finirà per indicare la parte malfamata di una metropoli, il quartiere povero dove ragazzi cresciuti senza niente “imparano a rubare e a lottare”. Eppure quando nasce, il 29 marzo 1516, il ghetto è tutto l’opposto: il primo “recinto degli ebrei” è un quartiere ricco, un luogo effervescente e cosmopolita e uno dei principali centri di commercio della città.

Il Ghetto – che si trova nell’attuale sestiere di Canneregio ed è tuttora il fulcro della comunità ebraica di Venezia – prende il nome dal “geto de rame”: qui si trovavano infatti le fonderie pubbliche dove venivano fabbricate le bombarde, una sorta di antenate dei cannoni. Il quartiere già dal XIV secolo aveva preso il nome dal verbo “ghettare”, cioè “affinare il metallo con la ghetta” (il diossido di piombo), parallelo a “gettare”, ovvero fondere i metalli, ed era diviso in due parti: Ghetto Vecchio e Ghetto Nuovo.

Verso l’inizio del Quattrocento le fonderie erano state dismesse e l’area del Ghetto Nuovo era stata affidata ai fratelli Da Brolo, che intendevano costruirci un complesso residenziale comprendente venticinque case da affittare e una chiesa. Attorno al 1460 era sorto però un litigio tra le parrocchie di San Geremia e San Marcuola attorno alla pertinenza ecclesiastica del nuovo quartiere, il progetto era stato abbandonato e l’area era rimasta disabitata per diversi decenni.

Venezia, le tre fasi del ghetto (laborazione da J. de’Barbari, Veduta di Venezia, 1500, dettaglio)

Intanto in città c’era già qualcosa di simile a quello che sarebbe diventato il ghetto ebraico: dal XIII secolo esisteva infatti il Fondaco dei tedeschi, un singolo edificio (esistente ancora oggi, ai piedi del Ponte di Rialto) in cui i mercanti tedeschi venivano rinchiusi di notte; anche gli Ottomani avevano un fondaco, dove poter vivere appartati, con tanto di luogo di culto.

All’inizio del Cinquecento gli sconvolgimenti della guerra avevano portato molti ebrei a rifugiarsi a Venezia finendo per risvegliare la diffidenza e l’ostilità dei residenti cristiani, per questo il Senato aveva deciso di risolvere la questione stabilendo che tutti gli israeliti dovessero obbligatoriamente risiedere nella località del Ghetto Nuovo, che si presenta ancora oggi come un’isola i cui accessi avvengono tramite due ponti. In corrispondenza dei ponti esistevano dei robusti cancelli, che venivano chiusi e sorvegliati di notte, poiché agli abitanti era permesso uscire dal quartiere solo di giorno e con dei segni distintivi.

Nel corso del Cinquecento saranno poi edificate varie sinagoghe, una per ogni gruppo etnico: sorgeranno così la Schola Grande Tedesca, la Schola Canton (di rito ashkenazita), la Schola spagnola (di rito Sefardita), la Schola Levantinae e la Schola italiana, i cui edifici costituiscono ancora un complesso architettonico di grande interesse.

Il Fondaco dei Tedeschi (Calle del Fontego dei Tedeschi, Ponte di Rialto, Venezia)

Agli ebrei ashkenaziti il governo veneziano concederà, oltre all’esercizio della medicina e della “strazzeria”, il mestiere di prestatori di denaro, un’attività creditizia che ai cristiani era impedita: all’interno del Ghetto sorgono così i banchi di pegno dai quali passerà buona parte del prestito di denaro della potenza lagunare; diventerà così abituale, per i veneziani, andare al Ghetto per contrarre un prestito o a riscattare degli oggetti tenuti per garanzia.

Non mancano comunque le professioni liberali e la cultura. Favorita anche dalle consistenti ondate immigratorie da tutta l’Europa, la comunità ebraica veneziana crescerà così tanto che per ricavare un numero sufficiente di alloggi gli edifici finiranno per espandersi in verticale e a tutt’oggi le costruzioni del Ghetto – caso unico a Venezia – si caratterizzano per la notevole altezza, tanto da arrivare fino a otto piani.

Nel 1541 il territorio verrà inoltre ampliato con l’aggiunta del Ghetto Vecchio, concesso agli ebrei giunti dalla penisola iberica e dall’impero Ottomano e nel 1633 sarà aperto il Ghetto Novissimo: una piccola area a est del Ghetto Nuovo, composta da appena due calli.

Ben presto l’esempio di Venezia viene seguito anche da altre città italiane ed europee, che iniziano a confinare gli ebrei in quartieri chiusi, tanto che il nome proprio “Ghetto” diventa prima sinonimo di quartiere ebraico e successivamente di luogo di segregazione.

Nel corso del Medioevo esistevano già in tutta Europa quartieri ebraici che in genere si chiamavano “giudecca”. A differenza del ghetto, però, nella giudecca non c’era alcun obbligo di residenza e in qualche caso le comunità godevano di una propria autonomia politica, amministrativa, giudiziaria e patrimoniale: provvedevano all’imposizione e alla riscossione delle imposte e svolgevano servizi fondamentali come la scuola, il notariato, l’ospedale, il cimitero, il macello e l’assistenza ai più bisognosi.

Solo in Sicilia si contavano oltre 90 giudecche popolate da circa 37mila ebrei e nel 1310 il re di Sicilia Federico II di Aragona aveva avviato una politica restrittiva nei confronti della numerosa comunità ebraica siciliana, costringendola a contrassegnare vesti e botteghe con la “rotella rossa”.

Nobile ebreo al banco (Giovanni Grevembroch, 1731–1807)

Nel 1555 papa Paolo IV, seguendo l’esempio di Venezia, crea il ghetto di Roma con la bolla Cum nimis absurdum, che forza gli ebrei a vivere in un’area specifica con una serie di restrizioni, che resteranno in vigore per secoli. Il Ghetto di Roma, a Trastevere, diventerà uno dei quartieri più importanti della città, ancora oggi sede della Sinagoga ma anche di centri culturali e ristoranti tipici che offrono ai turisti piatti a base di cucina ebraica, come i celebri “carciofi alla giudìa”.

L’istituzione dei ghetti a partire del XVI secolo sarà comunque limitata al centro-nord d’Italia. In alcune realtà locali gli ebrei saranno capaci di ritardare (come in Piemonte) o evitare (come a Livorno o a Pisa) l’istituzione del ghetto, o limitarne alcuni degli effetti restrittivi. Ma sarà solo alla fine del Settecento, con la diffusione degli ideali della Rivoluzione francese, che i ghetti verranno progressivamente aboliti. L’ultimo sarà proprio quello di Roma, che dovrà aspettare fino all’annessione allo Stato italiano nel 1870.

Sarà poi il nazismo a ripristinare il sistema dei ghetti come tappa temporanea finalizzata alla realizzazione della “soluzione finale” in Europa orientale. A Varsavia, dove non era mai esistito un ghetto, nel 1942 saranno concentrate 500mila persone in 3,4 chilometri quadrati, tanto da portare – tra l’aprile e il maggio del 1943 – all’insurrezione che costerà la vita a 13mila ebrei e la deportazione ai superstiti mentre il ghetto sarà completamente raso al suolo.

Roma, il ghetto (elaborazione da A. Tempesta, Roma, 1593, dettaglio)

Negli Stati Uniti, invece, il ghetto riguarderà la popolazione nera: dopo l’abolizione della schiavitù la discriminazione nei confronti degli afroamericani li porterà a vivere in determinati quartieri (si pensi al Bronx e ad Harlem, a New York) che prenderanno il nome di “ghetto”.

Paradossalmente, però, saranno proprio le leggi sui diritti civili degli anni ‘60 che – permettendo agli afroamericani più facoltosi di trasferirsi nelle “zone per soli bianchi” – contribuiranno al collasso economico di molti ghetti, il cui livello di benessere scenderà sotto la media, mentre aumenteranno gli indici di criminalità e di degrado urbano.

Well, the world turns And a hungry little boy with a runny nose Plays in the street as the cold wind blows In the ghetto.

In the Ghetto (Elvis Presley, From Elvis in Memphis, 1969)

Arnaldo Casali

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Alla ricerca del Santo Graal

Calice, coppa, piatto, pietra preziosa, ventre di donna, fonte di vita e sorgente di prosperità; reliquia cristiana o amuleto celtico, il Santo Graal è il più mutevole e affascinante prodotto dell’immaginario medievale, capace di sposare il ciclo bretone alla cultura cristiana, suggestioni orientali alle leggende sui templari.

Simbolo stesso della ricerca dell’assoluto, partito dalle isole Britanniche nel corso dei secoli ha attraversato la Francia, l’Italia, la Germania e la Palestina, creando il più grande mito del Medioevo capace ancora oggi di ispirare storici, artisti, scrittori e registi.

Eppure quando fa la sua prima comparsa sulle scene letterarie, il Graal non è ancora un calice né tanto meno è santo.

Capolettera miniato nel manoscritto Perceval di Chretien de Troyez (sec. XIII)

Un antecedente lo troviamo già nel IX secolo, quando il vescovo Auduardo di Sens compone un poemetto – De fonte vitae – dove si parla di un viaggio verso “il luogo più bello del mondo” nel quale scaturisce la fonte della vita alla quale si può attingere solo se si è in possesso di uno speciale vaso.

Ma è nel romanzo Perceval di Chretien de Troyez – ultima opera del più grande autore di poemi cavallereschi, scritta tra il 1175 e il 1190 e rimasta incompiuta – che il Graal fa il suo debutto ufficiale.

Il romanzo racconta la storia di un adolescente gallese che abbandona la madre vedova per unirsi ai cavalieri di re Artù. Giunto, dopo una serie di avventure, al castello del re Pescatore, il giovane assiste a una strana processione: “Un valletto viene da una camera e tiene una lancia lucente impugnata a metà dell’asta. Una goccia di sangue stillava dalla punta di ferro della lancia, fin sulla mano del valletto”. Il giovane ospite si trattiene dal chiedere il significato di quelle parole, perché gli è stato insegnato che parlare troppo è segno di villania. Poi arrivano due valletti e una fanciulla molto bella “slanciata e ben adorna veniva con i valletti e aveva tra le mani un graal. Quando fu entrata nella sala col graal che teneva, si diffuse una luce sì grande che le candele persero il chiarore, come stelle quando si levano il sole e la luna. Dietro di lei un’altra damigella recava un piatto d’argento. Il graal che veniva avanti era fatto dell’oro più puro. Vi erano incastonate pietre di molte specie e le più ricche e le più preziose che vi siano in mare o in terra”.

Il Graal è quindi un oggetto prezioso e magico: non si tratta però di un calice, e nemmeno di una reliquia. Non solo, ma non è nemmeno di un oggetto specifico: Chretien parla infatti di un graal e  non del Graal. La parola “graal” designa infatti in francese antico una coppa o un piatto e probabilmente deriva dal latino medievale gradalis, con il significato di “piatto”, o dal greco κρατήρ (kratḗr, “vaso”).

La singolare processione del Graal si ripete più volte durante il banchetto raccontato in Perceval. Il giorno dopo, però, il castello è vuoto e il giovane gallese scopre che il re Pescatore è ferito e ammalato. Proprio la domanda sul funzionamento del Graal che Parsifal non ha posto avrebbe rotto l’incantesimo e salvato il re e il suo regno.

Dopo altre avventure, il giovane cavaliere incontrerà un eremita che gli rivelerà di essere il fratello di sua madre e dello stesso Re Pescatore, spiegandogli anche che il contenuto del piatto magico è un’ostia: “Quest’ostia sostiene e conforta la vita del re, tanto essa è santa, ed egli stesso è sì santo che nulla lo fa vivere se non l’ostia del graal”.

Dopo la rivelazione Parsifal si sottoporrà a una dura penitenza per espirare i suoi peccati perfezionando così anche la sua educazione cavalleresca. A causa della morte dell’autore, però, il romanzo si interrompe senza svelare come si concluda la storia del Graal e del giovane cavaliere.

Apparizione del Santo Graal in un manoscritto parigino del secolo XV

Una storia che, come si è visto, sposa leggende celtiche con elementi della religione cristiana. Se l’ostia e il sangue che stilla dalla lancia rimandano a una simbologia eucaristica e alla passione – infatti – non c’è ancora alcun riferimento al calice dell’Ultima cena e il Graal appare piuttosto come un oggetto magico, una sorta di “cornucopia” capace di illuminare il cammino dell’uomo nella natura mistica dell’altro mondo e di nutrirlo e proteggerlo donando salute e prosperità.

L’influenza di Perceval sull’immaginario letterario medievale – e la sua enigmatica “non-conclusione” – portano molti scrittori a tentare di dare un seguito al romanzo di Chretien, rielaborando e ampliando ognuno a modo suo la leggenda del Graal.

Di fatto esistono quattro seguiti “ufficiali” di Perceval mentre molti altri testi riprendono e rielaborano la storia del Graal, e il fatto che la parola sia difficilmente comprensibile al di fuori del contesto franco-celtico favorisce il passaggio del termine da nome comune a nome proprio: un graal diventa così il Graal.

All’inizio del XII secolo risale il Peredur, racconto gallese che richiama il Perceval inserendo alcuni elementi distintivi: qui il re Pescatore viene ferito dalle incantatrici di Caer Loyw che hanno assassinato anche un cugino di Peredur: il fine delle avventure è dunque la vendetta. Il Graal, pur non essendo mai indicato con questo nome, è presentato come un vassoio nel quale è posta la testa tagliata del cugino di Peredur immersa nel sangue. Un particolare che ricorda da vicino un altro passaggio dei Vangeli: non l’istituzione dell’Eucarestia né la Passione di Cristo, però, ma la morte di Giovanni Battista.

Il poema tedesco Parzival di Wolfram von Eschembach descrive invece il Graal come una pietra preziosa: “Il più bel gioiello del cielo, fonte di ogni gioia, segno d’ogni bene in terra”, mentre il francese Perlesvaus richiama alcuni elementi che trasformeranno l’amuleto celtico nel calice dei Vangeli: si dice infatti apertamente che dalla punta della lancia portata in processione stilla il sangue che finisce nel vaso, dentro il quale appare “un calice di una foggia rara per quei tempi” e la “figura di un bambino”. Quando poi lo sguardo del protagonista viene sollevato “gli pare che il Graal sia sospeso in aria e che sopra ci sia un uomo inchiodato a una croce con una lancia conficcata nel costato”. L’associazione tra Graal, calice e sangue di Cristo è dunque quasi completata.

L’ultima cena (Jaume Huguet, 1470, Museo Nazionale d’Arte di Catalogna, Barcellona)

È però il piccardo Robert de Boron che intorno al 1200, con il suo Roman de l’Estoire du Graal, fonde il tema celtico e cavalleresco del Graal con la tradizione evangelico-apocrifa, trasformando il piatto magico nel calice usato da Cristo dell’Ultima cena e fissandone la leggenda diventata oggi di fatto quella “ufficiale”.

Riprendendo in parte il vangelo apocrifo di Nicodemo, il romanzo racconta come un giudeo, dopo l’arresto di Gesù, avesse sottratto il calice usato durante l’Ultima cena e lo avesse donato a Pilato; il quale, a sua volta, l’aveva consegnato a Giuseppe d’Arimatea, il fariseo che – secondo i vangeli ufficiali – ha ottenuto il permesso di seppellire il cadavere di Gesù. Dopo aver ricevuto il calice, Giuseppe lo utilizza per raccogliere il sangue uscito dal costato di Cristo, trafitto con una lancia dal soldato Longino. Successivamente Giuseppe porta con sé il calice “in una terra verso Occidente ancora tutta selvaggia” ovvero l’Inghilterra, dove fonda la prima chiesa cristiana delle isole britanniche nella valle di Avalon, identificata con l’attuale Glastonbury. Dalla generazione di Bron, cognato di Giuseppe d’Arimatea, sarebbero discesi i “re Pescatori”, così detti perché avrebbero pescato quel pesce (un richiamo simbolico all’Icthys, ovvero Cristo stesso) necessario al rito del Graal.

Le leggende successive si spingono oltre e come avvenuto per il legno della Croce (di cui viene raccontata tutta la storia, dal Paradiso terrestre fino al calvario) anche del calice viene ricostruita tutta la storia sin dalla sua fabbricazione: il Graal era dunque in origine una pietra caduta sulla terra dalla corona di Lucifero, staccatasi durante lo scontro fra gli angeli del bene e quelli del male. Set – figlio di Adamo ed Eva – l’aveva ritrovata quando era tornato nel Paradiso Terrestre in cerca di una cura per il padre moribondo, ricevendone una medicina capace di curare qualsiasi male.

Salvato durante il diluvio da Noè e utilizzato da Melchisedek per benedire Abramo e Sara, il Graal era stato poi posseduto da Mosè e dai Patriarchi prima di scomparire nuovamente. A ritrovarlo era stata infine la Veronica, che lo aveva consegnato a Gesù Cristo per celebrare l’Ultima Cena.

Va notato come l’identità del Graal come custodia del sangue di Cristo (sia nell’accezione mistico-simbolica dell’eucarestia, sia in quella più concreta della crocifissione) avviene in un’epoca in cui si va rafforzando ed espandendo il culto del sangue di Cristo, tanto da portare – nel giro di pochi decenni – all’istituzione della festa del Corpus Domini.

Il cosiddetto “Sacro Catino” è un piatto esagonale in vetro verde. Secondo la tradizione fu portato a Genova da Guglielmo Embriaco nel 1101, di ritorno dalla prima Crociata e dalla presa di Cesarea.

A portare il Calice dalla dimensione mitico-cavalleresca a quella devozionale è infine Jacopo da Varagine che nella Legenda Aurea racconta come durante la prima crociata, nel 1099, i genovesi avessero trovato a Gerusalemme il calice usato da Cristo durante l’Ultima cena. Il reperto in questione si può ancora oggi ammirare nel Museo del tesoro della Cattedrale di Genova: la reliquia, detta “Sacro Catino”, consiste in un vaso, intagliato in una pietra verde brillante e traslucida, che è stato – peraltro – trafugato da Napoleone per essere restituito dopo la sua caduta.

Altre fonti sulla presenza della coppa di Cristo a Gerusalemme parlano di un calice argenteo a due manici chiuso nel reliquiario di una cappella vicino Gerusalemme. Questo Graal appare solamente nel racconto di Arculfo, un pellegrino anglo-sassone del VII secolo, che l’avrebbe visto e toccato. Un’altra testimonianza si trova nel romanzo tedesco del XIII secolo Titurel il giovane in cui si parla di un Graal trafugato dalla chiesa del Boucoleon durante la quarta crociata e portato da Costantinopoli a Troyes dal vescovo Garnier de Trainel nel 1204. Viene ricordato lì ancora nel 1610, ma sarebbe scomparso durante la Rivoluzione Francese.

A sinistra, il Santo Cáliz custodito nella Cattedrale di Valencia, a destra La Santa Cena di Juan de Juanes, che ritrae il Santo Cáliz (1560, Museo del Prado)

Di fatto, oltre al Sacro Catino, l’unico altro “graal” ancora conservato è il Santo Cáliz, una coppa di agata conservata nella cattedrale di Valencia. Essa è posta su un supporto medievale, la base è formata da una coppa rovesciata di calcedonio e sopra vi è incisa un’iscrizione araba. Il primo riferimento certo al calice spagnolo è del 1399, quando fu dato dal monastero di San Juan de la Peña al re Martino I di Aragona in cambio di una coppa d’oro. Secondo la leggenda sarebbe stato portato a Roma da San Pietro.

“L’incertezza nella decifrazione del mito del Graal – spiega Franco Cardini – deriva essenzialmente dalla presenza in culture anche geograficamente lontane tra loro di simboli formalmente molto simili”.

Se l’opera di Chretien de Troyes mescola il tema dell’avventura alla ricerca di oggetti magici che spezzino incantesimi e quello dell’iniziazione (cavalleresca – ma anche religiosa) attraverso una serie di difficili prove con elementi di origine chiaramente cristiana ed eucaristica, la coppa è praticamente in tutte le culture simbolo di potere.

Il Santo Graal di Franco Cardini, Massimo Introvigne e Marina Montesano (Ed. Giunti, 1998)

“Il calice e la coppa – spiega ancora Cardini, che al Santo Graal ha dedicato anche un libro pubblicato nel 1998 – sono dei veri e propri grandi archetipi, densi di significato il tutte le culture del mondo eurasiatico-mediterraneo. Nei Salmi biblici il cantore offre a dio la coppa della salvezza e riceve da lui quella delle benedizioni o del castigo; il Vangelo parla del calice del dolore, al contrario la coppa che trabocca è simbolo di gioia e di abbondanza”. Ma il simbolismo è presente anche nella cultura indiana, dove il mitico re Gemshid possiede una coppa nella quale può vedere l’intero universo. Non a caso coppe e bacili sono strumenti abituali per i riti divinatori, così come per la preparazione di potenti filtri. Nel mondo germanico la coppa viene utilizzata come simbolo di trasmissione della sovranità e in alcuni casi viene ricavata dal cranio dei nemici uccisi, come nel caso del re longobardo Alboino. “Si può ipotizzare dunque che la coppa come simbolo al contempo di regalità e di abbondanza sia un archetipo delle culture indoeuropee”. Stesso dicasi per la lancia, da cui deriva lo scettro. Reinterpretazione dunque, di un archetipo presente in tutte le mitologie indoeuropee, il mito del Graal si spegne lentamente alla fine del Quattrocento per trovare nuova giovinezza solo con il Romanticismo, nell’Ottocento. La letteratura cavalleresca si concentrerà infatti, nei secoli successivi, sull’epopea di Carlo Magno e dei suoi eroi lasciando tramontare quella dei cavalieri della Tavola rotonda.

Sarà Richard Wagner a consegnare il mito del Graal al Novecento, secolo in cui si fanno largo anche le leggende secondo cui i Templari (che in realtà non ebbero mai nulla a che fare con il Graal) sarebbero stati guardiani e custodi della coppa e fondatori di una sorta di chiesa parallela.

È in questi ambienti esoterico e pittoreschi che, a partire dalla fine dell’Ottocento, si fa strada la più suggestiva, immaginifica e balzana ipotesi, destinata a trovare risonanza mondiale nel 2003 con la pubblicazione del romanzo Il Codice Da Vinci: quella secondo cui il Santo Graal non sia in realtà nient’altro che il ventre della Maddalena, moglie di Gesù e madre dei suoi figli.

Nata a partire dal 1885 per iniziativa di don Berenger Saunière, parroco di Rennes-Le-Chateau e successivamente dell’esoterista Pierre Plantard (nato nel 1920 e morto nel 2000), la leggenda sostiene che Maria Maddalena fosse in realtà la moglie di Gesù e che da questi avrebbe avuto dei figli. Dopo la morte e resurrezione di Cristo la Maddalena si sarebbe trasferita in Francia e qui avrebbe partorito i figli di Cristo, destinati a dare origine alla dinastia dei merovingi, sovrani di Francia agli inizi del Medioevo (saranno poi rimpiazzati dai Carolingi e infine dai Capetingi).

Secondo questa ipotesi, quindi, “Santo Graal” deriverebbe da “Sang Real”, ovvero Sangue Reale, quello di Cristo trasmesso alla prima casa regnante di Francia.

La leggenda trova dei precedenti proprio nel XII secolo, quando il monaco Pièrre des Vaux-de-Cernay, riferendosi ai Catari, scrive: “Gli eretici dichiaravano che Santa Maria Maddalena era la concubina di Gesù Cristo”. A dargli forma definitiva sono però Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln con il libro Il Santo Graal pubblicato nel 1982, le cui teorie sono state riprese poi da Dan Brown per il romanzo Il Codice Da Vinci.

Il mitico taccuino dove il padre di Indiana Jones avev ricostruito la storia del Santo Graal (dal film “Indiana Jones e l’ultima crociata”, 1989, con Harrison Ford e Sean Connery, regia di Steven Spielberg)

Paradossalmente, gli autori del Santo Graal hanno denunciato Dan Brown per plagio smascherando così – implicitamente – la loro stessa operazione. Un romanzo non può “copiare” infatti un saggio che presenta una scoperta storica, ma solo un’opera di invenzione. La denuncia è finita così in un cul de sac: o Dan Brown non ha copiato o Il Santo Graal è un’opera di fantasia.

Ben più “ortodosso” di quello indagato da Robert Langdon nel Codice Da Vinci è invece il Graal inseguito dal più celebre archeologo della storia del cinema in Indiana Jones e l’ultima crociata del regista ebreo Steven Spielberg, in cui il Calice è presentato nella sua versione pienamente cristianizzata pur riprendendo elementi dai rituali di iniziazione del ciclo bretone (per accedere al Graal bisogna superare una serie di prove), le leggende templari (il calice è custodito da un cavaliere crociato ancora in vita e vecchissimo) aggiungendo anche le capacità taumaturgiche (guarisce le ferite del padre del protagonista) e il dono dell’immortalità a chi ci beve.

E se nella Leggenda del re Pescatore di Terry Gilliam il Santo Graal è una coppa celebrativa che fa bella mostra di sé nella casa di un miliardario, secondo il cantautore Jovanotti il Santo Graal “è nel salotto di mia nonna” (come recita una strofa della canzone Falla girare) a testimoniare che anche nell’immaginario contemporaneo la ricerca del Sacro Calice è un anzitutto un viaggio dentro se stessi e la propria esistenza.

Arnaldo Casali

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L’arte del falso nel Medioevo

Il negativo fotografico di un particolare della Sindone, un lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce delle dimensioni di circa 4,41 x 1,13 m., contenente la doppia immagine accostata per il capo di un volto umano

“Il Medioevo un’epoca barbara? Provateci voi, a falsificare la Sindone!”. Così Emore Paoli, tra i più autorevoli medievisti contemporanei, ama rispondere a chi persevera nei luoghi comuni che identificano il Medioevo come il buio della civiltà.

In effetti la Sindone, seppure sia considerata un falso dalla comunità scientifica (anche se in molti contesti la disputa sull’attendibilità dei risultati sperimentali è ancora accesa), è comunque un capolavoro di tecnologia: per realizzarla è stata utilizzata infatti una tecnica così avanzata che, pur avendo accertato che non si tratta di pittura, la scienza non è riuscita ancora a spiegare come l’immagine sia stata “stampata” sul lenzuolo. D’altra parte è vero anche che la Chiesa non ha mai considerato ufficialmente la Sindone una vera e propria reliquia: la definizione utilizzata è sempre stata infatti quella di “icona”, ovvero immagine di Cristo.

E se nel Medioevo quella del “falso” è stata una vera e propria arte che ha prodotto reliquie, documenti e profezie, va anche detto che il concetto stesso di “vero” all’epoca era molto diverso da quello attuale.

La verità che interessa, all’uomo medievale, infatti, non è quella filologica ma quella sostanziale: l’autore di un libro (a cominciare dagli evangelisti) non è necessariamente colui che lo ha redatto materialmente quanto piuttosto l’autorità al cui insegnamento o alla cui testimonianza si è rifatto chi lo ha scritto. Allo stesso modo il concetto di agiografia è molto diverso da quello – contemporaneo – di biografia, perché ciò che interessa trasmettere all’agiografo è il messaggio religioso e non i fatti storici.

La stessa Sindone, dunque, quando ha iniziato a circolare in Europa, era venerata in primo luogo come immagine del crocifisso: contava poco che fosse un reperto archeologico, un’opera artistica o un’immagine impressa non si sa come e non si sa quando, e il dibattito sulla sua autenticità è venuto fuori solo con il passare dei secoli.

Questo non toglie, ovviamente, che tra le migliaia di reliquie che hanno iniziato a circolare nel Medioevo ce ne siano alcune maliziosamente costruite ad arte per trarre profitto ingannando i fedeli.

La teca dorata della Confessione in Santa Maria Maggiore (Roma), conserva frammenti del legno della Sacra Culla (cunabulum), la mangiatoia che avrebbe accolto Gesù appena nato

D’altra parte se l’autenticità delle ossa dei santi contemporanei era accuratamente certificata (tanto che il corpo di Francesco d’Assisi aveva iniziato ad essere conteso quando il santo era ancora in vita, e gli assisani avevano fatto tornare in città da uno dei suoi viaggi il Poverello con la scorta armata per timore che morisse in terra straniera), per tutto il Medioevo circolano anche reliquie davvero improbabili: basti pensare alla mangiatoia dove sarebbe stato deposto Gesù Bambino, custodita a Santa Maria Maggiore a Roma, e addirittura il latte della Vergine o il prepuzio di Cristo conservato a Calcata, per non parlare delle due teste di Giovanni Battista: quella del santo da adulto e quella del santo da bambino.

Se tutti i frammenti della croce fossero autentici ci sarebbe voluto un bosco intero per costruirla e nemmeno se fosse stato un gigante San Valentino avrebbe potuto seminare tutte le ossa rivendicate dalle centinaia di chiese sparse per il mondo.

D’altra parte a ironizzare sulle reliquie farlocche è già – in pieno Medioevo – Giovanni Boccaccio, che nel Decameron inserisce la novella di fra’ Cipolla, portata poi al cinema da Mario Monicelli e Alberto Sordi pur se innestata sulle vicende di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

Religioso dell’ordine di Sant’Antonio (congregazione nota al tempo proprio per i traffici di reliquie), fra’ Cipolla si reca a Certaldo per raccogliere le offerte dei fedeli. Predicando, Cipolla annuncia di aver portato con sé nientemeno che una piuma delle ali dell’arcangelo Gabriele, caduta al momento dell’Annunciazione alla Vergine Maria. Ascoltando la solenne dichiarazione, però, due amici del frate decidono di fargli uno scherzo e gli rubano la piuma (che si rivela subito essere “una penna di quelle della coda d’un pappagallo”) e la sostituiscono con dei carboni. Quando, durante la predica, Cipolla apre il reliquiario e ci trova i carboni al posto della penna, non si perde d’animo e li mostra ai fedeli spacciandoli per quelli che erano stati utilizzati per bruciare sulla graticola San Lorenzo. Lo stesso frate, durante la predica, cita reliquie ancora più improbabili come il dito dello Spirito Santo, il ciuffetto del serafino che apparve a san Francesco, un’unghia dei cherubini e una delle coste del “Verbum-caro-fatti-alle-finestre”, i “vestimenti della Santa Fé catolica, e alquanti de’ raggi della stella che apparve à tre Magi in oriente, e un’ampolla del sudore di san Michele quando combatté col diavole, e la mascella della Morte di san Lazzaro” e ancora “uno de’ denti della santa Croce, e in una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone”.

Ma non è certo solo di reliquie, che si occupano i falsari medievali; la maggior parte delle energie si concentra piuttosto sui documenti giuridici: si va dai falsi cassinesi che nel XII secolo hanno l’obiettivo di aumentare il prestigio e il potere del monastero legittimandone i privilegi alle falsificazioni di Ravenna che, in piena lotta per le investiture, mirano a sostenere il partito dell’imperatore contro Roma (tra questi un atto con cui papa Adriano I avrebbe concesso a Carlo Magno il diritto di eleggere il papa e i vescovi) e ancora il Privilegium maius che Federico Barbarossa avrebbe concesso ai duchi di Asburgo elevandoli al di sopra degli altri principi elettori e che in realtà è stato redatto nel Trecento.

Una iconografia della Donazione di Costantino, dove l’imperatore offre al papa Silvestro I la tiara imperiale, simbolo del potere temporale (Oratorio di San Silvestro, Roma)

Il più celebre di questi documenti è senza dubbio la Donazione di Costantino, considerata la base dello Stato Pontificio e del potere della chiesa di Roma.

Apparso intorno all’850 all’interno delle Decretali dello Pseudo Isidoro, il documento – datato 30 marzo 315 – afferma di riprodurre un editto emesso da Costantino, con cui l’imperatore romano avrebbe attribuito a papa Silvestro I una serie di concessioni: tra queste il primato su tutte le altre chiese patriarcali, la sovranità su tutti i sacerdoti del mondo e la superiorità del potere papale su quello imperiale. Inoltre la Chiesa di Roma ottenne, secondo il documento, gli onori, le insegne e il diadema imperiale per i pontefici, ma soprattutto la giurisdizione civile sulla città di Roma, sull’Italia e sull’Impero romano d’Occidente. L’editto confermerebbe inoltre la donazione alla Chiesa di Roma di proprietà immobiliari estese fino in Oriente, oltre che del Palazzo del Laterano.

“In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno – si legge nel documento – noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo… Finalmente noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti della città di Roma e dell’Italia e delle regioni occidentali”.

La donazione viene usata per tutto il Medioevo dalla Chiesa per avvalorare i propri diritti sui vasti possedimenti territoriali in Occidente e per legittimare le proprie mire di carattere temporale e universalistico, senza essere messa in discussione – per secoli – nemmeno dai nemici del Papa, tanto che lo stesso Dante Alighieri, pur negando il valore giuridico della donazione e considerandola un imperdonabile errore di Costantino, non dubita della sua autenticità.

Solo nel 1440 l’umanista italiano Lorenzo Valla dimostra in modo inequivocabile che la donazione è un falso, attraverso uno studio approfondito che stigmatizza anacronismi e contraddizioni come la presenza di numerosi barbarismi nel latino (dunque più tardo di quello utilizzato nel IV secolo), la menzione di Costantinopoli (allora non ancora fondata) o di parole come “feudo”.

La Papessa, ritratta su una carta dei Tarocchi Visconti-Sforza (Bonifacio Bembo, ca. 1450, The Pierpont Morgan Library, New York)

Tuttavia il suo libro, De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio (“Discorso sulla donazione di Costantino, altrettanto malamente falsificata che creduta autentica”), troverà la ferma opposizione del Vaticano, tanto che sarà pubblicato solo nel 1517 in ambiente protestante e messo all’Indice nel 1559. Eppure, paradossalmente, è legato proprio al passaggio del potere e dei suoi simboli dall’imperatore al Papa il più celebre personaggio del Medioevo mai esistito: la papessa Giovanna.

A dare origine alla leggenda è stata infatti una sedia “a ciambella” in porfido ereditata dagli imperatori e che i papi, già in età costantiniana, avevano utilizzato proprio per sottolineare la loro continuità con il potere romano. Secondo la leggenda quello strano trono veniva utilizzato, dopo lo scandalo della papessa, per verificare il sesso del pontefice subito dopo l’elezione e scongiurare così la salita di un’altra donna sul trono di Pietro. Finita anche tra le immagini del tarocchi, Giovanna si sarebbe nascosta dietro l’identità di papa Giovanni VIII. Il giorno di Pasqua dell’anno 858, però, proprio durante la solenne processione, la papessa aveva partorito un bel maschietto, immediatamente trucidato dalla folla insieme alla madre.

In realtà l’unica cosa vera, della leggenda, è che papa Giovanni VIII morì ammazzato. Regnò però vent’anni dopo – dall’872 all’882 – e non ci sono dubbi sul fatto che fosse un maschio. D’altra parte quello strano trono usato dai papi, era in realtà una sorta di “water” o forse una sedia usata per il parto dalle imperatrici, e non è mai stato utilizzato per verificare il sesso del pontefice eletto. Ciò nonostante la popolarità raggiunta dal personaggio fu tanta da diventare uno dei temi più cari alla polemica protestante: Giovanni Hus, considerato il precursore di Martin Lutero e morto sul rogo nel 1415, citava la Papessa proprio per delegittimare l’autorità papale e dimostrare che la Chiesa Cattolica non aveva bisogno di un pontefice universale.

È vero pure che a dare un contributo fondamentale alla costruzione del mito c’è stata anche una figura storica: quella di Marozia, la regina della pornocrazia romana che – all’epoca in cui è ambientata la leggenda – ha governato la Chiesa per due decenni senza bisogno di spacciarsi per un uomo. E se papa, formalmente, non lo è mai stata, dei papi è stata amante, madre e nonna. Due di questi, tra l’altro, si chiamavano proprio Giovanni.

La parte finale della Prophetia Sancti Malachiae Archiepiscopi, de Summis Pontificibus, pubblicata per la prima volta nel 1595 dallo storico benedettino Arnoldo Wion che la attribuì a San Malachia

Tra i grandi falsi medievali ancora oggi presi molto sul serio, infine, non si può non citare la celebre Profezia di Malachia, che racconterebbe il destino di tutti i pontefici dal 1143 fino a papa Francesco. Che per inciso, secondo la profezia sarebbe l’ultimo.

Attribuita a San Malachia, arcivescovo di Armagh vissuto nel XII secolo, la profezia contiene 112 brevi motti in latino che descrivono i papi, e anche alcuni antipapi, a partire da Celestino II.

La profezia è stata presa così tanto sul serio in tempi anche recenti, da identificare alcuni pontefici proprio con l’epiteto assegnatogli – secondo la cronologia – da Malachia.

Il caso più clamoroso è senza dubbio quello di Pio XII, eletto nel 1939 e morto nel 1958, definito “Pastor angelicus” persino in alcune iscrizioni ufficiali (come quella presente nella chiesa parrocchiale di Vacone in Sabina) mentre don Primo Mazzolari, nel suo articolo Saluto al papa che viene pubblicato sulla sua rivista “Adesso” durante il Conclave del 1958, parla del papa non ancora eletto usando la definizione di Malachia di “Pastor et nauta” (“pastore e navigatore”).

Il fatto che il papa eletto pochi giorni dopo – Giovanni XXIII – fosse patriarca di Venezia e abbia poi “traghettato” la Chiesa nei tempi moderni con il Concilio Vaticano II, ha finito per diventare una delle argomentazioni utilizzate per accreditare il valore profetico del testo di Malachia.

Allo stesso modo, i sostenitori della profezia sottolineano come il papa “in medietate lunae” coincida con Giovanni Paolo I, scomparso appena un mese dopo l’elezione regnando così solo per un ciclo lunare, mentre il papa definito come “la fatica del sole” è stato Giovanni Paolo II, venuto dall’oriente (dove sorge il sole) e che girando instancabilmente tutto il mondo ha effettivamente svolto “il lavoro del sole”.

Secondo la profezia l’ultimo papa sarebbe proprio Francesco, definito da Malachia “Pietro il romano” e destinato a vedere la fine della “città dei sette colli”.

Papa Francesco, secondo la Profezia di Malachia, sarebbe l’ultimo pontefice

Per verificare se la profezia ci abbia azzeccato o meno non bisognerà – presumibilmente – aspettare troppo, anche perché in parte è stata già attuata: autodefinendosi “vescovo di Roma” e rinunciando a ogni forma di lusso e privilegio (compreso lo stesso Palazzo vaticano), Bergoglio sta infatti in qualche modo demolendo la figura del papa così come è stata identificata negli ultimi mille anni; non è detto però che ci riesca, vista anche la feroce opposizione che sta trovando sia all’interno del Vaticano che negli ambienti del cattolicesimo conservatore, che sono arrivati a delegittimarlo dichiarando la sua elezione invalida.

Resta il fatto che, a prescindere che la profezia si realizzi o meno, di certo il suo autore non è stato San Malachia.

Nessuno dei contemporanei del vescovo inglese – a partire da san Bernardo da Clairvaux, che ne ha scritto anche una dettagliata biografia – fa infatti il minimo accenno alla profezia, e per almeno quattrocento anni di questo testo così importante nessuno sembra essere stato a conoscenza.

Il primo a pubblicarlo è infatti il monaco benedettino Arnold Wion nel 1595, che pur attribuendolo a San Malachia non spiega dove si trovi il manoscritto originale. Mentre poi i motti relativi ai papi fino al 1590 sono molto precisi e quindi facilmente verificabili, quelli che si riferiscono ai papi eletti dopo la data di pubblicazione del libro si fanno molto vaghi e – in sostanza – adattabili, con qualche forzatura, a chiunque. Come si è visto, poi, in qualche caso è stata la profezia stessa ad influenzare in qualche modo il pontificato a cui si riferiva.

La Storia ecclesiastica di Onofrio Panvinio (1530-1568) potrebbe essere una delle fonti del testo profetico attibuito a Malachia (Ritratto di Jacopo Tintoretto, Galleria Colonna, Roma)

Va anche detto che il testo contiene molti errori nelle interpretazioni araldiche e nelle biografie dei papi: errori, peraltro, che si trovano anche nella Storia ecclesiastica pubblicata da Onofrio Panvinio nel 1557. Malachia, quindi, non solo avrebbe saputo con secoli di anticipo notizie sui futuri pontefici, ma avrebbe addirittura commesso, nel descriverli, gli stessi errori di uno storico vissuto quattrocento anni dopo di lui.

D’altra parte l’ipotesi oggi più accreditata è che la profezia sia stata scritta con il preciso obiettivo di orientare i futuri conclavi, a partire proprio da quello del 1590: il papa eletto quell’anno viene infatti definito “ex antiquitates urbis” perché l’autore del testo parteggiava per il cardinale Girolamo Simoncelli, nato a Orvieto (Urbs vetus, in latino, cioè “città antica” per antonomasia); peccato che poi ad essere eletto sia stato Niccolò Sfondati alias Gregorio XIV che veniva, invece, da Somma Lombardo; che non sarà proprio quella antica per antonomasia ma comunque è pur sempre una città vecchia.

Insomma alla fine, un modo per far avverare la profezia – volendo – si trova sempre.

La cosa più curiosa è che secondo gli studi più recenti, il misterioso autore della falsa profezia sarebbe il più famoso falsario italiano del Cinquecento: l’umbro Alfonso Ceccarelli, originario di Bevagna, che per la sua incessante attività di alteratore di pergamene, libri, testamenti, oroscopi, alberi genealogici e documenti di ogni genere fu decapitato nel 1583. Arnold Wyon, che come si è detto è stato il primo a pubblicare la profezia, aveva infatti frequentato Perugia, e qui – secondo lo storico Luigi Fumi – era entrato in possesso dell’opera di Ceccarelli.

Quello che Pierre Toubert definisce “il più inventivo falsario del Rinascimento” era un importante medico (aveva in cura anche la sorella di papa Giulio III) dai molteplici interessi, che spaziavano dall’astrologia al tartufo, su cui scrisse anche il primo trattato che si conosca: Opusculum de tuberibus.

Nato il 21 febbraio del 1532 da un notaio di una famiglia che da Città di Castello si trasferì a Bevagna, riuscì in breve tempo a crearsi una solida ed estesa fama di esperto storico, antiquario e genealogista. Aveva iniziato la sua opera di falsario con un trattato sul fiume Clitunno, per il quale citò fonti immaginarie.

Alberico I Cybo-Malaspina (1534–1623) commissionò al falsario Alfonso Ceccarelli una Storia di Genova, infarcita da numerose notizie fantasiose sul suo casato

Per Alberico Cybo principe di Massa, preparò una storia di Genova che conteneva abbondanti notizie fantastiche sulla sua famiglia. Pur continuando ad esercitare la professione medica, fra il 1575 ed il 1580 estese e ampliò a dismisura la sua produzione di testi infarciti di dati e documenti falsi che continuò a conservare presso di sé e a cui diede il pomposo titolo di Bibliotheca del mondo, offrendone estratti e anticipazioni e annunciando mirabolanti scoperte di casse piene di documenti o di codici membranacei.

Alfonso regalava antenati illustri a chi non li aveva e fabbricava oroscopi su misura per molte dame della nobiltà romana e personaggi della curia, compresi alcuni eminenti cardinali. Aveva scritto anche una Storia dell’antica Rieti citando come fonti personaggi completamente inventati.

Al padre, che intuito il pericolo che correva, lo invitava a tornare alla professione medica (“Le vostre veglie, fatiche et stenti se risolveranno in fumo et in niente”) lui rispondeva di avere “un cervellaccio che cape molte cose et gli miei studi sono fertilissimi”.

Accusato di aver manomesso testamenti e genealogie nobiliari, documenti dell’imperatore e scritti del pontefice, fu arrestato e torturato e si difese sostenendo che gli storici facevano così tutti e che se non aveva firmato certe opere era stato solo per modestia.

Condannato a morte, fu decapitato il 9 luglio 1583 al Ponte Sant’Angelo, lasciando uno sterminato e poliedrico archivio oggi conservato nella Biblioteca Vaticana, a testimonianza di un autentico genio del falso.

Arnaldo Casali

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Le streghe, “donne difettose”

Incubus concepisce Merlino con la madre nel romanzo Histoire de Merlin di Robert de Boron (1280 1290, Bibliothéque Nationale de France)

Prudentia, Nicolosa, Bessie, Eleanor, Thomette, Bardonneche; e ancora Belisandra, Margaretha, Gera, Margery…

Questi sono solo alcuni dei nomi che possiamo rintracciare negli atti processuali in Europa contro donne considerate eretiche in quanto streghe.

“È la verità che è stregha, ne è pubblica la voce et fama”, testimoniano nei verbali i vicini di casa. La cattiva reputazione delle imputate è nota fino ai paesi limitrofi. Le accusate sono personalità ben conosciute, a cui i compaesani e non solo, si rivolgevano spesso per comprare verbena o calaminta, perfette per disinfettare le ferite e riprendere le forze dopo la malattia nei boschi viterbesi; o ancora per annullare gli effetti dell’alcool di un marito poco dedito ai doveri coniugali in Veneto; assistere le partorienti o disfare il malocchio lanciato sui bambini da altre streghe delle campagne umbre; e ancora si faceva riferimento a loro per ottenere un filtro che facesse concepire una nobile donna inglese, bere una bevanda tonificante dopo una grave malattia in Scozia, o risanare una contessa in Austria con foglie di mela e noce.

Vi è però un’altra faccia della medaglia: nel corso dei secoli queste donne arrivano anche a provocare l’impotenza, scatenare terribili tempeste, far impazzire il bestiame che non avrebbe più dato latte, infliggere atroci morti ai neonati ancora “stretti nella cunnola” per ricavarne unguenti e sacrifici per Satana. Tutto ciò in virtù del patto con il demonio, col quale raccontano di congiungersi carnalmente durante i sabba, le loro riunioni notturne.

Due pagine del Malleus Maleficarum (1487, Boston Medical Library Rare Books Collection)

È nel tardo Medioevo che si arriva a questa concezione delle streghe e alla redazione di un manuale che ne regolamenta la persecuzione con crescente rigore: il Malleus Maleficarum (Il Martello delle streghe). Pubblicato tra il 1486 e il 1487 da due frati domenicani, H. Institor (von) Kramer e Jacob Sprenger, il libro sviluppa le caratteristiche della stregoneria che diverrà centrale nell’età moderna. L’opera ha un grande successo al punto che tra il 1487 e il 1669 se ne contano ben 29 edizioni.

Anche prima del Malleus si discuteva del demonio, temuto da ogni buon cristiano, come pure delle fattucchiere e sono molte le fonti che dimostrano quanti vi ricorressero, però in virtù del nuovo patto queste donne giungono a schiacciare le immagini devozionali, compiere atti spregevoli e omicidi. I nuovi eretici sono prevalentemente di sesso femminile e ben diversi dai precedenti delinquenti colpevoli di superstizione. Ormai i due autori abbracciano la visione diabolica della stregoneria che ha alla base l’accordo con Lucifero, lasciando al passato la concezione illusoria del Canon Episcopi che metteva in guardia i vescovi dalla pericolosa arte della magia, ma considerava, al pari di credenze, le testimonianze delle donne che raccontavano di aver compiuto lunghe cavalcate notturne. Gesti che per le autorità non erano stati mai compiuti, se non nei sogni delle protagoniste, dove il diavolo si era potuto insinuare perché quelle donne si erano allontanate dalla fede.

Eva tentata dal diavolo nelle sembianze di serpente (1455, Le Miroir de Humaine Salvation, Ludolphus de Saxonia, attribuito)

Le streghe rinnegano la propria fede, sputano sulle ostie benedette “biastemando ai Santi” e compiono altri atti osceni come il bacio nel deretano (osculum infame) a prova della fedeltà al loro nuovo signore. La fede cristiana è persa, i voli e i sabba sono diventati realtà. Citando i frati domenicani, le “peggiori erano quelle che si comportavano in modo più abominevole delle bestie, eccetto i lupi”. Queste donne sono accusate di uccidere i bambini, provocare la sterilità e le grandinate. Satana sceglie sempre le donne come streghe, non c’è dubbio per gli autori, a parte qualche stregone.

Ma per quale motivo? Secondo i due domenicani, le streghe sono donne “difettose”.

Le loro vocazioni naturali le rendono perfette per collaborare con Lucifero: fanno parte di una specie diversa che è “debole d’intelletto quasi come i bambini”. La stregoneria è tipicamente femminile perché la donna, non l’uomo, è “difettosa dalla Creazione”. E spiegano nel Malleus Maleficarum: “Si può notare che c’è come un difetto nella formazione della prima donna, perché essa è stata fatta con una costola curva, cioè una costola del petto ritorta come se fosse contraria all’uomo. Da questo difetto deriva anche il fatto che, in quanto animale imperfetto, la donna inganna sempre”.

È avvezza al peccato, come già la prima donna, Eva. Perde facilmente la fede che è pronta a mettere in dubbio alla prima occasione, rinnegando persino il battesimo. Più lussuriosa e infima dell’uomo, è dedita alle sporcizie carnali: con la sua concupiscenza porta scompiglio e disordine nella società. Come se non bastasse, è considerata subdola, un pericolo occulto che la rende più amara della morte. Irosa e capace di odiare, con uguale ardore, coloro che prima aveva amato e frequentato. Come Antonietta, moglie di Pierre, che sulle Alpi francesi avvelenò l’acqua del suo vicino di nome Jean.

Queste streghe hanno il cuore come una rete carica di malvagità: “Ecco perciò sono le donne più infette che gli uomini, dunque eresia delle streghe, non degli stregoni”.

Il demonio insinua le donne (ca. 1450, Bibliothéque Nationale de France)

Le astuzie nei processi Una donna così subdola anche durante i processi cercherà di attirare gli uomini e raggirarli con astuzie, facendo leva sui desideri carnali. Notai, podestà e soldati potevano essere tratti in inganno anche solo dallo sguardo. Ecco allora l’intervento di altre donne nel processo, scelte tra quelle sicuramente oneste e di buona reputazione. Spettava a loro spogliare le imputate prima di condurle al carcere, togliendo qualche stregoneria che potevano portare cucita addosso, come quella del silenzio.

Era infatti un dato certo che la strega non poteva piangere, perciò per valutare l’innocenza o la colpevolezza, i giudici inducevano al pianto l’imputata con una formula precisa: “Nella misura in cui sei innocente versa le tue lacrime, se invece sei colpevole, non farlo in nessun modo”. Però piangere, filare, ingannare è proprio delle donne e quindi anche la strega colpevole poteva riuscire a farlo, convincendosi della sua innocenza pur di salvarsi. D’altronde, è pacifico che le donne usano il pianto quando devono ottenere qualcosa. La sospettata poteva anche riuscire a bagnarsi furtivamente gli occhi e le guance con la saliva, perciò i suoi carcerieri dovevano rimanere particolarmente vigili.

Per capire la sincerità o meno di questi comportamenti, i giudici dovevano ricercare testimoni di buona fama così da poterne valutare la reputazione; è quanto accadde in un processo del centro Italia celebrato nel XVI secolo, dove secondo il documento rogato dal notaio a carico della “vedova del fu Michele”, furono ascoltati solo testi considerati “gente dabbene”. Bisogna interrogare anche le amiche, capaci di svelare ogni trucco dell’imputata: si sa, le donne a causa della “lingua lubrica, quando sanno qualcosa per le loro male arti”, non riescono a nasconderlo.

Gli autori del Malleus arrivano persino a sostenere che le streghe potevano provocare illusioni, “come portar via il membro” dei soldati che ispezionavano le case o sporcare di veleno le giunture di mani e braccia rimaste scoperte dai vestiti.

Il bacio a Satana con cui le streghe rinnegavano Dio (1608, Osculum infame, Francesco Maria Guazzo nel Compendium maleficarum)

Rimedi contro le astuzie diaboliche Cosa fare dunque? In via preventiva, sempre meglio portare addosso del sale esorcizzato la domenica delle palme e anche erbe benedette, avvolte insieme con la cera, anch’essa benedetta.

Durante l’arresto bisognava impedire alle sospettate di correre in camera, perché in quel luogo avrebbero potuto recuperare certi arnesi preposti a dare la stregoneria del silenzio, celati con rituali specifici. Le ispezioni andavano condotte anche tra le pietre smosse vicino al camino, dove quelle donne nascondevano gli unguenti di lupo o cane.

Le prescrizioni per scongiurare le astuzie erano chiare: si dia da bere un calice o una tazza d’acqua santa dove era stata versata una goccia di cera benedetta, pratica da ripetere a digiuno e tre volte al giorno. Altre donne rasino completamente le imputate. Il tutto invocando la Santissima Trinità. Secondo giudici illustri, le streghe possono essere smascherate più facilmente il venerdì, giorno in cui “costumano pigliare un’immagine del Crocifisso, e gli fanno tutti quei vilipendi, e strazi, che furono fatti a Cristo Salvatore nel tempo della sua amarissima passione”.

Per spogliare dei poteri la strega e il diavolo che può camuffarsi da amante, gli stessi giudici consigliano l’uso di rami d’ulivo benedetti, il fegato del pesce sopra alla cenere insieme al fumo degli incensi. Questi rimedi erano utili anche per smascherare le adepte che usavano certe polveri di colore “ruffo o cinerizio”, orpelli fatti di capelli e legnetti, grazie ai quali si trasformano in civette, gazze e lupi. Giammai potranno assumere le sembianze della colomba “perché Dio glielo ha vietato”.

Ma ormai le testimonianze e i documenti ci conducono oltre il Medioevo.

La condanna al rogo (ca. 1574, Biblioteca Centrale di Zurigo, collezione di Johann Jakob)

Quali pene? Uno dei principi cardine del sistema penitenziario dell’Inquisizione era raggiungere il ravvedimento morale dell’eretico applicando sanzioni che lo avrebbero portato al pentimento e alla conversione.

Il colpevole sarebbe diventato un esempio per gli altri e non di rado, avrebbe svelato i nomi dei suoi complici. Confrontando gli atti degli archivi europei emerge che nel corso dei secoli si alternarono pene diverse: dall’assoluzione, con ingiunzione di compiere pellegrinaggi e pubbliche penitenze deliberate dal tribunale ecclesiastico, alla confisca dei beni “a die commissi delicti” (dal giorno in cui il reato era compiuto), fino ad indossare fogli dove erano stati scritti i reati commessi, mentre le colpevoli cavalcavano un asino tra le vie del paese.

Ancora: l’esilio, la fustigazione e il rogo nella pubblica piazza. Poteva anche capitare che il tribunale dell’Inquisizione assolvesse le imputate da tutti i reati, ma che, nonostante il ricongiungimento con la Chiesa, durante lo stesso giorno le streghe fossero condannate a morte da quello civile.

Fu così per un gruppo di donne della campagna francese. Una di loro, di nome Thomette, nel XV secolo era stata scagionata completamente dal giudice ecclesiastico, mentre quello laico la condannò a rispondere addirittura con la sua vita. Sebbene l’accusa fosse la stessa, eresia, sopra la donna pendevano ancora ben 14 capi d’imputazione tra cui l’essere entrata in rapporto con il diavolo, l’aver ascoltato il suo parere, aver rinnegato Dio, creato polveri magiche con cui aveva commesso malefici e ucciso bambini e aver partecipato ai sabba.

Padre Jean- Baptiste Labat nelle sue Cronache di viaggio in Italia e Spagna, nel 1714 documenta l’applicazione del supplizio della corda, con cui si torturava la vittima sospendendola a 10 piedi di altezza da terra. Fatto che possiamo riscontrare anche nei processi celebrati nel XVI secolo vicino Roma, dove una presunta strega venne “così sospesa” affinché “potesse venir interrogata”.

Le conoscenze pervenute fino ad oggi si intrecciano quindi, mischiando e confondendo folclore, leggende e vicende processuali realmente avvenute. Spesso, scorrendo queste pagine scritte a mano, dove i notai annotavano talvolta anche fatti personali, ricette e rimedi contro i malefici o le malattie, leggiamo di comportamenti talmente assurdi da superare ogni fantasia.

Nel lungo elenco di testimoni e imputate compaiono moltissime donne: vicine di casa, cognate, ostetriche, nemiche. Non di rado gli uomini restano nell’ombra, eccetto chi amministra la giustizia. Come scrivevano gli autori del Malleus Maleficarum: «Benedetto l’Altissimo che finora ha preservato il sesso maschile da un così grande flagello».

Mazzo delle erbe contro le streghe (notte di San Giovanni, lago di Barcis, PN)

Le streghe moderne Ancora oggi ci sono zone come il lago di Barcis in provincia di Pordenone, dove la notte di San Giovanni le donne raccolgono in un mazzo le erbe “magiche”, come iperico, ruta e rosmarino, da portare in chiesa o da bruciare per tenere lontano gli influssi maligni. Olivo benedetto, lauro e saggina vanno invece posti sulle soglie delle case: la strega perderà del tempo per contare tutti i singoli rametti prima di entrare, perché è risaputo, le donne non resistono alle tentazioni! Così anche in Spagna, precisamente vicino alla città di Salamanca, dove durante la domenica delle Palme vengono benedetti i rami di alcuni alberi specifici, da sistemare nelle abitazioni per tenere lontano il “mal de oio”.

Ci sono siti diventati meta turistica grazie alla ricostruzione storica e dove sono state girate serie televisive di grande successo, ambientante nei luoghi in cui effettivamente furono celebrati anche processi per eresia.

Uno di questi luoghi si trova in Scozia, precisamente nelle Highlands vicino alla città di Inverness. Famosa per la battaglia di Culloden, combattuta il 16 aprile 1746.

I siti di Balnauran of Clava e Milton of Clava, poco distanti, sono diventati il teatro di una delle scene più importanti di “Outlander”. Tratta dalle novelle di Diana Gabaldon, la serie televisiva racconta le avventure della viaggiatrice nel tempo Claire Beauchamp Randall Fraser. Ripercorre le vicende della disfatta scozzese e ha appassionato milioni di spettatori anche con le sue storie dedicate alla stregoneria, di cui la protagonista viene accusata.

Lilias Adie, il volto di una strega realmente esistita ricostruito dall’Università di Dundee (foto Christopher Rynn, University of Dundee)

Di recente, è stato ricostruito il volto di una donna del XVIII secolo accusata di essere una strega. Lilias Adie, secondo un suo vicino di casa, un certo Nelson, aveva provocato all’uomo una grave malattia. La storia si svolse nel Fife, in Scozia. Gli storici dell’Università di Dundee hanno ridisegnato i tratti somatici della donna, condannata per stregoneria. Lilias morì nel 1704, forse suicida, dopo aver confessato di aver scelto Satana come amante.

L’équipe degli studiosi scozzesi ha utilizzato una scultura virtuale in 3D per ricreare il volto della donna: nessuna traccia di quello che per l’immaginario collettivo potrebbe essere un aspetto stregonesco. Piuttosto, l’immagine di una donna comune, che pagò per una colpa assurda.

Casi di donne accusate di stregoneria sono stati registrati in Europa anche nel corso del Novecento: povere donne, sottoposte a elettroshock dopo essere state internate su precisa richiesta delle famiglie d’origine.

Monia Montechiarini

(Vietata la riproduzione, anche parziale, dell’articolo).

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