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Chiarissima Chiara

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La Tavola del Maestro di Santa Chiara, capolavoro della fine del XIII secolo e prima opera agiografica dedicata alla fondatrice delle Clarisse

Un bagliore improvviso aveva illuminato la notte e una scia di fuoco si era trascinata a terra in un battito. Chiara aveva ammirato quello spettacolo dal suo lettuccio di paglia, attraverso la finestra del dormitorio che incorniciava il cielo stellato. Poi non aveva resistito alla tentazione, e come faceva da bambina, aveva espresso un desiderio.

Ora le mani rugose stringono la pergamena da cui pende il rosso sigillo di ceralacca. Fa un caldo terribile, in questo 11 agosto dell’anno 1253 dall’incarnazione del Signore, ma Chiara sembra non sentirlo: abbraccia come un’amante quella regola fresca di bolla pontificia, non smette di baciarla. È un refrigerio, è una benedizione, è il traguardo di una vita intera; è la vittoria finale dopo una lotta senza quartiere durata oltre vent’anni: un braccio di ferro con il Papa che ha messo a dura prova la sua fede, il suo coraggio, la sua determinazione.

Ma ora ha vinto: due giorni fa è arrivata da Roma la sospirata approvazione: l’approvazione della prima regola monastica scritta da una donna. È stata durissima ma ce l’ha fatta, Chiara, e ora può morire in pace. Sì, può morire in pace, finalmente, perché nessuno ormai potrà più distruggere la sua utopia, nessuno potrà censurare la sua esperienza: il sogno di Francesco è nero su bianco, con tanto di bolla papale.

Ci avevano provato in tutti i modi, a normalizzare la sua rivoluzione. Avevano tentato di costringerla a diventare una monaca qualunque, ad accettare rendite e privilegi, a seguire regole astratte scritte da uomini come facevano tutte le altre donne, a chiuderla in convento sotto stretta clausura, a farle interpretare la parte della dolce discepola del Serafico Padre; a incarnare il sesso debole in un idillio mistico-amoroso con il Giullare di Dio, il Poverello di Assisi, l’Altro Cristo.

Codice Membranaceo contenente la regola delle Clarisse (Oristano, Archivio del convento di Santa Chiara)

Volevano farla stare al suo posto, chiusa tra le sbarre a offrirsi al mondo come Reverenda Madre, la bella statuina nel presepe francescano.

Ma non avevano capito con chi avevano a che fare: Chiara aveva sfidato lo stesso Papa, per costringerlo ad accettare le sue condizioni; era arrivata a fare una sorta di sciopero della fame, rifiutando ogni forma di assistenza materiale per protestare contro le disposizioni che volevano dividere fratelli e sorelle. Il papa aveva proibito ai frati minori di visitare i monasteri delle clarisse, e Chiara aveva reagito cacciando anche quelli che portavano le elemosine: “Ce li tolga tutti allora i frati, dato che ci toglie quelli che ci porgono il nutrimento di vita”. E il papa, immediatamente, aveva dovuto fare marcia indietro.

“Chiara di nome, più chiara per vita, chiarissima per virtù” aveva scritto Tommaso da Celano in un imbarazzante capitolo della sua biografia di Francesco. Aveva appena 36 anni, Chiara, quando Tommaso aveva pubblicato la sua Vita di san Francesco, ma il frate scrittore l’aveva già messa sull’altare, parlando di lei come di una santa: “Pietra preziosa e fortissima divenne la pietra basiliare per tutte le altre pietre di questa famiglia religiosa”; “nobile per grazia; vergine nel corpo, purissima di spirito; giovane di età, matura per saggezza; costante nel proposito, ardente ed entusiasta nell’amore a Dio; piena di sapienza e di umiltà”. “Ma cosa scrive, questo? – aveva esclamato stizzita leggendo quelle pagine – Non sono ancora morta, io!”.

Ma le cose si erano capovolte, con il tempo: vent’anni dopo Chiara era stata punita per la sua ribellione al papa con una sorta di damnatio memoriae: nella Seconda vita scritta da Tommaso da Celano su Francesco, infatti, il suo nome era stato completamente rimosso. Tanto era stata esaltata nel primo libro, quanto ignorata nel secondo. Ma di questo a lei certo importava ben poco: quello che le interessava era che – pur senza citarla – nel suo secondo libro Tommaso ci avesse infilato anche i suoi, di ricordi. Ma soprattutto, voleva ottenere una nuova vittoria: Il Privilegio della povertà, ovvero il Privilegio di non avere alcun privilegio. Che detto così sembra quasi una battuta spiritosa, ma invece era una cosa terribilmente seria. E aveva dovuto forzare la mano a Gregorio IX, per ottenerlo. Perché era una richiesta inaudita: ogni monastero al mondo si sostentava con rendite, proprietà, privilegi. Ma Chiara non aveva nessuna intenzione di fare la monaca: lei voleva condividere la vita di assoluta povertà di Francesco e dei suoi compagni. Lei e le sue sorelle, quindi – esattamente come i frati – dovevano vivere del lavoro delle proprie mani e delle elemosine; senza alcuna sicurezza, senza alcuna garanzia, e senza alcun genere di protezione. “Se è per il voto che temi – le aveva detto Gregorio – noi ti sciogliamo dal voto”. “Santo padre – aveva risposto lei – per nulla mai desidero essere sciolta dalla sequela di Cristo!”.

Tommaso da Celano, primo biografo di San Francesco

Infine, la Regola: la cosa più difficile. Perché non si è mai vista una donna che si mette a scrivere una regola. Le regole le fanno gli uomini, e le donne si limitano a seguirle. Il cardinale Ugolino, che poi era diventato Gregorio IX, ne aveva scritta una per tutte le monache che – in giro per il mondo – avevano voluto seguire l’esempio di Francesco. E tutte le abbadesse dei monasteri francescani l’avevano accettata. Tutte, tranne Lei. E alla fine, dall’ennesimo braccio di ferro con il Laterano era uscita vittoriosa. Alla fine, è proprio il caso di dire. Perché è arrivata giusto l’altro ieri, l’approvazione definitiva della sua regola. E ora finalmente Chiara se ne può andare: può abbandonare questo corpo martoriato, chiudere gli occhi e immergersi nell’eterno. E riabbracciare finalmente Francesco, dopo 27 lunghissimi anni. Ricorda ancora come fosse avvenuto un’ora fa il loro primo incontro, e quella notte magica, a Santa Maria degli Angeli.

Una gioia immensa, la più grande che avesse mai provato. Tutti riuniti in quella piccola chiesetta; l’aria fresca di quella notte di primavera. Francesco in persona le aveva tagliato i capelli, poi Chiara si era spogliata dei suoi vestiti da nobildonna e aveva indossato il sacco delle contadine.

Tutti erano profondamente eccitati, ma nello stesso tempo turbati nel pensiero di quello che le sarebbe potuto accadere, nella preoccupazione di dove poterla rifugiare. Perché sapevano bene che Chiara non avrebbe mai potuto vivere con loro; che la cosa li avrebbe inevitabilmente associati agli eretici, proprio ora che il Papa li aveva onorati della sua approvazione. Solo tra gli eretici, infatti, si trovano donne e uomini che convivono. Ma Francesco aveva già pensato a tutto: l’aveva fatta subito portare nel ricco e potente monastero benedettino di San Paolo delle abbadesse. Non a fare la monaca, però, beninteso, ma la serva: la serva delle monache.

Gregorio IX in un antico capolettera

Qui erano arrivati lo zio Monaldo con tutto il parentame a cavallo e armati fino ai denti, ben determinati a non accettare uno scandalo simile. Avesse fatto la monaca – in un convento così importante, poi – non avrebbero avuto niente da ridire. Ma che un membro della loro famiglia si potesse ridurre in quello stato, a fare la servetta, no, era un’infamia che la famiglia di Offreduccio non poteva permettersi.

Avevano tentato di portarsela via, prima con le buone e poi con le cattive, ma Chiara si era aggrappata alla tovaglia dell’altare e si era tolta il velo, mostrando la testa rasata. Era un segno inequivocabile: Chiara era a tutti gli effetti una penitente, e quindi – esattamente come Francesco – era passata sotto la giurisdizione della Chiesa. Nulla poteva fare, a questo punto, la famiglia, per impedirle di seguire la sua strada, e Monaldo e i cugini se ne erano dovuti tornare ad Assisi con le pive nel sacco. Dopo quello spiacevole incidente, però, le monache l’avevano gentilmente pregata di accomodarsi fuori dal convento, ché altre rogne del genere non le volevano. D’altra parte fare la conversa in un monastero di abbadesse altolocate non era certo l’aspirazione di Chiara, che era stata piuttosto contenta di andarsene subito. Francesco, ancora una volta, si era occupato di trovarle una sistemazione, e alla fine l’aveva portata nel convento della chiesa di Sant’Angelo.

D’altra parte il grande santo non poteva far mancare “un aiuto al sesso più debole – come scriverà l’anonimo compilatore della Legenda Sanctae Clarae virginis – il quale, preso dal gorgo della libidine, era attratto dalla volontà ed ancor più vi era spinto dalla fragilità”.

Ma la verità è che non era stato Francesco, a convertire Chiara, checché se ne dica: altro che sesso debole! Lei aveva scelto di dedicare la sua vita al Vangelo prima ancora che lo facesse lui, anche se era ancora soltanto una bambina.

La Chiesa di San Paolo delle Abbadesse si trova al di fuori del nucleo abitato di Bastia Umbra, poco lontano da Assisi. L’edificio, eretto tra l’XI e il XII secolo, era collegato ad un monastero benedettino femminile. Nel 1212, su richiesta di San Francesco d’Assisi, accolse per alcune settimane Santa Chiara d’Assisi, ma i suoi familiari tentarono, anche in modo violento, di riportarla a casa

Lui ci aveva messo una vita, per capire cosa voleva davvero dalla vita: era stato un ricco commerciante, il re della gioventù di Assisi: era felice, aveva tutto quello che un uomo può desiderare, e sapeva divertirsi. Poi quell’ansia di ulteriorità che lo tormentava, lo aveva portato sulla strada della guerra: voleva farsi crociato, per guadagnarsi un titolo nobiliare. Poi era andato a combattere i perugini. Infine, quando aveva ormai 24 anni, aveva dato di matto: aveva regalato ai poveri tutte le sue ricchezze e si era messo a vivere in mezzo ai lebbrosi. Il padre lo aveva trascinato in tribunale, e il processo si era svolto sulla piazza di San Rufino, proprio dove si affacciava il palazzo della famiglia di Chiara e lei lo aveva seguito, quel processo, affacciata alla finestra. Aveva 12 anni, a quei tempi, ma aveva già iniziato a rifiutare proposte di matrimonio e deciso di seguire la strada della povertà. Mentre lui si spogliava completamente nudo di fronte a tutta la città, lei indossava umili maglie sotto i vestiti sontuosi, per assaggiarne almeno un po’, di umiltà. E per il resto, faceva quello che poteva; quello che può fare una giovane nobildonna di città: tanta elemosina, fino al punto di privarsi spesso del cibo per mandarlo ai più bisognosi; continuava a rifiutare le sempre più frequenti proposte di matrimonio della migliore gioventù di Assisi. Non voleva sposarsi, ma non voleva nemmeno farsi monaca. E certo di alternative a quel tempo non ce ne erano mica. Ma era stato proprio quel matto a indicarle la strada: la strada della follia; perché l’amore – l’amore quello vero – è così: al cuore non si comanda.

Era un nemico, oltre che un matto, Francesco di Bernardone. Apparteneva a quella borghesia che aveva cacciato la famiglia di Offreduccio da Assisi – una decina di anni prima – insieme a tutti i “maiores”, la nobiltà che abitava nella parte alta della città. Quelli si erano rifugiati a Perugia, e poi i perugini – con il loro appoggio – avevano attaccato gli assisani.

San Francesco rinuncia ai beni terrenni, la quinta delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco della Basilica superiore di Assisi, (Giotto, 1295 -1299)

Francesco, al tempo in cui inseguiva ancora sogni di gloria militare, catturato a Collestrada era rimasto per un anno nelle prigioni di Perugia, ed era tornato parecchio malconcio. Si diceva che fosse proprio la malattia, ad avergli dato alla testa. Ma ora era proprio quella follia a tracciare la strada. Se l’aveva fatto Francesco, di spogliarsi tutto e vivere in mezzo ai poveri, poteva farlo anche lei. Non si era fatto mica monaco, lui, né tantomeno prete. Altro che maiores, il suo gruppo si faceva chiamare “minores”. Era esattamente questo che Chiara voleva dalla vita: da sorella maggiore voleva diventare una “sorella minore”. Aveva iniziato con la beneficenza, mandando delle elemosine agli operai della Porziuncola. Poi anche suo cugino Rufino si era unito a quell’allegra brigata e lei – ormai diciottenne – aveva deciso che era arrivato il suo turno. Era riuscita ad incontrarlo diverse volte. Una volta Francesco stesso si era presentato in persona al palazzo degli Offreduccio ma Monaldo, lo zio di Chiara che aveva preso il comando della famiglia dopo la morte del padre Favarone, lo aveva cacciato. Allora si era mossa Chiara, accompagnata dall’amica d’infanzia Bona di Guelfuccio, per andare a trovarlo. Erano stati incontri clandestini, segreti e brevi, che a vederli non ci avrebbe creduto nessuno, che quell’interesse era di natura divina e non sessuale. Anche perché quando stavano insieme, Chiara e Francesco, facevano scintille; in ogni senso: le parole di Francesco la infiammavano e la illuminavano. Qualche anno dopo, l’unica volta in cui Chiara si era recata alla Porziuncola per pranzare con Francesco e i suoi compagni, da Assisi erano accorsi con le tinozze d’acqua, convinti che ci fosse un incendio, tanta era la luce che si era irradiata da quella valle. Dunque bisognava tenere a freno le malelingue: la città è piccola e la gente mormora. E cosa avrebbero detto di una giovane e aristocratica zitella che si vede con una sorta di eccentrico penitente senza abito né regola? Nel corso di quei rari e brevi incontri, comunque, Chiara aveva comunicato a Francesco la sua ferma intenzione di seguirlo. Era una donna più che matura e bisognava prenderla sul serio. Anche perché aveva già regalato tutti i beni della sua dote ai poveri, rifiutandosi di venderli ai parenti stessi che avevano offerto un prezzo altissimo. “Non si possono truffare i poveri” aveva detto lei. E Francesco l’aveva presa sul serio davvero. E per il grande momento non aveva lasciato niente al caso: come giorno aveva scelto la Domenica delle Palme, e aveva stabilito un messaggio in codice per segnalare l’approvazione da parte della Chiesa. Entrata in Cattedrale, Chiara – a differenza di tutte le sue amiche – non era andata a prendere il ramo d’ulivo dalle mani del vescovo; lo stesso vescovo Guido, però, vedendola si era mosso dall’ambone, aveva sceso i gradini e aveva raggiunto la ragazza, consegnadole la palma. Quella notte, poi, era fuggita dal palazzo di famiglia uscendo dalla porta dei morti, sul retro: quella chiusa, che si apriva – appunto – solo per far passare i cadaveri. E lei stessa si era dovuta adoperare per sgombrarla e forzarne la serratura.

Poi l’affannato cammino per le vie deserte di Assisi, l’uscita dalla porta della città, con la complicità di una guardia. E infine la corsa gioiosa per il bosco con la sua accompagnatrice fino a quando – nel luogo convenuto – non si erano incontrate con due fraticelli.

Si erano guardati pieni di eccitazione, di affanno, di sorriso. I lunghi capelli biondi sciolti le ricoprivano le spalle come un manto dorato; la torcia in mano; e gli occhi neri che sprizzavano gioia.

Senza pronunciare una parola, si erano incamminati verso la Porziuncola, dove li aspettavano Francesco con gli altri.

Si sentiva confusa e felice mentre gli otto piedi marciavano gioiosi verso Santa Maria degli Angeli e quando era arrivata in vista della minuscola chiesa aveva visto brillare decine di fiaccole.

“Non lasciarmi sola!” esclama tra i singhiozzi Agnese, ridestandola dai suoi ricordi. Chiara si guarda intorno e si accorge di essere circondata da tutte le sue sorelle: Francesca, Benvenuta, Illuminata, Pacifica, Cristiana. Ci sono anche frate Leone e frate Angelo, che per quasi trent’anni si sono assunti la responsabilità di custodire la memoria di Francesco contro i tentativi di “normalizzazione” operati dalla Curia romana e dai vertici dell’Ordine. Grazie a Leone e Chiara, il monastero di San Damiano è diventato un vero e proprio centro di resistenza francescana; Leone ha affidato a Chiara i rotoli con le sue memorie e Chiara – a sua volta – ha affidato i suoi a Leone. “Non lasciarmi sola, sorella mia!” ripete Agnese piangendo.

Il Monastero di Sant’Angelo di Panzo, sulle pendici orientali del Monte Subasio, sotto l’Eremo delle Carceri

Non aveva resistito quindici giorni, Caterina, senza la sorella maggiore. Aveva sedici anni, quando Chiara se ne era andata di casa. E dopo due settimane l’aveva raggiunta nell’eremo di Sant’Angelo in Panzo: un antico convento semi-diroccato ma da cui sgorgava una sorgente che alimentava tutta Assisi. Mai metafora era stata più appropriata e le due sorelle erano felici di vivere lì, insieme ad altre donne laiche, che avevano deciso di fare vita comune in preghiera e in penitenza, ma senza prendere i voti.

Monaldo e il resto della famiglia, però, dopo aver tentato invano di riportare a casa la primogenita, avevano deciso di riprendersi almeno Caterina. D’altra parte la sorella minore, a differenza di Chiara, non aveva ricevuto nessuna tonsura e non rientrava dunque in alcuno status ecclesiastico: era solo una laica che era scappata di casa e si era rifugiata in una Chiesa. Con lei, dunque, la famiglia non si era fatta problemi: erano arrivati in dodici al convento e avevano chiesto pacificamente di entrare. Poi si erano diretti verso Caterina: “Perché sei venuta in questo luogo? – le avevano detto – Affrettati al più presto a tornare con noi!”. Di fronte al rifiuto della ragazza, l’avevano agguantata e trascinata di peso fuori dalla chiesetta. Il problema è che quel peso si era fatto sempre più pesante. Chiara era assorta nella preghiera mentre i cugini non riuscivano più a muovere il corpo di Caterina. “Avrà mangiato piombo a cena!” avevano sghignazzato, strappandole i vestiti e i capelli. Avevano chiamato anche soccorsi, facendosi aiutare da contadini arrivati dai campi e dalle vigne, ma era stato del tutto inutile. Allora Monaldo, furioso, le aveva sferrato un pugno violentissimo in faccia con il guanto di ferro. Quel pugno, però, non era mai arrivato a destinazione perché all’improvviso lo zio era stato colto da un dolore atroce al braccio e il drappello se ne era dovuto tornare a casa, ancora una volta con le pive nel sacco.

Venuto a conoscenza dell’accaduto, Francesco aveva tagliato i capelli anche a Caterina, e le aveva cambiato nome in Agnese “perché mansueta come un agnello” aveva battuto quella congrega senza alzare una mano, armata solo della sua determinazione e delle preghiere di Chiara.

La chiesa di San Damiano, alle porte di Assisi

Poco dopo Francesco aveva capito che non si trattava più di trovare un luogo adatto per accogliere una giovane penitente: stava nascendo già una nuova comunità, proprio come era accaduto a lui quando l’amico Bernardo di Quintavalle gli aveva detto di voler condividere la sua vita. E se la comunità dei fraticelli si era rifugiata a Santa Maria degli Angeli, bisognava trovare un posto anche per le sorelle. La scelta era caduta su San Damiano, la chiesetta diroccata che Francesco stesso aveva restaurato con le sue mani e dove aveva vissuto per un periodo. Poco tempo dopo le due sorelle erano state raggiunte da Pacifica di Guelfuccio, la sorella di Bona (che, invece, aveva scelto di sposarsi), poi Benvenuta, originaria di una nobile famiglia di Perugia, e poi tante altre ragazze, quasi tutte di origini aristocratiche. La prima ad andarsene, invece, era stata proprio Agnese: Francesco l’aveva mandata in giro per l’Italia a fondare nuovi monasteri delle Povere Dame: si era stabilita a Monticelli, in Lombardia e poi aveva passato tutta la vita a fondare monasteri nell’Italia centrale e settentrionale. Solo adesso che ha 58 anni è finalmente tornata a San Damiano dalla sorella, e non ha nessuna intenzione di separarsene ancora.

“Non lasciarmi sola!” grida ancora Agnese piangendo. “Sorella carissima – risponde Chiara – piace a Dio che io me ne vada, ma tu smetti di piangere perché poco tempo dopo di me, anche tu verrai al Signore e il Signore ti darà una grande consolazione prima che me ne vada da te”.

Agnese si asciuga le lacrime e sorride. Beatrice guarda le due sorelle, prima l’una poi l’altra; cerca i loro sguardi, per capirci qualcosa anche lei. Sorelle in ogni senso, perché Beatrice è stata la terza, della famiglia, a unirsi alle Povere Dame di San Damiano. E non l’ultima: qualche tempo dopo addirittura la loro madre – Ortolana – aveva deciso di entrare in quello strambo monastero. L’unica delle sorelle a prendere marito era stata Penenda, la secondogenita, e alla fine a San Damiano – tra parentele di sangue e parentele di spirito – non ci si capiva più niente: perché Ortolana era madre carnale e figlia spirituale di Chiara, e viceversa, e non si sapeva più chi doveva chiamare madre chi. “Ma importa poco – amava ripetere la badessa – perché qui non ci sono più madri né figlie: siamo tutte sorelle”.

Santa Chiara dipinta da Giotto con l’attributo del giglio

“Siamo tutte… tutte sorelle” ripete Chiara con voce sempre più flebile, tra i colpi di tosse. “Mangia qualcosa – le fa Beatrice – sono diciassette giorni che non tocchi cibo”. “Sono allenata” sorride lei.

Se c’è qualcosa su cui Chiara si era trovata in dissenso persino con Francesco, era il digiuno. Lei ne aveva fatto quasi una cifra stilistica: non solo praticava il digiuno due volte a settimana nei periodi normali e tutti i giorni durante la Quaresima, ma addirittura alternava giorni di digiuno con giorni in cui non mangiava proprio nulla. E solo il fine settimana, in periodo di festa, si concedeva un bicchiere di vino. Non c’era da stupirsi, se Chiara ancora giovane aveva finito per ammalarsi.

Francesco, da parte sua, aveva visto quegli eccessi di mortificazione come una forma di fanatismo e una mancanza di rispetto nei confronti del proprio corpo, che è un dono di Dio. Digiunava anche lui, certo, ma solo per dare il buon esempio ai suoi compagni e per tenere a bada gli istinti: voleva dominare il proprio corpo, distaccarsi dai bisogni materiali, ma non c’era in lui nessuna intenzione di affliggere l’organismo. Anzi: amava le cose buone e i mostaccioli di frate Jacopa. Ma non era bastato nemmeno il suo ascendente su Chiara per farle cambiare idea: alla fine il nostro era stato costretto a ricorrere all’autorità del Vescovo per costringerla a non lasciare passare un giorno senza mangiare almeno un’oncia e mezza di pane.

Anche sul letto, Francesco aveva dovuto alzare la voce. Non amava certo i cuscini di piume, il Poverello; ma a tutto c’è un limite: Chiara dormiva sulla nuda terra, sopra un sacco di sermenti di vite, usando un pezzo di legno come guanciale. Diamine, ci dormiva anche Francesco, sulla nuda terra, ma un conto è rinunciare a lussi e comodità, un conto è farsi del male deliberatamente. Durante il capitolo delle stuoie Francesco aveva proibito a tutti i frati di indossare cilici o altri attrezzi dolorosi sotto la tonaca. E alla fine aveva convinto Chiara ad accettare una stuoia e un letto di paglia.

Frate Rinaldo si avvicina a quel lettuccio misero: “Devi avere pazienza, Chiara. Tanta pazienza. Questa malattia è il tuo martirio”. “Dopo che ho conosciuto la grazia del mio signore Gesù Cristo attraverso il suo servo Francesco – gli risponde lei – caro fratello, nessuna pena mi è stata fastidiosa, nessuna penitenza mi è stata pesante, nessuna malattia mi è stata dura”. “Quanto sei grande, Chiara! Quanto sei forte!” escalma Cristiana. Poi aggiunge: “Ti ricordi quando volevi partire per il Marocco e convertire gli infedeli? Come hai messo in imbarazzo il papa, con quel proposito di violare così palesemente la clausura? E quando hai cacciato i saraceni da San Damiano con il Santissimo salvando tutta la città?”. “Sei un’eroina. Ma anche un’ottima dottoressa – aggiunge Balvina – ti ricordi quando mi hai curato quel dolore terribile all’anca e ti sei tolta il velo per farne una fasciatura?”. “E quando con il tuo speciale impiastro hai guarito la fistola che mi aveva oppresso per anni?” fa Benvenuta. “E di come mi hai guarito dalla febbre idropica con la tua arte medica! – aggiunge Amata – te lo ricordi?” “A me hai fatto recuperare la voce!” interviene la perugina, “e a me hai fatto passare la sordità!” esclama Cristiana. “E quando ti è caduta addosso la porta del monastero, e non ti sei fatta niente?” si inserisce suor Angeluccia. “E della gattuccia che ti portava la tovaglia – soggiunge Francesca – te lo ricordi? Non potevi alzarti dal letto e continuavi a chiamare qualcuna che ti portasse quella tovaglia. Ma l’unica a rispondere al tuo appello era stata la nostra gattuccia, che te l’aveva portata strascinandola per terra”. “Sì, e tu ti sei arrabbiata – interviene Benvenuta – “cattiva, non la sai portare!”’ l’hai rimproverata. E allora la gattuccia l’aveva avvolta per non farla toccare per terra”. “E che dire – fa Pacifica – di quando hai moltiplicato i pani come Cristo? Abbiamo mangiato in cinquanta una sola pagnotta, e alla fine eravamo sazie!”. “E te lo ricordi quando ci hai raccontato che ti è apparso il diavolo, sotto forma di un giovane negro e ti ha detto che se piangi troppo diventerai cieca e poi ti si scioglierà il cervello e ti uscirà dalle narici e così finirai con l’avere il naso storto?” “E quella volta che sei stata due giorni e due notti in contemplazione, immobile sul tuo letto, senza accorgerti del tempo che passava?” “E quando ti ho dato un calcio in bocca, madre Chiara, te lo ricordi?” si affaccia un’altra sorella. “E che hai sempre esagerato, nel voler essere serva di tutte. Va bene darci l’acqua, va bene lavare i sedili del refettorio, ma addirittura lavarci i piedi quando tornavamo da qualche giro, era troppo”. “Che goffa che sei – aggiunge Francesca – Chiara ti voleva baciare il piede e tu, per ritrarlo, l’hai colpita in piena faccia!”. Chiara sorride. “E voi vi ricordate di quando Francesco mi ha allattato?”.

Cala il gelo. Cristiana guarda Leone e Angelo, imbarazzata, poi sussurra alla badessa: “Sssh… non raccontare queste cose…”. “E perché non dovrei?” ribatte Chiara, e prosegue: “Francesco si scoprì il petto e mi disse di succhiare il suo capezzolo, e io l’ho fatto e ho succhiato con gusto fino a che non ne è uscito il latte che ha nutrito la mia anima”. Cristiana guarda ancora Leone. “E’ stata una visione – gli dice all’orecchio – non è accaduto veramente”. “Sì, lo so” sorride Leone. “E poi il suo capezzolo mi è rimasto in bocca – continua Chiara – e Francesco è rimasto dentro di me. Per sempre”.

Sorride, Chiara. Nessun dolore fisico potrà toglierle quel sorriso stampato sulla faccia. E si stringe ancora al cuore la sua Regola.

Rivede la visita di papa Innocenzo di qualche giorno fa. Era entrato in monastero con tutto lo stuolo di cardinali. Voleva rivederla viva, per l’ultima volta. Aveva salito gli stretti gradini che portavano al dormitorio e l’aveva trovata stesa sul suo giaciglio, con il dolore nel corpo e la gioia nel volto. Gli aveva allungato la mano per farsela baciare ma Chiara aveva chiesto di poter baciare anche il piede. Subito due monache avevano portato uno sgabello di legno e il papa ci aveva poggiato la sua sacra fetta; quella ci aveva stampato sopra baci appassionati, sopra e sotto; poi gli aveva chiesto la remissione di tutti i peccati. “Avessi io bisogno solo di questa indulgenza” aveva risposto il vicario di Cristo, benedicendola e impartendole l’assoluzione. “Lodate il Signore, figliole mie! – aveva esclamato quando tutti se ne erano andati – perché Cristo oggi si è degnato di concedermi un dono tale che il cielo e la terra non basterebbero per ricompensarlo!”.

C’era sempre stato un rapporto complicato, con i vicari di Cristo. Una dialettica conflittuale, un amore spinto dalla santità e frenato dalla burocrazia. Di fatto i cardinali protettori dell’ordine e i papi che si erano succeduti l’avevano forzata ad assumere il ruolo di fondatrice di un ordine che in realtà non aveva mai fondato. Perché l’esperienza che si era formata ed era cresciuta a San Damiano non aveva niente a che fare con quella di tutti gli altri monasteri francescani sorti parallalamente in tutta Italia. Suor Filippa Mareri, per dirne una, Chiara non l’aveva mai conosciuta; Francesco le aveva parlato di lei, ma aveva costruito in modo del tutto indipendente la sua esperienza monastica a Borgo San Pietro. In giro per l’Italia, poi, c’erano tante comunità di “vergini prudenti” che non avevano avuto niente a che fare nemmeno con Francesco: a promuoverle e gestirle era stato il cardinale Ugolino, ed era stato lui – poi – a convincere il papa a riunire tutte queste esperienze diverse in un unico ordine religioso, che inizialmente si chiamava La congregazione delle povere dame della valle di Spoleto e della Toscana senza che ci fosse un legame ufficiale con i francescani e di cui lo stesso Ugolino aveva scritto la regola. Una regola basata sulla clausura, che Chiara non condivideva. Si trattava, di fatto, di due carismi completamente diversi, ma la Pianticella di Francesco era stata forzata ad entrare – con il suo monastero – in quel nuovo ordine, e solo la sconfinata ammirazione che il cardinale aveva per Chiara le aveva permesso, progressivamente, di imporre il suo ideale su quell’ordine che avrebbe finito presto per portare il suo stesso nome, ottenendo il privilegio della povertà, il legame con i frati minori, e una regola tutta nuova scritta personalmente da lei. In cui – ad esempio – la clausura viene stemperata, dal momento in cui le suore non devono restare recluse ma possono uscire dal monastero per “utile, ragionevale, manifesto e approvato motivo”. Eppure in realtà, per secoli, quello di Assisi resterà un monastero a “statuto speciale” e a molte clarisse nel mondo, a cominciare da Agnese di Boemia, verrà impedito per decenni di seguire la forma di vita di San Damiano.

Chiara d’Assisi ritratta da Piero della Francesca

Chiara guarda fuori della finestra il cielo limpido di questo giorno di mezza estate. E le sembra ancora più limpido, ancora più azzurro, ancora più chiaro, questo cielo. E’ circondata da frati e preti che recitano la Passione del Signore, ma quasi non li sente più. Continua a fissare il cielo d’estate, le sembra già quasi di esserci dentro, a quel cielo. Come se la porta, lassù, si stesse per aprire. Poi, tornando a guardare il gruppo di persone che prega attorno al suo giaciglio, si accorge che è arrivato frate Ginepro: un magnifico Giullare di Dio. A vederlo si sente piena di energia: “Ginepro! – esclama allegra – hai sotto mano qualcosa di nuovo sul Signore?”. Ma non sente la risposta. Quando il frate apre la bocca le sembra che dalla fornace del suo cuore fervente, anziché suoni escano delle scintille fiammanti che la riscaldano d’amore. Poi guarda le sorelle in lacrime: “Amate sempre la povertà!” raccomanda. “E ricordatevi che quando uscite dal monastero e vedete gli alberi, le fronde e i fiori, dovete sempre lodare il Signore! E anche quando vedete gli uomini e le altre creature, sempre tutte le cose e in tutte le cose dovete lodare Dio!”. Sospira. “E che Dio vi benedica! Vi benedica tutti! E riempia di grazia tutte le sorelle dei nostri monasteri poveri, presenti e future!”. Frate Angelo, tra le lacrime, cerca di consolare le sorelle. Leone bacia il letto di paglia. Tutti i volti sono gonfi di lacrime, i petti risuonano di singhiozzi. “Va’ sicura – mormora Chiara – perché avrai una buona guida di viaggio. Va’ perché chi ti ha creato, ti ha santificato e custodendoti sempre come una madre custodisce suo figlio, ti ha voluto bene con amore”. “Tu – aggiunge – Signore benedetto, sei colui che mi ha creato”. “Ma con chi stai parlando?” le chiede Agnese. “Io parlo all’anima mia benedetta” risponde Chiara. “Vedi anche tu il re della gloria che io vedo?”. “Cosa?” fa in tempo a dire Agnese, prima che le arrivi una fitta di dolore fortissima; la suora si gira istintivamente verso la porta del dormitorio e vede che sta entrando una turba di vergini vestite di bianco che portano ognuna sulla testa ghirlande d’oro. Tra di esse ne avanza una più luminosa dalle altre: sulla testa ha una corona con una specie di turibolo, da cui si irradia una luce quasi accecante. Quella donna si avvicina al lettuccio di Chiara, si piega su di lei e la stringe in un abbraccio dolcissimo. Poi le vergini la coprono con un pallio di meravigliosa bellezza e tutte fanno a gara a servirla, lavandole il corpo e decorando il suo letto. Quando Agnese si riscuote Chiara è morta, ma il suo volto sorridente continua a risplendere come in quella visione. Le mani nodose stringono al petto la sospirata Regola approvata dal Papa. I frati e le suore raccolti intorno al giaciglio piangono, e non sanno se di gioia o di dolore, non sanno più se hanno perso un’amica o hanno guadagnato una santa.

Chiara di nome, più chiara per vita, chiarissima per virtù. Adesso si può dire, adesso che non c’è più. Adesso che ci sarà sempre.

Arnaldo Casali

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Francesco, santo subito

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Madonna degli angeli e San Francesco. L’affresco con il celebre volto del poverello è attribuito a Cimabue (Basilica di San Francesco, Assisi)

“Nelle diverse parti del mondo, Francesco splendeva di miracoli e accorrevano da ogni dove al suo corpo santo quelli che, per i meriti di lui, avevano goduto grandi e straordinari benefici del Signore”.

È il 16 luglio 1228 e sono passati appena un anno, nove mesi e sette giorni dalla morte del santo più celebre del mondo.

Santo, sì, santo subito; santo da un pezzo. Da una quindicina di anni, almeno. Nell’arco di poche stagioni il matto di Assisi, quel giovane di belle speranze con un passato da mercante e un futuro da cavaliere, che di punto in bianco si era trasformato in un vagabondo e s’era messo a vivere in mezzo ai lebbrosi, quella specie di buffone mistico senza tonaca né regola, che si ostinava a vivere da pezzente, senza un tetto sopra la testa e fuori da ogni ordine riconosciuto dalla Chiesa, proprio lui – Dio solo sa come – era diventato il personaggio più famoso della cristianità. Nell’arco di poche stagioni la gente che fino a poco prima lo prendeva a sassate o rideva di lui si era messa a baciargli le mani, a strappargli pezzi di tonaca da conservare come reliquia.

Prima un amico – Bernardo da Quintavalle – lo aveva seguito e si era messo a vivere con lui. Poi un altro amico. Poi un altro tizio ancora, che lo conosceva appena di vista. Poi uno che non l’aveva mai visto prima, e poi decine e poi centinaia e poi migliaia di uomini e donne di ogni età e classe sociale erano accorsi ad Assisi per far parte della sua fraternità. Che poi per forza di cose alla fine era diventata un vero e proprio ordine religioso, e che ordine! Il più celebre, il più potente, il più importante della Chiesa. Era arrivato addirittura in Egitto per far la pace con il Sultano, Francesco da Assisi. Aveva predicato ovunque e mandato i suoi frati in giro per l’Europa.

Miracolo del crocifisso a San Damiano (Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi)

I miracoli, poi, si sprecavano: si raccontava che avesse tramutato l’acqua in vino, fatto risorgere ragazzini morti, parlato con gli animali, curato ogni sorta di malattia, che fosse persino apparso in sogno al Papa.

Negli ultimi giorni di vita Francesco aveva dovuto vivere sotto scorta, perché gli assisani erano terrorizzati all’idea che morendo lontano dalla sua patria, durante uno dei suoi numerosi viaggi, il cadavere potesse essere trattenuto in terra straniera. Francesco era di Assisi e il suo corpo – vivo o morto – apparteneva alla città.

Così, quando aveva avuto l’ultima crisi a Siena, era stato portato in tutta fretta alla Porziuncola. E qui, ascoltando il suo Cantico e degustando i dolci di frate Jacopa, nudo sulla nuda terra, aveva reso l’anima, la sera del 3 ottobre 1226.

Francesco aveva scelto la Porziuncola come casa sua e dei suoi frati e qui aveva voluto che fosse sepolto il suo amico Pietro Cattani, primo vicario dell’ordine – scelto dal fondatore quando aveva deciso di rinunciare ad ogni forma di potere – e che era rimasto schiacciato dal peso di quella responsabilità di cui lo stesso Poverello non era riuscito a farsi carico.

L’idea di seppellire lì anche Francesco, però, non era stata presa in considerazione nemmeno per un momento: Santa Maria degli Angeli si trovava in piena campagna, ed era troppo rischioso conservare i resti del santo al di fuori della mura della città, dove facilmente sarebbero stati preda dei tombaroli.

Così il corpo di Francesco – dopo aver sostato a San Damiano per consentire a Chiara un ultimo saluto – aveva trovato posto in pieno centro cittadino, all’interno della chiesetta di San Giorgio che lo stesso Francesco aveva restaurato dopo San Damiano e la Porziuncola.

San Francesco riceve le stigmate (Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi)

Intanto, annunciandone al mondo la morte, frate Elia – nuovo vicario dell’Ordine – aveva anche spiegato di aver trovato sul suo cadavere i segni della passione di Cristo, e frate Leone – segretario e confessore di Francesco – aveva confermato che l’amico e maestro aveva ricevuto quelle stimmate due anni prima, durante un’estasi sul monte della Verna, e le aveva tenute nascoste per tutto quel tempo.

Quell’ultimo e incredibile miracolo aveva accresciuto ancora di più la venerazione per il Poverello, che aveva finito per essere considerato un vero e proprio “Altro Cristo”.

“Persone d’entrambi i sessi, dopo la sua morte e per la sua intercessione, fecero ritorno al Signore – racconta ancora la Leggenda dei tre compagni, attribuita tradizionalmente ed erroneamente a Leone, Rufino e Angelo (a causa di una lettera a loro firma tramandata insieme al manoscritto) – numerosi personaggi della nobiltà con i loro figli indossarono il saio francescano mentre le spose e le figlie entravano nei monasteri delle Povere Donne”.

“Così pure parecchi uomini della cultura e celebri letterati, – continua la biografia, opera in realtà, di laici assisani – sia del laicato che del clero, rinunciando al fascino dei piaceri, al peccato e alle cupidità mondane, entrarono a loro volta nell’Ordine, impegnandosi a seguire, ognuno secondo la particolare grazia ricevuta da Dio, la povertà e gli esempi di Cristo e del suo servo Francesco”.

“A questo Santo si può ben a ragione applicare quanto fu detto di Sansone – chiosa la Leggenda – che furono molti più i nemici ch’egli uccise morendo, di quelli che aveva ucciso vivendo”.

Non c’era dunque nient’altro da fare, per la Chiesa, che formalizzare quello che il popolo aveva deciso già da un bel pezzo.

Il sogno di Gregorio IX (Giotto, Basilica superiore di San Francesco, Assisi)

D’altra parte, appena un anno dopo la morte del nostro, era stato eletto papa – con il nome di Gregorio IX – Ugolino dei Conti di Segni, il cardinale più vicino a Francesco e, soprattutto, all’ordine francescano.

Vescovo di Ostia, Ugolino era stato scelto da Onorio III come protettore dell’Ordine, e si era adoperato a lungo perché Francesco “mettesse in regola” – in ogni senso – la sua confraternita, con una regola, appunto, che lo stesso cardinale aveva supervisionato e che il papa aveva approvato.

Eletto pontefice nel 1227, Gregorio aveva rivendicato la sua amicizia con Francesco anche per stroncarne spietatamente le ultime volontà: di fronte alla severità mostrata dal fondatore nel suo Testamento, infatti, una delegazione dell’ordine guidata da frate Elia e di cui faceva parte anche Antonio di Padova, si era recata dal papa per sapere se gli ordini contenuti nel Testamento – giudicati troppo duri dai frati – fossero vincolanti o meno; e Gregorio li aveva rassicurati, sostenendo che dal momento in cui il santo aveva redatto le sue ultime volontà dopo essersi dimesso formalmente dalla guida della congregazione, non aveva alcun diritto di impartire ordini e quindi, i frati potevano infischiarsene beatamente di quello che il santo aveva “comandato fermamente per obbedienza”.

L’ordine non aveva più bisogno di una guida spirituale, di un testimone del Vangelo, di una coscienza critica e sempre vigile che lo aiutasse a restare fedele a sé stesso: aveva bisogno invece di un santo fondatore che lo legittimasse definitivamente e ne accrescesse il prestigio e il potere.

Così, “il signor papa Gregorio – racconta Tommaso da Celano nella sua Seconda vita – trovandosi a Perugia con tutti i cardinali e altri prelati, cominciò a trattare la sua canonizzazione. Tutti furono concordi e si dissero favorevoli. Lessero e approvarono i miracoli, che il Signore aveva operato per mezzo del suo servo, ed esaltarono con le più alte lodi la santità della sua vita”. Non deve fare troppa strada, il pontefice, per arrivare ad Assisi: è già da qualche anno, infatti, che Perugia – roccaforte guelfa – è diventata di fatto una delle sedi pontificie, ma anche acerrima nemica della ghibellina Assisi.

Lo stesso Francesco aveva avuto un pessimo rapporto con Perugia: se in gioventù ci aveva passato oltre un anno come prigioniero di guerra, anche da celebrità aveva dovuto affrontare i pregiudizi subiti in quanto assisano.

Gregorio IX ritratto dal pennello di Raffaello Sanzio nel ciclo di affreschi La Virtù e la Legge (Stanza della Segnatura, musei Vaticani)

Ad ogni modo, per la solenne cerimonia arrivano ad Assisi non solo decine di dignitari ecclesiastici, ma anche una folta rappresentanza di principi e baroni, oltre che “una moltitudine innumerevole di popolo confluito da diverse località, e che il Papa aveva convocato”.

Il 16 luglio, dunque, il papa si reca da Perugia ad Assisi seguito da tutto lo stuolo dei prelati e una gran folla.

“Quando tutti si trovarono nel luogo preparato per una circostanza così solenne – racconta Tommaso – da principio papa Gregorio parlò al popolo ed annunziò con affetto dolcissimo le meraviglie del Signore. Poi, con un nobilissimo discorso, tessé le lodi del padre san Francesco, versando lacrime di commozione mentre esponeva la purezza della sua vita”.

Una vita già chiusa in una biografia ufficiale che Gregorio ha chiesto di scrivere a tempo di record a Tommaso da Celano, ex capo dei francescani in Germania; il libro susciterà però molte polemiche in città: seguendo il mandato di Ugolino, infatti, il frate scrittore (autore – tra l’altro – del celebre inno funebre Dies Irae) si è preoccupato più di scrivere un’agiografia di stampo classico – ricalcando la figura di Francesco su quella dei santi più celebri – piuttosto che restare fedele alla verità storica. La cosa non è andata proprio giù a chi Francesco l’ha conosciuto bene, e tanto meno alla sua famiglia che nel libro di Tommaso ci fa una pessima figura. Così, vent’anni dopo, lo scrittore sarà costretto a scrivere una seconda vita del santo, riveduta e corretta e composta utilizzando – questa volta – testimonianze di prima mano.

Finito il suo discorso, papa Gregorio alza le mani al cielo e con voce sonora proclama ufficialmente santo Francesco d’Assisi, stabilendo che la sua festa venga celebrata il 4 ottobre: il frate era morto infatti il 3 ma dopo i vespri (e il giorno medievale comincia la sera, non a mezzanotte).

“Ecco, beato padre, abbiamo tentato nella nostra semplicità di lodare, come meglio ci è stato possibile, le tue mirabili azioni e di esporre a tua gloria almeno alcuni aspetti delle innumerevoli virtù della tua santità. Siamo convinti che le nostre parole hanno tolto molto splendore alla tua grandezza, perché non sono in grado di esprimere i prodigi di tanta perfezione” scrive Tommaso. “Tu ormai ti nutri col fiore di frumento, di cui eri affamato; ora ti disseti al torrente delle delizie, di cui prima eri assetato. Ma non crediamo che l’abbondanza della casa di Dio ti abbia così inebriato, da farti dimenticare i tuoi figli perché anche Colui che ti disseta si ricorda di noi”.

Al termine della solenne celebrazione lo stesso Gregorio pone la prima pietra della maestosa basilica dedicata al santo e che sarà edificata sul “Colle dell’inferno”, dove un tempo si svolgevano le esecuzioni dei condannati a morte, e che d’ora in avanti sarà detto “Colle del Paradiso”.

La basilica di San Francesco ad Assisi. Al termine della via lastricata, a destra, il portale di ingresso della basilica inferiore, da cui parte la scalinata che conduce alla basilica superiore

La prima parte della chiesa – la cosiddetta Basilica inferiore – sarà ultimata anch’essa a tempo di record, in appena due anni, tra l’eccitazione di frate Elia e il disappunto dei compagni di Francesco, che conoscendo bene la contrarietà assoluta del santo nei confronti di un progetto simile (anni prima si era messo a demolire personalmente un convento in costruzione a Santa Maria degli Angeli) si opporranno energicamente, tanto che Bernardo da Quintavalle arriverà a distruggere l’urna in cui si raccolgono le offerte.

Ma i problemi saranno ancora più gravi al momento della traslazione del corpo del santo dalla chiesetta di San Giorgio alla sua dimora definitiva, con l’esplosione di veri e propri tafferugli tra i frati e i cittadini di Assisi.

La cerimonia avverrà meno di due anni dopo, il 25 maggio 1230, vigilia di Pentecoste, quando dopo “magnifici preparativi”, la cassa con le ossa del santo sarà levata da terra tra lo squillo di trombe e deposta su un carro “riccamente ornato con una mirabile varietà” racconta padre Candide Chalippe Recolletto in Vita del serafico patriarca san Francesco di Assisi, pubblicata in Francia intorno al 1600.

“Ma per cagione del gran peso convenne farlo tirare ai buoi, che di scarlatto furono ricoperti”. “Il ministro generale e alcuni dei padri dell’ordine de’ più riguardevoli – prosegue Recolletto – erano stati nominati dal papa suoi commissari e vicari apostolici per la solennità, ma non fu loro possibile far l’ufficio loro. Imperocché i Principali di Assisi, che avevano fatto mettere all’armi molta gente, si impossessarono per forza del santo corpo”.

I rappresentanti del Comune, dopo aver agguantato la bara facendo uso di violenza, non permetteranno a nessuno di toccarla temendo che venga sottratta qualche reliquia. Giunti alla chiesa nuova, impediranno alla gente di vedere i resti del santo. “Ebbero l’ardire di prenderlo tumultuosamente, cosicché il sacro deposito fu toccato dalle profane lor mani e collocato nel suo proprio sito”.

Nella confusione generata, a nessun religioso sarà permesso di rendere omaggio al corpo di Francesco. Ma lo stesso frate Elia sarà sospettato di aver organizzato tutta l’operazione per impedire, ancora una volta per ragioni di sicurezza, che si sapesse dove si trovi – esattamente – la tomba e l’ingresso ai sotterranei per raggiungerla, con l’obiettivo di scongiurare una eventuale profanazione.

La sommità del colle del Paradiso, su cui sorgono le due basiliche sovrapposte. A destra, il bosco di San Francesco

D’altra parte il contemporaneo Marco da Lisbona, nella sua Cronaca della Traslazione, pur tacendo riguardo alla rissa confermerà come Elia “direttore della Sacra funzione, fatto segretamente trasferire il corpo del santo in luogo non a tutti noto, ma a pochi amici suoi, ed essendo seguito molto rammarico tra i frati che si erano congregati più per vedere il detto corpo che per fare il capitolo generale, a tutti frate Elia con poche e sagge parole soddisfece”.

Venuto a sapere dei tumulti, il pontefice, furibondo, lancerà sul popolo di Assisi l’interdetto e una pesante invettiva in cui li paragona ad Oza, che Dio punì con la morte per aver osato toccare l’Arca dell’Alleanza. Convocherà poi a Roma i rappresentanti del Comune autorizzando il Vescovo a scomunicarli in caso di disobbedienza.

Avuta soddisfazione ed essendosi sincerato “dell’operato e del fine degli assisani” Gregorio accorderà immediatamente il perdono alla città e cinque anni dopo – nel 1235 – tornerà lui stesso per consacrare la nuova basilica, che ricoprirà di privilegi e di ricchi arredi: su tutti una croce d’oro, scintillante di pietre preziose con incastonata una reliquia del legno della croce di Cristo, oltre a suppellettili liturgiche, altri oggetti utili al servizio dell’altare e molti preziosi e splendidi paramenti sacri.

La basilica sarà inoltre esentata dalla giurisdizione del vescovo di Assisi e sottoposta direttamente al Papa. Un privilegio di cui la chiesa madre del francescanesimo e il convento annesso godranno ininterrottamente per 775 anni: a revocarlo, infatti, sarà papa Benedetto XVI con un motu proprio del 9 novembre 2005 con cui la basilica e il convento saranno posti – per la prima volta – sotto l’autorità del vescovo diocesano.

La tomba di San Francesco (basilica inferiore, Assisi)

Quei tumulti del 1230, pur se rimossi dalla cronaca ufficiale, lasceranno però il loro segno nei secoli. La tomba del santo rimarrà infatti ignota e misteriosa per 600 anni creando anche una feroce polemica tra i frati conventuali e i frati osservanti, i “ribelli” che troveranno sede proprio alla Porziuncola e che arriveranno a negare che il corpo del santo sia davvero custodito nella Basilica di Assisi. Una lotta senza esclusione di colpi e destinata a passare anche attraverso commedie teatrali satiriche, e che vedrà come principali contendenti il frate conventuale padre Baldassarre Lombardi e l’osservante padre Flaminio Annibali, che nel 1779 darà alle stampe il volume Quanto incerto sia che il corpo del serafico S. Francesco esista in Assisi. D’altra parte anche chi dava per scontato che la basilica voluta da Gregorio ed Elia contenesse le reliquie doveva ammettere che “la situazione presente del corpo forma difficoltà, intorno alle quali non si può parlar chiaro”.

“Nessuno sa infatti né come né dove il corpo è depositato” scrive padre Recolletto nel suo volume, tradotto in italiano più di un secolo dopo. Nessun frate potrà dire di aver visto la tomba, e se la leggenda parlerà di un corpo conservatosi integro, in piedi e con gli occhi aperti, con le piaghe “fresche e vermiglie”, sotto il pontificato di Clemente XI (1700-1721) il frate francescano e vescovo di Assisi Ottavio sosterrà, al contrario, che il corpo “si trova in cenere ed ossa sotto l’altare della basilica maggiore e non esiste alcun sotterraneo”, ricevendo per questo il rimprovero del papa e la proibizione ad affrontare ancora l’argomento.

Pio VII ritratto da Jacques Louis David all’incoronazione di Napoleone Bonaparte

Da parte sua, Pio V (1566-1572) ordinerà segretamente degli scavi sotto la basilica, senza riuscire però ad individuare né la cripta né la tomba.

Ci riproverà Pio VII nel 1818, e questa volta – dopo ben 52 notti di scavi segreti nei sotterranei – la tomba tornerà finalmente alla luce per essere autenticata definitivamente dal papa il 5 settembre 1820.

Insieme alle ossa, i vescovi dell’Umbria, i periti laici e i notai troveranno anche la traccia di quei tafferugli: lo scheletro, infatti, non si presenterà integro ma con le ossa tutte sparse, “centrifugate” dai movimenti bruschi a cui la cassa era stata sottoposta durante quella violenta e imbarazzante traslazione di cui le cronache avevano cercato di cancellare, inutilmente, la memoria.

Arnaldo Casali

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Ildegarda e la lingua artificiale

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Ildegarda di Bingen in una raffigurazione del manoscritto Scivias

L’Esperanto ha un patrono. Anzi, una santa patrona: è Ildegarda di Bingen.

La lingua artificiale creata nel XIX secolo dall’oftalmologo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof trova infatti un antecedente proprio nella monaca tedesca, tra le più importanti figure della spiritualità femminile medievale. Scrittrice, drammaturga, poetessa, musicista, compositrice, filosofa, cosmologa, naturalista, ma anche consigliera politica, profetessa, fondatrice del monastero Bingen am Rhein, religiosa controcorrente e anticonformista, Ildegarda è stata anche l’autrice di una delle prime lingue artificiali di cui si abbiano notizie, la Lingua ignota, da lei utilizzata probabilmente per fini mistici.

La Lingua ignota utilizza un alfabeto di 23 lettere, definite le ignotae litterae. Ildegarda ha parzialmente descritto la lingua in un’opera intitolata Lingua ignota per hominem simplicem Hildegardem prolata, di cui sono sopravvissuti solo due manoscritti, entrambi risalenti al Duecento: il Codice di Wiesbaden e un manoscritto di Berlino.

Il testo è un glossario di 1011 parole con traslitterazione per la maggior parte in latino e in tedesco medioevale. Le parole sembrano essere per lo più nomi con qualche aggettivo. Sotto l’aspetto grammaticale la lingua ideata da Ildegarda appare come una parziale rilessificazione della lingua latina: è stata forgiata, cioè, adattando parole nuove sulla grammatica latina.

Non si sa se sia mai stata usata da altre persone al di fuori della sua creatrice.

Le 23 litterae ignotae di Ildegarda

Secondo alcuni studiosi del XIX secolo l’intenzione della monaca tedesca sarebbe stata proprio quella di proporre una lingua universale che unisse tutti gli uomini (per questo motivo santa Ildegarda è oggi come la patrona degli esperantisti), tuttavia oggi è generalmente accettato che la “Lingua ignota” sia stata concepita come un linguaggio segreto, simile alla “musica inaudita” di Ildegarda, della quale ella avrebbe avuto conoscenza per ispirazione divina.

Monaca aristocratica, Ildegarda più volte definì se stessa come “una piuma abbandonata al vento della fiducia di Dio”. Fedele peraltro al significato del suo nome, “protettrice delle battaglie”, fece della sua religiosità un’arma per una battaglia da condurre per tutta la vita: scuotere gli animi e le coscienze del suo tempo.

Non ebbe timore di uscire dal monastero per trattare con vescovi e abati, nobili e principi. In contatto epistolare con il monaco cistercense Bernardo da Clairvaux, come lui rivoluzionò il concetto stesso di monachesimo, uscendo dal chiostro per prendere parte attiva nella vita politica e religiosa del suo tempo.

Ildegarda fu infatti in stretti rapporti con l’imperatore Federico Barbarossa, che poi sfidò con parole durissime quando questi oppose due antipapi ad Alessandro III. L’imperatore, peraltro, non si vendicò dell’affronto, ma lasciò cadere il rapporto di amicizia che fino ad allora l’aveva legato alla mistica.

Una immagine tratta dal Liber Divinorum Operum (sec. XIII)

Nel 1169 Ildegarda eseguì persino un esorcismo su una tale Sigewize, che aveva fatto ricoverare nel suo monastero, dopo che altri religiosi non erano approdati a nulla: nel rito da lei personalmente condotto volle però naturalmente la presenza di sette preti, visto che solo i sacerdoti – secondo la Chiesa Cattolica – sono dotati del ministero di esorcista.

“Nel monastero di Rupertsberg vicino a Bingen nell’Assia in Germania – recita il Martirologio romano – santa Ildegarda, vergine, che, esperta di scienze naturali, medicina e di musica, espose e descrisse piamente in alcuni libri le mistiche contemplazioni, di cui aveva avuto esperienza”.

Ildegarda morì nel 1170 e fu seppellita nel Monastero di Rupertsberg. Quando però nel 1632, durante la Guerra dei Trent’anni, il monastero fu distrutto e bruciato dagli Svedesi, i monaci benedettini portarono via con loro le reliquie nella cappella del priorato di Eibingen, dove ancora oggi si trovano.

Papa Giovanni Paolo II, in una lettera per l’ottocentesimo anniversario della sua morte, salutò in Ildegarda la “profetessa della Germania” e la donna “che non esitò a uscire dal convento per incontrare, intrepida interlocutrice, vescovi, autorità civili, e lo stesso imperatore”.

Il 10 maggio 2012 papa Benedetto XVI la proclamò santa e il 7 maggio dello stesso anno dottore della Chiesa. La sua memoria liturgica cade il 17 settembre, giorno della sua morte. Tale giorno, secondo la tradizione, sarebbe stato “predetto” dalla santa a seguito di una delle sue ultime visioni

Ildegarda nel corso della sua vita ebbe infatti numerosissime visioni, di cui ha lasciato dettagliati resoconti illustrati nei manoscritti Scivias e Liber divinorum operum. Alcuni studiosi hanno suggerito che l’origine di queste visioni sia di tipo neurologico. Lo storico della scienza e della medicina Charles Singer le attribuì ad aure di origine emicranica, teoria resa popolare dal celebre neurologo Oliver Sacks, autore del “Risvegli” da cui fu tratto il film con Robert De Niro e Robin Williams, e scomparso dopo una lunga malattia nel 2015.

Arnaldo Casali

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Nel segno dell’Arcangelo. Un santo per i Longobardi

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L’Arcangelo San Michele e il diavolo (Tretyakov Gallery, Mosca, Russia)

Mi-ka-El, quis ut Deus, chi è come Dio? Custode di Israele, difensore della fede contro Satana e i suoi angeli ribelli, l’Arcangelo Michele trae le sue caratteristiche dal libro biblico dell’Apocalisse e come tale è rappresentato con due grandi ali, rivestito da un’ampia corazza e armato di spada o lancia, con le quali trafigge il drago che incarna Satana. Egli infatti è il princeps militiae caelestis, ossia il comandante che guidò l’esercito celeste contro gli angeli ribelli e li sconfisse, precipitandoli a terra. Equiparato a un santo, e guerriero per eccellenza, ha tra le sue prerogative anche la psicostasìa, ossia la facoltà di soppesare le anime in vista del Giudizio Universale. Per queste sue caratteristiche, in tutto o in parte comuni anche ad alcune divinità precristiane (ad esempio il classico Mercurio-Hermes) l’Arcangelo divenne figura assai popolare sia in Oriente, dove tradizionalmente è rappresentato come un alto dignitario di corte, sia in Occidente, che invece ne ha enfatizzato l’aspetto bellicoso. Qui a venerarlo furono in particolare i Longobardi, che gli dedicarono numerosi santuari e luoghi di culto in tutta Italia elevandolo al rango di santo “nazionale” . Le ragioni di questa predilezione sono molteplici e per comprenderle è necessario considerare brevemente la situazione religiosa dei Longobardi e il loro panorama culturale di riferimento prima e subito dopo il loro ingresso nella penisola italiana. All’arrivo in Italia, nel 568, i Longobardi pagani lo erano ancora in massima parte: solo l’élite guerriera – ma la questione è assai controversa – poteva aver aderito al Cristianesimo nella sua versione ariana, professante la sola natura umana di Cristo e pertanto giudicata eretica sin dal concilio di Nicea del 325.

Teodolinda, regina dei Longobardi, sposa Agilulfo, duca di Torino (dettaglio di un affresco degli Zavattari, 1444, duomo di Monza)

L’ “imprimatur” della coppia regnante Il lungo ed elaborato processo di conversione della gens Langobardorum ebbe invece inizio circa un quarantennio dopo l’ingresso nella penisola e fu voluto e favorito dai sovrani Agilulfo (591-616) e Teodolinda – lei bavarese e cattolica – nel quadro delle iniziative da loro adottate allo scopo di consolidare il regno in vista della ripresa della politica espansionista ai danni di Bisanzio. L’avvio della conversione fu possibile grazie all’asse stabilito dalla coppia regnante con il Papato, retto all’epoca da un uomo energico come Gregorio Magno (590-604), nel tentativo di ottenerne l’appoggio nel delicato e sempre precario quadro politico interno, caratterizzato da frequenti ribellioni al potere centrale da parte dei duchi più periferici. Un ruolo decisivo nel processo di evangelizzazione fu ricoperto dalla fondazione, durante tutto il VII e l’VIII secolo, di numerosi monasteri e chiese, e dal culto dei santi cui erano intitolati. I Longobardi ne percepivano alcuni come affini alle divinità pagane che veneravano nel loro pantheon tradizionale e l’Arcangelo era proprio uno di questi: egli infatti ricordava molto da vicino il Godan/Odino/Wotan cui si erano votati in tempi remoti e non solo perché legato alla guerra e protettore di eroi e guerrieri, bensì anche perché entrambe le figure erano considerate psicopompo, ossia accompagnavano le anime dei defunti nell’Aldilà.

Il “tempietto” e la chiesa “maggiore” All’Arcangelo i Longobardi dedicarono edifici religiosi in tutta l’area da loro occupata. A Cividale, primo ducato fondato subito dopo il loro ingresso in Italia e centro di primissimo piano nell’VIII secolo durante il ducato di Pemmone e del figlio (e futuro re) Astolfo, il “Tempietto longobardo” edificato da quest’ultimo – oggi Oratorio di Santa Maria in Valle – vanta tra gli altri gioielli artistici una lunetta della porta in mezzo alla quale, contornato da motivi ornamentali a grappoli e vitigni, è raffigurato il Cristo tra gli arcangeli Michele e Gabriele.

Basilica di San Michele Maggiore, Pavia

Il culto fu poi importantissimo nella capitale del regnum, Pavia, la cui chiesa maggiore («quae dicitur maior») era proprio la basilica di san Michele, la più grande delle quattro dedicate all’Arcangelo che col tempo sorsero in città. Considerata come templum regium, ossia chiesa regia, per la sua stretta dipendenza dal Palatium eretto già dal goto Teodorico nel VI secolo e restaurato dai Longobardi, la basilica di San Michele sarebbe sempre stata al centro della vita politica e delle vicende private dei sovrani ospitando battesimi di rampolli illustri e incoronazioni di re italici per tutto il Medioevo: da Berengario I (nell’anno 888) a Lodovico III (900), da Ugo (926) a Berengario II e al figlio Adalberto (950), da Arduino d’Ivrea (1002) a Enrico il Santo (1004), a Federico Barbarossa (1155). Subì svariate vicissitudini, dal saccheggio degli Ungari nel 924 all’incendio del 1004, fino al terribile terremoto del 1117 che la danneggiò al punto tale che dovette essere abbattuta. Al suo posto, fu costruito l’edificio che, salvo alcune modifiche, si può ammirare ancora oggi. La chiesa, in perfetto ossequio del resto al ruolo di custos (custode) rivestito da san Michele, fu luogo di rifugio di ribelli in almeno due occasioni, entrambe narrate da Paolo Diacono nell’Historia Langobardorum. La prima nel 642, quando un certo Unulfo, fedele servo del re Bertarido, vi trovò scampo dalle ire di re Grimoaldo; la seconda nel 737, quando un tale Herfemar, sodale del duca Pennone che si era ribellato a re Liutprando, vi si nascose per evitare la cattura, addirittura con la spada guainata. Il Chronicon Novalicense, redatto entro la prima metà dell’XI secolo, narra poi come durante l’assedio finale di Pavia da parte dei Franchi – correva l’anno 774 – il re Desiderio vi si recasse ogni sera a pregare.

L’abbazia di San Michele della Chiusa, meglio nota come Sacra di San Michele, in Val di Susa

Il rifiuto del duca Quanto il culto dell’Arcangelo fosse diffuso e sentito è dimostrato anche da un altro celebre episodio, riportato anch’esso dal Diacono, verificatosi appena prima della battaglia di Cornate d’Adda – nella pianura tra Milano e Bergamo -, che nel 688 vide scontrarsi l’esercito di re Cuniperto, filocattolico e fautore di una politica di pacificazione con Bisanzio, e i duchi “tradizionalisti” del Nordest, capeggiati dal duca di Trento Alachis. Narra il cronista che Alachis, sfidato dal sovrano in persona, rifiutò di combattere con lui perché fra le lance del re aveva scorto l’immagine sacra dell’Arcangelo, sulla quale anch’egli aveva prestato giuramento. Dopo la battaglia, vinta da Cuniperto, il re edificò sul luogo un monastero dedicato a san Giorgio, altro santo guerriero già protettore della cavalleria bizantina e ora “arruolato” di diritto tra le fila dell’esercito longobardo. Sempre nella Langobardia maior, uno dei santuari di spicco era la Sacra di San Michele, a Susa, lungo il Valico del Moncenisio. Si trattava della prima tappa in territorio italiano, venendo dalle Alpi, della cosiddetta Via Sacra Langobardorum, itinerario percorso dai pellegrini che dal monastero di Mont Saint-Michel in Normandia portava al santuario di San Michele sul Gargano (di cui parleremo fra breve) per poi continuare fino alla Terra Santa. Oltre all’eremo (“Spelonca di San Michele”) consacrato da san Colombano a Coli vicino al monastero da lui fondato a Bobbio su terreni demaniali donati sempre da Agilulfo e Teodolinda – siamo nel 613 circa -, altre importanti chiese dedicate all’Arcangelo si trovano a Lucca, che fu capoluogo del ducato di Tuscia, e nel suo territorio.

Costantino I in un mosaico della basilica di Santa Sofia a Istanbul

Alla conquista della “minor” Nella cosiddetta Langobardia minor, ossia l’area centro-meridionale della penisola controllata dai Longobardi, il culto dell’Arcangelo era ancora più antico. Tra i primi a venerarlo fu l’imperatore Costantino, che dopo l’Editto di Milano (313) che poneva ufficialmente fine alle persecuzioni ai danni del cristianesimo, fece costruire e dedicare un grande santuario a Costantinopoli, il Micheleion. Dall’Oriente, il suo culto penetrò in Occidente, dove la prima basilica eretta a suo nome sembra essere quella che sorgeva su di un’altura al VII miglio della Via Salaria, a Roma. A darvi ulteriore impulso furono le sue ripetute apparizioni – tutte raccontate nel Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano, redatto intorno al IX secolo e giunto in differenti redazioni sia greche sia latine -, l’ultima delle quali l’8 di maggio dell’anno 490 al vescovo di Siponto (presso Manfredonia, Foggia), Lorenzo Maiorano, per indicargli una grotta sul Gargano da consacrare al culto cristiano. Il Santuario edificato sulla grotta, noto anche come “Celeste Basilica”, si sarebbe rivelato decisivo per lo sviluppo della devozione all’Arcangelo e per la sua diffusione in tutto l’Occidente europeo. Cent’anni dopo, nel 590, papa Gregorio Magno avrebbe ribattezzato la Mole Adriana – lo tramanda Jacopo da Varagine nella Legenda Aurea – “Castel Sant’Angelo” proprio in omaggio ad un’altra apparizione, stavolta a segnare la fine della tremenda pestilenza che stava mettendo in ginocchio Roma.

L’abbazia di San Pietro in Valle, a Ferentillo (Terni)

Il mausoleo dei duchi di Spoleto Un’ulteriore apparizione, da poco documentata grazie a una scoperta d’archivio ancora inedita, sarebbe alla base anche della fondazione dell’abbazia di San Pietro in Valle a Ferentillo, in Umbria, luogo destinato a ospitare il mausoleo dei duchi di Spoleto (vedi Medioevo n. 229, febbraio 2016, pp. 92-103). E spelonche, ipogei e chiese rupestri consacrate al culto micaelico si trovano sparse un po’ in tutto il centro Italia. Sul Gargano e sul Santuario i Longobardi finirono fatalmente per concentrare la loro attenzione a partire dal 570 – anno cui di solito si fa risalire la creazione del ducato di Benevento ad opera di Zottone – quando tentarono ripetutamente di strappare l’Italia meridionale ai Bizantini. Un episodio cruciale da questo punto di vista fu l’attacco, iniziato nel 642 dal duca di Benevento Aione (641-642), contro gli Slavi che razziavano la costa adriatica non lontano da Siponto. Messi in fuga dal suo successore Rodoaldo (642-647), gli Slavi furono ben presto sostituiti dai Bizantini, che preoccupati per le mire espansionistiche dei Longobardi nei confronti del territorio da loro occupato, attaccarono il santuario. Ecco la narrazione di Paolo Diacono: «Morto a Benevento il duca Rodoaldo, che aveva governato cinque anni,divenne duca suo fratello Grimoaldo e guidò il ducato per venticinque anni. […] Era un grandissimo guerriero e famoso in ogni luogo. In quel tempo i greci (ossia i Bizantini) giunsero sul monte Gargano per depredare il santuario del santo arcangelo, ma quando Grimoaldo si avventò contro di loro col suo esercito li sterminò tutti». Secondo una tradizione più tarda, l’episodio dell’anno 650 avvenne l’8 maggio: così, accanto alla ormai tradizionale festività del 29 settembre, giorno della consacrazione della grotta ad opera del Maiorano, questa data entrò nel calendario delle celebrazioni micaeliche come anniversario dell’apparizione dell’Arcangelo e della vittoria di Grimoaldo.

Statuetta di San Michele (museo del santuario)

Santuario nazionale Da questo momento in poi, proprio il friulano Grimoaldo, duca di Benevento ma destinato a salire sul trono (662-671), si sarebbe prodigato per fare del luogo il santuario nazionale del suo popolo dando inizio a cospicui lavori di ingrandimento e ristrutturazione che sarebbero proseguiti alacremente con i suoi successori. Il duca Romualdo e re Cuniperto (688-700), ad esempio, fecero costruire due scale, una per l’entrata e l’altra per l’uscita, allo scopo di facilitare il flusso sempre maggiore dei pellegrini, e un’ampia galleria di oltre 40 metri da impiegare come hospitium, ossia come ricovero, per chi si recava a visitare questo sacro luogo. Anche la regina Ansa, moglie di Desiderio (756-774) fu molto prodiga con i pellegrini che si recavano ogni anno al santuario tanto che, come riporta il suo stesso epitaffio (forse composto da Paolo Diacono), volle assicurare loro «ampla tecta pastumque», ampi ricoveri e cibo. Posto sotto la giurisdizione del vescovo Barbato di Benevento, il Santuario di San Michele divenne il centro propulsore della definitiva conversione al cattolicesimo dei Longobardi ancora pagani e, più in generale, dell’evangelizzazione del territorio: un esempio può essere riscontrato nella grotta della Morgia Sant’Angelo di Cerreto Sannita, detta anche “della Leonessa”, trasformata in una cappella dedicata al culto dell’Arcangelo intorno all’anno 700. L’importanza del luogo non sarebbe diminuita nemmeno dopo la formale caduta del regno: non solo la sua frequentazione da parte dei fedeli non conobbe sosta, ma Normanni, Svevi e Angioini lo utilizzarono a loro volta come formidabile elemento di coagulazione nella altrimenti precaria situazione politica del Mezzogiorno medievale. La funzione, percepita come apotropaica da parte dei Longobardi, del loro santo “nazionale” risulta evidente dalla presenza costante dell’Arcangelo, con tanto di croce, scudo e legenda, sulle monete coniate da Cuniperto e dai suoi successori Ariperto II (702-712) e Liutprando (712-744), sicché san Michele finì per sostituire l’effigie della Vittoria sul verso non solo dei tremissi del regno, ma anche dei denari del ducato di Benevento. Da lì, con le ali spiegate e la spada sguainata, avrebbe ben presto “conquistato” l’Europa: come scrive lo storico Gilles Jeanguenin, «Da Roma e dall’Italia meridionale la devozione all’Arcangelo si diffuse verso l’Est in epoca carolingia, lungo l’itinerario dei monaci celti fino alle Alpi bavaresi, di cui i santuari dedicati a san Michele occupano le cime». Lungo la cosiddetta Via Langobardorum, il principe degli angeli svolse dunque l’importante funzione di cerniera tra Oriente ed Occidente portando con sé, oltre ai vessilli delle milizie cristiane, anche l’eredità delle antiche divinità del mondo pagano.

Elena Percivaldi

da Medioevo n. 224 (maggio 2017). © Elena Percivaldi / Medioevo. Riproduzione vietata.

L’EVENTO Nel segno dell’Arcangelo, i Longobardi “tornano” in Valnerina

Ai Longobardi e a san Michele Arcangelo è dedicata la prima edizione di “Michaelica”, evento storico-rievocativo che si terrà dal 19 al 21 maggio 2017 a Ferentillo (Terni), nella suggestiva abbazia romanica di San Pietro in Valle, fondata da Faroaldo nell’VIII secolo e mausoleo dei duchi longobardi di Spoleto. Il programma, ideato dalla medievista Elena Percivaldi e organizzato da ProLoco e Comune di Ferentillo, si aprirà venerdì 19 alle ore 15 con l’inaugurazione ufficiale alla presenza delle autorità e il Convegno dedicato alla figura dell’Arcangelo e al suo culto presso i Longobardi. Chiuderà la prima giornata un concerto di musica medievale del gruppo Winileod. Sabato 20 e domenica 21 sarà allestito, nel prato antistante la chiesetta dell’Abbazia, il campo storico curato dai rievocatori del gruppo Fortebraccio Veregrense che introdurrà i visitatori alle atmosfere del VII-VIII secolo. Il programma della tre giorni prevede inoltre incontri (tra cui uno con il prof. Marco Valenti dell’Università di Siena che parlerà de “L’Archeodromo di Poggibonsi: un viaggio nel tempo alla scoperta del Medioevo”), conferenze, un mercato medievale ed editoriale, spettacoli di combattimento, escursioni e trekking, visite guidate all’Abbazia e al Museo delle Mummie, cene longobarde (su prenotazione) e degustazioni di birre e prodotti tipici. Chiude la manifestazione il concerto dell’Ensemble Sangineto (inizio domenica alle ore 17). L’evento si avvale del patrocinio istituzionale di Regione Umbria e Comune di Ferentillo e gode del patrocinio culturale di Associazione Italia Langobardorum, Centro Studi Longobardi, Festival del Medioevo, Associazione Culturale Italia Medievale, Rievocare, Anticae Viae. Mediapartner: Medioevo e Radio Francigena.

Per informazioni: www.michaelica2017.wordpress.com Email: michaelica.ferentillo@gmail.com

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San Giorgio, il santo che non c’è ma si vede

StGeorge

Icona di San Giorgio nella chiesa di San Giorgio extra a Reggio Calabria

Ha salvato una principessa, ucciso un drago, convertito intere armate alla vera fede, guidato popoli, protetto nazioni, unito oriente e occidente, nord e sud e al tempo stesso istigato nazionalismi e fatto del suo simbolo la bandiera di grandi potenze. Venerato da cattolici, ortodossi, anglicani, laici e persino musulmani, ha fornito il suo patrocinio ai boy scout e il suo nome a 6 sovrani Inghilterra e al piccoletto che si prepara a salire sul trono fra tre generazioni.

Non male per un uomo che non è mai esistito. E che se pure fosse esistito, di certo non sappiamo nulla di lui.

San Giorgio è tutto e il contrario di tutto, perfetta sintesi delle contraddizioni, delle contaminazioni e delle suggestioni di due millenni di era cristiana: dalle storie dei martiri alle fiabe, dalle crociate alle repubbliche marinare, dalle tifoserie calcistiche alle liturgie orientali dense di incenso e di mistero.

Tutto comincia, secondo il racconto di Jacopo da Varagine nella Legenda Aurea, in Libia, a Selem, dove il grande stagno alle porte della città è infestato da un terribile mostro il cui alito mefitico semina morte e distruzione.

Per placare l’ira del mostro gli abitanti gli danno in pasto due pecore al giorno; quando però le pecore finiscono, sono costretti a sacrificare dei giovani estratti a sorte. Come sempre, finché si tratta di poveracci va tutto bene; quando però viene sorteggiata la figlia del re, allora iniziano i problemi seri. Il sovrano, terrorizzato, offre il suo patrimonio e metà del regno per salvare la vita della principessa Silene, ma la popolazione si ribella e ne scaturisce una mezza rivoluzione. Dopo otto giorni di guerra, il re si arrende e acconsente, rassegnato, al sacrificio della figlia. Prelevata dalla sua dimora, la piccola Silene viene costretta a dirigersi verso lo stagno dove sarà divorata dal mostro. Proprio mentre la giovane si sta incamminando verso il suo terribile destino, però, arriva il giovane cavaliere Giorgio che tranquillizza la principessa assicurandole il suo intervento.

San Giorgio e la principessa in un bassorilievo di Donatello

Poi, lancia in resta, galoppa verso il malefico stagno: aggredito dal drago gli sferra contro la lancia infilandogliela nella bocca; il mostro resta tramortito e si ammansisce. A quel punto Giorgio ordina alla principessa di togliersi la cintura e di avvolgerla al collo del drago, che fattosi docile, potrà essere tranquillamente portato a spasso come un fido cagnolone. Silene obbedisce e arriva in città con il drago al guinzaglio. Gli abitanti sono atterriti alla vista del mostro, ma Giorgio li rassicura: “Non abbiate timore! – grida – Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi: se abbraccerete la fede in Cristo e riceverete il battesimo, io ucciderò il mostro”. Convertiti all’istante senza nemmeno un minuto di catechismo, tutti gli abitanti si radunano ad osservare la fine del pestifero rettile, che si lascia uccidere da Giorgio senza opporre resistenza. Poi viene trascinato fuori dalla città da quattro paia di buoi. E tutti vissero felici e contenti. Tranne Giorgio, che per la sua fede viene massacrato. Ma questa è un’altra storia: non necessariamente più attendibile sotto il profilo storico, ma quanto meno considerata appena un po’ più ufficiale dalla Chiesa Cattolica. Che comunque, qualche problema con Giorgio ce lo ha sempre avuto, se nel 1964 è arrivata a cancellarlo dal calendario.

Miniatura di arte copta sul santo che colpisce il drago

Secondo la Passio Sancti Georgii il nostro eroe (il cui nome in greco significa “agricoltore”) era nato intorno al 280 in Cappadocia, nell’odierna Turchia, figlio del soldato persiano Geronzio e della cappadoce Policromia.

Educato alla religione cristiana, si era trasferito in Palestina dove si era arruolato nell’esercito di Diocleziano, comportandosi da valoroso soldato fino al punto di giungere a far parte della guardia del corpo dello stesso imperatore, divenendo ufficiale delle milizie. Dopo aver convocato 72 re per decidere quali misure prendere nei confronti dei cristiani, Diocleziano scatena la più sanguinosa persecuzione della storia romana e Giorgio reagisce donando ai poveri tutti i suoi averi e strappando l’editto davanti alla corte. Di fronte al tradimento e la defezione di uno dei suoi più fidati collaboratori, Diocleziano tenta di recuperarlo prima con regali, poi con le minacce, infine con la violenza. Quando Giorgio si rifiuta per l’ennesima volta di offrire sacrifici agli dei l’imperatore, furioso, lo fa arrestare e torturare. Nella cella Giorgio ha una visione di Dio che gli predice sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre volte la resurrezione. Quando rifiuta definitivamente di rinnegare la fede in Cristo, per Giorgio viene preparato il più atroce dei supplizi: il suo corpo viene tagliato in due con una ruota piena di chiodi e spade. Eppure, sebbene fatto letteralmente a pezzi, Giorgio non muore: anzi, muore ma poi torna in vita convertendo con quel prodigio il magister militum Anatolio con tutti i suoi soldati; l’intera milizia sarà martirizzata. Nel frattempo il nostro eroe, uscito dal carcere, entra in un tempio pagano e con un soffio abbatte gli idoli di pietra, poi converte l’imperatrice Alessandra, che a sua volta verserà il sangue per la nuova fede.

La tomba di San Giorgio nella città israeliana di Lod

Divenuto una sorta di sacro zombie, divino supereroe, macchina da miracoli, Giorgio sfida e batte il mago Atanasio e su richiesta del re Tranquillino riporta in vita due persone morte da ben 460 anni, le battezza e poi le fa sparire nel nulla. L’imperatore Diocleziano lo condanna nuovamente a morte, questa volta per decapitazione. È il 23 aprile 303 e siamo a Nicomedia, oggi Izmit, in Turchia: catturato, Giorgio prima dell’esecuzione implora Dio che l’imperatore e i 72 re vengano inceneriti e la preghiera-maledizione viene subito esaudita. L’aspetto singolare è che con questo fosco miracolo la leggenda anticipa di dieci anni la morte storica di Diocleziano, avvenuta nel 313; stesso anno, per ironia della sorte (o del divino) in cui Costantino legalizza il cristianesimo. Va detto però che nel 305 Diocleziano, ammalatosi gravemente, si dimise spontaneamente ritirandosi a Spalato. In qualche modo, quindi, la maledizione del cavaliere cristiano ha sortito realmente effetto. Ottenuta dunque la vendetta preventiva, Giorgio si lascia decapitare, promettendo protezione a chi onorerà le sue reliquie, che vengono raccolte e conservate in una cripta sotto la chiesa cristiana di Lod, in Israele.

Statua di San Giorgio scolpita da Donatello (Museo nazionale del Bargello, Firenze)

Il culto del martire si estende subito in tutto l’oriente cristiano. Ma già nel 496 un decreto di papa Gelasio classifica la sua biografia come opera apocrifa, ovvero non autentica. Un provvedimento che non impedisce alla passio di essere tradotta in latino, copto, armeno, etiopico e arabo e a Giorgio di continuare a crescere in popolarità guadagnando schiere di devoti in tutto il mondo: dalla Spagna all’India, dall’Italia alla Russia.

Sempre accompagnato dal fido drago, come santo sauroctono per eccellenza Giorgio riesce a sbaragliare una nutritissima concorrenza di colleghi domatori di lucertoloni. Infatti, ce ne sono moltissimi ai nastri di partenza del Medioevo, ma cavalcando l’iconografia Giorgio riuscirà a seminarli tutti: da Silvestro a Margherita, da Marta all’imperatore Costantino fino allo stesso San Michele, il nemico del drago per antonomasia. Un caso a parte, invece, è quello di Teodoro: perché a lui, il mostro, Giorgio glielo sfila proprio dalle mani.

Nelle primissime rappresentazioni del santo – fedeli al racconto del martirio – di draghi non c’è proprio traccia. In quella che viene considerata la raffigurazione più antica di Giorgio, un bassorilievo risalente al X secolo e contenuto nella chiesa di Santa Croce sull’isola Akdamar in Armenia, sono scolpiti tre santi a cavallo, tutti impegnati ad uccidere un nemico: Giorgio con la sua lancia sta trafiggendo un uomo, Sergio un animale feroce, mentre Teodoro proprio un drago, peraltro più simile a un grosso serpente che al dinosauro alato che si diffonderà dopo le crociate. Nella cattedrale di Nikortsminda, in Georgia (paese intitolato proprio al santo), edificata un secolo dopo, Giorgio è di nuovo a cavallo e in compagnia di Teodoro: anche questa volta il nostro eroe se la deve vedere con un nemico umano, mentre Teodoro con il grosso rettile.

San Giorgio e il drago in una miniatura del 1460 conservata al Getty museum

Contemporaneo di Giorgio e come lui soldato, Teodoro di Amasea è patrono dei soldati, dei ladri (!) e il primo protettore di Venezia; certo non dei draghi, che infilza soddisfatto in ogni rappresentazione in cui è immortalato. Giorgio, invece, nemico giurato del paganesimo, è con gli eretici che se la prende, non con gli animali. Nel giro di pochi decenni, però, a forza di condividerci bassorilievi il nostro riesce a rubare il posto all’illustre collega e già alla fine del secolo è lui a trafiggere il lucertolone nella chiesa di Santa Barbara a Soganli in Cappadocia.

Inutile spiegare che è proprio a partire dalle raffigurazioni che si sviluppa la leggenda del salvataggio della principessa, con il passare dei secoli arricchita – come tutte le leggende – di sempre più particolari fino ad essere messa per iscritto dal trovatore Wace nel 1170 e da Jacopo da Varagine nel 1200. Sicuramente nella creazione della leggenda influisce anche l’immagine di Costantino trovata a Costantinopoli, dove l’imperatore schiaccia col piede un drago simbolo del demonio, e il mito greco di Perseo che uccide il mostro liberando la bella Andromeda.

Se in numerose leggende (come quella della città di Terni) il drago ucciso simboleggia un’antica palude in seguito bonificata, nel caso di San Giorgio la leggenda del drago e quella del martirio finiscono per fondersi: il mostro diventa quindi l’incarnazione del male e più nello specifico del paganesimo. Nei paesi slavi il drago diviene invece simbolo dell’inverno, restituendo al santo il significato del suo nome facendone il protettore dell’agricoltura.

Il gonfalone del Comune di Genova

Nel frattempo, nel VI secolo l’esercito bizantino, di stanza a Genova, per omaggiare il santo ha portato nella piccola chiesa di San Giorgio una bandiera costituita da una croce rossa in campo bianco. Quella croce diventa il vessillo della Repubblica di Genova, che lo adotta ufficialmente nel 1096. Successivamente lo stesso simbolo viene scelto dalla Lega Lombarda e dai guerrieri crociati che, arrivati in oriente per combattere gli infedeli, non possono non lasciarsi sedurre dal santo cavaliere nemico dei pagani: il culto di Giorgio viene portato così in tutto il mondo cristiano, radicandosi soprattutto in ambienti militari. Il sauroctono diventa il protettore di ogni nazionalista e il suo vessillo si trasforma nella bandiera – tra l’altro – del Comune di Milano; che, per singolare coincidenza, proprio a seguito delle imprese dei Visconti alle crociate, nei secoli successivi adotterà nello stemma anche un altro drago che sta ingoiando un fanciullo: il celebre biscione entrato anche nello stemma della squadra di calcio dell’Inter e del logo di Canale 5 e poi di Mediaset.

Con il passare dei secoli Giorgio diventa anche patrono del Portogallo, della Lituania, dell’Aragona, delle forze armate bulgare, di Campobasso, Ferrara e Reggio Calabria mentre Roma rivendica la reliquia del cranio custodita nella basilica di San Giorgio in Velabro. È poi il patrono dei cavalieri, degli armaioli, dei soldati, degli scout, degli schermidori, degli arcieri e dei sellai; è invocato inoltre contro la peste, la lebbra e la sifilide, i serpenti velenosi, le malattie della testa e persino contro le eruzioni del Vesuvio.

Ma se oggi San Giorgio è soprattutto il patrono dell’Inghilterra è perché la sua bandiera era stata assegnata agli inglesi dal papa proprio durante le crociate: è il re guerriero Riccardo Cuor di Leone (1157-1199) il primo a invocare il santo soldato come protettore di tutti i combattenti; nel 1277 il suo vessillo diventa la bandiera ufficiale del Regno d’Inghilterra e nel 1348 re Edoardo III istituisce il celebre grido di battaglia “Saint George for England” istituendo l’Ordine dei Cavalieri di San Giorgio o della Giarrettiera.

La Union Jack, bandiera della Gran Bretagna

I primi legami tra il santo e la terra inglese erano stati comunque testimoniati già da Beda il venerabile nel VII secolo, mentre nel X secolo erano comparse le prime chiese a Fordingham, Dorset, Thetford, Southwark e Doncaster. La ricorrenza del martirio diventa un momento così importante per la vita inglese che Bram Stoker sceglie di ambientare l’apertura del romanzo Dracula proprio nella notte di San Giorgio: non il 23 aprile, però, ma il 5 maggio; in Romania – dove si svolge l’azione – così come in tutti i paesi slavi, la liturgia segue infatti ancora il calendario giuliano, ed è quindi sfasata di diversi giorni. Dalla parte opposta dell’Europa, in Catalogna, la festa di San Giorgio va curiosamente a incrociare quella di San Valentino: qui la tradizione vuole infatti che i ragazzi regalino alle ragazze una rosa e vengano ricambiati con un libro.

Coreografia della croce di San Giorgio in una partita della nazionale inglese

Se la riforma gregoriana ha allontanato la festa di San Giorgio dalla Chiesa Cattolica sotto il profilo cronologico nei paesi ortodossi, quella protestante lo ha allontanato sotto quello spirituale: come ha dimostrato Hanael P. Bianchi, nel suo studio St George’s Day: A Cultural History, la Riforma ha trasformato profondamente il “St. George’s Day” facendolo passare da una festività dai connotati spiccatamente religiosi ad una più propriamente politica e nazionalista.

Ne è un esempio la bandiera: tra il XVII e il XIX secolo, con l’unione di Inghilterra, Scozia e Irlanda, la croce di San Giorgio si fonde con quella di Sant’Andrea e con quella irlandese, dando luogo alla cosiddetta “Union Jack”, e oggi la bandiera dell’Inghilterra viene usata solo in ambito calcistico, dove le squadre sono rimaste separate, e – appunto – da gruppi nazionalisti.

San Giorgio in un’opera di Carlo Crivelli (1472)

Quanto alla festa, pur avendo perso la sua connotazione religiosa, è ancora molto sentita dagli inglesi: ogni anno il 23 aprile le vie di Londra si riempiono di austeri gentlemen che indossano ai polsini della camicia i St. George’s cufflinks (i gemelli con lo stemma inglese o la raffigurazione del santo), gruppi di giovani suonano in ogni dove, i giocolieri si esibiscono davanti al Covent Garden Market, le bandiere bianche attraversate da una croce rosso fuoco sventolano ovunque, mentre per le strade marciano le bande delle Forze Armate.

Per quanto riguarda l’Italia, disseminate per la penisola ci sono ben 21 città che portano il suo nome (tra queste quella che ha dato i natali a Massimo Troisi). Eppure se la riforma gregoriana ha allontanato il San Giorgio ortodosso e quella protestante quello inglese, la controriforma cattolica – con il suo approccio storico-archeologico – ha finito per separare il santo cavaliere anche da se stessa.

L’impossibilità di trovare notizie attendibili sul personaggio ha costretto infatti la Chiesa a prendere progressivamente le distanze dal leggendario eroe, fino alla cancellazione della sua festa dal calendario liturgico avvenuta nel 1969, con l’ambigua classificazione voluta da Paolo VI di “memoria facoltativa”. Che poi è un po’ come dire: se volete pregatelo pure, ma anche no.

Arnaldo Casali

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Benedetto tra gli uomini

San Benedetto, frammento da graduale (terzo quarto del XV secolo), British Library, Londra

San Benedetto, Andrea Mantegna, dal Polittico di San Luca (1453-54), pinacoteca di Brera, Milano

La primavera bussava sul vetro della piccola finestra del dormitorio, quel 21 marzo dell’Anno del Signore 547.

Benedetto, però, non avrebbe aperto. Era finito il tempo di baciare il sole, finito il tempo di farsi accarezzare dalla brezza, finito il tempo di ammirare estasiato la bellezza del creato. Finito il tempo dello studio, finito il tempo del lavoro. Era finito il tempo.

La bella stagione era arrivata proprio mentre la sua anima faceva le valigie, e non avrebbe avuto modo di accoglierla, di farla accomodare nella sua vita e progettare ancora qualcosa insieme. Era arrivata la bella stagione, a Montecassino. Ma per Benedetto era arrivata una stagione ancora più bella: quella di una primavera senza fine, quella baciata da un sole senza tramonto e scaldata da un fuoco inestinguibile.

La sua anima irrequieta stava finalmente per trovare pace. Benedetto lo sapeva, ed era felice. Ogni riga era stata scritta, ogni miniatura rifinita, la rilegatura era stata completata e il libro della sua vita era pronto per essere consegnato alla Storia.

Era il cristiano più importante del cristianesimo dopo Gesù Cristo, Benedetto. E forse lo sapeva. Aveva inventato qualcosa destinato a cambiare completamente la storia della Chiesa, qualcosa che per secoli migliaia di uomini avrebbero seguito, proseguito, tradito, riformato, ripensato.

C’erano già centinaia di uomini, sotto di lui, a seguire la sua regola, a sposare la sua vita. E il meglio doveva ancora venire.

Eppure – si diceva – lui non voleva fondare proprio niente: per tutta la vita non aveva fatto altro che cercare la pace. Una pace che quella sua ansia di ulteriorità non gli aveva fatto trovare mai. Era convinto che per fare del mondo un posto migliore bisogna dare un’occhiata all’uomo nello specchio e cominciare da lì. Così la sua vita era diventata una felice sintesi di contraddizioni: lavoro e preghiera, studio e devozione, solitudine e comunità.

Che poi alla fine non si era inventato nulla. Il monachesimo esisteva già in oriente, e anche in occidente: era nato come ottima alternativa al martirio, dopo la fine delle persecuzioni. Già, perché per secoli, l’unico modo per diventare santi era stato versare il proprio sangue per la fede. Quando però i cristiani, da minoranza perseguitata si erano fatti maggioranza di governo, si era posto il problema: come testimoniare la propria fede donando tutta la vita a Dio?

San Benedetto da Norcia

Così in oriente si erano inventati una sorta di auto-martirio: chi aspirava alla santità si era spogliato di tutto, aveva rinunciato a qualsiasi piacere della vita – fosse anche solo la compagnia di qualcuno – ed era andato a vivere nel deserto, come sant’Antonio, consacrando l’intera esistenza alla preghiera.

Qualcuno – come Simeone lo stilita – aveva scelto di vivere sopra una colonna, senza mai scendere, per tutta la vita. A Roma, invece, erano nate forme di monachesimo domestico: persone – soprattutto donne – che avevano trasformato i propri palazzi in luoghi di preghiera.

Lo stesso san Girolamo, un secolo prima, aveva organizzato gruppi di vedove e di vergini dedite all’ascesi, alla preghiera e allo studio della Scrittura.

Niente di più lontano, comunque, dalla vita che si prospettava al giovane Benedetto, nato nel 480 a Norcia e cresciuto in una famiglia ricca e potente.

Il padre Eutropio apparteneva alla gens Anicia ed era Console e Capitano generale dei Romani nella regione di Norcia e la madre Abbondanza apparteneva alla nobile stirpe dei Reguardati, mentre la sorella gemella Scolastica sin dall’infanzia aveva espresso il desiderio di donarsi totalmente a Dio.

San Benedetto, frammento da graduale (terzo quarto del XV secolo), British Library, Londra

Per il piccolo Benedetto rappresentava una sorta di mito vivente e il suo principale sostegno, tanto più da quando i genitori erano morti e i due fratelli erano stati affidati alla nutrice Cirilla. A 12 anni di età Benedetto aveva lasciato la cittadina umbra ed era approdato con la sorella Scolastica a Roma per studiare ma qui, sconvolto dalla vita dissoluta che aveva trovato, “ritrasse il piede che aveva appena posto sulla soglia del mondo – come racconta Gregorio Magno dei Dialoghi – per non precipitare anche lui totalmente nell’immane precipizio”.

A che giova guadagnare il mondo se si perde sé stessi? Si era detto Benedetto. E così quel mondo aveva deciso di abbandonarlo. Lasciata tutta l’eredità alla sorella, si era ritirato con Cirilla nella Valle dell’Aniene, per vivere in silenzio e preghiera. E visto che a Eufide – dove si era stabilito – non aveva trovato né abbastanza silenzio né sufficiente preghiera, aveva lasciato lì Cirilla e aveva proseguito il suo viaggio da solo, arrivando a Subiaco, presso gli antichi resti di una villa neroniana.

Nei boschi aveva incontrato Romano, monaco di un vicino cenobio retto dall’abate Adeodato, e aveva deciso di seguirlo. Vestitolo degli abiti monastici, Adeodato gli aveva indicato una grotta impervia sul Monte Taleo, dove Benedetto si era ritirato, e da autentico monaco – ovvero monòs, che in greco significa uno, solo, semplice – aveva vissuto in solitudine per tre anni, fino alla Pasqua del 500.

Conclusa la sua esperienza da eremita, Benedetto aveva accettato l’incarico offertogli da Adeodato di assumere la guida del cenobio di Vicovaro.

Non aveva nessuna intenzione di andare a comandare, quando aveva lasciato la sua amata montagna. Ma indubbiamente guidare un gruppo di persone significa assumersi la responsabilità di prendere delle decisioni, a volte anche scomode e impopolari. Significa ascoltare il parere di tutti, cercare di mediare ma, alla fine, imporre la disciplina e punire i monaci che rifiutano di sottomettersi con umiltà, prima qualità richiesta all’uomo di Dio.

Certo non è facile – soprattutto a vent’anni – riuscire ad essere autorevoli senza essere autoritari; e che ci fosse malumore nell’aria, lo aveva capito; che si fosse fatto qualche nemico nel cenobio lo sapeva. Ma certo non si sarebbe mai aspettato di ritrovarsi a tavola una coppa di vino avvelenato. No, decisamente quel posto non faceva per lui. E così se ne era tornato a Subiaco e ci era rimasto per quasi trent’anni, predicando la Parola del Signore, accogliendo discepoli sempre più numerosi, fondando nuovi monasteri dipendenti dall’Abbazia.

San Benedetto da Norcia in un affresco a Subiaco

Dopo 29 anni le comunità dipendenti da Subiaco erano diventate 13, ognuna con dodici monaci e un proprio priore, e tutti sotto la sua guida spirituale. Tra i monaci c’erano i rampolli dell’aristocrazia romana, ma anche goti e figli di schiavi. Non c’era differenza in monastero: barbari e romani, ricchi e poveri, vecchi e giovani, tutti erano uguali davanti a Dio e di fronte all’abate.

La giornata del monaco iniziava prima dell’alba con la recita dell’ufficio notturno in chiesa. Poi c’era il tempo del lavoro, fino alla messa. La campana dell’Angelus ricordava l’ora del pranzo: nel refettorio l’abate benediceva la mensa e il lettore leggeva un brano di Sacra Scrittura.

La tavola era servita dai monaci a turni settimanali. Dopo il pranzo c’era un’ora di ricreazione comune, poi si tornava al lavoro fino a quando la campana della cena non riuniva di nuovo la comunità monastica per un pasto rapido e frugale. Quindi il monastero si immergeva nel silenzio: era l’ora di compieta, la preghiera della sera, l’ultimo atto della giornata.

A sessant’anni Benedetto era diventato il maestro nella “Scuola del divino servizio”, il patriarca di una grande famiglia spirituale che continuava a crescere e a fecondare la Chiesa. E a tentare di farlo fuori. Già, perché nel 529 l’anziano abate si era trovato nuovamente con il veleno a tavola, stavolta dentro il pane. E aveva deciso che era venuto di nuovo il momento di fare i bagagli e partire insieme ai suoi monaci più fidati.

L’Abbazia di Montecassino vista dal cielo

Il suo nuovo – e ultimo – pellegrinaggio lo aveva portato a Montecassino dove aveva fondato un nuovo monastero sopra i resti di templi pagani ed eretto oratori in onore di san Giovanni Battista e di san Martino di Tours, il soldato-vescovo iniziatore del monachesimo in Francia.

A Montecassino Benedetto aveva raccolto e sintetizzato tutta la sua esperienza di vita in una Regola, composta riprendendo quelle di san Giovanni Cassiano, san Basilio, san Pacomio, san Cesario e soprattutto la Regola del maestro che aveva usato a Subiaco.

“Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro – aveva scritto nel prologo – e tendi l’orecchio del tuo cuore; accogli volentieri l’ammonimento del padre affettuoso ed eseguilo con impegno”.

La sua intenzione era sposare la buona disciplina con il rispetto per la personalità umana e le capacità individuali, nell’intenzione di fondare una scuola del servizio del Signore, “in cui speriamo di non ordinare nulla di duro e di rigoroso”.

Il prologo della Regula di San Benedetto

L’obiettivo era dare finalmente una nuova e autorevole sistemazione alla complessa e spesso vaga precettistica monastica esistente.

I due cardini della vita comunitaria erano la stabilitas loci (l’obbligo di risiedere per tutta la vita nello stesso monastero contro il vagabondaggio diffuso) e la conversatio, cioè la buona condotta morale, la pietà reciproca e l’obbedienza all’abate, il “padre amoroso” (il nome deriva proprio dal siriaco abba, “padre”).

Seguendo l’esempio del profeta che dice “Ti ho lodato sette volte al giorno” Benedetto aveva stabilito sette momenti di preghiera per i monaci: alle Lodi, a Prima, Terza, Sesta, Nona, Vespro e Compieta.

E visto che “l’ozio è nemico dell’anima” i fratelli dovevano dividere il proprio tempo tra lavoro manuale e studio della Scrittura.

La prima mattina era dedicata al lavoro, poi dopo Sesta era il momento di dedicarsi alla lettura; dopo pranzo era previsto un riposo a letto in perfetto silenzio; “nel caso che uno voglia continuare la lettura per suo conto, lo faccia in modo da non dare fastidio a nessuno”. Cioè leggendo a voce bassa, pratica quasi sconosciuta fino ad allora.

Dopo la celebrazione della Nona – verso le 14 e 30 – si tornava al proprio lavoro fino a Vespro. “Se poi le particolari esigenze del luogo o la povertà costringeranno i fratelli a raccogliere personalmente i frutti della terra, non se la prendano, perché allora sono davvero monaci se vivono del lavoro delle proprie mani come gli apostoli”.

Ora et labora, diventa dunque la parola d’ordine del monachesimo benedettino. Con il lavoro che può essere sia manuale – nei campi – sia intellettuale, studiando e copiando i manoscritti.

Spinello Aretino, Miracolo di San Benedetto

Per quanto riguarda i pasti “a nostro avviso, per il pasto quotidiano, da prendersi a mezzogiorno o alle quindici, sono sufficienti in tutti i mesi dell’anno, in considerazione degli acciacchi di questo o di quel monaco, due vivande cotte, perché chi per caso non può mangiare una, si rifocilli con l’altra; se sarà possibile avere frutta o legumi freschi, se ne aggiunga anche un terzo; l’astinenza dalla carne di quadrupedi deve essere osservata assolutamente da tutti, tranne che dai malati assolutamente privi di forze”.

Per quanto riguarda invece il vestito: “nei luoghi a clima temperato possono ad ogni monaco bastare una cocolla (di panno di lana pelosa d’inverno, liscio o consumato dal lungo uso d’estate) e una tunica, uno scapolare per il lavoro e, ai piedi, calze e scarpe; come arredamento del letto bastino un pagliericcio, una coperta leggera, una pesante ed un cuscino”.

I monaci dovevano riposare possibilmente in un unico dormitorio: “Se impossibile, per il gran numero, dormano in gruppi di dieci o di venti, sotto la vigilanza dei decani, in un locale dove resti sempre acceso un lume fino al mattino”.

I monaci dovevano dormire vestiti, “con al fianco una cintura o una corda ma senza coltello, perché non abbiano a ferirsi durante il sonno. Così i monaci siano sempre pronti, perché appena dato il segnale si levino e si affrettino senza indugio all’Opera di Dio”.

I religiosi avevano il dovere di accogliere in abbazia i poveri e i pellegrini e l’assistenza ai malati doveva venire “prima e al di sopra di ogni altra cosa, sicché in loro si serva davvero il Cristo”. A loro era riservato un locale e un infermiere, ed era concesso anche di mangiare carne perché riacquistassero le forze. Allo stesso modo le ristrettezze alimentari non si applicavano ai bambini e agli anziani.

San Benedetto e Santa Scolastica

Oltre che dai monaci di Benedetto la regola era applicata anche alle monache di Scolastica, che aveva seguito il fratello prima a Subiaco e poi a Montecassino, fondando un monastero femminile a Piumarola, a sette chilometri di distanza dall’abbazia del fratello.

I due si incontravano una volta all’anno in una casa a metà strada tra i due monasteri. L’ultimo incontro era avvenuto il 6 febbraio 547, e Scolastica aveva chiesto al fratello di protrarre il colloquio spirituale fino al mattino seguente, ma Benedetto si era opposto per non infrangere la regola. Allora Scolastica aveva implorato il Signore di non far partire il fratello ed era scoppiata in un pianto dirotto: ai singhiozzi di Scolastica si erano aggiunti i tuoni di un inaspettato e violento temporale che aveva costretto Benedetto a restare con la sorella tutta la notte.

Morte e sepoltura di santa Scolastica; miniatura di Jean de Stavelot (XV secolo). Chantilly, Musée Condé

Tre giorni dopo Scolastica morì. E Benedetto, secondo Gregorio Magno, vide l’anima della sorella salire in cielo sotto forma di una bianca colomba. L’aveva fatta seppellire a Montecassino nella stessa tomba che aveva preparato per sé. E appena quaranta giorni dopo era stato colpito da una febbre fortissima.

Dopo 6 giorni di agonia aveva chiesto ai suoi monaci di essere rimesso in in piedi e di ricevere la comunione.

Ora la primavera bussava sul vetro della piccola finestra del dormitorio, quel 21 marzo dell’anno del Signore 547. E guardando quel raggio di sole che bussava all’inverno, Benedetto, con tutta forza che aveva in corpo, aveva sollevato le braccia in preghiera.

Tutto era compiuto. Il patriarca mentre pronunciava l’ultima benedizione per i suoi figli spirituali si era accasciato, concludendo la sua avventura terrena.

La statua di San Benedetto tra le rovine del terremoto del 30 ottobre 2016 a Norcia (Perugia)

Pur essendo, in realtà, un riformatore, passerà alla storia come il padre del monachesimo occidentale.

Fatta eccezione per l’Irlanda, infatti, tutto il monachesimo europeo si richiamerà alla sua regola: dal potentissimo ordine di Cluny (il cui abate sarà parificato ad un capo di Stato) ai predicatori cistercensi, dai camaldolesi ai certosini, dai produttori di birra e liquori ai custodi della memoria filosofica e letteraria greca, tutti i fiori del monachesimo medievale saranno benedettini.

Da lui partiranno le radici della spiritualità, della cultura e della civiltà europea, tanto che – nel 1964 – papa Paolo VI arriverà a proclamare Benedetto patrono del continente.

Arnaldo Casali

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San Giuseppe, tra il culto e i paradossi

GIOTTO CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI PARTICOLARE DELLA NASCITA DI GESU' E ANNUNCIO AI PASTORI

Particolare della nascita di Gesù e annuncio ai pastori, Giotto, Cappella degli Scrovegni (Padova)

Ogni 19 marzo la Festa del papà rende omaggio al papà meno padre della storia della paternità.

È solo uno dei tanti paradossi sviluppati nel corso del Medioevo dalla Chiesa cattolica. Che al culto di San Giuseppe, peraltro, ci arriva lentamente e quasi con fatica. Il padre-non padre di Gesù è in effetti una figura difficile, imbarazzante; e anche sfuggente. Perché di lui i Vangeli parlano pochissimo: tutto ciò che sappiamo è che faceva il falegname e che discendeva dalla famiglia di Davide, cosa che renderebbe Gesù stesso un erede del Re di Israele. Se non fosse che in realtà Giuseppe, padre di Gesù, non lo è affatto. Almeno secondo due dei quattro evangelisti: Luca e Matteo – gli unici a interessarsi delle origini di Cristo – raccontano la sua nascita in modo completamente diverso ma una delle pochissime cose su cui concordano è il fatto che sia stato concepito senza rapporti sessuali.

Un dato squisitamente teologico che serve a dimostrare che niente è impossibile a Dio e non ha alcuna valenza morale (la verginità non era un valore nella cultura ebraica) e non è nemmeno connesso alla divinità di Cristo: non a caso il Vangelo che insiste di più su Gesù come “verbo divino” è quello di Giovanni, che non fa alcun cenno al suo concepimento verginale. Sarà invece la cultura pagana in cui il cristianesimo si innesterà in occidente a recepire Cristo, su modello della mitologia greca, come una sorta di uomo-Dio figlio di una donna “inseminata” dal divino.

Il concepimento di Gesù raccontato nei Vangeli ha, tuttavia, una qualche base storica: se gli stessi farisei durante uno scontro con Cristo sottolineano che “noi non siamo nati da prostituzione” (Giovanni 8,41) evidentemente qualche tipo di pettegolezzo, sul fatto che Gesù fosse un figlio illegittimo, circolava già durante la sua vita, e i racconti di Matteo e Luca potrebbero essere serviti proprio a dissipare le malelingue.

D’altra parte la discendenza di Gesù da Davide ha una valenza squisitamente letteraria: Matteo, fortemente influenzato dal giudaismo, è interessato a dimostrare che Cristo è il Messia atteso dagli ebrei e non è certo preoccupato di una ricostruzione storicamente attendibile né tanto meno di una coerenza di natura biologica.

Per il resto, Giuseppe è completamente assente nella vita adulta di Cristo (per questo se ne deduce che sia morto quando era ancora adolescente) e, spodestato di ogni autorità paterna, si è dovuto accontentare sin dai primi secoli del cristianesimo del ruolo di “custode” di Gesù.

Dono Doni (attribuzione), accettazione della divina maternità, Chiesa di Sant’Andrea, Spello (Perugia)

I Vangeli apocrifi – scritti all’alba del Medioevo – lo hanno trasformato poi in un vecchietto che vince una sorta di bando (viene sottoposto ad una prova insieme ad altri pretendenti e ha la meglio perché il suo bastone fiorisce miracolosamente) per aggiudicarsi la custodia della giovanissima Maria che, arrivata alla pubertà, non può più continuare a vivere nel tempio dove è stata allevata. C’è bisogno di aggiungere che nella religione ebraica non esistono bambine consacrate a Dio e allevate nel tempio e che il racconto (ripreso anche da Fabrizio De André nell’album La Buona Novella) è inventato di sana pianta e privo di qualsiasi attendibilità storica?

Gli apocrifi, peraltro, si premurano di sottolineare che al momento del matrimonio Giuseppe avrebbe avuto oltre novant’anni di età. Più un bisnonno che un marito, quindi, per la giovane Maria. Una precisazione che mira a mettere la Sacra Famiglia al riparo da qualsiasi tentazione sessuale.

D’altra parte se il Vangelo non parla mai di una castità perpetua della coppia e al contrario dà per scontato che dopo la nascita di Gesù i due abbiano avuto normali rapporti sessuali (Marco e Matteo citano quattro fratelli di Gesù – Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda – e diverse sorelle di cui non vengono fatti i nomi) già i padri della Chiesa cercano in ogni modo di dimostrare che Giuseppe non ha mai “profanato” la Vergine Maria, divenuta dopo il concepimento di Gesù un vero e proprio santuario di Dio intoccabile.

Così, da finto padre, Giuseppe diventa anche marito fasullo. Secondo la dottrina cattolica, infatti, il matrimonio non consumato non è valido e può essere annullato.

Tondo Doni, particolare, Michelangelo Buonarroti, Galleria degli Uffizi, Firenze

La Sacra Famiglia, dunque – presunto modello della famiglia cristiana – diventa una comunità piuttosto anomala basata su un matrimonio di facciata e un figlio illegittimo. Figlio che peraltro, essendo (sempre secondo i Vangeli apocrifi) perfettamente sapiente e consapevole della propria divinità sin dalla nascita, non ha assolutamente nulla da imparare dai propri genitori e non può quindi essere in alcun modo educato, ma solo rispettosamente venerato.

Quando arriva al Medioevo, dunque, Giuseppe non è più né un vero padre né un vero marito: è il “custode” di Gesù e il “castissimo sposo” di Maria. La sua principale virtù è quella di resistere alle tentazioni sessuali, il grande merito quello di aver salvato la moglie dalla pubblica infamia “coprendo” col suo nome la nascita irregolare di Gesù.

In compenso viene sempre più apprezzato come lavoratore; ché il lavoro, almeno quello, non era solo di facciata e Giuseppe il falegname l’ha fatto davvero. Non a caso a rinverdire il suo culto – così sbiadito ai primordi del cristianesimo – ci pensano i promotori dell’ora et labora, e cioè i monaci benedettini. Sono proprio loro, infatti, i primi a celebrare la memoria di San Giuseppe nel 1030.

Il falò di Sermoneta (Latina) per la festa di San Giuseppe

La data del 19 marzo, ovviamente, è puramente convenzionale, visto che di solito i santi vengono celebrati nel giorno della morte e della morte di Giuseppe non si sa assolutamente nulla. Convenzionale ma non casuale: come il giorno di Natale e quello di San Valentino anche la festa di San Giuseppe ha radici antichissime: si colloca infatti alla vigilia dell’equinozio di primavera e veniva solennizzata con baccanali e riti dionisiaci volti alla propiziazione della fertilità e alla purificazione agraria.

Rituali di cui è rimasta traccia nella tradizione – ancora oggi diffusa in molte regioni italiane – dei falò con cui si bruciano i residui del raccolto dell’anno precedente come auspicio di una buona stagione.

Il culto di san Giuseppe, intanto, con il tempo si va sempre più allargando: dal 1324 la festa viene recepita anche dai Servi di Maria (ordine mendicante fondato a Firenze nel 1233) mentre i francescani la adottano nel 1399.

Ci vorrà ancora qualche decennio, però, prima che la ricorrenza venga istituzionalizzata e celebrata da tutti i cristiani; nel calendario romano, infatti, ci entrerà solo nel XV secolo, e sarà estesa formalmente a tutta la Chiesa solo nel 1621 da Gregorio XV, mentre bisognerà aspettare addirittura il 1870 perché Pio IX dichiari San Giuseppe “Patrono della Chiesa universale” riscattandolo definitivamente da quel ruolo ombra cui gli apocrifi lo avevano relegato.

Gerrit van Honthorst detto Gherardo delle Notti,Sacra Famiglia nella bottega di carpenteria di S. Giuseppe, Ermitage, San Pietrogurgo

La sua resta comunque una festa primaverile strettamente legata al lavoro della terra, dunque festa del lavoro e dei lavoratori.

Niente ha invece a che fare, nel Medioevo, con la festa del papà; associazione che avverrà più tardi e non in tutto il mondo: ancora oggi, infatti, nei Paesi anglosassoni la festa del papà viene celebrata la terza domenica di giugno e senza alcun carattere religioso.

In compenso in Italia il padre di Gesù, costretto a far nascere suo figlio in una stalla e poi a fuggire all’estero, da profugo, per metterlo in salvo, viene onorato anche come protettore dei poveri. Di qui l’usanza presente in alcune regioni di organizzare il 19 marzo il “Banchetto di San Giuseppe”. Ed è per questo che un elemento importante legato alla festa è il pane, che ricorre spesso soprattutto nel contesto siciliano, deposto sugli altari.

I falò e le tavole imbandite si ritrovano anche nel Salento, dove la festa è celebrata all’insegna degli elementi fondamentali del pellegrinaggio e dell’ospitalità, mentre a Roma nella Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami al Foro, la confraternita dei falegnami organizzava solenni festeggiamenti e banchetti a base di frittelle e bignè.

Esemplare è poi il dolce napoletano, che prende il nome di zeppola di San Giuseppe seguendo una tradizione secondo cui, dopo la fuga in Egitto con Maria e Gesù, Giuseppe dovette vendere frittelle per poter mantenere la famiglia. In Toscana e in Umbria è diffuso come dolce tipico la frittella di riso, preparata con riso cotto nel latte e aromatizzato con spezie e liquori e poi fritta. Nell’Italia del nord, invece, dolce tipico della festività è la raviola: un piccolo involucro di pasta frolla o pasta di ciambella richiuso sopra una cucchiaiata di marmellata, crema o altro ripieno, poi cotta al forno o fritta. Alla salute di Giuseppe.

Arnaldo Casali

Bibliografia essenziale:

G. Barbaglio, R. Fabris, B. Maggioni, I Vangeli: traduzione e commento, II ed., Cittadella Editrice, Assisi 2008

Ortensio da Spinetoli, Matteo: commento al “Vangelo della chiesa”,  III ed., Cittadella Editrice, Assisi 1980

Ortensio da Spinetoli, Luca: Il vangelo dei poveri, II ed., Cittadella Editrice, Assisi 1986

Raymond E. Brown, La nascita del Messia secondo Matteo e Luca, Cittadella Editrice, Assisi 1981

Réné Laurentin,  I Vangeli dell’infanzia di Cristo. La verità del Natale al di là dei miti. Esegesi e semiotica. Storicità e teologia, San Paolo, 1989

Rinaldo Fabris, Gesù di Nazaret: Storia e interpretazione, II ed. Cittadella Editrice, Assisi 1983

Gerd Theissen – Annette Merz, Il Gesù storico: Un Manuale, II ed., Queriniana, Brescia 1999

Giuseppe Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea: Indagine storica, Edizioni Dehoniane, Bologna 2002

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La festa di San Valentino

VSV

Papa Gelasio, portale della basilica dei santi Protasio e Gelasio di Rapallo

Si racconta che il 14 febbraio dell’anno 496, giorno di San Valentino, papa Gelasio avesse celebrato una messa per tutte le coppie di fidanzati di Roma che si sarebbero sposate entro l’anno.

Al termine della messa gli innamorati avevano sfilato di fronte al papa che aveva benedetto la loro unione donando ad ogni coppia una rosa rossa, ripetendo così il gesto compiuto da Valentino 250 anni prima e dando origine alla festa degli innamorati.

Si racconta, appunto. Ma non è vero: perché in realtà quella dell’istituzione della festa di San Valentino non è altro che una leggenda nella leggenda.

Se storicamente non è provata alcuna particolare predilezione del vescovo martire per le coppie di innamorati, è vero inoltre che la sostituzione della festa pagana dei Lupercali con quella cristiana di San Valentino è anch’essa in gran parte di matrice leggendaria.

La cerimonia descritta dalla leggenda – detta “Festa dalla promessa” – nella realtà è stata introdotta dai frati carmelitani (che custodiscono la tomba del santo a Terni) a cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta del XX secolo nella basilica ternana. Luogo dove ogni anno il vescovo di Terni, successore di San Valentino, celebra una messa per le coppie di fidanzati che si sposeranno entro l’anno. La cerimonia è effettivamente approdata in Vaticano solo il 14 febbraio 2014, quando il presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia Vincenzo Paglia, ex vescovo di Terni, ha organizzato in Piazza San Pietro l’incontro dei fidanzati con papa Francesco.

La verità è che la festa di San Valentino non è mai stata – e non lo è nemmeno oggi – una solennità della Chiesa, tanto che in quell’occasione lo stesso papa Francesco aveva ammesso privatamente di non sapere chi fosse san Valentino e di aver sempre associato il giorno degli innamorati ad una ricorrenza squisitamente consumistica.

Di fatto ancora oggi la festa di San Valentino viene celebrata in chiave religiosa solo nelle città di cui il martire è patrono. A Bussolengo, in provincia di Verona, ad esempio, il culto di Valentino risale al 1300 e non ha niente a che fare con gli innamorati. Qui il santo vescovo è considerato piuttosto il patrono del bestiame, a causa di un miracolo avvenuto nel 1700. A Vico del Gargano è invece protettore degli agrumeti e a Monselice in Veneto protegge dall’epilessia. In Germania e in Russia Valentino è venerato come santo taumaturgo, e in effetti l’unico aspetto che emerge dalla sua Passio (redatta nel VI secolo e unico testo ufficiale sulla sua vita) è la capacità di sanare da terribili malattie, mentre secondo un’altra tradizione (testimoniata da un quadro realizzato nel 1575 da Jacopo dal Ponte e custodito oggi al Museo civico di Bassano del Grappa) Valentino avrebbe ridato la vista a santa Lucilla, cieca dall’età di due anni, convertendo poi al cristianesimo sia lei che il padre Nemesio.

Di fatto, fino al XVI secolo non ci sono testimonianze di un legame tra la festa di San Valentino e quella degli innamorati.

Il primo ad associare il giorno di San Valentino con l’amore romantico viene considerato Geoffry Chaucer nel Parlamento degli uccelli, dove afferma che Riccardo II d’Inghilterra lo aveva scelto per sancire il fidanzamento con Anna di Boemia. In realtà, però, i due si sono fidanzati il 2 maggio, giorno in cui la Chiesa celebra un altro san Valentino: il primo vescovo di Genova, martirizzato nel 325. In compenso il 14 febbraio 1400 a Parigi sarebbe stato fondato “L’alto tribunale dell’Amore” istituzione ispirata ai principi dell’amor cortese, mentre al 1415 risale il primo “valentino” della storia: a scriverlo Carlo d’Orléans, detenuto nella Torre di Londra dopo la sconfitta nella battaglia di Agincourt, che si rivolse a sua moglie con le parole: “Je suis desja d’amour tanné, ma tres doulce Valentinée….”. Anche in questo caso, però, si tratterebbe semplicemente del nome della donna, senza reali riferimenti al Patrono dell’Amore.

“The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark” fu scritto tra il 1600 e l’estate del 1602

Quel che è certo, però, è che nel 1602 in Inghilterra il giorno di San Valentino è già diventato la festa degli innamorati, tanto che William Shakespeare, nell’Amleto inserisce una filastrocca che suona così:

“Sarà domani San Valentino, ci leveremo di buon mattino, alla finestra tua busserò, la Valentina tua diventerò. Allora egli si alzò, delle sue robe tutto si vestì, la porta della camera le aprì, ed ella non più vergine ne uscì”

Nello stesso periodo fioriscono, sempre in ambiente anglosassone, le leggende che legano il vescovo di Terni agli innamorati, a cominciare da quella secondo cui Valentino, udendo una coppia litigare, era riuscito a riconciliarla donando ai due una rosa. Leggende che dall’Inghilterra e l’America percorrono tutto il mondo fino ad arrivare nella terra stessa del santo.

La basilica di San Valentino a Terni

Dimenticato dai ternani per quasi mille anni, il culto di Valentino torna in Umbria il 21 giugno 1605, quando il vescovo Giovanni Antonio Onorati avvia la campagna di scavi sotto l’antica basilica riuscendo a ritrovare la tomba del martire.

Nei secoli successivi per influsso del mondo anglosassone, anche a Terni si diffonde il culto di Valentino come patrono degli innamorati e arrivano nuove leggende a giustificarlo: è addirittura del Novecento quella più celebre che vede il vescovo benedire l’unione di un soldato romano e una giovane cristiana morti insieme come Romeo e Giulietta; leggenda scaturita dal ritrovamento, nel 1909, di una sepoltura bisoma nella necropoli delle acciaierie.

Agli anni ’90 del Novecento risale invece la vetrata della basilica che immortala il dono della rosa ai due innamorati.

Come, perché e quando – dunque – il giorno di San Valentino si è trasformato nella Festa dell’amore?

Secondo la tradizione, in Francia e Inghilterra si riteneva che la data coincidesse con l’inizio dell’accoppiamento degli uccelli. Come il Natale, la festa di San Valentino sarebbe quindi una festa solstiziale, legata al risveglio della natura, a quella “promessa di primavera” che comincia a farsi sentire nel mese di febbraio. Non ci sono dubbi, però, sul legame tra la festa di San Valentino e i lupercali, la solennità romana dedicata alla fertilità e celebrata dal 13 al 15 febbraio.

La vetrata della basilica di Terni che raffigura San Valentino mentre dona una rosa agli innamorati

Luperco era un’antica divinità rurale della mitologia romana, invocata a protezione della fertilità. Inizialmente identificato con il lupo sacro a Marte, viene successivamente considerato un epiteto di Fauno (faunus lupercus), per essere infine assimilato al dio Pan. Secondo la tradizione proteggeva il bestiame ovino e caprino dall’attacco dei lupi e veniva celebrato in febbraio, il periodo in cui i lupi si avvicinavano più minacciosi ai greggi. Il santuario di Luperco si trova in una grotta i piedi del colle Palatino: era lì, secondo la leggenda, che Faustolo aveva trovato i gemelli Romolo e Remo. I suoi sacerdoti erano divisi in due sodalizi noti come i Luperci Quintili ed i Luperci Fabiani, secondo la tradizione rispettivamente derivanti dai compagni di Romolo e Remo.

Durante i rituali di purificazione venivano offerti in sacrificio dei caproni ed un cane, poi venivano iniziati due giovani Luperci: seminudi, con le membra spalmate di grasso e una maschera di fango sulla faccia, venivano segnati sulla fronte intingendo il coltello sacrificale nel sangue delle capre appena sacrificate. Il sangue veniva quindi asciugato con lana bianca intinta nel latte di capra, al che i due ragazzi dovevano ridere, nel corso di una cerimonia che è stata interpretata come un atto di morte e rinascita. I luperci restavano seminudi, vestiti solo con le pelli delle capre che formavano anche una sorta di fruste. Le vestali offrivano focacce fatte con grano delle prime spighe della passata mietitura. Dopo un pasto abbondante, tutti i luperci, compresi i due nuovi iniziati, dovevano correre intorno al colle saltando e colpendo con le fruste sia il suolo per favorirne la fertilità sia chiunque incontrassero, e in particolare le donne, le quali per ottenere la fecondità offrivano volontariamente il proprio ventre alla frusta.

Lo stravagante rituale ha fatto supporre che i Lupercali siano stati rituali di “fecondazione simbolica”, risalenti forse addirittura ad un’epoca antecedente la fondazione di Roma e che fossero parenti lontani di quello che sarebbe poi diventato il Carnevale.

I suoi rituali di carattere espiatorio e propiziatorio si caratterizzerebbero anche per il fatto che la festa cadeva a fine anno (per i romani l’anno iniziativa a marzo).

Naturale che la Chiesa guardasse con forte sospetto questi rituali pagani dal valore ancestrale. Ma non era la sola a mostrarsi ostile: lo stesso Cicerone giudicò “selvagge” queste “riunioni”. E Valerio Massimo scrisse in proposito che si trattava di feste “promosse dall’ilarità e dall’eccesso di vino”.

Un’immagine di San Gelasio

È proprio qui che torna dunque in gioco papa Gelasio: eletto al soglio nel 492, il prete di origine africana si era dimostrato subito tra i pontefici più intraprendenti e determinati a far valere il suo ruolo di capo della chiesa universale.

Dopo essersi scontrato con il patriarca di Costantinopoli, Gelasio aveva teorizzato il primato del potere spirituale da lui rappresentato su quello temporale dell’imperatore e dei re Goti, arrivando a dichiarare nulli i decreti imperiali in conflitto con la disposizioni della Sede Apostolica. Si era anche battuto a lungo contro l’eresia ariana, alla cui diffusione i barbari stavano dando un fortissimo impulso. Aveva poi fatto costruire tre chiese nuove a Roma, ordinato 32 preti e 67 vescovi.

Sembra che Andromaco, principe del Senato, avesse recuperato la festa dei Lupercali – già caduta – con finalità propiziatorie a causa di una pestilenza che aveva decimato la città. Gelasio, furibondo, aveva proibito a tutti i cristiani di prendere parte ai rituali. Poi aveva scritto una lettera ad Andromaco rimproverandolo per la partecipazione dei cristiani al selvaggio rituale.

La statua di San Valentino, recente acquisto della città di Terni

Da oltre un secolo il cristianesimo è la religione di Stato e tutti i riti di origine pagana sono stati aboliti: nel 393 sant’Ambrogio è riuscito a ottenere dall’imperatore Teodosio persino la chiusura delle Olimpiadi, mettendo fine ad una storia sportiva durata più di mille anni. Deposto nel 476 l’ultimo imperatore Romolo Augustolo, papa Gelasio è rimasto di fatto l’unica autorità rimasta a Roma e riesce quindi con relativa facilità ad ottenere l’abolizione definitiva della festa, giudicata profondamente immorale. È Cesare Baronio a collocare l’abolizione dei Lupercali nel 496. E per una curiosa coincidenza, proprio Baronio è il maestro di Giovanni Antonio Onorati, il vescovo di Terni che nel 1605 promuove la campagna di scavi che riporta alla luce la tomba di San Valentino.

In realtà, però, Gelasio si limita ad abolire la festività romana, senza sostituirla con un’altra festa, anche se in molti gli attribuiscono – in opposizione ai Lupercali – l’istituzione non della festa di San Valentino quanto piuttosto della Candelora, che nei secoli successivi sarà fissata al 2 febbraio.

Esattamente come avvenuto con i Saturnali, le cui usanze sono sopravvissute all’abolizione della festa pagana trasformandosi poi di fatto nelle tradizioni natalizie cristiane, i Lupercali continuano a mantenere, nei popoli occidentali, la valenza di festa della fertilità, finendo per identificarsi con il nome del santo festeggiato il 14 febbraio (giorno centrale del triduo festivo), e poi passare – attraverso la mediazione della cultura anglosassone – dalla celebrazione della fertilità a quella del matrimonio fino all’amore di coppia e al romanticismo tout-court – e ritornare al punto di partenza riassumendo una valenza religiosa fino a mutare l’identità stessa del santo, che da martire e taumaturgo oggi si ritrova inconsapevolmente ad assumere il ruolo di protettore degli innamorati.

Arnaldo Casali

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Cracovia e la maledizione di Stanislao

Santo Stanislao

Santo Stanislao

Stanislaw è il nome proibito. Un nome che, secondo la tradizione, non dovrà mai portare nessun vescovo di Cracovia.

È il nome appartenuto al santo patrono della Polonia e vescovo dell’antica capitale, nella cui morte si scontrano tragicamente i due pilastri dell’intera storia del paese: la Patria e la Chiesa.

Nella fine del patrono si disegnò il primo e più drammatico scontro tra i due poteri che per oltre un millennio finiranno quasi per identificarsi. D’altra parte è un paese – la Polonia – che affonda le sue radici nella tarda antichità ma che identifica la sua nascita come nazione proprio con la conversione al cristianesimo. E a partire dal 966, anno del “battesimo” del paese, nazione e chiesa sono stati praticamente una cosa sola: tutti i sovrani polacchi sono stati cattolicissimi e tutti i vescovi sono stati patrioti: non a caso se nel medioevo il re di Polonia risiedeva a Cracovia, il vescovo della città era il suo vice ed entrambi condividevano – come dimora eterna – la Cattedrale del Wawel.

Tutto ha inizio nell’anno 965, con il matrimonio della principessa boema Dobrava con il duca Mieszko, capo dei polani e residente a Gniezno, capitale della Grande Polonia. Convinto di aver acquisito diritti sul regno vicino, Mieszko non perde troppo tempo per dichiarare guerra al cognato e impadronirsi dello Stato di Cracovia, fino ad allora appartenente al regno boemo.

Il centro storico di Cracovia, patrimonio dell’umanità Unesco (foto Diether)

Secondo la leggenda la città era stata fondata nella notte dei tempi dal mitologico sovrano Krakus, che l’aveva costruita sopra una caverna occupata da un drago: Smok Wawelski. Non a caso ancora oggi il simbolo di Cracovia è il drago, mentre sopra quella caverna sorge il castello di Wawel che ospita tanto la reggia quanto la cattedrale. La prima attestazione storica della città risale invece all’ottavo secolo, come capitale della tribù dei Vistoliani (dal fiume Vistola), già cristianizzati. Passata sotto il regno di Boemia, Cracovia diventa polacca – di fatto – solo con la conquista di Mieszko e non è escluso che giochi un ruolo nella sua stessa conversione.

Un anno dopo il matrimonio con Dobrava, infatti, Mieszko decide di accogliere il battesimo, con la conseguente cristianizzazione dell’intera Polonia. “Indipendentemente dal fatto che la decisione fosse dettata da un calcolo politico, dalle pressioni della consorte o da una sincera conversione – spiega Lukasz Kaminski – il battesimo fu una decisione dalle enormi conseguenze. L’accettazione del cristianesimo rafforzò il giovane stato sia internamente che nell’area internazionale. La Polonia divenne parte della civiltà latina e Mieszko un pari grado degli altri regnanti europei”.

Il nuovo regno ha già un patrono che non è, però polacco ma – anche lui – boemo: sant’Adalberto, nato nel 956 e morto nel 997, era stato vescovo di Praga e si era battuto contro i commercio degli schiavi. Costretto a lasciare la sua diocesi era morto da missionario per mano dei prussi. Il suo corpo viene stato riscattato a peso d’oro da Boleslao l’intrepido, figlio di Mieszko, che riesce a unificare tutte le terre polacche che si estendono a nord diventando il primo sovrano polacco di quella che venne definita come “Piccola Polonia”.

Boleslao II, re di Polonia

Nel 1000 Boleslao organizza anche un incontro con l’imperatore Ottone III a Gienzno, sulla tomba di Sant’Adalberto, che sarà – fino ad oggi – sede del primate di Polonia. E’ proprio Boleslao a fondare la diocesi di Cracovia e nel 1025 viene incoronato primo Re di Polonia. Come sua sede Boleslao sceglie proprio Cracovia, che per settecento anni resterà capitale della nazione. Nei decenni successivi, sotto Mieszko II, il regno di Polonia viene investito da una lunga crisi e nel 1038 viene invaso dai cechi, battuti poi dal figlio Casimiro il Rinnovatore. E a Cracovia il figlio di Casimiro, Boleslao II – che ha preso il potere già dal 1058 – viene incoronato solennemente Re nel 1076. Se l’appoggio a papa Gregorio VII nella Lotta per le investiture gli aveva fatto guadagnare la corona, appena tre anni dopo Boleslao si scontra ferocemente con il vescovo della capitale Stanislao.

Nato a Szczepanowski nel 1030, Stanislao aveva studiato nella scuola della Cattedrale di Gniezno e poi – secondo la tradizione – a Parigi. Ordinato prete dal vescovo di Cracovia Lamberto Zula, dopo la sua morte ne era stato acclamato successore ma aveva accettato l’incarico solo quando era arrivata la conferma della nomina da parte di papa Alessandro II. Secondo l’agiografia, causa principale dello scontro con re Boleslao sono i costumi dissoluti del Re, che “si era dimostrato valoroso nella guerra contro i Russi, ma nella vita privata non rifuggiva dalle orge, e in quella pubblica dalla tirannia”. Rapimenti e violenze sono i crimini che quotidianamente il re consuma con grande scandalo dei sudditi. “Nessuno di coloro che lo avvicinavano osava fargliene la minima rimostranza. Soltanto Stanislao ogni tanto lo andava a trovare per indurlo a riflettere sulla enormità dei propri crimini e le funeste conseguenze degli scandali che dava”. Nonostante le buone intenzioni più volte espresse, Boleslao non riesce a liberarsi dalle sue irrefrenabili inclinazioni che lo portano – tra l’altro – a far rapire la moglie del signore di Silandia, famosa per la sua bellezza. “L’arcivescovo di Gniezno, primate del regno, e i vescovi della corte – racconta l’agiografia – furono pregati d’intervenire, ma essi, timorosi di dispiacere al sovrano, rimasero dei cani muti. Soltanto Stanislao, dopo avere a lungo pregato, osò affrontare il re per la seconda volta e minacciargli le censure ecclesiastiche se non poneva termine alla sua vita disordinata e prepotente”. Alle minacce di Stanislao, il re risponde con gli insulti: “Quando uno osa parlare con tanto poco rispetto ad un monarca, converrebbe che facesse il porcaio, non il vescovo”. “Non stabilite nessun paragone tra la dignità regale e quella episcopale – risponde il Santo – perché la prima sta alla seconda come la luna al sole o il piombo all’oro”.

Il sarcofago della regina Jadwiga nella Cattedrale del Wawel

Qualche tempo dopo Boleslao passa alle vie legali: Stanislao aveva comperato da un tale Pietro la terra di Piotrawin, ne aveva pagato il prezzo alla presenza di testimoni, per assegnarla poi alla chiesa di Cracovia. Nell’atto di vendita nessuna formalità era stata omessa, tuttavia Stanislao, confidando nella buona fede dei testimoni, non aveva richiesto al venditore una quietanza. “Essendo costui morto, il re chiamò a sé i nipoti di Pietro, li esortò a richiederne l’eredità come un bene usurpato dal vescovo, e li assicurò che avrebbe saputo intimidire i testimoni al punto da chiudere loro la bocca”. Gli eredi, seguendo le istruzioni di Boleslao, intentano un processo contro il vescovo. “Stanislao stava per essere condannato quando, in seguito ad una improvvisa ispirazione, chiese ai giudici una dilazione di tre giorni, promettendo di fare comparire in persona Pietro, morto da tre anni. La richiesta fu accolta con uno sprezzante sogghigno. Dopo aver digiunato, pregato e vegliato, Stanislao il terzo giorno si recò al luogo in cui Pietro era stato seppellito, fece aprire la tomba e, toccandone con il pastorale la salma, gli ordinò di alzarsi. Il defunto ubbidì e il santo lo condusse con sé al tribunale dov’era ad attenderlo il re, la corte e una grande folla di curiosi”. Il defunto testimonia a favore del vescovo invitando i nipoti a fare penitenza per l’ingiustizia commessa, poi se ne torna alla tomba da cui era uscito scongiurando il santo di pregare Dio affinché gli abbrevi le pene del Purgatorio.

Il miracolo suscita così tanta impressione sullo stesso Boleslao, che il re si sforza di reprimere la sua lussuria e di mitigare le sue crudeltà, riscontrandone in cambio grandi successi militari, come la conquista di Kiev.

“Tuttavia, l’ebrezza della vittoria lo fece ricadere in braccio alle più sregolate passioni”. Stanislao, da parte sua, alterna preghiera a Dio e visite al Re. Ma le sue fatiche sono inutili: il sovrano lo carica di ingiurie e minacce di morte. Arriva così la scomunica e la proibizione di entrare in chiesa. Proibizione ignorata puntualmente da Boleslao. Il Vescovo arriva allora a ordinare ai ai sacerdoti di sospendere i divini uffici ogni volta che lo scomunicato entra nelle loro chiese mentre lui stesso sospende le messe in Cattedrale e va a celebrare a San Michele, fuori Cracovia. Ogni limite è stato passato e Boleslao ordina l’omicidio. E’ l’11 aprile dell’anno 1079: il vescovo sta celebrando la messa quando le guardie reali fanno irruzione nella chiesa di San Michele. Secondo la leggenda è il Re in persona a sguainare la spada e assestare un fendente sulla testa di Stanislao con tanta violenza da farne schizzare le cervella contro la parete. Poi infierisce sul corpo: del Vescovo vengono tagliati naso e labbra, e – dopo averlo trascinato fuori dalla chiesa – tutto il corpo viene fatto a pezzi e dato in pasto ai cani. Secondo la tradizione quattro aquile restano a difendere per due giorni le reliquie del santo. Infine, nonostante le proibizioni, i fedeli arrivano a raccoglierle e le seppelliscono sotto la porta della chiesa. Due anni dopo il resti del vescovo vengono recuperati e traslati nella Cattedrale di Cracovia, dove si trovano ancora a vegliare quelli dei suoi successori.

Il cardinale Dziwisz bacia la bara di Giovanni Paolo II il giorno della sua beatificazione

Papa Gregorio, da parte sua, lancia l’interdetto sul Regno di Polonia, scomunica Boleslao II e lo dichiara decaduto. L’ex re trova rifugio in Ungheria dove matura – sempre secondo l’agiografia – un sincero pentimento che lo porta ad intraprendere un pellegrinaggio a Roma per implorare dal papa il perdono. Finirà i suoi giorni nel 1081 nel monastero benedettino di Ossiach, in Carinzia. Intanto il regno di Polonia viene diviso tra i nipoti di Boleslao dando luogo a un lungo periodo di frammentazione territoriale.

La gloria tornerà nella nazione polacca solo dopo tre secoli, con il regno di santa Jadwiga: figlia di Luigi D’Angiò, divenuta regina a soli 11 anni, Jadwiga darà un grande impulso alla cultura (fa tradurre il Libro dei salmi in polacco e rinnova l’università di Cracovia, donandole dutto il suo patrimonio) e alle opere religiose e caritatevoli. Nel 1384 sposa il principe lituano Jagellone, dando vita alla più importante dinastia reale della storia polacca e al grande regno di Polonia e Lituania, destinato a dominare per tutto il medioevo l’Europa dell’Est con il nome di “Repubblica delle Due Nazioni”.

Santo Stanilslao di Cracovia viene canonizzato da papa Innocenzo IV ad Assisi nel 1253, lo stesso anno in cui muore santa Chiara. Il vescovo diventa il principale patrono della Polonia ma sui suoi successori cade una maledizione: nessuno di loro dovrà più portare il suo nome. Così avviene per quasi dieci secoli: fino al termine del secondo millennio dei 72 successori di San Stanislao (tra i quali si contano due beati e un altro santo – Karol Wojtyla) solo uno ha portato il nome proibito e ha pagato cara la trasgressione: nell’anno 1700, Stanislaw Dabski è infatti morto appena nove mesi dopo la nomina.

Ma la sfida di sfatare definitivamente la maledizione è stata assunta, a quanto pare, dal braccio destro dell’unico santo polacco e vescovo di Cracovia capace di mettere in ombra il patrono. Segretario personale di Giovanni Paolo II per più di quarant’anni, dopo la morte di papa Wojtyla il cardinale Stanislaw Dziwisz è tornato a Cracovia come arcivescovo diventando – nel 2005 – l’ultimo successore del santo di cui porta il nome.

Arnaldo Casali

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Procolo, santo, killer e zombie

PROCOLOx

Il San Procolo di Michelangelo scolpito nell’arca della della-Basilica di San Domenico a Bologna

Non era esattamente un pacifista, San Procolo da Bologna. La sua breve storia sintetizza alla perfezione il conflitto interno al Cristianesimo, e a tutte le religioni monoteiste, tra l’amore universale e il conseguente rifiuto di ogni forma di violenza e l’uso della stessa a difesa della propria fede.

Nell’anno 295, mentre a Tebessa, nei pressi di Cartagine, San Massimiliano considera incompatibile l’adesione al Cristianesimo con l’uso delle armi, e per questo rifiuta di arruolarsi come militare subendo il martirio (diventò il patrono degli obiettori di coscienza), a Bologna Procolo, che è nobile e soldato, preferisce piuttosto mettere l’arte della guerra a servizio della religione.

Sette anni dopo, nel 303, il prefetto di Bologna Marino avvia una persecuzione contro i cristiani seguendo gli ordini degli imperatori Diocleziano e Massimiano Erculeo “del tutto disposti – scrive lo storico secentesco Francesco Angeloni – ad estinguere i seguaci di Cristo con un’atroce e universale persecuzione di dieci anni”.

San Procolo raffigurato nel Duomo di Milano

In poco tempo le piazze, le strade e “i più ragguardevoli palazzi” della città si tingono del sangue di molti cittadini che hanno scelto di seguire la nuova religione, “avendo quel crudele inventati i più atroci tormenti per maggiormente affliggere i fedeli, persuaso d’innalzare con la strage e perdita di quelli, non meno i falsi dei che la immaginata gloria di lui, e in tale spavento trovossi quel popolo, che non v’era oggimai, chi ardisse di apertamente confessare Cristo”.

Procolo, però, in cui la “fortezza gareggiava egalmente con la pietà”, vedendo uccisi tanti ottimi cittadini cultori della religione cristiana e altri “in pericolo di essere manomessi da quello inumanissimo uomo”, prende una decisione drastica. Si introduce di notte nell’appartamento privato del prefetto e arrivato alla camera dove dorme si avventa su Marino facendolo letteralmente a pezzi con una scure. Poi fugge in periferia e qui si raccoglie in preghiera aspettando di conoscere la volontà divina.

Tradito da un ebreo che vive a Gallicantole, Procolo viene arrestato, confessa subito il delitto e si dichiara pronto a morire per la fede. Non è per la fede però, in realtà, che viene giustiziato, ma per un atroce omicidio. Secondo la tradizione, mentre viene decapitato raccomanda se stesso e la città di Bologna a Dio.

Ma non è la sua ultima azione: dopo essere stato decapitato, una volta che gli aguzzini se ne sono andati, Procolo si alza in piedi, prende con le mani la propria testa e camminando fino dentro alla città arriva al tempio di San Sisto: solo qui muore e viene sepolto.

La facciata della chiesa di San Procolo a Bologna

La chiesa bolognese cambierà nome in San Procolo ma quando nel 1389 viene effettuata la ricognizione del corpo, nell’arca che custodisce il martire vengono trovati i resti di due uomini. Per questo si andrà diffondendo il culto di un altro Procolo, vescovo di origine siriana, anch’egli decapitato a Bologna dopo aver passato gran parte della sua vita in Umbria.

Il Martirologio Geronimiano e il Martirologio Romano, che ne fissano la festa al 1 giugno, parlano tuttavia di un martire che “per la verità cristiana fu trafitto con dei chiodi da trave” e non di un decapitato.

E se il particolare, dalle tinte horror, della morte ritardata anche dopo il taglio della testa, sembra echeggiare il martirio di Santa Cecilia, la leggenda dell’assassinio del prefetto potrebbe ricalcare un’altra vicenda storica documentata: la sommossa popolare della città di Bologna del 1164 contro il vicario imperiale del Barbarossa, che si concluse con l’uccisione dell’alto funzionario da parte di un ribelle.

Arnaldo Casali

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