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Il Concilio di Nicea

Il primo concilio ecumenico (qui raffigurato in un’icona ortodossa) si svolse a Nicea, l’odierna İznik in Turchia, il 20 maggio del 325

“Lo conosco quell’arme, so cosa vuol dire quella faccia d’ariano, con la corda al collo”.

E un ceffone partito dalla mano di Babbo Natale centrò la faccia del padre di tutti gli eretici.

No, non è stata decisa la divinità di Cristo, al Concilio di Nicea; con buona pace di Dan Brown che l’ha scritto nel Codice Da Vinci, scomodando centinaia di intellettuali per smentire la solenne baggianata e facendo conoscere anche ai più sprovveduti in materia religiosa il più importante Concilio della storia.

Se non ha votato la proposta di trasformare in Dio un profeta mortale (non ce ne era bisogno visto che la divinità di Cristo è già dichiarata nei Vangeli e predicata dagli apostoli) il Concilio di Nicea, aperto solennemente nel palazzo imperiale il 20 maggio dell’anno 325, ha stabilito in compenso la data della Pasqua, prodotto il Credo ancora oggi recitato durante ogni messa e scatenato la più grande eresia del Medioevo: l’unica – fino alla Riforma luterana – capace di uscire dalla dimensione della setta per trasformarsi in una vera e propria Chiesa alternativa a quella cattolica.

Eppure al primo Concilio ecumenico della storia della Chiesa il Papa non ha partecipato, e a convocarlo e presiederlo è stato un laico che non era nemmeno battezzato: l’imperatore Costantino.

Non c’è nulla di così strano, in realtà. A quel tempo il Papa non era il capo della cristianità ma semplicemente il vescovo di Roma; il suo potere aumenterà progressivamente, nel corso del Medioevo, quando – venuto meno l’impero romano – andrà di fatto a colmare il vuoto lasciato dai Cesari.

Nel 325, però, l’impero è ancora saldo e sul trono siede uno dei più grandi sovrani della storia romana che, dodici anni prima, dalla nuova capitale Milano ha emanato l’editto con cui viene garantita la libertà religiosa a tutti i cittadini, mettendo fine alle persecuzioni e segnando una svolta radicale nella storia del Cristianesimo.

Costantino convoca i vescovi a Nicea per il concilio in un mosaico (ca. 1000) in Santa Sofia, Istanbul

Costantino non è un cristiano vero e proprio: si farà battezzare solo dodici anni dopo, in punto di morte, promuove il culto del dio Sole ed è il Pontefice Massimo della religione romana; all’indomani del Concilio farà uccidere suo figlio e sua moglie, mentre nella sua nuova capitale farà edificare vari templi a divinità pagane.

Certo, già dalla battaglia di Ponte Milvio che il 28 ottobre 312 lo aveva visto trionfare contro Massenzio, Costantino aveva ostentato la sua simpatia per la nuova religione, rifiutando i rituali divinatori degli aruspici e preferendo affidarsi alla protezione del “Sommo Dio”. Quando era entrato trionfante in Roma, poi, non era nemmeno salito in Campidoglio, dove c’era il tempio più sacro della città.

Negli anni successivi la politica religiosa nei confronti dei cristiani è passata dalla tolleranza al sostegno e l’imperatore, che ha progressivamente abbandonato i culti di Ercole e Giove, ha iniziato a far inserire simboli cristiani su vessilli, statue e monete. Nel 321 ha introdotto la settimana e stabilito che la domenica debba essere riconosciuta come giorno festivo (chiamandola però con il nome pagano di “Giorno del Sole”) e nel 324 ha messo al bando i rituali di magia e vietato le esecuzioni dei condannati a morte durante i giochi circensi. Tutto questo, però, senza proibire i culti pagani, continuando a manifestare rispetto per i fedeli dell’antica religione e mantenendo una certa ambiguità sulla sua fede personale.

Si tratta senza dubbio di una strategia politica, che mira a pacificare l’impero e a venire a patti con il sempre più potente movimento religioso, dopo il fallimento delle persecuzioni di Diocleziano. L’obiettivo di Costantino è quello di trasformare la forza potenzialmente disgregante delle energiche comunità cristiane in una forza di coesione per l’impero, che sarà ancora più forte sotto la protezione dell’unico vero Dio e con il sostegno dei suoi devoti.

Ma non si tratta solo di gestione di potere: l’interesse religioso dell’imperatore è sincero e sposare apertamente una religione che conta ancora appena il 10% dei cittadini non è certo una scelta popolare.

Tuttavia, più che seguace di Gesù Cristo, Costantino è un convinto monoteista.

Il volto della statua colossale di Costantino I (Musei Capitolini, Roma)

Non è tanto il Vangelo ad affascinarlo, quanto l’idea di un Dio unico, che non necessariamente si identifica con la trinità: di fatto il primo imperatore cristiano promuove un sincretismo che tende a unire il cristianesimo con i culti mitralici e solari. Insomma quello che interessa a Costantino è che ci sia un solo Dio e che questo Dio non sia egli stesso (come pretendevano i suoi predecessori) ma un’entità superiore e onnipotente a cui affidarsi; tanto che nello stesso Editto di Milano si parla della “divinità che sta in cielo, qualunque essa sia” che “a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità”. E senza dubbio il Sole è la più tangibile forma di un Dio padre e re dei cieli, che illumina e dà vita e che ogni giorno muore e ogni mattino risorge, vincendo le tenebre e donando nuova luce al mondo.

In alcune lettere private Costantino afferma di voler convertire tutti alla religione cattolica, ma di fatto la sua azione politica punta ad un ecumenismo che faccia confluire in un’unica forma le credenze religiose di tutti i popoli sottomessi a Roma.

D’altra parte se l’unico Dio è il sovrano dei cieli, sulla terra il padrone è lui. E a lui spetta, quindi, assumersi la responsabilità di gestirne il culto assicurando la benevolenza al suo popolo. Per questo Costantino, mentre mantiene le più alte cariche religiose pagane, si assume anche il compito di guidare il popolo cristiano.

“Il Primo Concilio di Nicea” in un affresco della chiesa di Stavropoleos a Bucarest

Nel 325, dunque, con il singolare ruolo di “vescovo di quelli che sono fuori dalla Chiesa” ha convocato a Nicea la prima assemblea plenaria della Chiesa Cattolica dai tempi del Concilio di Gerusalemme (la riunione raccontata negli Atti degli Apostoli a cui avevano partecipato – pochi anni dopo la morte di Gesù – il fratello Giacomo, gli apostoli e san Paolo, per decidere se mantenere il cristianesimo nell’ambito dell’ebraismo o farne una religione nuova).

Al primo Concilio ecumenico vengono quindi convocati tutti i vescovi del mondo; quello di Roma, però, non si presenta perché la città turca è decisamente fuori mano e manda due preti in sua rappresentanza.

Costantino, d’altra parte, si prepara a trasferire in oriente la capitale stessa dell’impero, ma la scelta costa al Concilio l’adesione delle chiese occidentali: se l’imperatore ha invitato i vescovi di tutte le 1800 comunità del mondo cristiano a Nicea se ne presentano solo 300, e tutti provenienti dall’oriente o dal nord Africa, con sole tre eccezioni: Marco di Calabria dall’Italia, Osio di Cordova dalla Spagna e Nicasio di Digione dalla Gallia.

È vero anche che il principale problema che la riunione deve risolvere, per il momento, riguarda il Medi Oriente: si tratta del dibattito sulla natura di Cristo che ha spaccato la comunità di Alessandria e rischia di dilagare in tutto il mondo.

Nel best seller di Dan Brown le questioni affrontate nel Concilio di Nicea sono molto semplificate

Dan Brown, nel suo stile, ha semplificato al massimo la questione parlando di una contrapposizione tra chi sosteneva che Cristo fosse un semplice uomo e chi lo venerava come Dio. In realtà il nodo era piuttosto se Gesù fosse stato creato o generato da Dio Padre. In parole più semplici, se Gesù è una creatura di Dio (ed è quindi nato in un preciso momento) o è la manifestazione storica di Dio stesso, ed è quindi eterno.

Da questo punto di vista i Vangeli non sono molto coerenti: se Marco, Matteo e Luca presentano Cristo come un personaggio storico nato a Betlemme di Giudea e rivelatosi in seguito essere il Messia e il figlio di Dio, Giovanni ne parla come del “Verbo” divino incarnato.

Il principale sostenitore della tesi secondo cui Gesù – in quanto figlio – è stato creato in un preciso momento storico è il prete e teologo libico Ario, che già nel 300 era stato scomunicato dal patriarca di Alessandria Pietro. Nel 311 Ario era stato riabilitato dal nuovo patriarca Achilla, e alla sua morte – nel 312 – era diventato il principale candidato alla successione. Ario era stato però sconfitto alle elezioni da Alessandro, che nel 318 aveva convocato un sinodo appositamente per scomunicare di nuovo il rivale. Fuggito dalla città, il teologo eretico aveva trovato nuovi seguaci in Siria e in Palestina, raccogliendo il consenso anche di illustri teologi come Eusebio di Cesarea. Nel 321 un sinodo di cento vescovi egiziani ha di nuovo condannato le sue tesi e chiesto la convocazione di un concilio per fare maggiore chiarezza in materia cristologica.

Sotto il profilo squisitamente teologico non è in discussione la divinità di Cristo, quanto piuttosto se il Padre e il Figlio siano composti dalla stessa sostanza (nel senso aristotelico del termine) o se il Figlio sia stato creato dal Padre e si trovi dunque in una posizione subordinata.

Tutta la diatriba ruota intorno alla differenza terminologica tra “generato” e “creato”; differenza sostanziale secondo Alessandro e inesistente secondo Ario.

Il Concilio di Nicea, presieduto da Costantino, condanna gli eretici ariani in un manoscritto dell’Archivio capitolare di Vercelli (sec. IX)

I promotori della Consustanzialità credono che seguire l’eresia ariana significhi spezzare l’unità della natura divina e rendere il Figlio diverso dal Padre, in palese contrasto con le Scritture (“Io e il Padre siamo una cosa sola”, dice Gesù in Giovanni 10,30). Gli ariani, dal canto loro, rispondono citando il passo 14,29 dello stesso Vangelo: “Io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me”. Gli uni replicano dicendo che la trinità è eterna, quindi il Padre è sempre stato Padre e il figlio è sempre stato il figlio indipendentemente dalla sua incarnazione, gli altri ribadiscono che Cristo è una creatura elevata ad uno status divino. Lo scontro, come è evidente, riguarda elucubrazioni di teologia estrema riservate a dotti filosofi, e che non hanno alcuna ripercussione pratica sulla vita cristiana; eppure la diatriba, sempre più aspra, rischia di lacerare la Chiesa; per questo Costantino vuole che la questione venga risolta prima che sfugga di mano.

Ma quello dell’arianesimo non è l’unico nodo della matassa cristiana che l’imperatore si trova a dover sciogliere con i padri conciliari. C’è una questione ancora più delicata che va chiarita una volta per tutte: la data della Pasqua. Quando bisogna celebrare le principali feste cristiane, infatti, ci si trova di fronte a un paradosso: della nascita di Cristo non si sa assolutamente nulla, eppure – per volontà dello stesso Costantino – la data del Natale è stata stabilita convenzionalmente il 25 dicembre, proprio per farla coincidere con la festa del Sole Invitto e identificare così le due divinità. All’opposto, del momento più importante della vita cristiana – la Resurrezione – la data si conosce con esattezza eppure ogni comunità la festeggiava in un giorno diverso.

Questioni di calendario: secondo i Vangeli Cristo è risorto il giorno 14 del mese di Nisan. Il problema è che i mesi ebraici seguono un calendario lunare dalla redazione molto complessa, anche perché legata alle osservazioni astronomiche e alla maturazione dell’orzo (per la festa degli azzimi, strettamente legata alla Pasqua ebraica); di conseguenza il 14 di Nisan cade ogni anno in un giorno diverso e con notevoli sfasamenti di anno in anno e persino di luogo in luogo. Inoltre, nei Vangeli è scritto che Gesù è risorto il giorno dopo il sabato, per questo ogni domenica i cristiani celebrano la resurrezione, che è – di fatto – una Pasqua settimanale. Il giorno di Pasqua deve quindi cadere necessariamente di domenica.

Il battesimo di Cristo nel mosaico sul soffitto del Battistero degli Ariani a Ravenna (prima metà del sec. VI)

La confusione creata da tutte queste variabili aveva visto affermare, nel corso dei secoli, prassi molto diverse tra loro: lo scontro principale era tra quelli che celebravano la Pasqua insieme agli ebrei (detti Quatrodecimani) e quelli che la celebravano la domenica successiva. Altri ancora si erano svincolati dal calendario ebraico – giudicato inattendibile per le troppe variabili che conteneva – e avevano calcolato autonomamente le fasi lunari. Ma di fatto poteva capitare persino di celebrare due volte la Pasqua nello stesso anno solare.

Secondo alcuni cronisti, Costantino in persona si esprime per una presa di distanza dal calendario ebraico, con argomentazioni antisemite: “Fu prima di tutto dichiarato improprio il seguire i costumi dei Giudei nella celebrazione della santa Pasqua, perché, a causa del fatto che le loro mani erano state macchiate dal crimine, le menti di questi uomini maledetti erano necessariamente accecate” scrive Teodoreto di Cirro. “Non abbiamo nulla in comune con i Giudei, che sono i nostri avversari evitando ogni contatto con quella parte malvagia. Quindi, questa irregolarità va corretta, in modo da non avere nulla in comune con quei parricidi e con gli assassini del nostro Signore”.

Il Concilio di Nicea stabilisce così che la Pasqua venga festeggiata ogni anno la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera. E così viene calcolata ancora oggi.

Nel frattempo Ario ed Eusebio di Nicomedia, il suo principale sostenitore, si ritrovano in poco tempo in minoranza. E come sempre accade in questi casi, non tanto per le argomentazioni quanto per il caratteraccio: l’arroganza dei due teologi, infatti, è così insopportabile da indisporre la fazione moderata e indurla a votargli contro. Alla fine la teoria del Figlio della stessa sostanza del Padre vince con una larghissima maggioranza: persino Eusebio cambia posizione e solo Teona di Marmarica e Secondo di Tolemaide votano a favore di Ario.

Il nuovo dogma viene inserito nella Professione di fede che i cristiani reciteranno da quel momento in poi durante ogni celebrazione liturgica, in cui si precisa così che Gesù Cristo è “generato, non creato della stessa sostanza del Padre”.

Tuttavia il turbolento clima conciliare per niente conciliante, degenera al punto che san Nicola di Bari, vescovo di Mira, arriva a prendere a schiaffi Ario.

Uno schiaffo che il teologo sconfitto avrebbe restituito con gli interessi ai vincitori.

Icona che raffigura Costantino tra i padri del primo Concilio di Nicea

Sconfessato ufficialmente, infatti, Ario non si arrenderà: appena tre mesi dopo il Concilio, Eusebio di Nicoledia e Teognis di Nicea saranno esiliati in Gallia perché – pur avendo firmato gli atti dell’assemblea – riprenderanno a predicare la teologia ariana, guadagnando alla loro causa anche il Custode degli atti stessi.

Non solo, ma persino l’imperatore Costantino negli ultimi anni di vita finirà per passare al nemico, riabilitando Ario e ricevendo il battesimo ariano da Eusebio (e giocandosi così il titolo di santo, che verrà assegnato invece alla madre Elena).

Nei decenni l’eresia ariana continuerà a crescere fino a diventare una vera e propria chiesa alternativa a quella cattolica.

Se di eresie ce ne erano state già sin dall’inizi del Cristianesimo (dagli gnostici ai manichei, dai meleziani ai novaziani) e il Medioevo ne vedrà sorgere di importantissime (basti pensare ai catari, contro cui Innocenzo III bandirà addirittura una crociata, e i valdesi – che riusciranno a sopravvivere fino al Cinquecento ed entreranno nella Riforma protestante arrivando fino ad oggi) gli ariani saranno gli unici a conquistare intere nazioni, tanto da diventare – nell’alto medioevo – una vera e propria seconda Chiesa cristiana, a cui aderiranno la maggior parte delle popolazioni germaniche, tanto che a Ravenna esiste ancora la cattedrale ariana fatta costruire da Teodorico con tanto di battistero.

L’ariano resterà così nell’immaginario cristiano l’eretico per antonomasia, tanto che durante le crociate in occidente gli stessi musulmani verranno chiamati “ariani” e così continueranno ad essere chiamati per secoli.

A dare testimonianza di come il termine, ancora nel Seicento, venisse usato per indicare gli arabi è Alessandro Manzoni nel capitolo XIV dei Promessi sposi: Renzo si è ubriacato in una locanda e l’oste gli chiede le generalità come prescritto da un’apposita legge. Alle rimostranze di Renzo gli mostra la circolare, in cui campeggia lo stemma del governatore don Gonzalo Fernandez de Cordova con il volto di un re moro incatenato per la gola.

“Lo conosco quell’arme – risponde il nostro – so cosa vuol dire quella faccia d’ariano, con la corda al collo. Vuol dire, quella faccia: comanda chi può, e ubbidisce chi vuole”. E così sia.

Arnaldo Casali

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Giovanni XXI, l’unico papa nel Paradiso dantesco

Giovanni XXI ritratto in una ceramica medievale

Secondo alcune fonti, nel 1210, nasceva a Lisbona Pedro Juliào, detto anche Petrus luliani o Pietro di Giuliano, meglio conosciuto come Petrus Hispanus, per la sua origine iberica.

Frequentò inizialmente la scuola episcopale della Cattedrale di Lisbona per passare poi a Parigi, all’Università della Sorbonne (anche se per alcuni studiosi sembra abbia portato avanti i suoi studi nella non meno prestigiosa Università di Montpellier). Studiò Medicina, Teologia, Logica e Fisica.

Tra il 1245 ed il 1250 soggiornò in Italia, dove insegnò medicina all’Università di Siena. In questo periodo scrisse i dodici libri delle Summulae Logicales, sulla logica aristotelica, che per oltre 300 anni venne considerato testo di riferimento per le università europee.

Di grande pregio e importanza culturale per l’epoca, grazie alla sua modernità fu il suo commento al De animalibus di Aristotele. In campo medico, la sua opera principale è il Thesaurum Pauperum (II tesoro dei poveri), una raccolta di rimedi per i mali più diffusi, trascritta in più versioni e tradotta in diverse lingue fino a tutto il XVIII secolo. Sempre tra gli scritti di medicina si ricordano i Problemata, la Summae medicinae, il Liber de conservanda sanitate e il trattato di oftalmologia De oculo. Nella sua carriera ecclesiastica fu decano a Lisbona, carica che scambiò con l’arcidiaconato di Vermuy, nella diocesi di Braga, nel Regno di Portogallo; nel 1273 divenne arcivescovo di Braga e nello stesso anno fu nominato cardinale-vescovo di Tuscolo da Gregorio X.

Una illustrazione del Thesaurus pauperum

Alla morte di Adriano V (18 agosto 1276) iniziò a Viterbo il conclave per l’elezione del successore; il podestà della città, però, decise di avvalersi della bolla “Ubi periculum”, emanata per limitare la durata del conclave con lunghe discussioni; per questo motivo era prevista la “reclusione” (da cui la parola “conclave”, cum clave, per indicare la chiusura del luogo della riunione) dei cardinali, costretti a seguire una dieta a “pane e acqua”. I diretti interessati protestarono, affermando che Adriano V aveva abrogato la “Ubi periculum“, ma alla fine il 15 settembre 1276 giunsero all’elezione di Pietro Ispano, consacrato cinque giorni più tardi col nome di Giovanni XXI.

Era un uomo di scienza e non fu un papa politico. Ma si impegnò per riportare la pace in Europa, favorendo la riconciliazione di Rodolfo d’Asburgo e Carlo d’Angiò. Incitò i prìncipi cristiani a indire una nuova crociata e inviò i suoi legati a Costantinopoli per far firmare a Michele Paleologo la fine dello scisma.

Morì il 20 maggio 1277, dopo essere rimasto vittima di un grave incidente nel Palazzo Papale di Viterbo: la volta del suo studio gli crollò addosso, probabilmente per un difetto di costruzione. C’è una nota ironica e insieme amara da sottolineare in questo episodio: Pietro Ispano si rivolgeva spesso ai suoi cardinali dicendo che il suo pontificato sarebbe durato parecchi anni in quanto, essendo un medico, sapeva bene come mantenersi in salute: infatti morì per un incidente e non per malattia.

Lo stemma di Giovanni XXI

La sua tomba si trova tuttora nella navata laterale del Duomo di San Lorenzo, la cattedrale di Viterbo. Pietro Ispano è l’unico pontefice (fatta eccezione per San Pietro) ad essere espressamente lodato nel Paradiso da Dante Alighieri, che così scrive: «Pietro Spano, lo qual giù luce in dodici libelli» (Paradiso, XII, 135). Inoltre, insieme a San Damaso I (366-384), è uno dei due soli portoghesi ascesi al Soglio di Pietro.

Sul suo nome, spesso si è fatta confusione. Seguendo la tradizione iniziata da Ottaviano dei Conti di Tuscolo nel 955 (che prese il nome pontificale di Giovanni XII), al momento della sua consacrazione al Soglio di Pietro, anche Pietro Ispano cambiò il suo nome di battesimo. Volle chiamarsi Giovanni XXI. Ma sarebbe stato corretto che si fosse chiamato Giovanni XIX. Tutto nacque da una confusione nella numerazione dei pontefici di nome Giovanni, a partire da Giovanni XIV (983-984). Questo papa, Pietro Canepanova da Pavia, durante le lotte causate dallo Scisma d’Occidente, dopo quattro mesi di pontificato venne imprigionato in Castel Sant’Angelo, dove morì dopo quattro mesi. Nel Liber Pontificalis, per errore, si considerarono questi due periodi riferibili a due papi distinti e, per “far quadrare i conti”, si considerò un papa in realtà mai esistito, che fu chiamato Giovanni XIV bis. Inoltre anche l’antipapa Giovanni XVI (Giovani Filagato, 997-998), tra Gregorio V e Silvestro II, venne considerato un pontefice legittimo. Gli storici della Chiesa, nel tentativo di sistemare questi errori, inserirono forzatamente questi due papi (Giovanni XIV bis e Giovanni XVI), spostando la numerazione di due posti. Per questo motivo non è mai esistito un papa Giovanni XX. E Pietro Ispano è passato alla storia come Giovanni XXI.

Enzo Valentini

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Le due spade di Innocenzo III

Innocenzo III ritratto in un affresco del Sacro Speco

Lotario, figlio di Transmondo, conte di Segni, aveva orrore delle passioni. Ad eccezione di quella per la Chiesa, che lo consumò per tutta la vita, come la febbre malarica che, in modo penoso, pose fine ai suoi giorni a Perugia, il 16 luglio 1216.

Piccolo e gracile, conduceva una vita ascetica, ma era sorretto da una sconfinata energia. Coltissimo, austero e infaticabile, salì al soglio di Pietro a soli 38 anni, dopo il quasi centenario Celestino III. Innocenzo III (1160 – 1216) aveva studiato Teologia a Parigi, nella famosa scuola del monastero di S. Vittore e Diritto a Bologna, sotto la guida di Uguccione da Pisa.

Quando diventò cardinale non aveva ancora compiuto 30 anni. Ma era già molto conosciuto tra i contemporanei grazie a un libro intitolato “Sul disprezzo del mondo”, un’opera che conobbe una grande fortuna fino al Seicento e sulla quale a lungo meditò anche il filosofo francese Blaise Pascal. Il tema della “fuga mundi“, già caro agli antichi anacoreti, venne ripreso e arricchito da Lotario, per il quale l’uomo “è preda del peccato prima ancora di peccare e dell’errore, prima ancora di errare”.

Nel mondo malato, l’uomo vive esposto a ogni pericolo. Il compito del clero doveva quindi essere, grazie alla consacrazione dei sacramenti, quello di isolarsi dal peccato e fuggire la corruzione che infesta il mondo. Con Innocenzo III, i sacerdoti iniziano quindi a officiare la messa non più con lo sguardo verso i fedeli ma voltando la schiena alla comunità che prega, celebrando in solitudine il mistero della grazia. Laici e sacerdoti quindi non sono e non possono essere messi in una condizione di parità. Di conseguenza, parlando del papa, e quindi di se stesso, Innocenzo III ripeteva la formula: “Inferiore a Dio ma superiore all’uomo”.

Così Lotario svincolò la Chiesa dal potere temporale, come già aveva teorizzato nel secolo XI Gregorio VII nel suo “Dictatus Papae“, al tempo della lotta per le investiture. Per Innocenzo III, il papa, nel suo sacro ruolo di “vicario di Cristo”, è il re dei re. Il suo potere, spirituale, è quindi superiore a quello temporale, che è corrotto come il mondo, così come l’anima immortale vince sul corpo e il Sole domina la Luna. Anche i sovrani facevano discendere il loro potere dalla grazia divina.

Ma è il pontefice che ha la “plenitudo potestatis”, la pienezza del potere. Entrambe le spade sono quindi nelle sue mani. È lui e solo lui che può concederne una all’imperatore, visto soltanto come “advocatus Ecclesiae”.

In base a queste premesse, Innocenzo III, come nessun altro papa prima di lui, attuò il grande disegno di una sovranità universale sull’Occidente cristiano. Sotto il suo pontificato, durato 18 anni, la Chiesa raggiunse il punto più alto della sua autorità.

Innocenzo III regnò come un papa imperatore. E si mosse con la disinvoltura di un politico consumato. Ma fu anche un uomo di preghiera e di ascesi. Si definì, a più riprese, “vicarius Christi”. E da allora quel titolo venne assunto da tutti gli altri papi che vennero dopo di lui. Fu anche il primo pontefice a introdurre l’uso di uno stemma personale.

Nella sua Chiesa indipendente da qualunque altro potere, i vescovi e i cardinali rispondevano soltanto a lui. Riaffermò l’autorità papale in tutti i territori pontifici dell’Italia centrale. A Roma volle essere l’arbitro della nomina dei senatori e soffocò ogni autonomia cittadina.

In Francia, lanciò l’interdizione contro il re Filippo Augusto che senza il consenso papale aveva ripudiato la moglie Ingelburga di Danimarca per sposare Agnese di Merania. Il sovrano provò a resistere ma fu costretto a richiamare accanto a sé la prima moglie.

Giovanni Senzaterra, sotto la minaccia di uno sbarco francese in Inghilterra, dovette riconoscere al suo regno lo “status” di feudo della Chiesa. Innocenzo III chiese la stessa cosa, con successo, anche a Pietro d’Aragona.

Il papa favorì la Quarta Crociata (1202-1204) che nei suoi disegni doveva servire a riunire la Chiesa d’Occidente con la Chiesa d’Oriente. Spiazzato dagli avvenimenti, condannò la vergogna del “sacco di Costantinopoli”, perpetrato da cristiani contro altri cristiani. Poi prese atto della nuova situazione con cinismo imperiale.

Molte delle tante energie di Innocenzo furono rivolte alla lotta contro l’eresia bollata come “alto tradimento contro Dio”. Ma il papa perse il controllo della situazione di fronte ai feroci episodi che segnarono la crociata contro gli Albigesi (1209) nel clima di vendette e massacri favoriti dal fanatismo di Simone di Montfort e del legato pontificio Arnaldo Amalric.

La riforma morale e disciplinare del clero fu la vera ossessione del pontefice. La struttura diocesana fu riformata in modo profondo. Per i vescovi arrivò l’obbligo di visitare Roma almeno ogni quattro anni. E nuove regole guidarono la burocrazia pontificia. Come ricorda lo storico Franzen, con Innocenzo III “Gli ordini mendicanti diventarono presto i più forti baluardi della Chiesa”. Il papa seguì con particolare attenzione gli Umiliati della Lombardia e fondò l’associazione dei “Poveri Cattolici”. E accolse a Roma, con benevolenza, Francesco d’Assisi che chiedeva l’attenzione papale per la sua piccola comunità di frati.

Giotto, il Sogno di Innocenzo III, Basilica Superiore di Assisi

Le cronache dei decenni successivi raccontano il celebre episodio rappresentato nel ciclo degli affreschi giotteschi della Basilica Superiore di Assisi. I dubbi di Innocenzo III furono fugati da un sogno: il papa vide la chiesa di S.Giovanni in Laterano pericolante sostenuta solo dal Poverello d’Assisi. Ma l’approvazione alla regola francescana arrivò solo oralmente. La “seconda corona” giunse infatti nel 1223 ad opera di Onorio III.

Innocenzo III ebbe una analoga attenzione anche per l’ordine domenicano (1215). Due grandi santi, ricordati nella Divina Commedia da Dante Alighieri (Paradiso, canto XI):

“L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore”.

Pastore e insieme supremo giudice della cristianità, Innocenzo III diventò l’arbitro della politica europea dopo la morte di Enrico VI: alla successione imperiale era strettamente legato il destino del trono di Sicilia. Innocenzo, temendo le mire di riunificazione degli Hohenstaufen, all’inizio sostenne le ragioni del guelfo Ottone di Brunswick, che aveva promesso di rinunciare ai diritti imperiali in Italia.

In un secondo momento, il papa, impressionato dalle vittorie di Filippo di Svevia, iniziò a spostare i suoi favori verso il nuovo candidato. Poi, quando, nel 1208, Filippo fu ucciso, acconsentì a incoronare Ottone, eletto re di Germania.  L’imperatore fu “unto” a Roma, durante una solenne cerimonia. Il guelfo, più sicuro di sé, dimenticò le sue promesse e si accinse a conquistare il Regno di Sicilia con la forza delle armi. Il papa non glielo permise e lo scomunicò.

La nuova situazione segnò il destino di Federico, futuro imperatore svevo. Innocenzo III lo protesse e proclamò i diritti del giovanissimo erede al trono che la madre Costanza d’Altavilla aveva posto sotto la tutela del papa già dal 1198. Dopo la battaglia di Bouvines (1214) Ottone scomparve dal palcoscenico del potere. E Innocenzo III guidò verso la corona il fanciullo che in seguito sarebbe diventato l’avversario più grande e più aspro del potere politico dei papi. Lo fece perché Federico aderì a tutte le sue richieste e perché non aveva alternative. Ma intuì, con sottile lungimiranza, quello che sarebbe successo negli anni a venire. Scrisse infatti in una epistola: “Quando questo fanciullo sarà giunto all’età del giudizio e apprenderà che fu la Chiesa a derubarlo della dignità imperiale, non soltanto le negherà il rispetto che le compete, ma la combatterà in tutti i modi possibili, strapperà dai feudi di Roma la Sicilia, rifiutando alla Chiesa l’obbedienza dovuta”.

Così avvenne. Ma intanto Innocenzo III esercitava il suo ruolo di “verus Imperator”, seduto a metà strada tra Dio e l’umanità.

Ottone IV incontra papa Innocenzo III

I giorni più alti della sua gloria terrena arrivarono un anno prima della sua morte, durante il Concilio Lateranense del 1215. Settanta arcivescovi, più di 300 vescovi, 800 tra abati e priori, decine di dotti e teologi, ambasciatori di re, principi e comunità cittadine, arrivarono a Roma da tutte le regioni d’Europa. Fu una manifestazione di potenza e di decisionismo: arrivò la condanna di tutte le eresie, il divieto di fondazione di nuovi ordini religiosi e precise disposizioni sulla confessione e la comunione pasquale, che da allora ebbero una durata permanente. Lotario dei Conti di Segni guidò i lavori con la consueta fermezza e a nome di tutti i delegati confermò la trasmutazione sacramentale del pane e del vino, che fu però elevata a dogma della Chiesa soltanto durante il Concilio di Trento (1551-1552).

Nei primi giorni di luglio del 1216, all’inizio di un viaggio verso la Lombardia, fu colpito dalla febbre che lo portò alla tomba. Appena due settimane prima aveva ricordato a tutti che la Sicilia era un feudo della Chiesa. E per questo aveva chiesto a Federico di Svevia, in procinto di essere incoronato imperatore, di rinnovare la promessa di lasciare all’erede Enrico il trono palermitano.

Innocenzo III morì a Perugia, il 16 luglio 1216. La salma fu esposta in cattedrale, avvolta dagli indumenti pontifici intessuti d’oro. Ma la mattina dopo il cadavere fu trovato nudo, in terra, spogliato da tutti i simboli del potere. Nella cattedrale perugina si può ancora vedere il loculo dove fu sepolto. Poi nel 1891, Leone XIII volle che i resti fossero trasferiti nella Basilica Lateranense. È lì che ora riposa uno dei più grandi papi del Medioevo.

Federico Fioravanti

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La nascita del conclave

I cardinali vestiti con i paramenti rossi, in piedi davanti l’altare principale della Basilica di San Pietro per partecipare alla messa solenne ”pro eligendo pontifice”, che aprì i riti del conclave per l’elezione del successore di Giovanni Paolo II il 18 aprile 2005 (Foto: ANSA)

“Chi fa trenta può far trentuno” disse Leone X cinquecento anni fa, rompendo il limite imposto dalla tradizione al numero di cardinali che potevano accedere al conclave. E se può fare trentuno, allora può fare anche trentadue, trentatré e trentaquattro.

E così in cinque secoli si arriverà fino ai 120 cardinali elettori di oggi; che potranno ancora aumentare, perché non c’è tradizione più dinamica del sistema con cui si elegge il papa.

La segregazione dei cardinali nella Cappella Sistina, le notti, i pranzi e i capannelli a Santa Marta, la fumata bianca o nera, l’annuncio sul loggione di San Pietro, la benedizione e il primo discorso alla folla: il conclave appare oggi come una tradizione antichissima e radicata nei secoli, quasi fosse un rituale solido e immutabile.

Ma in realtà la maggior parte delle tradizioni consolidate nella memoria collettiva sono abbastanza recenti: se la Cappella Sistina ospita stabilmente l’elezione del papa solo dal 1878, l’Habemus Papam risale al 1922 (è stato Pio XI il primo ad affacciarsi su piazza San Pietro) mentre è addirittura del 1978 il primo discorso del papa ai fedeli (Giovanni Paolo II ruppe la tradizione che voleva la benedizione muta); dal 2005 la dimora dei cardinali riuniti è Casa Santa Marta mentre le ultime norme sono state fissate da Benedetto XVI e seguite quindi per la prima volta nel 2013. Quanto al termine “Conclave”, è stato usato per la prima volta nel 1270, quando gli abitanti di Viterbo – stanchi di anni di indecisioni dei cardinali – li chiusero a chiave nella sala grande del palazzo papale e ne scoperchiarono parte del tetto per costringerli a decidere in fretta.

D’altra parte se relativamente giovane è il conclave, di poco più vecchia è la concezione del papa così come è inteso oggi, ovvero vicario di Cristo e capo assoluto della Chiesa cattolica.

Andrea Vanni, San Pietro, 1390

San Pietro, per intenderci, a dispetto della tradizione, non è mai stato papa e nemmeno vescovo di Roma.

Se nel Vangelo appare effettivamente come il discepolo più vicino a Gesù e – almeno in un primo momento – leader del gruppo, gli Atti degli Apostoli testimoniano come la guida della chiesa di Gerusalemme sia passata molto presto a Giacomo, fratello di Gesù.

Più conservatore di Pietro e in aperta contrapposizione con Paolo (che vuole chiudere i rapporti con il giudaismo fondando una nuova religione), Giacomo non figura tra gli apostoli ma fonda la sua autorità sul legame di sangue con Cristo. Se il fratello aveva detto di non voler “abolire la legge, ma portarla a compimento”, Giacomo, coerentemente con la visione di Gesù, vuole identificare il Cristianesimo con l’Ebraismo, chiedendo quindi ai nuovi cristiani la conversione alla religione di David e l’osservanza di tutti i precetti. E proprio per questo si guadagna l’appoggio della comunità di Gerusalemme mentre Pietro – che cerca di mediare – finisce ai margini e viene spedito a Roma, probabilmente con il compito di mettere pace tra le fazioni cristiane della capitale.

Più che un papa o un vescovo, quindi, Pietro è un missionario: “La separazione delle due funzioni – spiega Oscar Cullman in Petrus – amministrazione della Chiesa e attività missionaria, che Giacomo e Pietro si dividono, non è stata legata forse a una decisione o a un atto giuridico particolare. Dev’essersi piuttosto verificata a poco a poco in una evoluzione naturale”. “Il trasferimento del potere direzionale, che fa di Pietro un “papa” temporaneo, o dimissionario – aggiunge Giancarlo Zizola in Il Conclave – poteva essere stato determinato o dal fatto che egli si era trovato in minoranza sulla questione della libertà cristiana di fronte alla legge sulla circoncisione, oppure dall’incarcerazione che aveva dovuto subire da parte di Erode. Resta indiscusso il distacco del primo degli apostoli, come tale istituito da Gesù, dall’esercizio giurisdizionale di questo primato, da quando egli si recò in altro luogo per svolgere attività di evangelizzazione”.

Pietro non è quindi né il capo della Chiesa, né il vescovo di Roma, ma un “conciliatore” che finisce ucciso – secondo Zizola – proprio “in seguito a divergenze nella comunità giudaico-cristiana locale fra le correnti in lotta”.

“L’affermazione che Pietro sia stato vescovo di Roma – scrive Roland Minnerath – è propria di una tardiva tradizione della seconda metà del II secolo, allorché Roma non ha ancora alcuna funzione direttiva per la Chiesa universale”.

San Lino, primo vescovo ritratto in una terracotta invetriata di Benedetto Buglioni datata 1521

Il primo vescovo di Roma è invece san Lino, contemporaneo di Pietro e designato dagli stessi apostoli. Ed è lo stesso Lino a scegliere come suo successore Anacleto, anch’egli collaboratore di Pietro, così come anche Clemente che gli succede, e che abdica nel 97, dopo essere stato mandato in esilio dall’imperatore. Prima di partire, però, Clemente fa in tempo ad affidare la chiesa romana a Evaristo.

Alessandro I, nel 105, è invece il primo vescovo ad essere eletto democraticamente dalla comunità cristiana di Roma. E’ il suo successore Sisto I ad allargare la sua autorità anche oltre i confini romani, facendo del papa una sorta di “garante” per tutti gli altri vescovi del mondo. Garante e pacificatore, non capo universale della Chiesa, e a dimostrarlo c’è il fatto che nel 325 il Concilio di Nicea viene convocato e presieduto non da papa Silvestro, ma dall’imperatore Costantino.

Dal momento in cui l’imperatore si converte al Cristianesimo e l’impero romano viene cristianizzato, è infatti l’imperatore a diventare il capo della Chiesa, esattamente come prima era stato “Pontefice Massimo” dei culti pagani. Pagano o cristiano, insomma, l’impero romano continua a tenere saldamente uniti il potere politico e quello religioso. Il primo vero e proprio papa resta comunque Leone Magno: è sotto il suo episcopato che il Concilio di Calcedonia formalizza, nel 451, il primato del vescovo di Roma, facendone la guida di tutta la Chiesa, proprio – e non a caso – mentre l’Impero Romano di Occidente si sta disgregando.

Nel momento in cui non esiste più un riferimento politico, la Chiesa ha bisogno di riorganizzarsi diversamente e trovare un’altra guida che non può essere che l’unica autorità rimasta a Roma dopo la caduta dell’impero. E non a caso, quell’autorità assumerà ben presto anche un potere politico in una significativa inversione dei ruoli rispetto ai primi secoli cristiani.

Papa Zaccaria I e papa Giovanni VI in un affresco del XVI secolo

Zaccaria, ricevendo dal longobardo re Liutprando la donazione di Sutri e Bomarzo, è infatti il primo papa a diventare anche re.

L’elezione del vescovo di Roma resta formalmente appannaggio del clero e del popolo romano. Ma essendo il papa diventato ormai anche il monarca di un regno sempre più grande e potente, la sua nomina finisce ostaggio delle grandi famiglie patrizie romane, tanto da condividerne le sorti. Naturale quindi che si arrivi ad avere papi “fantoccio” manovrati da madri ambiziose come la “papessa” Marozia (che per vent’anni gestisce le sorti di Roma e della Curia romana) o pontefici giovani, guerrieri e donnaioli che non hanno più niente di spirituale come Giovanni XII e Benedetto IX, entrambi Conti di Tuscolo, entrambi eletti giovanissimi (il primo a 18 anni, il secondo addirittura a 12) ed entrambi dediti più a donne, caccia e gioco che ad affari ecclesiastici.

La situazione raggiunge tali vertici di scandalo e aberrazione che persino la riforma passa per la simonia: per riportare un minimo di decoro sulla Cattedra di Pietro, nel 1045 papa Gregorio VI è costretto infatti a comprare il titolo dal suo predecessore e per strappare la nomina del papa alle famiglie patrizie di Roma i riformatori devono affidarsi ad un altro potere laico: quello del Sacro Romano Impero di Germania.

Clemente II nel 1046 stabilisce infatti che l’elezione del Papa debba partire da una designazione imperiale; di fatto è l’imperatore a nominare i papi successivi che però, a loro volta, cercheranno di svincolarsi rivendicando con sempre maggiore forza la libertà e l’autonomia della Chiesa.

Leone IX, ad esempio, pur essendo scelto dall’imperatore Enrico III nel 1048, vincola l’accettazione della carica all’approvazione di clero e popolo romano e la stessa linea viene mantenuta da Vittore II, che affida al monaco Ildebrando di Soana la riforma del conclave, completata e promulgata da Niccolò II nel 1059.

Una scheda usata in un conclave per l’elezione del papa

Per liberarsi tanto dal giogo imposto dalle famiglie della capitale quanto da quello dell’imperatore, l’elezione del Papa viene riservata al solo clero romano: per la precisione ai “cardini” della Diocesi di Roma, ovvero i vescovi delle diocesi suburbicarie – a cui si aggiungeranno in seguito i preti e i diaconi di Roma – che vengono detti “Cardinali”.

I cardinali vescovi sono i rettori delle sette diocesi confinanti con Roma e da essa dipendenti: Albano, Tuscolo (ovvero Frascati), Palestrina, Porto e Santa Ruffina, Sabina e Poggio Mirteto, Velletri e Ostia. I cardinali diaconi sono invece coloro che sovrintendono alle sette diaconie in cui è divisa la città, mentre i cardinali preti sono i sacerdoti preposti alle 25 (poi 28) chiese titolari nelle quali è suddivisa l’amministrazione religiosa di Roma. Il decreto In nomine domini del 1059 riserva dunque l’elezione del sommo pontefice ai soli cardinali, eliminando ogni interferenza da parte del resto del clero, dei feudatari, del popolo romano e dell’imperatore, a cui viene riconosciuto il solo diritto di conferma.

“Il modello adottato da Niccolò II – spiega Zizola – destinato a orientare sostanzialmente il sistema elettorale supremo fino ai giorni nostri, è decisamente aristocratico, perdendo quegli aspetti di partecipazione popolare che Ildebrando ha pur tentato di preservare e recuperare nell’introdurre i primi svincoli dal giogo imperiale. Il primo obiettivo da conseguire è l’indipendenza degli elettori e la riforma non trova per questo soluzione migliore che quella di restringere la composizione del corpo elettorale” . Nei secoli successivi, l’elezione verrà regolamentata in modo sempre più dettagliato: prima verranno ammessi al conclave anche i cardinali preti e quelli diaconi, poi – nel 1179 – si stabilirà il quorum dei due terzi del collegio perché l’elezione sia valida.

Nel frattempo anche il cardinalato cambia la sua identità: da membri del clero romano i cardinali diventano i vertici dell’aristocrazia cattolica e il titolo sarà per secoli – fino all’epoca contemporanea – attribuito ai rampolli delle famiglie nobiliari e svincolato completamente dall’originario ruolo di vescovo, prete o diacono di Roma, a cui resta legato oggi solo formalmente.

La chiusura della porta di un conclave

Intanto il Concilio di Lione, nel 1274, prevede che il conclave debba tenersi dieci giorni dopo la morte del papa nel palazzo abitato dallo stesso papa. Ogni cardinale può avere un solo servitore, tutti debbono abitare nello stesso salone, senza pareti divisorie o tende. A nessuno deve essere permesso recarsi dai cardinali o mandare messaggi. Per costringere poi i cardinali a sbrigarsi, si stabilisce che passati i primi tre giorni, nei cinque successivi sia a pranzo che a cena “i cardinali si contentino ogni giorno di un solo piatto. Passati questi senza che si sia provveduto a eleggere il papa, sia dato loro solo pane, vino ed acqua, fino a che non avvenga l’elezione”.

Dal Basso Medioevo fino al Settecento gran parte dei cardinali saranno laici, destinati spesso a ricevere l’ordinazione sacerdotale ed episcopale solo dopo l’elezione a papa. E anche quando, nell’Ottocento, il cardinalato tornerà ad essere riservato ai religiosi, resterà completamente alieno al titolo presbiteriale, episcopale o diaconale e da un ruolo all’interno della Diocesi di Roma. Un titolo che pure resta ancora testimoniato dai documenti ufficiali e dagli stemmi cardinalizi che si possono ammirare sulle facciate della basiliche della Città eterna.

Nel corso del XX secolo il cardinalato subirà un’ulteriore evoluzione: una Chiesa ormai priva del potere temporale, ma con una visione ormai globale del mondo, non può più essere governata solo da Roma e dall’Italia: i papi scelgono così i cardinali non più tra i notabili della Curia, ma tra i più importanti vescovi del mondo.

Nascono le cosiddette “sedi cardinalizie”: il cardinalato non è più un titolo personale, ma la conseguenza di un ruolo rivestito nella chiesa universale. Il conclave si fa così sempre più internazionale e dopo mezzo millennio nel 1978 in Vaticano torna a sedere un papa arrivato “da un paese lontano”.

Resta il problema di una Chiesa autoreferenziale con papi scelti da cardinali scelti a sua volta da papi, da cui restano escluse tanto una reale dinamica democratica quanto la partecipazione dei laici.

Per questo, dopo il Concilio Vaticano II papa Paolo VI da una parte fa uscire dal conclave i cardinali ultra ottantenni e dall’altra pensa di farci entrare rappresentanti laici e i presidenti delle Conferenze episcopali. Il progetto incompiuto, però, viene affossato dai suoi successori.

Con papa Francesco, poi, finisce anche la stagione delle sedi cardinalizie: il pontefice argentino da una lato rifiuta il titolo stesso di papa autodefinendosi “vescovo di Roma”, dall’altro sceglie i cardinali in base ai carismi personali, escludendo clamorosamente prelati come il patriarca di Venezia, l’arcivescovo di Torino e diversi presidenti di ministeri vaticani, e includendo – al contrario – vescovi di diocesi minori come Perugia e Ancona. L’antica tradizione è ancora in piena evoluzione.

Arnaldo Casali

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Celestino V, eremita nato con la camicia

L’incoronazione di Celestino V

Era nato con la camicia, Pietro Angelerio.

La madre dell’uomo che il 5 luglio 1294 sarebbe stato eletto papa con il nome di Celestino V, e che avrebbe anticipato di 719 anni tanto la figura di un papa dimissionario quanto quella di un papa francescano e allergico al potere, amava infatti raccontare che quando il bimbo era uscito dall’utero, era rivestito di una sorta di “tunica”, quasi a profetizzare l’abito religioso che avrebbe indossato da adulto.

Tecnicamente, il neonato era ancora avvolto nel sacco amniotico: un evento relativamente frequente quando le donne partorivano in casa e avevano numerose gravidanze, e che veniva considerato di buon auspicio, tanto da dare luogo al celebre proverbio. “A questo evento – spiega Paolo Golinelli in “Il papa contadino” – sin dall’antichità si era attribuito un significato particolare. Quella veste, che copriva come una camicia la parte superiore del corpo, diventava il segno di una distinzione che troviamo associato in tutte le culture a un significato magico positivo”.

Pietro era stato l’undicesimo figlio, ed era nato tra la fine del 1209 e l’inizio del 1210 nel Molise, a Sant’Angelo Limosano o forse a Isernia.

La sua è una tipica famiglia contadina, di piccoli o medi proprietari della terra che lavorano. Il padre Angelerio si dedica al lavoro dei campi insieme ai figli mentre la madre Maria è occupata nelle faccende domestiche e nell’educazione dei figli.

Angelerio muore quando Pietro ha solo cinque anni e l’aspirazione massima della madre è quella di avere un figlio consacrato a Dio. “Quando Pietro nacque già un suo confratello, il secondogenito, si era avviato al sacerdozio, ma troppo bello e attratto dalla vanità del mondo, si comportava in modo indegno per la sua condizione e tutta la famiglia ne soffriva. La punizione divina non tardò ad abbattersi su di lui e appena diventato monaco morì”. Benché gli altri fratelli mal sopportino l’idea che braccia tanto forti vengano sottratte al lavoro nei campi, la madre decide quindi di spingere Pietro verso la vita religiosa.

Celestino racconta nella sua stessa autobiografia di essere stato un bambino vivace e che quando giocava con gli altri si lasciava andare a un linguaggio indecente. In ogni caso, entra diciassettenne nel monastero benedettino di Faifoli. Ma dopo appena tre anni – nel 1230 – insoddisfatto della vita che vi viene condotta lascia il monastero e si mette alla ricerca di una nuova forma di vita religiosa. “Dalle poche annotazioni delle agiografie egli appare un animo inquieto, insoddisfatto della vita normale di quei monaci (di cui non si dice niente di esplicito), ma ancora molto insicuro di sé”.

Celestino V (probabile) in un affresco della chiesa di Santa Maria Assunta ad Assergi, poco lontano da L’Aquila

Partito alla volta di Roma con un amico, vorrebbe rivolgersi al papa per un consiglio: probabilmente pensa già di fondare un nuovo ordine religioso e vuole l’approvazione del pontefice. Abbandonato dal compagno, Celestino deve attraversare un ponte ma a metà tragitto è preso dalla paura e torna indietro, fermandosi presso una chiesa intitolata a San Nicola, protettore dei pellegrini. “Egli ha bisogno di raccogliere tutte le sue forze per affrontare la nuova vita – commenta Golinelli – e nella preghiera e nella meditazione presso questo oratorio può trovare in sé quel mezzo magico che gli consentirà di superare la prova”.

Il giorno dopo compra due pani e due pesci e sale sul monte. Quando già è vicino all’eremo, ecco che gli si fanno incontro due bellissime donne, che mettendogli le mani addosso gli dicono: “Non andare: l’eremita non c’è, vieni con noi”. A fatica il giovane monaco riesce a liberarsi dell’abbraccio delle tentatrici, poi giunto finalmente all’eremo, ci resta per dieci giorni, salvo poi mettersi nuovamente alla ricerca di un posto ancora più solitario, che individua in una grotta alle falde del Monte Pallano. “Si scavò una grotta nella quale a malapena riusciva ad alzarsi in piedi o a distendersi completamente, anche perché era piuttosto alto”. Qui Pietro vive per tre anni, vestito di una sola tonaca con cappuccio, combattendo la propria lotta personale contro le tentazioni diaboliche.

Passati tre anni nell’eremo, Celestino arriva finalmente a Roma e qui viene ordinato sacerdote.

Al rientro dalla capitale della cristianità, il monaco sceglie un altro luogo dove condurre la sua vita eremitica: il Monte Morrone.

Rainaldo di Gentile di Sulmona, medico ottuagenario, interrogato per il processo di canonizzazione di Celestino nel 1306, testimonierà che “mentre era all’età di circa quindici anni e il detto frate Pietro era di circa 23 anni, come gli sembrò, vestito da monaco un giorno lo incontrò fuori Sulmona e Pietro gli chiese di insegnargli il luogo dell’eremo, in cui faceva penitenza un certo fra Flaviano di Fossanova”. Rainaldo lo accompagna sul monte Morrone e trovato l’eremo abbandonato, Pietro lo sceglie come sua dimora. Siamo nel 1241.

Quel luogo gli sembra adatto e invita il giovane Rainaldo a tornare qualche giorno dopo. Quando questi ricompare sulla porta dell’eremo, però, Pietro non c’è: è andato intorno al monte a cercare un luogo più aspro e forte in cui vivere, come riferisce al ragazzo quando torna alla sua cella. A quel punto il giovane gli fa: “Aspetta che cada la neve, e vedrai se questo non è un luogo aspro”.

“Quell’eremo divenne per Pietro il primo vero e proprio luogo di preghiera e di predicazione, nel quale esercitare la sua duplice missione di asceta e di sacerdote”.

Cominciano ad accorrere persone dalla vicina Sulmona, alcuni per aiutare l’eremita a provvedere alle sue necessità, altri per ascoltarne la parole e invocare le grazie che il penitente chiede a vantaggio dei sofferenti, altri ancora per fermarsi con lui e condividerne l’esperienza eremitica, come Bartolomeo da Trasacco e Tommaso di Sulmona. Si va subito costituendo una piccola comunità, nucleo di quello che sarebbe divenuto il nuovo ordine religioso.

“Si alzava nel primo silenzio della notte per render lode a Dio e testimoniare col profeta il suo nome, e gettandosi a terra, in ginocchio con le braccia alzate, e levava sospiri al cielo. Se poi non c’erano altri religiosi con lui, si sottoponeva a una disciplina ancora maggiore e cominciava a implorare perdono per i suoi peccati percuotendosi con una frusta”. Poi scrive, rilega libri, rattoppa e cuce le vesti logore sue e dei suoi compagni, e costruisce cilici con peli di cavalli e di buoi. “Passava la notte sino al canto del gallo in preghiere e genuflessioni, e solo quando la stanchezza lo sopraffaceva, reclinava il capo su di una grata di legno nuda, senza alcun cuscino, perché un sonno troppo profondo non finisse per essere popolato da quelle visioni peccaminose dalle quali aborriva. Giungeva così all’ora delle preghiere del mattutino senza aver né riposato le sue membra, né tantomeno dormito, e ricominciava la sua giornata di preghiera, penitenza e lavoro”.

Dopo cinque anni il Monte Morrone è diventato molto frequentato – troppi pellegrini arrivano a rompere il silenzio – e l’eremita decide di trovare, ancora volta, un rifugio più remoto e meno accessibile sui monti della Maiella, anche se sul Morrone verrà in seguito edificata la grande badia di Santo Spirito, casa madre di tutta la congregazione celestiniana.

Il monte Morrone e, sullo sfondo, il gruppo della Majella

Sull’“asprissima” Maiella, Pietro restaura le cappelle e gli edifici abbandonati dagli eremiti che lo hanno preceduto, tra cui Desiderio, abate di Montecassino, succeduto a Gregorio VII con il nome di Vittore III.

“Non fu una scelta popolare la sua: anche i suoi discepoli più fedeli che lo seguivano ovunque protestarono per le difficoltà di accesso a quell’eremo, lontano e raggiungibile solo con una mulattiera, e non mancò chi cercò di dissuaderlo, anche con mezzi non proprio pacifici”. Nel suo libro Celestino, Paolo Golinelli rievoca l’episodio dell’incendio delle fascine che l’eremita e i suoi compagni avevano posto a chiusura dell’ingresso della spelonca.

Era andato in cerca di solitudine, Pietro, ma si ritrova a fondare un nuovo ordine religioso. Sono sempre di più, infatti, i frati che si uniscono a lui. Dal romitorio di Santo Spirito Pietro si sposta – dopo cinque nani – a San Bartolomeo in Legio, sempre sulla Maiella, a seicento metri di altitudine: qui l’eremita sceglie una spelonca scavata sotto un enorme tetto di roccia lungo cinquanta metri, ai piedi della quale scorre il Rio Freddo. Poi passa a San Giovanni all’Orfento, nella parte opposta della Majella rispetto a Sulmona, in una grotta inaccessibile e a 1227 metri di quota, quindi in San Nicola della Maiella e altri eremitaggi. “Quando il luogo prescelto diveniva troppo noto e accessibile, egli ne cercava un altro – spiega Golinelli – lasciando due o tre compagni nel precedente. In questo modo finì per costituirsi una famiglia monastica sparsa in celle poste lungo un circuito eremitico tra il Monte Morrone e la Maiella e le montagne circostanti, che egli visitava periodicamente”.

Quando il Concilio di Lione del 1274 proibisce la costituzione di nuovi ordini religiosi, Pietro rende pubblica la conferma del suo da parte di Urbano IV nel 1263, poi decide di abbondare le sue montagne e la loro solitudine e recarsi di persona, a piedi, a Lione. “Sarebbe troppo lungo raccontare quanti e quali pericoli si trovò ad affrontare con i suoi fratelli lungo questo viaggio: nell’andata, nella sosta e nel ritorno da Lione” scrive Tommaso da Sulmona. Ma il viaggio non è inutile: Pietro torna con il privilegio di conferma del suo ordine, al quale è assegnata la regola di San Benedetto.

A complicare la vita di Pietro non sono solo i briganti che incontra per strada, ma anche i vescovi delle diocesi dove si trovano gli eremi, che hanno già requisito i beni dell’ordine “andando dicendo a tutti che l’ordine era stato soppresso” e sono ora costretti a restituire il maltolto.

Nel 1275, quando la sua Regola viene approvata, sono 16 le comunità che fanno capo a Pietro del Morrone: santo Spirito di Maiella, San Giorgio di Roccamorice, San Giovanni di Maiella, San Bartolomeo di Legio, San Cleto di Musellaro, Santa Maria e Sant’Angelo di Tremonti, Santa Maria del Morrone, Sant’Antonio di Campo di Giove, San Giovanni d’Acquasanta, San Comizio d’Acciano, Santo Spirito di Isernia, Santa Maria di Ajelli, Sant’Antonio di Campagna in Ferentino, Sant’Antonino di Anagni, San Leonardo di Sgurgola, San Francesco di Civita D’Antino.

Nel 1276 Pietro decide anche di recuperare e restaurare il monastero in cui era entrato a diciassette anni – Santa Maria di Faifoli – ormai abbandonato e fatiscente. Ci vive per due anni come abate, poi lo lascia ad un altro frate, quando la comunità è ormai arrivata a quaranta monaci. Col passare degli anni sempre più abbazie vengono aggregate alla congregazione dei morronesi.

Il 6 ottobre 1287 Nicola, vescovo dell’Aquila, concede a Pietro l’esenzione della giurisdizione episcopale per la chiesa che si sta costruendo – grazie a loro – a Collemaggio, nella città dell’Aquila. “Con questo atto i monaci di Pietro del Morrone si insediavano in una città – commenta Golinelli – certo piccola e praticamente in costruzione, ma ugualmente una città”.

La badia di Santo Spirito del Morrone

Poi viene costruita la badia di Santo Spirito del Morrone che ospita nel giugno 1293 il capitolo generale dell’Ordine che delibera di trasferire qui l’abate della congregazione, visto che l’ordine si è ormai molto ampliato e la Maiella è troppo difficile da raggiungere. Pietro però, non rimane nel nuovo monastero, ma si rimette in cerca di un eremo più inaccessibile. E si rifugia in una grotta sulla parete scoscesa del Monte Morrone. Ed è proprio qui che lo troveranno gli inviati del Conclave per consegnargli le chiavi di San Pietro.

Quando muore Niccolò IV sono 12 i cardinali che si ritrovano in lotta per la successione: Latino Malabranca, imparentato con gli Orsini, rappresentante dei frati domenicani, che presiede il Conclave e convoca la prima seduta nel palazzo dei Savelli sull’Aventino, presso Santa Sabina. I francesi sono rappresentati da Giovanni Cholet, che però muore qualche giorno dopo l’inizio del conclave, e dal domenicano Ugo Aycelin de Billom. La famiglia Orsini è rappresentata dal potentissimo Matteo Rosso – che ha partecipato a tutti i conclave degli ultimi trent’anni, e parteciperà anche ai successivi fino al 1305 – e da suo nipote Napoleone, che è invece al suo primo conclave. I Colonna sono rappresentati da Giacomo e da suo nipote Pietro. C’è poi Benedetto Caetani, esponente di una famiglia della piccola nobiltà della campagna – Anagni – in ascesa ma non ancora affermata, che mantiene una posizione molto defilata. Infine ci sono Giovanni Boccamazza, nipote di papa Onorio IV, Gerardo Bianchi, Piero Peregrosso e l’umbro Matteo d’Acquasparta, della famiglia dei Bentivegna.

Nessuna delle fazioni riesce a raggiungere i due terzi dei voti e la situazione di stallo si protrae per ben due anni.

CelestinoV in un’opera di Niccolò Di Tommaso (ca.1343-1405)

I due principali contendenti sono Matteo Rosso Orsini e Giacomo Colonna “pari nell’odio e da pari contendenti” come vengono definiti da un cronista vicentino contemporaneo. Quando però nel conclave entra la peste (uccidendo Giovanni Choelt) l’assemblea viene sospesa per riaprirsi dopo un anno e mezzo a Perugia. Gli schieramenti restano contrapposti: quattro per Orsini e quattro per i Colonna, mentre non riescono a decollare candidature di compromesso come quella di Matteo d’Acquasparta. Qui passa anche Carlo II d’Angiò, che – reduce dall’accordo con gli Aragonesi per il governo della Sicilia – esorta i cardinali a dare in tempi brevi un papa alla cristianità. Sembra che sia proprio in quest’occasione a nascere l’ipotesi di un candidato esterno al conclave e di conclamata santità. D’altra parte se Malabranca è amico di Pietro, il Re di Napoli ha già concesso privilegi alla congregazione del Morrone, cui fa visita proprio tornando da Perugia per assegnare una speciale rendita al romitorio.

Dopo l’incontro con il sovrano, Pietro decide di intervenire in prima persona sul conclave, inviando ai cardinali una lettera nella quale si profetizzano sventure in una Chiesa che da più di due anni è senza pontefice. A quel punto il cardinale Latino Malabranca, destinatario della lettera, propone proprio lui come papa. E l’idea accoglie l’adesione quasi immediata di tutti i cardinali.

Nel mondo cristiano si diffondono stupore e speranza: l’elezione di Celestino sembra compiere la profezia di Gioachino da Fiore sull’Avvento dell’Età dello Spirito Santo e all’incoronazione – che avverrà il 29 agosto all’Aquila – parteciperà una folla di 20mila persone.

“Finalmente – fa commentare a un popolano Ignazio Silone nel suo capolavoro teatrale “L’Avventura di un povero cristiano” – avremo un papa che crede in Dio”.

Arnaldo Casali

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Il miracolo di Bolsena

La chiesa di Santa Cristina a Bolsena

È la tarda estate del 1263 a Bolsena, cittadina in provincia di Viterbo.

Pietro da Praga celebra la messa nella chiesa di Santa Cristina, reduce da un lunghissimo viaggio.

Era partito mesi prima dalla Boemia per recarsi in pellegrinaggio a Roma, con la speranza di placare i dubbi di fede che stanno mettendo in crisi la sua stessa vocazione.

Ormai da tempo infatti, il sacerdote è assalito da un terribile dilemma: quello sulla reale presenza di Cristo nel pane e nel vino consacrato. Non riesce a credere che, al momento della consacrazione, quel pane azzimo diventi davvero carne e quel vino rosso sia il sangue di Cristo.

Tutto sommato, Cristo stesso ha detto “fate questo in memoria di me”. L’eucarestia, dunque, non è altro che una commemorazione e il pane e il vino sono memoria dell’ultima cena, segno di comunione cristiana, solo un simbolo del corpo e del sangue di Cristo. È quanto, in fondo, sostengono illustri teologi come Berengario da Tours e moltissimi cristiani. Come possono essere materialmente carne e sangue? Se così fosse non sarebbe allora quasi un atto di deifagia? Non era forse – quella di cannibalismo – proprio una delle principali calunnie rivolte contro i primi cristiani?

Il miracolo di Bolsena in una miniatura medievale

Pietro celebrava la messa ogni giorno, tra le sue mani il pane e il vino consacrati. E vedeva, ogni giorno, che si trattava proprio di pane e vino, non di carne e sangue. Come poteva, dunque, credere per fede il contrario di ciò che i suoi occhi e le sue mani gli dicevano ogni santo giorno?

Erano ormai mesi che era roso da questo dilemma e per questo motivo aveva deciso di recarsi in pellegrinaggio sulla tomba dell’Apostolo. Aveva passato intere giornate in preghiera, penitenza e meditazione nella basilica di San Pietro. E finalmente, fugato ogni dubbio sul sacramento, con l’animo rinfrancato il sacerdote si era messo sulla via del ritorno.

Sulla via Cassia, Pietro si ferma a pernottare nella chiesa di Santa Cristina. Il ricordo della martire, la cui fede non aveva vacillato di fronte all’estremo sacrificio, ha però turbato nuovamente il sacerdote, che il giorno dopo decide di celebrare la messa in quella stessa chiesa.

Sta per arrivare il momento della consacrazione e Pietro è invaso nuovamente dall’incertezza su quello che sta facendo. Prega intensamente la santa perché interceda presso Dio. Poi consacra l’ostia, recita la preghiera liturgica e la spezza.

In quel momento sente il pane tra le sue mani diventare un pezzo di carne, da cui comincia a stillare sangue. Impaurito e confuso, cerca di nascondere ai presenti quello che sta succedendo. Conclude in fretta la celebrazione e avvolge tutto nel corporale di lino usato per la purificazione del calice, che si macchia subito di sangue, poi fugge letteralmente in sacrestia. Durante il tragitto alcune gocce cadono sul marmo del pavimento e sui gradini dell’altare.

Il miracolo di Bolsena affrescato da Ugolino di Prete Ilario (1357-1364) nella cappella del Corporale del duomo di Orvieto

Subito dopo Pietro si dirige a Orvieto, dove si trova in quel momento Urbano IV. Ottiene di essere ricevuto in udienza e gli racconta tutto.

Il papa, per verificare l’accaduto e recuperare le reliquie, invia a Bolsena il vescovo di Orvieto Giacomo, accompagnato, secondo la tradizione, dal teologo domenicano Tommaso d’Aquino e dal francescano Bonaventura da Bagnoregio.

Tra l’esultanza generale, il vescovo torna dal papa con le reliquie del miracolo, che vengono mostrate al popolo dei fedeli e deposte nel sacrario della Cattedrale di Santa Maria.

Il Reliquiario del Corporale di Bolsena, gioiello di oreficeria medievale in oro, argento e smalto traslucido realizzato dal senese Ugolino di Vieri tra il 1337 e il 1338 e conservato nel duomo di Orvieto (a destra, il particolare della resurrezione)

Dopo il clamoroso miracolo il papa viene di fatto costretto ad ascoltare le richieste che ormai da vent’anni arrivano da Ligi, dove la beata Giuliana ha convinto il suo vescovo nel 1247 ad istituire una festa in onore del Santissimo Sacramento. Non passa quindi un anno dal miracolo che il papa – l’8 settembre 1264 – con la bolla Transiturus de hoc mundo istituisce la Solennità del Corpus Domini, che tutta la Chiesa celebrerà il giovedì dopo l’ottava di Pentecoste.

Ostia e corporale non torneranno mai più a Bolsena e per custodirli sarà edificato – a partire dal 1290 – il Duomo di Orvieto.

In particolare, Ugolino da Vieri realizzerà nel 1338 il Reliquiario del Corporale di Bolsena, che sarà inserito a sua volta in un’apposita cappella inaugurata nel 1363. Sarà lo stesso Tommaso d’Aquino invece, a preparare i testi per la liturgia delle ore e per la messa della festività.

Le quattro lastre di marmo macchiate di sangue saranno invece collocate, nel 1704, all’interno della cappella nuova del miracolo a Bolsena e una quinta lastra sarà donata, nel 1574, alla parrocchia di Porchiano del Monte, nell’amerino.

In realtà, quello della transustansazione diventerà un vero e proprio dogma solo con il Concilio di Trento nel 1551. Mentre la comunità scientifica dibatte ancora oggi sull’autenticità del miracolo, senza che la Chiesa abbia mai autorizzato un’analisi sulle reliquie.

Arnaldo Casali

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Il gran rifiuto di Celestino V

Celestino V, nato Pietro Angelerio (o secondo alcuni Angeleri), detto Pietro da Morrone e venerato come Pietro Celestino (Molise, fra il 1209 ed il 1215 – Fumone, 19 maggio 1296), fu il 192º papa della Chiesa cattolica dal 29 agosto al 13 dicembre 1294

“Finalmente avremo un papa che crede in Dio”.

Con queste parole Ignazio Silone fa commentare a un popolano l’elezione di papa Celestino V in L’avventura di un povero cristiano, opera teatrale pubblicata nel 1968 e dedicata a quello che è conosciuto come il papa “del gran rifiuto” per la citazione (assai poco benevola) che Dante ne fa nella Divina Commedia.

In realtà papa Celestino – morto il 19 maggio del 1296 – fu tutt’altro che vile: la chiesa lo ha proclamato santo il 5 maggio del 1313 e gli studiosi non sono neppure concordi sul fatto che l’Alighieri si riferisca proprio a lui.

Pietro Angelerio, nato all’inizio del XIII secolo in Abruzzo, aveva passato gran parte della vita come eremita sul monte Morrone, dove aveva fondato un ordine monastico e si era guadagnato fama di santità. Nel 1294 aveva inviato un messaggio ai dodici cardinali riuniti in conclave a Perugia per eleggere il successore di Niccolò IV, primo papa francescano, che era morto ormai da due anni.

È Latino Malabranca ad avere l’idea di scegliere proprio Pietro e i cardinali concordano perché il monaco abruzzese rappresenta una soluzione “neutra” al conflitto che contrappone le grandi famiglie romane. Inoltre, sono convinti che un monaco totalmente inesperto di politica sarà molto più facile da gestire.

Celestino viene eletto il 5 luglio 1294 e la notizia suscita stupore e speranza in tutto il mondo cristiano: l’arrivo sul trono di Pietro di un eremita con fama di santità sembra compiere la profezia di Gioachino da Fiore sull’avvento dell’Età dello Spirito.

“In realtà l’elezione di Pier del Morrone non rappresentò la vittoria della chiesa spirituale sulla chiesa carnale – commenta Paolo Golinelli in Il papa contadino – se così fosse altre figure sarebbero emerse, ben più vigorose, pensiamo solo ad Angelo Clareno”.

Celestino V (probabile) in un affresco della chiesa di Santa Maria Assunta ad Assergi, poco lontano da L’Aquila

Se Raoul Manselli ed Edith Pàsztor parlano di “irruzione del soprannaturale nella storia”, secondo Golinelli “siamo di fronte semmai all’irruzione dell’insicurezza, in quella fine di secolo tanto travagliata, e dell’affacciarsi della stanchezza dopo 27 mesi di conclave, sedi diversi e molteplici traversie, anche politiche e militari, per l’oggettiva difficoltà di mantenere il dominio dello Stato Pontificio in quelle circostanze”.

L’eremita ha 84 anni, ed è un personaggio che evidentemente si ritiene di poter manipolare facilmente. E che in ogni caso non darà fastidio: il suo sarà un pontificato di tregua e di breve durata. Il classico papato “di transizione”.

Jacopone da Todi, invece, da smaliziato francescano spirituale quale è, ha già intuito i retroscena della “miracolosa” elezione, e mette in guardia il nuovo papa scrivendogli una lauda che più che un biglietto di auguri appare come una lettera di condoglianze:

“Que farai, Pier da Morrone? Sei venuto al paragone. Vederimo êl lavorato, che en cell’ài contemplato. S’el mondo de te è ’ngannato, séquita maledezzone”.

Il poeta continua con parole durissime verso i cardinali che hanno eletto il santo eremita: “L’ordine del cardelanato posto è en basso stato, ciaschedun suo parentato d’arricchire ha intenzione”. Profeticamente, Jacopone aggiunge: “Guardati dal barattare, che in ner per bianco fan vendàre, se non te sai ben schermire canterai mala canzone”.

Se Dante lo accuserà di viltà per la rinuncia, Jacopone – al contrario – lo commisera proprio per aver accettato:

“Grann’eo n’ abi en te cordoglio co’ t’escìo de bocca: «Voglio», ché t’ài posto iogo en collo, che tt’è tua dannazione”.

Celestino decide però di dare subito un segnale forte: partendo alla volta di Roma per l’incoronazione, non fa sellare un cavallo ma un asino.

“Udendo ciò i re e i cardinali, che se la godevano su bellissimi cavalli e palafreni, ammirarono la sua grande umiltà ma cercarono di dissuaderlo” racconta Tommaso da Sulmona. Celestino, per niente convinto, segue il suo proposito e accompagnato da una grandissima folla arriva a L’Aquila il 25 luglio. Il nuovo papa si trova già tra due fuochi: i cardinali vogliono che li raggiunga a Perugia, lui vorrebbe andare a Roma, Carlo d’Angiò re di Napoli, invece, insiste perché resti a L’Aquila. Il motivo ufficiale è che fa troppo caldo e il papa è troppo vecchio per affrontare un viaggio così lungo. Ma la verità è che il sovrano, che dopo tanti conflitti con la Chiesa si è ritrovato ad avere un papa nel suo regno, non ha nessuna intenzione di fargli raggiungere lo Stato pontificio. Celestino, legatissimo a L’Aquila, dove lui stesso ha fondato la basilica di Collemaggio, è propenso a seguire il parere di Carlo. Si cerca quindi una soluzione di compromesso: i cardinali propongono di organizzare l’incoronazione a Rieti, che è più vicina ma già nello Stato della Chiesa, ma alla fine è il re ad averla vinta.

Carlo d’Angio (1226-1285) incoronato da Clemente IV

“Purtroppo Celestino V si mostrò fin dall’inizio creatura di Carlo lo Zoppo – commenta Golinelli – che faceva quanto il sovrano gli diceva. Da parte sua il re fece di tutto per legare a sé il papa, anche col vincolo della gratitudine e dell’amicizia”. Non a caso, quando ad agosto muore Latino Malabranca, Celestino lo sostituisce con la nomina a cardinale decano dell’unico francese del collegio.

Il 15 agosto avviene la vestizione e la scelta del nome, mentre il 29 agosto è il momento dell’incoronazione, che raccoglie una folla di 200mila persone. Al termine della cerimonia il papa sale su un cavallo bianco e percorre le vie della città, seguito da una lunga processione. L’eremita sembra aver già iniziato ad adeguarsi al fasto mondano.

Come segretario, Celestino sceglie un laico – Bartolomeo da Capua – e il primo settembre 1294 nomina 12 cardinali, in gran parte ispirati da Carlo II: sette sono francesi e cinque italiani, cinque benedettini tutti legati agli angioini e fra essi persino uomini della cancelleria del re di Napoli, mentre due sono monaci celestini: Francesco D’Atri e Tommaso di Ocre. Il papa angelico, d’altra parte, non si fa problemi a privilegiare apertamente il suo ordine: con la bolla del 27 settembre, priva completamente i vescovi della giurisdizione su monasteri e monaci celestini e arriva persino a nominare un morronese come abate di Montecassino, trasferendo l’abate precedente a Marsiglia e generando sempre più malcontento tra i benedettini tradizionali.

Il 29 settembre firma la bolla con cui istituisce la Perdonanza di L’Aquila: “Noi che nel giorno della decollazione del capo di san Giovanni nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio dell’ordine di San Benedetto, ricevemmo l’insegna del diadema impostoci sul capo, desideriamo che quella chiesa si elevi ad onori speciali! Tutti coloro che saranno veramente pentiti dei peccati confessati, che dai vespri della vigilia della festa fino ai vespri immediatamente seguenti la festa stessa ogni anno entreranno nella predetta chiesa per la misericordia di Dio onnipotente e confidando nell’autorità dei santi Pietro e Paolo, assolviamo da ogni colpa e pena che meriterebbero per i loro delitti e per tutte le cose commesse sin dal battesimo”.

Il 6 ottobre il papa, scortato da Carlo II, lascia L’Aquila: vorrebbe raggiungere Roma, ma finisce per seguire il re a Napoli, e si fa costruire una cella in legno all’interno della stessa reggia. Il pontefice appare ormai come prigioniero del sovrano angioino e il paradosso è doppio: non solo il vicario di Cristo è ostaggio di un sovrano laico, ma uno stesso re – quale il papa è – finisce per essere “ospite permanente” di un sovrano confinante.

Le spoglie di Celestino V sono conservate nella basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila. Dopo la ricognizione canonica del 2013, la maschera in cera che copriva il volto del papa è stata sostituita con una in argento

Da Napoli, Celestino continua a emanare decreti: se di molti non è l’ispiratore, di alcuni non è probabilmente nemmeno a conoscenza. “Celestino compiva le azioni di un uomo santo, poiché non si era allontanato dell’innocenza della vita precedente per essere divenuto pontefice – scrive il contemporaneo Tolomeo Fiadoni da Lucca – tuttavia veniva raggirato dai suoi funzionari in ordine ai privilegi che concedeva, dei quali egli non poteva aver notizia sia per la debolezza della vecchiaia, sia per l’inesperienza di governo intorno alle frodi e alle malizie umane nelle quali i curiali sono particolarmente esperti”.

Il papa incontra anche diverse e umilianti difficoltà pratiche: a cominciare dalla poca dimestichezza con il latino, usato in tutti i documenti ma anche nelle cerimonie ufficiali. Tra i ghigni della corte reale e il sarcasmo della curia papale, il pontefice chiede che ogni atto da firmare gli venga tradotto in volgare e che anche nei concistori si possa evitare di parlare in latino.

Ma Celestino non è uno sprovveduto: nella sua vita ha fondato decine di monasteri ed è a capo di un ordine grande e influente. Capisce benissimo che sta perdendo sempre di più il controllo della situazione, ma non ha la forza di reagire e si trova ormai in un cul de sac, sotto scacco di un sovrano potente e di una curia sempre più alla deriva. Proprio questa consapevolezza fa maturare in lui l’idea di dimettersi dal pontificato e tornare a fare l’eremita.

Una parte, in questa decisione, la riveste senza dubbio il cardinale Benedetto Caetani, consulente giuridico del papa sul quale – divenuto suo successore – sarebbe caduta una leggenda nera che vuole lo cospiratore e manipolatore dell’anziano pontefice.

Le dicerie diffuse dai nemici di Bonifacio VIII vogliono addirittura che, come in un film tragicomico, Caetani avrebbe fatto udire di notte a Celestino voci che – grazie all’utilizzo di canne o strani marchingegni – sembravano provenire dall’aldilà e suggerivano al papa la rinuncia al pontificato.

Carlo non ha però nessuna intenzione di farsi sfuggire il papato dalle mani, e quando il papa inizia a valutare l’ipotesi delle dimissioni, lui sparge la voce e poi organizza una solenne processione per convincerlo di quanta stima goda e con quanta forza il popolo lo voglia al suo posto. La processione, descritta da Tolomeo Fiadoni – giunge alla reggia di Castelnuovo: i fedeli chiamano a gran voce il papa e uno dei vescovi alla guida della processione chiede udienza per invocare il pontefice a nome del re e di tutti i presenti di non lasciare il papato. Celestino si affaccia a una finestra accompagnato da tre vescovi e impartisce la benedizione apostolica. Un altro vescovo, da dentro, risponde tranquillizzando la folla. Il papa, perplesso, si ritira nella sua cella mentre il popolo canta il Te Deum.

“Egli è sempre lontano, raggiungibile solo per interposta persona – commenta Golinelli – chiuso nell’eremo, oltre un muro, oltre una grata. Quella è l’immagine più significativa di quest’uomo separato, diverso, lontano dalle persone comuni, incapace di seguirne i piccoli vizi, l’ambizione, la vanità, anche soltanto quel poco di egocentrismo che non può mancare in un personaggio pubblico”.

“Lo deridano pure coloro che lo videro – scriverà Petrarca – per loro il povero spregiatore delle ricchezze e la sua santa povertà apparivano vili di fronte al fulgore dell’oro e della porpora. A noi sia concesso di ammirare quest’uomo e di considerare una disgrazia il non averlo potuto conoscere personalmente”.

Dopo aver cercato di affidare a tre cardinali la reggenza della Chiesa, riservandosi solo un ruolo formale di rappresentanza, e aver ricevuto un rifiuto, Celestino inizia a cercare dei precedenti canonici che legittimino le sue dimissioni, sostenuto nell’opera dall’onnipresente Caetani.

Il 13 dicembre 1294 riunisce il concistoro dei cardinali. Sedutosi sul trono impone il silenzio, poi prende la pergamena e legge l’atto di rinuncia.

Bonifacio VIII indice il giubileo del 1300, Giotto, San Giovanni in Laterano, Roma

“Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità del mondo, al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale”.

Poi scende dal trono e depone a terra l’anello, e la corona e il manto pontificale, e si siede lui stesso a terra. Infine celebra la messa.

Nove giorni dopo, a Napoli si riunisce il nuovo conclave: in un primo momento punta su Matteo Rosso Orsini, che però rifiuta. La figura più opportuna appare allora proprio Benedetto Caetani: quello che si era opposto alle interferenze di Carlo II a Perugia e che aveva gestito la rinuncia di Celestino.

Il 24 dicembre 1294 il conclave elegge dunque Caetani, che prende il nome di Bonifacio VIII. Il 17 gennaio il nuovo pontefice entra trionfalmente a Roma e viene incoronato nella cattedrale di San Giovanni in Laterano. L’8 aprile Bonifacio annulla con un solo atto – Olim Celestinus – tutti i provvedimenti del suo predecessore.

Da parte sua, Celestino, appena appresa l’elezione del nuovo papa va a rendergli omaggio, poi chiede di essere confessato da lui, infine di poter tornare al suo eremo. Bonifacio però rifiuta e gli ordina di seguirlo in Campania. “Se non è mai facile succedere a dei santi, lo è tanto meno quando questi sono ancora vivi e restano punti di riferimento per chi li ha sempre seguiti”. Bonifacio non può lasciarsi sfuggire un uomo che potrebbe coagulare intorno a sé i suoi avversari e tornare a riprendersi il papato. I precedenti nella storia delle Chiesa, d’altra parte non mancano.

L’eremo in località Badia (Sulmona), sulle pendici del Monte Morrone

Celestino, che pensava di essersi liberato e capisce che finirà prigioniero, si dà alla fuga e torna al suo eremo. Agli inviati del nuovo papa che lo trovano, chiede di essere lasciato in pace e finire i giorni nella solitudine, promettendo che non rivolgerà la parola ad altri che ai suoi due fidatissimi compagni che lo hanno seguito. Bonifacio, lo sa benissimo, non accetterà mai di avere il suo predecessore-rivale libero. Quindi, prima che i messi papali possano tornare per catturarlo, fugge nuovamente e resta nascosto in una grotta per un paio di mesi. Quando le acque si sono calmate, si mette in cammino verso il Gargano. Arrivato in Puglia, si prepara ad attraversare il mare travestito da pellegrino per raggiungere la Grecia, dove spera di essere finalmente al sicuro. Il destino, però, non lo aiuta. Dio lo vuole a Roma e il suo piccolo vascello, al primo vento contrario, viene risospinto a riva. Ad attenderlo trova le guardie mandate dal capitano della città, che ha già avvertito il papa. Un vero e proprio calvario fatto di insulti e umiliazioni aspetta l’ex papa. Angelo Clareno scrive che, trasferito a Monte Sant’Angelo, i frati minori chiedono di avere udienza presso di lui, ma non appena sono introdotti alla sua presenza cominciano a inveire contro il vecchio monaco “con ogni sorta di affronti e villanie”.

La tomba di Celestino V nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio (L’Aquila) prima del terremoto del 2009

Bonifacio lo fa trasferire di notte e di nascosto ad Anagni – sua città natale – in una casetta vicino al palazzo di famiglia del pontefice. Celestino chiede ancora una volta di poter tornare alla sua cella e Bonifacio si consiglia con i cardinali: “Se papa Celestino tornerà a casa, tu non sarai mai davvero papa” gli rispondono. Nell’estate del 1295 Pier Celestino viene così trasferito nella rocca di Castel Fumone, nel cuore della Ciociaria. La cella è così stretta che il santo, nel celebrare la messa al mattino, mette i piedi dove li aveva tenuti la notte per dormire. Ma non si lamenta. In fondo ci è abituato.

L’ex papa passa tutto l’autunno e l’inverno senza un letto decente, un materasso, un cuscino, un sacco di piume con cui coprirsi, ma solo una tavola di legno con un tappeto e una coperta sottile.

Nel frattempo le dimissioni del papa angelico e l’elezione di quello che sarà definito addirittura “L’anticristo” stanno generando una sommossa popolare, aizzata dai nemici di Bonifacio e dai francescani spirituali, che accusano di simonia il nuovo papa e dichiarano la sua elezione illegittima aprendo le porte ad un nuovo scisma.

“Egli ammalato giaceva così su una tavola: quello invece, al quale aveva lasciato il papato, come un dio dormiva su letti d’oro e di porpora, e costui giaceva malato sulla durezza del legno nudo!” commenta Tommaso da Sulmona.

Pietro Celestino muore la sera di sabato 19 maggio 1296 mentre dice la compieta, e in particolare subito dopo aver pronunciato – con un tenue filo di voce – la frase “Ogni spirito lodi il signore”.

Secondo alcune fonti, al momento della sua morte compare una croce luminosa e i primi ad accorgersene sono i soldati che fanno la guardia. “Un globo di fuoco, rotondo come una palla, che a poco a poco cominciò ad allontanarsi e a diminuire l’intensità della sua luce sino a ridursi a una piccola croce del colore dell’oro e così rimase per lungo tempo, finché svanì ai loro occhi” racconta Tommaso.

Il 21 maggio viene celebrato il funerale nella chiesa di Sant’Antonio, poco lontano dal paese di Ferentino, a una decina di chilometri dal castello di Fumone. Da parte sua, Bonifacio VIII provvede a celebrare a San Pietro solenni esequie insieme ad altri cardinali. “Quasi un Te Deum di ringraziamento, viene da pensare, per una dipartita tanto attesa quanto prolungatasi nel tempo”.

Subito si comincia a parlare di guarigioni miracolose avvenute presso la sua tomba. Ma perché si apra il processo di canonizzazione, bisognerà aspettare la morte di Bonifacio VIII.

Nel 1307 Filippo il bello cercherà di far riconoscere il martirio di Celestino, sostenendo la versione dell’omicidio in carcere con un chiodo conficcato nella fronte. Una versione sostenuta dai tanti nemici di Bonifacio e che troverà riscontri scientifici quando il corpo verrà riesumato: sul cranio è presente infatti un foro corrispondente a quello producibile da un chiodo di dieci centimetri. Solo nel 2013 un’ulteriore analisi stabilirà che quel foro è stato inferto al cranio molti anni dopo la sua morte. È stato, quindi, la conseguenza della diceria sull’omicidio, e non la causa.

Il 5 maggio 1313 da Avignone, Clemente V – che sta cercando di ricucire i rapporti tra Vaticano e Regno di Francia, mantenendo un equilibrio tra le due fazioni – proclama finalmente santo Pietro dal Morrone. Non è il papa, però, ad essere canonizzato, ma l’eremita.

Celestino tornerà nella sua basilica solo nel 1327. Nel 2009 papa Benedetto XVI, facendo visita a L’Aquila pochi giorni dopo il terremoto, donerà il suo pallio al predecessore. E, quattro anni dopo, ne seguirà l’esempio con le clamorose dimissioni.

Arnaldo Casali

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Giovenale, il santo medico venuto dall’Africa

Fosse arrivato oggi, San Giovenale probabilmente sarebbe ancora detenuto in qualche centro di identificazione, in attesa di essere espulso. O peggio, potrebbe essere finito in fondo al mare, a condividere la sorte di tanti altri africani saliti su un barcone per cercare di raggiungere l’Italia.

Invece Giovenale l’africano, vissuto nel IV secolo, non solo riuscì ad approdare nella penisola, ma entrò quasi subito nella cerchia del potentissimo papa Damaso.

Il Trittico di San Giovenale, dipinto a tempera e oro su tavola di Masaccio datato 23 aprile 1422 e conservato nel Museo Masaccio a Cascia di Reggello (Fi). Si tratta della prima opera attribuita a Masaccio, nonché del più antico saggio conosciuto in pittura di uso della prospettiva geometrica rinascimentale. San Giovenale è ritratto a destra in abito vescovile e con il libro aperto al Salmo 110. Accanto a lui, Sant’Antonio Abate. La scelta di San Giovenale è legata al luogo a cui il Trittico era destinato. Fu dipinto per la piccola chiesa di campagna di San Giovenale, minuscolo borgo a 2 km circa da Reggello, dove è rimasto per secoli, fino alla sua scoperta, nel 1961

Figlio di un portoghese e cresciuto a servizio della chiesa di San Lorenzo a Roma, Damaso era stato eletto papa da una fazione di romani contrapposta a quella che – contemporaneamente – aveva eletto Ursino. I due papi si erano scontrati in una vera e propria battaglia che aveva contato 137 morti e da cui era uscito vincitore Damaso, senza – peraltro – che il prefetto di Roma intervenisse minimamente.

“Non c’è da stupirsi, se si considera lo splendore della città di Roma – racconta lo storico pagano Ammiano Marcellino – che un premio tanto ambito accendesse l’ambizione di uomini maliziosi, determinando lotte feroci e ostinate. Infatti, una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace una fortuna garantita dalle donazioni delle matrone, si va in giro su di un cocchio elegantemente vestiti e si partecipa a banchetti con un lusso superiore a quello imperiale”.

Papa Damaso I (ca. 305-384) – Tavola dipinta (Maestro di Montefloscoli, prima metà del sec. XIV) conservata nel Museo Diocesano di Santo Stefano al Ponte (Firenze)

Nonostante fosse molto discusso sul piano personale, Damaso è di fatto il primo papa ad avere giurisdizione su tutta la Chiesa: il sinodo di Antiochia del 378 stabilirà infatti la legittimità di un vescovo solo se riconosciuto tale da quello di Roma e il vescovo Ambrogio di Milano conierà, per l’occasione, la formula “Dove è Pietro, là è la Chiesa”.

Mecenate, fece costruire molte opere di arredo liturgico (tra cui un battistero a San Pietro), affidò a San Girolamo la traduzione della Bibbia in latino e sarà il primo papa ad assumere il titolo di “Pontefice Massimo” dopo la riununcia ad esso da parte dell’imperatore.

È lui a ordinare vescovo Giovenale e a mandarlo in Umbria a fondare la diocesi di Narni, città che ancora oggi lo onora ogni anno con 18 giorni di festeggiamenti – dal 21 aprile al 18 maggio – e la celebre “Corsa all’anello”.

In realtà poco altro si sa della vita di questo misterioso personaggio, se non che si trattava di un medico o – più probabilmente – di un taumaturgo che si era fatto conoscere e apprezzare operando guarigioni.

Giovenale arriva nel 359 in una terra già in gran parte evangelizzata, ma non ancora gerarchicamente strutturata.

La tradizione vuole che san Pietro in persona avrebbe affidato a un suo discepolo – Brizio – la predicazione in Umbria. Brizio, di cui rimane traccia in diversi toponimi (tra cui un paesino nello spoletino e la stessa Cattedrale di Spoleto), sarebbe giunto nella regione nel 97 percorrendola in lungo e in largo ma lasciandola sostanzialmente priva di una vera e propria struttura pastorale.

La vicina Terni avrebbe avuto il suo primo vescovo solo nel 145 con Sant’Antimo, e dopo il suo trasferimento a Spoleto nel 165, sarebbero passati trent’anni prima dell’elezione di un successore, San Valentino. Amelia deve aspettare addirittura fino al 344 per avere il suo primo vescovo: Ondulfo. Quando il medico africano arriva a Narni, tuttavia, né Terni né Amelia hanno un vescovo e stanno vivendo una lungo periodo di sede vacante.

D’altra parte per tutto l’alto Medioevo il cristianesimo in Umbria sarà frammentario e avvolto nella nebbia della leggenda. Secondo la tradizione, tuttavia, dopo diciotto anni di episcopato a Narni, Giovenale muore martire sulla via Nomentana, insieme a Evenzio, Alessandro e Teodulo.

La più antica fonte sul santo si trova nel codice Bernese del Martirologio Geronimiano, ma anche san Gregorio Magno ricorda il vescovo africano nei Dialoghi e nelle Homilie in Evangelium qualificandolo come martire, anche se questo non significa necessariamente che Giovenale sia morto a causa della sua fede. Gregorio assegna infatti il titolo di “martire” anche a vescovi che non sono stati uccisi. Il papa ricorda anche il sepolcro di Giovenale esistente a Narni.

La cattedrale di San Giovenale a Narni (Tr). La costruzione, contigua all’oratorio che accolse le spoglie del santo, venne avviata nell’anno 1047 e la consacrazione avvenne, ad opera del Papa Eugenio III, nell’anno 1145

Del santo abbiamo inoltre una Vita scritta dopo il VII secolo e considerata non molto attendibile sotto il profilo storico, dove si sostiene che il patrono sia stato sepolto alla Porta superiore della città sulla via Flaminia, il 7 agosto. Nonostante ciò la festa viene celebrata il 3 maggio. L’agiografo non gli dà il titolo di martire ma quello di confessore, che spetta ai santi che hanno subito la persecuzione romana senza però essere uccisi. D’altra parte nel 376 il cristianesimo era stato legalizzato già da sessant’anni e appena quattro anni dopo l’imperatore Teodosio ne avrebbe fatto la religione di Stato. Quindi ben difficilmente Giovenale può essere stato vittima di una persecuzione contro i cristiani, anche se non si potrebbe escludere un agguato da parte di fanatici pagani o un conflitto interno alla stessa comunità cristiana.

Il sepolcro di Giovenale, su cui fu costruito un oratorio attribuito al suo successore Massimo, fu molto onorato nell’antichità e si conserva ancora oggi nella Cattedrale di Narni. Nel secolo X il corpo del patrono viene trafugato insieme a quello dei santi Cassio e Fausta e trasportato a Lucca, ma in seguito viene restituito a Narni.

Ancora oggi, però, Giovenale è contesto tra varie diocesi: Fossano, appartenente alla provincia di Cuneo, lo venera come suo protettore, rivendicando le reliquie che – peraltro – potrebbero essere quelle di un altro santo dello stesso nome, piuttosto diffuso all’epoca.

Tra i successori più importanti di Giovenale c’è San Cassio, che con il primo vescovo condivide la citazione sui Dialoghi di Gregorio Magno ma anche il titolo della Cattedrale di Narni, costruita nel 1145. Cassio fu l’ottavo vescovo di Narni, dopo Giovanale, Massimo (376-416), Pancrazio (416- 455), Ercole (455-470), Vitaliano (499-533) e Procolo.

Eletto nel 436 – riferisce San Gregorio – “ogni giorno offriva a Dio il sacrificio di riconciliazione, effondendosi in lacrime e tutto quello che aveva dava in elemosina: infine, nel giorno in cui si celebra la solennità degli Apostoli, per la quale tutti gli anni era solito recarsi a Roma, dopo aver celebrato la messa nella sua città e distribuito a tutti il corpo di Cristo, fece ritorno al signore”. Cassio morì nel 558 e il suo successore fu – significativamente – un vescovo chiamato Giovenale II.

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La papessa

La papessa partorisce durante una processione (miniatura del 1450)

Habemus Papam. L’eletto, ancora tremante, ancora incredulo, riceve l’omaggio deferente di tutti i suoi confratelli. Si inginocchiano, gli baciano l’anello. Poi lo accompagnano in processione nella sala del trono, dove lo fanno accomodare su una sedia di porfido rosso, che al posto del cuscino ha un grande buco.

A questo punto uno dei più giovani presenti si avvicina, si inginocchia, mette una mano sotto la sedia e prende a palpare i testicoli e la verga del nuovo papa. Poi grida a gran voce: “Ha il pene e i testicoli!” e tutti rispondono: “Sia lodato il Signore!”. Quindi si procede finalmente alla gioiosa consacrazione del papa eletto.

Non sarà proprio il massimo, come cerimonia, infilare le mani dentro le mutande del vicario di Cristo. Ma d’altra parte la Chiesa non può permettersi un altro papa donna.

Quello che era successo il giorno di Pasqua dell’anno 858 durante la solenne processione per le vie di Roma, era stato davvero imbarazzante.

Papa Giovanni VIII aveva celebrato la messa solenne a San Pietro e stava tornando in pompa magna a San Giovanni in Laterano, sede del vescovo di Roma. La folla festante gli si era stretta intorno ma giunti all’altezza della basilica di San Clemente il cavallo che portava il papa, spaventato dalla ressa, si era imbizzarrito provocando al pontefice le doglie.

E così la processione si era fermata perché il papa doveva partorire. Un bel maschietto, peraltro, peccato che subito dopo la papessa smascherata era stata legata per i piedi allo stesso cavallo, che l’aveva trascinata per tutta Roma; poi era stata lapidata a Ripa Grande e infine fatta a pezzi. I suoi resti erano stati sepolti nella stessa strada della tragedia, dove nessuna processione papale sarebbe mai più passata. Al suo posto sarebbe stato eletto Benedetto III, che avrebbe avuto grande cura di cancellare ogni memoria dell’unico papa donna della storia della Chiesa.

Cattedra porphyretica. Insieme alla sedia stercoraria, restò in uso fino alla elezione di Leone X, nel 1513

“E ‘allora st’antra ssedia sce fu mmessa / pe ttastà ssotto ar zito de le vojje / si er pontefisce sii Papa o Ppapessa” scrive Giuseppe Gioachino Belli.

Ma come era arrivata quest’antesignana di Lady Oscar sul trono più alto del mondo?

Secondo la leggenda, Giovanna era nata in Inghilterra ma il padre l’aveva fatta educare in Germania, a Magonza. Travestita da uomo, era riuscita ad entrare in un monastero in Grecia con il nome di Giovanni Anglico e arrivata a Roma aveva insegnato e scalato la carriera ecclesiastica accanto a papa Leone IV alla cui morte – nell’855 – era stata eletta con il nome di Giovanni VIII.

In realtà il vero Giovanni VIII (morto, peraltro assassinato) avrebbe regnato vent’anni dopo – dall’872 all’882 – e nessuna papessa Giovanna è mai esistita.

Eppure la popolarità raggiunta dalla leggenda fu tanta che nessuno – fino al XVI secolo – ha messo in dubbio la sua veridicità, divenuta uno dei temi più cari alla polemica protestante. Anche se proprio un protestante – il pastore David Blondel – sarà il primo a smentirla categoricamente alla metà del Seicento.

D’altra parte se il periodo cronologico del presunto regno di Giovanna è in realtà totalmente coperto da papa Benedetto, la sedia “a ciambella” in porfido effettivamente utilizzata dai pontefici risale a molti secoli prima: si tratta, infatti, di troni romani – probabilmente degli antichi “water” o sedie usate per il parto dalle imperatrici – che i papi già in età costantiniana avevano utilizzato per sottolineare la loro continuità con il potere romano. Non si trattava quindi di uno strumento per presunti test di virilità, ma un segno tangibile di quel potere che aveva indotto i papi ad assumere il titolo di “Pontefice massimo”, un tempo attributo degli imperatori.

La prima testimonianza della leggenda risale al 1240 e oggi si ritiene che sia nata come satira antipapale in ambienti vicini all’imperatore Federico II di Svevia (entrato in conflitto con il papato tanto da essere scomunicato). Eppure la sua diffusione fu tale che la papessa – oltre ad essere immortalata nei tarocchi – viene citata anche da personaggi autorevoli come Guglielmo di Ockham e Giovanni Boccaccio ed è stata inserita persino in elenchi ufficiali dei papi come quello del Duomo di Siena, dove figurano 171 busti tra cui quello del “finto” Giovanni VIII.

D’altra parte le leggende non nascono mai dal nulla e di materiale su cui ricamare la chiesa altomedievale ne aveva offerto a sufficienza: se Giovanna Anglica non è mai esistita, la Chiesa cattolica ha avuto davvero una sua papessa, altrettanto determinata ma assai più potente, spregiudicata e disinibita di quella leggendaria.

È Marozia, la regina della pornocrazia romana. È dell’epoca in cui è ambientata la leggenda e senza bisogno di spacciarsi per un uomo ha comandato la Chiesa per due decenni. E se papa, formalmente, non lo è mai stata, dei papi è stata amante, madre e nonna. Due di questi, tra l’altro, si chiamavano proprio Giovanni.

Bella, affascinante e spregiudicata, anche se analfabeta Marozia riesce a tenere le redini di Roma e della Chiesa cattolica per più di vent’anni tra amanti, matrimoni, amicizie, alleanze, intrighi e guerre.

Diventata ad appena quindici anni amante e poi concubina di papa Sergio III, si sposa per ben tre volte e sempre per accordi politici: la prima volta nel 909 con Alberico di Spoleto; poi, rimasta vedova, con Guido marchese di Toscana, nemico di papa Giovanni X. Con il marito Marozia assalta il Laterano, fa imprigionare e deporre il vescovo di Roma e pilota l’elezione dei tre papi successivi, l’ultimo nei quali – nel 931 – è suo figlio Giovanni XI.

Di carattere debole e remissivo, Giovanni – che diventa papa a 21 anni – è totalmente succube della madre, che si stabilisce nello stesso palazzo del Laterano e governa direttamente la Chiesa, mentre il figlio non prende una sola iniziativa.

Nel 932 Giovanni celebra il terzo matrimonio della madre, questa volta con il re d’Italia Ugo di Provenza, il quale però entra subito in conflitto con un altro figlio di Marozia – Alberico – che verrà schiaffeggiato dal neo patrigno proprio durante la festa di nozze.

Raffigurazione del parto della papessa Giovanna nella pubblicazione di Heinrich Steinhöwel (1474, Ulm)

Alberico sposerà Alda, figlia di Ugo e si vendicherà instaurando una nuova signoria su Roma. Caccerà il suocero da Roma, arresterà la madre e confinerà in Laterano il fratellastro, destinato a trascorrere anche gli ultimi anni senza fare praticamente nulla.

L’unico atto degno di nota di Giovanni XI resta il privilegio, assegnato all’abate di Cluny, di poter aggregare altri monasteri e porre l’intero ordine sotto la diretta dipendenza del papa, togliendoli dunque dalla giurisdizione dei vescovi. Un privilegio tale che gli abati di Cluny diventeranno – nel corso del Medioevo – potenti quanto i sovrani.

La leggenda della papessa non fa altro, dunque, che trasfigurare il pontificato formale di Giovanni XI controllato da Marozia, che avvenne realmente un’ottantina di anni dopo quello presunto di Giovanna.

A tenere viva la leggenda, d’altra parte, c’è anche l’estrema confusione che regna attorno al nome Giovanni, il più utilizzato nella storia della Chiesa e nel Medioevo. Una confusione tale da lasciare un posto vacante: la cronologia dei papi passa infatti – per un errore di conteggio – da Giovanni XIX (discendente della stessa Marozia) a Giovanni XXI.

Giovanni XX, dunque, è un papa fantasma mai esistito. O forse, chissà, Giovanna era proprio lui.

Arnaldo Casali

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Papa contro papa

I centri abitati intorno al lago Albano, tra i quali c’è Marino, sono noti come Castelli Romani dal XIV secolo. Infatti, durante il periodo in cui la sede papale si spostò ad Avignone, molti romani preferirono all’Urbe la protezione delle fortezze che alcune famiglie feudali avevano costruito in quel territorio

Lo vedi, ecco Marino. Ma non è vino, quello che scorre tra le valli: è sangue. Sangue cattolico, sangue fratello, sangue pontificio.

È il 30 aprile 1379 quando nel castello romano le truppe di papa Urbano VI sconfiggono quelle di papa Clemente VII, costringendolo a fuggire ad Avignone.

Tutto era cominciato un anno prima: il 28 marzo 1378 era morto Gregorio XI, l’ultimo papa francese, che aveva finalmente riportato a Roma il papato dopo quasi 80 anni di latitanza e scelto come sede San Pietro in Vaticano anziché il vecchio Laterano.

La sua scomparsa aveva gettato nella frenesia il popolo romano: il papa era tornato da appena un anno e non avevano alcuna intenzione di permettere al suo successore di tornare ad Avignone. Un timore molto fondato, peraltro, visto che la maggior parte del collegio cardinalizio era formato da francesi che si erano opposti strenuamente al trasferimento. Così, all’inizio del Conclave, il corteo dei prelati che sfilava a San Pietro era stato accolto dalle grida “lo volemo romano o almanco italiano!”.

Intimoriti dalle pressioni del popolo e terrorizzati da una possibile rivolta, i cardinali anziché eleggere il loro leader – Roberto da Ginevra, vescovo di Arles – avevano concentrato i voti sul napoletano Bartolomeo da Prignano, arcivescovo di Bari.

Urbano VI, al secolo Bartolomeo Prignano (1318 ca – 1389)

Bartolomeo sembrava un ottimo compromesso tra l’opzione francese e quella italiana perché proveniva dal Regno di Napoli: era italiano ma suddito degli angioini. Quindi, per certi versi, più francese che romano.

Per i francesi, d’altra parte, poteva apparire un ottimo segnale il fatto che Bartolomeo avesse scelto il nome Urbano VI. In qualche modo, aveva reso omaggio al predecessore di Gregorio, il francese Urbano V che aveva riportato in Italia il pontificato per tre anni. Salvo poi tornarsene ad Avignone.

L’idillio però era durato poco. Anche a causa del pessimo carattere del nuovo papa, insopportabile e privo di qualsiasi forma di diplomazia, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Inurbano VI”.

Così, i cardinali bretoni presidiavano Castel Sant’Angelo e si rifiutavano di cedere il castello al papa, che si era arroccato a Tivoli con l’appoggio dei romani. I cardinali francesi invece, si erano ritirati ad Anagni dove, con l’appoggio dei Caetani (nemici del pontefice) e di alcune milizie straniere, avevano iniziato una vera e propria guerra contro Urbano.

Il 16 luglio 1378 i filo-papalini erano stati sconfitti dai bretoni nella battaglia di ponte Salario, in cui erano morti 500 uomini, e gli abitanti della capitale si erano vendicati con una sorta di “Vespri romani” e avevano massacrato ogni straniero presente nell’Urbe.

Il 6 agosto i tre cardinali italiani fedeli a Urbano si erano incontrati a Palestrina con i delegati dei 13 prelati francesi dissidenti, che avevano contestato la validità dell’elezione a causa delle pressioni subite dai cardinali riuniti in conclave.

Il 20 settembre 1378 nel Duomo di Fondi i cardinali francesi (che restavano la maggioranza) avevano dunque proceduto ad nuovo Conclave, scegliendo proprio Roberto di Ginevra, eletto con il nome di Clemente VII.

Era iniziato lo Scisma d’Occidente, che avrebbe lacerato la Chiesa cattolica per più di quarant’anni. Le obbedienze, che per decenni divisero la Chiesa in due e spartirono sovrani europei, diocesi, ordini religiosi, università e persino santi e predicatori, per il momento erano soprattutto di carattere politico e militare.

Urbano VI, oltre che dai romani, era appoggiato dalle milizie mercenarie italiane guidate da Alberico da Barbiano e Galeazzo Pepoli. I Caetani e gli Orsini, invece, sostenevano Clemente VII.

I miliziani francesi si erano accampati a Ciampino (dove ancora oggi esistono le “Mura dei Francesi” e il “Casale dei Francesi”). Poi però, con l’avanzata delle truppe di Alberico da Barbiano, si erano ritirati verso Marino, retta da Giordano Orsini.

Il 30 aprile 1379, dunque, le truppe si trovano faccia a faccia nella stretta vallata sotto le mura del castello: i bretoni accampati sotto Marino, gli italiani su Colle Cimino. Alberico divide la sua compagnia in due schiere: una al suo comando e l’altra affidata a Galeazzo Pepoli. L’esercito bretone, invece, si divide in tre schiere. Sono i bretoni i primi ad attaccare: si lanciano contro l’esercito di Alberico e riescono a penetrare le prime linee. La fanteria di seconda linea, però, respinge l’attacco grazie all’abilità dei balestrieri romani. Poi Alberico conduce in battaglia i suoi mercenari e ottiene una rapida vittoria sulla seconda schiera bretone. Sarà però lo scontro con la terza schiera il più lungo e decisivo per la vittoria. Che arriva in serata, quando le riserve della cavalleria pontificia riescono a prendere al fianco i bretoni. Alcuni dei soldati di Clemente VII cadono in battaglia, altri vengono presi prigionieri e portati a Roma dove, lo stesso giorno, si arrende anche Castel Sant’Angelo.

Urbano ha vinto. Ma questo non basterà a scongiurare lo Scisma che si è affacciato.

Gregorovius, nella sua Storia della Città di Roma nel Medioevo, commenta: “Per la prima volta le armi nazionali vinsero le compagnie di ladroni stranieri; l’Italia si destò alla fine dal suo letargo, sicché da quella giornata di Marino si può dire che cominci l’era di una nuova milizia italiana e di una nuova arte di guerra”.

Alberico da Barbiano rientra a Roma trionfalmente e ottiene da Urbano VI uno stendardo con scritto in caratteri d’oro “L’Italia dai barbari liberata”.

Marino cade in mano a Giacomo Orsini, figlio di Giordano e nemico del padre, il 2 giugno 1379, e Giordano fugge a Torre Astura dal nipote Onorato Caetani. Anche Rocca di Papa e Cisterna cadono in mano alle truppe di Urbano VI e Clemente VII si vede costretto a darsi alla fuga. Si fermerà a Napoli, ospite degli angioini.

La pace dell’antipapa, però, dura poco: il popolo napoletano insorge costringendolo a scappare a Gaeta e da lì in Francia. È il ritorno del pontefice ad Avignone ad aprire ufficialmente la lacerazione più lunga e difficile della storia della Chiesa, che sarebbe stata ricomposta solo quarant’anni dopo. A Costanza, nel 1417.

Arnaldo Casali

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