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Il lavoro nel Medioevo raccontato in sedici saggi

Un libro da segnalare. Il volume “Il Medioevo. Dalla dipendenza personale al lavoro contrattato”, curato dallo storico Franco Franceschi, è un affresco innovativo sulla storia del lavoro nell’Età di Mezzo e arricchisce la bella collana “Storia del lavoro in Italia”, pubblicata dall’editore Castelvecchi.

L’opera attraversa secoli tra i più complessi e affascinanti della storia recente dell’uomo. Sedici specialisti affrontano il tema secondo un’articolazione cronologica consolidata, ma con un approccio innovativo e attento alla pluralità degli aspetti che lo compongono.

La costruzione della cattedrale

Le campagne, il mare, le città dell’Italia medievale sono gli scenari di un’indagine che mira a ricostruire le forme del lavoro manuale e intellettuale, il ruolo economico degli uomini e quello delle donne, l’evoluzione delle tecniche e i meccanismi di trasmissione dei saperi, l’organizzazione del lavoro e i conflitti che ne scaturivano, le gerarchie economiche e quelle di status.

I saggi sono di Donata Degrassi, Paolo Cammarosano, Paolo Nanni, Anna Maria Rapetti, Claudio Azzara, Vasco La Salvia, Francesco Panero, Gabriella Piccinni, Andrea Barlucchi, Amedeo Feniello, Sergio Tognetti, Roberto Greci, Franco Franceschi, Maria Paola Zanoboni, Maria Giuseppina Muzzarelli e Valentina Costantini.

 

Il Medioevo. Dalla dipendenza personale al lavoro contrattato, a cura di Franco Franceschi, 2017, Castelvecchi editore www.libreriadelsanto.it        

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Il messaggio nascosto negli affreschi di Assisi

Cacciata dei diavoli da Arezzo, Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi.

“Quale Francesco?”. Il punto interrogativo che chiude il titolo dell’ultimo, bellissimo libro di Chiara Frugoni (Einaudi 2015) ci costringe a riflettere ancora sulla forza dirompente del messaggio del Poverello di Assisi. E porta con sé altre domande. La prima, e la più importante, è legata ai celeberrimi affreschi della Basilica superiore di Assisi.

Provare a svelare i messaggi che nascondono, vuol dire misurare l’enorme differenza tra il messaggio originale di Francesco e il racconto della sua vicenda umana e spirituale, che ci arriva dalle immagini. I primi affreschi della basilica vennero realizzati da Cimabue che allora era il pittore più noto della scena italiana. Secondo la Frugoni agli inizi degli anni Settanta del Duecento. Per molti storici dell’arte soltanto dopo il 1288, quando Nicola IV, il primo papa francescano, ascese al soglio di Pietro.

In ogni caso, al di là delle datazioni, Francesco era morto molti anni prima, nel 1226. Era stato proclamato santo appena due anni dopo, nel 1228. E le sue spoglie erano state traslate nella Basilica Inferiore della sua città natale già nel 1230.

Perché allora le pareti della Basilica superiore rimasero bianche per più di cinquanta o forse sessanta anni, quando la costruzione della grande chiesa era già finita da tempo?

La risposta della più accreditata studiosa di San Francesco e della iconologia francescana, è cruda e chiarissima: perché i francescani non sapevano cosa far dipingere. A pochi anni di distanza dalla scomparsa del santo, emergeva in modo lampante la differenza tra gli ideali seguiti in vita da Francesco e quelli dei frati del periodo in cui furono composte le storie francescane.

La rinuncia agli averi, Giotto, Basilica superiore di Assisi.

I primi frati camminavano a piedi nudi e frequentavano i lebbrosari. Lavoravano senza chiedere denaro in cambio. Erano una piccola compagnia di laici: uomini di grande virtù che vivevano lontani dalle città e dai centri del potere, votati all’indigenza e a una vita semplice, nella quale cercavano di mettere in pratica alla lettera il Vangelo, amando il prossimo loro come se stessi. Francesco non solo predicava la povertà: volle farsi povero egli stesso, per amore di quella che chiamava “Domina Paupertas”. La povertà è la sposa amata per la quale Francesco entrò in contrasto con suo padre Pietro Bernardone. Quella “paupertas altissima” che come ricorda Dante (Paradiso, canto XI) dalla morte di Cristo, suo primo marito, era rimasta sola per più di millecento anni: prima di Francesco veniva fuggita, come la morte, e nessuno voleva unirsi a lei: “fino a costui si stette sanza invito”. L’amore per la povertà è anche il testamento morale lasciato da santo: “a’ frati suoi, sì com’a giuste rede,/ raccomandò la donna sua più cara,/ e comandò che l’amassero a fede” (Paradiso, canto XI).

Le prime fratture con la sua stessa comunità furono vissute da Francesco in modo lacerante. Il santo di Assisi non voleva allargare il suo movimento. Tentò di ostacolare la trasformazione che stava avvenendo sotto i suoi occhi. Rinunciò anche alla guida dell’Ordine. Quella clamorosa decisione, originò le differenze e le divisioni che ancora oggi permangono tra minori, conventuali e cappuccini.

La forza del messaggio francescano fu dirompente. In poco tempo, tutto cambiò. Il numero dei frati crebbe a dismisura. L’Ordine, come era inevitabile, si affollò di uomini più “comuni”, molto più distanti dalla tempra virtuosa dei francescani della prima ora. I frati laici diventarono dei sacerdoti. Si abituarono a vivere nei conventi, a maneggiare manoscritti, a frequentare le città. Dicevano che per meglio predicare dovevano studiare, su libri spesso costosi. E quindi chiesero di essere mantenuti dai fedeli. Non andavano più in giro scalzi in qualunque stagione dell’anno. Rifiutavano il lavoro manuale e indossavano vesti più calde e meno trasandate. Alla maniera dei domenicani ,volevano studiare e partecipare, a pieno titolo, ai dibattiti teologici che infiammavano le università e le élites politiche e religiose.

La “Regola non bullata”, di Francesco era pensata per un piccolo numero di frati e fissava poche norme generali. Ma a molti compagni del santo, già pareva troppo impegnativa. Alcuni frati ritennero che dovesse essere modificata in modo meno restrittivo, anche la “Regula bullata”, approvata da papa Onorio III nel 1223 e contrassegnata da una marcata ingerenza della curia romana. Francesco, prima di morire, difese in modo disperato la sua Regola e chiese che non venisse mutata perché gli era stata indicata direttamente da Dio: “Lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere a norma del Santo Vangelo. E feci scrivere questo con poche e semplici parole…”.

Il Poverello spirò nella notte tra il 3 e 4 ottobre 1226. La guida dell’Ordine non fu assunta dal laico padre Elia, il compagno di Francesco che anticipando il pronunciamento della Chiesa, diede per primo la notizia del miracolo delle stimmate. Il Capitolo dei frati, riunito nel febbraio del 1227, volle invece l’elezione di Giovanni Parenti, il ministro provinciale della Spagna, che aveva fondato a Saragozza il primo convento dell’Ordine e che era dottore alla facoltà di Diritto dell’università di Bologna.

L’interno della basilica superiore.

San Francesco fu proclamato santo il 16 luglio 1228, a meno di due anni dalla morte. Ma qualche mese prima, papa Gregorio IX aveva già ordinato a padre Elia la costruzione della grandiosa, doppia Basilica di Assisi. Disse di volerla “speciale”. E per realizzare l’opera non badò a spese. Utilizzò i proventi delle offerte, i finanziamenti del Comune e il denaro riscosso con forti e insistenti sollecitazioni in tutte le province francescane. Come ricompensa per i fedeli che contribuivano, “manus auxilio”, promise una indulgenza dai peccati di quaranta giorni che sarebbe stata rinnovata ad ogni donazione. Ribadì anche che la Basilica era soggetta soltanto all’autorità della Santa Sede.

Accanto alla chiesa papale di Assisi, già prima della conclusione dei lavori, era già nato un convento. Il 25 maggio 1230, vigilia di Pentecoste, le spoglie del santo furono traslate nella grande basilica tra disordini, tumulti e ferimenti che coinvolsero anche i frati. L’ira del papa si abbatté sugli assisiati e causò anche la mancata elezione di Elia a ministro generale dell’Ordine. Il vecchio compagno di Francesco si ritirò per questo in penitenza a Cortona. Ma anche Giovanni Parenti, sfinito dalle diatribe dei confratelli sulla fedeltà alla Regola, diede le dimissioni. Il Capitolo generale di Rieti, due anni dopo (1232) rielesse frate Elia che fino alle sue dimissioni forzate (1239), continuò a preferire i laici ai chierici nell’opera di reclutamento dei nuovi frati.

La cripta di San Francesco nella Basilica inferiore di Assisi.

La salma di Francesco fu sistemata sotto l’altare della Basilica Inferiore ma la tomba fu nascosta, soprattutto per paura del furto delle sacre reliquie e rimase così segreta che solo nel 1818, dopo lunghi scavi, fu trovato il sarcofago con le spoglie del santo, difeso da griglie di ferro e da un robusto muro di grandi pietre squadrate.

La Basilica doppia ebbe da subito anche una doppia funzione. Quella Inferiore era destinata ad accogliere i pellegrini. Quella Superiore fu pensata come la sede delle grandi celebrazioni e il luogo privilegiato dove dovevano riunirsi i Capitoli generali dell’Ordine. Non a caso, al centro dell’abside, fu messa la cattedra del papa.

Le bianche pareti non ancora affrescate ricordavano però l’assenza di un percorso globale nel quale ridisegnare, in modo coerente, la eccezionale figura del santo.

Chiara Frugoni spiega in un dettagliato racconto esaltato dalle immagini, come la Chiesa orientò l’iconografia del ciclo assisiate mitigando il rivoluzionario messaggio del Poverello di Assisi.

Gli affreschi sono legati l’uno all’altro. Dipendono da un unico programma, realizzato però in tempi differenti. Fu una intuizione geniale di San Bonaventura, che resse l’Ordine per 17 anni, a risolvere il problema della frattura evidente tra Francesco e i francescani che vissero mezzo secolo dopo di lui. Bonaventura portò a termine l’opera non solo con la sua “Legenda maior”, rielaborata dalle biografie, poi distrutte, di Tommaso da Celano, ma anche grazie alla “Collationes in Hexaemeron”.

Volta dei dottori della Chiesa, Giotto, Basilica superiore di Assisi. Dopo il terremoto del 1997, ne restano solo frammenti.

Nella raccolta di prediche fatte a Parigi, Bonaventura recupera gli scritti di Gioacchino da Fiore, le sue profezie e il millenarismo delle “Tre Età della Storia terrena”: quella del Padre, corrispondente alle narrazioni dell’Antico Testamento, quella del Figlio, rappresentata dal Vangelo e quella in cui opererà lo Spirito Santo, nella quale l’umanità sarà toccata finalmente dalla grazia divina.

Le previsioni di Gioacchino da Fiore e dello pseudo Gioacchino vennero accettate da Bonaventura con prudenza ma in modo deciso.

E le posizioni che sembravano inconciliabili tra i frati delle origini e quelli di sessanta anni dopo, trovarono un punto di incontro. I committenti degli affreschi risolsero così il problema di come lodare il fondatore dell’Ordine e insieme dare un senso alla missione dei francescani venuti dopo di lui. Francesco diventa allora un prototipo mandato da Dio, l’incarnazione di un santo molto simile a Cristo, destinato a tornare soltanto alla fine dei tempi.

Il Poverello “non è imitabile, va ammirato”. La sua santità è tale che non si può copiare. L’Ordine sognato da Francesco di certo tornerà, ma questo avverrà nell’Età dello Spirito Santo, “quando il mondo finirà lietamente” e quando anche la Chiesa, “pura e estatica”, potrà finalmente contemplare Dio. Pure i frati diventeranno “purissimi”. Ma intanto, i confratelli di Bonaventura , devono radicarsi nel loro tempo, “studiare, insegnare, evangelizzare, perché sono depositari di una missione nel mondo e per il mondo”.

San Francesco riceve le stimmate, Giotto, Basilica superiore, Assisi.

Gli affreschi della Basilica Superiore quindi, più che celebrare la vita del santo, celebrano quella dell’Ordine. Così, negli affreschi, Francesco può essere dipinto ancora a piedi nudi, con la barba di “un uomo del bosco”. E accanto a lui ci sono i chierici del tempo di Bonaventura, che sono rasati e indossano i sandali. Francesco è raffigurato in preghiera e in contemplazione mentre i confratelli si occupano di esorcismi, delle cose della vita quotidiana: anche in questo modo, attraverso lo studio e la predicazione, concorrono in modo attivo alla realizzazione del progetto divino. L’Ordine perfetto si concretizzerà comunque in futuro, anche se qualche francescano già si mescola, nell’abside, agli eletti, ai piedi del trono di Cristo e Maria.

Il progetto unitario della rappresentazione pittorica della straordinaria vicenda umana di Francesco d’Assisi spiega anche la differenza tra le due basiliche. Due luoghi con funzioni diverse, perché, come ha spiegato Chiara Frugoni “la parte devozionale doveva essere distaccata dal disegno politico”.

La Basilica Inferiore, che conteneva la tomba di Francesco, era destinata ad accogliere i pellegrini e quindi pensata per il grande pubblico dei fedeli. Le storie del santo erano poche e semplici: 5 dedicate a Francesco e 5 alla vita di Cristo. Nella Basilica Superiore, il luogo delle celebrazioni ufficiali dell’Ordine francescano, le pitture, con i loro simboli sottesi, potevano essere capite da un pubblico colto, capace di leggere i messaggi nascosti contenuti nelle immagini.

Un altro grande merito del libro di Chiara Frugoni è quello di far vedere gli affreschi insieme, anche se furono dipinti in tempi differenti: prima da Cimabue, poi da altri pittori, quindi da un cantiere romano e infine da Giotto o chi per lui. Vediamo così che gli affreschi dell’abside con la “Apocalisse” e la “Storia degli Apostoli” sono riflessi nella controfacciata della basilica.

San Francesco predica agli uccelli, Basilica superiore, Assisi.

Nella famosa “Predica agli uccelli”, le colombe discese ad ascoltare Francesco risalgono in cielo e sostengono in una nuvola l’Ascensione di Cristo. Quelle colombe sono le anime dei francescani già “perfetti” che raggiungono il Redentore: sono frati accuratamente rasati perché ormai sono tutti chierici. L’Ordine francescano, secondo fonti per molto tempo attribuite a Gioacchino da Fiore, è infatti un ordine “colombino”. Nella “Collationes in Hexaemeron” si sottolinea anche la profezia contenuta nella “Apocalisse”, dove si parla del famoso “Angelo del sesto sigillo”. La conferma visiva arriva da tutti gli affreschi che adornano la navata sinistra della Basilica Superiore: quell’angelo altri non è che Francesco. La profezia parlava del “segno del Dio vivente”: che altro è l’inaudito miracolo delle stimmate se non un segno dell’Altissimo?

Già in suo precedente e fondamentale saggio, “Francesco e l’invenzione delle stimmate” (Einaudi, 1993) Chiara Frugoni aveva affrontato il tema, fornendo un’altra interpretazione inedita della vita del santo.

“Quale Francesco? Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore ad Assisi” racchiude studi e ricerche che negli anni a venire saranno ancora un punto di riferimento per tutti gli studiosi e gli appassionati della storia medievale. Anche grazie a un eccezionale apparato iconografico. Perché, come ben diceva il grande medievista Jacques Le Goff “non si può fare storia profonda se non si sanno leggere, oltre ai testi, anche le immagini”.

Federico Fioravanti

 

Quale Francesco?, Chiara Frugoni, Einaudi, 2015, www.einaudi.it

Chiara Frugoni ha insegnato Storia medievale all’Università di Pisa, Roma e Parigi. Tra i suoi libri, pubblicati da Einaudi, tradotti nelle principali lingue europee, in giapponese e in coreano, si ricordano anche “Vita di un uomo: Francesco d’Assisi” (2014); “Storia di Chiara e Francesco” (2011); “La Cappella degli Scrovegni di Giotto” (2005); “La cattedrale e il battistero di Parma” (2007); ”L’affare migliore di Enrico. Giotto e la cappella Scrovegni” (2008); “La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo” (2010); “Guida agli affreschi della Basilica superiore di Assisi” (2010); “Storia di un giorno in una città medioevale” (1997); “Mille e non piú mille. Viaggio fra le paure di fine millennio” (1999, con Georges Duby); “Due papi per un giubileo. Celestino V, Bonifacio VIII e il primo Anno Santo” (2000); “Medioevo sul naso. Occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali” (2001); “Da stelle a stelle. Memorie di un paese contadino” (2003) e “Una solitudine abitata: Chiara d’Assisi” (2006).

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Il “Tacuinum sanitatis” di Bevagna

Il termine “gaita”, dal longobardo Watha, ovvero “guardia”, indica i quattro quartieri storici di Bevagna: Gaita San Giorgio, Gaita San Giovanni, Gaita San Piero e Gaita Santa Maria.

“Tacuinum sanitatis”, un prontuario medico del XIV secolo” è il titolo di un libro pubblicato a cura della gaita Santa Maria di Bevagna.

L’opera, in due volumi, comprende la copia anastatica, la trascrizione e la traduzione di un antico manoscritto del Trecento presente in Umbria, nella biblioteca comunale di Bevagna.

Il testo è la traduzione latina dell’originale in arabo redatto intorno alla fine del secolo XI da Ibn Butlan, un famoso medico di Baghdad di fede cristiana nestoriana, vissuto durante l’epoca d’oro dell’Islam.

Fu tradotto dall’arabo da Faraj ben Salim, conosciuto anche come Ferragut di Girgenti, un medico ebreo nato in Sicilia. Il manoscritto si diffuse prima nelle corti di Napoli e Palermo e poi in tutte le principali città europee.

Sotto il nome di “Tacuinum sanitatis in medicina” vengono classificati tutti quei manuali di scienza medica scritti e miniati, dalla seconda metà del IV secolo al 1450 circa, che descrivevano, sotto forma di brevi precetti, le proprietà mediche di ortaggi, alberi da frutta, spezie e cibi. Ma anche le stagioni, gli eventi naturali e i moti dell’animo, riguardo i loro effetti sul corpo umano.

Sono 11 i manoscritti non miniati: quattro sono conservati nella Biblioteca Nazionale di Parigi, due nella Biblioteca Vaticana, due nella Biblioteca Angelica a Roma, uno nella Biblioteca Marciana di Venezia, uno a Vienna e uno a Lipsia. Di maggior pregio sono considerati tre codici miniati giunti fino a noi: uno è conservato nella Biblioteca Nazionale di Vienna, uno a Parigi, alla Bibliotheque Nationale e uno a Roma presso la Biblioteca Casanatense.

L’opera ospitata nella biblioteca comunale di Bevagna è un manoscritto pergamenaceo di 40 fogli della misura di mm 210 per 310 mm ciascuno. Il foglio esterno della legatura è in pergamena. I fogli di guardia sono cartacei e recano un timbro rotondo con la dicitura “Orfanotrofio Francesco Torti. Bevagna”.

Nell’incipit del libro si legge: “Tacuinum sanitatis in medicina, utile a spiegare le sei cose necessarie all’uomo e a dimostrare sia il giovamento del cibo, del bere e degli indumenti sia l’aspetto nocivo di queste cose, e quindi a rendere noti i buoni consigli da parte degli eminenti tra gli antichi al fine di eliminarne gli aspetti dannosi. Elbukassem Elmuthar, figlio di Haladin, a sua volta figlio di Buctilian, medico di Baldach, compose questo libro”.

E continua così: “Intorno alle sei cose che sono necessarie ad ogni uomo che devono essere messe in accordo e preservate per mantenere lo stato di salute, con le regole di comportamento e i loro effetti. La prima è migliorare l’aria che interessa il cuore. La seconda è la giusta proporzione di cibo e bevande. La terza è la giusta combinazione del moto e della quiete. La quarta è la preservazione del corpo dagli eccessi del sonno e delle veglie. La quinta è il giusto equilibrio nell’eliminazione e nella ritenzione degli umori. La sesta consiste nella capacità della persona di regolarsi nella gioia, nell’ira, nel timore, nell’angoscia. La conservazione della salute starà infatti nell’equilibrio di questi elementi; quando viene a mancare, si genera malattia”.

Il bellissimo Mercato delle Gaite di Bevagna, manifestazione storica di alto valore filologico che si svolge ogni anno, negli ultimi dieci giorni di giugno, nella cittadina umbra a pochi chilometri da Foligno.

Molti, e a volte curiosi, i consigli terapeutici del medico di Baghdad. Dai dieci giovamenti che arrivano dal vino bevuto con moderazione (cinque sono per l’anima e cinque per il corpo) fino alle qualità che una sana alimentazione trova nel pane con la giusta quantità di lievito e ai lupini e ai fagioli che “favoriscono il sangue mestruale”. Le fave fresche sono sconsigliate perché “provocano gonfiore, mollezza delle carni, e stanchezza”. E il riso “fa aumentare lo sperma, mentre fa diminuire l’urina”. Le mandorle invece “quanto più sono amare, tanto più saranno efficaci nei loro effetti”.

Ibn Butlan si sofferma a lungo anche sul coito. Spiega che a coloro che durante il sonno sognano il sesso “può capitare pazzia, amore, perversione dell’animo, gonfiore dei testicoli, e in generale malattie di replezione del corpo e del cervello”.

Consiglia anche “che chi ha un rapporto sessuale non sia né pieno di cibo, né affamato, in quanto si verificherebbe ostruzione o secchezza”. In quanto ai figli “si scelgano per generare maschi le case maschili, tra cui si prediligono la Bilancia e il Sagittario, mentre per generare femmine il segno dei Pesci e la Vergine, e non si badi se c’è il Toro”. E aggiunge che “non si deve avere il coito se prima non si è giocato con la donna, strofinandole i piedi, prendendole e stringendole delicatamente i capezzoli dei seni, affinché entrambi i due soggetti, stimolati, emettano contemporaneamente il seme, fine per il quale si sono uniti.

Si riconosce il desiderio della donna dai suoi occhi. Durante il rapporto, inoltre, ci si inclini sul lato destro per avere un maschio. Bisogna stare attenti che l’uomo non abbia di nuovo ad avere il coito se prima non si è lavato e non ha urinato. Se non ha osservato tali precauzioni gli occhi dei bambini saranno di colore celeste”.

Il medico di Baghdad raccomanda la musica per la letizia del corpo e dell’anima: “L’effetto sugli animi è palese sia nell’andatura dei cammelli che, carichi, sono confortati dal canto di chi li guida, sia nei fanciulli, che altrettanto godono del canto. Esso crea anche attitudine e diletto e giova alle lunghe orazioni e alle letture. I medici se ne servono per mitigare i dolori, come fanno coloro che portano carichi pesanti in modo che sembrino leggeri e facili”.

Il “Tacuinum sanitatis” analizza anche gli stati d’animo. E ricorda che ce ne sono di cinque tipi: ira, gioia, timidezza, dispiacere e paura. La ragione di questo è che il cuore si muove sia verso il petto sia verso la schiena, o da entrambi le parti. In qualsivoglia di queste due direzioni, il cuore si muove o in modo impetuoso o repentino,oppure poco a poco o in maniera costante. Se si muove in modo impetuoso verso il petto provocherà ira. Se lo fa poco a poco provocherà gioia. Se si muove impetuosamente verso la schiena provocherà paura. Se lo fa poco a poco, disagio. Se da entrambi le parti, avrà effetto di timidezza e tristezza. Tutti questi sono chiamati accidenti dell’animo, sebbene siano resi vitali da ciò che li trasmette, ovvero la percezione e il pensiero. Infatti la percezione conferisce al cuore cose piacevoli e non piacevoli, e lo stesso pensiero. Il dispiacere deriva dalle cose passate, ma anche dalla speranza e dalla disperazione”.

Il libro è edito da Fabrizio Fabbri Editore.

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Andare per le Gerusalemme d’Italia

Archeologa «ante litteram», nel 326 l’ottantenne imperatrice Elena partì alla volta della Terra Santa per riscoprire i Luoghi Santi nascosti e profanati. Individuò un sepolcro scavato nella roccia, una collina e una grotta. Tre elementi che ritornano costantemente nelle varie Gerusalemme «succedanee» disseminate lungo la penisola sotto forma di santuari.

Gerusalemme è dappertutto. Una presenza di cui l’Italia è investita per intero, grazie a un dialogo intessuto da secoli che trova espressione in ogni rigo della sua storia, in ogni pietra delle sue città. Una volta divenuti inaccessibili i Luoghi Santi, lembi di Terra Santa vennero infatti ricreati nel nostro paese. E intraprendere il cammino penitenziale attraverso santuari come il Sacro Monte di Varallo, il complesso delle Sette Chiese a Bologna, il Santo Volto di Lucca, San Vivaldo, Acquapendente nel Senese, il Santo Sepolcro di Brindisi significa ritrovarne le memorie e rivivere le emozioni di quel primitivo pellegrinaggio.

“Non c’è ormai chiesa che non ospiti le quattordici stazioni della Via Crucis, formalizzate nel 1731 dal frate minore Leonardo di Porto Maurizio, che ripercorrono idealmente il tragitto percorso da Gesù da est verso ovest in Gerusalemme, dal pretorio di Pilato alla collina del Calvario. A cominciare dalla Roma costantiniana con le reliquie della Passione raccolte in Laterano, la basilica di Santa Croce in Hierusalem e quella di Santa Maria Maggiore ad Praesepem, ogni città d’Italia aspira a presentarsi come nova Jerusalem, e molti sono gli statuti cittadini che sanciscono tale carattere. È nota l’aspirazione della Firenze savonaroliana a costituirsi in nova Jerusalem, città governata dal Rex regum et Dominus dominantium. Nella più orientale tra le capitali della pars Occidentis dell’impero, Ravenna, l’arcivescovo Urso battezzava alla fine del IV secolo la sua chiesa cattedrale Anastasis, sull’esempio della basilica così nominata della Risurrezione fatta edificare in Gerusalemme dall’imperatore Costantino sui luoghi del Calvario, del Sepolcro e del ritrovamento della Vera Croce. A Bologna, Sant’Ambrogio prima, San Petronio poi, avevano determinato la costruzione di una rete di Luoghi Santi che configuravano una vera topomimesi della planimetria gerosolimitana. Ad Aquileia, a Piacenza, a Parma (dove una chiesa e un ospedale del Santo Sepolcro sono ipotizzati, per quanto non ne resti oggi traccia). A Pisa, a Borgo Sansepolcro, a Brindisi, a Molfetta e in mille altri luoghi le memorie gerosolimitane s’incrociavano e si moltiplicavano. A Milano, l’arcivescovo Aselmo IV da Bovisio, animatore della spedizione crociata lombarda, modificò – com’è attestato da un documento del 15 luglio 1100, proprio un anno dopo la conquista di Gerusalemme da parte dei cruce signati – la dedicazione della chiesa della Santa Trinità in quella Anastasis, più nota poi come Santo Sepolcro: una serie di concessioni d’indulgenze prova che l’edificio era collegato memorialmente con quello da cui prendeva il nome. A Verona, città che si diceva fondata da Sem figlio di Noè, fino ai primi del IX secolo l’arcidiacono Pacifico aveva progettato di trasformare la città in una nuova Gerusalemme, mentre il sigillo cittadino del 1473 la consacra come Verona minor Hieruslem. Non v’era praticamente centro – e questo del resto vale per tutta l’Europa medievale – che non fosse in un modo o nell’altro una Jerusalem translata”.

Andare per le Gerusalemme d’Italia – Franco Cardini Edizioni Il Mulino, Collana “Ritrovare l’Italia” www.mulino.it

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I racconti della tavola

Silenzio, si ascolta. Lasciamoci avvolgere dalle parole. Raccontano storie divertenti, drammatiche, edificanti o semplicemente curiose attorno a un tema centrale della vita di tutti, di sempre: il cibo e la sua condivisione, a tavola o altrove.

Pavia, qualche anno dopo il 774. Alla tavola di Carlo Magno, che festeggia la vittoria sui Longobardi, si insinua di nascosto Adelchi, il principe sconfitto. Ma perché si ingegna a spezzare diligentemente tutte le ossa di cervo, di orso e di bue che restano nei piatti?

Fonte Avellana, XI secolo. Pier Damiani è malato da tempo. Il suo corpo è debilitato perché nell’eremo il cibo scarseggia, in particolare manca il pesce. I confratelli insistono perché mangi carne, ma lui li rassicura: abbiate fede, il pesce prima o poi arriverà. Sarà Dio stesso a pensarci.

Alessandria d’Egitto, XIII secolo. Il cuoco Fabrat vede comparire un povero con un pane in mano. Non ha soldi per comprare altro cibo, tiene il pane sopra la pentola e intercetta il fumo che sale. Fabrat non è di buon umore; si rivolge al povero con modi sgarbati e gli dice: adesso pagami «di ciò che tu hai preso del mio». Il povero si schermisce: ma scusa, io non ho preso dalla tua cucina altro che fumo. Fabrat non molla: pagami quello che mi hai preso.

Come andrà a finire?

E che avventure sono quelle di Dante Alighieri ospite del re di Napoli, del contadino Bertoldo in fin di vita per non avere rape da mangiare, dei castelli di zucchero presentati al banchetto di nozze del signore di Bologna, del cuoco Martino che lavora a tu per tu con l’umanista Platina? Si leggono d’un fiato le storie di questo libro, senza perderne una.

I racconti della tavola – Massimo Montanari Editori Laterza www.laterza.it

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