Category Archives: Storie

Il Grifo e il Leone. Genova e Venezia in lotta per il Mediterraneo

Mi sento turbato, illustre doge, profondamente turbato e, se ne vuoi sapere l’esatta ragione, ti dirò che ciò che temo sono le tempeste che ci fremono intorno e i sommovimenti che dovunque vediamo; ma per tralasciare i lamenti su tutto il genere umano, o italiano, io piango le cose italiane.

Chome nacque discordia tra Genova e Vinegia. Miniatura tratta dal codice lucchese delle Croniche di Giovanni Sercambi (1348-1424)

Corrono ora alle armi due potentissimi popoli, due fiorentissime città; per dirla in breve, due astri d’Italia, che molto opportunamente, a mio parere, madre natura ha collocato da una parte e dall’altra ai limiti della terra d’Ausonia, in modo che, stando voi a settentrione e a oriente ed essi a mezzogiorno e a occidente, e controllando voi l’Adriatico e loro il Tirreno, il mondo quadripartito riconoscesse che, pur dopo l’indebolimento e il declino dell’impero di Roma (per non dire la sua prostrazione e la sua morte), l’Italia è ancora regina. E se l’arroganza di alcuni popoli vuole pur mettere in discussione questa sua sovranità sulla terra, certo non ci sarà alcuno tanto impudente da volerla negare sul mare.

Ma se ora – cosa che non vorrei né vedere né presagire – rivolgete contro voi stessi le armi vittoriose, è inevitabile che periremo per i colpi delle nostre stesse mani e che, spogliati di nuovo dalle nostre stesse mani, perderemo la gloria e il dominio del mare conquistato con tante fatiche pur senza perdere quel conforto che già altra volta avemmo nelle nostre sventure: che i nostri nemici poterono sì godere delle nostre disgrazie, non vantarsene.

Andrea Dandolo, opera di Lorenzo Moretti Larese del 1861. Il busto fa parte del Panteon Veneto, conservato presso Palazzo Loredan

Con queste parole – date a Padova il 18 marzo del 1351 –, Francesco Petrarca invitava il doge veneziano, Andrea Dandolo, eletto al sesto scrutinio il 4 gennaio del 1343 – appassionato cultore di memorie patrie, raccolte in una Chronica brevis, oltre che nella celebre Chronica per extensum descripta, interrotta due anni prima della morte, avvenuta nel 1354 –, a porre termine al conflitto che, da circa un anno, vedeva Genova e Venezia nuovamente impegnate in una lotta senza quartiere.

Il poeta – che agiva a titolo personale, ma che, di lì a poco, si sarebbe fattivamente adoperato in favore della pace per conto del signore di Milano, l’arcivescovo Giovanni Visconti – toccava corde inusuali:

Nessuno, vi prego, possa trarvi in inganno: voi intraprendete una guerra contro un popolo fortissimo e invitto e, cosa che dico con maggior amarezza, italiano. Potessero essere vostre nemiche le città di Damasco o di Susa, di Menfi o di Smirne, e non quella di Genova! Magari combatteste contro i Persiani o gli Arabi, contro i Traci o gli Illiri! Che fate ora voi? Se qualche rispetto è ancora per il nome latino, coloro che volete distruggere vi sono fratelli, e ahimè, non soltanto a Tebe ma in Italia si armano l’una contro l’altra schiere fraterne, dolente spettacolo per gli amici, grato ai nemici. E qual fine alla guerra se, siate vincitori o vinti (incerto è il gioco della fortuna), sarà inevitabile che una delle due luci d’Italia dovrà spegnersi e l’altra oscurarsi? Sperare di conseguire una vittoria incruenta contro tanto nemico, vedi se sia segno di generosa fiducia o di assurda pazzia.

L’aulico periodare dell’aretino coglieva la sostanza del problema mediterraneo. La rivalità tra i due «astri d’Italia» era radicata. Le sue ragioni poggiavano tanto nella geografia, quanto nelle scelte dei rispettivi abitanti. Collocate «ai limiti della terra d’Ausonia», a capo del Tirreno, l’una, dell’Adriatico, l’altra, Genova e Venezia erano andate affermandosi quali potenze marittime di grande rilievo, acquisendo un ruolo strategico nelle relazioni tra Oriente e Occidente, da un lato, tra Mezzogiorno e Settentrione, dall’altro.

Il leone di san Marco (foto: Nino Barbieri)

Era stata la crescente concorrenza commerciale sviluppatasi nel Mediterraneo – e, in particolare, nel Mediterraneo orientale, a seguito della conquista veneziana di Costantinopoli, nel 1204 – a dare abbrivio al confronto. In gioco v’era la sopravvivenza d’un sistema cui nessuna delle due intendeva rinunciare.

Sia l’una, sia l’altra avevano trovato nel mare il mezzo principale per accrescere le proprie fortune. A ciò si aggiungeva l’ombra dell’ideologia, tesa a preservare quell’honor civitatis di cui si sostanziava buona parte del discorso politico del tempo, che si esplicava nella denigrazione dell’avversario e nell’affermazione di un’identità mercantile e guerriera al tempo stesso.

Tale rivalità metteva in discussione l’unica priorità che, agli occhi del poeta, spettava alla penisola: il «dominio del mare». Non è un caso se, il 22 maggio successivo, nel rispondere al poeta, Andrea Dandolo, tralasciando di soffermarsi sulle motivazioni del conflitto, si piccava di sottolineare la pericolosità della rivale, vera nemica della pace, giustificando la guerra quale unico rimedio per ripristinare la concordia perduta:

Quanto hanno abusato della nostra sopportazione? Per quanto tempo ci ha molestato la loro rabbia? E la loro audacia senza freni si è scatenata inutilmente. e magari avessero contaminato solo ai nostri tempi quel buon nome italiano che abbastanza spesso voi piangete come al tramonto, ma quanto la loro doppiezza abbia ottenebrato il diadema di colei che chiamate regina, è lamento vecchio. Si sono resi ostile il mare, nemiche le singole nazioni, sono odiosi al mondo; quanto ai loro costumi ne accolgo una minima parte perché non può accordarsi con altri chi non sa con se stesso. Si dica che ciò che diciamo non è vero, e noi proveremo che non si può negarlo; e chi ciò conosca noi non riteniamo così disonesto, così temerario o così folle da non riconoscere che noi abbiamo agito a nostro buon diritto. Molte cose si potrebbero dire, ma le tralasciamo per porre fine alla lettera. Abbiamo intrapreso una guerra solo per ottenere una pace onorevole per la patria, che ci è più cara della vita, e per mostrare che, se veniamo disprezzati, sappiamo comportarci in modo abbastanza duro e violento. Avremo costretto alla pace e alla rassegnazione un nemico che ora, nonostante sia quasi liquidato, ancora resiste e tergiversa. Non abbiamo scrupolo alcuno a muovere guerra contro chi non sa minimamente sopportare la pace.

L’attuale stemma della città di Genova

Lo scontro tra Genova e Venezia non faceva che destabilizzare ulteriormente una penisola attraversata da lotte civili, dilaniata dalla peste nera, preda d’enormi contrasti.

Agli occhi dell’aretino, tale situazione poteva risolversi solamente mutando mentalità: sostenendo quel tentativo d’egemonia sull’Italia centro-settentrionale espresso dai milanesi Visconti; i quali, peraltro, nell’ottobre del 1353 avrebbero effettivamente ottenuto la signoria di Genova e, con essa, l’onere di sostenere le ultime fasi del conflitto sino alla sua naturale conclusione.

Operazione, questa, quanto mai necessaria, a fronte del rinnovato dinamismo della corona catalano-aragonese, installatasi nel Meridione insulare, desiderosa d’allargarsi sul continente, cui solo la politica unificatrice viscontea avrebbe potuto rispondere con efficacia. Il bene d’Italia – afferma Petrarca – era da preferire; soprattutto, bisognava evitare che la penisola diventasse preda dei «barbari»:

Riflettete voi, uomini magnanimi e potentissimi popoli – ciò che infatti dico all’uno intendo dirlo ad ambedue e se rivolgo a te questo mio scritto è per la rispettosa familiarità che ho conto il valore e per la vicinanza dei luoghi; riflettete voi, dico, dove spingete l’animo vostro, quale sia il prezzo dell’ira, quale il limite dell’odio; riflettete sulla vostra salvezza e, dato che in gran parte dipende da voi, su quella di tutti; e non dimenticate che se la furia di questa guerra imminente non verrà smorzata da una fonte di pietà, dalle ferite che si preparano non sgorgherà sangue numantino o cartaginese ma italiano; il sangue di coloro che, se qualche schiera barbarica – come pure talvolta ha osato anche se mai impunemente – dovesse irrompere nei nostri territori, sarebbero i primi a prendere con voi le armi per la difesa delle sorti comuni, a esporre con voi il loro petto alle armi nemiche e alla morte, che voi stessi proteggeste coi vostri scudi e i vostri corpi, esattamente come loro farebbero con voi, loro che con voi inseguirebbero il nemico in fuga dopo aver vinto la sua flotta e che con voi vivrebbero, morirebbero, combatterebbero, trionferebbero.

Andrea del Castagno, Francesco Petrarca, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri (affresco, 1450, Galleria degli Uffizi, Firenze)

Il poeta, dunque, proponeva al doge veneziano qualcosa d’improbabile: l’alleanza con la rivale, con lo scopo di contrastare la crescente talassocrazia catalano-aragonese. I due «astri d’Italia» avrebbero dovuto impegnarsi per riaffermare il dominio del mare – l’«imperium maris» –, spingendosi sino ai confini della terra, là dove finiscono le mappe:

Di una cosa sola porgo supplica prostrato in pianto davanti ai signori di due popoli: gettate le armi funeste, datevi le destre, scambiatevi il bacio della pace, congiungete gli animi agli animi, le insegne alle insegne. Alle vostre navi saranno così aperto gli oceani e le porte del mare Eusino, e i popoli e i re vi verranno incontro pieni di ammirazione; vi temeranno gli Sciti, i britanni e gli Africani; sicuri i vostri marinai navigheranno senza paura verso le spiagge dell’Egitto, della Fenicia e dell’Armenia, verso i porti un tempo temuti della Cilicia, verso Rodi un giorno signora del mare, verso i monti della Sicilia e i monti del suo mare, verso le Baleari tristemente note per le antiche e nuove piraterie e infine verso le Isole Fortunate e le Orcadi, e verso Tule, isola famosa ma sconosciuta, e verso tutte le plaghe australi ed iperboree. Solo che non temiate reciproche offese, non dovrete temere di nessun altro.

Con ciò, gli appelli petrarcheschi non tenevano conto della realtà d’una rivalità plurisecolare, incancrenitasi nell’ambito di grandi scontri marittimi, nelle diuturne azioni di corsa, nelle lunghe prigionie, nelle molteplici richieste di risarcimento inevase.

Il conflitto tra le due città, in atto da tempo, non era più riconducibile esclusivamente al topos della rivalità mercantile, che n’era stato, comunque, motore primario. Cresciute in potenza sui mari, tese ad affermare la propria egemonia sulle principali rotte di commercio, le Genova e Venezia erano andate ricorrendo a ogni mezzo, lecito o illecito, pur di sopravanzare l’avversario e dimostrare al mondo la propria superiorità.

In gioco v’era sì la supremazia sulle rotte di commercio; e, dunque, il mantenimento d’un benessere diffuso, garantito dalla frequentazione dei principali mercati mediterranei e pontici: quei mercati raffigurati verosimilmente nel celebre mapamundus dipinto nel Trecento nella loggia di Rialto, le rotte per raggiungere i quali erano contemporaneamente tracciate su carta da Giovanni di Carignano e Pietro Vesconte, cartografi genovesi.

Non bisogna sottovalutare, a ogni modo, il desiderio di costruire e affermare la propria identità nel confronto con l’avversario: un’identità prettamente bellica, capace di trasporre in un ambiente marittimo gl’ideali di forza e possanza propri, sulla terraferma, dell’uomo a cavallo.

Antonio Musarra

Antonio Musarra

Il grifo e il leone. Genova e Venezia in lotta per il Mediterraneo

Laterza, 2020

Read More

La condanna dei Tre Capitoli

L’imperatore bizantino Giustiniano (482-565) dirigeva la vita della Chiesa come quella dello Stato. Nessun altro imperatore, né prima né dopo di lui, ebbe un così forte potere di controllo sui papi e i patriarchi.

Giustiniano raffigurato in un mosaico di San Vitale a Ravenna

Giustiniano decideva sulle questioni dogmatiche e anche su quelle liturgiche. Dirigeva concili. Scriveva di suo pugno opere teologiche e anche inni religiosi. Interveniva di persona per ogni singola questione ecclesiastica.

Il 5 maggio 553 convocò a Costantinopoli il V concilio ecumenico. L’obiettivo dell’imperatore era quello di portare a una posizione comune la Chiesa d’Oriente e quella di Occidente nella condanna del monofisismo (dal greco μονος, monos, “solo, unico” e ϕύσις, phýsis, “natura”).

L’eresia, sostenuta dal monaco Eutiche (378- 454) riconosceva a Cristo la sola natura divina e ne cancellava quella umana.

Giustiniano cercava un compromesso con i monofisiti, presenti in Siria e in Egitto. Allo stesso tempo, la nuova politica imperiale di conquiste in Occidente imponeva un accordo con la Chiesa di Roma. La posizione antimonofisita dei papi alimentava l’ostilità delle forze separatiste copte e siriane verso il potere centrale di Costantinopoli. Giustiniano cercò in ogni modo di uscire da questo problema.

Il concilio ecumenico del 553 condannò come infetti di eresia i cosiddetti Tre Capitoli (τρίακεϕάλαια). Erano le proposizioni teologiche contenute negli scritti dei vescovi Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e di Iba di Edessa. Questi religiosi erano favorevoli al nestorianesimo, la dottrina di Nestorio, il patriarca di Costantinopoli morto nel 451, già condannata, più di cento anni prima, nel Concilio di Efeso (431).

Nestorio raffigurato in un’opera di Romeyn de Hooghe del 1688

Nestorio sosteneva l’esistenza, in Gesù Cristo, oltre che di due nature (divina e umana), anche di due persone. Ma enfatizzava la natura umana di Gesù rispetto a quella divina.

Con la condanna dei cosiddetti Tre Capitoli, Giustiniano puntava al ritorno ritorno dei monofisiti all’unità della fede. Cercò di soddisfare sia l’Oriente che l’Occidente. Ma finì con il non accontentare nessuno. Le dispute dottrinali non cessarono. Con mille esitazioni, i patriarchi orientali approvarono l’editto imperiale ma a condizione che anche il papa fosse d’accordo.

Gran parte dei vescovi d’Occidente si oppose però in modo anche violento ai decreti del concilio. Certo non per la condanna in sé del nestorianesimo. Ma per un’altra, importante ragione: appena due anni prima, nel Concilio di Calcedonia del 451, gli scritti di Teodoreto e Ibas erano stati riconosciuti come ortodossi. Molti vescovi videro quindi le conclusioni del V concilio ecumenico di Costantinopoli e gli anatemi voluti da Giustiniano come un vero e proprio attentato al sinodo precedente.

Le contestazioni furono durissime. I vescovi africani arrivarono a scomunicare papa Vigilio, che pure era stato deportato a Costantinopoli e costretto con la forza a sottoscrivere i decreti del concilio.

Anche dopo la solenne condanna dei Tre Capitoli da parte del concilio, i vescovi dell’Africa, dell’Illirico e della Dalmazia fecero resistenza. In Italia settentrionale si arrivò anche a uno scisma che divise la Chiesa d’Occidente per circa un secolo e mezzo: fu riassorbito a fatica, con la sola eccezione della provincia di Aquileia, che si riunì alla Chiesa di Roma soltanto nel 698, all’epoca di papa Sergio.

Il V concilio ecumenico di Costantinopoli estirpò il nestorianesimo in modo definitivo in Occidente. I nestoriani trovarono rifugio nell’impero persiano. Le Chiese nestoriane ebbero grande diffusione in Oriente e confluirono in parte nella Chiesa caldea. Tracce del nestorianesimo rimangono ancora oggi in India e in Iraq.

I decreti del Concilio di Costantinopoli del 553 sono validi ancora oggi per la Chiesa cattolica e per la Chiesa ortodossa. Ma anche per i vetero cattolici e i luterani.

Professano ancora il monofisismo tre grandi Chiese che risalgono al VI secolo: quella egiziana o copta, la Chiesa siriaca giacobita e la Chiesa armena.

Virginia Valente

Da leggere:Georges Tate, Giustiniano – Salerno Editrice, 2006.Giorgio Ravegnani, L’età di Giustiniano, Carocci editore, 2019.Cyril Mango, La civiltà bizantina, Laterza 2019. Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Einaudi, 1993 Silvia Ronchey, Lo Stato bizantino, Einaudi, 2002. Steven Runciman, La civiltà bizantina, Ghibli, 2014. Charles Diehl, La civiltà bizantina, Garzanti, 1962. Gerhard Herm, I bizantini, Garzanti, 1997.

Read More

Longobardi, padri dimenticati dell’Italia

Si parla tanto d’identità, da noi in Italia. Ma, a riprova della cinica strumentalizzazione attuale di molti temi storici e del provincialismo, dell’ignoranza sulla quale certe attuali “riappropriazioni identitarie” sono fondate, si chiamano in causa i Latini, gli Etruschi, i Greci, soprattutto – com’è noto: e anche troppo… – i Celti (scimmiottando irlandesi e francesi): mentre del popolo che forse più d’ogni altro, dopo gli Etrusco-Romani (e, in Sicilia, gli Arabo-Berberi), ha segnato di sé le tradizioni e i linguaggi della penisola, i Longobardi, non si parla quasi mai.

Il Cavaliere della lastrina dello Scudo di Stabio (sec. VII, Berna, Historisches Museum)

E sì che i “lùmbard”, così fieri delle loro vere o supposte origini celtiche, dei Longobardi portano ancora il nome; e che al di là del mondo padano anche l’Italia centrale (specie la Toscana e l’Umbria) e meridionale (Campania, Puglia, Basilicata) è ricchissima di memorie longobarde.Ma sui poveri Longobardi è calata più volte la mannaia dell’oblio o della damnatio memoriae.

Le tappe principali della migrazione dei Longobardi

Cominciarono i Franchi, che dopo essere stati più volte con essi alleati, invasero l’area centrosettentrionale della penisola italica nel tardo VIII secolo: e, anche se il loro re Carlo si dichiarò rex Francorum et Langobardorum e recuperò gran parte della loro aristocrazia, fecero di fatto in modo che il loro ricordo restasse per sempre offuscato dall’ombra della violenza, della barbarie, della superstizione pagana. Eppure i Longobardi non erano e non erano mai stati peggiori di loro: anzi, si può semmai sostenere il contrario.

Del resto fu un monaco e cronista dell’VIII secolo, longobardo sì, ma “collaborazionista”, Paolo Diacono, a fornire del suo stesso popolo un’immagine barbara e feroce, che si sarebbe redenta solo da quando, a partire dal VII secolo, anch’esso fece quel che i Franchi avevano fatto già più o meno da due secoli prima (e che sarebbe stato del resto alla base della loro fortuna storica): abbracciare il cristianesimo nella forma liturgica, teologica e disciplinare proposta dal vescovo di Roma.

Sul piano linguistico e antropologico, quel che si può dire con una certa sicurezza è che i Longobardi appartenevano al gruppo delle popolazioni indoeuropee detto dei “Germani dell’Elba” e che avevano subìto, tra V e VI secolo, l’influenza determinante dei Goti e degli Unni (i quali ultimi erano tuttavia, non indoeuropei).

Mappa dell’Italia bizantina e longobarda tra il 568 e il 774

La loro migrazione verso l’Italia era durata quasi due secoli, nel corso dei quali la fiera gente nordica era venuta in contatto con popoli e culture differenti che non mancarono di lasciar tracce non solo nella civiltà longobarda, ma anche nella sua stessa composizione etnica: è bene ricordare, infatti, che al momento di scendere in Italia il popolo longobardo era composto – oltre che di Germani del nord – di Gepidi, di Germani orientali e persino di Sarmati, popolazione di stirpe iranica.Molte testimonianze concorrono nel darci un’immagine dell’assetto socio-culturale dei Longobardi che li pone quale perfetto esempio di sincresi tra la civilizzazione dei Germani nordoccidentali e quella degli orientali o addirittura dei nomadi delle steppe. Per parlare dell’organizzazione sociale dei Longobardi è opportuno partire dai rapporti che durante la lunga e stabile permanenza presso le foci dell’Elba li avevano collegati ai Germani più occidentali, quali Sassoni e Frisoni. Vivendo a stretto contatto con i Celti, i Germani occidentali ne avevano acquisito la rigida suddivisione in caste, difficilmente riscontrabile fra le altre popolazioni germaniche. L’organizzazione sociale e il diritto longobardi avevano molto in comune con quelli dei Sassoni, ma con una spiccata sottolineatura della funzione guerriera: dalle necropoli dell’Elba risulta che i guerrieri erano tumulati con il loro equipaggiamento in tombe appartate rispetto al resto della popolazione. Di fronte al nucleo di coloro che erano degni di portare le armi stava il ceto degli aldii, vicini alla condizione degli schiavi.

Maiestas Domini, rilievo dell’Altare del duca del Friuli Ratchis (ca. 737-744, Museo di Cividale)

Quando, tra 568 e 569, i Longobardi, al seguito del leggendario re Alboino , attraverso le Alpi nordorientali arrivarono in Italia, erano in parte ancora pagani ma ormai largamente convertiti al cristianesimo “ariano”. Se altre “invasioni barbariche” in territorio già imperiale romano furono piuttosto “migrazioni di popoli”, caratterizzate da una sostanziale assenza di violenza, quella longobarda fu una vera e propria invasione, con eccidi ed espropri territoriali. Ma la prossimità con quel che ancora restava (moltissimo) delle tradizioni e delle istituzioni romane e la tenacia del substrato latino li conquistarono: a metà del VII secolo, il re Rotari emanò il suo celebre Editto, modello d’una legislazione “barbarica” finalmente posta per iscritto e redatta in lingua latina. Ai Longobardi si deve e anche un rigoroso inquadramento territoriale della penisola, distinta in “ducati” che avevano ciascuno a capo una città – sede anche di diocesi – e dotata d’una buona amministrazione regia.

Alessandro Manzoni ci ha lasciato nell’Adelchi un quadro commosso della fine del regno longobardo e di questo popolo di fieri conquistatori alla fine piegato da un altro, più forte e crudele, e a sua volta quasi costretto a fondersi con i vinti.

Ma da queste complesse e sovente dure forme di acculturazione emerse, nell’Alto Medioevo, la nazione-mosaico della nostra Italia, celto-etrusco-romano germanica a nord e greco-latino-araba a sud. La nostra diversità, la nostra differenza, la nostra ricchezza.

Franco Cardini(articolo pubblicato su Avvenire il 24 settembre 2007)

Fonti:Paolo Diacono, Storia dei longobardi. Testo latino a fronte (Rizzoli 1991) Georg Waitz (a cura di) Historia Langobardorum (in Monumenta Germaniae Historica, Hannover, 1878).

Da leggere:Girolamo Arnaldi, L’Italia e i suoi invasori (Laterza, 2002).Claudio Azzara, L’Italia dei barbari (il Mulino, 2002).Claudio Azzara, Le invasioni barbariche (il Mulino, 2012). Claudio Azzara, I Longobardi (il Mulino, 2015);Claudio Azzara, Andare per l’Italia longobarda (il Mulino, 2018).Gian Piero Bognetti, L’età longobarda (Giuffrè editore, 4 volumi,1967).Paolo Delogu, Longobardi e Bizantini, in Storia d’Italia diretta da Giuseppe Galasso (Utet, 1980).Stefano Gasparri, I duchi longobardi (Istituto Storico Italiano per il Medioevo, 1978).Stefano Gasparri, La cultura tradizionale dei Longobardi. Struttura tribale e resistenze pagane (Cisam, 1983). Stefano Gasparri, I Longobardi, alle origini del Medioevo italiano (Giunti, 1990).Stefano Gasparri, Italia longobarda. Il regno, i Franchi, il papato (Laterza, 2012).Stefano Gasparri – Cristina La Rocca, Tempi barbarici. L’Europa occidentale tra Antichità e Medioevo: 300-900 (Carocci, 2017).Stefano Gasparri, Voci dai secoli oscuri. Un percorso nelle fonti dell’Alto Medioevo (Carocci, 2018).Walter Pohl, Le origini etniche dell’Europa. Barbari e Romani tra antichità e Medioevo (Roma, 2000). Gabriele Archetti (a cura di) I Longobardi all’alba dell’Europa (Centro studi longobardi – Cisam, 2013)Gabriele Archetti (a cura di) Desiderio. Il progetto politico dell’ultimo re longobardo (Centro studi longobardi – Cisam, 2015)Gian Piero Brogiolo – Federico Marazzi – Caterina Giostra (a cura di) Longobardi. Un popolo che cambia la storia (Skira, 2017).

Read More

Ragusa, città della prima quarantena

Quarantena. La prima, storica decisione di isolare un gruppo di persone per provare a debellare una malattia infettiva, venne presa il 27 luglio 1377 nella città dalmata di Ragusa, l’attuale Dubrovnik. Il nemico da combattere era la Peste Nera, la spaventosa epidemia che dal 1347 in più riprese sterminò oltre 30 milioni di persone, circa un terzo della popolazione europea.

Ragusa medievale in una rappresentazione di Konrad Von Grünenberg, un cavaliere tedesco del sec. XV che scrisse un diario illustrato del suo pellegrinaggio verso la Terra Santa

Un isolamento letterale: a Ragusa i malati vennero confinati per un periodo di almeno quattro settimane su scogli disabitati, lontani dalla città. Questo mese di separazione forzata, all’inizio veniva chiamato “trentino”. Ma nel Quattrocento, a Venezia, fu allungato a quaranta giorni. E il nuovo tempo della contumacia nel dialetto veneto diventò quarantena, ad indicare i quaranta giorni del tempo massimo utile per superare la fase acuta di ogni malattia, senza ulteriore possibilità di contagio.

Il lazzaretto, luogo destinato per eccellenza ai malati contagiosi, nacque nel 1423 quando gli equipaggi delle navi che provenivano dalle zone infette furono costretti dai veneziani a una sosta obbligata nell’isola di Santa Maria di Nazareth. Quel luogo, chiamato nazaretto, per assonanza con il nome di Lazzaro, risuscitato da Gesù dal sepolcro, diventò lazzaretto. La segregazione forzata servì a limitare il contagio. Anche se soltanto nel 1464, di fronte al ritorno della peste, Pisa seguì l’esempio veneziano, insieme a Firenze (1479) e Milano (1489).

Paolo Uccello, Diluvio e recessione delle acque (particolare), Santa Maria Novella, Firenze

IL NUMERO DI NUOVA VITA Perché proprio quaranta giorni? Già Ippocrate, il medico greco fondatore della medicina scientifica, credeva che fosse quello il tempo giusto per riemergere dal male e ritrovare la salute. Un numero simbolico anche per gli astronomi babilonesi: associavano il tempo delle quattro decadi tra i mesi di aprile e di maggio in cui le Pleiadi, sette stelle luminose ospitate nella costellazione del Toro non erano più visibili, con le terribili inondazioni che nello stesso periodo flagellavano la Mesopotamia. Catastrofiche ma vitali per l’agricoltura.

Nella cultura ebraica quaranta anni era il tempo di una generazione. Il popolo ebraico vagò nel deserto per 40 lunghi anni prima di raggiungere la Terra promessa. Quaranta anni fu il tempo di durata della punizione dell’Egitto (Ezechiele 29). Isacco scelse di attendere quaranta anni prima di costruire la sua famiglia. E i maschi potevano iniziare lo studio della Kabbalah, la sapienza mistica e spirituale raccolta nella Bibbia, solo dopo aver compiuto 40 anni di vita. Quaranta giorni era il periodo della penitenza e della purificazione. Quasi una morte, capace però di anticipare una rinascita. Il diluvio universale, ricorda l’Antico Testamento, durò 40 giorni e 40 notti. E Noè ne attese altri 40 prima di uscire dall’arca (Genesi 6 – 9). Mosè restò sul monte Sinai 40 giorni e 40 notti (Esodo 24) prima di ricevere le “dieci parole” di Dio. Golia sfidò Israele per 40 giorni di seguito prima d’essere atterrato dalla provvidenziale fionda di Davide (1 Samuele 17). E anche Elia camminò per 40 giorni e 40 notti fino all’altura dell’Oreb, l’altro nome del Sinai, dove Dio gli si manifestò attraverso il mormorio di un vento leggero (1Re 19). Il profeta Giona ammoniva: “Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta”. Gesù rimase a digiunare nel deserto per quaranta giorni. E ascese al cielo quaranta giorni dopo la resurrezione. Nella liturgia cristiana la Quaresima che dura quaranta giorni, è il tempo particolare di preparazione alla Pasqua che serve a favorire un cammino di rinnovamento spirituale. Quaranta era il numero perfetto anche secondo Sant’Agostino.

MORS NIGRA Quando i governanti di Ragusa segregarono per legge i marinai e i mercanti in odor di contagio, erano passati venti anni dalla prima comparsa in Europa della cosiddetta Peste Nera (1347). Non a caso chiamata così dal latino peius: la “malattia peggiore”. Una pestis, che come altre gravi epidemie portava rovina e distruzione. Nera per le macchie livide e scure che comparivano sulla pelle e sulle mucose dei malati. Mors nigra, alle quale, anche per gli astrologi, “le nazioni si arresero”. Incubo ricorrente per le genti d’Europa. Anche dopo il Trecento, almeno per i successivi tre secoli, quando riapparve, in modo ciclico ogni 10-12 anni con tutto il suo carico di morte e paura.

Immagine al microscopio a scansione elettronica del batterio Yersinia Pestis (da: www.mirror.co.uk)

ENFIATURE E GAVOCCIOLI La medicina del tempo riteneva che la trasmissione del flagello avvenisse per la “corruzione dell’aria”. In realtà la malattia era trasmessa da un batterio, che oggi chiamiamo Yersinia Pestis dal nome del batteriologo dell’istituto Pasteur Alexandre Yersin che lo scoprì nel 1894. Il batterio, trasportato dalle pulci ospiti dei ratti infetti, veniva poi trasmesso all’uomo. La spaventosa malattia si propagava attraverso le vie respiratorie dopo una incubazione di poche ore. L’annuncio della morte arrivava con la nausea, il vomito, la cute annerita, un forte mal di testa e la febbre alta. Sintomi accompagnati dalla comparsa sul corpo dei malati di linfonodi dolenti e ingrossati, i cosiddetti bubboni, descritti da Boccaccio nell’introduzione al Decamerone: “Certe enfiature quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo…le quali i volgari nominavan gavoccioli”.

IL LANCIO DEI CADAVERI Gli studi recenti ci dicono che il focolaio dell’epidemia di peste fu l’area intorno al lago Balkhash, nell’attuale Kazakistan. Il contagiò si propagò ad incredibile velocità: da Tabriz a Astrakan, risalendo il Volga fino al Don per poi ridiscendere verso il Mar Nero e invadere la penisola di Crimea. Arrivò in Europa a causa di una specie di guerra batteriologica ante litteram, scatenata dalle tribù tatare e dai Mongoli che assediavano Caffa, la ricca colonia genovese sulla via dell’Oriente. Le armate nomadi erano comandate da Ganī Bek, un discendente di Gengis Khan. La peste aveva già infettato i soldati dell’Orda d’Oro. Il khan sapeva di avere sempre meno tempo per vincere la guerra. Decise allora un’ultima mossa crudele: ordinò di catapultare i cadaveri infetti dei suoi uomini oltre le mura. Il notaio piacentino Gabriele de Mussi raccontò l’orrore di quei giorni: “Legarono i cadaveri su catapulte e li lanciarono all’interno della città, perché tutti morissero di quella peste insopportabile. I cadaveri lanciati si spargevano ovunque e i cristiani non avevano modo né di liberarsene né di fuggire”. Appena l’esercito degli appestati di Ganī Bek allentò l’assedio, alcune decine di mercanti genovesi con le loro navi cariche di spezie, di sete e di grano della Crimea, fecero in fretta e furia rotta verso occidente. Approdarono a Costantinopoli. Poi raggiunsero l’Italia. In quasi tre settimane di un penoso viaggio, l’epidemia esplose in tutta la sua virulenza. Nella sua Historia Siculorum il francescano Michele da Piazza annotò l’arrivo di dodici imbarcazioni nel porto di Messina.

Malati di peste bubbonica nella rappresentazione di una Bibbia del sec. XV

Erano i primi giorni del mese di ottobre 1346. Bastarono pochi contatti fra gli abitanti della città siciliana e gli equipaggi, già decimati dalla peste: in pochi giorni l’epidemia dilagò in tutti i territori circostanti. I marinai furono scacciati con la forza. La flotta proseguì il suo disperato viaggio verso Genova che però negò l’ingresso nel porto ai suoi concittadini. Marsiglia, che accolse i marinai il 1 novembre, diventò la porta del contagio per tutta l’Europa. La peste invase i porti atlantici, inglesi, francesi e danesi. E colpì pressoché tutte le grandi città. Compresa Avignone, allora sede della corte pontificia, dove insieme a metà della popolazione morirono 6 cardinali e 93 membri della curia. Solo poche aree d’Europa vennero risparmiate dal flagello: la Fiandra, la Boemia, la Polonia e Milano che in quel periodo era di fatto isolata a causa della guerra contro i Gonzaga.Guy de Chauliac, medico della corte papale, descrisse la desolazione di quei mesi: “Si moriva senza servitore, si veniva sepolti senza prete, il padre non visitava il figlio, né il figlio il padre, la carità era morta, la speranza annientata”. Insieme alla malattia e alle stragi, si moltiplicarono le processioni, le preghiere, i digiuni, le opere pie, i voti collettivi. Assembramenti che peggiorarono la situazione e alimentarono il contagio.

TRE TUTORI A VENEZIA La Repubblica di Venezia, duramente colpita dal contagio, rispose in modo deciso: fin dai primi giorni dell’insorgere dell’epidemia istituì una magistratura speciale composta da tre tutori della salute pubblica. All’inizio del 1348 i Provveditori alla Sanità Nicola Venier, Marco Querini e Paolo Bellegni ordinarono che i cadaveri degli appestati venissero raccolti su due isole abbandonate, San Leonardo di Fossamala e San Marco in Boccalama. Quando non ci fu più spazio i morti furono sistemati a San Martino di Strada e a S. Erasmo. Fu introdotto anche l’obbligo di denuncia dei malati. Ma non bastò murare le case dei contagiati, bruciare gli oggetti che si pensavano infetti e spargere la calce viva su tombe sempre più numerose. I macabri conteggi stilati alla fine della pestilenza ci dicono che nella bella e grande città che allora contava almeno 110mila abitanti, morì almeno la metà degli abitanti. Cinquanta antiche famiglie si estinsero. Nel 1374 il governo dei dogi arrivò a vietare l’ingresso in laguna alle navi. Nello stesso periodo Barnabò Visconti, signore di Milano e di altre terre lombarde, bloccò per dieci giorni l’accesso alle porte di Reggio Emilia a chiunque fosse sospettato di poter trasmettere il contagio. Ma a meno di venti anni dalla comparsa della peste, nessuna misura sembrava in grado di arginare il panico e la morte.

Il Liber Viridis, documento originale che conserva le norme applicate per la prima quarantena della storia

IL RIMEDIO DI JACOBO A Ragusa la Peste Nera arrivò il 15 gennaio 1348. Fu “orrendissima e crudelissima”, come scrisse quasi duecento anni dopo lo storico Niccolò Ragnina. Nella prima fase l’epidemia durò quasi tre anni e provocò più di 7mila morti a fronte di una popolazione che non arrivava a 30mila abitanti. La peste ricomparve per altre quattro volte tra il 1361 e il 1374. La prima, specifica legge sull’isolamento forzato di persone, animali e merci fu emanata il 27 luglio 1377. Il documento originale della prima quarantena della storia è conservato negli archivi ragusei. Nel Liber Viridis, un volume di color verde che raccoglieva tutte le leggi, fu scritto: “Chiunque provenga dalle terre infette non deve entrare a Ragusa o nel suo territorio” (“Veniens de locis pestiferis non intret Ragusium nel districtum”). Non si voleva arrivare alla chiusura completa del porto né fermare il traffico delle merci, vitale per l’economia della città. Ai passeggeri delle navi e alle carovane che arrivavano via terra venne imposto di attendere 30 giorni prima di poter entrare in città. L’operazione di salute pubblica fu costruita nei minimi dettagli. La quarantena scattò in due luoghi distinti: l’isola di Mercana, riservata all’isolamento forzato dei marinai, dei mercanti e dei viaggiatori che giungevano via mare e Cavtat, l’antico abitato di Ragusa Vecchia, qualche chilometro più a sud della città nuova, dove fu allestito il ricovero delle carovane cariche di merci che arrivavano dalla terraferma. Negli anni successivi anche altre isole, Bobara, Supetar e Lokrum, si trasformarono in luoghi temporanei di confino. I primi rifugi, non erano protetti. E gli esiliati, seppure riforniti di acqua e cibo dalle barche che facevano la spola dal centro cittadino, erano esposti alla pioggia, al freddo, al vento o alla calura estiva. Vennero così costruite delle baracche di legno che poi, alla fine di ogni quarantena, venivano bruciate insieme alle suppellettili degli appestati. Ma il governo raguseo si preoccupava anche di rimborsare gli ospiti della quarantena per i danni subiti alle proprietà personali.A sovrintendere tutte le prime operazioni sanitarie c’era Jacobo da Padova, il physicus civitatis, l’ufficiale medico responsabile della sanità cittadina assunto dallo stato.

Le città nelle quali la Repubblica di Ragusa ebbe consolati o consolati e fondachi (Fonte: volume Io Adriatico – Civiltà di mare tra frontiere e confini a cura del Fondo Mole Vanvitelliana, Motta editore 2001)

RESPUBLICA INDIPENDENTE Ragusa aveva conquistato soltanto da pochi anni una faticosa autonomia politica, dopo un secolo e mezzo di dominio lagunare. Venezia, sfiancata da una estenuante guerra contro il Regno d’Ungheria appoggiato nelle campagne venete dalle aggressive truppe di Padova, fu costretta a subire la Pace di Zara, firmata il 18 febbraio 1358. Dovette così accettare le dure condizioni imposte da Re Luigi I, figlio primogenito di Carlo Roberto d’Angiò e erede della corona magiara: tutti i territori della Dalmazia, dal Quarnaro a Durazzo insieme con le isole, passarono all’ambizioso e potente re ungherese. Il suo alleato Francesco da Carrara, signore di Padova, in cambio della fine degli estenuanti scontri nelle campagne trevigiane, ottenne invece di poter fare incetta di grandi quantità di sale e di costruire mulini e fortificazioni nell’entroterra senza che Venezia potesse più intervenire. Il doge Giovanni Dolfin rinunciò al titolo di “Duca di Dalmazia e Croazia” che era stato assunto ben due secoli prima da Vitale Falier. E Zara diventò la nuova capitale del Regno di Dalmazia.

In questa situazione, Ragusa trovò il modo per ottenere una formale indipendenza: si riconobbe vassalla di Luigi I, si impegnò a pagare al sovrano un tributo annuo di 500 ducati, a cantare laudes in cattedrale in onore del nuovo re, e in caso di guerra, a mettere a disposizione delle armate ungheresi qualche buona galea. Ma di fatto si emancipò e iniziò un percorso di autonomia politica che a partire dal 1403 portò la Communitas Ragusina a definirsi con orgoglio Respublica. Una forma di governo che tra alterne vicende durò fino al 1808, quando Napoleone inglobò Ragusa nel Regno d’Italia.

Una rappresentazione di Ragusa (Dubrovnik) del 1667, costruita a ridosso di una ripida e boscosa altura

RUPI E QUERCE I romani d’oriente chiamavano la città Lausa. In greco ξαυ, xau, vuol dire “precipizio” o “rupe”. Costantino Porfirogenito in un suo celebre passo spiegava che i Lausaioi, erano “quelli che vivono sulla rupe”. La corruzione del nome, nell’uso comune, portò poi ai Rausaioi. Da cui Ragusa. Ma già nel XII secolo la città costruita su uno scoglio a precipizio sul mare veniva chiamata in tutto il mondo slavo Dubrovnik. In croato la parola dubrava indica un bosco di querce, le stesse che all’epoca infittivano le pendici del monte San Sergio (in croato Srđ) che proteggeva sia dalla bora che dai barbari la città antica prima che sorgesse una nuova civitas. I Turchi più tardi chiameranno Ragusa anche Dobro-Venedik, che significa Buona Venezia.

LA CASTA DEI NOBILI RAGUSEI Il potere era un privilegio di pochi. Spettava solo ai patrizi che sostenevano di discendere dalle famiglie romane che nel lontano 614, in fuga da Epidaurus, l’antica civitas, assediata dai barbari slavi, trovarono rifugio sull’isolotto di Ragusium.Nel sistema oligarchico i cittadini di origine slava e i contadini erano esclusi da qualunque potere decisionale. E erano vietati anche i matrimoni misti. Nel Trecento queste antiche famiglie, di fatto proprietarie della città-stato, erano 90. Alla fine del Medioevo ne rimarranno soltanto 9.

La Costituzione di Ragusa, promulgata nel 1272 dal conte veneziano Marco Giustiniani, era modellata sulle leggi della Repubblica di Venezia: il Libro degli Statuti (Liber statutorum civitatis Ragusii) prevedeva che al vertice del sistema ci fosse un Rettore. Come il doge veneziano, aveva pochi poteri e compiti quasi soltanto di rappresentanza. Ma a differenza del dux lagunare, eletto a vita, era a scadenza. Per evitare anche solo la voglia di una tentazione autoritaria, i nobili ragusei pensarono bene di ridurre al massimo il tempo dell’alta carica: prima 6 mesi, poi 3. Finché il “doge raguseo”, chiamato “Sua Serenità”, salvo casi eccezionali, iniziò a rimanere in carica solo per un mese. Così, dal 1358 al 1808, nella piccola repubblica marinara si alternarono più di 5000 rettori. Li eleggeva il Consiglio Maggiore, supremo organo legislativo: un club ancora più chiuso, soprattutto a partire dal 1332 quando per legge venne impedita la creazione di nuove famiglie nobili. Nel Salone del Gran Consiglio campeggiava una scritta, un monito per chi esercitava un potere sovrano: Oblite privatorum, publica curate (Dimenticate i vostri privati interessi e abbiate cura di quelli pubblici). Il governo spettava invece al Minor Consiglio, composto da 12 senatori.

Affresco di una farmacia (Magister Collinus, secc. XV-XVI), Castello di Issogne, Val d’Aosta. Per approfondimenti, leggi: La nascita della farmacia

SANITÀ GRATUITA E “BONI MEDESI”… La salute pubblica era da sempre la principale preoccupazione della piccola repubblica marinara. Ragusa fu il primo stato d’Europa, nel 1301, ad assicurare per legge un servizio sanitario gratuito per tutti i suoi cittadini, di qualunque condizione sociale. Gli statuti ricordano: “Le cure mediche spettano a chiunque viva nel territorio raguseo”. Già nel 1296, sulla rupe era stato costruito uno dei primi sistemi fognari dell’età medievale. Così efficiente che ancora oggi è in funzione. Nel 1317 all’interno del convento francescano venne aperta la prima farmacia pubblica d’Europa. Nel 1347, l’anno della peste nera, lo stato si preoccupò anche di creare quello che forse fu il primo centro di assistenza al mondo riservato agli anziani. Meno di un secolo dopo, nel 1432, una parte del Monastero di Santa Chiara fu adibito ad orfanotrofio pubblico.

Ragusa cercava medici ovunque. E li pagava bene. Nel Duecento la maggior parte dei physici e dei cerusici veniva reclutata a Venezia, nel Regno di Napoli e anche nella Marca. Fino ai primi decenni del XIV secolo il ruolo di ufficiale medico fu appannaggio quasi esclusivo dei salernitani, eredi della prima e più importante tradizione medica d’Europa.Ma a partire dagli anni Quaranta del Trecento i governanti ragusei iniziarono ad assumere medici provenienti dalle quotate università bolognesi e padovane. Il prezzo di ingaggio non era un problema. L’importante è che si trattasse di “boni medesi”. Esemplare, a questo riguardo, una lettera d’incarico inviata nel 1359 dal rettore Giovanni de Bona a tre “nobili e dileti zitadin”, che vivevano in Italia, responsabili di un incarico importante e delicato, quasi da agenti segreti: “Vuy debie esser syndigi et procuradori del nostro comun azerchar de uno bon medico in cirosia in Venezia(…) Et se in Venesia non podesi aver algun de questi in, et vuy pone la sorte intro de vuy, qual debia andar fuori de Venesia a cerchar (…) Et de bia andar a zercar a Padoa. A se a Padoa non se podesse aver, debia andar a Bologna al espiese del nostro comun, per che semo consiliadi, che la se trovara a Bologna de boni medesi”.

La diffusione della Peste Nera tra il XIV e il XVIII sec. e le rotte marittime che la portarono nei vari paesi

IL MERCATO DELLA PUGLIA Ragusa dopo il flagello della Peste Nera riemerse più forte di prima. La sua “zente de mar”, dal ricco mercante all’ultimo dei marinai, aveva una vocazione innata per il commercio. Filippo Diversi, un esule lucchese che trovò lavoro a Ragusa come insegnante alla metà del Quattrocento, spiegò bene questa attitudine: “Il territorio di Ragusa sia perché infecondo sia perché alquanto popoloso, non rende molto, talché con questa terra nessuno potrebbe mantenere la propria famiglia (…). Per questo è necessario dedicarsi al commercio”. Più che una scelta dunque, una necessità. Fu il grande mercato del sud dell’Italia che sorresse Ragusa nel momento della crisi e fece da trampolino per il rilancio economico. Affari diplomazia marciarono insieme. Con Molfetta c’era già un antico trattato di scambio che risaliva addirittura al 1148. Alla fine del Trecento si firmarono altri accordi commerciali. Con poca, arida terra da coltivare, la piccola repubblica marinara era costretta ad importare quasi tutto dalla vicina Puglia: olio, grano, vino, ortaggi, frutta, carne sotto sale e persino il pesce. I ragusei compravano anche la lana, su cui costruirono le loro fortune trasformando la città dalmata in uno dei centri tessili più importanti del Mediterraneo. Fu fondamentale anche l’alleanza politica con il re di Napoli che esentò le navi dalmate dal pagamento delle tasse portuali. La flotta mercantile cresceva insieme alla città. Anche grazie ad una forte immigrazione di mercanti catalani e fiorentini, sempre più inseriti nella vita cittadina.

“NAVIGARE ALLA RAGUSEA” I nuovi commerci si aggiungevano a quelli degli schiavi, delle spezie, del rame, della cera, dei metalli preziosi e del cinabro, il minerale rosso dal quale si poteva estrarre il mercurio, usato nelle pitture e nelle miniature oltre che nelle pratiche alchemiche. Nel giro di qualche decennio Ragusa arrivò a controllare anche quasi tutto il commercio del sale tra l’area balcanica e la penisola italiana.

La grande ricchezza e le transazioni continue di denaro portarono anche alla nascita di un detto, “raguseo”, ad indicare, in senso spregiativo, gli strozzini e gli usurai. Ma la “società chiusa” dei patrizi ragusei, se nascondeva le chiavi del potere a chi non era nato nobile, concedeva di continuo nuove opportunità anche ad altre categorie sociali. Così, un altro modo di dire fece fortuna nei porti d’Europa: “navigare alla ragusea”. Indicava un accordo grazie al quale anche i marinai partecipavano ai guadagni dei mercanti e dell’armatore.

Caracca, in un particolare dalla Caduta di Icaro di Pieter Bruegel il Vecchio (circa 1558)

L’ARGENTO E LE CARACCHE Il grano dalla Puglia, i panni dai principali empori d’Europa, l’argento dai Balcani: per secoli Ragusa fu al centro delle principali rotte del commercio, in una incessante attività di import-export. Grazie alle sue navi, le belle e veloci caracche, tanto famose che anche Shakespeare nel “Mercante di Venezia” (atto I, scena I) ne lodò l’agilità e l’eleganza.La città, che batteva moneta propria già dal XII secolo, era ormai una tappa obbligata per tutti i mercanti che puntavano a Costantinopoli che le carovane potevano raggiungere via terra in 24 giorni. Molto stretti erano i rapporti con Rimini e Ferrara. E soprattutto con Ancona. Le merci dal Mar Nero, via Ragusa, passavano sull’altra sponda dell’Adriatico e proseguivano via terra per Firenze. Poi, sull’Arno, raggiungevano Livorno, fino alla penisola iberica e all’Inghilterra. Nel 1373 ottenne una dispensa da papa Urbano per la navigazione “ad partes infedelium”. Così, pur pagando un tributo, comunque vantaggioso, la maggior parte del traffico tra l’Italia e il porto anatolico di Bursa passava per la piccola repubblica, collegata di continuo anche ai grandi porti tirrenici di Genova e Pisa. E comunque legata, al di là della continua e sospettosa rivalità, anche con Venezia, città nemica per eccellenza. Una specie di “Hong Kong dei Balcani ottomani”, secondo lo storico inglese Noel Malcolm. Nel giro di 150 anni, fra il 1300 e il 1450 la ricchezza disponibile quadruplicò. In anticipo su tutti gli altri stati europei, nel 1395, la città approvò una legge di assicurazione marittima. In 30 diversi centri della Turchia operavano ormai in modo permanente quasi 300 mercanti ragusei. Da Barletta a Sofia, da Costantinopoli ad Alessandria d’Egitto, le colonie della minuscola città-stato si moltiplicarono e si arricchirono di fondaci, chiese ed ospedali. Una succursale ragusea nacque persino a Goa, in India, intorno a una chiesa dedicata all’amato patrono San Biagio.

DUE CHILOMETRI DI MURA Con la ricchezza cresceva il bisogno di sicurezza. Le mura furono rafforzate per tutto il XIV secolo con l’innalzamento di quindici torri quadrate, a protezione sia del porto, chiuso ogni sera con una catena, sia dell’entroterra. I lavori continuarono per altri due secoli. Due chilometri di mura cingono ancora oggi la città. La meraviglia dei turisti è la stessa che nel 1485 colse un pellegrino di Mons che nel suo diario annotò: “E’ una città così grandemente fortificata che non ne esiste una simile in alcuna altra parte del mondo: ha forti bastioni, torri, due profondi fossati e, tra di essi, solide mura e merlature; tutto è costruito in pietra squadrata”.

PARLARE ITALIANO Gli abitanti di Ragusa, racchiusi in una enclave romana e cattolica dentro un modo slavo e musulmano, insieme all’italiano e ai dialetti slavi parlavano anche il dalmatico, una lingua neolatina che però scomparve alla fine del Quattrocento. I documenti pubblici erano vergati sia in latino che in italiano. Nel 1472 l’italiano diventò la lingua ufficiale dello stato. Da allora le classi dirigenti si sforzarono di parlarlo con un accento toscano al posto del veneziano che era stato utilizzato per secoli. Del resto i rapporti con Firenze erano strettissimi. E non solo per i commerci. A Ragusa nel 1332, da una famiglia di mercanti di origine fiorentina, nacque il novelliere Franco Sacchetti. Poliziano lodava “i ragusei per quanto offrivano alla cultura italiana”. Benedetto Cotrugli (1416-1419), nato a Ragusa e morto a L’Aquila, scrisse Della mercatura et del mercante perfetto, la prima pubblicazione italiana sulla scienza commerciale. Molti scrittori rielaborarono in italiano le saghe del popolo slavo. Altri scrissero indifferentemente in italiano, latino e croato. Un gran numero di artisti, pittori, artigiani, architetti e musicisti di lingua italiana lavorarono su tutte e due le sponde dell’Adriatico. Il Palazzo dei Rettori, i Chiostri e il Palazzo della Zecca furono realizzati da architetti che arrivavano dall’Italia. A Livorno riaffiorano cognomi come Raùgi o Raugèi. A Firenze c’era la Strada dei Ragusei. E a Venezia, vicino alla stazione ferroviaria, ai Carmini, si può passeggiare ancora per la Calle dei Ragusei o attraversare il bel Ponte dei Ragusei ricostruito in ghisa nell’Ottocento. Nella raccolta di novelle Mille e una notte sono nominate, oltre a Costantinopoli, solo sei città, tutte italiane: Roma, Venezia, Genova, Pisa, Zara e Ragusa.

La fortezza di Lovrijenac (foto: Eric Hossinger per flickr)

“FRANCHISIA” PER TUTTI La fortezza di Lovrijenac, fuori dalle mura, a 37 metri di altezza sul livello del mare, è una sentinella di pietra a protezione della città. È la Fortezza Rossa di Approdo del Re della serie televisiva del Trono di Spade. Una leggenda assicura che fu costruita in appena tre mesi, con il lavoro volontario di tutti i cittadini, angosciati dalle minacce veneziane. Ospita il museo archeologico e d’estate diventa uno scenografico teatro all’aperto. È un simbolo della storia di Ragusa. Soprattutto per l’iscrizione in latino che accoglie i viaggiatori: “Non bene pro toto libertas venditur auro”. La libertà non si vende, per tutto l’oro del mondo. La “franchisia”, la libertà d’asilo, fu usata dai ragusei anche come una assicurazione di fronte alle incertezze della politica. La tradizione iniziò con Riccardo Cuor di Leone d’Inghilterra, che secondo un racconto favoloso fu salvato da un naufragio al largo di Lokrum nel 1192 al suo ritorno dalla terza crociata e per questo donò a Ragusa 100mila monete d’oro grazie alle quali fu edificata la cattedrale dedicata alla Madonna dell’Assunzione. Dentro le possenti mura di Ragusa trovarono rifugio molti principi dei Balcani spodestati, esiliati e in cerca di una rivincita. Ma anche nel 1464 Sigismondo Malatesta, dopo il conflitto con Pio II. E Pier Soderini, l’ultimo gonfaloniere della repubblica di Firenze. Accadde nel 1512. Quando Roma e Venezia chiesero la sua consegna, Ragusa rispose con una lettera che riportava quanto era scritto negli statuti cittadini: “La terra nostra è franca ad ognuno et a grandi et a pizzoli”. E nel 1492 fu la volta degli ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna e dal Portogallo. Sulla rupe dalmata trovarono casa e contribuirono in modo determinante alle fortune economiche del piccolo stato.

Ragusa abolì per prima il commercio degli schiavi, nel 1416

L’ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITÙ Ragusa fu anche il primo stato al mondo ad abolire il commercio degli schiavi. La tratta, a lungo fiorente, aveva perso vigore alla fine del Trecento. I mercanti ragusei li avevano venduti e comprati per secoli, con grandi profitti nei porti di tutto il Mediterraneo. I patrizi li acquistavano come domestici e li ostentavano fra i loro pari come status symbol. La storica decisione del Maggior Consiglio, arrivò nel 1416, sollecitata dalle infiammate pressioni del vescovo francescano Antonio Diodati da Rieti e dalla chiara volontà del vicino re d’Ungheria: “Chiunque si chiama raguseo, non possa, sotto verun pretesto, od intenzione, ardire o presumere di comperare né vendere alcun schiavo”.

REPUBBLICA DELLE SETTE BANDIERE “Non ragusate!”, urlava Napoleone a Marmont, il generale che nel 1808 pose fine all’indipendenza di Dubrovnik. Il neologismo imperiale indicava l’attitudine storica dei nobili che governavano la piccola repubblica: spaccare il capello in quattro, cavillare, trovare continue scappatoie. Un’opinione condivisa in tutte le cancellerie europee. Quei dalmati, per tutti, erano il popolo “delle Sette Bandiere”, capaci com’erano di servire in contemporanea il Papato e l’Impero, Venezia, e l’Ungheria, il Turco e la Spagna e insieme anche i corsari barbareschi. Uno “stato cuscinetto” tra Oriente e Occidente, Cristianesimo e Islam che della sua debolezza fece una forza. L’arte della diplomazia ha segnato la sua storia secolare. Cattolica ma suddita del sultano. Senza esercito ma potente. Classista al suo interno però aperta al mondo. Capace comunque di scelte innovative e coraggiose. Come la legge che nel 1377 istituì la prima quarantena. E che cambiò la storia della medicina.

Federico Fioravanti

FONTI:Decisione di quarantena a Dubrovnik, 1377, Archivi di Stato di Dubrovnik, Liber Viridis, Leges et istruzione, vol.11. Simon de Covino, De judicio Solis in convivio Saturni, 1350, p.22. S.Razzi, La storia di Ragusa, Lucca 1595, ristampa Forni Editore, 1980.Francesco Maria Appendini, Notizie istorico-critiche sulle antichità storia e letteratura de’ Ragusei, Dubrovnik 1803 Academic Press Inc, 1972.

BIBLIOGRAFIA:Robin Harris, Storia e vita di Ragusa – Dubrovnik, la piccola Repubblica adriatica, Santi Quaranta, Treviso 2008.David Abulafia, Il Grande Mare. Storia del Mediterraneo, Mondadori 2017.Konstantin Jireček, L’eredità di Roma nelle città della Dalmazia durante il medioevo (3 voll.) AMSD, Roma 1984-1986 Alberto Cipriani A peste, fame et bello libera nos Domine: le pestilenze del 1348 e del 1400, Società pistoiese di storia patria, 1990. Ovidio Capitani, Morire di peste: testimonianze antiche e interpretazioni moderne della peste nera del 1348, Patron, 1995. Stefano D’Atri, Medici salernitani a Ragusa (Dubrovnik) nel XIV secolo, Rassegna Storica Salernitana, Laveglia&Carlone Editore, 2015.Peter Frankopan, Le vie della seta. Una nuova storia del mondo, Mondadori, 2017.Sergio Bertelli, Trittico: Lucca, Ragusa, Boston: tre città mercantili tra Cinque e Seicento, Donzelli 2004.Cristiano Caracci, Né turchi né ebrei, ma nobili ragusei, Edizioni della Laguna, 2004.Giacomo Scotti, Ragusa, la quinta repubblica marinara, LINT Editoriale, 2006.Sergio Anselmi – Antonio Di Vittorio, Ragusa e il Mediterraneo: ruolo e funzioni di una repubblica marinara tra Medioevo ed età Moderna, Bari, Cacucci, 1990.F. W.Carter, Dubrovnik (Ragusa): A Classic City State, Academic Press Inc, 1972.William Naphy- Andrew Spicer, La peste in Europa, Il Mulino 2006.Loris Premuda, Storia della quarantena nei porti italiani, Acta Medica Historiae patavinae, 1978.William Hardy McNeill, La peste nella storia: epidemie, morbi e contagio dall’antichità all’età contemporanea, Einaudi, 1982.

Read More

L’Europa nel Medioevo

Europa è un termine proveniente dal mondo della mitologia antica – letteralmente significa “grandi occhi” -; esso designava infatti il nome di una figlia del re di Tiro, rapita da Zeus che avrebbe avuto da lei tre figli: Minosse, Radamante e Sarpedonte, fondatori della civiltà minoico-cretese. Con il tempo gli storici e geografi greci utilizzarono il termine Europa per indicare le terre poste a nord di Creta, in contrasto con l’Asia, vale a dire le regioni poste a Oriente.

Con questa accezione geografica il termine si diffonde nel corso dell’età medievale venendo immortalato nelle Etimologie di Isidoro di Siviglia (560 circa-636), opera enciclopedica in venti volumi che raccoglie e condensa tutto il sapere su cui gli uomini medievali baseranno a lungo la loro visione del mondo.

Schema del mondo a T, reso celebre da Isidoro di Siviglia

Secondo la tradizione veterotestamentaria l’orbe terrestre era diviso in tre parti : Asia, Africa ed Europa, ognuna delle quali era stata popolata dalla discendenza di uno dei tre figli del patriarca Noè, vale a dire Sem, Cam e Iafet (Genesi 10).Nel quattordicesimo libro dedicato alla Terra e le sue parti, Isidoro elenca dunque le province europee.

Seguiamo il suo sguardo che con una visuale panoramica abbraccia il continente europeo a lui noto: Scizia inferiore, Germania (superiore e inferiore), Mesia, Tracia, Grecia, Dalmazia, Caonia (Epiro), Attica, Beozia e Peloponneso, Tessaglia, Macedonia, Acaia, Arcadia, Pannonia, Istria, Italia, Gallia (Belgica, Cisalpina, Transalpina), Rezia, e infine l’Hispania (Citeriore e Ulteriore), vale a dire le regioni in cui egli vive e opera. Come si può notare il concetto geografico di Europa tramandato dal dotto vescovo sivigliano è fortemente legato alla tradizione storico-etnografica greca: ampio spazio è dato alle regioni elleniche, mentre la parte settentrionale del continente sfuma in una serie di descrizioni in cui dominano gli elementi naturali ostili all’uomo, come le paludi e le foreste, dove campeggiano bestie selvatiche (bisonti e alci su tutti).

Vista la concezione geografica dell’Europa degli uomini nei primi secoli dell’età medievale occorre ora comprendere il momento in cui nasce la consapevolezza dell’essere europei.

Si tratta di un problema alquanto spinoso vista la grande fluidità degli etnonimi ai quali in questi secoli si fa ricorso; essi sono spesso condizionati dalla tradizione antica e da una serie di giudizi e valutazioni più o meno implicite, talvolta aliene da sentimenti di imparziale scientificità. Può dunque succedere che gli Unni siano definiti nelle fonti come Sciti, o viceversa che gli Avari siano chiamati Unni.

Si tratta di un problema che impone cautela nel momento in cui, verso la metà dell’VIII secolo si assiste in una cronaca della penisola iberica all’utilizzo per la prima volta del termine Europenses per indicare l’esercito guidato dal maggiordomo di palazzo Carlo Martello che aveva respinto nel 732 una delle tante incursioni islamiche provenienti a quell’epoca dalla penisola iberica. Mettendo da parte il significato più o meno “storico” della battaglia di Poitiers, reso celebre dall’affermazione dello storico britannico Edward Gibbon secondo cui le armate franche garantirono la fine dell’espansione musulmana in Europa impedendo in questo modo – a dire dello studioso anglosassone – che l’insegnamento del Corano fosse impartito nelle aule universitarie di Oxford, appare chiaro il carattere oppositivo dell’etichetta etnica Europei che si afferma in contrasto con un “identità altra” percepita come una realtà estranea.

Rappresentazione del mondo in un manoscritto medievale (Isidoro di Siviglia, Etymologiae, BNF, Paris, Ms. Latin 10293, fol. 139)

Questo appare certamente lo sviluppo più rilevante del concetto di Europa in età medievale: da accezione prevalentemente geografica, essa assume progressivamente anche una caratterizzazione valutativa. Di fronte il nemico musulmano, destinato con il tempo a diventare l’Altro per eccellenza, gli intellettuali sin dall’età carolingia verranno a caratterizzare l’aggettivo europeo di tutta una serie di connotazioni positive, fede cristiana su tutte.

Ecco che si assiste allora, da parte dei poeti di corte, all’utilizzo di espressioni per indicare Carlo Magno quale “pater Europae” o “Europae venerandus apex”, nell’intento di caratterizzare meglio la vocazione continentale del carolingio che si pone sempre di più a fianco del Papato romano.

Per comprendere le ragioni profonde di tale operazione politica e ideologica molto raffinata occorre ricordare che l’Impero franco si costituì in opposizione con le tradizioni dominanti nel mondo bizantino che aveva interiorizzato al suo interno l’eredità di Roma antica; i sovrani bizantini erano i diretti continuatori degli imperatori romani e i loro sudditi solevano definirsi Romaioi, vale a dire Romani. Nessuna soluzione di continuità aveva sciolto il legame millenario con l’esperienza romana e Costantinopoli poteva a ragione fregiarsi del titolo di “seconda Roma”, continuatrice della missione civilizzatrice dell’Urbe.

Di fronte un simile patrimonio ideologico i Carolingi – o meglio, gli intellettuali provenienti da tutte le regioni europee (Spagna, Isole britanniche, penisola italica) che gravitavano nella corte franca e che condivisero con la dinastia carolingia una politica culturale di grande respiro – dovettero fare ricorso a un filone ideologico diverso, ma ben attestato nella tradizione classica da cui ‘pescare’ nuovi temi.

Mappamondo tripartito, il primo ad essere stampato (Augsburg, 1472: ISTC ii00181000, p. 190)

Da tutte queste considerazioni scaturì quindi il forte investimento sul concetto d’Europa. Esso diventò un contenitore ideologico nel quale si esprimeva l’ampiezza degli orizzonti della dinastia carolingia, destinato a ricoprire un ruolo chiave nella storia futura del nostro continente. Non è un caso che il trattato di Verdun dell’843 che sancì la divisione dell’Impero carolingio tra i regni dei nipoti di Carlo Magno diede il via al delinearsi di alcune aree geopolitiche che avrebbero contraddistinto la futura cartina politica europea. L’area sotto il controllo Carlo il Calvo divenne il nucleo della futura Francia, quella di Ludovico il Germanico la culla della futura Germania, mentre quella di Lotario I avrebbe dato vita a Olanda, Belgio, Svizzera e Italia, vale a dire l’area geografica all’incirca approssimativamente coincidente con la culla dell’attuale Unione Europea (ricordiamo che i sei paesi fondatori furono Belgio, Germania occidentale, Lussemburgo, Francia, Italia e Paesi Bassi).

Si tratta di legami che nel XX secolo le stesse autorità politiche europee hanno in più occasioni ripreso, come avvenuto nel 1965 quando sotto gli auspici del Consiglio d’Europa fu organizzata un’imponente mostra ad Aquisgrana per celebrare l’ottavo centenario della canonizzazione di Carlo Magno.

Per concludere, l’età carolingia a cavallo tra i secoli VIII e IX rappresenta il momento chiave che vede affiorare e affermarsi il concetto d’Europa dallo sterminato patrimonio della tradizione classica. Da termine geografico esso assume una valenza politico-ideologica molto marcata, rivelandosi con il passare del tempo un’espressione di grande efficacia e impatto mediatico (per così dire) perché la sua precedente neutralità lo rendeva facilmente plasmabile.

Il risultato è delineato con estrema lucidità da Gherardo Ortalli: “Due codici interpretativi diversi ormai convivono; accanto ad un’Europa geografica ne esiste una politica, che risponde a requisiti diversi. Incardinata territorialmente (…) la dimensione politica prende corpo anche nel riferimento all’identità religiosa”.

La doppia valenza di Europa, geografica e politico-religiosa nasce dunque in età medievale.

Luigi Russo

Bibliografia di riferimento

A. Barbero, Carlo Magno: un padre dell’Europa, Roma-Bari 2001;R. Bartlett, The making of Europe: conquest, civilization and cultural change, 950-1350, London 1994;M. Becker, Carlo Magno, trad. italiana, Bologna 2000;A.-D. von den Brincken, Mappe del cielo e della terra: l’orientamento nel Basso medioevo, in Spazi, tempi, misure e percorsi nell’Europa del Bassomedioevo, Atti del XXXII Convegno storico internazionale di Todi, CISAM 1996, pp. 81-96, tavole I – XII;A.-D. von den Brincken, Mappe del Medioevo: mappe del cielo e della terra, in Cieli e terre nei secoli XI – XII. Orizzonti, percezioni, rapporti, Atti della tredicesima Settimana internazionale di studio della Mendola, Milano 1998, pp. 31-50, con 16 tavole;G.M. Cantarella, L’Europa, una creazione medievale, in Enciclopedia del Medioevo, a cura di G.M. Cantarella, Milano 2007, pp. 617-619;F. Cardini, Europa e Islam: storia di un malinteso, Roma-Bari 2001;F. Chabod, Storia dell’idea d’Europa, Roma-Bari 1961;P. Geary, Il mito delle nazioni. Le origini medievali dell’Europa, trad. italiana, Roma 2009;J. Le Goff, Il cielo sceso in terra: le radici medievali dell’Europa, trad. italiana, Roma-Bari 2004;J. Le Goff, L’Europa medievale e il mondo moderno, trad. italiana, Roma-Bari 1994;R. J. Lilie, Bisanzio: la seconda Roma, trad. italiana, Roma 2005;H. Mikkeli, Europa. Storia di un’idea e di un’identità, trad. italiana, Bologna 2002;G. Ortalli, Scenari e proposte per un Medioevo europeo, in Storia d’Europa, vol III: Il Medioevo. Secoli V-XV, Torino 1994, pp. 5-40;W. Pohl, Le origini etniche dell’Europa: barbari e romani tra antichità e Medioevo, trad. italiana, Roma 2000;P. Seed, The Oxford Map Companion. One Hundred Sources in World History, Oxford 2014;G. Sergi, Frammenti e convergenze del caleidoscopio Europa, in Europa e musei. Identità e rappresentazioni, Torino 2003, pp. 45-50;M. Sordi – G. Urso – C. Dognini, L’Europa nel mondo greco e romano: geografia e valori, in Aevum, 73 (1999), pp. 3-19D. Woodward, Medieval ‘Mappaemundi’, in The History of Cartography, vol. I, a cura di J.B. Harley – D. Woodward, London-Chicago 1987, pp. 286-370.

Read More

I Normanni che crearono la Fabriano imprenditoriale

Un clan normanno, i “de Clavellis” che in seguito si autodefinirono “de Fabriano”, nel corso del XII secolo si insediò nella fortezza della Orsara, posta ai bordi della vallata di Salmaregia. Un gruppo parentale di uomini d’armi, violenti e arroganti. “Magnifici signori”, come li definiva lo storico fabrianese Romualdo Sassi, che si affermarono però con la violenza e la forza dell’intimidazione. Ma non furono solo capitani di ventura: grazie ai loro frequenti rapporti con alcuni territori del Meridione e a una innata attitudine imprenditoriale, favorirono l’arrivo nella valle attraversata dal fiume Giano di artigiani esperti nella fabbricazione di carta bambagina. Diedero quindi un impulso decisivo alla nascita dell’impresa della carta a Fabriano. Un libro di Giovanni B. Ciappelloni “De Clavellis de Fabriano dal XII al XV secolo” ripercorre le loro vicende nell’arco di quattro secoli, grazie a molti documenti e apparati iconografici inediti.

La Terra di Lavoro è una regione storico-geografica dell’Italia meridionale, identificata nel passato anche come Campania Felix e oggi suddivisa tra Campania, Lazio e Molise (nella foto, di Nicola Romani, una mappa settecentesca della Terra di Lavoro)

Durante l’XI secolo milizie normanne e gruppi parentali provenienti anche da altre regioni della Francia si diressero verso i territori della Marca anconetana e del Ducato di Spoleto mossi da volontà predatoria e manifesta speranza di arricchimento. Provenivano tutti da quella Terra di Lavoro che stava sopportando le conseguenze della spietata lotta tra i due maggiori clan normanni presenti sul territorio, i Drengot e gli Altavilla.

I Normanni, dal loro primo approdo in Terra di Lavoro raggiungeranno quasi subito la Marca Anconetana ed il Ducato di Spoleto dove alcuni gruppi parentali normanni stabiliranno le loro residenze e le loro attività. Non senza resistenze da parte della popolazione. Un documento di Papa Gregorio VII, emesso durante il Concilio di Roma del marzo 1078, spiega bene quanto questa presenza fosse indesiderata: “Excommunicamus omnes Northmannos qui invadere terram S.Petri laborant, videlicet Marchiam Firmanam, Ducatum Spoletanum…“.

In un manoscritto del XVIII secolo, conservato presso la biblioteca comunale di Fermo (cart XLI, n. 946) vengono citati i figli del normanno Giberto di Ismidone, uomo del Guiscardo, che diventeranno signori di Mogliano, Brunforte, Falerone e Monteverde, tutte località vicine a Fermo. Sia Gabriele Rosa, nel suo Disegno della Storia di Ascoli Piceno, che il Chronicon Casauriense parlano di Hugues Maumouzet (Malmorzetto), anche lui uomo del Guiscardo che insedia alcuni dei suoi sette figli come duchi o conti nel Piceno.Anche Malugero Melo, rampollo di Drogone, un figlio di Tancredi d’Altavilla, venne indicato nelle cronache locali ed in una iscrizione, ora purtroppo perduta, come il signore di Monsampietro Morico, un’altra località del Fermano.

Più tardi, durante il 1153 dopo la nomina di Guelfo VI a Dux Spoleti, Marchio Tusciae e Princeps Sardiniae avvenuta nel 1152, si potranno registrare sul confine della Marca e del Ducato di Spoleto presenze di altre famiglie normanne: i Chiaramonte nei castra di S.Cassiano e di Cagli ed i de Clavellis in quelli dell’Orsara e di Capretta.

Possedimenti normanni in Europa nel 1130 (mappa: Captain Blood)

Nel XVII secolo il letterato e storico eugubino Vincenzo Armanni parla nelle sue lettere di alcuni “Conti Chiavelli” residenti in una Civitella imprecisata, forse Civitella Ranieri, vicino Gubbio. Probabilmente un gruppo clavellesco giunto nel Ducato grazie agli ingaggi militari, come i Chiaramonte nella Marca.

Anche i da Varano sono da considerarsi normanni. La conferma arriva da una serie di dipinti murali o guazzi presenti nel Castello di Beldiletto, una dimora di campagna fortificata usata anche come residenza estiva, fatta costruire da Giovanni di Berardo da Varano nei pressi di Pievebovigliana, nei quali è possibile leggere una esplicita dichiarazione di appartenenza al mondo normanno. L’ipotesi è confermata anche dagli storici camerti Lili e Savini.

Probabilmente erano di origine normanna anche i Simonetti di Jesi, come suggeriscono in nomi ricorrenti in famiglia che derivano dal francese antico come Capthio o Boorte. E forse per i loro comportamenti, ma con meno certezze, anche i da Buscareto di Montenovo/Ostra Vetere.

A Fabriano appaiono da subito, nei documenti, tra i residenti tra le mura personaggi di sicura origine normanna come i Bugatti, i Becket/Becchetti oppure i Calvelli. La vicenda dei de Clavellis nelle cronache locali ha inizio nel 1153, al probabile servizio di Guelfo VI di Baviera e con base nel castrum dell’Orsara, ben due anni prima della discesa del Barbarossa in Italia, accostato dagli annalisti ad un Ruggero Chiavelli comandante di un reparto cavalleria imperiale.

Voltone dell’Arco del Podestà (Fabriano, ca. 1326)

I de Clavellis titolari di grandi proprietà nel territorio, presenti militarmente nell’Orsara con evidenti compiti di controllo sul crinale appenninico tra Marca e Ducato, insieme ad altri clan come quello dei Chiaramonte, divennero in breve egemoni nelle vallate del Fabrianese dando un innegabile, decisivo impulso al primo apparire del Comune di Fabriano. Come appare ben visibile da una attenta lettura del contenuto e dalla successione dei documenti di ingresso tra le mura dei vari domini loci il Comune di Fabriano nacque per una chiara convenienza del clan normanno già egemone sul territorio ad avere riunita in un solo luogo tutta la piccola nobiltà rurale con i propri uomini. Infatti in un documento del 1165 presente nel Libro Rosso del Comune di Fabriano i de Clavellis faranno verbalizzare un “nostro castro Fabriani” all’estensore del testo, il giudice Baroncello. E così si evince anche da un altro documento del 1170 nel quale viene assicurato un intervento di protezione, dalle abituali prepotenze di alcuni componenti il gruppo al potere tra le mura verso i residenti e le magistrature comunali, da parte dei de Clavellis.

L’origine del Comune di Fabriano legata ai de Clavellis viene ipotizzata anche dal medievista Gino Luzzatto in un suo saggio: “La concentrazione di tutti i poteri in mano di poche famiglie apparisce talvolta in modo così evidente, che il Comune sembra quasi immedesimarsi nella loro consorteria …” e sostenuta in modo altrettanto autorevole dallo storico Ferdinando Gabotto in parallelo alla genesi di alcuni comuni piemontesi.

Anche in documenti più tardi i de Clavellis vengono considerati esplicitamente come indiscussi “domini” di Fabriano. La genesi ed i contenuti della carta di Sforzolo del 1198 sembrano confermare questa realtà.

Fabriano, Palazzo del Podestà con la fontana Sturinalto (foto: Victor Torresan)

Scorrendo i documenti e le vicende clavellesche, emerge con grande evidenza come ogni azione, sia militare che civile del clan, sia stata costantemente intrapresa e finalizzata al raggiungimento di un reddito.Come la milizia, effettuata sempre in modalità subordinata per lucrare una condotta ed avere poi mano libera nei riscatti e nel saccheggio. Oppure nella promozione delle varie attività artigianali tra le mura, come la lavorazione e il commercio della carta, dei pellami oppure dei tessuti.Anche una richiesta di “cittadinanza” rivolta a Venezia, ignorata dalla storiografia ufficiale, necessaria per l’esercizio dei commerci nella laguna. fu avanzata in quanto funzionale per l’attività imprenditoriale del clan.Questa prerogativa familiare si conferma, se mai ce ne fosse stata necessità, con Chiavello attraverso la Compagnia del Sale realizzata in società con i Malatesta e con un tale Giorgio di Rosa di Zara.

Stemma dei de Clavellis di Ceva

Una dichiarazione esplicita della importanza delle attività commerciali nelle politiche del clan emerge anche nell’ultimo simbolo araldico dei Clavellis di Ceva, che si rifugiarono nel Piemonte meridionale, nell’attuale provincia di Cuneo: nell’arma vengono sfoggiati quattro bisanti. Monete d’oro dentro uno stemma, a conferma dell’anima mercantile della famiglia.

Per gli stretti rapporti con la Terra di Lavoro e di conseguenza con Amalfi, con Federico II, con gli Angiò e quindi con il meridione d’Italia in genere non si scorgono altre possibilità, se non quella dei de Clavellis, su chi possa aver introdotto in un piccolo abitato montano dell’entroterra marchigiano, lontano dal mare e senza alcuna importanza economica e commerciale come erano allora i due castra di Fabriano, la lavorazione della carta con delle particolari tecniche arabe, in uso ancor prima del Mille in Sicilia ed arrivate successivamente in Terra di Lavoro. Tecniche allora sconosciute ovunque nell’entroterra della penisola ed in particolare nella Marca Anconetana.

Basti pensare che il secondo luogo lontano dalle coste dove si fabbricò la carta fu Colle Val d’Elsa, nel 1348. Molto più tardi che a Fabriano in cui il primo documento che parla di “carta bambagina”, come ricorda lo storico Camillo Acquacotta di Matelica, è datato 1268.

Giovanni B. Ciappelloni Giovanni B. Ciappelloni da sempre ricercatore appassionato della storia di Fabriano, con particolare attenzione al basso Medioevo, ha pubblicato ben tre volumi sulla dinastia dei Chiavelli di Fabriano:“Chiavelli e de Clavellis” “Ruggero, Chiavello ed altri Messeri” “de Clavellis de Fabriano, dal XII al XV secolo”. Per informazioni, scrivere all’indirizzo e-mail: nimrod22@libero.it

Leggi anche: La carta, da Fabriano alla conquista del mondo

Read More

L’infamia e i falliti: pietre dello scandalo e berretti verdi

Lo Statuto comunale di Gubbio del 1624 disciplina un istituto che in altra forma sopravvive tutt’ora nel Codice civile, consistente nella cessione della globalità del patrimonio di un individuo ai suoi creditori: la cessio bonorum, “cessione dei beni”.

Lo Statuta civitatis Eugubii, redatto da Iacopo Beni sulla base di un antico codice e anche tramite il confronto con statuti di altri luoghi, fu approvata dal duca d’Urbino Francesco Maria II della Rovere il 31 maggio 1624

Il documento del XVII secolo prevede che laddove un individuo si trovi in carcere per debiti, possa fare apposita istanza al magistrato, istanza che consiste nella richiesta di un beneficio, perché tale era considerata la cessio bonorum.

Dunque il debitore che era in possesso dei requisiti di meritevolezza veniva tradotto dal carcere alla piazza, alla presenza del magistrato e dei creditori, cui doveva manifestare l’intenzione di cedere i suoi beni, ed elencare tutte le sue sostanze, così che venissero annotate a verbale. Doveva poi gridare, sino ad avere la voce roca: “Poiché io ho gestito male i miei affari così da non potere soddisfare i miei creditori, io, [nome], cedo tutti i miei beni”.

Si imponeva in fronte all’insolvente un berretto verde (specifica lo Statuto che doveva essere un berretto e non un elegante copricapo, tipo il pileo). A quel punto, per mano degli “sbirri” si veniva portati sulle scale della Piazza dove il debitore doveva battere le natiche sulla pietra per tre volte, gridando sino a non avere più voce: “Cedo i miei beni”.

Si coglie senza difficoltà la terribile infamia che ne derivava. Quello che la fonte non dice, ma che dobbiamo immaginare, è la folla di individui che, assistendo incuriositi, irridevano, canzonavano; possiamo solo immaginare la polvere della strada, lo sporco, le grida. Viene così resa un’immagine cruda, terribile, violenta.

Se poi i beni non erano sufficienti a ripagare l’intero ammontare dei debiti, si veniva allontanati da ogni ufficio e si decadeva da ogni beneficio, sino a che non si fosse stati in grado di ripagare completamente i propri debiti. Questo era il prezzo della libertà, giacché la procedura doveva essere rispettata minuziosamente per poter evitare il carcere; inoltre, laddove il cedente i beni fosse mai stato trovato senza il berretto verde, sarebbe decaduto da ogni beneficio e sarebbe tornato assoggettabile ad esecuzione da parte dei creditori, finendo quindi inevitabilmente in carcere o peggio.

Pratiche simili alla cessio bonorum, alla cessione dei beni da parte del debitore non costituiscono certo un unicum. Anzi, sono diffuse in tutta Europa, dall’Olanda, al sud Italia. Si riscontrano al più piccole differenze: nel sud della penisola si usa, piuttosto che la pietra su cui battere le terga, una colonna, e così anche in Spagna; ancora: il berretto colorato ritorna spesso, magari con colorazione turchina anziché verde, o talvolta anche gialla.

La “pedra ringadora” di Modena

Questa simbologia è profusa nei detti popolari e nelle tradizioni (dal trovarsi “sul lastrico”, sul lastrone di pietra cioè su cui il debitore doveva sottoporsi a quella umiliante pratica, all’ “essere al verde”, dal colore del berretto, fino allo “sbatterci il sedere”).

Per comprenderne le origini, occorre risalire al diritto romano. Non sappiamo molto del diritto di Roma dalla fondazione sino al 451 a.C. Veniva tramandato oralmente dalla casta dei giuristi che erano anche ammantati di una qualche aura sacerdotale e appartenevano alla classe aristocratica. La prima legge romana di cui abbiamo contezza è racchiusa nelle Dodici tavole del 451-450 a.C., che non sono arrivate sino a noi ma il cui contenuto è ricostruibile sulla scorta degli scritti di importanti giuristi come Gaio Mario (ma anche Cicerone, Aulo Gellio, e così via). Le Dodici tavole racchiudono quello che può essere definito il primo diritto della Roma repubblicana e furono redatte per volontà della plebe, che si sentiva minacciata dal predominio del diritto saldamente tenuto in mano dai patrizi, e la tradizione vuole che sia stata necessaria una (seconda) secessione della plebe per ottenerle.

Allegoria delle Dodici tavole della legge in un testo di diritto del secolo XVI (foto: Sebastian Sapia)

La legge delle Dodici Tavole prevedeva la così detta manus iniectio. A norma di questo istituto al debitore inadempiente veniva concesso un termine dilatorio di trenta giorni, durante i quali nessuna azione poteva essergli intentata contro, scaduto il quale egli veniva posto in stato di arresto e trascinato al cospetto del pretore. Se non estingueva immediatamente il debito allora era tenuto alla catena (il cui peso doveva essere di quindici libbre o minore) per sessanta giorni. Durante quel periodo, il debitore poteva solamente sostentarsi con risorse proprie o con un predeterminato quantitativo minimo di farina che non doveva essergli fatto mancare dal suo creditore.Si veniva sovente impiegati come manodopera per lavori forzati presso la casa del creditore. Scaduto tale ultimo termine, se il debitore non avesse voluto o potuto saldare il debito, ovvero se nessuno avesse voluto prestare garanzia in suo favore, sarebbe stato venduto in tre mercati dell’Urbe come schiavo, ad un corrispettivo pari all’ammontare del debito.

L’infamia consisteva nella capitis deminutio, ovvero nella perdita della capacità giuridica, una forma di morte civile.Si cessava di essere un soggetto di diritto e si diveniva una persona (un sembiante umano), uno schiavo, che non godeva di alcun diritto. In caso di mancanza di offerenti, si sarebbe proceduto alla vendita al di là del Tevere, fuori quindi da Roma, oppure si poteva procedere a uccidere e fare a pezzi il debitore insolvente.

Shylock e Jessica (Maurycy Gottlieb, 1856-1879)

Un eco può cogliersi nel Mercante di Venezia di William Shakespeare, con Shylock che al suo debitore chiede legittimamente una libbra di carne del suo petto, per saldare il debito.

Nel 313 a.C. avviene un a vera e propria rivoluzione in campo giuridico con l’approvazione della Lex Poetelia Papiria: la soddisfazione del creditore non passa più attraverso la persona del debitore, bensì attraverso il patrimonio. Viene infatti introdotta la bonorum venditio, istituto radicalmente diverso, sempre infamante ma che non priva della libertà. L’infamia consiste nel fatto che l’intero patrimonio dell’insolvente è messo all’asta pubblicamente. Il disonore che ne conseguiva era tale che si preferiva lasciare l’intero patrimonio ad uno schiavo e liberarlo, pur di evitare di essere sottoposti a simile procedura.Lo stesso Cicerone testimonia che subirla costituisce offesa peggiore della morte. Una morte civile: si celebra infatti un funerale al quale non partecipano gli amici, ma i creditori riuniti per lacerare quello che resta dell’esistenza dell’insolvente.

Sarà Ottaviano Augusto (il cui periodo al potere va dal 27 a.C. al 14 d.C.) promotore di una riforma – che pertanto porterà il suo nome: la Lex Iulia de bonis cedendis – che supera la bonorum venditio grazie alla quale non è più l’intero patrimonio dei diritti del debitore ad essere messo all’asta, ma i singoli beni. La differenza può sembrare sottile, ma è in realtà di grande importanza. Infatti così non è la totalità dei beni a passare in mano ai creditori: non si aliena la totalità dei rapporti giuridici che riguardavano la persona, così il patrimonio non diviene automaticamente dei creditori. Grazie alla riforma augustea la procedura perde il suo carattere infamante. La nuova procedura è detta bonorum cessio.

Vengono inoltre previste delle proroghe quinquennali per adempiere e si dispone circa la liberazione dal carcere. Viene così raggiunta una certa mitezza della pena. Le testimonianze riportano che nel Foro erano situati vari ammonimenti verso chi abusava delle procedure per soddisfare i crediti, come la statua del Fauno Marsia. Venivano presi anche provvedimenti per scoraggiare e poi mettere fuori legge il prestito usurario.

Scorcio del centro storico di Gubbio

Sorge dunque spontaneo l’interrogativo: come è possibile che a fronte di un quadro normativo di una sorprendente vicinanza a quello odierno, lo Statuto di Gubbio del XVII secolo rechi una disciplina tanto “barbara”? La risposta abbraccia il più ampio tema della sorte delle fonti normative romane dalla tarda romanità prima, al Medioevo poi.

Può anticiparsi, non senza una qualche approssimazione, che il diritto romano viene pressoché dimenticato dopo la caduta della parte occidentale dell’Impero romano. Per la verità, non scompare del tutto. Continua a sopravvivere, nella forma mentis dei giuristi romani che operano al servizio dei dominatori barbari, che ne raccolgono in testi legislativi le usanze e le consuetudini secondo schemi romanistici, nel diritto canonico, e così via. È però innegabile che questo lato della romanità, già entrato in crisi nel IV secolo, vada incontro ad un decadimento profondo.

Nasce così una fase di “volgarizzazione” del diritto romano, che sopravvive per stralci, in forma sintetica e semplificata. Esula da questa trattazione l’analisi del diritto dei secoli a venire. È sufficiente quanto già detto incidentalmente, solo giova ribadire che le fonti romane sono cadute in disuso e in oblio, dal disordine in cui versavano subito prima della caduta dell’Impero romano d’Occidente.

L’evento che ci avvicina al nodo della questione è stagione di riforma della Chiesa dell’XI secolo, culminata con la salita al soglio pontificio di Ildebrando di Soana, che prenderà il nome di Papa Gregorio VII, nel 1073.

Gregorio VII in una miniatura

Egli lascia una indelebile impronta nel processo di riforma della Chiesa (si parla di riforma gregoriana), particolarmente ampio e una cui nota traccia è costituita dal Dictatus papae di appena due anni più tardi. Per la impressionante opera di rinnovamento ecclesiastica diviene necessaria una base normativa considerevole, e pertanto viene avviata una intensa ricerca di testi atti ad affermare l’autorità del Pontefice o a sostenerne le tesi.

In particolare già Urbano II (che è un predecessore di Gregorio VII) invia degli emissari, prescelti fra studiosi di diritto canonico, a scrutare il contenuto delle biblioteche lateranensi. Uno degli emissari si sarebbe imbattuto in un testo che ne ha destato la curiosità, e ne avrebbe pertanto annotato 93 passi. Tale manoscritto è il Corpus Iuris Civilis, redatto per volontà dell’imperatore Giustiniano, e completato nel 534 d.C., quando l’Impero romano d’Occidente era ormai caduto da tempo. Giustiniano intraprende una titanica opera di riordino del diritto romano, di soluzione dei contrasti, dalla portata sistematica.

La sua opera si articola in più parti: Institutiones, Codex, Digestum, oltre alle novelle. Al di là della sistematica dell’opera, chiunque possegga una copia del Corpus giustinianeo, ha in mano la totalità del diritto romano, in una forma concisa, pressoché senza contraddizioni né ripetizioni. L’opera di Giustiniano non avrà alcuna fortuna né in patria, a Costantinopoli, poiché sarà presto superata da altre codificazioni, né in Italia, che Giustiniano tenterà di riconquistare, riuscendovi solo per un breve lasso di tempo, in un ambizioso ma effimero disegno di ricostituzione dell’Impero.

L’opera di Giustiniano viene destinata all’oblio per secoli, sino a quando un emissario di Urbano II la rinviene nelle biblioteche lateranensi. Si presume sia arrivata a Irnerio, lo studioso fondatore della scuola di Bologna, colui che per primo intraprese l’esegesi dell’opera fondando di fatto l’università, dal pontefice Gregorio VII, per tramite di Matilde di Canossa.

Pagine del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano

Si è dunque finalmente al cuore della questione. L’Europa cristiana, unita dalla fede e dal comune retaggio culturale romano, divisa politicamente e territorialmente, diviene una sola nel diritto.

Infatti l’opera di Giustiniano diventa uno strumento imprescindibile per il giurista, giacché reca una profondità di analisi e una casistica che, una volta padroneggiate, offrono delle armi ineguagliabili e argomenti solidissimi.Viene così intrapreso lo studio del Corpus Iuris Civilis in tutta Europa, sicché il diritto romano rivive nel Medioevo, imbastendone il raffinatissimo tessuto normativo.

Tuttavia, essendo trascorso quasi mezzo millennio dalla composizione del Corpus Iuris Civilis, le esigenze sono mutate e si impone un’attività di colmatura dei vuoti normativi, dei casi, cioè, non disciplinati in alcun passo del Digestum. Pertanto il quadro è completo con l’aggiunta di: un diritto dei mercanti, basato sulla consuetudine, speciale, di classe; un diritto comunale, soprattutto espresso negli Statuti, ovviamente diverso in ogni Comune. Si ha così il diritto romano che funge da terreno e fondamenta, su cui si innestano branche particolari (il diritto dei mercanti e gli statuti comunali) a disciplinare quanto Giustiniano non poteva immaginare.

Maestro senese, Cino da Pistoia tra i suoi scolari, 1337 ca., Duomo di Pistoia (foto Sailko)

Si spiega così il fatto che Cino da Pistoia, nella sua glossa dei primi anni del XIII secolo, nel commentare la procedura della cessio bonorum la definisce barbara e violenta, dimostrando di mal tollerarla. Egli chiaramente indica che sono le usanze dei singoli Comuni ormai a disciplinare l’istituto.

In breve, nel Medioevo si è tornati ad una concezione infamante della cessio bonorum, rinnegando quel percorso di mitigazione dell’istituto che ha avuto luogo in secoli di elaborazione romana.

Quello che è curioso è che il giurista medievale non osa eliminare l’istituto, poiché non si azzarderebbe mai a mettere in discussione l’autorevolezza di Giustiniano, né di compiere un’opera di selezione dei passi del Corpus Iuris Civilis. Ciononostante i mercanti non gradiscono l’uso indiscriminato dell’istituto perché l’insolvenza è pericolosa per la certezza degli affari e potrebbe ingenerare dissesti economici a catena. Questa tensione tra diritto romano paneuropeo e le mutate esigenze basso-medievali è espressione di una contraddizione che si potrebbe elevare a paradigma del rapporto fra romanità e uomo medievale.

Difatti quest’ultimo si ritiene ancora suddito dell’Impero romano, impiega in contesti istituzionali la lingua latina (in primis in ambito giuridico, ma anche più in generale per la produzione culturale), professa la fede romana, santifica Giustiniano; d’altro canto però ha necessità diverse, è figlio anche della cultura dei barbari, vive una situazione politica lontanissima da quella latina, ha visto rifiorire il commercio e reca esigenze economiche e sociali che urtano con l’impianto e la logica sottesa al Corpus, nel quale non sono contemplate.

Protagonisti della vita medievale divengono ben presto i mercanti, che esprimono la più importante corporazione comunale. Sono le loro esigenze destinate a prevalere, anche perché controllano i traffici e tengono le redini dell’andamento economico dei Comuni.

Al mercante non interessano dotte disquisizioni dottrinali, egli ha bisogno di immediatezza; è disinteressato agli avvocati e ai tribunali civili: vengono infatti istituiti tribunali appositi ove molto spesso non si ammettono avvocati; è sua urgenza essere ripagato immediatamente dai creditori, difatti le garanzie sono particolarmente tenui.L’insieme di queste regole speciali per i mercanti prende il nome di Lex mercatoria, la legge dei mercanti.

Si è già visto quindi quale terribile sorte toccava a chi si trovasse impossibilitato a tenere fede ai propri debiti, poiché la cessione dei beni era subordinata a una violenta e umiliante procedura, che esponeva al pubblico ludibrio e importava conseguenze come l’allontanamento immediato da ogni magistratura e dalla città. Nel Medioevo la pena colpisce non solo il patrimonio o la personalità (si pensi, rispettivamente, alla multa e al carcere) ma anche l’onore dell’individuo.

La pietra dell’Acculata a Firenze, nella Loggia del Porcellino, era il luogo dove venivano puniti i debitori insolventi

Procedure simili a quelle nello Statuto di Gubbio si trovano pressoché ovunque: a Milano si veniva costretti a battere le natiche per tre volte sulla pietra, completamente nudi; a Padova si svolgeva nello stesso modo, ma si facevano anche suonare le campane; a Modena era presente una lapis vituperii, una pietra dell’infamia, che si usava purificare con la trementina; a Roma si doveva salire per tre volte sul leone marmoreo sulla scala del Campidoglio.

Altro tema ricorrente è quello del berretto, che veniva imposto a particolare categorie di individui per segnalarne la pericolosità sociale e renderli immediatamente riconoscibili come estranei alla totalità dei consociati. Ai mercanti che fallivano era imposto normalmente il berretto verde da portare tutta la vita, pena la morte. Erano ritenuti fedifraghi, in una società che si basava sempre più sull’affidamento, sul presupposto, cioè, che il prossimo avrebbe seguito le regole, avrebbe tenuto fede ai patti, avrebbe pagato i propri debiti e così via.

In breve, diviene prioritario, secondo un calcolo opposto a quello fatto da Giustiniano, di punire chi infrange questo tacito patto, e valorizzare l’effetto di deterrenza e garantire la soddisfazione rapida degli altri mercanti, piuttosto che tutelare la persona del debitore insolvente.

Il Medioevo conosce una amplissima simbologia sul colore, che trova immancabilmente applicazione pratica nell’imposizione del copricapo a categorie di individui ritenuti socialmente pericolosi. Il giallo è il tipico colore del tradimento (si pensi alla veste di Giuda, così come dipinta da Giotto, nel momento più alto del tradimento, nell’atto di dare il bacio, peraltro in un contrasto cromatico forte con quella di Gesù) e pertanto identifica gli ebrei; il verde identifica i falliti, lo si è detto, ma anche i giullari.

Francesco che dona il mantello a un povero è una delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi, realizzato da Giotto tra il 1296 e il 1299

Per dimostrare quanto l’uomo medievale sia circondato e anche permeato da questa simbologia, si pensi all’affresco di Giotto, nella Basilica di San Francesco, ad Assisi, tradizionalmente noto come “Dono di San Francesco al povero cavaliere”. Il pittore deve rendere graficamente in maniera immediata l’immagine di un uomo ricco, caduto in disgrazia, cui san Francesco fa dono del mantello, per coprirlo. In effetti il compito che spetta a Giotto non è affatto semplice: la figura del cavaliere evoca ricchezza, e restituire una immagine contraddittoria in maniera chiara e comprensibile anche a fedeli analfabeti, che non possono aiutarsi con le iscrizioni sotto gli affreschi. Il pittore utilizza un espediente che doveva risultare felice al cospetto dei contemporanei: raffigura il cavaliere vestito di un abito rosso, colore che identifica la nobiltà ma più propriamente l’agiatezza, e in testa al cavaliere, un berretto verde, ad indicare come questi sia caduto in disgrazia da un passato di agiatezza. Questo di Giotto è un exploit perfettamente riuscito. Grazie alla conoscenza delle procedure siamo in grado di tentare questa interpretazione originale e inedita, per la verità suffragata e confortata anche dalla Legenda Maior di San Bonaventura.

La punizione di un debitore insolvente ai piedi della vecchia torre civica di Torino in un dipinto ottocentesco di Pietro Domenico Olivero

Concludendo quindi, si è reso conto di una peculiarità medievale (le procedure infamanti di soddisfazione dei creditori) e se ne è tratto spunto per ampliare il discorso, spaziando non solo al tema del diritto del Medioevo, ma lambendo il rapporto tra Romanità e Medioevo, volendo offrire una prospettiva diversa, ben consci del fatto che, allo stato, si è abituati a visioni manichee, che dividono nettamente la romanità dei latini e la rozzezza dei barbari, e così anche il nitore del diritto romano dal cruento e barbarico diritto medievale.

Si è tentato di dimostrare che il rapporto è invece più interessante e complesso, poiché il Medioevo ha in comune con la Romanità ben più di quanto ne abbia singolarmente con ogni popolazione barbarica particolare, questo senza contare che l’ultimo periodo dell’Impero romano d’Occidente è quasi indistinguibile dai secoli immediatamente successivi, e che la deposizione di Romolo Augustolo non ha costituito nessuna cesura significativa: il mondo romano era cambiato molto tempo addietro, con la sconfitta di Adrianopoli e le scorrazzate dei barbari entro il perimetro del limes, quasi cento anni prima della fine della parte occidentale dell’Impero romano.

Filippo e Marco Marchetti Il testo è tratto dalla lezione che Marco Marchetti ha tenuto al Festival del Medioevo 2017.

Read More

La leggenda del cuore mangiato

Il nome di Guglielmo di Cabestang (in provenzale Guillem de Cabestanh) è legato ad una leggenda medievale di sapore “gotico”.

Una miniatura di Guglielmo di Cabestang

Della vita di questo trovatore sappiamo ben poco. Nato nel Rossiglione da famiglia di alta nobiltà, probabilmente partecipò alla battaglia di Las Navas nel 1212 contro i mori di Spagna. Della sua produzione poetica ci sono pervenute solo una decina di canzoni, anche se qualcuna di dubbia attribuzione. Due suoi componimenti si distaccano dagli altri: il primo, Ar vey qu’em vengut als jorns loncs, risalta per le immagini nuove che propone, mentre la seconda, Lo dous cossire, si distingue per l’artificio di struttura.

E proprio a questa ultima poesia che si collega la leggenda per la quale è maggiormente conosciuto.

Nel suo peregrinare di corte in corte, tipico dei trovatori, Guglielmo giunge a Château Rossillon, feudo di Raimondo di Rossiglione, un vecchio nobile vassallo del re di Aragona. Conosce così Sérémonde, la bella e giovane moglie del castellano, che frequenta assiduamente fino a innamorarsene, naturalmente ricambiato.

Raimondo però si accorge del tradimento e medita vendetta. Incontrato Guglielmo, solo e in un luogo isolato, porta a termine il suo piano, uccidendo il rivale e strappandogli il cuore dal petto. Non ancora soddisfatto, fa cucinare questo cuore con spezie e droghe e lo serve a Sérémonde, che lo mangia con gusto; solo a fine pasto Raimondo rivela alla moglie l’ingrediente del piatto che aveva appena assaporato. Sérémonde impallidisce ma non si scompone, rispondendo così al marito: «Signore, mi avete appena offerto una pietanza così prelibata e delicata che giuro di rifiutare qualsiasi altro nutrimento per poter conservare questo gusto, che porterò con me fino alla morte». Dopodiché si getta dalla finestra, trovando la morte all’istante.

La leggenda prosegue dicendo che i parenti di Sérémone poi si ribellarono a Raimondo, rivolgendosi al re per ottenere giustizia. Alfonso II di Aragona, venuto a conoscenza dell’accaduto, fece sequestrare tutti i beni del suo vassallo, condannandolo al carcere a vita. Fece poi riesumare il corpo di Guglielmo e lo fece seppellire, insieme a quello della sua amata Sérémonde, davanti alla cattedrale di Perpignano.

Paris, Bibliothèque Nationale de France. Ms. Arsenal 5070 (fine XIV s.), Decameron di Giovanni Boccaccio miniato dal Maître de Guillebert de Mets, IV 9 – Guiglielmo Rossiglione offre alla moglie il cuore di Guiglielmo Guardastagno

Questa affascinante e toccante racconto, però, è privo di fondamento storico.

Un Raimondo di Rossiglione fu effettivamente marito di Saurimonda di Pietralata, ma questa gli sopravvisse, si risposò in terze nozze nel 1212 ed era ancora in vita nel 1221. Inoltre Alfonso II di Aragona morì nel 1196, ossia un anno prima del matrimonio di Raimondo.

Ma, al di là di questi elementi contrastanti, riferibili alla vicenda di Guglielmo, la “leggenda del cuore mangiato” era un tema già ampiamente trattato nei lais della Francia settentrionale. Autori del XII secolo l’avevano cantata nel lai Guiron (quello che, secondo il troviero Thomas, Isotta era solita suonare con l’arpa). Alla fine del XIII secolo Jakemon Sakesey l’aveva narrata nel Roman du Châtelain de Coucy et de la dame de Fayel che, modificato con numerose varianti, raccontava la storia d’amore di Guido di Coucy (morto nel 1203 durante un pellegrinaggio in Palestina) con la Dama di Fayel, immaginaria poetessa.

La storia di Guglielmo, benché ricalcata su altre precedenti storie similari, ebbe comunque grande successo di pubblico, al punto che fu ripresa, con pochissime modifiche, da autori successivi. Lo stesso Boccaccio la inserì tra le novelle raccontate nel Decameron (IV, 9): «messer Guiglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e amato da lei: il che ella sappiendo, poi si gitta da una alta finestra in terra e muore e col suo amante è sepellita».

Enzo Valentini

Consigli di lettura C. Di Girolamo, I trovatori, Bollati Boringhieri, Torino 1989.L.M. Paterson, Nel mondo dei trovatori. Storia e cultura di una società medioevale, trad. A. Agra-ti, L. Salmoiraghi – a cura di A. Radaelli, Editrice Viella, Roma 2007. S. Guida, G. Larghi, Dizionario biografico dei trovatori, Mucchi Editore, Modena 2014. M. Schembri, I trovatori. Musica e poesia. I prima cantautori della storia, Zecchini Editore, Varese 2018. P. Di Luca (a cura di), M. Grimaldi (a cura di), L’Italia dei trovatori, Editrice Viella, Roma, 2019.

Read More

Armi con l’anima, spade di re ed eroi

La spada fiammeggiante nella mano del cherubino a guardia dell’Eden accende la notte, scesa per la prima volta sull’uomo dopo il peccato di Adamo ed Eva. La spada fa, così, il suo ingresso nella storia dell’Occidente, oggetto che separa il bene dal male, punisce i malvagi e difende i giusti. Per san Paolo ha due tagli: uno per difendere con sapienza e giustizia; l’altro per offendere, denunciando il peccato. Secondo Alfonso X il savio deve incarnare prudenza, forza, compostezza e giustizia. È anche monito, per Damocle, della caducità della vita.

Carlo Magno con la sua spada, la Gioiasa, in un dipinto di Albrecht Dürer

La spada è, però, l’arma per eccellenza del cavaliere medievale, fedele compagna, parte femminile che lo completa. Spade potenti o magiche, tanto da essere onorate con un nome che ne ricordi la fama, ne testimoniano la crescente importanza militare e sociale. Dalle foreste dei Burgundi ai fiordi scandinavi o alle brulle lande islandesi, c’è sempre un fabbro-mago che forgia una lama invincibile o maledetta, oppure una divinità che lega la spada al destino di un eroe, che sia Volund o san Dustano.

La spada è, soprattutto, segno di regalità e forza. Carlo Magno usa la sua Gioiosa due volte nello stesso giorno: una per decapitare il nemico Corsile, l’altra per nominare cavaliere Ogier che lo ha soccorso e salvato in battaglia. Fabbricata con lo stesso materiale di Durlindana, contiene una reliquia della lancia di Longino e un chiodo della Croce di Cristo, appare ne “Il romanzo di Ogier il danese”, mentre al Louvre è conservata una lama che risale al X secolo (le altre parti sarebbero più tarde). C’è chi sostiene che Gioiosa sia sepolta con l’imperatore, ma le cronache dei lavori del Karlsschrein, voluto da Federico II nel 1215, non riportano alcun ritrovamento.

Una leggenda racconta che in caso di pericolo, un altro regnante, san Venceslao uscirà dal monte Blanik alla testa di un esercito di cavalieri e brandendo la spada di Bruncvík, murata nel Ponte Carlo, decapiterà tutti i nemici.

San Ferdinando III di Castiglia, “l’invincibile paladino di Gesù Cristo” per papa Innocenzo IV, assicurò pace e giustizia alle tre religioni nella Spagna della Reconquista, assiso in trono con il globo crucigero nella mano sinistra e nella destra la spada Lobera, al posto dello scettro tradizionale.

Altri re sono ricordati attraverso le spade cerimoniali conservate nei musei. Edoardo, re d’Inghilterra, è molto adirato con un suo vassallo, la mano scivola sulla spada mentre questo si giustifica. Senza accorgersene il re ha già estratto la spada dal fodero e sta per vibrare il colpo mortale, deviato verso terra solo dall’intervento di un angelo. Da allora Curtana ha la lama spezzata.

Altre armi cerimoniali sono la Spada imperiale, conservata a Vienna, in un fodero con le raffigurazioni di quattordici imperatori; oppure Szczerbiec, utilizzata per l’incoronazione dei re polacchi e scheggiata da un colpo inferto da re Boleslao I alla Porta d’oro nel 1018 (costruita, però, 20 anni dopo) durante la crisi di successione nel Principato di Kiev.

La storia ricorda anche diverse spade di santi, simbolo di forza d’animo e di sacrificio, fino al martirio. Angeli e visioni indicano a Giovanna d’Arco che, giacente in un campo a Sainte-Catherine-de-Fierbois, troverà una spada con cinque croci incise sulla lama, con la quale liberare la Francia dagli inglesi. La leggenda si espande e la spada si trasforma in un ex voto di Carlo Martello per la vittoria di Poitiers. È storia, invece, la spada di Renato D’Angiò, re di Napoli e Sicilia, già compagno d’arme della Pulzella d’Orléans, che reca incisa l’immagine più antica che si conosca della santa francese.

Spada conservata al Museo del Louvre, forse la Gioiosa

La spada dei santi Cosma e Damiano, o spada di Essen, risale al X secolo e sarebbe un dono di Ottone III per commemorare il martirio dei santi medici decapitati proprio con quell’arma.

Non è santo, ma la spada di Trasamondo II, duca di Spoleto fu trasformata in pastorale dopo che Liutprando lo costrinse a farsi religioso e lasciare il ducato a seguito dell’ennesima ribellione.

Ci sono spade che recano i segni della battaglia, armi che hanno un’anima e una personalità propria. Tizona unisce queste qualità al braccio di Rodrigo Diaz, noto come El Cid. Le capacità militari di Rodrigo e l’acciaio moresco di Cordova risultarono invincibili sui campi di battaglia calcati dall’eroe, tanto da fare di Cid-Tizona-Reconquista un trinomio inscindibile.

E se anche la spada non sempre ha nome, incute ugualmente timore. Maometto II crede che Skanderbeg vinca grazie ad armi stregate. Come pegno per un trattato di pace ne ottiene la spada. Poi la rimanda indietro perché non è la “vera spada che fende e uccide come nessuna altra”. Skanderbeg sorride: “Io gli ho mandato la mia spada migliore, ma non potevo mandargli anche il braccio”.

Spada di Renato d’Angiò

La cavalleria teutonica e l’esercito polacco-lituano si fronteggiano da ore, sotto il sole della pianura di Tannenberg. È il 15 luglio del 1410, il Gran Maestro von Jugingen attende che siano i polacchi ad iniziare la battaglia. Ladislao non si muove. Von Jungingen invia gli araldi a Ladislao con un messaggio, riportato dal cronista Jan Dlugosz: “Sua Maestà! Il Gran Maestro Ulrico manda a te … due spade in aiuto affinché … non ritardiate oltre e possiate combattere più coraggiosamente di quanto abbiate mostrato finora … e non posponiate oltre la battaglia”. Sono ricordate come le spade di Grunwald.

Dal campo di battaglia alla tomba. È la storia della spada di Cangrande della Scala. Il 17 luglio del 1921 gli studiosi trattengono il fiato per la nube di polvere alzatasi all’apertura dell’arca di Cangrande e per la sorpresa: poggiata sul corpo del condottiero appare una spada ad una mano, corrosa dal tempo, ma carica di storia e di storie. La ruggine ha intaccato l’arma, con elsa a croce, pomo a disco e manico rivestito di un filo d’argento, lama a doppio filo e a punta stondata. Un’arma da combattimento, anche se le rifiniture sembrano quelle di una spada la cui lama non serviva più a “riparar torti” o a “chietar nimici”.

Anche l’Islam ha le sue spade famose e l’arma che Maometto donò in occasione della battaglia di Uduh al genero Alì, primo convertito all’Islam, organizzatore della cavalleria musulmana, si chiama Zulfiqar, “Quella che fende” (alludendo anche al discernimento tra bene e male). Alì è chiamato leone di Dio, re degli uomini e “non c’è altro eroe che Alì né altra spada che la sua Zulfiqar”. Della scimitarra, però, ne esistono più versioni, ognuna delle quali è, per chi la possiede, quella originale.

Orlando e Durlindana Se la spada di Carlo Magno è misteriosa, quella di Orlando, Durlindana, è leggendaria, che venga da un angelo o dallo stregone Malagigi. Nell’elsa dorata erano conservati un dente di san Pietro, del sangue di san Basilio, alcuni capelli di san Dionigi e un lembo della veste di Maria.

Nella gola di Roncisvalle il paladino Orlando, ormai morente, le parla (“Oh, Durlindana, come sei bella e santa!”), non vuole che cada in mano al nemico, tenta di distruggerla, invano. I segni della spada sulla roccia sono ancora visibili nella “Breccia di Orlando” (al confine tra Spagna e Francia) o a Roma, nella fenditura di un palazzo vicino al Pantheon, nel “Vicolo della Spada d’Orlando”. Un’altra leggenda racconta che il paladino piantò la spada a Rocamadour, in una parete rocciosa verticale. Dove ancora si trova.

Altre spade mitologiche In tema di leggende e paladini possiamo ricordare Balisarda, la spada di Ruggero (forgiata dalla fata Falerina per poter uccidere Orlando, nel racconto di Ariosto); Almace, la spada dell’arcivescovo Turpino; Amadis di Grecia è il cavaliere dall’ardente spada “che fu una delle migliori che mai cingesse cavaliere al mondo, e che oltre alle qualità che ti ho narrate tagliava come un rasoio”, scrive Cervantes; Gramr (anche Nothung o Balmug) è la spada conficcata in un tronco da Odino, liberata (come per Excalibur) da Sigmund e poi utilizzata dal figlio Sigfrido per uccidere il drago Fafnir. Hrunting e Naegling (“Colei che artiglia”) sono le spade di Beowulf: la prima gli viene data da Unferth, ma si rivela inutile nella battaglia contro la madre di Grendel; la seconda viene in possesso dell’eroe (la spada non si acquista, si conquista nella prova) durante la lotta contro la madre del gigante e si spezza nel successivo combattimento con il drago.

Cangrande della Scala

Volontà del cielo, la spada di Le Loi Il “re pacificatore” Le Loi (1385-1433), il nobile feudatario vietnamita che sconfisse l’impero cinese e cinse la corona imperiale (primo di una dinastia che terminò nel XVIII secolo), impugnava Volontà del cielo, una spada dai poteri magici e invincibile. Le Loi l’aveva ricevuta in dono dal Re drago, il semidio Long Vuo’ng, proprio per unificare il Vietnam e scacciare l’invasore cinese. Compiuta la missione la spada doveva tornare da dove era venuta. Un anno la vittoria sui cinesi Le Loi si trovava in barca sul lago Ho Luc Thuy, quando dalle acque uscì Kim Qui, la tartaruga dal guscio dorato, e iniziò a parlare con voce umana, chiedendo al re di restituire la spada a Long Vuo’ng. Le Loi lanciò la spada alla tartaruga che, afferratala con il becco, scomparve nelle acque di quello che da allora venne chiamato Ho Hoan Kiem, il lago della spada riportata.

Honjo Masamune, la spada scomparsa Il generale Honjo “Echizen no kami” Shigenaga, nel XVI secolo, conquistò la spada forgiata dal maestro Masamune (1264-1323) al termine di uno scontro con il rivale Umanosuke. Con l’elmo spaccato da un colpo di katana riuscì a sopravvivere e uccidere il nemico, dando anche il proprio nome alla spada: Honjo Masamune. La spada passò di mano in mano fino all’ultimo proprietario accertato, Tokugawa Iemasa (discendente dell’omonimo shogunato), il quale la consegnò nel dicembre del 1945 alla stazione di polizia di Mejiro così come ordinato dai vincitori statunitensi allo sconfitto Giappone. La spada fu ritirata da un sergente dell’esercito statunitense (sul cui nome non c’è certezza, forse per un errore di trascrizione fonetico) e da allora se ne persero le tracce, insieme con tante altre lame storiche nipponiche.

Umberto Maiorca

Articolo pubblicato su Medioevo Misterioso n° 19 Novembre-Dicembre 2018 ©

Read More

La corona dei sette castelli

Il borgo di Rotecastello, cioè “ruota-castello”, prende il nome dalla struttura fortificata a forma di ruota, di cui è visibile la torre principale (foto: Fiorenzo Lo Grasso)

Sette come i colli di Roma, come le meraviglie del mondo, come i giorni della settimana: Rotecastello, San Vito in Monte, Pornello, Ripalvella, Poggio Aquilone, Civitella dei Conti e Collelungo. Sono i castelli che fanno da corona a San Venanzo: custodi di una memoria che affonda le sue radici nella notte dei tempi, capace di richiamare culti antichi, cospirazioni, miracoli, e persino fantasmi e tesori nascosti.

L’infinità di reperti archeologici distribuiti lungo il percorso, testimonia la presenza degli Etruschi prima e dei Romani poi. Le fortificazioni iniziano invece ad essere realizzate al tempo delle invasioni barbariche. Cambieranno più volte padrone, sempre al centro delle guerre di confine fra i Comuni di Orvieto, Perugia e Todi. Poco fuori l’abitato di San Venanzo sorgeva l’Ospedaletto, antico ricovero per pellegrini sorto nel Medioevo sul tracciato dell’antica strada etrusca e che diede poi il nome ad un agglomerato di poche case.

A tre chilometri a sud ovest dal capoluogo appare Rotecastello, ovvero “ruota-castello”. Prende il nome dalla struttura fortificata a forma di ruota, di cui ancora visibile la torre principale: si dice che fosse la prigione e anche il luogo delle esecuzioni dei condannati, che venivano fatti salire fino in cima e poi lanciati verso un fondo armato di pali acuminati. Rimasto sempre legato a Orvieto – che gli concesse gli statuti nel 1502 – ancora oggi il borgo celebra il suo glorioso passato con la manifestazione “Agosto in Medioevo”.

Ben più tormentata è la storia di San Vito, castello edificato, distrutto e ricostruito diverse volte nei corso dei secoli. Abitato sin dal paleolitico, conserva le più antiche tracce della presenza dell’uomo nell’Italia centrale. Il suo nome originario era “Baccano” perché, trovandosi lungo il tragitto che collegava Perugia a Orvieto, era sede di un osteria dove i viandanti – godendosi il riposo e il buon vino – facevano baldoria durante le lunghe notti di inverno. Il nome attuale deriva invece da una leggenda secondo cui nel borgo avrebbe soggiornato il santo siciliano Vito.

San Vito ha due agglomerati urbani, a valle e a monte (foto: Fiorenzo Lo Grasso)

Oggi il paese è diviso in due agglomerati di case: uno a valle – San Vito in Monte – e uno in alto, San Vito Castello: una terrazza a 620 metri di altezza dal quale si gode un panorama che permette di precipitare lo sguardo sui territori di cinque regioni: dall’altopiano Alfino all’Amiata, dal Monte Nerone ai Sibillini e dal Gran Sasso ai Vulsini, passando per il massiccio del Terminillo. La località è famosa per le acque ferruginose della sorgente dell’Acquaforte, utilizzate anche da personaggi illustri come papa Leone XIII, che quando era arcivescovo di Perugia veniva qui a “ritemprare nell’aria e nell’acqua la sua vita”.

Ormai quasi del tutto abbandonato, il castello di Pornello è citato dalle cronache sin dal 1137 e deve il suo nome al fatto che il luogo dove sorge era ricco di pruni. Possedimento dei Bulgarelli, nel 1317 fu assegnato in perpetuo alla Chiesa orvietana. Nel 1380 fu teatro di una battaglia che diede origine a una suggestiva leggenda: Berardo Monaldeschi aveva assalito e saccheggiato Orvieto e si stava dirigendo verso Perugia, quando – proprio nei pressi del castello – era stato sorpreso dalle milizie del conte Ugolino di Montemarte. Del tesoro trasportato non si ebbe più alcuna notizia: secondo la fantasia popolare si trova ancora nascosto da qualche parte, nei dintorni del borgo.

Arrampicato a 295 metri sulla sommità di una collina di marmo e calcare che domina il corso del torrente Fersinone, il minuscolo Poggio Aquilone oggi è occupato da appena 78 abitanti. In un primo tempo si chiamava semplicemente Poggio, ma nel 1312 Arrigo VII di Lussemburgo, alleato di Todi, dopo aver saccheggiato Marsciano dimorò qualche giorno nel Palazzo del Castello e concesse alla città il privilegio di poter inserire nello stemma l’Aquila nera incoronata sopra uno scudo d’oro, aggiungendo così la seconda parte al nome del borgo. Nel 1422 il castello ottenne gli Statuti da Ranuccio il Vecchio, umanista e uomo d’armi al servizio di Venezia. La moglie Todeschina, figlia del Gattamelata, lo amministrò per conto del marito lontano.

Civitella dei Conti, villa fortificata del Trecento, divenne proprietà dei conti di Marsciano, dai quali prende il nome (foto: Fiorenzo Lo Grasso)

Proprio di fronte a Poggio Aquilone si affaccia Civitella dei Conti, villa fortificata nel XIV secolo della quale è oggi possibile ammirare il torrione, le mura perimetrali, la chiesetta e le carceri sotterranee. Recenti campagne di scavi archeologici hanno riportato alla luce testimonianze di civiltà dell’Età del ferro e di epoca etrusca e si suppone che nell’area fosse esistito un tempio pagano, ipotesi incoraggiata dalla presenza di una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, che svolgeva in qualche modo il ruolo di “esorcista” nei luoghi degli antichi culti. “Civitella della Montagna” – questo il nome originale – era passata attraverso molte mani prima di diventare proprietà dei Conti di Marsciano, da cui assunse il nuovo nome. Per secoli è stata contesa tra Perugia e Orvieto e oggi è una proprietà privata.

Eretto anch’esso sui resti di una villa romana, il castello di Collelungo ospita uno dei principali centri religiosi del territorio: la chiesa parrocchiale è infatti il santuario della Madonna della Luce, sorto intorno a un affresco del XIII secolo attribuito a Pietro di Nicola di Orvieto, rimasto nascosto per secoli, nella vecchia chiesa, da uno strato di intonaco che cadde il 24 aprile 1827 durante il rientro di una processione: un evento giudicato miracoloso tanto da attirare da due secoli ammalati, pellegrini e curiosi. Tra i suoi devoti più illustri anche papa Paolo VI, che nel secondo dopoguerra fu ospite a Collelungo della famiglia dei Conti Righetti-Faina.

Il castello ospita anche una cantina rinomata sin dall’Ottocento, che utilizza i sotterranei per l’affinamento dei vini: qui le botti stazionano nelle gallerie lunghe ben 150 metri in un suggestivo percorso tra archi e passaggi segreti, utilizzato anche da Imperia di Montemarte, moglie del signore di Collelungo Corrado Monaldeschi, per allontanarsi di notte dal palazzo e incontrarsi con l’amante. Quando la sventurata venne scoperta fu uccisa dal marito. E da allora diventò, secondo la leggenda, un fantasma che ancora oggi si aggira tra i boschi nelle notti ventose a cavallo di un destriero, invocando il nome del suo perduto amore.

Arnaldo Casali Articolo pubblicato su MedioEvo N° 259 di agosto 2018

Read More

  • Consenso al trattamento dati
error: Tutti i contenuti di questo sito web sono protetti.