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Category Archives: Scaffale

La versione del Guiscardo

Venivano dal freddo nord, chiusi nelle cotte di maglia, con le lunghe lance e gli scudi a goccia. In pochi anni eliminarono i bizantini e gli arabi e divennero padroni del sud Italia. Chi erano i normanni? Chi era Roberto il Guiscardo? Francesco Grasso racconta l’epopea dei normanni e della famiglia più importante.

Roberto il Guiscardo

“La versione del Guiscardo” è un romanzo storico. Perché, secondo te, sempre più autori scelgono di cimentarsi in questo genere letterario?

«Partirei dai lettori. Non c’è dubbio che i romanzi storici, oggi, siano apprezzati: basta entrare in qualunque libreria, riempiono scaffali interi. Secondo me il pubblico è attratto dalla Storia, ma vuole leggere qualcosa in più della cronaca che può trovare in manuali scolastici e testi di saggistica. Spesso questi ultimi risultano aridi per i non addetti ai lavori; la narrativa, invece, può andare oltre i fatti, veicolare le passioni, i dilemmi, i conflitti interiori di chi quei fatti li ha vissuti, rendere la Storia avvincente e fruibile. In più, credo che il pubblico italiano sia attratto dalla narrazione del passato perché è consapevole di avere in retaggio una grande Storia. Ricordo quell’augurio cinese (o forse è una maledizione?) “Possa tu vivere in tempi interessanti”. Be’, per gli italiani è sempre stato vero, in tutte le epoche, vale la pena ricordarlo. Dal punto di vista degli autori, io penso che scrivere romanzi storici rappresenti una sfida intrigante. Mi porto a esempio, ma penso valga anche per i colleghi… Quando io scrivo narrativa di fiction, il mio scopo è rendere plausibile una trama di mia invenzione. Se un lettore sfoglia un mio racconto e commenta “Accidenti, sembra una storia vera!”, allora so di aver vinto, per così dire. Al contrario, quando scrivo un romanzo storico, il mio scopo è narrare un evento reale aggiungendovi suspense, tensione, pathos e anche una certa dose di colpi di scena. Difficile, perché è come scrivere un giallo di cui tutti sanno già all’inizio chi è l’assassino e qual è il movente: si rischia la noia, come dicevo prima per la saggistica. Se invece, nonostante tutto, riesco a raccontare il puro evento storico in modo che il lettore commenti “Accidenti, questo non può essere vero!”, allora è lì che vinco veramente».

Perché hai scelto di raccontare l’arrivo in Italia dei normanni?

«Premetto che “La versione del Guiscardo” è il mio sesto romanzo storico. Tutti i precedenti narrano storie della Sicilia. Scelta obbligata: sono siciliano di nascita, voglio raccontare il passato della mia terra; non mi sentirei in grado di lavorare, come autore, su vicende e genti che non mi appartengono. Non sono uno storico, solo un narratore. Perché i normanni? Forse perché, in ogni famiglia siciliana, c’è sempre un fratello moro dagli occhi neri e un fratello biondo con gli occhi azzurri. Il sangue arabo si è mescolato con quello normanno in un crogiolo unico al mondo. Chi conosce Palermo sa che laggiù ci sono capolavori di arte figurativa araba medievale, quasi un ossimoro, visto che l’Islam proibisce di ritrarre la figura umana. Furono proprio i normanni a fondere la loro cultura “barbara” con l’arte araba (nella pittura, ma anche nella poesia, musica, architettura…) creando qualcosa di straordinario che non si è ripetuto in nessun altro paese. Ho voluto raccontarlo, anche come omaggio e ringraziamento, nel romanzo “La versione del Guiscardo” e negli altri volumi della mia trilogia sugli Altavilla. Voglio anche sottolineare come Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero, nonostante fossero nati in Normandia, abbiano vissuto gran parte della loro vita in Italia. Entrambi sono sepolti in terra italiana: Roberto a Venosa (provincia di Potenza), Ruggero a Mileto (provincia di Vibo Valentia). Il primo è stato duca di Puglia e Calabria, il secondo conte di Sicilia. Entrambi sono stati, a mio avviso, personaggi storici italiani».

Torre normanna

Hai parlato della Sicilia. Cosa resta, nel nostro meridione, dell’epopea dei normanni?

«Tutto il sud Italia, ad esempio, è pieno di torri normanne. Sono costruzioni molto caratterizzate, riconoscibilissime. Come ho scritto nel mio romanzo, in realtà i normanni, quando giunsero da noi, trovarono un paesaggio già incastellato, gremito di torri bizantine, ex-romane e longobarde. Ugualmente eressero le “loro” fortificazioni dappertutto. Perché? Io credo che gli Altavilla volessero marcare il territorio. E ci riuscirono: la dominazione normanna durò meno di due secoli, ma le loro torri si ergono ancora. Oltre alle torri e agli occhi azzurri che citavo, i normanni hanno lasciato altre tracce nelle contrade del sud. Nel folklore e tradizione popolare di molti paesi meridionali, ad esempio… Tra i tanti cito Gerace in Calabria (la piazza principale della cittadina si chiama “Piazza del Tocco” in ricordo dello scontro tra Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero, che narro nel mio romanzo) e Cerami in Sicilia (ogni anno, a maggio, vi si rievoca la battaglia decisiva che si svolse in quella località, ove i normanni sbaragliarono un esercito arabo superiore in numero per 10 a 1). Anche la celebre “opera dei pupi siciliani” nacque per veicolare a un pubblico analfabeta, in una sorta di teatro ambulante, l’epopea della riconquista cristiana dell’isola da parte dei normanni. Molti aneddoti sugli Altavilla, assenti nelle cronache di Goffredo Malaterra e degli altri storici, si sono invece tramandati grazie alle recite dei burattini che ancora oggi, dopo mille anni, vengono messe in scena in Sicilia».

Nell’incipit del tuo romanzo ho letto una frase del Guiscardo: “Prevalere con l’inganno non è meno nobile di sopraffare il nemico con la forza”. È questo il segreto che ha permesso al Guiscardo e ai suoi fratelli di ottenere i loro straordinari successi militari?

«Riguardo ai successi militari, in effetti furono straordinari. I fratelli Altavilla arrivarono in Italia come semplici mercenari, portando con sé quasi solo un cavallo e una spada. In poco più di un ventennio conquistarono i potentati longobardi, espugnarono le città bizantine, scacciarono gli arabi dalla Sicilia, sconfissero l’imperatore tedesco a Civitate, imprigionarono il Papa, divennero duchi e conti… Come vi riuscirono? Roberto, dicono le cronache, era un politico e diplomatico geniale, cinico come Ulisse e spregiudicato come Machiavelli. Utilizzava tattiche di intelligence militare, era poliglotta, s’intrufolava mascherato negli accampamenti e nelle città avversarie, corrompeva i generali nemici, non aveva remore a prendere in ostaggio papi e vescovi, metteva in atto campagne di disinformazione e discredito per chi lo osteggiava. Il Guiscardo non sembra neppure un uomo del medioevo… Per dissolutezza e ambizione può rivaleggiare con figure ben più moderne come Bismark e Talleyrand. Ruggero, al contrario, era quel che oggi verrebbe definito “cristiano fondamentalista”. Viveva il rapporto con la Fede in modo mistico, si sentiva investito di una missione divina: scacciare gli infedeli dalla Sicilia. Giacché, secondo lui, Dio lo guidava, non poteva certo venire sconfitto. Questo lo rendeva, in battaglia, audace ben oltre i limiti della follia. Cito un passaggio del romanzo: Ruggero informa Roberto della sua decisione di sfidare l’emiro di Palermo. Il fratello, realista, lo ammonisce: “Hai almeno idea di quanti nemici dovrai fronteggiare?”. Ruggero scrolla le spalle: “Al bastone non importa quanti lupi dovrà percuotere. Esso sa che il pastore lo brandisce per proteggere il gregge, tanto gli basta. Io sono il bastone dell’Onnipotente, cosa dovrei temere?”».

Puppi siciliani

“La versione del Guiscardo” è il secondo volume di una trilogia. Vuoi parlarci degli altri due romanzi?

«Il primo volume della saga si intitola “I due leoni”. Vi si narra, in prima persona sotto forma delle memorie di Ruggero, la conquista della Sicilia da parte del più giovane dei fratelli Altavilla. Il titolo richiama lo stemma che i normanni portavano su scudi e stendardi, appunto i due leoni. Ma si riferisce anche al rapporto di amore-odio tra i due protagonisti, Roberto e Ruggero, due autentiche fiere da battaglia che quando non erano impegnati contro un nemico comune lottavano l’uno contro l’altro. Il Guiscardo soleva dire, riferendosi al rapporto con suo fratello “Due leoni possono cacciare insieme, ma solo uno può comandare il branco”. Il terzo volume della trilogia sarà dedicato al figlio di Roberto, battezzato alla nascita Marco, ma che cambierà il proprio nome in Boemondo. Costui guidò i normanni alle crociate e divenne re di Antiochia; fu il primo Altavilla a raggiungere il traguardo – la corona – che suo padre aveva inseguito vanamente tutta la vita. Il romanzo è ancora in fase di scrittura. Quando sarà pubblicato spero di poter tornare qui a Gubbio, in un prossimo Festival del Medioevo, a presentarlo».

Umberto Maiorca

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Atlanti Celesti, l’età d’oro della cartografia

Una mappa del libro Atlanti Celesti

“Comprendere e rappresentare i segreti del cosmo è un traguardo a cui l’uomo aspira sin dai tempi più remoti. Con il XVI secolo ha inizio l’età d’oro della cartografia celeste, un periodo ricco di ineguagliati capolavori. Fin dall’epoca degli antichi egizi e dei babilonesi, l’osservazione, lo studio e la rappresentazione del cielo notturno hanno rappresentato una sfida per l’uomo, sospeso tra la meraviglia di fronte alla luminosa volta celeste illuminata dalle stelle e il desiderio di una conoscenza e di una comprensione scientifica di quanto stava osservando. Questo libro, corredato da immagini delle più celebri, rare e suggestive mappe celesti mai realizzate dal XVI al XIX secolo, vi guiderà in un viaggio tra le costellazioni, introducendovi ai progressi portati avanti dai grandi astronomi del passato, alle interpretazioni più o meno fantasiose dei fenomeni celesti e alla evoluzione della conoscenza dell’universo da parte di chi ha fatto del suo studio la propria ragione di vita. Scoprirete come, in molti casi, arte e conoscenze scientifiche si siano fusi in maniera eccezionale, regalandoci mappe che sono veri e propri capolavori dell’ingegno e che, ancora oggi a distanza di secoli dalla loro realizzazione, sono capaci di trasmetterci lo straordinario messaggio per il quale sono state concepite”.

Elena Percivaldi, Atlanti Celesti, National Geographic

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Andalusia, l’invito al viaggio

Andalusia di Franco Cardini

“In un dolce tardo mattino o in un torrido meriggio o in una fresca sera o in una notte stellata, una jarra di sangría è il minimo per godere di quel vino rosso leggero che è quasi un’espressione filosofica. Scrivere di Andalusia, pensare all’Andalusia, è impossibile a mente fredda e a cuore sereno. Se e quando ti provi a farlo, mille immagini t’invadono gli occhi.

L’Andalusia è uno spazio geografico, storico e mitico, ma anche uno spazio intimo. È un «finis terrae» europeo, cuore di molte culture – barbara ed eurasiatica, berbera e araba, sefardita ed ebraica – eppure, rispetto a tutte, appartato e remoto. In questo orizzonte quasi senza tempo, lungo sentieri roventi come la piana del Guadalquivir d’estate o gelidi come i picchi della Sierra Nevada d’inverno, incroceremo molti viandanti: da Averroè a Maimonide, da Cervantes a García Lorca, a Primo de Rivera, a Manuel de Falla, ciascuno di essi ha la sua Andalusia da narrare, da amare. Questo libro è un invito al viaggio: incamminiamoci allora, perché, pur inafferrabile e misteriosa, alla fine incontreremo la Terra della Luce”.

Franco Cardini, Andalusia, Il Mulino

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Dante Alighieri, una vita in esilio

Dante. Una vita in esilio di Chiara Mercuri

“I giorni, i mesi, gli anni immediatamente seguenti all’esilio sono un tempo in cui Dante cerca di rappresentarsi la sua cacciata da Firenze come una faccenda esclusivamente politica. Cosa che nei fatti è, ma che il suo inconscio continua invece a percepire come una sconfitta personale. La sua del resto è stata anche una scommessa privata.

La scommessa di ascendere ai più alti gradi del governo della città, pur provenendo da una famiglia modesta e dissestata. La scommessa che Firenze potesse divenire, oltre che un modello di progresso economico, anche un modello di progresso politico. La scommessa di realizzare – dopo le riforme di Giano – una società più giusta, dove per valore potesse essere concesso a un uomo come Dante ciò che a Corso Donati era elargito per nascita. E nella nuova Firenze tutto questo era stato anche possibile, lo abbiamo visto: che un nobile decaduto come Dante divenisse priore, che un magnate come Giano si radunasse col popolo, che un popolano come Dino Compagni assurgesse alle più alte cariche del Comune. La scommessa di questo gruppo di persone nuove, che avevano tutte superato gli sbarramenti delle loro rispettive ascendenze sociali, era stata, dunque, in un primo momento vinta.

Ma subito dopo, irrimediabilmente, persa. Tutti e tre, in luogo di essere onorati per la loro militanza in favore della città, furono allontanati come criminali comuni: furono strappate loro le case, requisite le terre, interdetti i pubblici uffici, tenuti a lungo o per sempre in esilio. Spesso commettiamo l’errore di pensare all’esilio come ad una pena non così dura, come ad un semplice allontanamento dalla propria città. Ma l’esilio non è una migrazione, che certamente si porta dietro il dolore dello sradicamento, ma che non esclude comunque la possibilità di un rientro, magari momentaneo. L’esilio non è solo una mannaia che recide ogni tuo legame identitario, affettivo, sociale e politico, l’esilio è un mar Rosso che ti si richiude alle spalle, senza aprirti alcuna Terra Promessa; che ti lascia lì, in mezzo al guado, impossibilitato ad andare avanti, ma impedito pure nel tornare indietro.

Mandare qualcuno in esilio nell’Italia del Trecento significava fargli terra bruciata intorno, significava distruggergli il nido, buttargli giù la casa, pietra a pietra, sasso a sasso, trave a trave. Significava rendergli pure impossibile di costruirsene uno nuovo, in un’altra città, in un’altra terra, almeno nelle vicinanze di Firenze. Un esule non aveva grandi possibilità di restare a lungo in una delle città limitrofe, senza rischiare la vita; le pressioni di Firenze sulle altre città toscane erano micidiali e l’ordine di rendere impossibile e malfida la vita ai fuoriusciti era tassativo. Se per giunta il governo che ti aveva cacciato era particolarmente violento e senza scrupoli, intimava pure di eseguire la tua sentenza di morte fuori città, dovunque ti trovassi: in ogni momento un sicario stipendiato poteva prenderti la vita, mentre, a sera, ignaro rincasavi”.

Chiara Mercuri, Dante. Una vita in esilio    Laterza editore

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Il tempo dei lupi

Nel libro “Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso” (Utet), il medievista Riccardo Rao ricostruisce come la superstizione popolare, la cultura dotta degli uomini di chiesa, ma anche le grandi trasformazioni dell’ambiente abbiano creato il mito del lupo europeo. Un percorso fra storia, letteratura, psicologia e biologia. A partire dalla celebre storia della bambina con il cappuccetto rosso che attorno all’anno Mille viene ghermita da un lupo e condotta nel cuore della foresta…

Il tempo dei lupi, Riccardo Rao, Utet

Il tempo dei lupi. A partire dal XII secolo, soprattutto grazie alla crescita delle città, l’Europa conosce un vero e proprio boom economico. E come adesso, quando c’è una forte crescita economica – basti vedere quanto avviene in paesi emergenti come la Cina e il Brasile – l’ambiente viene messo sotto pressione.

Gli ampi querceti che dominavano le pianure cadono uno a uno sotto i colpi delle asce dei contadini e dei boscaioli.

I disboscamenti sono enormi e questo approccio di “cancellazione” della dimensione naturale inizia a produrre conseguenze ambientali rilevanti, come l’intensificazione dei dilavamenti nelle aree collinari e fluviali.

In quest’epoca vengono anche popolate e messe a coltura aree che, per la loro posizione periferica, erano rimaste per lo più incolte: innanzitutto le zone paludose vicine ai fiumi, ma anche l’alta montagna.

A seguito dei disboscamenti e della crescita economica, i boschi che sopravvivono sono riqualificati per servire alle esigenze alimentari delle società contadine, divenendo coltivati o “domestici”, così come sono indicati in alcuni documenti dell’epoca: boschi disegnati e alterati dall’intervento umano.

Dal XII secolo si ampliano a dismisura le superfici a castagno, una pianta duttile, che fornisce legname e cibo attraverso il suo frutto.

In alcune aree d’Europa, l’economia fondata sull’uso di questa pianta è divenuta così importante da fare parlare di una vera e propria “civiltà del castagno”.

Legnaioli e contadini costruiscono persino case isolate e edifici all’interno del bosco, il cui volto è ormai distante da quello della prima parte del medioevo. Le fiabe ci insegnano che nel bosco si possono fare brutti incontri.

Brutti incontri. Si possono incontrare bestie feroci e malintenzionati. Ci si può perdere e vagare per giorni senza incontrare anima viva. Ma anche in quel caso, prima o poi, ci si imbatterà in qualcuno, un boscaiolo, un cacciatore o un contadino, perché i boschi sono popolati e persino abitati.

Da qualche parte, dove gli alberi si diradano e si apre un prato, c’è infatti una casa: può trattarsi di quella inquietante della strega di Hänsel e Gretel oppure della capanna dei sette nani che accolgono Biancaneve.

Ecco, quest’idea di un bosco dove prima o poi si incontra sempre una presenza umana è in buona misura debitrice alle trasformazioni tardomedievali del paesaggio.

Insomma, nel complesso i boschi si riducono e vengono popolati dagli uomini. I libri propongono spesso una narrazione trionfale dei grandi disboscamenti del XII-XIII secolo, presentandoli in toni epici come una sorta di Far West europeo. Rimangono invece sottotraccia i devastanti effetti prodotti sugli ecosistemi. Per esempio, l’uso intensivo da parte del bestiame delle rive dei fiumi, dove era stata ridotta al minimo la vegetazione di golena, ha ridotto la complessità biologica ed esposto maggiormente alle esondazioni. Ma soprattutto, se guardiamo nel complesso al bosco dobbiamo constatare che i suoi equilibri interni sono stati fortemente compromessi, con una riduzione massiccia delle specie selvatiche.

Cappuccetto rosso

Con le querce, abbattute dai disboscamenti, se ne sono andate o sono diminuiti in maniera consistente pure i branchi suini allevate allo stato brado. Non stupisce dunque che anche i lupi abbiano cambiato i loro comportamenti.

Finché il paesaggio boschivo era rimasto dominante e la disponibilità di prede ampia, gli attacchi del lupo nei confronti del bestiame erano rimasti contenuti. Del resto, in un’Europa rivestita di boschi, dove i cervi – per quanto eccezionalmente, come ci ricorda Gregorio di Tours – potevano persino entrare in città, il rischio per gli animali allevati dagli uomini era tutto sommato modesto e i maiali semi-selvatici, riuniti in greggi, riuscivano a cavarsela.

Le cose cambiano quando, nel tardo medioevo, i campi coltivati avanzano, spazzando boschi e incolti.

La grande stagione dei disboscamenti ha costituito uno degli attacchi più incisivi alle risorse ambientali. Ma questo nuovo modo di concepire la natura, in cui l’uomo si pone come il padrone, ha avuto conseguenze anche per il protagonista di questa storia, cambiando per sempre la vita del lupo europeo. La forte compressione dei boschi da un lato e dall’altro il loro utilizzo intensivo lo ha stanato dal suo habitat, sottraendogli le risorse di cui necessita. Lo ha indotto in stato di stress, privandolo di spazi sicuri e riducendo le sue prede.

Le abitudini del lupo. Il lupo si è dovuto abituare a uscire dal bosco, per cercare altrove il suo nutrimento, vicino alle case degli uomini, nelle stalle e dove riposano le greggi di pecore, di cui c’è una nuova disponibilità.

Infatti, un’altra trasformazione di quest’epoca consiste nell’enorme incremento dell’allevamento ovino, che si muove sulle strade della transumanza, verso gli alpeggi d’estate e giù in pianura d’inverno.

Non è un caso che le testimonianze degli attacchi dei lupi si concentrino in quest’epoca proprio in zone che hanno un pronunciato sviluppo della pastorizia ovina, come le Prealpi comasche e bergamasche, che l’industria laniera aveva trasformato in valli di pecore: alcuni testi agiografici del XIII secolo ricordano il miracoloso intervento di sant’Alessandro, san Defendente e santa Grata a favore delle popolazioni locali, terrorizzate dalle aggressioni dei lupi.

Per questa ragione, ancora nel XIV secolo, le comunità dell’alta Val Brembana ogni anno si recavano alla cattedrale di Bergamo per offrire tome di formaggio in cambio dell’avvenuta liberazione dai lupi: quasi come se i santi – o quantomeno il vescovo e i canonici della cattedrale – dovessero nutrire particolare riguardo per il bestiame delle valli, se volevano mangiarne i formaggi.

Ogni volta che si prova a fare un confronto tra le colonie lupine dell’epoca e quelle odierne, ci si scontra con l’assenza di dati certi: nei prossimi capitoli ragioneremo più analiticamente sui pochi numeri disponibili.

Tuttavia, anche soltanto in termini generali, immaginiamo che i lupi tardomedievali fossero senz’altro più numerosi di adesso. Le superfici boschive a loro disposizione erano invece forse minori di quelle attuali e comunque molto più intensamente sfruttate dall’uomo, sia per le attività di raccolta della legna, sia per la caccia, che riduceva di molto la disponibilità di ungulati.

Miniatura con il lupo e l’agnello

Rispetto al periodo precedente, aumentano le testimonianze di attacchi contro l’uomo e ciò non dipende soltanto dal fatto che le fonti scritte del tardo medioevo sono maggiori rispetto a quelle dell’epoca precedente.

Per fare pochi esempi – ma altri ne faremo nelle pagine che seguono – le cronache di area tedesca raccontano di uomini divorati, un numero imprecisato nei pressi di Paderborn nel 1119, più di trenta in Franconia nel 1271 e quaranta fanciulli in Renania, nei dintorni di Wattweiler, l’anno successivo.

Si tratta di cifre considerevoli, che delineerebbero una vera e propria emergenza, anche se questo genere di fonti ha spesso la tendenza a ingigantire – se non ad inventare di sana pianta – la portata delle aggressioni lupine.

Le indicazioni tratte dai documenti d’archivio, almeno per quest’epoca, rimangono complessivamente contenute. Tuttavia, è senz’altro possibile scorgervi un riflesso delle trasformazioni paesaggistiche a cui abbiamo accennato.

Il fatto che a Vicenza nel Duecento si progetti addirittura la costruzione di un muro a protezione del bestiame della città dai lupi mostra, per un verso, come questi ultimi intensifichino la loro frequentazione degli spazi urbanizzati, ma anche che la percezione che gli uomini hanno del pericolo sia innanzitutto legata alla difesa degli animali domestici.

Se i boschi sono ridotti e la selvaggina scarseggia, i lupi si rivolgono con maggiore insistenza agli animali domestici.

Gli attacchi aumentano, ma rimangono comunque episodi complessivamente limitati, che vanno valutati di volta in volta.

Non sempre infatti i lupi appaiono minacciosi: così sui Pirenei due pastori transumanti di Montaillou, a inizio Trecento, di notte lasciano le pecore incustodite nei prati vicini al villaggio «e se ne vanno dove vogliono fino all’alba», poiché, a loro dire, «non c’è da temere i lupi».

Insomma, gli uomini dell’epoca hanno commesso un errore riducendo eccessivamente gli spazi boschivi e incolti.

Senz’altro non sapevano fare diversamente: le conoscenze tecnologiche a loro disposizione consentivano di aumentare la produzione agricola soltanto attraverso l’ampliamento fino allo stremo delle superfici coltivate, piuttosto che incrementarne le rese attraverso un’agricoltura intensiva.

Così facendo, hanno però compromesso gli equilibri ambientali, favorendo comportamenti più aggressivi da parte dei lupi.

Riccardo Rao

“Contro il bosco: i nuovi paesaggi del tardo medioevo” è un capitolo del libro di Riccardo Rao “Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso” (Utet).

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Storia minima del Trasimeno medievale

Agro perugino (1581-1583, Ignazio Danti, Galleria delle Carte Geografiche, Musei Vaticani)

Trasimeno. Nella lingua degli Antichi Umbri, in senso letterale, “quello che si sta prosciugando”. Tarsminass nell’etrusco della Tabula Cortonensis. Poca acqua, tanta storia.

L’età medievale del grande lago che lo storico dell’arte Cesare Brandi, ammaliato dal paesaggio circostante, definì “un velo d’acqua su un prato” ora è raccontata in un piccolo, prezioso saggio di Jacopo Mordenti: Di pietra e d’acqua dolce. Storia minima del Trasimeno medievale (Aguaplano Libri, Perugia 2018). Lo storico Glauco Maria Cantarella ha curato la prefazione del volume.

Se a scuola ci insegnavano che l’Umbria è l’Ombelico d’Italia, il Trasimeno è come un occhio dell’ombelico; l’immagine è più grottesca delle pitture dell’Arcimboldo, ma è solo per dire che è troppo centrale per non essere al centro di molte storie o semplicemente della Storia.

Tanto per cominciare, sulla via nord-sud e viceversa, come impararono gli uomini di Annibale e, a loro spese, i legionari di Roma. E, molto più tardi, su una delle vie possibili dell’incoronazione imperiale a Roma, dall’Esarcato fino alla basilica di San Pietro. E anche sulla direttrice ovest-est e viceversa, come sapevano i Longobardi e anche i Romani (detti impropriamente Bizantini) che cercarono gli uni di occupare, gli altri di presidiare il corridoio Tirreno-Adriatico della via Flaminia.

Il libro di Jacopo Mordenti Di pietra e d’acqua dolce. Storia minima del Trasimeno medievale (Aguaplano edizioni, 2018)

Ampia area strategica, fulcro dei collegamenti con l’Esarcato e con la Pentapoli e i suoi porti, questa regione fu sempre contesa, attraversata da eserciti, spolpata da signori in transito e sempre inserita, almeno in linea istituzionale, in organismi molto più grandi.

Il libro di Jacopo Mordenti, pieno di storie e di storia, non è da leggere come una ricerca di ambito locale. Perché di esclusivamente locale non c’è proprio nulla. Certo, ci sono gli usi legati alla produzione ittica; ci sono i tributi e le decime pagati in pesce; ci sono le avvertenze per la manutenzione del lago. E ci sono i protagonisti dell’età dell’egemonia delle città: le oligarchie dominanti, le comunità locali, i signori, le alterne vicende delle lotte politiche, del confronto/scontro con Perugia, città che tende a egemonizzare l’area geografica rendendola il proprio territorio, trasforma il Lago Trasimeno in Laco de Peroscia e ne utilizza la ricchezza per finanziare la costruzione del monumento simbolo della dominazione, la Fontana Maggiore.

In lontananza, sempre Roma e gli interrogativi che ponevano i suoi interventi. Mordenti, studioso del Medioevo le cui competenze vanno ben al di là dell’Umbria, autore di penna agile e di acuto ingegno, dipinge in queste pagine un quadro di grande interesse, in grado di catturare i semplici curiosi e di coinvolgere gli esperti, senza tediare e senza rinunciare alla serietà scientifica. Una scommessa difficile. Ma riuscita.

Glauco Maria Cantarella

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Per Francesco, che illumina la notte

La vita di San Francesco e del suo ordine raccontata da Tommaso da Celano, il biografo del “Poverello”, testimone oculare della vita del santo: il poeta autore del “Dies irae”, l’intellettuale che visse da spettatore impotente le lotte interne ed esterne alla comunità francescana che si scatenarono dopo la morte del maestro.

A proporre un nuovo punto di vista della storia di San Francesco e dei suoi frati è il romanzo Per Francesco, che illumina la notte di Elsa Flacco (Oakmond Publishing).

Il titolo del libro evoca il verso del Cantico delle Creature: “Laudato sii, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale en allumini la nocte”. Come il santo di Assisi, “novellus focus” per gli uomini di buona volontà capaci di recepire il suo universale messaggio d’amore.

L’appassionante racconto fa rivivere attraverso dialoghi, luoghi e storie dell’epoca, la straordinaria avventura terrena di un uomo che ha cambiato per sempre il volto della Chiesa.

L’idea del romanzo è nata nell’ottobre del 2014, dopo la notizia del ritrovamento della seconda ‘Vita di Francesco’ scritta da Tommaso da Celano, scoperta dallo storico Jacques Dalarun in un codice messo all’asta negli Stati Uniti e acquistato dalla Bibliotheque Nationale de France.

Affascinata dalla vicenda e dal personaggio di Tommaso, Elsa Flacco ha iniziato una dettagliata ricerca storica che si è presto trasformata in opera narrativa.

Il testo di Tommaso da Celano è stato scritto in un lasso di tempo che va dal 1232 al 1239. I fatti raccontati nel libro abbracciano invece quasi un trentennio: dal 1224 al 1253.

http://www.oakmond-publishing.com/autori-it/elsa-flacco-it/

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Storia di dodici manoscritti

Non succede spesso di aprire un libro e di iniziare uno straordinario viaggio nel tempo e nello spazio. Di imbattersi, pagina dopo pagina, in vicende di cui serbiamo una sbiadita memoria o di cui si conservano solo labili tracce. Di incontrare potenti sovrani e monaci avventurosi, studenti goliardi e devote principesse. Di passare dalle nebbie cupe d’Irlanda all’inebriante tepore della Spagna moresca, dal mistico silenzio delle colline toscane al vociare sboccato delle taverne tedesche.

Ebbene, “Storia di dodici manoscritti” ( Mondadori, Le Scie – 2017) di Christopher de Hamel, uno dei massimi esperti mondiali di codici miniati, ci accompagna in questo viaggio sfogliando e analizzando alcuni tra i più affascinanti e preziosi manoscritti medievali.

Dal Vangelo di Sant’Agostino, testimonianza dell’arrivo del cristianesimo in Inghilterra alla fine del VI secolo, al Codice Amiatino, la più antica bibbia a noi pervenuta; dal Libro di Kells, simbolo iconico della cultura irlandese, al Libro d’Ore di Giovanna di Navarra, che solleticò la bulimia predatoria di Hermann Göring. Ma anche i “Carmina Burana”, noti soprattutto per la trasposizione musicale che ne fece il compositore tedesco Carl Orff, o gli “Aratea” di Leida, straordinario trattato di astronomia in versi e simbolo della rinascita carolingia della prima metà del IX secolo, o il “Semideus” Visconti, manoscritto umanista dedicato all’arte della guerra saccheggiato dai francesi nel 1499 dopo la conquista di Milano. E altri ancora. Sfogliare un manoscritto medievale, spiega de Hamel, vuol dire in primo luogo ammirarne le illustrazioni, annusarne l’odore, toccare con mano tutta la sua magnificenza e fragilità.

Ma osservarne le abrasioni, i rammendi, le sfumature di colore, le legature, i pigmenti, così come i danni prodotti dal tempo, dall’umidità, dai topi, dall’incuria e dall’ignoranza degli umani, vuol dire anche ricostruirne le secolari vicende, i vagabondaggi, i passaggi di mano. Vuol dire risalire lungo la catena dei proprietari che lo hanno acquistato, rubato, custodito, ammirato, dimenticato, venduto.

Ritornare alla temperie culturale e spirituale nella quale ha visto la luce. Dare un nome allo scriba che lo ha copiato o al miniaturista che lo ha illustrato. Rintracciare il monastero che lo ha prodotto, gli scaffali delle biblioteche sui quali si è coperto di polvere o gli itinerari che ha dovuto seguire per arrivare a volte ai limiti estremi del mondo conosciuto.

Perché intorno a ogni manoscritto si intrecciano infinite storie – di abati ambiziosi e di collezionisti, di malfattori e di avventurieri, di artisti e di dittatori – e perché ogni manoscritto ha una propria storia da raccontare.

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La “Storia mondiale dell’Italia” in libreria dal 16 novembre

La copertina del volume

Una operazione culturale di vasto respiro: 180 autori e altrettanti racconti per 5000 anni di storia. La raccolta di saggi Storia mondiale dell’Italia (Laterza) curata dallo storico Andrea Giardina sarà disponibile nelle librerie a partire dal prossimo 16 novembre.

Alla realizzazione dell’imponente volume (880 pagine, 30,00 euro) hanno collaborato gli storici Emmanuel Betta, Maria Pia Donato e Amedeo Feniello.

Tanti racconti che ci parlano della mobilità degli uomini e delle cose, nello spazio e nel tempo. Conquiste, emigrazioni e immigrazioni, affari, criminalità, viaggi, miserie e ricchezze, invenzioni, vicende di individui, di gruppi e di masse, imperi, stati e città, successi e tracolli. Dall’uomo di Similaun agli sbarchi a Lampedusa. Una storia che coniuga rigore scientifico e gusto della narrazione. Che provoca, spiazza, sorprende e allarga lo sguardo.

Lo storico Andrea Giardina, curatore del volume

La parola ‘Italia’ definisce uno spazio fisico molto particolare nel bacino del Mediterraneo.

Un luogo che è stato nel tempo punto di intersezione tra Mediterraneo orientale e occidentale, piattaforma e base di un grande impero, area di massima espansione del mondo nordico e germanico e poi di relazione e di conflitto tra Islam e Cristianità.

Lo storico Amedeo Feniello ha collaborato con Emmanuel Betta e Maria Pia Donato alla stesura del volume

E così, via via, fino ai nostri giorni dove l’Italia è uno degli approdi dei grandi flussi migratori che muovono dai tanti Sud del mondo.

Questa peculiare collocazione è la vera specificità italiana, ciò che ci distingue dagli altri paesi europei, e ciò che caratterizza la nostra storia nel lungo, o meglio nel lunghissimo periodo. La nostra cultura, la nostra storia, quindi, possono e debbono essere indagate e, soprattutto, comprese anche in termini di relazione tra ciò che arriva e ciò che parte, tra popoli, culture, economie, simboli.

La Storia mondiale dell’Italia vuole ripercorrere questo cammino lungo 5000 anni per tappe: ogni fermata corrisponde a una data e ogni data a un evento, noto o ignoto. Le scelte risulteranno spesso sorprendenti, provocheranno interrogativi, faranno discutere sul perché di molte presenze e di altrettante esclusioni.

Carta geografica d’Italia (George Humble, 1626)

La storia, ancora una volta, si dimostra un antidoto alla confusione e al disorientamento del nostro tempo. Perché ci racconta come le sfide a cui siamo sottoposti non siano inedite. Perché porta in evidenza la complessità ma anche la ricchezza della relazione tra l’Italia e il resto del mondo. Perché, soprattutto, fa comprendere che, quando si è perso l’orientamento della nostra collocazione spaziale, lunghi e disastrosi periodi di decadenza hanno fatto sparire, quasi per magia, l’Italia dalle mappe geografiche.

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Donne al lavoro nel Medioevo

Si è sempre detto, e la maggior parte degli scritti sull’argomento non si stanca di ripeterlo, che le donne nel Medioevo lavoravano, ma lavoravano in casa, tessendo e filando, magari alla luce di una candela ricordando il passato, come ce le dipinge in una lirica Ronsard. Potevano al massimo aiutare il marito nella sua attività, e proseguirla se vedove, ma erano retribuite meno rispetto agli uomini e incapaci di sopravvivere col proprio lavoro. Tutto questo secondo l’opinione tradizionale, viziata da preconcetti e da schemi attuali proiettati sul passato.

Questo libro mostra un quadro completamente diverso: donne che lavoravano in tutti i possibili settori, compresa l’edilizia, le miniere e le saline; imprenditrici che si autofinanziavano con propri capitali ottenuti dalla vendita di abiti e gioielli; retribuzioni commisurate “alle reali capacità” e quindi non dipendenti dal genere; donne che col proprio lavoro riuscivano a mantenere se stesse e familiari in difficoltà, o a saldare i debiti dei mariti; nobildonne impegnate nelle attività più varie: dall’organizzazione di laboratori per il ricamo, alla gestione di miniere, alla direzione di opere di bonifica, all’impianto di caseifici, alla gestione di alberghi.

Lucrezia Borgia, ad esempio, era un’abilissima imprenditrice agricola impegnata in lavori di bonifica e in svariate attività, tra cui la produzione di mozzarelle di bufala (di cui tra l’altro era golosa). Non raramente finanziava i suoi affari vendendo i propri gioielli: sacrificando una catena d’oro costruì l’argine di un fiume. Analogamente la madre di Lucrezia con la vendita dei propri monili finanziò la ristrutturazione di un albergo nel centro di Roma, garantendosi in tal modo una cospicua rendita.

C’erano poi le mercantesse, le armatrici di navi per la pesca del corallo, le imprenditrici nell’editoria che firmavano col proprio nome le pubblicazioni, le prestatrici di denaro orientate in particolare al credito verso le aziende femminili.

Dotate di notevolissime capacità organizzative nella flessibilità estrema dei loro ruoli, erano le donne stesse a tenersi al difuori dalle associazioni professionali, che in genere ne tolleravano il “lavoro nero” senza escluderle, ma cercando al contrario di obbligarle ad iscriversi quando avevano necessità di tenerle sotto controllo. Questa divergenza di intenti portò spesso a vivaci scontri tra le donne e le corporazioni o le autorità cittadine, e più di una volta furono proprio le donne ad avere la meglio.

L’apprendistato femminile esisteva, spesso in modo informale, e tendeva ad emergere in casi particolari, quando erano le lavoratrici stesse ad aver bisogno di un attestato che dimostrasse le loro capacità (ad esempio nella lavorazione di materie prime preziose). Talvolta erano invece le corporazioni ad imporre alle donne la stipulazione scritta del contratto di apprendistato, soprattutto in settori importanti per la salute della collettività (come la confezione del pane).

Donne al lavoro nell’Italia e nell’Europa medievali (Secoli XIII-XV), Maria Paola Zanoboni, Jouvence, 2016

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