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Category Archives: Scaffale

Dante Alighieri, una vita in esilio

Dante. Una vita in esilio di Chiara Mercuri

“I giorni, i mesi, gli anni immediatamente seguenti all’esilio sono un tempo in cui Dante cerca di rappresentarsi la sua cacciata da Firenze come una faccenda esclusivamente politica. Cosa che nei fatti è, ma che il suo inconscio continua invece a percepire come una sconfitta personale. La sua del resto è stata anche una scommessa privata.

La scommessa di ascendere ai più alti gradi del governo della città, pur provenendo da una famiglia modesta e dissestata. La scommessa che Firenze potesse divenire, oltre che un modello di progresso economico, anche un modello di progresso politico. La scommessa di realizzare – dopo le riforme di Giano – una società più giusta, dove per valore potesse essere concesso a un uomo come Dante ciò che a Corso Donati era elargito per nascita. E nella nuova Firenze tutto questo era stato anche possibile, lo abbiamo visto: che un nobile decaduto come Dante divenisse priore, che un magnate come Giano si radunasse col popolo, che un popolano come Dino Compagni assurgesse alle più alte cariche del Comune. La scommessa di questo gruppo di persone nuove, che avevano tutte superato gli sbarramenti delle loro rispettive ascendenze sociali, era stata, dunque, in un primo momento vinta.

Ma subito dopo, irrimediabilmente, persa. Tutti e tre, in luogo di essere onorati per la loro militanza in favore della città, furono allontanati come criminali comuni: furono strappate loro le case, requisite le terre, interdetti i pubblici uffici, tenuti a lungo o per sempre in esilio. Spesso commettiamo l’errore di pensare all’esilio come ad una pena non così dura, come ad un semplice allontanamento dalla propria città. Ma l’esilio non è una migrazione, che certamente si porta dietro il dolore dello sradicamento, ma che non esclude comunque la possibilità di un rientro, magari momentaneo. L’esilio non è solo una mannaia che recide ogni tuo legame identitario, affettivo, sociale e politico, l’esilio è un mar Rosso che ti si richiude alle spalle, senza aprirti alcuna Terra Promessa; che ti lascia lì, in mezzo al guado, impossibilitato ad andare avanti, ma impedito pure nel tornare indietro.

Mandare qualcuno in esilio nell’Italia del Trecento significava fargli terra bruciata intorno, significava distruggergli il nido, buttargli giù la casa, pietra a pietra, sasso a sasso, trave a trave. Significava rendergli pure impossibile di costruirsene uno nuovo, in un’altra città, in un’altra terra, almeno nelle vicinanze di Firenze. Un esule non aveva grandi possibilità di restare a lungo in una delle città limitrofe, senza rischiare la vita; le pressioni di Firenze sulle altre città toscane erano micidiali e l’ordine di rendere impossibile e malfida la vita ai fuoriusciti era tassativo. Se per giunta il governo che ti aveva cacciato era particolarmente violento e senza scrupoli, intimava pure di eseguire la tua sentenza di morte fuori città, dovunque ti trovassi: in ogni momento un sicario stipendiato poteva prenderti la vita, mentre, a sera, ignaro rincasavi”.

Chiara Mercuri, Dante. Una vita in esilio    Laterza editore

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Il tempo dei lupi

Nel libro “Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso” (Utet), il medievista Riccardo Rao ricostruisce come la superstizione popolare, la cultura dotta degli uomini di chiesa, ma anche le grandi trasformazioni dell’ambiente abbiano creato il mito del lupo europeo. Un percorso fra storia, letteratura, psicologia e biologia. A partire dalla celebre storia della bambina con il cappuccetto rosso che attorno all’anno Mille viene ghermita da un lupo e condotta nel cuore della foresta…

Il tempo dei lupi, Riccardo Rao, Utet

Il tempo dei lupi. A partire dal XII secolo, soprattutto grazie alla crescita delle città, l’Europa conosce un vero e proprio boom economico. E come adesso, quando c’è una forte crescita economica – basti vedere quanto avviene in paesi emergenti come la Cina e il Brasile – l’ambiente viene messo sotto pressione.

Gli ampi querceti che dominavano le pianure cadono uno a uno sotto i colpi delle asce dei contadini e dei boscaioli.

I disboscamenti sono enormi e questo approccio di “cancellazione” della dimensione naturale inizia a produrre conseguenze ambientali rilevanti, come l’intensificazione dei dilavamenti nelle aree collinari e fluviali.

In quest’epoca vengono anche popolate e messe a coltura aree che, per la loro posizione periferica, erano rimaste per lo più incolte: innanzitutto le zone paludose vicine ai fiumi, ma anche l’alta montagna.

A seguito dei disboscamenti e della crescita economica, i boschi che sopravvivono sono riqualificati per servire alle esigenze alimentari delle società contadine, divenendo coltivati o “domestici”, così come sono indicati in alcuni documenti dell’epoca: boschi disegnati e alterati dall’intervento umano.

Dal XII secolo si ampliano a dismisura le superfici a castagno, una pianta duttile, che fornisce legname e cibo attraverso il suo frutto.

In alcune aree d’Europa, l’economia fondata sull’uso di questa pianta è divenuta così importante da fare parlare di una vera e propria “civiltà del castagno”.

Legnaioli e contadini costruiscono persino case isolate e edifici all’interno del bosco, il cui volto è ormai distante da quello della prima parte del medioevo. Le fiabe ci insegnano che nel bosco si possono fare brutti incontri.

Brutti incontri. Si possono incontrare bestie feroci e malintenzionati. Ci si può perdere e vagare per giorni senza incontrare anima viva. Ma anche in quel caso, prima o poi, ci si imbatterà in qualcuno, un boscaiolo, un cacciatore o un contadino, perché i boschi sono popolati e persino abitati.

Da qualche parte, dove gli alberi si diradano e si apre un prato, c’è infatti una casa: può trattarsi di quella inquietante della strega di Hänsel e Gretel oppure della capanna dei sette nani che accolgono Biancaneve.

Ecco, quest’idea di un bosco dove prima o poi si incontra sempre una presenza umana è in buona misura debitrice alle trasformazioni tardomedievali del paesaggio.

Insomma, nel complesso i boschi si riducono e vengono popolati dagli uomini. I libri propongono spesso una narrazione trionfale dei grandi disboscamenti del XII-XIII secolo, presentandoli in toni epici come una sorta di Far West europeo. Rimangono invece sottotraccia i devastanti effetti prodotti sugli ecosistemi. Per esempio, l’uso intensivo da parte del bestiame delle rive dei fiumi, dove era stata ridotta al minimo la vegetazione di golena, ha ridotto la complessità biologica ed esposto maggiormente alle esondazioni. Ma soprattutto, se guardiamo nel complesso al bosco dobbiamo constatare che i suoi equilibri interni sono stati fortemente compromessi, con una riduzione massiccia delle specie selvatiche.

Cappuccetto rosso

Con le querce, abbattute dai disboscamenti, se ne sono andate o sono diminuiti in maniera consistente pure i branchi suini allevate allo stato brado. Non stupisce dunque che anche i lupi abbiano cambiato i loro comportamenti.

Finché il paesaggio boschivo era rimasto dominante e la disponibilità di prede ampia, gli attacchi del lupo nei confronti del bestiame erano rimasti contenuti. Del resto, in un’Europa rivestita di boschi, dove i cervi – per quanto eccezionalmente, come ci ricorda Gregorio di Tours – potevano persino entrare in città, il rischio per gli animali allevati dagli uomini era tutto sommato modesto e i maiali semi-selvatici, riuniti in greggi, riuscivano a cavarsela.

Le cose cambiano quando, nel tardo medioevo, i campi coltivati avanzano, spazzando boschi e incolti.

La grande stagione dei disboscamenti ha costituito uno degli attacchi più incisivi alle risorse ambientali. Ma questo nuovo modo di concepire la natura, in cui l’uomo si pone come il padrone, ha avuto conseguenze anche per il protagonista di questa storia, cambiando per sempre la vita del lupo europeo. La forte compressione dei boschi da un lato e dall’altro il loro utilizzo intensivo lo ha stanato dal suo habitat, sottraendogli le risorse di cui necessita. Lo ha indotto in stato di stress, privandolo di spazi sicuri e riducendo le sue prede.

Le abitudini del lupo. Il lupo si è dovuto abituare a uscire dal bosco, per cercare altrove il suo nutrimento, vicino alle case degli uomini, nelle stalle e dove riposano le greggi di pecore, di cui c’è una nuova disponibilità.

Infatti, un’altra trasformazione di quest’epoca consiste nell’enorme incremento dell’allevamento ovino, che si muove sulle strade della transumanza, verso gli alpeggi d’estate e giù in pianura d’inverno.

Non è un caso che le testimonianze degli attacchi dei lupi si concentrino in quest’epoca proprio in zone che hanno un pronunciato sviluppo della pastorizia ovina, come le Prealpi comasche e bergamasche, che l’industria laniera aveva trasformato in valli di pecore: alcuni testi agiografici del XIII secolo ricordano il miracoloso intervento di sant’Alessandro, san Defendente e santa Grata a favore delle popolazioni locali, terrorizzate dalle aggressioni dei lupi.

Per questa ragione, ancora nel XIV secolo, le comunità dell’alta Val Brembana ogni anno si recavano alla cattedrale di Bergamo per offrire tome di formaggio in cambio dell’avvenuta liberazione dai lupi: quasi come se i santi – o quantomeno il vescovo e i canonici della cattedrale – dovessero nutrire particolare riguardo per il bestiame delle valli, se volevano mangiarne i formaggi.

Ogni volta che si prova a fare un confronto tra le colonie lupine dell’epoca e quelle odierne, ci si scontra con l’assenza di dati certi: nei prossimi capitoli ragioneremo più analiticamente sui pochi numeri disponibili.

Tuttavia, anche soltanto in termini generali, immaginiamo che i lupi tardomedievali fossero senz’altro più numerosi di adesso. Le superfici boschive a loro disposizione erano invece forse minori di quelle attuali e comunque molto più intensamente sfruttate dall’uomo, sia per le attività di raccolta della legna, sia per la caccia, che riduceva di molto la disponibilità di ungulati.

Miniatura con il lupo e l’agnello

Rispetto al periodo precedente, aumentano le testimonianze di attacchi contro l’uomo e ciò non dipende soltanto dal fatto che le fonti scritte del tardo medioevo sono maggiori rispetto a quelle dell’epoca precedente.

Per fare pochi esempi – ma altri ne faremo nelle pagine che seguono – le cronache di area tedesca raccontano di uomini divorati, un numero imprecisato nei pressi di Paderborn nel 1119, più di trenta in Franconia nel 1271 e quaranta fanciulli in Renania, nei dintorni di Wattweiler, l’anno successivo.

Si tratta di cifre considerevoli, che delineerebbero una vera e propria emergenza, anche se questo genere di fonti ha spesso la tendenza a ingigantire – se non ad inventare di sana pianta – la portata delle aggressioni lupine.

Le indicazioni tratte dai documenti d’archivio, almeno per quest’epoca, rimangono complessivamente contenute. Tuttavia, è senz’altro possibile scorgervi un riflesso delle trasformazioni paesaggistiche a cui abbiamo accennato.

Il fatto che a Vicenza nel Duecento si progetti addirittura la costruzione di un muro a protezione del bestiame della città dai lupi mostra, per un verso, come questi ultimi intensifichino la loro frequentazione degli spazi urbanizzati, ma anche che la percezione che gli uomini hanno del pericolo sia innanzitutto legata alla difesa degli animali domestici.

Se i boschi sono ridotti e la selvaggina scarseggia, i lupi si rivolgono con maggiore insistenza agli animali domestici.

Gli attacchi aumentano, ma rimangono comunque episodi complessivamente limitati, che vanno valutati di volta in volta.

Non sempre infatti i lupi appaiono minacciosi: così sui Pirenei due pastori transumanti di Montaillou, a inizio Trecento, di notte lasciano le pecore incustodite nei prati vicini al villaggio «e se ne vanno dove vogliono fino all’alba», poiché, a loro dire, «non c’è da temere i lupi».

Insomma, gli uomini dell’epoca hanno commesso un errore riducendo eccessivamente gli spazi boschivi e incolti.

Senz’altro non sapevano fare diversamente: le conoscenze tecnologiche a loro disposizione consentivano di aumentare la produzione agricola soltanto attraverso l’ampliamento fino allo stremo delle superfici coltivate, piuttosto che incrementarne le rese attraverso un’agricoltura intensiva.

Così facendo, hanno però compromesso gli equilibri ambientali, favorendo comportamenti più aggressivi da parte dei lupi.

Riccardo Rao

“Contro il bosco: i nuovi paesaggi del tardo medioevo” è un capitolo del libro di Riccardo Rao “Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso” (Utet).

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I sette miracoli di Gubbio e l’ottavo. Una parabola

Il libro si può acquistare alla libreria Fotolibri di Gubbio o via e-mail o telefono presso la Fondazione Giuseppe Mazzatinti (indirizzi e contatti in fondo alla pagina)

Un piccolo, grande evento editoriale. “I sette miracoli di Gubbio e l’ottavo. Una parabola”, è un raro racconto favolistico, tradotto in italiano per la prima volta e ispirato ai “Fioretti di San Francesco”, scritto dal frate domenicano Raimondo Leopold Bruckberger (1907-1998).

L’operazione editoriale è curata dalla Fondazione Mazzatinti.

È il giugno del 1951 quando Bruckberger, scrittore, traduttore e regista, invia al filosofo umbro Pietro Ubaldi il dattiloscritto, chiedendogli di tradurlo in italiano. Il domenicano, all’epoca, è già uno dei più importanti personaggi della cultura e della Chiesa francese: nato nel 1907 e prete dal 1934, ha militato nella Resistenza durante l’invasione nazista, è stato arrestato dalla Gestapo e ha accolto De Gaulle nella cattedrale di Notre Dame dopo la liberazione di Parigi. Come sceneggiatore ha scritto Gli angeli del peccato di Robert Bresson e ha diretto il film I dialoghi delle carmelitane. Nel 1947 ha fondato la rivista letteraria francese Il cavallo di Troia pubblicata da Gallimard, dove ha pubblicato il racconto Il Lupo di Gubbio, tradotto in inglese da Gerold Lauck nel 1948 con le illustrazioni di Peter Lauck.

Tre anni dopo Bruckberger invia il libro a Gubbio, dove Pietro Ubaldi, che è nato a Foligno nel 1886, insegna inglese. Ubaldi ha scritto 24 libri che analizzano il rapporto tra scienza e fede attraverso il sistema di evoluzione dell’universo. Stimatissimo da Enrico Fermi e Albert Einstein, è stato messo all’indice da papa Pio XII (ma sarà riabilitato da Giovanni XXIII) e candidato al premio Nobel. Quando gli arriva il libro di Bruckberger sta per trasferirsi in Brasile, dove resterà fino alla morte, nel 1972. Per questo risponde al domenicano di non potersi occupare del suo volume, e lo lascia – insieme a tutto al suo archivio – al fratello Giuseppe, il quale a sua volta lo affiderà ai coniugi Giovanni e Luisa Beretta.

Dopo 66 anni quel volume – insieme alla corrispondenza tra lo scrittore e il filosofo – è riemerso dall’archivio di Anna Beretta per essere finalmente tradotto e pubblicato in italiano per iniziativa dalla Fondazione Mazzatinti.

Il volume, la cui traduzione è stata curata da Alessandro Pauselli, viene distribuito insieme alla ristampa anastatica della versione inglese per poter preservare e divulgare a livello internazionale l’unico “originale” disponibile di questa preziosissima opera d’arte ispirata ai Fioretti di San Francesco.

“Un messaggio, quello che emerge dal libro, apparentemente semplice, non effimero – commenta Gianfranco Cesarini, presidente della Fondazione Mazzatinti, nella prefazione all’opera – storicamente incardinato nella cornice medievale, di cui Gubbio è una perla”.

Leggi la presentazione di Gianfranco Cesarini Leggi la storia dei rapporti fra Raimondo Leopold Bruckberger, Pietro Ubaldi e la marchesa Giuseppina Benveduti

Acquista il libro in libreria: Libreria Fotolibri Corso Garibaldi, 57 – 06024 Gubbio (Pg). Tel: 075 922 25 41

Oppure ordinalo alla Fondazione Mazzatinti: E-mail: a.monacelli@fondazionemazzatinti.org Tel.: 338 6674780

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Storia minima del Trasimeno medievale

Agro perugino (1581-1583, Ignazio Danti, Galleria delle Carte Geografiche, Musei Vaticani)

Trasimeno. Nella lingua degli Antichi Umbri, in senso letterale, “quello che si sta prosciugando”. Tarsminass nell’etrusco della Tabula Cortonensis. Poca acqua, tanta storia.

L’età medievale del grande lago che lo storico dell’arte Cesare Brandi, ammaliato dal paesaggio circostante, definì “un velo d’acqua su un prato” ora è raccontata in un piccolo, prezioso saggio di Jacopo Mordenti: Di pietra e d’acqua dolce. Storia minima del Trasimeno medievale (Aguaplano Libri, Perugia 2018). Lo storico Glauco Maria Cantarella ha curato la prefazione del volume.

Se a scuola ci insegnavano che l’Umbria è l’Ombelico d’Italia, il Trasimeno è come un occhio dell’ombelico; l’immagine è più grottesca delle pitture dell’Arcimboldo, ma è solo per dire che è troppo centrale per non essere al centro di molte storie o semplicemente della Storia.

Tanto per cominciare, sulla via nord-sud e viceversa, come impararono gli uomini di Annibale e, a loro spese, i legionari di Roma. E, molto più tardi, su una delle vie possibili dell’incoronazione imperiale a Roma, dall’Esarcato fino alla basilica di San Pietro. E anche sulla direttrice ovest-est e viceversa, come sapevano i Longobardi e anche i Romani (detti impropriamente Bizantini) che cercarono gli uni di occupare, gli altri di presidiare il corridoio Tirreno-Adriatico della via Flaminia.

Il libro di Jacopo Mordenti Di pietra e d’acqua dolce. Storia minima del Trasimeno medievale (Aguaplano edizioni, 2018)

Ampia area strategica, fulcro dei collegamenti con l’Esarcato e con la Pentapoli e i suoi porti, questa regione fu sempre contesa, attraversata da eserciti, spolpata da signori in transito e sempre inserita, almeno in linea istituzionale, in organismi molto più grandi.

Il libro di Jacopo Mordenti, pieno di storie e di storia, non è da leggere come una ricerca di ambito locale. Perché di esclusivamente locale non c’è proprio nulla. Certo, ci sono gli usi legati alla produzione ittica; ci sono i tributi e le decime pagati in pesce; ci sono le avvertenze per la manutenzione del lago. E ci sono i protagonisti dell’età dell’egemonia delle città: le oligarchie dominanti, le comunità locali, i signori, le alterne vicende delle lotte politiche, del confronto/scontro con Perugia, città che tende a egemonizzare l’area geografica rendendola il proprio territorio, trasforma il Lago Trasimeno in Laco de Peroscia e ne utilizza la ricchezza per finanziare la costruzione del monumento simbolo della dominazione, la Fontana Maggiore.

In lontananza, sempre Roma e gli interrogativi che ponevano i suoi interventi. Mordenti, studioso del Medioevo le cui competenze vanno ben al di là dell’Umbria, autore di penna agile e di acuto ingegno, dipinge in queste pagine un quadro di grande interesse, in grado di catturare i semplici curiosi e di coinvolgere gli esperti, senza tediare e senza rinunciare alla serietà scientifica. Una scommessa difficile. Ma riuscita.

Glauco Maria Cantarella

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Per Francesco, che illumina la notte

La vita di San Francesco e del suo ordine raccontata da Tommaso da Celano, il biografo del “Poverello”, testimone oculare della vita del santo: il poeta autore del “Dies irae”, l’intellettuale che visse da spettatore impotente le lotte interne ed esterne alla comunità francescana che si scatenarono dopo la morte del maestro.

A proporre un nuovo punto di vista della storia di San Francesco e dei suoi frati è il romanzo Per Francesco, che illumina la notte di Elsa Flacco (Oakmond Publishing).

Il titolo del libro evoca il verso del Cantico delle Creature: “Laudato sii, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale en allumini la nocte”. Come il santo di Assisi, “novellus focus” per gli uomini di buona volontà capaci di recepire il suo universale messaggio d’amore.

L’appassionante racconto fa rivivere attraverso dialoghi, luoghi e storie dell’epoca, la straordinaria avventura terrena di un uomo che ha cambiato per sempre il volto della Chiesa.

L’idea del romanzo è nata nell’ottobre del 2014, dopo la notizia del ritrovamento della seconda ‘Vita di Francesco’ scritta da Tommaso da Celano, scoperta dallo storico Jacques Dalarun in un codice messo all’asta negli Stati Uniti e acquistato dalla Bibliotheque Nationale de France.

Affascinata dalla vicenda e dal personaggio di Tommaso, Elsa Flacco ha iniziato una dettagliata ricerca storica che si è presto trasformata in opera narrativa.

Il testo di Tommaso da Celano è stato scritto in un lasso di tempo che va dal 1232 al 1239. I fatti raccontati nel libro abbracciano invece quasi un trentennio: dal 1224 al 1253.

http://www.oakmond-publishing.com/autori-it/elsa-flacco-it/

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Storia di dodici manoscritti

Non succede spesso di aprire un libro e di iniziare uno straordinario viaggio nel tempo e nello spazio. Di imbattersi, pagina dopo pagina, in vicende di cui serbiamo una sbiadita memoria o di cui si conservano solo labili tracce. Di incontrare potenti sovrani e monaci avventurosi, studenti goliardi e devote principesse. Di passare dalle nebbie cupe d’Irlanda all’inebriante tepore della Spagna moresca, dal mistico silenzio delle colline toscane al vociare sboccato delle taverne tedesche.

Ebbene, “Storia di dodici manoscritti” ( Mondadori, Le Scie – 2017) di Christopher de Hamel, uno dei massimi esperti mondiali di codici miniati, ci accompagna in questo viaggio sfogliando e analizzando alcuni tra i più affascinanti e preziosi manoscritti medievali.

Dal Vangelo di Sant’Agostino, testimonianza dell’arrivo del cristianesimo in Inghilterra alla fine del VI secolo, al Codice Amiatino, la più antica bibbia a noi pervenuta; dal Libro di Kells, simbolo iconico della cultura irlandese, al Libro d’Ore di Giovanna di Navarra, che solleticò la bulimia predatoria di Hermann Göring. Ma anche i “Carmina Burana”, noti soprattutto per la trasposizione musicale che ne fece il compositore tedesco Carl Orff, o gli “Aratea” di Leida, straordinario trattato di astronomia in versi e simbolo della rinascita carolingia della prima metà del IX secolo, o il “Semideus” Visconti, manoscritto umanista dedicato all’arte della guerra saccheggiato dai francesi nel 1499 dopo la conquista di Milano. E altri ancora. Sfogliare un manoscritto medievale, spiega de Hamel, vuol dire in primo luogo ammirarne le illustrazioni, annusarne l’odore, toccare con mano tutta la sua magnificenza e fragilità.

Ma osservarne le abrasioni, i rammendi, le sfumature di colore, le legature, i pigmenti, così come i danni prodotti dal tempo, dall’umidità, dai topi, dall’incuria e dall’ignoranza degli umani, vuol dire anche ricostruirne le secolari vicende, i vagabondaggi, i passaggi di mano. Vuol dire risalire lungo la catena dei proprietari che lo hanno acquistato, rubato, custodito, ammirato, dimenticato, venduto.

Ritornare alla temperie culturale e spirituale nella quale ha visto la luce. Dare un nome allo scriba che lo ha copiato o al miniaturista che lo ha illustrato. Rintracciare il monastero che lo ha prodotto, gli scaffali delle biblioteche sui quali si è coperto di polvere o gli itinerari che ha dovuto seguire per arrivare a volte ai limiti estremi del mondo conosciuto.

Perché intorno a ogni manoscritto si intrecciano infinite storie – di abati ambiziosi e di collezionisti, di malfattori e di avventurieri, di artisti e di dittatori – e perché ogni manoscritto ha una propria storia da raccontare.

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La “Storia mondiale dell’Italia” in libreria dal 16 novembre

La copertina del volume

Una operazione culturale di vasto respiro: 180 autori e altrettanti racconti per 5000 anni di storia. La raccolta di saggi Storia mondiale dell’Italia (Laterza) curata dallo storico Andrea Giardina sarà disponibile nelle librerie a partire dal prossimo 16 novembre.

Alla realizzazione dell’imponente volume (880 pagine, 30,00 euro) hanno collaborato gli storici Emmanuel Betta, Maria Pia Donato e Amedeo Feniello.

Tanti racconti che ci parlano della mobilità degli uomini e delle cose, nello spazio e nel tempo. Conquiste, emigrazioni e immigrazioni, affari, criminalità, viaggi, miserie e ricchezze, invenzioni, vicende di individui, di gruppi e di masse, imperi, stati e città, successi e tracolli. Dall’uomo di Similaun agli sbarchi a Lampedusa. Una storia che coniuga rigore scientifico e gusto della narrazione. Che provoca, spiazza, sorprende e allarga lo sguardo.

Lo storico Andrea Giardina, curatore del volume

La parola ‘Italia’ definisce uno spazio fisico molto particolare nel bacino del Mediterraneo.

Un luogo che è stato nel tempo punto di intersezione tra Mediterraneo orientale e occidentale, piattaforma e base di un grande impero, area di massima espansione del mondo nordico e germanico e poi di relazione e di conflitto tra Islam e Cristianità.

Lo storico Amedeo Feniello ha collaborato con Emmanuel Betta e Maria Pia Donato alla stesura del volume

E così, via via, fino ai nostri giorni dove l’Italia è uno degli approdi dei grandi flussi migratori che muovono dai tanti Sud del mondo.

Questa peculiare collocazione è la vera specificità italiana, ciò che ci distingue dagli altri paesi europei, e ciò che caratterizza la nostra storia nel lungo, o meglio nel lunghissimo periodo. La nostra cultura, la nostra storia, quindi, possono e debbono essere indagate e, soprattutto, comprese anche in termini di relazione tra ciò che arriva e ciò che parte, tra popoli, culture, economie, simboli.

La Storia mondiale dell’Italia vuole ripercorrere questo cammino lungo 5000 anni per tappe: ogni fermata corrisponde a una data e ogni data a un evento, noto o ignoto. Le scelte risulteranno spesso sorprendenti, provocheranno interrogativi, faranno discutere sul perché di molte presenze e di altrettante esclusioni.

Carta geografica d’Italia (George Humble, 1626)

La storia, ancora una volta, si dimostra un antidoto alla confusione e al disorientamento del nostro tempo. Perché ci racconta come le sfide a cui siamo sottoposti non siano inedite. Perché porta in evidenza la complessità ma anche la ricchezza della relazione tra l’Italia e il resto del mondo. Perché, soprattutto, fa comprendere che, quando si è perso l’orientamento della nostra collocazione spaziale, lunghi e disastrosi periodi di decadenza hanno fatto sparire, quasi per magia, l’Italia dalle mappe geografiche.

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Donne al lavoro nel Medioevo

Si è sempre detto, e la maggior parte degli scritti sull’argomento non si stanca di ripeterlo, che le donne nel Medioevo lavoravano, ma lavoravano in casa, tessendo e filando, magari alla luce di una candela ricordando il passato, come ce le dipinge in una lirica Ronsard. Potevano al massimo aiutare il marito nella sua attività, e proseguirla se vedove, ma erano retribuite meno rispetto agli uomini e incapaci di sopravvivere col proprio lavoro. Tutto questo secondo l’opinione tradizionale, viziata da preconcetti e da schemi attuali proiettati sul passato.

Questo libro mostra un quadro completamente diverso: donne che lavoravano in tutti i possibili settori, compresa l’edilizia, le miniere e le saline; imprenditrici che si autofinanziavano con propri capitali ottenuti dalla vendita di abiti e gioielli; retribuzioni commisurate “alle reali capacità” e quindi non dipendenti dal genere; donne che col proprio lavoro riuscivano a mantenere se stesse e familiari in difficoltà, o a saldare i debiti dei mariti; nobildonne impegnate nelle attività più varie: dall’organizzazione di laboratori per il ricamo, alla gestione di miniere, alla direzione di opere di bonifica, all’impianto di caseifici, alla gestione di alberghi.

Lucrezia Borgia, ad esempio, era un’abilissima imprenditrice agricola impegnata in lavori di bonifica e in svariate attività, tra cui la produzione di mozzarelle di bufala (di cui tra l’altro era golosa). Non raramente finanziava i suoi affari vendendo i propri gioielli: sacrificando una catena d’oro costruì l’argine di un fiume. Analogamente la madre di Lucrezia con la vendita dei propri monili finanziò la ristrutturazione di un albergo nel centro di Roma, garantendosi in tal modo una cospicua rendita.

C’erano poi le mercantesse, le armatrici di navi per la pesca del corallo, le imprenditrici nell’editoria che firmavano col proprio nome le pubblicazioni, le prestatrici di denaro orientate in particolare al credito verso le aziende femminili.

Dotate di notevolissime capacità organizzative nella flessibilità estrema dei loro ruoli, erano le donne stesse a tenersi al difuori dalle associazioni professionali, che in genere ne tolleravano il “lavoro nero” senza escluderle, ma cercando al contrario di obbligarle ad iscriversi quando avevano necessità di tenerle sotto controllo. Questa divergenza di intenti portò spesso a vivaci scontri tra le donne e le corporazioni o le autorità cittadine, e più di una volta furono proprio le donne ad avere la meglio.

L’apprendistato femminile esisteva, spesso in modo informale, e tendeva ad emergere in casi particolari, quando erano le lavoratrici stesse ad aver bisogno di un attestato che dimostrasse le loro capacità (ad esempio nella lavorazione di materie prime preziose). Talvolta erano invece le corporazioni ad imporre alle donne la stipulazione scritta del contratto di apprendistato, soprattutto in settori importanti per la salute della collettività (come la confezione del pane).

Donne al lavoro nell’Italia e nell’Europa medievali (Secoli XIII-XV), Maria Paola Zanoboni, Jouvence, 2016

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Il lavoro nel Medioevo raccontato in sedici saggi

Un libro da segnalare. Il volume “Il Medioevo. Dalla dipendenza personale al lavoro contrattato”, curato dallo storico Franco Franceschi, è un affresco innovativo sulla storia del lavoro nell’Età di Mezzo e arricchisce la bella collana “Storia del lavoro in Italia”, pubblicata dall’editore Castelvecchi.

L’opera attraversa secoli tra i più complessi e affascinanti della storia recente dell’uomo. Sedici specialisti affrontano il tema secondo un’articolazione cronologica consolidata, ma con un approccio innovativo e attento alla pluralità degli aspetti che lo compongono.

La costruzione della cattedrale

Le campagne, il mare, le città dell’Italia medievale sono gli scenari di un’indagine che mira a ricostruire le forme del lavoro manuale e intellettuale, il ruolo economico degli uomini e quello delle donne, l’evoluzione delle tecniche e i meccanismi di trasmissione dei saperi, l’organizzazione del lavoro e i conflitti che ne scaturivano, le gerarchie economiche e quelle di status.

I saggi sono di Donata Degrassi, Paolo Cammarosano, Paolo Nanni, Anna Maria Rapetti, Claudio Azzara, Vasco La Salvia, Francesco Panero, Gabriella Piccinni, Andrea Barlucchi, Amedeo Feniello, Sergio Tognetti, Roberto Greci, Franco Franceschi, Maria Paola Zanoboni, Maria Giuseppina Muzzarelli e Valentina Costantini.

 

Il Medioevo. Dalla dipendenza personale al lavoro contrattato, a cura di Franco Franceschi, 2017, Castelvecchi editore www.libreriadelsanto.it        

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Il messaggio nascosto negli affreschi di Assisi

Cacciata dei diavoli da Arezzo, Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi.

“Quale Francesco?”. Il punto interrogativo che chiude il titolo dell’ultimo, bellissimo libro di Chiara Frugoni (Einaudi 2015) ci costringe a riflettere ancora sulla forza dirompente del messaggio del Poverello di Assisi. E porta con sé altre domande. La prima, e la più importante, è legata ai celeberrimi affreschi della Basilica superiore di Assisi.

Provare a svelare i messaggi che nascondono, vuol dire misurare l’enorme differenza tra il messaggio originale di Francesco e il racconto della sua vicenda umana e spirituale, che ci arriva dalle immagini. I primi affreschi della basilica vennero realizzati da Cimabue che allora era il pittore più noto della scena italiana. Secondo la Frugoni agli inizi degli anni Settanta del Duecento. Per molti storici dell’arte soltanto dopo il 1288, quando Nicola IV, il primo papa francescano, ascese al soglio di Pietro.

In ogni caso, al di là delle datazioni, Francesco era morto molti anni prima, nel 1226. Era stato proclamato santo appena due anni dopo, nel 1228. E le sue spoglie erano state traslate nella Basilica Inferiore della sua città natale già nel 1230.

Perché allora le pareti della Basilica superiore rimasero bianche per più di cinquanta o forse sessanta anni, quando la costruzione della grande chiesa era già finita da tempo?

La risposta della più accreditata studiosa di San Francesco e della iconologia francescana, è cruda e chiarissima: perché i francescani non sapevano cosa far dipingere. A pochi anni di distanza dalla scomparsa del santo, emergeva in modo lampante la differenza tra gli ideali seguiti in vita da Francesco e quelli dei frati del periodo in cui furono composte le storie francescane.

La rinuncia agli averi, Giotto, Basilica superiore di Assisi.

I primi frati camminavano a piedi nudi e frequentavano i lebbrosari. Lavoravano senza chiedere denaro in cambio. Erano una piccola compagnia di laici: uomini di grande virtù che vivevano lontani dalle città e dai centri del potere, votati all’indigenza e a una vita semplice, nella quale cercavano di mettere in pratica alla lettera il Vangelo, amando il prossimo loro come se stessi. Francesco non solo predicava la povertà: volle farsi povero egli stesso, per amore di quella che chiamava “Domina Paupertas”. La povertà è la sposa amata per la quale Francesco entrò in contrasto con suo padre Pietro Bernardone. Quella “paupertas altissima” che come ricorda Dante (Paradiso, canto XI) dalla morte di Cristo, suo primo marito, era rimasta sola per più di millecento anni: prima di Francesco veniva fuggita, come la morte, e nessuno voleva unirsi a lei: “fino a costui si stette sanza invito”. L’amore per la povertà è anche il testamento morale lasciato da santo: “a’ frati suoi, sì com’a giuste rede,/ raccomandò la donna sua più cara,/ e comandò che l’amassero a fede” (Paradiso, canto XI).

Le prime fratture con la sua stessa comunità furono vissute da Francesco in modo lacerante. Il santo di Assisi non voleva allargare il suo movimento. Tentò di ostacolare la trasformazione che stava avvenendo sotto i suoi occhi. Rinunciò anche alla guida dell’Ordine. Quella clamorosa decisione, originò le differenze e le divisioni che ancora oggi permangono tra minori, conventuali e cappuccini.

La forza del messaggio francescano fu dirompente. In poco tempo, tutto cambiò. Il numero dei frati crebbe a dismisura. L’Ordine, come era inevitabile, si affollò di uomini più “comuni”, molto più distanti dalla tempra virtuosa dei francescani della prima ora. I frati laici diventarono dei sacerdoti. Si abituarono a vivere nei conventi, a maneggiare manoscritti, a frequentare le città. Dicevano che per meglio predicare dovevano studiare, su libri spesso costosi. E quindi chiesero di essere mantenuti dai fedeli. Non andavano più in giro scalzi in qualunque stagione dell’anno. Rifiutavano il lavoro manuale e indossavano vesti più calde e meno trasandate. Alla maniera dei domenicani ,volevano studiare e partecipare, a pieno titolo, ai dibattiti teologici che infiammavano le università e le élites politiche e religiose.

La “Regola non bullata”, di Francesco era pensata per un piccolo numero di frati e fissava poche norme generali. Ma a molti compagni del santo, già pareva troppo impegnativa. Alcuni frati ritennero che dovesse essere modificata in modo meno restrittivo, anche la “Regula bullata”, approvata da papa Onorio III nel 1223 e contrassegnata da una marcata ingerenza della curia romana. Francesco, prima di morire, difese in modo disperato la sua Regola e chiese che non venisse mutata perché gli era stata indicata direttamente da Dio: “Lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere a norma del Santo Vangelo. E feci scrivere questo con poche e semplici parole…”.

Il Poverello spirò nella notte tra il 3 e 4 ottobre 1226. La guida dell’Ordine non fu assunta dal laico padre Elia, il compagno di Francesco che anticipando il pronunciamento della Chiesa, diede per primo la notizia del miracolo delle stimmate. Il Capitolo dei frati, riunito nel febbraio del 1227, volle invece l’elezione di Giovanni Parenti, il ministro provinciale della Spagna, che aveva fondato a Saragozza il primo convento dell’Ordine e che era dottore alla facoltà di Diritto dell’università di Bologna.

L’interno della basilica superiore.

San Francesco fu proclamato santo il 16 luglio 1228, a meno di due anni dalla morte. Ma qualche mese prima, papa Gregorio IX aveva già ordinato a padre Elia la costruzione della grandiosa, doppia Basilica di Assisi. Disse di volerla “speciale”. E per realizzare l’opera non badò a spese. Utilizzò i proventi delle offerte, i finanziamenti del Comune e il denaro riscosso con forti e insistenti sollecitazioni in tutte le province francescane. Come ricompensa per i fedeli che contribuivano, “manus auxilio”, promise una indulgenza dai peccati di quaranta giorni che sarebbe stata rinnovata ad ogni donazione. Ribadì anche che la Basilica era soggetta soltanto all’autorità della Santa Sede.

Accanto alla chiesa papale di Assisi, già prima della conclusione dei lavori, era già nato un convento. Il 25 maggio 1230, vigilia di Pentecoste, le spoglie del santo furono traslate nella grande basilica tra disordini, tumulti e ferimenti che coinvolsero anche i frati. L’ira del papa si abbatté sugli assisiati e causò anche la mancata elezione di Elia a ministro generale dell’Ordine. Il vecchio compagno di Francesco si ritirò per questo in penitenza a Cortona. Ma anche Giovanni Parenti, sfinito dalle diatribe dei confratelli sulla fedeltà alla Regola, diede le dimissioni. Il Capitolo generale di Rieti, due anni dopo (1232) rielesse frate Elia che fino alle sue dimissioni forzate (1239), continuò a preferire i laici ai chierici nell’opera di reclutamento dei nuovi frati.

La cripta di San Francesco nella Basilica inferiore di Assisi.

La salma di Francesco fu sistemata sotto l’altare della Basilica Inferiore ma la tomba fu nascosta, soprattutto per paura del furto delle sacre reliquie e rimase così segreta che solo nel 1818, dopo lunghi scavi, fu trovato il sarcofago con le spoglie del santo, difeso da griglie di ferro e da un robusto muro di grandi pietre squadrate.

La Basilica doppia ebbe da subito anche una doppia funzione. Quella Inferiore era destinata ad accogliere i pellegrini. Quella Superiore fu pensata come la sede delle grandi celebrazioni e il luogo privilegiato dove dovevano riunirsi i Capitoli generali dell’Ordine. Non a caso, al centro dell’abside, fu messa la cattedra del papa.

Le bianche pareti non ancora affrescate ricordavano però l’assenza di un percorso globale nel quale ridisegnare, in modo coerente, la eccezionale figura del santo.

Chiara Frugoni spiega in un dettagliato racconto esaltato dalle immagini, come la Chiesa orientò l’iconografia del ciclo assisiate mitigando il rivoluzionario messaggio del Poverello di Assisi.

Gli affreschi sono legati l’uno all’altro. Dipendono da un unico programma, realizzato però in tempi differenti. Fu una intuizione geniale di San Bonaventura, che resse l’Ordine per 17 anni, a risolvere il problema della frattura evidente tra Francesco e i francescani che vissero mezzo secolo dopo di lui. Bonaventura portò a termine l’opera non solo con la sua “Legenda maior”, rielaborata dalle biografie, poi distrutte, di Tommaso da Celano, ma anche grazie alla “Collationes in Hexaemeron”.

Volta dei dottori della Chiesa, Giotto, Basilica superiore di Assisi. Dopo il terremoto del 1997, ne restano solo frammenti.

Nella raccolta di prediche fatte a Parigi, Bonaventura recupera gli scritti di Gioacchino da Fiore, le sue profezie e il millenarismo delle “Tre Età della Storia terrena”: quella del Padre, corrispondente alle narrazioni dell’Antico Testamento, quella del Figlio, rappresentata dal Vangelo e quella in cui opererà lo Spirito Santo, nella quale l’umanità sarà toccata finalmente dalla grazia divina.

Le previsioni di Gioacchino da Fiore e dello pseudo Gioacchino vennero accettate da Bonaventura con prudenza ma in modo deciso.

E le posizioni che sembravano inconciliabili tra i frati delle origini e quelli di sessanta anni dopo, trovarono un punto di incontro. I committenti degli affreschi risolsero così il problema di come lodare il fondatore dell’Ordine e insieme dare un senso alla missione dei francescani venuti dopo di lui. Francesco diventa allora un prototipo mandato da Dio, l’incarnazione di un santo molto simile a Cristo, destinato a tornare soltanto alla fine dei tempi.

Il Poverello “non è imitabile, va ammirato”. La sua santità è tale che non si può copiare. L’Ordine sognato da Francesco di certo tornerà, ma questo avverrà nell’Età dello Spirito Santo, “quando il mondo finirà lietamente” e quando anche la Chiesa, “pura e estatica”, potrà finalmente contemplare Dio. Pure i frati diventeranno “purissimi”. Ma intanto, i confratelli di Bonaventura , devono radicarsi nel loro tempo, “studiare, insegnare, evangelizzare, perché sono depositari di una missione nel mondo e per il mondo”.

San Francesco riceve le stimmate, Giotto, Basilica superiore, Assisi.

Gli affreschi della Basilica Superiore quindi, più che celebrare la vita del santo, celebrano quella dell’Ordine. Così, negli affreschi, Francesco può essere dipinto ancora a piedi nudi, con la barba di “un uomo del bosco”. E accanto a lui ci sono i chierici del tempo di Bonaventura, che sono rasati e indossano i sandali. Francesco è raffigurato in preghiera e in contemplazione mentre i confratelli si occupano di esorcismi, delle cose della vita quotidiana: anche in questo modo, attraverso lo studio e la predicazione, concorrono in modo attivo alla realizzazione del progetto divino. L’Ordine perfetto si concretizzerà comunque in futuro, anche se qualche francescano già si mescola, nell’abside, agli eletti, ai piedi del trono di Cristo e Maria.

Il progetto unitario della rappresentazione pittorica della straordinaria vicenda umana di Francesco d’Assisi spiega anche la differenza tra le due basiliche. Due luoghi con funzioni diverse, perché, come ha spiegato Chiara Frugoni “la parte devozionale doveva essere distaccata dal disegno politico”.

La Basilica Inferiore, che conteneva la tomba di Francesco, era destinata ad accogliere i pellegrini e quindi pensata per il grande pubblico dei fedeli. Le storie del santo erano poche e semplici: 5 dedicate a Francesco e 5 alla vita di Cristo. Nella Basilica Superiore, il luogo delle celebrazioni ufficiali dell’Ordine francescano, le pitture, con i loro simboli sottesi, potevano essere capite da un pubblico colto, capace di leggere i messaggi nascosti contenuti nelle immagini.

Un altro grande merito del libro di Chiara Frugoni è quello di far vedere gli affreschi insieme, anche se furono dipinti in tempi differenti: prima da Cimabue, poi da altri pittori, quindi da un cantiere romano e infine da Giotto o chi per lui. Vediamo così che gli affreschi dell’abside con la “Apocalisse” e la “Storia degli Apostoli” sono riflessi nella controfacciata della basilica.

San Francesco predica agli uccelli, Basilica superiore, Assisi.

Nella famosa “Predica agli uccelli”, le colombe discese ad ascoltare Francesco risalgono in cielo e sostengono in una nuvola l’Ascensione di Cristo. Quelle colombe sono le anime dei francescani già “perfetti” che raggiungono il Redentore: sono frati accuratamente rasati perché ormai sono tutti chierici. L’Ordine francescano, secondo fonti per molto tempo attribuite a Gioacchino da Fiore, è infatti un ordine “colombino”. Nella “Collationes in Hexaemeron” si sottolinea anche la profezia contenuta nella “Apocalisse”, dove si parla del famoso “Angelo del sesto sigillo”. La conferma visiva arriva da tutti gli affreschi che adornano la navata sinistra della Basilica Superiore: quell’angelo altri non è che Francesco. La profezia parlava del “segno del Dio vivente”: che altro è l’inaudito miracolo delle stimmate se non un segno dell’Altissimo?

Già in suo precedente e fondamentale saggio, “Francesco e l’invenzione delle stimmate” (Einaudi, 1993) Chiara Frugoni aveva affrontato il tema, fornendo un’altra interpretazione inedita della vita del santo.

“Quale Francesco? Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore ad Assisi” racchiude studi e ricerche che negli anni a venire saranno ancora un punto di riferimento per tutti gli studiosi e gli appassionati della storia medievale. Anche grazie a un eccezionale apparato iconografico. Perché, come ben diceva il grande medievista Jacques Le Goff “non si può fare storia profonda se non si sanno leggere, oltre ai testi, anche le immagini”.

Federico Fioravanti

 

Quale Francesco?, Chiara Frugoni, Einaudi, 2015, www.einaudi.it

Chiara Frugoni ha insegnato Storia medievale all’Università di Pisa, Roma e Parigi. Tra i suoi libri, pubblicati da Einaudi, tradotti nelle principali lingue europee, in giapponese e in coreano, si ricordano anche “Vita di un uomo: Francesco d’Assisi” (2014); “Storia di Chiara e Francesco” (2011); “La Cappella degli Scrovegni di Giotto” (2005); “La cattedrale e il battistero di Parma” (2007); ”L’affare migliore di Enrico. Giotto e la cappella Scrovegni” (2008); “La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo” (2010); “Guida agli affreschi della Basilica superiore di Assisi” (2010); “Storia di un giorno in una città medioevale” (1997); “Mille e non piú mille. Viaggio fra le paure di fine millennio” (1999, con Georges Duby); “Due papi per un giubileo. Celestino V, Bonifacio VIII e il primo Anno Santo” (2000); “Medioevo sul naso. Occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali” (2001); “Da stelle a stelle. Memorie di un paese contadino” (2003) e “Una solitudine abitata: Chiara d’Assisi” (2006).

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