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I viaggi nel Medioevo

È in libreria I viaggi nel Medioevo (Odoya, 2020) dello storico tedesco Norbert Ohler.

Fonte principale dell’opera sono i diari di viaggio dei viaggiatori e dei pellegrini.

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione al volume, dalla quale scopriamo che, rispetto all’antichità, la velocità dei viaggi era diminuita a dispetto di una eterna voglia di mettersi in cammino per mete vicine o lontanissime.

L’autore esamina l’affascinante rete di vie che ancora oggi in parte sono alla base della nostra circolazione stradale.

Analizza motivazioni, pericoli, equipaggiamenti, mezzi di trasporto, locande e innovazioni, insieme agli animali da sella, da tiro o da soma utilizzati e alle regole di ospitalità che tutti avevano il dovere di rispettare.

Il desiderio di spostarsi in modo più veloce e sicuro deve essere stato particolarmente acuto nell’uomo del Medioevo, anche perché, rispetto all’Antichità, la velocità dei viaggi era diminuita: nel I secolo a.C., Cicerone riceve a Roma quattro lettere dalla Britannia; tre di esse impiegano ventisette giorni, la quarta trentaquattro, benché all’epoca in Gallia non fosse ancora stata terminata la costruzione delle strade romane, né vi fosse un perfetto servizio di corrieri. Milleduecento anni più tardi un espresso da Roma a Canterbury impiegò ventinove giorni, normalmente ci volevano più di sette settimane. Svetonio riferisce che Cesare era spesso più veloce delle voci sul suo arrivo.

L’antica Via della seta

Fino all’era moderna, tali prestazioni rimasero in Europa altrettanto irraggiungibili quanto la qualità delle strade romane. Il Medioevo europeo fu dunque un periodo di decadenza? Per quanto riguarda la circolazione via terra senza dubbio.

I nuovi governatori locali e regionali non disponevano più dell’appoggio finanziario dell’antico grande impero: trascurarono l’indispensabile ordinaria manutenzione delle opere d’arte architettoniche, per non parlare poi della costruzione ex novo di strade, ponti e gallerie. È indicativo che grandi opere architettoniche romane come gli acquedotti fossero chiamati “ponti del diavolo”; si riteneva impossibile che questi fossero opera dell’uomo: doveva essere stato il diavolo ad averli innalzati in una notte. Tuttavia non ci furono solo regressi.

Nel Medioevo, partendo dall’Europa furono colonizzate l’Islanda, la Groenlandia e per un certo periodo addirittura zone del Nordamerica, e furono esplorate la Cina e l’India.

I viaggi per nave di Raimondo Lullo

La seconda data miliare impone un’ulteriore precisazione: l’avanzata dell’Europa oltremare, destinata a cambiare il mondo, fu possibile solo perché erano state costruite navi in grado di affrontare il mare aperto, erano stati perfezionati (o importati da altre culture) gli strumenti nautici, addestrati gli equipaggi, raccolti i capitali; tutto questo fece sì che individui risoluti, in collaborazione con case regnanti o compagnie commerciali disposte ad assumersi i rischi, potessero osare ciò che fino ad allora era stato impensabile.

Spiegare la scoperta dell’America nel 1492 solo con gli spettacolari progressi nella navigazione significherebbe operare un’illecita riduzione della storia. Un tale successo fu possibile solo perché tecnica, diritto, economia e società, quali ambiti complementari, avevano raggiunto un grado di maturazione tale da accelerare il generale processo di sviluppo. Le conquiste – compresi i miglioramenti nel modo di viaggiare – furono favorite dal fatto che il progresso coesisteva con la decadenza, non di rado compensandola.

Da dove traiamo, in genere, le notizie sui viaggi degli uomini? Il Medioevo ci ha lasciato un numero quasi sterminato di fonti, in cui sono menzionati – per lo più incidentalmente – gli aspetti particolari che si riferiscono al viaggio: biografie, cronache, fatture, documenti liturgici, certificati, pratiche, registri doganali, rapporti sulla costruzione di ponti e ospizi, reclami riguardanti albergatori, resoconti dei viaggi, regali. Tali documenti sono di valore inestimabile, ma non bisogna sottovalutarne le insidie celate dietro la lingua, la rappresentatività, come pure le prevenzioni e gli interessi degli autori in possesso di una cultura letteraria.

Per lunghi secoli questi documenti furono scritti nella lingua dei dotti, i quali si servivano di vocaboli latini per designare cose aventi solo una certa analogia con i corrispondenti oggetti antichi, come un esempio può illustrare: reda designa nel latino classico una carrozza di lusso a quattro ruote; nel Medioevo, a nord delle Alpi il termine reda è spesso usato per indicare un carro a un solo asse o una lettiga. Una componente non irrilevante – il fatto di avere quattro ruote – manca quindi del tutto, in cambio è reso qualcos’altro: sia nella lussuosa reda, sia nella lettiga, si viaggiava relativamente comodi. Quanto viene detto di Tolosa nel XII secolo vale anche per Spira nel secolo XIII?

Le fonti narrative sono molto più ricche di valutazioni di quanto non lo siano ad esempio i documenti ufficiali; d’altro canto spesso non è possibile stabilire ciò che è luogo comune, pregiudizio o idealizzazione. A questo si aggiunge il fatto che molti autori trascurano proprio ciò che noi vorremmo sapere. Nella biografia di Bennone di Osnabrück, ad esempio, a proposito delle vicissitudini e delle privazioni che il vescovo dovette sopportare durante un viaggio verso Roma al tempo della lotta per le investiture si dice:

Se volessimo raccontare nei particolari queste e tutte le altre cose che egli fece allora, allungheremmo la nostra esposizione senza alcun profitto

Anche minore è l’interesse di molti autori nei confronti dei realia. I cronisti dell’epoca evidentemente non erano affatto consapevoli di quello che agli occhi dello storico di oggi, a posteriori, può sembrare una rivoluzione: ad esempio l’invenzione della staffa, che permetteva di montare a cavallo più comodamente, o la realizzazione di carri con l’asse anteriore mobile; perlomeno non si riteneva che tali innovazioni meritassero di essere tramandate.

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Le fonti scritte sono integrate dalle miniature sui manoscritti medievali, dai sigilli, dalle monete, dalle sculture. Ma anche le fonti figurative destano interrogativi particolari: la nave o il carro trainato da cavalli che l’artista ha voluto riprodurre sono proprio quelli che si usavano ai suoi tempi? O forse gli interessava solo un prototipo, per il quale esisteva una raffigurazione convenzionale? Una nave doveva essere rappresentata solamente in quel certo modo? Come nelle opere letterarie esistono luoghi comuni (ad esempio per descrivere un santo, un essere malvagio, un paesaggio ameno), così ve ne sono anche nelle arti figurative, diversi a seconda dell’epoca, della località o del paese e del committente.

Il numero di manoscritti medievali, di illustrazioni e sigilli non può essere aumentato (se si prescinde dal fatto che ogni tanto in qualche biblioteca o archivio si rinviene un codice, o sotto vari strati di tintura viene alla luce un quadro); in cambio danneggiamenti, incendi, cattiva manutenzione causano spesso perdite irreparabili. Alla diminuzione complessiva del patrimonio scritto si contrappongono le fonti archeologiche, il cui numero e la cui qualità sono pian piano cresciuti in modo straordinario; grazie alle sofisticate tecniche di recupero e ai metodi di interpretazione del materiale, si è giunti a conoscenza di ambiti sui quali le fonti scritte si pronunciano solo di rado, inclusa la realtà quotidiana del viaggio nei millenni passati.

Grazie alle scoperte archeologiche subacquee, oggi siamo bene informati sull’aspetto, le dimensioni, il carico e l’equipaggiamento tecnico delle imbarcazioni antiche e medievali. Anche qui, a dire il vero, l’interpretazione dei reperti crea abbastanza spesso delle difficoltà: la nave di Oseberg, recuperata nel 1903, era una nave di rappresentanza, non progettata per gli usi quotidiani, o è il modello tipico di centinaia di altre navi?

La nave vichinga di Oseberg (Museo delle navi vichinghe di Oslo)

L’interpretazione del reperto è ancora più difficile nel caso di arredi funerari: un carro oppure una nave rappresentano un dono votivo, un giocattolo o la riproduzione naturalistica di un oggetto d’uso comune? Se un giocattolo presenta dettagli degni di nota, allora bisogna chiedersi: è possibile che le innovazioni siano state in un primo tempo sperimentate per gioco? Anche nel Medioevo e nell’Antichità giochi e giocattoli sono stati importanti per l’apprendimento e le invenzioni?

L’alterabilità del materiale complica l’interpretazione del reperto da parte dell’archeologo: molti oggetti importanti per il viaggio erano di materiale facilmente deperibile o addirittura infiammabile. Ponti, case, carri e navi, e a volte anche le fortificazioni stradali, erano fabbricati in legno; vestiti, carte geografiche, scarpe, briglie e finimenti per le cavalcature e le bestie da tiro erano di tessuto o di pelle. Essi si sono logorati con l’uso, sono marciti, bruciati, sono andati distrutti nelle inondazioni o nei naufragi. Alcuni frammenti trovati nelle tombe spesso devono essere completati perché sia possibile interpretarli. Che gli esperti poi si trovino d’accordo o meno in queste operazioni di completamento è un’altra questione.

Norbert Ohler

Norbert Ohler I viaggi nel Medioevo Odoya, 2020 Per ulteriori informazioni: www.odoya.it papetti@odoya.it

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Mediterraneo, oltre la geografia

Il Mediterraneo non è solo geografia, ricordava lo scrittore Predrag Matvejevitć.

Risalendo alla definizione di “mare salato” dei Greci, che per primi lo definirono ἅλς, cioè “sale”, Roberta Morosini nel libro Il mare salato. Il Mediterraneo di Dante, Petrarca e Boccaccio, (Viella, 2020) prova a “leggere” il Mediterraneo come spazio letterario.

Qual è il ruolo del mare nella Commedia di Dante? Come viene rappresentato e cosa significa per Petrarca? E come ne parla Boccaccio?

In un appassionante viaggio tra testo e immagine, il libro analizza e ricostruisce questi tre modi diversi di vedere il Mediterraneo.

Se si pensa alla definizione di Mediterraneo in termini di medium terre tenens, adottata anche dalla storiografia italiana e che dà il titolo a un magistrale studio di Cyprian Broodbank, essa tiene principalmente conto dei popoli che vivono sulle sue coste: uno spazio uniforme, abitato da culture simili per quel che riguarda le loro abitudini, lingue, credo religioso, attività economiche, forme di organizzazione politica.

Il Mediterraneo (isola di Stromboli) [foto: Stromboli adventures]

Non c’è un vero tentativo di concettualizzare quel mare, come per esempio avviene nel Phaedo di Platone, dove Socrate parla di un lacus, cioè uno stagno, intorno al quale vivono rane e formiche.

La parola mediterraneus cominciò ad essere usata con il suo significato marittimo – cioè “mare interno”, situato “tra le terre” – solo molti anni dopo.

La troviamo, per esempio, nei Collectanea rerum memorabilium di Solino, che fa riferimento a un passo dalla Naturalis historia di Plinio il Vecchio: Plinio si chiede da dove provenissero i maria omnia interiora; Solino riformula le parole di Plinio, cambiando la frase in unde maria mediterranea caput tollant. Isidoro invece, chiama il Mediterraneo mare magnum, specificando che attraversa l’Europa, l’Africa e l’Asia.

Le statue di Dante, Boccaccio e Petrarca sul porticato degli Uffizi a Firenze

Giovanni Balbi – fa notare Antonio Musarra – contò in toto orbe habitabili almeno trenta bacini marittimi simili. Solo in seguito finì per spiegare la parola mediterraneus nei termini di medium e terra uniti dal verbo teneo: di conseguenza, mediterraneus veniva usato per quel mare “che quasi occupava il centro della terra”.

Anche per Boccaccio è così:

Mediterraneum mare et id rudibus demonstrandum est. Est enim quicquid maris ab Abyla Mauritanie et Calpe Hispanie promontoriis, Herculis columnis, ab Occeano immissi habemus; eo Mediterraneum nuncupatum quia per medias effundatur terras, cum in circuitu stet Occeanus.

(Mediterraneum mare, in De diversis nominibus maris, VII)

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Non alieni dalla nostra analisi del Mediterraneo come “valle d’acqua” sono i suoi discordanti lidi, intesi qui come volle Virgilio quali litora litoribus contraria (Aen. IV 628), a significare cioè la ricchezza che risiede nella diversità dei popoli e delle loro religioni, che va al di là del mero dato geografico e geo-fisico.

Del resto, in una delle prime genealogie marittime, Isidoro di Siviglia faceva notare che i mari prendono il nome dei popoli che vivono sulle loro rive (a gentibus), “dalle isole” vicine, “dai destini umani” conservati dalla memoria, “in ricordo dei sovrani”, “secondo i costumi degli abitanti” o “dalla transumanza dei buoi” (a bovis transit-Bosphores).

Roberta Morosini

Roberta Morosini Il mare salato. Il Mediterraneo di Dante, Petrarca e Boccaccio Viella, 2020

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Bitonto, capitale dell’olio

“Olivicoltura, produzione e commercio dell’olio a Bitonto nel XV secolo” è il titolo del libro di Vito Ricci, arricchito dalla prefazione di Gabriella Piccinni (SECOP Edizioni, 2020).

L’albero dell’olivo è presente anche nello stemma cittadino, almeno dalla seconda metà del XIII secolo. Il commercio cominciò ad essere regolamentato dalla monarchia angioina a partire dalla fine del Duecento.

Nel XV secolo si diffuse l’impiego dell’olio a scopo alimentare, soprattutto a seguito del maggior consumo di ortaggi e verdure da parte delle persone meno abbienti, i cosiddetti “mangiafoglia”.

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Possiamo tranquillamente affermare che la storia della città di Bitonto da sempre sia stata legata all’olivicoltura: già in epoca classica si riscontrano delle monete battute dalla zecca cittadina con la rappresentazione di una civetta e di un ramoscello di olivo, entrambi simboli collegabili a Minerva, dea venerata dalle antiche popolazioni bitontine.

Lo stemma della città di Bitonto

L’albero dell’olivo è presente anche nello stemma cittadino, almeno dalla seconda metà del XIII secolo. Su una lapide, sotto allo stemma, è inciso anche l’esametro: AD PACEM PROMPTUM DESIGNAT OLIVA BOTONTUM (l’olivo designa Bitonto pronta alla pace), riferimento al carattere pacifico degli abitanti. L’olivo caro e sacro a Minerva, l’olivo simbolo della pace, certamente; ma questi elementi sono anche rappresentativi dell’importanza e della diffusione di tale coltura nel territorio bitontino sin dall’Antichità e di come l’olio abbia svolto un ruolo fondamentale nell’economia e nello sviluppo di Bitonto.

Non bisogna dimenticare che, almeno dall’epoca angioina, ovvero da quando disponiamo dei dati di natura fiscale grazie alle cedole di tassazione, Bitonto era uno dei centri di maggiori dimensioni, demografiche ma anche economiche, della Terra di Bari, ma anche del Regno di Napoli, assieme a Barletta, Trani e Bari.

Nel corso del periodo basso-medievale Bitonto fu una delle capitali dell’olivicoltura e della produzione dell’olio in Puglia e forse anche nel Mezzogiorno. L’olio bitontino era particolarmente rinomato e godeva dell’apprezzamento sia nel mercato interno che in quello estero, trovando diffusione grazie ai commerci praticamente in tutto il bacino del Mediterraneo orientale. Piuttosto interessante dal punto di vista storico ed economico è la situazione nel corso del XV secolo, ai prodromi dell’età moderna, per la quale mancano degli studi specifici. Alcuni riferimenti alla produzione e al commercio dell’olio in questo frangente storico sono contenuti nel lavoro di Francesco Carabellese nel primo volume de La Puglia nel XV secolo ove pubblicò ampli stralci dei protocolli del notaio Pascarello de Tauris.

Proprio le fonti notarili sono ricche di informazioni molto significative, in particolare gli atti di Angelo Benedetto di Bitritto, altro notaio attivo a Bitonto nella seconda metà del Quattrocento. Si tratta di documentazione quasi del tutto inedita che apporta un contributo innovativo allo studio dell’olivicoltura e dell’olio a Bitonto. L’analisi dei documenti, oltre a numerose informazioni di natura qualitativa, ha consentito anche la rilevazione di dati di natura quantitativa come, ad esempio, il prezzo di un albero di olivo o di una vigna di oliveto, il canone di locazione pagato, la durata dei contratti agrari, la retribuzione dei lavoratori impegnati nella raccolta delle olive e nel ciclo di produzione dell’olio, il prezzo e le quantità dell’olio trattate sul mercato.

Molto efficace laddove è stato possibile, è risultata la comparazione con altri importanti centri oleari della Terra di Bari, come Giovinazzo, Molfetta o Monopoli, oppure del Salento, come Ostuni e Gallipoli.

Panoramica di Piazza Cattedrale, nel centro storico di Bitonto

All’inizio del Quattrocento, superate definitivamente le avversità della metà del secolo precedente, l’olivicoltura anche in relazione con la forte richiesta di olio da parte dell’industria tessile settentrionale, riprese vigore e accrebbe il suo grado di specializzazione in particolare nel quadrilatero compreso tra Bisceglie, Terlizzi, Bitonto e Bari tornando a rappresentare la principale fonte di reddito; le estensioni di oliveti caratterizzavano oramai il paesaggio agrario pugliese, come emerge da resoconti di mercanti e pellegrini di passaggio.

La maggior parte degli oliveti attestati nel territorio di Bitonto era a nord e nord-est (in direzione dello sbocco a mare di Santo Spirito e di Giovinazzo), nonché ad est (lungo il confine con Bari e Modugno) della città, sebbene non manca qualche testimonianza anche sul versante murgiano.

Per la seconda parte del XV secolo vi sono oltre un centinaio di menzioni di oliveti negli atti del notaio Angelo Benedetto di Bitritto che abbracciano un arco temporale che va dal 1458 al 1486, sebbene la copertura non sia sempre continuativa per tutti gli anni del periodo. Gli oliveti erano gestiti dai conduttori in forma di mezzadria, con divisione del prodotto tra proprietario e mezzadro in parti variabili, oppure in locazione con il pagamento di un canone annuo medio di circa 20 tarì. Entrambi i contratti, mezzadria e locazione, in genere avevano durata di medio termine, con maggiore preferenza per i 5 anni. Si riscontrano anche esempi di pratica enfiteutica (la facoltà di godere di un fondo altrui con l’obbligo di migliorarlo e di pagare al proprietario) soprattutto con la concessione da parte di enti religiosi o di singoli chierici.

Gli oliveti godevano anche di un discreto interesse sul mercato immobiliare: una pianta di olivo aveva un costo di 5 tarì nel 1462, mentre dieci anni più tardi tale valore era sceso a 3 tarì, grosso modo in linea con quelli fatti registrare in altre località olivicole. L’olivicoltura aveva carattere estensivo, essendo le piante piuttosto distanziate una dall’altra, e tali spazi venivano utilizzati dai contadini per colture di tipo seminativo o leguminose. La raccolta delle olive avveniva a cavallo tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, con avvio tradizionalmente nel mese di novembre.

Il trasporto dell’olio nel Tacuinum sanitatis

A Giovinazzo, altro importante centro olivicolo non molto distante da Bitonto, nel 1415 gli Statuti dell’Università autorizzavano i cittadini a raccogliere le olive dal primo novembre di ciascun anno. Dai documenti notarili si apprende come nella raccolta fossero sovente impiegate donne e bambini, manodopera stagionale, la cui retribuzione era molto contenuta: due ragazzini per tutta la stagione olivicola (3-4 mesi) percepivano una paga di appena 12 grana: 6 grana a testa, quando un tomolo di frumento, circa 15 chilogrammi, aveva un prezzo oscillante tra i 15 e 20 grana.

Nel corso del XIII secolo, nelle campagne tra Bitonto e Giovinazzo, caratterizzate da sempre più intensa olivicoltura, ebbero maggiore importanza e visibilità le masserie olivicole che erano dotate di ambienti e strutture per la molitura delle olive e la produzione dell’olio (trappeti).

I frantoi in Terra di Bari erano ubicati in aperta campagna, negli stessi luoghi di raccolta delle olive. Molto spesso erano collocati nelle cripte delle cave presenti nelle lame (frantoi ipogei), ambienti dove le temperature erano più adatte a garantire una migliore riuscita delle pratiche di oleificazione.

La scelta dei contadini di ricavare i trappeti in ambienti ipogei era dettata sia da motivi di carattere economico che di tipo climatico. Dai documenti del notaio Angelo Benedetto di Bitritto nel periodo in esame sono ricordati una ventina di frantoi, alcuni erano ubicati all’interno delle mura cittadine e talvolta finivano anche per dare il nome ai quartieri. Essi appartenevano ad enti religiosi (la mensa vescovile, l’abazia di San Leone, il convento di San Francesco), ecclesiastici o privati, tra i quali emergono diversi notai e alcune famiglie impegnate nel commercio dell’olio come i Bove, i Rogadeo e gli Scaraggi, tutte proprietarie di frantoi ancora oggi esistenti sebbene allo stato di ruderi. Una volta prodotto l’olio dalla frangitura delle olive in frantoio esso veniva conservato in botti o barili di legno.

A Bitonto nella seconda metà del Quattrocento sono documentati due magistri buctarii. Dalle botti l’olio veniva travasato in vasi di ceramica grandi (vegetes) o piccoli (vegeticule) per evitare il contatto con la feccia. L’utilizzo del materiale ceramico, almeno per Gallipoli, più essere ascritto al XV secolo, mentre in precedenza i vasi oleari erano in rame.

Torre di Richizzi, masseria tra Bari e Bitonto (foto: Onofrio Pinto)

Nel medesimo periodo cominciò a decollare l’impiego dell’olio a scopo alimentare, soprattutto a seguito del maggior consumo di ortaggi e verdure, crude o cotte, spesso condite con olio di oliva. Largo uso se ne ebbe nel Mezzogiorno, dove i ceti meno abbienti ebbero l’epiteto di “mangiafoglia” per il gran consumo di verdura. Sul consumo delle olive abbiamo qualche cenno nella normativa fiscale del 1475, nella quasi si menzionano le olive per ponere in acqua et per salare, due modalità ancora oggi utilizzate per la preparazione e la conservazione.

Nel corso del XV secolo Bitonto era uno tra i maggiori centri commerciali pugliesi da qui l’olio prendeva la direzione verso il mare Adriatico: nel porto di Santo Spirito (la marina della stessa Bitonto), oppure a Giovinazzo o a Trani, dove avevano sede le filiali dei mercanti veneti tra i principali acquirenti dell’olio pugliese, prodotto utilizzato nell’industria tessile settentrionale, per la produzione del sapone o per essere esportato nell’Europa settentrionale.

Sono documentati anche mercanti fiorentini (Strozzi, Medici) in rapporti d’affari con la famiglia bitontina degli Scaragggi. Persino la duchessa di Milano, Isabella d’Aragona, nel 1514 acquistava, per il tramite del suo procuratore Francesco Planelli, un grosso quantitativo di olio, per il valore di 300 ducati, da alcuni produttori di Bitonto.

Tra il 1457 e il 1487 il prezzo di uno staio di olio si mantenne mediamente intorno ai 3 tarì, mostrando una lieve riduzione verso la fine del periodo in esame, quando costava circa 2 tarì e un quarto. Nei documenti si riscontrano almeno tre tipologie distinte di prodotto: il bono oleo claro puro et zalino (giallino, giallastro), quello di qualità più pregiata, l’oleo claro et zalino e l’oleo musto (olio non filtrato di colore torbido opalescente).

Dal Libro Rosso di Bitonto si desumono molte notizie relative alla normativa fiscale alla quale era assoggettato l’olio, il cui commercio cominciò ad essere regolamentato dalla monarchia angioina a partire dalla fine del Duecento. La principale forma di tassazione era costituita dalla decima olei. Le norme fiscali sottolineano l’importanza dell’olivicoltura con numerose forme di tutela degli alberi: prevedendo pene severe per chi danneggiava le piante, nel Seicento è documentata la berlina, e sanzioni pecuniarie elevate.

Una buona disponibilità di olio di oliva consentiva il suo utilizzo per la produzione di sapone, discretamente documentata a Bitonto, sebbene solo su scala locale, certamente non ai livelli di grandi produttrici, ed esportatrici, come Venezia e Ancona. Il sapone che si ricavava a Bitonto era quello di colore nero, di qualità e prezzo inferiore rispetto a quelli flavo e albo che invece si importavano dalla Serenissima.

Vito Ricci

Vito RicciOlivicoltura a Bitonto nel XV secolo. Terre, uomini, produzioniprefazione di Gabriella Piccinni,SECOP Edizioni, Corato 2020.

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Titivillus, il demone dei refusi

La storia poco nota del curioso “demone dei refusi” raccontata da Julio Ignacio González Montañés in Titivillus. Il demone dei refusi (Graphe.it edizioni, 2018). Un personaggio scaturito dall’immaginario medievale, rappresentato attraverso figure demoniache cui spesso erano attribuite doti nella scrittura.

Titivillus, descritto come intento ad annotare su una pergamena peccati, pettegolezzi o omissioni liturgiche, oppure a distrarre la concentrazione di monaci e fedeli, in tempi più recenti, grazie a un fraintendimento o a un giocoso travisamento, si è trovato a incarnare il diavolo dell’errore tipografico. Ma questo aspetto del demone non figura nei testi medievali: è una creazione francese della seconda metà del secolo XIX.

Titivillus in una miniatura del sec. XIV

Sul finire del secolo XII nella letteratura medievale europea, soprattutto nell’omiletica (l’arte dello scrivere e del pronunciare omelie e sermoni), compare un demone – al principio senza nome ma conosciuto come Titivillus da Guglielmo d’Alvernia – la cui funzione è quella di annotare su una pergamena le sillabe e le parole omesse dai chierici durante la messa, la recita delle Ore e nel canto liturgico, per poi presentarle a Dio come prova incriminante nei loro confronti nel giorno del Giudizio.

Ben presto Titivillus amplia le sue funzioni, incaricandosi anche di annotare le parole inutili (ociosa verba, vaniloquia…) dei fedeli in chiesa e, soprattutto, delle donne, considerate pettegole e maldicenti di natura. Dinanzi all’ingente numero di mancanze, il demone si vede costretto ad allungare la pergamena con i propri denti in modo da avere maggior spazio per scrivere. Il che, in alcune versioni dell’exemplum, dà vita a una situazione comica, visto che a causa dell’eccessivo allungamento la pergamena finisce per rompersi e il diavolo sbatte la testa contro un muro o sul pavimento, provocando le risate di quanti possono vederlo.

Dal secolo XIX gli è attribuito anche il ruolo di distraente nei confronti degli amanuensi negli scriptoria medievali per indurli in errore, fatto che avrebbe fornito una giustificazione facile ai copisti – e in seguito ai tipografi – per gli errori, di cui unico responsabile sarebbe risultato sempre Titivillus.

Titivillus è il diavolo in alto a destra nel dipinto del 1485 La Vergine della Misericordia attribuito a Diego de la Cruz, conservato nel monastero di Santa Maria la Real de las Huelgas a Burgos, in Spagna

Ho già avuto modo di segnalare in alcuni lavori sull’argomento che questo aspetto di Titivillus non figura nei testi medievali e non figura nell’arte del Medioevo: è una creazione francese della seconda metà del secolo XIX a partire da un’associazione di idee di Victor Le Clerc diffusa nei dizionari dell’epoca e resa popolare da Anatole France.

Tuttavia, a oggi, è un luogo comune considerarlo come il diavolo patrono degli scribi e degli stampatori: una convinzione dura a morire perché è verosimile e si ricollega a un’antichissima tradizione che attribuisce ai demoni le abilità di grammatici e scrittori associandoli ai libri.

Gli exempla medievali sull’operato di Titivillus si connettono a una credenza delle origini del cristianesimo (le Apocalissi di Giovanni e Sofonia, il Discorso sull’Incarnazione di Proclo di Costantinopoli), che sostiene l’esistenza di Libri della Vita in cui angeli e demoni annotano le opere buone e i peccati di ogni essere umano per poi presentarli, alla loro morte, come prove nel Giudizio universale. Tuttavia, in nessuno degli oltre cento testi dei secoli XII-XVII in cui si menziona Titivillus o la sua leggenda c’è il benché minimo riferimento all’attività di colui che confonde gli scribi e sembra chiaro che, almeno nel Medioevo, nessuno lo abbia considerato patrono della calligrafia e che nemmeno nel Rinascimento sia stato visto come demone degli stampatori come si afferma dal secolo XIX fino ai nostri giorni.

Tanto nella letteratura come nel teatro e nell’arte, Titivillus a volte agisce accompagnato da altri demoni che incitano i fedeli alla maldicenza, distraggono i monaci e annotano mancanze e peccati che poi consegnano a Titivillus, che a sua volta li inserisce in una relazione generale.

Titivillus appare tra gli altorilievi che impreziosiscono la facciata della basilica di San Pietro extra moenia di Spoleto. Nell’episodio La morte del giusto, la bilancia che pesa la sua anima, pende dalla parte dei buoni. San Pietro libera il giusto. Il demone mostra nel cartiglio tutta la sua contrarietà: DOLEO Q(uia) AN(te) E(rat) MEUS (“Mi affliggo perché prima era mio”). Ma San Pietro non approva. E colpisce in testa Titivillus con il suo mazzo di chiavi

Nella Summa Predicantium di John Bromyard, per esempio, Titivillus è accompagnato da Grisillus che si incarica di appuntare le parole omesse dai laici mentre lui si concentra su quelle dei chierici: nella Stanza on the Abuse of Prayer di John Audelay (ca. 1426) Titivillus incita al peccato e chi si incarica di annotare le mancanze è il suo compagno Rofyn.

Julio Ignacio González Montañés

Julio Ignacio González Montañés Titivillus. Il demone dei refusi Graphe.it edizioni, Perugia 2018.

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Baldovino IV di Gerusalemme, il re lebbroso

La storia sorprendente di Baldovino IV di Gerusalemme, il re lebbroso (Graphe.it edizioni, 2019) di Ilaria Pagani è il sesto titolo della collana I condottieri, curata da Gaetano Passarelli. Divenuto re il 15 luglio 1174, ad appena 13 anni e gravemente malato di lebbra, l’ elezione di Baldovino IV era stata decisa solo per colmare lo iatus temporaneo tra i candidati al trono di Gerusalemme. Ma il giovane si dimostrò capace di governare la feroce guerra intestina tra le fazioni cristiane per il controllo della Terra Santa e di difenderla da uno dei uno dei più grandi strateghi di tutti i tempi, Saladino. Rimasto celebre per la vittoria nella battaglia di Montgisard, condotta personalmente e vinta issando la reliquia della Vera Croce, Baldovino sarà ricordato dallo stesso condottiero musulmano come l’artefice di una sconfitta “grande come una catastrofe”.

Miniatura tratta dal manoscritto L’Estoire d’Eracles, una traduzione francese della Historia rerum in partibus transmarinis gestarum di Guglielmo di Tiro, dove Guglielmo stesso, precettore del giovane Baldovino, riconosce in lui i sintomi della lebbra (ca. 1250, British Library, Londra)

Nel 1174 l’Alta Corte del Regno di Gerusalemme, formata da ecclesiastici di rango e feudatari laici, si riunì per prendere una decisione e all’unanimità votò per l’elezione del giovanissimo Baldovino come re di Gerusalemme; ogni dubbio circa la sua salute fu messo da parte per evitare guai peggiori e non mostrare alcun segno di debolezza davanti ai nemici.

Sembra davvero impossibile pensare che le notizie sulle condizioni fisiche del principe non fossero note a tutti i componenti dell’assemblea, le corti infatti hanno sempre funzionato tutte nello stesso modo, ovunque. Dunque i membri del consiglio non potevano non sapere che, con tutta probabilità, e dati certi sintomi, si trattava proprio di lebbra.

Bernard Hamilton ha analizzato puntualmente tutte le motivazioni pratiche che condussero i grandi del Regno a prendere questa decisione. Sibilla era ancora nubile e ancora troppo giovane per esercitare il potere da sola come già altre donne avevano fatto in oriente, secondo costumi anche in questo caso più aperti rispetto all’Europa. Chiamare al potere uno dei signori degli altri regni crociati non era una strada percorribile: Boemondo III di Antiochia, Raimondo III di Tripoli, tutti erano sì imparentati con la casa regnante a Gerusalemme, ma c’erano ragioni per non chiamarli in gioco, si temeva di sguarnire il nord, si temeva l’influsso che i bizantini mantenevano su Antiochia e il Conte di Tripoli non era abbastanza conosciuto dai suoi pari di Gerusalemme, ovvero non offriva sufficienti garanzie.

Insomma solo una serie di circostanze fortuite permise che un ragazzino di tredici anni, minorenne, chiaramente malato, per cui la diagnosi di lebbra era ormai più che un sospetto per tutti, fosse eletto re di Gerusalemme. La minore età sarebbe durata ancora fino ai quindici anni, un tempo che si riteneva sufficiente per porre rimedio alla situazione, ovvero il tempo necessario per trovare un marito adatto per Sibilla.

La battaglia di Montgisard in un dipinto di Charles-Philippe Larivière (1842, Sala dei Crociati, Reggia di Versailles)

Il giovane re, nonostante il male, incarnava la tradizione cortese, era di bell’aspetto, di mente pronta e ottima memoria, due qualità che erano già state riconosciute in suo padre e che ne facilitavano i progressi negli studi; amava i racconti, e aveva già dimostrato ottime attitudini come cavallerizzo. Questa descrizione potrebbe apparire viziata, in quanto ci arriva dal tutore del giovane, da quel Guglielmo di Tiro che era tra le persone che a corte più dovevano essergli affezionate, eppure, se vista alla luce della storia successiva, appare veritiera. Non risulta affatto difficile credervi poiché le qualità descritte sono quelle tipiche del cavaliere medievale, come ci è stato tramandato dalla tradizione cortese; Baldovino aveva assorbito i valori della cortesia dal suo precettore, dall’ambiente aristocratico in cui viveva, essenzialmente francese, in cui la lettura dei romanzi dell’epoca, dalla Chanson de geste a Chretien de Troyes, come abbiamo già notato, doveva essere diffusa; il cavaliere non era più solo chi praticava il mestiere delle armi, bensì chi viveva secondo le regole della cortesia e del rigore morale, lontano da ogni volgarità dell’anima.

Baldovino dimostrò tante qualità, soprattutto fu la vera incarnazione dello spirito della crociata, più di molti suoi predecessori. Le cerimonie di incoronazione reale si tenevano di norma di domenica, il giorno del Signore, di cui il re è l’unto, il consacrato in terra, ma quella di Baldovino IV avvenne nella Basilica del Sepolcro di lunedì, 15 luglio 1174, giorno in cui ricorreva l’anniversario della presa di Gerusalemme, data troppo simbolica e importante perché se ne trascurasse il significato politico-religioso.

A partire da questo primo elemento vedremo svolgersi progressivamente un percorso di vera e propria identificazione della figura del re con la guerra santa e il Sepolcro, con la stessa città di Gerusalemme, soprattutto dopo che il re ebbe raggiunto la maggiore età.

Ilaria Pagani

Ilaria PaganiBaldovino IV di GerusalemmeCollana I condottieri, a cura di Gaetano PassarelliGraphe.it edizioni, 2019

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Il Grifo e il Leone. Genova e Venezia in lotta per il Mediterraneo

Mi sento turbato, illustre doge, profondamente turbato e, se ne vuoi sapere l’esatta ragione, ti dirò che ciò che temo sono le tempeste che ci fremono intorno e i sommovimenti che dovunque vediamo; ma per tralasciare i lamenti su tutto il genere umano, o italiano, io piango le cose italiane.

Chome nacque discordia tra Genova e Vinegia. Miniatura tratta dal codice lucchese delle Croniche di Giovanni Sercambi (1348-1424)

Corrono ora alle armi due potentissimi popoli, due fiorentissime città; per dirla in breve, due astri d’Italia, che molto opportunamente, a mio parere, madre natura ha collocato da una parte e dall’altra ai limiti della terra d’Ausonia, in modo che, stando voi a settentrione e a oriente ed essi a mezzogiorno e a occidente, e controllando voi l’Adriatico e loro il Tirreno, il mondo quadripartito riconoscesse che, pur dopo l’indebolimento e il declino dell’impero di Roma (per non dire la sua prostrazione e la sua morte), l’Italia è ancora regina. E se l’arroganza di alcuni popoli vuole pur mettere in discussione questa sua sovranità sulla terra, certo non ci sarà alcuno tanto impudente da volerla negare sul mare.

Ma se ora – cosa che non vorrei né vedere né presagire – rivolgete contro voi stessi le armi vittoriose, è inevitabile che periremo per i colpi delle nostre stesse mani e che, spogliati di nuovo dalle nostre stesse mani, perderemo la gloria e il dominio del mare conquistato con tante fatiche pur senza perdere quel conforto che già altra volta avemmo nelle nostre sventure: che i nostri nemici poterono sì godere delle nostre disgrazie, non vantarsene.

Andrea Dandolo, opera di Lorenzo Moretti Larese del 1861. Il busto fa parte del Panteon Veneto, conservato presso Palazzo Loredan

Con queste parole – date a Padova il 18 marzo del 1351 –, Francesco Petrarca invitava il doge veneziano, Andrea Dandolo, eletto al sesto scrutinio il 4 gennaio del 1343 – appassionato cultore di memorie patrie, raccolte in una Chronica brevis, oltre che nella celebre Chronica per extensum descripta, interrotta due anni prima della morte, avvenuta nel 1354 –, a porre termine al conflitto che, da circa un anno, vedeva Genova e Venezia nuovamente impegnate in una lotta senza quartiere.

Il poeta – che agiva a titolo personale, ma che, di lì a poco, si sarebbe fattivamente adoperato in favore della pace per conto del signore di Milano, l’arcivescovo Giovanni Visconti – toccava corde inusuali:

Nessuno, vi prego, possa trarvi in inganno: voi intraprendete una guerra contro un popolo fortissimo e invitto e, cosa che dico con maggior amarezza, italiano. Potessero essere vostre nemiche le città di Damasco o di Susa, di Menfi o di Smirne, e non quella di Genova! Magari combatteste contro i Persiani o gli Arabi, contro i Traci o gli Illiri! Che fate ora voi? Se qualche rispetto è ancora per il nome latino, coloro che volete distruggere vi sono fratelli, e ahimè, non soltanto a Tebe ma in Italia si armano l’una contro l’altra schiere fraterne, dolente spettacolo per gli amici, grato ai nemici. E qual fine alla guerra se, siate vincitori o vinti (incerto è il gioco della fortuna), sarà inevitabile che una delle due luci d’Italia dovrà spegnersi e l’altra oscurarsi? Sperare di conseguire una vittoria incruenta contro tanto nemico, vedi se sia segno di generosa fiducia o di assurda pazzia.

L’aulico periodare dell’aretino coglieva la sostanza del problema mediterraneo. La rivalità tra i due «astri d’Italia» era radicata. Le sue ragioni poggiavano tanto nella geografia, quanto nelle scelte dei rispettivi abitanti. Collocate «ai limiti della terra d’Ausonia», a capo del Tirreno, l’una, dell’Adriatico, l’altra, Genova e Venezia erano andate affermandosi quali potenze marittime di grande rilievo, acquisendo un ruolo strategico nelle relazioni tra Oriente e Occidente, da un lato, tra Mezzogiorno e Settentrione, dall’altro.

Il leone di san Marco (foto: Nino Barbieri)

Era stata la crescente concorrenza commerciale sviluppatasi nel Mediterraneo – e, in particolare, nel Mediterraneo orientale, a seguito della conquista veneziana di Costantinopoli, nel 1204 – a dare abbrivio al confronto. In gioco v’era la sopravvivenza d’un sistema cui nessuna delle due intendeva rinunciare.

Sia l’una, sia l’altra avevano trovato nel mare il mezzo principale per accrescere le proprie fortune. A ciò si aggiungeva l’ombra dell’ideologia, tesa a preservare quell’honor civitatis di cui si sostanziava buona parte del discorso politico del tempo, che si esplicava nella denigrazione dell’avversario e nell’affermazione di un’identità mercantile e guerriera al tempo stesso.

Tale rivalità metteva in discussione l’unica priorità che, agli occhi del poeta, spettava alla penisola: il «dominio del mare». Non è un caso se, il 22 maggio successivo, nel rispondere al poeta, Andrea Dandolo, tralasciando di soffermarsi sulle motivazioni del conflitto, si piccava di sottolineare la pericolosità della rivale, vera nemica della pace, giustificando la guerra quale unico rimedio per ripristinare la concordia perduta:

Quanto hanno abusato della nostra sopportazione? Per quanto tempo ci ha molestato la loro rabbia? E la loro audacia senza freni si è scatenata inutilmente. e magari avessero contaminato solo ai nostri tempi quel buon nome italiano che abbastanza spesso voi piangete come al tramonto, ma quanto la loro doppiezza abbia ottenebrato il diadema di colei che chiamate regina, è lamento vecchio. Si sono resi ostile il mare, nemiche le singole nazioni, sono odiosi al mondo; quanto ai loro costumi ne accolgo una minima parte perché non può accordarsi con altri chi non sa con se stesso. Si dica che ciò che diciamo non è vero, e noi proveremo che non si può negarlo; e chi ciò conosca noi non riteniamo così disonesto, così temerario o così folle da non riconoscere che noi abbiamo agito a nostro buon diritto. Molte cose si potrebbero dire, ma le tralasciamo per porre fine alla lettera. Abbiamo intrapreso una guerra solo per ottenere una pace onorevole per la patria, che ci è più cara della vita, e per mostrare che, se veniamo disprezzati, sappiamo comportarci in modo abbastanza duro e violento. Avremo costretto alla pace e alla rassegnazione un nemico che ora, nonostante sia quasi liquidato, ancora resiste e tergiversa. Non abbiamo scrupolo alcuno a muovere guerra contro chi non sa minimamente sopportare la pace.

L’attuale stemma della città di Genova

Lo scontro tra Genova e Venezia non faceva che destabilizzare ulteriormente una penisola attraversata da lotte civili, dilaniata dalla peste nera, preda d’enormi contrasti.

Agli occhi dell’aretino, tale situazione poteva risolversi solamente mutando mentalità: sostenendo quel tentativo d’egemonia sull’Italia centro-settentrionale espresso dai milanesi Visconti; i quali, peraltro, nell’ottobre del 1353 avrebbero effettivamente ottenuto la signoria di Genova e, con essa, l’onere di sostenere le ultime fasi del conflitto sino alla sua naturale conclusione.

Operazione, questa, quanto mai necessaria, a fronte del rinnovato dinamismo della corona catalano-aragonese, installatasi nel Meridione insulare, desiderosa d’allargarsi sul continente, cui solo la politica unificatrice viscontea avrebbe potuto rispondere con efficacia. Il bene d’Italia – afferma Petrarca – era da preferire; soprattutto, bisognava evitare che la penisola diventasse preda dei «barbari»:

Riflettete voi, uomini magnanimi e potentissimi popoli – ciò che infatti dico all’uno intendo dirlo ad ambedue e se rivolgo a te questo mio scritto è per la rispettosa familiarità che ho conto il valore e per la vicinanza dei luoghi; riflettete voi, dico, dove spingete l’animo vostro, quale sia il prezzo dell’ira, quale il limite dell’odio; riflettete sulla vostra salvezza e, dato che in gran parte dipende da voi, su quella di tutti; e non dimenticate che se la furia di questa guerra imminente non verrà smorzata da una fonte di pietà, dalle ferite che si preparano non sgorgherà sangue numantino o cartaginese ma italiano; il sangue di coloro che, se qualche schiera barbarica – come pure talvolta ha osato anche se mai impunemente – dovesse irrompere nei nostri territori, sarebbero i primi a prendere con voi le armi per la difesa delle sorti comuni, a esporre con voi il loro petto alle armi nemiche e alla morte, che voi stessi proteggeste coi vostri scudi e i vostri corpi, esattamente come loro farebbero con voi, loro che con voi inseguirebbero il nemico in fuga dopo aver vinto la sua flotta e che con voi vivrebbero, morirebbero, combatterebbero, trionferebbero.

Andrea del Castagno, Francesco Petrarca, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri (affresco, 1450, Galleria degli Uffizi, Firenze)

Il poeta, dunque, proponeva al doge veneziano qualcosa d’improbabile: l’alleanza con la rivale, con lo scopo di contrastare la crescente talassocrazia catalano-aragonese. I due «astri d’Italia» avrebbero dovuto impegnarsi per riaffermare il dominio del mare – l’«imperium maris» –, spingendosi sino ai confini della terra, là dove finiscono le mappe:

Di una cosa sola porgo supplica prostrato in pianto davanti ai signori di due popoli: gettate le armi funeste, datevi le destre, scambiatevi il bacio della pace, congiungete gli animi agli animi, le insegne alle insegne. Alle vostre navi saranno così aperto gli oceani e le porte del mare Eusino, e i popoli e i re vi verranno incontro pieni di ammirazione; vi temeranno gli Sciti, i britanni e gli Africani; sicuri i vostri marinai navigheranno senza paura verso le spiagge dell’Egitto, della Fenicia e dell’Armenia, verso i porti un tempo temuti della Cilicia, verso Rodi un giorno signora del mare, verso i monti della Sicilia e i monti del suo mare, verso le Baleari tristemente note per le antiche e nuove piraterie e infine verso le Isole Fortunate e le Orcadi, e verso Tule, isola famosa ma sconosciuta, e verso tutte le plaghe australi ed iperboree. Solo che non temiate reciproche offese, non dovrete temere di nessun altro.

Con ciò, gli appelli petrarcheschi non tenevano conto della realtà d’una rivalità plurisecolare, incancrenitasi nell’ambito di grandi scontri marittimi, nelle diuturne azioni di corsa, nelle lunghe prigionie, nelle molteplici richieste di risarcimento inevase.

Il conflitto tra le due città, in atto da tempo, non era più riconducibile esclusivamente al topos della rivalità mercantile, che n’era stato, comunque, motore primario. Cresciute in potenza sui mari, tese ad affermare la propria egemonia sulle principali rotte di commercio, le Genova e Venezia erano andate ricorrendo a ogni mezzo, lecito o illecito, pur di sopravanzare l’avversario e dimostrare al mondo la propria superiorità.

In gioco v’era sì la supremazia sulle rotte di commercio; e, dunque, il mantenimento d’un benessere diffuso, garantito dalla frequentazione dei principali mercati mediterranei e pontici: quei mercati raffigurati verosimilmente nel celebre mapamundus dipinto nel Trecento nella loggia di Rialto, le rotte per raggiungere i quali erano contemporaneamente tracciate su carta da Giovanni di Carignano e Pietro Vesconte, cartografi genovesi.

Non bisogna sottovalutare, a ogni modo, il desiderio di costruire e affermare la propria identità nel confronto con l’avversario: un’identità prettamente bellica, capace di trasporre in un ambiente marittimo gl’ideali di forza e possanza propri, sulla terraferma, dell’uomo a cavallo.

Antonio Musarra

Antonio Musarra

Il grifo e il leone. Genova e Venezia in lotta per il Mediterraneo

Laterza, 2020

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La vita gloriosa e spericolata di Carlo Zen

Carlo Zen. L’eroe di Chioggia (Graphe.it edizioni, 2018) è il quarto titolo della collana I condottieri, curata da Gaetano Passarelli per la casa editrice perugina. Il libro di Nicola Bergamo è un affascinante ritratto di un uomo dalla vita gloriosa e spericolata. Fu uno dei più grandi condottieri della Serenissima: ammiraglio, eroe di guerra, salvatore della patria in occasione della “guerra di Chioggia” contro Genova. Ma subì anche un processo per tradimento, e venne condannato per evasione fiscale, prima di essere celebrato dai suoi concittadini con esequie grandiose. Un guerriero pronto ad ogni battaglia ma capace anche di fondare un circolo culturale, una delle prime accademie d’Europa e di portare a Venezia i maggiori sapienti del suo tempo.

Certo che leggendo le vicissitudini di Carlo Zen vien da pensare che Bertolt Brecht non abbia capito un tubo: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” fa dire il drammaturgo tedesco a Galileo. Invece averne di eroi così, di personaggi che hanno dedicato tutte le proprie notevolissime capacità militari al servizio dello stato, la repubblica di Venezia.

Forse, proseguendo con la massima di Brecht, si può dire che Venezia non aveva bisogno di eroi, il suo essere repubblica faceva sì che le responsabilità di governo fossero collettive e non prerogativa di un signore o di un principe, come accadeva altrove. Però se qua e là un eroe emergeva, proprio male non faceva.

Busto di Carlo Zen, opera di Angelo Giordani precedente al 1847

Non ce ne sono tanti di personaggi così fulgidi come Carlo Zen nella storia di Venezia: Enrico Dandolo che conquista Costantinopoli (ma i bizantini non sarebbero d’accordo, ovviamente), Sebastiano Venier a Lepanto, Francesco Morosini nel Seicento, forse Angelo Emo, ma ormai a fine Settecento non erano più tempi. Di quello spessore difficile trovarne altri. E poi, non possiamo nascondercelo, un pizzico di tornaconto personale non mancava mai. Il patriziato era sempre diviso in fazioni e questi personaggi erano uomini del loro tempo, ben inseriti nei meccanismi del potere e quindi facevano parte dell’uno o dell’altro gruppo che si batteva per il controllo delle magistrature veneziane. Per questo avevano nemici: non si deve pensare che le loro gesta raccogliessero consensi unanimi, anzi.

Altri patrizi erano gelosi delle imprese vittoriose, e varie magistrature storcevano il naso di fronte al potere che questi eroi sembravano poter accumulare nelle loro mani. Francesco Morosini, tanto per dire, esce dalla basilica di San Marco con il corno dogale in testa e il bastone da Capitano generale da mar in mano e dopo la sua morte viene varata una legge per impedire che a qualcuno in futuro passi per l’anticamera del cervello di cumulare i simboli delle due cariche. Quando Angelo Emo muore si sospetta il suo vice, Tommaso Condulmer, di averlo avvelenato.

Anche Carlo Zen finisce in prigione, per di più assieme a Vettor Pisani, l’altro eroe della guerra di Chioggia: senza loro due è probabile che l’arcinemica Genova sarebbe riuscita a mettere le mani sulla città di San Marco e chissà come sarebbero andate le cose.

Una vita spericolata, quella di Carlo Zen (conosciuto anche con la lezione italianizzata Zeno, ma a Venezia rimaniamo affezionati alle versioni originali: Corner e non Cornaro, Falier e non Faliero, quindi Zen e non Zeno) testimoniata dal fatto che quando, nel 1418, ne denudano il cadavere si contano ben trentacinque cicatrici di ferite, tanto che lo lasciano per un po’ esposto svestito in modo che tutti potessero vedere quale razza di guerriero se ne fosse andato. E non erano graffi da nulla: alcune di quelle ferite avrebbero ammazzato un toro, ma non Carlo Zen.

Quando, fuori Chioggia, una freccia genovese gli passa il collo da parte a parte, il sangue comincia a zampillare e rischia di morire soffocato, lo mettono su un fianco in modo che sputi il proprio sangue, ma sembra spacciato tanto che chiamano il prete.

Palazzo Zen ai Frari, nel sestiere di San Polo, appartiene ancora alla casata Zen

Invece, venti giorni più tardi, Carlo è di nuovo con la spada in mano a guidare i suoi uomini. Leggenda? Verità? Qualche pennellata di colore non possiamo escluderla, ma quella non risulta nemmeno essere l’unica volta che Carlo Zen, novello Lazzaro, se la cava a buon mercato anziché trapassare. In tempi in cui la medicina poteva fare poco, un fisico eccezionalmente forte era la migliore garanzia per sopravvivere a malattie e ferite, e il fisico di Zen doveva essere davvero fuori dal comune.

Una specie di Highlander, un Iron Man in grado di arrivare a ottantaquattro anni dopo che numerose e diverse armi lo hanno perforato, lasciandolo però sempre in vita.

In ogni caso la sua impresa più grande è stata arrivare il 1° gennaio 1380 davanti a Chioggia con la squadra di Cipro per dare man forte a Vettor Pisani che stava assediando i genovesi.

Non si navigava in inverno, a quei tempi, Zen, evidentemente, oltre che un comandante valoroso era pure un capitano impavido che non esitava a sfidare la natura, in aggiunta agli uomini. E, come spesso accade con gli audaci, la fortuna è dalla sua parte.

Il profilarsi delle galee con il vessillo di San Marco si rivela il fattore decisivo per favorire la definitiva vittoria veneziana (la guerra, comunque, non finisce subito). E sarà una di quelle vittorie destinate a modificare gli equilibri geopolitici, cosa che non sempre accade, basti pensare a Lepanto, dall’esito tanto sfolgorante quanto strategicamente inutile.

La conclusione della guerra di Chioggia a prima vista sembra addirittura favorevole a Genova. Con la pace di Torino dell’8 agosto 1381 Venezia deve smilitarizzare Tenedo, l’isola dell’Egeo posta all’ingresso dei Dardanelli da cui tutto era partito, è costretta a cedere Zara agli ungheresi e Treviso al duca d’Austria.

Un ritratto di Carlo Zen

Genova, invece, non deve rinunciare ad alcun territorio. Tutto bene dunque? Macché.

Come scrive Paola Pettinotti nella sua Storia di Genova, il debito pubblico genovese si è triplicato per sostenere lo sforzo bellico, passando da uno a tre milioni di lire tra il 1340 e il 1380, il doppio di quello veneziano. La repubblica ligure non ce la farà più a uscire dalla morsa del debito e sarà costretta a consolidarlo fondando nel 1407, il banco San Giorgio, di fatto la prima banca pubblica del mondo. Una storia di successo quella del banco: sarà chiuso solo nel 1805, in epoca napoleonica, ma per Genova il prezzo da pagare è altissimo: “Una città spossata dallo sforzo bellico, straziata da guerre interne e che sta per perdere, nel giro di pochi decenni, la propria indipendenza politica”, scrive Pettinotti.

Quindi per quella che sarà chiamata la Superba la sconfitta determinata dalle galee di Carlo Zen è definitiva: non si risolleverà mai più. Certo, la sua storia continuerà lunga e gloriosa, deve ancora arrivare quello che Fernando Braudel chiama “il secolo genovese”, ovvero quei novant’anni (1550-1640) in cui i banchieri genovesi fanno da tesorieri ai re di Spagna e si arricchiscono a dismisura.

Alla città ligure tuttavia sarà riservato un ruolo simile a quello della Germania nel secondo dopoguerra: “gigante economico, ma nano politico”. Genova, dopo la guerra di Chioggia, non giocherà più un ruolo da protagonista tra le potenze europee.

Tra l’altro la figura di Carlo Zen dovrebbe avere maggiore rilievo anche tra gli studiosi di storia militare. Da un lato è il primo a pensare di dotare Venezia di una stabile forza di terra perché essere potenti sul mare non basta più. Fino a quel momento la repubblica non disponeva di una vera e propria fanteria, ma utilizzava nei combattimenti di terra i soldati sbarcati dalle galee, impropriamente chiamati fanti da mar. Dall’altro lato è uno di quei comandanti che amano stare accanto alla truppa: combatte fianco a fianco con i suoi soldati, li anima con il suo vocione che doveva essere poderoso (le cronache non mancano mai di riferire degli incitamenti udibili nel fragore della battaglia), è uno che condivide disagi, pericoli e anche, lo abbiamo visto, ferite, con chi gli sta vicino. Per questo è tanto amato dai suoi quanto temuto dai nemici: la fama nei campi di battaglia si ripercuote, in maniera uguale e contraria, in entrambi i lati degli schieramenti.

Gli Zen sono una famiglia che ha pesato molto nella storia della Serenissima.

Il libro di Nicola Bergamo Carlo Zen. L’eroe di Chioggia, ricostruisce la vita di Carlo, ma portano lo stesso cognome i fratelli Nicolò e Antonio che più o meno nei medesimi anni nei quali Carlo combatte contro i genovesi navigano nell’Atlantico del Nord, al servizio di un nobile scozzese.

Raggiungono l’Islanda, la Groenlandia e con ogni probabilità alcuni insediamenti vichinghi che si trovavano sulla costa dell’odierno Labrador.

Naturalmente gli Zen, così come pure i Vichinghi, non hanno la consapevolezza di essere arrivati in un nuovo continente, ma vedono quei villaggi come una delle tante colonie che i navigatori scandinavi hanno fondato nell’estremo Nord.

Carlo Zen, smesse le armi perché ormai ottuagenario, non smette però di esercitare un’influenza profonda nella sua epoca e anche in quelle successive.

La morte di Carlo Zeno in un’opera di Giuseppe Gatteri

Si dedica alla lettura grazie al fatto che l’eccezionalità del suo fisico non l’ha preservato solo dalle ferite belliche, ma pure dalla presbiopia. Ora passa tutto il suo tempo fra i libri, ma non si accontenta di leggere soltanto. Fonda un circolo culturale, un’accademia, una delle prime dell’intera Europa e si impegna a portare a Venezia i maggiori sapienti del tempo. Fra questi anche un greco piuttosto famoso, Emanuele Crisolora. Lo studioso non riesce, come si proponeva, a riavvicinare le chiese di Roma e Bisanzio, né a formare alleanze per bloccare l’avanzata ottomana. Riesce invece a trasmettere la conoscenza e l’amore per il greco. Insegna greco a Firenze e trascorre anche lunghi periodi a Venezia, ospite proprio di Ca’ Zen.

Crisolora è la scintilla che innesca il fuoco dell’Umanesimo e quindi del Rinascimento. Non sappiamo con precisione in quale attività si sia esplicitato il suo soggiorno veneziano, ma possiamo presumere che abbia anche qui, come a Firenze, influenzato profondamente la vita culturale della città lagunare, e quindi si può ipotizzare che l’influenza esercitata da Venezia sull’affermarsi del Rinascimento sia maggiore di quanto comunemente non venga ritenuto (i legami con Costantinopoli andavano ben oltre la presenza di Crisolora), in un’interpretazione di norma tutta rivolta a occuparsi del versante fiorentino.

Uomo di guerra, uomo di lettere, una figura fuori dal comune, quella di Carlo Zen, eroe di altri tempi.

Alessandro Marzo Magno

Nicola BergamoCarlo Zen. L’eroe di ChioggiaCollana I condottieri, a cura di Gaetano PassarelliGraphe.it edizioni, 2018

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L’Ordène de Chevalerie

Da più di 30 anni la Casa editrice Il Cerchio, sotto la supervisione del grande medievista Franco Cardini, sta proseguendo un ambizioso programma di traduzione e divulgazione delle più importanti fonti sulla spiritualità cavalleresca europea, siano esse collegate ai grandi cicli letterari noti come “Materie”, maxime la “Materia di Bretagna” accanto a quella “di Francia” e “di Roma”, sia connesse alla storia dell’Istituzione della Cavalleria e dei grandi ordini Cavallereschi nati all’epoca delle Crociate.

È in questo contesto che questo prezioso testo in versi viene per la prima volta tradotto in un’edizione filologica in lingua italiana corrente, ed in tal modo presentato ai cultori della tradizione cavalleresca e dei tanti lettori appassionati della cultura medievale europea.

Viene in effetti da chiedersi ancora una volta, e sempre opportunamente, per quale ragione in un XXI secolo che non manca di problemi specifici e propri rimanga sempre più forte e diffusa l’attenzione verso i diversi aspetti della cultura di quel lungo Medioevo che in Italia inizia con la caduta delle istituzioni dell’Impero Romano d’Occidente, fra V e VI secolo, e termina quasi mille anni dopo con il XVI secolo ed il “Rinascimento”; da un lato almeno in Italia, ma anche in Francia, in Spagna ed in Germania, ciò si spiega anche grazie alla sopravvivenza diffusa di contesti urbanistici tipicamente medievali, che nella nostra penisola rimandano compattamente alla grande stagione storica che dal sorgere dei liberi Comuni giunge alla nascita delle Signorie, e su cui Gioacchino Volpe ha scritto pagine ancor oggi importanti.

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Di fatto, in quel tempo la Cavalleria, nella sua complessa articolazione sociale e di ceto su cui ha scritto mirabili pagine Franco Cardini, è un’istituzione che non solo è stata coralmente riconosciuta come una delle tre architravi dell’immagine ideale della Societas Christianorum dell’Età di Mezzo (accanto ai sacerdoti o oratores ed agli artigiani/contadini, i laboratores, i bellatores erano appunto i Cavalieri), ma nei tempi della sua fioritura (XI-XVI secc.) ha saputo secernere una propria ed altrettanto complessa cultura (spesso tramandataci come “cortese”) che per secoli, e ben al di là della fine dell’Età di Mezzo, ha impregnato la visione del mondo delle élites europee dall’Irlanda alla Terrasanta e dalle Spagne al Mar Baltico, suscitando inoltre nella società del tempo una diffusa ammirazione che ancor oggi continua a mantenere in vita un fascino indiscusso ed un larghissimo interesse popolare, proprio – paradosso apparente e ancor più provocatorio – nel contesto di un mondo quasi completamente desacralizzato come ci appare, forse a torto, l’occidente del terzo millennio.

È conveniente all’uomo saggio parlare,poiché si può molto acquisire,chi a sua volta si metterà in gioco,mai dovrà temere d’esser tacciato di follia…

L’essenza, e pertanto i simboli e le ritualità della Cavalleria cristiana, culminanti nella cruciale cerimonia di Investitura che segna l’ingresso del postulante (o “Scudiero”) all’interno dell’Ordine della Cavalleria, sono l’oggetto di questo testo – l’Ordène de Chevalerie (“Iniziazione al Cavalierato”) – lasciatoci da un anonimo poeta in lingua d’oil attivo nel XIII secolo.

… un Re che in terra paganafu un tempo di gran Signoriae fu un molto leale Saracino:il suo nome è Saladino

La morte di Ugo di Tabaria in un manoscritto del XIV secolo

È appunto attraverso la finzione letteraria di un serrato dialogo fra il Cavaliere crociato Ugo di Tabaria, modello di ogni coscienza e virtù cavalleresca caduto prigioniero del Saraceni, ed il Saladino, a sua volta modello di virtù etiche limitate solamente dal suo non esser Cristiano, che vengono presentati al lettore in un’agile forma rimata le fondamenta spirituali, le valenze simboliche dei diversi aspetti della pratica cavalleresca, le forme rituali essenziali della Via della Cavalleria cristiana.

Nella sua stringatezza poetica, l’Ordène de Chevalerie si eleva al rango dei maggiori testi di riferimento sulla Via Cavalleresca oggidì ben più noti al largo pubblico: il De Laude Novae Militiae di San Bernardo di Chiaravalle (di cui ancora Franco Cardini ci ha lasciato ultimamente una rinnovata versione ampiamente commentata), il Libro dell’Ordine della Cavalleria di Raimondo Lullo (per cui rimandiamo alla storica versione di Giovanni Allegra) e La battaglia e il saccheggio del Paradiso, o della Gerusalemme Celeste, di San Bernardino da Siena (anch’esso nuovamente tradotto e curato da Franco Cardini per Il Cerchio).

Adolfo Morganti

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Anonimo del XIII secolo Ordène de Chevalerie Etica e simbolismo della cavalleria medievaleCollana Homo AbsconditusA cura di F. La Cola, introduzione di F. Cardini Il Cerchio, 2020

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La lotta per le investiture, una rivoluzione medievale

Nel 1872 Otto von Bismarck in un celebre discorso di fronte al Reichstag dell’Impero tedesco da poco proclamato affermò che non avrebbe chiesto perdono per aver ritirato la propria rappresentanza diplomatica in Vaticano:

Noi non andremo a Canossa né con il corpo né con lo spirito.

Dal 25 giugno sarà in libreria “La lotta per le investiture (998-1122). Una rivoluzione medievale”. L’ultimo libro di Nicolangelo d’Acunto, edito da Carocci, affronta una nuova ipotesi storiografica: quella per cui il conflitto tra impero e papato nel corso dell’XI secolo fu la prima rivoluzione dell’Occidente

La politica del Kulturkampf avrebbe confermato questa impostazione rigidamente avversa al cattolicesimo e l’espressione “andare a Canossa” sarebbe diventata di uso corrente per indicare l’atto di pentirsi e di chiedere umilmente perdono, ammettendo i propri errori. Oggi sarebbe guardato con sorpresa il politico che alludesse a una misteriosa gita avente per meta una località nota forse solo agli utenti più assidui dell’autostrada del Sole per l’uscita denominata appunto Campegine-Terre di Canossa.

Segno dei tempi mutati e dello scarso radicamento della cultura storica nel sentire comune, ma tra Otto e Novecento non meritava nessuna spiegazione l’allusione all’umiliazione inflitta dal papa Gregorio VII all’imperatore Enrico IV, lasciato a vagare per tre giorni in mezzo alla neve, in veste di penitente, vicino al castello di Canossa nell’inverno del 1077, con la speranza di ottenere il perdono del pontefice.

L’episodio di Canossa costituisce uno di quegli eventi-cesura che, come per esempio la presa della Bastiglia, scandiscono e sintetizzano il significato di ogni rivoluzione che si rispetti. Non una battaglia o uno scontro violento, ma in questo caso una mise en scène dalla fortissima valenza rituale e simbolica, causa e sintomo di quello che, in un testo di qualche anno fa, Stefan Weinfurter definiva “die Entzauberungder Welt”, il disincanto del mondo, di fronte a un potere politico umiliato e desacralizzato.

Sotto le mentite spoglie di una riforma, il papato stava realizzando una rivoluzione, che come tale fu concepita anche da molti contemporanei e che contribuì nell’immediato alla crisi irreversibile dell’Impero, gettando le basi nel lungo periodo della specificità occidentale.

Si trattò di una rivoluzione vera e propria o siamo di fronte a una forzatura storiografica, all’ennesimo uso analogico o metaforico di un’espressione a effetto?

In altre parole e più in generale: è possibile trovare nel Medioevo delle rivoluzioni? In esse la modernità ha trovato le tappe fondamentali della sua costruzione. Possiamo anzi dire che la rivoluzione in quanto tale sia stata considerata come una sorta di principio di individuazione della modernità, che si definisce spesso in contrapposizione con un Medioevo sostanzialmente statico e incapace di vere rivoluzioni.

Enrico IV a Canossa in un dipinto del 1862 di Eduard Schwoiser

È ancora accettabile questa visione fortemente ideologica oppure, proprio abbattendo questa barriera artificiale, possiamo interpretare la stessa modernità come la continuazione di molte esperienze fondamentali dell’Occidente medievale?

Secondo Paolo Prodi, che non nutriva alcun dubbio sulla natura rivoluzionaria della cosiddetta riforma del secolo XI, altrimenti detta lotta per le investiture, il tratto saliente della storia dell’Europa andava cercato nella “rivoluzione permanente”, proprio perché l’ordine politico nato con le rivoluzioni americana e francese si configurava nella sua riflessione a larghe spanne cronologiche come il risultato di un processo avviatosi molto prima della nascita delle costituzioni moderne, quando appunto nel secolo XI venne elaborata la divisione dei poteri fondata sulla desacralizzazione del potere sovrano e sulla “sostituzione della sacralità con il patto politico come legittimazione del potere”.

Tale dualismo fra il potere politico e il potere sacro “produsse un continuo movimento dialettico: da una parte la politica secolare, dall’altra la Chiesa; da una parte l’imperatore, i sovrani, le città, dall’altra il sistema dei sacramenti (in particolare la confessione dei peccati) che si sviluppa nel secolo XII sotto il controllo di Roma”.

Nel pensiero di alcuni polemisti anti-imperiali del secolo XI il potere politico si configurava ormai come un fenomeno intramondano, privo di ogni aura di sacralità, essendo solo il risultato dell’accordo revocabile tra i detentori dell’autorità e i loro sudditi:

Venendo a mancare l’identificazione fra il sacro e il potere politico non soltanto si sviluppa l’idea di rappresentanza ma anche l’idea che il tiranno possa essere abbattuto quando viene meno al patto fondamentale con il suo popolo o quando non possiede i titoli di legittimazione ritenuti necessari […]. Si apre così la strada a quello che sarà il primo processo legale a un sovrano nella storia dell’umanità, alla condanna a morte di Carlo I nel 1648 [1649, N.d.A.] e alla prima rivoluzione inglese.

Anche Marc Bloch considerava il tramonto del mito dei re taumaturghi alla fine del Medioevo come una vittoria postuma di Gregorio VII.

Più che di un programma “gregoriano” preferiamo oggi parlare di una pluralità di orientamenti riformatori a volte profondamente divergenti dalla visione di Gregorio VII, che costringono a un continuo corpo a corpo con le fonti e con la storia dei singoli contesti in cui si frammentò questa complessa vicenda.

Le spoglie di Gregorio VII nella cattedrale di Salerno

Nonostante tale visione assai poco rassicurante possiamo però considerare i Dictatus papae e le lettere di Gregorio VII come il manifesto di un preciso orientamento ideologico dei riformatori che, pur non costituendo il punto di arrivo di un processo di elaborazione teorica unilineare maturata a partire dal 1046 (come invece voleva Augustin Fliche in un libro famoso che si intitolava appunto La réforme grégoriennne), si sarebbe tuttavia rivelato in grado di porre con una forza inedita il tema della superiorità del papato su ogni altra autorità terrena. Esso realizzava “in se stesso l’idea dell’Impero come vertice universale di potenza e come tribunale supremo di tutti i potenti, con formulazioni di una chiarezza giuridica – si pensi alla rivendicazione, in forma esclusiva, della “depositio” di vescovi e re – che l’Impero non aveva mai conosciuta”.

Giacché la costruzione degli oggetti storiografici non è mai casuale, ma risponde sempre alle esigenze fondamentali della coscienza che le società maturano degli elementi strutturali della propria identità, la pluralità di etichette (lotta per le investiture, riforma gregoriana, riforma ecclesiastica) all’ombra delle quali è stato narrato il convulso succedersi di avvenimenti, di improvvise svolte dottrinali e giuridiche, di scontri militari e di grandi cambiamenti sistemici che si verificarono nel secolo XI è di per sé significativa da un lato della complessità di tali fenomeni, che in sede storiografica occorre ricondurre a una semplificazione che li renda in qualche modo intelligibili, dall’altro dell’importanza che quella grande svolta riveste nella storia europea in tutte le sue componenti essenziali.

Secondo Jack Goldstone, autore di una sintesi molto efficace sulla storia delle rivoluzioni, perché una nuova ideologia produca azioni rivoluzionarie è necessario che si verifichi un cambiamento nelle posizioni delle élite in grado di aprire nuovi spazi e opportunità per le masse, mobilitate intorno a nuove credenze.

Infatti le nuove ideologie sono una parte della storia delle rivoluzioni, ma da sole non bastano per produrre il cambiamento rivoluzionario.

L’ideologia “gregoriana” restò un fatto elitario o coinvolse le masse, incidendo cosi sulle strutture fondamentali della società? A questa domanda possiamo rispondere considerando che la guerra tra i riformatori gregoriani e l’Impero fu combattuta con le armi vere e proprie, ma fu pure una war of words, di parole scritte e declamate, e di idee che dal chiuso delle corti prorompevano con forza inusitata nelle piazze e nelle chiese delle città, coinvolgendo per la prima volta le masse popolari, che fino ad allora avevano assistito passivamente ai rivolgimenti della grande storia del Medioevo occidentale.

I cosiddetti “gregoriani” non solo catalizzarono buona parte delle élite europee attorno a un’ideologia dai contenuti oggettivamente eversivi dell’ordine ereditato dalle generazioni precedenti, ma la diffusero capillarmente, come avviene in ogni rivoluzione che si rispetti, grazie a forme di comunicazione anch’esse nuove e mai fino ad allora sperimentate in Occidente, mobilitando specialmente in Italia le masse cittadine attorno a un progetto di Chiesa che era anche un progetto di società.

L’Europa intorno all’anno Mille (foto: Storia digitale Zanichelli)

Ne derivò una trasformazione profonda della struttura ecclesiastica e, insieme con essa, del potere politico, che si articolò in forme nuove che portarono al rafforzamento delle cosiddette monarchie nazionali e, in Italia centrosettentrionale, alla nascita dei Comuni.

Harold J. Bermann parla senza mezzi termini di “rivoluzione pontificia del 1075-1122”, ma osserva che

fu chiamata a quel tempo riforma, la reformatio del papa Gregorio VII, generalmente tradotta in termini moderni con Riforma gregoriana, così continuando a celare il suo carattere rivoluzionario.

Non è vero che i contemporanei usassero l’espressione reformatio di papa Gregorio VII, ma possiamo invece tranquillamente confermare che questa e altre rivoluzioni medievali non erano “narrabili”, poiché ogni progettualità oggettivamente innovatrice andava nascosta sotto il velo della reformatio, della riforma intesa come ritorno a una forma, a un modello considerato oggettivamente migliore. La civiltà medievale aveva infatti grandi problemi quando doveva confrontarsi con il cambiamento, o meglio, quando doveva pensarlo e dirlo, poiché ogni cambiamento veniva avvertito come intrinsecamente negativo.

Non a caso nel secolo XI paradossalmente la rivoluzione non era invocata o narrata da coloro che la facevano, i quali avevano tutto l’interesse a nasconderla. Al contrario, i nemici della rivoluzione denunciavano il carattere eversivo dell’operato dei loro avversari per delegittimarli, cercando di trarre vantaggio dal disvelamento dell’altrui progetto rivoluzionario e contrario all’ordine del mondo voluto da Dio.

Proprio per questo le nostre fonti, di norma testimonianze riferibili alla verità dei vincitori e solo in misura molto minore a quella dei vinti, intenzionalmente nascondono la rivoluzione molto più di quanto la raccontino.

Nicolangelo d’Acunto

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Maometto. La vita e il messaggio di Muhammad il profeta dell’Islam

Studiare la biografia di Muhammad è essenziale per comprendere l’Islam, la cui professione di fede si basa sul binomio indissolubile dell’unicità di Dio e della veridicità della missione del suo Inviato.

Il punto di vista critico adottato nel volume, non usuale nella storiografia euro-americana, è quello di una analisi “dall’interno”, che privilegi la comprensione che i musulmani hanno della loro storia sacra.

Il libro si confronta innanzi tutto con le molteplici biografie del Profeta circolanti in Occidente, superando la vecchia orientalistica e aggiornando la nuova. Ambisce poi a delineare un profilo a tutto tondo del fondatore dell’Islam che tratteggi l’immagine di un uomo dalla personalità intrigante e sfaccettata: un mistico e un predicatore, certo, ma anche un uomo politico e un condottiero.

Massimo Campanini accede direttamente alle fonti primarie in arabo, a partire dal Corano per arrivare alle sire (biografie) medievali e – novità non indifferente – contemporanee.

Un capitolo finale è dedicato alla successione politica di Muhammad, un’epoca travagliata di lotte da cui emergeranno le due grandi ramificazioni dell’Islam, il sunnismo e lo sciismo.

Maometto. La vita e il messaggio di Muhammad il profeta dell’Islam di Massimo Campanini, è edito da Salerno editrice: https://www.salernoeditrice.it/prodotto/maometto/

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