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Castel del Monte, oltre gli stereotipi

Copertina libro Ambruoso

Numerosi interrogativi si affollano intorno a Castel del Monte, edificato per ordine di Federico II di Svevia intorno al 1240 su un banco roccioso dell’altopiano delle Murge occidentali, in Puglia, a 18 chilometri dalla città di Andria.

Perché fu costruito su quella collina? Era un edificio completamente isolato, privo di difese e inabitabile? Perché fu scelta la pianta ottagonale? Ma, soprattutto, cos’è Castel del Monte? Era veramente un castello o, come si continua da affermare da più parti, un tempio, uno scrigno esoterico, un osservatorio astronomico, un hammam?

Il volume “Castel del Monte. La storia e il mito” di Massimiliano Ambruoso (Edipuglia) offre convincenti risposte a questi quesiti ripercorrendo la storia di Castel del Monte sulla base di quanto si evince dall’analisi delle fonti medievali, dalla lettura delle descrizioni effettuate dai viaggiatori dei secoli passati, dallo studio del monumento, in un serrato confronto con gli altri castelli edificati da Federico II e alla luce della vasta storiografia sull’argomento.

Al termine di questo percorso attraverso le fonti, il “castello” Castel del Monte si riappropria della sua originaria identità. In un continuo rimbalzo dalla storia al mito e dal mito alla storia emergono tutti i limiti di letture “alternative” inverosimili e incongrue, risultato e al tempo stesso punto di partenza di un insieme di luoghi comuni penetrati a fondo nell’odierna cultura di massa.

Non vi è opera di divulgazione sull’argomento che non introduca un elemento di mistero: incomprensibile, si dice, appare la dislocazione degli ambienti, poco funzionale per un loro utilizzo pratico, ma la cui fruizione sarebbe giustificabile solo immaginando percorsi iniziatici per fantomatici cavalieri; misteriosa la pianta ottagonale di questo edificio, le cui presunte coincidenze numeriche, geometriche e astronomiche alimentano congetture che conducono inevitabilmente a interpretazioni esoteriche prive di qualsiasi aggancio con la realtà storica; oscuro sarebbe il luogo ove sorge, quella collina ritenuta erroneamente isolata e lontana da ogni contatto con il mondo esterno, e dove si doveva giungere sempre e solo all’alba con un percorso di avvicinamento ritenuto anch’esso un itinerario iniziatico.

L’analisi storica, autentico asse portante del volume, sfata questi e altri stereotipi e si pone come un baluardo insostituibile contro le storture e le deformazioni del mito che ha avvolto Castel del Monte, stravolgendone nel sentire comune l’identità, le origini e le funzioni.

Al termine di una esauriente trattazione, volta a dimostrare, attraverso l’utilizzo delle fonti storiche, come Castel del Monte altro non sia se non un castello a tutti gli effetti, emerge chiaramente come il gioiello dell’architettura federiciana rappresenti un esempio paradigmatico di quel “Medioevo immaginato” e reinventato dalla nostra società contemporanea.

L’intento dello studio proposto è quello di restituire Castel del Monte alla sua storia, reagendo alla tentazione esoterica e alle mistificazioni per riportare la ricerca a un minimo di rigore scientifico.

La presentazione del libro è firmata da Franco Cardini. La prefazione è di Francesco Violante. La stampa è di Edipuglia (www.edipuglia.it).

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I Templari e la Calabria, una storia da riscoprire

La Calabria dei Templari

I Templari in Calabria, tracce e storie che si perdono nei secoli e che Giovanni Vittorio Pascale ha pazientemente scovato e ricostruito, senza indulgere in fantasie e misteri. Un lavoro lungo e preciso che ha portato alla riscoperta dei luoghi templari a Mileto, Seminara, Catona, Motta San Giovanni, Belcastro, Andali, Rocca Angitola, Cirò, Squillace. Oppure al legame tra la Calabria e il castello templare di Athlit, in Israele vicino Haifa, dove sono stati trovati reperti ceramici provenienti dalle magioni calabresi. Ne abbiamo parlato con l’autore al Festival del Medioevo 2018.

A quale epoca risale la prima testimonianza di presenza templare in Calabria?

«Fino all’uscita del mio testo, il più antico documento riguardante la presenza di possedimenti templari in Calabria era un atto di donazione, datato maggio 1210, con il quale Roberto de Say, conte di Loritello, concede a Guglielmo de Oreliana (Guillaume d’Orleans), Maestro delle “domus” templari di Sicilia, la coltivazione e lo sfruttamento della tenuta di Santa Barbara, vicina all’omonima chiesa, situata nel tenimento di Mileto (ne parlo nel capitolo dedicato a Mileto e Seminara). Ho però avuto la fortuna di incontrare, nel corso delle mie ricerche, un atto conservato presso la Biblioteca Comunale di Palermo che anticipa di sedici anni tale presenza. Si tratta della copia di un documento greco del 2 marzo 1194, accompagnato da una traduzione latina eseguita nel 1763 da Giuseppe Vinci, protopapa dei greci a Messina. Sostanzialmente si tratta di una permuta tra religiosi. Il presbitero Balcaes Nicipho e i suoi fratelli concedono «… nostrum agrum, quem habemus in Petrizi…» alla badessa Mabela di Sant’Euplio in Calabria, in cambio di un podere detto “del sacerdote Filippo”. Il particolare rilevante, e qui rispondo alla domanda, è che il terreno ceduto alla badessa confinava con dei vigneti “Tempureorum “ (τεμπουρεων): cioè dei Templari e si trovava nel territorio del Comune di Petrizzi il “fiore di pietra”, collocato nell’entroterra del Golfo di Squillace, sul versante ionico delle Serre catanzaresi. Delle vigne templari e dei terreni oggetto della permuta ho potuto estrapolare purtroppo solo una planimetria indicativa, presente nel testo. A onor del vero esiste una missiva di papa Alessandro III inviata tra il 1161 e il 1179 agli arcivescovi, vescovi e prelati di Capitanata, Apulia e Calabria concernente le modalità di sepoltura di frati e prelati presso le chiese templari, riguardante quindi anche i Templari di Calabria, riportata (la prima riguardante l’argomento) nel Regesto Vaticano per la Calabria di padre Francesco Russo, ma si tratta di un flebile indizio».

Cosa rimane oggi dei templari in Calabria: torri, magioni, castelli?

«In Calabria, in questo momento, non esiste una sola pietra, sulla quale si possa dimostrare documentalmente che essa abbia avuto attinenza con l’Ordine del Tempio, per cui, dal punto di vista archeologico e quindi strettamente “visivo” non abbiamo reperti, vestigia o ruderi che possano essere ricondotti con certezza ai templari. Nel mio libro tratto anche di alcune località (chiese) in cui si continuano a svolgere delle cerimonie, ritenendole per tradizione templari, ma che con la “Militia” non hanno alcun collegamento documentato. Rimangono invece molti indizi e documenti (processo, lasciti, atti notarili ecc.) che riguardano la presenza dei templari in Calabria. Elementi che ho cercato di raggranellare e mettere insieme in questo mio lavoro, per far avere al lettore una visione d’insieme, anche in Calabria, della presenza templare in circa duecento anni di vita dell’Ordine».

Qualcosa della Calabria è stato trovato in Terrasanta ?

«Sì, dedico proprio un capitoletto a questo argomento nel quale si parla della Protoceramica calabrese a Chateau Pelerin. Il castello templare, detto anche di Athlit, fu costruito tra il 1217 e il 1220, anno in cui ebbe il suo battesimo del fuoco con un attacco del Sultano di Damasco respinto dalla fortezza, che rimase sempre inespugnata fino al ritiro dalla Terrasanta. Era anche un carcere di “Massima sicurezza” perché confluivano prigionieri da tutte le province dell’Ordine. Nel 1229 Federico II si insediò nella fortezza ma i templari fecero di tutto per mandarlo via. Veniamo al punto. Una missione archeologica inglese, negli anni Trenta dello scorso secolo, condusse degli scavi aprendo un sito proprio nella zona di Athlit. Gli archeologi ipotizzarono che alcuni dei resti ceramici ritrovati potevano provenire da fornaci dell’Italia meridionale. Un ulteriore autorevole studio ha attestato che il 2% di questi reperti ceramici poteva provenire dalla Calabria. La datazione della ceramica ricade nell’intervallo storico riguardante il periodo di “vita” del Castello che va dal 1217 al 1291, anno in cui il castello fu abbandonato per motivi contingenti. La caduta di Acri nel mese di maggio aveva infatti messo fortemente in discussione la presenza crociata in Terrasanta, per cui anche la gloriosa e “invicta” roccaforte fu definitivamente abbandonata. Il tipo di ceramica calabrese ritrovata (protomaiolica a smalto povero) e il periodo di riferimento risultano compatibili con la produzione presente nello stesso periodo a Gerace e Tropea. Risulta difficile per ora azzardare ipotesi su come e perché la protomaiolica calabrese sia giunta in Terrasanta e specificatamente ad Athlit, ma lo scarso quantitativo deporrebbe per una presenza “occasionale” e non commerciale dei manufatti da essa ricavati. Verosimilmente costituiva parte dell’equipaggiamento personale di cavalieri, pellegrini o mercanti che dalla Calabria (dal Meridione) si recavano “Outremer” e facevano poi tappa a Chateau Pelerin».

Quali sono stati i rapporti dei templari con i Normanni e poi gli Svevi?

«Tutto dipendeva dai rapporti del papato con normanni e poi svevi. I templari erano l’altro braccio armato del Papa al quale erano immediatamente soggetti e a nessun’altra gerarchia esterna. Furono invece proprio i normanni ad attuare il disegno di latinizzazione del meridione d’Italia e della Calabria, combattendo contro bizantini e arabi. È bene inoltre considerare che i Normanni in generale (e quelli che attecchirono nel Sud Italia particolarmente) erano uomini molto inquieti e dinamici, dediti a viaggi continui per i più svariati motivi, lungo l’asse nord-sud dell’Europa, per cui non è da escludere (e qui scatenerò qualche ira) che l’Ugo“meridionale” sia poi lo stesso attestato nei diplomi d’oltralpe. Ma siamo agli albori del Tempio. I rapporti con gli svevi dipenderanno poi dagli altalenanti rapporti del Papa con Federico II (prima con Innocenzo III ed Onorio III e poi Gregorio IX che lo scomunicò due volte, nel 1227 e nel 1239). Lo stesso Federico II, nel 1239, giustificava la mancata restituzione dei beni confiscati ai Templari, e il freno imposto loro per acquisti di nuovi possedimenti con il timore che essi in breve tempo avrebbero comprato e acquisito tutto il Regno di Sicilia, che ritenevano essere fra le regioni del mondo quella per loro più adatta. Un episodio molto grave minò i rapporti già tesi tra l’Imperatore e il Tempio. Il trattato di Jaffa (18 febbraio 1229) stipulato tra Federico e Al-Kamil, con la cessione di Gerusalemme ai cristiani, non aveva messo in buona luce il Sultano d’Egitto nel mondo arabo; neanche il Papato esultava per lo strabiliante risultato ottenuto dallo svevo. Il trattato aveva però intensificato i già ottimi rapporti tra i due sovrani: li legava un sentimento di rispetto e stima reciproci oltre che l’amore comune per la Conoscenza. Federico II aveva in animo (dopo l’armistizio) di recarsi, senza scorta armata in pellegrinaggio al fiume Giordano. Geroldo, il Patriarca di Gerusalemme,e papa Gregorio IX non potevano perdere la succosa occasione e invitarono con una missiva segreta AL-Kamil a tendergli un agguato supportato dai templari. Con gli angioini i rapporti furono buoni perché lo stato maggiore templare, nel meridione d’Italia e quindi in Calabria, fu quasi sempre di origine francese in tale periodo».

Quando ci furono, alla fine, le accuse di eresia e gli arresti, ci sono stati processi ai templari in Calabria?

«Altra fonte importante in questa mia ricerca è stata effettivamente quella giudiziaria. Abbiamo infatti notizia di nove templari arrestati e consegnati al castellano di Barletta nel 1308. Tra questi tre erano sicuramente calabresi e precisamente Andrea da Cosenza, Bartolomeo da Cosenza e Oliverio da Bivona insieme a Giovanni da Neritone che era il precettore della “domus”di Castrovillari. Il processo venne poi celebrato a Brindisi e come sede del Tribunale ecclesiastico venne scelto un ameno luogo della campagna brindisina, in cui sorgeva una piccola cappella dedicata alla Vergine, vicino alla costruenda chiesa di Santa Maria del Casale. Gli atti riguardanti la Calabria, custoditi nell’Archivio Segreto Vaticano, sono riportati nel mio testo in appendice documentale insieme alla loro trascrizione e traduzione integrale. In essi troviamo notizia dell’allestimento a Brindisi, tra maggio e giugno del 1310, di una importante macchina processuale che portò poi sostanzialmente all’interrogatorio di solo due Templari e in veste esclusivamente di testimoni: Ugo de Samaja e Giovanni da Neritone. Quest’ultimo, precettore della “domus” templare di Castrovillari, fu arrestato e condotto a Cosenza dove venne rinchiuso nel castello della città bruzia. Da lì fu trasferito a Barletta e poi a Brindisi dove si è celebrato,a quel che si sa a oggi, uno dei due processi ai Templari del Regno di Sicilia. L’altro fu quello che si svolse a Lucera. Tra le preziose notizie che si possono cogliere dalle carte processuali, viene fuori anche un personaggio, la personalità di Giovanni da Neritone, con dei risvolti a volte anche umoristici. Sappiamo anche che le magioni templari in Europa dovevano assicurare la produzione continua di ogni tipo di mercanzia per sovvenzionare il “fronte” di Terrasanta ed a questa regola non si sottraeva la “domus” di Castrovillari. Infatti Giovanni nel rispondere alla domanda sul perché non avesse provveduto a correggere gli errori dei quali i confratelli si erano macchiati, ad un certo punto dell’interrogatorio si descrive alla commissione giudicatrice come una persona semplice, di campagna e poco influente nell’Ordine Templare, come lo erano d’altra parte molti dei precettori al di qua del mare».

Quando si parla di templari si corre sempre il rischio di sconfinare nella leggenda, perché?

«La risposta è molto semplice. L’argomento “templari” è diventato nei secoli, fino ai giorni nostri, così vasto e complesso che prima di iniziare una dibattito, una discussione o uno scambio di vedute, anche tra due persone solamente, non necessariamente in un convegno, bisogna premettere necessariamente da quale angolatura vogliamo vedere il fenomeno, altrimenti si apre un oceano nel quale si rischia di naufragare. Parliamo di storia? Parliamo di esoterismo e Via Tradizionale? Parliamo di templarismo massonico e non? E questo riguarda anche la lettura o l’acquisto di un libro. Cosa mi può dire quell’autore sui templari e da che punto di vista me ne sta parlando? Cosa mi voglio sentir dire? Ma anche dall’altra parte per chi scrive un libro le domande dovrebbero essere uguali. Cosa voglio dire, a chi mi voglio rivolgere? Comunque è una foresta, si spazia dal rigore documentale alla pura farneticazione. Il mio lavoro in particolare è concepito come una ricerca storica sulla presenza dei Templari in Calabria avente come corollario dello stesso tenore una breve digressione sulle vicende generali della “militia”. Tratto orientativamente il periodo che va dal 1120 anno di fondazione dell’Ordine, al 18 marzo 1314 giorno in cui venne messo al rogo de Molay».

Umberto Maiorca

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Con i piedi nel Medioevo

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«Nella società medievale — spiega l’autrice Virtus Zallot, studiosa di iconografia sacra che insegna Storia dell’arte medievale e Pedagogia e didattica dell’arte all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia — piedi e calzature erano figure parlanti: caratterizzavano gruppi e personaggi, indicavano gerarchie, ruoli e interazioni, erano protagonisti di gesti ed eventi della quotidianità e del rito, nel consueto o nello straordinario. L’arte ha esplicitato tali valenze attribuendo loro ulteriori significati espressivi (…) raccontando storie e frammenti di storia».

PIEDI DIFFORMI E DEFORMI – Tirannide di Ambrogio Lorenzetti, nell’Allegoria del cattivo governo (1338-1339) del Palazzo pubblico di Siena, è un’orrida donna strabica con zanne e corna. Dalla lunga veste fuoriescono zampe con artigli di rapace: una poggia sul dorso di un caprone, simbolo di lussuria. Le è accanto Frode, una bella ragazza elegantemente vestita ma con zampe dalle grandi unghie appuntite che allertano sulla sua falsità.

PIEDI CHE SOFFRONO – Tra tante disgrazie, un malanno meno grave e un miracolo meno clamoroso riguardano donna Prassede, che il piede se l’era rotto cadendo per un capogiro. Un piede seriamente malato è, invece, protagonista del miracolo di beata Umiltà vivacemente narrato da Pietro Lorenzetti in due degli episodi della Vita figurata della santa (1335-1340 circa). Nel primo un monaco, steso a letto con il saio alzato a svelare la gamba, ascolta avvilito e per nulla convinto il responso del medico che, rivolgendosi a due confratelli visibilmente affranti, proclama la sua sentenza: il piede va amputato.

SCALZI E CALZATI – Francesco, che aveva ricominciato a portare le scarpe per nascondere le stimmate, nelle immagini le toglie per esibirle. Più raramente indossa calzari, che le incorniciano senza coprirle. I suoi piedi nudi, de­potenziati del significato pauperistico, sono espositori degli straordinari segni che li rendono conformi a quelli di Gesù. Le stimmate, più che trafiggerli, li adornano come delicati tatuaggi o regolari bottoni, “decoro e ornamento, come pietruzze nere in un pavimento candido”.

LAVARE I PIEDI – Quanto più lo scarto sociale tra i protagonisti si accentuava, tanto più il gesto esprimeva l’abbassamento di colui che lo eseguiva, sino a configurarsi come volontaria autoumiliazione. L’esempio di massima asimmetria si realizzava quando un re lavava i piedi ai poveri. Luigi IX il Santo (1214-1270) esercitava il servizio in segreto, non solo per modestia ma anche per evitare i rimproveri di coloro che lo ritenevano incompatibile con la dignità regale.

LEVARE I CALZARI, I CALZARI LEVATI – Alcune immagini medievali mostrano calzature deposte accanto al letto di un malato o dormiente che (naturalmente) le ha levate prima di coricarsi. Non tale normalità giustifica tuttavia la loro presenza, poiché compaiono solo in determinate situazioni. Segnalano, in particolare, l’apparizione di un messaggero divino (Cristo, un angelo, un santo) che annuncia al malato o dormiente un importante e prossimo evento destinato a mutargli la vita, oppure a interromperla.

PIEDI CHE CALPESTANO – In altri casi un santo calpesta non lo strumento del martirio ma, direttamente, colui che lo ordinò. L’immagine sembra recuperare l’antica iconografia del trionfo militare, in realtà per ribaltarne la logica. Il martire che calpesta il carnefice nega infatti l’evidenza del racconto (storico, biblico o agiografico) e, con un “falso storico”, trasforma lo sconfitto in trionfatore. Il martirio infatti concede alla vittima vita eterna e gloria, al vincitore il castigo eterno e l’ignominia.

Virtus Zallot Brevi estratti da sei dei dieci capitoli del libro Con i piedi nel Medioevo Gesti e calzature nell’arte e nell’immaginario 2018, Il Mulino, 220 pagine con illustrazioni. Prefazione di Chiara Frugoni

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Processo a Colombo, scoperta o sterminio?

La copertina del libro su Colombo

“Speravamo di non vedere più scene del genere. Credevamo che l’abbattere statue fosse roba da Talebani. Da pseudo-stato islamico. Invece, è quanto accade, oggi, nella “civilissima” America, decisa a cancellare ogni tributo all’illustre genovese. Certo, Colombo ha le sue colpe. Fu, senz’altro, uno schiavista. Non meno di molti suoi contemporanei. Le fonti ne hanno rivelato i metodi brutali. Ma basta, questo, per decretarne la damnatio memoriae? O, piuttosto, le sue raffigurazioni possono fungere da monito? Su Colombo v’è ancora molta confusione: uomo del medioevo, uomo del rinascimento, uomo di scienza, cattivo amministratore, assetato d’oro e di ricchezze, fervente crociato, brutale assassino. Può darsi che qualcuna di queste definizioni gli sia confacente, anche se il nostro non è certo uno che si lascia incasellare. Ma ch’egli si sia macchiato d’un vero genocidio significa, forse, travisare i fatti. Ciò non vuol dire, tuttavia, ch’egli non possa assurgere a simbolo della sete di conquista dell’uomo bianco. Ad altri queste valutazioni. A noi interessa soltanto mettere un po’ d’ordine”.

Antonio Musarra

Antonio Musarra (1983) è assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di storia del Mediterraneo, di storia delle crociate, di storia marittima e navale e di storia politica, economica e sociale delle città italiane in età medievale. Tra le sue pubblicazioni: “Genova e il mare nel Medioevo”, Bologna, Il Mulino, 2015; Acri 1291. La caduta degli stati crociati, Bologna, Il Mulino, 2017; 1284. “La battaglia della Meloria”, Roma-Bari, Laterza, 2018; “Il crepuscolo della crociata. L’Occidente e la perdita della Terrasanta”, Bologna, Il Mulino, 2018. Ultima fatica “Processo a Colombo. Scoperta o sterminio?”, Viareggio, Edizioni La Vela, 2018.

Navigatore, avventuriero, assassino e schiavista: chi era Colombo?

«Cristoforo Colombo non è, certo, un tipo che si lascia incasellare. Tutt’oggi non è possibile affermare l’esistenza d’un consenso unanime in merito alla sua poliedrica personalità. Numerosissimi particolari della sua biografia – il luogo e la data di nascita (ma, fidatevi: era genovese!), la professione: (sua e della famiglia), il credo religioso, la cultura, le aspirazioni, l’eredità – sono ancora dibattuti. Da qualche decina d’anni, a ogni modo, la sua figura è stata sottoposta a revisione. Da eroico scopritore delle Americhe si è passati a sottolinearne la brutalità, sino a ritenerlo il primo dei conquistadores. Siamo lontani dai tempi in cui lo si voleva innalzare agli onori degli altari. Per non parlare della disputa – sterile – tra coloro che vedevano in lui un uomo già in qualche maniera “moderno” e chi, invece, ne sottolineava con forza l’ancoraggio al Medioevo. Oggi, queste discussioni hanno lasciato il passo a ben altro. Ma su una cosa possiamo essere certi. Colombo non era che un uomo del proprio tempo. Un tempo denso di contraddizioni e proprio per questo affascinante».

Quali sono le accuse mosse al genovese? Quella di genocidio appare eccessiva!

«In effetti, l’accusa appare, oltre ch’eccessiva, del tutto gratuita. Le fonti – i documenti, le cronache, perfino le scritture contabili – ci dicono ch’egli aveva in animo di compiere un’impresa mai tentata prima se non, forse, dai genovesi Vivaldi, spintisi nel “mare Oceano” nel lontano 1291 con l’intenzione di raggiungere le Indie praticando una rotta occidentale (probabilmente, circumnavigando l’Africa; e qui troviamo già, «il buscar el Levante por el Poniente» del navigatore). Tuttavia, i documenti ci dicono anche ch’egli cercava l’oro e commerciava in schiavi (non diversamente da molti suoi contemporanei; indios compresi). Che comminò mutilazioni e condanne a morte (ma nei confronti dei coloni spagnoli, come mostrano gli atti del processo intentato nei suoi confronti nel 1500). Che si macchiò di vari crimini a danno dei nativi (generalmente, di quelli a lui ostili). Ma che non gli passò mai per la testa di sterminare sistematicamente la popolazione mesoamericana. Questo, semmai, sarebbe venuto dopo. Insomma: Colombo non era, certo, un santo. Forse avrebbe fatto la sua sporca figura come pendaglio da forca. Senza dubbio, non fu un genocida».

Un busto è stato decapitato, una statua è stata rimossa. Come nasce quest’idea di processare e condannare alla dannazione della memoria il navigatore genovese?

«La genesi di tutto ciò è relativamente recente. Qualche avvisaglia s’era avuta negli anni Cinquanta; ma è soprattutto a seguito della grande stagione di studi inaugurata in concomitanza col quinto centenario della “scoperta”, nel 1992, che il navigatore ha iniziato a essere spogliato – e, dico io, per fortuna – dei tratti eroici di cui era ammantato. Ma, forse, con un eccesso di revisionismo (per carità: operazione sacrosanta, quando non ideologicamente orientata). Si è voluto sostituire la “scoperta” alla “conquista”, ma troppo repentinamente. Facendo di tutta l’erba un fascio. Al di là dei molti meriti che nuova lettura anti-eroica, senza dubbio, possiede, l’errore è stato quello d’accomunare Colombo e i conquistadores, facendone il prototipo di quelle masnade più o meno incontrollate che, effettivamente, perpetrarono stragi e massacri. Tutto ciò ha favorito il formarsi d’una coscienza favorevole alla condanna del navigatore, sviluppatasi in molti modi: nella deturpazione delle statue, nel loro abbattimento, nell’abolizione del Columbus Day – la festa degli italiani; la festa del contributo italiano alla crescita della nazione americana – in quella che si configura, oggi, come una vera e propria damnatio memoriae».

“Processo a Colombo”: da quali presupposti parte e a quali conclusioni arriva?

«In Processo a Colombo ho tentato di comprendere il motivo – se si vuole, la genesi – di tale repentino mutamento d’opinione; non solo in sede storiografica, ma anche nella mentalità dell’americano medio. Mi sono chiesto, innanzitutto, il motivo per cui Colombo sia così centrale nella storia degli Stati Uniti, ch’egli, del resto, non toccò mai. Si tratta di un rapporto relativamente recente, che si sviluppa a partire dalla fine del Settecento, quando le colonie nord-americane, resesi indipendenti, avvertirono la necessità di dotarsi di simboli propri. Al pari dei coloni nord-americani, Colomba aveva abbandonato il Vecchio Mondo per abbracciare un’esperienza nuova. Per di più, aveva subìto dai poteri forti sotto i quali aveva militato – ovvero, dai reali di Spagna – autentiche ingiustizie. In questo senso, l’Ammiraglio poteva ben assurgere a simbolo dei nuovi Americani, vessati dalla monarchia inglese, sotto la quale, invece, militavano coloro che, effettivamente, avevano esplorato il Nord America: Giovanni Caboto e Henri Hudson (Juan Ponce de Léon, lo scopritore della Florida, era ritenuto un eroe in Spagna; Giovanni da Verrazzano, che aveva raggiunto la baia di New York, era, invece, uomo di Francesco I di Francia). Di qui alla condanna della sua persona il passo è grande. Cosa è successo? Cosa c’è di vero nelle accuse di schiavismo, di razzismo, di disprezzo per il genere umano che, con sempre maggiore insistenza, sono addebitate al navigatore? La risposta è che non interessa. Colombo è assurto a simbolo della violenza colonizzatrice dell’uomo bianco. Il disinteresse per la vicenda storica non fa che nascondere, però, tutta l’incapacità statunitense di fare i conti con il proprio, di passato. Non è Colombo che interessa. Chi abbatte le statue intende abbattere un sistema che ha creato enormi sperequazioni. Solo che sbaglia obiettivo. Non è un caso se alle proteste non abbiano sinora partecipato le minoranze autoctone».

Ha senso processare la storia e i personaggi del passato con criteri propri della società contemporanea?

«Le conclusioni cui giungo rispondono esattamente a questa domanda. E vi rispondono in maniera negativa. “Processare” la storia è sempre sbagliato. Anzi, può rivelarsi perfino pericoloso. Non è compito dello storico il giudicare. Semmai, lo è il cercare di comprendere. Processo a Colombo invita a riflettere su questo. Non lasciatevi ingannare dal titolo: non si tratta d’un “processo” al navigatore ma d’un’analisi dei motivi che sottostanno al bislacco tentativo di “processare” il nostro. Il “processo” è l’oggetto».

Umberto Maiorca

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Il Medioevo e i luoghi segreti in Italia

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Luoghi segreti, sconosciuti, oppure difficilmente raggiungibili, velati di quel fascino misterioso collegato all’Età di mezzo. E ancora episodi di caccia che coinvolgono re e duchi, oppure storie d’amore all’ombra di una torre o di un convento. Residenze famose, tipo Castel del Monte, e romitori isolati e sconosciuti. Tutto questo lo si trova in “Alla scoperta dei luoghi segreti del Medioevo” di Mario Galloni ed Elena Percivaldi (Newton Compton editore). Il libro è stato presentato in occasione del Festival del Medioevo di Gubbio e quella che segue è la trascrizione di una chiacchierata con l’autrice nel lungo viaggio in Italia alla scoperta della sconvolgente bellezza della Penisola e della sua storia.

 

Elena Percivaldi al Festival del Medioevo a Gubbio

Alla scoperta dei luoghi segreti del Medioevo, segreti in quanto inaccessibili o mai visitati oppure perché nascondono leggende e misteri? «I luoghi di cui abbiamo scelti di parlare nel testo sono luoghi legati alla storia medievale, ma non notissimi al vasto pubblico e ai non “addetti ai lavori”. Abbiamo, in altre parole, selezionato tra i tantissimi castelli, borghi, abbazie e monumenti quelli che a nostro giudizio (perché li abbiamo studiati direttamente) ci sembravano meritevoli di essere raccontati. Alcuni – molti, per la verità – racchiudono leggende affascinanti: le abbazie di San Pietro in Valle a Ferentillo (Terni) e San Pietro al Monte di Civate (Lecco), ad esempio, sono legate a cacce “miracolose” da parte di principi o duchi longobardi; ci sono storie romantiche, come quella di Lotario e Imelda a Santa Croce al Chienti (Fermo), leggende dietro le quali si nascondono però significati ben più profondi. Ci sono poi storie intriganti che vedono protagonisti manoscritti, affreschi, capitelli e reliquie, ma anche città medievali di fatto scomparse, come Alessandria e Lodivecchio, le cui poche vestigia magari sfuggono allo sguardo disattento del turista (e spesso anche a chi ci abita da sempre….), ma custodiscono gioielli mozzafiato che vale la pena di ammirare. Un luogo, però, fa eccezione ed è un’eccezione voluta: Castel del Monte. Abbiamo scelto di includerlo anche se è un luogo notissimo perché, purtroppo, negli ultimi decenni è stato oggetto di tante speculazioni e letture spericolate senza alcun fondamento scientifico, al punto da essersi paradossalmente trasformato, di fatto, in un luogo poco noto. Da qui l’esigenza di ri-raccontarlo, fonti alla mano e lasciando perdere i facili esoterismi tanto popolari anche a livello mediatico. Castel del Monte è un luogo straordinario per il solo fatto di essere quello che è: un castello, simbolo in pietra della regalità sveva. Non ha certo bisogno di essere travisato per sprigionare il suo enorme fascino!». Qual è il filo che lega questi luoghi dalle Alpi alla Sicilia? «Non c’è un vero e proprio fil rouge se non, appunto, la volontà di raccontare luoghi magari poco conosciutin ma ricchi di storia, di bellezza e di memoria, che conosciamo bene e di sui ci siamo a vari livelli “innamorati”, e accompagnare i lettori alla loro scoperta o riscoperta. Di ciascuno di essi abbiamo cercato di individuare le particolarità e raccontarle con uno stile chiaro e avvincente. Speriamo che il libro possa avvicinare e catturare anche chi non ha una conoscenza approfondita del Medioevo ma ne è affascinato e vorrebbe saperne di più».

 

Presentazione del libro a Gubbio

Cos’è il Medioevo italiano a livello artistico e architettonico, come lo potremmo descrivere? «E’ impossibile anche solo pensare di definire mille anni di storia come un periodo omogeneo, quindi anche artisticamente direi che pretendere di definire gli stessi mille anni con pochi aggettivi sia quantomeno riduttivo se non privo di senso. Non esiste un Medioevo ma, forse, più “Medievi”, sempre ammesso che si possano definire tali: troppe le varianti, troppe le contaminazioni e i dialoghi, gli incontri e gli scontri, per poter classificare in maniera schematica l’arte che vi vede complessivamente la luce. Se ci atteniamo alla partizione cronologica tradizionale, nel “Medioevo” trovano spazio sia l’iconografia ieratica e simbolica di ispirazione bizantina che il “realismo” giottesco. Ci sono le decorazioni zoomorfe e geometriche di matrice barbarica, i simboli inquietanti dei capitelli romanici, la scenografica grandiosità gotica. Cos’è il Medioevo italiano? Provocatoriamente, direi, tutto e nulla. Volendo invece dare una risposta posata: è un mosaico coloratissimo, creato da tante mani diverse, in cui si coglie un anelito comune verso l’assoluto e dove riecheggia, nelle sue infinite varianti, un’accecante e sconvolgente bellezza». Com’è nato questo volume? «Il libro è nato direttamente dalla direzione editoriale di Newton Compton, che mi ha proposto di lavorare a questo titolo, dopo “La vita segreta del Medioevo” e “Gli antipapi” che con Newton ho pubblicato rispettivamente nel 2013 e nel 2014. Ho accolto, devo dire, subito l’idea con entusiasmo perché in questi anni mi sto occupando, per il mensile Medioevo, di analizzare e raccontare alcuni luoghi che costituiscono importanti vestigia medievali ma che risultano “nascosti” oppure, anche se noti (ma non notissimi!) sono talmente belli e complessi da meritare un’approfondita analisi storica e iconografica. In Italia per fortuna c’è solo l’imbarazzo della scelta. Nella prima bozza dell’indice i luoghi erano oltre 120, ma il lavoro rischiava di essere monumentale oppure, dovendolo contenere in un certo numero di pagine, troppo superficiale, quindi abbiamo operato una selezione. E’ stata dura: alla fine abbiamo deciso di trattare una sessantina di luoghi rappresentativi di tutta la penisola. Ma speriamo davvero, se i lettori ci premieranno e l’editore lo vorrà, di poter dare un seguito al lavoro con un secondo volume. Poi chissà…». Il libro è scritto a quattro mani, come vi siete divisi i compiti? «Diciamo che il testo è stato concepito globalmente come un viaggio alla scoperta della bellezza nascosta. Lo abbiamo fatto insieme io e Mario Galloni, che è mio marito, quindi ogni testo naturalmente è stato discusso e rivisto da entrambi. Però è naturale che ciascuno di noi due abbia voluto improntare le parti che ha scritto con il proprio punto di vista particolare, frutto delle proprie conoscenze e della propria sensibilità, che per forza di cose sono diverse. Dal punto di vista pratico, posso dire che io, essendo una storica di formazione e da sempre interessata agli aspetti legati all’arte e all’iconografia, mi sono cimentata nella stesura dei capitoli e delle parti che privilegiavano questi argomenti. Mario, che è un cronista di lunga data, ha invece usato la sua penna per raccontare i personaggi e le storie. Il mix di registri alla fine ci è piaciuto e speriamo che risulti efficace e stimolante anche per chi avrà la pazienza di leggerci». Di tutti i luoghi di cui hai scritto in questo volume, ce n’è uno al quale sei più legata e perché? «Più di uno per la verità… ed è anche per questo che li ho scelti. Si tratta di Castelseprio e di Cividale del Friuli, due formidabili luoghi della memoria legati ai Longobardi, un altro tema a me particolarmente caro sin dai tempi ormai lontani dell’Università. Ricordo con un pizzico di nostalgia quando, agli inizi degli anni Novanta, avevo chiesto a mio padre di portarmici per “verificare sul campo” e toccare con mano le conoscenze che andavo acquisendo via via sui libri. Allora era tutto diverso e più complicato: non c’era internet, trovare le informazioni non era semplicissimo, molti libri si trovavano solo nella biblioteca dell’Università ma forse proprio per questo il piacere della scoperta di questo straordinario patrimonio fu enorme, come un libro che si rivelava una pagina dopo l’altra. All’epoca, oltretutto, il “boom” longobardo, era ancora lontano: sarebbe cominciato nel 2001 con la grande mostra di Brescia per poi esplodere dopo il 2011 con l’ingresso nel patrimonio Unesco del sito seriale “L’Italia dei Longobardi”, e da allora molto – a cominciare da quanto aveva scritto G. P. Bognetti sulla stessa Castelseprio – è stato scritto, studiato, rivisto, corretto…. Omaggiare quei luoghi, così come gli altri che hanno visto i Longobardi protagonisti (Monza, Benevento, Pavia, per non citarne che alcuni) è stato un po’ come ritrovare e rivivere l’entusiasmo e i ricordi di quegli anni, e rinfocolare una passione che ho sempre coltivato fino ad oggi. Si tratta di luoghi straordinari, dove l’espressione artistica ha raggiunto vette assolutamente memorabili: basti pensare alla teoria di sante in stucco del Tempietto longobardo di Cividale, ieratiche e fuori dal tempo, all’altare di Ratchis con le sue figure stilizzate che costituiscono un vertice dell’espressività “barbarica” in chiave cristiana, oppure all’eccezionale ciclo pittorico di Santa Maria Foris Portas di Castelseprio, opera di un anonimo artista orientale la cui qualità ed espressività pittorica non ha nulla da invidiare a quella di un Giotto. Spero tanto che il libro riesca, nel suo piccolo, a trasmettere tutto l’amore e la passione che ho sempre provato nei confronti del Medioevo e che spinga il lettore ad avvicinarsi a quest’epoca, a torto tanto bistrattata, con occhi del tutto diversi. Se ciò avvenisse anche solo in minima parte, ne sarei estremamente orgogliosa».

Umberto Maiorca

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La versione del Guiscardo

copertina

Venivano dal freddo nord, chiusi nelle cotte di maglia, con le lunghe lance e gli scudi a goccia. In pochi anni eliminarono i bizantini e gli arabi e divennero padroni del sud Italia. Chi erano i normanni? Chi era Roberto il Guiscardo? Francesco Grasso racconta l’epopea dei normanni e della famiglia più importante.

Roberto il Guiscardo

“La versione del Guiscardo” è un romanzo storico. Perché, secondo te, sempre più autori scelgono di cimentarsi in questo genere letterario?

«Partirei dai lettori. Non c’è dubbio che i romanzi storici, oggi, siano apprezzati: basta entrare in qualunque libreria, riempiono scaffali interi. Secondo me il pubblico è attratto dalla Storia, ma vuole leggere qualcosa in più della cronaca che può trovare in manuali scolastici e testi di saggistica. Spesso questi ultimi risultano aridi per i non addetti ai lavori; la narrativa, invece, può andare oltre i fatti, veicolare le passioni, i dilemmi, i conflitti interiori di chi quei fatti li ha vissuti, rendere la Storia avvincente e fruibile. In più, credo che il pubblico italiano sia attratto dalla narrazione del passato perché è consapevole di avere in retaggio una grande Storia. Ricordo quell’augurio cinese (o forse è una maledizione?) “Possa tu vivere in tempi interessanti”. Be’, per gli italiani è sempre stato vero, in tutte le epoche, vale la pena ricordarlo. Dal punto di vista degli autori, io penso che scrivere romanzi storici rappresenti una sfida intrigante. Mi porto a esempio, ma penso valga anche per i colleghi… Quando io scrivo narrativa di fiction, il mio scopo è rendere plausibile una trama di mia invenzione. Se un lettore sfoglia un mio racconto e commenta “Accidenti, sembra una storia vera!”, allora so di aver vinto, per così dire. Al contrario, quando scrivo un romanzo storico, il mio scopo è narrare un evento reale aggiungendovi suspense, tensione, pathos e anche una certa dose di colpi di scena. Difficile, perché è come scrivere un giallo di cui tutti sanno già all’inizio chi è l’assassino e qual è il movente: si rischia la noia, come dicevo prima per la saggistica. Se invece, nonostante tutto, riesco a raccontare il puro evento storico in modo che il lettore commenti “Accidenti, questo non può essere vero!”, allora è lì che vinco veramente».

Perché hai scelto di raccontare l’arrivo in Italia dei normanni?

«Premetto che “La versione del Guiscardo” è il mio sesto romanzo storico. Tutti i precedenti narrano storie della Sicilia. Scelta obbligata: sono siciliano di nascita, voglio raccontare il passato della mia terra; non mi sentirei in grado di lavorare, come autore, su vicende e genti che non mi appartengono. Non sono uno storico, solo un narratore. Perché i normanni? Forse perché, in ogni famiglia siciliana, c’è sempre un fratello moro dagli occhi neri e un fratello biondo con gli occhi azzurri. Il sangue arabo si è mescolato con quello normanno in un crogiolo unico al mondo. Chi conosce Palermo sa che laggiù ci sono capolavori di arte figurativa araba medievale, quasi un ossimoro, visto che l’Islam proibisce di ritrarre la figura umana. Furono proprio i normanni a fondere la loro cultura “barbara” con l’arte araba (nella pittura, ma anche nella poesia, musica, architettura…) creando qualcosa di straordinario che non si è ripetuto in nessun altro paese. Ho voluto raccontarlo, anche come omaggio e ringraziamento, nel romanzo “La versione del Guiscardo” e negli altri volumi della mia trilogia sugli Altavilla. Voglio anche sottolineare come Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero, nonostante fossero nati in Normandia, abbiano vissuto gran parte della loro vita in Italia. Entrambi sono sepolti in terra italiana: Roberto a Venosa (provincia di Potenza), Ruggero a Mileto (provincia di Vibo Valentia). Il primo è stato duca di Puglia e Calabria, il secondo conte di Sicilia. Entrambi sono stati, a mio avviso, personaggi storici italiani».

Torre normanna

Hai parlato della Sicilia. Cosa resta, nel nostro meridione, dell’epopea dei normanni?

«Tutto il sud Italia, ad esempio, è pieno di torri normanne. Sono costruzioni molto caratterizzate, riconoscibilissime. Come ho scritto nel mio romanzo, in realtà i normanni, quando giunsero da noi, trovarono un paesaggio già incastellato, gremito di torri bizantine, ex-romane e longobarde. Ugualmente eressero le “loro” fortificazioni dappertutto. Perché? Io credo che gli Altavilla volessero marcare il territorio. E ci riuscirono: la dominazione normanna durò meno di due secoli, ma le loro torri si ergono ancora. Oltre alle torri e agli occhi azzurri che citavo, i normanni hanno lasciato altre tracce nelle contrade del sud. Nel folklore e tradizione popolare di molti paesi meridionali, ad esempio… Tra i tanti cito Gerace in Calabria (la piazza principale della cittadina si chiama “Piazza del Tocco” in ricordo dello scontro tra Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero, che narro nel mio romanzo) e Cerami in Sicilia (ogni anno, a maggio, vi si rievoca la battaglia decisiva che si svolse in quella località, ove i normanni sbaragliarono un esercito arabo superiore in numero per 10 a 1). Anche la celebre “opera dei pupi siciliani” nacque per veicolare a un pubblico analfabeta, in una sorta di teatro ambulante, l’epopea della riconquista cristiana dell’isola da parte dei normanni. Molti aneddoti sugli Altavilla, assenti nelle cronache di Goffredo Malaterra e degli altri storici, si sono invece tramandati grazie alle recite dei burattini che ancora oggi, dopo mille anni, vengono messe in scena in Sicilia».

Nell’incipit del tuo romanzo ho letto una frase del Guiscardo: “Prevalere con l’inganno non è meno nobile di sopraffare il nemico con la forza”. È questo il segreto che ha permesso al Guiscardo e ai suoi fratelli di ottenere i loro straordinari successi militari?

«Riguardo ai successi militari, in effetti furono straordinari. I fratelli Altavilla arrivarono in Italia come semplici mercenari, portando con sé quasi solo un cavallo e una spada. In poco più di un ventennio conquistarono i potentati longobardi, espugnarono le città bizantine, scacciarono gli arabi dalla Sicilia, sconfissero l’imperatore tedesco a Civitate, imprigionarono il Papa, divennero duchi e conti… Come vi riuscirono? Roberto, dicono le cronache, era un politico e diplomatico geniale, cinico come Ulisse e spregiudicato come Machiavelli. Utilizzava tattiche di intelligence militare, era poliglotta, s’intrufolava mascherato negli accampamenti e nelle città avversarie, corrompeva i generali nemici, non aveva remore a prendere in ostaggio papi e vescovi, metteva in atto campagne di disinformazione e discredito per chi lo osteggiava. Il Guiscardo non sembra neppure un uomo del medioevo… Per dissolutezza e ambizione può rivaleggiare con figure ben più moderne come Bismark e Talleyrand. Ruggero, al contrario, era quel che oggi verrebbe definito “cristiano fondamentalista”. Viveva il rapporto con la Fede in modo mistico, si sentiva investito di una missione divina: scacciare gli infedeli dalla Sicilia. Giacché, secondo lui, Dio lo guidava, non poteva certo venire sconfitto. Questo lo rendeva, in battaglia, audace ben oltre i limiti della follia. Cito un passaggio del romanzo: Ruggero informa Roberto della sua decisione di sfidare l’emiro di Palermo. Il fratello, realista, lo ammonisce: “Hai almeno idea di quanti nemici dovrai fronteggiare?”. Ruggero scrolla le spalle: “Al bastone non importa quanti lupi dovrà percuotere. Esso sa che il pastore lo brandisce per proteggere il gregge, tanto gli basta. Io sono il bastone dell’Onnipotente, cosa dovrei temere?”».

Puppi siciliani

“La versione del Guiscardo” è il secondo volume di una trilogia. Vuoi parlarci degli altri due romanzi?

«Il primo volume della saga si intitola “I due leoni”. Vi si narra, in prima persona sotto forma delle memorie di Ruggero, la conquista della Sicilia da parte del più giovane dei fratelli Altavilla. Il titolo richiama lo stemma che i normanni portavano su scudi e stendardi, appunto i due leoni. Ma si riferisce anche al rapporto di amore-odio tra i due protagonisti, Roberto e Ruggero, due autentiche fiere da battaglia che quando non erano impegnati contro un nemico comune lottavano l’uno contro l’altro. Il Guiscardo soleva dire, riferendosi al rapporto con suo fratello “Due leoni possono cacciare insieme, ma solo uno può comandare il branco”. Il terzo volume della trilogia sarà dedicato al figlio di Roberto, battezzato alla nascita Marco, ma che cambierà il proprio nome in Boemondo. Costui guidò i normanni alle crociate e divenne re di Antiochia; fu il primo Altavilla a raggiungere il traguardo – la corona – che suo padre aveva inseguito vanamente tutta la vita. Il romanzo è ancora in fase di scrittura. Quando sarà pubblicato spero di poter tornare qui a Gubbio, in un prossimo Festival del Medioevo, a presentarlo».

Umberto Maiorca

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Atlanti Celesti, l’età d’oro della cartografia

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Una mappa del libro Atlanti Celesti

“Comprendere e rappresentare i segreti del cosmo è un traguardo a cui l’uomo aspira sin dai tempi più remoti. Con il XVI secolo ha inizio l’età d’oro della cartografia celeste, un periodo ricco di ineguagliati capolavori. Fin dall’epoca degli antichi egizi e dei babilonesi, l’osservazione, lo studio e la rappresentazione del cielo notturno hanno rappresentato una sfida per l’uomo, sospeso tra la meraviglia di fronte alla luminosa volta celeste illuminata dalle stelle e il desiderio di una conoscenza e di una comprensione scientifica di quanto stava osservando. Questo libro, corredato da immagini delle più celebri, rare e suggestive mappe celesti mai realizzate dal XVI al XIX secolo, vi guiderà in un viaggio tra le costellazioni, introducendovi ai progressi portati avanti dai grandi astronomi del passato, alle interpretazioni più o meno fantasiose dei fenomeni celesti e alla evoluzione della conoscenza dell’universo da parte di chi ha fatto del suo studio la propria ragione di vita. Scoprirete come, in molti casi, arte e conoscenze scientifiche si siano fusi in maniera eccezionale, regalandoci mappe che sono veri e propri capolavori dell’ingegno e che, ancora oggi a distanza di secoli dalla loro realizzazione, sono capaci di trasmetterci lo straordinario messaggio per il quale sono state concepite”.

Elena Percivaldi, Atlanti Celesti, National Geographic

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Andalusia, l’invito al viaggio

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Andalusia di Franco Cardini

“In un dolce tardo mattino o in un torrido meriggio o in una fresca sera o in una notte stellata, una jarra di sangría è il minimo per godere di quel vino rosso leggero che è quasi un’espressione filosofica. Scrivere di Andalusia, pensare all’Andalusia, è impossibile a mente fredda e a cuore sereno. Se e quando ti provi a farlo, mille immagini t’invadono gli occhi.

L’Andalusia è uno spazio geografico, storico e mitico, ma anche uno spazio intimo. È un «finis terrae» europeo, cuore di molte culture – barbara ed eurasiatica, berbera e araba, sefardita ed ebraica – eppure, rispetto a tutte, appartato e remoto. In questo orizzonte quasi senza tempo, lungo sentieri roventi come la piana del Guadalquivir d’estate o gelidi come i picchi della Sierra Nevada d’inverno, incroceremo molti viandanti: da Averroè a Maimonide, da Cervantes a García Lorca, a Primo de Rivera, a Manuel de Falla, ciascuno di essi ha la sua Andalusia da narrare, da amare. Questo libro è un invito al viaggio: incamminiamoci allora, perché, pur inafferrabile e misteriosa, alla fine incontreremo la Terra della Luce”.

Franco Cardini, Andalusia, Il Mulino

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Dante Alighieri, una vita in esilio

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Dante. Una vita in esilio di Chiara Mercuri

“I giorni, i mesi, gli anni immediatamente seguenti all’esilio sono un tempo in cui Dante cerca di rappresentarsi la sua cacciata da Firenze come una faccenda esclusivamente politica. Cosa che nei fatti è, ma che il suo inconscio continua invece a percepire come una sconfitta personale. La sua del resto è stata anche una scommessa privata.

La scommessa di ascendere ai più alti gradi del governo della città, pur provenendo da una famiglia modesta e dissestata. La scommessa che Firenze potesse divenire, oltre che un modello di progresso economico, anche un modello di progresso politico. La scommessa di realizzare – dopo le riforme di Giano – una società più giusta, dove per valore potesse essere concesso a un uomo come Dante ciò che a Corso Donati era elargito per nascita. E nella nuova Firenze tutto questo era stato anche possibile, lo abbiamo visto: che un nobile decaduto come Dante divenisse priore, che un magnate come Giano si radunasse col popolo, che un popolano come Dino Compagni assurgesse alle più alte cariche del Comune. La scommessa di questo gruppo di persone nuove, che avevano tutte superato gli sbarramenti delle loro rispettive ascendenze sociali, era stata, dunque, in un primo momento vinta.

Ma subito dopo, irrimediabilmente, persa. Tutti e tre, in luogo di essere onorati per la loro militanza in favore della città, furono allontanati come criminali comuni: furono strappate loro le case, requisite le terre, interdetti i pubblici uffici, tenuti a lungo o per sempre in esilio. Spesso commettiamo l’errore di pensare all’esilio come ad una pena non così dura, come ad un semplice allontanamento dalla propria città. Ma l’esilio non è una migrazione, che certamente si porta dietro il dolore dello sradicamento, ma che non esclude comunque la possibilità di un rientro, magari momentaneo. L’esilio non è solo una mannaia che recide ogni tuo legame identitario, affettivo, sociale e politico, l’esilio è un mar Rosso che ti si richiude alle spalle, senza aprirti alcuna Terra Promessa; che ti lascia lì, in mezzo al guado, impossibilitato ad andare avanti, ma impedito pure nel tornare indietro.

Mandare qualcuno in esilio nell’Italia del Trecento significava fargli terra bruciata intorno, significava distruggergli il nido, buttargli giù la casa, pietra a pietra, sasso a sasso, trave a trave. Significava rendergli pure impossibile di costruirsene uno nuovo, in un’altra città, in un’altra terra, almeno nelle vicinanze di Firenze. Un esule non aveva grandi possibilità di restare a lungo in una delle città limitrofe, senza rischiare la vita; le pressioni di Firenze sulle altre città toscane erano micidiali e l’ordine di rendere impossibile e malfida la vita ai fuoriusciti era tassativo. Se per giunta il governo che ti aveva cacciato era particolarmente violento e senza scrupoli, intimava pure di eseguire la tua sentenza di morte fuori città, dovunque ti trovassi: in ogni momento un sicario stipendiato poteva prenderti la vita, mentre, a sera, ignaro rincasavi”.

Chiara Mercuri, Dante. Una vita in esilio    Laterza editore

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Il tempo dei lupi

Cattedrale di San Rufino ad Assisi, particolare con lupa

Nel libro “Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso” (Utet), il medievista Riccardo Rao ricostruisce come la superstizione popolare, la cultura dotta degli uomini di chiesa, ma anche le grandi trasformazioni dell’ambiente abbiano creato il mito del lupo europeo. Un percorso fra storia, letteratura, psicologia e biologia. A partire dalla celebre storia della bambina con il cappuccetto rosso che attorno all’anno Mille viene ghermita da un lupo e condotta nel cuore della foresta…

Il tempo dei lupi, Riccardo Rao, Utet

Il tempo dei lupi. A partire dal XII secolo, soprattutto grazie alla crescita delle città, l’Europa conosce un vero e proprio boom economico. E come adesso, quando c’è una forte crescita economica – basti vedere quanto avviene in paesi emergenti come la Cina e il Brasile – l’ambiente viene messo sotto pressione.

Gli ampi querceti che dominavano le pianure cadono uno a uno sotto i colpi delle asce dei contadini e dei boscaioli.

I disboscamenti sono enormi e questo approccio di “cancellazione” della dimensione naturale inizia a produrre conseguenze ambientali rilevanti, come l’intensificazione dei dilavamenti nelle aree collinari e fluviali.

In quest’epoca vengono anche popolate e messe a coltura aree che, per la loro posizione periferica, erano rimaste per lo più incolte: innanzitutto le zone paludose vicine ai fiumi, ma anche l’alta montagna.

A seguito dei disboscamenti e della crescita economica, i boschi che sopravvivono sono riqualificati per servire alle esigenze alimentari delle società contadine, divenendo coltivati o “domestici”, così come sono indicati in alcuni documenti dell’epoca: boschi disegnati e alterati dall’intervento umano.

Dal XII secolo si ampliano a dismisura le superfici a castagno, una pianta duttile, che fornisce legname e cibo attraverso il suo frutto.

In alcune aree d’Europa, l’economia fondata sull’uso di questa pianta è divenuta così importante da fare parlare di una vera e propria “civiltà del castagno”.

Legnaioli e contadini costruiscono persino case isolate e edifici all’interno del bosco, il cui volto è ormai distante da quello della prima parte del medioevo. Le fiabe ci insegnano che nel bosco si possono fare brutti incontri.

Brutti incontri. Si possono incontrare bestie feroci e malintenzionati. Ci si può perdere e vagare per giorni senza incontrare anima viva. Ma anche in quel caso, prima o poi, ci si imbatterà in qualcuno, un boscaiolo, un cacciatore o un contadino, perché i boschi sono popolati e persino abitati.

Da qualche parte, dove gli alberi si diradano e si apre un prato, c’è infatti una casa: può trattarsi di quella inquietante della strega di Hänsel e Gretel oppure della capanna dei sette nani che accolgono Biancaneve.

Ecco, quest’idea di un bosco dove prima o poi si incontra sempre una presenza umana è in buona misura debitrice alle trasformazioni tardomedievali del paesaggio.

Insomma, nel complesso i boschi si riducono e vengono popolati dagli uomini. I libri propongono spesso una narrazione trionfale dei grandi disboscamenti del XII-XIII secolo, presentandoli in toni epici come una sorta di Far West europeo. Rimangono invece sottotraccia i devastanti effetti prodotti sugli ecosistemi. Per esempio, l’uso intensivo da parte del bestiame delle rive dei fiumi, dove era stata ridotta al minimo la vegetazione di golena, ha ridotto la complessità biologica ed esposto maggiormente alle esondazioni. Ma soprattutto, se guardiamo nel complesso al bosco dobbiamo constatare che i suoi equilibri interni sono stati fortemente compromessi, con una riduzione massiccia delle specie selvatiche.

Cappuccetto rosso

Con le querce, abbattute dai disboscamenti, se ne sono andate o sono diminuiti in maniera consistente pure i branchi suini allevate allo stato brado. Non stupisce dunque che anche i lupi abbiano cambiato i loro comportamenti.

Finché il paesaggio boschivo era rimasto dominante e la disponibilità di prede ampia, gli attacchi del lupo nei confronti del bestiame erano rimasti contenuti. Del resto, in un’Europa rivestita di boschi, dove i cervi – per quanto eccezionalmente, come ci ricorda Gregorio di Tours – potevano persino entrare in città, il rischio per gli animali allevati dagli uomini era tutto sommato modesto e i maiali semi-selvatici, riuniti in greggi, riuscivano a cavarsela.

Le cose cambiano quando, nel tardo medioevo, i campi coltivati avanzano, spazzando boschi e incolti.

La grande stagione dei disboscamenti ha costituito uno degli attacchi più incisivi alle risorse ambientali. Ma questo nuovo modo di concepire la natura, in cui l’uomo si pone come il padrone, ha avuto conseguenze anche per il protagonista di questa storia, cambiando per sempre la vita del lupo europeo. La forte compressione dei boschi da un lato e dall’altro il loro utilizzo intensivo lo ha stanato dal suo habitat, sottraendogli le risorse di cui necessita. Lo ha indotto in stato di stress, privandolo di spazi sicuri e riducendo le sue prede.

Le abitudini del lupo. Il lupo si è dovuto abituare a uscire dal bosco, per cercare altrove il suo nutrimento, vicino alle case degli uomini, nelle stalle e dove riposano le greggi di pecore, di cui c’è una nuova disponibilità.

Infatti, un’altra trasformazione di quest’epoca consiste nell’enorme incremento dell’allevamento ovino, che si muove sulle strade della transumanza, verso gli alpeggi d’estate e giù in pianura d’inverno.

Non è un caso che le testimonianze degli attacchi dei lupi si concentrino in quest’epoca proprio in zone che hanno un pronunciato sviluppo della pastorizia ovina, come le Prealpi comasche e bergamasche, che l’industria laniera aveva trasformato in valli di pecore: alcuni testi agiografici del XIII secolo ricordano il miracoloso intervento di sant’Alessandro, san Defendente e santa Grata a favore delle popolazioni locali, terrorizzate dalle aggressioni dei lupi.

Per questa ragione, ancora nel XIV secolo, le comunità dell’alta Val Brembana ogni anno si recavano alla cattedrale di Bergamo per offrire tome di formaggio in cambio dell’avvenuta liberazione dai lupi: quasi come se i santi – o quantomeno il vescovo e i canonici della cattedrale – dovessero nutrire particolare riguardo per il bestiame delle valli, se volevano mangiarne i formaggi.

Ogni volta che si prova a fare un confronto tra le colonie lupine dell’epoca e quelle odierne, ci si scontra con l’assenza di dati certi: nei prossimi capitoli ragioneremo più analiticamente sui pochi numeri disponibili.

Tuttavia, anche soltanto in termini generali, immaginiamo che i lupi tardomedievali fossero senz’altro più numerosi di adesso. Le superfici boschive a loro disposizione erano invece forse minori di quelle attuali e comunque molto più intensamente sfruttate dall’uomo, sia per le attività di raccolta della legna, sia per la caccia, che riduceva di molto la disponibilità di ungulati.

Miniatura con il lupo e l’agnello

Rispetto al periodo precedente, aumentano le testimonianze di attacchi contro l’uomo e ciò non dipende soltanto dal fatto che le fonti scritte del tardo medioevo sono maggiori rispetto a quelle dell’epoca precedente.

Per fare pochi esempi – ma altri ne faremo nelle pagine che seguono – le cronache di area tedesca raccontano di uomini divorati, un numero imprecisato nei pressi di Paderborn nel 1119, più di trenta in Franconia nel 1271 e quaranta fanciulli in Renania, nei dintorni di Wattweiler, l’anno successivo.

Si tratta di cifre considerevoli, che delineerebbero una vera e propria emergenza, anche se questo genere di fonti ha spesso la tendenza a ingigantire – se non ad inventare di sana pianta – la portata delle aggressioni lupine.

Le indicazioni tratte dai documenti d’archivio, almeno per quest’epoca, rimangono complessivamente contenute. Tuttavia, è senz’altro possibile scorgervi un riflesso delle trasformazioni paesaggistiche a cui abbiamo accennato.

Il fatto che a Vicenza nel Duecento si progetti addirittura la costruzione di un muro a protezione del bestiame della città dai lupi mostra, per un verso, come questi ultimi intensifichino la loro frequentazione degli spazi urbanizzati, ma anche che la percezione che gli uomini hanno del pericolo sia innanzitutto legata alla difesa degli animali domestici.

Se i boschi sono ridotti e la selvaggina scarseggia, i lupi si rivolgono con maggiore insistenza agli animali domestici.

Gli attacchi aumentano, ma rimangono comunque episodi complessivamente limitati, che vanno valutati di volta in volta.

Non sempre infatti i lupi appaiono minacciosi: così sui Pirenei due pastori transumanti di Montaillou, a inizio Trecento, di notte lasciano le pecore incustodite nei prati vicini al villaggio «e se ne vanno dove vogliono fino all’alba», poiché, a loro dire, «non c’è da temere i lupi».

Insomma, gli uomini dell’epoca hanno commesso un errore riducendo eccessivamente gli spazi boschivi e incolti.

Senz’altro non sapevano fare diversamente: le conoscenze tecnologiche a loro disposizione consentivano di aumentare la produzione agricola soltanto attraverso l’ampliamento fino allo stremo delle superfici coltivate, piuttosto che incrementarne le rese attraverso un’agricoltura intensiva.

Così facendo, hanno però compromesso gli equilibri ambientali, favorendo comportamenti più aggressivi da parte dei lupi.

Riccardo Rao

“Contro il bosco: i nuovi paesaggi del tardo medioevo” è un capitolo del libro di Riccardo Rao “Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso” (Utet).

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