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Dorotea Bucca, la prima insegnante universitaria

Busto di Dorotea Bucca, scultore di Casa Fibbia (1680-1690 ca.), Palazzo Masetti Calzolari, Bologna

Ha aperto un varco nella Storia come solo pochissime donne sono riuscite a fare: è la Giovanna d’Arco della scienza e della filosofia, l’Ipazia di Alessandria del Medioevo, la Chiara d’Assisi del mondo laico, una precorritrice dell’intero movimento femminista.

Dorotea Bucca è la prima insegnante universitaria della storia, salita in cattedra nella prima università d’Europa, in un’epoca in cui alle donne veniva impedito di studiare anche solo per imparare a leggere e scrivere.

Come Ipazia è figlia d’arte, come Giovanna cresce in una famiglia che asseconda le sue attitudini, come Chiara è la prima donna ad assumere incarichi prettamente maschili, come altre pochissime donne del Medioevo riuscirà a farsi largo in un mondo di uomini divenendo l’autorevole maestra per centinaia di loro.

A differenza però di Ipazia (capo della scuola di Alessandria nel IV secolo), di Giovanna (condottiera dell’esercito francese alla riscossa durante la Guerra dei Cent’anni) e di Chiara (prima donna a scrivere una regola monastica), di Dorotea sappiamo pochissimo; nessuno dei suoi contemporanei, pur riconoscendone l’autorità e l’importanza, si è infatti preso la briga di raccontarne la vita, e nemmeno uno dei suoi scritti è giunto fino a noi.

Tutto ciò che sappiamo su Dorotea Bucca, di fatto, è quanto riportato nel libro di Giovanni Boccaccio Delle donne illustri. Con una piccola notazione da premettere: e cioè che Boccaccio è vissuto tra il 1313 e il 1375, mentre Dorotea dal 1360 al 1436; aveva quindi appena quindici anni quando morì il suo presunto biografo.

L’edizione del libro “Delle donne illustri” di Giovanni Boccaccio, curata e aggiornata da Francesco Serdonati nel 1596

In effetti il libro dedicato dallo scrittore fiorentino alle grandi donne dell’antichità e del Medioevo ci è giunto attraverso una stampa pubblicata da Filippo Giunti e curata da Francesco Serdonati nel 1596: è lui, dunque, l’autore del profilo biografico della prima docente universitaria donna, aggiunto – insieme a molti altri – nella nuova edizione dell’opera di Boccaccio, tradotta dal latino in volgare da Giuseppe Betussi e aggiornata “con una giunta fatta dal medesimo d’altre donne famose e un’altra nuova giunta fatta da Francesco Serdonati d’altre donne illustri antiche e moderne”.

Donati racconta che Dorotea, nata a Bologna nel 1360, era figlia di un importante insegnante dell’università di Bologna, di cui ci sono rimaste però ancora meno notizie che su di lei: Giovanni Bucco, “bolognese filosofo e medico di gran fama”.

Giovanni aveva dunque “una figliuola nomata Dorotea, la quale s’esercitò parimente nelle lettere e fece tal profitto, che ancor essa meritò di conseguire l’insegne del dottorato nello studio di Bologna nella scienza di filosofia”.

Giovanni è così fiducioso nel talento della figlioletta, da incoraggiarla nello studio delle lettere e della medicina fino a farle conseguire il dottorato in filosofia. Poco dopo Dorotea si cimenta in una pubblica lettura all’Università di Bologna, ottenendo un successo tale, che alla morte del padre nel 1390 è lei stessa a ereditare la cattedra di medicina e filosofia dello Studio bolognese. “Come ancora oggi – scrive Serdonati – appare nella camera di Bologna al campione dei lettori stipendiati”. Per continuare a insegnare agli studenti del padre, a Dorotea – che ha trent’anni di età – viene garantito uno stipendio di cento lire, cifra enorme per il periodo.

Dorotea, scrive ancora il biografo, “esercitò molti anni tale ufficio con suo grande onore e con soddisfazione di tutta la città e a udir lei concorrevano molti scolari d’ogni nazione, cosa veramente rara e degna d’esser notata e ammirata”.

La prima insegnante universitaria donna occuperà infatti la cattedra per ben 46 anni, fino al 1436, quando morirà quasi ottantenne tra la venerazione dei suoi studenti.

A differenza di molte sue “colleghe” femministe ante litteram, infatti, Dorotea affronta una carriera sostanzialmente priva di ostacoli: i suoi quasi cinquant’anni di insegnamento trascorrono serenamente nel rispetto dei colleghi e degli allievi: forse anche per questo il suo personaggio non ha “fatto notizia” ed è ignorato persino dall’Enciclopedia Treccani.

Se pensiamo a Ipazia (massacrata da fanatici cristiani), a Giovanna d’Arco, abbandonata dal suo stesso re nelle mani del nemico e bruciata sul rogo, e agli stessi scontri tra Chiara d’Assisi e il papato, ci rendiamo conto che la maggior parte delle grandi donne del Medioevo ha fatto emergere la propria grandezza attraverso il conflitto con gli uomini, pagando spesso con la vita il prezzo del carisma e dell’indipendenza.

È vero anche, però, che il contesto in cui cresce Dorotea è il migliore che la giovane intellettuale possa trovare in Europa: c’è infatti molta più apertura in Italia, riguardo all’educazione delle donne in materie scientifiche, di quanto non avvenga nello stesso periodo, ad esempio, in Inghilterra.

Trotula di Salerno (Miscellanea medica XVIII), inizi del secolo XIV

Nel suo campo Dorotea trova un antecedente innanzitutto nelle mulieres salernitane, le donne della Scuola medica di Salerno che – caso unico nella storia accademica – godevano di ancora maggiore autorevolezza dei colleghi uomini. La più celebre tra esse era Trotula di Salerno, “magistra” nata tra il 1030 e 1040 e morta verso la fine del secolo, che aveva sposato Giovanni Plateario senior, altro illustre maestro della Scuola, scritto il libro De mulierum passionibus e trovato il tempo di crescere due figli: Giovanni Plateario il Giovane e Matteo Plateario.

Contemporanee di Dorotea sono invece Albella (che compone due trattati in versi), Mercuriade (autrice di quattro opere), Jacobina Felice, Alessandra Giliani e Margherita.

Successivamente si faranno notare invece Costanza Calenda e Rebecca Guarna, fisica, chirurga e scrittrice del XIV secolo, cresciuta in un’importante famiglia salernitana e destinata a lasciare alcuni trattati su febbre, urina ed embrioni.

Quello che stupirà, però, è che Dorotea ha un precedente ancora più illustre in un mondo che immaginiamo il più chiuso in assoluto nei confronti delle donne: l’Islam.

Se l’Università di Bologna è la più antica d’Europa, infatti, è solo la terza ad essere sorta nel mondo: la prima in assoluto è l’Università di al-Qarawiyyin, a Fès, in Marocco, fondata nell’anno 859 proprio da una donna: Fatima, figlia di un ricco mercante chiamato Muhammad al-Fihri. Come la sorella Maryam, Fatima era molto istruita e aveva ricevuto una ricca eredità dal padre, che aveva voluto destinare alla costruzione di una moschea e di un centro di istruzione religiosa e politica per la comunità di al-Qarawiyyūn.

Più che delle grandi eroine che hanno legato il loro nome a imprese gloriose, quindi, Dorotea è testimone eccellente di quell’esercito silenzioso di donne che, nel corso dei secoli, hanno fatto crescere l’emancipazione femminile non attraverso atti eroici ma nella quotidianità, senza lasciare una memoria sensazionale ma dando un fondamentale contributo a rendere normale ciò che un tempo sembrava inaudito.

Arnaldo Casali

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La rivolta di Santa Scolastica a Oxford

Scena in taverna da un manoscritto del secolo IVX, British Library

“Una birra amara” chiede Walter Spryngeheuse all’oste della taverna Swindlestock, a Oxford.

E non immagina quanto sarà amara, quella birra: 93 morti, una vera e propria guerra civile e una faida destinata a durare 600 anni. Decisamente la birra più amara della storia.

È il 10 febbraio 1355, festa di Santa Scolastica da Norcia, sorella di San Benedetto, padre del monachesimo occidentale, custode del patrimonio culturale negli anni più oscuri del Medioevo. Sarà proprio lei a dover associare il suo nome al peggiore scontro del millennio tra mondo della cultura e società civile.

“Questa birra fa schifo!” esclama Walter rovesciandola sul bancone. “Dammene un’altra”.

Avete presente quando si dice “Oxford”? Eccola, la proverbiale signorilità degli studenti della più antica università anglosassone e la più prestigiosa del Regno Unito.

Centro di studio e insegnamento sin dal 1096, la cittadina aveva visto espandere sempre più i suoi college dopo che Enrico II aveva vietato agli inglesi – nel 1167 – di iscriversi all’Università di Parigi. Per favorire la crescita dell’Ateneo il re aveva concesso ogni sorta di privilegi agli accademici e gli irrequieti studenti arrivati da ogni angolo d’Europa avevano finito per entrare in conflitto con gli abitanti del piccolo villaggio, che mal sopportavano le loro intemperanze.

Nel 1209 due ragazzi erano stati addirittura giustiziati per aver ucciso una paesana, ne era seguita una rivolta degli studenti e scontri con la cittadinanza che avevano portato alla fuga in massa di buona parte degli accademici; l’Università era stata smantellata per un breve periodo, per tornare poi più grande, forte e tutelata di prima.

Santa Scolastica da Norcia (qui in un affresco nella chiesa del cimitero, a poca distanza dal centro storico di Norcia) si ricorda il 10 febbraio, giorno dela sua morte

Un secolo e mezzo dopo quegli eventi la tensione tra città e toga (town and gown dicono gli inglesi) ha raggiunto il culmine. Gli universitari si sentono i padroni della città: sono i figli dell’aristocrazia in un villaggio di bifolchi, la futura classe dirigente circondata da gente ignorante e ordinaria. Loro sono i principi di Oxford, i pupilli del re e godono di privilegi che i cittadini nemmeno se li sognano. E poi viaggiano tanto, studiano tutto il giorno e quando arriva la sera voglio divertirsi, fare un po’ di casino e gustarsi una birra come si deve, non questa schifezza che ha appena servito John Croidon.

“Ehi, Roger, vieni qui!” chiama Walter.

Mentre l’oste versa un altro boccale al collega, Roger de Chesterfield si fa largo tra gli ubriaconi che affollano la fumosa taverna, si siede al bancone e lascia andare un rutto imponente e maestoso come il ruggito di un leone. Proprio sulla faccia di Croidon.

“Una coppa anche per il mio amico” fa Walter con la voce strascicata di chi, di birre, ne ha bevute già troppe. “Questo posto è una latrina!” esclama Roger sprezzante. “Ecco perché ci galleggiate così bene, voi due!” ribatte l’oste.

“E questa qua non è birra, è piscio di maiale!” urla Walter lanciandola addosso dell’oste. “Tu che ne pensi, Roger?”. Quello prende un sorso dalla sua coppa e poi la sputa sulla faccia di John. “Hai ragione, Walter: è proprio piscio di porco!”.

Le coppe sono vuote, ma la misura è colma. “Adesso basta! Fuori dal mio locale, pezzi d’asino!” grida Croidon. “Come ti permetti di rivolgerti in questo modo, razza di bifolco? Noi siamo studenti del college, non i caprai a cui sei abituato!”. “Se non ve ne andate subito vi abituerete voi ai miei calci nel sedere! Tornatevene al…” ma non fa in tempo a finire la frase perché gli arriva un pesante destro sul mento. Alzato uno sguardo pieno di odio sull’aggressore, John estrae il coltellaccio che tiene sotto il bancone e si avventa contro Walter; un attimo dopo Roger gli è addosso. Due astanti intervengono in soccorso dell’oste e altri tre studenti si buttano nella mischia per difendere i colleghi. In pochi minuti la bettola è tutto un frullare di cazzotti, calci, sedie spaccate su schiene curve, sangue e sputi. Qualcuno chiama soccorsi, chi tenta di mettere pace si guadagna un pugno e poi una coltellata. Un uomo è a terra. No, sono due, anzi tre. Quattro. Cinque. È una carneficina. Che dura tutta la notte. Arrivano gli sbirri e arrestano i facinorosi. Ma quando si trovano di fronte Roger e Walter devono alzare le mani e lasciarli andare. I due studenti escono tranquillamente dalla bettola baldanzosi, con i vestiti strappati ma l’aria fiera. Walter si ferma sulla porta, si asciuga il sangue che gli cola dal naso, e guarda sprezzante John e i suoi amici che vengono portati via dalle guardie. “Mi dispiace – dice ridendo – ma noi siamo Oxford, e voi non siete niente!”.

Un’epigrafe ricorda l’ubicazione della storica taverna di Oxford (foto: Tony Holding)

Al mattino la notizia arriva al sindaco John de Bereford. Tutti vogliono che i due studenti vengano puniti, ma lui non può farlo: l’Ateneo non è sotto la sua giurisdizione e gli accademici godono di speciali privilegi che li rendono sottoposti direttamente alla Corona: l’unico che può ordinarne l’arresto è il cancelliere dell’Università Humphrey de Cherlton. Ed è ciò che gli chiede di fare de Bereford, ma il Rettore fa orecchi da mercante, prende tempo, non si muove. D’altra parte come potrebbe proprio lui andare contro coloro che, anche se in modo indegno, rappresentano comunque la sua potente università? Non importa chi ha cominciato la rissa: un oxfordiano è un oxfordiano e ha ragione anche quando ha torto.

Intanto la situazione è degenerata fino ad arrivare alla guerra civile: gli abitanti di Oxford decidono di farsi giustizia da soli e vanno a caccia dei due facinorosi, ma il corpo studentesco si schiera in blocco a difesa dei colleghi e passa al contrattacco: 200 universitari si lanciano all’assalto del Comune e aggrediscono lo stesso sindaco. La reazione è durissima: persino dalle contrade vicine i contadini si riversano in città per dare man forte agli abitanti al grido di “Havoc! Havoc! Smyt fast, give gode knocks!” (“All’assalto! All’assalto! Colpisci veloce, colpisci bene!”).

Il massacro va avanti per due lunghissimi giorni, finché il College non è costretto a capitolare. Il bilancio è pesantissimo: 93 morti, di cui 63 studenti universitari e 30 residenti.

Sconfitti sì, ma impuniti. Perché se è vero che gli universitari hanno ragione anche quando hanno torto, è vero pure che vincono anche quando perdono: il governo mette infatti fine alla disputa intervenendo a favore dell’ateneo con un nuovo decreto che garantisce ulteriori tutele e privilegi alla popolazione accademica. A memoria delle violenze subite dagli studenti, poi, ogni 10 febbraio il sindaco e i consiglieri della città dovranno marciare a capo scoperto per le vie cittadine e pagare all’università una multa di un centesimo per ogni studioso ucciso, per un totale di 5 scellini e 3 penny.

L’edificio che ospitò Swindlestock Tavern, all’incrocio tra Queen Street e St. Aldates Street è ora sede di una banca

Le tensioni tra Comune e ateneo continueranno a covare sotto la brace per secoli ma nessun episodio di sangue si ripeterà mai più. Quanto al rituale delle scuse e del dazio, proseguirà ogni anno per 470 anni: nel 1825, infatti, il sindaco si rifiuterà di prendervi parte chiudendo così la tradizione.

Per un’autentica pacificazione bisognerà aspettare invece il 10 febbraio del 1955, quando in occasione del 600º anniversario, la commemorazione dei moti studenteschi di Santa Scolastica fornirà l’occasione per un’ideale riconciliazione suggellata da due atti simbolici: l’Università di Oxford assegnerà al sindaco un titolo onorifico, mentre l’autorità cittadina conferirà al vice-cancelliere la cittadinanza onoraria.

Quanto alla taverna della discordia, esiste ancora; anche se nel frattempo è diventata una banca: nell’edificio che ospitava Swindlestock Tavern a Carfax, all’angolo tra via St. Aldates e Queen Street, oggi trova infatti posto la sede della spagnola Santander Bank.

Arnaldo Casali

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La nascita dell’Università

Lo scriptorium in una miniatura del secolo VII

In principio era lo scriptorium: una stanza fredda, buia, silenziosa, dove il monaco studia in solitudine su antichi codici.

Poi, con il passare dei secoli, piccoli gruppi di maestri laici ed ecclesiastici iniziano a riunirsi nei centri abitati per dare lezioni di diritto, arti e teologia mentre a Salerno, nel IX secolo, si va formando lentamente una vera e propria scuola di medicina.

Niente a che fare con l’Accademia Platonica o con i Simposi della Grecia Antica: quelli che insegnano a Salerno sono uomini e donne privi di cultura letteraria ma forniti di grande esperienza pratica che si tramandano oralmente, ma la loro fama è tale da trasformare la “Scuola medica” in un centro di eccellenza internazionale, al quale iniziano ad accorrere da tutto il Mediterraneo studenti di ogni nazionalità e cultura. Nasce anche una leggenda che ne spiega l’origine narrando l’incontro – in una notte di tempesta – tra il pellegrino greco Pontus, il latino Salernus, l’ebreo Helinus e l’arabo Abdela che, scambiandosi le reciproche conoscenze sull’arte medica, avrebbero dato vita al sodalizio destinato a formare i grandi medici del Medioevo sposando i segreti delle grandi culture del tempo.

La prima scuola di diritto nasce invece a Parma nel 962, quando l’imperatore Ottone I con un decreto conferito al vescovo Uberto, sancisce l’istituzionalizzazione di una scuola superiore indirizzata alla formazione della professione notarile, richiamando studenti anche dai paesi d’oltralpe.

Se in molti vedono nella Scuola medica salernitana il primo esempio di facoltà scientifica e in quello di Parma una vera e propria istituzione universitaria, di fatto il primo Ateneo ufficiale dell’Occidente nasce a Bologna nel 1088; quantunque anche in questo caso si tratti di una data convenzionale, stabilita nel 1888 da una commissione presieduta da Giosuè Carducci. I primi statuti dell’Università di Bologna risalgono infatti al 1317, anche se è certo che già nell’XI secolo esistesse una fiorente scuola giuridica destinata a diventare la prima università. Beninteso, prima d’Europa: perché a livello mondiale, Bologna non arriva prima e nemmeno seconda.

Le prime due università della storia moderna, infatti, nascono entrambe in Africa ed entrambe nel contesto della cultura islamica. E la cosa ancora più sorprendente, è che la più antica istituzione educativa al mondo è stata fondata da una donna: è l’Università di al-Qarawiyyin, a Fès, in Marocco, costituita nell’anno 859 e ancora oggi uno dei principali centri spirituali ed educativi del mondo.

La fondatrice è Fatima, figlia di un ricco mercante chiamato Muhammad al-Fihri. Come la sorella Maryam, Fatima era molto istruita e aveva ricevuto una ricca eredità dal padre, che aveva voluto destinare alla costruzione di una moschea per la comunità di Qayrawanesi (al-Qarawiyyūn). Oltre che luogo di culto, la moschea diventa presto sede di istruzione religiosa e di discussione politica, estendendo gradualmente l’istruzione ad un gran numero di materie, e in particolare le scienze naturali e la filosofia.

Vista dal cortile della moschea-università al-Qarawiyyīn di Fez (Marocco), la prima jāmiʿa, fondata nell’859

L’università guadagna il patronato del sultano che – nel 1349 – fonda la biblioteca dove viene raccolta una vasta selezione di manoscritti, tra i quali figurano la al-Muwattaʾ di Malik ibn Anas, scritta su una pergamena di gazzella e la Vita del Profeta di Ibn Ishaq. Non si tratta di un’accademia esclusivamente religiosa, comunque: oltre al Corano e alla Fiqh (la giurisprudenza islamica), tra le materie di studio ci sono grammatica, retorica, logica, medicina, matematica, astronomia, chimica, storia, geografia e musica. All’Università al-Qarawiyyīn si formano molti studenti destinati ad influenzare la storia accademica e intellettuale del mondo e non solo musulmano: tra i suoi studenti più celebri figura il filosofo e teologo ebreo Ibn Maymūn, meglio noto come Maimonide, nato nel 1135 e morto nel 1204.

La seconda università a sorgere è invece quella di al-Azhar (letteralmente “La luminosa”) al Cairo, uno dei principali centri di insegnamento religioso dell’Islam sunnita, fondata nel 970 dagli Imām fatimidi sciiti-ismailiti immediatamente dopo la conquista dell’Egitto da parte di Jawhar al-Ṣiqillī. Pur essendo nata come centro di studio e insegnamento del credo sciita, dopo la riconquista dell’Egitto da parte di Saladino l’Università finisce per diventare la più prestigiosa sede di elaborazione del pensiero sunnita, e comprende anche una facoltà di Giurisprudenza basata soprattutto sull’insieme delle discipline giuridiche che fanno riferimento alla Shari’a.

Sul fronte accademico, quindi, l’Europa cristiana arriva con quasi mille anni di ritardo rispetto al mondo arabo-musulmano. E ci arriva in modo molto diverso: a fondare l’Università di Bologna, infatti, non è un’istituzione o un mecenate illuminato, ma gli studenti stessi. Già, sono proprio le matricole ad inventarsi l’Ateneo, organizzandosi in gruppi cittadini (universitates) o nazionali (nationes) che scelgono i docenti e li pagano attraverso una raccolta di donazioni, e tra loro c’è anche Graziano, autore del Concordantia discordantium canonum, il primo manuale di diritto canonico.

Studenti raffigurati in un frammento dell’arca di Giovanni da Legnano. Opera di Pierpaolo dalle Masegne, 1383, Bologna, Museo medievale

I gruppi italiani, divisi in base alla città di provenienza sono detti “Intramontani”, mentre gli “Ultramontani” (ovvero che arrivano dal di là delle Alpi) sono raggruppati in base alla nazione di provenienza. Nel XII secolo sono ben diciassette le università intramontane e quattordici i collegi delle nazioni ultramontane, il più importante dei quali è quello di Spagna. A testimoniare questa grande ricchezza culturale, nel palazzo dell’Archiginnasio che sarà sede dell’Università dal 1563, si può ancora oggi ammirare il più grande complesso araldico al mondo, che raccoglie quasi seimila stemmi studenteschi.

Nel 1158 Federico Barbarossa promulga la Authentica Habita con cui l’Università viene tutelata come luogo di ricerca e studio indipendente da ogni altro potere. Il modello universitario bolognese è dunque basato su un’associazione di studenti legati tra loro da un giuramento e dotati di capi riconosciuti (i “rettori”) e dove ogni associazione fornisce ai propri membri varie forme di protezione e privilegi ed è incaricata del reclutamento dei docenti.

Lo stesso modello è quello su cui è basata la seconda università sorta in Europa e la prima del mondo anglosassone: Oxford, fondata ufficialmente nel 1096 da un gruppo di studenti divisi – come a Bologna – in base alla nazione di provenienza (con una rappresentanza del Nord che riunisce gli scozzesi e quella del Sud che comprende gli irlandesi e i gallesi). La grande svolta, l’Ateneo inglese, la conosce però grazie al “privilegio al contrario” di Re Enrico II che, nel 1167, proibisce ai suoi sudditi di andare a studiare a Parigi costringendo gli intellettuali inglesi a concentrarsi su Oxford facendo crescere così rapidamente la nuova università. Per favorire la crescita dell’Ateneo il Re concede ogni sorta di privilegi agli accademici e agli studenti arrivati da ogni angolo d’Europa, che finiscono inevitabilmente per entrare in conflitto con gli abitanti del piccolo villaggio. La crescente arroganza degli studenti – divenuti dei veri e propri “signorotti” del luogo – è tale da arrivare a compiere rapine e omicidi, tanto che nel 1209 due accademici che avevano ucciso una donna vengono condannati a morte e giustiziati con il beneplacito di Re Giovanni Senzaterra.

L’esecuzione porta ad una sollevazione del corpo studentesco, una sospensione delle attività didattiche e una guerra contro i residenti che costringe gli accademici a fuggire altrove. Un gruppo di loro si trasferisce a Cambridge, dove fonda quella che sarà la seconda università del mondo anglosassone. Anche qui l’istituzione privata viene presto riconosciuta dalle autorità: nel 1231 re Enrico III assegna a Cambridge sovvenzioni statali ed esenzioni dalle tasse e regolamenta la vita nel villaggio per evitare che si ripeta quanto accaduto a Oxford: vengono dunque puniti comportamenti irresponsabili dei giovani ma allo stesso tempo ne viene garantita la protezione verso canoni di affitto eccessivi. Una bolla pontificia di papa Gregorio IX da poi il permesso ai laureati di Cambridge di insegnare in qualunque Paese cristiano.

Intanto in poco tempo anche Oxford si riorganizza per tornare più grande, ancora più forte e tutelata di prima, tanto che il 10 febbraio 1355 si arriverà ad una vera e propria guerra civile tra città e università, da cui l’Ateneo uscirà con 63 morti ma ancora maggiori tutele e privilegi da parte del Governo.

Lezione di Filosofia. Miniatura dalle Grandes chroniques de France, fine XIV secolo, Castres, biblioteca municipale

È invece completamente opposto, rispetto a Bologna, Oxford e Cambridge, il modello di Ateneo che si sviluppa a Parigi: a fondare la Sorbona nel 1170 non sono gli studenti ma i docenti, che si associano tra di loro e si occupano di regolare i corsi di studi, ponendosi come interlocutori delle istituzioni e ottenendo, a loro volta, il riconoscimento del Re Filippo II di Francia nel 1200 e di papa Innocenzo III nel 1215.

Nasce invece in Spagna, a Palencia, la prima università statale d’Europa: è il re Alfonso VIII di Castiglia su richiesta del vescovo Tello Téllez de Meneses, a fondare nel 1212 il primo ateneo spagnolo chiamando da Francia e Italia importanti insegnanti di arti e di scienze e pagandoli profumatamente. Anche troppo, profumatamente: quando, cinquant’anni dopo, i soldi finiscono l’Università di Palencia – dove si era formato uno dei più importanti santi del Medioevo come Domenico di Guzman – affonderà tra i debiti. In compenso l’esempio del primo ateneo spagnolo ispira altre università come quella di Salamanca (fondata nel 1218 e diventata la sua principale rivale) e quella di Vallodolid, che ne diventa l’erede ufficiale.

Intanto nel 1215 ad Arezzo è nata un’altra università destinata purtroppo a chiudere alla fine del Medioevo, mentre un’altra migrazione è quella che porta – nel 1222 – un gruppo di studenti e insegnanti dell’Università di Bologna in cerca di maggiore libertà accademica, a fondare un nuovo ateneo a Padova.

La prima università statale italiana viene fondata invece da Federico II a Napoli nel 1224. L’imperatore scrive che lo scopo principale della nascita dello Studium Neapolitatum è quello di assicurare ai suoi sudditi la possibilità di studiare sotto lo sguardo dei propri familiari, ed evitare – quindi – lunghi e costosi viaggi in terre straniere. Napoli viene scelta per la sua posizione accessibile e per il favore del clima, ma anche per una pacificazione politica: la città era stata l’ultima a piegarsi alle armate di Ruggero II e aveva resistito per tre difficili anni anche all’assedio di Enrico VI, padre di Federico II. D’altra parte l’imperatore ha anche la necessità di coltivare una nuova classe dirigente, funzionale alla sua burocrazia. Per evitare che i suoi sudditi vadano a studiare all’estero, Federico – che ha appena 30 anni – assicura loro una serie di agevolazioni a partire dalle spese di iscrizione più basse fino alle convenzioni per gli alloggi a prezzo fisso e alla possibilità di borse di studio per gli studenti più poveri e persino una mensa, affiancando – a scanso di equivoci – ai privilegi anche il divieto di andare ad insegnare o a studiare a Bologna. Al tempo stesso proibisce di iscriversi al nuovo Ateneo studenti stranieri, e soprattutto quelli provenienti dallo Stato Pontificio e dai paesi ostili all’Impero. Quella di Napoli è anche la prima università italiana totalmente laica: la Chiesa, infatti, non ha alcun potere riguardo al reclutamento dei docenti.

Le università nell’Europa medievale

Il Papa, da parte sua, risponde nel 1303 fondando l’Università più grande d’Europa, anch’essa statale e anch’essa laica: La Sapienza. Il papa più teocratico e forse più discusso dell’intero Medioevo – il teorico della superiorità della Chiesa su qualsiasi altro potere – formalizza la fondazione dello Studium Urbis con la bolla In Supremae praeminentia Dignitatis il 20 aprile 1302, pochi mesi prima dell’umiliazione di Anagni e della morte. Fino a quel momento a Roma gli istituti di istruzione superiore sono stati esclusivamente rivolti al clero di Roma. Tra questi c’è la Scuola capitolare Lateranense, a indirizzo teologico e giuridico, destinata alla formazione dei quadri direttivi del governo ecclesiastico, la Universitas Romanae Curiae, istituita a Lione intorno al 1245 e aperta agli impiegati della curia che, senza sede stabile seguiva la corte papale; gli Studi generali in teologia, tenuti dalla seconda metà del secolo XIII dagli Ordini mendicanti, erano invece riservati ai frati. Mancava quindi un centro di studi superiori aperto alla cittadinanza romana e destinato a formare la futura classe dirigente. Bonifacio, che è tra i primi papi ad essersi laureato in un’Università (a Bologna), vuole dotare anche la sua città di una struttura simile, capace di offrire una formazione in tutte le discipline e aperta anche ai laici. Laici come lui stesso è stato, dopotutto, fino a 60 anni. L’università municipale di Roma comprende tutte le facoltà con una forte presenza degli studi giuridici. Nasce come istituzione laica ma subisce inevitabilmente le ingerenze del papato risentendo, nei suoi primi decenni di vita, del clima turbolento che i moti politici e gli scontri tra le fazioni guelfa e ghibellina provocano a Roma. I finanziamenti iniziali giungono dalla tassazione del vino forestiero, oltre che dalla munificenza di alcuni nobili romani; lo Studium Urbis acquista man mano importanza e prestigio e nella seconda metà del ‘400 il termine Sapientia viene usato nei documenti per indicare l’insieme di scuole e collegi riuniti nello Studium.

Appena tre anni dopo la fondazione della “Sapienza”, papa Clemente V con la bolla Super Specula sancisce ufficialmente la nascita dell’Università di Perugia, le cui facoltà di medicina e di legge esistevano in realtà già dagli inizi del Duecento, finanziate principalmente dal Comune.

Una libreria dell’Università di Salamanca. Fondata nel 1208, è l’ateneo più antico di Spagna (l’Università di Palencia non esiste più) e uno dei più antichi d’Europa

Statale è anche l’Università di Firenze, fondata dalla Repubblica nel 1321, ma costretta quasi subito alla chiusura per riaprire poi nel 1349. Intanto, nel 1336, papa Benedetto XII tramite il nunzio apostolico Bertrando di Deux concede “la facoltà di nominare capitani delle arti, consiglieri, notai di curia e delle riformanze” al Comune di Camerino, costituendo un nuovo Ateneo. Ad esso seguiranno le università di Pisa (1343), Praga (1348) e Pavia (1361). Nel 1364 il re di Polonia Casimiro il Grande fonda l’Akademia Krakowska che nel XIX secolo diventerà l’Università Jagellonica (Cracovia); poi è la volta di Vienna in Austria (1365), Pécs in Ungheria (1367), Heildeberg (1386) e Colonia (1388) in Germania.

Alla fine del Medioevo saranno 54 le università sorte in tutto mondo, di cui 21 sul territorio italiano. Da Zara a Torino, da Louvain in Belgio a Uppsala in Svezia, da Copenaghen a Monaco fino a Valencia: la rivoluzione culturale innescata dall’età di mezzo agli inizi del Cinquecento è ormai compiuta ed è pronta a prendere per mano il mondo e portarlo nel futuro.

Arnaldo Casali

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La nascita dell’Università di Napoli

Studenti raffigurati in un frammento dell’arca di Giovanni da Legnano. Opera di Pierpaolo dalle Masegne, 1383, Bologna, Museo medievale

La prima università statale e laica nacque a Napoli nel 1224. A quel tempo la città era la capitale di un ducato, ma non era più importante di altri centri come Salerno, sede della antica e prestigiosa scuola medica, Capua e anche di Benevento, enclave pontificia nel cuore di una Campania che nel Medioevo superava i confini attuali e comprendeva molti altri territori del Lazio di oggi.

La decisione di fondare uno Studium fu frutto della volontà imperiale. Federico II di Svevia ne spiegò i motivi ai suoi sudditi, attraverso una lettera circolare, vergata in quel fatale 1224 e giunta fino a noi grazie alle cronache di Riccardo di San Germano.

L’imperatore scrisse che lo scopo principale della nascita dello “Studium Neapolitatum” era quello di assicurare ai suoi sudditi la possibilità di studiare “in conspectu parentum suorum“, sotto lo sguardo dei propri familiari. Così, si sarebbero evitati lunghi e costosi viaggi in terre straniere.

Napoli fu scelta per la sua posizione accessibile e per il favore del clima. Ma soprattutto per una precisa volontà politica che suggellava una pacificazione: la città era stata l’ultima a piegarsi alle armate di Ruggero II e aveva resistito per tre difficili anni anche all’assedio di Enrico VI, padre di Federico II. Non solo. Appena tredici anni prima, nel 1211, si era ancora ribellata all’autorità imperiale e era passata al partito di Ottone IV, l’imperatore del Sacro Romano Impero di fazione guelfa che aveva risposto alla scomunica e alla deposizione da parte di papa Innocenzo III avanzando in modo minaccioso, alla testa delle sue truppe, verso il Regno di Sicilia di cui rivendicava la corona.

Il busto di Federico II conservato a Barletta

Federico di Svevia, con la sua circolare, espresse l’auspicio che lo Studium di Napoli “mediante l’attingimento dei saperi e il semenzaio delle dottrine”, coltivasse prima di tutto lo studio del Diritto, che è “un modo di servire Dio e di piacere al sovrano”.

Secondo una concezione squisitamente medievale, l’imperatore si sentiva obbligato solo verso Dio, dal quale faceva discendere la sua missione. E si definiva “rex justus” e “lex animata in terris”, legge animata in terra. Roffredo da Benevento, che forse fu il primo rettore dello Studium, ribadì questo basilare principio: “L’imperatore fonda il suo diritto sul dono elargitogli dalla grazia celeste”.

Lo storico tedesco Norbert Kamp, ci ricorda che la fondazione dell’università a Napoli fu la conseguenza diretta delle importanti riforme amministrative realizzate dal sovrano svevo nell’arco di due anni (1220-1221) che prevedevano di utilizzare giuristi qualificati in posizioni di grande prestigio nei tribunali del Regno di Sicilia.

Federico II voleva coltivare una nuova classe dirigente, funzionale alla sua burocrazia. La “curia regis” aveva bisogno di persone di cultura elevata, giuristi qualificati fondamentali per l’amministrazione dello stato.

A quel tempo, la patria riconosciuta degli studi giuridici era Bologna, sede della prima, prestigiosissima università del mondo, fondata nel 1088. Federico voleva però evitare che i futuri funzionari della sua amministrazione si nutrissero del clima contrario all’impero che pervadeva la città felsinea e molte altre località dell’Italia settentrionale.

Platone impartisce insegnamenti a Socrate (Oxford, Bodleian Library, ms.Ashmole 304, c. 31v). La miniatura (1240 ca.) è opera di Matteo Paris, colui che definì Federico II Stupor mundi

Così, Federico II, che all’epoca aveva 30 anni, assicurò ai nuovi, potenziali studenti, tutta una serie di agevolazioni, a partire dalle spese di iscrizione più basse, fino alle convenzioni per gli alloggi a prezzo fisso e alla possibilità di borse di studio per gli studenti più poveri. Il sovrano svevo pensò perfino a un pasto statale per gli alunni più bravi. E non trascurò di far intendere che da quel momento in poi, studiare a Napoli per poi sedere nei tribunali del Regno, era la garanzia di un sicuro arricchimento, non solo culturale.

Ma per farsi capire meglio, arrivò anche alle minacce. Vietò a chiunque di lasciare il Regno per studiare o insegnare altrove. Stabilì inoltre (“sancimus“) che nessun suddito dell’Impero o del Regno di Sicilia avrebbe più potuto recarsi a Bologna, pena la decadenza da una serie di diritti essenziali, a partire da quello di poter fare testamento.

Dichiarò nulle tutte le sentenze dei giudici che in modo ostinato rimanevano nella città felsinea. E arrivò a colpire nelle persone e negli averi gli stessi genitori degli studenti “qui de regno sunt extra regnum in scolis“. Fissò anche una data precisa come limite per il rientro in patria di chi era emigrato altrove: quella del 29 settembre, giorno di San Michele. Non a caso, nello stesso periodo, di regola, riprendevano le lezioni nello Studium bolognese. Invano Bologna cercò, a sua volta, di sabotare la nuova iniziativa scolastica dell’imperatore svevo.

L’Università di Napoli si differenziava da tutti gli altri atenei di allora (Bologna, Modena e Reggio Emilia, Vicenza, Arezzo e Padova) su un punto fondamentale: la Chiesa non aveva nessun potere riguardo il reclutamento dei docenti.

Le minacce e le blandizie del sovrano per molto tempo servirono a poco: i primi anni dell’ateneo furono travagliati. A più riprese (1226, 1234, 1239) Federico II invitò docenti e discenti italiani e stranieri a lasciare Bologna e trasferirsi a Napoli.

Il 14 novembre 1239, l’imperatore accolse le richieste dei professori e degli studenti dello Studium e aprì sia agli italici che agli ultramontani le porte dell’università campana. Con le dovute eccezioni: da Napoli erano comunque esclusi i sudditi del papa e i cittadini di altre città del nord della penisola che combattevano la sua autorità (Milano, Bologna, Ravenna, Brescia, Piacenza, Alessandria, Faenza e Treviso).

Il logo dell’Università degli studi di Napoli Federico II

Così, al pari di Bologna e Parigi, l’università partenopea divenne un centro internazionale di insegnamento superiore.

Docenti illustri hanno segnato la sua storia centenaria: Roffredo di Benevento, Benedetto d’Isernia, Andrea Bonello da Barletta e Matteo da Pisa per il diritto; Anello da Gaeta per le lettere latine; Arnaldo Catalano per la filosofia; Goffredo da Trani per il diritto canonico; Pietro d’Ibernia per le scienze naturali; Maestro Martino per la logica e Terrisio d’Atina per la retorica. Senza dimenticare l’allievo più famoso: Tommaso d’Aquino, il “doctor angelicus”.

Federico Fioravanti

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La nascita della Sapienza

La statua in bronzo di Minerva, opera di Arturo Martini, è uno dei simboli principali della Sapienza, eretta su una vasca d’acqua di fronte all’ingresso del Palazzo del Rettorato

È stata fondata da papa Bonifacio VIII, il 20 aprile 1303, l’università più laica d’Italia: “La Sapienza”; la più grande d’Europa e la ventunesima ed essere nata al mondo.

Un papa che con il concetto di laicità aveva un rapporto molto personale. E cioè grande interesse, attenzione e rispetto, purché anch’essa fosse sottomessa completamente all’autorità religiosa.

A modo suo laicissimo, visto che era più interessato a cultura, politica e turismo ante-litteram che alla spiritualità, non riusciva però proprio a tollerare che tutto questo potesse muoversi autonomamente, senza riconoscere al vicario di Cristo il potere supremo. Mai contrappasso fu più sublime, di un’Università pontificia che oggi ostenta nel nome e nel suo monumento-simbolo una divinità pagana: Minerva, dea della Sapienza, la cui statua troneggia di fronte alla grande vasca nel mezzo della città universitaria e che non bisogna mai guardare – secondo una leggenda studentesca – prima di sostenere gli esami.

Forse fu il più teocratico dei pontefici dell’intera storia della Chiesa, Benedetto Caetani. Era nato ad Anagni, nel Lazio, intorno al 1230 e apparteneva ad una delle famiglie più importanti della Roma medievale che, originaria di Pisa, si spartiva con gli Orsini e i Colonna papi e potere.

Di temperamento energico e dotato di grandi capacità diplomatiche, rese ancora più decisive da una notevole cultura e da profonde conoscenze giuridiche, Benedetto aveva studiato prima a Todi e poi a Bologna, dove si era laureato in Diritto Canonico; poi aveva iniziato la carriera diplomatica in Laterano, prendendo parte anche ad una importante e delicata missione a Londra.

Diventato cardinale a 51 anni e sacerdote dieci anni dopo, nel 1291 era stato in missione in Francia per dirimere una controversia tra clero secolare e ordini religiosi e aveva partecipato a quattro conclavi: quello che aveva eletto Onorio IV nel 1285, quello da cui era uscito papa per la prima volta un frate francescano (Niccolo IV, nel 1288) e poi quello – lunghissimo – seguito alla morte di Nicolò nel 1292 e che era rimasto bloccato due anni a causa della lotta tra le famiglie rivali. Dall’impasse si era usciti quando era venuta fuori l’idea di eleggere una figura completamente al di fuori dei giochi di potere e sicuramente apprezzata dal popolo cristiano: Pietro dal Morrone, monaco eremita con fama di santità, che aveva preso il nome di Celestino V.

Dopo appena 6 mesi di pontificato Celestino, con un gesto del tutto inedito, aveva rinunciato spontaneamente al pontificato. Spontaneamente fino a un certo punto, secondo i suoi sostenitori che poi erano anche i nemici di Bonifacio, accusato di manipolare il papa santo per convincerlo a dimettersi. Quel che è certo è che il cardinale Caetani era diventato quantomeno un autorevole consigliere giuridico per il vecchio eremita finito sul trono più ambito e più scomodo del mondo. E quel che è certo è che appena dieci giorni dopo la rinuncia, i 22 cardinali riuniti in conclave a Napoli (di cui ben 13 erano stati scelti da Celestino) avevano eletto Benedetto, che aveva assunto il nome di Bonifacio VIII. A scanso di equivoci, la prima cosa che aveva fatto Bonifacio era stata quella di arrestare e chiudere in carcere Celestino, per evitare che i suoi nemici ne facessero un antipapa. Intanto, gran parte del mondo spirituale e intellettuale, accusava il nuovo papa di simonia, ovvero di aver pagato i cardinali che lo avevano eletto. Convinto assertore della superiorità del potere spirituale su ogni altro potere, dopo aver riportato ordine a Roma, Bonifacio VIII aveva ingaggiato una lotta con il re di Francia Filippo IV il Bello (che gli sarebbe costato il celebre “schiaffo di Anagni”), guadagnandosi – nel frattempo – un posto all’inferno all’interno della Divina Commedia.

Bonifacio VIII indice il giubileo del 1300, Giotto, affresco staccato in San Giovanni in Laterano (Roma)

Era stato proprio lui, nel 1300, a “inventare” il Giubileo moderno, grande evento turistico-spirituale, ma soprattutto segno tangibile della superiorità della Chiesa su qualsiasi altro potere. Solo lei può infatti perdonare ogni colpa e aprire la porte del cielo. A rimarcare questa assoluta autorità, Bonifacio aveva aggiunto allo stemma papale la tiara pontificia con due corone, a rappresentare il potere temporale e quello spirituale. Ultimo importante atto di Bonifacio, pochi mesi prima dell’umiliazione di Anagni e della morte, è la fondazione dell’Università di Roma, formalizzata con la bolla In Supremae praeminentia Dignitatis promulgata il 20 aprile 1303.

L’Università era allora un’istituzione ancora giovanissima, ma in piena espansione.

Con il decadere dell’impero romano, a lungo gli unici luoghi di insegnamento erano stati gli studia organizzati presso le sedi vescovili urbane per l’apprendimento dei fondamenti della grammatica e della retorica e la formazione teologica. Presso alcuni di essi, a partire dalla fine del decimo secolo, un numero crescente di docenti e studenti provenienti da ogni parte d’Europa, aveva dato vita a gruppi di studio (studia generalia), inizialmente organizzati in modo spontaneo, sulla base della nazionalità, ma presto strutturatisi in corporazioni di docenti e studenti delle Universitates magistrotrum et scholarium. La prima a sorgere era stata Bologna nel 1088, alla quale era seguita Oxford nel 1167 e poi Parigi nel 1170. Nel corso del XIII secolo le università si erano andate moltiplicando in Italia, Francia, Inghilterra e nella penisola iberica, dove erano diventate un ponte tra mondo europeo e arabo e, tramite questo, veicolo della riscoperta della cultura greca. Come tutte le corporazioni di mestieri, le università erano dotate di propri statuti e autonome autorità di governo: assumevano i docenti e organizzavano l’attività didattica in un ciclo introduttivo alle arti liberali (6 anni di frequenza), seguito dagli insegnamenti superiori di Diritto, Medicina (6 anni) e Teologia (8 anni), si preoccupavano di garantire gli alloggi e i locali per la comunità di studenti e maestri e ne curavano gli interessi di fronte all’autorità

Studenti a lezione in un frammento dell’arca di Giovanni da Legnano, Pierpaolo dalle Masegne, 1383, Museo medievale di Bologna

Dopo Parigi erano nate le università di Vicenza (1204), Valencia (1208), Cambridge (1209), Arezzo (1215), Padova (1222), Napoli (1224), Vercelli (1228), Tolosa (1229), Angers (1229), Salerno (1231), Salamanca (1242), Piacenza (1248), Siviglia (1254), Reggio Emilia (1276), Montpellier (1289), Lisbona (1290), Lerida (1300) e Avignone (1303).

A Roma, prima della istituzione dello “studio bonifaciano”, gli istituti di istruzione superiore erano esclusivamente rivolti al clero di Roma. Tra questi c’era la Scuola capitolare Lateranense, a indirizzo teologico e giuridico, destinata alla formazione dei quadri direttivi del governo ecclesiastico, la Universitas Romanae Curiae, istituita a Lione da Innocenzo IV intorno al 1245, aperta agli impiegati della curia, e che, senza sede stabile a Roma seguiva la corte papale “ubicumque Romanam Curiam residere contigerit” a causa di eventi religiosi o politici; gli Studi generali in teologia, tenuti dalla seconda metà del secolo XIII dagli Ordini mendicanti erano invece riservati ai frati. Mancava quindi un centro di studi superiori aperto alla cittadinanza romana e destinato a formare la futura classe dirigente.

Statua di Bonifacio VIII, Arnolfo di Cambio (1298 ca.), Museo dell’Opera del Duomo, Firenze

Bonifacio, che è tra i primi papi ad essersi laureato in un’Università (la prima al mondo, quella di Bologna, appunto) vuole dotare anche la sua città di una struttura simile, capace di offrire una formazione in tutte le discipline e aperta anche ai laici. Laici come lui stesso era stato, dopotutto, fino a 60 anni. Quella di Roma diventa così la prima università ad essere fondata dall’autorità politica e religiosa e non costituita spontaneamente da un’associazione di studenti e insegnanti. Bonifacio la chiama “Studium Urbis” (nome ancora oggi utilizzato nello stemma) e la colloca fuori dalle mura vaticane, ubicazione che segna l’inizio di un nuovo rapporto tra la città di Roma e gli studiosi che in essa giungono da tutte le parti del mondo.

L’università municipale di Roma comprende tutte le facoltà con una forte presenza degli studi giuridici. Nasce come istituzione laica ma subisce inevitabilmente le ingerenze del papato risentendo, nei suoi primi decenni di vita, del clima turbolento che i moti politici e gli scontri tra le fazioni guelfa e ghibellina provocano a Roma. Nella seconda metà del Trecento, lo Studium è costretto a ricorrere a docenti non romani di Legge, Medicina, Grammatica e Logica, non compromessi nelle lotte politiche. I finanziamenti iniziali giungono dalla tassazione del vino forestiero, oltre che dalla munificenza di alcuni nobili romani. Quando la sede pontificia sarà spostata ad Avignone, la gestione dell’università sarà affidata al Comune di Roma. Lo Studium Urbis acquista man mano importanza e prestigio e dal 1363 riceve dalla città di Roma un contributo stabile. La sede di Trastevere non è più sufficiente; così nel 1431 papa Eugenio IV, per dare all’Università una struttura più articolata, affianca al rettore quattro amministratori e provvede all’acquisto di alcuni edifici nel rione Sant’Eustachio, tra piazza Navona e il Pantheon. In quell’area sorgerà duecento anni dopo l’edificio della Sapienza. Già nella seconda metà del ‘400, invece, il termine “Sapientia” viene usato nei documenti per indicare l’insieme di scuole e collegi riuniti nello Studium Urbis.

Con Niccolò V (1447-1455), papa mecenate e protettore di studiosi e letterati, il ginnasio attraverserà un periodo di rinascimento delle lettere latine e greche, con maestri illustri quali Lorenzo Valla, fondatore della critica filologica, Poggio Bracciolini, il grande letterato greco Crysoloras, il cardinal Bessarione e il poeta Enea Silvio Piccolomini, divenuto papa con il nome di Pio II. In un periodo di espansione dell’università, Alessandro VI (1492-1503) ne amplierà la sede e i lavori saranno portati avanti da Pio III (1503) e Giulio II (1503-1513). Nel Cinquecento sarà il figlio di Lorenzo De’ Medici, papa Leone X, a dare un forte impulso all’Università romana, chiamando da tutta Europa studiosi famosi. È a Roma che per la prima volta in Europa vengono introdotte materie come i simplicia medicamenta, base della spagirica, un sistema di cure che a partire dall’energia presente nell’uomo cerca di ristabilirne l’equilibrio turbato dalla malattia. È in quegli anni che lavora nello Studium Urbis Bartolomeo Eustachio, uno dei fondatori della scienza anatomica moderna. Sarà sempre papa Leone X a dare impulso agli insegnamenti storici, umanistici, archeologici e scientifici mentre nel 1592 papa Clemente VIII chiamerà a Roma Andrea Cesalpino che l’anno dopo fornirà la prova della circolazione sanguigna.

Papa Celestino V, oggetto di importanti studi proprio nell’università fondata da Bonifacio VIII, il pontefice che lo fece incarcerare

Sotto l’impulso di Paolo III Farnese (1534-1549), cultore di astronomia e di matematiche, l’università si aprirà inoltre alle scienze e all’archeologia. La crescita continuerà nel Seicento con l’inaugurazione nel 1660 – sotto Alessandro VII – del Palazzo della Sapienza e della chiesa annessa dedicata a Sant’Ivo, protettore degli avvocati. Sarà lo stesso Alessandro VII a fondare la biblioteca universitaria ancora oggi chiamata “Alessandrina”.

Nel 1870, dopo l’unità d’Italia, l’Università passerà al Regno d’Italia e nel 1935 la sede sarà trasferita nella Città piacentiniana, teatro di alcuni dei momenti più importanti della storia politica, sociale e culturale dell’Italia degli ultimi 60 anni. Qui insegnerà infatti Storia del cristianesimo uno dei più importanti teologi del Novecento: Ernesto Bonaiuti, antifascista e modernista, cacciato dall’università per una singolare convergenza di interessi di fascismo e Vaticano, formalizzata in un apposito articolo nei Patti Lateranensi; ma qui fiorirà negli anni ‘60 anche una delle più importanti cattedre di Storia Medievale, destinata a diventare con Raoul Manselli il più importante centro al mondo di studi francescani; e da qui partirà anche la riscoperta della figura di Celestino V, riabilitato in tutta la sua grandezza dopo secoli di luoghi comuni sulla sua presunta vigliaccheria dovuti a quel “fece per viltade il Gran rifiuto” di Dante Alighieri.

Chissà, se lo avesse saputo, cosa avrebbe detto Bonifacio.

Arnaldo Casali

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Una scuola per ogni cattedrale

Un professore per ogni cattedrale. Così anche chi era povero poteva studiare. La decisione fu presa nel Concilio Lateranense del 1179, convocato a Roma da papa Alessandro III dopo la pace tra l’imperatore Federico Barbarossa e la Lega Lombarda. L’ obbligatorietà della presenza di un docente in ogni grande chiesa ebbe effetti dirompenti. Consentì a molte persone che non erano nobili di nascita di avere una adeguata istruzione. E funzionò da “ascensore sociale” per molti personaggi di grandissimo ingegno seppure di origini umili (nella foto, una lezione universitaria in una miniatura del 1350). Forse Alessandro III, quando impose la nuova norma pensò anche alla sua infanzia a Siena e a suo padre Ranuccio, che all’epoca non aveva molti soldi per farlo studiare. Ma Rolando Bandinelli riuscì comunque a frequentare con grande profitto l’università di Bologna, tanto da diventare un famoso insegnante di diritto. Concilio a parte, nel Medioevo, un’epoca che spesso nell’immaginario collettivo giudichiamo “immobile” nella composizione sociale, chi aveva talento riusciva comunque ad emergere. Almeno nelle gerarchie della Chiesa. Sugero, abate di Saint Denis, che resse la Francia quando Luigi II partì per la seconda crociata, era figlio di un servo. E Maurizio di Sully, l’arcivescovo parigino che fece costruire Notre Dame e che perorò presso il papa in modo raffinato la causa di Thomas Becket nella lotta con il re Enrico II, aveva come genitori due mendicanti. San Pier Damiani da giovane era un guardiano di porci. Ma riuscì a diventare priore di Fonte Avellana, vescovo di Gubbio, cardinale e consigliere di papa Gregorio VII. Teologo e latinista eccezionale, era così erudito che i suoi contemporanei lo soprannominarono Grammaticus. Gerberto d’Aurillac in gioventù faceva il pastore di pecore ma divenne l’uomo più colto del suo tempo. Salì al soglio con il nome di Silvestro II. Primo papa francese, introdusse in Europa le conoscenze arabe dell’aritmetica, lo studio delle scienze e quello dell’astronomia. Altri due pontefici, Sergio IV (1009-1012) e Urbano IV (1195-1264) erano entrambi figli di calzolai. Gregorio VII (1025-1085) uno dei “giganti” della Chiesa, veniva da una famiglia di poveri artigiani di Sovana, un paese della Maremma. Anche Benedetto XI riuscì a diventare papa nonostante fosse figlio del servo di un conte. Sisto IV (1414-1484) il papa passato alla storia per aver dato il suo nome alla Cappella Sistina, nacque da una modesta famiglia di Celle Ligure. Il padre del primo e unico pontefice olandese Adriano VI (1459 –1523), maestro del filosofo Erasmo da Rotterdam e precettore del futuro imperatore Carlo V, lavorava come falegname specializzato nelle costruzioni navali e di cognome faceva Floriszoon. Suo figlio Adrian era universalmente ammirato per la sua cultura, unita a una grande forza di volontà. Così stimato che il conclave lo scelse come papa senza nemmeno un voto contrario. Aveva però un compito difficile: quello di succedere al fiorentino Giovanni de’ Medici (Leone X, 1475-1521) munifico pontefice rinascimentale, dalla leggendaria prodigalità, che in otto anni di regno spese la bellezza di quattro milioni e mezzo di ducati, tanto da far rischiare alla Chiesa una clamorosa bancarotta. Un anonimo si scandalizzò e scrisse: “Leone si è mangiato tre pontificati: il tesoro di Giulio II, le rendite di Leone e quelle del suo successore”. Aveva ragione. Ma “noblesse oblige”: Giovanni era nato ricco. Suo padre Lorenzo, con versi immortali, ci ricorda ancora che “di doman non c’è certezza”. L’austero Adriano da Utrecht tagliò tutte le spese possibili, comprese quelle dei poeti, dei letterati e degli artisti. Sconvolse i romani quando disse che per il suo mantenimento voleva spendere soltanto uno scudo al giorno. Morì tredici mesi dopo la sua ascesa al soglio, quando i suoi ammiratori si erano ormai dileguati. Sul trono di Pietro arrivò un altro Medici, Giulio, eletto papa con il nome di Clemente VII (1478-1534). Raffinato mecenate, come da tradizione della casa. Aveva frequentato buone scuole, almeno quanto il frugale Adriano. Ma era ricco di famiglia.

Federico Fioravanti

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