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La morte di Corradino, l’ultimo degli Hohenstaufen

Il monumento funebre di Corradino di Svevia a Napoli

La domenica mattina del 28 ottobre, Corradino dettò le sue ultime volontà al notaio Giovanni di Brigaudy. Nominò eredi testamentari i suoi zii, Ludovico ed Enrico di Baviera. Per essere prosciolto dal bando dovette rinunciare a tutti i suoi titoli e diritti: per questo dovette firmare il proprio testamento col semplice titolo di dominus Conradus. Altrettanto fece suo cugino, Federico di Baden d’Austria, il quale destinò alcuni beni a dei cenobi in suffragio della propria anima.

Sull’attuale piazza del Mercato di Napoli, lunedì 29 ottobre, venne allestito il palco, “lungo il ruscello dell’acqua che corre di contra alla chiesa de’ frati del Carmine”, tra il monastero degli Eremiti e il cimitero ebraico. Carlo, si narra, assisteva seduto su di un trono improvvisato.

Le narrazioni sulla fine dell’ultimo degli Hohenstaufen sono quanto mai varie. Saba Malaspina narra che il giovane sovrano dimostrò coraggio, affrontando la morte da buon cristiano. Bartolomeo di Neocastro si diffonde lungamente sul discorso che Corradino avrebbe pronunciato davanti ad una folla ammutolita, diversamente da quanto accadeva solitamente in occasione di esecuzioni capitali, momento per il popolino di sfogare i propri istinti più bassi.

Quando i condannati sfilavano dinanzi alla folla, o per la condanna a morte o per essere esposti alla gogna, erano spesso oggetto di terribili vessazioni. Nel caso della gogna, se la posizione prona e il blocco degli arti potevano arrecare al massimo scomodità, erano la vergogna pubblica e la reazione della gente la vera essenza della punizione. Benché l’esposizione durasse poche ore o al massimo qualche giorno, il malcapitato poteva infatti subire le peggiori angherie: poteva essere ricoperto di sterco, divenire bersaglio di pietre, subire lacerazioni o ustioni. Qualche volta tale trattamento poteva essere fatale: il lancio di pietre provocò la morte di un ladro spergiuro, John Walker, ancora nel 1732, e di due altri malfattori venti anni più tardi. L’ultimo degli Svevi si dichiarò “figlio dell’innocenza”, giunto in Italia a reclamare quel Regno ereditato di diritto dal padre. Essendogli negato il perdono, Corradino lo implorò almeno per quegli amici che la sua sfortunata stella aveva ingannato. Ma non ottenne soddisfazione. Chiese di morire allora per primo, per non assistere alla triste sorte dei suoi compagni che lo avevano seguito nelle calde terre del Mezzogiorno e anche in quanto principale responsabile di tale tragico destino.

Secondo altri fu invece preceduto sul patibolo dal giovane cugino Federico di Baden, del quale avrebbe baciato il capo ormai reciso. Lo Svevo chiese poi di essere sepolto accanto a lui e ai suoi fedeli compagni.

La decapitazione di Corradino nella Chronica di Giovanni Villani

Prima di chinarsi sul ceppo, Corradino avrebbe levato le mani al cielo, invocando l’aiuto del Signore. E avrebbe ripetuto le parole che furono del Cristo nel giardino degli ulivi: “Si calix iste a me transire debet, in manus tuas commendo spiritum meum”. Ma non sapremo mai quanto di questo racconto sia legato ai topoi letterari e quanto invece appartenga alla realtà. In un anomalo, ma rispettoso silenzio, spirava così l’ultimo degli Hohenstaufen. L’Angioino dovette forse stupirsi un poco di quel rispetto con cui la taciturna folla napoletana assistette alla decapitazione di quel garzone biondo. Al secco colpo della scure sul collo di Corradino fecero seguito le decapitazioni di Federico di Baden, detto, del conte GhAlardo Donoratico da Pisa, dei contie Gualferano e Bartolomeo Lancia e di due figli di quest’ultimo. Poi vennero trascinati sul palco i baroni del Regno accusati di tradimento e, allestite le forche, furono pubblicamente impiccati. Molti altri baroni di Puglia e degli Abruzzi, “ch’erano stati contro allo re Carlo e suoi rubelli, fece morire con diversi tormenti”. La ricerca dei traditori proseguì ancora a lungo. Sappiamo ad esempio di come nel dicembre del 1268 il re angioino, elogiando Roberto de Cornay per lo zelo mostrato nella cattura dei ribelli, gli ordinò “di far trascinare e poi impiccare Miceliano del Bene di Cava e gli altri ribelli. E lo stesso faccia pure in seguito con quanti ribelli riesca a prendere, senza attendere ulteriori disposizioni”.

Ad un mese esatto di distanza dalla morte del giovane Hohenstaufen, il 29 novembre 1268, papa Clemente moriva a Viterbo. Talvolta questa singolare coincidenza è stata utilizzata per dipingere il papa quasi tormentato dal fantasma di Corradino, consapevole di non aver fatto quanto avrebbe potuto, o dovuto, per evitare una condanna ingiusta, e dunque turbato negli ultimi istanti della sua vita. Dalle fonti coeve non sembra però che questa diceria circolasse, mentre invece, già ai primi del Trecento, come abbiamo visto, si era diffusa la voce di una sua qualche implicazione in una esecuzione anomala e fuori dal diritto e dalla consuetudine. Ma se Clemente IV poteva morire sereno per aver almeno estirpato il rischio di rivendicazioni tedesche sul Mezzogiorno, sarà stato comunque angosciato per aver posto nelle mani di Carlo d’Angiò una serie di poteri e titoli che avrebbero comportato altrettali rischi. A fronteggiare simili timori sarebbero stati i successori di papa Clemente.

Corradino di Svevia nel Codex Manesse

A Carlo I, invece, venne attribuita sin da subito l’enorme responsabilità e la volontà di chiudere l’affaire svevo in modo più che determinato, al punto da meritare immediatamente giudizi severi da quasi tutti i suoi contemporanei. Già il 24 agosto, in una lettera al Comune di Padova, l’Angioino annunciò di aver catturato Tommaso d’Aquino e altri traditori e che erano già stati condannati a morte, “iam capitali sententia damnati”. Stesso tragico destino aveva previsto per Corradino e i suoi compagni quando, nel settembre del 1268, e quindi a cattura appena avvenuta, scrisse al Comune di Lucca. In quella lettera, infatti, non vi si scorge appello, e la sentenza è nella sua mente, già stabilita: “iam in capitali sententias condempnatos”, ancor prima di qualsiasi processo. Ed è un indizio tutt’altro che di poco conto il fatto che, solo nelle lettere indirizzate a papa Clemente, l’Angioino non usi un tono così laconico, probabilmente per evitare ulteriori rampogne che già il pontefice aveva indirizzato prima a lui e poi, essendo palesemente inascoltato, a suo fratello Luigi IX, invitandolo a mitigare maniere così feroci. L’ordine di arresto (e talvolta di condanna a morte), infatti, venne talvolta esteso anche ai figli dei milites e di tutti coloro che avevano in qualche modo favorito la discesa dello Svevo. Un poeta toscano, di posizione guelfa, testimone del clima di polizia e di accanimento contro i vinti, ebbe dunque ad apostrofare i ghibellini come “gente folle di chui tale festa, or non sapete come Carllo paga, in uno punto chilglie incontro or intoppa”.

Enorme fu l’impressione suscitata in tutta la Germania per la morte di Corradino: ma nessuno prese l’iniziativa di vendicare lui e la casa sveva. Con Corradino si chiudeva un’epoca, tramontata di fatto con la morte di Federico II, estenuatasi ancora sino al 1268: David Abulafia, in un suo libro pubblicato nel 1990, intitolò argutamente il capitolo dedicato agli eredi di Federico II “I fantasmi degli Hohenstaufen”. Lo scontro tra Papato e Impero si chiude sulla piazza del Mercato di Napoli e l’esecutore di questa cesura è un nuovo, inedito protagonista della storia d’Italia. Il che già sta a simboleggiare come non si trattasse più di uno scontro bipolare, e quanto si andasse complicando la questione italiana.

Con Corradino si estingue la casa degli Hohenstaufen e con essa le prerogative imperiali in Italia, obiettivo spasmodicamente anelato tanto dal papa quanto da Carlo I. Ma non altrettanto accade con l’idea di Impero, che in Italia fatica a sopirsi.

Di fatto il ruolo svolto da Federico II aveva determinato una bipartizione interna ai Comuni d’Italia, creando una tensione a livello intercittadino. Chi aveva trovato nello Svevo (e quindi nell’Impero) prospettive vantaggiose, fu successivamente portato a mantenere, il più delle volte, quelle posizioni originali. Le famiglie cosiddette ghibelline, dunque, più che fedeli all’Impero in senso lato, avevano stipulato legami di fedeltà coi sovrani svevi. Ricordiamo che Manfredi o Corradino non furono mai imperatori. Ma l’identificazione della casata sveva con l’Impero aveva oramai assunto, passando dal Barbarossa a Federico II, quasi un senso sinonimico: governare la Svevia significava governare l’Impero. Un anno dopo la morte di Corradino, quando gli eredi di Federico II erano o morti o in catene, il papa si accaniva in una lettera contro tutti i nemici della Chiesa ed in particolare contro i discendenti del fu imperatore Federico. Giocoforza, coloro che avevano sostenuto gli Svevi, trovarono negli Angioini – più che nel Papato – i nuovi nemici. In nome dell’Impero ci si ribellò a Carlo d’Angiò in Sicilia nel 1282, nel giorno dei cosiddetti Vespri Siciliani. Già dal 1266 Costanza, figlia di Manfredi e sposa di Pietro III d’Aragona, mostrava polemicamente il titolo di regina.

Pochi mesi prima di morire, Manfredi aveva inviato alla corte dell’Aragonese il proprio consigliere Enrico di Ventimiglia per richiedere probabilmente aiuti militari in Italia, e non è da escludere che alcuni soldati catalani si siano uniti alle truppe per combattere l’Angioino. Ma si deve attendere qualche anno perché Pietro appaia “come il rappresentante del ghibellinismo italiano in contrapposizione all’angioino che è il capo del guelfismo. Il primo, anzi, è qualcosa di più: è – e lo dichiara ufficialmente – l’erede della tradizione sveva.

Negli anni in cui si consumano le vicende di Manfredi e Corradino, il legame con la famiglia Hohenstaufen viene studiato e sfruttato in vista di una politica mediterranea e antiangioina. Quando nel 1282 a Palermo esplodono i Vespri, i tempi sono maturi per rivendicare il Regno “pro exaltacionibus predecessorum nostrorum”, ricucendo quel fil rouge svevo, tagliato a Benevento e Tagliacozzo, e ora riallacciato dall’Aragonese.

Il sovrano ebbe un fitto scambio epistolare coi grandi campioni del ghibellinismo italiano, Guido da Montefeltro, Guido Novello, Corrado di Antiochia, sia prima che dopo i Vespri. Già nel 1271 erano giunti alla corte d’Aragona molti nobili legati anche da vincoli di parentela ai signori che avevano servito i sovrani svevi: Bertrando Canelli, parente del vicario in Toscana per conto di Manfredi; Corrado e Manfredi Lancia, parenti della moglie dell’imperatore; Enrico da Isernia, Giovanni da Procida e Ruggero di Lauria. Giunsero ancora Francesco e Nicola d’Aspello, Gentile da Padula, Rinaldo de Sabella, Riccardo Filangieri e Francesco da Trogisio, “miles et familiaris” di Manfredi e podestà di Siena ai tempi del successo di Montaperti. Fu quest’ultimo che venne inviato dal re in Italia per sobillare una rivolta e appurare le eventuali fedeltà su cui poter fare affidamento. Dopo i Vespri, poi, la Sicilia aragonese divenne la meta preferita dei ghibellini d’Italia che vi riconobbero l’ideale continuazione del Regno di Federico II. Giacomo II, subentrato a Pietro, dopo la parentesi di Alfonso III, accolse dunque a Palermo membri delle famiglie fiorentine degli Uberti, dei Rabuffati, dei Soldanieri, dei Ghiandoni, degli Ubriachi.

Si recuperava così, seppure in modo ideologico, la presenza sveva in Italia che avrebbe più oltre trovato in Federico III d’Aragona (1273-1337) un leader, ma anche un omonimo dell’ultimo grande imperatore, guida del ghibellinismo italiano. Pur essendo il secondo sovrano di Trinacria con il nome di Federico, assunse il nome di Federico III, proprio per sottolineare la continuità con la tradizione imperiale con gli Svevi.

Il giovane nuovo sovrano, agli inizi del XIV secolo, in un panorama oramai fortemente mutato, divenne un nuovo catalizzatore. Da un lato convogliò sul Regno di Trinacria le simpatie ghibelline, specie di Genova, rinforzate da una alleanza con Ludovico il Bavaro, e i nemici degli Angiò e del Papato; dall’altro attirò sulla propria figura, e sulla coalizione da lui sostenuta, l’antica propaganda antisveva, che ritrovò in lui un novello Anticristo.

Federico Canaccini

Il libro Federico Canaccini 1268 La battaglia di Tagliacozzo Roma, Laterza, 2019, Collana: Storia e Società 184 pp., €18 – Disponibile anche in ebook

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L’arte del sarto nel Medioevo

“L’arte del sarto nel Medioevo. Quando la moda diventa un mestiere” di Elisa Tosi Brandi (Il Mulino) è un libro che ricostruisce l’evoluzione del metodo di lavoro dei sarti e analizza le pratiche sociali connesse al vestiario, nelle corti come in città. La clientela si fa più sensibile al consumo degli abiti che diventano simboli di distinzione sociale, con un occhio sempre più attento alla moda.

I sarti si organizzano per far fronte alla richiesta di abiti sempre più ricchi e alla moda, si specializzano per lavorare i panni e ottenere i tagli giusti. Il volume descrive il lavoro del sarto nel tardo Medioevo, attraverso le fonti scritte, figurative e materiali, mettendone in evidenza il ruolo nell’economia cittadina, le capacità tecniche e l’apporto creativo.

L’autrice, ospite al Festival del Medioevo di Gubbio nel 2018, racconta i tratti essenziali della sua ricerca.

Copertina del libro “L’arte del sarto”

Nel Medioevo ci si vestiva, ma del sarto e dell’attività di confezionamento dei vestiti si parla poco, questo volume colma una lacuna, perché?

“In effetti gli studi sul mestiere del sarto riferiti al Medioevo sono pochi. Ciò può dipendere, in parte, da un diffuso pregiudizio sull’argomento «moda», fenomeno ed ambito entro il quale il sarto opera; d’altra parte ciò può essere dipeso dalla non facile comprensione di questa figura professionale che si delinea tra pieno e basso Medioevo. Nel corso della mia ricerca ho dovuto inseguire i sarti consultando e giustapponendo varie tipologie di fonti storiche, trovandoli in relazione con tanti altri mestieri implicati a vario titolo nella confezione delle vesti e da cui ho cercato di isolarli mettendo in luce la loro competenza e professionalità.

Il mestiere del sarto nasce e si sviluppa contestualmente al fenomeno della moda tra i secoli XII e XIII ed è associato a trasformazioni importanti che rivoluzionarono le abitudini del vestire, differenziando per esempio per la prima volta gli uomini dalle donne attraverso le vesti. Nel Medioevo all’abito fu assegnato il compito di distinguere socialmente le persone. Ciò accadde anche nei secoli precedenti, ma nel Medioevo, grazie alle nuove soluzioni sartoriali, vestire secondo le novità fu indice di appartenenza al tempo presente. Elemento, quest’ultimo, che attesta la nascita del fenomeno della moda. Intorno al XIII secolo le persone erano perfettamente in grado di comprendere ciò che era alla moda o «moderno», da ciò che era «antico».

Il desiderio di novità spinse le persone ad appropriarsi di nuovi segni distintivi anche attraverso gli abiti e gli artigiani si organizzarono per far fronte a queste nuove esigenze. Siamo agli albori di ciò che gli storici chiamano un primo consumismo, certamente limitato, riguardante l’acquisizione di beni eccedenti lo stretto indispensabile.

Le prime novità avvennero in ambito cortese, ma la moda si sviluppò nelle città grazie a nuovi spazi per l’esibizione, la produzione e il commercio. Nelle città e tramite il fenomeno della moda e, quindi, delle vesti, furono messe in crisi le gerarchie sociali precostituite. Le leggi suntuarie costituirono la risposta delle autorità cittadine al desiderio dei nuovi ceti di apparire migliori appropriandosi di segni distintivi non adeguati alle varie condizioni sociali. I sarti furono protagonisti di queste vicende, gli artigiani più vessati, insieme con le clienti, dalle leggi che disciplinavano il lusso e le novità dell’abbigliamento”.

Un laboratorio di sartoria medievale

Chi era e che ruolo aveva il sarto nella società medievale?

“Nelle leggi corporative del Trecento si trovano le prime definizioni di un’arte che esisteva da almeno due secoli, ma che ad un certo momento fu necessario distinguere da altre che, pure, si occupavano di abiti, per esempio di quelli usati. Nelle piazze e tra le vie cittadine numerosi erano infatti gli artigiani che producevano e commerciavano capi di abbigliamento. Dal XIV secolo il sarto fu definito colui che tagliava e cuciva tessuti nuovi per realizzare vesti nuove su commissione. Considerato che, in generale, nei bilanci famigliari le spese per l’abbigliamento seguivano immediatamente quelle per i generi alimentari, le prime voci di spesa, comprendiamo che una buona parte della popolazione nel Medioevo si recava dal sarto per la confezione di abiti. Ciò dipese in primo luogo dal fatto che questi ultimi incominciarono ad avere una costruzione sartoriale complessa, inoltre dal fatto che il costo di confezione poteva essere alla portata di molti, infine dal fatto che il sarto poteva offrire anche il solo servizio di taglio del tessuto. Questo era stabilito dai tariffari di sartoria, dove si specificava tuttavia che il tessuto, una volta tagliato, doveva essere cucito esclusivamente dalle donne di casa e non presso un altro laboratorio.

C’erano cartamodelli di vario prezzo, in genere tuttavia il costo della fattura del sarto era piuttosto basso rispetto al costo delle materie prime, che potevano essere fino a 600 volte superiori alla retribuzione dell’artigiano. Per un abito confezionato con un tessuto di media qualità, il compenso del sarto poteva incidere di circa il 10% del costo complessivo dell’indumento.

Le scarse retribuzioni dei sarti non consentirono a questi artigiani di arricchirsi con questo mestiere, considerato un’arte «lizera» da Giovanni Antonio da Faie, che nella sua autobiografia del XV secolo racconta di essere stato un apprendista in sartoria. L’arte del sarto era alla portata di tutti perché non comportava consistenti investimenti iniziali: forbici, ago, ditale, gessetto, filo erano infatti gli strumenti portanti del mestiere (e lo furono per molto tempo in seguito).

Dall’analisi degli statuti corporativi si ricava che esisteva una gerarchia all’interno dell’Arte tra chi aveva le possibilità economiche di gestire una bottega ed avere qualche lavoratore dipendente e chi invece era nelle condizioni di dipendente; stato quest’ultimo che poteva durare anche tutta la vita e ed essere anche molto precario quando il lavoro veniva pagato ad opera. Dalla mia ricerca emerge che non tutti i maestri avevano una bottega propria, collaborando come dipendenti presso altri laboratori.

Nel Liber matricularum bolognese del 1294, contenente tutte le matricole delle società d’Arti cittadine, quella dei sarti è al IV posto per entità numerica con 749 iscritti, preceduta da quelle dei cordovanieri (1700), dei notai (1308) e dei beccai (752), seguita da quella dei cambiavalute (615) e dei drappieri (567). All’importante dato numerico, che non tiene conto dei molti sarti non iscritti all’Arte, non corrispose il prestigio sociale dell’arte. Nella nota legge suntuaria bolognese emanata dal Bessarione nel 1453, con la quale si intendeva rendere riconoscibili le diverse categorie sociali cittadine attraverso vesti e ornamenti femminili assegnati ad status, i sarti sono quinti di 6 categorie previste con falegnami, calzolai, salaroli, muratori, fabbri, cuoiai, barbieri, cartolai, conciatori, pescatori, cimatori, ricamatori e tintori, precedendo l’ultima categoria occupata dagli abitanti del contado e da coloro che esercitavano opera rusticalia.

La categoria artigianale dei sarti non godette infatti di un particolare prestigio sociale, nonostante siano attestati sarti con ottimi giri d’affari e facoltosi clienti, che affidavano loro materiali anche molto costosi per la confezione di lussuose vesti alla moda. Pur variando in termini di luogo e di tempo, la considerazione sociale di un’Arte richiedeva un progetto di natura politica complesso e di lunga durata. A Bologna, per esempio – città che è stata presa come perno della mia ricerca grazie al consistente materiale documentario conservato presso l’Archivio di Stato – questo processo iniziò quando fu concesso alle corporazioni di partecipare attivamente alla vita politica ed economica della città comunale, per immobilizzarsi in epoca signorile. Dai dati della mia ricerca emerge che i sarti non portarono a termine questo processo. L’organizzazione del lavoro in sartoria, che non lasciava tempo per le questioni politiche, le basse retribuzioni, i pagamenti posticipati dei clienti possono aver contribuito a non far maturare in seno all’Arte quell’ambizione sociale che avrebbe consentito l’affermazione della corporazione negli ambienti del potere”.

Come lavorava una bottega sartoriale?

Un sarto al taglio dei panni

“Dai documenti esaminati le sartorie appaiono come luoghi affollati da qualche apprendista e alcuni dipendenti, il cui numero era fissato dalle leggi corporative, coordinati da uno o più maestri nei periodi di massimo lavoro. Questi ultimi corrispondevano alle principali festività religiose, il Natale e la Pasqua, correlate anche alla necessità di rinnovare i guardaroba in vista dell’inverno e dell’estate. Questa suddivisione ha origine nel basso Medioevo quando perfino i termini di ciascun indumento ci informano sulla stagionalità dell’abito. Le «collezioni» Autunno/Inverno e Privamera/Estate esistevano dunque già nel basso Medioevo!

In questi periodi di intenso lavoro la corporazione disciplinava in maniera molto attenta i rapporti di collaborazione tra dipendenti e maestri al fine di poter contare sulla presenza certa di manodopera, il cui numero era molto fluttuante. Le leggi documentano comportamenti sleali tra sarti tentando di evitare la diffusa prassi di sottrarre manodopera ai colleghi per procacciarsi il maggior numero di commissioni.

Al solo maestro spettava il taglio delle stoffe, salvo eccezioni, mentre a dipendenti e collaboratori erano riservate le fasi di assemblaggio delle varie componenti delle vesti se questi ultimi erano dotati di competenze specializzate, altrimenti spettava loro esclusivamente la fase di cucitura e rifinitura delle vesti. L’elevato numero dei sarti nelle città del basso Medioevo non corrisponde ad un egual numero di maestri specializzati, perché molto numerosi erano gli artigiani dalle minime competenze sartoriali, facilmente apprendibili. I bassi compensi dei sarti determinarono la cattiva abitudine da parte di questi di trattenere i ritagli dei tessuti, così come la prassi, prevista e regolamentata dagli statuti corporativi, di portare in pegno i tessuti portati dai clienti per ricavare piccole cifre di denaro con cui finanziare altre commissioni, cominciando dall’acquisto dei tessuti stessi. Queste strategie finanziarie, molto diffuse a Bologna per esempio, rendono difficile calcolare i tempi di realizzazione per una singola veste e spiega il motivo per cui del rapporto fra tempo e lavoro non ci sono indicazioni nelle fonti consultate.

Le fonti documentano cartamodelli in tessuto e manichini di legno, così come i metodi di lavoro, ricavabili tuttavia principalmente dalle fonti materiali, perché il primo manuale completo di sartoria risale alla fine del ‘500. Nella mia ricerca un approccio di cultura materiale è stato determinante per comprendere come il sarto costruiva le vesti, così come lo studio e la combinazione di differenti fonti, ognuna delle quali ha contribuito a comporre il puzzle e fornire ipotesi interpretative che sono confluite nel libro”.

L’analisi dell’attività sartoriale e la documentazione esistente relativa alle materie prime ci aiutano a capire i meccanismi sociali ed economici legati al fenomeno moda?

“Certamente. Le fonti mostrano come le nuove abitudini connesse al desiderio di apparire migliori, al passo con i tempi, insomma moderni, avessero avuto come diretta conseguenza la richiesta di numerosi nuovi oggetti, concepiti in una costante collaborazione tra cliente e produttore. Non è da escludere che alcune idee provenissero direttamente dai produttori, vale a dire coloro che controllavano i cicli produttivi e che avevano competenze necessarie alla progettazione.

La produzione di tessuti e le innovazioni tessili a queste connesse sono strettamente legate alla richiesta di materie prime per i capi di abbigliamento: dal Medioevo le vesti furono i veicoli principali con cui comunicare la propria ricchezza, la propria dignità sociale e per la prima volta una cultura nella selezione degli oggetti da esibire. L’evoluzione dei filati, delle armature tessili, delle tinture, senza dimenticare i ricami è certamente da mettere in relazione all’accresciuta domanda di beni di lusso da ostentare soprattutto attraverso le vesti. La realizzazione di un outfit del Medioevo poteva essere un affare molto complesso e oneroso come attestano i libri di conti della nobiltà e del ricco ceto mercantile, un investimento da curare nel minimo dettaglio”.

Lusso, moda, eccessi, esistevano norme che regolavano il vestire?

“Nel corso della seconda metà del ‘200 in tutta Europa vengono emanate leggi suntuarie con lo scopo di disciplinare l’eccessiva esibizione del lusso, riservando esclusivamente ai ceti sociali più elevati di mostrare liberamente qualità e quantità di vesti e gioielli. Le leggi suntuarie, nate per contrastare gli eccessi e frenare i desideri dei nuovi ceti ricchi, non riuscirono a trattenere questi ultimi che, avendo le capacità economiche di acquisto, continuarono a trasgredire, stando a quanto si legge nei proemi delle reiterate legislazioni sui lussi. Fu per questo motivo che le autorità cittadine superarono la difficoltà accettando le violazioni a condizione che i trasgressori denunciassero e pagassero una tassa, attestata dalla cosiddetta «bollatura» delle veste incriminata. Le prime tasse sul lusso servirono dunque, seppur con qualche contraddizione, a far circolare l’economia agendo sulla vanità delle classi sociali che non intendevano rinunciare all’esibizione della propria ricchezza attraverso le vesti, segno di novità, di gusto e di una nuova cultura”.

Sarte al lavoro

Il ruolo della donna-sarta?

“Il lavoro delle sarte emerge con discontinuità nelle fonti. Gli statuti delle corporazioni dei sarti delle città italiane prevedevano anche maestre in sartoria, ma non mi è ancora capitato di leggere un libro di matricole con nomi femminili …. Eppure le donne lavoravano in ambito sartoriale, eccome, svolgendo soprattutto i lavori meno specializzati, occupandosene nei ritagli di tempo tra le mansioni quotidiane dedicate ad altri lavori, all’educazione dei figli e alla famiglia. Le donne operavano anche in sartoria, dove potevano essere impiegate nella presa delle misure sui corpi femminili per esempio, oppure nella progettazione e realizzazione di indumenti e accessori che devono aver anche contribuito ad inventare. Ciò è quanto si apprende da una fonte forlivese del XV secolo.

È interessante sottolineare che nell’ambito di produzione e commercio dei capi di abbigliamento le donne furono in grado di ritagliarsi spazi di lavoro e, quindi, occasioni di guadagno, favorite dalla conoscenza di esigenze e desideri delle donne. Non dimentichiamo infatti che lo stretto legame tra le donne e la moda ha origine nel basso Medioevo perché per alcune di queste la moda e le apparenze furono tra i pochi ambiti in cui fu loro possibile esprimere la propria individualità, entro comunque la convenienza sociale e il rispetto della famiglia di appartenenza”.

Umberto Maiorca

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​Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia

Al supermarket del mito: come “servirsi” della storia. Un libro svela l’uso, l’abuso e il riuso della memoria (positiva o negativa) imbastita intorno a Federico II​ di Svevia

Li porta bene sulle spalle i suoi 8 secoli l’imperatore normanno-svevo Federico II (Jesi, 1194 – Castel Fiorentino, 1250). Adorato in Puglia, dove è assurto a idolo per dar nobiltà alle radici di quella regione, fino a essere trasformato in un marchio commerciale buono per tutti gli usi, come un alias di Che Guevara o Marilyn Monroe da stampare su magliette e gadget. Nel resto del Sud d’Italia viene onorato, come rivela il nome della celebre Università di Napoli, ma molto più blandamente rispetto alla Puglia; è detestato, per contrapposizione, nel Settentrione, che si è autodefinito padano-leghista, sui cui “santini” viene invece riprodotta l’effige dell’inesistente Alberto da Giussano. E, ancora, è quasi completamente ignorato dalla gente comune nell’area di cultura germanica (persino nella sua Svevia, terra degli avi tedeschi Enrico VI e Federico Barbarossa), dove miti, archetipi e simboli sono stati collezionati a dismisura.

Che ne è infine di lui in quei Paesi arabi nei quali fu protagonista della cosiddetta “crociata pacifica”? Resta un nemico, sostengono alcuni media islamici; insomma,uno dei tanti “predatori” di una Terra santa lacerata ancora oggi.

A indagare sugli usi, i riusi e gli abusi che della sua immagine si è fatto – a seconda delle stagioni, della collocazione geografica, delle mire politiche – c’è un cronista prestato al mestiere di storico, che dei ferri di questa disciplina si è qui rigorosamente servito.

Marco Brando, giornalista di lungo corso e scrittore, si è messo sulle tracce del “leader” del Sacro romano impero. Come? Cercando di svelare il vestito – anzi, meglio, i vestiti – che gli sono stato cuciti addosso nel corso dei secoli e provando i esaminare il massiccio impiego ideologico della sua immagine. Ne è scaturito un avvincente caso giudiziario – ​L’imperatore nel suo labirinto. Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia ​ – che, grazie anche a una gradevolissima scrittura, regala più di un sorriso e scardina l’impiego che del cosiddetto “puer Apuliae” è stato fatto, trasformandolo in un mito capace di “rimuovere” il personaggio storico. Un libro che mette in guardia dall’abitudine sempre più diffusa di stravolgere la storia; o meglio, di tirarla dalla propria parte fino a negarla.

Per metà inchiesta “giornalistica” e per l’altra metà ricerca di storia contemporanea, il libro fa emergere anche le tante false raffigurazioni del Medioevo, impiegate per demonizzare le presunte “stagioni buie”, per rassicurarsi sul proprio “luminoso” presente o per travestirsi nei protagonisti di un video-gioco ambientato nei labirinti di un castello ottagonale.

Il puzzle ricostruito svela gli usi e gli abusi dell’imperatore, gli antichi debiti e i secolari pregiudizi, la ferita profonda che lacera l’Italia imprigionandola nel suo Sud e nel suo Nord.

Accompagnato dalla prefazione di Giuseppe Sergi e dalla postfazione di Tommaso di Carpegna Falconieri, medievisti di chiara fama, il libro aggiorna e amplia un precedente volume – ​Lo strano caso di Federico II di Svevia (Palomar, Bari 2008) – ormai esaurito, riproducendo in appendice i testi di Raffaele Licinio e Franco Cardini presenti in quella edizione, oltre a una ricca sezione iconografica.

In controluce si legge, a prescindere dal personaggio impiegato, l’uso che si fa dei miti, fornendo gli strumenti per coltivarli, come naturalmente avviene, senza farsene fagocitare fino a perdere il lume della ragione.

Marco Brando, ​L’imperatore nel suo labirinto. Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia, prefazione di Giuseppe Sergi, postfazione di Tommaso di Carpegna Falconieri, in appendice scritti di Raffaele Licinio e Franco Cardini e una raccolta di immagini. In apertura un testo di Daniele Pugliese, Firenze, ​TESSERE​, 2019, pp. 304.

Edizione cartacea​, ​ISBN ​978-88-944323-4-3, € 18,00 Edizione e-book​, ​ISBN ​978-88-944323-7-4, € 5,99

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La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia

Imperatore. Federico II di Svevia (1194-1250) fu l’ultimo a dare senso universale a quel titolo, rivelando piena consapevolezza in ogni gesto.

La sua corte fu polo attrattivo di tradizioni culturali molteplici (latina, romanza, greca, araba, ebraica) oltre che centro propulsore di straordinarie innovazioni letterarie e scientifiche.

L’ultimo libro di Fulvio Delle Donne, La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia (Carocci, 2019 ) indaga l’elaborazione della dirompente concezione del sapere dell’erede delle dinastie degli Hohenstaufen e degli Altavilla.

Federico II di Svevia fu certamente un personaggio capace di generare speranze e timori: destinato alla guida del mondo per stirpe familiare e attese, fu l’ultimo del Medioevo a dare un senso universale alla funzione imperiale, ma fu anche potente signore di un regno collocato al centro del Mediterraneo.

Aspetti nazionali e sovranazionali, dunque, si univano e si sovrapponevano in lui, tanto che sarebbe impossibile distinguere il re di Sicilia dall’imperatore. Nella sua figura convergevano tradizioni tedesche e normanne, modelli culturali occidentali e orientali, aspirazioni mistiche e pulsioni terrene, e la sua corte, sempre in movimento tra Sicilia, Italia meridionale e settentrionale, Germania e Terra Santa, non poteva non rappresentare tale eterogeneità.

Tracciare un quadro sintetico della cultura che si sviluppò alla corte di Federico II, dunque, significa dare un ordine alla complessità, a partire dal concetto stesso di corte, che in quel contesto storico è molto ambiguo. Fu per circa un trentennio il signore più potente dell’Europa, un’Europa che – secondo gli schemi mentali di quei secoli – estendeva le sue propaggini a tutto il bacino del Mediterraneo.

Federico ebbe piena consapevolezza del proprio ruolo: una consapevolezza che acquisì gradualmente e in maniera sempre più netta mentre divampava il fuoco violentissimo dello scontro con il papato. Dunque, è questa la radice primigenia che portò l’imperatore a farsi fautore di quello straordinario rinnovamento ideologico, che egli più o meno esplicitamente e più o meno formalmente affidò ai letterati e ai funzionari attivi presso la sua corte.

Nei suoi apparati amministrativi le regole della retorica si fusero con le norme del diritto e le fondamenta ideologiche del pensiero cristiano si adattarono alle strutture filosofiche e scientifiche della speculazione aristotelica o averroistica.

In questa prospettiva, egli organizzò l’acquisizione del sapere in funzione di un preciso progetto di governo, che trovò il momento fondativo nell’istituzione dell’Università di Napoli (1224): gli insegnamenti lì offerti – come viene ripetutamente affermato nelle fonti documentarie che la riguardano – avrebbero costituito la scala per accedere alla conoscenza, e la conoscenza avrebbe aperto le porte alla nobiltà, che fonde le virtù dell’animo con la capacità di amministrare gli uffici dello stato.

Fu, dunque, l’esigenza di sviluppare, allo stesso tempo, sia un apparato amministrativo fidato ed efficiente che una comunicazione ufficiale ed efficace a imprimere il proprio stigma sulla produzione culturale che ne derivò.

Una produzione che non poteva non essere, necessariamente, il riflesso del “sublime” ruolo imperiale, dell’istituzione che, secondo la teologia politica dell’epoca, era imposta da Dio a guida del mondo e costituiva un ineludibile modello esemplare per tutta l’umanità.

Fulvio Delle Donne insegna Letteratura latina medievale e umanistica all’Università della Basilicata. La sua vasta produzione scientifica, caratterizzata da interessi e metodi sia filologico-letterari che storici, copre i secoli VI-XVI. Sull’età sveva ha pubblicato numerose edizioni critiche (Nicola da Rocca, Andrea Ungaro, Breve chronicon de rebus Siculis, l’anonimo Itinerarium) e monografie, tra le quali: Il potere e la sua legittimazione: letteratura encomiastica in onore di Federico II di Svevia (Nuovi Segnali, 2005); «Per scientiarum haustum et seminarium doctrinarum». Storia dello ‘Studium’ di Napoli in età sveva (Mario Adda, 2010); Federico II: la condanna della memoria. Metamorfosi di un mito (Viella, 2012) e La porta del sapere. Cultura alla corte di Federico II di Svevia (Carocci editore).

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Castel del Monte, oltre gli stereotipi

Numerosi interrogativi si affollano intorno a Castel del Monte, edificato per ordine di Federico II di Svevia intorno al 1240 su un banco roccioso dell’altopiano delle Murge occidentali, in Puglia, a 18 chilometri dalla città di Andria.

Perché fu costruito su quella collina? Era un edificio completamente isolato, privo di difese e inabitabile? Perché fu scelta la pianta ottagonale? Ma, soprattutto, cos’è Castel del Monte? Era veramente un castello o, come si continua da affermare da più parti, un tempio, uno scrigno esoterico, un osservatorio astronomico, un hammam?

Il volume “Castel del Monte. La storia e il mito” di Massimiliano Ambruoso (Edipuglia) offre convincenti risposte a questi quesiti ripercorrendo la storia di Castel del Monte sulla base di quanto si evince dall’analisi delle fonti medievali, dalla lettura delle descrizioni effettuate dai viaggiatori dei secoli passati, dallo studio del monumento, in un serrato confronto con gli altri castelli edificati da Federico II e alla luce della vasta storiografia sull’argomento.

Al termine di questo percorso attraverso le fonti, il “castello” Castel del Monte si riappropria della sua originaria identità. In un continuo rimbalzo dalla storia al mito e dal mito alla storia emergono tutti i limiti di letture “alternative” inverosimili e incongrue, risultato e al tempo stesso punto di partenza di un insieme di luoghi comuni penetrati a fondo nell’odierna cultura di massa.

Non vi è opera di divulgazione sull’argomento che non introduca un elemento di mistero: incomprensibile, si dice, appare la dislocazione degli ambienti, poco funzionale per un loro utilizzo pratico, ma la cui fruizione sarebbe giustificabile solo immaginando percorsi iniziatici per fantomatici cavalieri; misteriosa la pianta ottagonale di questo edificio, le cui presunte coincidenze numeriche, geometriche e astronomiche alimentano congetture che conducono inevitabilmente a interpretazioni esoteriche prive di qualsiasi aggancio con la realtà storica; oscuro sarebbe il luogo ove sorge, quella collina ritenuta erroneamente isolata e lontana da ogni contatto con il mondo esterno, e dove si doveva giungere sempre e solo all’alba con un percorso di avvicinamento ritenuto anch’esso un itinerario iniziatico.

L’analisi storica, autentico asse portante del volume, sfata questi e altri stereotipi e si pone come un baluardo insostituibile contro le storture e le deformazioni del mito che ha avvolto Castel del Monte, stravolgendone nel sentire comune l’identità, le origini e le funzioni.

Al termine di una esauriente trattazione, volta a dimostrare, attraverso l’utilizzo delle fonti storiche, come Castel del Monte altro non sia se non un castello a tutti gli effetti, emerge chiaramente come il gioiello dell’architettura federiciana rappresenti un esempio paradigmatico di quel “Medioevo immaginato” e reinventato dalla nostra società contemporanea.

L’intento dello studio proposto è quello di restituire Castel del Monte alla sua storia, reagendo alla tentazione esoterica e alle mistificazioni per riportare la ricerca a un minimo di rigore scientifico.

La presentazione del libro è firmata da Franco Cardini. La prefazione è di Francesco Violante. La stampa è di Edipuglia (www.edipuglia.it).

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I Templari e la Calabria, una storia da riscoprire

I Templari in Calabria, tracce e storie che si perdono nei secoli e che Giovanni Vittorio Pascale ha pazientemente scovato e ricostruito, senza indulgere in fantasie e misteri. Un lavoro lungo e preciso che ha portato alla riscoperta dei luoghi templari a Mileto, Seminara, Catona, Motta San Giovanni, Belcastro, Andali, Rocca Angitola, Cirò, Squillace. Oppure al legame tra la Calabria e il castello templare di Athlit, in Israele vicino Haifa, dove sono stati trovati reperti ceramici provenienti dalle magioni calabresi. Ne abbiamo parlato con l’autore al Festival del Medioevo 2018.

A quale epoca risale la prima testimonianza di presenza templare in Calabria?

«Fino all’uscita del mio testo, il più antico documento riguardante la presenza di possedimenti templari in Calabria era un atto di donazione, datato maggio 1210, con il quale Roberto de Say, conte di Loritello, concede a Guglielmo de Oreliana (Guillaume d’Orleans), Maestro delle “domus” templari di Sicilia, la coltivazione e lo sfruttamento della tenuta di Santa Barbara, vicina all’omonima chiesa, situata nel tenimento di Mileto (ne parlo nel capitolo dedicato a Mileto e Seminara). Ho però avuto la fortuna di incontrare, nel corso delle mie ricerche, un atto conservato presso la Biblioteca Comunale di Palermo che anticipa di sedici anni tale presenza. Si tratta della copia di un documento greco del 2 marzo 1194, accompagnato da una traduzione latina eseguita nel 1763 da Giuseppe Vinci, protopapa dei greci a Messina. Sostanzialmente si tratta di una permuta tra religiosi. Il presbitero Balcaes Nicipho e i suoi fratelli concedono «… nostrum agrum, quem habemus in Petrizi…» alla badessa Mabela di Sant’Euplio in Calabria, in cambio di un podere detto “del sacerdote Filippo”. Il particolare rilevante, e qui rispondo alla domanda, è che il terreno ceduto alla badessa confinava con dei vigneti “Tempureorum “ (τεμπουρεων): cioè dei Templari e si trovava nel territorio del Comune di Petrizzi il “fiore di pietra”, collocato nell’entroterra del Golfo di Squillace, sul versante ionico delle Serre catanzaresi. Delle vigne templari e dei terreni oggetto della permuta ho potuto estrapolare purtroppo solo una planimetria indicativa, presente nel testo. A onor del vero esiste una missiva di papa Alessandro III inviata tra il 1161 e il 1179 agli arcivescovi, vescovi e prelati di Capitanata, Apulia e Calabria concernente le modalità di sepoltura di frati e prelati presso le chiese templari, riguardante quindi anche i Templari di Calabria, riportata (la prima riguardante l’argomento) nel Regesto Vaticano per la Calabria di padre Francesco Russo, ma si tratta di un flebile indizio».

Cosa rimane oggi dei templari in Calabria: torri, magioni, castelli?

«In Calabria, in questo momento, non esiste una sola pietra, sulla quale si possa dimostrare documentalmente che essa abbia avuto attinenza con l’Ordine del Tempio, per cui, dal punto di vista archeologico e quindi strettamente “visivo” non abbiamo reperti, vestigia o ruderi che possano essere ricondotti con certezza ai templari. Nel mio libro tratto anche di alcune località (chiese) in cui si continuano a svolgere delle cerimonie, ritenendole per tradizione templari, ma che con la “Militia” non hanno alcun collegamento documentato. Rimangono invece molti indizi e documenti (processo, lasciti, atti notarili ecc.) che riguardano la presenza dei templari in Calabria. Elementi che ho cercato di raggranellare e mettere insieme in questo mio lavoro, per far avere al lettore una visione d’insieme, anche in Calabria, della presenza templare in circa duecento anni di vita dell’Ordine».

Qualcosa della Calabria è stato trovato in Terrasanta ?

«Sì, dedico proprio un capitoletto a questo argomento nel quale si parla della Protoceramica calabrese a Chateau Pelerin. Il castello templare, detto anche di Athlit, fu costruito tra il 1217 e il 1220, anno in cui ebbe il suo battesimo del fuoco con un attacco del Sultano di Damasco respinto dalla fortezza, che rimase sempre inespugnata fino al ritiro dalla Terrasanta. Era anche un carcere di “Massima sicurezza” perché confluivano prigionieri da tutte le province dell’Ordine. Nel 1229 Federico II si insediò nella fortezza ma i templari fecero di tutto per mandarlo via. Veniamo al punto. Una missione archeologica inglese, negli anni Trenta dello scorso secolo, condusse degli scavi aprendo un sito proprio nella zona di Athlit. Gli archeologi ipotizzarono che alcuni dei resti ceramici ritrovati potevano provenire da fornaci dell’Italia meridionale. Un ulteriore autorevole studio ha attestato che il 2% di questi reperti ceramici poteva provenire dalla Calabria. La datazione della ceramica ricade nell’intervallo storico riguardante il periodo di “vita” del Castello che va dal 1217 al 1291, anno in cui il castello fu abbandonato per motivi contingenti. La caduta di Acri nel mese di maggio aveva infatti messo fortemente in discussione la presenza crociata in Terrasanta, per cui anche la gloriosa e “invicta” roccaforte fu definitivamente abbandonata. Il tipo di ceramica calabrese ritrovata (protomaiolica a smalto povero) e il periodo di riferimento risultano compatibili con la produzione presente nello stesso periodo a Gerace e Tropea. Risulta difficile per ora azzardare ipotesi su come e perché la protomaiolica calabrese sia giunta in Terrasanta e specificatamente ad Athlit, ma lo scarso quantitativo deporrebbe per una presenza “occasionale” e non commerciale dei manufatti da essa ricavati. Verosimilmente costituiva parte dell’equipaggiamento personale di cavalieri, pellegrini o mercanti che dalla Calabria (dal Meridione) si recavano “Outremer” e facevano poi tappa a Chateau Pelerin».

Quali sono stati i rapporti dei templari con i Normanni e poi gli Svevi?

«Tutto dipendeva dai rapporti del papato con normanni e poi svevi. I templari erano l’altro braccio armato del Papa al quale erano immediatamente soggetti e a nessun’altra gerarchia esterna. Furono invece proprio i normanni ad attuare il disegno di latinizzazione del meridione d’Italia e della Calabria, combattendo contro bizantini e arabi. È bene inoltre considerare che i Normanni in generale (e quelli che attecchirono nel Sud Italia particolarmente) erano uomini molto inquieti e dinamici, dediti a viaggi continui per i più svariati motivi, lungo l’asse nord-sud dell’Europa, per cui non è da escludere (e qui scatenerò qualche ira) che l’Ugo“meridionale” sia poi lo stesso attestato nei diplomi d’oltralpe. Ma siamo agli albori del Tempio. I rapporti con gli svevi dipenderanno poi dagli altalenanti rapporti del Papa con Federico II (prima con Innocenzo III ed Onorio III e poi Gregorio IX che lo scomunicò due volte, nel 1227 e nel 1239). Lo stesso Federico II, nel 1239, giustificava la mancata restituzione dei beni confiscati ai Templari, e il freno imposto loro per acquisti di nuovi possedimenti con il timore che essi in breve tempo avrebbero comprato e acquisito tutto il Regno di Sicilia, che ritenevano essere fra le regioni del mondo quella per loro più adatta. Un episodio molto grave minò i rapporti già tesi tra l’Imperatore e il Tempio. Il trattato di Jaffa (18 febbraio 1229) stipulato tra Federico e Al-Kamil, con la cessione di Gerusalemme ai cristiani, non aveva messo in buona luce il Sultano d’Egitto nel mondo arabo; neanche il Papato esultava per lo strabiliante risultato ottenuto dallo svevo. Il trattato aveva però intensificato i già ottimi rapporti tra i due sovrani: li legava un sentimento di rispetto e stima reciproci oltre che l’amore comune per la Conoscenza. Federico II aveva in animo (dopo l’armistizio) di recarsi, senza scorta armata in pellegrinaggio al fiume Giordano. Geroldo, il Patriarca di Gerusalemme,e papa Gregorio IX non potevano perdere la succosa occasione e invitarono con una missiva segreta AL-Kamil a tendergli un agguato supportato dai templari. Con gli angioini i rapporti furono buoni perché lo stato maggiore templare, nel meridione d’Italia e quindi in Calabria, fu quasi sempre di origine francese in tale periodo».

Quando ci furono, alla fine, le accuse di eresia e gli arresti, ci sono stati processi ai templari in Calabria?

«Altra fonte importante in questa mia ricerca è stata effettivamente quella giudiziaria. Abbiamo infatti notizia di nove templari arrestati e consegnati al castellano di Barletta nel 1308. Tra questi tre erano sicuramente calabresi e precisamente Andrea da Cosenza, Bartolomeo da Cosenza e Oliverio da Bivona insieme a Giovanni da Neritone che era il precettore della “domus”di Castrovillari. Il processo venne poi celebrato a Brindisi e come sede del Tribunale ecclesiastico venne scelto un ameno luogo della campagna brindisina, in cui sorgeva una piccola cappella dedicata alla Vergine, vicino alla costruenda chiesa di Santa Maria del Casale. Gli atti riguardanti la Calabria, custoditi nell’Archivio Segreto Vaticano, sono riportati nel mio testo in appendice documentale insieme alla loro trascrizione e traduzione integrale. In essi troviamo notizia dell’allestimento a Brindisi, tra maggio e giugno del 1310, di una importante macchina processuale che portò poi sostanzialmente all’interrogatorio di solo due Templari e in veste esclusivamente di testimoni: Ugo de Samaja e Giovanni da Neritone. Quest’ultimo, precettore della “domus” templare di Castrovillari, fu arrestato e condotto a Cosenza dove venne rinchiuso nel castello della città bruzia. Da lì fu trasferito a Barletta e poi a Brindisi dove si è celebrato,a quel che si sa a oggi, uno dei due processi ai Templari del Regno di Sicilia. L’altro fu quello che si svolse a Lucera. Tra le preziose notizie che si possono cogliere dalle carte processuali, viene fuori anche un personaggio, la personalità di Giovanni da Neritone, con dei risvolti a volte anche umoristici. Sappiamo anche che le magioni templari in Europa dovevano assicurare la produzione continua di ogni tipo di mercanzia per sovvenzionare il “fronte” di Terrasanta ed a questa regola non si sottraeva la “domus” di Castrovillari. Infatti Giovanni nel rispondere alla domanda sul perché non avesse provveduto a correggere gli errori dei quali i confratelli si erano macchiati, ad un certo punto dell’interrogatorio si descrive alla commissione giudicatrice come una persona semplice, di campagna e poco influente nell’Ordine Templare, come lo erano d’altra parte molti dei precettori al di qua del mare».

Quando si parla di templari si corre sempre il rischio di sconfinare nella leggenda, perché?

«La risposta è molto semplice. L’argomento “templari” è diventato nei secoli, fino ai giorni nostri, così vasto e complesso che prima di iniziare una dibattito, una discussione o uno scambio di vedute, anche tra due persone solamente, non necessariamente in un convegno, bisogna premettere necessariamente da quale angolatura vogliamo vedere il fenomeno, altrimenti si apre un oceano nel quale si rischia di naufragare. Parliamo di storia? Parliamo di esoterismo e Via Tradizionale? Parliamo di templarismo massonico e non? E questo riguarda anche la lettura o l’acquisto di un libro. Cosa mi può dire quell’autore sui templari e da che punto di vista me ne sta parlando? Cosa mi voglio sentir dire? Ma anche dall’altra parte per chi scrive un libro le domande dovrebbero essere uguali. Cosa voglio dire, a chi mi voglio rivolgere? Comunque è una foresta, si spazia dal rigore documentale alla pura farneticazione. Il mio lavoro in particolare è concepito come una ricerca storica sulla presenza dei Templari in Calabria avente come corollario dello stesso tenore una breve digressione sulle vicende generali della “militia”. Tratto orientativamente il periodo che va dal 1120 anno di fondazione dell’Ordine, al 18 marzo 1314 giorno in cui venne messo al rogo de Molay».

Umberto Maiorca

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Con i piedi nel Medioevo

«Nella società medievale — spiega l’autrice Virtus Zallot, studiosa di iconografia sacra che insegna Storia dell’arte medievale e Pedagogia e didattica dell’arte all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia — piedi e calzature erano figure parlanti: caratterizzavano gruppi e personaggi, indicavano gerarchie, ruoli e interazioni, erano protagonisti di gesti ed eventi della quotidianità e del rito, nel consueto o nello straordinario. L’arte ha esplicitato tali valenze attribuendo loro ulteriori significati espressivi (…) raccontando storie e frammenti di storia».

PIEDI DIFFORMI E DEFORMI – Tirannide di Ambrogio Lorenzetti, nell’Allegoria del cattivo governo (1338-1339) del Palazzo pubblico di Siena, è un’orrida donna strabica con zanne e corna. Dalla lunga veste fuoriescono zampe con artigli di rapace: una poggia sul dorso di un caprone, simbolo di lussuria. Le è accanto Frode, una bella ragazza elegantemente vestita ma con zampe dalle grandi unghie appuntite che allertano sulla sua falsità.

PIEDI CHE SOFFRONO – Tra tante disgrazie, un malanno meno grave e un miracolo meno clamoroso riguardano donna Prassede, che il piede se l’era rotto cadendo per un capogiro. Un piede seriamente malato è, invece, protagonista del miracolo di beata Umiltà vivacemente narrato da Pietro Lorenzetti in due degli episodi della Vita figurata della santa (1335-1340 circa). Nel primo un monaco, steso a letto con il saio alzato a svelare la gamba, ascolta avvilito e per nulla convinto il responso del medico che, rivolgendosi a due confratelli visibilmente affranti, proclama la sua sentenza: il piede va amputato.

SCALZI E CALZATI – Francesco, che aveva ricominciato a portare le scarpe per nascondere le stimmate, nelle immagini le toglie per esibirle. Più raramente indossa calzari, che le incorniciano senza coprirle. I suoi piedi nudi, de­potenziati del significato pauperistico, sono espositori degli straordinari segni che li rendono conformi a quelli di Gesù. Le stimmate, più che trafiggerli, li adornano come delicati tatuaggi o regolari bottoni, “decoro e ornamento, come pietruzze nere in un pavimento candido”.

LAVARE I PIEDI – Quanto più lo scarto sociale tra i protagonisti si accentuava, tanto più il gesto esprimeva l’abbassamento di colui che lo eseguiva, sino a configurarsi come volontaria autoumiliazione. L’esempio di massima asimmetria si realizzava quando un re lavava i piedi ai poveri. Luigi IX il Santo (1214-1270) esercitava il servizio in segreto, non solo per modestia ma anche per evitare i rimproveri di coloro che lo ritenevano incompatibile con la dignità regale.

LEVARE I CALZARI, I CALZARI LEVATI – Alcune immagini medievali mostrano calzature deposte accanto al letto di un malato o dormiente che (naturalmente) le ha levate prima di coricarsi. Non tale normalità giustifica tuttavia la loro presenza, poiché compaiono solo in determinate situazioni. Segnalano, in particolare, l’apparizione di un messaggero divino (Cristo, un angelo, un santo) che annuncia al malato o dormiente un importante e prossimo evento destinato a mutargli la vita, oppure a interromperla.

PIEDI CHE CALPESTANO – In altri casi un santo calpesta non lo strumento del martirio ma, direttamente, colui che lo ordinò. L’immagine sembra recuperare l’antica iconografia del trionfo militare, in realtà per ribaltarne la logica. Il martire che calpesta il carnefice nega infatti l’evidenza del racconto (storico, biblico o agiografico) e, con un “falso storico”, trasforma lo sconfitto in trionfatore. Il martirio infatti concede alla vittima vita eterna e gloria, al vincitore il castigo eterno e l’ignominia.

Virtus Zallot Brevi estratti da sei dei dieci capitoli del libro Con i piedi nel Medioevo Gesti e calzature nell’arte e nell’immaginario 2018, Il Mulino, 220 pagine con illustrazioni. Prefazione di Chiara Frugoni

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Processo a Colombo, scoperta o sterminio?

“Speravamo di non vedere più scene del genere. Credevamo che l’abbattere statue fosse roba da Talebani. Da pseudo-stato islamico. Invece, è quanto accade, oggi, nella “civilissima” America, decisa a cancellare ogni tributo all’illustre genovese. Certo, Colombo ha le sue colpe. Fu, senz’altro, uno schiavista. Non meno di molti suoi contemporanei. Le fonti ne hanno rivelato i metodi brutali. Ma basta, questo, per decretarne la damnatio memoriae? O, piuttosto, le sue raffigurazioni possono fungere da monito? Su Colombo v’è ancora molta confusione: uomo del medioevo, uomo del rinascimento, uomo di scienza, cattivo amministratore, assetato d’oro e di ricchezze, fervente crociato, brutale assassino. Può darsi che qualcuna di queste definizioni gli sia confacente, anche se il nostro non è certo uno che si lascia incasellare. Ma ch’egli si sia macchiato d’un vero genocidio significa, forse, travisare i fatti. Ciò non vuol dire, tuttavia, ch’egli non possa assurgere a simbolo della sete di conquista dell’uomo bianco. Ad altri queste valutazioni. A noi interessa soltanto mettere un po’ d’ordine”.

Antonio Musarra

Antonio Musarra (1983) è assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di storia del Mediterraneo, di storia delle crociate, di storia marittima e navale e di storia politica, economica e sociale delle città italiane in età medievale. Tra le sue pubblicazioni: “Genova e il mare nel Medioevo”, Bologna, Il Mulino, 2015; Acri 1291. La caduta degli stati crociati, Bologna, Il Mulino, 2017; 1284. “La battaglia della Meloria”, Roma-Bari, Laterza, 2018; “Il crepuscolo della crociata. L’Occidente e la perdita della Terrasanta”, Bologna, Il Mulino, 2018. Ultima fatica “Processo a Colombo. Scoperta o sterminio?”, Viareggio, Edizioni La Vela, 2018.

Navigatore, avventuriero, assassino e schiavista: chi era Colombo?

«Cristoforo Colombo non è, certo, un tipo che si lascia incasellare. Tutt’oggi non è possibile affermare l’esistenza d’un consenso unanime in merito alla sua poliedrica personalità. Numerosissimi particolari della sua biografia – il luogo e la data di nascita (ma, fidatevi: era genovese!), la professione: (sua e della famiglia), il credo religioso, la cultura, le aspirazioni, l’eredità – sono ancora dibattuti. Da qualche decina d’anni, a ogni modo, la sua figura è stata sottoposta a revisione. Da eroico scopritore delle Americhe si è passati a sottolinearne la brutalità, sino a ritenerlo il primo dei conquistadores. Siamo lontani dai tempi in cui lo si voleva innalzare agli onori degli altari. Per non parlare della disputa – sterile – tra coloro che vedevano in lui un uomo già in qualche maniera “moderno” e chi, invece, ne sottolineava con forza l’ancoraggio al Medioevo. Oggi, queste discussioni hanno lasciato il passo a ben altro. Ma su una cosa possiamo essere certi. Colombo non era che un uomo del proprio tempo. Un tempo denso di contraddizioni e proprio per questo affascinante».

Quali sono le accuse mosse al genovese? Quella di genocidio appare eccessiva!

«In effetti, l’accusa appare, oltre ch’eccessiva, del tutto gratuita. Le fonti – i documenti, le cronache, perfino le scritture contabili – ci dicono ch’egli aveva in animo di compiere un’impresa mai tentata prima se non, forse, dai genovesi Vivaldi, spintisi nel “mare Oceano” nel lontano 1291 con l’intenzione di raggiungere le Indie praticando una rotta occidentale (probabilmente, circumnavigando l’Africa; e qui troviamo già, «il buscar el Levante por el Poniente» del navigatore). Tuttavia, i documenti ci dicono anche ch’egli cercava l’oro e commerciava in schiavi (non diversamente da molti suoi contemporanei; indios compresi). Che comminò mutilazioni e condanne a morte (ma nei confronti dei coloni spagnoli, come mostrano gli atti del processo intentato nei suoi confronti nel 1500). Che si macchiò di vari crimini a danno dei nativi (generalmente, di quelli a lui ostili). Ma che non gli passò mai per la testa di sterminare sistematicamente la popolazione mesoamericana. Questo, semmai, sarebbe venuto dopo. Insomma: Colombo non era, certo, un santo. Forse avrebbe fatto la sua sporca figura come pendaglio da forca. Senza dubbio, non fu un genocida».

Un busto è stato decapitato, una statua è stata rimossa. Come nasce quest’idea di processare e condannare alla dannazione della memoria il navigatore genovese?

«La genesi di tutto ciò è relativamente recente. Qualche avvisaglia s’era avuta negli anni Cinquanta; ma è soprattutto a seguito della grande stagione di studi inaugurata in concomitanza col quinto centenario della “scoperta”, nel 1992, che il navigatore ha iniziato a essere spogliato – e, dico io, per fortuna – dei tratti eroici di cui era ammantato. Ma, forse, con un eccesso di revisionismo (per carità: operazione sacrosanta, quando non ideologicamente orientata). Si è voluto sostituire la “scoperta” alla “conquista”, ma troppo repentinamente. Facendo di tutta l’erba un fascio. Al di là dei molti meriti che nuova lettura anti-eroica, senza dubbio, possiede, l’errore è stato quello d’accomunare Colombo e i conquistadores, facendone il prototipo di quelle masnade più o meno incontrollate che, effettivamente, perpetrarono stragi e massacri. Tutto ciò ha favorito il formarsi d’una coscienza favorevole alla condanna del navigatore, sviluppatasi in molti modi: nella deturpazione delle statue, nel loro abbattimento, nell’abolizione del Columbus Day – la festa degli italiani; la festa del contributo italiano alla crescita della nazione americana – in quella che si configura, oggi, come una vera e propria damnatio memoriae».

“Processo a Colombo”: da quali presupposti parte e a quali conclusioni arriva?

«In Processo a Colombo ho tentato di comprendere il motivo – se si vuole, la genesi – di tale repentino mutamento d’opinione; non solo in sede storiografica, ma anche nella mentalità dell’americano medio. Mi sono chiesto, innanzitutto, il motivo per cui Colombo sia così centrale nella storia degli Stati Uniti, ch’egli, del resto, non toccò mai. Si tratta di un rapporto relativamente recente, che si sviluppa a partire dalla fine del Settecento, quando le colonie nord-americane, resesi indipendenti, avvertirono la necessità di dotarsi di simboli propri. Al pari dei coloni nord-americani, Colomba aveva abbandonato il Vecchio Mondo per abbracciare un’esperienza nuova. Per di più, aveva subìto dai poteri forti sotto i quali aveva militato – ovvero, dai reali di Spagna – autentiche ingiustizie. In questo senso, l’Ammiraglio poteva ben assurgere a simbolo dei nuovi Americani, vessati dalla monarchia inglese, sotto la quale, invece, militavano coloro che, effettivamente, avevano esplorato il Nord America: Giovanni Caboto e Henri Hudson (Juan Ponce de Léon, lo scopritore della Florida, era ritenuto un eroe in Spagna; Giovanni da Verrazzano, che aveva raggiunto la baia di New York, era, invece, uomo di Francesco I di Francia). Di qui alla condanna della sua persona il passo è grande. Cosa è successo? Cosa c’è di vero nelle accuse di schiavismo, di razzismo, di disprezzo per il genere umano che, con sempre maggiore insistenza, sono addebitate al navigatore? La risposta è che non interessa. Colombo è assurto a simbolo della violenza colonizzatrice dell’uomo bianco. Il disinteresse per la vicenda storica non fa che nascondere, però, tutta l’incapacità statunitense di fare i conti con il proprio, di passato. Non è Colombo che interessa. Chi abbatte le statue intende abbattere un sistema che ha creato enormi sperequazioni. Solo che sbaglia obiettivo. Non è un caso se alle proteste non abbiano sinora partecipato le minoranze autoctone».

Ha senso processare la storia e i personaggi del passato con criteri propri della società contemporanea?

«Le conclusioni cui giungo rispondono esattamente a questa domanda. E vi rispondono in maniera negativa. “Processare” la storia è sempre sbagliato. Anzi, può rivelarsi perfino pericoloso. Non è compito dello storico il giudicare. Semmai, lo è il cercare di comprendere. Processo a Colombo invita a riflettere su questo. Non lasciatevi ingannare dal titolo: non si tratta d’un “processo” al navigatore ma d’un’analisi dei motivi che sottostanno al bislacco tentativo di “processare” il nostro. Il “processo” è l’oggetto».

Umberto Maiorca

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Il Medioevo e i luoghi segreti in Italia

Luoghi segreti, sconosciuti, oppure difficilmente raggiungibili, velati di quel fascino misterioso collegato all’Età di mezzo. E ancora episodi di caccia che coinvolgono re e duchi, oppure storie d’amore all’ombra di una torre o di un convento. Residenze famose, tipo Castel del Monte, e romitori isolati e sconosciuti. Tutto questo lo si trova in “Alla scoperta dei luoghi segreti del Medioevo” di Mario Galloni ed Elena Percivaldi (Newton Compton editore). Il libro è stato presentato in occasione del Festival del Medioevo di Gubbio e quella che segue è la trascrizione di una chiacchierata con l’autrice nel lungo viaggio in Italia alla scoperta della sconvolgente bellezza della Penisola e della sua storia.

 

Elena Percivaldi al Festival del Medioevo a Gubbio

Alla scoperta dei luoghi segreti del Medioevo, segreti in quanto inaccessibili o mai visitati oppure perché nascondono leggende e misteri? «I luoghi di cui abbiamo scelti di parlare nel testo sono luoghi legati alla storia medievale, ma non notissimi al vasto pubblico e ai non “addetti ai lavori”. Abbiamo, in altre parole, selezionato tra i tantissimi castelli, borghi, abbazie e monumenti quelli che a nostro giudizio (perché li abbiamo studiati direttamente) ci sembravano meritevoli di essere raccontati. Alcuni – molti, per la verità – racchiudono leggende affascinanti: le abbazie di San Pietro in Valle a Ferentillo (Terni) e San Pietro al Monte di Civate (Lecco), ad esempio, sono legate a cacce “miracolose” da parte di principi o duchi longobardi; ci sono storie romantiche, come quella di Lotario e Imelda a Santa Croce al Chienti (Fermo), leggende dietro le quali si nascondono però significati ben più profondi. Ci sono poi storie intriganti che vedono protagonisti manoscritti, affreschi, capitelli e reliquie, ma anche città medievali di fatto scomparse, come Alessandria e Lodivecchio, le cui poche vestigia magari sfuggono allo sguardo disattento del turista (e spesso anche a chi ci abita da sempre….), ma custodiscono gioielli mozzafiato che vale la pena di ammirare. Un luogo, però, fa eccezione ed è un’eccezione voluta: Castel del Monte. Abbiamo scelto di includerlo anche se è un luogo notissimo perché, purtroppo, negli ultimi decenni è stato oggetto di tante speculazioni e letture spericolate senza alcun fondamento scientifico, al punto da essersi paradossalmente trasformato, di fatto, in un luogo poco noto. Da qui l’esigenza di ri-raccontarlo, fonti alla mano e lasciando perdere i facili esoterismi tanto popolari anche a livello mediatico. Castel del Monte è un luogo straordinario per il solo fatto di essere quello che è: un castello, simbolo in pietra della regalità sveva. Non ha certo bisogno di essere travisato per sprigionare il suo enorme fascino!». Qual è il filo che lega questi luoghi dalle Alpi alla Sicilia? «Non c’è un vero e proprio fil rouge se non, appunto, la volontà di raccontare luoghi magari poco conosciutin ma ricchi di storia, di bellezza e di memoria, che conosciamo bene e di sui ci siamo a vari livelli “innamorati”, e accompagnare i lettori alla loro scoperta o riscoperta. Di ciascuno di essi abbiamo cercato di individuare le particolarità e raccontarle con uno stile chiaro e avvincente. Speriamo che il libro possa avvicinare e catturare anche chi non ha una conoscenza approfondita del Medioevo ma ne è affascinato e vorrebbe saperne di più».

 

Presentazione del libro a Gubbio

Cos’è il Medioevo italiano a livello artistico e architettonico, come lo potremmo descrivere? «E’ impossibile anche solo pensare di definire mille anni di storia come un periodo omogeneo, quindi anche artisticamente direi che pretendere di definire gli stessi mille anni con pochi aggettivi sia quantomeno riduttivo se non privo di senso. Non esiste un Medioevo ma, forse, più “Medievi”, sempre ammesso che si possano definire tali: troppe le varianti, troppe le contaminazioni e i dialoghi, gli incontri e gli scontri, per poter classificare in maniera schematica l’arte che vi vede complessivamente la luce. Se ci atteniamo alla partizione cronologica tradizionale, nel “Medioevo” trovano spazio sia l’iconografia ieratica e simbolica di ispirazione bizantina che il “realismo” giottesco. Ci sono le decorazioni zoomorfe e geometriche di matrice barbarica, i simboli inquietanti dei capitelli romanici, la scenografica grandiosità gotica. Cos’è il Medioevo italiano? Provocatoriamente, direi, tutto e nulla. Volendo invece dare una risposta posata: è un mosaico coloratissimo, creato da tante mani diverse, in cui si coglie un anelito comune verso l’assoluto e dove riecheggia, nelle sue infinite varianti, un’accecante e sconvolgente bellezza». Com’è nato questo volume? «Il libro è nato direttamente dalla direzione editoriale di Newton Compton, che mi ha proposto di lavorare a questo titolo, dopo “La vita segreta del Medioevo” e “Gli antipapi” che con Newton ho pubblicato rispettivamente nel 2013 e nel 2014. Ho accolto, devo dire, subito l’idea con entusiasmo perché in questi anni mi sto occupando, per il mensile Medioevo, di analizzare e raccontare alcuni luoghi che costituiscono importanti vestigia medievali ma che risultano “nascosti” oppure, anche se noti (ma non notissimi!) sono talmente belli e complessi da meritare un’approfondita analisi storica e iconografica. In Italia per fortuna c’è solo l’imbarazzo della scelta. Nella prima bozza dell’indice i luoghi erano oltre 120, ma il lavoro rischiava di essere monumentale oppure, dovendolo contenere in un certo numero di pagine, troppo superficiale, quindi abbiamo operato una selezione. E’ stata dura: alla fine abbiamo deciso di trattare una sessantina di luoghi rappresentativi di tutta la penisola. Ma speriamo davvero, se i lettori ci premieranno e l’editore lo vorrà, di poter dare un seguito al lavoro con un secondo volume. Poi chissà…». Il libro è scritto a quattro mani, come vi siete divisi i compiti? «Diciamo che il testo è stato concepito globalmente come un viaggio alla scoperta della bellezza nascosta. Lo abbiamo fatto insieme io e Mario Galloni, che è mio marito, quindi ogni testo naturalmente è stato discusso e rivisto da entrambi. Però è naturale che ciascuno di noi due abbia voluto improntare le parti che ha scritto con il proprio punto di vista particolare, frutto delle proprie conoscenze e della propria sensibilità, che per forza di cose sono diverse. Dal punto di vista pratico, posso dire che io, essendo una storica di formazione e da sempre interessata agli aspetti legati all’arte e all’iconografia, mi sono cimentata nella stesura dei capitoli e delle parti che privilegiavano questi argomenti. Mario, che è un cronista di lunga data, ha invece usato la sua penna per raccontare i personaggi e le storie. Il mix di registri alla fine ci è piaciuto e speriamo che risulti efficace e stimolante anche per chi avrà la pazienza di leggerci». Di tutti i luoghi di cui hai scritto in questo volume, ce n’è uno al quale sei più legata e perché? «Più di uno per la verità… ed è anche per questo che li ho scelti. Si tratta di Castelseprio e di Cividale del Friuli, due formidabili luoghi della memoria legati ai Longobardi, un altro tema a me particolarmente caro sin dai tempi ormai lontani dell’Università. Ricordo con un pizzico di nostalgia quando, agli inizi degli anni Novanta, avevo chiesto a mio padre di portarmici per “verificare sul campo” e toccare con mano le conoscenze che andavo acquisendo via via sui libri. Allora era tutto diverso e più complicato: non c’era internet, trovare le informazioni non era semplicissimo, molti libri si trovavano solo nella biblioteca dell’Università ma forse proprio per questo il piacere della scoperta di questo straordinario patrimonio fu enorme, come un libro che si rivelava una pagina dopo l’altra. All’epoca, oltretutto, il “boom” longobardo, era ancora lontano: sarebbe cominciato nel 2001 con la grande mostra di Brescia per poi esplodere dopo il 2011 con l’ingresso nel patrimonio Unesco del sito seriale “L’Italia dei Longobardi”, e da allora molto – a cominciare da quanto aveva scritto G. P. Bognetti sulla stessa Castelseprio – è stato scritto, studiato, rivisto, corretto…. Omaggiare quei luoghi, così come gli altri che hanno visto i Longobardi protagonisti (Monza, Benevento, Pavia, per non citarne che alcuni) è stato un po’ come ritrovare e rivivere l’entusiasmo e i ricordi di quegli anni, e rinfocolare una passione che ho sempre coltivato fino ad oggi. Si tratta di luoghi straordinari, dove l’espressione artistica ha raggiunto vette assolutamente memorabili: basti pensare alla teoria di sante in stucco del Tempietto longobardo di Cividale, ieratiche e fuori dal tempo, all’altare di Ratchis con le sue figure stilizzate che costituiscono un vertice dell’espressività “barbarica” in chiave cristiana, oppure all’eccezionale ciclo pittorico di Santa Maria Foris Portas di Castelseprio, opera di un anonimo artista orientale la cui qualità ed espressività pittorica non ha nulla da invidiare a quella di un Giotto. Spero tanto che il libro riesca, nel suo piccolo, a trasmettere tutto l’amore e la passione che ho sempre provato nei confronti del Medioevo e che spinga il lettore ad avvicinarsi a quest’epoca, a torto tanto bistrattata, con occhi del tutto diversi. Se ciò avvenisse anche solo in minima parte, ne sarei estremamente orgogliosa».

Umberto Maiorca

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La versione del Guiscardo

Venivano dal freddo nord, chiusi nelle cotte di maglia, con le lunghe lance e gli scudi a goccia. In pochi anni eliminarono i bizantini e gli arabi e divennero padroni del sud Italia. Chi erano i normanni? Chi era Roberto il Guiscardo? Francesco Grasso racconta l’epopea dei normanni e della famiglia più importante.

Roberto il Guiscardo

“La versione del Guiscardo” è un romanzo storico. Perché, secondo te, sempre più autori scelgono di cimentarsi in questo genere letterario?

«Partirei dai lettori. Non c’è dubbio che i romanzi storici, oggi, siano apprezzati: basta entrare in qualunque libreria, riempiono scaffali interi. Secondo me il pubblico è attratto dalla Storia, ma vuole leggere qualcosa in più della cronaca che può trovare in manuali scolastici e testi di saggistica. Spesso questi ultimi risultano aridi per i non addetti ai lavori; la narrativa, invece, può andare oltre i fatti, veicolare le passioni, i dilemmi, i conflitti interiori di chi quei fatti li ha vissuti, rendere la Storia avvincente e fruibile. In più, credo che il pubblico italiano sia attratto dalla narrazione del passato perché è consapevole di avere in retaggio una grande Storia. Ricordo quell’augurio cinese (o forse è una maledizione?) “Possa tu vivere in tempi interessanti”. Be’, per gli italiani è sempre stato vero, in tutte le epoche, vale la pena ricordarlo. Dal punto di vista degli autori, io penso che scrivere romanzi storici rappresenti una sfida intrigante. Mi porto a esempio, ma penso valga anche per i colleghi… Quando io scrivo narrativa di fiction, il mio scopo è rendere plausibile una trama di mia invenzione. Se un lettore sfoglia un mio racconto e commenta “Accidenti, sembra una storia vera!”, allora so di aver vinto, per così dire. Al contrario, quando scrivo un romanzo storico, il mio scopo è narrare un evento reale aggiungendovi suspense, tensione, pathos e anche una certa dose di colpi di scena. Difficile, perché è come scrivere un giallo di cui tutti sanno già all’inizio chi è l’assassino e qual è il movente: si rischia la noia, come dicevo prima per la saggistica. Se invece, nonostante tutto, riesco a raccontare il puro evento storico in modo che il lettore commenti “Accidenti, questo non può essere vero!”, allora è lì che vinco veramente».

Perché hai scelto di raccontare l’arrivo in Italia dei normanni?

«Premetto che “La versione del Guiscardo” è il mio sesto romanzo storico. Tutti i precedenti narrano storie della Sicilia. Scelta obbligata: sono siciliano di nascita, voglio raccontare il passato della mia terra; non mi sentirei in grado di lavorare, come autore, su vicende e genti che non mi appartengono. Non sono uno storico, solo un narratore. Perché i normanni? Forse perché, in ogni famiglia siciliana, c’è sempre un fratello moro dagli occhi neri e un fratello biondo con gli occhi azzurri. Il sangue arabo si è mescolato con quello normanno in un crogiolo unico al mondo. Chi conosce Palermo sa che laggiù ci sono capolavori di arte figurativa araba medievale, quasi un ossimoro, visto che l’Islam proibisce di ritrarre la figura umana. Furono proprio i normanni a fondere la loro cultura “barbara” con l’arte araba (nella pittura, ma anche nella poesia, musica, architettura…) creando qualcosa di straordinario che non si è ripetuto in nessun altro paese. Ho voluto raccontarlo, anche come omaggio e ringraziamento, nel romanzo “La versione del Guiscardo” e negli altri volumi della mia trilogia sugli Altavilla. Voglio anche sottolineare come Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero, nonostante fossero nati in Normandia, abbiano vissuto gran parte della loro vita in Italia. Entrambi sono sepolti in terra italiana: Roberto a Venosa (provincia di Potenza), Ruggero a Mileto (provincia di Vibo Valentia). Il primo è stato duca di Puglia e Calabria, il secondo conte di Sicilia. Entrambi sono stati, a mio avviso, personaggi storici italiani».

Torre normanna

Hai parlato della Sicilia. Cosa resta, nel nostro meridione, dell’epopea dei normanni?

«Tutto il sud Italia, ad esempio, è pieno di torri normanne. Sono costruzioni molto caratterizzate, riconoscibilissime. Come ho scritto nel mio romanzo, in realtà i normanni, quando giunsero da noi, trovarono un paesaggio già incastellato, gremito di torri bizantine, ex-romane e longobarde. Ugualmente eressero le “loro” fortificazioni dappertutto. Perché? Io credo che gli Altavilla volessero marcare il territorio. E ci riuscirono: la dominazione normanna durò meno di due secoli, ma le loro torri si ergono ancora. Oltre alle torri e agli occhi azzurri che citavo, i normanni hanno lasciato altre tracce nelle contrade del sud. Nel folklore e tradizione popolare di molti paesi meridionali, ad esempio… Tra i tanti cito Gerace in Calabria (la piazza principale della cittadina si chiama “Piazza del Tocco” in ricordo dello scontro tra Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero, che narro nel mio romanzo) e Cerami in Sicilia (ogni anno, a maggio, vi si rievoca la battaglia decisiva che si svolse in quella località, ove i normanni sbaragliarono un esercito arabo superiore in numero per 10 a 1). Anche la celebre “opera dei pupi siciliani” nacque per veicolare a un pubblico analfabeta, in una sorta di teatro ambulante, l’epopea della riconquista cristiana dell’isola da parte dei normanni. Molti aneddoti sugli Altavilla, assenti nelle cronache di Goffredo Malaterra e degli altri storici, si sono invece tramandati grazie alle recite dei burattini che ancora oggi, dopo mille anni, vengono messe in scena in Sicilia».

Nell’incipit del tuo romanzo ho letto una frase del Guiscardo: “Prevalere con l’inganno non è meno nobile di sopraffare il nemico con la forza”. È questo il segreto che ha permesso al Guiscardo e ai suoi fratelli di ottenere i loro straordinari successi militari?

«Riguardo ai successi militari, in effetti furono straordinari. I fratelli Altavilla arrivarono in Italia come semplici mercenari, portando con sé quasi solo un cavallo e una spada. In poco più di un ventennio conquistarono i potentati longobardi, espugnarono le città bizantine, scacciarono gli arabi dalla Sicilia, sconfissero l’imperatore tedesco a Civitate, imprigionarono il Papa, divennero duchi e conti… Come vi riuscirono? Roberto, dicono le cronache, era un politico e diplomatico geniale, cinico come Ulisse e spregiudicato come Machiavelli. Utilizzava tattiche di intelligence militare, era poliglotta, s’intrufolava mascherato negli accampamenti e nelle città avversarie, corrompeva i generali nemici, non aveva remore a prendere in ostaggio papi e vescovi, metteva in atto campagne di disinformazione e discredito per chi lo osteggiava. Il Guiscardo non sembra neppure un uomo del medioevo… Per dissolutezza e ambizione può rivaleggiare con figure ben più moderne come Bismark e Talleyrand. Ruggero, al contrario, era quel che oggi verrebbe definito “cristiano fondamentalista”. Viveva il rapporto con la Fede in modo mistico, si sentiva investito di una missione divina: scacciare gli infedeli dalla Sicilia. Giacché, secondo lui, Dio lo guidava, non poteva certo venire sconfitto. Questo lo rendeva, in battaglia, audace ben oltre i limiti della follia. Cito un passaggio del romanzo: Ruggero informa Roberto della sua decisione di sfidare l’emiro di Palermo. Il fratello, realista, lo ammonisce: “Hai almeno idea di quanti nemici dovrai fronteggiare?”. Ruggero scrolla le spalle: “Al bastone non importa quanti lupi dovrà percuotere. Esso sa che il pastore lo brandisce per proteggere il gregge, tanto gli basta. Io sono il bastone dell’Onnipotente, cosa dovrei temere?”».

Puppi siciliani

“La versione del Guiscardo” è il secondo volume di una trilogia. Vuoi parlarci degli altri due romanzi?

«Il primo volume della saga si intitola “I due leoni”. Vi si narra, in prima persona sotto forma delle memorie di Ruggero, la conquista della Sicilia da parte del più giovane dei fratelli Altavilla. Il titolo richiama lo stemma che i normanni portavano su scudi e stendardi, appunto i due leoni. Ma si riferisce anche al rapporto di amore-odio tra i due protagonisti, Roberto e Ruggero, due autentiche fiere da battaglia che quando non erano impegnati contro un nemico comune lottavano l’uno contro l’altro. Il Guiscardo soleva dire, riferendosi al rapporto con suo fratello “Due leoni possono cacciare insieme, ma solo uno può comandare il branco”. Il terzo volume della trilogia sarà dedicato al figlio di Roberto, battezzato alla nascita Marco, ma che cambierà il proprio nome in Boemondo. Costui guidò i normanni alle crociate e divenne re di Antiochia; fu il primo Altavilla a raggiungere il traguardo – la corona – che suo padre aveva inseguito vanamente tutta la vita. Il romanzo è ancora in fase di scrittura. Quando sarà pubblicato spero di poter tornare qui a Gubbio, in un prossimo Festival del Medioevo, a presentarlo».

Umberto Maiorca

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