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Category Archives: Scienza

La nascita della farmacia

Affresco di una farmacia (Magister Collinus, secc. XV-XVI), Castello di Issogne, Val d’Aosta

Basta con gli intrugli e i praticoni, basta con i veleni spacciati per toccasana, basta con la medicina fai da te. Da oggi i farmaci si comprano in farmacia; e le farmacie non saranno più empori dove si vende di tutto e nemmeno ambulatori, ma laboratori specializzati, accuratamente selezionati e controllati.

È l’anno del Signore 1241 e Federico II, con le Costituzioni di Melfi, rivoluziona i servizi sanitari segnando l’inizio della medicina moderna. L’imperatore decide infatti di limitare il numero delle farmacie e mettere lo speziale sotto la sorveglianza del protomedico; non solo, ma vieta l’esercizio a chi non sia autorizzato da un apposito collegio, proibisce ogni rapporto d’interessi fra medico e speziale e dà disposizioni per la conservazione dei farmaci. “Il medico non potrà esercitare la farmacia né far società con un preparatore” prescrive il paragrafo 46 delle Costituzioni Melfitane. Questi “confectionari” dovranno prestare giuramento ed eseguire gli ordini dei medici senza frode, e le loro “staciones” dovranno occupare il territorio secondo un disegno precostituito.

Ben presto anche in altre zone d’Italia, come in Toscana, Veneto, Roma e Genova, verranno fissati i principi fondamentali che regolamentano la professione. A Venezia nel 1258 viene promulgato il Capitolare dei Medici e degli Speziali in cui sono stabilite norme precise come la preparazione di medicine secondo l’arte e le norme dell’Antidotario, il divieto di prescrivere medicine e la sorveglianza dei Consoli della Giustizia.

Con Federico viene quindi per la prima volta regolamentata una professione – quella del farmacista – che vanta origini antichissime.

Il più antico testo di farmacologia (2700 a.C.) è una tavoletta d’argilla rinvenuta in Mesopotamia (British Museum, Londra)

Già nella preistoria l’uomo aveva scoperto l’attività benefica di alcune piante e minerali. Nella Bibbia con la parola farmakia si definivano tutte le arti con cui Babilonia sedusse il mondo, ovvero filtri amorosi e afrodisiaci. La Sacra Scrittura ricorda parecchi balsami e a Salomone è attribuito un libro sull’arte di preparare i medicamenti. Il più antico testo di farmacologia invece risale al 2700 a.C.: una tavoletta in caratteri cuneiformi dell’antica Ur in Mesopotamia, che contiene una dozzina di ricette del medico-farmacista Lulu, con preziose indicazioni circa i componenti e le procedure utilizzate per la preparazione di pomate, decotti e lozioni. Tra gli assiro-babilonesi per il medico-farmacista che sbagliava diagnosi o cura c’erano conseguenze serie, come indicato dal Codice di Hammurabi: in caso di buon intervento a favore di un nobile riceveva un ingente compenso in denaro, mentre se al nobile causava decesso o menomazioni gli si mozzava la mano; se a morire era uno schiavo, invece, il medico era condannato a rendere “schiavo per schiavo”. Anche in Egitto i farmaci si basavano su precise conoscenze di botanica e di erboristeria ed erano costituiti essenzialmente da estratti di erbe e semi. Gli egizi dosavano, con speciali pesi e misure, i farmaci; conoscevano l’arte di polverizzare le droghe e setacciarle e quella di preparare infusi e decotti. Ma in Egitto ricorrevano al medico-farmacista anche molte donne per ricette di cosmesi. Numerosi medici-farmacisti diventavano gli estetisti presso le corti dei faraoni o dei nobili, ricavandone considerevoli privilegi e godendo di un prestigio assoluto erano ricercati, venerati e temuti per il loro potere. Nell’antica Grecia i rizotomi raccoglievano e conservavano le radici e le erbe medicinali, mentre i medici preparavano i farmaci e li somministravano ai malati sotto forma di pozioni, pillole, inalazioni, pomate, supposte e clisteri. Nell’antica Roma sono nate le prime farmacie vere e proprie (Tabernae medicinae) nelle quali la figura del pharmacotriba non esercitava più la medicina ma realizzava e vendeva rimedi prescritti da medici. Un noto medico, botanico e farmacista greco fu Dioscoride, vissuto a Roma al tempo dell’imperatore Nerone, mentre Andromaco – medico personale di Nerone – inventò la teriaca, potente contravveleno ottenuto cuocendo la carne di vipera femmina depurata dalle scorie e miscelandola, poi, nel mortaio con oppio, scilla e polvere di pan secco fino a raggiungere una consistenza adatta a farne pasta per compresse: i cosiddetti Trosici di vipera.

Galeno e Ippocrate in un dipinto del XII secolo (Cattedrale di Anagni)

Nel II secolo Galeno, nato a Pergamo, fu il riformatore e teorizzatore della medicina creando un sistema destinato a durare per quindici secoli. Galeno abbandonò gli elementi mitici e ricorse ai principi sperimentali precorrendo il metodo della scienza moderna. Intraprese lunghi viaggi per conoscere le droghe nel luogo d’origine: egli chiama Myropolai, Pharmakopolai, Aromatarii coloro che le vendevano, ed erano circulatores, se andavano offrendole di casa in casa o sellularii se le commerciavano in apposite botteghe situate ai piedi del colle Capitolino. La sua opera contiene la descrizione di 475 specie vegetali, frutto del suo peregrinare alla ricerca delle fonti dei medicamenti. Originariamente scritta in greco, venne tradotta in arabo e in latino giungendo alla stamperia veneziana dei Giunta nel 1541. La sua teoria parte dagli assiomi ippocratici e dalla filosofia aristotelica: i quattro elementi costitutivi dei corpi sono generati dalle quattro qualità principali tra loro variamente combinate: fredda e secca è la terra, fredda e umida è l’acqua, calda e umida è l’aria, caldo e secco è il fuoco. Dalla mescolanza degli elementi hanno origine nel corpo umano gli umori: dalla terra più l’aria la bile nera, dalla terra più il fuoco la bile gialla, dall’acqua più l’aria la pituita, dall’acqua più il fuoco il sangue. Il prevalere di un umore sugli altri fa parte della caratteristica di ogni uomo, ma quando per cause sconosciute si altera il primitivo equilibrio, subentra lo stato morboso. Per questo ogni malattia si riteneva originata dai “cattivi umori” e anche i problemi che oggi definiamo psichiatrici venivano trattati chirurgicamente, per far fuoriuscire i fluidi.

Nel 470 Cassiodoro, ministro del re ostrogoto, nella sua opera Istituzioni Divine raccomandava insistentemente d’istruirsi nell’arte della preparazione dei medicinali, consigliando di leggere il libro di Dioscoride. Nel mondo arabo esistevano trattati per farmacia già prima del VII secolo. La prima farmacia pubblica fu aperta a Baghdād al tempo del califfo al-Mansūr e la prima ospedaliera al Cairo, nell’anno 873.

La scuola medica in una miniatura del Canone di Avicenna

Nel Medioevo cristiano la farmacia si è sviluppata soprattutto all’interno delle abbazie, dotate di orti botanici dove i monaci potevano coltivare ogni sorta di pianta medicinale e sperimentarne poi l’azione terapeutica. Intanto nel sud Italia prendeva corpo la scuola medica salernitana, che manteneva un indirizzo ippocratico con poche influenze magico-astrologiche, mentre più di secolo dopo nella renania sorgeva una organizzazione ispirata da Ildegarda di Bingen. La Scuola Salernitana rappresenta una cultura esclusiva radicata in una regione posta al centro del Mediterraneo e, quindi, aperta ad ogni scambio tra oriente e occidente e rese l’Italia l’ambiente ideale per la nascita e il progresso della farmacia in forma autonoma.

La diffusione della cultura araba in occidente vale non solo a conservare il sapere greco ma ad arricchirlo considerevolmente: si amplia la conoscenza delle erbe, delle droghe e dei modi opportuni per combinarle, ma anche degli strumenti di laboratorio e delle tecniche di conservazione dei vari medicamenti.

Un altro fenomeno riguarda l’apertura di molti ospedali, dapprima legati ai monasteri e poi anche laici, che richiedono l’istituzione di vere e proprie farmacie. Durante le crociate, poi, sono arrivate in occidente le droghe di origine orientale che hanno contribuito allo sviluppo delle civiltà cinese, persiana, mesopotamica ed egizia: lo zucchero, la canfora, l’aloe, l’oppio hanno avuto un’importanza fondamentale, e così essenze come muschio e ambra. Quello che serve, soprattutto, sono le conoscenze per trattare sostanze che – se somministrate sbagliando con dosi sbagliate – hanno effetti tossici che possono risultare letali. Per questo motivo Federico, imperatore e Re di Sicilia dal 1212 al 1250, decide di regolare con estrema precisione l’esercizio professionale della medicina e della farmacia. Con le sue Costituzioni l’imperatore vieta al medico di fare anche lo speziale, istituisce il ruolo del farmacista, stabilisce le regole per l’esercizio della professione, tra cui la proibizione di vendita delle sostanze velenose, conferisce al medico la possibilità di denunciare lo speziale per ogni inadempienza, fissa il controllo del numero degli esercizi in rapporto al numero di abitanti, introduce la tariffa dei medicinali e vincola medici e speziali ad un preciso giuramento.

Federico II di Svevia

La scelta di ridurre il numero delle apoteche è legato alla necessità di creare dei centri specializzati. Nel XIII secolo, infatti, nei centri maggiori ne esistono così tante che è impossibile sostentarle con la sola vendita dei farmaci, e di conseguenza si sono trasformate in veri e propri empori dove i farmacisti facevano di tutto: clisterizzavano, imbalsamavano, sofisticavano droghe, vendevano medicamenti, ma anche frutta, carni e dolci. Tuttavia l’apoteca del farmacista – a differenza dei negozi di alimentari – è dotata di ricchi arredi, vasi preziosi, strumenti come mortai, storte, fornelli, bilance, alambicchi e persino biblioteche. Non a caso lo stesso Dante Alighieri frequenterà assiduamente a Firenze la “Farmacia del Diamante” e si iscriverà alla Corporazione degli Speziali. Anche Giotto e Botticelli si iscriveranno all’Arte dei Medici e degli Speziali a Firenze per imparare la tecnica dei colori.

A metà del XIII secolo fanno così la loro comparsa gli statuti dell’Arte degli Speziali italiani, di cui i più antichi e prestigiosi sono lo statuto dell’Ars Medicorum et Spetiarorum di Firenze del 1266, gli Statuti di Siena del 1356 ed il Capitolare del Nobile e salutifero Collegio degli Aromatari di Palermo del 1407, nel quale viene sancito l’obbligo del giuramento per l’esercizio della professione, si impone l’osservanza di un Codice ufficiale dei medicamenti, si fa divieto di esercitare l’arte medica, si vieta la consegna di farmaci agli ammalati senza licenza di medico autorizzato, si prevede la visita periodica alle spezierie da parte di una commissione mista composta da medici e speziali e si vieta di dare percentuali al medico in cambio di ottenute prescrizioni.

All’interno delle corporazioni vengono poi create vere e proprie commissioni: ci sono gli statutari (revisori delle norme), i cercatori (di inadempienze), i taratori (di bilance) e i garbellatori (setacciatori). L’ingresso costa 4 fiorini d’oro e, tra i vari privilegi, assicura anche un soccorso in caso di necessità nonché la presenza di almeno 18 soci al funerale.

Nel 1300 nell’apoteca si producono e si vendono anche candele di cera vergine, che sono l’unico tipo ammesso dal rituale cattolico e durante le veglie funebri, mentre sono proibite quelle di sego che sono più economiche ma hanno un pessimo odore e producono troppo fumo, così come quelle di cera fuori e di sego dentro.

Il farmacista, comunque, non resta solo a servizio del medico, ma anche dei santi protettori: nel caso in cui la cura prescritta non funzioni, infatti, nell’apoteca si possono comprare anche ex-voto in cera naturale o colorata raffiguranti le parti del corpo malate (un piede, una gamba, una mano) da utilizzare nel caso in cui si voglia chiedere una grazia.

Nell’epoca comunale la farmacia diventa il luogo in cui le persone colte della città si riuniscono per passare in rassegna le questioni più importanti del momento, da quelle scientifiche a quelle politiche ed artistiche. Non a caso nel 1583 nella Farmacia Lasca in Firenze vedrà la luce l’Accademia della Crusca. L’eredità di uno speziale è così ambita da dare origine anche a filastrocche, come la celebre conta “Ambarabà ciccì e cocco” che – sotto metafora – racconta come tre pretendenti si contendano la mano della figlia del farmacista del paese.

Nel 1471 l’Antidotario della Scuola Salernitana viene stampato a Venezia e reso obbligatorio per gli speziali d’Italia. Viene, inoltre, pubblicato il Compendium Aromatorium di Saladino d’Ascoli che, diviso in 7 particulae ed in forma di domanda e risposta costituisce il miglior riferimento per gli allievi in attesa di essere esaminati oltre che il ritratto ideale dello speziale dell’epoca.

I santi Cosma e Damiano (dipinto su legno del sec. XVII, Creta)

Le corporazioni degli speziali troveranno anche i propri patroni nei santi Cosma e Damiano e adotteranno come simbolo il caduceo: un bastone alato con due serpenti attorcigliati. La tradizione vuole che i serpenti in questione siano esemplari di Zamenis longissimus, detto anche “Colubro di Esculapio”. Originariamente il serpente era situato infatti sul bastone di Esculapio, il dio della salute istruito nell’arte medica dal centauro Chirone che, secondo la leggenda era in grado di guarire da qualsiasi malattia. Il serpente con il cambiamento della pelle simboleggia la rinascita, mentre il bastone lo strumento medico. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che un tempo il simbolo rappresentasse un verme parassita, che si estraeva da sotto la cute arrotolando lentamente intorno a un bastoncino.

Farmacia Chimica Tullio Bosio, particolare esterno con il simbolo del cadueco e i serpenti (2017 © Archivio Storico della Città di Torino)

È possibile che i medici abbiano pubblicizzato questo servizio comune apponendo un segnale con disegnato il verme su un bastone. Altre ipotesi vedono invece nel serpente un simbolo di conoscenza, idea sostenuta anche dal racconto di Adamo ed Eva nella Genesi. Lo stesso veleno di questi rettili, d’altra parte, è stato usato sin dai tempi antichi per la preparazione di farmaci e antidoti. Il caduceo è invece il bastone della sapienza, attribuito di Mercurio. I due serpenti rappresentano il bene e il male (ma anche grandi energie solari e lunari e la parte destra e sinistra del corpo umano) tenute in equilibrio dalla bacchetta del dio Mercurio. Le ali simboleggiano il primato dell’intelligenza, che si pone al di sopra della materia per poterla dominare attraverso la conoscenza.

Col tempo, il bastone di Esculapio è stato confuso col caduceo, fondendo i due simboli in quello che, ancora oggi ci ritroviamo tra le mani ogni volta che apriamo la porta di una farmacia.

Arnaldo Casali

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I terremoti nel Medioevo

La statua di San Benedetto tra le rovine del terremoto del 30 ottobre 2016 a Norcia (Perugia)

Un terremoto ogni undici anni. Di cui ben 46 “molto distruttivi”. Il Cnr ha calcolato che soltanto in Italia, dall’inizio del secolo XI fino alla fine del XV, ci furono 335 eventi sismici di una intensità compresa tra il quinto e l’undicesimo grado della scala Mercalli.

Nel 476, l’anno con il quale, in modo convenzionale, stabiliamo l’inizio del Medioevo, a Roma la caduta del grande impero d’occidente fu accompagnata da 40 giorni di scosse che stremarono la popolazione e distrussero una grande quantità di edifici e monumenti.

Eventi terribili che apparivano misteriosi, allora come oggi. Un manoscritto del XV secolo, il Corpus Codicum Astrologicorum Graecorum ammoniva: “Sognare il terremoto significa turbolenza universale”. Il “terrae motu” era un incubo ricorrente nella vita quotidiana delle persone.

Ecco un elenco dei principali terremoti dal IV secolo agli inizi del XVI.

346 Due terremoti distinti: uno nell’area balcanica, l’altro nell’Italia centromeridionale. Tutti e due lo stesso anno. I cronisti dell’epoca, nei loro racconti, li unificarono. Ma nel Novecento i geofisici sono riusciti a ricostruire gli avvenimenti con sufficiente chiarezza. La terra tremò in modo violentissimo nel nono anno del regno di Costanzo durante lo svolgimento di una olimpiade. Alla morte e alle distruzioni si aggiunse, subito dopo, una eclissi totale di sole (6 giugno 346). Alcune iscrizioni su lapidi risalenti alla metà del IV secolo, confermano che le maggiori devastazioni avvennero nella regione sannita. Il terremoto, fortissimo, colpì un’area molto vasta della penisola italiana: il basso Lazio, la Campania settentrionale (Telesia e Allifae), la piana di Navelli nell’Aquilano e il Molise (Aesernia, Saepinum), fino alla Puglia settentrionale. Le faglie si attivarono “a grappolo”, come spiega l’uso del plurale (“terrae motibus”) nell’iscrizione isernina di Autonio Iustiniano. San Girolamo, nel suo “Chronicon” raccontò l’orrore di quei giorni nel quale Roma “fu scossa per tre giorni e tre notti”. Crollarono le mura e le case di molte città campane. Anche Durazzo, in Albania, vide distrutte quasi tutte le sue abitazioni. Le scosse più forti ebbero però il proprio epicentro nel Matese. Lo choc fu enorme. L’impero romano si pose il problema di come rispondere in fretta e in modo concreto alla disperazione della popolazione. L’intervento amministrativo venne concentrato sulle zone disastrate. Nacque così una nuova provincia romana, il Sannio (“Samnium”) che venne separata dalla Campania.

357 La terra tremò a lungo in una vasta area tra l’Asia Minore e la Macedonia e distrusse, fra molti altri centri, anche Nicodemia, (oggi İzmit) l’antica città dell’Anatolia ricca di templi, palazzi e impianti termali che fino alla nascita di Costantinopoli (330) era stata la residenza ufficiale dell’imperatore. Le vittime del terremoto furono migliaia. Incalcolabili i danni. Qualche anno dopo, nel 362, l’imperatore Flavio Claudio Giuliano visitò una città ancora devastata. Lo storico Ammiano Marcellino, in quei tragici momenti, provò a dare basi scientifiche al fenomeno. Riprese le antiche teorie di Aristotele e Anassimandro per i quali durante il sisma l’aria e i venti scuotevano la terra dall’interno. Ma descrisse anche quattro precise tipologie di terremoto. Chiamò “ribollenti” i terremoti sussultori, capaci di sollevare la terra e far emergere isole dal mare. Definì “inclinanti” quelli ondulatori, “sprofondanti” quelli accompagnati dall’apertura delle voragini, capaci, a volte, di inghiottire interi paesi e “muggenti” quelli annunciati dal fragoroso rumore della terra.

362 Ricerche archeologiche, lapidi e epitaffi raccontano di un disastroso terremoto a cui seguì un maremoto. Messina, epicentro del sisma, e Reggio furono rase al suolo. Fu una ecatombe: la popolazione della Sicilia nord-orientale e della Calabria meridionale fu falcidiata dalle scosse. Interi paesi scomparvero. Tindari, costruita su un promontorio dei monti Nebrodi, subì gravi danni. Le terme pubbliche a Reggio vennero ricostruite dopo il terribile evento.

2 dicembre 362 Nicodemia, 5 anni dopo il sisma del 357, fu di nuovo distrutta dalla potenza delle scosse. Iniziò allora la decadenza della città. Ammiano Marcellino, nelle sue “Storie”, raccontò la visita dell’imperatore Flavio Claudio Giuliano “Quando vide che le sue mura erano sprofondate in un mucchio di cenere pietose, mostrò la sua angoscia con lacrime silenziose e si diresse verso il palazzo imperiale con passo lento: in particolare, pianse sullo stato miserabile della città…”.

Miniatura sul sesto sigillo dell’Apocalisse di Giovanni

21 luglio 365 Il primo terremoto “universale” ha una data precisa. L’epicentro, con ogni probabilità, fu poco a sud dell’isola di Creta. Alle fortissime scosse seguì un maremoto di gigantesche proporzioni. Le acque del Mediterraneo si ritirarono all’improvviso, lasciando le rive a secco. Poi le onde, altissime e mugghianti, tornarono a devastare le città, i paesi e i villaggi costruiti lungo le coste. Lo tsunami portò morte e desolazione ovunque, dalla Sicilia alla Palestina. La splendida Alessandria d’Egitto fu annichilita dalla forza dirompente delle acque. La catastrofe fu letta come una punizione divina. E molti scrittori cristiani la collegarono a Giuliano l’Apostata, che tentava di ripristinare il paganesimo.

21 luglio 369 Lo sciame sismico, che secondo altri autori avvenne nell’anno 375, colpì tutto il sud della penisola. Benevento venne rasa al suolo: caddero le sue 15 torri e morì la metà dei suoi abitanti. Simmaco, testimone degli eventi, nei suoi scritti elogiò la forza d’animo degli abitanti che avevano perso tutto ma che vollero subito ricostruire la loro città, per la quale anche molti mecenati investirono le loro sostanze private. Come del resto fece l’amministratore imperiale di Reggio Calabria: Ponzio Attico, “corrector Lucaniae et Brittiorum”: da commissario straordinario nominato d’urgenza dal potere centrale, ci tenne a far sapere ai posteri che aveva restaurato a dovere molti edifici pubblici della città.

371 All’epoca di Valentiniano I, un terremoto fortissimo seguito da un imponente sciame sismico devastò le coste dello stretto tra Reggio e Messina. Gran parte della popolazione abbandonò le città.

443 I “Fasti Vindobonenses Posteriores”, celebri annali medievali, ci informano dei gravi danni che subì Roma, colpita da un sisma di grande potenza che si abbatté, con ogni probabilità, in tutto il centro Italia: molte statue crollarono insieme ai portici del Teatro di Pompeo, a una navata della basilica di S. Paolo fuori le Mura e a alcuni pezzi del Colosseo.

6 novembre 472 Una eruzione del Vesuvio distrusse interi paesi. La pioggia delle ceneri, secondo i resoconti di Marcellino Comes e altri antichi scrittori, raggiunse anche Costantinopoli. Procopio scrisse che la polvere sputata dalle viscere del vulcano “oscurò tutta l’Europa”. Di certo non esagerava, visto che il terribile avvenimento è ricordato anche in un antico ufficio ed in un’omelia su S. Gennaro. Lo storico Alfano, nel 1924, elencò le principali eruzioni convalidate da fonti attendibili, registrate nell’arco dei secoli: 203, 472, 512, 685, 787, 968, 991, 999, 1007, 1037, 1139 e 1631.

476 Roma subì una serie di scosse che si protrassero per 6 settimane e che portarono gravi danni a molti edifici pubblici e abitazioni private.

I sotterranei di Palazzo Spada a Roma

484-508 Nei primi mesi del 484 un fortissimo terremoto colpì il territorio intorno ad Avezzano. Epicentro delle scosse fu un punto della faglia del Fucino, la stessa che secoli dopo, nel 1915, generò il terremoto che causò la morte di circa 30.000 persone. Alba Fucens, l’antica città sorta nelle terre degli Equi, fu distrutta. Poco tempo dopo, in una data incerta, un altro sisma sconvolse Roma. Una epigrafe conservata all’interno dell’Anfiteatro Flavio, racconta di restauri effettuati nello spazio dell’arena e del podio in seguito a uno “spaventoso terremoto”. Nel tempio di Marte Ultore il frammento di una colonna ci ricorda che Decius Marius Venantius Basilius, prefetto dell’Urbe, pagò di tasca sua la riparazione dei danni subiti dal Colosseo. Accurati studi archeologici, guidati da Rossella Rea, hanno accertato che crollò parte del colonnato del portico nella “summa cavea”: la caduta di una ventina di colonne distrusse interi settori della grande costruzione. Altre scosse, ripetute, nell’arco di alcuni anni contribuirono a modificare in modo significativo il paesaggio urbano della Città Eterna. Meravigliosi pavimenti decorati a mosaico nei sotterranei di Palazzo Spada sopravvissero ai sommovimenti della terra. Tracce evidenti dei terremoti emergono anche dalle macerie tornate alla luce dagli scavi dell’Auditorium di Adriano a piazza Madonna di Loreto, nell’area delle piccole terme di Palazzo Valentini e a Villa Medici.

Antiochia nel 526 faceva parte della Siria romana (mappa unimeteo.net)

21 maggio 526 Il terremoto di Antiochia, nel sud est della Turchia, uccise almeno 250.000 persone. Fu considerato uno dei più grandi disastri naturali della storia. Giovanni Malalas, Procopio di Cesarea e Giovanni da Efeso raccontarono nei particolari la tragedia che colpì una delle più grandi metropoli del mondo antico. Lo sciame sismico durò 18 mesi. Al terremoto seguì un terribile incendio che finì di distruggere tutti gli edifici che, in qualche modo, erano stati risparmiati dalle scosse. Il porto di Seleucia Pieria, sollevato quasi un metro da terra, diventò inagibile. La Domus Aurea, una grande chiesa a pianta ottagonale fatta costruire da Costantino I, fu distrutta. Solo poche case, costruite a ridosso delle montagne, si salvarono. Eufrasio, il patriarca della città, morì cadendo in un calderone viscoso usato dai fabbricanti di otri. Gli storici pensano che l’enorme numero di vittime dipese anche dal fatto che quel giorno, per festeggiare l’Ascensione, giunsero in città moltissimi abitanti delle campagne circostanti. Quando la notizia giunse a Costantinopoli, l’imperatore Giustino I, in segno di lutto, entrò in chiesa senza il suo diadema e il clamide. Subito dopo, ordinò che ingenti somme fossero destinate alla ricostruzione della città che sorgeva in una posizione strategica, all’incrocio delle strade che conducevano dall’Eufrate al Mediterraneo e dalla Siria all’Asia Minore. Ma molti grandi edifici, appena riedificati, grazie a un eccezionale sforzo collettivo, furono riabbattuti due anni dopo (novembre 528) da un altro terremoto che causò un numero molto minore di vittime.

678 Testi stampati a Foligno nel 1717 citano un terribile terremoto che “rovinò molte città e distrusse gran parte di Arezzo”.

778 La terra tremò a Treviso e nei territori circostanti. La città fu molto danneggiata. Imprecisato il numero dei morti. In un solo villaggio veneto si contarono 48 vittime.

29 aprile 801 Carlo Magno, insieme agli abitanti di Spoleto, visse ore drammatiche “all’ora seconda della notte”. Eginardo, segretario dell’imperatore, nella cronaca redatta per gli Annales, ci informa che il sovrano, quattro giorni prima, era partito alla volta della città ducale. I danni furono pesanti. Il sisma interessò anche Roma dove collassò la chiesa di Santa Petronilla e crollarono i tetti della chiesa di San Paolo apostolo. L’avvenimento è riportato anche nel “Liber pontificalis”, nella parte dedicata alla vita di papa Leone III: “Nella nona indizione, a causa dei nostri peccati, avvenne improvvisamente un terremoto il 30 aprile (l’ora del sisma, indicata secondo la scala di misurazione romana, tradotta in tempo universale, corrisponde alle venti del giorno precedente – ndr). La chiesa di S. Paolo Apostolo fu scossa dal terremoto e i suoi tetti crollarono. Il grande ed illustre pontefice vedendo ciò ebbe grande dolore e prese a lamentarsi sia per le suppellettili d’argento, sia per le altre suppellettili che nella chiesa andarono distrutte o rovinate. Ma con l’aiuto e la protezione del Signore, il papa, impegnandosi con tutte le sue forze, restaurò la chiesa come si trovava fin dai tempi antichi, rafforzandola grandemente, e ne migliorò l’aspetto decorando con marmo sia il presbiterio che la chiesa e rinnovando i suoi portici”.

847 Nel mese di giugno il ducato longobardo di Benevento (che comprendeva le attuali Campania e Molise) fu scosso da un terremoto di grande violenza. L’epicentro, con ogni probabilità, fu l’Alta valle del Volturno o la faglia delle Aquae Iuliae nel Venafrano. Leone Ostiense, riferisce che, per effetto del sisma, Isernia “fere tota a fundamentis corrueret”. L’impianto romano della città venne completamente distrutto. Le macerie erano così numerose che gli isernini le spianarono per poi ricostruire sopra di esse la città nuova. Anche oggi i resti dei templi sotto la cattedrale si trovano a circa tre metri di profondità rispetto all’attuale piano stradale. Moltissimi i morti. Il cenobio di S. Vincenzo al Volturno fu gravemente danneggiato. Telese venne ricostruita in pianura. Il sisma fu avvertito anche a Montecassino e a Roma, dove furono registrati lievi danni anche al Colosseo. Il terremoto venne visto come una punizione divina. A questo proposito, la studiosa Emanuela Guidoboni ha scovato una storia curiosa tra le pagine di un manoscritto conservato nell’abbazia di Montecassino: “Nel mese di giugno ci fu un forte terremoto nella regione di Benevento, col risultato che Isernia fu ridotta in macerie e molta gente morì, incluso il vescovo. Quando la notizia giunse al generale Massar, poi identificato nel generale arabo Abu Ma’shar, che stava progettando un’incursione proprio su Isernia, egli disse: “Il Signore di tutte le cose è adirato con loro; dovrei forse io aggiungere la mia ira alla sua? Non andrò dunque in quel luogo”.

849 Un altro terremoto nell’Italia centrale, a Roma causò la caduta dell’obelisco di Montecitorio.

La torre dell’Imamzadeh Jafar a Damghan (foto Abtin)

22 dicembre 856 Il fortissimo terremoto di Damghan, in Iran, ebbe effetti devastanti e produsse danni entro un raggio di 350 chilometri dall’epicentro. I morti furono forse 200.000: secondo lo United States Geological Survey, l’agenzia americana che studia la posizione e la magnitudo dei terremoti di tutto il mondo, fu il sesto della storia per numero di vittime. La città anticamente fu la capitale del regno partico. È stata costruita in un’area sismicamente attivissima. Dista poco più di 900 chilometri da Ardabil, un’altra città iraniana dilaniata dai terremoti. In quell’area geografica, nella zona montuosa a sud del Mar Caspio, si registra il 17% dei terremoti più potenti al mondo e il 6% delle scosse totali dovute a sismi registrate nel pianeta.

884 Cronisti veneti parlano di un non precisato numero di vittime e di molte distruzioni a seguito di forti scosse che colpirono Verona e i territori circostanti.

893 Due terremoti dagli effetti devastanti che fecero centinaia di migliaia di morti ma dei quali si conosce ancora poco. Per la scarsità delle fonti ma forse anche per l’errata interpretazione della parola araba Dvin, che indica una località dell’Armenia: nella traduzione persiana diventò Dabil e indicò Ardabil, una città dell’Iran a maggioranza azera, soggetta a frequenti terremoti. Così Ibn al-Jawzi e altri cronisti arabi e armeni raccontano di un terremoto nel dicembre 893 a Dvin che fece 150.000 morti. Nel XIV secolo, lo storico Ibn Kathir collocò però le forti scosse ad Arbadil, come confermano anche i resoconti, nel secolo successivo, dello storico al-Suyuti. La data di questo fortissimo evento sismico dovrebbe essere il mese di marzo dell’anno 893. Le vittime, secondo altre fonti, sarebbero state quasi 200.000.

893 Poche fonti e informazioni frammentate sul sisma che colpì una vasta zona tra il Sannio e la Puglia in una data imprecisata tra il 25 dicembre 893 e il 13 luglio 894.

948 Giovan Battista Ricci nella sua “Cronaca sui Vescovi di Isernia” parla di un terremoto e scrive che il vescovo Lando perì per causa del sisma, rimanendo sepolto sotto le macerie della Cattedrale.

25 ottobre 990 Il sisma interessò il Sannio e l’Irpinia, con l’epicentro nei dintorni di Carife. La desolazione e la morte arrivarono in un’area compresa fra Capua, Ariano Irpino e Conza. In quest’ultima località l’intero abitato fu raso al suolo. A Benevento crollarono 15 torri. A Vipera, un centro ora scomparso nei pressi del capoluogo, tutte le case furono distrutte e ci furono numerosi morti. Il paese di Ronza, distrutto, non fu mai più ricostruito.

991 Lo storico Baratta ricorda l’evento in modo stringato: “Spaventevole terremoto in Siponto ed in Puglia”. Ma le cronache medievali non riportano notizie sul sisma che interessò Manfredonia e dintorni. E’ probabile che si tratti dello stesso terremoto dell’Irpinia e del Sannio del 990 che con lugubre preveggenza Corrado Licostene annunciò nel 983 nel suo “Prodigiorum ac ostentorum chronicon”: “Cometes hoc tempore apparent, quem fames, pestis, ac terraemotus subsequitur, quo terraemotu Beneventum, et Capua concussae sunt”.

1003 Autori secenteschi (Salvi) e settecenteschi (Farulli) parlano di un terremoto ad Arezzo in una data imprecisata tra il 1003 e il 1005.

1004 Quindici, interminabili giorni di scosse in tutta la Campania. Gli ”Annales Casinenses” più che dei danni alle persone, si soffermano sulle conseguenze per gli edifici sacri: “Monte Cassino tremò sì che la chiesa subì lesioni in più parti”.

1005 Terremoto con epicentro nella Valle di Comino (Frusinate) paragonabile a un sisma del VII-VIII grado della scala Mercalli.

1006 Le scosse interessarono a lungo la Sicilia. Un altro terremoto, con epicentro nella Valle di Comino, nel Frusinate, fu ricordato per la sua forza distruttiva.

1 aprile 1019 Molta paura ma nessun grave danno in seguito a un terremoto che ebbe come epicentro la zona di Benevento.

1037 All’inizio dell’anno il Vesuvio eruttò e un fiume di lava infuocata arrivò fino al mare.

9 novembre 1046 Nella media valle dell’Adige le scosse arrivarono insieme al maltempo invernale. Molte le vittime e i danni, da Salorno, a 20 km da Trento, fino alla chiusa Ceraino, vicino al lago di Garda, in territorio veronese.

27 gennaio  1091 Quattro fonti dei secoli XI, XII e XIII sono concordi sulla data di un un “ingens terrae motu” avvertito a Roma che non procurò danni. Un codice conservato nella biblioteca del British Museum, il “Liber Pontificalis”, un “Catalogus Imperatorum et pontificum” e il “Chronicon pontificum et imperatorum basileense” scrivono di scosse che con ogni probabilità ebbero l’epicentro nelle montagne dell’Appennino centrale.

Il terremoto in una miniatura

3 gennaio 1117 Il più forte terremoto di tutti i tempi mai registrato nella Pianura Padana, probabilmente superiore, sia per magnitudo (stimata almeno 6.5-6.6 scala Richter) che per vastità degli effetti, a quello friulano del 1976, ebbe il proprio epicentro sulla riva destra dell’Adige nei pressi di Ronco, a 28 chilometri da Verona. Le cronache fanno però pensare a più terremoti con epicentri diversi: a Cremona la terrà tremò prima, intorno alle 16, nella Bassa veronese alle 21 e a Pisa nella mattinata successiva. Quel che è certo è che fu una catastrofe: le scosse di assestamento si prolungarono per oltre quaranta giorni. E niente fu come prima. I morti furono almeno 30.000. Il sisma fu avvertito pure a Venezia, Padova, Vicenza, Nonantola, Modena, Parma, Piacenza, Bergamo, Brescia, Milano, Como e Vercelli. Le scosse si sentirono dalla Slovenia al Piemonte, dalla Francia alla Germania, fino all’abbazia di Montecassino. Testimoni atterriti parlarono delle acque del Po e dell’Adige che si sarebbero “sollevate a volta” prima di travolgere gli argini e causare una catastrofica alluvione in gran parte della Pianura Padana. La terra si spaccò in più punti. Si intorpidirono le fontane e molti alberi vennero sradicati. A Verona, di fatto, le testimonianze urbanistiche alto-medievali vennero spazzate via. La città, già stata colpita nell’inverno precedente da una alluvione dell’Adige, rimase in ginocchio. La maggior parte delle case furono distrutte. Così le chiese principali e i monasteri di San Nazzaro e Santo Stefano. Crollò anche Santa Maria Antica che poi venne ricostruita. Così come il Duomo, sventrato dal sisma e in seguito allungato e allargato in stile romanico. Nella laguna di Venezia si verificò una eruzione di acqua sulfurea. E la città lagunare di Malamocco, devastata dalle scosse, non venne mai più ricostruita. A Gemona, nell’attuale Friuli, crollò la cinta muraria. Ad Aquileia le chiese subirono gravissimi danni. Così come a Padova, dove la prima cattedrale venne rasa al suolo insieme alla basilica di Santa Giustina e all’oratorio di S.Maria e Prosdocimo. Il campanile della chiesa di S.Felice e Fortunato di Vicenza venne distrutto per metà per poi essere ricostruito nel 1160 fino alla cella campanaria. Gravissimi i danni anche in tutta la regione emiliana. Fu distrutta l’Abbazia di Nonantola, come ricorda, ancora oggi, una incisione sull’architrave del portale maggiore della chiesa. Subirono crolli anche i duomi di Modena e di Parma e la Collegiata di Castell’Arquato. A Piacenza, sul luogo della chiesa dedicata a Santa Giustina, sbriciolata dalle scosse, venne edificato l’attuale Duomo dedicato all’Assunta. L’epicentro dei terremoti successivi a quello del 3 gennaio si spostò in Lombardia, dove lo sciame sismico imperversò con fortissime scosse per tutto il 1117. I lutti si moltiplicarono. Scomparvero case, chiese e monumenti a Milano, Como, Brescia, Cremona e Pavia. Lo stesso avvenne sulla sponda orientale del Lago Maggiore e in Piemonte, da Vercelli a Biella. Le ricostruzioni furono però rapidissime e cambiarono per sempre il volto delle città. Per avere una idea dell’estensione del sisma, basti pensare che si rilevarono gravi crolli anche in Germania, da Bamberga ad Augusta.

10 novembre 1120 Terremoto con epicentro nell’alto Volturno. Il “Chronicon Vulturnense” del monaco Giovanni, scritto intorno all’anno 1130 riferisce di danni a Vandra, un paese poco a nord di Isernia, dove crollò la chiesa e “gente non poca fu uccisa”.

11 ottobre 1125 Il sisma colpì Benevento e le città vicine. Le scosse si susseguirono per due settimane. L’epicentro fu forse a Carlantino, nell’attuale provincia di Foggia. Gravi furono i danni nella Valle Telesina. Il libro “Cronisti e scrittori sincroni napoletani” (Del Re, Napoli 1845) riporta che “il terremoto poi fu così terribile che le torri, i palazzi e tutti gli edifici della città percossi tremavano, e la terra pure e i sassi per quel gran tremore si aprirono, e le mura della città cadendo abbatterono talune case”. E aggiunge: “Papa Onorio, chiamati i Cardinali, co’ piedi nudi mandò per questo molte lagrime e preghiere a Dio”.

11 ottobre 1138 Aleppo fu al centro di un terremoto che secondo lo United States Geological Survey fu il terzo più catastrofico della storia. La prima stima dei morti fu fatta da Ibn Taghribirdi (XV secolo) per il quale le vittime furono 230.000. La città siriana è costruita al centro di un sistema di faglie geologiche proprio sul confine che separa la placca arabica dalla placca africana. La regione fu colpita da due distinte sequenze di terremoti: la prima tra l’ottobre 1138 e il giugno 1139 e la seconda, meno intensa, dal settembre 1156 al maggio 1159. Aleppo all’epoca era molto popolosa. Migliaia di abitanti, allarmati dalle prime scosse, fuggirono nelle campagne prima della scossa principale che fu avvertita anche a Damasco. Le mura cittadine crollarono, così come le pareti ad est e a ovest della cittadella. Numerose case andarono distrutte. Allora, come oggi, in quell’area imperversava la guerra: gli stati crociati combattevano i musulmani in tutto il nord della Siria. Le scosse distrussero il castello e la chiesa costruiti dai Crociati nella cittadella di Harem. Si sbriciolò anche il forte di Atharib, allora controllato dai musulmani: morirono 600 soldati. Anche la città di Zaradna, già saccheggiata in precedenti battaglie, fu spazzata via dal sisma.

1139 Per almeno un mese il cielo di tutta l’Italia meridionale venne oscurato da ceneri rossastre (Anon. Cavens., Chronicon) provocate da otto giorni di eruzioni del Vesuvio.

1148 Forti scosse interessarono Firenze e il Mugello.

4 febbraio 1169 Un terremoto e un maremoto colpirono la Sicilia Orientale. Recenti ricerche hanno stabilito che la magnitudo raggiunse i 6.6 punti della scala Richter. I morti furono almeno 15.000. Non ci sono resoconti precisi sui danni, che, in ogni caso, furono enormi a Catania, Siracusa, Modica, Lentini, Aci Castello, Sortino e Piazza Armerina.

24 maggio 1184 Più di 2.000 furono i morti del terremoto che colpì la Valle del Crati. I paesi di Bisignano, S. Lucido e Luzzi furono devastati. A Cosenza crollò la cattedrale.

25 dicembre 1222 Nel Medioevo si parlò a lungo di un grande terremoto (XI grado della scala Mercalli) con epicentro a Brescia ma percepito in tutto il nord Italia, fino all’Emilia. Studi più recenti hanno ridimensionato la portata del fenomeno. Le scosse, seppure minori, dovettero essere però molto frequenti. Salimbene de Adam scrisse nella sua Cronica che i bresciani erano talmente abituati al terremoto che “quando il pinnacolo di qualche torre o casa cadeva, guardavano e ridevano forte”. Ma assuefazione a parte, il vescovo decretò comunque l’abolizione del diciassettesimo canonicato della diocesi “gravata tanto dalle rovine del terremoto quanto da altri dispendi”. Per mesi i bresciani vissero in baracche di fortuna. Il sisma fu avvertito in tutto il nord Italia. A Bologna pare che le scosse abbiano interrotto una predica di S.Francesco.

1223 Siponto, una delle più antiche città italiane, porto dell’Apulia e importante colonia romana fu colpita da un terremoto che ebbe il suo epicentro nei pressi di Vico. I danni furono ingenti in tutto il Gargano e nella Capitanata. Un altro terremoto, nel 1255, ridusse in rovine la città. Manfredi di Sicilia, figlio illegittimo dell’imperatore Federico II di Svevia e di Bianca Lancia, stabilì allora che Siponto fosse ricostruita in una nuova posizione. Nacque così Manfredonia.

1227 Fonti incerte parlano di un terremoto con epicentro a Subiaco che devastò il monastero di Santa Scolastica e causò, nella sola Roma, almeno 5.000 morti.

La parte inferiore della Torre dei Conti (foto Lalupa)

1231 Le scosse colpirono Roma e causarono danni alla parete sud ovest del Colosseo. Crollò allora la Tor de’ Conti, l’edificio medievale situato nell’attuale largo Corrado Ricci, nel rione Monti, vicino i Fori Imperiali, sull’area di un antico tempio alla dea Tellas, all’angolo di via Cavour e via dei Fori Imperiali. Diversi terremoti sfregiarono la costruzione nei secoli: in particolare a seguito del sisma del 1348, la torre diventò inabitabile e fu abbandonata fino al 1620, quando fu ricostruita.

1246 Spoleto è terra di terremoti frequenti. Sanzi, nella “Storia del Comune di Spoleto” ricorda: “Nell’anno frequenti e fortissimi terremoti scossero talmente la città che fecero cadere molte case e molte torri”.

1248 Un eccezionale evento sismico colpì nel mese di novembre la valle della Maurienne, in alta Savoia. Una parte del Mont Granier crollò facendo migliaia di morti. Salimbene di Parma (1221-1290) seguace della dottrina escatologica di Gioacchino da Fiore, identificò nella catastrofe una profezia delle Sacre Scritture e annotò:” Si è compiuto quanto sta scritto nel Libro di Giobbe”. Un anno dopo si recò sul posto per conoscere i luoghi della tragedia. Secondo il cronista inglese Matthew Paris le vittime del terremoto furono 9.000. Molti autori scrissero sulla catastrofe ed ancora oggi vari siti internet francesi ricordano l’avvenimento.

30 aprile 1279 Terremoto sull’Appennino umbro-marchigiano, tra Cagli, Fabriano, Nocera Umbra e Foligno. Numerosi documenti monastici, gli annali benedettini e le cronache del tempo sottolineano l’intensità e anche la durata delle scosse che secondo alcune fonti si protrassero per 17 giorni. La città di Nocera Umbra fu distrutta per oltre la metà. Crollarono edifici adiacenti alla chiesa maggiore, il monastero e le curie dei canonici. Una “Chronica S.Petri” scritta a Erfurt nella metà del Trecento, ci informa che il vescovo ebbe salva la vita ma che morirono moltissime persone. Gravi danni furono registrati anche a Spello e Foligno, come ricorda una memoria del notaio Bonaventura di Benvenuto. La forza delle scosse sbriciolò il castello di Serravalle e una enorme frana deviò il corso del fiume Chienti. Il terremoto fu avvertito anche a Roma e Montecassino e segnalato pure a Venezia. Nelle stesse ore delle prime scosse, un altro terremoto colpì alcune località dell’Appennino a cavallo tra la Toscana e l’Emilia Romagna. Le notizie dei terremoti del 1279 ebbero un’eco vasta anche in Europa: se ne trovano menzioni in cronache austriache, tedesche e polacche (studio di riferimento Monachesi, ed 1987 – www.emidius.mi.ingv.it).

4 settembre 1293 L’area del Sannio fu ancora al centro di un forte terremoto (magnitudo 5.8 della scala Richter) con probabile epicentro nella Vallata di Cusano Mutri. I danni maggiori si ebbero a Bojano e a Isernia. Le vittime furono numerose (“Cronicon Suessanum”, 1103-1348). I “Registri Angioini” per l’anno 1294 ci informano che per i molti danni subiti dalla città, re Carlo concesse agli isernini il condono della terza parte delle tasse. Le scosse vennero avvertite anche a Napoli dove venne gravemente danneggiata la chiesa di Santa Maria Donnaregina.

1294 Sigismondo Tizio riporta la notizia di “più spaventosi tremuoti” che colpirono Siena.

30 novembre 1298 Morti e distruzioni nel Reatino e a Spoleto per un terremoto (5.9 scala Richter) che ebbe il suo epicentro nei pressi di Leonessa, dove crollarono case, chiese e palazzi tra cui l’attuale sede del Museo Civico. Il Castello di Vetranola, nei pressi di Monteleone di Spoleto, venne completamente distrutto. E “per circa sei mesi si avvertirono scosse molto forti in tutta l’Umbria” (M. Baratta: I Terremoti d’Italia. Torino, F.lli Bocca Editori).

1301 In una imprecisata data dell’anno un terremoto a Cuneo “atterrò numerose case e desolò numerose famiglie”.

Il sisma di Efeso nel 1330 . Anonimo, cappella del campanile della chiesa di Sant’Agostino a Rimini

1308 Una città sotto choc. Rimini fu colpita da un terremoto che lasciò un segno indelebile nella memoria dei suoi abitanti. Era il 25 gennaio. Roberto, un frate domenicano, descrisse l’avvenimento, ripreso tre secoli dopo dallo storico Cesare Clementini: “Correndo poi l’anno mille trecento e otto nel tempo di papa Clemente V, di Henrigo imperatore, di Federigo Balacco cittadino e vescovo di Rimino e di Malatestino podestà; nel giorno della Conversione di San Paolo, dopo vespero, fu in questa città un terremoto grande e spaventevole che gettò a terra in molti luoghi pezzi lunghissimi delle muraglie, facendo cadere più torri, dividendone alcune dalla cima ai fondamenti e altre riducendo in minuti pezzi; e benché la città fosse ripiena e adornata d’infinite [torri] una sola non rimase illesa. Furono parimenti danneggiate tutte le case, oltre le ruinate e dimolite, per lo qual accidente restò di maniera spaventato il popolo che con grand’humiltà si diede alla divozione, facendo asprissima penitenza in universale e in particolare, spesso confessandosi e communicandosi…”. L’avvenimento impressionò moltissimo anche Zangolo, uno dei più importanti artisti della scuola pittorica del “Trecento riminese” che raffigurò quelle ore drammatiche nel “Terremoto di Efeso”, un affresco della chiesa di S.Agostino.

3 dicembre 1315 Il forte terremoto a L’Aquila e Sulmona (5.5 scala Richter) fu preceduto da un estenuante sciame sismico nei dieci mesi precedenti alla scossa principale. Non vi furono vittime, ma molti edifici de L’Aquila risultarono danneggiati o inagibili, come la chiesa di San Francesco. Le scosse durarono altre 4 settimane. La popolazione visse all’aperto, in tettoie di fortuna fino al 1316.

1320 Andrea Dei, nella sua “Chronica Senense”, descrive le scosse che sconvolsero la sua città da ottobre e dicembre: “Furono molti orribili tremuoti a Siena, e bastoro più dì e più notti, e spaventoro sì le genti che molti ne stavano tutta la notte fuora della città, e molti giacevano nel Campo” (Piazza del Campo). Le cronache del tempo non riportano notizie di vittime.

4 dicembre 1328 Preci fu distrutta da un violento terremoto (6.3 scala Richter) che colpì la Valnerina, il territorio di Foligno e anche una vasta area marchigiana. A Norcia rimasero in piedi solo le mura. Molti crolli si registrarono a Visso, Cerreto di Spoleto, Monte San Martino, Castel San Giovanni, Montesanto, Spoleto e Ripatransone. Il sisma fu avvertito anche a Pesaro e a Roma. Un testimone diretto ci ha lasciato una preziosa testimonianza su quei tragici momenti: Moisé ben Daniel, appartenente alla comunità ebraica del paese marchigiano di Ripatransone, scrisse di aver percepito la forte scossa poco prima che sorgesse il sole. Ma poi si dilungò sui racconti degli sfollati di Norcia che si erano rifugiati nella Marca Anconetana. Non solo. Moisé volle verificare gli effetti del sisma e andò di persona a Norcia. Ogni famiglia ebbe delle vittime e quasi tutte le abitazioni furono sbriciolate dalle scosse. Moisé ben Daniel riportò le sue impressioni sulla tragedia in un manoscritto che ora è conservato presso la Jewish National and University Library di Gerusalemme. Le popolazioni, provate dagli eventi ebbero la forza di reagire. I norcini, sfidando le forti nevicate tornarono presto nella loro città. E vollero ricostruire le loro case negli stessi posti dove sorgevano quelle precedenti. Cosicché a Norcia, tempo dopo, sembrava che nulla fosse successo (Fonte: -Boschi E., Guidoboni E., Ferrari G., Gasperini P. and Valensise G., 1997. Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1990, ING, Roma, pp. 39-40). Sull’evento si dilungò anche Giovanni Villani. Nella sua “Cronaca” parlò di almeno 5.000 morti. A Preci perirono quasi tutti gli abitanti, compresi gli animali. Anche Cascia, seppure non ci siano fonti dell’epoca che lo confermino, ebbe danni enormi, paragonabili a quelli di Norcia. Paolo Rocchi, un letterato della città di Santa Rita, quando fece il resoconto di un altro terremoto che Cascia subì nel 1599, rievocò il sisma del 1328, che avvenne il giorno di Santa Barbara. E aggiunse che da allora la città della Valnerina il 4 dicembre di ogni anno prese l’abitudine di celebrare la festa della santa proprio per invocarne la protezione dalle calamità naturali.

20-25 novembre 1343 Il maremoto che colpì le coste della Campania fu descritto da un cronista d’eccezione: Francesco Petrarca. L’autore de “Il Canzoniere” ne parla nelle sue lettere. L’evento, con ogni probabilità, riguardò tutto il Mediterraneo. Una “enorme marea”, e quindi uno tsunami, si abbatté sulle case, i porti e gli arsenali lungo le coste del Tirreno e dell’Adriatico. Ad Amalfi fu distrutta parte della città. Danni ingenti furono segnalati anche nei pressi di Costantinopoli.

Affresco sul terremoto del 1348 dipinto da M. Wurmster di Strasburgo nel 1362 circa, nel Castello di Karlstein, in Boemia

25 gennaio 1348 Un terremoto con epicentro a Villach, in Austria, portò morte e distruzioni anche in alta Italia. In Friuli Venezia Giulia si contarono più di 1.000 morti e a Verona crollarono alcune abitazioni. Molti cronisti videro in questo terremoto dirette connessioni con la peste che alcuni mesi più tardi investì gli stessi territori.

9 settembre 1349 Uno dei terremoti più devastanti di sempre ebbe il suo epicentro sull’Appennino abruzzese, nei pressi de L’Aquila. È stato calcolato che raggiunse i 6.3 gradi della scala Richter. Non è possibile risalire al numero dei morti. Ma di sicuro furono migliaia. Le scosse, che si susseguirono a breve distanza di tempo, colpirono un’area vastissima, da Perugia a Benevento. A L’Aquila, insieme alle mura, crollarono anche varie porte della città. Pescasseroli fu completamente distrutta. Il sisma devastò il castello di Alvito e l’Abbazia di San Clemente a Casauria. Danni a persone e cose furono segnalati anche a Teramo e Atri. Il Lazio, le Marche e il Molise subirono gravissimi danni. A Napoli crollarono chiese e palazzi. Matteo Villani scrisse dello stato della Città Eterna: “Feciono cadere il campanile della chiesa grande di San Paolo, con parte della nobile torre delle Milizie, e la torre del Conte, lasciando in molte parti di Roma memoria delle sue rovine”. Collassarono anche le arcate esterne nel settore meridionale del Colosseo. Due anni dopo, la città dei papi era ancora in ginocchio. Petrarca che partecipò al Giubileo del 1350, scrisse nel 1351:”Roma è stata scossa da un insolito tremore, tanto gravemente che dalla sua fondazione, che risale a oltre duemila anni fa, non è mai accaduto nulla di simile. Caddero gli antichi edifici trascurati dai cittadini e ammirati dai pellegrini, quella torre, unica al mondo, che era detta del conte, aperta da grandi fenditure si è spezzata ed ora guarda come mutilata il proprio capo, onore della superba cima sparsa al suolo; inoltre, benché non manchino le prove dell’ira celeste, buona parte di molte chiese e anzitutto di quella dedicata all’apostolo Paolo è caduta a terra la sommità di quella Lateranense è stata abbattuta, tutto ciò rattrista con gelido orrore l’ardore del giubileo”. Dell’opera di un Anonimo Romano è rimasto solo l’indice, dal quale si ricava il titolo del libro che descrisse il fenomeno: “Dello terratriemulo lo quale fu in Italia”. Giovanni da Ballano nel suo “Chronicon mutinense” ricorda che cadde la grande colonna di marmo “che sosteneva la chiesa di S. Paolo con circa la terza parte del tetto”. I documenti pontifici riportano l’allarme e la preoccupazione per i danni subiti dalle basiliche di San Paolo, di San Pietro e di San Giovanni in Laterano. Pensando soprattutto alla massa di pellegrini che accorreva a Roma per il Giubileo, papa Clemente VI ordinò l’immediato restauro degli edifici sacri. A Isernia la forza del terremoto fece crollare quasi tutti gli edifici, cattedrale compresa. Cadde distrutta la Cattedrale e quasi tutti gli edifici. Lo storico Ciarlanti nelle sue “Memorie Historiche del Sannio”, vergate nel 1644, scrisse di un evento “terribilissimo che sentir si fece non nell’Italia solo, ma anche in Germania e nell’Ungaria”. Del terribile terremoto del 1349, si trova traccia anche in un documento, manoscritto, di Mariano del Moro, “Memorie diverse della città di Perugia dal 1251 al 1438 con altre dal 1599 al 1612”, conservato nel capoluogo dell’Umbria, presso l’Archivio Storico di San Pietro. Una pagina riporta la sintesi degli avvenimenti: “Incominciarono molti gran terremoti in Perugia e andarono a terra molti torri e case e fecero assai gran danno, e spavento non solo in Perugia ma per tutta la Marca, il Borgo (Borgo San Sepolcro, ndr) Assisi, Spello e all’Aquila”.

25-31 dicembre 1352 Un terremoto di intensità pari al nono grado della scala Mercalli devastò l’alta valle del Tevere. M. Arcaleni nel libro “La vera età di Città di Castello” (Petruzzi editore) scrive:” Questo terremoto (…) interessò le colline a sud di Monterchi e l’alta Val Tiberina; crollò la rocca d’Elci, dove rimase uccisa un’ intera guarnigione. I morti furono circa cinquecento e si contarono un gran numero di feriti. Tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, la terra tremò di nuovo con effetti ancora più devastanti; il terremoto causò, tra San Sepolcro e Città di Castello più di duemila vittime. Ebbe un raggio molto ampio, fu avvertito in un’ area particolarmente vasta, compresa tra Bologna ed Orvieto”. L’alto numero dei morti a Sansepolcro si spiega con il fatto che in città erano acquartierate per l’inverno le truppe mercenarie dei Visconti (studio di riferimento: Castelli e altri, 1996 – www.emidius.mi.ingv.it).

I crolli di un terremoto medievale

18 ottobre 1356 Basilea fu al centro del peggior terremoto della storia dell’Europa centrale. La prima, fortissima scossa, arrivò alle ore 19. La replica giunse intorno alle 22. Crollarono più di 40 castelli costruiti intorno alla città svizzera. Case, edifici pubblici, torri e campanili furono distrutti nel raggio di 200 chilometri. La frattura della costa terrestre è tuttora attiva. La faglia, ora coperta dalla foresta, si estende per circa 8 chilometri, dal Giura franco-svizzero fino alla città.

17 luglio 1361 Il sisma (6.0 scala Richter) ebbe il suo epicentro nel Foggiano tra Bovino ed Ascoli Satriano, le due città più colpite. Per ricostruire Ascoli Satriano e Canosa ci vollero più di 40 anni.

27 dicembre 1361 Molte case di Siena “rovinarono” a causa di un terremoto. La gente, atterrita, nonostante il freddo, per molti giorni dormì nelle tende nei prati poco fuori Porta Camollia.

18 ottobre 1389 L’alta Umbria e le Marche furono al centro di un altro fenomeno sismico (6.0 scala Richter) 37 anni dopo il terremoto del 1352. A Città di Castello e Sansepolcro crollarono le mura insieme a molti edifici. Il sisma sbriciolò gli insediamenti fortificati di Castelguelfo, Baciuccheto e Pietragialla. Subirono seri danni anche Urbania e Mercatello sul Metauro. L’evento principale fu preceduto da una scossa minore il 16 ottobre e lo sciame sismico si protrasse per almeno un mese (studio di riferimento Castelli e altri autori – www.emidius.mi.ingv.it).

1414 Un terremoto pressoché dimenticato dalle cronache ma di forte magnitudo (5.8 scala Richter) interessò la costa garganica e procurò molti danni alla città di Vieste.

7 agosto 1414 Il sisma (5.6 scala Richter) fu avvertito a Siena e Firenze ma ebbe il suo epicentro nei pressi di Radicondoli, dove crollarono molte case a e anche i palazzi signorili. Altri seri danni furono registrati a Belforte.

2 febbraio 1438 Il secondo terremoto più forte prodotto dal vulcano dei Colli Albani (5.4/5.6 Richter) lasciò gravi danni in tutto il Lazio meridionale e in Abruzzo. Paolo, monaco dell’abbazia di san Nilo a Grottaferrata, che in seguito divenne abate, racconta che quando era ancora un copista, alle 13.15 avvertì uno “spaventoso terremoto”. Lo spavento non gli impedì di registrare la notizia del sisma a mo’ di nota del manoscritto su cui stava lavorando. Il codice del V secolo sulle opere di Teodoreto ora è custodito nella Biblioteca Evangelica di Roma.

28 settembre 1453 Fu Impruneta l’epicentro del terremoto di Firenze (5.3 della scala Richter) che danneggiò le volte del Duomo e lesionò la muratura della cupola di Brunelleschi. Ci furono solo un paio di morti in città e un numero imprecisato di vittime nel contado. Ma lo spavento fu grandissimo. Le scosse arrivarono con il buio, dopo le 22 e furono percepite in modo forte per almeno 12 miglia intorno alla città. Giovanni Chellini da San Miniato scrive nelle sue memorie: “Richordo che nello anno millequactrocentocinquantatre a dì XXVIII di settembre a hore cinque di notte venne nella città di Firenze il maggiore e più terribile terremoto che per li viventi ne nostri dì mai fosse udito o sentito e durò presso che uno ottavo d’ora, per paura del quale grande quantità di persone uscirono dalle case andando per le piazze e luoghi scoperti, a ciò non cadessero loro addosso case e altri edificii gridando per la città a Dio misericordia, cum molte laude e orationi ad alte voci. Li signori uscirono dal palagio in sulla piazza per paura e fra gli altri Piero di Cosimo de Medici, sendo in casa sua malato di gotti, si fece portare a molti giovani a san Marco e facesi mettere nell’orto di quelli frati e cum cuperture e cum fuochi che in detto orto fece accendere cum altri suoi di casa vi si stete quella notte e abondavavi tanta gente che bisognò serrare la porta che non vi intrasseno. Cosimo suo padre era in villa sua a Careggi, malato di gotti”. La gente dormì sugli orti, nelle piazze e sui prati intorno alla città. Il convento di San Marco fu danneggiato in modo particolare, soprattutto nella biblioteca di Michelozzo. Cosimo de Medici e suo figlio Piero restaurarono tutto. Le scosse si avvertirono fino al maggio dell’anno successivo.

26 aprile 1458 La terrà tremò a lungo, tra l’Umbria e le Marche. Il forte terremoto (5.8 scala Richter), fu avvertito soprattutto a Città di Castello dove fu distrutto un terzo degli edifici cittadini ma anche Sansepolcro, Montone, Perugia e Gubbio. Alcune fonti parlano addirittura di 4.000 morti nell’alta valle del Tevere. In tutta l’Umbria la popolazione, in preda al panico, dormì all’aperto fino alla fine del mese di maggio.

Affresco di Filippo Lippi (1406-1469) nell’abside del duomo di Spoleto

4-5 dicembre 1456 Uno dei più forti e estesi terremoti del Medioevo colpì l’Appennino centrale e il sud della penisola italiana. Le scosse arrivarono in “in nocte S. Barbarae” e furono devastanti. Morirono 70.000 persone. La popolazione si dimezzò in oltre 90 centri abitati: a Isernia ci furono 1500 vittime su poco più di 2000 abitanti; 1600 furono i morti a Paduli e almeno 400 a Benevento. A Teramo morirono più di 200 persone. A L’Aquila, ai danni alle abitazioni si aggiunse il crollo della Torre di Piazza Palazzo. Rivisondoli fu completamente rasa al suolo. Castel di Sangro, Rocca Cinque Miglia e Roccaraso subirono danni pesantissimi. Il paese di Roccapizzi, nei pressi di Pescocostanzo, fu completamente raso al suolo, venne abbandonato dagli abitanti e non fu mai più mai più ricostruito. Il terremoto, avvertito dall’Abruzzo alla Calabria fu preceduto dall’apparizione della cometa di Halley, un segno dei cieli considerato infausto. Probabilmente, si attivarono in sequenza più faglie appenniniche. Almeno tre epicentri in contemporanea: il primo tra il Sannio e l’Irpinia, nella zona di Paduli, Apice e Ariano, il secondo nel Matese e il terzo in Abruzzo. Le potenti scosse furono seguite da uno tsunami che investì le coste ioniche tra Taranto e Gallipoli. Lo sciame sismico durò per diversi anni. La morte e la disperazione toccarono in modo severo anche Napoli, dove crollarono il campanile della chiesa di Santa Chiara e la chiesa di San Domenico Maggiore. Giannozzo Manetti, umanista fiorentino e segretario della corte napoletana fu testimone diretto del sisma. In quella occasione scrisse il “De terraemotu libri tres”, il più antico catalogo italiano riguardante i terremoti. Vari esemplari del codice sono conservati nella Biblioteca Vaticana. La tragedia del terremoto fu ricordata anche in uno splendido affresco di Francesco Lippi (1406-1469) nell’abside del Duomo di Spoleto. La Natività è ambientata in un edificio lesionato per ricordare la condizione umana degli sfollati.

26 aprile 1458 Una data precisa ma poche notizie sulla serie di scosse (5.8 della scala Richter) che colpirono Città di Castello e tutta l’Umbria settentrionale.

26 novembre 1461 Un terremoto poco profondo e proprio per questo devastante, di magnitudo 6.4 della scala Richter, si abbatté su L’Aquila e su tutto il territorio circostante. Altre scosse, meno forti, arrivarono a dicembre e gennaio dell’anno successivo. Incerto ma elevato il numero delle vittime. La città subì molti danni. Furono rasi al suolo i vicini centri di Onna, Poggio Picenze, San Pio delle Camere e Sant’Eusanio Forconese.

15 maggio 1465 Gubbio fu colpita dal terremoto durante i preparativi per la Festa dei Ceri. Le prime scosse arrivarono il 13 maggio e proseguirono, nei giorni seguenti, con intensità maggiore.

15 gennaio 1466 Il sisma devastò un’area vasta tra Avellino, Salerno e Potenza. Gli epicentri delle scosse toccarono Lioni, Balvano, Oliveto Citra e Calitri.

1466 Il territorio eugubino fu al centro di varie scosse nella notte tra il 27 e il 28 ottobre. Due mesi dopo, il 26 dicembre, ci fu un altro terremoto.

Madonna del Terremoto (biccherna) di Francesco di Giorgio Martini, 1467, Siena, Archivio di Stato

1467 Uno splendido dipinto con tende e baracche fuori dal centro storico di Siena. La tempera di Francesco di Giorgio Martini (1439-1501) su una tavola dei registri della Biccherna (la magistratura finanziaria del Comune) è conservata nell’Archivio di Stato della città. Ricorda uno dei terremoti più forti che colpì Siena. Il Gigli, nel suo “Diario Senese” sostiene che ci furono 160 scosse in dieci giorni”.

1471 Il terrore a Gubbio, raccontato dallo storico Muratori: “Di detto anno nel mese di marzo, furono molti gran terremoti, molti morirono di morte subitanea” (Chronicon Eugubinum, vol. XXI, col. 1020 C. Archivio Storico di S. Pietro, Perugia).

7 maggio 1473 Un terremoto a Milano: Cicco Simonetta, capo della segreteria sforzesca, tenne un diario degli avvenimenti e spiegò che non ci furono danni di rilievo. Qualche giorno dopo, il 12 maggio, il duca Galeazzo Maria Sforza, scrisse una lettera agli ambasciatori milanesi in altre regioni d’Italia per capire meglio le ragioni del fenomeno e anche per verificare l’intensità dei danni al di fuori della Lombardia.

17 dicembre 1474 Nessun morto dichiarato ma la notizia di forti scosse a Siena: “A ore 17 furono cinque tremuoti grandi, e a dì 18 detto da mattina in sabato a 12 ore ne fu un altro” (Allegretti- Diari Senesi ed. Muratori Tomo XIII col. 781).

1477 Appena un anno prima, Foligno era stata colpita da una epidemia di peste. Il terremoto durò dai primi giorni dell’anno fino a maggio: molte scosse leggere e una fortissima (il 30 gennaio, intorno alle ore 23). Una memoria redatta da Michelangelo Grillo, notaio del Comune, conservata all’archivio di Stato di Perugia, racconta in modo vivido quei terribili giorni. Le scosse vennero avvertite anche a Perugia e Todi. Il freddo era intensissimo. Anche le acque del lago Trasimeno si erano ghiacciate. Il 2 e il 3 febbraio, dopo l’ennesima, fortissima scossa, sfiniti dallo sciame sismico, i folignati si riversarono in strada nonostante fuori nevicasse e rimasero esposti alle intemperie. Molte, vecchie abitazioni cittadine crollarono, insieme a quasi tutti i camini della città e ai merli del palazzo dove risiedevano i priori.

Cavalieri alla messa durante il terremoto del 1481 a Rodi (miniatura da un manoscritto di Guillaume Coursin)

1481 Prima il sisma, poi uno tsunami. Il terremoto di Rodi fece 30.000 morti. Le scosse iniziarono il 15 marzo e durarono fino al mese di gennaio del 1482. Le case e le chiese furono rase al suolo. Il Palazzo del Gran Maestro crollò il 18 dicembre a causa dello sciame sismico insieme a tre torri del porto. La città fu ricostruita secondo criteri antisismici: l’altezza delle case fu limitata a soli due piani e gli edifici sui due lati di una strada furono collegati con archetti ribassati all’altezza del primo solaio, proprio per assorbire le spinte orizzontali. Così la città vecchia cambiò volto e assunse l’omogeneità urbanistica che ancora la caratterizza.

6-7 febbraio 1481 Una serie di scosse colpirono la Lunigiana e i territori emiliani intorno a Modena e Parma.

7 maggio 1481 Pochi mesi dopo il primo sisma, la Toscana nord occidentale, subì un altro terremoto (VIII grado della scala Mercalli). L’epicentro fu localizzato nell’alta Lunigiana. A Fivazzano 17 case furono rase al suolo e altri 200 edifici registrarono gravissimi danni. Una serie di piccole scosse iniziali mise in allarme la popolazione che scappò dalle case. Il numero di morti fu limitato ma il terremoto fu percepito fino a Massa e a Lucca.

11 agosto 1483 Un sisma con epicentro tra Cesena e Forlimpopoli. Gravi danni a Forlì, con diverse vittime. Crolli anche a Bertinoro.

1496 Uno sciame sismico colpì tutta l’Umbria, dal mese di giugno fino a dicembre. La scossa più forte fu avvertita a Orvieto, il 6 agosto. Pochi i danni ma tanta paura tra la popolazione, soprattutto tra Spoleto, Trevi e Foligno.

5 giugno 1501 La “torre mozza” del palazzo comunale di Modena, si chiama così perché venne parzialmente abbattuta in seguito al sisma (5.9 scala Richter) che ebbe come epicentro la zona a sud ovest di Maranello. Molta paura tra la popolazione ma le vittime furono meno di 50. Tra le località più colpite, oltre a Modena e Maranello, anche Sassuolo, Castelvetro e Montegibbio.

1506 Tutta la zona dei Monti Frentani e in particolare la città di Ortona furono al centro di un forte terremoto che distrusse molti piccoli paesi e fece centinaia di morti.

Affresco nella Sala dei Giganti nel Palazzo Tè di Mantova, realizzato da Giulio Romano e Rinaldo Mantovano tra il 1528 e il 1533

25 febbraio 1509 Il sisma (5.6 scala Richter) interessò la Calabria meridionale. L’epicentro fu tra Reggio e Sant’Agata. Gravi danni e vittime a Reggio. Crolli a Messina e a Palmi.

26 marzo 1511 Uno dei più devastanti terremoti di sempre, di magnitudo 6.5 della scala Richter, si abbatté tra la Slovenia e il Friuli, interessò la pianura padana, l’Austria e le due sponde dell’Adriatico. Alla fine delle scosse si contarono almeno 12.000 morti. Gravi danni furono registrati in tutto il Veneto e, in particolare, a Verona. La laguna veneta si trovò a secco e uno tsunami distrusse il porto di Trieste. La popolazione del grande porto adriatico fu costretta a lasciare la città e a rifugiarsi sulla collina di San Giusto. Furono colpite anche Pirano, in Istria e Lubiana in Slovenia. La città austriaca di Klagenfurt venne rasa al suolo. Anche Venezia che sembrava al riparo dai terremoti, perché fondata sull’acqua, subì gravi danni. Fu danneggiato anche il campanile, simbolo della città. E come ricordano le fonti dell’epoca, crollarono “molti camini et case”.

Virginia Valente

Fonti bibliografiche:

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Cosma Indicopleuste, il cielo in una stanza

Il modello a tabernacolo dell’universo di Cosma. Sullo sfondo si sono due Soli, che servono per spiegare la diversa durata del giorno e della notte a seconda delle stagioni. In inverno, il Sole resta oscurato dalla montagna per un tempo più lungo perché passa più vicino alla sua larga base, mentre in estate gli angeli lo accompagnano dietro la stretta cima del monte

Piatta, rettangolare e contenuta in un baule con tanto di coperchio.

È la Terra di Cosma Indicopleuste, mercante e viaggiatore alessandrino del VI secolo che poi si fece monaco. E teorizzò quella che può essere annoverata come la cosmologia più bislacca della Storia.

Esposto tra il 535 e il 547 nella Topographia Christiana, il bizzarro punto di vista di Cosma descrive il mondo come una tavola, con il lato lungo orientato nella direzione est-ovest.

La Terra è circondata da un oceano, con golfi che corrispondono al Mare Mediterraneo, al Mar Rosso, al Golfo Persico e al Mar Caspio. Verso occidente culmina in una ripida montagna, dietro alla quale ogni notte si nascondono il Sole e le stelle, che compiono il loro viaggio giornaliero da oriente a occidente e viceversa grazie a una schiera di angeli conducenti.

Quattro pareti verticali, saldate ai lati del mondo, si innalzano e man mano si piegano fino a formare la volta del cielo, che Cosma paragona al soffitto di una stanza da bagno ma che per noi è più vicina al coperchio ricurvo di un vecchio baule da viaggio.

Il grande tetto del cielo è diviso in due parti. Dalla Terra fino al firmamento, una specie di controsoffitto, c’è il regno degli uomini e degli angeli: in basso comprende mari e continenti e, nella parte più alta, i beati e le creature celesti che controllano il movimento degli astri. Al di sopra del firmamento si trova il trono di Cristo, che occupa l’estremo vertice del cielo e sarà la sede dei beati dopo il giorno del giudizio.

All’interno del suo universo, Cosma trova posto anche per il Paradiso Terrestre, collocato sullo stesso livello del mondo emerso ma alle propaggini del piano che lo contiene. È separato dalle terre abitate da un immenso oceano e, da dopo il diluvio universale, non è più raggiungibile.

Dell’opera di Cosma Indicopleuste esistono due manoscritti, ricchi di illustrazioni del più alto interesse. Sono entrambi del secolo XI: uno è conservato nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze e l’altro nella Biblioteca Vaticana (Fonte: Enciclopedia Treccani)

La concezione della Topographia Christiana stupisce. Soprattutto se si considera che il suo autore viaggiò molto. L’attributo Indicopleuste significa “navigatore delle Indie” e il mercante attraversò il Mediterraneo, il Mar Rosso e il Golfo Persico, fino a raggiungere l’Abissinia e i paesi limitrofi. In una occasione, osò persino avventurarsi nel temuto Oceano, che “non può essere navigato a causa del grande numero di correnti che lo solcano e delle fitte nebbie che oscurano i raggi del Sole; e per la vastità della sua estensione”.

Con ogni probabilità, Cosma visitò anche luoghi a meno di dieci gradi dall’equatore. Ma, nonostante le evidenze, l’idea che il mondo potesse essere sferico non riuscì proprio a mandarla giù.

E non era una questione di ignoranza, perché dai suoi scritti risulta che fosse a conoscenza degli studi cosmologici nati nel V secolo a.C. e portati avanti da Pitagora, Aristotele, Eratostene (che nel III secolo a.C. calcolò con buona approssimazione la lunghezza del meridiano terrestre), fino a Claudio Tolomeo, che nel II secolo d.C. disegnò le terre conosciute e divise il mondo in trecentosessanta gradi di meridiano.

Il fatto è che non poteva accettarli. Anzi, considerava un dovere non solo disconoscerli, ma addirittura condannarli. Il titolo del primo libro del suo lavoro è esplicativo: “Contra eos qui cum Christiani esse velint, secundum exteros sphaericum esse-coelum putant et opinantur” (“Contro quelli che, pur volendo professare il cristianesimo, pensano e immaginano come i pagani che il cielo sia sferico”).

Una pagina (facsimile) del manoscritto della Topographia Christiana (sec. XI) conservato nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. La fonte di ispirazione per la teoria del Tabernacolo è l’Esodo (25: 8-9), dove Dio dice a Mosè: “Mi facciano un santuario, perché io abiti in mezzo a loro. Voi lo farete secondo tutto quello che io ti mostrerò, sia per il modello del tabernacolo che per il modello di tutti i suoi arredi”

Cosma spazzò via, una dopo l’altra, tutte le argomentazioni della scienza classica perché ritenne che la forma dell’universo potesse essere appresa solo dallo studio delle Sacre Scritture. Il testo biblico di riferimento è il passo in cui Dio spiega a Mosè come costruire il Tabernacolo e Cosma basò solo su questa autorità la comprensione del luogo che lo ospitava. Dove il sapere cosmologico antico non corrispondeva ai testi delle Sacre Scritture, lo mise decisamente da parte.

Certo Cosma non era l’unico a pensarla così, nel VI secolo. Ma non per questo è lecito supporre che la cosmologia dell’Antichità fosse stata dimenticata. In realtà non lo fu mai. Ma per un certo periodo e in alcune circostanze venne piegata alla volontà di una causa che si riteneva maggiore. Quella della fede.

Le carte geografiche, nate a suo tempo per risolvere necessità pratiche come il commercio e le campagne militari, in questi ambiti travalicarono il fine di rappresentare il mondo con fedeltà. Lo scopo diventò quello di evidenziare la sua essenza concettuale e teologica.

Così nacquero teorie che si sforzavano di far quadrare ad ogni costo la struttura del cosmo con i dettami delle Sacre Scritture e Cosma fu il primo a prendersi la briga di elaborare un sistema che sostituisse le dottrine dei filosofi pagani.

A livello metaforico, però, la “teoria del Tabernacolo” ebbe la sua anteprima già a cavallo tra il II e il III secolo con Clemente Alessandrino (ca. 200), che individuò nella dimora di Dio e nel suo arredo una rappresentazione dell’universo, anche se in forma puramente allegorica e senza la necessità di rifiutare le conoscenze più antiche.

L’esordio vero e proprio si deve invece a Severiano, vescovo di Gabala, che nel secolo IV con le sei In mundi creationem orationes spiegò il sistema cosmico delineato nel primo capitolo della Genesi. Da quest’epoca in poi, un certo numero degli autori patristici accettò l’idea che l’universo avesse la forma del Tabernacolo. Da Diodoro, vescovo di Tarso morto nel 394, fino a Teodoro di Cilicia, morto nel 428 e di cui sappiamo grazie alle citazioni di uno scrittore più tardo, Filopono, che descrive con ironia le sue lezioni sulla teoria del Tabernacolo e sul moto delle stelle, innescato dagli angeli.

Tra gli esponenti della Chiesa c’erano comunque anche opinionisti più assennati. San Basilio (330-379) sosteneva: “che importa di sapere se la Terra è una sfera, un cilindro, un disco, o una superficie curva: ciò che m’importa è di sapere come debbo comportarmi verso me stesso, verso gli uomini, verso Dio”. Anche Sant’Ambrogio di Milano (morto nel 397) riteneva che per l’uomo non c’è alcuna utilità nel conoscere la natura o la posizione della Terra, ma tra le righe accennò più volte ai cieli come a delle sfere.

Gli Antipodi del Maestro delle Metope di Modena (XII secolo)

Sant’Agostino (354-430) poi, memore degli studi compiuti su Platone e San Paolo, espresse una moderazione ancora maggiore. Nella sua visione la Terra potrebbe anche essere una sfera, ma in tal caso non è detto che emerga completamente dalle acque o che tutte le sue parti siano abitate. Agostino quindi, non tenne un atteggiamento di disprezzo verso la scienza greca. Sembra anzi che desiderasse accettarla, a meno che la Scrittura non lo costringesse altrimenti.

Su una cosa sola, e per molto tempo, rimasero tutti d’accordo: la questione degli Antipodi. Fu con questo termine che i greci chiamarono i popoli di una ipotetica terra diametralmente opposta a quella conosciuta, e presto si pose il problema dell’abitabilità di queste regioni, che presero il nome dei loro teorici abitanti. Già Aristotele escluse una tale possibilità. E fu l’unico punto sul quale tutti i teologi medievali gli diedero ragione. Erano unanimemente convinti che i malcapitati aborigeni, se fossero esistiti, avrebbero dovuto passare tutta la vita a testa in giù.

Daniela Querci

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L’impeto di Buridano

È passato alla storia per via di un asino che non seppe decidersi. Ma Giovanni Buridano andò ben oltre il leggendario paradosso che gli è stato attribuito e può essere considerato a tutti gli effetti uno di quei giganti sulle cui spalle siamo saliti per vedere più lontano.

Nato alla fine del XIII secolo, l’accademico francese ha posato una delle pietre angolari della Fisica moderna: con la teoria dell’impetus, versione antesignana del primo principio della Meccanica classica, ha inaugurato il concetto di moto per inerzia.

Come nell’accezione comune del termine, anche nel campo delle scienze l’inerzia identifica uno stato di inattività o, più precisamente, di “non cambiamento di attività” e in generale viene definita inerzia “la tendenza della materia a non modificare il suo stato di quiete o di moto”. E se oggi questo concetto lo consideriamo un assioma, l’idea rappresentò una svolta eccezionale ai tempi di Buridano.

Dopo di lui, bisognerà aspettare due secoli per trovarne, nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei, una descrizione analitica. E a formalizzarlo nell’enunciato del primo principio della Meccanica sarà Isaac Newton dopo altri cinquant’anni, con i Philosophiae Naturalis Principia Mathematica.

Buridano dunque, era un tipo che precorreva i tempi. C’è anche da dire che gli toccò la gran fortuna di avere per maestro un pilastro della filosofia medievale: Guglielmo di Ockham. E Giovanni seguì le orme del suo mentore. Studiò filosofia e fu con la logica, uno degli strumenti più affilati di questa dottrina, che arrivò a teorizzare l’impetus e il concetto di inerzia.

Le sue osservazioni si basavano su studi precedenti, in particolare sui lavori di Aristotele, nei quali Buridano non riusciva a prendere per buona la teoria secondo la quale sarebbe stato il mezzo (e quello per eccellenza è l’aria), a far proseguire il moto di un oggetto dopo la spinta iniziale. Aristotele infatti era convinto che l’aria, per mezzo di piccoli vortici, continuasse a spingere un corpo quando l’impulso della spinta iniziale terminava. Ma Giovanni argomentò che era piuttosto la spinta, che definì impetus, a garantire la prosecuzione del moto in assenza di resistenze.

E aggiunse che l’impetus avrebbe continuato a muovere la materia fino a che fattori come la resistenza dell’aria non avessero fatto cessare il movimento. Ed è proprio questo stato di permanenza che ha condotto gli storici della scienza ad attribuire a Buridano la prima attestazione del principio d’inerzia. Il filosofo, infatti, spiega che se la qualità permanente dell’impetus è irrealizzabile a livello di fisica sublunare, è invece concepibile nel mondo celeste: l’impetus che Dio impartisce alle sfere celesti può durare in maniera indefinita, perché il moto dei cieli non incontra resistenze di sorta.

Il concetto di impetus quindi, non viene applicato solo a una tipologia di fenomeni. Al contrario, acquista una valenza universale e Buridano lo utilizza per descrivere diversi tipi di eventi fisici e cosmologici altrimenti inspiegabili. Ed è per questo motivo che lo applica sia nel commento alla Fisica aristotelica che in quello al De caelo.

L’idea di forza impressa è scelta dal maestro parigino per spiegare anche un altro fenomeno, quello dell’accelerazione dei corpi in caduta libera: Giovanni rifiuta la teoria di Aristotele per cui i corpi aumenterebbero la loro velocità di caduta con il progressivo avvicinarsi alla superficie terrestre. Il motivo dell’accelerazione va invece ricercato nei progressivi incrementi di impetus, impressi al corpo dalla sua stessa gravità.

Buridano usa il concetto di forza impressa anche per spiegare il moto delle sfere celesti. A causare il moto perpetuo dei cieli non sono delle intelligenze angeliche, ma la presenza nelle sfere di un impetus impartito da Dio nell’atto della creazione. È questo che consente la prosecuzione del moto ed elimina la necessità di introdurre altre cause efficienti nel meccanismo del movimento celeste.

Il maestro ritiene l’impetus valido anche per confutare la teoria secondo la quale la Terra possa compiere una rotazione giornaliera attorno al proprio asse. Solo in questo ambito quindi, rimane saldamente ancorato alla concezione aristotelica del cosmo.

Expositio et quaestiones al De Anima aristotelico, di Giovanni Buridano (forse 1362).

Resta curioso l’iter accademico di Giovanni che, quando non ricoprì la carica di Rettore all’Università di Parigi (nel 1328 e poi ancora 1340) preferì mantenere la cattedra di Maestro della facoltà delle Arti, piuttosto che indirizzarsi verso insegnamenti più scientifici. Fu un intellettuale versatile e affrontò vari ambiti filosofici. Oltre ad aver commentato diverse opere di Aristotele (oltre alla Fisica e al De Coelo, anche la Metafisica, l’Etica, il De Anima e la Politica) produsse anche lavori propri, come il Summulae de dialectica (o Summa logicae) e nel campo più squisitamente filosofico affrontò la disputa sui concetti universali e accolse il linguaggio della tradizione nominalista, nel quale conservò comunque un realismo di stampo più nettamente aristotelico.

E forse è per questo che i primi studi sulla teoria dell’impetus sono arrivati solo nella seconda metà dell’Ottocento. Pierre Duhem (1861-1916), storico della scienza, fisico e filosofo francese che ha dedicato grandi energie a tracciare un ricco quadro dei progressi scientifici avvenuti durante il Medioevo, nella monumentale opera Études sur Léonard de Vinci ha approfondito il concetto buridaniano di impetus e ha mostrato come la meccanica del magister piccardo abbia aperto la strada alle riflessioni galileiane e alla nascita della scienza moderna. Dopo di lui, altri studiosi si sono interessati alla scienza di Buridano e gli è stato infine riconosciuto il ruolo di degno precursore di Galileo e delle scoperte della Meccanica moderna.

 

Quanto alla storia dell’asino che, in mezzo a due fasci identici di fieno, morì di fame per l’incapacità di fare la sua scelta, l’attribuzione a Buridano resta molto dubbia. L’aneddoto non si trova nelle sue opere. Più probabilmente, è una invenzione dei suoi contemporanei per ironizzare sulla versione di libertà del maestro francese, che si ispirava al nominalismo di Ockham. Per Buridano “voluntas est intellectus et intellectus est voluntas”, quindi qualunque bene si presenti al nostro intelletto deve determinare il volere. La sola libertà possibile è la facoltà di sospendere l’assenso, per compiere un nuovo esame e conformare meglio l’azione ai fini della natura umana. In questo, per Buridano, consiste la moralità.

Comunque sia, la morale dell’asino più celebre della Storia piacque anche a Dante, che la citò addirittura nel Paradiso: «intra due cibi, distanti e moventi – d’un modo, prima si morria di fame – che liber uom l’un si recasse ai denti» (Par., IV, 1-3).

Daniela Querci

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Grossatesta e il Big Bang del Medioevo

L’iniziale miniata dei “Dicta” di Grossatesta, ultimo quarto del XIV secolo, Londra, British Library.

Gli hanno attribuito la prima versione della teoria del Big Bang. E addirittura l’intuizione dell’ipotesi sugli universi paralleli. Di certo, Roberto Grossatesta (1170 ca.-1253) fu un grande scienziato. Una mente lucida e sottile che utilizzò per la prima volta nella storia dell’uomo l’unico strumento valido per dialogare con le leggi della natura: il linguaggio assoluto della matematica.

Della sua vita non sappiamo molto. Francescano, veniva dalla Contea di Suffolk, nell’Inghilterra orientale. Laurea in teologia, maestro e poi cancelliere nello Studium dei Frati minori di Oxford (tra i suoi allievi ci fu anche Ruggero Bacone, il Doctor Mirabilis), coronò la sua carriera ecclesiastica con il titolo di vescovo di Lincoln.

Era un ottimo conoscitore della lingua greca e tradusse varie opere, tra cui il De fide ortodoxa di Giovanni Damasceno, gli scritti dello pseudo-Dionigi con gli scoli di Massimo Confessore e, oltre a vari opuscoli pseudoaristotelici, l’Ethica Nicomachea, parte del De coelo con il commento di Simplicio e una critica agli Analitici posteriori di Aristotele.

E forse si deve proprio alla passione per il celebre filosofo greco il suo approccio logico allo studio dei fenomeni della natura. Che, unito alla formazione teologica, si materializzò nel De Luce, una versione della genesi dell’universo dove, per la prima volta, la creazione è illustrata in termini squisitamente matematici.

Miniatura dal “Computus correctorius” di Roberto Grossatesta, seconda metà del XIII secolo, Londra, British Library.

L’universo di Grossatesta inizia con un lampo di luce. La “prima forma corporea” (corporeitas) del cosmo è dunque un punto luminoso, entità semplice e senza estensione che si moltiplica e si propaga nelle tre dimensioni per generare i tredici cieli che compongono il creato.

Il parallelo con la moderna teoria del Big Bang è inequivocabile per una nutrita corrente di astrofisici, che attribuisce al geniale scienziato la paternità intuitiva del modello cosmologico oggi predominante, basato sull’idea che l’universo iniziò ad espandersi a velocità elevatissima a partire da una condizione di volume minimo e temperatura e densità estreme. E le similitudini non finiscono qui, perché l’universo di Grossatesta ha la proprietà di rarefarsi man mano che si espande, proprio come assume la teoria del Big Bang.

Per alcuni scienziati poi, nel De Luce sono annidate alcune idee al passo con teorie ancora più all’avanguardia. Come quella dei multiversi, un’ipotesi che postula la coesistenza di mondi simmetrici: i famosi universi paralleli. La teoria nasce dalla meccanica quantistica, la branca della Fisica che descrive la luce sia come onda che come particella e che, formulata nella prima metà del XX secolo, ha risolto il paradosso implicito nella fisica classica, incapace di descrivere il comportamento duale della luce a livello microscopico.

In effetti, nell’universo di Grossatesta luce e materia sono accoppiati insieme. Nelle intenzioni del vescovo inglese non c’era di certo l’idea di sottintendere la possibilità dell’esistenza di universi multipli, ma nella sua visione del creato si possono arrangiare tanti multiversi. È quello che ha dimostrato una recente ricerca di Tom McLeish , fisico della Durham University nel Regno Unito, che ha tradotto in formule matematiche le speculazioni di Grossatesta, ricavandone una serie di equazioni analoghe a quelle che i fisici teorici utilizzano per esplorare, con la teoria delle stringhe, i nuovi orizzonti delle scienze cosmologiche.

Le statue di Bacone e Grossatesta nell’Abbazia di Westminster.

In ogni caso, quello che davvero stupisce nel De Luce è l’eleganza formale della dimostrazione con la quale Grossatesta approda alle conclusioni. Il lettore viene accompagnato in un viaggio nell’essenza della luce, una metafisica che, attraverso il paragone con le proprietà dei numeri razionali e irrazionali, deduce come il punto di luce primigenio e senza dimensioni, generi lo spazio e la materia tridimensionali che compongono il creato.

La sintesi tra logica aristotelica e l’articolata eredità delle influenze neoplatoniche, euclidee e agostiniane, arricchita dagli influssi arabi (dal De Radiis di Alikindi, trattato sulla causalità geometrico-luminosa, alle opere di Avicenna e Averroè) fu una novità assoluta nel panorama scientifico e filosofico dell’epoca di Grossatesta. Un balzo nel progresso di grandi proporzioni per la comprensione dei fenomeni fisici, che verrà portato avanti grazie a un ampio e vivace movimento culturale attivo fra il XII e il XIII secolo e rappresentato da esponenti come Alessandro di Hales (1170/1180 ca.-1245), Giovanni de la Rochelle (1190/1200 ca.-1245), San Bonaventura da Bagnoregio (1217 ca.-1274), Giovanni Peckham (1230 ca.-1292) e Bartolomeo da Bologna († dopo il 1294).

Ritratto di Roberto Grossatesta databile al XIII secolo.

Quello che noi chiamiamo metodo sperimentale, ossia dimostrare una teoria scientifica attraverso una serie di esperienze mirate, che esploderà a partire da Francesco Bacone alla fine del Cinquecento e continuerà nel Seicento con Galileo, Cartesio e Newton, ha le sue radici proprio nelle teorie dei filosofi della natura francesi e inglesi del XIII secolo, che perfezionarono i metodi logici di dimostrazione elaborati nell’Antichità soprattutto da Aristotele e Euclide.

L’interesse per la Filosofia della Natura portò Grossatesta a scrivere trattati anche sul calore, sui colori, sulla generazione dei suoni, sulle comete, sulle maree, sul moto degli astri e sull’arcobaleno.

Da vescovo poi, fu anche uno strenuo sostenitore della riforma della Chiesa. Perseguì abati e monaci che praticavano l’uso dei benefici ecclesiastici e denunciò aspramente le politiche papali che finanziavano guerre e crociate.

 

Ma il messaggio più luminoso che ci arriva da Grossatesta è senza dubbio la sua percezione della Natura. E non solo dal punto di vista puramente scientifico. Nei suoi “Scritti sul pensiero medievale”, Umberto Eco dice: «Il Medioevo identificava la bellezza (oltre che con la proporzione) con la luce e con il colore». Una poetica della luce che si fonda sulla sua metafisica, così mirabilmente descritta da Grossatesta.

Daniela Querci

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Ebstorf, il mappamondo perduto

Il Mappamondo di Ebstorf è la più grande carta geografica conosciuta del Medioevo. Un capolavoro di tre metri e mezzo di diametro, scoperto nel 1843 nel monastero benedettino della cittadina sassone di cui porta il nome e attribuito a un cartografo che operò in Germania nel tredicesimo secolo, Gervasio di Ebstorf.

Oggi, della grande mappa restano soltanto una serie di fotografie in bianco e nero scattate nel 1891 e numerosi facsimile a colori perché, esattamente un secolo dopo il suo ritrovamento, l’originale andò perduto ad Hannover nel corso di un bombardamento degli Alleati.

Dipinta su trenta pelli di capra cucite insieme, era una elaborata e splendida versione delle numerose mappae mundi tripartite a T e O dell’epoca, chiamate così perché mostrano i tre continenti Asia, Europa e Africa separati da un Mar Mediterraneo a forma di T, mentre l’oceano che circonda le terre emerse è disegnato come una grande O.

Il fatto che in questo tipo di mappe ci fosse solo la parte conosciuta dell’emisfero settentrionale, circondato dalle acque, ha alimentato la falsa credenza che l’uomo medievale ritenesse la Terra piatta. In realtà, le mappae mundi medievali sono rappresentazioni geografiche di convenienza, con scopi molto diversi da quelli associati alla moderna cartografia. Non erano pensate per essere usate come riferimento durante i viaggi e non avevano la pretesa di mostrare le terre e le acque in maniera proporzionata. Servivano invece come schemi per illustrare diversi concetti.

Quelle più semplici, spesso inserite all’interno di trattati e opere enciclopediche, erano utili per illustrare dati scientifici come la sfericità della Terra, i continenti conosciuti e le diverse zone climatiche. Le carte più grandi avevano anche spazio per descrivere e spiegare i punti cardinali, i territori lontani, la flora e la fauna, le storie della Bibbia e gli eventi storici e mitologici. Nella loro forma più completa, come quella di Ebstorf, le mappae mundi erano vere e proprie piccole enciclopedie della conoscenza medievale.

Nel capolavoro di Gervasio, il centro cadeva sulla città di Gerusalemme e il punto cardinale Est era rivolto verso la parte superiore della carta. C’era Cristo, raffigurato con la testa in alto, le mani ai lati e i piedi in basso, mentre la città di Roma era rappresentata con la figura di un leone. Tutto intorno alla mappa il cartografo compilò una fitta e dettagliata legenda che, oltre alla definizione dei termini usati sulla carta, forniva descrizioni di animali, il racconto della creazione del mondo e una breve descrizione del tipo di cartografia usato, con la spiegazione del perché l’emisfero venisse raffigurato diviso in tre parti. La mappa includeva anche storie e simboli, sia pagani che biblici.

La geografia affascinava molto l’uomo medievale. Solo di mappae mundi ce ne sono arrivate più di mille, la maggior parte come illustrazioni a corredo di manoscritti e altre come carte a sé stanti. Rappresentazioni meravigliose, che variano in grandezza e complessità da piccoli schemi di pochi centimetri a grandi mappe, come il Mappamondo di Hereford, di un metro e mezzo di diametro. E i mappamondi non erano le uniche tecniche geografiche utilizzate per descrivere la Terra. Nel corso del Medioevo, e solo nell’Europa occidentale, convissero altri due generi di cartografie completamente distinti dalle mappae mundi: i portolani e i planisferi tolemaici. Per non parlare del Medio Oriente, dove si produssero altre splendide carte e notevolissime rappresentazioni geografiche del pianeta.

Daniela Querci

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Fibonacci e i numeri indiani

L’incipit di uno dei capisaldi della letteratura scientifica di tutti i tempi recita: “Le nove figure degli indiani sono queste: 9 8 7 6 5 4 3 2 1. Con queste nove cifre, assieme al simbolo 0 che gli indiani chiamano zephirum, è possibile scrivere qualunque numero”.

I numeri dall’1 al 9 e lo zero vennero introdotti in Europa nel XIII secolo. Prima, per fare i conti c’erano solo i numeri romani. Sommare e sottrarre con i simboli M, D, C, L, X, V e I è facile, ma quando si passa a moltiplicazioni e divisioni le operazioni diventano un vero ginepraio. Anche perché manca un elemento fondamentale: lo zero. Nel Duecento per fare i conti si ricorreva a elaborati sistemi aritmetici, in cui i calcoli si facevano con le dita o con diversi tipi di abaco. Di fatto, i numeri venivano usati solo per annotare i risultati. E per lavorare su quantità più grandi di 10.000 ci voleva una grossa esperienza e una buona dose di destrezza. Inoltre, i passaggi non venivano messi per iscritto e il risultato doveva essere accettato sulla fiducia.

Questa era la situazione quando nacque Leonardo Pisano, in arte Fibonacci. Non si sa con certezza né dove né quando, ma molto probabilmente a Pisa verso il 1170. È certo però che facesse parte della rigogliosa comunità dei mercanti di uno dei maggiori porti commerciali dell’Europa dell’epoca. Pisa era un centro nevralgico per lo scambio di ogni genere di merce che arrivava e partiva da tutte le coste del Mediterraneo. E, dato che il sistema monetario era particolarmente variopinto (solo in Italia ben 28 città battevano moneta, di cui 7 in Toscana), era anche un punto di cambio valuta internazionale.

Quando Leonardo era ancora un ragazzino, il padre venne nominato funzionario doganale e incaricato di coordinare le transazioni commerciali della comunità pisana a Bugia, un fiorente porto dell’Africa settentrionale musulmana (oggi Béjaïa, Algeria). Dopo qualche tempo mandò a chiamare il figlio, perché “pensando all’utilità e ai benefici futuri di questa scelta, volle che mi fermassi lì per un po’ per essere istruito alla scuola di calcolo”.

Così Fibonacci venne introdotto “all’arte del calcolo attraverso le nove figure indiane, e la conoscenza di quest’arte mi piacque più di ogni altra cosa: imparai da tutti coloro che ne erano esperti, provenienti dal vicino Egitto, dalla Siria, dalla Grecia, dalla Sicilia e dalla Provenza”.

In effetti, l’innovativo sistema per scrivere i numeri e fare i calcoli aveva origini molto lontane. Proveniva dall’India e fu completato intorno al 700 d.C. I mercanti arabi lo avevano appreso ed esportato verso nord, lungo la Via della seta e fino alle coste del Mediterraneo insieme ad altri, più tangibili, prodotti dell’Oriente, come spezie, stoffe, unguenti e tinture.

E il giovane Leonardo lo portò in patria, dove pubblicò il testo che ne descriveva simboli e segreti. Era il 1202 quando uscì la prima edizione del Liber Abaci. Era corredato da immagini che spiegavano come “i numeri si possono tenere sulle dita e in che modo” e, fra le tante soluzioni, riportava quella del celebre quesito che gli ha assegnato un posto nella cultura popolare dei nostri tempi: “Quante coppie di conigli nascono in un anno da una singola coppia?”. Il risultato è la famosa Serie numerica di Fibonacci, affascinante quanto insidiosa e ancora oggi, per qualche sua implicazione, misteriosa.

Il Liber Abaci andò a ruba. Dopo qualche anno, Leonardo ne pubblicò una seconda versione e la sua fama travalicò Alpi e Appennini. Persino Federico II volle conoscerlo. E mise alla prova il suo nuovo metodo aritmetico con una serie di complicati problemi algebrici preparati da Giovanni di Palermo, uno dei matematici alla corte dell’imperatore. Le soluzioni proposte da Fibonacci dimostrano una abilità e un possesso della materia impressionante.

Come sconcertante resta, per il nostro modo di pensare, l’ultimo passo del suo capolavoro. Il libro si chiude in modo brusco con la descrizione dei passaggi da fare per risolvere uno dei tanti esempi di problemi algebrici. Poi Leonardo smette semplicemente di scrivere. Niente riflessioni sui risultati ottenuti, nessuna ricapitolazione né indicazioni su lavori da fare o nuove cose da provare. Ma quella che per Fibonacci era la fine di un progetto, segnò l’inizio di una rivoluzione aritmetica che avrebbe investito l’intera Europa.

La grandezza del Liber Abaci sta nella sua qualità, nella sua completezza e nella sua tempestività: era un buon libro e insegnava a mercanti, banchieri, uomini d’affari e studiosi tutto quello che avevano bisogno di sapere per fare meglio il loro lavoro. Ed era il primo libro a farlo. Ci sarebbero voluti altri tre secoli prima che venisse composto un testo di completezza e profondità pari a quello di Leonardo Fibonacci: la Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalita di Luca Pacioli, del 1494. Ma questa è un’altra storia.

Daniela Querci

 

N.d.a.: Leonardo di cognome non si chiamava Fibonacci. Ma nell’intestazione del suo libro scrive: “Qui comincia il libro del calcolo composto da Leonardo Pisano, figlio di Bonacci, nell’anno 1202”. Il soprannome con cui lo conosciamo venne coniato nel 1838 dallo storico Guillaume Libri.

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I secoli caldi

Dal IX al XIV secolo la temperatura globale salì in media di oltre un grado. E per più di quattrocento anni il tempo fu più mite in tutta l’Europa. Soprattutto nelle regioni del nord, dalla Russia alla Scandinavia, dalle isole britanniche all’Islanda. Fino alla Groenlandia che, non a caso, venne chiamata “Terra Verde”.

ll “Periodo caldo medievale”, indicato dagli studiosi con la sigla PCM (in inglese Mediaeval Warm Period, MWP) è stato studiato a lungo dai paleoclimatologi, gli scienziati che ricostruiscono l’andamento del clima attraverso l’utilizzo di dati di origine animale e vegetale.

La paleoclimatologia è arrivata a studiare il clima della Terra fino a circa 2,5 miliardi di anni, grazie alle rocce e ai fossili più antichi.

Nei secoli caldi, con temperature più miti, la mortalità infantile diminuì in tutto il vecchio continente. E nel giro di trecento anni, dal 1100 al 1300, la popolazione europea passò da 40 a 60 milioni di abitanti. Con più gente serviva più terra: così si allargarono le aree coltivabili e migliorarono pure le rese agricole. Il grano venne coltivato anche molto più a nord dell’area mediterranea.

Si arrivò a produrre vino anche nella parte centrale dell’Inghilterra e nella East Anglia, quasi fino al 53° parallelo, più di 500km a nord dell’attuale limite delle coltivazioni che non va oltre Parigi e Nantes. I meteorologi concordano sul fatto che all’epoca sull’isola ci fossero meno piogge e non si registrassero gelate in primavera. Il venerabile Beda nella sua “Storia ecclesiastica del popolo inglese” del 731 parla del vino inglese. Era un vero nettare se Alfredo il Grande, sul trono fino all’anno 899, decise di adottare dure sanzioni verso chi danneggiava i vigneti. Il Domesday Book, l’inventario delle proprietà inglesi, fatto redigere da Guglielmo I nel 1086, cita notizie specifiche su 38 vigneti impiantati nel sud del paese. Dalle cronache al mito, il passo è breve. Sappiamo che i Vichinghi, quando nel IX secolo raggiunsero il nord America cinquecento anni prima di Colombo, chiamarono quella sconosciuta terra Vinland, proprio per un tipo di vite selvatica che lì cresceva in abbondanza. Le nuove colonie che presero piede nell’attuale Terranova furono abbandonate verso la metà del secolo XI. Anche perché lungo le rotte verso la Groenlandia, a causa del clima più caldo, erano aumentati a dismisura gli iceberg che rendevano pericolosissima la navigazione.

L’Islanda, terra di vulcani dal clima più temperato grazie alla “Corrente del Golfo”, era già stata raggiunta dai norvegesi, forse nell’anno 874. Quando Erik il Rosso e i suoi uomini la colonizzarono, la Groenlandia non era il freddo territorio che conosciamo oggi. Così, i primi esploratori poterono coltivare i campi e allevare il bestiame. Nel momento del loro massimo splendore, le verdi terre ospitarono quasi 3.000 persone,190 fattorie e anche una sede vescovile. In alcune sepolture degli antichi vichinghi groenlandesi, gli archeologi hanno trovato resti di radici insieme a un tipologia di flora mai più vista a quelle latitudini.

Nei “secoli caldi”, in molte zone d’Europa la crescita delle colture portò anche a maggiori disboscamenti. In Francia gli ampi e radi boschi di querce favorirono l’allevamento dei maiali e del bestiame.

Prove di un clima molto più mite nel 1100 e nel 1200 sono state trovate anche attraverso lo studio dei ghiacciai. Nei luoghi del ghiacciaio svizzero di Grindelwald, dove ora non c’è traccia di vegetazione, sorgeva una foresta rigogliosa, poi distrutta dalla espansione glaciale che arrivò a partire dal Trecento.

Un’altra prova del riscaldamento medievale arriva dalla diffusione della malaria, che secondo i manuali di medicina può diffondersi quando per più di due mesi la temperatura media non scende mai sotto i 18 gradi centigradi. Si iniziò a parlare della grave malattia dopo il X secolo. L’epidemia raggiunse il suo picco massimo tra il 1100 e il 1150 quando raggiunse perfino la Norvegia. La malaria scomparve dall’Europa centrale già a partire dal Trecento ma rimase a lungo nelle regioni meridionali.

I cronisti medievali registrarono con allarme anche le invasioni delle cavallette che nell’anno 873 dall’Africa raggiunsero Spagna, Francia e Germania. Le locuste tornarono a infestare l’Austria e l’Ungheria pure nel 1195.

Dopo più di quattro secoli caldi, le temperature cominciarono a abbassarsi abbastanza rapidamente. I paleoclimatologici ci spiegano che il “Periodo caldo medievale” fu interrotto dalla “Piccola era glaciale” che durò dal Trecento alla metà dell’Ottocento. In tutta Europa avanzarono i ghiacciai. Il clima più freddo porto con sé gravi carestie e altre epidemie, tra cui la famigerata “peste nera”, che a metà del XIV secolo funestò tutta l’Europa medievale.

Federico Fioravanti

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La supernova dell’anno 1006

Una supernova galattica, la più brillante nella storia umana, illuminò il cielo tra il 30 aprile e il 1° maggio del 1006.

Quell’estate “le persone furono in grado di leggere manoscritti anche a mezzanotte”. L’affermazione dell’astronomo Frank Winkler, del Middlebury College (università del Vermont) descrive con efficacia l’evento. La stella era così luminosa che fu visibile per parecchi mesi, anche in pieno giorno. La osservarono con stupore e preoccupazione da molti luoghi della terra, dalla Svizzera all’Italia, dall’Egitto all’Armenia, dall’Iraq alla Cina, fino al Giappone.

Come annotò Hepidanus, monaco dell’abbazia benedettina di S.Gallo (Svizzera nord-orientale) quell’immenso chiarore “accecava la vista” e destava “un certo allarme”. Anche perché niente del genere, a memoria d’uomo, si era visto prima. A Bologna un anonimo cronista si impressionò meno dei monaci elvetici e registrò in un manoscritto soltanto che “Una stella splendente brilla a lungo nel cielo”.

La descrizione più accurata del fenomeno celeste si deve al medico e astronomo egiziano Ali ibn Ridwan, vissuto tra il 988 e il 1060. Nel suo commentario al Tetrabiblos di Tolomeo parlò di un “cielo che splendeva” . Spiegò che quella nuova stella “si mostrava grande e di forma arrotondata” . Calcolò che fosse tre volte più grande del disco di Venere e raggiungesse una luminosità paragonabile al quarto di Luna”.

In un’altra cronaca del XIII secolo, vergata da Ibn al-Athir, si legge che “nell’anno 1006 è apparsa una nuova luna di oggetto simile a Venere nella costellazione australe del Lupo e i suoi raggi sulla Terra erano simili a quelli della Luna”. Bar Hebraus aggiunse che “la stella rimase visibile per 4 mesi per poi perdersi nel bagliore del Sole”.

Gli astronomi cinesi e giapponesi dissero che la Supernova era “come Marte, chiara e scintillante”. Lo Songshi, il libro che racconta la storia ufficiale della dinastia cinese Song, la descrisse come un oggetto grande quanto la metà del nostro satellite, così splendente da rendere completamente illuminato il suolo notturno. Dopo tre mesi, quell’enorme chiarore si affievolì per tornare poi a splendere per altri diciotto lunghi mesi. Così l’astrologo Zhou Keming, poté scrivere che per l’imperatore e per tutta la Cina era imminente “un periodo di grande prosperità”.

Oggi sappiamo che in un breve lasso di tempo una supernova emette tanta energia quanta è previsto che ne produca il Sole durante tutta la sua esistenza. L’esplosione stellare di cui parlano le cronache medievali forse avvenne per una fusione tra due stelle nane. Dai residui rimasti ancora nello spazio, la Nasa ha calcolato che la nascita della grande stella avvenne circa 7000 anni prima che la sua luce raggiungesse la terra.

Una cosa del genere non si era mai vista prima. Ma soltanto 48 anni dopo, nel 1054, gli astronomi cinesi e giapponesi descrissero in modo minuzioso un altro straordinario avvenimento celeste: il 4 luglio nella costellazione del Toro apparve una nuova stella, tanto brillante da risultare, al massimo del suo splendore, visibile persino in pieno giorno. Gli astronomi orientali la chiamarono “stella ospite”. Infatti quel fulgore cominciò a declinare dopo alcune settimane. E il 17 aprile del 1056 non fu più visibile ad occhio nudo.

In occidente la stella fu segnalata a Costantinopoli, ma senza informazioni scientifiche sulla sua luminosità e riguardo la posizione celeste. Giovanni Lupato nel suo libro “SN 1054, una supernova sul Medioevo” (1997) ha spiegato che il manoscritto quattrocentesco “Cronache di Rampona” descrisse il fenomeno anche se sbagliò la data dell’avvenimento.

Al di là delle parole, rimane però una immagine, riportata in un manoscritto del 1450: raffigura Enrico III (1017-1056) imperatore del Sacro Romano Impero, mentre indica la luminosissima stella ai suoi dignitari di corte.

Di quella prodigiosa esplosione di energia oggi rimane solo un residuo filamentoso a forma tentacolare chiamato M 1 “Nebulosa del Granchio” situato a circa 6 mila anni luce di distanza dalla terra.

Federico Fioravanti

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Il clima e i vulcani

Uno studio pubblicato su ‪Nature‬ collega a grandi eruzioni ‪‎vulcaniche‬ l’origine e le conseguenze dei cambiamenti climatici anomali che interessarono ‪Europa‬ e ‪‎Medio Oriente‬ a partire dal 536 d.C., quando Cassiodoro (politico, letterato e storico vissuto all’inizio del VI sec.) descrive estati fredde e inverni molto secchi.

Le nubi di cenere vulcanica avrebbero schermato i raggi del sole e il conseguente calo delle temperature avrebbe innescato reazioni a catena: siccità, scarsità di cibo e la cosiddetta “peste di Giustiniano”, che tra il 541 e il 542 uccise un terzo della popolazione del continente.

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