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La Sartoria, questa Cenerentola

Negli ultimi anni la letteratura sulla storia della sartoria e sulla storia del costume, accademica e non, si è arricchita di moltissimo materiale, grazie anche all’impulso negli studi della cultura materiale, termine ormai molto in voga, di cui anche gli abiti possono far parte.

Da sinistra a destra: – 1080 ca., c.d. Arazzo di Bayeux, Bayeux, ricamo su lino; – 1520 ca., Alessandro da Vendri, la famiglia Giusti da Verona, giovane uomo con camicia riccamente ornata di lavori ad ago in bianco, Nat. Gall. dett.; – 1568, Antonio Mor, Ritratto di Sir Henry Lee, dett. con la manica dell’abito ornata di ricami che alludono alla sua posizione di favorito della Regina, visto che la sfera armillare e i nodi erano emblemi personali della Regina, Nat. Portrait Gall. London; – 1588, Niclauss Kippel, Book of italian Costumes, Walters Art Museum, Baltimora, pagina dal libro di memorie con descrizione di abito di una cortigiana veneziana; – 1952, nascita del Made in Italy: una creazione di Simonetta, photo Doug Jones, in Look Magazine;

Tuttavia, ancora resiste fortemente un certo snobismo accademico e culturale – perfino inconsapevole – che vuole abiti, moda e tutto ciò che vi è connesso, sartoria inclusa, “materia da donne” e con ciò, di minor interesse rispetto ad altro. Ora è in atto un rinnovato approccio tra gli studiosi della moda per riconsiderare quando si possa veramente pensare che la “moda” sia nata.

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L’argomento include moltissimi aspetti importanti, tra i quali una riflessione sugli assunti sui quali si basa lo studio della moda fino ad oggi, ovvero che “la moda non esiste prima del Medioevo” e che “la moda non esiste al di fuori dell’Occidente europeo” ed entrambe le affermazioni sono oggi considerate fallaci (Welters L., Lillethun A., 2018).

A queste potremmo anche aggiungere che “la moda sia cosa da donne”, perché storicamente non solo il modo di vestirsi era considerato importantissimo anche dagli uomini, ma perché è solo negli ultimi duecento anni che, per motivazioni di ordine socio-economico, la moda è diventata di primario interesse soprattutto femminile, e comunque sostanzialmente nella parte del consumo, perché nella parte della produzione la presenza maschile è rimasta costante, se non è addirittura aumentata – basti pensare ai tanti nomi maschili o femminili di designer famosi.

In alto: Punti di cucitura delle vesti di Otzi. In basso: Punti di rammendo delle vesti di Otzi (3300a.C. ca, Bolzano, Museo Archeologico) [immagine tratta da: Fleckinger A., Steiner H., L’uomo venuto dal ghiaccio, Museo Archeologico dell’Alto Adige, Folio, Bolzano 2000]

In realtà, la sartoria è arte antichissima, addirittura precedente alla tessitura ed esprime molto più di quanto si pensi, come dimostrano, ad esempio, le vesti di Ötzi – la mummia del Similaun, databile tra il 3350 e il 3100 a.C. -, i cui abiti sono stati cuciti con grande attenzione e rivelano almeno due punti di cucitura differenti, di cui una serie regolare e precisa (oggi diremmo “professionale”) ed una serie di veri e propri rammendi (Fleckinger A., Steiner H., 2000, p.28).

Questo potrebbe significare che già oltre 5000 anni fa all’interno della comunità di Ötzi qualcuno cuciva regolarmente, sviluppando una concreta abilità, ed altri invece usavano il cucito nelle situazioni di emergenza. Ciò apre un interessante panorama sulla composizione sociale e sui compiti assegnati alle persone all’interno del gruppo del cacciatore alpino.

Per secoli – e fino ad oggi – non sono mancati uomini che si sono occupati della produzione di ogni comparto legato alla realizzazione degli abiti, dalla tessitura, alla confezione, fino al ricamo.

Molti tra i manufatti medievali e rinascimentali più belli realizzati a ricamo, ad esempio, sappiamo essere stati realizzati da team maschili, dove il disegnatore è sempre un artista di talento – come Antonio Pollaiolo, il Botticelli, Perin del Vaga, Francesco Botticini, Filippino Lippi, Raffaellino del Garbo, giusto per citare alcuni tra i più attivi in questo campo in epoca rinascimentale (Garzelli A., 1973) – e gli esecutori sono anch’essi spesso uomini, sebbene non manchino team tutti femminili.

Molti non sono neanche del tutto consapevoli che anche la sartoria si è evoluta, modificata, adattata nei secoli, e l’analisi dell’evoluzione degli strumenti e delle tecniche sartoriali è un esercizio molto interessante, ed anche piuttosto utile, per la comprensione della storia dell’abito, delle tecniche e del gusto, le cui modifiche hanno visto analoghe evoluzioni della società in seno alla quale esse sono apparse.

Dimensioni e struttura di un ago preistorico in osso comparato ad un ago moderno in acciaio

L’ago nella sua forma attuale, con una punta e la cruna, è testimoniato già in epoca preistorica (oltre 20.000 anni fa) ed è di per sé una invenzione straordinaria: per realizzare un ago, infatti, occorrono abilità diverse e necessità considerate importanti da una intera comunità. Dalla caccia dell’animale per ottenere ossa, tendini e pelli – che rispettivamente costituiscono gli antenati degli aghi moderni, dei fili e dei tessuti -, alle competenze per realizzare lesine d’osso così sottili ma resistenti da poter essere traforate per ospitare il filo, fino a far passare un filo attraverso un buco in una sola operazione per connettere due pelli, lavorate allo scopo.

Private del pelo o con, pelli e pellicce sono state adattate al corpo umano per sopravvivere in ambienti ostili, ed hanno consentito le migrazioni di intere popolazioni e la colonizzazione del mondo intero, assieme all’invenzione delle corde – che, in fin dei conti, sono un grosso filo – e al fuoco.

Le soluzioni tecniche per adattare un materiale morbido e flessibile ad un corpo tridimensionale e mobile quale è il corpo umano hanno conosciuto secoli di evoluzione, ma già nell’antichità erano sviluppate culture per le quali l’aspetto sartoriale aveva una notevole importanza: nel mondo cretese minoico, ad esempio, le forme delle vesti – giubbini, corpetti, perizoma – sono molto aderenti al corpo, e le gonne probabilmente impunturate per ottenere la tipica forma a campana di molte iconografie (come la famosa “Dea dei Serpenti”, 1600-1580 a.C. ca).

In tempi più recenti, l’introduzione del gherone è una evoluzione sartoriale fondamentale che in Europa compare attorno al VII-IX secolo ed è probabilmente stata introdotta da popoli dell’Est europeo. Il termine “gherone” deriva infatti dal tedesco medievale ghere (“lembo”) e dal termine longobardo gairo (“punta di giavellotto”) (Devoto G., ad vocem gherone), ed è proprio un pezzo di tessuto triangolare che amplia la forma delle tuniche medievali, consentendo una maggiore aderenza al torace ma una migliore mobilità delle gambe: è questo il momento in cui la nobiltà vira verso la cavalleria quale espressione di potenza, militare e sociale.

Il gherone consente un miglior controllo del quantitativo di tessuto da usare per realizzare un abito, e favorisce la posizione a cavallo rispetto alle tuniche precedenti. È uno strumento decisamente importante nell’evoluzione della sartoria in senso moderno, le sue vere applicazioni storiche e potenzialità non sono state ancora del tutto studiate. È certamente grazie ad un uso accorto del gherone (Paci Piccolo S., Baldassari F., 2019) che nel Medioevo si cominciano ad avere molte più forme strutturali delle vesti e l’approccio all’abito diventa più personalizzato, tanto che le vesti possono essere adattate a corpi molto diversi pur rimanendo aderenti: un percorso importante che troverà un primo compimento attorno al XVI secolo.

È tra il XII ed il XIV secolo che nascono nuove figure professionali legate all’abbigliamento, già molto specializzate – ed è questo un indice del fatto che questa situazione sia la conseguenza di un lungo processo e non un’invenzione repentina. È già attiva la produzione per terzi. Troviamo così i sartori (per le “vesti per di sopra”), i farsettai o zupari (che realizzano le vesti “per di sotto”), i calzaioli (calze, calze solate, copricapi morbidi), i calzolai (scarpe), i borsai e ovetari (borse, cuffie, veli e accessori minuti), cui si aggiungono i ricamatori e i lavoratori del metallo e del cuoio in genere (Tosi Brandi E-. 2018).

Immagine tratta da: Con gli occhi di Piero, a cura di M.G. Ciardi Dupré, G.C. Dauphiné Griffo (Marsilio, Venezia 1992)

Si sviluppano anche tecniche di cucito particolari e molto specializzate, come la cosiddetta incannucciata o lavorazione a canne, una complessa evoluzione del gherone del XV secolo (Con gli Occhi di Piero, 1992), che dona la caratteristica forma cilindrica al corpo di condottieri e gentildonne: verrà abbandonata lentamente nei decenni successivi per restare fino ad oggi in alcune lavorazioni tipiche dell’abbigliamento tradizionale popolare di alcune regioni.

Nei secoli seguenti, gli abiti saranno realizzati da una nutrita serie di specialisti: al sarto si aggiungono via via le cucitrici, i magliai, i guantai, i ricamatori, coloro che realizzano pizzi, nastri e merletti, le modiste e i calzolai.

Dal XVII secolo si sviluppano anche tecniche di sartoria ancor più specializzate, che richiedono nuovi strumenti o, meglio, l’uso innovativo di alcuni strumenti già conosciuti, come il ferro da stiro, ad esempio.

I tessuti e le forme non sono solo tagliati a misura, ma anche manipolati e lavorati per far sì che il corpo cui sono destinati possa conformarsi alla moda contemporanea (L’Abito per il Corpo, il Corpo per l’Abito, 1998). Inoltre, tutta una serie di punti di cucitura diventano ancor più raffinati e le cucitrici si specializzano in elaborati lavori di rifinitura, a metà tra il cucito e il ricamo: per intenderci, ricordiamo le magnifiche camicie ricamate del Cinquecento e del Seicento (Seventeenth-century Women’s Dress Patterns, 2011) che non sono solo decorate dal ricamo, ma anche elaborate nella loro struttura, con inserti di gheroni e tasselli, colli, polsini, piegature e increspature, con effetti ornamentali e funzionali molto consistenti.

Per concludere, la storia della sartoria è un campo affascinante e molto intrigante, che offre numerose possibilità di investigazione interdisciplinare ed aiuta a comprendere anche meglio il mondo attuale, nel quale molte di queste tecniche si sono perse, mentre altre sono state conservate e trasmesse all’interno delle mura domestiche e dei laboratori sartoriali (avete presente il Made in Italy?). E oggi vengono riscoperte con passione e maggiore consapevolezza.

Sara Paci Piccolo

Il sito web di Sara Paci Piccolo: Storia del costume e della sartoria,sartoria teatrale e storica, storia del cristianesimo

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Bibliografia:Baldassari F., Paci Piccolo S., Le Virtù della Vanità, Il Trecento, Gilda Historiae, Sarzana 2019.Con gli occhi di Piero, a cura di M.G. Ciardi Dupré, G.C. Dauphiné Griffo, Marsilio, Venezia 1992.Devoto G., Dizionario Etimologico, CDE, Milano 1985.Garzelli A., Il ricamo nella attività artistica di Pollaiolo, Botticelli, Bartolomeo di Giovanni, Edam, Firenze 1973.Fleckinger A., Steiner H., L’uomo venuto dal ghiaccio, Museo Archeologico dell’Alto Adige, Folio, Bolzano 2000.L’Abito per il Corpo, il Corpo per l’Abito, a cura di K.A. Piacenti, S. Di Marco, Artificio, Firenze 1998.Piccolo Paci S., Per una storia della sartoria, in “Kermes”, 33, IX, sett/dic.1998, pp.63-75.Seventeenth-century Women’s Dress Patterns, a cura di S. North, J. Tiramani, Victoria&Albert Museum, London 2011.Tosi Brandi E., L’Arte del Sarto nel Medioevo, quando la moda diventa un mestiere, Il Mulino, Bologna 2017.Welters l., Lillethun A., Fashion History, A Global View, Bloomsbury, London, New York, Oxford, New Dehli, Sydney 2018.

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Portadocumenti, al fianco dei messaggeri per terra e per mare

Ormai la storiografia ha abbondantemente chiarito che il Medioevo non è stato un periodo di stasi ma piuttosto, soprattutto nelle sue parti finali, un’epoca di fervente attività e di intensi movimenti di genti e merci. E in una società complessa come quella tardo medievale a viaggiare per terra e per mare, dall’Inghilterra all’Italia, dalla Germania alla Terra Santa, non erano solo le cose, ma anche le informazioni.

1325-50, Re Erode manda un messaggio (miniatura inglese dal Ms. Yates Thompson 13, British Library)

I mercanti, i pellegrini, i soldati e i frati erano spesso latori di messaggi e di notizie, ma quando l’informazione era importante, ci si affidava a mezzi diversi.

Quando oggi si invia una lettera, è importante che il contenuto arrivi sano e salvo a destinazione, e per ottenere questo risultato abbiamo buste imbottite, rigide o impermeabili. Nel Medioevo il problema era lo stesso, ma non essendo in funzione un servizio postale efficiente come quello attuale (si fa per dire!), era necessario affidarsi a messaggeri.

Nelle descrizioni delle fonti documentarie e letterarie del XIII e XIV secolo, essi erano dotati di contenitori a volte portati al collo, ma più spesso alla cintura.

1372, messaggero con portadocumenti circolare (miniatura fiamminga, Ms. 10B23, Biblioteca Reale dell’Aia)

Nel Duecento il poeta Corrado di Wurzburg (1220-1287) descrive un messaggero con una “scatola” appesa alla cintura contenente lettere.Tali scatole (dette appunto boites in francese o zegelbus in fiammingo, cioè scatole con sigillo) contenevano messaggi di natura pubblica o privata, vergati su fogli di pergamena o, più tardi, di carta, accuratamente ripiegati e sigillati. Le fonti letterarie non si dilungano troppo sulla loro forma e struttura, ma non mancano di citarle, soprattutto nel XIV secolo.

Durante il suo servizio come messaggero di Carlo V di Francia, il letterato Esutache Deschampes afferma “que toudis ay la boiste porter, lettres aussi“, cioè di aver sempre avuto con sé la scatola e le lettere.

Un altro esempio letterario del ‘300 viene dal Roman du Comte d’Anjou, opera di Jehan Maillart, in cui il messaggero Galopin viene circuito dalla malvagia contessa di Chartres. Ella vuole sottrarre la lettera con cui la moglie di suo nipote comunica la nascita del loro figlio. Allora fa ubriacare il messaggero e dice al suo servitore:

Or tost, fet elle, va moi querre sa boiste, et si la deserre,et la lectre m’aporteras qu’en sa boete trouveras.Lors vient a Galopin arriere,qui ronfle et dort de grant menniere; la boiste oevre, la lectre a prise.

Non è difficile comprendere l’inganno attraverso il velo del francese antico: il servitore deve recarsi da Galopin, che dorme della grossa ubriaco, e prendere la lettera che è nella scatola.

Ma come erano fatte queste scatole? In questo ci viene in soccorso l’iconografia medievale che ci permette intanto di dare una forma a tali oggetti.

Si tratta per lo più di piccoli oggetti, portati in cintura, di forma rotonda o triangolare frequentemente presenti nelle miniature di manoscritti italiani, inglesi o francesi dal tardo Duecento a tutto il Trecento ed assolvevano tutti allo stesso compito: proteggere e custodire importanti missive meglio di una affollata scarsella o di un fragile tascapane.

1275-1325, Porta documenti con stemma di Jean d’Argies (Musée Cluny, Parigi)

La forma triangolare, in realtà, è funzionale ad ospitare sulla superficie esterna lo stemma del signore o della città per cui il messaggero lavora.Anche le città, infatti, hanno i propri messaggeri, come testimonia il fatto che la città di Tournai nel 1397 abbia pagato il Ghiselin Carpentier, orafo, per aver “refait, reclaué, rebruné et rappareillié les boites des messagiers de la ville“.

1320-1380, Porta documenti con serratura e stemma di Bretrand du Guesclin (Musée Dobrée, Nantes)

Non solo, da questa nota apprendiamo anche che tali scatole erano in metallo, dato che richiedevano l’opera di un orafo, e che erano dotate di chiusura. Infatti, non c’era garanzia che la scatola non venisse rubata, come nel caso di Galopin, ma spesso per maggior sicurezza, essa era anche chiusa a chiave con piccole serrature, che sono però invisibili nelle già piccole miniature dei manoscritti.

Due distintivi da messo presso il Metropolitan Museum of Art di New York. A sinistra: 1300 ca., italiano o spagnolo. A destra: sec. XV, italiano

Per fortuna possiamo disporre di una terza tipologia di fonti su cui proseguire la nostra ricerca: alcuni interessantissimi reperti museali.

Ad esempio al Museo Cluny a Parigi, è conservato un bellissimo esempio di portadocumenti in bronzo a forma di scudo che riporta infatti l’insegna del Signore che inviava il messo, in questo caso Jean d’Argies (1275-1325).

La foto del retro, che conserva ancora i passanti per la cintura, anch’essi metallici, spiega anche il perché dell’inclinazione che di solito si nota nelle iconografie: essendo obliqui rispetto all’asse principale della scatola, la facevano stare obliqua rispetto alla cintura, garantendo una migliore mobilità e una più comoda apertura.

XV secolo, porta pergamena italiano in cuoio lavorato (Hermitage, San Pietroburgo)

Un esemplare che ancora conserva la serratura originale è invece esposto a Nantes, al Museo Dobrée: è in rame e reca le insegne del condottiero bretone Bertrand du Guesclin (1320-1380).

L’importanza delle insegne come elemento distintivo del messaggero è testimoniata anche da un’altra tipologia di reperti, ancora in grado di trasmettere i vividi colori di un Medioevo tutt’altro che buio: i distintivi indossati dai messaggeri.

Quando infatti il messaggero era in viaggio poteva essere dotato, invece che di una scatola con insegne araldiche, di questi veri e propri distintivi di riconoscimento che, appesi alle vesti o alla borsa, palesavano all’osservatore e al destinatario della missiva, l’origine del messaggio.

Ne conserva molti davvero splendidi il Metropolitan Museum of Art di New York, distribuiti su un arco di tempo che va dall’inizio del ‘300 al pieno ‘400, quando ormai le scatole per messaggi portate in cintura stavano entrando in disuso, sostituite da ben più robuste scatole metalliche molto più simili a forzieri che a scarselle o da eleganti custodie in pelle lavorata.

Questi piccoli gioielli di oreficeria hanno viaggiato sulle polverose strade medievali, hanno attraversato città e mari, percorrendo miglia e miglia e sono, ancora una volta, la testimonianza della varietà e della vivacità di quell’epoca che chiamiano (ancora un po’ ingiustamente) Medioevo.

Federico Marangoni

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Le regole del lusso

Apposite leggi suntuarie regolavano l’esibizione del lusso fra Medioevo ed età moderna. Furono in particolare le città comunali ad emanare in modo sistematico, a partire dalla seconda metà del XIII secolo, norme che limitavano gli sprechi e le esibizioni che non fossero commisurate all’età, alla condizione sociale, alla capacità economica, all’appartenenza religiosa o ad altro ancora.

Dal 3 aprile 2020 in libreria l’ultimo libro di Maria Giuseppina Muzzarelli : “Le regole del lusso. Apparenza e vita quotidiana dal Medioevo all’Età moderna” (Il Mulino).

In una società rigidamente gerarchica, occorreva infatti vigilare affinché ognuno desse di sé un’immagine coerente con la propria condizione sociale. Così le città comunali provarono a normare ogni aspetto o quasi della vita dei concittadini. E usarono queste regole per premiare o marginalizzare. Quindi per governare. Praticamente tutti gli statuti cittadini emanati in tutte le città grandi o piccole d’Italia e anche di altri paesi stabilivano chi poteva mettersi e cosa. Addirittura regolamentavano (o cercavano di farlo) l’ampiezza delle maniche, la lunghezza degli strascichi e il valore dei ricami. Si legiferava perfino circa il numero e il peso dei bottoni. Una vera e propria “polizia del lusso” che applicava norme che dovevano regolare ogni aspetto della vita quotidiana, dall’altezza delle pianelle alla quantità della carne nei taglieri.

Nel mirino del legislatore erano soprattutto le donne, i loro abiti, i gioielli, i pizzi, i copricapi, le calzature, ma anche i banchetti e le feste: “(comparve in chiesa) …una delle figliole di un cittadino con un camorrino di seta con fila d’argento, cosa proibita…et domenica ci vennero tutte tre le figliole, tutte con li camorrini medesimi di seta, cosa che fa nausea a molti cittadini, et se non ci si rimedia, la città nostra è guasta, perché in poco tempo si farà secondo parrà alle donne…”

Maria Giuseppina Muzzarelli insegna Storia medievale, Storia delle città e Storia e patrimonio culturale della moda nell’Università di Bologna. Con il Mulino ha pubblicato “Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo” (nuova edizione, 2008); “Il denaro e la salvezza” (2001); “Pescatori di uomini” (2005); “Un’italiana alla corte di Francia. Christine de Pizan, intellettuale e donna” (nuova edizione, 2017); “Breve storia della moda in Italia” (nuova edizione 2014), “A capo coperto. Storie di donne e di veli” (nuova edizione, 2018).

Le regole del lusso. Apparenza e vita quotidiana dal Medioevo all’Età moderna, Il Mulino, collana “Biblioteca storica” – pp. 300, ISBN: 978-88-15-28594-2, disponibile a stampa e in e-book.

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In punta di spilla

Fibula longobarda del sec. VII (7 cm, Parma, museo nazionale di Antichità)

Le fibule nacquero per fissare mantelli, veli e abiti ma erano anche ornamenti raffinati, che rispecchiavano il gusto del momento.

Le più antiche erano molto semplici: uno spillo e un elemento di fissaggio, di dimensioni variabili a seconda del lembo di stoffa o di pelle su cui andavano applicate.

Ma le fibule, il cui meccanismo era identico a quello delle moderne spille da balia, divennero presto un oggetto non solo d’uso quotidiano, ma anche ornamentale. Come tali, erano soggette a mutamenti di foggia, dimensioni e materiali, a seconda delle funzioni rivestite, del sesso e dello status di chi le indossava. E, ovviamente, anche della moda.

Documentate sin dall’età del Bronzo e usate da Celti ed Etruschi (che ne portarono la produzione ad altissimi livelli estetici), le fibule divennero, in età tardo-antica, molto popolari sia tra i Romani d’Oriente, e ne troviamo molte rappresentate nei mosaici che raffigurano funzionari, soldati e regnanti, per esempio a Ravenna, che tra i popoli “barbarici”, che le sfoggiavano su tuniche e mantelli come parte integrante del costume nazionale.

Grazie all’abitudine di seppellire i morti con il loro abbigliamento e corredo, a lungo caratteristico delle genti che a ondate fecero il loro ingresso nell’Impero Romano, possediamo molti esemplari di fibule che variano per forma, dimensioni, materiali e anche per la posizione di utilizzo, ricavabile confrontando i dati iconografici con quelli desunti dagli scavi archeologici.

Le fibule a staffa, di forma allungata, fissavano il mantello all’altezza delle spalle. Sovente presentano elaborate decorazioni, molto utili per la datazione dei reperti: le più antiche tra quelle pannonico-longobarde, utilizzate quasi esclusivamente per il costume femminile, presentano motivi geometrici o a spirale fino al V secolo circa, mentre da allora in poi prevalgono gli stili cosiddetti “animalistici”, che si contaminano nel contatto con il mondo mediterraneo, da cui acquisiscono i motivi a intreccio.

Fibula a forma d’aquila di arte ostrogota del 500 ca.. Parte del tesoro di Domagnano (San Marino), è ora conservata al Germanisches Nationalmuseum di Norimberga

Le fibule usate dai Goti presentano spesso un caratteristico motivo ad aquila realizzato a cloisonné, o “lustro di Bisanzio”: una tecnica di decorazione realizzata saldando al supporto della spilla piccole celle di metallo in cui si colava smalto colorato, ottenendo una sorta di mosaico. Quanto alle fibule a disco, esse erano molto diffuse nel mondo bizantino e da qui furono mutuate dai Longobardi, che le utilizzavano come probabile status symbol. Interessante, da questo punto di vista, appare il bellissimo pendente riemerso in una tomba femminile di Spilamberto (Modena), ricavato da una fibula a disco in argento dorato, al centro della quale, attorniato da perle fluviali alternate a paste vitree blu e verdi, domina un cammeo di lavorazione romana ritraente un bel volto di donna.

Interpretando i dati archeologici si è osservato che le grandi fibule a disco (quasi sempre ritrovate al centro del petto nei corpi inumati), servivano a fissare il mantello oppure una sorta di soprabito aperto sul davanti. Tale tipo di accessorio si diffuse tra i popoli “barbarici” dopo il contatto con il mondo bizantino, finendo per soppiantare le tradizionali fibule a staffa o a forma di “S”, solitamente utilizzate in coppia per il medesimo fine. Quanto alle spille a staffa, spesso sono state ritrovate nella zona del bacino e tra i femori: la posizione, in questi casi, potrebbe essere stata dettata da usanze particolari o locali di cui però è difficile, oggi, cogliere appieno il significato (anche se i ricostruttori e rievocatori cercando di proporre varie soluzioni).

Dopo secoli di onorato servizio, dal Mille in poi la fibula declinò lentamente, soppiantata dai bottoni, più pratici ed economici. E da accessorio indispensabile passò, salvo rare eccezioni, a oggetto decorativo e di rappresentanza, con un valore che mantiene ancora oggi.

Elena Percivaldi

Articolo pubblicato sul numero 22/2019 del bimestrale “Medioevo Misterioso” © Elena Percivaldi / Sprea Editore

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L’arte del sarto nel Medioevo

“L’arte del sarto nel Medioevo. Quando la moda diventa un mestiere” di Elisa Tosi Brandi (Il Mulino) è un libro che ricostruisce l’evoluzione del metodo di lavoro dei sarti e analizza le pratiche sociali connesse al vestiario, nelle corti come in città. La clientela si fa più sensibile al consumo degli abiti che diventano simboli di distinzione sociale, con un occhio sempre più attento alla moda.

I sarti si organizzano per far fronte alla richiesta di abiti sempre più ricchi e alla moda, si specializzano per lavorare i panni e ottenere i tagli giusti. Il volume descrive il lavoro del sarto nel tardo Medioevo, attraverso le fonti scritte, figurative e materiali, mettendone in evidenza il ruolo nell’economia cittadina, le capacità tecniche e l’apporto creativo.

L’autrice, ospite al Festival del Medioevo di Gubbio nel 2018, racconta i tratti essenziali della sua ricerca.

Copertina del libro “L’arte del sarto”

Nel Medioevo ci si vestiva, ma del sarto e dell’attività di confezionamento dei vestiti si parla poco, questo volume colma una lacuna, perché?

“In effetti gli studi sul mestiere del sarto riferiti al Medioevo sono pochi. Ciò può dipendere, in parte, da un diffuso pregiudizio sull’argomento «moda», fenomeno ed ambito entro il quale il sarto opera; d’altra parte ciò può essere dipeso dalla non facile comprensione di questa figura professionale che si delinea tra pieno e basso Medioevo. Nel corso della mia ricerca ho dovuto inseguire i sarti consultando e giustapponendo varie tipologie di fonti storiche, trovandoli in relazione con tanti altri mestieri implicati a vario titolo nella confezione delle vesti e da cui ho cercato di isolarli mettendo in luce la loro competenza e professionalità.

Il mestiere del sarto nasce e si sviluppa contestualmente al fenomeno della moda tra i secoli XII e XIII ed è associato a trasformazioni importanti che rivoluzionarono le abitudini del vestire, differenziando per esempio per la prima volta gli uomini dalle donne attraverso le vesti. Nel Medioevo all’abito fu assegnato il compito di distinguere socialmente le persone. Ciò accadde anche nei secoli precedenti, ma nel Medioevo, grazie alle nuove soluzioni sartoriali, vestire secondo le novità fu indice di appartenenza al tempo presente. Elemento, quest’ultimo, che attesta la nascita del fenomeno della moda. Intorno al XIII secolo le persone erano perfettamente in grado di comprendere ciò che era alla moda o «moderno», da ciò che era «antico».

Il desiderio di novità spinse le persone ad appropriarsi di nuovi segni distintivi anche attraverso gli abiti e gli artigiani si organizzarono per far fronte a queste nuove esigenze. Siamo agli albori di ciò che gli storici chiamano un primo consumismo, certamente limitato, riguardante l’acquisizione di beni eccedenti lo stretto indispensabile.

Le prime novità avvennero in ambito cortese, ma la moda si sviluppò nelle città grazie a nuovi spazi per l’esibizione, la produzione e il commercio. Nelle città e tramite il fenomeno della moda e, quindi, delle vesti, furono messe in crisi le gerarchie sociali precostituite. Le leggi suntuarie costituirono la risposta delle autorità cittadine al desiderio dei nuovi ceti di apparire migliori appropriandosi di segni distintivi non adeguati alle varie condizioni sociali. I sarti furono protagonisti di queste vicende, gli artigiani più vessati, insieme con le clienti, dalle leggi che disciplinavano il lusso e le novità dell’abbigliamento”.

Un laboratorio di sartoria medievale

Chi era e che ruolo aveva il sarto nella società medievale?

“Nelle leggi corporative del Trecento si trovano le prime definizioni di un’arte che esisteva da almeno due secoli, ma che ad un certo momento fu necessario distinguere da altre che, pure, si occupavano di abiti, per esempio di quelli usati. Nelle piazze e tra le vie cittadine numerosi erano infatti gli artigiani che producevano e commerciavano capi di abbigliamento. Dal XIV secolo il sarto fu definito colui che tagliava e cuciva tessuti nuovi per realizzare vesti nuove su commissione. Considerato che, in generale, nei bilanci famigliari le spese per l’abbigliamento seguivano immediatamente quelle per i generi alimentari, le prime voci di spesa, comprendiamo che una buona parte della popolazione nel Medioevo si recava dal sarto per la confezione di abiti. Ciò dipese in primo luogo dal fatto che questi ultimi incominciarono ad avere una costruzione sartoriale complessa, inoltre dal fatto che il costo di confezione poteva essere alla portata di molti, infine dal fatto che il sarto poteva offrire anche il solo servizio di taglio del tessuto. Questo era stabilito dai tariffari di sartoria, dove si specificava tuttavia che il tessuto, una volta tagliato, doveva essere cucito esclusivamente dalle donne di casa e non presso un altro laboratorio.

C’erano cartamodelli di vario prezzo, in genere tuttavia il costo della fattura del sarto era piuttosto basso rispetto al costo delle materie prime, che potevano essere fino a 600 volte superiori alla retribuzione dell’artigiano. Per un abito confezionato con un tessuto di media qualità, il compenso del sarto poteva incidere di circa il 10% del costo complessivo dell’indumento.

Le scarse retribuzioni dei sarti non consentirono a questi artigiani di arricchirsi con questo mestiere, considerato un’arte «lizera» da Giovanni Antonio da Faie, che nella sua autobiografia del XV secolo racconta di essere stato un apprendista in sartoria. L’arte del sarto era alla portata di tutti perché non comportava consistenti investimenti iniziali: forbici, ago, ditale, gessetto, filo erano infatti gli strumenti portanti del mestiere (e lo furono per molto tempo in seguito).

Dall’analisi degli statuti corporativi si ricava che esisteva una gerarchia all’interno dell’Arte tra chi aveva le possibilità economiche di gestire una bottega ed avere qualche lavoratore dipendente e chi invece era nelle condizioni di dipendente; stato quest’ultimo che poteva durare anche tutta la vita e ed essere anche molto precario quando il lavoro veniva pagato ad opera. Dalla mia ricerca emerge che non tutti i maestri avevano una bottega propria, collaborando come dipendenti presso altri laboratori.

Nel Liber matricularum bolognese del 1294, contenente tutte le matricole delle società d’Arti cittadine, quella dei sarti è al IV posto per entità numerica con 749 iscritti, preceduta da quelle dei cordovanieri (1700), dei notai (1308) e dei beccai (752), seguita da quella dei cambiavalute (615) e dei drappieri (567). All’importante dato numerico, che non tiene conto dei molti sarti non iscritti all’Arte, non corrispose il prestigio sociale dell’arte. Nella nota legge suntuaria bolognese emanata dal Bessarione nel 1453, con la quale si intendeva rendere riconoscibili le diverse categorie sociali cittadine attraverso vesti e ornamenti femminili assegnati ad status, i sarti sono quinti di 6 categorie previste con falegnami, calzolai, salaroli, muratori, fabbri, cuoiai, barbieri, cartolai, conciatori, pescatori, cimatori, ricamatori e tintori, precedendo l’ultima categoria occupata dagli abitanti del contado e da coloro che esercitavano opera rusticalia.

La categoria artigianale dei sarti non godette infatti di un particolare prestigio sociale, nonostante siano attestati sarti con ottimi giri d’affari e facoltosi clienti, che affidavano loro materiali anche molto costosi per la confezione di lussuose vesti alla moda. Pur variando in termini di luogo e di tempo, la considerazione sociale di un’Arte richiedeva un progetto di natura politica complesso e di lunga durata. A Bologna, per esempio – città che è stata presa come perno della mia ricerca grazie al consistente materiale documentario conservato presso l’Archivio di Stato – questo processo iniziò quando fu concesso alle corporazioni di partecipare attivamente alla vita politica ed economica della città comunale, per immobilizzarsi in epoca signorile. Dai dati della mia ricerca emerge che i sarti non portarono a termine questo processo. L’organizzazione del lavoro in sartoria, che non lasciava tempo per le questioni politiche, le basse retribuzioni, i pagamenti posticipati dei clienti possono aver contribuito a non far maturare in seno all’Arte quell’ambizione sociale che avrebbe consentito l’affermazione della corporazione negli ambienti del potere”.

Come lavorava una bottega sartoriale?

Un sarto al taglio dei panni

“Dai documenti esaminati le sartorie appaiono come luoghi affollati da qualche apprendista e alcuni dipendenti, il cui numero era fissato dalle leggi corporative, coordinati da uno o più maestri nei periodi di massimo lavoro. Questi ultimi corrispondevano alle principali festività religiose, il Natale e la Pasqua, correlate anche alla necessità di rinnovare i guardaroba in vista dell’inverno e dell’estate. Questa suddivisione ha origine nel basso Medioevo quando perfino i termini di ciascun indumento ci informano sulla stagionalità dell’abito. Le «collezioni» Autunno/Inverno e Privamera/Estate esistevano dunque già nel basso Medioevo!

In questi periodi di intenso lavoro la corporazione disciplinava in maniera molto attenta i rapporti di collaborazione tra dipendenti e maestri al fine di poter contare sulla presenza certa di manodopera, il cui numero era molto fluttuante. Le leggi documentano comportamenti sleali tra sarti tentando di evitare la diffusa prassi di sottrarre manodopera ai colleghi per procacciarsi il maggior numero di commissioni.

Al solo maestro spettava il taglio delle stoffe, salvo eccezioni, mentre a dipendenti e collaboratori erano riservate le fasi di assemblaggio delle varie componenti delle vesti se questi ultimi erano dotati di competenze specializzate, altrimenti spettava loro esclusivamente la fase di cucitura e rifinitura delle vesti. L’elevato numero dei sarti nelle città del basso Medioevo non corrisponde ad un egual numero di maestri specializzati, perché molto numerosi erano gli artigiani dalle minime competenze sartoriali, facilmente apprendibili. I bassi compensi dei sarti determinarono la cattiva abitudine da parte di questi di trattenere i ritagli dei tessuti, così come la prassi, prevista e regolamentata dagli statuti corporativi, di portare in pegno i tessuti portati dai clienti per ricavare piccole cifre di denaro con cui finanziare altre commissioni, cominciando dall’acquisto dei tessuti stessi. Queste strategie finanziarie, molto diffuse a Bologna per esempio, rendono difficile calcolare i tempi di realizzazione per una singola veste e spiega il motivo per cui del rapporto fra tempo e lavoro non ci sono indicazioni nelle fonti consultate.

Le fonti documentano cartamodelli in tessuto e manichini di legno, così come i metodi di lavoro, ricavabili tuttavia principalmente dalle fonti materiali, perché il primo manuale completo di sartoria risale alla fine del ‘500. Nella mia ricerca un approccio di cultura materiale è stato determinante per comprendere come il sarto costruiva le vesti, così come lo studio e la combinazione di differenti fonti, ognuna delle quali ha contribuito a comporre il puzzle e fornire ipotesi interpretative che sono confluite nel libro”.

L’analisi dell’attività sartoriale e la documentazione esistente relativa alle materie prime ci aiutano a capire i meccanismi sociali ed economici legati al fenomeno moda?

“Certamente. Le fonti mostrano come le nuove abitudini connesse al desiderio di apparire migliori, al passo con i tempi, insomma moderni, avessero avuto come diretta conseguenza la richiesta di numerosi nuovi oggetti, concepiti in una costante collaborazione tra cliente e produttore. Non è da escludere che alcune idee provenissero direttamente dai produttori, vale a dire coloro che controllavano i cicli produttivi e che avevano competenze necessarie alla progettazione.

La produzione di tessuti e le innovazioni tessili a queste connesse sono strettamente legate alla richiesta di materie prime per i capi di abbigliamento: dal Medioevo le vesti furono i veicoli principali con cui comunicare la propria ricchezza, la propria dignità sociale e per la prima volta una cultura nella selezione degli oggetti da esibire. L’evoluzione dei filati, delle armature tessili, delle tinture, senza dimenticare i ricami è certamente da mettere in relazione all’accresciuta domanda di beni di lusso da ostentare soprattutto attraverso le vesti. La realizzazione di un outfit del Medioevo poteva essere un affare molto complesso e oneroso come attestano i libri di conti della nobiltà e del ricco ceto mercantile, un investimento da curare nel minimo dettaglio”.

Lusso, moda, eccessi, esistevano norme che regolavano il vestire?

“Nel corso della seconda metà del ‘200 in tutta Europa vengono emanate leggi suntuarie con lo scopo di disciplinare l’eccessiva esibizione del lusso, riservando esclusivamente ai ceti sociali più elevati di mostrare liberamente qualità e quantità di vesti e gioielli. Le leggi suntuarie, nate per contrastare gli eccessi e frenare i desideri dei nuovi ceti ricchi, non riuscirono a trattenere questi ultimi che, avendo le capacità economiche di acquisto, continuarono a trasgredire, stando a quanto si legge nei proemi delle reiterate legislazioni sui lussi. Fu per questo motivo che le autorità cittadine superarono la difficoltà accettando le violazioni a condizione che i trasgressori denunciassero e pagassero una tassa, attestata dalla cosiddetta «bollatura» delle veste incriminata. Le prime tasse sul lusso servirono dunque, seppur con qualche contraddizione, a far circolare l’economia agendo sulla vanità delle classi sociali che non intendevano rinunciare all’esibizione della propria ricchezza attraverso le vesti, segno di novità, di gusto e di una nuova cultura”.

Sarte al lavoro

Il ruolo della donna-sarta?

“Il lavoro delle sarte emerge con discontinuità nelle fonti. Gli statuti delle corporazioni dei sarti delle città italiane prevedevano anche maestre in sartoria, ma non mi è ancora capitato di leggere un libro di matricole con nomi femminili …. Eppure le donne lavoravano in ambito sartoriale, eccome, svolgendo soprattutto i lavori meno specializzati, occupandosene nei ritagli di tempo tra le mansioni quotidiane dedicate ad altri lavori, all’educazione dei figli e alla famiglia. Le donne operavano anche in sartoria, dove potevano essere impiegate nella presa delle misure sui corpi femminili per esempio, oppure nella progettazione e realizzazione di indumenti e accessori che devono aver anche contribuito ad inventare. Ciò è quanto si apprende da una fonte forlivese del XV secolo.

È interessante sottolineare che nell’ambito di produzione e commercio dei capi di abbigliamento le donne furono in grado di ritagliarsi spazi di lavoro e, quindi, occasioni di guadagno, favorite dalla conoscenza di esigenze e desideri delle donne. Non dimentichiamo infatti che lo stretto legame tra le donne e la moda ha origine nel basso Medioevo perché per alcune di queste la moda e le apparenze furono tra i pochi ambiti in cui fu loro possibile esprimere la propria individualità, entro comunque la convenienza sociale e il rispetto della famiglia di appartenenza”.

Umberto Maiorca

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Con i piedi nel Medioevo

«Nella società medievale — spiega l’autrice Virtus Zallot, studiosa di iconografia sacra che insegna Storia dell’arte medievale e Pedagogia e didattica dell’arte all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia — piedi e calzature erano figure parlanti: caratterizzavano gruppi e personaggi, indicavano gerarchie, ruoli e interazioni, erano protagonisti di gesti ed eventi della quotidianità e del rito, nel consueto o nello straordinario. L’arte ha esplicitato tali valenze attribuendo loro ulteriori significati espressivi (…) raccontando storie e frammenti di storia».

PIEDI DIFFORMI E DEFORMI – Tirannide di Ambrogio Lorenzetti, nell’Allegoria del cattivo governo (1338-1339) del Palazzo pubblico di Siena, è un’orrida donna strabica con zanne e corna. Dalla lunga veste fuoriescono zampe con artigli di rapace: una poggia sul dorso di un caprone, simbolo di lussuria. Le è accanto Frode, una bella ragazza elegantemente vestita ma con zampe dalle grandi unghie appuntite che allertano sulla sua falsità.

PIEDI CHE SOFFRONO – Tra tante disgrazie, un malanno meno grave e un miracolo meno clamoroso riguardano donna Prassede, che il piede se l’era rotto cadendo per un capogiro. Un piede seriamente malato è, invece, protagonista del miracolo di beata Umiltà vivacemente narrato da Pietro Lorenzetti in due degli episodi della Vita figurata della santa (1335-1340 circa). Nel primo un monaco, steso a letto con il saio alzato a svelare la gamba, ascolta avvilito e per nulla convinto il responso del medico che, rivolgendosi a due confratelli visibilmente affranti, proclama la sua sentenza: il piede va amputato.

SCALZI E CALZATI – Francesco, che aveva ricominciato a portare le scarpe per nascondere le stimmate, nelle immagini le toglie per esibirle. Più raramente indossa calzari, che le incorniciano senza coprirle. I suoi piedi nudi, de­potenziati del significato pauperistico, sono espositori degli straordinari segni che li rendono conformi a quelli di Gesù. Le stimmate, più che trafiggerli, li adornano come delicati tatuaggi o regolari bottoni, “decoro e ornamento, come pietruzze nere in un pavimento candido”.

LAVARE I PIEDI – Quanto più lo scarto sociale tra i protagonisti si accentuava, tanto più il gesto esprimeva l’abbassamento di colui che lo eseguiva, sino a configurarsi come volontaria autoumiliazione. L’esempio di massima asimmetria si realizzava quando un re lavava i piedi ai poveri. Luigi IX il Santo (1214-1270) esercitava il servizio in segreto, non solo per modestia ma anche per evitare i rimproveri di coloro che lo ritenevano incompatibile con la dignità regale.

LEVARE I CALZARI, I CALZARI LEVATI – Alcune immagini medievali mostrano calzature deposte accanto al letto di un malato o dormiente che (naturalmente) le ha levate prima di coricarsi. Non tale normalità giustifica tuttavia la loro presenza, poiché compaiono solo in determinate situazioni. Segnalano, in particolare, l’apparizione di un messaggero divino (Cristo, un angelo, un santo) che annuncia al malato o dormiente un importante e prossimo evento destinato a mutargli la vita, oppure a interromperla.

PIEDI CHE CALPESTANO – In altri casi un santo calpesta non lo strumento del martirio ma, direttamente, colui che lo ordinò. L’immagine sembra recuperare l’antica iconografia del trionfo militare, in realtà per ribaltarne la logica. Il martire che calpesta il carnefice nega infatti l’evidenza del racconto (storico, biblico o agiografico) e, con un “falso storico”, trasforma lo sconfitto in trionfatore. Il martirio infatti concede alla vittima vita eterna e gloria, al vincitore il castigo eterno e l’ignominia.

Virtus Zallot Brevi estratti da sei dei dieci capitoli del libro Con i piedi nel Medioevo Gesti e calzature nell’arte e nell’immaginario 2018, Il Mulino, 220 pagine con illustrazioni. Prefazione di Chiara Frugoni

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Verso Santiago, in abiti trecenteschi

Il cammino è iniziato il 15 settembre 2018

La grande avventura è finalmente cominciata. Marina e Francesca hanno dato il via al loro insolito Cammino verso Santiago de Compostela in abiti storici. È il primo esperimento di living history di questo tipo: le due donne si sono messe in marcia accompagnate da una asinella, utilizzando esclusivamente vestiti e strumenti trecenteschi. Unica concessione al XXI secolo è un tablet, con il quale hanno iniziato a raccontare questa incredibile esperienza sin dai primi preparativi.

Marina Mascher, guida turistica di Bolzano e Francesca Baldassari, sarta storica e rievocatrice di Sarzana, specializzata in abiti medievali – entrambe 55enni – si sono cimentate nell’insolito progetto per realizzare un desiderio di Achille, il marito di Marina, scomparso cinque anni fa.

“Sappiamo che sarete con noi ad ogni passo – scrivono sul blog duedonneeunasino.com aspetterete notizie, vivrete con noi ogni giornata. Con noi porteremo i pensieri e le speranze che ci avete affidato, ci sospingerete quando i piedi faranno male e sarete la risposta migliore alla domanda: ‘Perché siamo qui a marciare’?”. Dopo mesi di preparazione ora il grande momento è arrivato: “Abbiamo chiuso le valigie, serrato la porta di casa, salutato persone. Il 15 settembre è iniziata la marcia a ritroso nel tempo, ma ancora lo spostamento prevede mezzi diversi dalle nostre scarpe: innanzitutto dei treni per arrivare al primo appuntamento”. Quello tra le due donne che vivono molto lontano tra loro e che si sono conosciute quindici anni fa in una rievocazione storica.

Il beutelbuch, un libro da portare alla cintura

La prima immagine postata all’inizio del viaggio è un Beutelbuch, libro da portare alla cintura. “L’abbiamo trasformato nel taccuino in cui prendere appunti sul nostro viaggio. Mi è sembrato il posto più bello per questa lettera “C” ricevuta in dono. C come coraggio, ma anche come Cammino, compagnia, condivisione”.

Se un libro le accompagnerà fino alla meta, quelli che sono serviti a preparare quest’esperienza sono moltissimi: “Libri presi da qualche scaffale di casa, libri comprati per l’occasione, libri donati da amici, libri che stavano ad attendere proprio noi in qualche punto di book crossing. Tante pagine lette avidamente, sfogliate di corsa, riprese dopo tanto tempo, oppure tenute da parte per quando si tornerà. I libri sono sempre dei buoni compagni, anche quando non raccontano tutto quello che ci si attendeva”.

Tra quelli citati dalle due pellegrine La leggenda aurea di Jacopo da Varagine, Lexikon der Heiligen di Erhard Gorys, Santi di Rosa Giorgi, la Guida del pellegrino di Santiago, il Libro quinto del Codex Calixtinus del secolo XII, e ancora Pellegrini del Medioevo. Gli uomini, le strade, i santuari di Raymond Oursel, Viaggiare nel Medioevo. Dall’ospitalità alla locanda di Hans Conrad Peyrer,

Il viaggio nel Medioevo di Jean Verdon, Chemins de Compistelle. Trois récits de pèlerins partis vers Santiago 1417 – 1726 – 1748 di Nompar de Caumont, Guillaume Manier e Jean Bonnecaze, In viaggio con l’asino di Andrea Bocconi e Claudio Visentin, Quello che le guide non dicono. Lettera a un giovane che parte per Santiago de Compostela di Manuel Belli, Il mondo a piedi. Elogio della marcia di David Le Breton e ancora Santiago e nuvole. Le fantasticherie di un pellegrino solitario di Stefano Scrima, e moltissimi altri. Francesca e Marina citano anche un film: Il cammino di Santiago di Emilio Estevez.

Le due rievocatrici con l’asinella Todra

Il percorso che le due rievocatrici stanno seguendo è il Camino francés, uno dei quattro itinerari principali. “Quello più settentrionale, la via Turonense, era legato a Tours, la città di cui era stato vescovo San Martino. Seguiva la via Lemovicense o di Limoges e poi la via Podense, ovvero di Puy. Tutte si riunivano a St. Jean-Pied-de-Port e varcavano i Pirenei verso Roncisvalle”.

Dal sud arrivava la via di Saint-Gilles o meglio Tolosana o ancora d’Arles, che era anche quella percorsa dai pellegrini che giungevano dall’Italia. Il valico verso la Spagna era quello del Somport. Attraversati i territori aragonesi, si congiungeva al Camino francés all’altezza di Puente de la Reina. “Ancor oggi la parte francese è costellata da chiese ed abbazie che ricordano quei tempi”.

Francesca e Marina hanno preso il volo verso la Francia, equipaggiate di scarpe medievali che erano state confezionate dallo stesso Achille e del classico cappello da pellegrino: il pètaso, così detto perché richiama il copricapo portato da contadini e viandanti nell’antica Grecia, spesso raffigurato in testa al dio Ermes: si tratta di un cappello a larghe tese, di feltro scuro, da allacciare sotto il mento, che protegge dal sole cocente ma anche dalle intemperie, spesso adornato dalla capasanta, che lo rendeva immediatamente riconoscibile.

L’esordio di questo magico viaggio, in realtà, è stato scarsamente romantico e con problematiche assai poco medievali: durante il volo, infatti, si sono persi i bagagli sia durante lo scalo a Parigi sia a Pau, da dove è partito il cammino. E dove, nella fattoria di Bibane, Francesca e Marina hanno conosciuto l’asinella Todra: è l’unica ad avere già fatto il percorso verso Santiago e sarà quindi la vera guida di questa fantastica avventura.

Arnaldo Casali

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L’abito templare

Dove c’è un tesoro, un segreto, un’arcana cospirazione, loro non mancano mai: i Templari sono i custodi di tutto il fascino e il mistero del medioevo; non c’è leggenda che non li veda parte in causa, dal Santo Graal all’Arca Perduta, dai figli di Cristo e della Maddalena alla scoperta dell’America, dalla maledizione dei Re di Francia fino alla creazione della “Jolly Roger”, ovvero la bandiera dei pirati.

Non potevano mancare, allora, alla mostra “Un giorno nel Medioevo – La vita quotidiana nelle città italiane dei secoli XI-XV” organizzata dalla fondazione CariPerugia Arte in collaborazione con il Festival del Medioevo.

All’esposizione, allestita alle Logge dei Tiratori della lana di Gubbio fino al 6 gennaio 2019, si possono infatti ammirare l’abito di un cavaliere templare, un elmo, una cotta di maglia, una spada e lo stendardo attaccato alla lancia, dove è presente l’unico simbolo templare accertato, oltre alla celebre croce rossa.

Le fedeli riproduzioni sono opera di Mansio Templi Parmensis 1275 asd, associazione nata a Parma nel 1994 e specializzata nello studio e nella divulgazione della storia del più celebre ordine cavalleresco del medioevo, capace di più ogni altro di segnare l’immaginario dell’Età di mezzo.

Fondato nel 1118 con il nome di “Poveri compagni d’armi di Cristo e del tempio di Salomone”, con il sostegno e la direzione spirituale dai san Bernardo da Clairvaux, quello dei cavalieri Templari fu il primo ordine di monaci guerrieri, ed era nato con il compito di difendere la Terra Santa durante le crociate. L’ordine in meno di due secoli accumulò uno straordinario potere e incredibili ricchezze, tanto da suscitare le gelosie di sovrani come Filippo il bello, che ne ottenne lo scioglimento nel 1312, avvenuto con tre bolle papali che decretano anche la spartizione dei beni e la sorte dei cavalieri in vita.

“I templari avevano due vesti, che riflettevano la loro duplice anima” spiega Sara Casti, socia e tra i responsabili della didattica di Mansio Templi Parmensis. “Quella che è in mostra a Gubbio è una veste da casa, ovvero il saio da monaco. Poi, ovviamente, in battaglia vestivano delle armature”.

Quella portata nelle crociate dai Templari, spiega Casti, fu una vera e propria rivoluzione: “Prima non esistevano ordini che univano la figura religiosa a quella del combattente, mentre in seguito saranno in molti a ispirarsi alla loro regola”. A cominciare dai Cavalieri di Malta, che erano nati qualche decennio prima come congregazione impegnata esclusivamente nell’assistenza agli ammalati, e che in seguito allo scioglimento dei Templari ne raccoglieranno l’eredità – sia per il ruolo sia quanto a ricchezze e potere.

Nati come Ospitalieri nel 1070, assumeranno infatti il nome di Cavalieri di Malta quando diventeranno addirittura i sovrani dell’isola del Mediterraneo e ancora oggi sono un soggetto di diritto internazionale riconosciuto da 80 stati nel mondo. “L’allestimento – spiega Sara – è stato realizzato a metà della mostra, proprio per sottolineare la duplice valenza dei Templari: civile e militare”. Ricostruire gli abiti e i vessilli non è stato facile: “Di immagini dei Templari ce ne sono pochissime: sono state quasi tutte distrutte a seguito del processo iniziato nel 1307 e che ha portato alla bolla di sospensione dell’ordine e alla scomunica di alcuni degli ultimi cavalieri – tra cui il gran maestro Jacques de Molay – bruciati sul rogo nel 1314”.

Ed è proprio degli ultimi anni della storia dell’ordine che si occupa l’associazione di Parma: “Ricostruiamo gli abiti, gli armamenti, gli arredi. Raccontiamo la storia dei Templari nella sua complessità, ma anche la loro vita quotidiana”. Mansio Templi, presente sin dalla prima edizione al Festival del Medioevo, organizza allestimenti, lezioni e rievocazioni storiche in tutta Italia, impegnandosi in un’opera di divulgazione che punta a sfatare le innumerevoli leggende.

“La storia dei Templari è molto più affascinante del mito” spiega ancora Sara. “La drammatica fine dell’ordine che ha dato origine a tante storie – continua – è in realtà legata a diversi fattori, soprattutto di natura politica. Il Papa, che si trovava praticamente ostaggio del Re di Francia, scioglie l’ordine per sottomettersi alla sua volontà”. D’altra parte Filippo il bello, in lotta da anni con il papato, era ansioso di liberarsi della milizia armata più efficiente e fedele su cui il pontefice potesse contare. “Ma va detto anche che le crociate erano ormai perse e con esse i Templari avevano perduto il loro ruolo specifico, oltre che la sede (a Gerusalemme, nel luogo dove si trovava il Tempio di Salomone), anche perché – a differenza dei Cavalieri di Malta – non avevano ospedali. Dopo lo scioglimento la maggior parte dei templari confluiscono in altri ordini, a cominciare proprio dai Cavalieri di Malta”.

Ma da dove hanno origine le tante leggende sorte intorno ai Templari e al loro tesoro? “Dalla massoneria; che, nel Seicento, si rifà ad un immaginario mitico-religioso riprendendo molti elementi della tradizione templare. Quando poi nell’Ottocento gli storici creano il mito del medioevo come epoca oscura e misteriosa, i Templari ne rappresentano già i migliori testimonial”.

Oggi esistono diversi ordini che hanno ripreso il nome di Templari, alcuni cattolici, altri di stampo massonico: “Hanno iniziato a fiore nel XVII secolo – conclude Sara – ma nessuno di loro ha un legame diretto con quello originario”. Che continua a vivere solo nella storia e, ovviamente, nella leggenda.

Arnaldo Casali

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La canapa nel Medioevo

Fibre di canapa grezza, molto utilizzata nel Medioevo

Ha donato le sue fibre alla Bibbia di Gutenberg, alle vele delle caravelle di Colombo, alla Costituzione americana e a importanti arazzi. Ma soprattutto a migliaia di corde, di lenzuola, di tovaglie e di vestiti, e anche a raffinati piatti di alta cucina.

Pianta duttile, flessibile e resistente, la canapa nel medioevo era il tessuto più prezioso e più popolare, perché utilizzato in mille modi. E certo non se ne andava in fumo. Non poteva che essere dedicata anche a lei, dunque, una sezione della mostra “Un giorno nel Medioevo” organizzata a Gubbio dalla Fondazione CariPerugia Arte in collaborazione con il Festival del Medioevo, che si può visitare alle Logge dei Tiratori della Lana fino al 6 gennaio 2019.

L’allestimento, curato dal Museo della Canapa di Sant’Anatolia di Narco, vede esposti vari strumenti legati al ciclo della lavorazione della canapa: un cardo (la cardatura – che prende il nome dalla pianta le cui infiorescenze venivano utilizzate anticamente per l’operazione – consiste nel liberare dalle impurità, districare e rendere parallele le fibre tessili, al fine di permettere le successive operazioni di filatura), un pettine per la tessitura, e delle matasse di diverse tipologie di canapa: quella utilizzata per la biancheria, quella per i pacchi e quella per la corderia.

In mostra, un banco di tessuti (Gaite di Bevagna) e strumenti per lavorare la canapa (Museo della Canapa si Sant’Anatolia di Narco)

“La canapa era la fibra più utilizzata nel Medioevo – spiega Gleda Giampaoli, direttore del Museo – prevalentemente per il cordame e in parte per i tessuti, soprattutto per i corredi delle spose: tovaglie, asciugamani, lenzuola, coperte. Spesso veniva mescolata con la lana e il lino”. Non mancava l’uso alimentare: “Abbiamo trovato una ricetta del Trecento di tortelli con fiori di canapa”. Difficile dire se avessero lo stesso effetto della celebre insalata alla marijuana del film Che fine ha fatto Totò Baby?, in cui il comico napoletano si trasforma in uno spietato serial killer che uccide a sangue freddo, scioglie nell’acido, serve pezzi di cadavere per pranzo al fratello e mura i corpi delle sue vittime dentro casa. “La verità è che non sappiamo che percentuale di Thc potesse essere presente nella canapa in uso nel Medioevo”.

Il Thc, principio attivo alla base dello ‘sballo’, è infatti molto basso nelle piante comuni ed è stato aumentato artificialmente sia nella cannabis venduta sul mercato nero sia in quella per uso terapeutico. Basti pensare che nella cannabis legale non può superare lo 0,5%, negli anni degli hippie si aggirava intorno al 7%, mentre oggi in quella illegale è di circa il 13% e in quella utilizzata per la terapia del dolore raggiunge il 90%.

Uno strumento medievale per districare le fibre di canapa, anch’esso in mostra

“La canapa era considerata il maiale vegetale perché, come del maiale non si buttava via nulla. Le radici erano impiegate per accendere il fuoco, il canapulo impregnato nello zolfo si trasformava in comodi fiammiferi, i semi costituivano parte integrante dell’alimentazione animale. La fibra, invece, era impiegata per la produzione di corde, indispensabili per le varie attività agricole, di reti da pesca, ma soprattutto per la realizzazione di tessuti per il confezionamento della biancheria per la casa, dei sacchi per farine e cereali e dell’abbigliamento”.

Ma non ha segnato solo il Medioevo, la canapa: è rimasta di fatto la pianta più utilizzata per i tessuti fino agli anni ’50, quando, con il boom economico ha iniziato a subire la concorrenza delle fibre artificiali che ne hanno decretato la scomparsa dal mercato ben prima che gli anni ‘70 ne stravolgessero anche l’identità, relegandola al ruolo di droga leggera.

La riabilitazione della canapa è iniziata da un paio di anni con la nuova legislazione che se da una parte ha fatto esplodere il discusso fenomeno della “marijuana light”, dall’altra ha rilanciato – anche se più in sordina – tutta una filiera che vede la pianta utilizzata di nuovo per tessuti, bioedilizia, design, oltre che nel settore alimentare.

Il Museo della Canapa di Sant’Anatolia di Narco è nato nel 2008 come antenna dell’Eco Museo della dorsale appenninica umbra e ha come missione quella di riscoprire e riattualizzare la memoria storica e il saper fare legato alla canapa in Valnerina e in generale in Umbria. Collabora con il Politecnico di Milano, le università di Venezia, Perugia, Camerino, Bologna e Bari. “Abbiamo un laboratorio in cui produciamo tessuti – spiega ancora il direttore – facciamo sperimentazione e lavoriamo con diverse realtà artistiche”. Tra queste il progetto “Canapa nera”, incentrato sul terremoto, commissionato dalla Regione Umbria e realizzato dall’Accademia delle belle arti di Perugia e Daniela Gerini e presentato anche al Festival dei Due Mondi.

Arnaldo Casali

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Piccoli oggetti di vita quotidiana

Una delle teche è dedicata a una serie di deliziosi gancetti per abiti a forma di piccole mani, cinture e fibbie, bottoni e aghi per stringere i corsetti

Fibbie per cinture, bottoni, carte da gioco, palle e birilli, e ancora coltelli da cucina, punte di frecce per balestre, spegnimoccoli e astucci per penne. Tanti piccoli oggetti che ci portano indietro nel tempo per farci vivere Un giorno nel medioevo nelle Logge dei Tiratori di Gubbio, grazie alla mostra realizzata dalla Fondazione CariPerugiaArte in collaborazione con il Festival del Medioevo.

La mostra, aperta fino al 6 gennaio 2019, espone – tra gli altri reperti – anche tutta una serie di oggetti raccolti da Pietro Barsotti tra varie collezioni private di Urbino, che ci permettono di immergerci completamente nella vita quotidiana di un uomo medievale. Piero Barsotti è il presidente dell’associazione “Ars Balistarum”, che ha sede ad Urbino. L’associazione gestisce la fortezza Albornoz di Urbino e si occupa di allestimenti per musei e laboratori museali che prevedono sia l’esposizione di reperti originali sia ricostruzioni di oggetti e ambienti di uso quotidiano nel Medioevo, ma anche di sistemi turistici come “Una rocca tira l’altra”, progetto che unisce in un unico circuito di visita le rocche di Verrucchio, Montefiore, San Leo e Urbino.

“Si tratta in gran parte di strumenti unici o di cui esistono pochissime copie – spiega Barsotti – oggetti che conosciamo, per il resto, solo grazie ai dipinti in cui sono raffigurati”.

Una parte della mostra è dedicata all’abbigliamento: qui possiamo ammirare accessori che ritroviamo poi anche nelle opere dei più grandi artisti del medioevo e del rinascimento. Si tratta di elementi molto piccoli realizzati da esperti orefici come gancetti a forma di mano, bottoni traforati, minuterie metalliche.

Una delle carte da gioco presenti in mostra

Un’altra sezione è dedicata ai giochi: anche qui non mancano rarità, come un birillo con pallina, entrambi in legno, unici esemplari che si conoscano in Europa. Si possono ammirare poi delle carte da gioco risalenti alla fine del Quattrocento e realizzate a stampa, ed è incredibile rendersi conto di come mentre il mondo intorno cambiava, la tecnologia si evolveva, le abitudini e i rapporti sociali mutavano, il gioco delle carte sia rimasto praticamente invariato. Le carte che possiamo osservare a Gubbio – di rara qualità – sono infatti praticamente identiche alle nostre napoletane.

“Inizialmente le carte da gioco venivano decorate a mano, come le miniature dei codici – racconta Barsotti – mentre dopo il 1463 alla corte di Ferrara si comincia a pagare un artigiano perché le fabbrichi a stampa”.

Le carte da gioco, come buona parte degli oggetti esposti, sono state ritrovate all’interno delle volte di palazzi medievali, usate come riempimento. “Si trattava di spazzatura riciclata – spiega ancora il responsabile dell’allestimento – per rendere stabili le volte si riempivano con materiale inerte e leggero: oltre alla carta venivano utilizzate ceramiche e pezzi di abiti misti a sabbia e fieno”.

Se le carte sono restate invariate nel corso dei secoli, un gioco che si è evoluto molto è quello della pallacorda, trasformatosi nel moderno tennis.

“È nato nel quattrocento ma si è sviluppato molto nel Cinquecento, diventando particolarmente di moda nelle classi alte”.

Si tratta, di fatto di una forma di tennis che si giocava – però – in ambienti chiusi, perché la palla poteva toccare anche le pareti e il soffitto. “Tutti i palazzi nobiliari avevano un loro campo e spesso le corti stipendiavano dei giocatori professionisti”.

Non mancavano risse tra le squadre avverse, che potevano sfociare anche in tragedia; come accadde il 28 novembre 1606 a Roma, in un palazzo di Campo Marzio, dove la discussione su un fallo tra Michelangelo Merisi e Ranuccio Tomassoni finì con l’omicidio, da parte del pittore milanese, dell’avversario ternano; delitto che sarebbe costato a Caravaggio la condanna a morte, l’esilio e un’ossessione durata fino alla morte e rappresentata in molti suoi capolavori.

In mostra, anche coltelli originali a confronto con gli attuali

Tra i tanti oggetti presenti alla mostra di Gubbio, dunque, anche delle palle da gioco; non mancano poi bolzoni da balestra, ovvero le punte delle frecce, sia da guerra che da caccia, e un frammento di trottola.

Un’altra parte della mostra è dedicata invece alla scrittura: qui possiamo osservare diverse lettere che venivano utilizzate per comunicazioni tra vari uffici all’interno dei palazzi. “Erano una sorta di post-it medievali: uno è firmato da Ludovico di Mercatello, segretario di Federico da Montefeltro”.

Tra gli oggetti immancabili del segretario che troviamo esposti ci sono un tiralinee, che serviva a tracciare l’altezza delle lettere ed è l’unico esemplare che si conosca, un piccolo astuccio di pelle, un raschietto da pergamena che serviva sia a rendere liscio il foglio sia ad appuntire la penna, e ancora uno spegnimoccolo per candela e una forbice da carta. “Gli astucci si portavano attaccati alla cintura in modo che in qualsiasi momento il segretario poteva avere a disposizione tutti i suoi strumenti”.

Infine si va a tavola, con un’ampia collezione di coltelli da pasto. “Si tratta di tutti oggetti di grande raffinatezza – conclude Barsotti – che ci aiutano a capire come si svolgesse la vita quotidiana nel Medioevo, ma che ci parlano anche di un’epoca in cui gli strumenti venivano realizzati con una cura e una qualità oggi scomparse”.

Tempi in cui quello dell’obsolescenza programmata era senza dubbio un concetto ancora sconosciuto.

Arnaldo Casali

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