Category Archives: Papi e chiesa

Urbano VI deposto dai cardinali

Ad Anagni, i mercenari bretoni e i soldati del conte di Fondi Onorato Caetani, già padroni della città, si disposero intorno alla cattedrale presidiando tutti gli accessi: nessuno doveva turbare il clima teso e grave che si respirava al suo interno.

La facciata e il campanile della cattedrale Santa Maria di Anagni

L’intero collegio dei cardinali stava per annunciare al mondo che la Chiesa sarebbe diventata orfana del suo pastore universale, e che Bartolomeo Prignano, eletto qualche mese prima col nome di Urbano VI, era nientemeno che “anticristo, demonio, apostata, tiranno, truffatore e distruttore dell’intera cristianità”.

Cosa aveva portato i quattordici porporati riuniti quel 9 agosto 1378 nella cittadina a sud di Roma a prendere una decisione così terribile? Perché mai proclamare vacante la sede di Pietro contraddicendo la scelta che loro stessi avevano compiuto l’8 aprile in Vaticano?

Semplicemente, si erano accorti di avere valutato male le qualità di colui che avevano eletto come vicario di Cristo. Era come se lo Spirito Santo, distratto, avesse indicato una persona rivelatasi poi inadatta a tanto incarico. E, dopo numerosi e vani tentativi di correggerlo, avesse ora ingiunto loro di procedere a nuova elezione.

Il sospetto che qualcosa non andasse in questo integerrimo e dottissimo arcivescovo, stretto collaboratore del cardinale vicecancelliere di curia, era maturato già poche ore dopo l’elezione.

Il suo nome era sembrato un ottimo compromesso tra i romani, che dopo quasi settant’anni di residenza dei papi ad Avignone chiedevano a gran voce un nuovo pontefice “romano o almanco italiano”, e lo stesso sacro collegio, per tre quarti composto da francesi, che in lui vedeva una creatura manovrabile proprio in virtù dei suoi trascorsi curiali.

Il giorno dopo la sua intronizzazione, però, ecco la prima doccia fredda: al tradizionale pranzo con gli elettori Prignano aveva fatto trovare nei loro piatti un po’ di brodo, un ciuffo d’erba, una pietanza scondita. La sorpresa era stata grande, per quei principi della Chiesa abituati a banchetti quanto mai sontuosi, ma, come lo stesso Urbano aveva spiegato davanti alle loro facce interrogative, si trattava di un modo per invitarli a sovvertire le abitudini di vita, per informarle allo spirito di una povertà evangelica che non fosse solo enunciata ma anche praticata.

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Urbano VI, al secolo Bartolomeo Prignano, (Itri, 1318 circa – Roma, 15 ottobre 1389), è stato il primo italiano dopo il periodo della cattività avignonese. Durante il suo pontificato si verificò lo scisma d’Occidente

Qualche giorno più tardi, durante un concistoro, era andato oltre accusando i cardinali di condurre una vita smodata e piena di lussi. A uno di loro, Pierre de Vergne, rimproverò di avere speso più di centomila fiorini per comprare terreni intestandoli al cugino solo per sottrarre fondi alla Camera apostolica.

Un altro, Pietro Corsini, si sentì dare del “ladro” perché a dire del papa aveva rubato un prezioso scrigno tra i beni del defunto pontefice Gregorio XI; un altro ancora era uno “sciocco”, un altro “ribelle”. Con il cardinale di Limoges Jean de Cros, Urbano venne quasi alle mani. E un giorno interruppe un predicatore che tuonava contro la simonia per annunciare che tale grave peccato avrebbe comportato la scomunica “per qualunque prelato di qualunque stato e condizione, anche cardinale, anche papa, se fosse possibile”. Naturalmente, la circostanza che non era mai stato cardinale (sarebbe stato l’ultimo papa eletto al di fuori del sacro collegio) rendeva Urbano VI libero da ogni timore reverenziale verso la categoria più blasonata degli uomini di Chiesa.

Così, quando annunciò che presto avrebbe creato porporati “di tutte le nazioni” e “tanti italiani quanti sono gli ultramontani”, cioè i francesi, la misura risultò colma. Bisognava fermarlo. Come?

L’idea che il conclave potesse considerarsi viziato perché avvenuto sotto la pressione dei romani non era credibile, visto che proprio per evitare strumentalizzazioni l’intero collegio aveva confermato per ben due volte il proprio voto lontano da condizionamenti e ricatti.

Uno spunto lo fornirono le intemperanze caratteriali del nuovo papa e quel suo modo di agire irrispettoso e inurbano (“Inurbano”, come subito lo aveva ribattezzato il popolino romano): Bartolomeo Prignano, decisero i cardinali, era “demente”. E il papa demente, proprio come il papa eretico, semplicemente non è papa.

Tra i più accesi difensori di Urbano, Caterina da Siena scagliò le sue frecce acuminate contro i ribelli definendoli “adoratori del membro del demonio” e “matti, perché a noi avete dato la verità (cioè lo stesso Urbano VI) e per voi volete gustare la bugia”. Invano.

Urbano VI assediato da Carlo III nel castello di Nocera, dalle Croniche di Giovanni Sercambi

Con la scelta del 9 agosto 1378, che aprì di fatto lo Scisma d’Occidente, c’è da pensare che ben pochi di quei cardinali immaginavano in quale terrificante girone dantesco stavano cacciando la Chiesa e l’intero occidente cristiano.

Se ne sarebbe riemersi solo trentanove anni più tardi, profondamente cambiati e pronti per passare dall’Età di mezzo all’Età moderna. Dove niente del mondo conosciuto sarebbe più rimasto uguale a prima.

Mario Prignano

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La fine dello Scisma d’Occidente

“Gaudeamus omnes in Domino!“. Quel 2 luglio 1419, quando il decano del sacro collegio Jean de Brogny prese la parola con lo squillante invito a “gioire tutti nel Signore”, di sicuro molti dei presenti cedettero alla commozione.

Il Cardinale Oddone Colonna di Genazzano salì al soglio pontificio l’11 novembre 1417 e prese il nome del santo del giorno, Martino

Il grande salone del convento fiorentino di Santa Maria Novella era gremito di vescovi e arcivescovi, funzionari di curia, nobili e ambasciatori.

Papa Martino V sedeva sul trono circondato dai suoi cardinali, tra i quali, insignito della porpora solo qualche giorno prima, Baldassarre Cossa.

Era lui la ragione di tanta commozione, lui il motivo per cui la Chiesa tutta era invitata a gioire.

Eletto papa col nome di Giovanni XXIII nel 1410, in pieno Scisma d’occidente, Cossa si era adoperato al massimo delle sue possibilità per relegare nell’ombra gli altri due pontefici rivali, il “romano” Gregorio XII e l’“avignonese” Benedetto XIII, ma la sorte gli aveva riservato una fine indecorosa, con tanto di processo canonico che lo aveva riconosciuto “indegno” del papato, deposto e sbattuto in prigione lontano da tutto e da tutti, nel Palatinato.

Ora, sconfitto e umiliato, si era presentato in ginocchio dal nuovo pontefice universalmente riconosciuto baciandogli i piedi e professandogli obbedienza, e questi lo aveva accolto con misericordia, perdonandolo e reintegrandolo nel sacro collegio col titolo di vescovo di Frascati. Quale migliore occasione per celebrare la fine del “nefasto scisma” e la ritrovata unità della Chiesa?

L’elezione di Martino V a Costanza in un acquarello quattrocentesco

Gli storici hanno sempre fatto coincidere la fine dello Scisma d’Occidente con l’elezione di Martino V, l’11 novembre 1417 a Costanza. Dal punto di vista canonistico è certamente così perché, dopo quasi quarant’anni di divisioni che avevano prodotto fino a tre obbedienze pontificie diverse, quella era certamente la prima elezione accolta senza discussioni in tutto l’universo cristiano.

L’episodio di Santa Maria Novella riveste tuttavia un significato simbolico che è difficile ignorare. Il conclave di Costanza non aveva cancellato di colpo le scorie dello scisma, tra cui, appunto, la detenzione di Baldassarre Cossa, prigioniero del conte Palatino Ludovico di Baviera sin dal giugno 1415.

Dopo quattro anni, a ricordarsi di lui e a chiedersi se non fosse arrivato il momento di tirarlo fuori di lì non era stato il nuovo papa bensì un fiorentino che rispondeva al nome di Giovanni de’ Medici, grande amico e confidente di Cossa, divenuto ricchissimo proprio grazie agli affari conclusi sotto il suo pontificato.

La prima pagina del sermone di Jean de Brogny (Parma, Biblioteca palatina, Ms. Parm. 1194)

L’insistenza del Medici aveva vinto l’opposizione di Martino V, timoroso che una volta libero l’ex papa potesse rivoltarglisi contro e magari rinfocolare lo scisma appena concluso. E invece l’incontro tra i due, i primi giorni di giugno del 1419 a Firenze, era avvenuto in un clima di enorme commozione e perfino incredulità: il papa e il suo predecessore che si abbracciavano piangendo aveva fatto gridare al miracolo molti fiorentini. Martino, balbettando, aveva promesso “cose utili” e “onore” all’uomo che era ai suoi piedi e che nove anni prima lui stesso aveva contribuito, da cardinale, a far diventare vicario di Cristo in Terra. Poi erano arrivati la porpora e quel sermone.

“Dopo avere diretto i suoi passi verso questa sublime città”, scandì il cardinale de Brogny ricordando l’ingresso di Cossa a Firenze poche settimane prima, “lo abbiamo visto con grandissima umiltà prostrarsi ai santissimi piedi dell’erede dell’apostolo, che egli ha riconosciuto come unico e solo pastore universale. Quanta nobiltà d’animo in quest’uomo, che con questo atto ha mostrato di non desiderare il papato ma solo ed esclusivamente l’unità della Chiesa. E con quanto giubilo esalteremo il nostro pontefice e signore, che Dio stesso ha scelto nel mondo per il suo misterioso disegno e nella cui persona è ora riunita la cristianità tutta intera?”.

Brogny aveva ragione: tutti potevano finalmente tirare un sospiro di sollievo. Ora, lo scisma e le sue scorie si erano davvero dissolti.

Mario Prignano

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La lotta per le investiture, una rivoluzione medievale

Nel 1872 Otto von Bismarck in un celebre discorso di fronte al Reichstag dell’Impero tedesco da poco proclamato affermò che non avrebbe chiesto perdono per aver ritirato la propria rappresentanza diplomatica in Vaticano:

Noi non andremo a Canossa né con il corpo né con lo spirito.

Dal 25 giugno sarà in libreria “La lotta per le investiture (998-1122). Una rivoluzione medievale”. L’ultimo libro di Nicolangelo d’Acunto, edito da Carocci, affronta una nuova ipotesi storiografica: quella per cui il conflitto tra impero e papato nel corso dell’XI secolo fu la prima rivoluzione dell’Occidente

La politica del Kulturkampf avrebbe confermato questa impostazione rigidamente avversa al cattolicesimo e l’espressione “andare a Canossa” sarebbe diventata di uso corrente per indicare l’atto di pentirsi e di chiedere umilmente perdono, ammettendo i propri errori. Oggi sarebbe guardato con sorpresa il politico che alludesse a una misteriosa gita avente per meta una località nota forse solo agli utenti più assidui dell’autostrada del Sole per l’uscita denominata appunto Campegine-Terre di Canossa.

Segno dei tempi mutati e dello scarso radicamento della cultura storica nel sentire comune, ma tra Otto e Novecento non meritava nessuna spiegazione l’allusione all’umiliazione inflitta dal papa Gregorio VII all’imperatore Enrico IV, lasciato a vagare per tre giorni in mezzo alla neve, in veste di penitente, vicino al castello di Canossa nell’inverno del 1077, con la speranza di ottenere il perdono del pontefice.

L’episodio di Canossa costituisce uno di quegli eventi-cesura che, come per esempio la presa della Bastiglia, scandiscono e sintetizzano il significato di ogni rivoluzione che si rispetti. Non una battaglia o uno scontro violento, ma in questo caso una mise en scène dalla fortissima valenza rituale e simbolica, causa e sintomo di quello che, in un testo di qualche anno fa, Stefan Weinfurter definiva “die Entzauberungder Welt”, il disincanto del mondo, di fronte a un potere politico umiliato e desacralizzato.

Sotto le mentite spoglie di una riforma, il papato stava realizzando una rivoluzione, che come tale fu concepita anche da molti contemporanei e che contribuì nell’immediato alla crisi irreversibile dell’Impero, gettando le basi nel lungo periodo della specificità occidentale.

Si trattò di una rivoluzione vera e propria o siamo di fronte a una forzatura storiografica, all’ennesimo uso analogico o metaforico di un’espressione a effetto?

In altre parole e più in generale: è possibile trovare nel Medioevo delle rivoluzioni? In esse la modernità ha trovato le tappe fondamentali della sua costruzione. Possiamo anzi dire che la rivoluzione in quanto tale sia stata considerata come una sorta di principio di individuazione della modernità, che si definisce spesso in contrapposizione con un Medioevo sostanzialmente statico e incapace di vere rivoluzioni.

Enrico IV a Canossa in un dipinto del 1862 di Eduard Schwoiser

È ancora accettabile questa visione fortemente ideologica oppure, proprio abbattendo questa barriera artificiale, possiamo interpretare la stessa modernità come la continuazione di molte esperienze fondamentali dell’Occidente medievale?

Secondo Paolo Prodi, che non nutriva alcun dubbio sulla natura rivoluzionaria della cosiddetta riforma del secolo XI, altrimenti detta lotta per le investiture, il tratto saliente della storia dell’Europa andava cercato nella “rivoluzione permanente”, proprio perché l’ordine politico nato con le rivoluzioni americana e francese si configurava nella sua riflessione a larghe spanne cronologiche come il risultato di un processo avviatosi molto prima della nascita delle costituzioni moderne, quando appunto nel secolo XI venne elaborata la divisione dei poteri fondata sulla desacralizzazione del potere sovrano e sulla “sostituzione della sacralità con il patto politico come legittimazione del potere”.

Tale dualismo fra il potere politico e il potere sacro “produsse un continuo movimento dialettico: da una parte la politica secolare, dall’altra la Chiesa; da una parte l’imperatore, i sovrani, le città, dall’altra il sistema dei sacramenti (in particolare la confessione dei peccati) che si sviluppa nel secolo XII sotto il controllo di Roma”.

Nel pensiero di alcuni polemisti anti-imperiali del secolo XI il potere politico si configurava ormai come un fenomeno intramondano, privo di ogni aura di sacralità, essendo solo il risultato dell’accordo revocabile tra i detentori dell’autorità e i loro sudditi:

Venendo a mancare l’identificazione fra il sacro e il potere politico non soltanto si sviluppa l’idea di rappresentanza ma anche l’idea che il tiranno possa essere abbattuto quando viene meno al patto fondamentale con il suo popolo o quando non possiede i titoli di legittimazione ritenuti necessari […]. Si apre così la strada a quello che sarà il primo processo legale a un sovrano nella storia dell’umanità, alla condanna a morte di Carlo I nel 1648 [1649, N.d.A.] e alla prima rivoluzione inglese.

Anche Marc Bloch considerava il tramonto del mito dei re taumaturghi alla fine del Medioevo come una vittoria postuma di Gregorio VII.

Più che di un programma “gregoriano” preferiamo oggi parlare di una pluralità di orientamenti riformatori a volte profondamente divergenti dalla visione di Gregorio VII, che costringono a un continuo corpo a corpo con le fonti e con la storia dei singoli contesti in cui si frammentò questa complessa vicenda.

Le spoglie di Gregorio VII nella cattedrale di Salerno

Nonostante tale visione assai poco rassicurante possiamo però considerare i Dictatus papae e le lettere di Gregorio VII come il manifesto di un preciso orientamento ideologico dei riformatori che, pur non costituendo il punto di arrivo di un processo di elaborazione teorica unilineare maturata a partire dal 1046 (come invece voleva Augustin Fliche in un libro famoso che si intitolava appunto La réforme grégoriennne), si sarebbe tuttavia rivelato in grado di porre con una forza inedita il tema della superiorità del papato su ogni altra autorità terrena. Esso realizzava “in se stesso l’idea dell’Impero come vertice universale di potenza e come tribunale supremo di tutti i potenti, con formulazioni di una chiarezza giuridica – si pensi alla rivendicazione, in forma esclusiva, della “depositio” di vescovi e re – che l’Impero non aveva mai conosciuta”.

Giacché la costruzione degli oggetti storiografici non è mai casuale, ma risponde sempre alle esigenze fondamentali della coscienza che le società maturano degli elementi strutturali della propria identità, la pluralità di etichette (lotta per le investiture, riforma gregoriana, riforma ecclesiastica) all’ombra delle quali è stato narrato il convulso succedersi di avvenimenti, di improvvise svolte dottrinali e giuridiche, di scontri militari e di grandi cambiamenti sistemici che si verificarono nel secolo XI è di per sé significativa da un lato della complessità di tali fenomeni, che in sede storiografica occorre ricondurre a una semplificazione che li renda in qualche modo intelligibili, dall’altro dell’importanza che quella grande svolta riveste nella storia europea in tutte le sue componenti essenziali.

Secondo Jack Goldstone, autore di una sintesi molto efficace sulla storia delle rivoluzioni, perché una nuova ideologia produca azioni rivoluzionarie è necessario che si verifichi un cambiamento nelle posizioni delle élite in grado di aprire nuovi spazi e opportunità per le masse, mobilitate intorno a nuove credenze.

Infatti le nuove ideologie sono una parte della storia delle rivoluzioni, ma da sole non bastano per produrre il cambiamento rivoluzionario.

L’ideologia “gregoriana” restò un fatto elitario o coinvolse le masse, incidendo cosi sulle strutture fondamentali della società? A questa domanda possiamo rispondere considerando che la guerra tra i riformatori gregoriani e l’Impero fu combattuta con le armi vere e proprie, ma fu pure una war of words, di parole scritte e declamate, e di idee che dal chiuso delle corti prorompevano con forza inusitata nelle piazze e nelle chiese delle città, coinvolgendo per la prima volta le masse popolari, che fino ad allora avevano assistito passivamente ai rivolgimenti della grande storia del Medioevo occidentale.

I cosiddetti “gregoriani” non solo catalizzarono buona parte delle élite europee attorno a un’ideologia dai contenuti oggettivamente eversivi dell’ordine ereditato dalle generazioni precedenti, ma la diffusero capillarmente, come avviene in ogni rivoluzione che si rispetti, grazie a forme di comunicazione anch’esse nuove e mai fino ad allora sperimentate in Occidente, mobilitando specialmente in Italia le masse cittadine attorno a un progetto di Chiesa che era anche un progetto di società.

L’Europa intorno all’anno Mille (foto: Storia digitale Zanichelli)

Ne derivò una trasformazione profonda della struttura ecclesiastica e, insieme con essa, del potere politico, che si articolò in forme nuove che portarono al rafforzamento delle cosiddette monarchie nazionali e, in Italia centrosettentrionale, alla nascita dei Comuni.

Harold J. Bermann parla senza mezzi termini di “rivoluzione pontificia del 1075-1122”, ma osserva che

fu chiamata a quel tempo riforma, la reformatio del papa Gregorio VII, generalmente tradotta in termini moderni con Riforma gregoriana, così continuando a celare il suo carattere rivoluzionario.

Non è vero che i contemporanei usassero l’espressione reformatio di papa Gregorio VII, ma possiamo invece tranquillamente confermare che questa e altre rivoluzioni medievali non erano “narrabili”, poiché ogni progettualità oggettivamente innovatrice andava nascosta sotto il velo della reformatio, della riforma intesa come ritorno a una forma, a un modello considerato oggettivamente migliore. La civiltà medievale aveva infatti grandi problemi quando doveva confrontarsi con il cambiamento, o meglio, quando doveva pensarlo e dirlo, poiché ogni cambiamento veniva avvertito come intrinsecamente negativo.

Non a caso nel secolo XI paradossalmente la rivoluzione non era invocata o narrata da coloro che la facevano, i quali avevano tutto l’interesse a nasconderla. Al contrario, i nemici della rivoluzione denunciavano il carattere eversivo dell’operato dei loro avversari per delegittimarli, cercando di trarre vantaggio dal disvelamento dell’altrui progetto rivoluzionario e contrario all’ordine del mondo voluto da Dio.

Proprio per questo le nostre fonti, di norma testimonianze riferibili alla verità dei vincitori e solo in misura molto minore a quella dei vinti, intenzionalmente nascondono la rivoluzione molto più di quanto la raccontino.

Nicolangelo d’Acunto

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Il Volto Santo, un’icona attraverso il tempo

Il Volto Santo di Lucca è la più antica scultura lignea dell’Occidente. La conferma è arrivata da una indagine diagnostica voluta dall’Opera del Duomo di Lucca, eseguita con il metodo del Carbonio 14 nella sede fiorentina dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare CHNet – Cultural Heritage Network. Il grandioso crocifisso ligneo (alto 247 cm) risale ad un arco temporale che va dagli ultimi decenni dell’VIII secolo ai primi anni del IX secolo. Non è quindi un’opera della seconda metà del XII secolo,, come si è sempre creduto fino ad oggi. E nemmeno una seconda versione di un più antico Volto Santo, andato per qualche ragione distrutto. L’eclatante notizia arriva in occasione delle celebrazioni per i 950 anni dalla rifondazione della Cattedrale di San Martino. La scienza ha dato ragione a un antico testo, finora creduto leggendario, la Leggenda di Leobino, una narrazione scritta risalente alla metà dell’anno Mille, che ha sempre datato l’arrivo a Lucca del Volto Santo nell’anno 782. Il culto del Volto Santo nel Medioevo si estese a tutta l’Europa: i fedeli e i pellegrini che accorrevano a Lucca ritenevano l’opera acheropita (cioè non realizzata da mano umana), come l’autentica immagine di Cristo. Paolo Giulietti, arcivescovo di Lucca, spiega l’unicità del Volto Santo: “Non è solo uno dei tanti crocifissi di cui è costellata la nostra Italia e la nostra Europa; è una reliquia, cioè un “ricordo vivente” del Cristo crocifisso e risorto. È un memoriale che affonda le sue origini nell’antichità che ha lasciato tracce indelebili nella cultura, nella spiritualità di Lucca e dell’intero continente europeo”.

Un volto misterioso e amatissimo

A Luni convergono le strade provenienti dalla Spagna e dalla terra di San Iacopo. Da Luni c’è un giorno di viaggio per arrivare a Luka. Li c’è una sede vescovile dove si trova quel crocifisso che Nicodemo fece costruire per volere di Dio stesso; esso ha parlato due volte: una volta donò la sua scarpa a un povero, un’altra volta testimoniò in favore di un uomo ingiustamente accusato.

Particolare del crocifisso ligneo noto come Volto Santo (cattedrale di San Martino, Lucca)

Con queste parole l’abate islandese Nikulas de Munkathvera descrive il passaggio da Lucca nel prezioso memoriale che stilò del suo pellegrinaggio a Gerusalemme intorno al 1154. Lucca aveva un ruolo di primo piano nel sistema viario del XII secolo che metteva in comunicazione tutti i grandi santuari dell’epoca.

Le vie di transito vedevano il passaggio di uomini, merci, armi, culti e cultura, valori materiali e beni immateriali. Il ruolo di Lucca nella compagine medievale e la sua fortuna commerciale erano legati a una simile tessitura viaria che ne faceva l’ultima città prima degli appennini per chi saliva a nord e la prima ad aprire l’accesso alla Tuscia per chi scendeva verso Roma.

Lucca era coinvolta dal fenomeno storico del pellegrinaggio grazie alla presenza di una delle statue-reliquiario più venerate del passato.

Sul suo ruolo di snodo nel collegamento tra il nord e il centro, si innestò il culto del Volto Santo destinato a diventare l’emblema identitario della città nel corso dei secoli. La statua-reliquiario, datata dagli storici dell’arte all’XI secolo, ha una leggenda che l’ha resa famosa ben oltre i confini locali e in un’epoca molto precoce. L’opera si può plausibilmente datare al periodo più fecondo della scultura a Lucca che coincide con l’ascesa economica della città e che vide svilupparsi molteplici cantieri con la presenza di maestranze di diversa origine.

Questa fase si protrasse dalla seconda metà del IX secolo fino alla prima metà del XIII. Quello però che preme sottolineare, dal punto di vista storico istituzionale, non è la discussione sulla cronologia della statua lucchese quanto la forza e la continuità del suo culto che partendo da una radice antica è riuscito a permanere fino all’età contemporanea.

Se vogliamo avere una percezione della fama del culto del Volto Santo, della sua profondità e della sua estensione dobbiamo allargare lo sguardo prendendo in considerazione alcune delle testimonianze che ce ne sono pervenute.

La chevalerie Ogier de Danemarche, un’opera epica risalente all’XI-XII secolo, parla dell’omaggio reso da Carlo Magno all’icona lucchese:

Il re dei franchi si fermò sulla riva / e ascoltò messa a San Martino il grande. / Il Volto di Lucca vi si trovava a quei tempi, / alcuni dicono che c’è ancora. / Nicodemo lo fece a Gerusalemme, / Carlo gli offrì un pallio d’oro lucente.

A questa narrazione si aggiunge la testimonianza di Gugliemo di Malmesbury che nei Gesta Regum Anglorum, del XII secolo, racconta di come il re d’Inghilterra Guglielmo II il Rosso solesse giurare

per Vultum de Luca.

La leggenda ha una struttura relativamente semplice. Il diacono Leobino, presunto autore del testo, racconta come il vescovo Gualfredo si recò a Gerusalemme ed ebbe una visione che lo incoraggiava a cercare la statua scolpita da Nicodemo il cui volto volto era stato realizzata per intervento divino.

scomparto di predella raffigurante il miracoloso approdo del Volto Santo che sarebbe giunto nei pressi di Luni, dipinto su tavola del Maestro di Montefloscoli. 1440-1450 (Lucca, Museo Nazionale di Villa Guinigi)

La statua era rimasta nascosta in una grotta fino alla visita del vescovo che – Deo gubernante – la caricò su una nave senza equipaggio. L’imbarcazione, arrivata a Luni, risultava inavvicinabile finché il vescovo di Lucca Giovanni, avvertito in sogno, riuscì a salire sulla nave. Vuole la leggenda che la statua fosse anche un reliquiario contenente due ampolle del sangue di Cristo.

Per risolvere la contesa nata tra lucchesi e lunensi circa la proprietà dell’icona, il Volto Santo fu messo su un carro trainato da giovenchi che puntarono verso Lucca. Allora una delle ampolle contenenti la reliquia del sangue venne data in pegno al vescovo di Luni. La leggenda è raffigurata negli affreschi, del XVI secolo, che decorano le la cappella della Villa Buonvisi a Monte San Quirico (Lucca) e rappresentano l’unico ciclo pittorico completo che sia giunto fino a noi su questo tema.

La storia del Volto Santo è stata talmente amata che scrittori, pittori e compositori hanno continuato a reinterpretarla dai tempi antichi fino all’età contemporanea.

Enrico Pea nella raccolta de Il romanzo di Moscardino (1944) dice del Volto Santo:

Lucca non è il suo paese, e non si sa se, un giorno o l’altro, si rimette in piede quella ciabatta per continuare il suo pellegrinaggio interrotto.

Lucca, San Martino. Il tempietto a pianta centrale che ospita il Volto Santo, innalzato da Matteo Civitali nel 1484 nella navata sinistra della chiesa

Lorenzo Viani fa una operazione parallela letteraria e pittorica descrivendo la benedizione dei morti del mare nel romanzo Il nano e la statua nera (1943) che trova corrispondenza nel quadro dedicato allo stesso struggente soggetto:

Il viandante, che all’alba nel primo giorno di novembre transitasse sulla spiaggia della Lucchesia, vedrebbe delle turbe inginocchiate sotto gli stendardi e il prete benedire lo sterminato cimitero senza tumoli né croci. Sono le figlie, le madri, le vedove, i parenti dei marinai pericolanti nel pelago.

Nel 1961 Ildebrando Pizzetti compose, su libretto di Riccardo Bacchelli, l’opera Il calzare d’argento che fu rappresentata al Teatro alla Scala di Milano. In una copia del libretto si può leggere la dedica autografa di Bacchelli a Raffaello Morghen che fu presidente del prestigioso ISIME, l’Istituto Storico Italiano per il Medioevo di Roma. Tutto fa pensare che lo scrittore e drammaturgo abbia chiesto consiglio all’accademico.

Così il cerchio si chiude su questo piccolo prezioso dettaglio che rivela come storia, tradizione popolare e creatività possano sempre incontrarsi da qualche parte nella biblioteca degli infiniti labirinti della conoscenza, come sarebbe piaciuto a Borges.

Ilaria Sabbatini Articolo pubblicato su MedioEvo n. 279, aprile 2020

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La Chiesa magnifica e corrotta di Clemente VII

La Congiura dei Pazzi e la riforma luterana, il Sacco di Roma e gli affreschi della Cappella Sistina, la scomparsa della Veronica e le guardie svizzere, Machiavelli, Erasmo da Rotterdam, Tommaso Moro, Savonarola, Cellini, Michelangelo e Maramaldo, Pasquino e i frati cappuccini, lo scisma anglicano e Pietro Aretino, il Concilio di Trento, i monti di pietà, la crociata contro i turchi e la scoperta dell’America.

Papa Clemente VII ritratto da Sebastiano del Piombo. ca. 1531, Paul Getty Museum, Los Angeles, CA, USA

Si è occupato di tutto, Giulio dei Medici in arte Clemente VII: papa multitasking con un piede nel Medioevo e l’altro nel Rinascimento, è stato il Forrest Gump del Cinquecento, vivendo da protagonista tutti gli eventi più importanti che hanno segnato la sua epoca: ha commissionato il Giudizio Universale a Michelangelo e fondato le prime diocesi del Messico, ha fatto il doppio gioco nelle guerre tra il re di Francia e l’imperatore e cercato di convincere Enrico VIII a riprendersi Caterina d’Aragona mentre Roma veniva devastata dai lanzichenecchi, ha lasciato che il cattolicesimo andasse in frantumi e lavorato tutta la vita per riportare Firenze sotto il dominio dei Medici.

Ha incarnato meglio di chiunque altro una Chiesa bella e malvagia, magnifica e corrotta, abiètta e sublime, potente e miserabile, trionfante e decadente, ricca di arte e povera di fede, amica della bellezza e nemica della misericordia, vicina ai potenti del mondo ma lontana da Cristo, tanto accorta nel mantenere equilibri politici quanto distratta riguardo alla dottrina e la spiritualità. Una Chiesa che nell’arco di trent’anni ha guadagnato le più grandi meraviglie dell’arte e dell’architettura ma ha perso i fedeli di mezza Europa.

Già, perché l’unica cosa di cui Clemente VII si è occupato poco e male è di religione. D’altra parte non si può mica fare tutto nella vita, e in fondo la Chiesa – a Giulio – era la cosa che interessava di meno. E nemmeno ne capiva più di tanto: quando lo avevano fatto cardinale aveva dovuto imparare addirittura a dire messa, e la cosa era stata tutt’altro che semplice – aveva confessato – ché non era abituato nemmeno ad andarci a messa, lui. E c’era da capirlo, con tutto quello che aveva da fare: sempre a correre tra Roma e Firenze per trattare, ritrattare, pianificare strategie, matrimoni, rivolte e repressioni, e ancora alleanze, tradimenti, accordi e disaccordi, guerre e pacificazioni.

Dite che per un papa è grave non capire niente di cose di Chiesa? In effetti lo diceva anche Martin Lutero, che lo derideva per la sua ignoranza in teologia. Un’ignoranza che gli aveva impedito di comprendere fino in fondo la portata della riforma dell’agostiniano tedesco. Paradossalmente, dei protestanti se ne era preoccupato di più il laico ma cattolicissimo imperatore, che aveva invocato ripetutamente un Concilio per sanare quello scisma. Un concilio da tenere a Trento – città italiana ma sotto il dominio tedesco, punto di incontro ideale tra papato ed impero – che avrebbe dovuto ascoltare le istanze di Lutero e riportarlo sotto l’obbedienza cattolica.

Ma il papa non lo voleva fare, il Concilio. Temeva che finisse come a Costanza; anche quella volta il Concilio era stato convocato per sanare uno scisma, e il risultato quale era stato? Erano stati deposti tutti i papi contendenti e ne era stato eletto uno nuovo. No, no, Clemente non aveva nessuna intenzione di correre il rischio di essere deposto anche lui, in nome dell’unità della Chiesa. Ne aveva già troppi di nemici, che non vedevano l’ora di farlo fuori, e che continuavano ad accampare qualsiasi pretesto per tirarlo giù dal trono; a cominciare dalla sua nascita – ehm – non troppo regolare.

Già perché i genitori non erano sposati, e il padre non l’aveva riconosciuto, anche perché non aveva fatto in tempo nemmeno a conoscerlo! Giuliano dei Medici era morto un mese prima che il figlio nascesse – il 26 aprile 1478 – ucciso a tradimento in chiesa durante una celebrazione solenne, nell’episodio più fosco e tragico della storia di Firenze.

Busto di Giuliano de’ Medici, 1475-1478, raffigurato con l’armatura indossata nella Giostra di Piazza Santa Croce (attrib. Andrea del Verrocchio o bottega, 1475-1478 ca., National Gallery of Art, Washington D.C., USA)

La congiura dei Pazzi Giuliano dei Medici era il fratello minore di Lorenzo il Magnifico e nel 1469, ad appena quindici anni di età, si era trovato a capo della Signoria. Aveva svolto delicate missioni diplomatiche per conto del fratello e partecipato – romantico cavaliere – ad una celebre giostra in piazza Santa Croce per aggiudicarsi il ritratto della bella Simonetta Vespucci.

Non si era mai sposato, Giuliano, ma era innamorato della figlia di un corazziere: Fioretta Gorini, che era incinta di otto mesi quando quella tragica mattina Francesco de’ Pazzi e Bernardo Baroncelli erano venuti a Palazzo Medici a prendere Giuliano per scortarlo alla messa in Santa Maria in Fiore, visto che il nostro non si sentiva bene a causa di un’infezione alla gamba. Lo avevano abbracciato con affetto – in realtà per controllare che non indossasse la cotta di maglia e fosse disarmato – e poi, nel momento più sacro della funzione, lo avevano pugnalato alla schiena e gli avevano fracassato la testa, abbandonandolo in un lago di sangue.

Lorenzo, però, era riuscito a salvarsi dal massacro e aveva vendicato il fratello scatenando le ire del popolo sui congiurati, che erano stati linciati e impiccati tutti, compreso l’arcivescovo di Pisa. Il mandante, invece, se ne era rimasto tranquillo in Vaticano: Sisto IV della Rovere aveva scomunicato i Medici e dichiarato guerra a Firenze. Una guerra combattuta per due anni e da cui era uscito umiliato e sconfitto.

Intanto il 26 maggio 1478 era nato Giulio, che il magnifico zio aveva affidato alle cure del celebre architetto Antonio da Sangallo.

Il giovane Giuliano de’ Medici raffigurato da Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi (Firenze)

Il trauma di non aver mai conosciuto un padre ucciso durante la messa per ordine del Papa, aveva fatto crescere Giulio col rancore per la Chiesa e sete di riscatto. Nel nome del padre tutta la sua vita era stata orientata dal bisogno di vendicare il torto subito, e la scalata in Vaticano, agguantare il trono di Sisto e restituire alla sua famiglia l’antico splendore era forse l’unico modo per onorarne davvero la memoria.

Cresciuto da Lorenzo insieme a suo figlio Giovanni, Giulio ne aveva seguito lo stesso percorso di studi, e lo aveva accompagnato anche a Roma quando – nel 1492 – era stato creato cardinale.

Un anno cruciale, quello: la data convenzionale che identifica la fine dell’Età medievale e anche l’anno che vedeva Cristoforo Colombo approdare nel nuovo continente. A Roma diventava papa Alessandro VI Borgia, e a Firenze moriva Lorenzo il Magnifico, segnando la fine di un’epoca e l’inizio del declino dei Medici.

Piero il fatuo, figlio primogenito di Lorenzo, in pochi mesi aveva fatto solo danni: non era riuscito a mandare in porto l’alleanza con il papa e si era inimicato cittadini e artisti di Firenze (era arrivato a umiliare Michelangelo commissionandogli un pupazzo di neve), quando poi si era inchinato di fronte al passaggio del re di Francia Carlo VIII baciandogli le scarpe, la città si era ribellata e Girolamo Savonarola lo aveva cacciato instaurando una repubblica popolare e teocratica.

Anche Giulio, come tutti i membri della sua famiglia, era stato costretto a lasciare Firenze e si era rifugiato prima a Bologna, poi a Pitigliano e infine a Città di Castello, in Umbria. Infine si era trasferito a Roma, al seguito del cugino e qui si era innamorato di una cortigiana che gli aveva dato un figlio, bastardo come lui: Alessandro, spacciato per un nipote e destinato a diventare duca di Firenze.

I Medici in Vaticano Con il cardinale Giulio era partito, in incognito, per un lungo e avventuroso viaggio attraverso l’Europa che li aveva portati a Venezia, in Baviera e infine a Ulm, dove erano stati arrestati e spediti all’imperatore Massimiliano che li aveva liberati e mandati nelle Fiandre, dove erano stati ospiti dell’arciduca; poi si erano diretti verso l’Inghilterra ma a Rouen erano stati di nuovo arrestati e liberati solo grazie all’intervento di Piero dei Medici, che li aveva richiamati a Firenze.

Dopo la morte di Piero la responsabilità della casata era passata a Giovanni, che aveva impegnato Giulio in azioni diplomatiche e militari volte a far tornare i Medici al potere. Quegli anni avevano visto Giulio sul campo di battaglia, poi prigioniero, fuggiasco, travestito da pellegrino per incontri segreti, corrispondenze altrettanto occulte con lettere portate da un contadino che se le nascondeva fin dentro “le più segrete parti della sua persona” e le recapitava nascondendole nella buca del cimitero.

Giulio de’ Medici nelle vesti di cardinale (a sinistra); al centro papa Leone X e a destra il cardinale Luigi de’ Rossi (Raffeallo Sanzio, 1518-19, Galleria degli Uffizi, Firenze)

Nel 1513 era morto papa Giulio II e al conclave iniziato il 21 febbraio era stato eletto proprio il cugino Giovanni dei Medici, che aveva scelto il nome di Leone X, e lo aveva subito nominato arcivescovo di Firenze e cardinale. Giulio, che si trovava più a suo agio con la spada che con il pastorale, aveva dovuto prendere ripetizioni di liturgia: “Dovendo servir messa al papa – scrive in una lettera al nipote Lorenzo – come poco pratico m’è bisognato studiare”.

L’essere figlio illegittimo, in realtà, avrebbe potuto invalidare entrambe le nomine, ma Leone aveva stabilito – istruendo un vero e proprio processo con tanto di testimonianze – che Giuliano aveva sposato in segreto la madre di Giulio – il quale, di conseguenza, diventava un Medici a tutti gli effetti per decreto pontificio. Dopodiché lo aveva riempito di rendite e benefici assicurandogli un’enorme ricchezza e altrettanto prestigio. Basti pensare che oltre a Firenze gli aveva assegnato l’amministrazione di altre otto diocesi in tutta Europa e tre abbazie tra Italia e Francia. Ed era diventato anche cardinale protettore dell’Inghilterra con il preciso obiettivo di rafforzare il rapporto della Santa Sede con Enrico VIII per scongiurare il pericolo che l’Italia potesse fare le spese di un’eventuale alleanza tra Spagna e Francia.

Nel frattempo anche Francesco I aveva offerto a Giulio il ruolo di cardinale protettore del suo regno. Tenere il piede sulle due staffe della Manica, però, era diventato presto imbarazzante. “Francesco dice di non si potere interamente fidare di noi, mentre che terremo la protectione di Inghilterra” scrive in una lettera del 29 marzo 1517.

Vescovo e Signore di Firenze A Firenze, come vescovo, aveva tentato di ricomporre le fratture tra i Medici e i discepoli di Savonarola, ma alla fine era stato costretto a vietare a chiunque di predicare senza licenza proibendo severamente anche la diffusione di profezie.

Per difendersi dalle mire espansionistiche di Milano lavorava – per conto di Leone X – ad una sempre più stretta alleanza militare con la Svizzera, che dal 1506 aveva un suo contingente di soldati mercenari in servizio in Vaticano, ma soprattutto al rapporto di simbiosi tra Firenze e Roma.

Essendo questi due membri in un solo corpo – scriveva al cugino Lorenzo – rompere l’asse sarebbe stato “peccato in spirito santo”.

Giulio si faceva sempre mediatore nella guerra e nei trattati tra il papa e il re di Francia, accompagnando l’uno e l’altro ai colloqui di pace. “Uomo di gran maneggio e di grandissima autorità” (come lo definì il veneziano Marco Minio in una lettera) continuava la sua scalata ai vertici della Chiesa fino a diventare a tutti gli effetti il braccio destro del papa. Aveva cercato di convogliare le energie dei sovrani europei nella crociata contro i turchi e si era interessato molto più alla successione imperiale che allo scisma luterano.

D’altra parte la sua ignoranza in materia teologica gli impediva di capire la pericolosità delle dottrine di Lutero, e Giulio l’aveva trattata come una mera questione politica: la Sassonia, in definitiva, andava ricondotta all’obbedienza romana e in cambio il papa avrebbe appoggiato il suo elettore come candidato alla successione imperiale.

A Roma aveva a servizio tra gli altri Pietro Aretino, celebre per i suoi poemi licenziosi e per le Pasquinate, ispirate ai biglietti satirici lasciati sul collo della celebre statua di Piazza Navona, che gli costeranno un giorno l’esilio.

Intanto a Firenze Lorenzo era morto e la caotica situazione politica era stata presa in mano dallo stesso Giulio, che si era trovato così – al tempo stesso – vescovo e signore di Firenze. In questa veste aveva chiamato Machiavelli, che tra il 1519 e il 1520 aveva scritto la storia della città e il Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze.

L’impero asburgico di Carlo V (mappa di Barjimoa)

Carlo V, il sovrano di un impero dove non tramontava mai il sole In Germania, nel frattempo, a dispetto delle brighe di Giulio era stato eletto Carlo V, destinato a diventare il sovrano più potente d’Europa, il capo di un impero – come si diceva – dove non tramontava mai il sole.

Carlo era nato a Gand – nell’attuale Belgio – dal matrimonio combinato più passionale della storia: quello tra Filippo d’Asburgo, erede dell’imperatore Massimiliano, e Giovanna la pazza, i cui genitori erano Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia.

Le nozze tra la figlia dei sovrani di Spagna e il rampollo della famiglia imperiale puntavano all’unione dinastica delle famiglie più potenti d’Europa; tra i due giovanissimi eredi – però – a sorpresa era scoppiato subito un amore tormentato e passionale, segnato da affetto profondo e gelosia feroce, morbosità e dipendenza reciproca. Non c’era stato nulla di forzato, dunque, nel concepimento di Carlo, che si era ritrovato tra le mani un dominio che andava dai Paesi Bassi alla Spagna, dal nord Italia imperiale al sud aragonese, dall’Austria e la Germania alle colonie in America.

Il Vaticano non poteva che guardare con preoccupazione e ostilità a tanto potere che finiva per stringere Toscana e Stato Pontificio in una morsa potenzialmente fatale. È vero anche che, in una simile situazione, Carlo era meglio tenerselo buono, tanto più che il re di Francia si teneva stretto il dominio della Lombardia impedendo l’avanzata del papato sui ducati padani.

Intanto Giulio continuava a fare da pendolare tra Roma e Firenze, impegnato da una parte a mantenere la Repubblica toscana nelle mani della sua famiglia, e dall’altra ad assistere il cugino nel governo della Chiesa, che doveva fronteggiare l’avanzata dei luterani. Tutto questo mentre papa Leone se ne andava a caccia con una scorta di 1500 soldati.

Ritratto di Adriano VI, papa dal 31 agosto 1522 al 14 settembre 1523 (Jan van Scorel, ca. 1523, Centraal Museum di Utrecht)

L’ultimo papa straniero Il 1 dicembre 1521 Leone X moriva dopo un’improvvisa malattia. Suo erede ed esecutore testamentario, Giulio appariva anche come il naturale successore: era entrato in Conclave decisamente papa e ne era uscito – come recita il proverbio – cardinale. Francesco I era arrivato addirittura a minacciare uno scisma nel caso di una sua elezione, e alla fine era stato lo stesso Giulio a far convogliare i voti sull’olandese Adriano di Utrech, che sarà l’ultimo papa a mantenere il proprio nome di battesimo e anche l’ultimo papa straniero per 450 anni.

Nel corso del breve pontificato di Adriano VI il cardinale dei Medici era riuscito a conquistarne la fiducia diventando il suo più stretto collaboratore e il grande artefice della sempre più solida alleanza con Carlo V, che iniziò per tempo a lavorare sul Conclave del 1523, ancora una volta lungo e combattuto. Grazie ad una meticolosa tessitura di alleanze e ad impegni sottoscritti prima dell’elezione, Giulio era riuscito a portare dalla sua i cardinali più giovani, i Colonna, gli inglesi, e il 23 novembre era stato finalmente eletto papa a 45 anni di età. Un primato, perché dopo di lui nessuno sarà più eletto così giovane.

Papa Clemente Ha scelto il nome Clemente perché clemenza ha assicurato ai suoi vecchi nemici, inaugurando una stagione di pace; almeno all’interno del collegio cardinalizio, perché al di fuori i venti di guerra spirano sempre più forti e le sorprese non mancheranno.

Clemente VII ritratto da Sebastiano del Piombo (1526 ca., Museo di Capodimonte)

A differenza di suo cugino che rivendicava la volontà di “godersi” il pontificato che Dio gli aveva regalato, Clemente si impegna anche in una moralizzazione del clero, la cui corruzione è stata la causa principale del successo della riforma luterana. Al nunzio apostolico in Germania dà ampi poteri per correggere e riformare i costumi della Chiesa tedesca mentre in Italia costituisce un’apposita commissione di cardinali, imponendo la stretta osservazione dell’abito ecclesiastico, con l’obiettivo di dare alla Curia di Roma un aspetto più severo che la metta al riparo dalle accuse di mondanità e corruzione. Non solo, ma inizia a tagliare privilegi e benefici anche ai vescovi ai quali, per proteggerne la vita religiosa, rifiuta di concedere più di due diocesi. Cerca un risanamento delle casse del Vaticano evitando i tradizionali abusi e promuove persino una visita pastorale della diocesi e la costituzione di un Monte di pietà, ovvero una banca etica ante litteram.

Considerato una creatura dell’imperatore, Clemente ha in realtà ripreso subito una politica di doppiogioco o – secondo il suo punto di vista – di neutralità, offrendo al re di Francia il suo contributo nella lotta contro i turchi e rifiutandosi al contempo di schierarsi al fianco di Carlo V nella guerra del Sacro Romano impero contro la Francia.

Si è poi schierato apertamente contro la proposta dell’imperatore di convocare un Concilio per affrontare la questione luterana e la riforma della chiesa tedesca. E se Lutero irride la sua ignoranza in materia di teologia, Clemente gli contrappone il più grande intellettuale cristiano al mondo: Erasmo da Rotterdam.

Erasmo condivide molte posizioni luterane, come ad esempio la critica alle indulgenze e la necessità di un ritorno allo spirito originario del cristianesimo, ed è stimatissimo da Martin Lutero. A dividerli è invece la dottrina sul libero arbitrio, negato energicamente dal padre del protestantesimo e difeso da Erasmo con il celebre De libero arbitrio pubblicato nel 1524, sette anni dopo l’affissione delle 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg.

Intanto l’asse diplomatico di Clemente si sposta sempre di più verso la Francia, suscitando le ire di Carlo che – pure – non se la prende tanto con il papa “per la cui elezione – rinfaccia – ho speso tanti soldi” quanto piuttosto con i suoi consiglieri. Tuttavia, quando l’esercito francese viene sconfitto a Pavia, il papa cambia prontamente bandiera riavvicinandosi – ancora una volta – a Carlo V.

Se da cardinale era conosciuto come un abile uomo politico, da papa Clemente VII diventa noto proprio per i suoi continui tentennamenti e i repentini cambi di casacca.

Tra una trattativa e l’altra trova comunque anche il tempo per convocare il Giubileo del 1525 (che si rivela, però, un fiasco totale, anche a causa della peste) e per approvare l’Ordine dei frati minori Cappuccini, il terzo a nascere nel francescanesimo dopo quello originario dei conventuali, e quello dei “ribelli” Osservanti.

Il sacco di Roma Nel giugno del 1526 Clemente scrive una lettera durissima a Carlo V per spiegare i motivi della sua adesione alla lega anti imperiale, in cui elenca accuse e torti subiti. Appena dopo averla spedita, però, si pente e ne scrive un’altra, molto più moderata. Purtroppo a destinazione arriva solo la prima lettera. E Carlo la prende malissimo: a settembre scrive alle cancellerie di tutta Europa accusando il papa di non comportarsi come padre della cristianità e chiede ai cardinali di convocare il Concilio. Poi avvia la sua spedizione in Italia mentre il papa invoca inutilmente l’intervento degli alleati.

Gli acerrimi nemici Colonna ne approfittano per sferrare un attacco contro il papa e cercare di deporlo. Clemente se la vede molto brutta e ricomincia a trattare con Carlo. L’accordo di pace sembra andare a buon fine, ma quando pare che stiano per arrivare aiuti dalla Francia, Clemente si ringalluzzisce, e mette in atto l’ennesimo voltafaccia mandando a monte l’accordo di pace, poi ci ripensa e il 29 marzo firma l’armistizio, ma è ormai troppo tardi: le truppe dei lanzichenecchi sono in marcia su Roma, e niente può più fermarli: né il denaro offerto dal papa e dai fiorentini né gli ordini dello stesso Carlo V.

Lanzichenecchi in parata, Daniel Hopfer, ca. 1530

L’imperatore è lontano, ed è cattolico. I lanzichenecchi sono protestanti: sono mercenari di origine contadina, celebri per la loro crudeltà. Sono fuggiti dalla povertà e sono esausti, affamati, l’unica forma di pagamento che gli viene riconosciuta è il saccheggio e provano un odio feroce verso la Chiesa Cattolica. A comandarli è il tirolese Georg von Frundsberg e la sua ferma intenzione – confida al segretario – è occupare la città e impiccare con le sue mani Clemente VII.

Partiti da Trento il 15 novembre 1526 iniziano una inarrestabile discesa verso Roma. Marciano per giorni in mezzo al fango e al freddo, senza stipendio e con scorte di cibo insufficienti. Già a marzo si registrano i primi episodi di ammutinamento. Proprio mentre cerca di calmarli e ristabilire la disciplina von Frundsberg viene colpito da un ictus che lo costringe a tornare a casa lasciando il suo esercito in preda a una sostanziale anarchia.

Quando vengono raggiunte dal viceré di Napoli Lannoy che annuncia l’accordo tra Clemente e Carlo V, le truppe rifiutano di fermarsi. Il 5 maggio 1527 in 35mila arrivano a Roma, trovando una difesa di appena 5mila soldati. Il giorno dopo inizia l’assedio delle mura, che vede protagonisti anche il mercenario napoletano Fabrizio Maramaldo. Entrati in città, i lanzichenecchi si abbandonano al saccheggio e alla violenza partendo da Borgo Vecchio e dall’ospedale di Santo Spirito, con una brutalità inaudita e anche gratuita. Vengono profanate tutte le chiese, rubati i tesori e distrutti gli arredi sacri. Le monache vengono violentate, così come tutte le donne strappate alle loro case. Sono devastati i palazzi dei prelati e dei nobili, con l’eccezione di quelli fedeli all’imperatore. Le strade sono disseminate di cadaveri e percorse da bande di soldati ubriachi che si trascinano dietro donne e bottini.

Nel corso del saccheggio scompare anche la Veronica: il telo in cui era impresso il volto di Gesù, che era stata la reliquia più venerata a Roma nel Medioevo.

Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra – scrive Francesco Guicciardini nella sua Storia d’Italia – aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de’ soldati (che furono le cose più vili) tolseno poi i villani de’ Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dí seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari, oro, argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore.

Alla fine il bilancio è di 20mila persone uccise, mentre 10mila si danno alla fuga e 30mila muoiono di peste.

Le Guardie svizzere difendono Clemente VII dai lanzichenecchi entrati in San Pietro. Il papa si salverà attraverso il corridoio segreto che collegava la Città del Vaticano con Castel Sant’Angelo (dipinto di Francisco J. Amérigo, 1884. Museo del Prado, Madrid)

Le truppe fanno irruzione anche nella basilica di San Pietro dove il papa si è ritirato in preghiera. Da qui – attraverso il passetto – viene portato nella fortezza di Castel Sant’Angelo mentre 189 Guardie svizzere si fanno trucidare per difendere la sua fuga. Se ne salveranno solo 42; con quel gesto di estremo sacrificio, le Guardie svizzere si guadagneranno il ruolo di difensori personali del papa.

La resa è umiliante: Clemente è costretto a chiedere a Benvenuto Cellini di fondere insieme i gioielli del tesoro papale e a chiedere prestiti a banchieri genovesi e tedeschi per pagare il riscatto. Il papa è prigioniero mentre a Firenze scoppiano rivolte e ad Avignone i cardinali decidono il futuro della Chiesa.

Il 25 settembre si scatena un nuovo sacco della città, ancora più violento. Solo il 26 novembre si arriva all’accordo di pace, per pagare il quale il papa mette in vendita persino i posti da cardinale. Ancora una volta Carlo chiede la convocazione di un Concilio, promettendo al papa che non sarà deposto. Ma Clemente nicchia, e la notte tra il 6 e 7 dicembre fugge a Orvieto travestito da ortolano. Qui appare “con una barba lunga e candida, sempre malinconico”. Si dice che la barba si fosse imbiancata completamente in tre giorni, come conseguenza dello shock.

Il mancato Concilio di Trento Negli anni successivi continua il suo tira e molla con Carlo: Clemente stipula accordi con l’imperatore e poi anche con i suoi nemici, torna da lui e se ne allontana di nuovo a seconda di come si muove lo scacchiere internazionale.

Ritratto di Alessandro de’ Medici di Agnolo Bronzino 1565-1569 ca. (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Intanto nomina cardinale suo nipote Ippolito dei Medici, designandolo come suo erede tanto sul trono di Pietro quanto su quello di Firenze. Il figlio Alessandro, invece, lo dà in sposo a Margherita, figlia di Carlo V, che incorona solennemente imperatore a Bologna nel febbraio del 1530.

Subito dopo l’imperatore ricomincia a fare pressioni per la convocazione del Concilio ma Clemente esita e prende tempo. Nel 1532 sembra che lo scisma possa ancora essere ricomposto e i principi luterani mandano a Roma una serie di richieste per tornare nella Chiesa Cattolica: comunione sotto le due specie, abolizione del celibato dei preti, convocazione – ancora una volta – del Concilio.

E ancora una volta Clemente fa finta di niente, lasciando che si allarghi il fossato che divide cattolici e protestanti. Il papa è ancora convinto che la soluzione allo scisma non sia religiosa ma politica: non è lui ma l’imperatore a dover ricondurre all’obbedienza i principi protestanti. Se ci riuscirà promette che convocherà questo benedetto Concilio. Si farà – dice – si farà il Concilio, ma il ritorno dei luterani sotto Roma sarà il punto di partenza, non quello di arrivo, sarà il presupposto non l’obiettivo.

Ma Carlo perde la pazienza e lo mette spalle al muro: o convoca una volta per tutte il Concilio, oppure dichiara apertamente di non volerlo.

Un paio di tedeschi ubriachi metteranno il concilio e il mondo intero sottosopra sbotta Clemente Ma lasciateli fare! Io me ne vado sui monti, e poi scelgano pure nel Concilio un nuovo papa, anzi una dozzina di papi, poiché ogni nazione vorrà il suo.

Poi annuncia ufficialmente la convocazione del Concilio di Trento. Al quale però si oppone – guarda caso – il re di Francia Francesco I, al cui figlio Enrico d’Orléans, Clemente promette in sposa la nipote Caterina. Intanto un altro scisma destinato a spaccare ulteriormente la Chiesa si sta consumando in Inghilterra. E anche qui Clemente non fa che perdere e prendere tempo, tirarla per le lunghe mentre la Storia corre e gli passa avanti.

Il ritratto di Enrico VIII, copia dell’opera perduta di Hans Holbein il Giovane, 1536 ca.

Enrico VIII e lo scisma anglicano Il re d’Inghilterra Enrico VIII da anni cerca un pretesto per separarsi dalla moglie Caterina d’Aragona che non riesce a dargli un figlio maschio, e si è invaghito di Anna Bolena che tratta già come sua regina e vuole sposare a tutti i costi.

Salito al trono d’Inghilterra a soli diciassette anni, Enrico è cattolicissimo, tanto da seguire fino al cinque messe al giorno, salvo che nei periodi di caccia, s’intende: Ubi maior minor cessat.

Agli attacchi alla Chiesa di Martin Lutero lo stesso sovrano inglese – con l’aiuto di Tommaso Moro – ha risposto con il libro La difesa dei sette sacramenti guadagnandosi il titolo di “Defensor Fidei” attribuitogli da papa Leone.

Enrico è un fervente cattolico, sì, ma anche una personalità fragile, facilmente influenzabile da chi gli sta vicino. E quando si è fatto sedurre dalla carismatica e affascinante damigella di Caterina sono iniziati i problemi con Roma. Tanto più che Anna Bolena simpatizza apertamente con Lutero.

Per ottenere l’annullamento del matrimonio Enrico ha trovato un pretesto che gli appare quanto mai credibile: Caterina è la vedova del fratello, e sposare la moglie del proprio fratello è severamente proibito dalla Bibbia, tanto che per celebrare le nozze la coppia aveva dovuto chiedere una speciale dispensa, che era stata concessa da papa Giulio II. Ma può il papa andare contro la Bibbia? Certo che no, e infatti Dio ha punito la coppia privandola di un figlio maschio, quindi evidentemente la dispensa non era valida e di conseguenza non è valido nemmeno il matrimonio.

Semplice no? II matrimonio si annulla e Anna sarà la nuova affascinante regina, pronta a sfornare un erede maschio per il trono inglese. No, in realtà tanto semplice non è, visto che Caterina d’Aragona è la sorella di Giovanna la pazza, ovvero la zia di Carlo V.

Su pressione dell’imperatore, quindi, Clemente ha bloccato il processo di annullamento del matrimonio in corso in Inghilterra, e lo ha spostato a Roma. Insomma se il sacramento che ha unito Enrico VIII e Caterina d’Aragona è valido o meno non potrà deciderlo un qualsiasi tribunale ecclesiastico, ma il papa in persona. Che, ovviamente, si sta prendendo tutto il tempo per pensarci.

La Chiesa non ha mai fretta, si sa. Se poi il papa è Clemente VII, l’unica fretta è quella di riportare i Medici al potere a Firenze: tutto il resto può aspettare, compresi Concilio di Trento, Martin Lutero ed Enrico VIII.

Il re d’Inghilterra, però, è impaziente: il 6 dicembre 1530 manda al papa una lettera in cui lo accusa di essersi sottomesso a Carlo V e Clemente gli risponde il 25 gennaio 1532 ordinandogli di lasciare Anna Bolena e tornare con la sua legittima consorte, in attesa della chiusura del processo di annullamento.

Così, da una parte Carlo V invoca il Concilio, ma i re di Francia e di Inghilterra rispondono picche e il papa fa spallucce. Dall’altra i re di Francia e di Inghilterra spingono per l’annullamento del matrimonio di Enrico VIII trovando l’opposizione di Carlo V e il papa che fa spallucce.

Il 15 maggio 1532 viene firmata in Parlamento la sottomissione della Chiesa d’Inghilterra alla Corona e il 28 maggio 1533 il nuovo arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer annulla il matrimonio di Enrico VIII con Caterina d’Aragona e dichiara valido quello con Anna Bolena, scavalcando clamorosamente il pontefice. Clemente reagisce annullando nuovamente il matrimonio e “prenotando” una scomunica per il re. Per capirci: lo scomunica ufficialmente, ma rimanda ripetutamente l’entrata in vigore del provvedimento, nella speranza che il sovrano ci ripensi. Intanto cerca di tenersi buono il re di Francia celebrando personalmente il matrimonio della nipote, avviando incontri segreti, nominando nuovi cardinali francesi e prendendo le distanze dagli Asburgo.

Alla morte di Clemente VII, su Pasquino (frammento statuario del III sec. a.C. tradizionalmente utilizzato dal popolo romano per appendere cartelli satirici) apparve l’immagine del medico pontificio Matteo Curti con questa didascalia: “Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi” (Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo)

Il 14 marzo 1534 Clemente chiude finalmente il lungo processo della Sacra Rota dichiarando definitivamente valido il matrimonio di Enrico con Caterina d’Aragona e ordina per l’ultima volta al Re d’Inghilterra di lasciare la nuova moglie. Ma è decisamente troppo tardi: lo scisma anglicano è ormai una realtà, dall’unione tra Enrico e Anna è già nata Elisabetta e con l’Atto di Supremazia Enrico VIII è diventato formalmente “il capo supremo sulla Terra della Chiesa d’Inghilterra”. È nata la Chiesa anglicana.

La morte Come se Clemente non avesse già abbastanza problemi, i due eredi Ippolito e Alessandro si sono messi a litigare, perché al cardinale Ippolito di fare il cardinale non gliene ne importa proprio nulla e vuole Firenze, che però Clemente ha ora promesso ad Alessandro.

Intanto, nel mese di giugno, arriva anche la malattia che il 25 settembre 1534 lo porta alla morte, a 56 anni di età.

Sembra, in realtà, che non sia stata la malattia ad uccidere Clemente e probabilmente nemmeno l’arsenico nella candela che aveva portato in processione. Il vero assassino, infatti, è un fungo mortale: un’amanita falloide che Giulio ha trangugiato con una certa imprudenza o che gli è stato forse servito a tradimento da un cameriere infedele. Quel che certo è che il medico pontificio Matteo Curti, cospiratore o incompetente chi lo sa, non riesce a salvarlo.

Qualche giorno dopo, sotto la statua di Pasquino, compare una dedica che spiega bene quanto il popolo romano avesse amato il papa fiorentino. Sotto il ritratto dello stesso Curti si legge infatti: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo”.

Arnaldo Casali

Da leggere:Adriano Prosperi, Enciclopedia dei Papi, Treccani, 2000Adriano Prosperi, Tra Evangelismo e Controriforma: G.M. Giberti (1495-1543), Roma 1969Ludwig von Pastor, Storia dei papi dalla fine del Medio Evo, IV, 1-2, Roma 1912Niccolò Machiavelli, Legazioni e commissarie, a cura di S. Bertelli, Milano 1970I ricordi di Michelangelo, a cura di L. Bardeschi Ciulich-P. Barocchi, Firenze 1970J. Hook, The Sack of Rome, London 1972W.E. Wilkie, The Cardinal Protectors of England. Rome and the Tudors Before the Reformation, Cambridge 1974G. Bedouelle-P. Le Gal, Le divorce du roi Henri VIII. Études et documents, Genève 1987A. Chastel, Il sacco di Roma, 1527, Torino 1983A. Frediani, Il sacco di Roma, Firenze 1997.Dizionario storico del Papato, a cura di Ph. Levillain, I, Milano 1996Erasmo da Rotterdam, Il libero arbitrio, trad. di Roberto Jouvenal [con passi scelti di Martin Lutero, Il servo arbitrio], Claudiana, Torino 1969Giuseppe Gagliano, Pace e guerra giusta nella riflessione di Erasmo da Rotterdam, Napoli, La Scuola di Pitagora, 2016Antonio Altomonte, Il Magnifico. Vita di Lorenzo de’ Medici, Castelvecchi, Roma 2013Tobias Daniels, La congiura dei Pazzi: i documenti del conflitto fra Lorenzo de’ Medici e Sisto IV. Le bolle di scomunica, la “Florentina Synodus”, e la “Dissentio” insorta tra la Santità del Papa e i Fiorentini, Edizione critica e commento, Edifir, Firenze 2013G. Dickens, The English Reformation (Londres) (2ème éd. 1989)Francesco Guicciardini, Storia d’Italia, a cura di Ugo Dotti, Collana Biblioteca, Torino, Aragno, 2015Antonio Di Pierro, Il sacco di Roma, Mondadori, 2003Antonio Serrano, Die Schweizergarde der Päpste. Verlagsanstalt, Bayerland, 1992La chiesa fiorentina, Curia arcivescovile, Firenze 1970.Maurizio Gattoni, Clemente VII e la geo-politica dello Stato Pontificio (1523-1534), Città del Vaticano, Collectanea Archivi Vaticani, (49), 2002

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L’infelicissima fuga dell’antipapa Baldassarre Cossa

Un passato di corsaro e il nome di un santo: questo toccò in sorte a Baldassarre Cossa, rampollo di una famiglia che controllava il mare davanti a Napoli per conto dei sovrani angioini, eletto papa nel 1410 col nome di Giovanni XXIII nel drammatico e vano tentativo di risolvere lo Scisma tra Roma e Avignone.

Il libro di Mario Prignano Giovanni XXIII, l’antipapa che salvò la Chiesa (Morcelliana 2019, prefazione del card. Walter Brandmüller) ne racconta ascesa, caduta, meriti nascosti e pubbliche debolezze fino al terribile processo a cui fu sottoposto nel concilio di Costanza, la riabilitazione da parte del pontefice legittimo Martino V e, molti secoli dopo, anche di Angelo Roncalli.

Prignano lo fa con l’ambizione dichiarata di riportare il racconto come risulta dalle fonti citate a pie’ di pagina, spesso insospettabilmente ricche di dettagli, ambientazioni, sentimenti, dialoghi: un vero godimento per chi scrive e per chi legge.

Come nel caso della fuga di Giovanni XXIII dal concilio di Costanza. Inseguito dai soldati del re dei Romani, e futuro imperatore, Sigismondo, Giovanni ripara nel paesino di Breisach protetto dal duca Federico d’Austria con l’obiettivo di riparare in Francia.

Prima ancora dell’alba, irriconoscibile, con indosso una giacca corta e un ampio mantello nero, accompagnato da un solo attendente, il papa si diresse verso il ponte che, scavalcando il fiume, conduceva in Francia. Trovò la porta della città ancora chiusa e il capitano di guardia inquieto perché, così disse, là fuori brulicava di imperiali.

Firenze, Battistero di San Giovanni, particolare del monumento funebre a Baldassarre Cossa, l’antipapa Giovanni XXIII, realizzato da Donatello e Michelozzo (1426-1427)

Preoccupato, quel viandante ansioso di lasciare il paese accettò il consiglio di tentare un’altra via, ma anche questa risultò sbarrata. Che fare? Come in un incubo, pure l’ultima porta, quella che guardava a sud in direzione del villaggio di Neuenburg, gli si parò davanti sprangata e controllata a vista: non si passava neanche lì.

Giovanni cominciò ad allarmarsi. E allarmandosi finì per attirare l’attenzione: cosa mai spingeva quel tizio tutto infagottato e il suo premuroso accompagnatore ad agitarsi tanto? Perché volevano lasciare la città a quest’ora antelucana?

Due omaccioni tedeschi gli si avvicinarono curiosi fino a scoprire che, sorpresa, quel vecchio altri non era che nostro signore il papa Giovanni XXIII: e stava cercando di fuggire! In un batter d’occhio le loro grida attirarono decine di uomini e donne, praticamente l’intero rione.

Nessuno di loro aveva l’aria di voler minacciare il pontefice, ma lasciarlo fuggire ora che gli inviati del concilio erano in paese poteva significare prolungare una guerra di cui anche gli abitanti di Breisach, al pari di molti altri sudditi del duca Federico, cominciavano ad essere stufi. E poi c’era lo spettacolo: quando mai sarebbe capitato di assistere alla scena di un papa beccato alle prime luci dell’alba mentre tenta di scappare travestito insieme al suo attendente?

Inseguiti dalla folla che ingrossava sempre più, Baldassarre e il suo uomo riuscirono a trovare rifugio dentro la bottega di uno scalpellino finché, avvisato da chissà chi, si materializzò il cancelliere del duca Federico. Costui iniziò una trattativa con le sentinelle che alla fine consentì di schiudere la porta della città quanto bastava per far sgusciare fuori il papa e chi l’accompagnava.

Appena fuori, i fuggiaschi si incamminarono veloci verso sud costeggiando il Reno. Alle loro spalle, dagli spalti e dietro le mura di Breisach, l’eco degli schiamazzi e gli sberleffi della folla divertita impiegò un po’ prima di spegnersi del tutto.

Un manoscritto della biblioteca dell’Archiginasio di Bologna: l’illustrazione allude alla deposizione di Baldassarre Cossa attraverso la raffigurazione di un monaco con la falce in mano: Giovanni XXIII era stato “falciato” da una sentenza canonica, perché condannato per apostasia. La gamba tagliata allude – per il gioco di parole coscia/Cossa – al cognome dell’antipapa. Un oggetto difficile da identificare (dei ceppi che ricordano l’incarcerazione di Giovanni XXIII a Radolfzell?), ma che ha la forma della lettera B iniziale di Baldassarre, completa la presentazione del nome del pontefice sotto forma di rebus.

Dopo qualche centinaio di metri i due vennero raggiunti da circa quaranta armati austriaci che si offrirono di scortarli fino all’abitato di Neuenburg, dove arrivarono a mezzogiorno. Giovanni, ovviamente, non aveva alcuna intenzione di sostarvi più del necessario, ma visto che Neuenburg non aveva un ponte sul Reno il primo problema fu trovare una barca. Il secondo fu di trovarla sufficientemente spaziosa per ospitare un nugolo di curiali che, saputa la novità, si erano lasciati Breisach alle spalle e si erano messi sulle tracce del pontefice.

Quando finalmente sembrò tutto sistemato, sul villaggio piombò una notizia terribile: da Strasburgo a nord e da Basilea a sud, gli imperiali si preparavano a stringere in una morsa il piccolo avamposto austriaco per catturare Giovanni XXIII e portarlo via prigioniero. Presi dal panico, i residenti si lanciarono in una caotica corsa al rifornimento di scorte alimentari e di armi che ben presto si trasformò in una rivolta contro il papa: doveva immediatamente liberare il paese della sua scomodissima presenza.

Anche gli uomini del duca d’Austria, che avrebbero dovuto proteggerlo, si fecero avanti pregando quell’uomo il cui aspetto non ricordava più nemmeno lontanamente quello del vicario di Cristo, di andare a difendere altrove la sacralità della sua persona. Non si rendeva conto di quanto fosse pericoloso per lui restare a Neuenburg? Breisach sì, che era robusta abbastanza per affrontare l’urto degli imperiali. Baldassarre insistette, disse che gli interessava solo varcare il Reno e che non vedeva alcun rischio per la sua persona, essendo da sempre abituato a trattare con le genti d’arme. Inoltre, vista la situazione, sarebbero andati solo lui e il suo attendente, l’uomo che l’aveva accompagnato a Neuenburg quella mattina: perché non provarci?

Niente da fare, troppo rischioso per chiunque esporsi alla rappresaglia degli imperiali. A pochi metri dalla salvezza, papa Giovanni fu costretto a tornare sui suoi passi.

Era sera quando si mise in cammino per fare a ritroso la strada in direzione di Breisach. Le sue condizioni erano pietose. Cavalcava un semplice e malfermo ronzino nero, indosso ancora abiti civili, la testa coperta da un cappuccio scuro, nella mente i più bui presagi. Con lui c’era una piccola scorta di austriaci; dietro, disordinatamente, i curiali che avevano avuto il coraggio di seguirlo.

Dopo svariate ore di marcia, a notte fonda, arrivarono sotto le mura di Breisach. Le sentinelle di guardia alla stessa porta da cui lui era uscito con tanta ignominia la mattina precedente fecero attendere Baldassarre un’ora e mezza per poi decidere di rifiutargli l’ingresso.

Il secondo tentativo andò meglio. Erano ormai le due del mattino. Sopraffatto dall’ansia e dalla fatica, provato dalla seconda notte insonne dopo quella passata a progettare l’infelicissima fuga che lo aveva portato a Neuenburg, Giovanni scoppiò in un pianto dirotto: si sentiva perduto, spaventato dal domani, tradito da coloro che avrebbero dovuto proteggerlo e salvarlo.

Mario Prignano

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Gregorio XI, l’ultimo papa di Avignone

La Chiesa non ha fretta. Mai. La Chiesa ha i suoi tempi. La Chiesa ha tempo, la Chiesa ha tutta la Storia davanti. Settant’anni sono la vita di un uomo, ma per la Chiesa sono solo una piccola parentesi, solo un capitolo in un libro di duemila pagine.

Il Palazzo dei papi ad Avignone, sede pontificia durante la cosiddetta “Cattività Avignonese” (foto: Jean-Marc Rosier da http://www.rosier.pro)

Certo, però, che iniziano ad essere un po’ troppi, per una sistemazione provvisoria. È vero anche che non c’è niente di più definitivo – lo sappiamo bene – di un provvedimento transitorio e proprio per questo non bastano più i buoni propositi, le dichiarazioni programmatiche, i lunghi e meticolosi preparativi. Adesso è ora di fare le valigie, una volta per tutte, e tornare a Roma: l’unica indiscussa capitale della cristianità. Nessuno questo lo ha mai messo in discussione, in settant’anni, nemmeno zio Clemente VI, che il Giubileo lo ha convocato nella Città Eterna anche se lui personalmente non ci ha messo nemmeno piede, per paura di essere trattenuto; perché il vino di Provenza – non si stanca di ripetere – lo preferisce assai a quello dei Castelli.

Adesso, però, adesso è venuto davvero il momento di traslocare una volta per tutte, anche perché Caterina da Siena, ormai, non si regge più: non fa che scrivere lettere e ora è arrivata personalmente ad Avignone per portarsi via il papa, mentre Francesco Petrarca – il sommo poeta che ad Avignone ci è cresciuto e ci è tornato a lavorare, è morto evocando una Chiesa in esilio come gli ebrei a Babilonia.

Il Palazzo dei papi di Avignone in una miniatura (inizio sec. XV)

È ormai presente il rischio che Santa Romana Chiesa di romana non abbia più nulla: colmo del paradosso, poi, è che il papa abbia obbligato i vescovi a risiedere nella diocesi che è stata loro affidata, mentre lui nella sua diocesi non si affaccia da sei decenni. Quasi si fosse dimenticato che prima ancora di essere il capo della Chiesa, il papa è il vescovo di Roma. O almeno dovrebbe esserlo, perché in realtà da decenni è avvenuto un vero e proprio trasferimento, anche formale, del primato: molti papi, infatti, hanno assunto anche la carica di vescovi di Avignone mentre Roma, semplicemente, un vescovo non ce l’ha più ed è in balìa del caos.

Pierre Roger de Beaufort è nato il 9 maggio 1330 nel castello di Maumont a Rosiers-d’Égletons, e si chiama esattamente come lo zio cardinale, che è vescovo a Rouen. Nel 1343, quando ha appena dodici anni, lo zio lo nomina canonico del capitolo della Cattedrale, dotandolo di una prebenda rimasta vacante a seguito della morte del cardinale Napoleone Orsini. In pochi anni diventa canonico a Parigi e decano a Bayeux.Lo stesso anno Pierre senior viene eletto papa con il nome di Clemente VI e per il suo diciottesimo compleanno regala al nipote il titolo di Cardinale di Santa Maria Nova a Roma, proprio la chiesa dove il rampollo sarà un giorno sepolto.Dopo gli esordi universitari ad Angers, il giovane Pierre studia diritto civile e diritto canonico presso l’Università di Perugia, dove segue i corsi di Pietro degli Ubaldi, fratello di Baldo.Arcidiacono di Rouen nel 1350, grazie allo zio colleziona diciotto dignità e altri diciotto benefici, fra cui cinque priorati benedettini.

Intanto il dibattito sulla Cattività avignonese si fa sempre più acceso nella Chiesa: i tre papi che hanno preceduto Clemente – tutti francesi come lui – avevano scelto di restare in patria per ragioni strategiche e contestuali: dopo la violentissima rottura tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII, la pace e la collaborazione con il re di Francia erano diventati la priorità; Roma – dal canto suo – si era fatta ingestibile a causa delle continue rivolte e rivolgimenti politici. E dopotutto in quell’epoca era abbastanza frequente che un papa scegliesse di restare nella sua regione di provenienza piuttosto che spostarsi a Roma: Celestino V, ad esempio, si era stabilito a Napoli e lì aveva vissuto i pochi mesi del suo breve pontificato.

Ritratto di Clemente V (Henri Auguste Calixte César Serrur, (Sec. XIX, Palazzo dei papi, Avignone)

Quando Bertrand de Got, vescovo di Bordeaux eletto papa col nome di Clemente V, aveva deciso di restare in Francia, nessuno si era quindi stupito. Anche perché nessuno avrebbe potuto immaginare che la tiara ci sarebbe rimasta – in Francia – per altri sei pontificati.

La scelta di Avignone, d’altra parte, era stata ben ponderata: Clemente aveva lasciato la sua città – che era sotto l’autorità de re d’Inghilterra – ed aveva evitato anche le terre di competenza della corona francese, per scongiurare che l’alleanza si trasformasse in una sudditanza: Avignone si trovava infatti nei domini degli Angiò, lontanissimi sovrani di Napoli, di cui il papa si era trovato a diventare un comodissimo “inquilino”.

Tuttavia il pontefice – che era andato a vivere nel convento dei domenicani – si era accontentato di un’autonomia solo formale da Filippo il Bello, accontentandolo su tutto: Filippo voleva il papa in Francia, e il papa era rimasto in Francia – anche se in terra angioina – e aveva costituito una vera e propria corte pontificia ad Avignone, chiamando a lavorarci anche Giotto. Filippo voleva Celestino V santo per infangare il nemico Bonifacio, e Clemente aveva proclamato santo Celestino, anche se non in quanto papa ma in quanto eremita; era arrivato persino a sciogliere l’Ordine dei Templari per permettere al re di accaparrarsene il tesoro.

Ritratto di Giovanni XXII (Henri Auguste Calixte César Serrur, (Sec. XIX, Palazzo dei papi, Avignone)

Il successore Giovanni XXII, che era vescovo proprio di Avignone, era rimasto a casa, tanto più che tornare in Italia sarebbe stato pericoloso, a causa dei continui disordini, ma si era trovato così bene – a casa sua – da costruirci anche il grande palazzo papale. Aveva comunque mandato il fidato Bertrando del Poggetto sulla penisola per preparare un ritorno che – di fatto – non era mai avvenuto. I preparativi per il trasferimento a Roma erano proseguiti tra il 1334 e il 1342 sotto Benedetto XII che si era adoperato per mettere pace tra le famiglie romane degli Orsini e dei Colonna aveva anche avviato i restauri della basilica di San Pietro in Vaticano, spostando così formalmente la sede del papa dalla Cattedrale di San Giovanni in Laterano, che sarebbe rimasta tuttavia la sede della Diocesi di Roma fino ad oggi. Nuovi disordini nella città e le pressioni del Re di Francia perché rimanesse avevano costretto anche Benedetto a rimandare la partenza, e il terzo papa francese era morto prima di fare ritorno alla Cattedra di Pietro.

Eletto al suo posto da un conclave ormai in larga maggioranza francese, Clemente VI – al contrario dei suoi predecessori – di lasciare Avignone non vuole nemmeno sentir parlare: “La preferisco a qualsiasi altro luogo della terra” ama ripetere. E visto che vuole sentirsi a casa sua e non eterno ospite degli Angiò, nel 1348 ha comprato la città di Avignone dalla regina Giovanna di Napoli per 80mila corone. Una somma che, tuttavia, non pagherà mai: viene infatti abbonata al Vicario di Cristo in cambio dell’assoluzione da un peccatuccio della signora: l’omicidio di suo marito Andrea D’Ungheria.

Ritratto di Celemente VI (Henri Auguste Calixte César Serrur, (Sec. XIX, Palazzo dei papi, Avignone)

Con Clemente, dunque, Avignone diventa a tutti gli effetti e ufficialmente la sede papale, anche se a Roma il pontefice lascia comunque il Giubileo. Anzi, non lascia: raddoppia, perché fino a questo momento l’Anno Santo si celebra una volta ogni secolo, mentre Clemente dimezza la durata a cinquant’anni, e così – dopo quello di Bonifacio VIII del 1300 – nel 1350 se ne celebra già un altro, anche se funestato dalla peste nera.

La pandemia in sette anni ucciderà 20 milioni di persone, ovvero un terzo della popolazione europea, trasmettendosi dai topi agli uomini attraverso le pulci. Clemente si salva restando rinchiuso nel suo palazzo, e passando la maggior parte del tempo seduto tra due grandi focolari, come da indicazioni del suo medico personale. Dà però prova di grande saggezza, razionalità e lungimiranza da una parte condannando il fanatismo dei flagellanti – convinti che l’epidemia sia una punizione divina – dall’altra difendendo gli ebrei, accusati di essere untori.

Con un’apposita bolla il papa proibisce infatti di ascrivere agli ebrei delitti immaginari o toccarne vita o sostanze prima della sentenza del legittimo giudice, e con una seconda – Quamvis perfidiam Iudaeorum – cerca di spiegare che i giudei muoiono di peste esattamente come gli altri e sottolinea come l’epidemia si sia diffusa anche nelle zone dove gli ebrei non ci sono. Ma si sa: da che mondo è mondo i complottismi sono parte integrante delle pandemie.

Il 6 dicembre 1352 Clemente VI muore, e dieci giorni dopo il ventiduenne Pierre arriva ad Avignone per prendere parte al suo primo Conclave, che dura appena due giorni. All’elezione prendono parte 25 dei 26 cardinali e, per la prima volta, viene sottoscritto un accordo che condiziona il futuro papa a mantenere il numero degli elettori sotto le venti unità. Cosa che non impedirà al numero dei porporati di continuare a crescere: nel Cinquecento sarà arrivato a 30, quando Leone X – pronunciando la celebre frase “chi fa trenta può fare trentuno” li aumenterà ancora e nell’Ottocento supereranno i 60 fino all’attuale tetto di 120 fissato da Paolo VI nel 1975.

Il cardinale Albornoz a cavallo in un’incisione del XVII secolo

Dei venticinque elettori solo quattro non sono francesi (tre italiani e lo spagnolo Albornoz): non è quindi strano se, ancora una volta, il papa viene dalla Francia e lì sceglie di restare: ora è il turno di Etienne Aubert, che prende il nome di Innocenzo VI.È proprio lui a mandare Egidio Albornoz in Italia per rimettere ordine nello Stato della Chiesa in vista del ritorno del Pontefice: il cardinale spagnolo costruisce fortezze (ancora oggi esistenti) in tutto il centro Italia, e completa una radicale “bonifica” della stessa Capitale. Ora non ci sono più scuse: è tempo che il papa torni a Roma.

Non è però nemmeno Innocenzo – che muore nel 1362 – a fare il grande passo: spetterà al suo successore, per eleggere il quale viene convocato il 22 settembre nel Palazzo dei Papi il secondo conclave a cui il nostro Pierre – che ha appena trentadue anni – partecipa: questa volta a votare sono solo 20 cardinali, di cui 18 francesi, 12 originari della stessa regione, tre nipoti di Innocenzo VI e sei di Clemente VI. A guidarli è un altro zio di Pierre: Ugo Roger, fratello di Clemente, che viene eletto con quindici voti ma rinuncia alla carica. Al secondo turno si afferma Raimondo di Canillac, ma questa volta gli undici voti non bastano all’elezione perché il regolamento prevede che la maggioranza debba essere almeno di due terzi.

Alla fine si decide di scegliere – come avvenuto con Celestino – un uomo di provata santità estraneo al Conclave e ai giochi di palazzo: l’abate Guillaume de Grimoard di San Vittore a Marsiglia, che sceglie di chiamarsi Urbano V.

Da inviato del papa, Guillaume aveva già trattato con i Visconti di Milano che rifiutavano di riconoscere il potere temporale dei pontefici. La missione però, decisamente, non aveva avuto successo: dopo aver letto la lettera di Innocenzo a Barnabò Visconti, l’abate era stato costretto a mangiarla. Diventato papa si vendica scomunicandolo e scatenando una guerra da cui uscirà però umiliato e sconfitto.

Urbano V, tavola di Simone dei Crocifissi (1375 ca, Pinacoteca Nazionale di Bologna). Il papa tiene in mano un dittico raffigurante Pietro e Paolo, fondatori della Chiesa. La funzione preminente di Urbano V nell’opera d’arte ha una motivazione anche politica: fu infatti il primo papa che, sia pure per un breve periodo, fece ritorno in Italia da Avignone

Dopo quattro anni di pontificato Urbano non è ancora riuscito a muoversi da Avignone, ma è determinato a farlo quanto prima e ha già dato ordine di allestire il palazzo pontificio in Vaticano. La notizia suscita ondate di entusiasmo e a Marsiglia arrivano ben 23 navi da Napoli, Genova, Venezia, Pisa e Ancona per scortare il papa a casa.

Il 3 giugno 1367 il pontefice approda a Corneto, sulla costa dell’alto Lazio e ad accoglierlo trova una folla immensa che ha dormito per giorni in spiaggia pur di non perdersi lo spettacolo. Arrivato a Viterbo accompagnato – tra l’altro – dallo stesso Pierre – dovrebbe fermarsi solo pochi giorni ma la morte del cardinale Albornoz – che aveva lavorato quattrodici anni per riportare il vescovo di Roma nella sua città – lo induce a trattenersi quattro mesi.

Il 16 ottobre Urbano fa finalmente il suo ingresso trionfale a Roma. Il lavoro che lo aspetta, però, è più arduo di quanto potesse immaginare: la città è in decadenza, le costruzioni di inizio secolo sembrano antichi ruderi romani, quelle nuove sono state devastate dai saccheggi; le strade, senza manutenzione da anni, sono diventate acquitrini e Avignone appare al Pontefice come un lontano paradiso perduto. Senza perdersi d’animo, però, Urbano si adopera a ricostruire chiese e a riformare il governo della città sostituendo i sette rappresentanti del popolo con tre funzionari della Santa Sede, eliminando così quella democrazia che i romani – in assenza del loro re – erano riusciti ad ottenere.

Al malcontento del popolo romano si aggiunge quello dei cardinali di corte, e l’aria di Roma si fa giorno dopo giorno più pesante. Il mancato sostegno dell’imperatore Carlo IV, l’assenza di un condottiero valido come Albornoz, e nuove rivolte nello Stato della Chiesa a Viterbo, Perugia, Todi e altre città unite alle nuove minacce di Visconti, inducono Urbano a fuggire a Montefiascone. Qui i cardinali francesi cercano di convincerlo a tornare ad Avignone, mentre Petrarca gli scrive per persuaderlo a restare. Santa Brigida di Svezia si reca personalmente a Montefiascone per comunicargli una rivelazione avuta dalla Vergine, secondo la quale gravi disgrazie lo attendono se dovesse tornare nel luogo dove è stato eletto.

D’altra parte le anime pie vedono Roma come la Terra Promessa e Avignone come una piccola Babilonia. E non a torto: con l’arrivo della corte papale la cittadina francese è stata presa d’assalto da banchieri, artigiani e artisti che se a Roma erano di casa e non scandalizzavano nessuno, nella piccola Avignone danno ai visitatori l’impressione di ritrovarsi in un perpetuo e perverso mercato. Le ingenti spese dovute alla creazione di nuove strutture per la Corte – a cominciare dal Palazzo dei papi – hanno costretto la Santa Sede a portare le tasse ai limiti del sopportabile. Ogni scusa è buona per fare cassa: indulgenze, annullamento dei matrimoni, persino i sacramenti. Tutti i servizi della Chiesa diventano a pagamento tra l’imbarazzo degli stessi preti e lo scandalo dei fedeli. Anche le alte cariche sono tassate: per diventare vescovi bisogna anticipare una commenda di importo pari alla decima di un anno, e la conseguenza è che le gerarchie ecclesiastiche sono ormai in mano esclusivamente alle famiglie ricche e nobili: la Chiesa Cattolica è diventata a tutti gli effetti solo un grande giro d’affari dove santità, spiritualità e misericordia sono lussuosi optional.

Per questo anche gli stessi romani – che in quei tre anni non avevano fatto altro che lamentarsi – adesso mandano un’ambasciata a Urbano supplicandolo di rimanere. Il papa francese, però, ne ha fin sopra i capelli e il 5 settembre 1370 si imbarca con tutta la corte per tornarsene ad Avignone, dove fa il suo solenne ingresso 19 giorni dopo.

La profezia di santa Brigida non tarda ad avverarsi: colpito dalla maledizione o forse logorato dal rimpianto, appena due mesi dopo il ritorno in Francia Urbano si ammala e il 19 dicembre muore.

Dei venti cardinali in vita, 18 partecipano al nuovo conclave, il terzo di Pierre: stavolta sono tre gli italiani e 15 i francesi, nove sono stati creati da Urbano, quattro da Innocenzo e cinque da Clemente. Le votazioni si aprono il 29 dicembre e il giorno dopo il cardinale quarantenne viene eletto papa all’unanimità.

Pierre Roger de Beaufort alias Gregorio XI, incoronato dall’arcivescovo di Lione Guy de Boulogne. Miniatura delle Cronache di Froissart (sec. XV)

Come aveva fatto l’ultima volta suo zio, Pierre rifiuta l’elezione; stavolta però, i cardinali non accettano il rifiuto e lo convincono a indossare la tiara. Pierre non è vescovo e nemmeno prete: il 2 gennaio 1371 viene quindi ordinato vescovo di Roma e il giorno dopo incoronato solennemente nella cattedrale di Avignone. Come nome sceglie quello forse più impegnativo per un papa: lo stesso portato da san Gregorio Magno, dal protagonista della lotta per le investiture e della Riforma, dal protettore dei francescani e dall’amico di Marco Polo e artefice del Conclave moderno.

Dopo aver attraversato la città con un corteo guidato da Luigi d’Angiò che tiene simbolicamente il cavallo del papa per le briglie, il banchetto riunisce intorno al papa i tre fratelli di Carlo V: Luigi, Giovanni duca di Berry e Filippo duca di Borgogna.Il giorno stesso Gregorio XI proclama santo Elzéar de Sabran, secondo quanto aveva deciso il suo predecessore, figlioccio del nuovo santo.

La sua prima iniziativa da papa è riprendere la guerra contro i Visconti, che nel frattempo stanno cercando di impadronirsi di altri terreni dello Stato Pontificio, ma nel 1375 riesce ad arrivare a un accordo di pace.Mentre si adopera per far tornare la sede del papato a Roma, Gregorio si lancia in una lotta senza quartiere contro le eresie (prendendo di mira in particolare l’inglese Wyclif) e in una riforma degli ordini monastici.Intanto, a fargli ritardare ancora il ritorno in Italia, arriva anche la peste e soprattutto la mancanza di fondi. D’altra parte tornare a Roma comporta mettere ordine in Italia, mettere ordine in Italia richiede guerre, e le guerre costano. E tanto.

Affresco di Santa Caterina (Andrea Vanni, ca. 1350-1400, Basilica di San Domenico, Siena)

Nel 1376 comincia a scrivergli santa Caterina da Siena, che in un solo anno gli manda ben dieci lettere, in cui invitandolo a fare ritorno a Roma, tocca tutti i punti della riforma di cui ha bisogno la Chiesa Cattolica.

Se non faceste quello che doveste fare, avreste bisogno di temere” lo minaccia la mistica trentenne: “Io, se fussi in voi temerei che il divino giudicio venisse sopra di me.

Voi dovete venire: venite dunque, venite dolcemente senza veruno timore; e se veruno dimestico vi vuole impedire, dite a loro arditamente, come disse Cristo a san Pietro, quando per tenerezza il voleva ritrarre che non andasse alla passione, Cristo si rivolse a lui dicendo, va di po’ me, Satanas, tu mi se’ scandalo, cercando le cose che sono dagli uomini, e non quelle che sono da Dio.

Santissimo padre in Cristo dolce Salvatore – gli scrive in un’altra lettera la stalker senese – la vostra indegna e miserabile figliuola Catarina vi si raccomanda nel prezioso sangue del figliuolo di Dio con desiderio di vedere adempita la volontà di Dio, e desiderio vostro di vedere levato in alto il gonfalone e segno della santissima croce, il quale segno pare che la volontà dolce di Dio voglia.

Pare che la divina bontà tre cose vi richiegga, dell’una ne ringrazio Dio e la santità vostra, che egli ha fermato e stabilito il cuore vostro, fattovi forte contra le battaglie di coloro che vi volevano impedire, cioè dall’andare a tenere e possedere il luogo vostro. Godo ed esulto della buona perseveranzia che avete avuta, mandando in effetto la volontà di Dio ed il vostro buono desiderio.

Soltanto passando attraverso il crogiolo sarete quello che dovrete essere, il dolce vicario di Cristo in Terra!” insiste ancora nell’ennesima lettera: “Fate dunque tutto quello che è in vostro potere acciocché non veniate ad agire secondo la volontà degli uomini, piuttosto secondo la volontà di Dio che altro non chiede, e per lo quale motivo vi ha posto a sì tanto supremo vicariato. Ma voi avete bisogno dell’aiuto di Gesù Cristo Crocifisso e con voi i vescovi che sono chiamati a consigliarvi, perocché molti sono fra loro corrotti e neanco ferventi sacerdoti, liberatevi di costoro, ponete il vostro santo desiderio in Cristo Gesù, ripudiate i sollazzamenti del marciume della corruzione, abbiatelo a distinguere da questo: se non sapete soffrire, non siete degno!.

Le lettere di Caterina sono piene di minacce ed affetto, consigli e vere e proprie prediche:

Voi fate le veci del dolce Cristo Gesù, e come Lui dovete desiderare soltanto il bene delle anime, dovete bere il calice dell’amarezza, dovete farvi dare il fiele. Oh quanto sarà beata l’anima vostra e mia che io vegga voi essere cominciatore di tanto bene.

Questa laica semi analfabeta si permette di fare la morale al Vicario di Cristo, e il Vicario di Cristo glielo consente: la verità è che Gregorio è profondamente affascinato dal carisma della terziaria domenicana, e le sue parole contribuiscono a fargli rompere gli indugi su una decisione che è stata – comunque – già presa, ma ritardata con la costanza con cui si spegne la sveglia al mattino invocando altri cinque minuti di sonno, e la tenacia con cui si ritarda un matrimonio perché ancora non si è trovato un lavoro stabile, la casa non è finita, la certezza dell’amore eterno non è ancora poi così definitiva. E Caterina è la fidanzata impaziente, la mamma premurosa che insiste, ricorda all’indolente Gregorio il suo impegno, e lo inchioda di fronte alle sue responsabilità.

Tale è l’ascendente di Caterina sul Pontefice, che quando la città di Firenze – che ha aderito alle rivolte antipapaline – viene colpita dall’interdetto, la mistica senese si pone come mediatrice per far ottenere il perdono papale, e si incammina personalmente verso Avignone, dove arriva il 18 giugno 1376. La mediazione fallisce a causa del comportamento ostile dei messi fiorentini. In compenso Caterina riesce a ottenere un risultato ben più importante: si porta via lo stesso pontefice, che il 13 settembre lascia definitivamente Avignone diretto a Roma.

È proprio il caso di dire che se il papa non va in Italia l’Italia va dal papa. E la futura patrona della penisola, quasi come una sorella maggiore che prende per mano il fratello per portarlo a scuola, accompagna il Sommo Pontefice nell’itinerario più importante della Storia della Chiesa.

Il racconto del viaggio che dura diciassette settimane ed è quanto mai avventuroso, è documentato dalla relazione del vescovo di Senigallia Pierre Ameilh de Brenac. La sosta a St-Victor di Marsiglia si prolunga dal 23 settembre al 2 ottobre, perché si deve riunire la flotta e soprattutto attendere che il mare si calmi. Sulla strada per Marsiglia Gregorio ha trovato il santuario domenicano di St-Maximin-la-Sainte-Baume, dove sono venerate le reliquie di Maria Maddalena; qui ha disposto la creazione di un lascito per il riposo dell’anima di suo zio Clemente VI e per sé stesso. Lasciata Marsiglia, però, la nave del cardinale Jean de la Grange fa naufragio e quattro giorni dopo muore a Pisa il cardinale Pierre de la Jugie, cugino del papa.A frenare ancora una volta gli entusiasmi, poi, una notizia raggiunge il pontefice a Genova: nella capitale sono esplosi nuovi disordini e le truppe pontificie sono state sconfitte dai fiorentini, che hanno aizzato le popolazioni italiane contro “l’invasione francese”. La maggioranza dei cardinali, neanche a dirlo, cerca di convincere Gregorio a tornare indietro, ma Caterina non ha nessuna intenzione di lasciarselo sfuggire e lo rassicura della protezione divina.

Ritorno a Roma di Gregorio XI (Giorgio Vasari, 1572-1573, Palazzi Vaticani, Sala Regia)

Il 17 gennaio 1377 il papa entra a Roma, circondato da un’armata di 2000 uomini. Alla faccia di Caterina che chiedeva di tornare in Italia senza armi e con il crocifisso in mano, “affinché i grandi lupi si mutino in agnelli”.

Compiuta finalmente un missione storica attesa per settant’anni, Pierre sopravvive a Roma per poco più di un anno, e muore il 27 marzo 1378, ad appena quarantotto anni di età.

Viene sepolto nella chiesa di Santa Maria Nuova, destinata a diventare la basilica di Santa Francesca Romana. Gregorio resterà l’ultimo dei quindici papi d’oltralpe della Storia della Chiesa: dopo di lui nessun francese salirà più sul trono di Pietro.

Il rischio di un ritorno del papato ad Avignone va infatti scongiurato in ogni modo e dal primo conclave vaticano esce così, per la prima volta dopo settant’anni, un papa italiano: Bartolomeo Prignano, vescovo di Bari.

Bartolomeo, in realtà, ha vissuto a lungo nella corte di Avignone ed è suddito degli Angiò: sembra dunque un ottimo compromesso tra le istanze italiane e quelle francesi. L’unico problema è il suo caratteraccio, che gli farà guadagnare il soprannome di “Inurbano”.

Intanto al Conclave è scoppiato il caos: i romani sono arrivati a minacciare gli elettori e hanno cercato di fare irruzione nell’assemblea al grido di

Romano lo volemo o almanco italiano… Romano, lo volemo romano, se non che tutti vi occideremo!.

Le grida dei popolani impediscono persino di tenere il discorso di apertura delle votazioni dopo la messa solenne e i disordini non si fermano nemmeno quando il cardinale Orsini si affaccia alla finestra per l’Habemus Papam, perché i romani capiscono fischi per fiaschi: quello dice “Bari” e loro sentono “Bar”, e pensando che si tratti di un altro francese assaltano infuriati il palazzo pontificio. I cardinali, terrorizzati, improvvisano una finta intronizzazione del cardinale romano Francesco Tebaldeschi e poi si danno alla fuga.

Quando Prignano – che non è cardinale – arriva in Vaticano, chiede che la sua elezione, a scanso di equivoci, venga ripetuta e confermata, prima di accettare l’elezione. Ma tante precauzioni serviranno a poco: appena cinque mesi dopo, infatti, i cardinali francesi che rappresentano ancora la maggioranza assoluta (11 su 16) ci ripenseranno e in un nuovo conclave eleggeranno un altro papa francese, che si contrapporrà a quello romano.

Chiuso finalmente il capitolo della Cattività avignonese, se ne aprirà un altro ancora più drammatico, destinato a lacerare la Chiesa cattolica per quarant’anni: quello dello Scisma d’occidente. Ma questa è decisamente un’altra storia.

Arnaldo Casali

Da leggere:Michel Hayez, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, 2002Michael Hayez, Enciclopedia dei papi, Roma 2000G. Martina, La chiesa nell’età della Riforma, Brescia 1988John N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, Edizioni Piemme S.p.A., 1989Bernard Guillemain, I Papi di Avignone, San Paolo, 2003Guillaume Mollat, Les Papes d’Avignon, Parigi, 1950Francesco Petrarca, CanzoniereMarco Ariani, Petrarca, Roma, Salerno Editrice, 1999Agostino Saba, Storia della Chiesa, Torino, UTET, 1954Brigida di Svezia, Ciò che disse Cristo a santa Brigida. Le rivelazioni. San Paolo Editore, 2002Arnold Esch, Tre sante ed il loro ambiente sociale a Roma: s. Francesca Romana, s. Brigida di Svezia e s. Caterina da Siena. Roma nel Rinascimento, 2001Franco Cardini, I santi nella storia, Vol. IV, San Paolo, 2006Caterina da Siena, Lettere, Torino, Bottega d’Erasmo, 1966Raimondo da Capua, Legenda maior sive Legenda admirabilis virginis Catherine de Senis, Edizione critica a cura di Silvia Nocentini, Firenze, 2013Clemens VI, Suppliche di Clemente VI. 19 maggio 1342-18 maggio 1343, vol. 1, Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1948Annuaire Pontifical Catholique, Maison de la Bonne Presse, Paris, 1935

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Il sinodo del cadavere

Concilio cadaverico, Jean-Paul Laurens (1870), Nantes, Musée des Beaux-Arts

Roma, febbraio dell’anno del Signore 897. Tutto il clero, capeggiato dal suo vescovo, è riunito nella Cattedrale di San Giovanni in Laterano per celebrare solennemente un processo per eresia.

L’imputato siede su un maestoso trono; gli accusatori, intorno, lo interrogano; ma interrogato l’imputato non risponde. Non si difende, nemmeno ci prova. Se ne resta in silenzio, assiso sul suo trono: le orbite vuote, il naso scarnificato, le mascelle in vista, le braccia tenute insieme da qualche tendine, le ossa coperte da un sottile strato di pelle. Il processo è contro papa Formoso, ma ad essere stato convocato è solo il suo corpo decomposto.

Stefano VI non si è accontentato di cambiare radicalmente la guida imposta alla Chiesa dal suo predecessore, di revocarne tutti i provvedimenti e di infangarne la memoria. E non si accontenta nemmeno di dichiararlo eretico e apostata, no: Stefano vuole arrivare fino in fondo, fino allo sfregio supremo, ad un atto grottesco e raccapricciante che nessuno aveva mai osato prima e nessuno oserà mai più dopo: ha fatto riesumare il corpo di Formoso e ha organizzato quello che passerà alla storia come il “Sinodo del cadavere”.

Il corpo del papa è stato rivestito dei paramenti pontifici e collocato su un trono nella basilica lateranense per “rispondere” delle accuse di eresia. In realtà, tanto per cambiare, le ragioni che stanno dietro questo atto macabro e clamoroso, sono squisitamente politiche. Stefano VI ha ottenuto l’elezione a papa grazie all’appoggio del partito spoletino, lo stesso contro cui si era schierato il suo predecessore.

Papa Formoso, in un’incisione di Cavallieri del 1588

Da vescovo e cardinale Formoso era stimato per la sua cultura e la sua austerità di vita e già nell’872 era stato candidato al papato. Rappresentante della fazione filo-germanica contro quella filo-francese, era stato sconfitto da Giovanni VIII che – a seguito degli scontri tra le due fazioni – nell’876 lo aveva scomunicato, per assolverlo due anni dopo riducendolo, però, allo stato laicale ed esiliandolo da Roma. Nell’883 il nuovo papa Marino (che apparteneva anche lui al partito germanico) aveva riabilitato completamente Formoso. Tornato protagonista della vita della Chiesa, aveva fatto eleggere e consacrare papa Stefano V nell’885 e alla sua morte – nel 891 – era stato eletto lui stesso papa. Poco dopo si era trovato in guerra con i duchi di Spoleto che erano arrivati a imprigionarlo a Castel Sant’Angelo, dal quale lo aveva liberato l’imperatore Arnolfo di Carinzia. Morto nel pieno degli scontri fra spoletini e tedeschi, il 4 aprile 896, è stato sepolto in Vaticano ma è rimasto nella sua tomba solo nove mesi.

Il duca Lamberto e sua madre Ageltrude hanno infatti imposto al nuovo papa Stefano VI un processo postumo a carico del papa defunto: il “Synodus horrenda”. A presiedere la macabra adunanza nel ruolo del grande accusatore è lo stesso papa Stefano. Un diacono viene incaricato di rispondere in vece del pontefice deceduto, e al termine della terrificante messa in scena, il verdetto stabilisce che Formoso è stato indegno del pontificato, e dunque viene ufficialmente deposto: tutti i suoi atti sono annullati e gli ordini da lui conferiti dichiarati non validi.

«L’avvocato di papa Stefano si alzò, si volse verso quella mummia orribile, al cui fianco sedeva un diacono tremante, che doveva fargli da difensore, propose le accuse; e il papa vivente, con furore insano, chiese al morto: “Perché, uomo ambizioso, hai tu usurpato la cattedra apostolica di Roma, tu che eri già vescovo di Porto?”. L’avvocato di Formoso addusse qualcosa in sua difesa, sempre che l’orrore gli abbia permesso di parlare; il cadavere fu riconosciuto colpevole e condannato. Il sinodo sottoscrisse l’atto di deposizione, dannò il papa in eterno e decretò che tutti coloro ai quali egli aveva conferito gli ordini sacerdotali, dovessero essere ordinati di nuovo. I paramenti furono strappati di dosso alla mummia e con grida barbariche, gettarono il cadavere fuori dall’aula».

Una incisione allegorica del processo di papa Stefano VI a Formoso

Le tre dita della mano destra, usate per le benedizioni, gli vengono recise; poi, con urla selvagge i resti di Formoso vengono trascinati via dalla sala e gettati nel Tevere in un’orgia macabra. Il cadavere percorre, per tre giorni, circa venti miglia trascinato dalla corrente del fiume, fino ad arenarsi su una sponda presso Ostia dove viene riconosciuto da un monaco (si dice indirizzato lì da una visione del defunto pontefice) e nascosto dai suoi fedeli fino alla morte di papa Stefano.

Morte che, peraltro, non tarderà ad arrivare: l’orrore e l’indignazione è tale – nel popolo romano – da generare una rivolta popolare che porta alla cattura e la deposizione dello stesso papa Stefano. Imprigionato a Castel Sant’Angelo, nel mese di ottobre verrà strangolato. Due mesi dopo i resti di Formoso saranno riconsegnati a papa Romano e di nuovo inumati nella basilica di San Pietro dal successore. Papa Giovanni IX (898-900) annullerà tutti gli atti del processo contro Formoso dandoli alle fiamme: i prelati presenti al Sinodo verranno perdonati in quanto costretti sotto minaccia, mentre i promotori saranno scomunicati.

Da quel momento verranno severamente proibiti i processi contro i morti. L’episodio resterà nella memoria collettiva per secoli tanto da essere citato anche da Luis Bunuel nel film La via lattea.

Arnaldo Casali

Da leggere: Ferdinand Gregorovius, Storia di Roma nel Medioevo, vol.II, Roma, Colosseum, 1988. Girolamo Arnaldi, Papa Formoso e gli imperatori della casa di Spoleto, in Annali della facoltà di lettere e filosofia di Napoli, vol.1, 1951. Jean-Marie Sansterre, Formoso in Enciclopedia dei Papi, vol. 2, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2000. Claudio Rendina I Papi – storia e segreti, Roma, Newton&Compton editori, 2005. Tommaso Di Carpegna Falconieri, Guido, conte marchese di Camerino, duca marchese di Spoleto, re d’Italia, imperatore, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 61, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2004. Tommaso di Carpegna Falconieri, Lamberto, re d’Italia, imperatore, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 63, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2004. Ludovico Gatto, Storia di Roma nel Medioevo, Roma, Newton&Compton editori, 2004.

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Bonifacio VIII, il papa re

Questo sì, che è un bel regalo.

Il migliore che avesse mai ricevuto a Natale, pensava soddisfatto Benedetto; e si guardava intorno, ammirando gli affreschi della splendida Sala Maggiore di Castel Nuovo.

Voleva il papato, e l’aveva ottenuto.

Osservava compiaciuto e beffardo le facce dei suoi rivali, i suoi complici, i suoi elettori. Li fissava in volto, uno per uno, al tempo stesso con riconoscenza e aria di sfida.

Hugues Aycelin de Billom, cardinale vescovo di Ostia e Velletri: decano del Sacro Collegio; il francescano umbro Matteo d’Acquasparta, vescovo di Porto e Santa Rufina, subdecano del Sacro Collegio: il suo amico più fidato e il principale artefice della sua elezione. Gerardo Bianchi, vescovo di Sabina, che di conclavi ne avrebbe fatti altri due, il ricchissmo Giovanni Boccamazza, vescovo di Frascati; Simone di Beaulieu di Palestrina, creato cardinale da Celestino; Bérard de Got, vescovo di Albano, anche lui creatura di Celestino, ma destinato a diventare uno dei suoi più stretti collaboratori. L’anziano Pietro Peregrosso detto Milanese, cardinale prete di San Marco, che sarebbe morto di lì a poco. Tommaso d’Ocre, cardinale prete titolare di Santa Cecilia; uno dei più pericolosi: appartenente all’ordine di Celestino, era stato costretto dal Papa contadino ad accettare la porpora ed era diventato uno dei protagonisti del suo breve pontificato, dimostrando scaltrezza e determinazione.

E poi c’era Jean Le Moine, cardinale prete titolare dei Santi Marcellino e Pietro: di umili origini, anche lui era stato nominato da Celestino, ma era molto più facile da controllare. E poi c’erano Pietro d’Aquila, prete titolare di Santa Croce in Gerusalemme, Guillaume Ferrier di San Clemente, Nicolas de Nonancour di San Marcello, il cistercense Robert de Pontigny, prete titolare di Santa Pudenziana e il benedettino Simon d’Armentières, cardinale prete titolare di Santa Balbina e Giovanni di Castrocoeli di San Vitale, Landolfo Brancaccio di Sant’Angelo in Pescheria e Guglielmo de Longhi, cardinale diacono di San Nicola in Carcere Tulliano: tutte creature di Celestino, ma tutti facilmente manovrabili.

Poi c’erano gli Orsini, suoi alleati: Matteo Rubeo, diacono di Santa Maria in Portico Octaviae e Napoleone Orsini, diacono di Sant’Adriano.

Infine gli acerrimi nemici: Giacomo e Pietro Colonna, dannata stirpe di un dannato sangue.

Li avrebbe entrambi deposti scatenando una guerra per la quale avrebbe pagato un prezzo altissimo. Ma c’era ancora tempo per la guerra: e al diavolo i Colonna, Alighieri con l’Inferno, Filippo il bello e terribile, Sciarra e il suo schiaffo e Jacopone da Todi, pauperista, sovversivo e menagramo. Ora era il momento del trionfo: lui, Benedetto Caetani da Anagni, cardinale prete titolare dei Santi Silvestro e Martino, ce l’aveva fatta: era diventato papa.

Grazie, amici miei – passava in rassegna i volti di tutti; scrutava i loro occhi sorridendo e poi tornava a guardarli in faccia – ve ne sarò eternamente grato. Ma adesso, adesso vi ho fregato, adesso sono io che comando. Adesso sono il Papa, il Pontefice Massimo, il Vicario di Cristo. Il Servo dei Servi di Dio. Sì, certo, come no: l’ha detto san Gregorio e lo confermo; purché i servi di Dio servano con obbedienza il loro Servo.

C’erano voluti due anni per eleggere Celestino V, e appena ventiquattro ore per sostituirlo.

Il papa questa volta – per la prima volta – non era morto: si era dimesso. Eh sì, c’era anche il suo zampino, dietro quelle dimissioni; ad ogni modo era stata rispettata la prassi, che prevedeva dieci giorni di lutto dopo la scomparsa del pontefice, prima di procedere all’elezione del suo successore.

Questa volta, per la prima volta in tredici secoli, il papa non era finito sotto terra ma dentro una roccia, tornato nell’eremo da cui era venuto e in cui – in verità – non sarebbe rimasto a lungo. Oh, no: lo scisma era già alle porte e Bonifacio non poteva permettersi un rivale a piede libero. Gli spirituali francescani, i Colonna, i fedeli delusi da una Chiesa che dopo avere assaggiato la povertà sarebbe tornata al suo sfarzo, non avrebbero aspettato per fare di Celestino il proprio papa – il vero papa – contrapponendolo all’usurpatore, all’anticristo di Anagni. No, non poteva permetterselo, un rivale in libertà, e quindi lo avrebbe fatto inseguire, catturare e ospitare con tutti gli onori, beninteso, nella Rocca di Fumone, vicino Frosinone. Tutti gli onori: compreso un chiodo in testa; giusto per assicurarsi che nessun ribelle potesse liberarlo, catturarlo, usarlo suo malgrado per fare la guerra al legittimo papa. Il papa felicemente regnante.

Insomma erano passati dieci giorni dalle dimissioni di Celestino V e il Conclave si era riunito: era il 23 dicembre 1294.

Il giorno dopo, alla Vigilia di Natale, Benedetto era stato eletto Sommo Pontefice della Chiesa Universale.

Tutto preparato, dicevano i maligni: Caetani aveva usato quei pochi mesi di fragilissimo pontificato per comprarsi i voti dei cardinali. Comprati o no, certo era riuscito a convincerli che era lui, l’uomo della Provvidenza.

Mentre Celestino si faceva manovrare da Carlo lo zoppo e cercava di farsi proteggere dai suoi frati regalando loro posti di potere come un qualsiasi papa nepotista, Benedetto si lavorava il Concistoro e insinuava nella coscienza del papa regnante il dubbio – poi la certezza – di non essere assolutamente adatto a portare sulle sue spalle il peso della Suprema Responsabilità.

Infine, da esperto giurista, gli aveva spiegato come e perché da Vicario di Cristo ci si poteva dimettere, e che l’atto con cui il papa contadino si preparava a rinunciare al suo ruolo era inaudito ma legittimo.

Lo aveva aiutato a preparare i documenti e il rituale e nel frattempo si era assicurato la successione.

Ed era giusto così: lui, al contrario di Pietro Angelerio del Morrone, era proprio nato per fare il papa: colto, laico, esperto di diritto, ambizioso ma al tempo stesso raffinato diplomatico.

D’altra parte Benedetto Caetani con il potere in mano c’era nato: la sua famiglia era tra le più importanti della Roma medievale e contendeva il primato proprio agli Orsini e agli odiati Colonna.

Benedetto ammirava la bellezza del Golfo di Napoli al tramonto, fuori dalla finestra. Uno spettacolo magnifico, si diceva, ma al quale si sarebbe sottratto volentieri: non vedeva l’ora di lasciare quel luogo e tornare a Roma. Vedi Napoli e poi muori; oppure dattela a gambe: Carlo aveva già fatto troppi guai e lui – Bonifacio VIII – non si sarebbe mai adattato a fare la marionetta del re di Napoli come il suo ingenuo e indegno predecessore.

In fondo il nome che aveva scelto era già tutto un programma: Bonifacio IV era il papa che aveva ottenuto dall’imperatore Foca di poter trasformare il Pantheon in una chiesa cristiana; ottavo a indossare quel nome, Benedetto si sarebbe posto al crocevia tra la Roma antica e la Roma cristiana.

Aveva 64 anni, ma il cuore di un ventenne: si sentiva eccitato come quando adolescente aveva lasciato Roma per andare a studiare a Todi, come quando, poi, si era trasferito a Bologna laureandosi in diritto canonico.

Si sentiva galvanizzato e superbo come quando, iniziando la carriera diplomatica in Laterano era partito per una delicatissima ambasciata in Inghilterra ed era stato arrestato, finendo rinchiuso nella Torre di Londra, per essere infine scarcerato dal re in persona. Galvanizzato e superbo – così si sentiva – come quando era stato mandato in Francia, a seguito del cardinale Simon de Brion, futuro Martino IV, con lo scopo di sollecitare l’ascesa al trono napoletano di Carlo d’Angiò (non l’avesse mai fatto, si diceva adesso).

Si sentiva una divinità, Bonifacio, come quando a 51 anni – da laico – aveva ricevuto la porpora cardinalizia e aveva assaggiato il potere, quello vero.

Da laico, sì. Perché laico era stato per tutta la vita, Benedetto Caetani. Si era fatto ordinare prete da appena tre anni. La tiara lo aveva trovato freschissimo come uomo di preghiera e di mistero, ma veterano quanto a politica e gestione del potere.

Al suo terzo conclave, Benedetto si era trovato tra i protagonisti di una delle maggiori crisi della Chiesa medievale: uno stallo durato due anni, con un’assemblea di soli dodici cardinali che pure non riuscivano a mettersi d’accordo. Da una parte c’erano i Colonna e dall’altra tutti gli altri: avevano cambiato quattro sedi (Santa Maria sopra Minerva, Santa Maria Maggiore, Santa Sabina a Roma, e poi si erano spostati a Perugia), affrontato un’epidemia di peste, disordini e proteste di un popolo esasperato, infine l’invasione di campo di Carlo D’Angiò, che lo stesso Benedetto si era arrogato il compito di cacciare dal palazzo.

Quando il 5 luglio 1294 era arrivata la lettera di Pier del Morrone, che aggiungeva la sua voce a quella di chi preannunciava castighi divini se non si fosse provveduto a dotare la Chiesa di un nuovo pastore, Benedetto aveva appoggiato l’idea di Latino Malabranca di fare papa proprio lui. All’inizio era sembrata una follia chiamare sul trono di Pietro un eremita che non solo non era cardinale, ma era totalmente privo di esperienze di governo, digiuno di qualsiasi dinamica di potere; ma in fondo un monaco vecchio e ingenuo, inesperto e ignorante ma con fama di santità e venerato e rispettato da tutti, era quello proprio quello che ci voleva per guidare questa fase di transizione, donando nuova simpatia alla Chiesa, mentre i cardinali si mettevano d’accordo in santa pace: senza le pressioni, l’attenzione, le dannate aspettative del Conclave, decidere chi di loro avrebbe fatto il papa, tutto sommato, sarebbe stato molto più facile e discreto.

Benedetto non si era sbagliato – ma quando si sbagliava? – e così erano andate le cose: ventiquattro ore per formalizzare una decisione già presa in altre stanze.

Aveva fatto un capolavoro – suvvia, bisognava riconoscerglielo: era partito da una minoranza assoluta, basti pensare che 13 dei 22 cardinali li aveva scelti proprio Celestino – ed era riuscito in poco tempo ad annodare tutti i fili del consenso.

E ora – a Natale – era papa.

Ripensava a Carlo Magno, anche lui salito sul gradino più alto nel giorno di Natale: la mattina del 25 dicembre era stato incoronato imperatore da papa Leone III.

Quel giorno insieme a Cristo era nata anche un’epoca: era nato il Sacro Romano Impero, era nato il più grande sovrano cristiano che la storia avesse mai ricordato.

Mezzo millennio dopo oggi, oggi insieme a Cristo nasceva un’altra epoca, nasceva il mondo moderno, nasceva un sovrano che finalmente avrebbe identificato nella sua persona potere temporale e potere spirituale. Perché con Bonifacio VIII l’imperatore laico non si sarebbe limitato a mettere la sua corona nelle mani del Vicario di Cristo, no: adesso ci avrebbe messo tutto il suo potere. Con Bonifacio VIII il papa, più che servo dei servi di Dio, sarebbe diventato il re dei re cristiani, l’imperatore degli imperatori, l’autorità suprema a cui tutte le teste coronate si sarebbero inchinate; la voce di Dio che nessuno si sarebbe potuto permettere di ignorare, il sole che illumina tutti i pianeti, la più alta autorità sulla terra perché l’unica emanata direttamente dal Signore dei Cieli.

E Roma, la sua amata Roma – strappata proprio da Carlo Magno al suo ruolo di capo del mondo, umiliata da secoli di potere in esilio – Roma, la sua amata Roma sarebbe tornata ad essere il cuore dell’impero, il centro dell’umanità, la meta di tutti i pellegrinaggi: tutto il mondo sarebbe venuto per ammirare la sua bellezza e pregare sulle tombe degli apostoli. E poi inchinarsi di fronte a lui: Bonifacio VIII, il papa.

Arnaldo Casali

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La Perdonanza di L’Aquila, primo Giubileo della storia

Una immagine di Celestino V, al secolo Pietro Angelerio (nato all’inizio XIII secolo in Abruzzo), con in mano la città di L’Aquila

Ogni anno, il 28 e il 29 agosto, torna a L’Aquila il primo Giubileo della storia, che rappresenta anche la prima indulgenza “illegale” della cristianità e la principale eredità lasciata da papa Celestino V, divenuto il precursore sia di Ratzinger – per le dimissioni – che di Bergoglio, come pontefice povero e francescano.

Ed è proprio nel francescanesimo che si trova l’unico antecedente della Perdonanza di L’Aquila: il “Perdono di Assisi”, indulgenza del tutto analoga che si celebra a Santa Maria degli Angeli tra il 1 e il 2 agosto. Secondo la tradizione l’avrebbe ottenuta san Francesco da papa Onorio III nel 1216: il più antico documento che la attesta, però, risale al 1310. Non è stata dunque L’Aquila ad emulare Assisi ma, molto probabilmente, il contrario.

Di certo nel XIII secolo si era fatta particolarmente viva, tra i fedeli, la necessità di ottenere un perdono dei peccati che non richiedesse generose elargizioni di offerte, né l’arruolamento in guerra come crociati.

Celestino V, eremita abruzzese, fondatore dell’ordine dei monaci morronesi e artefice della costruzione della basilica di Santa Maria di Collemaggio, era stato eletto papa il 5 luglio 1295 al termine di uno dei conclavi più lunghi della storia, e aveva scelto di farsi incoronare il 29 agosto a L’Aquila proprio nella “sua” basilica, consacrata appena otto anni prima. Alla cerimonia solenne il nuovo papa era arrivato a dorso di un asino come Gesù (ma ben diversamente dai suoi predecessori) accolto da oltre duecentomila persone.

Un mese dopo – il 29 settembre – Celestino aveva emanato una bolla con cui si stabiliva che chi, confessato e sinceramente pentito, avesse visitato devotamente la basilica di Collemaggio dai vespri del 28 agosto a quelli del 29, avrebbe ricevuto contemporaneamente la remissione dei peccati e l’assoluzione dalla pena. Un gesto rivoluzionario da parte di un papa rivoluzionario: per la prima volta il perdono dei peccati veniva concesso a tutti – anche ai poveri e ai diseredati – una volta all’anno.

“Celestino Vescovo, servo dei servi di Dio, a tutti i fedeli di Cristo che prenderanno visione di questa lettera, salute e apostolica benedizione” recita il testo della bolla. “Tra le feste solenni che ricordano i santi è da annoverare tra le più importanti quella di San Giovanni Battista in quanto questi, pur provenendo dal grembo di una madre sterile per vecchiezza, tuttavia fu ricolmo di virtù e fonte abbondante di sacri doni, fu voce degli Apostoli, avendo concluso il ciclo dei profeti, ed annunziò la presenza di Cristo in terra mediante l’annuncio del Verbo e miracolose indicazioni, annunziò quel Cristo che fu luce nella nebbia del mondo e delle tenebre dell’ignoranza che avvolgevano la terra, per cui per il Battista seguì il glorioso martirio, misteriosamente imposto dall’arbitrio di una donna impudica in virtù del compito affidatole. Noi, che nel giorno della decollazione di San Giovanni, nella chiesa benedettina di Santa Maria di Collemaggio in Aquila ricevemmo sul nostro capo la tiara, desideriamo che con ancor più venerazione tal Santo venga onorato mediante inni, canti religiosi e devote preghiere dei fedeli. Affinché, dunque, in questa chiesa la festività della decollazione di San Giovanni sia esaltata con segnalate cerimonie e sia celebrata con il concorso devoto del popolo di Dio, e tanto più devotamente e fervidamente lo sia quanto più in tale chiesa la supplice richiesta di coloro che cercano Dio troveranno tesori della Chiesa che risplendono dei doni spirituali che gioveranno nella futura vita, forti della misericordia di Dio onnipotente e dell’autorità dei suoi apostoli SS. Pietro e Paolo, in ogni ricorrenza annuale della festività assolviamo dalla colpa e dalla pena, conseguenti a tutti i loro peccati commessi sin dal Battesimo, quanti sinceramente pentiti e confessati saranno entrati nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio dai vespri della vigilia della festività di San Giovanni fino ai vespri immediatamente seguenti la festività. Dato in Aquila, 29 settembre, nell’anno primo del nostro pontificato”.

Il rito della Perdonanza del 2017 sullo sfondo della splendida cattedrale aquilana (foto: ilmartino.it)

Oltre alla valenza spirituale, l’indulgenza celestiniana assume da subito anche un forte significato politico: rappresenta infatti l’occasione, per la giovane città dell’Aquila – nata quarant’anni prima con lo stesso Pietro del Morrone nel ruolo di “fondatore spirituale” – per accrescere il suo potere. Non a caso la bolla viene da subito affidata non alla Diocesi ma all’autorità civile, che ne garantisce la conservazione, assumendo anche il compito di organizzare la cerimonia del Perdono, alla quale le autorità religiose sono solo invitate.

E non si tratta solo di una questione formale: l’anno dopo, la prima celebrazione solenne del Perdono dell’Aquila viene organizzata addirittura contro le disposizioni del Vaticano, sfidando l’espresso divieto emanato il 18 agosto 1295 da papa Bonifacio VIII, e con l’ormai ex papa Celestino in carcere.

Bonifacio, dopo essere stato eletto al posto del papa dimissionario, infatti, ha fatto arrestare il suo predecessore e annullato tutti i suoi atti, adducendo come motivo la “confusione” che regnava nella sua Curia: il Perdono di Celestino, secondo il nuovo papa, contiene quindi una serie di vizi di forma e per tanto non è valido; il papa giurista usa il pretesto dell’ignoranza per sconfessare il papa contadino. Bonifacio scrive una serie di lettere al priore di Collemaggio e ad altre autorità religiose per proibire ai fedeli di entrare nella basilica, scoraggiare i pellegrini a partecipare all’iniziativa e ottenere il documento di Celestino, destinato alla distruzione.

Le autorità dell’Aquila, però, si rifiutano di consegnare la Bolla al pontefice e ignorano completamente il suo divieto di celebrare l’indulgenza, così come i fedeli e i monaci di Collemaggio; che, al contrario, organizzano un corteo solenne che accompagna il documento dal Palazzo del Magistrato nella Basilica, dove viene letto e mostrato ai fedeli.

Bonifacio, da parte sua, risponde contrapponendo il suo Giubileo a quello di Celestino: proclama infatti l’Anno Santo per il 1300. Analogamente a quella dell’Aquila, l’indulgenza di Roma è aperta a tutti i pellegrini che si recano nella capitale della cristianità. A differenza di quella di Celestino, però, dura un anno intero e si rinnova ogni cento.

A sua volta, il Perdono dell’Aquila nel Quattrocento mutuerà – dal Giubileo romano – il passaggio attraverso la Porta Santa, che inizialmente non esiste (si può entrare nella basilica da qualsiasi porta).

Le spoglie di Celestino V sono conservate nella basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila. Dopo la ricognizione canonica del 2013, la maschera in cera che copriva il volto del papa è stata sostituita con una in argento

La festa conosce un forte sviluppo nel 1327, quando il corpo di papa Celestino, nel frattempo proclamato santo dal successore di Bonifacio, viene traslato da Ferentino in provincia di Frosinone – dove era stato sepolto – nella basilica di Collemaggio e mostrato al popolo di L’Aquila. Alla festa religiosa si aggiunge poi anche una fiera mercantile molto partecipata.

Il cronista aquilano Buccio da Ranallo racconta che nel 1328 fanno ritorno, proprio per partecipare al Perdono, i soldati aquilani che si trovavano ad Anticoli con le truppe del duca di Calabria per fronteggiare la minaccia dell’imperatore Ludovico il Bavaro. “E retornammo in Aquila lu di dellu Perduno – scrive Buccio – alegri con gra’ festa cantando ciascheduno; appresso dellu vespero, tucti quanti in communo, e gemmo a Collemaggio che no-nn’è mino niuno”.

Nel 1358, invece, il Magistrato Aquilano prega re Luigi di rinviare di qualche giorno la visita alla città per non disturbare i fedeli e i mercanti che la affollano per la Perdonanza. Alla fine del secolo nei giorni dell’Indulgenza viene effettuata addirittura una distribuzione di pane e vino a tutti i poveri.

Nel XV secolo, però, papa Pio II, per incentivare la sua crociata contro i turchi, concede l’indulgenza plenaria solo a chi parte per la guerra, sospendendo di conseguenza tutte le altre. Solo nel 1477 il magistrato aquilano – spendendo circa 100 ducati – riesce ad ottenere da Sisto IV la conferma perpetua e irrevocabile del Perdono di Celestino.

Il termine “Perdonanza”, in realtà, nascerà solamente nel Novecento, con un medievalismo coniato da Gabriele d’Annunzio. Tuttavia la festa resterà ridotta, di fatto, alla sola dimensione religiosa fino agli anni ‘80, quando anche grazie alla riscoperta della figura di papa Celestino (a cui Ignazio Silone dedica nel 1968 il capolavoro L’avventura di un povero cristiano) la rievocazione assume nuovamente grande solennità, con la sfilata del corteo storico, cui prendono parte mille figuranti in costume d’epoca e i gonfaloni dei castelli che contribuirono alla fondazione della città e anche dei gruppi storici provenienti da località legate in vario modo alla storia medievale aquilana, come la rappresentanza della città di Rottweil, da cui proveniva l’allievo di Gutenberg che introdusse qui la stampa a caratteri mobili. A guidare il corteo, ogni anno, è un cardinale designato dalla Santa Sede, a cui è affidata l’apertura della Porta Santa.

Nel 2018, per la prima volta, lo stesso arcivescovo di L’Aquila è cardinale. La Bolla del Perdono, esposta per un intero giorno nell’edificio di culto sacro a Celestino, la sera del 29 agosto, dopo la chiusura della Porta Santa ad opera dell’arcivescovo, viene riportata nella cappella blindata della Torre del Palazzo Civico, dove è conservata.

L’autenticità della Bolla del Perdono, più volte messa in discussione, è stata confermata definitivamente da papa Paolo VI che, nel 1967, all’atto della revisione generale di tutte le indulgenze plenarie, ha annoverato quella di Celestino V al primo posto dell’elenco ufficiale.

Nemmeno il devastante terremoto che nel 2009 ha raso al suolo L’Aquila e ucciso 309 persone è riuscito a fermare la Perdonanza: al contrario, la Basilica di Collemaggio, sventrata dal sisma e sorretta da impalcature di metallo, è diventata il simbolo di una città che non si arrende e continua – dopo oltre settecento anni – a farsi portatrice di un messaggio di pace, solidarietà e riconciliazione.

Arnaldo Casali

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