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Category Archives: Storie

La leggenda del cuore mangiato

Il nome di Guglielmo di Cabestang (in provenzale Guillem de Cabestanh) è legato ad una leggenda medievale di sapore “gotico”.

Una miniatura di Guglielmo di Cabestang

Della vita di questo trovatore sappiamo ben poco. Nato nel Rossiglione da famiglia di alta nobiltà, probabilmente partecipò alla battaglia di Las Navas nel 1212 contro i mori di Spagna. Della sua produzione poetica ci sono pervenute solo una decina di canzoni, anche se qualcuna di dubbia attribuzione. Due suoi componimenti si distaccano dagli altri: il primo, Ar vey qu’em vengut als jorns loncs, risalta per le immagini nuove che propone, mentre la seconda, Lo dous cossire, si distingue per l’artificio di struttura.

E proprio a questa ultima poesia che si collega la leggenda per la quale è maggiormente conosciuto.

Nel suo peregrinare di corte in corte, tipico dei trovatori, Guglielmo giunge a Château Rossillon, feudo di Raimondo di Rossiglione, un vecchio nobile vassallo del re di Aragona. Conosce così Sérémonde, la bella e giovane moglie del castellano, che frequenta assiduamente fino a innamorarsene, naturalmente ricambiato.

Raimondo però si accorge del tradimento e medita vendetta. Incontrato Guglielmo, solo e in un luogo isolato, porta a termine il suo piano, uccidendo il rivale e strappandogli il cuore dal petto. Non ancora soddisfatto, fa cucinare questo cuore con spezie e droghe e lo serve a Sérémonde, che lo mangia con gusto; solo a fine pasto Raimondo rivela alla moglie l’ingrediente del piatto che aveva appena assaporato. Sérémonde impallidisce ma non si scompone, rispondendo così al marito: «Signore, mi avete appena offerto una pietanza così prelibata e delicata che giuro di rifiutare qualsiasi altro nutrimento per poter conservare questo gusto, che porterò con me fino alla morte». Dopodiché si getta dalla finestra, trovando la morte all’istante.

La leggenda prosegue dicendo che i parenti di Sérémone poi si ribellarono a Raimondo, rivolgendosi al re per ottenere giustizia. Alfonso II di Aragona, venuto a conoscenza dell’accaduto, fece sequestrare tutti i beni del suo vassallo, condannandolo al carcere a vita. Fece poi riesumare il corpo di Guglielmo e lo fece seppellire, insieme a quello della sua amata Sérémonde, davanti alla cattedrale di Perpignano.

Paris, Bibliothèque Nationale de France. Ms. Arsenal 5070 (fine XIV s.), Decameron di Giovanni Boccaccio miniato dal Maître de Guillebert de Mets, IV 9 – Guiglielmo Rossiglione offre alla moglie il cuore di Guiglielmo Guardastagno

Questa affascinante e toccante racconto, però, è privo di fondamento storico.

Un Raimondo di Rossiglione fu effettivamente marito di Saurimonda di Pietralata, ma questa gli sopravvisse, si risposò in terze nozze nel 1212 ed era ancora in vita nel 1221. Inoltre Alfonso II di Aragona morì nel 1196, ossia un anno prima del matrimonio di Raimondo.

Ma, al di là di questi elementi contrastanti, riferibili alla vicenda di Guglielmo, la “leggenda del cuore mangiato” era un tema già ampiamente trattato nei lais della Francia settentrionale. Autori del XII secolo l’avevano cantata nel lai Guiron (quello che, secondo il troviero Thomas, Isotta era solita suonare con l’arpa). Alla fine del XIII secolo Jakemon Sakesey l’aveva narrata nel Roman du Châtelain de Coucy et de la dame de Fayel che, modificato con numerose varianti, raccontava la storia d’amore di Guido di Coucy (morto nel 1203 durante un pellegrinaggio in Palestina) con la Dama di Fayel, immaginaria poetessa.

La storia di Guglielmo, benché ricalcata su altre precedenti storie similari, ebbe comunque grande successo di pubblico, al punto che fu ripresa, con pochissime modifiche, da autori successivi. Lo stesso Boccaccio la inserì tra le novelle raccontate nel Decameron (IV, 9): «messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei: il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita».

Enzo Valentini

Consigli di lettura C. Di Girolamo, I trovatori, Bollati Boringhieri, Torino 1989.L.M. Paterson, Nel mondo dei trovatori. Storia e cultura di una società medioevale, trad. A. Agra-ti, L. Salmoiraghi – a cura di A. Radaelli, Editrice Viella, Roma 2007. S. Guida, G. Larghi, Dizionario biografico dei trovatori, Mucchi Editore, Modena 2014. M. Schembri, I trovatori. Musica e poesia. I prima cantautori della storia, Zecchini Editore, Varese 2018. P. Di Luca (a cura di), M. Grimaldi (a cura di), L’Italia dei trovatori, Editrice Viella, Roma, 2019.

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Armi con l’anima, spade di re ed eroi

La spada fiammeggiante nella mano del cherubino a guardia dell’Eden accende la notte, scesa per la prima volta sull’uomo dopo il peccato di Adamo ed Eva. La spada fa, così, il suo ingresso nella storia dell’Occidente, oggetto che separa il bene dal male, punisce i malvagi e difende i giusti. Per san Paolo ha due tagli: uno per difendere con sapienza e giustizia; l’altro per offendere, denunciando il peccato. Secondo Alfonso X il savio deve incarnare prudenza, forza, compostezza e giustizia. È anche monito, per Damocle, della caducità della vita.

Spade con l’anima

La spada è, però, l’arma per eccellenza del cavaliere medievale, fedele compagna, parte femminile che lo completa. Spade potenti o magiche, tanto da essere onorate con un nome che ne ricordi la fama, ne testimoniano la crescente importanza militare e sociale. Dalle foreste dei Burgundi ai fiordi scandinavi o alle brulle lande islandesi, c’è sempre un fabbro-mago che forgia una lama invincibile o maledetta, oppure una divinità che lega la spada al destino di un eroe, che sia Volund o san Dustano.

La spada è, soprattutto, segno di regalità e forza. Carlo Magno usa la sua Gioiosa due volte nello stesso giorno: una per decapitare il nemico Corsile, l’altra per nominare cavaliere Ogier che lo ha soccorso e salvato in battaglia. Fabbricata con lo stesso materiale di Durlindana, contiene una reliquia della lancia di Longino e un chiodo della Croce di Cristo, appare ne “Il romanzo di Ogier il danese”, mentre al Louvre è conservata una lama che risale al X secolo (le altre parti sarebbero più tarde). C’è chi sostiene che Gioiosa sia sepolta con l’imperatore, ma le cronache dei lavori del Karlsschrein, voluto da Federico II nel 1215, non riportano alcun ritrovamento.

Gioiosa, la spada di Carlo Magno

Una leggenda racconta che in caso di pericolo, un altro regnante, san Venceslao uscirà dal monte Blanik alla testa di un esercito di cavalieri e brandendo la spada di Bruncvík, murata nel Ponte Carlo, decapiterà tutti i nemici.

San Ferdinando III di Castiglia, “l’invincibile paladino di Gesù Cristo” per papa Innocenzo IV, assicurò pace e giustizia alle tre religioni nella Spagna della Reconquista, assiso in trono con il globo crucigero nella mano sinistra e nella destra la spada Lobera, al posto dello scettro tradizionale.

Altri re sono ricordati attraverso le spade cerimoniali conservate nei musei. Edoardo, re d’Inghilterra, è molto adirato con un suo vassallo, la mano scivola sulla spada mentre questo si giustifica. Senza accorgersene il re ha già estratto la spada dal fodero e sta per vibrare il colpo mortale, deviato verso terra solo dall’intervento di un angelo. Da allora Curtana ha la lama spezzata.

Altre armi cerimoniali sono la Spada imperiale, conservata a Vienna, in un fodero con le raffigurazioni di quattordici imperatori; oppure Szczerbiec, utilizzata per l’incoronazione dei re polacchi e scheggiata da un colpo inferto da re Boleslao I alla Porta d’oro nel 1018 (costruita, però, 20 anni dopo) durante la crisi di successione nel Principato di Kiev.

Spada di Renato d’Angiò

La storia ricorda anche diverse spade di santi, simbolo di forza d’animo e di sacrificio, fino al martirio. Angeli e visioni indicano a Giovanna d’Arco che, giacente in un campo a Sainte-Catherine-de-Fierbois, troverà una spada con cinque croci incise sulla lama, con la quale liberare la Francia dagli inglesi. La leggenda si espande e la spada si trasforma in un ex voto di Carlo Martello per la vittoria di Poitiers. È storia, invece, la spada di Renato D’Angiò, re di Napoli e Sicilia, già compagno d’arme della Pulzella d’Orléans, che reca incisa l’immagine più antica che si conosca della santa francese.

La spada dei santi Cosma e Damiano, o spada di Essen, risale al X secolo e sarebbe un dono di Ottone III per commemorare il martirio dei santi medici decapitati proprio con quell’arma.

Non è santo, ma la spada di Trasamondo II, duca di Spoleto fu trasformata in pastorale dopo che Liutprando lo costrinse a farsi religioso e lasciare il ducato a seguito dell’ennesima ribellione.

Ci sono spade che recano i segni della battaglia, armi che hanno un’anima e una personalità propria. Tizona unisce queste qualità al braccio di Rodrigo Diaz, noto come El Cid. Le capacità militari di Rodrigo e l’acciaio moresco di Cordova risultarono invincibili sui campi di battaglia calcati dall’eroe, tanto da fare di Cid-Tizona-Reconquista un trinomio inscindibile.

E se anche la spada non sempre ha nome, incute ugualmente timore. Maometto II crede che Skanderbeg vinca grazie ad armi stregate. Come pegno per un trattato di pace ne ottiene la spada. Poi la rimanda indietro perché non è la “vera spada che fende e uccide come nessuna altra”. Skanderbeg sorride: “Io gli ho mandato la mia spada migliore, ma non potevo mandargli anche il braccio”.

La cavalleria teutonica e l’esercito polacco-lituano si fronteggiano da ore, sotto il sole della pianura di Tannenberg. È il 15 luglio del 1410, il Gran Maestro von Jugingen attende che siano i polacchi ad iniziare la battaglia. Ladislao non si muove. Von Jungingen invia gli araldi a Ladislao con un messaggio, riportato dal cronista Jan Dlugosz: “Sua Maestà! Il Gran Maestro Ulrico manda a te … due spade in aiuto affinché … non ritardiate oltre e possiate combattere più coraggiosamente di quanto abbiate mostrato finora … e non posponiate oltre la battaglia”. Sono ricordate come le spade di Grunwald.

Cangrande della Scala

Dal campo di battaglia alla tomba. È la storia della spada di Cangrande della Scala. Il 17 luglio del 1921 gli studiosi trattengono il fiato per la nube di polvere alzatasi all’apertura dell’arca di Cangrande e per la sorpresa: poggiata sul corpo del condottiero appare una spada ad una mano, corrosa dal tempo, ma carica di storia e di storie. La ruggine ha intaccato l’arma, con elsa a croce, pomo a disco e manico rivestito di un filo d’argento, lama a doppio filo e a punta stondata. Un’arma da combattimento, anche se le rifiniture sembrano quelle di una spada la cui lama non serviva più a “riparar torti” o a “chietar nimici”.

Anche l’Islam ha le sue spade famose e l’arma che Maometto donò in occasione della battaglia di Uduh al genero Alì, primo convertito all’Islam, organizzatore della cavalleria musulmana, si chiama Zulfiqar, “Quella che fende” (alludendo anche al discernimento tra bene e male). Alì è chiamato leone di Dio, re degli uomini e “non c’è altro eroe che Alì né altra spada che la sua Zulfiqar”. Della scimitarra, però, ne esistono più versioni, ognuna delle quali è, per chi la possiede, quella originale.

Orlando e Durlindana

Se la spada di Carlo Magno è misteriosa, quella di Orlando, Durlindana, è leggendaria, che venga da un angelo o dallo stregone Malagigi. Nell’elsa dorata erano conservati un dente di san Pietro, del sangue di san Basilio, alcuni capelli di san Dionigi e un lembo della veste di Maria.

Nella gola di Roncisvalle il paladino Orlando, ormai morente, le parla (“Oh, Durlindana, come sei bella e santa!”), non vuole che cada in mano al nemico, tenta di distruggerla, invano. I segni della spada sulla roccia sono ancora visibili nella “Breccia di Orlando” (al confine tra Spagna e Francia) o a Roma, nella fenditura di un palazzo vicino al Pantheon, nel “Vicolo della Spada d’Orlando”. Un’altra leggenda racconta che il paladino piantò la spada a Rocamadour, in una parete rocciosa verticale. Dove ancora si trova.

Altre spade mitologiche

In tema di leggende e paladini possiamo ricordare Balisarda, la spada di Ruggero (forgiata dalla fata Falerina per poter uccidere Orlando, nel racconto di Ariosto); Almace, la spada dell’arcivescovo Turpino; Amadis di Grecia è il cavaliere dall’ardente spada “che fu una delle migliori che mai cingesse cavaliere al mondo, e che oltre alle qualità che ti ho narrate tagliava come un rasoio”, scrive Cervantes; Gramr (anche Nothung o Balmug) è la spada conficcata in un tronco da Odino, liberata (come per Excalibur) da Sigmund e poi utilizzata dal figlio Sigfrido per uccidere il drago Fafnir. Hrunting e Naegling (“Colei che artiglia”) sono le spade di Beowulf: la prima gli viene data da Unferth, ma si rivela inutile nella battaglia contro la madre di Grendel; la seconda viene in possesso dell’eroe (la spada non si acquista, si conquista nella prova) durante la lotta contro la madre del gigante e si spezza nel successivo combattimento con il drago.

Volontà del cielo, la spada di Le Loi

Il “re pacificatore” Le Loi (1385-1433), il nobile feudatario vietnamita che sconfisse l’impero cinese e cinse la corona imperiale (primo di una dinastia che terminò nel XVIII secolo), impugnava Volontà del cielo, una spada dai poteri magici e invincibile. Le Loi l’aveva ricevuta in dono dal Re drago, il semidio Long Vuo’ng, proprio per unificare il Vietnam e scacciare l’invasore cinese. Compiuta la missione la spada doveva tornare da dove era venuta. Un anno la vittoria sui cinesi Le Loi si trovava in barca sul lago Ho Luc Thuy, quando dalle acque uscì Kim Qui, la tartaruga dal guscio dorato, e iniziò a parlare con voce umana, chiedendo al re di restituire la spada a Long Vuo’ng. Le Loi lanciò la spada alla tartaruga che, afferratala con il becco, scomparve nelle acque di quello che da allora venne chiamato Ho Hoan Kiem, il lago della spada riportata.

Honjo Masamune, la spada scomparsa

Il generale Honjo “Echizen no kami” Shigenaga, nel XVI secolo, conquistò la spada forgiata dal maestro Masamune (1264-1323) al termine di uno scontro con il rivale Umanosuke. Con l’elmo spaccato da un colpo di katana riuscì a sopravvivere e uccidere il nemico, dando anche il proprio nome alla spada: Honjo Masamune. La spada passò di mano in mano fino all’ultimo proprietario accertato, Tokugawa Iemasa (discendente dell’omonimo shogunato), il quale la consegnò nel dicembre del 1945 alla stazione di polizia di Mejiro così come ordinato dai vincitori statunitensi allo sconfitto Giappone. La spada fu ritirata da un sergente dell’esercito statunitense (sul cui nome non c’è certezza, forse per un errore di trascrizione fonetico) e da allora se ne persero le tracce, insieme con tante altre lame storiche nipponiche.

Umberto Maiorca

Articolo pubblicato su Medioevo Misterioso n° 19 Novembre-Dicembre 2018 ©

 

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Il maledetto “musaicista” Consilio Dardalini

Orvieto, Palazzo Comunale, decorazione della sala del Consiglio, particolare della decorazione ottocentesca raffigurante Monteleone

Tutti, a Monteleone e dintorni, lo chiamavano Stopario. Un soprannome misterioso. Almeno quanto il personaggio. Consilio Dardalini era un “maestro di vetri”. O meglio, un “musaicista”. Così bravo da emergere per qualche decennio fra tutti gli altri superbi artigiani che concorsero alla costruzione della facciata del Duomo di Orvieto.

All’inizio Consilio, insieme ad alcuni suoi compaesani, faceva le “linguacce”: lunghe liste di paste vitree dorate o argentate, prodotte nelle fornaci di Monteleone e di Piegaro, dove abbondava un tipo particolare di terra rossa. Nei boschi rigogliosi del contado orvietano era anche facile trovare molta buona legna per ottenere la combustione perfetta che serviva per far nascere i vetri colorati e le tessere da mosaico.

Nell’Umbria medievale la lavorazione del vetro era iniziata alla fine del XIII secolo grazie a un gruppo di emigranti che arrivarono da Venezia. Nel 1292 il governo della Serenissima aveva bandito dalla città tutte le fornaci: troppo alto era il pericolo di esplosioni e incendi a ridosso delle case. La maggior parte degli artigiani si trasferì nella vicina isola di Murano. I veneziani tentarono di garantire i segreti dei maestri con la nascita di corporazioni organizzate e statuti, via via sempre più severi. Molti vetrai però lasciarono la laguna, in cerca di mercati con meno concorrenza. A Piegaro e a Monteleone gli artigiani veneti trovarono una accoglienza calorosa. E molta considerazione. Tanto che alcuni di loro si imparentarono con le famiglie più abbienti della zona.

L’arte del vetro appariva misteriosa, quasi magica. E quasi un illusionista dovette sembrare ai suoi compaesani l’intraprendente Consilio Dardalini che a Monteleone aprì una sua fornace. Nella vicina Orvieto stava nascendo la grande fabbrica del Duomo nella quale per oltre tre secoli decine di artisti impegnarono le loro migliori energie. L’immenso cantiere celebrava in modo plastico il nuovo e strategico ruolo della città nello scacchiere politico e culturale della Penisola.

La replica ottocentesca del mosaico raffigurante la Natività di Maria. L’originale dell’opera, realizzata da Consilio Dardalini su cartone di Ugolino di Prete Ilario, è oggi conservata presso il Victoria and Albert Museum di Londra

L’architetto Lorenzo Maitani nel 1310 aveva iniziato a sovrintendere ai lavori e garantiva commesse sicure sia a Piegaro che a Monteleone. Una decina di anni dopo (1321), anche per evitare le difficoltà legate ai trasporti dei fragili tasselli, il capomastro del Duomo decise di aprire una vetreria proprio a Orvieto, nei pressi della porta del vescovado. E ne affidò la direzione a mastro Consiglio Dardalini. Sulla Rupe, insieme allo Stopario, secondo le cronache di Luigi Fumi (“Il Duomo di Orvieto e i suoi restauri”, 1891) si trasferirono anche altri tre monteleonesi: Ghino di Pietro, Cola di Pietrangelo e Nuto da Monteleone.

Un quartetto di “maghi del vetro”. Ma Consilio Dardalini era il leader riconosciuto. Fumi lo descrive come un “industrioso fabbricatore” che guidava in prima persona i lavoranti nell’arte di stendere nel modo giusto le foglie d’oro e le pezze di argento battuto.

Niente offuscò la sua fama. Nemmeno lo scandalo di un fattaccio di cronaca nera: una condanna infamante a seguito di un saccheggio che nel 1327 sconvolse San Casciano a Bagni, la città a sud del Monte Cetona, spesso contesa tra i senesi e gli orvietani. Le cronache dell’epoca glissano sui particolari. Di certo, Consilio si distinse nelle rapine. E fu tra il manipolo di violenti e facinorosi che si accanirono contro i civili. L’assalto non aveva niente di militare e non era stato autorizzato dal governo orvietano. All’imbarazzo seguì presto la voglia di una punizione esemplare, vista anche la notorietà del personaggio. Dardalini, il bravissimo artigiano che di giorno frequentava gli angeli dipinti sulla facciata del Duomo e la notte inseguiva i suoi demoni fu imprigionato e processato. La condanna fece scalpore: fu cacciato dalla fabbrica del Duomo e bandito da Orvieto.

Ma il castigo durò solo pochi mesi. Senza l’artista “maledetto” di Monteleone, i lavori sugli splendidi mosaici intorno al rosone del Duomo si bloccarono. Né Tino d’Assisi, né Angioletto da Gubbio, né Meuzzo Sanese e nemmeno Lello da Perugia riuscirono ad assicurare la stessa qualità di Consilio. Lorenzo Maitani capì: Dardalini era indispensabile. E allora, caldeggiato dai suoi collaboratori, chiese ai governanti di Orvieto che venisse riabilitato. In nome della bellezza delle sue creazioni. Perché “per la sua assenza, veniva danno all’Opera, non trovandosi chi potesse meglio di lui lavorare il musaico per la facciata”. La Signoria dei Sette, l’organo dei supremi magistrati, per la gloria di Orvieto, seguì la ragion di Stato e riaprì il processo. Il verdetto cambiò: con 31 voti favorevoli, Consilio il “musaicista” fu assolto.

Giuseppe Bolletti nel suo “Notizie istoriche di Città della Pieve”, stampato a Perugia nel 1830, ricorda nei particolari il clamoroso episodio. E specifica che due emissari del governo orvietano furono inviati al castello di Monteleone per richiamare Dardalini al suo prezioso lavoro. I messi condirono la buona notizia con un atto impregnato di cinismo amministrativo: Stopario poteva tornare al suo lavoro, libero da tutte le accuse ma doveva tagliare di un terzo la sua “solita paga”. Consilio manifestò pentimento per la sua condotta infamante e acconsentì subito all’invito, “in devozione di Maria Santissima”.

Duomo di Orvieto, particolare della facciata

I registi della grande fabbrica dell’Opera del Duomo documentano che Dardalini fu pagato per le sue preziose forniture di vetri anche nel 1335, 1338 e nel 1339. Il suo nome riemerge tra i documenti circa un ventennio dopo: nel 1358, collaborò con il pittore Ugolino di Prete Ilario per la costruzione di una vetrata nella cappella del SS. Corporale. E l’anno successivo insieme a Andrea di Cione detto l’Orcagna e suo fratello selezionò le tessere più belle per i mosaici che sulla splendida facciata del Duomo servirono a raffigurare la Natività della Vergine. L’ultima sua fornitura documentata “di vetri colorati e dorati” risale alla fine del 1363. Proprio quell’anno si persero le sue tracce. Forse Consilio si ritirò e tornò a Monteleone. Forse morì poco dopo. Del resto, doveva essere abbastanza vecchio se si pensa che erano passati più di 40 anni dall’apertura della sua prima vetreria ad Orvieto.

Il tempo e le intemperie hanno cancellato i mosaici fissati sulla stupefacente facciata del Duomo. L’opera di Consilio Dardalini e altri celebri artisti come Giovanni Bonini, l’Orcagna, Ugolino d’Ilario, Giovanni Leonardelli e David del Ghirlandaio è andata perduta. Via via, nei secoli, le tessere originali sono state sostituite, in modo comunque mirabile.

Nel 1790, quinto centenario del Duomo, alcuni mosaici originali furono staccati e offerti in omaggio a papa Pio VI. Solo uno non è andato disperso: è proprio il quadro della Natività della Vergine di Ugolino di Prete Ilario su cui si esercitò anche l’arte paziente di Consilio Dardalini. Dal 1891 è conservato al Victoria and Albert Museum di Londra, insieme alla memoria del maledetto musaicista di Monteleone d’Orvieto.

Federico Fioravanti

Articolo pubblicato su MedioEvo N° 259 di agosto 2018

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Il Corteo Storico di Orvieto, fotografia della città medievale

Istantanea dal Corteo Storico di Orvieto. Uno dei 26 vessilli delle terre assoggettate al Comune di Orvieto sullo sfondo dello splendido duomo

È quasi mitologico. Perché appare una sola volta all’anno. Inonda i vicoli di tufo di colori e suoni. Solenni, ripetitivi, quasi ipnotici. Poi sparisce. E per un anno intero non se ne ha traccia, se non nei racconti di chi lo ha visto o di chi vi ha preso parte. Contribuendo ad alimentarne il mito. Non è una manifestazione ludica. Non ci sono “singolar tenzoni” tra contendenti. Ma è una fotografia del passato. Una gigantesca istantanea in movimento di un Medioevo che è sfuggito lasciando però tracce indelebili.

È un po’ così il Corteo Storico di Orvieto. Non solo una solenne processione, ma una rappresentazione, più verosimile possibile, di un passato glorioso che ha fatto della Città della Rupe testimonianza di un’era, che poi buia non era affatto.

Nato a metà del secolo scorso è oggi la principale manifestazione popolare di Orvieto. Motivo di attrazione turistica, ma anche di grande partecipazione da parte degli orvietani. Chi è emigrato torna ogni anno nella terra natia anche solo per ammirare quegli straordinari costumi che già conosce a memoria, per averli visti ogni anno. Chi ancora vive sulla Rupe segue la manifestazione, a volte con spirito critico, ma sempre con affetto e dedizione.

Le insegne della milizia con gli emblemi comunali

La scintilla di questa tradizione, espressione dell’artigianalità, del sapere fare della gente del posto, scoccò negli anni Quaranta, quando la Curia pensò di “rivitalizzare” la giornata del Corpus Domini e della processione del Reliquario custodito in Duomo, con una “Sacra rappresentazione” del miracolo di Bolsena, alle origini della festa del Corpus Domini, promulgata da Orvieto nel 1264 da Papa Urbano IV attraverso la Bolla Transiturus. Ancora oggi ricorrenza celebrata dal mondo cattolico.

Dal 1947 al 1951 l’Istituto del dramma sacro di Roma, diretto dai fratelli Tamberlani, realizzò in piazza Duomo drammi religiosi che culminavano nella rievocazione dei momenti salienti del “miracolo”: la celebrazione della messa nella cripta di Santa Cristina a Bolsena.

Nel 1951 la rievocazione fu preceduta da un Corteo Storico, ricostruito fedelmente sulla scorta di documenti dell’epoca in cui avvenne il Miracolo.

Ma l’iniziativa per motivi economici durò solo un anno. Sarebbe rimasta una apparizione fugace se Lea Pacini non avesse raccolto la “sfida” e non avesse creato quello straordinario patrimonio che oggi consta di più di quattrocento preziosissimi costumi, modellati dalle sapienti mani di abili artigiani. Su sollecitazione dell’allora vescovo Francesco Pieri, la “signora Pacini”, come veniva chiamata, quasi con timore reverenziale, prese i contatti con il “Maggio Musicale Fiorentino” ed ebbe in prestito alcuni costumi per vestire un piccolo gruppo di figuranti, affinché accompagnasse in abiti storici la processione. Diede così il via alla storia del Corteo.

La signora Lea Pacini, fondatrice e creatrice dell’associazione omonima, che organizza il Corteo Storico di Orvieto

Anno dopo anno, sotto la guida della infaticabile ricercatrice, imprenditrice, mecenate, appassionata di arte, di storia del costume e e cultrice della “orvietanità,” la tradizione si consolidò. Pacini studiava gli affreschi in Duomo e nelle chiese orvietane, per carpire i particolari degli abiti medievali; artigiani locali, a cui si affidava, davano forme ai suoi progetti. Sono nati così i preziosi mantelli, gli elmi, le corazze, le alabarde, gli stendardi e le bandiere che sfilano ancora oggi e solo per una volta all’anno, lungo le vie della città. Ciascun pezzo è realizzato su disegno originario della “signora Pacini”. Ma ciascun pezzo, proprio perché fatto a mano, è unico e irripetibile.

Con il tempo e i processi di industrializzazione seriale, si sono perse alcune di quelle abilità artigianali. Non ci sono più i calzolai che hanno modellato ogni singola scarpa o stivale con pelli pregiate. Anche i velluti così ricchi, pesanti, perfetti, sono sempre più merce rara. Non ci sono più quelle abili mani che hanno cucito fili d’oro che arricchiscono ciascun particolare. L’unicità del Corteo storico di Orvieto sta anche qui. Se dovesse nascere ex novo, oggi probabilmente non potrebbe vedere la luce. E se da un lato sono la certosina precisione e ricchezza millimetrica, quasi maniacale, a rendere eccezionale questo patrimonio di abiti, dall’altro è l’accurata ricerca storica che dà al Corteo un valore “storico”. Esso è e vuole essere –come detto– una fotografia del passato. E come tale più fedele possibile alla realtà orvietana medievale, divisa tra poteri civile e militare, classi sociali, casate nobiliari, terre assoggettate, che facevano della Rupe un eccezionale centro di potere.

La milizia schierata durante il Corteo Storico

Nella “fotografia” del Corteo Storico, siamo nella seconda metà del Trecento. Orvieto è una città stato, potente, temuta e rispettata. La sua influenza si estende ben oltre i confini della Rupe e i suoi domini vanno dal mar Tirreno, inglobando le rive di Orbetello in Maremma, fino al lago di Bolsena e il monte Amiata.

Il Corteo Storico si divide fondamentalmente in tre parti: la rappresentazione del potere politico, con il Corteo del Podestà; la vita di città con i quartieri in cui è suddivisa l’Urbe antica: Corsica, Serancia, Olmo e Santa Maria e la rappresentazione del potere militare con il Corteo del Capitano del Popolo. Ogni parte del corteo si integra perfettamente con l’altra e lo spettatore, quasi ipnotizzato, segue il percorso dei figuranti, che procedono scandendo il passo con medesimo ritmo mantenuto dai tamburini, lo stesso incedere, sancito dal ritmo dei tacchi e dallo sfregolio della pelle di scarpe e stivali indossati dai figuranti. Trombettieri, tamburini, insegne del Comune e scudieri fanno da apripista alla solenne figura del Podestà che è seguita dai cavalieri delle famiglie nobiliari della città. Il Gonfaloniere di Giustizia, con i notabili, cancellieri, giudici, sindaco, ambasciatori e sapienti sono i rappresentanti della giustizia e dell’amministrazione cittadina, che si estende fino alle terre assoggettate, rappresentate dai vessilli e dai nobili provenienti da ogni angolo del territorio per il giorno di festa.

Straordinarie e curatissime le bandiere del territorio che facevano parte del dominio orvietano, ricostruite fedelmente e non stampate sulla tela, ma realizzate cucendo e ricamando pezzo su pezzo. Il corpo centrale della processione storica è rappresentato dai quattro quartieri che ricordano la divisione in rioni della città storica, sopra la Rupe. Ogni quartiere presenta i propri tamburini, Anterione, rappresentanti Nobili del Quartiere, Ceri Votivi, Sbandieratori, Vessillifero Maggiore, Vessilliferi dei rioni. I costumi con lo stesso taglio hanno come particolarità l’utilizzo dei colori tipici di ciascuna zona di Orvieto: giallo e rosso per il Corsica, bianco e verde per l’Olmo, giallo e blu per il Santa Maria, bianco e rosso per il Serancia. Segue il Corteo delle Corporazioni, che rappresenta tutte le principali attività economiche della città stato.

La quadriglia tamburi delle Corporazioni schierata per il Corteo

Ecco infine il corteo delle milizie: si apre con un gruppo di tamburini che scandiscono il passo e danno così ai figuranti, che seguono, un ampio senso di appartenenza e di onore verso ciò che stanno rappresentando. Dopo le bandiere con i vessilli del Comune sfilano due Quadriglie; la prima è quella detta “Alabarde”, una lunga asta con in cima un ferro simile ad un’ascia. La seconda quadriglia è quella degli “Spiedi”: una lunga asta con in cima un ferro simile ad uno spiedo.

I figuranti riportano in vita le milizie che nel Medioevo servivano ad Orvieto. La processione prosegue con le insegne della città, la scorta armata con gli spadoni e l’insegna del Capitano del Popolo, la figura principale del potere militare. Temuto, stimato, potente, il figurante che indossa l’abito mostra questa vocazione alla forza. Lo seguono gli scudieri: porta scudo e porta lancia. Ancora il cavaliere con la bandiera di San Giorgio, il Conestabile dei cavalieri Filippeschi, lo scudiere ed il porta lancia dei Filippeschi. Poi il gruppo dei cavalieri: Della Greca, Montemarte, Marsciano, Mazzocchi, Ranieri, Bisenzi, ciascuno con il proprio scudiere al seguito. Di nuovo un gruppo di tamburini introduce l’insegna dei Balestrieri, il Capitano dei Balestrieri Avveduti, con lo scudiere, i balestrieri e i pavesieri. Quindi le quadriglie: ronconi, lance taglio e punta, lance a giglio, le insegne dei quartieri.

La cromia degli abiti merita un approfondimento. Nel Trecento e nella prima metà del Quattrocento, l’uso dei colori vivaci, spesso accostati a contrasto in varie forme di disposizione bipartita in senso verticale a scacchi, a righe, a onde e via dicendo, è particolarmente frequente. Valletti, trombettieri, porta ceri, spiccano nel corteo proprio per i vivaci colori bipartiti. Ma il colore in assoluto più frequente è il rosso scarlatto –tinta per eccellenza dei manti regali e nobili in genere, di quelli dei magistrati e in alcuni casi dei medici– seguito dal verde intenso, spesso accoppiati a contrasto. Apprezzati erano anche il porpora rosato, il vermiglio, il violetto, il pavonazzo, il morello e l’alessandrino (blu-turchese cupo) e il blu-azzurro (il nostro celeste). Il grigio, con tutte le sue varianti, dal grigio cenere al bigio, e i toni del marrone spento, più o meno chiaro, erano invece i colori degli artigiani dediti ai mestieri, mentre al popolo basso –contadini, muratori, salariati in genere– rimaneva il bianco.

Particolare dell’elmo del Capitano del Popolo

Anche il nero era un colore importante perché designava una tipologia sociale nobiliare o quantomeno elevata per autorità, anche se generalmente si anteponeva al rosso soprattutto perché era imposto da tutte le leggi sanitarie emanate: la tinta, assai meno costosa, denotava simbolicamente fermezza, autorità, perseveranza e saldezza di propositi. L’esempio più eclatante dell’uso del colore nero nel Corteo Storico di Orvieto è il mantello indossato dal conestabile dei cavalieri, ricamato in seta nei colori bianco, rosso oro e argento. Quello che colpisce l’osservatore è che il Corteo storico, che sfila soltanto al mattino, nella domenica del Corpus Domini (tra fine maggio e inizio giugno), dopo una lunga preparazione dei figuranti, con precisione quasi maniacale per il dettaglio, è composto da soli figuranti uomini mentre le donne non sono ammesse. Questo perché i personaggi che sono interpretati dai figuranti, ovvero Podestà, Gonfaloniere di Giustizia, Consoli, Capitano del Popolo, rappresentanti delle milizie, nobili, erano tutti rigorosamente di sesso maschile.

Alle donne è riservato uno speciale Corteo delle Dame che sfila il giorno antecedente e che si è costituito nel 1994. Oggi a custodire, valorizzare e promuovere questo eccezionale patrimonio fatto di arte, artigianato, storia, cultura, del saper fare unico e irripetibile, è l’Associazione Lea Pacini. Costituita all’inizio degli anni Novanta ha ereditato dalla fondatrice la grande passione e dedizione e il compito di portare avanti il Corteo. Una tradizione che affronta il futuro con fierezza. Laica, apolitica e senza fini di lucro, l’Associazione è composta, oltre che dall’Assemblea degli iscritti, dal Consiglio di Amministrazione, dal Comitato di Gestione con il suo presidente e dal Collegio dei Decani. Tante persone coinvolte tutto l’anno nell’organizzazione di quell’attesa giornata nella quale Orvieto riscopre se stessa.

Andrea Mazzi Giornalista e saggista, ricercatore e studioso di tradizioni popolari Articolo pubblicato su MedioEvo N° 256 di maggio 2018 Crediti foto: fotografi vari per l’Associazione Lea Pacini

L’edizione 2018 del Corteo Storico di Orvieto si terrà il 3 giugno, ore 10:00 in Piazza del Capitano del Popolo. Il giorno precedente (2 giugno, ore 17:00) il Corteo delle Dame in Piazza Duomo. Maggiori informazioni e programma completo della Festa del Corpus Domini: Corteo Storico Orvieto

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La nascita del ghetto

Il 29 marzo 1516 il Senato della Serenissima Repubblica di Venezia delibera che “tutti li Zudei che de presente se attrovano abitar in diverse contrade de questa città, debbano abitar uniti” nella corte di case site presso l’ex fonderia di rame detta “Ghetto”.

“E la neve scende su una fredda e grigia mattina di Chicago – canterà quattro secoli e mezzo dopo Elvis Presley – Un povero bambino è nato nel ghetto. E sua madre piange, perché se c’è una cosa di cui non ha bisogno è un’altra bocca da sfamare nel ghetto”.

In quattrocento anni il termine “ghetto” finirà per indicare la parte malfamata di una metropoli, il quartiere povero dove ragazzi cresciuti senza niente “imparano a rubare e a lottare”. Eppure quando nasce, il 29 marzo 1516, il ghetto è tutto l’opposto: il primo “recinto degli ebrei” è un quartiere ricco, un luogo effervescente e cosmopolita e uno dei principali centri di commercio della città.

Il Ghetto – che si trova nell’attuale sestiere di Canneregio ed è tuttora il fulcro della comunità ebraica di Venezia – prende il nome dal “geto de rame”: qui si trovavano infatti le fonderie pubbliche dove venivano fabbricate le bombarde, una sorta di antenate dei cannoni. Il quartiere già dal XIV secolo aveva preso il nome dal verbo “ghettare”, cioè “affinare il metallo con la ghetta” (il diossido di piombo), parallelo a “gettare”, ovvero fondere i metalli, ed era diviso in due parti: Ghetto Vecchio e Ghetto Nuovo.

Verso l’inizio del Quattrocento le fonderie erano state dismesse e l’area del Ghetto Nuovo era stata affidata ai fratelli Da Brolo, che intendevano costruirci un complesso residenziale comprendente venticinque case da affittare e una chiesa. Attorno al 1460 era sorto però un litigio tra le parrocchie di San Geremia e San Marcuola attorno alla pertinenza ecclesiastica del nuovo quartiere, il progetto era stato abbandonato e l’area era rimasta disabitata per diversi decenni.

Venezia, le tre fasi del ghetto (laborazione da J. de’Barbari, Veduta di Venezia, 1500, dettaglio)

Intanto in città c’era già qualcosa di simile a quello che sarebbe diventato il ghetto ebraico: dal XIII secolo esisteva infatti il Fondaco dei tedeschi, un singolo edificio (esistente ancora oggi, ai piedi del Ponte di Rialto) in cui i mercanti tedeschi venivano rinchiusi di notte; anche gli Ottomani avevano un fondaco, dove poter vivere appartati, con tanto di luogo di culto.

All’inizio del Cinquecento gli sconvolgimenti della guerra avevano portato molti ebrei a rifugiarsi a Venezia finendo per risvegliare la diffidenza e l’ostilità dei residenti cristiani, per questo il Senato aveva deciso di risolvere la questione stabilendo che tutti gli israeliti dovessero obbligatoriamente risiedere nella località del Ghetto Nuovo, che si presenta ancora oggi come un’isola i cui accessi avvengono tramite due ponti. In corrispondenza dei ponti esistevano dei robusti cancelli, che venivano chiusi e sorvegliati di notte, poiché agli abitanti era permesso uscire dal quartiere solo di giorno e con dei segni distintivi.

Nel corso del Cinquecento saranno poi edificate varie sinagoghe, una per ogni gruppo etnico: sorgeranno così la Schola Grande Tedesca, la Schola Canton (di rito ashkenazita), la Schola spagnola (di rito Sefardita), la Schola Levantinae e la Schola italiana, i cui edifici costituiscono ancora un complesso architettonico di grande interesse.

Il Fondaco dei Tedeschi (Calle del Fontego dei Tedeschi, Ponte di Rialto, Venezia)

Agli ebrei ashkenaziti il governo veneziano concederà, oltre all’esercizio della medicina e della “strazzeria”, il mestiere di prestatori di denaro, un’attività creditizia che ai cristiani era impedita: all’interno del Ghetto sorgono così i banchi di pegno dai quali passerà buona parte del prestito di denaro della potenza lagunare; diventerà così abituale, per i veneziani, andare al Ghetto per contrarre un prestito o a riscattare degli oggetti tenuti per garanzia.

Non mancano comunque le professioni liberali e la cultura. Favorita anche dalle consistenti ondate immigratorie da tutta l’Europa, la comunità ebraica veneziana crescerà così tanto che per ricavare un numero sufficiente di alloggi gli edifici finiranno per espandersi in verticale e a tutt’oggi le costruzioni del Ghetto – caso unico a Venezia – si caratterizzano per la notevole altezza, tanto da arrivare fino a otto piani.

Nel 1541 il territorio verrà inoltre ampliato con l’aggiunta del Ghetto Vecchio, concesso agli ebrei giunti dalla penisola iberica e dall’impero Ottomano e nel 1633 sarà aperto il Ghetto Novissimo: una piccola area a est del Ghetto Nuovo, composta da appena due calli.

Ben presto l’esempio di Venezia viene seguito anche da altre città italiane ed europee, che iniziano a confinare gli ebrei in quartieri chiusi, tanto che il nome proprio “Ghetto” diventa prima sinonimo di quartiere ebraico e successivamente di luogo di segregazione.

Nel corso del Medioevo esistevano già in tutta Europa quartieri ebraici che in genere si chiamavano “giudecca”. A differenza del ghetto, però, nella giudecca non c’era alcun obbligo di residenza e in qualche caso le comunità godevano di una propria autonomia politica, amministrativa, giudiziaria e patrimoniale: provvedevano all’imposizione e alla riscossione delle imposte e svolgevano servizi fondamentali come la scuola, il notariato, l’ospedale, il cimitero, il macello e l’assistenza ai più bisognosi.

Solo in Sicilia si contavano oltre 90 giudecche popolate da circa 37mila ebrei e nel 1310 il re di Sicilia Federico II di Aragona aveva avviato una politica restrittiva nei confronti della numerosa comunità ebraica siciliana, costringendola a contrassegnare vesti e botteghe con la “rotella rossa”.

Nobile ebreo al banco (Giovanni Grevembroch, 1731–1807)

Nel 1555 papa Paolo IV, seguendo l’esempio di Venezia, crea il ghetto di Roma con la bolla Cum nimis absurdum, che forza gli ebrei a vivere in un’area specifica con una serie di restrizioni, che resteranno in vigore per secoli. Il Ghetto di Roma, a Trastevere, diventerà uno dei quartieri più importanti della città, ancora oggi sede della Sinagoga ma anche di centri culturali e ristoranti tipici che offrono ai turisti piatti a base di cucina ebraica, come i celebri “carciofi alla giudìa”.

L’istituzione dei ghetti a partire del XVI secolo sarà comunque limitata al centro-nord d’Italia. In alcune realtà locali gli ebrei saranno capaci di ritardare (come in Piemonte) o evitare (come a Livorno o a Pisa) l’istituzione del ghetto, o limitarne alcuni degli effetti restrittivi. Ma sarà solo alla fine del Settecento, con la diffusione degli ideali della Rivoluzione francese, che i ghetti verranno progressivamente aboliti. L’ultimo sarà proprio quello di Roma, che dovrà aspettare fino all’annessione allo Stato italiano nel 1870.

Sarà poi il nazismo a ripristinare il sistema dei ghetti come tappa temporanea finalizzata alla realizzazione della “soluzione finale” in Europa orientale. A Varsavia, dove non era mai esistito un ghetto, nel 1942 saranno concentrate 500mila persone in 3,4 chilometri quadrati, tanto da portare – tra l’aprile e il maggio del 1943 – all’insurrezione che costerà la vita a 13mila ebrei e la deportazione ai superstiti mentre il ghetto sarà completamente raso al suolo.

Roma, il ghetto (elaborazione da A. Tempesta, Roma, 1593, dettaglio)

Negli Stati Uniti, invece, il ghetto riguarderà la popolazione nera: dopo l’abolizione della schiavitù la discriminazione nei confronti degli afroamericani li porterà a vivere in determinati quartieri (si pensi al Bronx e ad Harlem, a New York) che prenderanno il nome di “ghetto”.

Paradossalmente, però, saranno proprio le leggi sui diritti civili degli anni ‘60 che – permettendo agli afroamericani più facoltosi di trasferirsi nelle “zone per soli bianchi” – contribuiranno al collasso economico di molti ghetti, il cui livello di benessere scenderà sotto la media, mentre aumenteranno gli indici di criminalità e di degrado urbano.

Well, the world turns And a hungry little boy with a runny nose Plays in the street as the cold wind blows In the ghetto.

In the Ghetto (Elvis Presley, From Elvis in Memphis, 1969)

Arnaldo Casali

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Alla ricerca del Santo Graal

Calice, coppa, piatto, pietra preziosa, ventre di donna, fonte di vita e sorgente di prosperità; reliquia cristiana o amuleto celtico, il Santo Graal è il più mutevole e affascinante prodotto dell’immaginario medievale, capace di sposare il ciclo bretone alla cultura cristiana, suggestioni orientali alle leggende sui templari.

Simbolo stesso della ricerca dell’assoluto, partito dalle isole Britanniche nel corso dei secoli ha attraversato la Francia, l’Italia, la Germania e la Palestina, creando il più grande mito del Medioevo capace ancora oggi di ispirare storici, artisti, scrittori e registi.

Eppure quando fa la sua prima comparsa sulle scene letterarie, il Graal non è ancora un calice né tanto meno è santo.

Capolettera miniato nel manoscritto Perceval di Chretien de Troyez (sec. XIII)

Un antecedente lo troviamo già nel IX secolo, quando il vescovo Auduardo di Sens compone un poemetto – De fonte vitae – dove si parla di un viaggio verso “il luogo più bello del mondo” nel quale scaturisce la fonte della vita alla quale si può attingere solo se si è in possesso di uno speciale vaso.

Ma è nel romanzo Perceval di Chretien de Troyez – ultima opera del più grande autore di poemi cavallereschi, scritta tra il 1175 e il 1190 e rimasta incompiuta – che il Graal fa il suo debutto ufficiale.

Il romanzo racconta la storia di un adolescente gallese che abbandona la madre vedova per unirsi ai cavalieri di re Artù. Giunto, dopo una serie di avventure, al castello del re Pescatore, il giovane assiste a una strana processione: “Un valletto viene da una camera e tiene una lancia lucente impugnata a metà dell’asta. Una goccia di sangue stillava dalla punta di ferro della lancia, fin sulla mano del valletto”. Il giovane ospite si trattiene dal chiedere il significato di quelle parole, perché gli è stato insegnato che parlare troppo è segno di villania. Poi arrivano due valletti e una fanciulla molto bella “slanciata e ben adorna veniva con i valletti e aveva tra le mani un graal. Quando fu entrata nella sala col graal che teneva, si diffuse una luce sì grande che le candele persero il chiarore, come stelle quando si levano il sole e la luna. Dietro di lei un’altra damigella recava un piatto d’argento. Il graal che veniva avanti era fatto dell’oro più puro. Vi erano incastonate pietre di molte specie e le più ricche e le più preziose che vi siano in mare o in terra”.

Il Graal è quindi un oggetto prezioso e magico: non si tratta però di un calice, e nemmeno di una reliquia. Non solo, ma non è nemmeno di un oggetto specifico: Chretien parla infatti di un graal e  non del Graal. La parola “graal” designa infatti in francese antico una coppa o un piatto e probabilmente deriva dal latino medievale gradalis, con il significato di “piatto”, o dal greco κρατήρ (kratḗr, “vaso”).

La singolare processione del Graal si ripete più volte durante il banchetto raccontato in Perceval. Il giorno dopo, però, il castello è vuoto e il giovane gallese scopre che il re Pescatore è ferito e ammalato. Proprio la domanda sul funzionamento del Graal che Parsifal non ha posto avrebbe rotto l’incantesimo e salvato il re e il suo regno.

Dopo altre avventure, il giovane cavaliere incontrerà un eremita che gli rivelerà di essere il fratello di sua madre e dello stesso Re Pescatore, spiegandogli anche che il contenuto del piatto magico è un’ostia: “Quest’ostia sostiene e conforta la vita del re, tanto essa è santa, ed egli stesso è sì santo che nulla lo fa vivere se non l’ostia del graal”.

Dopo la rivelazione Parsifal si sottoporrà a una dura penitenza per espirare i suoi peccati perfezionando così anche la sua educazione cavalleresca. A causa della morte dell’autore, però, il romanzo si interrompe senza svelare come si concluda la storia del Graal e del giovane cavaliere.

Apparizione del Santo Graal in un manoscritto parigino del secolo XV

Una storia che, come si è visto, sposa leggende celtiche con elementi della religione cristiana. Se l’ostia e il sangue che stilla dalla lancia rimandano a una simbologia eucaristica e alla passione – infatti – non c’è ancora alcun riferimento al calice dell’Ultima cena e il Graal appare piuttosto come un oggetto magico, una sorta di “cornucopia” capace di illuminare il cammino dell’uomo nella natura mistica dell’altro mondo e di nutrirlo e proteggerlo donando salute e prosperità.

L’influenza di Perceval sull’immaginario letterario medievale – e la sua enigmatica “non-conclusione” – portano molti scrittori a tentare di dare un seguito al romanzo di Chretien, rielaborando e ampliando ognuno a modo suo la leggenda del Graal.

Di fatto esistono quattro seguiti “ufficiali” di Perceval mentre molti altri testi riprendono e rielaborano la storia del Graal, e il fatto che la parola sia difficilmente comprensibile al di fuori del contesto franco-celtico favorisce il passaggio del termine da nome comune a nome proprio: un graal diventa così il Graal.

All’inizio del XII secolo risale il Peredur, racconto gallese che richiama il Perceval inserendo alcuni elementi distintivi: qui il re Pescatore viene ferito dalle incantatrici di Caer Loyw che hanno assassinato anche un cugino di Peredur: il fine delle avventure è dunque la vendetta. Il Graal, pur non essendo mai indicato con questo nome, è presentato come un vassoio nel quale è posta la testa tagliata del cugino di Peredur immersa nel sangue. Un particolare che ricorda da vicino un altro passaggio dei Vangeli: non l’istituzione dell’Eucarestia né la Passione di Cristo, però, ma la morte di Giovanni Battista.

Il poema tedesco Parzival di Wolfram von Eschembach descrive invece il Graal come una pietra preziosa: “Il più bel gioiello del cielo, fonte di ogni gioia, segno d’ogni bene in terra”, mentre il francese Perlesvaus richiama alcuni elementi che trasformeranno l’amuleto celtico nel calice dei Vangeli: si dice infatti apertamente che dalla punta della lancia portata in processione stilla il sangue che finisce nel vaso, dentro il quale appare “un calice di una foggia rara per quei tempi” e la “figura di un bambino”. Quando poi lo sguardo del protagonista viene sollevato “gli pare che il Graal sia sospeso in aria e che sopra ci sia un uomo inchiodato a una croce con una lancia conficcata nel costato”. L’associazione tra Graal, calice e sangue di Cristo è dunque quasi completata.

L’ultima cena (Jaume Huguet, 1470, Museo Nazionale d’Arte di Catalogna, Barcellona)

È però il piccardo Robert de Boron che intorno al 1200, con il suo Roman de l’Estoire du Graal, fonde il tema celtico e cavalleresco del Graal con la tradizione evangelico-apocrifa, trasformando il piatto magico nel calice usato da Cristo dell’Ultima cena e fissandone la leggenda diventata oggi di fatto quella “ufficiale”.

Riprendendo in parte il vangelo apocrifo di Nicodemo, il romanzo racconta come un giudeo, dopo l’arresto di Gesù, avesse sottratto il calice usato durante l’Ultima cena e lo avesse donato a Pilato; il quale, a sua volta, l’aveva consegnato a Giuseppe d’Arimatea, il fariseo che – secondo i vangeli ufficiali – ha ottenuto il permesso di seppellire il cadavere di Gesù. Dopo aver ricevuto il calice, Giuseppe lo utilizza per raccogliere il sangue uscito dal costato di Cristo, trafitto con una lancia dal soldato Longino. Successivamente Giuseppe porta con sé il calice “in una terra verso Occidente ancora tutta selvaggia” ovvero l’Inghilterra, dove fonda la prima chiesa cristiana delle isole britanniche nella valle di Avalon, identificata con l’attuale Glastonbury. Dalla generazione di Bron, cognato di Giuseppe d’Arimatea, sarebbero discesi i “re Pescatori”, così detti perché avrebbero pescato quel pesce (un richiamo simbolico all’Icthys, ovvero Cristo stesso) necessario al rito del Graal.

Le leggende successive si spingono oltre e come avvenuto per il legno della Croce (di cui viene raccontata tutta la storia, dal Paradiso terrestre fino al calvario) anche del calice viene ricostruita tutta la storia sin dalla sua fabbricazione: il Graal era dunque in origine una pietra caduta sulla terra dalla corona di Lucifero, staccatasi durante lo scontro fra gli angeli del bene e quelli del male. Set – figlio di Adamo ed Eva – l’aveva ritrovata quando era tornato nel Paradiso Terrestre in cerca di una cura per il padre moribondo, ricevendone una medicina capace di curare qualsiasi male.

Salvato durante il diluvio da Noè e utilizzato da Melchisedek per benedire Abramo e Sara, il Graal era stato poi posseduto da Mosè e dai Patriarchi prima di scomparire nuovamente. A ritrovarlo era stata infine la Veronica, che lo aveva consegnato a Gesù Cristo per celebrare l’Ultima Cena.

Va notato come l’identità del Graal come custodia del sangue di Cristo (sia nell’accezione mistico-simbolica dell’eucarestia, sia in quella più concreta della crocifissione) avviene in un’epoca in cui si va rafforzando ed espandendo il culto del sangue di Cristo, tanto da portare – nel giro di pochi decenni – all’istituzione della festa del Corpus Domini.

Il cosiddetto “Sacro Catino” è un piatto esagonale in vetro verde. Secondo la tradizione fu portato a Genova da Guglielmo Embriaco nel 1101, di ritorno dalla prima Crociata e dalla presa di Cesarea.

A portare il Calice dalla dimensione mitico-cavalleresca a quella devozionale è infine Jacopo da Varagine che nella Legenda Aurea racconta come durante la prima crociata, nel 1099, i genovesi avessero trovato a Gerusalemme il calice usato da Cristo durante l’Ultima cena. Il reperto in questione si può ancora oggi ammirare nel Museo del tesoro della Cattedrale di Genova: la reliquia, detta “Sacro Catino”, consiste in un vaso, intagliato in una pietra verde brillante e traslucida, che è stato – peraltro – trafugato da Napoleone per essere restituito dopo la sua caduta.

Altre fonti sulla presenza della coppa di Cristo a Gerusalemme parlano di un calice argenteo a due manici chiuso nel reliquiario di una cappella vicino Gerusalemme. Questo Graal appare solamente nel racconto di Arculfo, un pellegrino anglo-sassone del VII secolo, che l’avrebbe visto e toccato. Un’altra testimonianza si trova nel romanzo tedesco del XIII secolo Titurel il giovane in cui si parla di un Graal trafugato dalla chiesa del Boucoleon durante la quarta crociata e portato da Costantinopoli a Troyes dal vescovo Garnier de Trainel nel 1204. Viene ricordato lì ancora nel 1610, ma sarebbe scomparso durante la Rivoluzione Francese.

A sinistra, il Santo Cáliz custodito nella Cattedrale di Valencia, a destra La Santa Cena di Juan de Juanes, che ritrae il Santo Cáliz (1560, Museo del Prado)

Di fatto, oltre al Sacro Catino, l’unico altro “graal” ancora conservato è il Santo Cáliz, una coppa di agata conservata nella cattedrale di Valencia. Essa è posta su un supporto medievale, la base è formata da una coppa rovesciata di calcedonio e sopra vi è incisa un’iscrizione araba. Il primo riferimento certo al calice spagnolo è del 1399, quando fu dato dal monastero di San Juan de la Peña al re Martino I di Aragona in cambio di una coppa d’oro. Secondo la leggenda sarebbe stato portato a Roma da San Pietro.

“L’incertezza nella decifrazione del mito del Graal – spiega Franco Cardini – deriva essenzialmente dalla presenza in culture anche geograficamente lontane tra loro di simboli formalmente molto simili”.

Se l’opera di Chretien de Troyes mescola il tema dell’avventura alla ricerca di oggetti magici che spezzino incantesimi e quello dell’iniziazione (cavalleresca – ma anche religiosa) attraverso una serie di difficili prove con elementi di origine chiaramente cristiana ed eucaristica, la coppa è praticamente in tutte le culture simbolo di potere.

Il Santo Graal di Franco Cardini, Massimo Introvigne e Marina Montesano (Ed. Giunti, 1998)

“Il calice e la coppa – spiega ancora Cardini, che al Santo Graal ha dedicato anche un libro pubblicato nel 1998 – sono dei veri e propri grandi archetipi, densi di significato il tutte le culture del mondo eurasiatico-mediterraneo. Nei Salmi biblici il cantore offre a dio la coppa della salvezza e riceve da lui quella delle benedizioni o del castigo; il Vangelo parla del calice del dolore, al contrario la coppa che trabocca è simbolo di gioia e di abbondanza”. Ma il simbolismo è presente anche nella cultura indiana, dove il mitico re Gemshid possiede una coppa nella quale può vedere l’intero universo. Non a caso coppe e bacili sono strumenti abituali per i riti divinatori, così come per la preparazione di potenti filtri. Nel mondo germanico la coppa viene utilizzata come simbolo di trasmissione della sovranità e in alcuni casi viene ricavata dal cranio dei nemici uccisi, come nel caso del re longobardo Alboino. “Si può ipotizzare dunque che la coppa come simbolo al contempo di regalità e di abbondanza sia un archetipo delle culture indoeuropee”. Stesso dicasi per la lancia, da cui deriva lo scettro. Reinterpretazione dunque, di un archetipo presente in tutte le mitologie indoeuropee, il mito del Graal si spegne lentamente alla fine del Quattrocento per trovare nuova giovinezza solo con il Romanticismo, nell’Ottocento. La letteratura cavalleresca si concentrerà infatti, nei secoli successivi, sull’epopea di Carlo Magno e dei suoi eroi lasciando tramontare quella dei cavalieri della Tavola rotonda.

Sarà Richard Wagner a consegnare il mito del Graal al Novecento, secolo in cui si fanno largo anche le leggende secondo cui i Templari (che in realtà non ebbero mai nulla a che fare con il Graal) sarebbero stati guardiani e custodi della coppa e fondatori di una sorta di chiesa parallela.

È in questi ambienti esoterico e pittoreschi che, a partire dalla fine dell’Ottocento, si fa strada la più suggestiva, immaginifica e balzana ipotesi, destinata a trovare risonanza mondiale nel 2003 con la pubblicazione del romanzo Il Codice Da Vinci: quella secondo cui il Santo Graal non sia in realtà nient’altro che il ventre della Maddalena, moglie di Gesù e madre dei suoi figli.

Nata a partire dal 1885 per iniziativa di don Berenger Saunière, parroco di Rennes-Le-Chateau e successivamente dell’esoterista Pierre Plantard (nato nel 1920 e morto nel 2000), la leggenda sostiene che Maria Maddalena fosse in realtà la moglie di Gesù e che da questi avrebbe avuto dei figli. Dopo la morte e resurrezione di Cristo la Maddalena si sarebbe trasferita in Francia e qui avrebbe partorito i figli di Cristo, destinati a dare origine alla dinastia dei merovingi, sovrani di Francia agli inizi del Medioevo (saranno poi rimpiazzati dai Carolingi e infine dai Capetingi).

Secondo questa ipotesi, quindi, “Santo Graal” deriverebbe da “Sang Real”, ovvero Sangue Reale, quello di Cristo trasmesso alla prima casa regnante di Francia.

La leggenda trova dei precedenti proprio nel XII secolo, quando il monaco Pièrre des Vaux-de-Cernay, riferendosi ai Catari, scrive: “Gli eretici dichiaravano che Santa Maria Maddalena era la concubina di Gesù Cristo”. A dargli forma definitiva sono però Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln con il libro Il Santo Graal pubblicato nel 1982, le cui teorie sono state riprese poi da Dan Brown per il romanzo Il Codice Da Vinci.

Il mitico taccuino dove il padre di Indiana Jones avev ricostruito la storia del Santo Graal (dal film “Indiana Jones e l’ultima crociata”, 1989, con Harrison Ford e Sean Connery, regia di Steven Spielberg)

Paradossalmente, gli autori del Santo Graal hanno denunciato Dan Brown per plagio smascherando così – implicitamente – la loro stessa operazione. Un romanzo non può “copiare” infatti un saggio che presenta una scoperta storica, ma solo un’opera di invenzione. La denuncia è finita così in un cul de sac: o Dan Brown non ha copiato o Il Santo Graal è un’opera di fantasia.

Ben più “ortodosso” di quello indagato da Robert Langdon nel Codice Da Vinci è invece il Graal inseguito dal più celebre archeologo della storia del cinema in Indiana Jones e l’ultima crociata del regista ebreo Steven Spielberg, in cui il Calice è presentato nella sua versione pienamente cristianizzata pur riprendendo elementi dai rituali di iniziazione del ciclo bretone (per accedere al Graal bisogna superare una serie di prove), le leggende templari (il calice è custodito da un cavaliere crociato ancora in vita e vecchissimo) aggiungendo anche le capacità taumaturgiche (guarisce le ferite del padre del protagonista) e il dono dell’immortalità a chi ci beve.

E se nella Leggenda del re Pescatore di Terry Gilliam il Santo Graal è una coppa celebrativa che fa bella mostra di sé nella casa di un miliardario, secondo il cantautore Jovanotti il Santo Graal “è nel salotto di mia nonna” (come recita una strofa della canzone Falla girare) a testimoniare che anche nell’immaginario contemporaneo la ricerca del Sacro Calice è un anzitutto un viaggio dentro se stessi e la propria esistenza.

Arnaldo Casali

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L’arte del falso nel Medioevo

Il negativo fotografico di un particolare della Sindone, un lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce delle dimensioni di circa 4,41 x 1,13 m., contenente la doppia immagine accostata per il capo di un volto umano

“Il Medioevo un’epoca barbara? Provateci voi, a falsificare la Sindone!”. Così Emore Paoli, tra i più autorevoli medievisti contemporanei, ama rispondere a chi persevera nei luoghi comuni che identificano il Medioevo come il buio della civiltà.

In effetti la Sindone, seppure sia considerata un falso dalla comunità scientifica (anche se in molti contesti la disputa sull’attendibilità dei risultati sperimentali è ancora accesa), è comunque un capolavoro di tecnologia: per realizzarla è stata utilizzata infatti una tecnica così avanzata che, pur avendo accertato che non si tratta di pittura, la scienza non è riuscita ancora a spiegare come l’immagine sia stata “stampata” sul lenzuolo. D’altra parte è vero anche che la Chiesa non ha mai considerato ufficialmente la Sindone una vera e propria reliquia: la definizione utilizzata è sempre stata infatti quella di “icona”, ovvero immagine di Cristo.

E se nel Medioevo quella del “falso” è stata una vera e propria arte che ha prodotto reliquie, documenti e profezie, va anche detto che il concetto stesso di “vero” all’epoca era molto diverso da quello attuale.

La verità che interessa, all’uomo medievale, infatti, non è quella filologica ma quella sostanziale: l’autore di un libro (a cominciare dagli evangelisti) non è necessariamente colui che lo ha redatto materialmente quanto piuttosto l’autorità al cui insegnamento o alla cui testimonianza si è rifatto chi lo ha scritto. Allo stesso modo il concetto di agiografia è molto diverso da quello – contemporaneo – di biografia, perché ciò che interessa trasmettere all’agiografo è il messaggio religioso e non i fatti storici.

La stessa Sindone, dunque, quando ha iniziato a circolare in Europa, era venerata in primo luogo come immagine del crocifisso: contava poco che fosse un reperto archeologico, un’opera artistica o un’immagine impressa non si sa come e non si sa quando, e il dibattito sulla sua autenticità è venuto fuori solo con il passare dei secoli.

Questo non toglie, ovviamente, che tra le migliaia di reliquie che hanno iniziato a circolare nel Medioevo ce ne siano alcune maliziosamente costruite ad arte per trarre profitto ingannando i fedeli.

La teca dorata della Confessione in Santa Maria Maggiore (Roma), conserva frammenti del legno della Sacra Culla (cunabulum), la mangiatoia che avrebbe accolto Gesù appena nato

D’altra parte se l’autenticità delle ossa dei santi contemporanei era accuratamente certificata (tanto che il corpo di Francesco d’Assisi aveva iniziato ad essere conteso quando il santo era ancora in vita, e gli assisani avevano fatto tornare in città da uno dei suoi viaggi il Poverello con la scorta armata per timore che morisse in terra straniera), per tutto il Medioevo circolano anche reliquie davvero improbabili: basti pensare alla mangiatoia dove sarebbe stato deposto Gesù Bambino, custodita a Santa Maria Maggiore a Roma, e addirittura il latte della Vergine o il prepuzio di Cristo conservato a Calcata, per non parlare delle due teste di Giovanni Battista: quella del santo da adulto e quella del santo da bambino.

Se tutti i frammenti della croce fossero autentici ci sarebbe voluto un bosco intero per costruirla e nemmeno se fosse stato un gigante San Valentino avrebbe potuto seminare tutte le ossa rivendicate dalle centinaia di chiese sparse per il mondo.

D’altra parte a ironizzare sulle reliquie farlocche è già – in pieno Medioevo – Giovanni Boccaccio, che nel Decameron inserisce la novella di fra’ Cipolla, portata poi al cinema da Mario Monicelli e Alberto Sordi pur se innestata sulle vicende di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

Religioso dell’ordine di Sant’Antonio (congregazione nota al tempo proprio per i traffici di reliquie), fra’ Cipolla si reca a Certaldo per raccogliere le offerte dei fedeli. Predicando, Cipolla annuncia di aver portato con sé nientemeno che una piuma delle ali dell’arcangelo Gabriele, caduta al momento dell’Annunciazione alla Vergine Maria. Ascoltando la solenne dichiarazione, però, due amici del frate decidono di fargli uno scherzo e gli rubano la piuma (che si rivela subito essere “una penna di quelle della coda d’un pappagallo”) e la sostituiscono con dei carboni. Quando, durante la predica, Cipolla apre il reliquiario e ci trova i carboni al posto della penna, non si perde d’animo e li mostra ai fedeli spacciandoli per quelli che erano stati utilizzati per bruciare sulla graticola San Lorenzo. Lo stesso frate, durante la predica, cita reliquie ancora più improbabili come il dito dello Spirito Santo, il ciuffetto del serafino che apparve a san Francesco, un’unghia dei cherubini e una delle coste del “Verbum-caro-fatti-alle-finestre”, i “vestimenti della Santa Fé catolica, e alquanti de’ raggi della stella che apparve à tre Magi in oriente, e un’ampolla del sudore di san Michele quando combatté col diavole, e la mascella della Morte di san Lazzaro” e ancora “uno de’ denti della santa Croce, e in una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone”.

Ma non è certo solo di reliquie, che si occupano i falsari medievali; la maggior parte delle energie si concentra piuttosto sui documenti giuridici: si va dai falsi cassinesi che nel XII secolo hanno l’obiettivo di aumentare il prestigio e il potere del monastero legittimandone i privilegi alle falsificazioni di Ravenna che, in piena lotta per le investiture, mirano a sostenere il partito dell’imperatore contro Roma (tra questi un atto con cui papa Adriano I avrebbe concesso a Carlo Magno il diritto di eleggere il papa e i vescovi) e ancora il Privilegium maius che Federico Barbarossa avrebbe concesso ai duchi di Asburgo elevandoli al di sopra degli altri principi elettori e che in realtà è stato redatto nel Trecento.

Una iconografia della Donazione di Costantino, dove l’imperatore offre al papa Silvestro I la tiara imperiale, simbolo del potere temporale (Oratorio di San Silvestro, Roma)

Il più celebre di questi documenti è senza dubbio la Donazione di Costantino, considerata la base dello Stato Pontificio e del potere della chiesa di Roma.

Apparso intorno all’850 all’interno delle Decretali dello Pseudo Isidoro, il documento – datato 30 marzo 315 – afferma di riprodurre un editto emesso da Costantino, con cui l’imperatore romano avrebbe attribuito a papa Silvestro I una serie di concessioni: tra queste il primato su tutte le altre chiese patriarcali, la sovranità su tutti i sacerdoti del mondo e la superiorità del potere papale su quello imperiale. Inoltre la Chiesa di Roma ottenne, secondo il documento, gli onori, le insegne e il diadema imperiale per i pontefici, ma soprattutto la giurisdizione civile sulla città di Roma, sull’Italia e sull’Impero romano d’Occidente. L’editto confermerebbe inoltre la donazione alla Chiesa di Roma di proprietà immobiliari estese fino in Oriente, oltre che del Palazzo del Laterano.

“In considerazione del fatto che il nostro potere imperiale è terreno – si legge nel documento – noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo… Finalmente noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti della città di Roma e dell’Italia e delle regioni occidentali”.

La donazione viene usata per tutto il Medioevo dalla Chiesa per avvalorare i propri diritti sui vasti possedimenti territoriali in Occidente e per legittimare le proprie mire di carattere temporale e universalistico, senza essere messa in discussione – per secoli – nemmeno dai nemici del Papa, tanto che lo stesso Dante Alighieri, pur negando il valore giuridico della donazione e considerandola un imperdonabile errore di Costantino, non dubita della sua autenticità.

Solo nel 1440 l’umanista italiano Lorenzo Valla dimostra in modo inequivocabile che la donazione è un falso, attraverso uno studio approfondito che stigmatizza anacronismi e contraddizioni come la presenza di numerosi barbarismi nel latino (dunque più tardo di quello utilizzato nel IV secolo), la menzione di Costantinopoli (allora non ancora fondata) o di parole come “feudo”.

La Papessa, ritratta su una carta dei Tarocchi Visconti-Sforza (Bonifacio Bembo, ca. 1450, The Pierpont Morgan Library, New York)

Tuttavia il suo libro, De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio (“Discorso sulla donazione di Costantino, altrettanto malamente falsificata che creduta autentica”), troverà la ferma opposizione del Vaticano, tanto che sarà pubblicato solo nel 1517 in ambiente protestante e messo all’Indice nel 1559. Eppure, paradossalmente, è legato proprio al passaggio del potere e dei suoi simboli dall’imperatore al Papa il più celebre personaggio del Medioevo mai esistito: la papessa Giovanna.

A dare origine alla leggenda è stata infatti una sedia “a ciambella” in porfido ereditata dagli imperatori e che i papi, già in età costantiniana, avevano utilizzato proprio per sottolineare la loro continuità con il potere romano. Secondo la leggenda quello strano trono veniva utilizzato, dopo lo scandalo della papessa, per verificare il sesso del pontefice subito dopo l’elezione e scongiurare così la salita di un’altra donna sul trono di Pietro. Finita anche tra le immagini del tarocchi, Giovanna si sarebbe nascosta dietro l’identità di papa Giovanni VIII. Il giorno di Pasqua dell’anno 858, però, proprio durante la solenne processione, la papessa aveva partorito un bel maschietto, immediatamente trucidato dalla folla insieme alla madre.

In realtà l’unica cosa vera, della leggenda, è che papa Giovanni VIII morì ammazzato. Regnò però vent’anni dopo – dall’872 all’882 – e non ci sono dubbi sul fatto che fosse un maschio. D’altra parte quello strano trono usato dai papi, era in realtà una sorta di “water” o forse una sedia usata per il parto dalle imperatrici, e non è mai stato utilizzato per verificare il sesso del pontefice eletto. Ciò nonostante la popolarità raggiunta dal personaggio fu tanta da diventare uno dei temi più cari alla polemica protestante: Giovanni Hus, considerato il precursore di Martin Lutero e morto sul rogo nel 1415, citava la Papessa proprio per delegittimare l’autorità papale e dimostrare che la Chiesa Cattolica non aveva bisogno di un pontefice universale.

È vero pure che a dare un contributo fondamentale alla costruzione del mito c’è stata anche una figura storica: quella di Marozia, la regina della pornocrazia romana che – all’epoca in cui è ambientata la leggenda – ha governato la Chiesa per due decenni senza bisogno di spacciarsi per un uomo. E se papa, formalmente, non lo è mai stata, dei papi è stata amante, madre e nonna. Due di questi, tra l’altro, si chiamavano proprio Giovanni.

La parte finale della Prophetia Sancti Malachiae Archiepiscopi, de Summis Pontificibus, pubblicata per la prima volta nel 1595 dallo storico benedettino Arnoldo Wion che la attribuì a San Malachia

Tra i grandi falsi medievali ancora oggi presi molto sul serio, infine, non si può non citare la celebre Profezia di Malachia, che racconterebbe il destino di tutti i pontefici dal 1143 fino a papa Francesco. Che per inciso, secondo la profezia sarebbe l’ultimo.

Attribuita a San Malachia, arcivescovo di Armagh vissuto nel XII secolo, la profezia contiene 112 brevi motti in latino che descrivono i papi, e anche alcuni antipapi, a partire da Celestino II.

La profezia è stata presa così tanto sul serio in tempi anche recenti, da identificare alcuni pontefici proprio con l’epiteto assegnatogli – secondo la cronologia – da Malachia.

Il caso più clamoroso è senza dubbio quello di Pio XII, eletto nel 1939 e morto nel 1958, definito “Pastor angelicus” persino in alcune iscrizioni ufficiali (come quella presente nella chiesa parrocchiale di Vacone in Sabina) mentre don Primo Mazzolari, nel suo articolo Saluto al papa che viene pubblicato sulla sua rivista “Adesso” durante il Conclave del 1958, parla del papa non ancora eletto usando la definizione di Malachia di “Pastor et nauta” (“pastore e navigatore”).

Il fatto che il papa eletto pochi giorni dopo – Giovanni XXIII – fosse patriarca di Venezia e abbia poi “traghettato” la Chiesa nei tempi moderni con il Concilio Vaticano II, ha finito per diventare una delle argomentazioni utilizzate per accreditare il valore profetico del testo di Malachia.

Allo stesso modo, i sostenitori della profezia sottolineano come il papa “in medietate lunae” coincida con Giovanni Paolo I, scomparso appena un mese dopo l’elezione regnando così solo per un ciclo lunare, mentre il papa definito come “la fatica del sole” è stato Giovanni Paolo II, venuto dall’oriente (dove sorge il sole) e che girando instancabilmente tutto il mondo ha effettivamente svolto “il lavoro del sole”.

Secondo la profezia l’ultimo papa sarebbe proprio Francesco, definito da Malachia “Pietro il romano” e destinato a vedere la fine della “città dei sette colli”.

Papa Francesco, secondo la Profezia di Malachia, sarebbe l’ultimo pontefice

Per verificare se la profezia ci abbia azzeccato o meno non bisognerà – presumibilmente – aspettare troppo, anche perché in parte è stata già attuata: autodefinendosi “vescovo di Roma” e rinunciando a ogni forma di lusso e privilegio (compreso lo stesso Palazzo vaticano), Bergoglio sta infatti in qualche modo demolendo la figura del papa così come è stata identificata negli ultimi mille anni; non è detto però che ci riesca, vista anche la feroce opposizione che sta trovando sia all’interno del Vaticano che negli ambienti del cattolicesimo conservatore, che sono arrivati a delegittimarlo dichiarando la sua elezione invalida.

Resta il fatto che, a prescindere che la profezia si realizzi o meno, di certo il suo autore non è stato San Malachia.

Nessuno dei contemporanei del vescovo inglese – a partire da san Bernardo da Clairvaux, che ne ha scritto anche una dettagliata biografia – fa infatti il minimo accenno alla profezia, e per almeno quattrocento anni di questo testo così importante nessuno sembra essere stato a conoscenza.

Il primo a pubblicarlo è infatti il monaco benedettino Arnold Wion nel 1595, che pur attribuendolo a San Malachia non spiega dove si trovi il manoscritto originale. Mentre poi i motti relativi ai papi fino al 1590 sono molto precisi e quindi facilmente verificabili, quelli che si riferiscono ai papi eletti dopo la data di pubblicazione del libro si fanno molto vaghi e – in sostanza – adattabili, con qualche forzatura, a chiunque. Come si è visto, poi, in qualche caso è stata la profezia stessa ad influenzare in qualche modo il pontificato a cui si riferiva.

La Storia ecclesiastica di Onofrio Panvinio (1530-1568) potrebbe essere una delle fonti del testo profetico attibuito a Malachia (Ritratto di Jacopo Tintoretto, Galleria Colonna, Roma)

Va anche detto che il testo contiene molti errori nelle interpretazioni araldiche e nelle biografie dei papi: errori, peraltro, che si trovano anche nella Storia ecclesiastica pubblicata da Onofrio Panvinio nel 1557. Malachia, quindi, non solo avrebbe saputo con secoli di anticipo notizie sui futuri pontefici, ma avrebbe addirittura commesso, nel descriverli, gli stessi errori di uno storico vissuto quattrocento anni dopo di lui.

D’altra parte l’ipotesi oggi più accreditata è che la profezia sia stata scritta con il preciso obiettivo di orientare i futuri conclavi, a partire proprio da quello del 1590: il papa eletto quell’anno viene infatti definito “ex antiquitates urbis” perché l’autore del testo parteggiava per il cardinale Girolamo Simoncelli, nato a Orvieto (Urbs vetus, in latino, cioè “città antica” per antonomasia); peccato che poi ad essere eletto sia stato Niccolò Sfondati alias Gregorio XIV che veniva, invece, da Somma Lombardo; che non sarà proprio quella antica per antonomasia ma comunque è pur sempre una città vecchia.

Insomma alla fine, un modo per far avverare la profezia – volendo – si trova sempre.

La cosa più curiosa è che secondo gli studi più recenti, il misterioso autore della falsa profezia sarebbe il più famoso falsario italiano del Cinquecento: l’umbro Alfonso Ceccarelli, originario di Bevagna, che per la sua incessante attività di alteratore di pergamene, libri, testamenti, oroscopi, alberi genealogici e documenti di ogni genere fu decapitato nel 1583. Arnold Wyon, che come si è detto è stato il primo a pubblicare la profezia, aveva infatti frequentato Perugia, e qui – secondo lo storico Luigi Fumi – era entrato in possesso dell’opera di Ceccarelli.

Quello che Pierre Toubert definisce “il più inventivo falsario del Rinascimento” era un importante medico (aveva in cura anche la sorella di papa Giulio III) dai molteplici interessi, che spaziavano dall’astrologia al tartufo, su cui scrisse anche il primo trattato che si conosca: Opusculum de tuberibus.

Nato il 21 febbraio del 1532 da un notaio di una famiglia che da Città di Castello si trasferì a Bevagna, riuscì in breve tempo a crearsi una solida ed estesa fama di esperto storico, antiquario e genealogista. Aveva iniziato la sua opera di falsario con un trattato sul fiume Clitunno, per il quale citò fonti immaginarie.

Alberico I Cybo-Malaspina (1534–1623) commissionò al falsario Alfonso Ceccarelli una Storia di Genova, infarcita da numerose notizie fantasiose sul suo casato

Per Alberico Cybo principe di Massa, preparò una storia di Genova che conteneva abbondanti notizie fantastiche sulla sua famiglia. Pur continuando ad esercitare la professione medica, fra il 1575 ed il 1580 estese e ampliò a dismisura la sua produzione di testi infarciti di dati e documenti falsi che continuò a conservare presso di sé e a cui diede il pomposo titolo di Bibliotheca del mondo, offrendone estratti e anticipazioni e annunciando mirabolanti scoperte di casse piene di documenti o di codici membranacei.

Alfonso regalava antenati illustri a chi non li aveva e fabbricava oroscopi su misura per molte dame della nobiltà romana e personaggi della curia, compresi alcuni eminenti cardinali. Aveva scritto anche una Storia dell’antica Rieti citando come fonti personaggi completamente inventati.

Al padre, che intuito il pericolo che correva, lo invitava a tornare alla professione medica (“Le vostre veglie, fatiche et stenti se risolveranno in fumo et in niente”) lui rispondeva di avere “un cervellaccio che cape molte cose et gli miei studi sono fertilissimi”.

Accusato di aver manomesso testamenti e genealogie nobiliari, documenti dell’imperatore e scritti del pontefice, fu arrestato e torturato e si difese sostenendo che gli storici facevano così tutti e che se non aveva firmato certe opere era stato solo per modestia.

Condannato a morte, fu decapitato il 9 luglio 1583 al Ponte Sant’Angelo, lasciando uno sterminato e poliedrico archivio oggi conservato nella Biblioteca Vaticana, a testimonianza di un autentico genio del falso.

Arnaldo Casali

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Le streghe, “donne difettose”

Incubus concepisce Merlino con la madre nel romanzo Histoire de Merlin di Robert de Boron (1280 1290, Bibliothéque Nationale de France)

Prudentia, Nicolosa, Bessie, Eleanor, Thomette, Bardonneche; e ancora Belisandra, Margaretha, Gera, Margery…

Questi sono solo alcuni dei nomi che possiamo rintracciare negli atti processuali in Europa contro donne considerate eretiche in quanto streghe.

“È la verità che è stregha, ne è pubblica la voce et fama”, testimoniano nei verbali i vicini di casa. La cattiva reputazione delle imputate è nota fino ai paesi limitrofi. Le accusate sono personalità ben conosciute, a cui i compaesani e non solo, si rivolgevano spesso per comprare verbena o calaminta, perfette per disinfettare le ferite e riprendere le forze dopo la malattia nei boschi viterbesi; o ancora per annullare gli effetti dell’alcool di un marito poco dedito ai doveri coniugali in Veneto; assistere le partorienti o disfare il malocchio lanciato sui bambini da altre streghe delle campagne umbre; e ancora si faceva riferimento a loro per ottenere un filtro che facesse concepire una nobile donna inglese, bere una bevanda tonificante dopo una grave malattia in Scozia, o risanare una contessa in Austria con foglie di mela e noce.

Vi è però un’altra faccia della medaglia: nel corso dei secoli queste donne arrivano anche a provocare l’impotenza, scatenare terribili tempeste, far impazzire il bestiame che non avrebbe più dato latte, infliggere atroci morti ai neonati ancora “stretti nella cunnola” per ricavarne unguenti e sacrifici per Satana. Tutto ciò in virtù del patto con il demonio, col quale raccontano di congiungersi carnalmente durante i sabba, le loro riunioni notturne.

Due pagine del Malleus Maleficarum (1487, Boston Medical Library Rare Books Collection)

È nel tardo Medioevo che si arriva a questa concezione delle streghe e alla redazione di un manuale che ne regolamenta la persecuzione con crescente rigore: il Malleus Maleficarum (Il Martello delle streghe). Pubblicato tra il 1486 e il 1487 da due frati domenicani, H. Institor (von) Kramer e Jacob Sprenger, il libro sviluppa le caratteristiche della stregoneria che diverrà centrale nell’età moderna. L’opera ha un grande successo al punto che tra il 1487 e il 1669 se ne contano ben 29 edizioni.

Anche prima del Malleus si discuteva del demonio, temuto da ogni buon cristiano, come pure delle fattucchiere e sono molte le fonti che dimostrano quanti vi ricorressero, però in virtù del nuovo patto queste donne giungono a schiacciare le immagini devozionali, compiere atti spregevoli e omicidi. I nuovi eretici sono prevalentemente di sesso femminile e ben diversi dai precedenti delinquenti colpevoli di superstizione. Ormai i due autori abbracciano la visione diabolica della stregoneria che ha alla base l’accordo con Lucifero, lasciando al passato la concezione illusoria del Canon Episcopi che metteva in guardia i vescovi dalla pericolosa arte della magia, ma considerava, al pari di credenze, le testimonianze delle donne che raccontavano di aver compiuto lunghe cavalcate notturne. Gesti che per le autorità non erano stati mai compiuti, se non nei sogni delle protagoniste, dove il diavolo si era potuto insinuare perché quelle donne si erano allontanate dalla fede.

Eva tentata dal diavolo nelle sembianze di serpente (1455, Le Miroir de Humaine Salvation, Ludolphus de Saxonia, attribuito)

Le streghe rinnegano la propria fede, sputano sulle ostie benedette “biastemando ai Santi” e compiono altri atti osceni come il bacio nel deretano (osculum infame) a prova della fedeltà al loro nuovo signore. La fede cristiana è persa, i voli e i sabba sono diventati realtà. Citando i frati domenicani, le “peggiori erano quelle che si comportavano in modo più abominevole delle bestie, eccetto i lupi”. Queste donne sono accusate di uccidere i bambini, provocare la sterilità e le grandinate. Satana sceglie sempre le donne come streghe, non c’è dubbio per gli autori, a parte qualche stregone.

Ma per quale motivo? Secondo i due domenicani, le streghe sono donne “difettose”.

Le loro vocazioni naturali le rendono perfette per collaborare con Lucifero: fanno parte di una specie diversa che è “debole d’intelletto quasi come i bambini”. La stregoneria è tipicamente femminile perché la donna, non l’uomo, è “difettosa dalla Creazione”. E spiegano nel Malleus Maleficarum: “Si può notare che c’è come un difetto nella formazione della prima donna, perché essa è stata fatta con una costola curva, cioè una costola del petto ritorta come se fosse contraria all’uomo. Da questo difetto deriva anche il fatto che, in quanto animale imperfetto, la donna inganna sempre”.

È avvezza al peccato, come già la prima donna, Eva. Perde facilmente la fede che è pronta a mettere in dubbio alla prima occasione, rinnegando persino il battesimo. Più lussuriosa e infima dell’uomo, è dedita alle sporcizie carnali: con la sua concupiscenza porta scompiglio e disordine nella società. Come se non bastasse, è considerata subdola, un pericolo occulto che la rende più amara della morte. Irosa e capace di odiare, con uguale ardore, coloro che prima aveva amato e frequentato. Come Antonietta, moglie di Pierre, che sulle Alpi francesi avvelenò l’acqua del suo vicino di nome Jean.

Queste streghe hanno il cuore come una rete carica di malvagità: “Ecco perciò sono le donne più infette che gli uomini, dunque eresia delle streghe, non degli stregoni”.

Il demonio insinua le donne (ca. 1450, Bibliothéque Nationale de France)

Le astuzie nei processi Una donna così subdola anche durante i processi cercherà di attirare gli uomini e raggirarli con astuzie, facendo leva sui desideri carnali. Notai, podestà e soldati potevano essere tratti in inganno anche solo dallo sguardo. Ecco allora l’intervento di altre donne nel processo, scelte tra quelle sicuramente oneste e di buona reputazione. Spettava a loro spogliare le imputate prima di condurle al carcere, togliendo qualche stregoneria che potevano portare cucita addosso, come quella del silenzio.

Era infatti un dato certo che la strega non poteva piangere, perciò per valutare l’innocenza o la colpevolezza, i giudici inducevano al pianto l’imputata con una formula precisa: “Nella misura in cui sei innocente versa le tue lacrime, se invece sei colpevole, non farlo in nessun modo”. Però piangere, filare, ingannare è proprio delle donne e quindi anche la strega colpevole poteva riuscire a farlo, convincendosi della sua innocenza pur di salvarsi. D’altronde, è pacifico che le donne usano il pianto quando devono ottenere qualcosa. La sospettata poteva anche riuscire a bagnarsi furtivamente gli occhi e le guance con la saliva, perciò i suoi carcerieri dovevano rimanere particolarmente vigili.

Per capire la sincerità o meno di questi comportamenti, i giudici dovevano ricercare testimoni di buona fama così da poterne valutare la reputazione; è quanto accadde in un processo del centro Italia celebrato nel XVI secolo, dove secondo il documento rogato dal notaio a carico della “vedova del fu Michele”, furono ascoltati solo testi considerati “gente dabbene”. Bisogna interrogare anche le amiche, capaci di svelare ogni trucco dell’imputata: si sa, le donne a causa della “lingua lubrica, quando sanno qualcosa per le loro male arti”, non riescono a nasconderlo.

Gli autori del Malleus arrivano persino a sostenere che le streghe potevano provocare illusioni, “come portar via il membro” dei soldati che ispezionavano le case o sporcare di veleno le giunture di mani e braccia rimaste scoperte dai vestiti.

Il bacio a Satana con cui le streghe rinnegavano Dio (1608, Osculum infame, Francesco Maria Guazzo nel Compendium maleficarum)

Rimedi contro le astuzie diaboliche Cosa fare dunque? In via preventiva, sempre meglio portare addosso del sale esorcizzato la domenica delle palme e anche erbe benedette, avvolte insieme con la cera, anch’essa benedetta.

Durante l’arresto bisognava impedire alle sospettate di correre in camera, perché in quel luogo avrebbero potuto recuperare certi arnesi preposti a dare la stregoneria del silenzio, celati con rituali specifici. Le ispezioni andavano condotte anche tra le pietre smosse vicino al camino, dove quelle donne nascondevano gli unguenti di lupo o cane.

Le prescrizioni per scongiurare le astuzie erano chiare: si dia da bere un calice o una tazza d’acqua santa dove era stata versata una goccia di cera benedetta, pratica da ripetere a digiuno e tre volte al giorno. Altre donne rasino completamente le imputate. Il tutto invocando la Santissima Trinità. Secondo giudici illustri, le streghe possono essere smascherate più facilmente il venerdì, giorno in cui “costumano pigliare un’immagine del Crocifisso, e gli fanno tutti quei vilipendi, e strazi, che furono fatti a Cristo Salvatore nel tempo della sua amarissima passione”.

Per spogliare dei poteri la strega e il diavolo che può camuffarsi da amante, gli stessi giudici consigliano l’uso di rami d’ulivo benedetti, il fegato del pesce sopra alla cenere insieme al fumo degli incensi. Questi rimedi erano utili anche per smascherare le adepte che usavano certe polveri di colore “ruffo o cinerizio”, orpelli fatti di capelli e legnetti, grazie ai quali si trasformano in civette, gazze e lupi. Giammai potranno assumere le sembianze della colomba “perché Dio glielo ha vietato”.

Ma ormai le testimonianze e i documenti ci conducono oltre il Medioevo.

La condanna al rogo (ca. 1574, Biblioteca Centrale di Zurigo, collezione di Johann Jakob)

Quali pene? Uno dei principi cardine del sistema penitenziario dell’Inquisizione era raggiungere il ravvedimento morale dell’eretico applicando sanzioni che lo avrebbero portato al pentimento e alla conversione.

Il colpevole sarebbe diventato un esempio per gli altri e non di rado, avrebbe svelato i nomi dei suoi complici. Confrontando gli atti degli archivi europei emerge che nel corso dei secoli si alternarono pene diverse: dall’assoluzione, con ingiunzione di compiere pellegrinaggi e pubbliche penitenze deliberate dal tribunale ecclesiastico, alla confisca dei beni “a die commissi delicti” (dal giorno in cui il reato era compiuto), fino ad indossare fogli dove erano stati scritti i reati commessi, mentre le colpevoli cavalcavano un asino tra le vie del paese.

Ancora: l’esilio, la fustigazione e il rogo nella pubblica piazza. Poteva anche capitare che il tribunale dell’Inquisizione assolvesse le imputate da tutti i reati, ma che, nonostante il ricongiungimento con la Chiesa, durante lo stesso giorno le streghe fossero condannate a morte da quello civile.

Fu così per un gruppo di donne della campagna francese. Una di loro, di nome Thomette, nel XV secolo era stata scagionata completamente dal giudice ecclesiastico, mentre quello laico la condannò a rispondere addirittura con la sua vita. Sebbene l’accusa fosse la stessa, eresia, sopra la donna pendevano ancora ben 14 capi d’imputazione tra cui l’essere entrata in rapporto con il diavolo, l’aver ascoltato il suo parere, aver rinnegato Dio, creato polveri magiche con cui aveva commesso malefici e ucciso bambini e aver partecipato ai sabba.

Padre Jean- Baptiste Labat nelle sue Cronache di viaggio in Italia e Spagna, nel 1714 documenta l’applicazione del supplizio della corda, con cui si torturava la vittima sospendendola a 10 piedi di altezza da terra. Fatto che possiamo riscontrare anche nei processi celebrati nel XVI secolo vicino Roma, dove una presunta strega venne “così sospesa” affinché “potesse venir interrogata”.

Le conoscenze pervenute fino ad oggi si intrecciano quindi, mischiando e confondendo folclore, leggende e vicende processuali realmente avvenute. Spesso, scorrendo queste pagine scritte a mano, dove i notai annotavano talvolta anche fatti personali, ricette e rimedi contro i malefici o le malattie, leggiamo di comportamenti talmente assurdi da superare ogni fantasia.

Nel lungo elenco di testimoni e imputate compaiono moltissime donne: vicine di casa, cognate, ostetriche, nemiche. Non di rado gli uomini restano nell’ombra, eccetto chi amministra la giustizia. Come scrivevano gli autori del Malleus Maleficarum: «Benedetto l’Altissimo che finora ha preservato il sesso maschile da un così grande flagello».

Mazzo delle erbe contro le streghe (notte di San Giovanni, lago di Barcis, PN)

Le streghe moderne Ancora oggi ci sono zone come il lago di Barcis in provincia di Pordenone, dove la notte di San Giovanni le donne raccolgono in un mazzo le erbe “magiche”, come iperico, ruta e rosmarino, da portare in chiesa o da bruciare per tenere lontano gli influssi maligni. Olivo benedetto, lauro e saggina vanno invece posti sulle soglie delle case: la strega perderà del tempo per contare tutti i singoli rametti prima di entrare, perché è risaputo, le donne non resistono alle tentazioni! Così anche in Spagna, precisamente vicino alla città di Salamanca, dove durante la domenica delle Palme vengono benedetti i rami di alcuni alberi specifici, da sistemare nelle abitazioni per tenere lontano il “mal de oio”.

Ci sono siti diventati meta turistica grazie alla ricostruzione storica e dove sono state girate serie televisive di grande successo, ambientante nei luoghi in cui effettivamente furono celebrati anche processi per eresia.

Uno di questi luoghi si trova in Scozia, precisamente nelle Highlands vicino alla città di Inverness. Famosa per la battaglia di Culloden, combattuta il 16 aprile 1746.

I siti di Balnauran of Clava e Milton of Clava, poco distanti, sono diventati il teatro di una delle scene più importanti di “Outlander”. Tratta dalle novelle di Diana Gabaldon, la serie televisiva racconta le avventure della viaggiatrice nel tempo Claire Beauchamp Randall Fraser. Ripercorre le vicende della disfatta scozzese e ha appassionato milioni di spettatori anche con le sue storie dedicate alla stregoneria, di cui la protagonista viene accusata.

Lilias Adie, il volto di una strega realmente esistita ricostruito dall’Università di Dundee (foto Christopher Rynn, University of Dundee)

Di recente, è stato ricostruito il volto di una donna del XVIII secolo accusata di essere una strega. Lilias Adie, secondo un suo vicino di casa, un certo Nelson, aveva provocato all’uomo una grave malattia. La storia si svolse nel Fife, in Scozia. Gli storici dell’Università di Dundee hanno ridisegnato i tratti somatici della donna, condannata per stregoneria. Lilias morì nel 1704, forse suicida, dopo aver confessato di aver scelto Satana come amante.

L’équipe degli studiosi scozzesi ha utilizzato una scultura virtuale in 3D per ricreare il volto della donna: nessuna traccia di quello che per l’immaginario collettivo potrebbe essere un aspetto stregonesco. Piuttosto, l’immagine di una donna comune, che pagò per una colpa assurda.

Casi di donne accusate di stregoneria sono stati registrati in Europa anche nel corso del Novecento: povere donne, sottoposte a elettroshock dopo essere state internate su precisa richiesta delle famiglie d’origine.

Monia Montechiarini

(Vietata la riproduzione, anche parziale, dell’articolo).

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L’Editto di Tessalonica, vero inizio del Medioevo

Sessantasette anni.

Solo 67 anni per ribaltare il tavolo; meno della vita di un uomo, per passare da perseguitati a persecutori, da setta sovversiva a religione di Stato.

Il 27 febbraio 380 gli imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano emanano l’Editto di Tessalonica e il cristianesimo diventa la confessione ufficiale dell’Impero Romano secondo i canoni del credo niceno.

Arrigo Minervi (scultore della I meta del XX secolo). Particolare della porta minore di sinistra del Duomo di Milano raffigurante l’Editto di Milano

Sono passati 67 anni dall’Editto di Milano con cui, il 13 giugno 313, Costantino e Licinio legalizzavano la fede cristiana, chiudendo definitivamente le persecuzioni che fino a due anni prima avevano insanguinato l’impero, proprio nel momento in cui a Spalato moriva l’uomo che aveva legato il suo nome alla più feroce di quelle campagne: Diocleziano.

Se il 23 febbraio del 303 con l’Editto di Nicomedia erano stati bruciati i libri sacri cristiani, distrutte le chiese, confiscati i beni, vietate le assemblee e proibita qualsiasi difesa in azioni giuridiche, tolte le cariche e i privilegi ai cittadini di alto rango, inibiti onori per i nati liberi e l’emancipazione per gli schiavi, fino ad arrivare ad arresti, torture ed esecuzioni sommarie, novant’anni dopo il primo dei Decreti teodosiani datato 24 febbraio 391 avrebbe messo al bando ogni genere di sacrificio pagano, anche in forma privata, sancito il divieto di ingresso nei templi e proibito anche solo avvicinarsi ai santuari e adorare statue o manufatti. L’anno successivo un altro decreto avrebbe proibito esplicitamente anche i culti pagani privati (quelli dei lari, dei geni, e dei penati), e equiparato al reato di lesa maestà l’offerta di sacrifici, che avrebbe comportato la perdita dei diritti civili, la confisca delle abitazioni dove si fossero svolti i riti, e ingenti multe per i decurioni che non avessero fatto rispettare la legge, fino ad arrivare alla pena di morte.

Nel frattempo, ad Alessandria il vescovo Teofilo chiederà e otterrà da Teodosio il permesso di convertire in chiesa il tempio di Dioniso, generando scontri feroci con i pagani che porteranno ad una guerra civile culminata con il massacro di Ipazia.

Sarà colpito anche il tempio di Artemide di Efeso, una delle sette meraviglie del mondo, mentre l’arcivescovo Giovanni Crisostomo organizzerà una spedizione ad Antiochia per demolire i templi e uccidere gli idolatri.

La palestra di Olympia, dove dal 776 a.C. al 393 d.C. si svoldero le prime 292 edizioni dei Giochi olimpici

Per compiacere sant’Ambrogio, poi, Teodosio nel 393 arriverà ad abolire i Giochi Olimpici mettendo fine alla più importante manifestazione sportiva del mondo, durata più di mille anni con 292 edizioni, e bisognerà aspettare un millennio e mezzo prima che qualcuno li riporti in vita.

Eppure, a dispetto dalle apparenze, l’atto di Teodosio e Graziano (Valentiniano ha appena nove anni al momento dell’editto) non segna il compimento del percorso avviato da Costantino e Licinio 67 anni prima ma, al contrario, una vera e propria inversione di tendenza, sotto tutti i punti di vista.

Se l’editto del 313 rappresenta il trionfo della laicità e della libertà religiosa, infatti, quello del 380 segna l’inizio della teocrazia.

D’altra parte Costantino e Teodosio – considerati gli ultimi due grandi imperatori romani – non avrebbero potuto essere più diversi tra loro per il carattere ma soprattutto per il modo di gestire quella che rappresenta comunque una realtà minoritaria dell’impero, dove la maggioranza dei cittadini professa ancora i culti pagani.

Costantino aveva emancipato i cristiani guidato da uno spirito ecumenico che puntava ad unificare l’impero sotto un culto monoteista, mescolando quelli di Cristo, di Mitra e del Sole.

L’imperatore nato in Serbia voleva che la religione non rappresentasse un motivo di divisione nell’impero, ma – al contrario – lo rendesse più forte sotto la protezione dell’unico Dio; Dio del quale, però, solo Cesare è il rappresentante in terra.

Testa dell’acrolito monumentale di Costantino (cortile del Palazzo dei Conservatori, Musei capitolini, Roma)

Mantenendo per tutta la vita una forte ambiguità sul suo credo personale, Costantino si era assunto la responsabilità di guidare tutte le confessioni, tanto da essere contemporaneamente il Pontefice Massimo della religione pagana e il promotore del primo grande concilio del cristianesimo: quello di Nicea. E se da una parte aveva trasformato il giorno del Sole Invitto – il 25 dicembre – in quello natale di Cristo, dall’altra aveva coniato la settimana moderna assegnando a tutti i giorni i nomi di divinità pagane: luna, marte, mercurio, giove, venere, saturno e sole.

Insomma Costantino inseguiva una pace religiosa che vedeva le varie confessioni unite in un sostanziale monoteismo e sottomesse alla sua tutela, mentre alle chiese cristiane non era concessa alcuna forma di potere: il cristianesimo, come il paganesimo, restava espressione dell’autorità imperiale.

Graziano e Teodosio fanno esattamente l’opposto, inaugurando il nuovo corso della storia cristiana che caratterizzerà tutto il Medioevo, e nel far questo più che seguire l’esempio di Costantino lo sconfessano e addirittura lo scomunicano.

Con l’editto di Tessalonica, infatti, l’autorità imperiale non solo sceglie il cristianesimo come religione di stato contrapponendolo ai culti pagani, ma ne sancisce l’autenticità nel credo di Nicea e lo affida all’autorità dei vescovi di Roma e di Alessandria, condannando solennemente l’eresia ariana alla quale lo stesso Costantino aveva aderito formalmente quando, prima di morire, si era fatto battezzare.

La legalizzazione del cristianesimo nel 313 era stata un capolavoro di diplomazia e strategia politica che nulla aveva a che fare con una conversione dell’impero alla fede di Cristo: non a caso, se Costantino era un “simpatizzante” cristiano anomalo e ambiguo, Licinio era restato saldamente ancorato al paganesimo. Totalmente opposta la situazione settanta anni dopo: entrambi gli imperatori, infatti, sono convinti cristiani, anzi fedeli cristiani che non si limitano ad aderire al credo, ma si sottomettono apertamente ai ministri della Chiesa rinunciando a quel ruolo sacerdotale di garante, fermamente rivendicato da Costantino.

La discriminazione avviata da Graziano e Teodosio segna dunque anche l’abdicazione al ruolo religioso dell’autorità imperiale e – di fatto – l’inizio dello sfaldamento culturale e politico dell’impero romano.

Graziano fu imperatore romano dal 375 al 383, anno della sua morte

Non a caso è proprio Graziano il primo imperatore a rinunciare al titolo di “Pontefice Massimo”: il grado religioso supremo della società romana che a partire da Augusto era stato appannaggio dell’imperatore e che sarà ereditato – significativamente – proprio dal papa di Roma, il cui potere, temporale e spirituale, crescerà progressivamente fino a fargli rivendicare – nel mezzo dell’Età di mezzo – un’autorità assoluta in tutto il mondo cristiano.

Teodosio – da parte sua – appena due giorni dopo essere arrivato a Costantinopoli caccerà il vescovo ariano Demofilo affidando la chiesa della città al capo della minoranza cattolica Gregorio Nazianzeno, mentre nel 381 renderà festivo il Giorno del Sole ribattezzandolo però “Giorno del Signore” (Dies Dominici).

Per certi versi, quindi, forse è proprio il 27 febbraio dell’anno 380 dall’incarnazione di Gesù Cristo, che finisce davvero l’impero romano.

Perché è con l’Editto di Tessalonica, che Roma (che già non è più Roma da un pezzo, visto che la capitale dell’impero romano si è spostata a Milano e Costantinopoli) imponendo per la prima volta una verità dottrinale come legge dello Stato, abbandona quell’idea di integrazione religiosa che aveva caratterizzato tutta la sua storia e aveva visto la creazione di un singolare pantheon in cui trovavano posto antichi culti italici, l’olimpo greco, le divinità germaniche, quelle egiziane e quelle arrivate dall’Oriente.

Ma non sono solo la libertà e il pluralismo religioso, ad essere minati dall’Editto: il 27 febbraio 380 i tre imperatori abdicano infatti anche, come detto, al ruolo di suprema autorità religiosa che tutti i loro predecessori avevano rivestito a prescindere dalla fede professata, consentendo così la nascita di quel contro-potere incarnato dalla gerarchia cattolica che finirà per ribaltare i ruoli: se fino a quel momento nell’impero cristiano c’era un potere religioso affidato a un’autorità laica (come avviene ancora oggi nell’Islam), per quasi due millenni sarà il potere laico ad essere sottoposto all’autorità religiosa.

Più che con l’ininfluente deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore dell’occidente, nel 476, è allora forse proprio con l’Editto del 380 che si dovrebbe dare inizio ufficialmente al Medioevo.

“Gli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio augusti. Editto al popolo della città di Costantinopoli. Vogliamo che tutti i popoli che ci degniamo di tenere sotto il nostro dominio seguano la religione che san Pietro apostolo ha insegnato ai Romani, oggi professata dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo di Alessandria, uomo di santità apostolica; cioè che, conformemente all’insegnamento apostolico e alla dottrina evangelica, si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici; alle loro riunioni non attribuiremo il nome di chiesa. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità, che ci viene dal Giudice Celeste. Dato in Tessalonica nel terzo giorno dalle Calende di Marzo, nel consolato quinto di Graziano augusto e primo di Teodosio augusto”.

Arnaldo Casali

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L’eccidio di Cesena e la Guerra degli Otto Santi

La rocca vecchia di Cesena in un di segno di A. Dal Muro

La storia di Cesena cambiò per sempre in un freddo giorno dell’inverno del 1377. Il 3 febbraio i mercenari bretoni del capitano di ventura John Hackwood, conosciuto dagli italiani come Giovanni Acuto, massacrarono più di 5000 persone.

Uomini, donne e bambini vennero trucidati senza pietà. In meno di tre giorni la città fu rasa al suolo. I cadaveri, ammucchiati lungo le strade, venivano gettati come sacchi nei pozzi o sepolti in grandi fosse comuni scavate nei piazzali davanti alle chiese. Chi riuscì a scampare alla strage, trovò rifugio nella vicina Cervia o a Rimini. I saccheggi tra le case e nelle vicine campagne continuarono fino al mese di agosto, insieme ai ricatti, agli stupri e alle devastazioni.

Se si prende per buona una relazione di appena sei anni prima, stilata dal cardinale Anglico, fratello di papa Urbano V e vicario generale per gli Stati della Chiesa in Italia, nell’anno 1371 la città romagnola contava 8300 abitanti. Con il “Sacco dei Bretoni” trovarono quindi la morte più della metà dei cesenati.

L’elezione dell’antipapa Clemente VII

IL BOIA CHE DIVENNE PAPA Un massacro, insensato. Ordinato e diretto, in modo spietato, da un uomo di chiesa: il cardinale Roberto di Ginevra (1342-1394), successore del grande Albornoz nel ruolo di comandante degli eserciti pontifici in Italia.

L’alto prelato, nelle cronache del tempo, passò alla storia come “Il boia di Cesena”.

Ma questa sua fama sinistra non gli impedì, appena un anno dopo, il 31 ottobre 1378, di vincere un conclave, venire eletto papa in contrapposizione a Urbano VI e di dare il via, con il nome di Clemente VII, al cosiddetto Scisma d’Occidente, il durissimo scontro tra papi e antipapi per il controllo del soglio pontificio che per quarant’anni (1377-1417) lacerò la Chiesa tanto da minacciarne la stessa esistenza.

Fino ai tragici giorni dell’eccidio di Cesena, Roberto di Ginevra, era conosciuto soprattutto come il cugino del re di Francia. Sua nonna, Maria di Brabante, era la cognata dell’imperatore Enrico VII.

Abile e spregiudicato, godeva dei favori di Gregorio XI, l’ultimo dei sette papi della cattività avignonese, che lo nominò arcivescovo di Cambrai nel 1368. Da quando agguantò il cardinalato, nel 1371, Roberto iniziò a collezionare diocesi e benefici ecclesiastici di vario tipo tra la Francia, i Paesi Bassi e l’Inghilterra. Diventò ricchissimo e sempre più potente. Amava la bella vita e i piaceri della carne.

Il palazzo dei papi ad Avignone

Avignone all’epoca, con quasi trentamila abitanti, era la più grande città della Francia dopo Parigi. Dal 1308 aveva sostituito Roma come sede del papato e capitale del mondo cristiano. La affollavano cortigiani, nobili e dignitari. Attirava i principali ordini religiosi. Era il luogo privilegiato del commercio e delle banche. E ospitava una prestigiosa università. La biblioteca pontificia era arrivata a possedere più di duemila preziosi manoscritti. Ma la corruzione dilagava. E il cinismo era elevato ad arte. Poco tempo prima, nelle epistole Sine nomine, Francesco Petrarca aveva descritto la nuova sede del papato come una città dove “non c’è devozione, né carità, né fede, né rispetto; né timor di Dio. Non c’è alcunché di santo, di giusto, di onesto, in breve di umano”.

In questo ambiente, Roberto di Ginevra, il futuro “boia di Cesena”, scalò in fretta molte posizioni. Più che alla fede era appassionato al gioco diplomatico, al potere e al mestiere delle armi. Nessuno quindi si stupì quando Gregorio XI, che aveva annunciato a più riprese di voler lasciare Avignone per tornare a Roma, lo nominò legato pontificio per la Romagna e la Marca. Un incarico importantissimo. Il cardinale doveva preparare il terreno al ritorno in Italia del papa, caldeggiato dalle appassionate e continue sollecitazioni di Caterina da Siena ma anche da pressanti considerazioni politiche.

Il viaggio fu annunciato e rimandato più volte. I ritardi, giustificati dalla guerra tra Francia e Inghilterra, appesa a una fragile tregua, erano in realtà dovuti a ragioni economiche. La corte papale era a secco di denaro. Così, Gregorio XI si fece prestare trentamila fiorini d’oro dal re di Navarra e ben sessantamila dal duca di Angiò, che però volle cautelarsi chiedendo in garanzia i gioielli di proprietà del pontefice.

Gregorio XI, l’ultimo papa di Avignone

Gregorio, a differenza degli altri papi di Avignone, amava l’Italia. Per tre anni, al seguito di Urbano V, aveva vissuto a Roma come cardinale. E in gioventù aveva frequentato a lungo l’università di Perugia dove aveva imparato l’italiano. Nello Studium della Vetusta nacque la sua esibita passione per la letteratura greca e per quella latina che in seguito gli procurò l’appellativo di “primo papa umanista”.

Ma nella penisola la situazione politica era ormai precipitata. I pontefici mancavano da Roma da settanta anni. E la Chiesa avignonese, di fatto, era percepita come una potenza straniera. I territori soggetti all’autorità papale aspiravano all’autonomia e sopportavano a fatica il malgoverno dei legati, tutti di origine francese. La crisi economica faceva il resto. Mancava la manodopera e imperversavano le carestie. Le popolazioni erano ancora stremate dalle terribili conseguenze della peste nera del 1348 che aveva falcidiato quasi la metà degli abitanti della penisola italiana. I focolai delle epidemie si riaccendevano, in modo ciclico, ad ogni decennio.

In questo clima, tra il 1375 e il 1378, Firenze, fino ad allora la più guelfa delle città italiane, si fece capofila di una rivolta secessionista che assunse quasi i contorni di una sollevazione nazionale. Il ritorno del papa spaventava i maggiorenti della città gigliata che voleva estendere i suoi domini sulle vicine e fertili terre dell’Umbria governata dai legati pontifici. Firenze si sentiva accerchiata. In città, anche i cosiddetti “fraticelli”, quei “frati di povera vita” che fustigavano l’opulenza esibita dalla corte papale, spingevano per una soluzione di forza. L’occasione della guerra però nacque da un rifiuto. Quello di Guglielmo di Noellet, cardinale legato prima a Bologna e poi a Perugia che nel 1374, vietò di vendere il grano ai fiorentini. La decisione fu letta come una astuzia per indebolire Firenze, stremata dalla carestia e dalle conseguenze della peste che nel giro di soli otto mesi in riva all’Arno aveva fatto ben settemila vittime. In città mancava il pane e l’inverno era alle porte.

John Hawkwood, chiamato dagli italiani Giovanni Acuto, raffigurato da Paolo Uccello in un affresco del Duomo di Firenze

IL SIGNORE DELLE ARMI L’allarme aumentò, qualche mese dopo, quando i mercenari di Giovanni Acuto, al termine di una condotta stipulata con il papa per la guerra contro i Visconti sconfinarono in Toscana in cerca di razzie.

Solo il nome di John Hackwood faceva paura: il mercenario inglese, all’epoca era il più famoso dei condottieri di ventura. E anche il più pagato. Con molte buone ragioni: aveva combattuto i francesi a Crécy e a Poiters e aveva insegnato ai suoi uomini come usare con efficacia l’arco lungo inglese. Spostava le sue truppe, vestite con armature leggere, a grande velocità, per poi piombare come un falco sui nemici. Un vero signore della guerra, che da tempo, Roberto di Ginevra aveva ammansito con grandi somme di denaro. Anni dopo anche i fiorentini si servirono di lui a caro prezzo, fino a nominarlo cittadino onorario. Mezzo secolo dopo la sua morte (1394) ne onorarono la memoria con il grande affresco di Paolo Uccello che ancora oggi campeggia nella navata sinistra del Duomo di Firenze. Ma allora, nell’anno 1375, John Hackwood detto l’Acuto ancora parteggiava per il papa. E per calmarlo ci vollero ben centotrentamila fiorini.

LA GUERRA DEGLI OTTO SANTI La guerra contro il pontefice esplose con virulenza. L’incendio della ribellione divampò in fretta, anche grazie all’aiuto determinante di Barnabò Visconti, signore di Milano.

La prima città a ribellarsi fu Città di Castello, il 3 dicembre 1375. In poco più di tre mesi, fino alla sollevazione di Bologna del 20 marzo 1376, i Comuni della Toscana e quasi tutte le città del centro Italia soggette all’autorità papale, cacciarono le guarnigioni pontificie e aderirono alla lega capeggiata da Firenze. La bandiera della rivolta, un vessillo rosso con la scritta Libertas, iniziò a campeggiare sulle torri delle città ribelli. Un lungo elenco: Milano, Lucca, Siena, Pisa, Arezzo, Viterbo, Perugia, Città di Castello, Montefiascone, Foligno, Spoleto, Gubbio, Terni, Narni, Todi, Assisi, Chiusi, Orvieto, Orte, Toscanella, Radicofani, Sarteano, Camerino, Fermo e Ascoli.

La reazione di Gregorio XI fu immediata. Intimò ai fiorentini di raggiungerlo ad Avignone per chiedere perdono. Di fronte al loro rifiuto, lanciò un “interdetto”: la città gigliata venne scomunicata, punita con la mancata concessione dei sacramenti, ad eccezione del battesimo e dell’eucarestia. I crediti che la città vantava sul papa vennero dichiarati decaduti. E a ben seicento fiorentini, scacciati da Avignone, furono confiscati tutti i beni.

In riva all’Arno, dopo la scomunica, i magistrati che guidavano la città, gli “Otto della Guerra”, vennero battezzati, in modo ironico, gli “Otto santi”. Fra di loro c’erano i rappresentanti di alcune delle più importanti famiglie della città: Alessandro Bardi, Guccio Gucci, Giovanni Dini, Giovanni Magalotti, Andrea Salviati, Matteo Soldi, Giovanni Moni e Tommaso Strozzi.

Coluccio Salutati, cancelliere di Firenze. L’immagine proviene da un codice della Biblioteca Laurenziana

Intanto Coluccio Salutati, cancelliere della Repubblica fiorentina, inviava infuocate lettere ai romani. Li invitava a ribellarsi al papa. Difendeva la legittimità morale delle città ribelli, vessate dalle tasse papaline. Scriveva dell’Italia, “inondata” dai Francesi, che “divorano, in suo nome, i suoi beni e succhiano il suo sangue”. Roberto di Ginevra nel maggio del 1376 era già al lavoro per combattere le città ribelli. Arruolò al servizio della Chiesa le bande dei mercenari bretoni di Jean de Malestroit e di Silvestro Budes, famose per la loro ferocia. I soldati, rimasti senza ingaggi per la pausa del conflitto che opponeva la Francia all’Inghilterra, minacciavano di devastare la valle del Rodano e la stessa Avignone. Ma adesso c’era una nuova guerra da combattere. I mercenari attraversarono il Delfinato e la Savoia. La campagna d’Italia iniziò con il saccheggio di Cuneo, abbandonata dal Conte Verde Amedeo d’Aosta. L’obiettivo della lunga marcia era arrivare a Bologna per unirsi alle armate di Giovanni Acuto e riconquistare la città, difesa da Roberto da Camerino, comandante generale della lega antipontificia.

IL SACCO DI FAENZA Nello stesso mese di maggio, John Hackwood occupò di notte Faenza per prevenire una possibile sollevazione. Più di trecento persone vennero uccise a scopo preventivo. Migliaia di faentini furono espulsi dalla loro città. I maggiorenti finirono in catene. Le case e le chiese vennero saccheggiate per tutto il giorno.

Un racconto leggendario parla di una monaca contesa a forza da due luogotenenti dell’Acuto. Hackwood risolse la questione urlando: “Metà per uno!”. E tagliò in due parti la poveretta con la sua spada. Le cronache dell’epoca riportano anche la notizia di una violentissima rissa tra i mercenari inglesi che si accapigliavano per la spartizione del bottino: Belmont e Giovanni Brecci, luogotenenti di Giovanni Acuto rimasero feriti in modo grave.

Roberto di Ginevra entrò a Modena il 3 luglio e il giorno dopo invase anche il territorio bolognese. Le devastazione e i saccheggi verso i civili iniziarono ancor prima dell’assedio della città. Bologna resisteva, protetta dalle sue mura: non servì nemmeno una congiura ordita dal cardinale insieme al Marchese d’Este e alla fazione cittadina dei Maltraversi.

Roberto da Ginevra alternava la diplomazia alla strategia del terrore: negoziò il disimpegno di Milano e Napoli ma volle far capire alle città ribelli che era pronto a tutto, facendo spesso passare a fil di spada anche chi si arrendeva.

Gregorio XI in una incisione ottocentesca

IL RITORNO A ROMA Un fatto nuovo cambiò, in parte, le sorti del conflitto: il papa stava tornando in Italia. L’avventuroso viaggio, tra mille imprevisti, durò ben 17 settimane. A Genova il papa incontrò ancora Caterina da Siena. Il 6 dicembre sbarcò a Pisa. E il 5 dicembre arrivò a Corneto, il porto dell’alto Lazio nei pressi dell’attuale Tarquinia. Lì Gregorio XI rimase più di un mese per patteggiare con i romani il suo rientro nella Città Eterna. Fece il suo ingresso a Roma solo il 7 gennaio 1377 tra tiepide feste popolari. Come residenza non scelse l’antico palazzo del Laterano, per più di mille anni sede dei pontefici, ma volle stabilirsi in Vaticano. In ogni caso, la sua sola presenza, bastò a indebolire la posizione di Firenze agli occhi delle città alleate. Gregorio, nei mesi precedenti, aveva già chiesto al suo cardinal legato di allentare l’assedio di Bologna e di ritirarsi nella Marca e in Romagna per far svernare i 4000 cavalieri e i 6000 fanti dell’esercito di mercenari tra le città di Faenza, Forlì, Cesena e Rimini. I soldati trovarono ricovero nelle vaste campagne intorno ai centri abitati.

Ritratto di Roberto di Ginevra nel Palazzo dei papi, ad Avignone

UN BAGNO DI SANGUE A Cesena arrivarono solo i bretoni, comandati dal capitano di ventura Jean de Malestroit. Roberto di Ginevra scelse come sua residenza la Murata, il munitissimo sistema difensivo, costruito venti anni prima dal cardinale Egidio Albornoz, che faceva capo alle due rocche poste in cima al colle Garampo.

La situazione degenerò in breve tempo. Il cibo scarseggiava. E i mercenari trattavano i civili come dei nemici. Settimana dopo settimana, le provocazioni, i soprusi e le angherie dei militari si moltiplicarono. Quando un gruppo di soldati sequestrò ad alcuni macellai dei pezzi di carne, la popolazione si ribellò. I cesenati uccisero più di 400 bretoni. Decine di altri mercenari si rifugiarono nella Murata dove era riparato anche Roberto di Ginevra.

Il cardinale attraverso Galeotto Malatesta, che ufficialmente era ancora il signore della città, fece sapere di condannare il comportamento dei suoi soldati e convinse i cesenati a deporre le armi per una riconciliazione generale. Ma aveva già mandato a chiamare John Hackwood che era di stanza nella vicina Faenza.

Secondo molti racconti Giovanni Acuto, memore della precedente strage di Faenza, propose al cardinale legato di assicurare alla giustizia del papa soltanto i responsabili della rivolta. Ma Roberto di Ginevra gli urlò in faccia tutta la sua rabbia: “Voglio sangue! Sangue e giustizia”. Così le truppe inglesi entrarono dalla porta del Soccorso e insieme ai bretoni di Jean de Malestroit si scagliarono contro la folla ormai disarmata. Il bagno di sangue durò tre giorni e non risparmiò né le donne, né i vecchi e nemmeno i bambini. Le violenze si protrassero per settimane. L’eccidio cambiò per sempre il volto della città. Agli oltre cinquemila morti si aggiunsero centinaia di deportati.

La Rocca Malatestiana di Cesena

“N’EMPIRO UN POZZO CUPISSIMO” Nerio di Donato Acciajuoli, nella sua “Cronaca Senese” raccontò anche quello che avvenne dopo la strage, quando i superstiti fuggiti verso Cervia tornarono in cerca di vendetta nelle campagne intorno alla città: “Sappiate poi, che quelli, che scamparo di Cesena, si riducevano alla Città di Cervia, che è presso a Cesena a dieci miglia, e spesso si raunavano e andavano nel contado di Cesena, e assalivano e’ saccomanni de’ Brettoni, e di quelli di Messer Johanni Augud, e assai n’ammazzoro in più volte in poco tempo, in modo che non v’era strada, che assai v’erano sotterrati a 25 e a 50 con gran vendetta, e massime n’empiro uno pozzo cupissimo, el qual pozzo è in luogo Gattolino presso a Cesena a 6 miglia, che in più volte l’empiro de’ morti de’ Brettoni. E cosi fero alquanto vendetta quelli di Cesena, che fuggiro; e anco empiro uno altro pozzo in luogo chiamato Belpavone, che è presso a Cesena a 9 miglia. Siché in poco tempo quelli di Cesena, che scamparo, fero gran vendetta de’ Brettoni, e delle genti di Misser Johanni Augud”.

Sette secoli dopo, il ricordo di quei tragici giorni sopravvive nella piccola piazza che ospita gli uffici dell’Anagrafe. È intitolata ai “Cesenati del 1377”.

Firenze inviò alle città alleate di Perugia, Arezzo, Fermo, Ascoli e Siena una drammatica lettera nella quale gli autori dell’eccidio erano definiti “non homines, sed monstra teterrima”. Terribili mostri. Sorbelli nella “Cronaca di Bologna” scrisse: “Quasi la gente non volea più credere né in papa né in cardinali: perché queste erano cosa da uscire di fede”. L’eco della strage giunse in fretta anche a Roma. Il papa, a titolo precauzionale, riparò ad Anagni e tornò a Roma solo a novembre inoltrato.

Ma l’eccidio di Cesena, con tutto il suo carico di insensata ferocia, in realtà, servì come monito. E stroncò le velleità di guerra delle signorie italiane contro il papato. Già un mese dopo, nel marzo del 1377, Bologna concluse una tregua di due mesi con Roberto di Ginevra. E a giugno firmò la pace con Gregorio XI. Gli altri Comuni delle Marche e della Romagna si accodarono in fretta. Il cardinal legato, che conosceva bene la ferocia dei suoi mercenari, per impedire nuovi saccheggi decise di vendere la sua argenteria e alcuni dei suoi tanti gioielli servirono a pagare le milizie. Rodolfo da Varano, capitano generale dei fiorentini, cambiò casacca e passò al soldo del papato. Anche John Hackwood, detto l’Acuto scelse un nuovo padrone e si accasò a Firenze, dove trovò, oltre a nuovi grandi commesse, anche una gloria imperitura.

Cesena, rasa al suolo dai bretoni, fu ricostruita da Galeotto Malatesta.

La Guerra degli Otto Santi finì invece appena un anno dopo. La pace fu firmata dal nuovo papa, Urbano VI il successore di Gregorio XI. I fiorentini, per cancellare la scomunica furono costretti a pagare, anche se solo in parte, l’astronomica cifra di 350.000 fiorini.

L’Europa al tempo del Grande Scisma

“PRO REMEDIO ANIMAE” Il cardinale legato Roberto di Ginevra continuò la sua scalata al potere. Dopo la morte di Gregorio XI, favorì l’elezione di Bartolomeo Prignano che diventò papa con il nome di Urbano VI. Fu lui stesso a darne l’annuncio alla folla. Ma appena quattro mesi dopo, di fronte alle prime decisioni del nuovo pontefice, ne chiese la deposizione.

Il “boia di Cesena” con l’appoggio di suo cugino, il re di Francia Carlo V e di 13 cardinali ribelli fu eletto papa in un altro conclave convocato appositamente a Fondi. Assunse il nome di Clemente VII e riportò di nuovo il papato ad Avignone.

Con lui ebbe inizio il Grande Scisma, la più grande divisione nella storia della Chiesa cattolica prima della Riforma. Un papa e un antipapa. Con due pontefici in carica, per quaranta anni la comunità dei fedeli fu divisa fra “obbedienza romana” e “obbedienza avignonese”.

Durante il suo pontificato venne anche chiamato a decidere dell’autenticità della Sindone di Torino, esposta per la prima volta a Lirey nel 1350. In una apposita bolla del 6 gennaio 1390 ordinò di “dire ad alta e chiara voce, al fine di far cessare ogni frode, che la Sindone non era il vero sudario di Gesù Cristo ma una figura o una sua rappresentazione”.

Sui due papi si divisero anche gli ordini religiosi. Clemente VII fu appoggiato dai francescani, dai certosini e da buona parte dei domenicani.

Roberto di Ginevra morì ad Avignone il 16 settembre 1394. E proprio negli ultimi anni della sua vita, si occupò con il solito zelo degli ordini religiosi, attraverso numerose donazioni pro remedio animae. Chissà se ebbe il tempo di pensare veramente anche alla sua, insanguinata per sempre dall’eccidio di Cesena.

Federico Fioravanti

DA LEGGERE: Edwin Mullins I papi di Avignone. Un secolo in esilio – Odoya 2015 Eamon Duffy La grande storia dei papi – Mondadori 2000 Duccio Balestracci Le armi, i cavalli, l’oro. Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del Trecento – Laterza 2009 Elena Percivaldi Gli antipapi. Storia e segreti – Newton Compton 2014 Claudio Rendina I papi. Storia e segreti – Newton Compton 2007 Robert Davidshon Storia di Firenze – Sansoni 1978 Franco Cardini Breve storia di Firenze – Piccola biblioteca Pacini 2007 Andrea Sirotti Gaudenzi L’eccidio di Cesena. La più grande strage del Medio Evo – Invictus 2014

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