Category Archives: Rievocare

Le Tovaglie perugine del Museo laboratorio Giuditta Brozzetti

La Tovaglia perugina realizzata da Marta Cucchia ed esposta nella mostra “Un giorno nel Medioevo. La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV”, a Gubbio fino al 6 gennaio 2019

I “pannili alla peroscina” erano sugli altari delle chiese e sulle tavole dei ricchi, erano apprezzati e commercializzati in tutta Europa, finendo anche nel corredo di una futura regina: Caterina de’ Medici. Una tradizione che si è tramandata grazie al paziente lavoro invernale delle donne della campagna perugina nel corso dei secoli.

Marta Cucchia costituisce la quarta generazione del museo-laboratorio “Giuditta Brozzetti”, azienda specializzata nella tessitura di panni che recuperano la tradizione antica e alla mostra “Un giorno nel Medioevo” a Gubbio ha prestato una riproduzione di una tovaglia tardo-medievale, un panno perugino.

«In realtà è una interpretazione delle famose tovaglie, o meglio pannili peroscini, con decoro ispirato al XIV secolo e di grandi dimensioni. I panni nascono come arredo sacro, per altari e chiese. Con il tempo, potremmo dire, che hanno riscosso così tanto successo che i nobili e i ricchi li volevano per arredare la tavola, sono richiesti come premi per i tornei d’armi, Leonardo da Vinci li raffigura nell’affresco del Cenacolo e così tanti altri artisti come Simone Martini, Pietro Lorenzetti, Giotto e Ghirlandaio. Caterina de Medici li aveva nel corredo e pannili alla peroscina sono inventariati tra i beni della cattedrale di Canterbury».

Tessuti in lavorazione nel Museo laboratorio di Giuditta Brozzetti

La tessitura è l’ultimo passo di un lungo processo di ricerca, studio, armonia dei colori e dei disegni, quanto c’è della tradizione e quanto del moderno? «La mia bisnonna, Giuditta Brozzetti, era una maestra elementare, durante la Prima guerra mondiale, con tutti gli uomini al fronte, assume l’incarico di direttrice delle scuole elementari di Perugia e, girando per il contado come ispettrice, si imbatte in un rumore particolare, il battere sordo del telaio, scoprendo che questa arte medievale era sopravvissuta intatta ne secoli: dalla coltivazione del lino alla filatura e alla tessitura durante l’inverno, con tecniche millenarie tramandate di madre in figlia. Si innamorò subito e si mise a recuperare i disegni, i tessuti e le tecniche, per poi riprodurre i panni perugini, con i suoi decori, con i telai manuali del XIX secolo. È una storia di famiglia, proseguita declinando questa arte in base alle proprie caratteristiche e curiosità: mia nonna disegnava linee di moda, mia madre ha studiato storia e tecniche di tessitura, io da designer di interni ho ripreso in mano i telai e ha creato una linea che mischia i generi, chiamata Eclettica».

Una panoramica della sede del Museo laboratorio, l’antica Chiesa di San Francesco delle Donne

Non solo laboratorio di produzione, ma anche museo: cosa fate? «Nel 2004 siamo entrati nel circuito museale cittadino. È uno degli ultimi laboratori in Italia, operante in una struttura d’interesse storico e culturale (il San Francesco delle donne è il primo insediamento femminile dell’Ordine francescano a Perugia, ndr) di origine medievale. Una sede antica per un’arte ancor più antica, aperta a scuole e visitatori con attività didattica e visite guidate».

Umberto Maiorca

          Contatti: Museo Atelier “Giuditta Brozzetti” Via T.Berardi, 5/6 – 06123 Perugia Italy www.brozzetti.com Referente: Marta Cucchia Phone +39 07540236 Mobile: +39 3485102919 e.mail: email@brozzetti.com

Visite: Dal lunedì al venerdì ingresso libero Mattino 08:30 – 12:30 – Pomeriggio 15:00 – 18:00 visite guidate su prenotazione Sabato e Domenica e festivi visite guidate solo su appuntamento

Read More

Il bestiario ricamato

Particolare di una tovaglia a Punto Assisi con i classici motivi zoomorfi su sfondo blu

Il ricamo a Punto Assisi, nato nel Medioevo, racconta di miti e di leggende. Per le favolose vicende che evoca e per i richiami al mondo classico da cui risorgono i suoi soggetti, è un’arte senza tempo che popola cuscini, tovaglie e copriletti di creature in bilico tra realtà e fantasia e le imprigiona in raffinate architetture geometriche dal sapore bizantino.

Leocorni, grifi e leopardi, ippocampi, aquile e pavoni mescolano le proprie fattezze in suggestive alchimie anatomiche e risaltano candidi su sfondi rubino e zaffiro, i colori tradizionali del ricamo.

Una tecnica di discendenza antica Utilizzata a partire dal Duecento, soprattutto dalle monache clarisse, è costruita sull’estetica sottile del contrasto, che riempie con il punto croce non le figure, ma gli spazi tutto intorno. Dai margini delineati a Punto Scritto e circondati da un colore uniforme, le grottesche e gli eleganti fregi ornamentali che le incasellano emergono limpidi sulla Tela Francescana, uno speciale lino naturale o écru di ordito e trama particolarmente regolari. Una tecnica perfetta, in cui il disegno è del tutto individuabile anche sul rovescio, accurato e conforme in ogni dettaglio al lato nobile del manufatto.

La matassa per realizzare i contorni e la riempitura del fondo è spesso di color ruggine, come il saio francescano o celeste, per evocare l’abito di Santa Chiara.

L’Ultima cena di Domenico Ghirlandaio (1488), nel refettorio del convento di Ognissanti a Firenze, è uno degli esempi della grande arte rinascimentale che riporta i ricami medievali nati ad Assisi

Patrimonio storico e artistico Il Punto Assisi è così unico e particolare, le sue origini tanto pregiate e secolari, che la città ne mantiene valore e tradizione grazie ad un’associazione: l’Accademia Punto Assisi, nata nel 1998 con un progetto ministeriale che assimila questo prodotto di artigianato al patrimonio storico e artistico del territorio. L’Accademia si occupa di definire rigorosamente le fasi di creazione, di salvaguardare lo stile e di trasmettere la cultura del Punto Assisi, fortemente legata ai luoghi e alla loro storia millenaria. I disegni sono ripresi dal “bestiario” medievale, dai portali, dalle facciate delle chiese e dai cori lignei.

Ascensione, Andrea della Robbia e bottega, Città di Castello

La fauna mitologica che infonde particolare fascino al ricamo è firmata da grandi maestri dell’arte: da Giotto e Simone Martini al Perugino, al Ghirlandaio e al Pinturicchio, fino a Leonardo da Vinci e a Raffaello, che hanno reso immortali i motivi del Punto Assisi dipingendoli nei loro capolavori. Anche l’uso del contrasto ha illustri predecessori: basti ricordare le splendide terrecotte invetriate di Andrea della Robbia che decorano tante chiese e conventi dell’Umbria. Ceramiche caratterizzate dalla bicromia bianco su blu, nelle quali le figure dell’iconografia classica si stagliano con grazia inimitabile su sfondi di un azzurro intenso.

Il simbolo dell’Accademia Punto Assisi ricamato su un cuscino

L’emblema dell’Accademia Il Punto Assisi è indissolubilmente legato anche a San Francesco. Il magnifico dossale del XIII secolo noto come Mantello di Jacopa de’ Settesoli reca i disegni più tradizionali del ricamo. La nobildonna romana amica e seguace di Francesco, ora sepolta con lui nella cripta della basilica di Assisi, lo avrebbe ricamato per il santo in prossimità della morte.

In realtà il drappo, parte del Tesoro della basilica, è catalogato in un documento del 1338 come dono dell’Imperatore dei greci. I punti del ricamo non sono quelli canonici del Punto Assisi e la sua origine bizantina è individuabile nelle complicate teorie di medaglioni lobati in cui sono inscritte coppie di grifoni rampanti, di aquile e di lupi, come nell’intreccio arabescato e nel fogliame che orna gli animali.

Ma il disegno è così bello da essere diventato l’icona del repertorio artistico da ricamare, tanto da apparire, in un particolare, nell’emblema e nel marchio registrato dell’Accademia Punto Assisi. E non solo. Un manto di sei metri di lunghezza, ricamato in Punto Assisi sul disegno originale di Jacopa de’ Settesoli, fu il dono della città alla regina Giovanna e al re Boris di Bulgaria, che nel 1931 celebrarono le loro nozze nella basilica di San Francesco.

Una tela Buratto ricamata con il Punto Madama Caterina

Un punto per la Madama Dicono che Caterina de’ Medici avesse splendide mani. Di certo le utilizzò, insieme al suo spiccato senso artistico, per dedicarsi alla preziosa arte del ricamo, in cui è ricordata come un’innovatrice. Si deve a lei un punto armonioso, semplice e di grande effetto, che riproduce fogliame, grottesche e composizioni geometriche simili a quelle del Punto Assisi, ma su un supporto e con punti differenti. L’Accademia Punto Assisi lo ripropone nel rispetto della tecnica originale, ricavata da esemplari autentici di manufatti ricamati a Punto Madama Caterina de’ Medici e conservati a Parigi. Il tessuto è una tela rada detta Buratto, trapunta con cotone morbido e spesso. Il tipico ornato, l’originalità dei motivi e la finezza degli accostamenti ne fanno un prodotto artigianale di grande pregio, che l’Accademia divulga con corsi e lezioni parallele a quelle dedicate al Punto Assisi.

Daniela Querci

Testo tratto da ”Umbria delle mie Trame. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico” edito da Promocamera, azienda speciale della Camera di Commercio di Perugia. Il volume è scaricabile dal sito Tipicamente Umbria – Artigianato artistico

Read More

Tovaglie Perugine, status symbol medievale

Nella Cena del Cavaliere da Celano (Giotto, Basilica superiore di Assisi, 1295-1299) la tavola è apparecchiata con una Tovaglia Perugina.

C’è un’Umbria da toccare con mano e da accarezzare che sfugge ai viaggi frettolosi e ai riti del turismo di massa. Si può scoprire seguendo un affascinante percorso che lega insieme l’antica arte della tessitura alla sapienza dei ricami e di merletti eterei, creati da mani pazienti e abilissime. Trame delicate, che appaiono come i timbri squillanti di un incanto fragile ma capace di sfidare il tempo. È lo stesso stupore che disegna nell’anima del viaggiatore un paesaggio inconfondibile e, a tratti, struggente. Le piccole e dolci colline sembrano quasi cingere in un lungo abbraccio l’armonico ordito dei campi. Prima dei tessuti, la bellezza segue altre strade. Tocca le pietre, le scale, i vicoli e i palazzi. E sfiora i castelli e i rosoni misteriosi di chiese antiche, che quasi precedono la meraviglia di piazze scenografiche e insieme raccolte. Spazi che si colmano in pochi passi. E dove le piacevoli abitudini si rinnovano ogni giorno. Luoghi intimi, riconoscibili, nei quali è ancora bello passeggiare e incontrarsi.

Per svelare questa trama nascosta bisogna partire da lontano. E pensare ai fondachi dei mercanti, cresciuti un po’ ovunque in secoli definiti bui in modo forse frettoloso. Ma che ancora oggi rischiarano il destino dell’Umbria, una regione sospesa tra Medioevo e futuro. Capace però di legare, come pochi altri territori, il globale con il locale: le università, i grandi eventi internazionali e le aziende tecnologiche convivono in modo naturale con la “sapienza delle mani” e con i mestieri d’arte che vengono ancora tramandati, seppure tra molte difficoltà, da padre in figlio. Questa piccola terra ogni giorno pesca il mondo grazie alla grande rete di internet. Ma non dimentica altre maglie, eleganti e ancora resistenti. Reti spesso minuscole, nelle quali si intessono anche le relazioni e dove gli ultimi artigiani trovano rifugio, protetti dalle radici profonde di una storia millenaria.

San Francesco di Assisi (1182-1226).

Il ricco mercante Bernardone, volle chiamare suo figlio Francesco in onore della Francia, il paese dalla lingua musicale dal quale importava stoffe preziose e dove volle anche trovare moglie. Nei primi anni del XIII secolo, nella sua bottega di Assisi, affollata di lavoranti, quei tessuti venivano cuciti con maestria, prima di fare il percorso inverso per essere venduti, dopo estenuanti viaggi a cavallo, nelle fiere e nei mercati della Champagne. La grande e vicina Perugia aveva già trentamila abitanti e una fiorente attività tessile. Come Foligno e la popolosa Orvieto del Duecento. Le Crociate aprivano nuovi, avventurosi percorsi. Sulla via della fede fiorivano anche gli scambi. E la lana, il lino, la canapa e la seta avvicinavano mondi diversi. La lana proveniva dagli allevamenti di ovini nell’appennino umbro marchigiano e dalla Valnerina. Oppure veniva importata, già filata dall’Inghilterra. Dal Trecento in poi, con la crescita della domanda, si aprirono nuovi mercati in Francia, Spagna e Portogallo. La canapa era coltivata soprattutto nell’area spoletina, in quella folignate, intorno a Perugia e nell’Altotevere. Fin dal Quattrocento le tele di Bevagna erano conosciute in tutta Europa: erano fini e bianche come il lino ma anche robuste. Servivano per il cordame e per gli usi più svariati.

Rakam, la parola araba che descrive il disegno e l’ornamento, avrebbe dato, nei secoli successivi, il nome alla nobile arte del ricamo. Ma nell’Umbria medievale quel suono era ancora sconosciuto. Anche se il segno del gusto per opere fragili e belle era già presente da tempo. Alberto Sotio, nel 1137 aveva già finito la sua Croce dipinta, che ora si può ammirare nel silenzioso splendore del Duomo di Spoleto. È il più antico capolavoro pittorico del Medioevo in Umbria: mostra un Cristo dolente, con gli occhi aperti, lo sguardo sereno e le braccia spalancate in un abbraccio misericordioso. I fianchi, appoggiati sulla Croce, sono coperti da un velo, trasparente e delicato, decorato da bande sottili, rosse ed azzurre. Colori che torneranno e diverranno tradizione. Nella chiesa di Santa Chiara, è ancora emozionante guardare il camice che la santa cucì per S. Francesco: le belle figure geometriche che rappresentano cervi e colombine sono disposte con cura, in modo armonioso e alternato. Anche quando la grave infermità la costrinse a letto, Chiara chiedeva alle consorelle di sollevarla dal suo povero giaciglio. E appoggiata ai sostegni, filava tessuti delicati, dedicati alla gloria di Dio. Allora i ricami servivano soprattutto ad ornare gli altari. Le clarisse di Assisi seguirono con entusiasmo l’esempio della fondatrice del loro ordine. Nel silenzio dei conventi, nacquero piccoli capolavori destinati a sfidare il tempo. Alcune tracce sono giunte fino a noi. Nella sacrestia della grande chiesa di San Domenico di Perugia i fregi della veste liturgica di papa Benedetto XI, realizzati in lino, con ricami in seta, risalgono al 1303. E il museo dell’Opera del Duomo di Orvieto conserva due trecenteschi bordi in lino rifiniti solo in minima parte con lavoro ad ago.

Tovaglia con motivi animali e geometrici. Collezione Galleria Nazionale dell’Umbria.

Ma il punto di forza della grande tradizione tessile medievale umbra erano le celebri Tovaglie Perugine: stoffe con fondo bianco, a occhio di pernice o spina di pesce bassa, con fasce colorate in blu e in qualche rarissimo caso anche in color ruggine. La pianta da blu, il guado, ha origini antichissime. Per almeno cinque secoli, dal Duecento al Seicento, fu coltivato in Valtiberina, soprattutto nell’area intorno a Sansepolcro. L’originale disegno delle tovaglie ricorda il moto ondoso dell’acqua. I perugini, nel loro dialetto, chiamarono quella figura stilizzata “belige”, per indicare il movimento a bilancia che durante la tessitura facevano i pedali degli antichi telai. Gli ornamenti, concentrati a fasce orizzontali sui lati minori del tessuto, si ottenevano grazie a trame supplementari di cotone bambagioso oppure di misto lino. Le tovaglie cominciarono ad essere utilizzate nelle chiese medievali del centro Italia soprattutto per abbellire gli altari. Poi, dopo il Quattrocento, l’uso si diffuse tra i nobili e nelle famiglie più ricche, in Toscana, nelle Marche, in ampie zone del centro Italia ma perfino nel nord Europa, in Trentino, in Friuli, nella Carnia e in Sicilia, dove una clientela colta e raffinata ne fece, per almeno due secoli, una sorta di “status symbol” delle classi dominanti.

Così diventarono parte integrante dei corredi. E via via si trasformarono in asciugamani, utili sia per gli usi sacri che per quelli profani, oppure in tende, cuscini e scialli da testa e per le spalle. Qualche volta i tessuti venivano arrotolati per servire da appoggio alle ceste che si portavano sulla testa. Ma secondo le occasioni, fungevano anche da cintura, sacca, bisaccia, stendardo o premio da assegnare nei tornei cavallereschi. Negli inconfondibili “tessuti perugini” veniva rappresentato un vastissimo repertorio di figure. Disegni geometrici, architettonici, vegetali e zoomorfi. Segni e simboli sia religiosi che profani, di discendenza araldica e spesso ispirati alla cavalleresca “età cortese”. Così cervi, grifi rampanti o in procinto di camminare, pavoni, falchi, lepri, lupi, leonesse, draghi e sirene venivano tessuti insieme a teorie di castelli e fontane, tralci di vite fruttati o altre piante e immagini nelle quali, di continuo, veniva evocata Perugia con la sua straordinaria Fontana Maggiore da poco costruita ma subito assurta a simbolo dell’identità cittadina, oppure Porta Sant’Angelo e anche l’insegna di Porta Eburnea, con l’elefante capace di sostenere una torre.

Le antiche tovaglie conservate nella Galleria Nazionale dell’Umbria.

Alcune tovaglie, ora conservate nella Galleria Nazionale dell’Umbria e appartenute alla collezione privata di Mariano Rocchi, presentano motivi decorativi molto particolari: quasi delle figure raddoppiate, come se le immagini fossero riflesse sull’acqua. Oppure con le lettere invertite, dove, ad esempio, la parola Amore si legge “Eroma”. Nei manufatti destinati agli altari ricorre, in infinite varianti, il disegno, intervallato da rosette ad otto petali, degli uccellini, già presente nei bassorilievi delle tombe etrusche. La lepre dell’innocenza, che arriva dalla tradizione mediorientale, è inseguita da un lupo lussurioso. E il cervo che nell’iconografia cristiana rappresenta la virtù, si abbevera alla fonte della saggezza o si accosta dolcemente all’albero della vita, come pure fanno, in alcuni casi, delle leonesse accosciate. In alcune tovaglie, ritrovate in Valnerina, appare anche la figura del caprone, con le corna avvolte a spirale. È sorprendente l’analogia degli antichi tessuti umbri con i “taleth”, gli scialli rituali ebraici bianchi a strisce blu. Di certo, le tovaglie percorsero anche le lunghissime strade delle Crociate. Lo testimoniano le rustiche bisacce confezionate dai tanti cavalieri che dall’Europa si mettevano in cammino alla volta del Santo Sepolcro. Molti dei motivi decorativi non sono stati ancora decifrati, anche se sono evidenti le ricorrenti simbologie cristiane intorno al tema dell’immortalità e della resurrezione e i segni beneauguranti e di buon auspicio, mescolati, in età più tarda a motti galanti o gentilizi in grafia tardo gotica. Per l’antropologa culturale Maria Luisa Buseghin i disegni dei pavoni, delle aquile e del leone con una o due code, denotano una chiara origine orientale, in particolare persiana. La stessa autrice, insieme ad altri studiosi specializzati sull’argomento, ricorda la tradizione non documentata che vuole la Confraternita della Mercanzia di Perugia, sorta nel 1380, come la prima vera e propria “fabbrica” delle tovaglie. L’antico istituto cittadino allora si occupava anche della riscossione delle tasse e di una razionale suddivisione del lavoro tra le 44 arti che animavano la Perugia del Trecento, fra le quali spiccava la potente corporazione dei lanari. Frammenti o porzioni di antiche tovaglie sono assai rare da trovare. Quelle integre sono rarissime e visibili quasi soltanto nei musei e nelle collezioni private. Ma la loro fortuna fu tale che vennero riprodotte da molti fra i più grandi artisti del Medioevo e del Rinascimento, in dipinti, affreschi e sculture lignee. Spesso venivano rappresentate insieme ad altri tessuti di gran pregio, quasi sempre di seta, importati da Lucca, dalla Sicilia o dall’estremo Oriente, destinati ad abbellire le chiese o le vesti lussuose di prelati e sovrani.

Particolare del Cenacolo di Ognissanti, Ghirlandaio (1480), Museo del Cenacolo di Ognissanti, Firenze.

Così fece, ad esempio, un artista della fine del Duecento: il Maestro delle Palazze, che in una Ultima cena, ora conservata all’Art Museum di Worcester, dipinse una lunga tovaglia, panneggiata con cura e ornata “alla perugina”, con fasce a motivi geometrici. La consacrazione artistica delle celebri tovaglie arrivò però con l’arte nuova, moderna e dirompente del grande Giotto, nella Cena del Cavaliere da Celano, uno dei ventotto affreschi che compongono il vastissimo ciclo murale delle Storie di San Francesco, ospitato nella Basilica superiore di Assisi. L’opera racconta una morte annunciata: la gioia abituale di un convivio che nel balenio delle poche parole scambiate tra San Francesco e il devoto cavaliere, si muta in dolore e lamento. La bianca tovaglia di renza appare in bella vista, stesa su una tavola “alla fratina”. Sopra, troneggia una trota arrostita, tra le posate medievali, i piatti dai bordi appiattiti e due lussuosi bicchieri di vetro. Cinque anni dopo, nel 1305, il grande artista ripropose le tovaglie anche nelle Nozze di Cana dipinte nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Sempre ad Assisi, nella basilica inferiore, colpisce la grazia degli stucchi “ricamati” di Simone Martini nel Sogno di Sant’Ambrogio. Ma soprattutto, nella stessa chiesa, bisogna guardare con tutta l’attenzione che merita, l’altro capolavoro dello stesso autore, San Martino in atto di celebrare la Messa, in cui vengono raffigurate due diverse e splendide tovaglie d’altare, decorate in modo minuzioso con motivi geometrici e con simbologie zoomorfe. E ammirare, pochi metri dopo, l’emozionante Lavanda dei piedi di Pietro Lorenzetti, che risale al 1320 e che mostra un altro, mirabile esempio dei tipici tessuti perugini. Lo stesso artista rielaborò il tema delle Tovaglie Perugine una ventina di anni dopo anche nella Nascita della Vergine, conservata nel Museo dell’Opera del Duomo di Siena.

In Umbria, negli anni Trenta del Trecento, un altro ignoto e dotatissimo pittore, in una nicchia dell’ex convento francescano di Sant’Antonio a Pissignano, rivestì l’arcata che incornicia una Crocifissione con una tovaglia d’altare finemente ricamata. Nello stesso periodo, stoffe listate vennero dipinte a mo’ di foulard dal Maestro della Cattura di Cristo nella basilica superiore di Assisi o addirittura come cappucci dal grande e anonimo artista che a Montefalco affrescò la cappella della Croce, nella chiesa cittadina dedicata a Santa Chiara. Il Maestro di Cesi adornò con la pittura di quella stoffa alla moda la misericordiosa testa della Vergine in un originale Trittico che da molti anni arricchisce il già sontuoso museo Ephrussi de Rothschild di Cap Ferrat, in Francia. Altre testimonianze pittoriche si possono rintracciare nelle chiese spoletine di Santa Elisabetta e San Pietro Martire e nel tempio dell’Annunziata di Poggio di Croce a Preci. A Campi alta, nella scenografica chiesa di Santa Maria di Piazza, la Presentazione di Maria al tempio di Antonio e Giovanni Sparapane, è un vero e proprio trionfo espositivo dei tessuti umbri medievali. Nel Martirio di Santa Barbara, Madonna di Loreto e Sant’Antonio da Padova di Bartolomeo di Tommaso, visibile nella Pinacoteca comunale di Foligno, anche gli angeli al lavoro indossano tessuti finemente disegnati. L’affresco fa il paio con un’altra opera dell’artista, che mostra ornamenti dello stesso tipo: è il Giudizio Finale, che campeggia nella bella chiesa ternana di San Francesco, scampata ai 110 bombardamenti che misero in ginocchio la “città dell’acciaio” durante la seconda guerra mondiale.

I tessuti per i quali l’Umbria era famosa, vennero messi in mostra anche da artisti ignoti e affascinanti: ornati geometrici abbelliscono la statua lignea di una Madonna con Bambino che si può ancora ammirare nella chiesa di San Francesco a Acquasparta. Altri motivi vegetali compaiono nell’abito di un angelo, scolpito nella metà del Quattrocento e conservato nella pinacoteca comunale di Cascia. Sono bellissimi i tessuti verdi e amaranto che risaltano al centro della scena dei Funerali di Sant’Agostino di Ottaviano Nelli nella chiesa di Sant’Agostino a Gubbio. Le Tovaglie Perugine tornano in un particolare della stupefacente Cappella Baglioni di Spello dipinta dal Pinturicchio, nel Cenacolo di Foligno del Perugino e in due capolavori esposti nella Galleria Nazionale dell’Umbria: l’Adorazione dei Pastori di Bartolomeo Caporali e la Pietà di Piero di Cosimo. Ma anche altri artisti immortali vollero impreziosire le loro “ultime cene” con i tipici tessuti, da Duccio di Boninsegna al Ghirlandaio, dal Beato Angelico fino a Leonardo Da Vinci. Tovaglie damascate di lino bianco a piccoli rombi si conservano ancora alla Marienkirche di Danzica e emergono in tutta la loro bellezza nelle realistiche pennellate di alcuni artisti di scuola fiamminga, come Hans Memling che volle riprodurle nella sua Circoncisione, visibile al Museo del Prado di Madrid. Nei corredi delle signore dell’aristocrazia europea non potevano mancare i tessuti dell’Umbria, icona di un gusto ormai consolidato.

Le moderne Tovaglie Perugine.

Non stupisce quindi trovare la citazione delle “tovaglie e pannili perugini” nell’inventario della dote che Caterina de’ Medici portò con sé quando andò in sposa al re di Francia Enrico II. La regina fiorentina adorava ricamare, tanto che si diceva lo facesse anche durante gli incontri politici di alto livello. Al suo nome è legato quel Punto Madama riscoperto centinaia di anni dopo, come specifico della tradizione regionale. C’era una scuola umbra del ricamo già nel Rinascimento. Il Burato, libro de ricami di Alessandro Paganini, uno dei testi per modelli più antichi, stampato nel 1484 e che rimase in voga per quasi due secoli, riporta splendidi disegni di motivi ornamentali di animali fantastici già presenti nelle produzioni dell’Umbria, insieme a donne con la coda di sirena e leoni alati seduti dorso contro dorso. Il volume riporta sia schemi da ricamare a fili contati che da disegnare con la tecnica dello “spolvero”.

Alla fine del Cinquecento le produzioni artigiane subirono un declino che sembrò inarrestabile. I lavori del tessuto su tela, dei ricami e dei merletti scomparvero per quasi trecento anni dal commercio pubblico. Ma tornarono all’alba del XX secolo.

Federico Fioravanti

Questo articolo fa parte del volume ”Umbria delle mie Trame. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, lavoro editoriale di Promocamera, azienda speciale della Camera di Commercio di Perugia che ha dedicato una collana alla valorizzazione delle eccellenze regionali. Il volume, con testi e coordinamento editoriale di Federico Fioravanti e progetto grafico dello Studio Fabbri, viene distribuito in occasione di eventi, manifestazioni e mostre in Italia e all’estero.

Read More

La diabolica forchetta

Il coltellino multiuso trovato in una necropoli di Ventimiglia, risale al I-II secolo

L’invenzione della forchetta arrivò all’alba del Medioevo. Anche se, per la verità, nel 1917 a Ventimiglia, in una necropoli romana fu ritrovato una specie di “coltellino svizzero da sopravvivenza” ante litteram. Gli archeologi discutono ancora sulla sua datazione. Forse risale al primo o al secondo secolo dopo Cristo. È rimasto un “unicum”. Il curioso strumento conteneva però, insieme a un cucchiaio e un coltello, anche una specie di forchetta da viaggio.

Quel che è certo è che a Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente, intorno al 400 dopo Cristo, qualcuno già usava forchette a tre punte. La prova è in uno straordinario reperto archeologico che si può ancora ammirare al Metropolitan Museum di New York.

Fu alla corte di Bisanzio che l’acuminato pugnale, l’ “imbroccatoio” che già utilizzavano i Romani, si trasformò in una specie di spillone e poi diventò una forchetta. I rebbi, i denti di metallo della posata, rimasero due per almeno qualche centinaio di anni. Prima c’erano i “ligula” o “lingula”: piccoli attrezzi, a una o due punte, che però servivano esclusivamente per infilzare i datteri o altre golosità infarcite con il miele.

Anche i Longobardi che vivevano nell’Italia meridionale avevano conosciuto l’utensile bizantino: nella miniatura del Codice delle Leggi Langobarde del monastero della Cava, appare una immagine del re Rotari impegnato a pulire un pesce usando un coltello e una specie di forchetta.

Cucchiaio d’argento con forchetta, epoca Romana, III sec. d.C., Metropolitan Museum, New York

Ma quando la posata, nell’estate del 1004, apparve per la prima volta in pubblico, lo stupore fu grande. Teatro dell’evento fu la città di Venezia. L’occasione venne dal matrimonio del giovane doge Giovanni Orseolo II (984-1007) con la principessa bizantina Maria Argyropoulaina, figlia del principe bizantino Argiro e nipote dell’imperatore Basilio II. Le nozze erano già state celebrate qualche giorno prima, in pompa magna, a Costantinopoli e tutta la città lagunare voleva vedere la sposa e partecipare alla grande festa prevista in laguna. La ragazza aveva 17 anni: appena tre in meno del marito che due anni prima il padre, il doge Pietro Orseolo II, aveva voluto associare al comando del governo di Venezia. Il genitore dello sposo, nipote del santo doge Pietro I, fu uno dei grandi politici che fecero le fortune della meravigliosa città che poi diventerà Serenissima. Pietro II ottenne dagli imperatori Basilio e Costantino la firma della Bolla d’Oro che definì privilegi e concessioni speciali per i mercanti lagunari. E negli stessi anni si ingraziò abilmente anche Ottone III, imperatore del Sacro Romano Impero, che fece da padrino alla cresima di un altro suo figlio, chiamato Ottone proprio in onore del sovrano che governava l’altra grande potenza del mondo. Quando Giovanni Orseolo II sposò la nobile bizantina, il doge Pietro II era già “Dux Dalmatiae”: il 9 maggio dell’anno 1000, giorno dell’Ascensione, aveva dato il via a una imponente spedizione punitiva contro i pirati che infestavano il mare Adriatico. Quella data segnò l’inizio del dominio veneziano nel canale d’acqua che separa l’Italia dai Balcani: Grado, Pola, Cherso, Veglie, Zara, Spalato, Ragusa e Curzola, vessate dalle discordie che allora laceravano la corona croata, giurarono fedeltà, una dopo l’altra, al vessillo di San Marco. E nella città lagunare la festa dell’Ascensione, chiamata in veneto Sènsa, divenne il giorno della storica cerimonia dello sposalizio con il mare. Il fidanzamento dell’erede del doge con la nobile bizantina era stato deciso dopo un’altra impresa dei veneziani: la cacciata definitiva dei saraceni da Bari, completata in nome dei “desiderata” di Costantinopoli.

Le nozze di Giovanni e Maria suggellavano quindi una strategica alleanza con la capitale dell’impero. La città accorse in massa al memorabile banchetto che seguì allo scambio degli anelli che era già avvenuto a Costantinopoli. Tutti mangiavano con le mani e levavano brindisi augurali all’indirizzo degli sposi. La giovane principessa catalizzava gli sguardi e i commenti. Ma rimaneva fredda e riservata. Grande fu la sorpresa di tutti quando estrasse da una custodia una forchetta d’oro a due rebbi e con studiata eleganza iniziò a portare il pasto alla bocca proprio con quello strano strumento.

Nella cerchia bizantina l’accessorio era già diffuso da tempo. Ma i nobili e il popolo di Venezia condannarono quella che apparve come una ostentazione di snobismo: attraverso l’uso pubblico della forchetta, la potente principessa sembrava rimarcare la differenza tra la Venezia popolare dei pescatori e dei commercianti e la grande capitale nella quale era nata e cresciuta.

Il “piròn”, forchetta veneta

Anche il clero, già diffidente di suo verso tutto ciò che profumava di Bisanzio, levò alte critiche in difesa della semplicità dei costumi. E bollò come peccaminoso l’uso dello strano strumento che i veneziani iniziarono a chiamare “piròn”, per assonanza con la parola bizantina “pirouni”, dal greco “peìro” che vuol dire infilzo. Tanto astio non deve stupire. In quegli anni i rapporti tra la chiesa di Roma e quella ortodossa erano già molto difficili. Le tensioni sarebbero poi culminate nella crisi che portò al Grande Scisma (1054).

In quanto alla principessa, servì a poco la sua cura per l’igiene e la grande attenzione che metteva nel non sporcarsi le mani a tavola come facevano tutti gli altri commensali: pochi anni dopo le fastose nozze, Maria Argyropoulaina, il giovane doge Giovanni Orseolo II e il loro bambino che era stato chiamato Basilio in onore dell’imperatore d’Oriente, vennero uccisi dal morbo della peste a pochi giorni di distanza l’uno dall’altra. Furono sepolti nella stessa tomba, costruita nella chiesa di San Zaccaria con gran dolore del doge Pietro II.

Nelle affascinanti pagine del libro “Medioevo sul naso” (Laterza, 2001) la medievista Chiara Frugoni ha raccontato con maestria la lunga serie delle straordinarie invenzioni che hanno caratterizzato l’Età di Mezzo. La storica ripercorre in poche righe lo scandalo che causò l’apparizione della forchetta nel 1071, in occasione del matrimonio del doge Domenico Selvo, con Teodora Anna Doukaina, un’altra principessa bizantina, sorella dell’imperatore Michele VII.

Il “Basileus”, che a tutti gli effetti tra i suoi tanti titoli poteva vantare anche quello di “Signore di Venezia”, per l’occasione nominò il doge Selvo “protosebasto”. Il titolo di “primo favorito” dell’imperatore era di carattere ereditario: guidata da Selvo, Venezia incrementò grandemente i suoi traffici con Bisanzio e pose le basi per la sua evoluzione da potente città lagunare a stato indipendente e successivamente a Repubblica Serenissima. Ludovico Antonio Muratori (1672 – 1750), autore degli “Annali d’Italia” e padre della storiografia italiana, ricorda i vani tentativi di Anna Teodora per conquistare i cuori dei veneziani. Insegnò alle dame i segreti del trucco e importò in laguna anche una originale danza bizantina. Ma diede ancora scandalo per via della forchetta. Ne introdusse l’uso non solo in casa sua, ma anche nella cerchia delle famiglie più importanti della città.

San Pier Damiani (1007-1072) e gli altri uomini di Chiesa giudicarono la forchetta come un diabolico strumento di mollezza e perversione. Il santo monaco nella sua opera “De institutione monialis” descrisse in modo scandalizzato il comportamento di Teodora nel giorno del matrimonio: “Non toccava le pietanze con le mani ma si faceva tagliare il cibo in piccolissimi pezzi dagli eunuchi. Poi li assaggiava appena, portandoli alla bocca con forchette d’oro a due rebbi”.

La storica Chiara Frugoni spiega quanto la società medievale fosse poco attenta alle esigenze peculiari dei singoli individui e quanto invece fosse “propensa a pensarsi in gruppo”. La cosa valeva anche per la tavola. Teodora invece ostentava la sua abitudine al lusso in tutti i momenti della giornata, a partire dalla toletta quotidiana: si lavava solo con l’acqua di rugiada e si circondava di incensi e ricercatissimi profumi. Così, quando le sue carni, forse per una grave forma di diabete, andarono in cancrena e la donna morì dopo una agonia atroce, tutti i veneziani videro nella sua fine la giusta punizione divina per i tanti peccati ispirati da una enorme vanità.

“Il pasto”, miniatura dal “De Universo” di Rabano Mauro, Montecassino, X-XI-sec.

La forchetta però, nonostante gli anatemi, fece strada. Nell’Ultima Cena rappresentata sulla ricchissima Pala d’Oro di San Marco si possono notare due forchette e due coltelli destinati a Cristo e Pietro. E curiose miniature che spuntano dalle pagine del “De Universo” di Rabano Mauro, ospitato nell’archivio dell’Abbazia di Montecassino, mostrano due uomini compiti, seduti a tavola che mangiano con la forchetta mentre dialogano amabilmente. Le scene illustrano il capitolo dedicato ai cittadini, “chiamati così affinché vivano riuniti insieme e la loro vita comune sia più piacevole e sicura insieme”.

Un’altra, solitaria forchetta appare in una delle miniature dell’opera “Hortus deliciarum” (XII secolo) della badessa Herrad di Hohenbourg, conservato a Londra. L’uso della nuova posata si affermò tra i ricchi borghesi e i mercanti di Pisa, Venezia e Firenze. Nelle corti si seguiva ancora l’etichetta di Ovidio, che imponeva di mangiare con gesto magnifico, usando tre dita per pescare il cibo solido dai piatti.

La Chiesa rimaneva contraria all’uso di quella piccola forca. Lotario da Segni, che poi diventerà papa con il nome di Innocenzo III (1161-1216) ammoniva i fedeli: “A cosa vi servono le tavole imbandite, le tovaglie ricamate, le forchette e i coltelli di metalli preziosi se poi non vi comportate bene?”. Brunetto Latini invocava l’educazione a tavola, quando nelle tavole le mani unte affondavano nelle pietanze. Scrisse: “E quando siedi a mensa, non fare un laido piglio!”. Bonvesin della Riva (1240-1315) descrisse in dettaglio come si mangiava a Milano nella seconda metà del XIII secolo: parlò di cucchiai e di coltelli ma non citò mai la forchetta che compare invece nel 1297 per la prima volta in Inghilterra, confinata però nell’inventario del re Edoardo I, ricordato come “Gambelunghe” o “martello degli Scoti”.

Altre forchette apparvero nelle doti principesche anche nei secoli successivi, con impugnature di avorio, cristallo e pietra dura. Ma nella vita quotidiana la posata si cominciò ad usare in modo graduale quando si diffuse l’uso della pasta, bollente e scivolosa. Prima si usava un’altra specie di imbroccatoio, descritto in un libro che fu offerto in dono al re di Napoli Roberto d’Angiò (1277-1343) nel quale è scritto: “Mangia poi prendendo le lasagne con un punteruolo di legno”.

Forchette in bronzo

La forchetta fu usata per enfatizzare, anche a tavola, l’eterna divisione tra Guelfi e Ghibellini: i primi la poggiavano sulla tovaglia, a destra del piatto, i secondi preferivano sistemarla in senso orizzontale davanti alla stoviglia, dove ancora oggi si apparecchiano le posate per la frutta. Forchette a due o tre rebbi venivano mostrate nei convivi importanti. Ma resistevano ancora i forchettoni a due punte, utili per reggere la carne da tagliare. Un camarlingo del Comune di Siena scriveva: “Prestai a Massa, nostro famiglio, vinti e quattro imbroccatoi d’ariento, quando si fece la cena agli ambasciatori fiorentini e parigini”. Alla fine del Trecento la forchetta era già molto conosciuta. Franco Sacchetti (1330-1400) ricordato per “Il Trecentonovelle” in cui descrive la società del suo tempo, racconta con brio le avventure a tavola di un certo Noddo che “comincia a raguzzare i maccheroni, avviluppa e caccia giù, e n’avea già mandati sei bocconi giù, che Giovanni avea ancora il primo bocone in su la forchetta…”. Lo scrigno da tavola di re Carlo V di Francia nel 1380 mostrava una forchetta in bella vista, forse per impressionare i più rustici sovrani stranieri. Nei “Racconti di Canterbury”, Madame Eglantine si vanta di mangiare senza bagnare le dita nella salsa. E viene lodata per la grazia con la quale sapeva portare il cibo alle labbra senza lasciarne cadere nemmeno un pezzetto sul seno e soprattutto senza “intingere troppo profondamente le dita nella salsa”.

Novella di Nastagio degli Onesti, Botticelli, 1483, Museo Pucci, Firenze

Nella Firenze del Quattrocento, la famiglia dei Medici possedeva nella propria ricca cucina ben 56 forchette. Il meraviglioso dipinto “Novella di Nastagio degli Onesti”, commissionato come regalo di nozze da Lorenzo il Magnifico alla famiglia Pucci, storica alleata dei signori di Firenze, mostra alcuni componenti della potente dinastia seduti davanti a una tovaglia immacolata mentre reggono un’elegante forchetta a due denti, in attesa delle pietanze.

Una forchetta più sobria appare anche nell’”Ultima cena” affrescata su disegno del Perugino nel refettorio del monastero fiorentino di Sant’Onofrio.

Nell’uso comune, alla fine del XV secolo, tra le classi nobili, l’uso delle forchette era ancora considerato una specie di trasgressione: la civiltà a tavola si misurava con l’abbondanza di tovaglie e tovaglioli e le abluzioni ripetute prima e dopo i pasti. Lo spiegava, riguardo l’educazione dei bambini, anche l’umanista Erasmo da Rotterdam (1466 -1536) che trovava “disdicevole leccarsi le dita unte o pulirle con l’uso della giacca. Meglio servirsi della tovaglia o del tovagliolo”. Un fortunato libretto, il “De moribus in mensa servandis” di Giovanni Sulpicio Verulano, stampato in Aquila nel 1483 tornava sulle vecchie regole: “Mangia con tre dita, non prendere bocconi troppo grossi e non riempire la bocca con ambedue le mani”.

Ultima cena, Perugino e collaboratori, 1490 ca., particolare, monastero di Sant’Onofrio, Firenze

L’imperatore Carlo V (1500-1558), l’uomo più potente del mondo, aveva una dozzina di pregiate forchette personali ma le usava raramente. Jacques le Saige si stupì molto quando nel 1518 partecipò a un banchetto del doge di Venezia: “Questi signori, quando vogliono mangiare prendono il cibo con una forchetta d’argento (“une forquette d’argent”).

A insegnare l’uso della forchetta ai francesi ci pensò la fiorentina Caterina de’ Medici che nel 1533 sposò Enrico II. E si divertì molto quando a corte cominciarono a fare i conti con lo strano utensile che arrivava dall’Italia: “Nel portare la forchetta alla bocca, si protendevano sul piatto con il collo e con il corpo. Era uno vero spasso vederli mangiare, perché coloro che non erano abili come gli altri, facevano cadere sul piatto, sulla tavola e a terra, tanto quanto riuscivano a mettere in bocca”. Suo figlio, Enrico III, cercò di rendere obbligatorio l’uso della forchetta attraverso delle norme scritte. Ma la nobiltà francese derise a lungo l’innovazione “effeminata” . Nella seconda metà del Cinquecento lo scrittore Michel de Montaigne, ospite a Roma del cardinale De Sans, annotò la presenza a tavola di cucchiaio, coltello e forchetta, sistemati tra due salviette insieme al pane, al posto stabilito per ciascun convitato. Nella pancia della nave spagnola “La Girona”, affondata al largo dell’Irlanda nell’anno 1588 furono trovate svariate casse di posate con moltissime forchette.

Nel XVI secolo “il Galateo” di Monsignor della Casa formalizzò le regole dell’etichetta. E la forchetta guadagnò consensi. Il celebre viaggiatore Thomas Coryat che nel maggio 1608 partì a piedi da Londra per visitare Venezia, rimase impressionato dai vantaggi igienici che portava l’uso della posata nella città lagunare. Ma molti anni dopo la puritana Anna Maria d’Austria, figlia di Filippo II di Spagna e moglie di Luigi XIII di Francia, vietava alla sua tavola la “l’inutile forchetta” e persino l’argenteria. Il divieto fu esteso nel 1629 a tutta la popolazione francese addirittura con un decreto. Alla corte di Vienna si mangiò con le dita fino al 1651. Anche Luigi XIV, il “Re Sole”, cacciò dalla sua tavola il duca di Borgogna quando estrasse dalla sua tasca una elegante forchettina. Il sovrano disse che dava il cattivo esempio ai bambini. Il re e Molière per mangiare preferivano usare le dita, definite, senza ironia, “regali posate”. Il “Re Sole” si decise ad usare la forchetta soltanto nel 1684. Alla corte di Vienna si continuò a mangiare con le mani nel piatto fino al 1651. In Inghilterra solo il re Giacomo I usava la forchetta in modo regolare: per tutto il XVII secolo la utilizzarono pochissime famiglie. E in Germania le posate comparvero sulle tavole più raffinate solo alla fine del Seicento.

Novella di Nastagio degli Onesti, 1483, Museo del Prado, Madrid

In Italia l’uso della posata era già diffuso ovunque, anche se la Chiesa rimaneva contraria. Così il cattolico musicista Monteverdi, ogni volta che mangiava con la forchetta, faceva poi recitare tre messe per espiare il peccato commesso.

A sdoganare la forchetta ci pensò, dopo la metà del Settecento, Gennaro Spadaccini, il ciambellano di re Ferdinando II di Borbone che fece nascere le forchette a quattro rebbi per agevolare la presa dei “fili di pasta”. Nacque così la “brucchiéra” o “vròcca” tanto apprezzata dal sovrano buongustaio. Ma a Napoli l’abitudine di mangiare la pasta con le mani perdurò ancora per parecchi decenni.

La forchetta continuò ad essere bandita dai refettori dei conventi fino al XVIII secolo. Nella cattolica Austria nemmeno un esemplare in legno venne concesso a prigionieri politici considerati pericolosi come il generale Lafayette e Silvio Pellico, che alla fine sbottò: ”Crolla forse la monarchia austriaca se invece di mangiare con le dita lo fo con un pezzo di legno?”.

Alla fin fine, il pregiudizio è morto da poco, se si considera che fino al 1897, ai marinai della Royal Navy di Sua Maestà britannica, insieme all’uso dei coltelli, veniva proibito anche quello delle forchette, ritenute “pregiudizievoli alla disciplina e al comportamento virile”.

Federico Fioravanti

Read More

È tutto un altro paio di maniche

Il Ritratto di Dama, noto anche come Belle Ferronnière (1490 – 1495), Leonardo da Vinci, Musée du Louvre di Parigi

L’espressione “È tutto un altro paio di maniche” arriva dal Medioevo. Come del resto la frase “Essere di manica larga”. “Essere nella manica di qualcuno” ha la stessa origine. Anche la “mancia”, che lasciamo qualche volta in giro, ha a che fare con le maniche.

Nel Medioevo le maniche dei vestiti erano mobili: si potevano staccare e venivano cambiate nel corso di diverse occasioni. In casa si indossavano maniche più modeste: quelle da utilizzare nelle occasioni migliori venivano riposte in una cassapanca, lontano dall’abito di cui facevano parte.

Quando si usciva, le maniche si cambiavano. E anche il vestito sembrava diverso. I vantaggi di questa intercambiabilità, vista la moda dei tempi, erano molteplici. Il cambio di stagione si affrontava meglio, considerato che per alcuni secoli, soprattutto nelle classi sociali più elevate, la differenza tra gli abiti estivi e quelli invernali si misurava dagli indumenti che venivano indossati sotto un vestito che era quasi sempre lo stesso. Per molto tempo tra i nobili invalse la moda di portare gli abiti cuciti addosso che non si toglievano nemmeno quando si andava a dormire.

Tra l’altro, le maniche si sporcavano molto più facilmente rispetto al vestito e fare il bucato era senz’altro più faticoso di oggi. Così c’erano più maniche rispetto agli abiti. La parte mobile dell’indumento che si indossava, era anche un segnale di appartenenza sociale che serviva a capire d’acchito chi si aveva di fronte. Lo sapeva bene il giovane Dante, un po’ a disagio nelle sue maniche, quando incontrava i suoi amici poeti del “Dolce stil novo”, che appartenevano a famiglie benestanti e sfoggiavano maniche eleganti.

Nella seconda metà del XII secolo, sopra le vesti, le donne indossavano una tunica, chiamata bliaut, con maniche lunghe, “ad angelo” o “a farfalla”. Pochi decenni dopo, l’indumento quotidiano, sia per gli uomini che per le donne, era una tunica, in lino, cotone o seta, con una lunga manica a forma di imbuto.

Pala di San Vincenzo (ca. 1494), Ghirlandaio, Museo della città di Rimini

Dalla metà del Trecento a tutto il Quattrocento la moda cambiò: le maniche diventarono strette, aderenti al braccio e vennero progressivamente ornate di lacci, cinture e cinturini. Le maniche erano anche un pegno d’amore: i fidanzati avevano l’abitudine di scambiarsele. Un gesto che equivaleva al moderno anello di fidanzamento. Le vesti dei nobili, più eleganti e a volte sontuose, venivano confezionate direttamente con delle maniche di riserva. Così non si dovevano nemmeno scucire e la persona amata riceveva in dono quelle di scorta, a significare qualcosa che si portava sempre con sé, addosso.

In caso di rottura del fidanzamento, avveniva la reciproca restituzione delle maniche donate in precedenza. Il gesto certificava una situazione nuova: si era liberi di prendere una nuova direzione di vita. Poteva nascere una relazione completamente diversa rispetto alla precedente. Allora, appunto era il momento di “un altro paio di maniche”. Quando qualcuno gode della simpatia, dell’indulgenza e dei favori di un’altra persona, chi lo osserva può dire che quella persona “è nella manica di qualcuno”.

Anche la parola “mancia” ha a che fare con le maniche. Soprattutto con chi è “di manica larga”. La “manche” (manica in francese) di una nobildonna che assisteva ai tornei cavallereschi, spesso era l’elemento più ricco e ricercato della veste: era realizzata con tessuti preziosi, ornata di ricami, spacchi e sbuffi e arricchita da pietre preziose.

Miniatura dal codice Le Très Riches Heures du Duc de Berry (1412 – 1416), Musée Condé di Chantilly.

L’ampiezza della manica era la testimonianza visiva dell’opulenza di chi la indossava. La dama premiava il vincitore della giostra lanciandogli in pegno la sua “manica larga” e ingioiellata.

Un dono, prezioso, da cui è nata un’altra parola: la mancia (“manche”) infatti è un premio lasciato a testimonianza dell’approvazione per l’opera svolta e il comportamento che si è tenuto. Un riconoscimento per chi svolge particolarmente bene la propria attività.

Nelle case signorili, i servi non ricevevano certo uno stipendio. Bastava il vitto, l’alloggio e la benevolenza del padrone che comprava ai sottoposti un vestito l’anno. E siccome le maniche erano le prime a consumarsi, dava loro una “mancia” perché comprassero delle maniche di ricambio.

Virginia Valente

Read More

  • Consenso al trattamento dati
error: Tutti i contenuti di questo sito web sono protetti.