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La Perdonanza di L’Aquila, primo Giubileo della storia

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Una immagine di Celestino V, al secolo Pietro Angelerio (nato all’inizio XIII secolo in Abruzzo), con in mano la città di L’Aquila

Ogni anno, il 28 e il 29 agosto, torna a L’Aquila il primo Giubileo della storia, che rappresenta anche la prima indulgenza “illegale” della cristianità e la principale eredità lasciata da papa Celestino V, divenuto il precursore sia di Ratzinger – per le dimissioni – che di Bergoglio, come pontefice povero e francescano.

Ed è proprio nel francescanesimo che si trova l’unico antecedente della Perdonanza di L’Aquila: il “Perdono di Assisi”, indulgenza del tutto analoga che si celebra a Santa Maria degli Angeli tra il 1 e il 2 agosto. Secondo la tradizione l’avrebbe ottenuta san Francesco da papa Onorio III nel 1216: il più antico documento che la attesta, però, risale al 1310. Non è stata dunque L’Aquila ad emulare Assisi ma, molto probabilmente, il contrario.

Di certo nel XIII secolo si era fatta particolarmente viva, tra i fedeli, la necessità di ottenere un perdono dei peccati che non richiedesse generose elargizioni di offerte, né l’arruolamento in guerra come crociati.

Celestino V, eremita abruzzese, fondatore dell’ordine dei monaci morronesi e artefice della costruzione della basilica di Santa Maria di Collemaggio, era stato eletto papa il 5 luglio 1295 al termine di uno dei conclavi più lunghi della storia, e aveva scelto di farsi incoronare il 29 agosto a L’Aquila proprio nella “sua” basilica, consacrata appena otto anni prima. Alla cerimonia solenne il nuovo papa era arrivato a dorso di un asino come Gesù (ma ben diversamente dai suoi predecessori) accolto da oltre duecentomila persone.

Un mese dopo – il 29 settembre – Celestino aveva emanato una bolla con cui si stabiliva che chi, confessato e sinceramente pentito, avesse visitato devotamente la basilica di Collemaggio dai vespri del 28 agosto a quelli del 29, avrebbe ricevuto contemporaneamente la remissione dei peccati e l’assoluzione dalla pena. Un gesto rivoluzionario da parte di un papa rivoluzionario: per la prima volta il perdono dei peccati veniva concesso a tutti – anche ai poveri e ai diseredati – una volta all’anno.

“Celestino Vescovo, servo dei servi di Dio, a tutti i fedeli di Cristo che prenderanno visione di questa lettera, salute e apostolica benedizione” recita il testo della bolla. “Tra le feste solenni che ricordano i santi è da annoverare tra le più importanti quella di San Giovanni Battista in quanto questi, pur provenendo dal grembo di una madre sterile per vecchiezza, tuttavia fu ricolmo di virtù e fonte abbondante di sacri doni, fu voce degli Apostoli, avendo concluso il ciclo dei profeti, ed annunziò la presenza di Cristo in terra mediante l’annuncio del Verbo e miracolose indicazioni, annunziò quel Cristo che fu luce nella nebbia del mondo e delle tenebre dell’ignoranza che avvolgevano la terra, per cui per il Battista seguì il glorioso martirio, misteriosamente imposto dall’arbitrio di una donna impudica in virtù del compito affidatole. Noi, che nel giorno della decollazione di San Giovanni, nella chiesa benedettina di Santa Maria di Collemaggio in Aquila ricevemmo sul nostro capo la tiara, desideriamo che con ancor più venerazione tal Santo venga onorato mediante inni, canti religiosi e devote preghiere dei fedeli. Affinché, dunque, in questa chiesa la festività della decollazione di San Giovanni sia esaltata con segnalate cerimonie e sia celebrata con il concorso devoto del popolo di Dio, e tanto più devotamente e fervidamente lo sia quanto più in tale chiesa la supplice richiesta di coloro che cercano Dio troveranno tesori della Chiesa che risplendono dei doni spirituali che gioveranno nella futura vita, forti della misericordia di Dio onnipotente e dell’autorità dei suoi apostoli SS. Pietro e Paolo, in ogni ricorrenza annuale della festività assolviamo dalla colpa e dalla pena, conseguenti a tutti i loro peccati commessi sin dal Battesimo, quanti sinceramente pentiti e confessati saranno entrati nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio dai vespri della vigilia della festività di San Giovanni fino ai vespri immediatamente seguenti la festività. Dato in Aquila, 29 settembre, nell’anno primo del nostro pontificato”.

Il rito della Perdonanza del 2017 sullo sfondo della splendida cattedrale aquilana (foto: ilmartino.it)

Oltre alla valenza spirituale, l’indulgenza celestiniana assume da subito anche un forte significato politico: rappresenta infatti l’occasione, per la giovane città dell’Aquila – nata quarant’anni prima con lo stesso Pietro del Morrone nel ruolo di “fondatore spirituale” – per accrescere il suo potere. Non a caso la bolla viene da subito affidata non alla Diocesi ma all’autorità civile, che ne garantisce la conservazione, assumendo anche il compito di organizzare la cerimonia del Perdono, alla quale le autorità religiose sono solo invitate.

E non si tratta solo di una questione formale: l’anno dopo, la prima celebrazione solenne del Perdono dell’Aquila viene organizzata addirittura contro le disposizioni del Vaticano, sfidando l’espresso divieto emanato il 18 agosto 1295 da papa Bonifacio VIII, e con l’ormai ex papa Celestino in carcere.

Bonifacio, dopo essere stato eletto al posto del papa dimissionario, infatti, ha fatto arrestare il suo predecessore e annullato tutti i suoi atti, adducendo come motivo la “confusione” che regnava nella sua Curia: il Perdono di Celestino, secondo il nuovo papa, contiene quindi una serie di vizi di forma e per tanto non è valido; il papa giurista usa il pretesto dell’ignoranza per sconfessare il papa contadino. Bonifacio scrive una serie di lettere al priore di Collemaggio e ad altre autorità religiose per proibire ai fedeli di entrare nella basilica, scoraggiare i pellegrini a partecipare all’iniziativa e ottenere il documento di Celestino, destinato alla distruzione.

Le autorità dell’Aquila, però, si rifiutano di consegnare la Bolla al pontefice e ignorano completamente il suo divieto di celebrare l’indulgenza, così come i fedeli e i monaci di Collemaggio; che, al contrario, organizzano un corteo solenne che accompagna il documento dal Palazzo del Magistrato nella Basilica, dove viene letto e mostrato ai fedeli.

Bonifacio, da parte sua, risponde contrapponendo il suo Giubileo a quello di Celestino: proclama infatti l’Anno Santo per il 1300. Analogamente a quella dell’Aquila, l’indulgenza di Roma è aperta a tutti i pellegrini che si recano nella capitale della cristianità. A differenza di quella di Celestino, però, dura un anno intero e si rinnova ogni cento.

A sua volta, il Perdono dell’Aquila nel Quattrocento mutuerà – dal Giubileo romano – il passaggio attraverso la Porta Santa, che inizialmente non esiste (si può entrare nella basilica da qualsiasi porta).

Le spoglie di Celestino V sono conservate nella basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila. Dopo la ricognizione canonica del 2013, la maschera in cera che copriva il volto del papa è stata sostituita con una in argento

La festa conosce un forte sviluppo nel 1327, quando il corpo di papa Celestino, nel frattempo proclamato santo dal successore di Bonifacio, viene traslato da Ferentino in provincia di Frosinone – dove era stato sepolto – nella basilica di Collemaggio e mostrato al popolo di L’Aquila. Alla festa religiosa si aggiunge poi anche una fiera mercantile molto partecipata.

Il cronista aquilano Buccio da Ranallo racconta che nel 1328 fanno ritorno, proprio per partecipare al Perdono, i soldati aquilani che si trovavano ad Anticoli con le truppe del duca di Calabria per fronteggiare la minaccia dell’imperatore Ludovico il Bavaro. “E retornammo in Aquila lu di dellu Perduno – scrive Buccio – alegri con gra’ festa cantando ciascheduno; appresso dellu vespero, tucti quanti in communo, e gemmo a Collemaggio che no-nn’è mino niuno”.

Nel 1358, invece, il Magistrato Aquilano prega re Luigi di rinviare di qualche giorno la visita alla città per non disturbare i fedeli e i mercanti che la affollano per la Perdonanza. Alla fine del secolo nei giorni dell’Indulgenza viene effettuata addirittura una distribuzione di pane e vino a tutti i poveri.

Nel XV secolo, però, papa Pio II, per incentivare la sua crociata contro i turchi, concede l’indulgenza plenaria solo a chi parte per la guerra, sospendendo di conseguenza tutte le altre. Solo nel 1477 il magistrato aquilano – spendendo circa 100 ducati – riesce ad ottenere da Sisto IV la conferma perpetua e irrevocabile del Perdono di Celestino.

Il termine “Perdonanza”, in realtà, nascerà solamente nel Novecento, con un medievalismo coniato da Gabriele d’Annunzio. Tuttavia la festa resterà ridotta, di fatto, alla sola dimensione religiosa fino agli anni ‘80, quando anche grazie alla riscoperta della figura di papa Celestino (a cui Ignazio Silone dedica nel 1968 il capolavoro L’avventura di un povero cristiano) la rievocazione assume nuovamente grande solennità, con la sfilata del corteo storico, cui prendono parte mille figuranti in costume d’epoca e i gonfaloni dei castelli che contribuirono alla fondazione della città e anche dei gruppi storici provenienti da località legate in vario modo alla storia medievale aquilana, come la rappresentanza della città di Rottweil, da cui proveniva l’allievo di Gutenberg che introdusse qui la stampa a caratteri mobili. A guidare il corteo, ogni anno, è un cardinale designato dalla Santa Sede, a cui è affidata l’apertura della Porta Santa.

Nel 2018, per la prima volta, lo stesso arcivescovo di L’Aquila è cardinale. La Bolla del Perdono, esposta per un intero giorno nell’edificio di culto sacro a Celestino, la sera del 29 agosto, dopo la chiusura della Porta Santa ad opera dell’arcivescovo, viene riportata nella cappella blindata della Torre del Palazzo Civico, dove è conservata.

L’autenticità della Bolla del Perdono, più volte messa in discussione, è stata confermata definitivamente da papa Paolo VI che, nel 1967, all’atto della revisione generale di tutte le indulgenze plenarie, ha annoverato quella di Celestino V al primo posto dell’elenco ufficiale.

Nemmeno il devastante terremoto che nel 2009 ha raso al suolo L’Aquila e ucciso 309 persone è riuscito a fermare la Perdonanza: al contrario, la Basilica di Collemaggio, sventrata dal sisma e sorretta da impalcature di metallo, è diventata il simbolo di una città che non si arrende e continua – dopo oltre settecento anni – a farsi portatrice di un messaggio di pace, solidarietà e riconciliazione.

Arnaldo Casali

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Quei papi sulla Rupe

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L’inconfondibile facciata del duomo di Orvieto, la città arroccata su una poderosa rupe di tufo

Non ce l’ha mai avuto un papa, Orvieto. Ma quella volta che c’è andata a un passo, ha generato la più celebre profezia della storia della Chiesa: un falso così autorevole da continuare a essere preso sul serio ancora oggi.

Era l’autunno del 1590: in agosto era morto papa Sisto V e il 27 settembre lo aveva raggiunto Urbano VII, dopo aver regnato appena 13 giorni nel pontificato più breve della storia. Girolamo Simoncelli da Orvieto era certo che fosse arrivato il suo momento. D’altra parte un primato ce l’ha anche lui: è il cardinale che ha partecipato a più conclavi – ben dieci, dal 1555 al 1592 – senza mai essere eletto.

Ne erano convinti anche i suoi sostenitori: per questo avevano fatto circolare un libretto attribuito a San Malachia che conteneva profezie sugli ultimi papi, dall’epoca del vescovo irlandese morto nel 1148 fino alla fine dei tempi. La profezia verrà pubblicata per la prima volta nel 1595 dal monaco benedettino Arnold Wyon, ma doveva in realtà circolare in forma manoscritta già da cinque anni.

Il farmaco di Esculapio I motti che l’autore della profezia attribuisce ai papi fino al 1590 rendono infatti molto facile l’identificazione del pontefice a cui si riferiscono: ad esempio Giulio III, al secolo Giovanni Maria Ciocchi del Monte – nel cui stemma compaiono tre corone di alloro – viene definito “De corona montana” e Pio IV (Giovanni Angelo dei Medici) “Il farmaco di Esculapio”. Successivamente, invece, i motti diventano vaghi e adattabili praticamente a chiunque (nonostante qualcuno si ostini a vedere profezie anche nei motti attribuiti ai papi più recenti come Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – che sarebbe proprio l’ultimo).

L’aquila in bronzo (Lorenzo Maitani, 1553-1555) che orna la facciata del duomo simboleggia l’evangelista Giovanni

Il motto attribuito al successore di Urbano VII, però, è quanto mai singolare perché è l’unico “sbagliato”: recita infatti “Ex antiquitate Urbis” perché Orvieto significa “Urbs Vetus”, ovvero Città vecchia. Più che una profezia, quindi, un auspicio: obiettivo del falso scritto di Malachia era quello di influenzare i cinquantadue cardinali riuniti nel Palazzo Apostolico (tra i quali anche nomi celebri come Federico Borromeo, Francesco Maria Del Monte – protettore di Galilei e committente di Caravaggio – e Alessandro dei Medici, futuro Leone XI) perché seguissero il disegno divino già tracciato nella falsa profezia eleggendo l’ambizioso Simoncelli, nipote di papa Giulio III che lo aveva elevato alla porpora ad appena 32 anni e mandato a fare prima il vescovo e poi il governatore proprio a Orvieto.

L’orvietano, però, forse aveva un carattere un po’ troppo eccentrico per i gusti del Sacro Collegio: si divertiva, per esempio, a far incendiare i carri di fieno per spaventare i contadini, salvo poi pagare i danni. Così, i cardinali gli avevano preferito Niccolò Sfondati da Sommo Lombardo, sul Ticino. Simoncelli ci riprovò nei due anni seguenti, stavolta senza più nemmeno l’ausilio della profezia: il cardinale perse per sempre l’occasione di agguantare il trono più alto, e la sua città quello di coronare un lungo idillio con il papato.

Sin dall’Alto Medioevo, infatti, dei papi Orvieto era stata residenza, sede dell’incoronazione, roccaforte, santuario prediletto per importanti cerimonie e pellegrinaggi. Le mancava solo un papa, per essere davvero una città papale.

Ultimato nei primi anni del Trecento, il Palazzo del Popolo di oervieto si ispira al modello dei broletti, ma con materiali e decorazioni rielaborati secondo i canoni dell’architettura locale

La ribellione dei Romani La corrispondenza di amorosi sensi e soprattutto di strategie politiche era cominciata nel 1157 con il riconoscimento del governo locale da parte di Adriano IV. Unico papa inglese, appena eletto – nel 1555 – si era scontrato con Arnaldo da Brescia, capo della Repubblica Romana, che non ne aveva riconosciuto l’elezione. Il pontefice era arrivato a lanciare l’interdetto su Roma la Domenica delle Palme, ottenendo l’esilio di Arnaldo. Successivamente aveva accettato di incoronare a Roma l’imperatore Federico Barbarossa in cambio della testa del bresciano: il prezzo da pagare, però, era stata la rivolta del popolo romano e il papa si era rifugiato così a Orvieto, che si stava organizzando in quel momento come libero Comune. L’investitura firmata nel 1157 se da una parte avrà un interesse strategico per il papato – deciso a riportare all’interno del Patrimonium sancti Petri la città e il suo contado – dall’altra darà nuovi impulsi allo sviluppo e al prestigio del Comune alimentando, al tempo stesso, i mai sopiti contrasti interni tra varie fazioni e famiglie nobili.

Ma il papa che più di ogni altro ha segnato la storia di Orvieto è senza dubbio Urbano IV. Francese, viene eletto al termine di uno dei conclavi più difficili della storia, quello del 1261: non riuscendo a mettersi d’accordo, infatti, i cardinali affidano la decisione a due delegati, che scelgono un membro estraneo al collegio: Jacques Pantaléon non è infatti cardinale, ma patriarca di Gerusalemme. Urbano IV non metterà mai piede a Roma: passerà tutto il suo pontificato tra Viterbo (dove si trova quando viene eletto), Perugia (dove muore e viene sepolto) e Orvieto, dove risiede nella tarda estate del 1263, quando viene raggiunto da un prete boemo – Pietro da Praga – che chiede di essere ricevuto in udienza.

La Cappella del Corporale del duomo di Orvieto, con il ciclo di affreschi di Ugolino di Prete Ilario (1357-1364). In basso, papa Urvano IV a concilio

Il dubbio di Pietro Il sacerdote sta celebrando la messa nella chiesa di Santa Cristina a Bolsena quando viene assalito dal dubbio sulla reale presenza di Cristo nell’Eucarestia. Durante la consacrazione, però, sente il pane tra le sue mani diventare un pezzo di carne, da cui comincia a stillare sangue. Impaurito e confuso, conclude in fretta la celebrazione, avvolge tutto nel corporale di lino usato per la purificazione del calice, e fugge in sacrestia. Urbano, per verificare l’accaduto e recuperare le reliquie, invia a Bolsena il vescovo di Orvieto Giacomo, accompagnato, secondo la tradizione, dal teologo domenicano Tommaso d’Aquino e dal francescano Bonaventura da Bagnoregio. Tra l’esultanza generale, il vescovo torna dal papa con le reliquie del miracolo, che vengono mostrate al popolo dei fedeli e deposte nel sacrario della Cattedrale di Santa Maria. Non passa un anno che il papa – l’8 settembre 1264 – con la bolla Transiturus de hoc mundo istituisce la Solennità del Corpus Domini, che tutta la Chiesa celebrerà il giovedì dopo l’ottava di Pentecoste.

Il 23 marzo 1281, invece, la città della Rupe viene addirittura scelta come sede dell’incoronazione di papa Martino IV, eletto a Viterbo in uno dei conclavi più discussi, grotteschi e pilotati: per eliminare il partito avverso, infatti, il re di Francia aveva fatto imprigionare da cittadini viterbesi i due più influenti cardinali italiani, riuscendo così a far eleggere Simon de Brion che – per salvare le apparenze – aveva scagliato l’interdetto sulla città di Viterbo, “colpevole” di avergli tolto di mezzo gli avversari. Rifiutato dai romani (che non avevano nessuna intenzione di sottomettersi al potere francese), Martino aveva scelto di farsi incoronare a Orvieto, per poi stabilirsi a Perugia, dove morirà nel 1285 lasciando dietro di sé soprattutto il ricordo – immortalato da Dante nella Divina Commedia – di un uomo particolarmente goloso delle anguille di Bolsena.

La cattedrale di Santa Maria Assunta, meglio conosciuta come il duomo di Orvieto, capolavoro dell’architettura gotica italiana (1290-1591)

Cinque anni dopo, per custodire più adeguatamente l’ostia e il corporale del miracolo eucaristico, papa Niccolò IV avvierà la costruzione del nuovo, grandioso Duomo. Primo papa francescano, Niccolò IV, al secolo Girolamo d’Ascoli, era stato inviato in Dalmazia da San Bonaventura come ministro provinciale e subito dopo era stato investito da Gregorio X del delicatissimo tentativo di sanare la frattura con la chiesa ortodossa. Succeduto allo stesso Bonaventura come ministro generale, era stato creato cardinale da Martino IV nel 1281 e 7 anni dopo un’interminabile conclave lo aveva eletto papa.

Da pontefice Girolamo era stato iperattivo: si era occupato di riformare il collegio dei cardinali, di sanare i conflitti nello Stato Pontificio, di promuovere una crociata in Terra Santa e un’altra in Ungheria, unificando gli ordini cavallereschi e raggiungendo accordi con tutti i sovrani d’Europa. Ma era stato anche un grande protagonista della storia culturale e artistica della Chiesa, fondando quattro università, promuovendo il restauro delle basiliche di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore, e – appunto – il Duomo di Orvieto, affidato probabilmente a uno dei suoi più stretti collaboratori: Arnolfo di Cambio, che sulla Rupe aveva già scolpito il monumento funebre del cardinale De Braye.

Decisamente più conflittuale il rapporto di Orvieto con Bonifacio VIII, che d’altra parte con i conflitti ci andava a nozze: nemico del suo predecessore Celestino V (che dopo aver spinto alle dimissioni, aveva fatto imprigionare e – forse – assassinare), nemico dei francescani spirituali, nemico di buona parte delle famiglie aristocratiche romane, nemico di Dante Alighieri, nemico di Filippo il Bello di Francia, Bonifacio decide di usare la forza anche con la città di Orvieto, che nel frattempo ha raggiunto una popolazione di 30mila abitanti (superiore perfino a quella di Roma), estendendo molto i suoi domini e diventando un’indiscussa potenza militare. Bonifacio non esita a lanciare scomuniche e interdetti per ridurla all’obbedienza; e ci riesce: viene nominato Capitano del Popolo, fa avviare la costruzione del Palazzo Papale e fa apporre una sua statua nei due più importanti ingressi della città: Porta Maggiore e Porta Postierla; statue oggi custodite nel Museo Civico Archeologico. Ma non usa solo il bastone, Bonifacio: nel 1297 celebra infatti a Orvieto la solenne canonizzazione di re Luigi IX di Francia.

Il Pozzo di San Patrizio (1527-1537) fu commissionato da Clemente VII per garantire l’approvvigionamento idrico di Orvieto in caso di assedio

Papa e mecenate L’ultimo grande regalo alla Rupe lo fa invece, quasi due secoli dopo, Giuliano Zanobi dei Medici, figlio di una delle vittime più illustri della Congiura dei Pazzi e cresciuto dallo zio Lorenzo il Magnifico. Nominato dal cugino Leone X prima vescovo e poi anche governatore di Firenze, è stato eletto papa con il nome di Clemente VII nel 1523 a soli 45 anni (primato tuttora imbattuto) e si è trovato a fronteggiare lo scisma anglicano e il Sacco di Roma. Ma ha anche approvato l’Ordine dei Cappuccini e affidato a Michelangelo l’affresco della Cappella Sistina, commentato e fatto pubblicare tutte le opere di Ippocrate, promosso la teoria Copernicana, fondato l’Università di Granada e sviluppato la Biblioteca Vaticana e la costruzione della basilica di San Pietro. Eppure quando muore, forse avvelenato, nel 1534, sul Pasquino, la statua parlante di Roma, viene esposto il ritratto del suo medico con la scritta “Ecce qui tollit peccata mundi”.

È lui nel 1527 ad avviare a Orvieto la costruzione del Pozzo di San Patrizio: quasi un viaggio metafisico nelle viscere della terra lungo 248 scalini. Il nome, d’altra parte, richiama quello della grotta irlandese dove Cristo avrebbe indicato a San Patrizio la porta del purgatorio.

Le ragioni di Clemente, in realtà, sono assai poco mistiche: reduce dal Sacco di Roma, vuole un pozzo per rifornire la città di acqua in caso di assedio. Alcune curiose coincidenze, però, rendono misterioso il fascino del luogo: durante gli scavi vengono ritrovati infatti corredi funerari di tombe etrusche. E le due rampe di scale elicoidali, progettate per la salita e la discesa, riproducono perfettamente, sotto il profilo geometrico, la doppia elica del Dna, il codice della vita, scoperto nel 1951.

Arnaldo Casali Articolo pubblicato su MedioEvo N° 256 di maggio 2018

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Enea Silvio Piccolomini, il papa laico

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Pio II, incoronato pontefice, entra in Vaticano (Pinturicchio, 1502-07, Libreria Piccolomini, cattedrale di Siena)

“Cardinale Basilio Bessarione: un voto; cardinale Juan de Torquemada: un voto; cardinale Guillaume d’Estouteville: 6 voti; cardinale Filippo Calandrini: un voto; cardinale Enea Silvio Piccolomini: 9 voti”.

È la mattina del 19 agosto 1458 e nel Palazzo Apostolico del Vaticano, il cardinale protodiacono Prospero Colonna ha dato lettura dei risultati del secondo scrutino del Conclave chiamato ad eleggere il successore di Callisto II.

Per il vescovo di Rouen è una pioggia gelata. Era convinto di vincere lui: così convinto che l’ha persino votato, Piccolomini, tanto per fare il signore.

E invece è rimasto fregato: per tre voti il toscano lo ha battuto. Certo i giochi sono ancora aperti, ma vincere la partita, ormai, è un’impresa disperata. Gli italiani si sono compattati per paura che un nuovo papa francese possa riportare la sede pontificia ad Avignone, facendo piombare di nuovo la Chiesa Cattolica nella crisi che ottanta anni prima aveva aperto il più grave scisma della sua storia: quello che aveva visto a un certo punto addirittura tre papi contemporaneamente lottare per il primato; uno scisma sanato da quarant’anni ma che si porta ancora dietro i suoi strascichi.

Se viene eletto Guillaume d’Estouteville – non aveva fatto che ripetere in quei giorni Piccolomini – il papato tornerà in terra straniera. E se pure resterà a Roma, sarà ancora peggio, perché l’intera Chiesa finirà sotto il cappello del Re di Francia.

Così, per quanto divisi nei rispettivi interessi, gli italiani – orfani del più papabile di tutti: Domenico Capranica, scomparso alla vigilia del Conclave – hanno finito per concentrare i loro voti sul cardinale meno potente e più povero del collegio, ma grintoso e dinamico come nessun altro.

Nel primo scrutinio a contendersi la tiara sembravano ancora Piccolomini e Calandrini, vescovo di Bologna e fratello di papa Niccolò V, che avevano raccolto cinque voti ciascuno. Guillaume aveva deciso di approfittare della divisione degli italiani per lanciare la sua candidatura, e aveva promesso incarichi e privilegi ai colleghi francesi e greci.

Nemmeno gli italiani avevano perso tempo, evidentemente, ma come avrebbe mai potuto immaginare che a soffiargli il trono di Pietro potesse essere proprio lui: un vecchio libertino laicissimo, autore di libri erotici e ignorante di teologia: una creatura dell’imperatore rifiutato come vescovo persino nella sua patria, e che era stato addirittura segretario personale di un antipapa?

La partita – ufficialmente – non è ancora finita, ma sarà difficile per il francese riuscire a strappare al senese i due terzi necessari per l’elezione: ad appoggiarlo sono solo de Coëtivy, Colonna, Bessarione, Fieschi, Torquemada e Castiglione, mentre a sostenere Piccolomini sono Balbo, Orsini, Calandrini, Isidoro di Kiev, de Mella, de La Cerda, Jaime de Potual e del Mila y Borja. Non basterà, al vescovo di Rouen, riuscire a convincere i due cardinali rimasti neutrali – Rodrigo Borgia e Giacomo Tebaldi – dovrebbe trovare il modo di strappare a Piccolomini anche qualcuno dei suoi sostenitori.

Mentre il nostro sta ancora ragionando sulle strategie da adottare per rovesciare la situazione, il cardinale diacono apre la procedura dell’accessus, che permette agli elettori di cambiare in corsa il proprio voto.

C’è un lungo silenzio rotto finalmente da Rodrigo Borgia, che annuncia di dirottare il suo voto su Piccolomini; i partigiani di d’Estouteville chiedono subito di aggiornare la seduta, ma prima che l’assemblea venga sciolta ufficialmente il cardinale Tebaldi interviene annunciando di cambiare anche lui il suo voto a favore di Piccolomini; che adesso ne ha bisogno solo di un altro per essere eletto.

A questo punto lo stesso Colonna si alza in piedi e prima che qualcuno possa fermarlo grida: “Anche io voto per il cardinal di Siena e lo elevo a papa”.

È finita. Ai seguaci del cardinale francese non resta altro da fare se non accodarsi, e regalare a Piccolomini una vittoria all’unanimità, tanto che mentre nell’aula risuonano gli applausi, proprio uno di loro – Bessarione – va a congratularsi chiedendo, come prescrive il rito, se accetta il gravoso incarico e quale nome intenda assumere.

Enea, raggiante, annuncia che si chiamerà Pio II. Ma non è un omaggio a Pio I: il papa letterato e umanista sta pensando all’appellativo del grande eroe troiano di cui porta il nome, il condottiero pagano padre di Roma, la città di cui ora è riuscito a impadronirsi lui: Enea, il “Pio”.

E mentre riceve l’omaggio deferente dei cardinali, che si inginocchiano davanti a lui e gli baciano la mano, Enea Silvio – che pio non lo è mai stato fino ad oggi – ripensa alle parole di san Bernardino da Siena, che lo aveva sconsigliato di farsi frate, non vedendo in lui alcuna vocazione alla vita contemplativa.

“Beh, mi aveva detto che non ero adatto a fare il frate – ride tra sé mentre lo rivestono dei paramenti sacri – mica il papa!”.

Una veduta di Pienza dalla Val d’Orcia. La città fino al 1462 era un piccolo borgo di nome Corsignano. Ma Pio II decise di costruire una nuova città ideale sopra l’antico borgo e affidò il progetto di rinnovamento all’architetto Bernardo Rossellino: i lavori durarono circa quattro anni e portarono alla luce una cittadina armoniosa e con forme tipicamente quattrocentesche

Era nato a Corsignano in Val d’Orcia, Enea Silvio Piccolomini, il 18 ottobre 1405, primogenito di 18 figli. La sua era una delle famiglie più importanti di Siena ma vent’anni prima della nascita di Enea era stata esiliata dalla città e costretta a ritirarsi in campagna, dove versava in difficili condizioni economiche, vivendo del lavoro nei campi. Che fosse destinato a farsi strada, il primogenito, si era visto subito: di diciotto figli, era l’unico maschio riuscito ad arrivare all’età adulta. E con le due sorelle superstiti manterrà uno stretto rapporto per tutta la vita, tanto che – da buon papa nepotista – riempirà di privilegi i quattro figli di Laudomia e ne farà cardinale uno, Francesco, destinato a diventare a sua volta papa Pio III.

Per tutta la sua giovinezza l’ossessione di Enea era stata quella di riuscire a riconquistare il prestigio e il potere perduto dalla sua famiglia e il padre Silvio – intuendo le sue potenzialità – quando aveva compiuto diciotto anni lo aveva mandato a Siena a studiare diritto.

Al giovane Piccolomini, però, di legge non importava proprio nulla: era invece affamato di letteratura ed era arrivato a spendere tutto – rinunciando anche a comprarsi da mangiare – per crearsi una sua personale biblioteca di classici: Cicerone, Livio, Virgilio, ma anche Petrarca, e i libri che non poteva comprare se li faceva prestare e li trascriveva.

Come ogni uomo divorato dalla passione per l’arte era diventato in breve artista a sua volta: da lettore si era trasformato in poeta, scrivendo versi erotici tanto in latino quanto in volgare; poi si era trasferito a Firenze, entrando nei circoli frequentati dai più celebri umanisti, come Leonardo Bruni e Antonio Beccadelli detto il Panoramita. La famiglia, però, non aveva approvato questa deriva artistica e dopo due anni lo aveva costretto a tornare a Siena a studiare giurisprudenza.

L’unica cosa che lo aveva affascinato un minimo, in quelle interminabili lezioni di burocrazia, era il dibattito sul conciliarismo che stava sconvolgendo la Chiesa occidentale e nel quale erano implicati molti dei suoi insegnanti.

Eurialo manda la sua prima lettera a Lucrezia, (1460-1470, Anonimo, Jean Paul Getty Museum). L’episodio è tratto dal Historia de Duobus Amantibus di Enea Silvio Piccolomini

Il Concilio era stato convocato a Basilea da papa Martino V, applicando una disposizione del Concilio di Costanza che prevedeva di tenere periodicamente un’assemblea di tutti i vescovi proprio per evitare che si sviluppassero insanabili fratture all’interno della Chiesa. All’ordine del giorno c’erano – tra l’altro – la ricomposizione dell’eresia hussita (condannata proprio al Concilio di Costanza), la riconciliazione con la Chiesa Ortodossa (separata da quella Cattolica dal 1054) e la riforma delle strutture ecclesiali.

Martino non aveva tuttavia fatto in tempo ad aprire il Concilio, e il compito era toccato al suo successore: Eugenio IV, che si era trovato subito il conflitto con gli altri vescovi.

Sin dalle primissime sedute, infatti, si erano formate due linee opposte: quella che, su modello di Costanza, riteneva il potere del Concilio superiore a quello del papa (era stato il Concilio, infatti, 15 anni prima a deporre i tre papi rivali e ad eleggere Martino V) e quelli che rivendicavano il potere assoluto del vescovo di Roma.

La diatriba aveva appassionato il poeta ventiseienne, che nel frattempo cercava lavoro in giro per l’Italia, peraltro con scarsi risultati. Intanto aveva conosciuto san Bernardino ed era rimasto tanto entusiasta delle sue prediche da accarezzare l’idea di lasciare tutto e farsi frate; era stato lo stesso predicatore, però, a dissuaderlo: per il poco che l’aveva conosciuto, aveva capito che quel ragazzo non era troppo portato né per la povertà, né per l’obbedienza, né tanto meno per la castità.

Nel 1431, però, era arrivata la grande occasione: proprio a Siena era stato notato da Domenico Capranica, vescovo di Fermo e fondatore del collegio per seminaristi ancora oggi tra i più importanti di Roma. Capranica era diretto a Basilea con l’obiettivo di unirsi alla fazione dei conciliaristi: non erano questioni teologiche, in realtà, a fargli sostenere la superiorità dell’assemblea dei vescovi sul papa, ma interessi squisitamente personali: Eugenio non aveva confermato la sua promozione a cardinale annunciata da Martino prima di morire.

Capranica aveva assunto quindi il giovane letterato senese come segretario e avvocato: sarebbe stato lui a fargli da procuratore davanti all’assemblea conciliare, al fine di ottenergli il riconoscimento della dignità cardinalizia.

Enea Silvio Piccolomini parte per il concilio di Basilea (Pinturicchio, 1502-07, Libreria Piccolomini, Cattedrale di Siena)

Giunto a Basilea nella primavera del 1432, Enea Silvio aveva aderito in pieno al movimento conciliare sbrigando con successo l’affare di Capranica e andando ben al di là delle personali esigenze di quest’ultimo. E quando l’anno successivo Eugenio IV aveva sospeso il Concilio dichiarandolo scismatico in caso di prosecuzione, Enea Silvio si era schierato energicamente contro il gesto del pontefice romano e aveva abbracciato l’oltranzismo con cui l’assemblea conciliare aveva continuato nel suo programma di demolizione della monarchia pontificia.

Quando poi – nel 1434 – il cardinale Capranica si era riconciliato con il Papa, Enea era rimasto a Basilea passando al servizio prima di Nicodemo della Scala, vescovo di Frisinga e poi del vescovo di Novara Bartolomeo Visconti, prendendo parte anche al complotto che si proponeva di catturare Eugenio mentre si trovava a Firenze e ricattarlo, se non addirittura deporlo o ucciderlo.

Il complotto però era stato scoperto ed Enea se l’era dovuta dare a gambe, trovando impiego presso un altro importante cardinale del Concilio – il bolognese Niccolò Albergati – e stringendo amicizia con il suo maestro di casa: Tommaso Parentucelli da Sarzana.

A partire dal 1435, aveva intrapreso una serie di lunghi viaggi in Lombardia, Savoia, Borgogna e Scozia, per cercare di convincere i rispettivi sovrani ad appoggiare l’assise conciliare. Era stata una grande avventura, irta di pericoli ma anche di storie d’amore che avrebbe poi raccontato nei Commentarii.

Profondamente razionalista, Enea Silvio aveva guardato con diffidenza e spirito critico i fenomeni di magia e superstizioni religiose che aveva incontrato nei suoi viaggi, trovando sempre una spiegazione scientifica là dove il popolo gridava al miracolo.

Quando era tornato a Basilea nel 1436 aveva scoperto che anche Albergati era passato con il papa. Enea aveva scelto però la coerenza, schierandosi con la maggioranza fieramente antipapale e contraria ad ogni forma di compromesso, e si era fatto notare per le doti oratorie che avevano favorito una brillante carriera nell’organizzazione del Concilio stesso.

La spaccatura, intanto, aveva raggiunto l’apice nel 1439, quando di fronte alla decisione di Eugenio di trasferire il Concilio a Ferrara, i padri conciliari lo avevano dichiarato decaduto e avevano eletto al suo posto il duca di Savoia Amedeo VIII con il nome di Felice V.

Enea aveva vissuto da protagonista quell’elezione, ma non aveva potuto prendere parte alle votazioni, per un semplice motivo: era un laico, e tale era determinato a restare. La ragione era una sola: non voleva contravvenire all’obbligo della castità; e a Enea Silvio Piccolomini potevate chiedere tutto, ma non di rinunciare alle donne. Quello proprio no.

Ad ogni modo Felice V lo aveva nominato suo segretario personale e nel 1442 lo aveva mandato come ambasciatore alla Dieta di Francoforte, dove – peraltro – aveva ricevuto la corona di poeta. La cosa aveva colpito l’imperatore Federico III di Asburgo che gli aveva offerto un posto nella Cancelleria ed Enea ne aveva approfittato per svincolarsi dalla figura ormai ingombrante dell’antipapa e lasciare definitivamente Basilea, ammorbidendo le sue posizioni conciliariste. Se in un primo momento aveva cercato di portare Federico dalla parte di Felice, col tempo il diplomatico artista aveva capito che – rimanendo neutrale – lo stesso imperatore avrebbe potuto porsi come arbitro tra le parti e ricomporre la frattura.

Intanto alla corte imperiale Enea Silvio aveva continuato ad assecondare le sue ambizioni letterarie, scrivendo commedie e racconti erotici, e anche quelle amorose: da una donna inglese aveva persino avuto un figlio, che aveva spedito a Siena affidandolo alle cure di suo padre.

Nel frattempo, da tre anni era esploso il dibattito sull’autenticità della Donazione di Costantino, scatenato dagli studi di Lorenzo Valla che aveva dichiarato un falso l’atto su cui si basava proprio la supremazia assoluta del Papa. Enea Silvio aveva cercato in quell’occasione di conciliare la sua anima di umanista con quella di ecclesiastico proponendo di affidare la vertenza al pubblico dibattito nel corso dello stesso Concilio.

Enea Silvio Piccolomini riceve il cappello cardinalizio (Pinturicchio, 1502-07, Libreria Piccolomini, cattedrale di Sinea)

Poi c’era stata la conversione. Le tragedie vissute in quel periodo dalla cristianità, drammi personali, un inesorabile declino fisico che si stava affacciando e lunghe meditazioni lo avevano portato a decidere di chiudere con il passato e dedicare tutta la sua vita a servire Dio, e a 42 anni si era fatto, finalmente, ordinare prete.

Lo scisma conciliare si stava sclerotizzando: i vescovi riuniti in assemblea erano ormai arroccati sulle proprie posizioni e difesi dal Re di Francia, che ne approfittava per depotenziare l’autorità imperiale. Il rischio ormai concreto era quello di una frantumazione dell’Europa cristiana in tante chiese nazionali, sottoposte ognuna al proprio sovrano. Gli interessi dell’Impero germanico convergevano dunque con quelli del Vaticano per fronteggiare l’egemonia francese. Alla questione Enea aveva dedicato due libri: il primo nel 1440 e il secondo nel 1450 ed era stato inviato a Roma per trattare con Eugenio, approfittando dell’udienza per dichiarare la sua conversione alla causa romana e ottenere il perdono papale.

Negli anni successivi l’ormai celebre diplomatico – tra i pochi a cambiare fronte per questioni di principio e non di convenienza personale – era diventato il ponte tra Chiesa e impero trattando tutti gli snodi della nuova alleanza (a cominciare dalla destituzione dei vescovi eletti dai principi tedeschi) culminata con il riconoscimento del vescovo di Roma come unico pastore supremo della cristianità decretato dalla Dieta di Francoforte, e facendosi portavoce con il Pontefice delle condizioni poste, tra cui spiccava la messa per iscritto della preminenza del concilio sul papato.

Il 23 febbraio 1447 Eugenio IV era morto e al suo posto era stato eletto Tommaso Parentucelli, l’amico di vecchia data di Enea, che aveva preso il nome di Niccolò V ed era riuscito a risolvere la crisi conciliare nell’aprile del 1449, quando Felice V – abbandonato anche dal Re di Francia – aveva abdicato.

Niccolò aveva ricompensato il vecchio amico per il ruolo svolto nominandolo vescovo di Trieste, ma aveva dovuto fare i conti con la netta opposizione del Capitolo della Cattedrale: i preti triestini non avevano nessuna intenzione di prendere ordini da quel vecchio libertino che aveva parteggiato per l’antipapa e si era fatto prete da meno di due anni. Enea, però, l’aveva presa con filosofia, o forse con autentica fede: aveva ripetuto di voler fare solo ciò che piace a Dio e combattere per il vangelo nell’unica Chiesa legittima, ovvero quella romana. Niccolò V, da parte sua, ci aveva riprovato affidandogli nel 1450 la diocesi di Siena e segnando così un ritorno a casa che si era rivelato tutt’altro che indolore: convinti che Piccolomini avrebbe usato il suo nuovo ruolo per riportare al potere la famiglia, i governanti di Siena lo avevano osteggiato in tutti i modi; quando poi, nel 1456 era diventato cardinale, erano arrivati addirittura a impedirgli di rientrare in città.

Negli anni successivi Enea aveva continuato a trattare accordi diplomatici delicatissimi sul fronte politico europeo ed italiano, miranti a rendere sempre più salda l’alleanza tra Chiesa e impero tedesco, fino ad giungere – nel 1452 – a quella che sarebbe passata alla storia come l’ultima incoronazione di un imperatore da parte di un papa: un capolavoro di diplomazia che gli aveva fatto meritare il titolo di principe dell’impero. Nel corso della stessa cerimonia Enea aveva invitato la cristianità a mobilitarsi in una crociata per salvare Costantinopoli, assediata dai turchi. Il suo appello, però, era stato inutile: i sovrani europei non si erano mossi e il 19 maggio 1453 la città era stata presa, decretando così la fine dell’impero romano d’oriente e – secondo alcune convenzioni storiche – del Medioevo stesso.

Due anni dopo Niccolò V era morto ed Enea si era trasferito stabilmente in Italia, continuando la sua azione di diplomatico a servizio della Santa Sede; attività che gli aveva fatto guadagnare anche la nomina a cardinale. Il 6 agosto 1458 anche Callisto era morto e una settimana dopo la Falciatrice si era portata via il cardinale Domenico Capranica, dato quasi per scontato per la successione.

La scomparsa del favorito aveva dato spazio alle mire del potente e ricchissimo cardinale normanno Guillaume d’Estouteville, la cui vittoria avrebbe potuto rovesciare completamente la situazione che si era creata così faticosamente in quegli anni, tanto più nel momento in cui la Francia stava cercando di inserirsi nella contesa successione per il Regno di Napoli. La parte avversa ai francesi – capeggiata dal signore di Milano Francesco Sforza e appoggiata dagli Aragona (rivali dei francesi nella successione a Napoli) – vedeva come papabili Prospero Colonna e lo stesso Piccolomini. Nonostante fosse uno dei cardinali più poveri del Conclave, Enea aveva guadagnato progressivamente terreno, anche contro il veneziano Pietro Barbo, che si sarebbe comunque rifatto qualche anno dopo col nome di Paolo II.

Pio II canonizza Caterina da Siena (Pinturicchio,1502-07, Libreria Piccolomini, cattedrale di Siena). La canonizzazione di Santa Caterina fu un lungo processo, portato avanti da Enea Silvio Piccolomini, che si concluse il 29 giugno 1461

Il conclave si è aperto il 16 agosto, con la partecipazione di diciotto cardinali su ventiquattro: otto italiani, cinque spagnoli, due francesi, due greci e un portoghese. Nelle consultazioni preliminari del 17 agosto sono stati subito presi degli accordi che vincolano il futuro pontefice all’assenso del Sacro Collegio in alcune materie decisionali di fondamentale importanza, come il trasferimento della Curia romana o la collazione dei benefici maggiori. A tutela dei privilegi del ceto cardinalizio è stato poi ribadito il decreto del concilio di Costanza sul numero e sulla qualità dei cardinali, nonché sulla procedura della loro nomina. Infine, è stato stabilito per la prima volta il cosiddetto piatto cardinalizio, ossia un appannaggio mensile di 100 fiorini, che il papa dovrà corrispondere ai porporati che godano di rendite annue inferiori ai 4.000. Il 18 agosto, terzo giorno di conclave, sono iniziati gli scrutini, che hanno confermato le previsioni di un duello fra la nazione francese e quella italiana.

Il cardinale normanno non ha esitato ad accusare Piccolomini di inaffidabilità per i suoi trascorsi di conciliarista e per la vocazione di “poeta”, oltre che per essere una creatura dell’imperatore e per la sua ignoranza in materia teologica, ma Enea gli ha ridato pan per focaccia denunciando i rischi della sua elezione per gli equilibri politici e religiosi dell’Europa intera.

Alla fine è stato proprio Barbo, nel secondo scrutinio, a spostare l’ago della bilancia facendo convergere sul poeta senese il pacchetto dei sette voti da lui controllati. “Visto che io non sarò eletto comunque – ha pensato – meglio almeno mantenere il papato sotto la custodia della nazione italiana”.

E ora Enea Silvio Piccolomini è diventato Pio II: ha 53 anni, un fisico minato dalla malattia e una vita intensa e avventurosa alle spalle. Eppure lo sa: il meglio deve ancora venire.

Arnaldo Casali

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L’Editto di Milano

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Arrigo Minervi (scultore della I meta del XX secolo). Particolare della porta minore di sinistra del Duomo di Milano raffigurante l’Editto di Milano

“Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinché sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità”.

È il 13 giugno 313. Sono passati otto mesi dalla Battaglia di Ponte Milvio, e da quell’In Hoc Signo Vinces che ha cambiato la storia e la religione, anche se poi non si è capito mai che segno fosse esattamente. Una croce secondo la leggenda, il cristogramma secondo la storia, un meteorite o una congiunzione di pianeti secondo gli astronomi. L’integrazione religiosa, più probabilmente, secondo il primo imperatore cristiano.

Tra i sovrani più ambiziosi dell’intera storia romana, Costantino era nato nel 274 dall’unione di Costanzo Cloro e della sua concubina Elena ed era cresciuto in Oriente alla corte di Diocleziano, durante la tetrarchia che vedeva l’impero amministrato da due cesari e da due augusti. Dopo la morte del padre – cesare, e in seguito augusto di Occidente – nel 306 Costantino era stato acclamato dalle sue milizie suo successore. Ne erano seguite guerre che avevano visto il pretendente allearsi con Licinio contro Massenzio e Massimino Daia.

Approfittando del vuoto di potere lasciato dai due tetrarchi di Occidente (che avevano scelto come capitali Treviri e Milano) il generale Massenzio era diventato il padrone di Roma, dove era rimasto solo il Senato e, dopo una serie di battaglie, il 28 ottobre 312 Costantino lo aveva battuto definitivamente a Ponte Milvio, assumendo il controllo di tutta l’Italia.

Secondo la tradizione, quando era ancora a Torino, Costantino si era rivolto in preghiera all’“unico Dio” e poco dopo mezzogiorno era stato testimone dell’apparizione di un incrocio di luci sopra il sole con la scritta ἐν τούτῳ νίκα, ovvero “Con questo vinci”.

Nella notte successiva gli era apparso Cristo, ordinandogli di adottare come proprio vessillo il segno che aveva visto in cielo. Nei giorni successivi Costantino aveva chiamato dei sacerdoti cristiani per essere istruito sulla religione il cui contenuto gli era ancora ignoto.

Testa di Costantino, conservata nel cortile del Palazzo dei Conservatori, presso i Musei capitolini a Roma

In battaglia Costantino aveva quindi fatto precedere le proprie truppe dal labaro imperiale con il monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP (che sono le prime due lettere greche della parola “Christòs”) sovrapposte. Sotto queste insegne i soldati avevano sconfitto l’avversario: Massenzio, pagano, era affogato nel crollo di Ponte Milvio che lui stesso aveva fatto costruire, e il nuovo imperatore si era convertito al cristianesimo. Almeno secondo la tradizione: in realtà Costantino si sarebbe fatto battezzare solo 25 anni dopo e per tutta la vita avrebbe mantenuto una certa ambiguità sotto il profilo religioso.

Quel che è certo, comunque, è che Costantino – in quell’occasione – aveva rifiutato di consultare gli aruspici prima della battaglia, e quando era entrato a Roma in trionfo aveva evitato di salire in Campidoglio, dove si trovava il tempio più sacro degli dei pagani.

Oggi esistono le più disparate ipotesi riguardo a ciò che l’imperatore avesse visto a Torino (alcuni hanno ipotizzato una congiuntura tra pianeti chiamata “La croce del cigno”) e quale fosse esattamente il significato di quella frase passata alla storia in latino anche se in realtà fu pronunciata in greco. In molti sostengono che Costantino non affidasse le sorti della battaglia a Gesù Cristo ma al Dio Sole (il cui simbolo – una croce sovrapposta ad una X con al centro un cerchio – assomiglia molto al monogramma di Cristo). Ma per lui, Costantino, questo non faceva molta differenza. La differenza, per l’imperatore, stava piuttosto tra l’Olimpo degli Dei e il Dio unico e onnipotente che aveva scelto di venerare.

Aveva smesso di crederci da anni, Costantino, in Giove, Giunone, Marte e tutte le favole dell’Olimpo. Aveva smesso di partecipare ai sacrifici per Saturno e per tutti gli altri dei. Solo superstizione, pensava. Nessuno ci credeva veramente in quelle storie, in quei pettegolezzi sulle divinità. Era ormai chiaro a tutti che si trattava di un mondo divino fatto a misura di quello umano; con bugie, tradimenti, rivalità e guerre. Erano solo storie da raccontare e i sacrifici semplici scongiuri per cacciare la cattiva sorte.

Moneta di Costantino, con una rappresentazione del Sol Invictus e l’iscrizione SOLI INVICTO COMITI, “al Sole Invitto compagno

Ma il Sole no, quello era un Dio vero: era completamente diverso dagli altri dei, e completamente diverso dagli uomini. Lui era là, nella sommità del cielo. Tutti gli uomini lo potevano vedere, e tutti gli uomini ne sperimentavano ogni giorno la potenza.

A lui gli uomini dovevano la luce e il calore. Senza di lui non crescevano piante, non nascevano gli animali. Senza di lui l’uomo era perduto. Il freddo lo assaliva e nelle tenebre non poteva muoversi, non poteva difendersi dai pericoli né vedere quello che lo circondava.

Quanto più lui era lontano tanto più la vita era difficile per l’uomo. Durante l’inverno si allontanava e il freddo aumentava e le ore di luce erano più corte e il cibo non c’era.

Era un Dio strano. La cosa più bella e potente che si potesse ammirare nella volta celeste. Eppure ogni giorno si spegneva lentamente, scendeva dalla vetta del cielo e cadeva sotto la terra, e moriva. E ogni giorno resuscitava sorgendo all’orizzonte per salire ancora sul suo trono nel cielo. Una passione e una gloria che si rinnovavano ogni giorno, ogni anno. Ogni notte la Luna si faceva portatrice della speranza in un giorno nuovo, ogni giorno l’appassire della luce era l’annuncio di una notte che sarebbe arrivata. Ogni estate si passava nel calore e nella luce aspettando con timore il gelo dell’inverno. Ed ogni duro inverno si affrontava coraggiosamente nella certezza di una nuova estate.

Aureliano aveva consacrato ufficialmente il tempio del Sol Invictus nel 274, gli aveva dedicato la festa del 25 dicembre e ne aveva fatto la principale divinità del pantheon romano. Con il passare del tempo il giovane Costantino, nato insieme al Sole Invitto, ne era diventato sempre più devoto: amava partecipare ai culti nel tempio, osservare i canti e le preghiere che salivano insieme al fumo dei sacrifici fino a raggiungere il cielo, che avrebbe ringraziato donando agli uomini una nuova primavera, ancora luce, ancora caldo, ancora vita, ancora speranza.

Che fosse il segno di Cristo o quello del Sole ad avergli donato la vittoria a Ponte Milvio, allora, cambiava davvero poco.

Moneta di Costantino (ca.327) con la rappresentazione del monogramma di Cristo sopra il labaro imperiale

In fondo Costantino non ci vedeva molta differenza: Cristo, come il sole, viveva ciclicamente una storia fatta di gloria, passione, morte e resurrezione. E il Dio dei cristiani era unico, padre e onnipotente, esattamente come quello la cui protezione aveva invocato scendendo nella Città Eterna.

Nel frattempo già da un anno l’imperatore Galerio aveva emanato un editto con cui si metteva fine alla più feroce e sanguinosa persecuzione dei cristiani, avviata da Diocleziano nel 303.

Diocleziano era stato un imperatore particolarmente conservatore sotto il profilo religioso, anche se ad istigarlo contro i cristiani era stato – in realtà – lo stesso Galerio, al tempo suo vice. In un primo momento la persecuzione aveva riguardato solo l’eresia dei manichei, religione “straniera” arrivata dall’Oriente e accusata di fomentare disordine e instabilità, mentre la persecuzione contro il cristianesimo nel suo complesso era iniziata il 17 novembre 303 con la tortura e l’esecuzione del diacono Romano di Cesarea, colpevole di aver rifiutato di compiere atti divinatori.

Diocleziano in un primo momento aveva pensato di limitarsi ad impedire ai cristiani di ricoprire incarichi politici e militari, ma Galerio lo aveva convinto della necessità di un vero e proprio sterminio, se si voleva scongiurare l’ira degli dei indignati per l’empietà della nuova setta arrivata dalla Palestina e sempre più diffusa a Roma. I cristiani, sosteneva Galerio, avevano creato uno Stato nello Stato, che era governato da proprie leggi e magistrati, possedeva un tesoro e manteneva la coesione grazie all’opera dei vescovi che dirigevano le diverse comunità dei fedeli cui erano preposti attraverso decreti cui si obbediva ciecamente; occorreva, quindi, intervenire prima che il Cristianesimo contaminasse irrimediabilmente i ranghi dell’esercito. Il Potere doveva abbattere quel contropotere che rifiutava qualsiasi assimilazione. Secondo la tradizione, lo stesso Apollo avrebbe confermato la necessità di un intervento drastico, perché la presenza di “empi” gli impediva – secondo l’oracolo – di fornire il proprio aiuto.

Icona ortodossa bulgara con l’imperatore e la madre Elena e la vera croce

Il 23 febbraio 303 a Nicomedia, capitale dell’impero d’Oriente, era stato affisso un editto che disponeva il rogo dei libri sacri, la confisca dei beni delle chiese e la loro distruzione, il divieto per i cristiani di riunirsi e di tentare qualunque tipo di difesa in azioni giuridiche, la perdita di carica e privilegi per i cristiani di alto rango, l’impossibilità di raggiungere onori ed impieghi per i nati liberi, e di poter ottenere la libertà per gli schiavi, oltre che l’arresto di alcuni funzionari statali. Dopo un paio di attentati subiti dalla residenza di Diocleziano, poi, la persecuzione era diventata ancora più feroce: arresti, torture ed esecuzioni erano aumentate in modo esponenziale in Oriente e a Roma, mentre in Britannia il padre di Costantino era stato molto meno intransigente.

Quel che certo è che l’azione di Diocleziano aveva fallito miseramente. Il cristianesimo era uscito rafforzato dalle persecuzioni: i martiri erano divenuti modelli di fede ancora oggi venerati, mentre gli stessi pagani avevano finito per solidarizzare con le vittime di questa “pulizia religiosa”. Nel 305 Diocleziano – caso unico nella storia dell’impero romano – si era dimesso spontaneamente lasciando il posto allo stesso Galerio, che aveva portato avanti, seppure in modo intermittente, le persecuzioni fino al 311, quando aveva firmato la resa a Sofia con un editto a nome di tutto il collegio tetrarchico pubblicato il 30 aprile e nel quale si legge:

“Considerando la nostra benevolenza e la consuetudine per la quale siamo soliti accordare il perdono a tutti, abbiamo ritenuto di estendere la nostra clemenza anche al loro caso, e senza ritardo alcuno, affinché vi siano di nuovo dei cristiani e si ricostruiscano gli edifici nei quali erano soliti riunirsi, a condizione che essi non si abbandonino ad azioni contrarie all’ordine costituito”. “Con altro documento – prosegue il testo – daremo istruzioni ai governatori su ciò che dovranno osservare. Perciò, in conformità con questo nostro perdono, i cristiani dovranno pregare il loro dio per la nostra salute, quella dello Stato, e di loro stessi, in modo che l’integrità dello Stato sia ristabilita dappertutto ed essi possano condurre una vita pacifica nelle loro case”.

Quelle istruzioni, in realtà, non erano mai state emanate a causa della morte di Galerio. Per questo nel febbraio del 313 i due padroni dell’impero si erano riuniti a Milano per discuterle e firmare un documento congiunto.

Diocleziano, ritiratosi in una splendida villa a Spalato, in quello stesso periodo aveva ricevuto l’invito alle nozze tra Costanza, sorella di Costantino, e Licino, succeduto a Galerio come imperatore d’Oriente. Diocleziano morirà, significativamente, proprio alla vigilia dell’Editto di Milano con cui Costantino e Licino formalizzano la sua sconfitta sdoganando ufficialmente e definitivamente la religione cristiana nell’impero romano.

È stato soprattutto Costantino ad insistere per la riabilitazione dei cristiani; d’altra parte le sue simpatie per la Chiesa non sono certo un segreto. Licinio, al contrario, è rimasto fedele alla religione tradizionale ma ha capito che la pace religiosa è fondamentale per la stabilità dell’impero. Tanto più nella sua parte di impero, che è quella dove le persecuzioni sono state più spietate e dove i cristiani sono ancora oggetto di discriminazione e forme di intolleranza: lo stesso Massimino Daia, suo rivale, ha ricominciato le esecuzioni capitali nei territori sotto la sua giurisdizione. Licinio, da parte sua, sconfitto Massimino ad aprile ha consentito ai cristiani di costruire luoghi di culto e ha restituito loro tutti i beni confiscati.

Se non puoi batterli – pensano entrambi gli imperatori – fatteli amici. L’integrazione dei cristiani, e del loro sistema di potere, all’interno dell’impero non può prescindere dalla loro emancipazione.

Più che l’avvio di una cristianizzazione dell’impero, comunque, l’Editto di Milano rappresenta un modello di integrazione: se nel testo si parla apertamente di libertà religiosa per i cristiani si aggiunge anche che la stessa deve essere garantita ai fedeli di qualsiasi altro credo e il riferimento religioso è ad una divinità generica – “qualunque essa sia” – della quale si invoca la protezione.

Costantino non ha nessuna intenzione di cambiare gli equilibri religiosi nell’impero; un impero in cui il 90% della popolazione segue ancora i culti tradizionali pagani. Al contrario, l’imperatore un equilibro religioso lo vuole creare: non vuole più che la fede possa rappresentare un elemento di tensione, di divisione, di discriminazione, di conflitto. La pace romana passa per la libertà e l’integrazione. E di questa pace e integrazione è lui stesso – Costantino – il garante. Non a caso, pur avvicinandosi sempre più apertamente al cristianesimo, mantiene l’incarico di Pontefice Massimo della religione tradizionale, fa costruire templi pagani e promuove con sempre maggiore forza il culto del Sole.

Paradossalmente, mentre convoca e presiede a Nicea il primo grande Concilio Ecumenico chiamato a dibattere di questioni teologiche sulla natura di Cristo e ad affermare una dottrina unica, chiara e definitiva per tutta la Chiesa espellendo gli eretici, Costantino persegue un sincretismo che fonda insieme il culto di Cristo, quello di Mitra e quello del Sole in un’unica religione in cui possano riconoscersi tutti i cittadini romani.

In particolare a Costantino interessa identificare Cristo con il sole: non a caso sceglie la festa del Sole invitto – il 25 dicembre – come data del Natale e la domenica come giorno festivo della settimana, chiamandola però “Giorno del Sole”, mentre assegna gli altri 6 giorni alle vecchie divinità pagane della Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno.

La colonna di Costantino a Istanbul

D’altra parte la crisi sociale dell’impero e l’influsso delle spiritualità orientali hanno messo in crisi ormai già da tempo l’antico sistema religioso romano e si è andato diffondendo un sincretismo venato di monoteismo che tende a vedere nelle immagini degli dei tradizionali l’espressione di un unico essere divino. Il modello religioso di Costantino, dunque, è quello di una pluralità di riti nell’unità di Dio. Un Dio che può assumere diversi nomi ma che resta padre, protettore e onnipotente.

Nel 316, durante la guerra contro lo stesso Licinio per assumere il controllo di tutto l’impero, Costantino farà dedicare le monete “Al Sole Invitto, ministro del Signore” anche se – nel frattempo – in alcune lettere private scrive di voler convertire tutto il mondo al cattolicesimo.

Più che cristiano, dunque, Costantino – almeno pubblicamente – è un convinto monoteista e un grandioso promotore di ecumenismo, che cerca di unificare le fedi affini e di rispettare anche le altre. Con una sola eccezione: l’ebraismo. Mentre emancipa i cristiani, infatti, l’imperatore tende ad emarginare sempre di più i “fratelli maggiori” che – al contrario – negli ultimi secoli si erano perfettamente integrati nella società romana. Nel corso del Concilio di Nicea l’imperatore prende le distanze da qualsiasi celebrazione comune della Pasqua mentre l’anno dopo – nel 326 – emanerà una legge che proibisce agli ebrei di convertire e circoncidere i loro schiavi. Paradossalmente è proprio questo grande promotore di tolleranza, libertà ed ecumensimo a gettare le basi dell’antisemitismo che avvelenerà l’Europa per secoli.

La sintesi più sublime della politica religiosa di Costantino resta ancora oggi la colonna fatta erigere nella nuova capitale da lui fondata, Costantinopoli, realizzata in porfido proveniente da Eliopoli in Egitto, la “città del sole”. Sotto il suo basamento, secondo la tradizione, vengono seppelliti il Palladio (il più importante simulacro propiziatorio della religione romana) e alcuni frammenti della croce di Cristo ritrovata da sant’Elena in Palestina, mentre sulla sommità è posta una statua raffigurante l’imperatore in veste di divinità solare con lo sguardo rivolto al sole nascente, sulla testa una corona a sette raggi e sulla mano destra il globo con la croce. Con un’iscrizione che recita “Costantino, che splende come il sole”. Insieme divino e devoto.

Arnaldo Casali

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Il celibato dei preti

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Una miniatura medievale di probabile significato moralistico: il drago osserva una scena di sesso, dal Talbot Shrewsbury book, Rouen (1444-1445)

Non sta né in cielo né in terra che i preti non si possano sposare.

A trasformare il reverendo nello scapolo per eccellenza, una creatura asessuata o comunque repressa secondo l’immaginario popolare, non sono state ragioni teologiche e nemmeno una prassi consolidata.

Quella dimensione di solitudine affettiva che oggi sembra parte integrante dell’identità stessa del sacerdote, infatti, segna meno della metà della storia del cristianesimo e riguarda solo ed esclusivamente i preti cattolici di rito latino. Peraltro, con qualche eccezione.

Mentre la rinuncia ad una vita sessuale come scelta ascetica si ritrova in ogni forma di spiritualità, il celibato dei ministri del culto non esiste nelle altre religioni (sono sposati, per esempio, sia gli imam musulmani che i rabbini ebrei), né nelle chiese cristiane ortodosse e protestanti, ma anche nella stessa Chiesa Cattolica, per più di mille anni, tanto i preti quanto i vescovi potevano avere moglie.

Il celibato ecclesiastico è una “invenzione” squisitamente medievale, tanto che oggi, se papa Francesco sembra escludere un radicale cambiamento di rotta, tutte le più autorevoli voci del cattolicesimo – dal Segretario di Stato Pietro Parolin al direttore di Famiglia Cristiana Antonio Sciortino – non fanno che ripetere che il celibato “non è un dogma” e che come è stato introdotto può essere abolito in qualsiasi momento dal Papa o da un Concilio.

D’altra parte, al di là delle letture spirituali che in seguito gli sono state affidate, la proibizione per i preti di avere una famiglia è stata dettata da motivi esclusivamente pratici, che nulla hanno a che fare con la teologia; e nemmeno con la castità: va chiarito subito, infatti, che i preti non fanno e non hanno mai fatto voto di castità, così come non fanno quelli di povertà e obbedienza.

Monaci agostiniani in processione in un affresco marchigiano del secolo XIV

I voti caratterizzano solo gli appartenenti a famiglie religiose, ovvero monaci e frati, che scelgono di consacrare completamente a Dio la propria vita, rinunciando quindi non solo a costruire una famiglia e a vivere la sessualità in modo attivo, ma anche ad avere proprietà e a disporre della propria esistenza.

La vocazione del prete, invece, più che una consacrazione è un servizio, un “lavoro” all’interno della Chiesa che non richiede la rinuncia a vivere la propria vita come meglio crede (casa, beni di proprietà, vacanze, libertà di azione) fatta eccezione per una moglie e dei figli legittimi. I motivi, come si diceva, sono di carattere pratico: scongiurare eredi che potrebbero rivendicare diritti su beni ecclesiastici e famiglie che renderebbero più complicata la gestione di un prete, sia per quanto riguarda missioni e trasferimenti, sia per quanto riguarda l’aspetto economico (mantenere una famiglia costerebbe di più e costringerebbe il prete a cercare anche un altro lavoro o la Chiesa a spendere di più per mantenerlo).

Tra il voto di castità dei monaci e dei frati e la “promessa di celibato” dei preti c’è però un’enorme differenza: il primo è una libera scelta costitutiva della dimensione religiosa a cui si ambisce, la seconda è una regola imposta e a volte non condivisa. Va da sé che – sotto il profilo morale – un frate che fa sesso viene meno alla sua stessa vocazione, mentre un prete pecca né più e né meno di qualsiasi coppia cattolica che abbia rapporti al di fuori del matrimonio.

Ora, in un mondo in cui la sessualità era appannaggio esclusivo della vita matrimoniale, era abbastanza naturale che un prete se ne sentisse escluso, mentre in una società totalmente erotizzata come quella contemporanea, in cui la verginità meraviglia più dell’adulterio e la gran parte del sesso si pratica al di fuori del vincolo matrimoniale, solo l’ipocrisia o un’estrema ingenuità possono destare scandalo di fronte al fatto che la castità, ormai quasi “proibita” ai laici, sia così poco diffusa anche tra i preti.

Il Cristo pantocreatore del Duomo di Monreale (Palermo)

Ma andiamo con ordine.

La religione cristiana, come è noto, è “figlia” di quella ebraica, nella quale i sacerdoti erano regolarmente sposati, anche se prima di esercitare il culto dovevano astenersi dai rapporti sessuali; una prescrizione che non aveva nulla di moralistico e niente a che vedere con la visione peccaminosa che il cristianesimo svilupperà della sessualità; semplicemente, l’atto sessuale comporta un grande dispendio di energia fisica e spirituale che il sacerdote doveva preservare per il momento solenne del sacrificio.

Tra gli ebrei il celibato era praticato, invece, dai monaci esseni e ad esso accenna anche Gesù quando parla degli “eunuchi per il regno dei cieli”. Che lui stesso non fosse sposato viene dato per certo: Gesù, però, non era un sacerdote ma un laico. Erano sposati, invece, i suoi discepoli: sicuramente Pietro, visto che uno dei primi miracoli di Gesù è la guarigione della suocera (e secondo una celebre barzelletta da preti, proprio per questo Pietro l’avrebbe rinnegato!).

Ad ogni modo Gesù non si esprime mai né a favore del matrimonio né a favore del celibato: impegnato ad abbattere qualsiasi schema formale, tende a relativizzare i legami familiari sottolineando la priorità che deve essere assegnata allo spirito e alla rivoluzione evangelica. Ad ogni modo, esattamente come l’apostolo che viene considerato il primo papa, nella chiesa delle origini erano sposati tutti i preti e i vescovi.

La conversione di San Paolo in una bibbia miniata del secolo XIII

San Paolo, invece, non aveva moglie: non ci sono certezze sul perché ma molto probabilmente aveva divorziato. Considerando che si è convertito al cristianesimo intorno ai 30 anni, che non aveva frequentato gli esseni, che gli ebrei si sposavano intorno ai 18 anni, che Paolo aveva studiato per diventare rabbino e che per diventare rabbini bisognava essere sposati, è alquanto probabile che la moglie l’avesse ripudiata, anche se non ne conosciamo i tempi né le circostanze. Un matrimonio fallito alle spalle giustificherebbe, peraltro, anche l’opinione non troppo nobile che l’Apostolo delle genti sembra avere del sesso e del matrimonio (“è meglio sposarsi che ardere” dice nella prima lettera ai Corinzi). Quello che sostiene nella lettera a Tito è comunque che il vescovo debba essere “marito di una sola moglie”.

Anche Tertulliano (che al contrario era sposato e a sua moglie ha dedicato anche un libro) un secolo e mezzo dopo sosterrà l’idea dell’unicità del matrimonio: il prete e il vescovo se sono sposati non possono divorziare e se rimangono vedovi non possono risposarsi.

Sulla scia di Paolo, anche altri padri della chiesa come Ambrogio, Girolamo e Agostino, segnati forse da esperienze personali negative (Agostino aveva avuto una vita dissoluta e un figlio illegittimo) dimostreranno una certa diffidenza nei confronti del matrimonio e una preferenza per la vita ascetica.

San Valentino, Leonhard Beck (ca. 1480–1542). Museo Nazionale della Fortezza di Coburgo, particolare

Tuttavia non solo i preti ma anche i vescovi restano sposati; una singolare testimonianza è quella dell’epigrafe funeraria di una “venerabile donna vescovessa” ritrovata nel cimitero sotto la basilica di San Valentino in Terni: potrebbe trattarsi della moglie proprio di san Valentino, vescovo di Terni e patrono degli innamorati.

Seguendo l’influsso ebraico, tuttavia, i sacerdoti della prima chiesa cristiana si astengono dai rapporti sessuali nella notte che precede la celebrazione della messa. Cosa che, all’inizio, avviene solo la domenica: quando si comincia a celebrare la messa tutti i giorni, però, le cose si complicano.

Nel frattempo, anche per prendere le distanze dalla promiscuità diffusa nel mondo pagano, i cristiani diventano sempre più rigoristi in materia sessuale e il Concilio di Elvira in Spagna nell’anno 300 chiede di rinunciare ai rapporti sessuali dopo l’ordinazione sacra. “È stato deciso – recita il canone 33 – di prescrivere in modo assoluto ai vescovi, ai presbiteri, ai diaconi e a tutti i chierici ordinati al sacro ministero, di astenersi dalle loro mogli e di non generare figli; chiunque lo abbia fatto sia escluso dall’onore dello stato clericale”.

Insomma possono ricevere l’Ordine Sacro uomini sposati, ma dopo averlo ricevuto dovrebbero vivere in assoluta continenza, pur continuando a convivere con le mogli. Una disposizione decisamente difficile da rispettare e tanto più da controllare; d’altra parte che il provvedimento abbia avuto scarsa attuazione lo dimostrano i successivi tentativi di farlo rispettare, effettuati dal Concilio Romano del 386 e in altri sinodi e lettere di papi.

Papa Gregorio Magno in un dipinto di Antonello da Messina

Anche nei secoli successivi le prescrizioni continuano ad essere amabilmente ignorate e tra i “bambini non autorizzati” nati da preti e vescovi figurano persino papi e santi importanti: San Gregorio Naziazieno patriarca di Costantinopoli, per esempio, era figlio di un vescovo, san Patrizio figlio di un diacono e nipote di un prete e Teodoro, papa dal 642 al 649, era figlio del vescovo di Gerusalemme. Gregorio Magno, papa dal 590 al 604, proveniva addirittura da un’intera dinastia di pontefici, mentre Ormisda, papa dal 514 al 523 e venerato come santo, aveva un figlio, anch’esso santo – Silverio – diventato a sua volta papa nel 537.

Per porre rimedio al fenomeno, intorno al 500 si ritiene più semplice e sicuro riservare l’ordinazione sacerdotale a uomini celibi, con l’obbligo che tali rimangano.

Di fatto però, si tratta di una regola instabile e per tutto il Medioevo moltissimi uomini di chiesa continuano a sposarsi e a fare figli impunemente, tanto che quello del celibato dei sacerdoti diventerà uno dei cardini della Riforma dell’XI secolo.

La moralizzazione delle strutture della Chiesa avviata nel 1049 da papa Leone IX prevede infatti anche una dura lotta contro quello che viene definito il “concubinaggio” dei preti. Anche il successore Vittore III, con l’aiuto di Ildebrando di Soana, si impegna a fondo per debellare il fenomeno considerato ormai una delle principali piaghe del clero e papa Niccolò II, fatto eleggere da Ildebrando nel 1058, proibisce ancora una volta ai preti di prendere moglie e intima a chi ce l’ha di abbandonarla, pena il decadimento.

Nel frattempo si consuma la rottura con la Chiesa Ortodossa, dove la questione del celibato ecclesiastico viene risolta in modo completamente diverso.

Ancora oggi gli ortodossi continuano infatti ad ordinare preti solo uomini sposati, mentre i vescovi vengono scelti esclusivamente tra i monaci: in Oriente abbiamo quindi un clero sposato e una gerarchia celibe, con una netta differenza tra preti e monaci.

In occidente accade esattamente il contrario: nel corso del Medioevo si accresce sempre di più la tendenza a clericarizzare i monaci e i frati (ordinandoli quasi tutti preti e affidandogli parrocchie) e a “monasticizzare” i preti. Di fatto, nella Chiesa Cattolica medievale guidata da molti papi monaci, il prete secolare viene trasformato quasi in una sorta di “brutta copia” del frate e diventerà sempre più difficile, per il fedele comune, distinguere il sacerdote “laico” dall’appartenente a una famiglia religiosa.

Un dipinto del Concilio di Trento, che durò 18 anni, dal 1545 al 1563, sotto il pontificato di tre papi

Quando poi la Riforma protestante re-introduce il matrimonio per i preti luterani e anglicani (le altre chiese riformate come i valdesi aboliscono la figura stessa del prete, facendo del pastore un laico a tutti gli effetti), la Controriforma si irrigidisce ancora di più sotto il profilo giuridico e teologico: il Concilio di Trento fissa così definitivamente l’obbligo del celibato per i preti e istituisce il Seminario in modo da poterli “allevare” sin da bambini crescendoli al riparo dalle tentazioni, mentre i diaconi continuano a essere sposati ma assumono un ruolo sempre più marginale fino a trasformarsi in una sorta di sacrestani.

Di fatto oggi i vescovi vengono scelti solo tra i preti e il diaconato è diventata per lo più un’ordinazione propedeutica a quella sacerdotale (tanto che i diaconi sposati vengono detti “permanenti” perché non potranno mai diventare preti); teoricamente il papa può essere invece scelto tra qualsiasi cristiano battezzato, anche laico, ma è una cosa che non è mai accaduta finora.

Al contrario, quello che è sempre accaduto e continua ad accadere sempre più spesso, è il fenomeno di preti che si innamorano e vogliono sposarsi, ottenendo la dispensa dal papa: in gergo si usa il termine “spretato” che è però teologicamente sbagliato perché un sacramento non può in alcun modo essere rimosso: il prete, quindi, è prete per sempre: quando si sposa riceve il divieto di amministrare i sacramenti: sacramenti che però, anche se amministrati “illegalmente” restano comunque validi.

Se il prete “spretato” assume dunque una forma di sacerdozio “congelato” sotto il profilo disciplinare, esistono preti cattolici sposati che celebrano regolarmente la messa: sono quelli provenienti dal mondo ortodosso e protestante.

Una processione di pastori cattolici di rito greco in Albania

Nella chiesa orientale, infatti, oltre agli ortodossi esistono anche i cosiddetti “cattolici di rito greco”, ovvero cristiani che seguono la liturgia e le prassi della Chiesa ortodossa pur riconoscendo l’autorità del Papa. I loro preti, anche se cattolici, possono essere sposati. Un altro caso è quello degli ex protestanti: sin dal 1956 Pio XII ha permesso l’ordinazione di preti anglicani sposati che si convertono al cattolicesimo, senza chiedere loro di lasciare la moglie.

Non sta in terra, quindi, il celibato dei preti, perché a dispetto della percezione popolare rappresenta un’eccezione nella storia e nella geografia tutt’altro che immutabile e consolidata; e non sta in cielo, perché le ragioni sono di carattere esclusivamente economico e organizzativo: niente di teologico, niente di spirituale, niente di pastorale, anche se oggi si cerca di giustificare a posteriori questo divieto con ragioni più alte e nobili di quella che – semplicemente – punta ad offrire meno distrazioni e responsabilità ad un uomo che deve dedicarsi anima e corpo a un servizio religioso. E non saranno certo ragioni teologiche ma, ancora una volta, squisitamente pratiche (far fronte alla drammatica mancanza di preti) che porteranno la Chiesa, prima o poi, ad abolire il millenario divieto.

Arnaldo Casali

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Il Concilio di Nicea

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Il primo concilio ecumenico (qui raffigurato in un’icona ortodossa) si svolse a Nicea, l’odierna İznik in Turchia, il 20 maggio del 325

“Lo conosco quell’arme, so cosa vuol dire quella faccia d’ariano, con la corda al collo”.

E un ceffone partito dalla mano di Babbo Natale centrò la faccia del padre di tutti gli eretici.

No, non è stata decisa la divinità di Cristo, al Concilio di Nicea; con buona pace di Dan Brown che l’ha scritto nel Codice Da Vinci, scomodando centinaia di intellettuali per smentire la solenne baggianata e facendo conoscere anche ai più sprovveduti in materia religiosa il più importante Concilio della storia.

Se non ha votato la proposta di trasformare in Dio un profeta mortale (non ce ne era bisogno visto che la divinità di Cristo è già dichiarata nei Vangeli e predicata dagli apostoli) il Concilio di Nicea, aperto solennemente nel palazzo imperiale il 20 maggio dell’anno 325, ha stabilito in compenso la data della Pasqua, prodotto il Credo ancora oggi recitato durante ogni messa e scatenato la più grande eresia del Medioevo: l’unica – fino alla Riforma luterana – capace di uscire dalla dimensione della setta per trasformarsi in una vera e propria Chiesa alternativa a quella cattolica.

Eppure al primo Concilio ecumenico della storia della Chiesa il Papa non ha partecipato, e a convocarlo e presiederlo è stato un laico che non era nemmeno battezzato: l’imperatore Costantino.

Non c’è nulla di così strano, in realtà. A quel tempo il Papa non era il capo della cristianità ma semplicemente il vescovo di Roma; il suo potere aumenterà progressivamente, nel corso del Medioevo, quando – venuto meno l’impero romano – andrà di fatto a colmare il vuoto lasciato dai Cesari.

Nel 325, però, l’impero è ancora saldo e sul trono siede uno dei più grandi sovrani della storia romana che, dodici anni prima, dalla nuova capitale Milano ha emanato l’editto con cui viene garantita la libertà religiosa a tutti i cittadini, mettendo fine alle persecuzioni e segnando una svolta radicale nella storia del Cristianesimo.

Costantino convoca i vescovi a Nicea per il concilio in un mosaico (ca. 1000) in Santa Sofia, Istanbul

Costantino non è un cristiano vero e proprio: si farà battezzare solo dodici anni dopo, in punto di morte, promuove il culto del dio Sole ed è il Pontefice Massimo della religione romana; all’indomani del Concilio farà uccidere suo figlio e sua moglie, mentre nella sua nuova capitale farà edificare vari templi a divinità pagane.

Certo, già dalla battaglia di Ponte Milvio che il 28 ottobre 312 lo aveva visto trionfare contro Massenzio, Costantino aveva ostentato la sua simpatia per la nuova religione, rifiutando i rituali divinatori degli aruspici e preferendo affidarsi alla protezione del “Sommo Dio”. Quando era entrato trionfante in Roma, poi, non era nemmeno salito in Campidoglio, dove c’era il tempio più sacro della città.

Negli anni successivi la politica religiosa nei confronti dei cristiani è passata dalla tolleranza al sostegno e l’imperatore, che ha progressivamente abbandonato i culti di Ercole e Giove, ha iniziato a far inserire simboli cristiani su vessilli, statue e monete. Nel 321 ha introdotto la settimana e stabilito che la domenica debba essere riconosciuta come giorno festivo (chiamandola però con il nome pagano di “Giorno del Sole”) e nel 324 ha messo al bando i rituali di magia e vietato le esecuzioni dei condannati a morte durante i giochi circensi. Tutto questo, però, senza proibire i culti pagani, continuando a manifestare rispetto per i fedeli dell’antica religione e mantenendo una certa ambiguità sulla sua fede personale.

Si tratta senza dubbio di una strategia politica, che mira a pacificare l’impero e a venire a patti con il sempre più potente movimento religioso, dopo il fallimento delle persecuzioni di Diocleziano. L’obiettivo di Costantino è quello di trasformare la forza potenzialmente disgregante delle energiche comunità cristiane in una forza di coesione per l’impero, che sarà ancora più forte sotto la protezione dell’unico vero Dio e con il sostegno dei suoi devoti.

Ma non si tratta solo di gestione di potere: l’interesse religioso dell’imperatore è sincero e sposare apertamente una religione che conta ancora appena il 10% dei cittadini non è certo una scelta popolare.

Tuttavia, più che seguace di Gesù Cristo, Costantino è un convinto monoteista.

Il volto della statua colossale di Costantino I (Musei Capitolini, Roma)

Non è tanto il Vangelo ad affascinarlo, quanto l’idea di un Dio unico, che non necessariamente si identifica con la trinità: di fatto il primo imperatore cristiano promuove un sincretismo che tende a unire il cristianesimo con i culti mitralici e solari. Insomma quello che interessa a Costantino è che ci sia un solo Dio e che questo Dio non sia egli stesso (come pretendevano i suoi predecessori) ma un’entità superiore e onnipotente a cui affidarsi; tanto che nello stesso Editto di Milano si parla della “divinità che sta in cielo, qualunque essa sia” che “a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità”. E senza dubbio il Sole è la più tangibile forma di un Dio padre e re dei cieli, che illumina e dà vita e che ogni giorno muore e ogni mattino risorge, vincendo le tenebre e donando nuova luce al mondo.

In alcune lettere private Costantino afferma di voler convertire tutti alla religione cattolica, ma di fatto la sua azione politica punta ad un ecumenismo che faccia confluire in un’unica forma le credenze religiose di tutti i popoli sottomessi a Roma.

D’altra parte se l’unico Dio è il sovrano dei cieli, sulla terra il padrone è lui. E a lui spetta, quindi, assumersi la responsabilità di gestirne il culto assicurando la benevolenza al suo popolo. Per questo Costantino, mentre mantiene le più alte cariche religiose pagane, si assume anche il compito di guidare il popolo cristiano.

“Il Primo Concilio di Nicea” in un affresco della chiesa di Stavropoleos a Bucarest

Nel 325, dunque, con il singolare ruolo di “vescovo di quelli che sono fuori dalla Chiesa” ha convocato a Nicea la prima assemblea plenaria della Chiesa Cattolica dai tempi del Concilio di Gerusalemme (la riunione raccontata negli Atti degli Apostoli a cui avevano partecipato – pochi anni dopo la morte di Gesù – il fratello Giacomo, gli apostoli e san Paolo, per decidere se mantenere il cristianesimo nell’ambito dell’ebraismo o farne una religione nuova).

Al primo Concilio ecumenico vengono quindi convocati tutti i vescovi del mondo; quello di Roma, però, non si presenta perché la città turca è decisamente fuori mano e manda due preti in sua rappresentanza.

Costantino, d’altra parte, si prepara a trasferire in oriente la capitale stessa dell’impero, ma la scelta costa al Concilio l’adesione delle chiese occidentali: se l’imperatore ha invitato i vescovi di tutte le 1800 comunità del mondo cristiano a Nicea se ne presentano solo 300, e tutti provenienti dall’oriente o dal nord Africa, con sole tre eccezioni: Marco di Calabria dall’Italia, Osio di Cordova dalla Spagna e Nicasio di Digione dalla Gallia.

È vero anche che il principale problema che la riunione deve risolvere, per il momento, riguarda il Medi Oriente: si tratta del dibattito sulla natura di Cristo che ha spaccato la comunità di Alessandria e rischia di dilagare in tutto il mondo.

Nel best seller di Dan Brown le questioni affrontate nel Concilio di Nicea sono molto semplificate

Dan Brown, nel suo stile, ha semplificato al massimo la questione parlando di una contrapposizione tra chi sosteneva che Cristo fosse un semplice uomo e chi lo venerava come Dio. In realtà il nodo era piuttosto se Gesù fosse stato creato o generato da Dio Padre. In parole più semplici, se Gesù è una creatura di Dio (ed è quindi nato in un preciso momento) o è la manifestazione storica di Dio stesso, ed è quindi eterno.

Da questo punto di vista i Vangeli non sono molto coerenti: se Marco, Matteo e Luca presentano Cristo come un personaggio storico nato a Betlemme di Giudea e rivelatosi in seguito essere il Messia e il figlio di Dio, Giovanni ne parla come del “Verbo” divino incarnato.

Il principale sostenitore della tesi secondo cui Gesù – in quanto figlio – è stato creato in un preciso momento storico è il prete e teologo libico Ario, che già nel 300 era stato scomunicato dal patriarca di Alessandria Pietro. Nel 311 Ario era stato riabilitato dal nuovo patriarca Achilla, e alla sua morte – nel 312 – era diventato il principale candidato alla successione. Ario era stato però sconfitto alle elezioni da Alessandro, che nel 318 aveva convocato un sinodo appositamente per scomunicare di nuovo il rivale. Fuggito dalla città, il teologo eretico aveva trovato nuovi seguaci in Siria e in Palestina, raccogliendo il consenso anche di illustri teologi come Eusebio di Cesarea. Nel 321 un sinodo di cento vescovi egiziani ha di nuovo condannato le sue tesi e chiesto la convocazione di un concilio per fare maggiore chiarezza in materia cristologica.

Sotto il profilo squisitamente teologico non è in discussione la divinità di Cristo, quanto piuttosto se il Padre e il Figlio siano composti dalla stessa sostanza (nel senso aristotelico del termine) o se il Figlio sia stato creato dal Padre e si trovi dunque in una posizione subordinata.

Tutta la diatriba ruota intorno alla differenza terminologica tra “generato” e “creato”; differenza sostanziale secondo Alessandro e inesistente secondo Ario.

Il Concilio di Nicea, presieduto da Costantino, condanna gli eretici ariani in un manoscritto dell’Archivio capitolare di Vercelli (sec. IX)

I promotori della Consustanzialità credono che seguire l’eresia ariana significhi spezzare l’unità della natura divina e rendere il Figlio diverso dal Padre, in palese contrasto con le Scritture (“Io e il Padre siamo una cosa sola”, dice Gesù in Giovanni 10,30). Gli ariani, dal canto loro, rispondono citando il passo 14,29 dello stesso Vangelo: “Io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me”. Gli uni replicano dicendo che la trinità è eterna, quindi il Padre è sempre stato Padre e il figlio è sempre stato il figlio indipendentemente dalla sua incarnazione, gli altri ribadiscono che Cristo è una creatura elevata ad uno status divino. Lo scontro, come è evidente, riguarda elucubrazioni di teologia estrema riservate a dotti filosofi, e che non hanno alcuna ripercussione pratica sulla vita cristiana; eppure la diatriba, sempre più aspra, rischia di lacerare la Chiesa; per questo Costantino vuole che la questione venga risolta prima che sfugga di mano.

Ma quello dell’arianesimo non è l’unico nodo della matassa cristiana che l’imperatore si trova a dover sciogliere con i padri conciliari. C’è una questione ancora più delicata che va chiarita una volta per tutte: la data della Pasqua. Quando bisogna celebrare le principali feste cristiane, infatti, ci si trova di fronte a un paradosso: della nascita di Cristo non si sa assolutamente nulla, eppure – per volontà dello stesso Costantino – la data del Natale è stata stabilita convenzionalmente il 25 dicembre, proprio per farla coincidere con la festa del Sole Invitto e identificare così le due divinità. All’opposto, del momento più importante della vita cristiana – la Resurrezione – la data si conosce con esattezza eppure ogni comunità la festeggiava in un giorno diverso.

Questioni di calendario: secondo i Vangeli Cristo è risorto il giorno 14 del mese di Nisan. Il problema è che i mesi ebraici seguono un calendario lunare dalla redazione molto complessa, anche perché legata alle osservazioni astronomiche e alla maturazione dell’orzo (per la festa degli azzimi, strettamente legata alla Pasqua ebraica); di conseguenza il 14 di Nisan cade ogni anno in un giorno diverso e con notevoli sfasamenti di anno in anno e persino di luogo in luogo. Inoltre, nei Vangeli è scritto che Gesù è risorto il giorno dopo il sabato, per questo ogni domenica i cristiani celebrano la resurrezione, che è – di fatto – una Pasqua settimanale. Il giorno di Pasqua deve quindi cadere necessariamente di domenica.

Il battesimo di Cristo nel mosaico sul soffitto del Battistero degli Ariani a Ravenna (prima metà del sec. VI)

La confusione creata da tutte queste variabili aveva visto affermare, nel corso dei secoli, prassi molto diverse tra loro: lo scontro principale era tra quelli che celebravano la Pasqua insieme agli ebrei (detti Quatrodecimani) e quelli che la celebravano la domenica successiva. Altri ancora si erano svincolati dal calendario ebraico – giudicato inattendibile per le troppe variabili che conteneva – e avevano calcolato autonomamente le fasi lunari. Ma di fatto poteva capitare persino di celebrare due volte la Pasqua nello stesso anno solare.

Secondo alcuni cronisti, Costantino in persona si esprime per una presa di distanza dal calendario ebraico, con argomentazioni antisemite: “Fu prima di tutto dichiarato improprio il seguire i costumi dei Giudei nella celebrazione della santa Pasqua, perché, a causa del fatto che le loro mani erano state macchiate dal crimine, le menti di questi uomini maledetti erano necessariamente accecate” scrive Teodoreto di Cirro. “Non abbiamo nulla in comune con i Giudei, che sono i nostri avversari evitando ogni contatto con quella parte malvagia. Quindi, questa irregolarità va corretta, in modo da non avere nulla in comune con quei parricidi e con gli assassini del nostro Signore”.

Il Concilio di Nicea stabilisce così che la Pasqua venga festeggiata ogni anno la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera. E così viene calcolata ancora oggi.

Nel frattempo Ario ed Eusebio di Nicomedia, il suo principale sostenitore, si ritrovano in poco tempo in minoranza. E come sempre accade in questi casi, non tanto per le argomentazioni quanto per il caratteraccio: l’arroganza dei due teologi, infatti, è così insopportabile da indisporre la fazione moderata e indurla a votargli contro. Alla fine la teoria del Figlio della stessa sostanza del Padre vince con una larghissima maggioranza: persino Eusebio cambia posizione e solo Teona di Marmarica e Secondo di Tolemaide votano a favore di Ario.

Il nuovo dogma viene inserito nella Professione di fede che i cristiani reciteranno da quel momento in poi durante ogni celebrazione liturgica, in cui si precisa così che Gesù Cristo è “generato, non creato della stessa sostanza del Padre”.

Tuttavia il turbolento clima conciliare per niente conciliante, degenera al punto che san Nicola di Bari, vescovo di Mira, arriva a prendere a schiaffi Ario.

Uno schiaffo che il teologo sconfitto avrebbe restituito con gli interessi ai vincitori.

Icona che raffigura Costantino tra i padri del primo Concilio di Nicea

Sconfessato ufficialmente, infatti, Ario non si arrenderà: appena tre mesi dopo il Concilio, Eusebio di Nicoledia e Teognis di Nicea saranno esiliati in Gallia perché – pur avendo firmato gli atti dell’assemblea – riprenderanno a predicare la teologia ariana, guadagnando alla loro causa anche il Custode degli atti stessi.

Non solo, ma persino l’imperatore Costantino negli ultimi anni di vita finirà per passare al nemico, riabilitando Ario e ricevendo il battesimo ariano da Eusebio (e giocandosi così il titolo di santo, che verrà assegnato invece alla madre Elena).

Nei decenni l’eresia ariana continuerà a crescere fino a diventare una vera e propria chiesa alternativa a quella cattolica.

Se di eresie ce ne erano state già sin dall’inizi del Cristianesimo (dagli gnostici ai manichei, dai meleziani ai novaziani) e il Medioevo ne vedrà sorgere di importantissime (basti pensare ai catari, contro cui Innocenzo III bandirà addirittura una crociata, e i valdesi – che riusciranno a sopravvivere fino al Cinquecento ed entreranno nella Riforma protestante arrivando fino ad oggi) gli ariani saranno gli unici a conquistare intere nazioni, tanto da diventare – nell’alto medioevo – una vera e propria seconda Chiesa cristiana, a cui aderiranno la maggior parte delle popolazioni germaniche, tanto che a Ravenna esiste ancora la cattedrale ariana fatta costruire da Teodorico con tanto di battistero.

L’ariano resterà così nell’immaginario cristiano l’eretico per antonomasia, tanto che durante le crociate in occidente gli stessi musulmani verranno chiamati “ariani” e così continueranno ad essere chiamati per secoli.

A dare testimonianza di come il termine, ancora nel Seicento, venisse usato per indicare gli arabi è Alessandro Manzoni nel capitolo XIV dei Promessi sposi: Renzo si è ubriacato in una locanda e l’oste gli chiede le generalità come prescritto da un’apposita legge. Alle rimostranze di Renzo gli mostra la circolare, in cui campeggia lo stemma del governatore don Gonzalo Fernandez de Cordova con il volto di un re moro incatenato per la gola.

“Lo conosco quell’arme – risponde il nostro – so cosa vuol dire quella faccia d’ariano, con la corda al collo. Vuol dire, quella faccia: comanda chi può, e ubbidisce chi vuole”. E così sia.

Arnaldo Casali

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Giovanni XXI, l’unico papa nel Paradiso dantesco

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Giovanni XXI ritratto in una ceramica medievale

Secondo alcune fonti, nel 1210, nasceva a Lisbona Pedro Juliào, detto anche Petrus luliani o Pietro di Giuliano, meglio conosciuto come Petrus Hispanus, per la sua origine iberica.

Frequentò inizialmente la scuola episcopale della Cattedrale di Lisbona per passare poi a Parigi, all’Università della Sorbonne (anche se per alcuni studiosi sembra abbia portato avanti i suoi studi nella non meno prestigiosa Università di Montpellier). Studiò Medicina, Teologia, Logica e Fisica.

Tra il 1245 ed il 1250 soggiornò in Italia, dove insegnò medicina all’Università di Siena. In questo periodo scrisse i dodici libri delle Summulae Logicales, sulla logica aristotelica, che per oltre 300 anni venne considerato testo di riferimento per le università europee.

Di grande pregio e importanza culturale per l’epoca, grazie alla sua modernità fu il suo commento al De animalibus di Aristotele. In campo medico, la sua opera principale è il Thesaurum Pauperum (II tesoro dei poveri), una raccolta di rimedi per i mali più diffusi, trascritta in più versioni e tradotta in diverse lingue fino a tutto il XVIII secolo. Sempre tra gli scritti di medicina si ricordano i Problemata, la Summae medicinae, il Liber de conservanda sanitate e il trattato di oftalmologia De oculo. Nella sua carriera ecclesiastica fu decano a Lisbona, carica che scambiò con l’arcidiaconato di Vermuy, nella diocesi di Braga, nel Regno di Portogallo; nel 1273 divenne arcivescovo di Braga e nello stesso anno fu nominato cardinale-vescovo di Tuscolo da Gregorio X.

Una illustrazione del Thesaurus pauperum

Alla morte di Adriano V (18 agosto 1276) iniziò a Viterbo il conclave per l’elezione del successore; il podestà della città, però, decise di avvalersi della bolla “Ubi periculum”, emanata per limitare la durata del conclave con lunghe discussioni; per questo motivo era prevista la “reclusione” (da cui la parola “conclave”, cum clave, per indicare la chiusura del luogo della riunione) dei cardinali, costretti a seguire una dieta a “pane e acqua”. I diretti interessati protestarono, affermando che Adriano V aveva abrogato la “Ubi periculum“, ma alla fine il 15 settembre 1276 giunsero all’elezione di Pietro Ispano, consacrato cinque giorni più tardi col nome di Giovanni XXI.

Era un uomo di scienza e non fu un papa politico. Ma si impegnò per riportare la pace in Europa, favorendo la riconciliazione di Rodolfo d’Asburgo e Carlo d’Angiò. Incitò i prìncipi cristiani a indire una nuova crociata e inviò i suoi legati a Costantinopoli per far firmare a Michele Paleologo la fine dello scisma.

Morì il 20 maggio 1277, dopo essere rimasto vittima di un grave incidente nel Palazzo Papale di Viterbo: la volta del suo studio gli crollò addosso, probabilmente per un difetto di costruzione. C’è una nota ironica e insieme amara da sottolineare in questo episodio: Pietro Ispano si rivolgeva spesso ai suoi cardinali dicendo che il suo pontificato sarebbe durato parecchi anni in quanto, essendo un medico, sapeva bene come mantenersi in salute: infatti morì per un incidente e non per malattia.

Lo stemma di Giovanni XXI

La sua tomba si trova tuttora nella navata laterale del Duomo di San Lorenzo, la cattedrale di Viterbo. Pietro Ispano è l’unico pontefice (fatta eccezione per San Pietro) ad essere espressamente lodato nel Paradiso da Dante Alighieri, che così scrive: «Pietro Spano, lo qual giù luce in dodici libelli» (Paradiso, XII, 135). Inoltre, insieme a San Damaso I (366-384), è uno dei due soli portoghesi ascesi al Soglio di Pietro.

Sul suo nome, spesso si è fatta confusione. Seguendo la tradizione iniziata da Ottaviano dei Conti di Tuscolo nel 955 (che prese il nome pontificale di Giovanni XII), al momento della sua consacrazione al Soglio di Pietro, anche Pietro Ispano cambiò il suo nome di battesimo. Volle chiamarsi Giovanni XXI. Ma sarebbe stato corretto che si fosse chiamato Giovanni XIX. Tutto nacque da una confusione nella numerazione dei pontefici di nome Giovanni, a partire da Giovanni XIV (983-984). Questo papa, Pietro Canepanova da Pavia, durante le lotte causate dallo Scisma d’Occidente, dopo quattro mesi di pontificato venne imprigionato in Castel Sant’Angelo, dove morì dopo quattro mesi. Nel Liber Pontificalis, per errore, si considerarono questi due periodi riferibili a due papi distinti e, per “far quadrare i conti”, si considerò un papa in realtà mai esistito, che fu chiamato Giovanni XIV bis. Inoltre anche l’antipapa Giovanni XVI (Giovani Filagato, 997-998), tra Gregorio V e Silvestro II, venne considerato un pontefice legittimo. Gli storici della Chiesa, nel tentativo di sistemare questi errori, inserirono forzatamente questi due papi (Giovanni XIV bis e Giovanni XVI), spostando la numerazione di due posti. Per questo motivo non è mai esistito un papa Giovanni XX. E Pietro Ispano è passato alla storia come Giovanni XXI.

Enzo Valentini

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Le due spade di Innocenzo III

Innocenzo III, ritratto in un affresco del Sacro Speco

Innocenzo III ritratto in un affresco del Sacro Speco

Lotario, figlio di Transmondo, conte di Segni, aveva orrore delle passioni. Ad eccezione di quella per la Chiesa, che lo consumò per tutta la vita, come la febbre malarica che, in modo penoso, pose fine ai suoi giorni a Perugia, il 16 luglio 1216.

Piccolo e gracile, conduceva una vita ascetica, ma era sorretto da una sconfinata energia. Coltissimo, austero e infaticabile, salì al soglio di Pietro a soli 38 anni, dopo il quasi centenario Celestino III. Innocenzo III (1160 – 1216) aveva studiato Teologia a Parigi, nella famosa scuola del monastero di S. Vittore e Diritto a Bologna, sotto la guida di Uguccione da Pisa.

Quando diventò cardinale non aveva ancora compiuto 30 anni. Ma era già molto conosciuto tra i contemporanei grazie a un libro intitolato “Sul disprezzo del mondo”, un’opera che conobbe una grande fortuna fino al Seicento e sulla quale a lungo meditò anche il filosofo francese Blaise Pascal. Il tema della “fuga mundi“, già caro agli antichi anacoreti, venne ripreso e arricchito da Lotario, per il quale l’uomo “è preda del peccato prima ancora di peccare e dell’errore, prima ancora di errare”.

Nel mondo malato, l’uomo vive esposto a ogni pericolo. Il compito del clero doveva quindi essere, grazie alla consacrazione dei sacramenti, quello di isolarsi dal peccato e fuggire la corruzione che infesta il mondo. Con Innocenzo III, i sacerdoti iniziano quindi a officiare la messa non più con lo sguardo verso i fedeli ma voltando la schiena alla comunità che prega, celebrando in solitudine il mistero della grazia. Laici e sacerdoti quindi non sono e non possono essere messi in una condizione di parità. Di conseguenza, parlando del papa, e quindi di se stesso, Innocenzo III ripeteva la formula: “Inferiore a Dio ma superiore all’uomo”.

Così Lotario svincolò la Chiesa dal potere temporale, come già aveva teorizzato nel secolo XI Gregorio VII nel suo “Dictatus Papae“, al tempo della lotta per le investiture. Per Innocenzo III, il papa, nel suo sacro ruolo di “vicario di Cristo”, è il re dei re. Il suo potere, spirituale, è quindi superiore a quello temporale, che è corrotto come il mondo, così come l’anima immortale vince sul corpo e il Sole domina la Luna. Anche i sovrani facevano discendere il loro potere dalla grazia divina.

Ma è il pontefice che ha la “plenitudo potestatis”, la pienezza del potere. Entrambe le spade sono quindi nelle sue mani. È lui e solo lui che può concederne una all’imperatore, visto soltanto come “advocatus Ecclesiae”.

In base a queste premesse, Innocenzo III, come nessun altro papa prima di lui, attuò il grande disegno di una sovranità universale sull’Occidente cristiano. Sotto il suo pontificato, durato 18 anni, la Chiesa raggiunse il punto più alto della sua autorità.

Innocenzo III regnò come un papa imperatore. E si mosse con la disinvoltura di un politico consumato. Ma fu anche un uomo di preghiera e di ascesi. Si definì, a più riprese, “vicarius Christi”. E da allora quel titolo venne assunto da tutti gli altri papi che vennero dopo di lui. Fu anche il primo pontefice a introdurre l’uso di uno stemma personale.

Nella sua Chiesa indipendente da qualunque altro potere, i vescovi e i cardinali rispondevano soltanto a lui. Riaffermò l’autorità papale in tutti i territori pontifici dell’Italia centrale. A Roma volle essere l’arbitro della nomina dei senatori e soffocò ogni autonomia cittadina.

In Francia, lanciò l’interdizione contro il re Filippo Augusto che senza il consenso papale aveva ripudiato la moglie Ingelburga di Danimarca per sposare Agnese di Merania. Il sovrano provò a resistere ma fu costretto a richiamare accanto a sé la prima moglie.

Giovanni Senzaterra, sotto la minaccia di uno sbarco francese in Inghilterra, dovette riconoscere al suo regno lo “status” di feudo della Chiesa. Innocenzo III chiese la stessa cosa, con successo, anche a Pietro d’Aragona.

Il papa favorì la Quarta Crociata (1202-1204) che nei suoi disegni doveva servire a riunire la Chiesa d’Occidente con la Chiesa d’Oriente. Spiazzato dagli avvenimenti, condannò la vergogna del “sacco di Costantinopoli”, perpetrato da cristiani contro altri cristiani. Poi prese atto della nuova situazione con cinismo imperiale.

Molte delle tante energie di Innocenzo furono rivolte alla lotta contro l’eresia bollata come “alto tradimento contro Dio”. Ma il papa perse il controllo della situazione di fronte ai feroci episodi che segnarono la crociata contro gli Albigesi (1209) nel clima di vendette e massacri favoriti dal fanatismo di Simone di Montfort e del legato pontificio Arnaldo Amalric.

La riforma morale e disciplinare del clero fu la vera ossessione del pontefice. La struttura diocesana fu riformata in modo profondo. Per i vescovi arrivò l’obbligo di visitare Roma almeno ogni quattro anni. E nuove regole guidarono la burocrazia pontificia. Come ricorda lo storico Franzen, con Innocenzo III “Gli ordini mendicanti diventarono presto i più forti baluardi della Chiesa”. Il papa seguì con particolare attenzione gli Umiliati della Lombardia e fondò l’associazione dei “Poveri Cattolici”. E accolse a Roma, con benevolenza, Francesco d’Assisi che chiedeva l’attenzione papale per la sua piccola comunità di frati.

Giotto, il Sogno di Innocenzo III, Basilica Superiore di Assisi

Le cronache dei decenni successivi raccontano il celebre episodio rappresentato nel ciclo degli affreschi giotteschi della Basilica Superiore di Assisi. I dubbi di Innocenzo III furono fugati da un sogno: il papa vide la chiesa di S.Giovanni in Laterano pericolante sostenuta solo dal Poverello d’Assisi. Ma l’approvazione alla regola francescana arrivò solo oralmente. La “seconda corona” giunse infatti nel 1223 ad opera di Onorio III.

Innocenzo III ebbe una analoga attenzione anche per l’ordine domenicano (1215). Due grandi santi, ricordati nella Divina Commedia da Dante Alighieri (Paradiso, canto XI):

“L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapïenza in terra fue / di cherubica luce uno splendore”.

Pastore e insieme supremo giudice della cristianità, Innocenzo III diventò l’arbitro della politica europea dopo la morte di Enrico VI: alla successione imperiale era strettamente legato il destino del trono di Sicilia. Innocenzo, temendo le mire di riunificazione degli Hohenstaufen, all’inizio sostenne le ragioni del guelfo Ottone di Brunswick, che aveva promesso di rinunciare ai diritti imperiali in Italia.

In un secondo momento, il papa, impressionato dalle vittorie di Filippo di Svevia, iniziò a spostare i suoi favori verso il nuovo candidato. Poi, quando, nel 1208, Filippo fu ucciso, acconsentì a incoronare Ottone, eletto re di Germania.  L’imperatore fu “unto” a Roma, durante una solenne cerimonia. Il guelfo, più sicuro di sé, dimenticò le sue promesse e si accinse a conquistare il Regno di Sicilia con la forza delle armi. Il papa non glielo permise e lo scomunicò.

La nuova situazione segnò il destino di Federico, futuro imperatore svevo. Innocenzo III lo protesse e proclamò i diritti del giovanissimo erede al trono che la madre Costanza d’Altavilla aveva posto sotto la tutela del papa già dal 1198. Dopo la battaglia di Bouvines (1214) Ottone scomparve dal palcoscenico del potere. E Innocenzo III guidò verso la corona il fanciullo che in seguito sarebbe diventato l’avversario più grande e più aspro del potere politico dei papi. Lo fece perché Federico aderì a tutte le sue richieste e perché non aveva alternative. Ma intuì, con sottile lungimiranza, quello che sarebbe successo negli anni a venire. Scrisse infatti in una epistola: “Quando questo fanciullo sarà giunto all’età del giudizio e apprenderà che fu la Chiesa a derubarlo della dignità imperiale, non soltanto le negherà il rispetto che le compete, ma la combatterà in tutti i modi possibili, strapperà dai feudi di Roma la Sicilia, rifiutando alla Chiesa l’obbedienza dovuta”.

Così avvenne. Ma intanto Innocenzo III esercitava il suo ruolo di “verus Imperator”, seduto a metà strada tra Dio e l’umanità.

Ottone IV incontra papa Innocenzo III

I giorni più alti della sua gloria terrena arrivarono un anno prima della sua morte, durante il Concilio Lateranense del 1215. Settanta arcivescovi, più di 300 vescovi, 800 tra abati e priori, decine di dotti e teologi, ambasciatori di re, principi e comunità cittadine, arrivarono a Roma da tutte le regioni d’Europa. Fu una manifestazione di potenza e di decisionismo: arrivò la condanna di tutte le eresie, il divieto di fondazione di nuovi ordini religiosi e precise disposizioni sulla confessione e la comunione pasquale, che da allora ebbero una durata permanente. Lotario dei Conti di Segni guidò i lavori con la consueta fermezza e a nome di tutti i delegati confermò la trasmutazione sacramentale del pane e del vino, che fu però elevata a dogma della Chiesa soltanto durante il Concilio di Trento (1551-1552).

Nei primi giorni di luglio del 1216, all’inizio di un viaggio verso la Lombardia, fu colpito dalla febbre che lo portò alla tomba. Appena due settimane prima aveva ricordato a tutti che la Sicilia era un feudo della Chiesa. E per questo aveva chiesto a Federico di Svevia, in procinto di essere incoronato imperatore, di rinnovare la promessa di lasciare all’erede Enrico il trono palermitano.

Innocenzo III morì a Perugia, il 16 luglio 1216. La salma fu esposta in cattedrale, avvolta dagli indumenti pontifici intessuti d’oro. Ma la mattina dopo il cadavere fu trovato nudo, in terra, spogliato da tutti i simboli del potere. Nella cattedrale perugina si può ancora vedere il loculo dove fu sepolto. Poi nel 1891, Leone XIII volle che i resti fossero trasferiti nella Basilica Lateranense. È lì che ora riposa uno dei più grandi papi del Medioevo.

Federico Fioravanti

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La nascita del conclave

I cardinali vestiti con i paramenti rossi, in piedi davanti l'altare principale della Basilica di San Pietro per partecipare alla messa solenne ''pro eligendo pontifice'', che apre i riti del conclave per l'elezione del successore di Giovanni Paolo II il 18 aprile 2005.   ANSA

I cardinali vestiti con i paramenti rossi, in piedi davanti l’altare principale della Basilica di San Pietro per partecipare alla messa solenne ”pro eligendo pontifice”, che aprì i riti del conclave per l’elezione del successore di Giovanni Paolo II il 18 aprile 2005 (Foto: ANSA)

“Chi fa trenta può far trentuno” disse Leone X cinquecento anni fa, rompendo il limite imposto dalla tradizione al numero di cardinali che potevano accedere al conclave. E se può fare trentuno, allora può fare anche trentadue, trentatré e trentaquattro.

E così in cinque secoli si arriverà fino ai 120 cardinali elettori di oggi; che potranno ancora aumentare, perché non c’è tradizione più dinamica del sistema con cui si elegge il papa.

La segregazione dei cardinali nella Cappella Sistina, le notti, i pranzi e i capannelli a Santa Marta, la fumata bianca o nera, l’annuncio sul loggione di San Pietro, la benedizione e il primo discorso alla folla: il conclave appare oggi come una tradizione antichissima e radicata nei secoli, quasi fosse un rituale solido e immutabile.

Ma in realtà la maggior parte delle tradizioni consolidate nella memoria collettiva sono abbastanza recenti: se la Cappella Sistina ospita stabilmente l’elezione del papa solo dal 1878, l’Habemus Papam risale al 1922 (è stato Pio XI il primo ad affacciarsi su piazza San Pietro) mentre è addirittura del 1978 il primo discorso del papa ai fedeli (Giovanni Paolo II ruppe la tradizione che voleva la benedizione muta); dal 2005 la dimora dei cardinali riuniti è Casa Santa Marta mentre le ultime norme sono state fissate da Benedetto XVI e seguite quindi per la prima volta nel 2013. Quanto al termine “Conclave”, è stato usato per la prima volta nel 1270, quando gli abitanti di Viterbo – stanchi di anni di indecisioni dei cardinali – li chiusero a chiave nella sala grande del palazzo papale e ne scoperchiarono parte del tetto per costringerli a decidere in fretta.

D’altra parte se relativamente giovane è il conclave, di poco più vecchia è la concezione del papa così come è inteso oggi, ovvero vicario di Cristo e capo assoluto della Chiesa cattolica.

Andrea Vanni, San Pietro, 1390

San Pietro, per intenderci, a dispetto della tradizione, non è mai stato papa e nemmeno vescovo di Roma.

Se nel Vangelo appare effettivamente come il discepolo più vicino a Gesù e – almeno in un primo momento – leader del gruppo, gli Atti degli Apostoli testimoniano come la guida della chiesa di Gerusalemme sia passata molto presto a Giacomo, fratello di Gesù.

Più conservatore di Pietro e in aperta contrapposizione con Paolo (che vuole chiudere i rapporti con il giudaismo fondando una nuova religione), Giacomo non figura tra gli apostoli ma fonda la sua autorità sul legame di sangue con Cristo. Se il fratello aveva detto di non voler “abolire la legge, ma portarla a compimento”, Giacomo, coerentemente con la visione di Gesù, vuole identificare il Cristianesimo con l’Ebraismo, chiedendo quindi ai nuovi cristiani la conversione alla religione di David e l’osservanza di tutti i precetti. E proprio per questo si guadagna l’appoggio della comunità di Gerusalemme mentre Pietro – che cerca di mediare – finisce ai margini e viene spedito a Roma, probabilmente con il compito di mettere pace tra le fazioni cristiane della capitale.

Più che un papa o un vescovo, quindi, Pietro è un missionario: “La separazione delle due funzioni – spiega Oscar Cullman in Petrus – amministrazione della Chiesa e attività missionaria, che Giacomo e Pietro si dividono, non è stata legata forse a una decisione o a un atto giuridico particolare. Dev’essersi piuttosto verificata a poco a poco in una evoluzione naturale”. “Il trasferimento del potere direzionale, che fa di Pietro un “papa” temporaneo, o dimissionario – aggiunge Giancarlo Zizola in Il Conclave – poteva essere stato determinato o dal fatto che egli si era trovato in minoranza sulla questione della libertà cristiana di fronte alla legge sulla circoncisione, oppure dall’incarcerazione che aveva dovuto subire da parte di Erode. Resta indiscusso il distacco del primo degli apostoli, come tale istituito da Gesù, dall’esercizio giurisdizionale di questo primato, da quando egli si recò in altro luogo per svolgere attività di evangelizzazione”.

Pietro non è quindi né il capo della Chiesa, né il vescovo di Roma, ma un “conciliatore” che finisce ucciso – secondo Zizola – proprio “in seguito a divergenze nella comunità giudaico-cristiana locale fra le correnti in lotta”.

“L’affermazione che Pietro sia stato vescovo di Roma – scrive Roland Minnerath – è propria di una tardiva tradizione della seconda metà del II secolo, allorché Roma non ha ancora alcuna funzione direttiva per la Chiesa universale”.

San Lino, primo vescovo ritratto in una terracotta invetriata di Benedetto Buglioni datata 1521

Il primo vescovo di Roma è invece san Lino, contemporaneo di Pietro e designato dagli stessi apostoli. Ed è lo stesso Lino a scegliere come suo successore Anacleto, anch’egli collaboratore di Pietro, così come anche Clemente che gli succede, e che abdica nel 97, dopo essere stato mandato in esilio dall’imperatore. Prima di partire, però, Clemente fa in tempo ad affidare la chiesa romana a Evaristo.

Alessandro I, nel 105, è invece il primo vescovo ad essere eletto democraticamente dalla comunità cristiana di Roma. E’ il suo successore Sisto I ad allargare la sua autorità anche oltre i confini romani, facendo del papa una sorta di “garante” per tutti gli altri vescovi del mondo. Garante e pacificatore, non capo universale della Chiesa, e a dimostrarlo c’è il fatto che nel 325 il Concilio di Nicea viene convocato e presieduto non da papa Silvestro, ma dall’imperatore Costantino.

Dal momento in cui l’imperatore si converte al Cristianesimo e l’impero romano viene cristianizzato, è infatti l’imperatore a diventare il capo della Chiesa, esattamente come prima era stato “Pontefice Massimo” dei culti pagani. Pagano o cristiano, insomma, l’impero romano continua a tenere saldamente uniti il potere politico e quello religioso. Il primo vero e proprio papa resta comunque Leone Magno: è sotto il suo episcopato che il Concilio di Calcedonia formalizza, nel 451, il primato del vescovo di Roma, facendone la guida di tutta la Chiesa, proprio – e non a caso – mentre l’Impero Romano di Occidente si sta disgregando.

Nel momento in cui non esiste più un riferimento politico, la Chiesa ha bisogno di riorganizzarsi diversamente e trovare un’altra guida che non può essere che l’unica autorità rimasta a Roma dopo la caduta dell’impero. E non a caso, quell’autorità assumerà ben presto anche un potere politico in una significativa inversione dei ruoli rispetto ai primi secoli cristiani.

Papa Zaccaria I e papa Giovanni VI in un affresco del XVI secolo

Zaccaria, ricevendo dal longobardo re Liutprando la donazione di Sutri e Bomarzo, è infatti il primo papa a diventare anche re.

L’elezione del vescovo di Roma resta formalmente appannaggio del clero e del popolo romano. Ma essendo il papa diventato ormai anche il monarca di un regno sempre più grande e potente, la sua nomina finisce ostaggio delle grandi famiglie patrizie romane, tanto da condividerne le sorti. Naturale quindi che si arrivi ad avere papi “fantoccio” manovrati da madri ambiziose come la “papessa” Marozia (che per vent’anni gestisce le sorti di Roma e della Curia romana) o pontefici giovani, guerrieri e donnaioli che non hanno più niente di spirituale come Giovanni XII e Benedetto IX, entrambi Conti di Tuscolo, entrambi eletti giovanissimi (il primo a 18 anni, il secondo addirittura a 12) ed entrambi dediti più a donne, caccia e gioco che ad affari ecclesiastici.

La situazione raggiunge tali vertici di scandalo e aberrazione che persino la riforma passa per la simonia: per riportare un minimo di decoro sulla Cattedra di Pietro, nel 1045 papa Gregorio VI è costretto infatti a comprare il titolo dal suo predecessore e per strappare la nomina del papa alle famiglie patrizie di Roma i riformatori devono affidarsi ad un altro potere laico: quello del Sacro Romano Impero di Germania.

Clemente II nel 1046 stabilisce infatti che l’elezione del Papa debba partire da una designazione imperiale; di fatto è l’imperatore a nominare i papi successivi che però, a loro volta, cercheranno di svincolarsi rivendicando con sempre maggiore forza la libertà e l’autonomia della Chiesa.

Leone IX, ad esempio, pur essendo scelto dall’imperatore Enrico III nel 1048, vincola l’accettazione della carica all’approvazione di clero e popolo romano e la stessa linea viene mantenuta da Vittore II, che affida al monaco Ildebrando di Soana la riforma del conclave, completata e promulgata da Niccolò II nel 1059.

Una scheda usata in un conclave per l’elezione del papa

Per liberarsi tanto dal giogo imposto dalle famiglie della capitale quanto da quello dell’imperatore, l’elezione del Papa viene riservata al solo clero romano: per la precisione ai “cardini” della Diocesi di Roma, ovvero i vescovi delle diocesi suburbicarie – a cui si aggiungeranno in seguito i preti e i diaconi di Roma – che vengono detti “Cardinali”.

I cardinali vescovi sono i rettori delle sette diocesi confinanti con Roma e da essa dipendenti: Albano, Tuscolo (ovvero Frascati), Palestrina, Porto e Santa Ruffina, Sabina e Poggio Mirteto, Velletri e Ostia. I cardinali diaconi sono invece coloro che sovrintendono alle sette diaconie in cui è divisa la città, mentre i cardinali preti sono i sacerdoti preposti alle 25 (poi 28) chiese titolari nelle quali è suddivisa l’amministrazione religiosa di Roma. Il decreto In nomine domini del 1059 riserva dunque l’elezione del sommo pontefice ai soli cardinali, eliminando ogni interferenza da parte del resto del clero, dei feudatari, del popolo romano e dell’imperatore, a cui viene riconosciuto il solo diritto di conferma.

“Il modello adottato da Niccolò II – spiega Zizola – destinato a orientare sostanzialmente il sistema elettorale supremo fino ai giorni nostri, è decisamente aristocratico, perdendo quegli aspetti di partecipazione popolare che Ildebrando ha pur tentato di preservare e recuperare nell’introdurre i primi svincoli dal giogo imperiale. Il primo obiettivo da conseguire è l’indipendenza degli elettori e la riforma non trova per questo soluzione migliore che quella di restringere la composizione del corpo elettorale” . Nei secoli successivi, l’elezione verrà regolamentata in modo sempre più dettagliato: prima verranno ammessi al conclave anche i cardinali preti e quelli diaconi, poi – nel 1179 – si stabilirà il quorum dei due terzi del collegio perché l’elezione sia valida.

Nel frattempo anche il cardinalato cambia la sua identità: da membri del clero romano i cardinali diventano i vertici dell’aristocrazia cattolica e il titolo sarà per secoli – fino all’epoca contemporanea – attribuito ai rampolli delle famiglie nobiliari e svincolato completamente dall’originario ruolo di vescovo, prete o diacono di Roma, a cui resta legato oggi solo formalmente.

La chiusura della porta di un conclave

Intanto il Concilio di Lione, nel 1274, prevede che il conclave debba tenersi dieci giorni dopo la morte del papa nel palazzo abitato dallo stesso papa. Ogni cardinale può avere un solo servitore, tutti debbono abitare nello stesso salone, senza pareti divisorie o tende. A nessuno deve essere permesso recarsi dai cardinali o mandare messaggi. Per costringere poi i cardinali a sbrigarsi, si stabilisce che passati i primi tre giorni, nei cinque successivi sia a pranzo che a cena “i cardinali si contentino ogni giorno di un solo piatto. Passati questi senza che si sia provveduto a eleggere il papa, sia dato loro solo pane, vino ed acqua, fino a che non avvenga l’elezione”.

Dal Basso Medioevo fino al Settecento gran parte dei cardinali saranno laici, destinati spesso a ricevere l’ordinazione sacerdotale ed episcopale solo dopo l’elezione a papa. E anche quando, nell’Ottocento, il cardinalato tornerà ad essere riservato ai religiosi, resterà completamente alieno al titolo presbiteriale, episcopale o diaconale e da un ruolo all’interno della Diocesi di Roma. Un titolo che pure resta ancora testimoniato dai documenti ufficiali e dagli stemmi cardinalizi che si possono ammirare sulle facciate della basiliche della Città eterna.

Nel corso del XX secolo il cardinalato subirà un’ulteriore evoluzione: una Chiesa ormai priva del potere temporale, ma con una visione ormai globale del mondo, non può più essere governata solo da Roma e dall’Italia: i papi scelgono così i cardinali non più tra i notabili della Curia, ma tra i più importanti vescovi del mondo.

Nascono le cosiddette “sedi cardinalizie”: il cardinalato non è più un titolo personale, ma la conseguenza di un ruolo rivestito nella chiesa universale. Il conclave si fa così sempre più internazionale e dopo mezzo millennio nel 1978 in Vaticano torna a sedere un papa arrivato “da un paese lontano”.

Resta il problema di una Chiesa autoreferenziale con papi scelti da cardinali scelti a sua volta da papi, da cui restano escluse tanto una reale dinamica democratica quanto la partecipazione dei laici.

Per questo, dopo il Concilio Vaticano II papa Paolo VI da una parte fa uscire dal conclave i cardinali ultra ottantenni e dall’altra pensa di farci entrare rappresentanti laici e i presidenti delle Conferenze episcopali. Il progetto incompiuto, però, viene affossato dai suoi successori.

Con papa Francesco, poi, finisce anche la stagione delle sedi cardinalizie: il pontefice argentino da una lato rifiuta il titolo stesso di papa autodefinendosi “vescovo di Roma”, dall’altro sceglie i cardinali in base ai carismi personali, escludendo clamorosamente prelati come il patriarca di Venezia, l’arcivescovo di Torino e diversi presidenti di ministeri vaticani, e includendo – al contrario – vescovi di diocesi minori come Perugia e Ancona. L’antica tradizione è ancora in piena evoluzione.

Arnaldo Casali

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Celestino V, eremita nato con la camicia

L'incoronazione di Celestino V

L’incoronazione di Celestino V

Era nato con la camicia, Pietro Angelerio.

La madre dell’uomo che il 5 luglio 1294 sarebbe stato eletto papa con il nome di Celestino V, e che avrebbe anticipato di 719 anni tanto la figura di un papa dimissionario quanto quella di un papa francescano e allergico al potere, amava infatti raccontare che quando il bimbo era uscito dall’utero, era rivestito di una sorta di “tunica”, quasi a profetizzare l’abito religioso che avrebbe indossato da adulto.

Tecnicamente, il neonato era ancora avvolto nel sacco amniotico: un evento relativamente frequente quando le donne partorivano in casa e avevano numerose gravidanze, e che veniva considerato di buon auspicio, tanto da dare luogo al celebre proverbio. “A questo evento – spiega Paolo Golinelli in “Il papa contadino” – sin dall’antichità si era attribuito un significato particolare. Quella veste, che copriva come una camicia la parte superiore del corpo, diventava il segno di una distinzione che troviamo associato in tutte le culture a un significato magico positivo”.

Pietro era stato l’undicesimo figlio, ed era nato tra la fine del 1209 e l’inizio del 1210 nel Molise, a Sant’Angelo Limosano o forse a Isernia.

La sua è una tipica famiglia contadina, di piccoli o medi proprietari della terra che lavorano. Il padre Angelerio si dedica al lavoro dei campi insieme ai figli mentre la madre Maria è occupata nelle faccende domestiche e nell’educazione dei figli.

Angelerio muore quando Pietro ha solo cinque anni e l’aspirazione massima della madre è quella di avere un figlio consacrato a Dio. “Quando Pietro nacque già un suo confratello, il secondogenito, si era avviato al sacerdozio, ma troppo bello e attratto dalla vanità del mondo, si comportava in modo indegno per la sua condizione e tutta la famiglia ne soffriva. La punizione divina non tardò ad abbattersi su di lui e appena diventato monaco morì”. Benché gli altri fratelli mal sopportino l’idea che braccia tanto forti vengano sottratte al lavoro nei campi, la madre decide quindi di spingere Pietro verso la vita religiosa.

Celestino racconta nella sua stessa autobiografia di essere stato un bambino vivace e che quando giocava con gli altri si lasciava andare a un linguaggio indecente. In ogni caso, entra diciassettenne nel monastero benedettino di Faifoli. Ma dopo appena tre anni – nel 1230 – insoddisfatto della vita che vi viene condotta lascia il monastero e si mette alla ricerca di una nuova forma di vita religiosa. “Dalle poche annotazioni delle agiografie egli appare un animo inquieto, insoddisfatto della vita normale di quei monaci (di cui non si dice niente di esplicito), ma ancora molto insicuro di sé”.

Celestino V (probabile) in un affresco della chiesa di Santa Maria Assunta ad Assergi, poco lontano da L’Aquila

Partito alla volta di Roma con un amico, vorrebbe rivolgersi al papa per un consiglio: probabilmente pensa già di fondare un nuovo ordine religioso e vuole l’approvazione del pontefice. Abbandonato dal compagno, Celestino deve attraversare un ponte ma a metà tragitto è preso dalla paura e torna indietro, fermandosi presso una chiesa intitolata a San Nicola, protettore dei pellegrini. “Egli ha bisogno di raccogliere tutte le sue forze per affrontare la nuova vita – commenta Golinelli – e nella preghiera e nella meditazione presso questo oratorio può trovare in sé quel mezzo magico che gli consentirà di superare la prova”.

Il giorno dopo compra due pani e due pesci e sale sul monte. Quando già è vicino all’eremo, ecco che gli si fanno incontro due bellissime donne, che mettendogli le mani addosso gli dicono: “Non andare: l’eremita non c’è, vieni con noi”. A fatica il giovane monaco riesce a liberarsi dell’abbraccio delle tentatrici, poi giunto finalmente all’eremo, ci resta per dieci giorni, salvo poi mettersi nuovamente alla ricerca di un posto ancora più solitario, che individua in una grotta alle falde del Monte Pallano. “Si scavò una grotta nella quale a malapena riusciva ad alzarsi in piedi o a distendersi completamente, anche perché era piuttosto alto”. Qui Pietro vive per tre anni, vestito di una sola tonaca con cappuccio, combattendo la propria lotta personale contro le tentazioni diaboliche.

Passati tre anni nell’eremo, Celestino arriva finalmente a Roma e qui viene ordinato sacerdote.

Al rientro dalla capitale della cristianità, il monaco sceglie un altro luogo dove condurre la sua vita eremitica: il Monte Morrone.

Rainaldo di Gentile di Sulmona, medico ottuagenario, interrogato per il processo di canonizzazione di Celestino nel 1306, testimonierà che “mentre era all’età di circa quindici anni e il detto frate Pietro era di circa 23 anni, come gli sembrò, vestito da monaco un giorno lo incontrò fuori Sulmona e Pietro gli chiese di insegnargli il luogo dell’eremo, in cui faceva penitenza un certo fra Flaviano di Fossanova”. Rainaldo lo accompagna sul monte Morrone e trovato l’eremo abbandonato, Pietro lo sceglie come sua dimora. Siamo nel 1241.

Quel luogo gli sembra adatto e invita il giovane Rainaldo a tornare qualche giorno dopo. Quando questi ricompare sulla porta dell’eremo, però, Pietro non c’è: è andato intorno al monte a cercare un luogo più aspro e forte in cui vivere, come riferisce al ragazzo quando torna alla sua cella. A quel punto il giovane gli fa: “Aspetta che cada la neve, e vedrai se questo non è un luogo aspro”.

“Quell’eremo divenne per Pietro il primo vero e proprio luogo di preghiera e di predicazione, nel quale esercitare la sua duplice missione di asceta e di sacerdote”.

Cominciano ad accorrere persone dalla vicina Sulmona, alcuni per aiutare l’eremita a provvedere alle sue necessità, altri per ascoltarne la parole e invocare le grazie che il penitente chiede a vantaggio dei sofferenti, altri ancora per fermarsi con lui e condividerne l’esperienza eremitica, come Bartolomeo da Trasacco e Tommaso di Sulmona. Si va subito costituendo una piccola comunità, nucleo di quello che sarebbe divenuto il nuovo ordine religioso.

“Si alzava nel primo silenzio della notte per render lode a Dio e testimoniare col profeta il suo nome, e gettandosi a terra, in ginocchio con le braccia alzate, e levava sospiri al cielo. Se poi non c’erano altri religiosi con lui, si sottoponeva a una disciplina ancora maggiore e cominciava a implorare perdono per i suoi peccati percuotendosi con una frusta”. Poi scrive, rilega libri, rattoppa e cuce le vesti logore sue e dei suoi compagni, e costruisce cilici con peli di cavalli e di buoi. “Passava la notte sino al canto del gallo in preghiere e genuflessioni, e solo quando la stanchezza lo sopraffaceva, reclinava il capo su di una grata di legno nuda, senza alcun cuscino, perché un sonno troppo profondo non finisse per essere popolato da quelle visioni peccaminose dalle quali aborriva. Giungeva così all’ora delle preghiere del mattutino senza aver né riposato le sue membra, né tantomeno dormito, e ricominciava la sua giornata di preghiera, penitenza e lavoro”.

Dopo cinque anni il Monte Morrone è diventato molto frequentato – troppi pellegrini arrivano a rompere il silenzio – e l’eremita decide di trovare, ancora volta, un rifugio più remoto e meno accessibile sui monti della Maiella, anche se sul Morrone verrà in seguito edificata la grande badia di Santo Spirito, casa madre di tutta la congregazione celestiniana.

Il monte Morrone e, sullo sfondo, il gruppo della Majella

Sull’“asprissima” Maiella, Pietro restaura le cappelle e gli edifici abbandonati dagli eremiti che lo hanno preceduto, tra cui Desiderio, abate di Montecassino, succeduto a Gregorio VII con il nome di Vittore III.

“Non fu una scelta popolare la sua: anche i suoi discepoli più fedeli che lo seguivano ovunque protestarono per le difficoltà di accesso a quell’eremo, lontano e raggiungibile solo con una mulattiera, e non mancò chi cercò di dissuaderlo, anche con mezzi non proprio pacifici”. Nel suo libro Celestino, Paolo Golinelli rievoca l’episodio dell’incendio delle fascine che l’eremita e i suoi compagni avevano posto a chiusura dell’ingresso della spelonca.

Era andato in cerca di solitudine, Pietro, ma si ritrova a fondare un nuovo ordine religioso. Sono sempre di più, infatti, i frati che si uniscono a lui. Dal romitorio di Santo Spirito Pietro si sposta – dopo cinque nani – a San Bartolomeo in Legio, sempre sulla Maiella, a seicento metri di altitudine: qui l’eremita sceglie una spelonca scavata sotto un enorme tetto di roccia lungo cinquanta metri, ai piedi della quale scorre il Rio Freddo. Poi passa a San Giovanni all’Orfento, nella parte opposta della Majella rispetto a Sulmona, in una grotta inaccessibile e a 1227 metri di quota, quindi in San Nicola della Maiella e altri eremitaggi. “Quando il luogo prescelto diveniva troppo noto e accessibile, egli ne cercava un altro – spiega Golinelli – lasciando due o tre compagni nel precedente. In questo modo finì per costituirsi una famiglia monastica sparsa in celle poste lungo un circuito eremitico tra il Monte Morrone e la Maiella e le montagne circostanti, che egli visitava periodicamente”.

Quando il Concilio di Lione del 1274 proibisce la costituzione di nuovi ordini religiosi, Pietro rende pubblica la conferma del suo da parte di Urbano IV nel 1263, poi decide di abbondare le sue montagne e la loro solitudine e recarsi di persona, a piedi, a Lione. “Sarebbe troppo lungo raccontare quanti e quali pericoli si trovò ad affrontare con i suoi fratelli lungo questo viaggio: nell’andata, nella sosta e nel ritorno da Lione” scrive Tommaso da Sulmona. Ma il viaggio non è inutile: Pietro torna con il privilegio di conferma del suo ordine, al quale è assegnata la regola di San Benedetto.

A complicare la vita di Pietro non sono solo i briganti che incontra per strada, ma anche i vescovi delle diocesi dove si trovano gli eremi, che hanno già requisito i beni dell’ordine “andando dicendo a tutti che l’ordine era stato soppresso” e sono ora costretti a restituire il maltolto.

Nel 1275, quando la sua Regola viene approvata, sono 16 le comunità che fanno capo a Pietro del Morrone: santo Spirito di Maiella, San Giorgio di Roccamorice, San Giovanni di Maiella, San Bartolomeo di Legio, San Cleto di Musellaro, Santa Maria e Sant’Angelo di Tremonti, Santa Maria del Morrone, Sant’Antonio di Campo di Giove, San Giovanni d’Acquasanta, San Comizio d’Acciano, Santo Spirito di Isernia, Santa Maria di Ajelli, Sant’Antonio di Campagna in Ferentino, Sant’Antonino di Anagni, San Leonardo di Sgurgola, San Francesco di Civita D’Antino.

Nel 1276 Pietro decide anche di recuperare e restaurare il monastero in cui era entrato a diciassette anni – Santa Maria di Faifoli – ormai abbandonato e fatiscente. Ci vive per due anni come abate, poi lo lascia ad un altro frate, quando la comunità è ormai arrivata a quaranta monaci. Col passare degli anni sempre più abbazie vengono aggregate alla congregazione dei morronesi.

Il 6 ottobre 1287 Nicola, vescovo dell’Aquila, concede a Pietro l’esenzione della giurisdizione episcopale per la chiesa che si sta costruendo – grazie a loro – a Collemaggio, nella città dell’Aquila. “Con questo atto i monaci di Pietro del Morrone si insediavano in una città – commenta Golinelli – certo piccola e praticamente in costruzione, ma ugualmente una città”.

La badia di Santo Spirito del Morrone

Poi viene costruita la badia di Santo Spirito del Morrone che ospita nel giugno 1293 il capitolo generale dell’Ordine che delibera di trasferire qui l’abate della congregazione, visto che l’ordine si è ormai molto ampliato e la Maiella è troppo difficile da raggiungere. Pietro però, non rimane nel nuovo monastero, ma si rimette in cerca di un eremo più inaccessibile. E si rifugia in una grotta sulla parete scoscesa del Monte Morrone. Ed è proprio qui che lo troveranno gli inviati del Conclave per consegnargli le chiavi di San Pietro.

Quando muore Niccolò IV sono 12 i cardinali che si ritrovano in lotta per la successione: Latino Malabranca, imparentato con gli Orsini, rappresentante dei frati domenicani, che presiede il Conclave e convoca la prima seduta nel palazzo dei Savelli sull’Aventino, presso Santa Sabina. I francesi sono rappresentati da Giovanni Cholet, che però muore qualche giorno dopo l’inizio del conclave, e dal domenicano Ugo Aycelin de Billom. La famiglia Orsini è rappresentata dal potentissimo Matteo Rosso – che ha partecipato a tutti i conclave degli ultimi trent’anni, e parteciperà anche ai successivi fino al 1305 – e da suo nipote Napoleone, che è invece al suo primo conclave. I Colonna sono rappresentati da Giacomo e da suo nipote Pietro. C’è poi Benedetto Caetani, esponente di una famiglia della piccola nobiltà della campagna – Anagni – in ascesa ma non ancora affermata, che mantiene una posizione molto defilata. Infine ci sono Giovanni Boccamazza, nipote di papa Onorio IV, Gerardo Bianchi, Piero Peregrosso e l’umbro Matteo d’Acquasparta, della famiglia dei Bentivegna.

Nessuna delle fazioni riesce a raggiungere i due terzi dei voti e la situazione di stallo si protrae per ben due anni.

CelestinoV in un’opera di Niccolò Di Tommaso (ca.1343-1405)

I due principali contendenti sono Matteo Rosso Orsini e Giacomo Colonna “pari nell’odio e da pari contendenti” come vengono definiti da un cronista vicentino contemporaneo. Quando però nel conclave entra la peste (uccidendo Giovanni Choelt) l’assemblea viene sospesa per riaprirsi dopo un anno e mezzo a Perugia. Gli schieramenti restano contrapposti: quattro per Orsini e quattro per i Colonna, mentre non riescono a decollare candidature di compromesso come quella di Matteo d’Acquasparta. Qui passa anche Carlo II d’Angiò, che – reduce dall’accordo con gli Aragonesi per il governo della Sicilia – esorta i cardinali a dare in tempi brevi un papa alla cristianità. Sembra che sia proprio in quest’occasione a nascere l’ipotesi di un candidato esterno al conclave e di conclamata santità. D’altra parte se Malabranca è amico di Pietro, il Re di Napoli ha già concesso privilegi alla congregazione del Morrone, cui fa visita proprio tornando da Perugia per assegnare una speciale rendita al romitorio.

Dopo l’incontro con il sovrano, Pietro decide di intervenire in prima persona sul conclave, inviando ai cardinali una lettera nella quale si profetizzano sventure in una Chiesa che da più di due anni è senza pontefice. A quel punto il cardinale Latino Malabranca, destinatario della lettera, propone proprio lui come papa. E l’idea accoglie l’adesione quasi immediata di tutti i cardinali.

Nel mondo cristiano si diffondono stupore e speranza: l’elezione di Celestino sembra compiere la profezia di Gioachino da Fiore sull’Avvento dell’Età dello Spirito Santo e all’incoronazione – che avverrà il 29 agosto all’Aquila – parteciperà una folla di 20mila persone.

“Finalmente – fa commentare a un popolano Ignazio Silone nel suo capolavoro teatrale “L’Avventura di un povero cristiano” – avremo un papa che crede in Dio”.

Arnaldo Casali

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