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Category Archives: Stereotipi

“Torture da Medioevo”

La Vergine di Norimberga abbraccia il fedele e lo accoglie nel suo ventre di ferro.

Gli occhi sbarrati fissano il vuoto, le labbra socchiuse lanciano un grido muto; il suo manto è infernale, la stretta è tagliente, il suo utero è popolato di lame che ti graffiano, ti tagliano, ti penetrano, si conficcano negli occhi e ti strappano le budella, fino a farti letteralmente a pezzi.

Una delle tante versioni dello strumento di torura noto come Vergine di Norimberga

Perché non è mica l’Immacolata, questa Vergine qui: no, questo è un sarcofago di ferro al cui interno sono fissati coltelli affilati su tutta la superficie mentre due lame, più lunghe e sottili, sono piazzate all’altezza degli occhi. Tutte le punte acuminate hanno la funzione di ferire il condannato senza lederne gli organi vitali, per prolungarne così quanto più possibile l’atroce agonia.

La Vergine di ferro – o Vergine di Norimberga – è forse il supplizio più celebre del Medioevo, tanto radicato nell’immaginario collettivo da aver dato il nome ad uno dei gruppi heavy metal più celebri della storia del rock: gli Iron Maiden, la cui iconica mascotte è uno zombi ghignante.

Peccato allora che una tale tortura, tanto terrificante da accarezzare le nostre paure e stuzzicare la sete di sangue, in realtà, non sia mai esistita. Già, perché di medievale, la Vergine di ferro, non ha proprio niente. E a dirla tutta, nemmeno di reale: il primo esemplare è stato trovato a Norimberga nel XIX secolo ma non è mai stato usato: nasce già allora, infatti, come falso storico fatto realizzare dagli aristocratici per impressionare i propri visitatori e assecondare il gusto per un finto medioevo gotico.

Il logo del gruppo heavy metal Iron Maiden

Come tanti altri oggetti simbolo dell’Età di Mezzo (a cominciare dalla cintura di castità) la Vergine di ferro è un mito coniato nel Settecento per contribuire a costruire l’idea del medioevo come epoca oscura e selvaggia: quella “pattumiera della storia” – per usare la definizione di Trockij – fatta di inquisitori, streghe e un enorme quantitativo di violenza e atrocità gratuite.Della Vergine, infatti, così come della maggior parte degli strumenti di tortura pseudo medievali, non solo non esistono originali, ma nemmeno fonti storiche che ne attestino l’utilizzo.“Ci si aspetterebbe di trovare almeno una menzione – scrive Gabriele Campagnano in Quei falsi sulle torture medievali pubblicato sul sito Zhistorica – nel Philippi a Limborch Historia inquisitionis, scritto nel 1692 da un teologo protestante fortemente critico della Chiesa”.

E invece nulla, silenzio assoluto. Anche se una base storica che ne ha ispirato la fantasia sembrerebbe esserci: è lo Schandmantel, ovvero il “Mantello della Vergogna”; una sorta di barile che le autorità civili facevano indossare alle prostitute con lo scopo di impartire una pubblica umiliazione. Insomma uno strumento che c’entra con la Vergine di Norimberga quanto la gogna con la ghigliottina. Bisogna dire comunque che il letale sarcofago è in ottima compagnia: la maggior parte degli strumenti di tortura che si possono ammirare nei tanti musei disseminati per il mondo non sono infatti documentati in alcun modo.La cosa paradossale è che non solo i musei della tortura (per farsi un’idea di quanti e quali siano basta andare sul sito www.torturemuseum.it) raccolgono esemplari di strumenti leggendari, ma buona parte di queste leggende sono state create ad arte dai musei stessi.

La Forcella dell’eretico

Un esempio clamoroso di falso contemporaneo è la Forcella dell’Eretico: si tratta di una doppia forchetta legata al collo, con le punte rivolte sotto il mento e al petto, che avrebbe avuto l’obiettivo di impedire qualsiasi movimento della testa della vittima, che poteva solo sussurrare “abiuro”. Citato persino nel volume La storia dell’inquisizione di Carlo Havas, trova in realtà la sua prima attestazione nel catalogo della mostra di strumenti di tortura organizzata nella Casermetta di Forte Belvedere a Firenze nel 1983.

Applicazione della tortura con la Forcella dell’eretico

Tanto terribile quanto fasulla è poi la “pera vaginale” che sarebbe stata utilizzata per dilatare vagine e orifizi anali di streghe e di cui esiste anche una variante orale. Un curioso ibrido tra una sedia elettrica e il letto di un fachiro indiano è poi la Sedia inquisitoria: un trono di ferro interamente ricoperto di punte acuminate, dove la vittima veniva legata durante l’interrogatorio. “Il quantitativo di metallo utilizzato e la presenza di chiodi fatti in serie – commenta Campagnano – lasciano presupporre una prima fabbricazione modernissima. È quantomeno sospetto che le prime riproduzioni della Sedia Inquisitoria siano del XX secolo, anzi, più precisamente, dell’ultimo quarto del secolo scorso”. Secondo lo studioso anche questo improbabile arnese potrebbe essere stato inventato appositamente per la mostra degli strumenti di tortura di Forte Belvedere che ha fatto conoscere – se non creato dal nulla – la Forcella.

La pera vaginale

Tra i più celebri e più sfacciatamente falsi storici c’è la Culla di Giuda, che vedeva il condannato sospeso al di sopra di un cavalletto in cima al quale era posta una piramide sulla quale, attraverso un sistema di corde, sarebbe stato mosso in modo che la punta penetrasse nei genitali o nell’ano. Nonostante faccia parte dell’immaginario collettivo, è difficile – al di fuori dei soliti musei della tortura – trovare qualcuno che gli dia seriamente credito.“D’altronde, immaginare un trabiccolo del genere – commenta ancora Campagnano -, per cui era necessario l’impiego di diverse persone, 4 funi e un puntale di legno, è storicamente (e fisicamente, visto l’impossibilità di mantenere in equilibrio l’imputato) demenziale”. Non a caso, ancora una volta, l’origine di questo marchingegno è la “fabbrica di falsi” di Forte Belvedere, e la datazione è sempre 1983.Non deve stupire, in realtà, tutta questa creatività nell’inventare atrocità tanto fantasiose, dal momento che la realtà storica – di suo – offre ben poco, e se i musei della tortura dovessero raccogliere strumenti realmente utilizzati resterebbero praticamente deserti.

Esempio di utilizzo di una versione della Culla di Giuda

Le torture usate nel Medioevo, infatti, erano poche e più semplici: c’erano i ‘tratti di corda’ (l’inquisito, con le mani legate dietro la schiena, veniva sollevato più volte in aria per mezzo d’un sistema di carrucole e poi lasciato cadere); il ‘cavalletto’ (un ordigno sul quale si stiravano le membra del torturato); il ‘fuoco’ (si ungevano i piedi del torturato per avvicinarli poi a una fonte di calore); la ‘stanghetta’ (un sistema di contenzione che comprimeva polsi e caviglie); le ‘cannette’ (si stringevano con appositi strumenti le dita giunte del tormentato); la ‘veglia’ (s’impediva al torturato, legato a un sedile, di addormentarsi per un periodo che poteva arrivare a quasi due giorni); la ‘bacchetta’, uno staffile che si poteva usare anche nei confronti dei minorenni, non però prima del nono anno d’età.L’uso dei carboni ardenti e del ferro rovente viene invece screditato dalle autorità ecclesiastiche a partire dal 1215, quando Innocenzo III proibisce di suffragare le torture con la benedizione, privandole così – a dispetto dei luoghi comuni – di ogni forma di sacralità.

La botte denominata Mantello della vergogna

D’altra parte non sono solo le torture ad essere oggetto di fantasie: “I luoghi comuni sull’inquisizione sono molti” spiega Franco Cardini in un’intervista con Avvenire pubblicata nel 2013. “La prima nozione da sfatare è che procedesse in modo arbitrario e per la volontà della Chiesa di asservire la società laica alla sua visione repressiva e fanatica. Ciò è totalmente privo di fondamento e corrisponde a una ‘leggenda nera’ avviata nei secoli XVIII e XIX, prima in ambito illuministico e poi protestante: due propagande calunniose, che volevano distorcere la realtà in modo anticattolico. Tra l’altro, i roghi erano più frequenti nei Paesi della Riforma, soprattutto calvinisti, che in quelli soggetti a Roma”.

La verità è che i processi dell’inquisizione erano in generale corretti e il ricorso alla tortura c’era nella misura in cui si trattava di un espediente usato a quel tempo nei tribunali laici. “Normalmente il processo inquisitoriale si concludeva col non luogo a procedere oppure con condanne leggere come l’esilio, pene pecuniarie, penitenze. Gli specialisti oscillano tra il 40 e il 70% di processi conclusi con una condanna, e in questa percentuale – alta ma non schiacciante – la pena capitale è relativamente rara, senza contare che c’erano infiniti modi per evitarla”.

I Catari al rogo in una miniatura

In sostanza il rogo coglieva solo l’eretico che si metteva nelle condizioni di essere considerato recidivo. E in generale non si finiva davanti all’Inquisizione per le proprie opinioni, ma sempre per l’accusa di reati effettivi come aver procurato aborti, avvelenato qualcuno o commesso delitti.

Quanto alla tortura: “Era chiaramente regolata: non doveva essere più feroce e dolorosa di un certo livello, doveva essere limitata nel tempo e spesso si svolgeva sotto il controllo di un medico. Inoltre poteva essere usata solo in due casi: quando le dichiarazioni dell’imputato erano contraddittorie o quando le prove di un processo non fossero chiare”. “Durante l’Alto Medioevo – scrive ancora Cardini in Storia della tortura giudiziaria pubblicato su Medievista.it – la tortura fu in genere sostituita dall’ordalia, che con essa aveva in comune la concezione del rapporto tra coscienza soggettiva d’innocenza (o di colpevolezza) e capacità di sopportare prove e sofferenze”.

Papa Innocenzo IV ritratto in una miniatura

L’interrogatorio sotto tortura, invece, è attestato a partire dal 1228 nel Liber iuris civilis, e viene legittimato da Innocenzo IV nel 1252.Si dovevano però evitare sia la mutilazione permanente sia la morte. “In età tardo medievale e rinascimentale abbondano i trattati sulla tortura che si preoccupano di legittimare e al tempo stesso di disciplinare la pratica. Già nei giuristi medievali si avvertono molto vivi la preoccupazione per gli abusi e il dubbio sull’efficacia della tortura in rapporto alla fragilità umana e alla paura del dolore”.Tuttavia, molto forte era l’argomentazione dell’inquisitore Bernardo Gui (divenuto celebre come antagonista in Il nome della rosa) secondo il quale “la sofferenza induce a riflettere”.

“Sia nei processi civili sia in quelli inquisitori ali – continua Cardini – la tortura era raccomandata nei casi in cui l’imputato si ostinasse a negare la sua colpa ma non fosse in grado di dimostrare con prove o argomentazioni la sua innocenza; o quando, pur avendo egli ammesso la colpa, vi fossero fondati motivi per ritenere non completa la sua confessione”.

Naturalmente erano previste categorie di persone verso le quali la tortura era inapplicabile: nobili, i militari, cavalieri, chierici, bambini, vecchi e donne incinte. Con tutte le deroghe del caso, ovviamente. La tortura poteva essere inoltre applicata solo sulla base di una preliminare sentenza, rispetto alla quale l’imputato poteva appellarsi: “Se e quando possibile, si tendeva a far sì che la sola paura della sofferenza bastasse a far confessare la verità. All’applicazione della tortura, che doveva essere eseguita secondo i limiti, nei modi e nei tempi sanciti nella sentenza, dovevano assistere i giudici inquisitoriali (quindi il vescovo del luogo e l’inquisitore) o i loro vicari ufficiali”.

L’ordalia di Riccarda di Svevia (840-906 ca.), in un dipinto di Dierec Bouts

Mezzi e sistemi di tortura variavano in relazione alle consuetudini locali: il testimone che avesse resistito al dolore senza ritrattare era considerato veridico e l’imputato che vi avesse resistito senza confessare era dichiarato innocente. I notai erano chiamati a registrare con precisione carattere e durata dei singoli tipi di tortura; dopo di essa, si chiedeva all’imputato confesso di confermare la sua confessione, nel qual caso si parlava di confessione spontanea.“È indebito il carico che talora si fa ai tribunali inquisitoriali di aver usato sistematicamente la tortura: in ciò, essi non facevano che seguire la pratica giuridica dell’epoca; e vi sono testimonianze numerose d’una forte resistenza degli inquisitori a servirsi dell’extrema ratio, cui si ricorreva di solito soltanto dopo aver provato altre vie, quali, anzitutto, la prigione ‘stretta’ che prevedeva digiuno e privazione del sonno”.

Il domenicano frate Eliseo Marini, nel suo Sacro arsenale pubblicato nel 1631, sosteneva che la tortura dovesse essere applicata solo se le altre prove fossero del tutto insufficienti, e massima l’incertezza; e ammoniva che si procedesse con prudenza, si mostrassero all’imputato gli strumenti di tortura prima di usarli, gli si proponesse ripetutamente di pensare a quel che faceva, s’interrompesse più volte il procedimento per dargli modo di riflettere.

“La costrizione della volontà risulta insomma chiara – conclude Cardini – ma l’arbitrio dei giudici e la durezza del tormento si riducevano e si disciplinavano per quanto era possibile”. Torturare sì, insomma: ma con giudizio.

Arnaldo Casali

Consigli di letturaModesto Rastrelli, Fatti attenenti all’Inquisizione e sua istoria generale, e particolare di Toscana, 1782.Franco Cardini, Marina Montesano, La lunga storia dell’inquisizione. Luci e ombre della «leggenda nera», Città Nuova, 2005.Andrea Del Col, L’inquisizione in Italia. Dal XII al XXI secolo, Mondadori, 2007.Franco Di Bella, Storia della tortura, Odoya, 2008.Henry Veyrier Roland Le Musée des supplices, Villeneuve 1973.

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Mille e non più mille

Una ironica previsione del tempo per il 21 dicembre 2012

L’ultima volta che doveva finire il mondo è stato il 21 dicembre 2012. Ce lo avevano promesso i Maya, e invece poi non se ne è fatto niente.

Prima di allora era stato nel 2000, ma erano tutti troppo occupati a festeggiare e anche quella volta non c’è stato verso di veder distrutti pianeta e razza umana, quantunque tra riscaldamento globale e terrorismo internazionale il nuovo millennio, qualche premessa, si è almeno premurato di crearla.

Tuttavia la più celebre non fine del mondo resta sempre quella dell’anno Mille: allora sì che folle immense si raccoglievano in preghiera e in penitenza in attesa che la mezzanotte incenerisse tutto; altro che fuochi d’artificio e dirette televisive.

Mano a mano che l’anno fatidico si avvicinava, il mondo si preparava a chiudere la propria storia: l’apocalittico conto alla rovescia impediva di fare progetti, e allora ci si concentrava unicamente sulla salvezza dell’anima, cercando di farsela trovare il più pulita possibile per il giorno del giudizio.

“Nel Medioevo era universale credenza che il mondo dovesse finire con l’Anno Mille dall’Incarnazione” afferma Jules Michelet nella sua Storia di Francia apparsa nel 1833. E prosegue: “In quei tempi di miracoli e leggende, il meraviglioso faceva parte della vita comune. L’esercito di Ottone aveva visto il sole scolorirsi e re Roberto, scomunicato per aver sposato la cugina, si era ritrovato tra le braccia un mostro, quando la regina aveva partorito. Il diavolo non si preoccupava neanche di nascondersi: non era stato forse visto presentarsi a Roma davanti a un papa mago? Fra le tante apparizioni, visioni, voci strane, miracoli di Dio e prodigi del demonio, chi poteva dire se la terra non si sarebbe dissolta un mattino al suono della tromba fatale?”.

Nessuno lavorava più nei campi mentre le chiese erano sempre più affollate. Negli ultimi mesi del 999, poi, il mondo si ferma del tutto: l’intera popolazione mondiale è riunita in preghiera ad aspettare la fine. Tutti sono lì che aspettano l’alba del tramonto dell’universo.

Compagnia in processione in una miniatura tratta dalla cronaca di Tournai di Gilles Li Muisis (sec. XIV)

Tutti tranne uno: papa Silvestro II, che proprio il 31 dicembre 999 emana una bolla in cui conferma vari privilegi ad un monastero tedesco, vincolandolo all’obbligo di pagare, in futuro, dodici denari ogni anno. In futuro? Ma quale futuro? Proprio il papa, che dovrebbe conoscere meglio di ogni altro i progetti dell’Altissimo, è l’unico a non sapere non ci sarà alcun futuro?

No, in effetti, non è proprio l’unico: gli storici hanno ritrovato un documento notarile con cui, nello stesso periodo, viene stipulato un canone di affitto tra il monastero di Tortona e due fratelli agricoltori; l’abate si prende l’onere di affittare terreni di proprietà del monastero ai due fratelli per la durata di 29 anni.Ventinove anni? O la Chiesa ci prende in giro o c’è qualcosa che non torna. Sarà mica che il terrore dell’anno Mille non è altro che l’ennesima bufala sul Medioevo confezionata nell’Ottocento, come il terrapiattismo, la cintura di castità e lo Ius primae noctis?Secondo Georges Duby decisamente sì: i terrori dell’anno Mille sono solo frutto di una leggenda romantica: “Gli storici del XIX secolo hanno pensato bene di ricostruire l’attesa dell’anno Mille in termini di panico collettivo, falsando la storia”.

L’allegorico affresco del Trionfo della Morte (Maestro del Trionfo della Morte, sec. XV, Palermo, Galleria di Palazzo Abatellis)

“V’immaginate il levar del sole nel primo giorno dell’anno Mille? – dice da parte sua Giosuè Carducci nel 1868, all’inizio del suo primo discorso sullo svolgimento della letteratura nazionale – Questo fatto di tutte le mattine ricordate che fu quasi un miracolo, fu promessa di vita nuova, per le generazioni uscenti dal secolo decimo? E che stupore di gioia e che grido salì al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accasciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e nei chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi mormoni per le piazze e alla campagna, quando il sole, eterno fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mattina dell’anno Mille!”.

Eppure proprio nello stesso secolo arrivano anche le prime smentite: nel 1873, appena cinque anni dopo il discorso di Carducci, viene pubblicato in Francia il primo articolo che sfata il mito: I pretesi timori dell’anno Mille di Francois Pleine: un prete antimodernista impegnato a difendere la Chiesa dall’accusa di aver diffuso timori e superstizioni durante il Medioevo.

D’altra parte l’unica fonte medievale a citare la paura della fine del mondo è Abbone di Fleury, abate e grande intellettuale, che nel 998 racconta come in Francia girassero da anni predicatori che annunciavano l’apocalisse per la fine del secolo.

Silvestro II fu papa dal 999 al 1003. Grande studioso, contribuì a diffondere in Europa le conoscenze scientifiche arabe, in particolare al matematica e l’astronomia

Attenzione, però: religiosi che profetizzavano la fine del mondo ce ne sono sempre stati. Gesù Cristo stesso lo aveva fatto, mille anni prima, e già allora – secondo lui – il giorno del giudizio era vicino. Cosa si intenda per vicino, però, nessuno lo hai mai precisato e di certo nessun annuncio escatologico ha messo una data di scadenza alla fine del mondo.

Peraltro, nessuno nell’anno Mille poteva essere terrorizzato dalla fine del mondo nell’anno Mille per un motivo molto semplice: quasi nessuno nell’anno Mille sapeva di stare nell’anno Mille.Il computo degli anni dall’incarnazione di Cristo viene introdotto intorno al 500 da Dionigi il piccolo, che calcola l’anno di nascita di Gesù nel 753 dalla fondazione di Roma. Nel corso del Seicento l’era cristiana viene utilizzata in Italia nelle tavole di cicli pasquali e nelle cronache, per finire infine anche nei documenti pubblici e privati. Nel Settecento si trova negli atti dei sovrani franchi e inglesi, mentre solo nel corso del Novecento si impone in gran parte dell’Europa occidentale. In Italia il primo atto pontificio datato con l’era cristiana risale al 968 mentre l’uso di contare gli anni anche “avanti Cristo” verrà adottato solo nel XVIII secolo. Quando il Mille si avvicina, quindi, l’Anno Domini ha appena preso piede, pur restando affiancato – in tutti i documenti – da altre numerazioni tradizionali, come l’anno di regno del sovrano e quello di indizione, che indica la numerazione dell’anno all’interno di un ciclo di quindici.

Giosuè Carducci (1835-1907)

Non bisogna pensare dunque all’Anno del Signore come ad una sorta di ora legale, che una volta introdotta cambia la vita di tutti i cittadini, quanto piuttosto ad uno strumento tecnico utilizzato esclusivamente dagli addetti ai lavori, un po’ come potevano essere i computer negli anni Ottanta.Il fatto quindi che il calendario secondo l’era cristiana – nel X secolo – era utilizzato in gran parte dell’Europa occidentale, non significa certo che l’intera popolazione fosse cosciente di essere nell’anno Mille. E forse non lo erano nemmeno, in qualche modo, quelli che lo scrivevano nei loro documenti.

Nella nostra epoca ossessionata dal tempo l’anno solare da semplice computo è diventato un valore assoluto: noi diciamo di “essere” nell’anno 2019, come se fosse l’anno a misurare la nostra vita e non il contrario. Nel Medioevo dicevano, piuttosto, “sono passati 1000 anni dall’incarnazione di Cristo”.

Insomma l’anno era uno strumento di misurazione, non un riferimento universale; all’uomo comune medievale il numero dell’anno interessava assai poco: il tempo medievale è un tempo ciclico, scandito dalle stagioni; per il contadino o il pastore gli anni sono più o meno tutti uguali e assegnargli un numero interessa solo a chi deve compilare cronache o documenti. Non a caso, se oggi sulle tombe si scrive la data di nascita e quella di morte, nelle lapidi antiche viene indicata piuttosto l’età del defunto, a volte in modo anche estremamente preciso (con anni, mesi e giorni).

Insomma nel X secolo ognuno si misurava il suo, di tempo – l’uomo di strada come il papa e l’imperatore – e poco poteva interessare l’idea di “essere arrivati” al fatidico anno Mille.

Ma dove nasce allora la leggenda? Principalmente dal cosiddetto millenarismo; che, però, con l’anno Mille c’entra quanto le profezie dei Maya con la fine del mondo.

Nell’Apocalisse di Giovanni c’è scritto effettivamente: “Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della Terra”.

I dannati nel Giudizio universale di Luca Signorelli (1499-1502)

Anche una lettera di Pietro fa riferimento ai mille anni e Agostino per primo parla del “millennio” come il periodo che intercorre tra la venuta di Cristo e la fine del mondo; che non necessariamente, però, deve durare mille anni. Anche perché, come annota Abbone nel 998 criticando i predicatori che annunciano la fine del mondo: “Basta aprire la Bibbia, per constatare come Gesù abbia detto che mai si sarebbe saputo il giorno, né l’ora”.Pur scrivendo appena due anni prima, dunque, Abbone dimostra di prendere l’imminente apocalisse anche meno seriamente di quanto avrebbero fatto gli uomini del XXI secolo per quella del 2012.

Insomma la predicazione escatologica – che attraversa tutta la storia cristiana – non ha nulla a che fare con le superstizioni legate all’anno Mille; inventate, guarda caso, alla fine del Quattrocento, quando gli umanisti rinnegano gli anni che li hanno preceduti descrivendoli come un’epoca buia in cui l’ignoranza e le superstizioni la facevano da padrone. L’attesa della fine del mondo viene concepita così quasi come una sorta di antitesi al Rinascimento, con gente ottenebrata dal senso della morte e dalle innumerevoli e insensate paure.

Tuttavia, se la fine del mondo non c’è stata, a leggere Sigeberto di Gembloux ci si era andati vicino: “Si videro in quei giorni – narra nella sua Chronographia – molti prodigi, uno spaventoso terremoto e una cometa dalla coda folgorante: la sua luce accesa e intensa giunse fin dentro le case e nel cielo si formò l’immagine di un serpente”.

Il diavolo raffigurato da Giotto di Bondone nel Giudizio universale afferscato nella Cappella degli Scrovegni (1306, Padova)

L’autore aveva trovato menzionato il terremoto negli Annali Leodienses, mentre degli altri particolari non si conosce la fonte. In ogni caso Sigeberto è nato nel 1030 e scrive all’inizio del XII secolo, quindi tutte le sue informazioni sono almeno di seconda mano. Eppure sarà proprio il suo testo la base utilizzata nel 1514 da Johann Heidenberg per costruire la leggenda del “Mille e non più Mille” negli Annali di Hirsau: “Nell’anno Mille dell’incarnazione violenti terremoti fecero tremare l’Europa intera, distruggendo edifici solidi e magnifici. Lo stesso anno apparve nel cielo un’orribile cometa. Molti al vederla credettero che fosse l’annunzio dell’ultimo giorno”.

Di terrore e attesa del giudizio, in realtà, la cronaca di Sigeberto non dice nulla. D’altra parte in nessun altra cronaca dell’anno Mille se ne fa il minimo accenno, dagli Annali di Benevento a quelli di Verdun. Rodolfo il Glabro, che nell’anno Mille aveva quindici anni, racconta una serie di sciagure che funestarono tutto il primo decennio: malattie, morti, terremoti e un incendio che danneggiò la basilica di San Pietro a Roma, ma non un singolo accenno alla fine del mondo. Negli Annali di Saint-Benoit-sur-Loire si dedica ampio spazio all’anno 1023 che viene segnalato per inondazioni insolite, un miraggio, la nascita di un mostro che i genitori affogano, ma sull’anno Mille neanche una parola.

Intanto, nell’anno 847 a Magonza si era diffusa la voce che ci fosse una donna capace di pronosticare con esattezza la fine del mondo. La fattucchiera attira folle di plebei e quando il vescovo decide di interrogarla personalmente, quella ammette di essersi inventata tutto per fare un po’ di soldi, peraltro istigata da un prete.

Eppure qualcosa, in quel momento cruciale della storia del mondo, deve pur essere successo: perché anche senza apocalisse e senza isterie collettive, l’anno Mille resta lo spartiacque tra l’alto e il basso Medioevo, tra l’epoca feudale – nel corso della quale la civiltà romana era stata distrutta dalle invasioni barbariche – e l’epoca dei Comuni, quella che sotto il profilo politico, artistico e scientifico ha traghettato il mondo nell’Epoca Moderna.

A questo proposito Saverio Bettinelli, gesuita e scrittore italiano, pubblica nel 1773 un’opera dal titolo Del Risorgimento d’Italia negli studi, nelle arti, e ne’ costumi dopo il Mille, dove rimarca il fatto che nel primo millennio, dal punto di vista culturale, non ci fosse praticamente nulla.

Le lingue, la letteratura, le nazioni d’Europa – notavano gli uomini del Rinascimento – sono nate tutte dopo l’anno Mille. E la risposta che si danno sta proprio nella paura: l’uomo aveva atteso il millennio pensando che fosse la fine, e invece aveva trovato l’inizio.

E così, da tramonto della Storia, l’anno Mille si era trasformato nell’alba di una nuova civiltà: la nostra.

Arnaldo Casali

Letture consigliate

George Duby, Mille e non più mille, Rizzoli, 1994Edmond Poignon, La vita quotidiana dell’Anno Mille, Rizzoli, Milano 1989Abbon de Fleury. Philosophie, sciences et comput autour de l’an mil in Cahiers du Centre d’Histoire des Sciences et des Philosophies Arabes et Médiévales, Parigi, 2006.A. Barbero, C. Frugoni, Medioevo. Storia di voci, racconto di immagini, Laterza Editore, Roma-Bari 1999.A. Ghisalberti, Filosofia Medievale. Da Sant’Agostino a San Tommaso, Giunti Editore, Firenze 2006.

Leggi anche: Il terrore dell’anno Mille

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La cintura di castità

Alessandro il Grande e Campaspe nello studio di Apelle (Tiepolo, 1725-26)

Si racconta che Apelle, il celebre pittore greco, dovesse partire di casa per andare a fare un ritratto a Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno.Siccome la moglie era giovane e bella e lui non si fidava di lasciarla sola, le fece indossare una cintura di castità per tutto il tempo della sua assenza. Per evitare che qualcuno la aprisse a sua insaputa, poi, la sigillò con il dipinto di un caprone; al quale, però, ebbe cura di non fare le corna. Appena il maestro fu partito il suo migliore allievo accorse subito dalla moglie, le tolse la cintura di castità e divenne il suo amante. Poi, quando Apelle stava per tornare, le rimise la cintura e ci dipinse sopra il caprone: era il suo allievo migliore e lo fece assolutamente identico a quello originale, salvo che per quel dettaglio che il pittore aveva volutamente dimenticato.Così, quando Apelle tornò e vide il disegno, capì quello che era successo e disse alla moglie: “Vedo che mi avete messo le corna!”.

Tra le molte leggende nate per spiegare l’espressione principe sinonimo di tradimento, questa di Apelle – come il celebre scioglilingua che lo vede alle prese con una palla di pelle di pollo – è senza dubbio tanto deliziosa quanto poco credibile. Per un motivo molto semplice: al centro del racconto c’è un falso storico. La cintura di castità, infatti, non è mai esistita. Nemmeno, a dispetto dei tanti luoghi comuni, al tempo delle crociate.

Inutile che continuiate a grattarvi la testa cercando di ricordare in quale museo ne avete vista una: tanto davanti agli occhi continuate ad avere solo l’immagine di Fantozzi che, tornato dalla guerra, caccia di casa la bamb(u)ina e si avventa sulla consorte esclamando: “Pina, dodici anni!”. Salvo poi schiantarsi su un rumore metallico, e finire dal fabbro Filinus in cerca di una copia della chiave perduta.

Uno dei falsi storici conservato al Sex Machines Museum di Praga

Secondo la tradizione la cintura di castità veniva infatti fatta indossare dai cavalieri in partenza per il Santo Sepolcro alle proprie mogli, per assicurarsene la fedeltà durante la loro assenza. Si tratterebbe di fasce metalliche flessibili in grado di coprire i genitali e poi chiuse con lucchetti. In qualche caso, questi strani arnesi diventavano veri e propri strumenti di tortura dotati di denti acuminati, che ingabbiavano i genitali e costringevano a desistere da intenti lussuriosi persino il più focoso degli amanti.

La verità è che la cintura di castità è un’invenzione squisitamente contemporanea: oggi se ne trovano in commercio di ogni genere, sia maschili che femminili e sono ricercatissime dagli amanti di bondage e del sadomasochismo che le usano per affiancare catene, guinzagli, tacchi affilati e fruste. In commercio ne esistono di ogni foggia e materiale, vengono vendute soprattutto online e i prezzi variano da poche decine a centinaia di euro.

Nel gennaio del 2016, a Padova, una donna sessantenne, con un certo imbarazzo, ha dovuto chiedere l’intervento dei vigili del fuoco perché mettessero in salvo le sue parti basse, intrappolate in una cintura di castità del cui lucchetto aveva sventuratamente smarrito la chiave. Del repressivo accessorio ne esibiva un esemplare in pelle anche Ugo Tognazzi, insidiato dalle focose sorelle Mariangela e Anna Melato, nel film Casotto di Sergio Citti; nel Medioevo, però, non c’è traccia di uno strumento del genere.

Non si tratta infatti che dell’ennesima bufala divulgata nell’Ottocento per rafforzare l’idea del Medioevo come epoca oscura, barbara e maschilista. Il mito di uno strumento che impedisse i rapporti sessuali risale all’epoca romana, ma si trattava di una semplice fascia di stoffa intesa come un simbolo di castità e si ritiene che anche nel Medioevo i riferimenti alla cintura che si trovano nelle opere di Boccaccio e Rabelais fossero solo invenzioni letterarie dalla valenza simbolica.

Va detto anche che se il “Cingulum castitatis” che compare nei testi di Gregorio Magno, Alcuino di York e san Bernardo di Clairvaux è un simbolo di purezza teologica e non certo un oggetto di dissuasione erotica, la promessa di castità tra due innamorati compare solo in alcuni poemi del XII secolo, con la donna che chiede all’uomo di annodarle la camicia intorno alla vita, come patto di fedeltà. Insomma un gesto squisitamente romantico e cavalleresco, che niente ha a che fare con il famigerato strumento di continenza forzata.

Il disegno di una cintura di castità dal Bellifortis di Konrad Kyeser (sec. XV)

Il primo documento in cui si affaccia qualcosa che gli assomigli è invece il Bellifortis di Konrad Kyeser: un manoscritto del 1405 dedicato alla tecnologia militare dell’epoca, nel quale compare un congegno presentato come uno strumento imposto alle donne fiorentine dai mariti preoccupati della loro fedeltà e descritto con commenti ironici dallo stesso autore; nessun’altra fonte però, ne conferma l’esistenza ed è probabile, quindi, che si trattasse solo di un aggeggio immaginario descritto con finalità sarcastiche.In alcune incisioni del XVI secolo si trovano invece raffigurazioni di donne con una cintura tra due uomini che si scambiano denaro; in questo caso la rappresentazione porta a pensare che la donna sia una prostituta il cui protettore apre il lucchetto solo al pagamento della prestazione, ma anche in questi casi si pensa che possa trattarsi di strumenti simbolici e non di un riferimento alla realtà quotidiana.

Come lo Ius primae noctis, anche la cintura di castità è stata dunque una sorta di leggenda satirica nel tardo Medioevo prima di trasformarsi, in epoca moderna, in un vero e proprio falso storico.Di fatto i primi esemplari iniziano ad apparire nei musei solo a partire dal 1840, ma anche quando venivano spacciati per strumenti antichi ne è stata provata la fabbricazione moderna. Al Museo d’Arte Medievale di Cluny a Parigi, per esempio, era esposta una cintura che si diceva fosse appartenuta alla regina di Francia Caterina de’ Medici (1519-1589) e solo nel 1990 i responsabili del museo si sono accorti che si tratta di un falso risalente al XIX secolo.

Va detto però che nel corso dell’Ottocento nei paesi anglosassoni le cinture di castità vengono prodotte veramente e usate dalle donne per proteggersi dal rischio di stupro o imposte agli adolescenti per impedire la masturbazione. Agli inizi nel Novecento sono registrati i primi brevetti e in qualche caso il prodotto viene pubblicizzato come strumento per assicurarsi la fedeltà delle mogli, trasformando così in realtà quello che fino ad allora era stato solo un mito.Ancora una volta, quindi, un simbolo del Medioevo feudale e selvaggio si svela essere un prodotto squisitamente moderno che niente ha a che fare con i racconti di cui è protagonista.

D’altra parte ci sono molti motivi per cui, anche volendo, i crociati non avrebbero mai potuto utilizzare la cintura di castità con le proprie mogli. Il primo problema che si pone è quello dell’igiene: l’apparecchio prevede piccole aperture per l’espletazione dei bisogni fisiologici, ma non tiene conto di ferite e infezioni che in tempi molto rapidi avrebbero fatto sopraggiungere la morte di chi la indossasse.In secondo luogo, è plausibile che prima di partire i cavalieri si accoppiassero con le proprie mogli, magari nella speranza di trovare un bambino al loro ritorno, ed è evidente che la presenza di una cintura di ferro avrebbe impedito il parto. Che dire poi delle numerose poverette che, avendo perso il marito in guerra e dunque anche la benedetta chiave, avrebbero dovuto portare addosso quella fastidiosa ferraglia per tutta la vita? Tutto questo senza contare l’obiezione più semplice: qualunque serratura medievale poteva essere aperta da un fabbro in pochi secondi.

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Archiviata l’ennesima bufala medievale, nel frattempo forse qualcuno si sta ancora chiedendo da dove ha origine, invece, l’espressione “cornuto”, visto che con la cintura di castità – evidentemente – non c’entra nulla. Ebbene, sono due le tradizioni, una mitica e una storica: quella mitica la attribuisce alla passione per un toro sacro da parte di Pasifae, moglie del re di Creta Minosse. Per potersi accoppiare con il toro la regina si era fatta costruire da Dedalo addirittura una sorta di maschera da mucca in legno: dalla singolare storia d’amore era nato da una parte il Minotauro e dall’altra l’attributo di “cornuto” per Minosse.La versione storica dell’etimologia, invece, ci porta proprio nel Medioevo, nella corte di Bisanzio: Andronico I Comneno, imperatore d’oriente dal 1182 al 1185, aveva l’abitudine di portarsi a casa le mogli dei nemici e poi – in segno di sfregio – appendeva sui palazzi delle vittime le teste di cervi uccisi durante le innumerevoli battute di caccia.Tutto questo finché, a finire appesa su un palazzo, non fu la sua, di testa. Forse non cornuta, ma di sicuro mozzata.

Arnaldo Casali

Consigli di lettura

Piero Angela, Alessandro Barbero, Dietro le quinte della storia, Milano, RCS Libri, 2012.Pietro Lorenzoni, Storia segreta della cintura di castità, Pontecorboli Editore, 1989.Le cinture di castità ovvero mezzi meccanici per assicurare la fedeltà della donna. Ricerche storiche (rist. anast. Roma, 1893), Libreria Piani, 2011.Albrecht Classen, The medieval chastity belt. Mith-making process, Palgrave Macmillan, 2007.A. F. Palmieri-Marinoni, Draghi, calzamaglie e cinture di castità. Il Medioevo tra realtà e fantasia, Lubrina-LEB, 2019.

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La favola dello Ius primae noctis

Particolare della Fontana della giovinezza, affrescata nel Castello di Manta (Cuneo) da Giacomo Jaquerio e allievi (1375-1453)

È il sogno proibito del laido padrone, il modello più ambito di ogni ricco racchio predatore seriale: da don Rodrigo a Weinstein passando per il Caimano e il proprietario della filanda.

“Una straordinaria fantasia – secondo Alessandro Barbero – a cui hanno creduto così tanto che c’era quasi il rischio che qualcuno volesse metterlo in pratica davvero”.

È lo Ius primae noctis, ovvero l’imposta indecente: il più celebre e il più fasullo simbolo del feudalesimo e uno dei luoghi comuni più noti del Medioevo che, al pari di “colleghi” come il terrapiattismo, la caccia alle streghe, la cintura di castità e il terrore dell’anno mille, è totalmente falso, frutto di quell’immagine creata dal Rinascimento dell’Età di Mezzo come epoca buia per antonomasia, dominata da superstizioni e barbarie.

Il “diritto della prima notte”, secondo la leggenda, concedeva al feudatario il privilegio di deflorare le proprie serve della gleba, riservandogli la possibilità di passare con la sposa novella la prima notte di nozze al posto del legittimo consorte.

Ebbene no: tutto falso. Il diritto alla prima notte non è mai stato concesso a nessun sovrano, né tanto meno ad alcun signorotto, nemmeno nell’epoca o nella regione più barbara del mondo.

Questo non toglie certo che stupri di serve o contadine fossero all’ordine del giorno nel Medioevo, come – d’altra parte – lo sono stati in ogni epoca e lo sono ancora oggi, in tutti i contesti in cui sopravvivono situazioni di sudditanza, sociale o psicologica che sia.

Se c’è però qualcosa che ha sempre arginato il fenomeno, in realtà, è proprio il matrimonio; che, lungi dall’essere la cornice in cui l’abuso viene formalizzato, rappresentava – e rappresenta tutt’ora nelle società arretrate – l’unica garanzia di protezione per una ragazza.Ancora oggi in India, ad esempio, la donna sposata è intoccabile, mentre la ragazza nubile è di fatto a disposizione dello stupratore che, peraltro, una volta consumato l’atto è costretta a sposare, se vuole evitare lo scandalo e mantenere l’onore.

Le droit du Seigneur ( Vasilij Dmitrievič Polenov, 1874)

D’altra parte se lo Ius primae noctis fosse davvero esistito, don Rodrigo – nei Promessi sposi – avrebbe cercato di forzare il matrimonio tra Renzo e Lucia per poter finalmente abusare di lei, anziché adoperarsi tanto per impedirlo.La leggenda, quindi, potrebbe essere stata alimentata forse anche dalla frustrazione dei tanti Rodrigo che, nel corso dei secoli, con il matrimonio delle loro suddite vedevano sfumare un sogno erotico e un certo delirio di onnipotenza, favoleggiando – e forse in qualche caso rivendicando – un antico diritto in realtà mai goduto da alcuno.

La verità è che se gli storici sono concordi nel sostenere che lo Ius primae noctis non sia mai esistito, non lo sono altrettanto nel ricostruire l’origine della leggenda.

La teoria più accreditata vede il mitico privilegio affondare le radici nelle tasse sul matrimonio che venivano effettivamente pagate dai servi della gleba ai propri signori.Secondo Régine Pernoud l’uso di reclamare un’indennità pecuniaria del servo che, sposandosi, lasciava il proprio feudo per trasferirsi in un altro, si afferma nel corso del decimo secolo. Nel Cinquecento, però, alcuni giuristi, studiando questa tassa riservata a persone di condizione non libera, hanno ipotizzato che tale forma evoluta di pagamento costituisse l’esito della progressiva civilizzazione di un’usanza ben più barbara e tremenda; usanza che, tuttavia, non è mai stata documentata.

Nello stesso periodo il filosofo scozzese Hector Boece riporta il decreto di re Evenio III secondo cui “il signore delle terre può disporre della verginità di tutte le ragazze che le abitano”. Secondo la tradizione era stata santa Margherita di Scozia a far rimpiazzare lo Ius prime noctis con una tassa sul matrimonio. Peccato, però, che Evenio sia un re leggendario, e il suo decreto un mito.

La Mugnaia del carnevale di Ivrea: secondo la leggenda, avrebbe approfittato dello Ius primae noctis per uccidere il barone che opprimeva la città

Alcuni antropologi sostengono poi che il diritto della prima notte possa essere considerato la degenerazione di un rituale arcaico effettivamente esistente in molte società, dove la verginità femminile era considerata un tabù talmente forte da poter essere rimosso solo da uno sciamano, un re o un personaggio particolarmente potente; qualsiasi altro uomo, infatti, sarebbe rimasto ucciso dall’energia scaturita dalla donna durante il primo rapporto. Rituali prematrimoniali di deflorazioni di vergini esistono in effetti nell’antica Mesopotamia e nella Libia del VI secolo a.C., ma anche nel Tibet medievale. “La gente di queste parti – scrive Marco Polo nel Milione – non è avvezza a sposare le ragazze fino a quando queste sono ancora vergini, ma al contrario desiderano che abbiano avuto affari con molti di sesso opposto”.

A differenza del diritto della prima notte europeo, però, queste forme di deflorazione non sono privilegi di un tiranno imposti ai servi, ma – al contrario – rituali collettivi che vedono donne e mariti perfettamente consenzienti.

Il presunto Ius primae noctis resta quindi senza precedenti e senza attestazioni: nonostante questo continua a nutrire per secoli non solo la leggenda ma persino festività cittadine ricollegate a mitiche ribellioni contro signori locali che avevano tentato di imporre l’infame diritto. Tra questi si può ricordare il Carnevale di Ivrea, dove si celebra la bella mugnaia Violetta, che avrebbe approfittato proprio dello Ius primae noctis per uccidere il barone che opprimeva la città; ma anche a Sant’Agata di Puglia, Rocca Scalena in Abruzzo, Montalto Ligure, Cuneo e Nizza Monferrato si raccontano storie simili.

Se siamo però così certi che questo privilegio non è mai esistito, è perché la società medievale è fondata sul diritto, e in particolare sul diritto romano, e non ci manca assolutamente il materiale che possa testimoniare le leggi che la regolavano. Abbiamo un’enormità di documenti riguardanti i doveri e le tasse che i contadini dovevano al loro signore: conosciamo i termini dei contratti stipulati e anche le varie rivolte intraprese contro i loro padroni, quando non ritenevano più giusto pagare per questo o quel diritto signorile. Tuttavia, non troviamo traccia alcuna di questo speciale diritto.

I giovani novellatori del Decameron in un dipinto di John William Waterhouse (1916)

D’altra parte lo Ius primae noctis non solo è assente dai documenti, ma anche dalla letteratura medievale, nella quale non mancano certo le novelle che parlano di sesso, basti pensare al Decameron che ha dato addirittura il nome ad un intero genere letterario e cinematografico: quello “boccaccesco”. Nelle novelle a sfondo erotico si parla di tutto: del prete che ci prova con la parrocchiana, delle suore che ci provano con il servo del monastero, di amori contrastati e innamorati trucidati da un padre possessivo o da un marito geloso, o ancora dell’avventuriero di passaggio che viene ospitato dal contadino al quale insidia la figlia, e così via. Ma non c’è traccia di padroni che si avvalgono – o tentano di avvalersi – di un tale genere di diritto.

Di fatto se ne comincia a parlare solo alla fine del Quattrocento, proprio nelle cronache che raccontano le fondazioni delle città ad opera di gruppi di contadini che spesso abbandonavano il villaggio per fuggire dalle angherie dei loro signori.

Rebaccini di Cuneo, compilando la storia della sua città a più di trecento anni dalla fondazione, ricorda come erano duri e tristi i vecchi tempi prima dell’abbandono del villaggio ed elenca tutta una sfilza di gravi colpe di quei signori, come il non permettere di fare testamento, l’applicazione di svariate tasse, i dazi per l’attraversamento dei ponti, per macinare il grano, le taglie. E non solo: “…sottomettendo la ragion alla libidine e sensualità, defloravano le figlie de sudditi e parimenti le spose, persuadendo a sudditi che fosse loro antica ragione e privilegio lor concesso…”.

La sua prima apparizione ufficiale, dunque, lo Ius primae noctis la fa alla fine del Medioevo come leggendaria rivendicazione di un ancor più leggendario e antico privilegio. Che, tuttavia, appare un diritto all’abuso piuttosto generico, e non specificamente legato alla prima notte di nozze.

Siamo già in presenza, comunque, della delegittimazione del Medioevo da parte di uomini che si sentono già in pieno Rinascimento. Da quel momento, non a caso, lo Ius primae noctis torna sempre per contrapporre i tempi antichi selvaggi e tenebrosi al presente civile e radioso.

Anche nella trama del best seller I pilastri della Terra, di Ken Follett (1989) lo Ius primae noctis ha un ruolo

La cosa più curiosa è che il privilegio, così come lo conosciamo oggi, in realtà con il feudalesimo non c’entra proprio niente, visto che viene attribuito dai conquistatori delle Americhe agli indigeni: l’ammiraglio Cortes nella relazione pubblicata da Lopez de Gomora all’interno della Storia Generale delle Indie Occidentali e delle Nuove Terre Scoperte accusa i nativi dell’isola di Cuba di concedere il diritto da parte del capo tribù locale, di giacere la prima notte di nozze con la donna che si sposa; e ne parla così scandalizzato da considerare, con ogni evidenza, che un atto del genere in patria non sia nemmeno pensabile.

Eppure le ripetute smentite degli storici, come nel caso delle altre radicatissime bufale sul Medioevo, non hanno impedito che dello Ius primae noctis si continui a parlare tanto nella narrativa quanto nel teatro e nel cinema: dalla commedia Le droit du seigneru or Lécueil du sage di Voltaire, scritta nel 1762, a Il matrimonio di Figaro di Beaumarchais del 1778 – da cui Mozart ha tratto la sua opera – alla commedia boccacesca Jus primae noctis con Lando Buzzanca firmato Pasquale Festa Campanile e Neri Parenti nel 1972 fino al kolossal premio Oscar Braveheart di Mel Gibson e al romanzo La cattedrale del mare dello spagnolo Ildefonso Falcones, passando per 1984 di George Orwell e Un americano alla corte di re Artù di Mark Twain del 1889.

Più che una tassa sessuale da pagare al proprio signore, allora, lo Ius primae noctis è diventata piuttosto la tassa in bufale da pagare alla propria ignoranza. E al grande successo.

Arnaldo Casali

Consigli di lettura A. Barbero, Medioevo da non credere. Lo ius primae noctis, Festival della Mente, Sarzana, 31 agosto 2013. A. Boureau, The Lord’s First Night: The Myth of the Droit de Cuissage, tradotto da Lydia G. Cochrane, University of Chicago Press, 1998. R. Pernoud, Luce del Medioevo, Milano, Piero Gribaudi Editore, 2007. G. Sergi, L’idea di Medioevo, Roma, Donzelli, 2005. R.I. Moore, La prima rivoluzione europea: 970-1215, Roma-Bari, Laterza, 2001. U. Eco, Scritti sul pensiero medievale, Milano, Bompiani, 2012. I. Montanelli, L’Italia del Medioevo, Milano, Rizzoli, 2015.

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La grande bugia della terra piatta

Terra sferica con le quattro stagioni (Ildegarda di Bingen, Liber Divinorum Operum, sec. XII)

Se la Terra è piatta non prendetevela con il Medioevo. Perché nel Medioevo la Terra è sempre stata sferica, e nessuno studioso serio si sarebbe sognato di mettere in dubbio una teoria scientifica ampiamente consolidata.

È solo nell’epoca in cui la tecnologia ha permesso di fotografare buchi neri su altre galassie e di osservare il pianeta in diretta sul palmo della propria mano, che i sostenitori della Terra piatta hanno guadagnato la ribalta delle cronache esponendo le loro teorie di fronte agli studiosi più illustri e organizzando addirittura congressi internazionali.

La bufala del terrapiattismo medievale nasce – tanto per cambiare – nell’Ottocento, all’interno del contesto culturale che ha trasformato la culla della civiltà moderna nell’epoca buia per antonomasia.

Il Romanticismo sul fronte letterario, l’Illuminismo e il Positivismo su quello politico, hanno lavorato per completare il quadro rinascimentale che dipinge l’Età di Mezzo come l’autunno della cultura e della scienza, caratterizzato da un oscurantismo religioso che avrebbe portato indietro il progresso della civiltà classica e ritardato quello dell’Età moderna. Ecco così servito l’ennesimo luogo comune, e cioè che finché Cristoforo Colombo non arrivò dall’altra parte del mondo, la gente credeva che un’altra parte del mondo, semplicemente, non esistesse.

Eppure duemila anni prima di averne le prove e 2500 anni prima di poterla osservare direttamente, gli scienziati avevano già capito che la Terra è una grande palla e per secoli nessuno si è permesso di metterlo seriamente in discussione.

Carlo Magno con il globus cruciger e altre insegne imperiali in un dipinto di Albrecht Dürer

D’altra parte basterebbe osservare uno dei simboli più diffusi del Medioevo per rendersi conto della bufala: il globo crucigero, ovvero quella palla dorata che affianca lo scettro tra le mani dei sovrani medievali e che rappresenta il potere cristiano sul mondo.

La stessa Divina Commedia di Dante Alighieri testimonia l’idea che gli uomini del Medioevo avevano del mondo: e cioè una sfera al centro dell’universo, con la terra su un emisfero e l’oceano nell’altro, dove si erge solo la montagna del Purgatorio, mentre l’Inferno è all’interno del globo e il Paradiso nel più alto dei nove cieli che lo sovrastano. Quanto a Galileo, come è noto era stato condannato per aver sostenuto che la terra gira intorno al sole e non è – quindi – al centro dell’universo; certo non per averne affermato la sfericità. La verità è che all’idea che la Terra sia un disco piatto, prima dei complottisti contemporanei, ci hanno creduto giusto i popoli della Mesopotamia, tremila anni prima della nascita di Cristo. Senza, peraltro, riuscire a capire su cosa si regga: galleggia nell’oceano o è sorretta da colonne? E, in quest’ultimo caso, a cosa si appoggiano le colonne?

Già Anassimandro, filosofo di Mileto, seicento anni prima di Cristo, aveva elaborato l’ipotesi di una terra cilindrica e sospesa nello spazio, mentre la Bibbia non è molto chiara sotto il profilo astronomico. Se i cinesi ritenevano che la Terra fosse un quadrato sovrastato da una cupola e gli indiani antichi immaginavano quattro continenti circondati dal mare al cui centro si erge una grande montagna capace di oscurare il sole, la luna e le stelle che gli girano intorno, già Pitagora – nel VI secolo avanti Cristo – aveva ipotizzato la sfericità del mondo e Platone, duecento anni dopo, la dà ormai come nozione acquisita.

E se ai terrapiattisti di oggi non basta nemmeno vederla da lontano (tutte falsificazioni della Nasa, dicono), per Aristotele come prove bastano l’osservazione delle stelle (viaggiando verso sud si vedono le costellazioni meridionali salire più in alto rispetto all’orizzonte), il modo in cui una nave scompare allontanandosi dalla riva, la forma di tutti gli altri corpi celesti e l’ombra della Terra sulla luna durante le eclissi (che è sempre circolare, e solo una sfera proietta un’ombra circolare in tutte le direzioni, un disco proietterebbe delle ellissi).

Nel III secolo Eratostene, sovrintendente della biblioteca di Alessandria, riesce addirittura a misurare con ottima approssimazione la circonferenza del pianeta, differendo di circa il 20% dalle misurazioni attuali.

Plinio il vecchio, morto nel 79 a Pompei durante l’eruzione del Vesuvio, nella sua Naturalis Historia sostiene che tutti sono ormai d’accordo sull’idea che la terra sia sferica. Il problema, invece, è rappresentato dagli antipodi, ovvero gli abitanti dell’emisfero meridionale: come potrebbero costoro, ci si chiede, vivere a testa in giù? In molti, dunque, ne escludono l’esistenza: d’altra parte nessuno, per il momento, ha avuto modo di verificare, visto che si ritiene che non sia possibile viaggiare oltre l’equatore.

Mappamondo del Salterio di Londra, British Library (ca. 1265)

Cento anni dopo, Tolomeo imposta tutta l’astronomia medievale disegnando mappe con la terra sferica: la pone al centro dell’universo, quantunque Macrobio – nel IV secolo – consideri già il globo terrestre di dimensioni insignificanti rispetto al resto del cosmo.

Nell’era cristiana, quindi, solo una minoranza isolata continua il dibattito sulla piattezza della terra, mentre gli altri si concentrano sull’esistenza degli antipodi; esistenza, che, peraltro, metterebbe in discussione l’idea di un’umanità discendente da Adamo ed Eva e redenta da un solo Cristo. “Non v’è dimostrazione scientifica per ammettere quel che alcuni favoleggiano sull’esistenza degli antipodi – scrive sant’Agostino – cioè che uomini calcano le piante dei piedi in senso inverso ai nostri dall’altra parte della terra, dove il Sole sorge quando da noi tramonta. (…) Non riflettono, anche se si ritiene per teoria o si dimostra scientificamente che il pianeta è un globo e ha la forma sferica, sulla non consequenzialità che anche dall’altra parte la terra sia libera dalla massa delle acque e anche se ne è libera, non ne consegue necessariamente, di punto in bianco, che è abitata dagli uomini”.

Settecento anni dopo Tommaso d’Aquino nella Summa Teologiae scrive: “Le scienze si distinguono per il diverso metodo che esse usano. L’astronomo ed il fisico possono entrambi provare la stessa tesi – che la Terra, per esempio, è sferica: l’astronomo lo dimostra con l’ausilio della matematica, il fisico lo prova attraverso la natura della materia”.

La Mappa mundi di Al-Idrisi (Tabula Rogeriana, 1154)

Anche il mondo islamico dà per scontato che la terra sia sferica: nello stesso Corano si legge “egli creò la terra con la forma di un uovo” e gli astronomi musulmani utilizzano la trigonometria sferica per calcolare le distanze.

D’altra parte il più diffuso libro di astronomia del Medioevo è il Tractatus de Sphaera di Giovanni Sacrobosco, scritto nel 1230. E se la spedizione capeggiata da Ferdinando Magellano fornisce la dimostrazione definitiva con la prima circumnavigazione del globo tra il 1519 e il 1522, già nel 1492 – lo stesso anno della scoperta dell’America – il navigatore, astronomo e cartografo tedesco Martin Behaim realizza l’Erdapfel (“Mela terrestre”): il più antico mappamondo conosciuto, che ha una forma sferica anche se non riporta ancora, ovviamente, il nuovo continente.

Il luogo comune secondo cui, prima dell’età delle esplorazioni, la gente credeva che la Terra fosse piatta, è entrato nell’immaginario popolare con la pubblicazione, nel 1828, del libro di Washington Irving La vita ed i viaggi di Cristoforo Colombo. Qui, per sostenere la figura di Colombo come precursore dei tempi, con un cervello e una cultura molto più avanti rispetto ai propri contemporanei, i suoi oppositori vengono dipinti come terrapiattisti.

Mappa orbis terrae schematica del XII secolo. È raffigurato il mondo abitato come descritto da Sant’Isidoro di Siviglia nelle sue Etymologiae (cap. 14, De terra et partibus)

Se l’idea di Colombo di raggiungere le Indie navigando verso occidente era impossibile da realizzare, quindi, era perché Colombo, arrivato ai confini della terra, sarebbe precipitato con le sue caravelle nell’universo. In realtà le cose stanno esattamente al contrario: gli oppositori di Colombo ritenevano la sua impresa impossibile perché avevano calcolato meglio di lui la distanza tra Europa e Asia e sapevano che sarebbe stato impossibile coprirla con l’equipaggio di cui Colombo poteva disporre: le scorte di cibo si sarebbero esaurite a metà del viaggio, e l’ammiraglio sarebbe morto nel mezzo dell’oceano o costretto a tornare indietro. Quello che né il navigatore genovese né i suoi oppositori avevano messo in conto era l’esistenza di un altro continente a metà strada, che avrebbe salvato a sorpresa la grande impresa e cambiato la storia di quel mondo che non si era mai rivelato così rotondo.

Non manca chi, pur di sostenere la bufala, è arrivato a falsificare testi medievali: in molte pubblicazioni viene infatti riprodotta una xilografia, eseguita nello stile del XVI secolo, che raffigura un uomo che si affaccia attraverso il firmamento di una Terra piatta per vedere le ruote del carro divino descritto nel primo capitolo del libro di Ezechiele. In realtà, però, non si trova traccia di questa xilografia prima della pubblicazione dell’opera di Camille Flammarion L’Atmosphère: Météorologie Populaire nel 1888. Flammarion riporta l’aneddoto di un missionario che raccontava di aver raggiunto il punto in cui il cielo e la terra si incontrano: un aneddoto può essere fatto risalire a Voltaire, e del quale non si ha alcuna testimonianza nel Medioevo, tanto che nella sua forma originale la xilografia ha una cornice decorativa che permette di datarla al XIX secolo; dettaglio rimosso nelle pubblicazioni che la datano trecento anni prima.

Il poeta John Gower si prepara a colpire il mondo, una sfera con settori che rappresentano terra, aria e acqua, (Vox clamatis, ca. 1400)

È vero anche che nell’idea di un Medioevo terrapiattista, gli uomini dell’Ottocento cercavano – in parte – anche solidarietà: è proprio nell’America del XIX secolo infatti, che cominciano a diffondersi – tra comunità religiose particolarmente zelanti, come gli Amish – le nuove teorie terrapiattiste che, dopo aver attraversato tutto il Novecento, sono arrivate fino ad oggi, per crescere – almeno in termini di visibilità – in modo esponenziale negli ultimi anni, suggerendoci che in quella strana specie che è l’umanità, il progresso tecnologico appare inversamente proporzionale alla ricerca della verità.

Arnaldo Casali

Alcune delle numerosissime documentazioni medievali sulla forma della Terra (cliccare sulle immagini per ingrandirle): #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails { width: 720px; justify-content: center; margin-left: auto; margin-right: auto; background-color: rgba(255, 255, 255, 0.00); margin-right: -4px; max-width: calc(100% + 4px); } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-background-0 { overflow: hidden; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item { justify-content: flex-start; max-width: 120px; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item > a { margin-right: 4px; margin-bottom: 4px; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item0 { padding: 0px; background-color: #FFFFFF; border: 1px solid #8C0606; opacity: 1.00; filter: Alpha(opacity=100); border-radius: 2; box-shadow: 0px 0px 0px #888888; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item1 img { max-height: none; max-width: none; padding: 0 !important; } @media only screen and (min-width: 480px) { #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item0 { transition: all 0.3s ease 0s;-webkit-transition: all 0.3s ease 0s; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item0:hover { -ms-transform: scale(1.5); -webkit-transform: scale(1.5); transform: scale(1.5); } } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-item1 { padding-top: 100%; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-title1 { position: absolute; top: 0; z-index: 100; width: 100%; height: 100%; display: flex; justify-content: center; align-content: center; flex-direction: column; filter: Alpha(opacity=0); opacity: 0; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-title2, #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-ecommerce2 { color: #FFFFFF; font-family: arial; font-size: 12px; font-weight: lighter; padding: 2px; text-shadow: 0px 0px 0px #888888; max-height: 100%; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-play-icon2 { font-size: 24px; } #bwg_container1_0 #bwg_container2_0 .bwg-container-0.bwg-standard-thumbnails .bwg-ecommerce2 { font-size: 14.4px; color: #8C0606; }

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Il terrore dell’anno Mille

Coppo di Marcovaldo (1225 ca. – 1276 ca.), particolare del Giudizio Universale, Firenze, Battistero di San Giovanni

“Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra.”

Tutto cominciò con l’Apocalisse di Giovanni. Su questo passo (20, 7-8) sono basate le varie leggende sulla fine del mondo nell’anno Mille e, secoli dopo, nel Duemila.

In realtà la prima testimonianza di una previsione apocalittica, nell’era cristiana, l’abbiamo nel Vangelo di Matteo: “Vi sarà allora una tribolazione grande (…) il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, gli astri cadranno dal cielo e le potenze del cieli saranno sconvolte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che ciò accada” (Matteo, 24). Qui i tempi sono molto vicini. Poi però arriva la seconda lettera di Pietro: “Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo (…). Il giorno del Signore verrà come un ladro: allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta”. Ecco che compare per la prima volta il numero 1000.

Partendo da queste premesse i primi cristiani ritennero imminente il ritorno di Cristo che, tuttavia, non era affatto visto come un evento terrificante: al contrario, era fortemente auspicato, tanto che una delle spiegazioni della tardiva stesura dei Vangeli è che i primi cristiani non ritenessero necessario trascrivere il messaggio di Cristo, dato che Egli stava per tornare.

Alcuni Padri della Chiesa, come Giustino e Tertulliano, attendevano l’instaurazione di questo millennio di pace e giustizia connessa al ritorno di Cristo e fino al IV secolo la fede nell’instaurazione del regno millenario è molto forte.

Poi Agostino interpreta il passo dell’Apocalisse in chiave simbolica e nel De civitate Dei sostiene che il Millennio non è altro che il periodo storico aperto dalla venuta di Cristo e destinato a concludersi con la fine del mondo (ma non necessariamente nell’anno Mille).

La porta dell’Inferno in una miniatura del XII secolo

Gioachino da Fiore, alla fine del XII secolo, nei suoi scritti divide il tempo in tre età: L’età del padre (coincidente con l’Antico testamento), quella del Figlio (da Gesù alla sua epoca) e quella – imminente – dello Spirito Santo, che sarebbe stata caratterizzata dalla venuta di un papa angelico (che molti identificarono in Celestino V, che quindi deluse tutte le aspettative dimettendosi) che si sarebbe conclusa con la venuta dell’Anticristo, identificato dai sostenitori di Celestino con il suo successore Bonifacio VIII.

Con l’approssimarsi del XXI secolo poi, le ansie millenaristiche, così come le profezie sulla fine del mondo, si sono fatte strada nuovamente, concentrandosi prima sul 1 gennaio 2000 e poi sul 21 dicembre 2012.

Tra l’inizio del 1000 e quello del 2000, però, la differenza è stata radicale: la notte del 31 dicembre 1999, con un grande festa durata 24 ore tutti i paesi del mondo hanno celebrato insieme l’arrivo dell’anno 2000, anche grazie a internet e ai collegamenti via satellite che hanno permesso di vedere – sin dalla sera prima – le immagini provenienti da paesi che erano entrati per primi nel nuovo millennio.

Ma, televisione a parte, mille anni prima le cose erano andate in modo ben diverso: quanta gente salutò effettivamente, al suo arrivo, l’anno mille? Per saperlo dobbiamo fare un viaggio nel tempo e ritrovarci in pieno Medioevo, allo scoccare della mezzanotte del primo gennaio 1000.

Innanzitutto bisogna dire che in pochissimi sapevano, in quel momento, di essere nell’anno Mille. L’era cristiana, infatti, introdotta da Dionigi il piccolo nel VI secolo, era utilizzata a quell’epoca soltanto nelle isole britanniche, in Francia e in Germania, mentre in Italia il primo atto pontificio datato con l’era cristiana risale al 968, vale a dire appena 32 anni prima della fatidica data.

Se nel 2000, poi, proprio per la sua universalità, quello dell’anno è un concetto vissuto nel quotidiano da ogni cittadino del pianeta, nell’XI secolo l’anno aveva soltanto la funzione di datare i documenti ed era quindi calcolato quasi esclusivamente dai notai e dagli addetti ai lavori, che tuttavia si limitavano ad affiancare l’era cristiana ai sistemi di datazione che restavano ancora privilegiati, vale a dire l’indizione (la posizione di un anno all’interno di un ciclo quindicinale) e l’anno di regno del re, dell’imperatore o del papa (a seconda della giurisdizione sotto la quale si trovava il notaio che redigeva il documento). L’anno di regno di un sovrano era in effetti il più semplice sistema di datazione, perché funzionale alla memoria dell’uomo e si ritrova in tutti i paesi del mondo (nei documenti pontifici è tutt’ora affiancato all’era cristiana).

Una illustrazione dell’Inferno della fine del XII secolo, scolpita nella chiesa di Santa Maria Assunta a Fornovo di Taro

Tornando al nostro viaggio, accettiamo pure di trovarci in casa di un notaio che data i suoi documenti con l’era cristiana. Siamo però sicuri che per lui l’anno cominci – come per noi – il primo gennaio? Infatti anche quando l’era cristiana si diffuse in gran parte del mondo, per molti secoli si continuarono a utilizzare stili diversi. C’era infatti chi faceva partire l’anno con la nascita di Gesù il 25 dicembre (Stile della natività) e chi lo faceva cominciare il 25 marzo (Stile dell’incarnazione) cioè al concepimento. Poteva accadere quindi che a distanza di pochi chilometri (le stesse Pisa e Firenze usavano due stili diversi) ci si trovasse in due anni differenti, tanto che sul famoso Natale dell’800, durante la cui messa fu incoronato imperatore Carlo Magno, pesa il dubbio che si trattasse in realtà del 799 o dell’801.

Il nostro notaio, però, particolarmente lungimirante, è uno di quelli che utilizza, anziché quello della natività o dell’incarnazione, lo stile della circoncisione. La circoncisione veniva praticata otto giorni dopo la nascita del bambino, questo faceva quindi cominciare l’anno il primo gennaio (nei loro conti i romani e gli uomini del Medioevo, non conoscendo lo zero, consideravano sia il giorno di inizio che quello di fine, quindi dal 25 dicembre al 1 gennaio passano per loro otto giorni e non sette. È lo stesso motivo per cui si dice che Gesù è risorto dopo 3 giorni, mentre oggi diremmo che passò, in effetti, solo un giorno e mezzo. In realtà non è risorto dopo 3 giorni, ma il terzo giorno).

Arriviamo all’ora, infine: solo con la diffusione degli orologi meccanici (a partire dal XVI secolo) è “nata” la mezzanotte. I romani facevano cominciare il giorno all’alba, mentre secondo la liturgia cristiana il giorno inizia al tramonto del giorno prima (non a caso la messa vespertina del sabato è la stessa della domenica e San Francesco, morto la sera del 3 ottobre, viene celebrato il 4). Sia quindi che il nostro sposasse l’uso romano quanto che preferisse quello cristiano, è probabile che se allo scoccare della fatidica mezzanotte ci fossimo ritrovati in casa sua, lo avremmo sorpreso a dormire tranquillo nel suo letto.

Facile capire, quindi, come anche il concetto di “millenarismo”, con l’anno Mille, aveva in realtà poco a che fare. Non a caso la prima descrizione dei terrori dell’anno Mille compare alla fine del XV secolo, nel periodo in cui trionfa l’umanesimo.

L’idea che la luce della conoscenza irradiasse nuovamente le menti umane dopo il buio secolare dell’ignoranza della Media Aetas sedusse senza mezze misure i letterati e gli uomini di cultura del Quattrocento: la forza della loro nuova concezione della cultura classica e dello studio portò gli umanisti a disprezzare con foga tutto ciò che del passato non fosse né greco né romano ma “barbaro”. L’attesa della fine del mondo fu concepita così quasi come una sorta di antitesi al Rinascimento, con gente ottenebrata dal senso della morte e dalle innumerevoli e insensate paure.

Una tale concezione del fatidico anno è dovuta soprattutto alla mancanza di tutte le informazioni necessarie a trattare con chiarezza questo momento della storia europea. A malapena, infatti, l’anno mille – calcolato dall’incarnazione di Cristo secondo le assunzioni (errate) di Dionigi il piccolo – possiede un’esistenza ben definita. Ma ammesso che bisognasse attendere la fine del millennio, quale millenario doveva essere considerato, quello della nascita o quello della morte di Gesù? Quello dell’incarnazione o della redenzione?

Nel cristianesimo del secolo XI la Pasqua era assai più importante del Natale: intorno a questa festa si organizzava il ciclo liturgico, perché era la Pasqua a segnare l’inizio dell’anno. Anche per le persone era l’anniversario della morte, e non quello – spesso sconosciuto – della nascita, a essere oggetto di attenzione (ancora oggi i santi vengono festeggiati nel giorno della “Nascita alla vita eterna”).

L’era cristiana si faceva partire dall’incarnazione, ma quando l’anno mille passò senza che nulla di catastrofico fosse accaduto, l’attesa, quasi automaticamente, si rinviò al 1033. E ad ogni modo, cosa ci fu di vero in questi leggendari terrori del secondo millennio?

Illustri storici come Marc Bloch, Jacques Le Goff e George Duby hanno fatto molto per contestare la tradizione e ricondurla nei giusti ranghi. Di fatto, abbiamo una sola testimonianza medievale riguardo l’attesa dell’anno mille in termini di panico collettivo e da sola basta, in parte, a smentire le convenzioni.

La carta dell’Inferno di Sandro Botticelli (1480-1495)

A parlare, nel Liber Apologeticus, è Abbone, abate di Saint-Bonoit-sur-Loiìre, che ricorda un episodio della sua giovinezza databile intorno al 975. “A proposito della fine del mondo, sentii predicare al popolo in una chiesa di Parigi che l’anticristo sarebbe venuto alla fine dell’anno mille e che il giudizio universale sarebbe seguito di poco”. Visto che Abbone scrive nel 998, aggiunge: “Questi preti sono pazzi. Basta aprire il testo sacro, La Bibbia, per constatare come Gesù abbia detto che mai si sarebbe saputo il giorno, né l’ora”.

È chiaro, naturalmente, che questi tempi erano comunque percorsi da un’attesa continua e inquieta: l’attesa della fine del mondo. Stava scritto nei Vangeli che un giorno Cristo sarebbe tornato, che i morti sarebbero resuscitati e soprattutto che Cristo stesso avrebbe operato una selezione trai buoni e i cattivi.

Ecco, allora, che la radice di tali ansie millenaristiche diventa una sola: la paura del giudizio finale, quella di non essere scelti per il Paradiso ma solo per i terribili supplizi dell’inferno. La fine del mondo per la gente del Medioevo corrispondeva al giudizio universale: non era della morte che avevano paura ma di ciò che sarebbe potuto seguire ad essa.

La pubblica lettura dell’Apocalisse accentuava tutti questi stati d’animo, ma in fondo dava loro anche la speranza: prevedeva infatti che il momento della tribolazione sarebbe stato seguito da un’epoca di pace meno difficile rispetto alla normale vita quotidiana.

I dannati nel Giudizio universale di Luca Signorelli (1499-1502)

D’altro canto, dell’età medievale resta la sola cronaca di Sigeberto di Gembloux a parlare del Mille come di un anno tragico. “Si videro in quei giorni – narra il testo – molti prodigi, uno spaventoso terremoto e una cometa dalla coda folgorante: la sua luce accesa e intensa giunse fin dentro le case e nel cielo si formò l’immagine di un serpente”.

L’autore del testo aveva trovato nominato il terremoto negli Annali Leodienses, ma degli altri particolari non si conosce la fonte. In ogni caso Sigeberto scrive all’inizio del XII secolo di eventi accaduti nell’XI, quindi tutte le sue informazioni sono almeno di seconda mano, visto che era nato nel 1030.

Eppure è proprio sulla sua parola che venne a fondarsi la leggenda del “Mille e non più mille” di cui si trovano le prime tracce nel XVI secolo, quando vengono compilati gli Annali di Hirsau che accentuano il contenuto della Chronographia di Sigeberto: “Nell’anno mille dell’incarnazione violenti terremoti fecero tremare l’Europa intera, distruggendo edifici solidi e magnifici. Lo stesso anno apparve nel cielo un’orribile cometa. Molti al vederla credettero che fosse l’annunzio dell’ultimo giorno”.

Di terrori dell’anno Mille la cronaca di Sigeberto non diceva nulla: la leggenda ha quindi già allungato le sue dita sulla verità storica.Se si prendono in esame altri scritti medievali si scopre che quasi tutti danno scarso rilievo all’anno Mille: esso passa senza alcuna menzione negli Annali di Benevento, in quelli di Verdun, in Rodolfo il Glabro.

Negli Annali di Saint-Benoit-sur-Loire si dedica ampio spazio all’anno 1023 che venne segnalato per inondazioni insolite, un miraggio, la nascita di un mostro che i genitori affogarono, ma sull’anno Mille neanche una parola.

L’unica cosa che risulta davvero chiara è che tutti questi segni di disordine naturale trovano la loro spiegazione nella mano di Dio, che chiedeva ai suoi fedeli il giusto pentimento perché – come dicono i tre vangeli sinottici, riportando il discorso escatologico di Gesù – “Vi saranno grandi terremoti e pestilenze e carestie: vi saranno anche fenomeni terribili e grandi segni nel cielo” (Luca 21), “Sorgeranno falsi cristi e falsi profeti che compiranno segni e prodigi… Vegliate dunque perché non sapete in che giorno verrà il vostro Signore, perciò anche voi tenetevi pronti, perché nell’ora che non vi aspettate il Figlio dell’uomo verrà”. (Matteo, 24).

Arnaldo Casali

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